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FinchĂŠ non sei arrivato tu...


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Ogni donna sogna di imbattersi nell'uomo che le ha spezzato il cuore. In questa fantasia, lei indossa un abito favoloso, ha i capelli lucidi e perfetti, e sta camminando per strada al braccio di un marito stratosferico (tipo, tanto per intenderci, George Clooney in Ocean's 11). Clooney l'ha appena portata nel ristorante più in della città, oppure stanno uscendo da una gioielleria perché lui ha insistito per regalarle un altro pegno del suo amore. E a un tratto... oh cielo, quello chi è? Ma è lui, il primo uomo di cui si è innamorata, quello che non ha soltanto spezzato il suo giovane cuore, lo ha sbriciolato! Non è più bello come un tempo. Oh no, gli anni non sono stati generosi con lui. È incanutito (meglio ancora, stempiato), in sovrappeso, un po' ingobbito. Lui la guarda e capisce all'istante che l'errore più grande della sua vita è stato quello di lasciarla. Si scambiano due chiacchiere. Clooney gli stringe la mano, lanciando all'Adorata Moglie un'occhiata perplessa (Lui? Scherzi?), poi la felice coppia sale su una scintillante auto sportiva e il vecchio rubacuori è già dimenticato. Ma lui... lui la segue con lo sguardo struggendosi, chiedendosi come ha fatto a essere tanto cieco. Sarebbe stato bello. Molto meglio, ammise Posey 7


Osterhagen, che farsi sorprendere vestita con la divisa da cameriera del Guten Tag, il ristorante dei suoi genitori. Divisa consistente in una gonna a balze e un gilet ricamato con un motivo a gnomi (sì, avete capito bene, gnomi), oltre che una calzamaglia verde e sabot dipinti di rosso. Peggio ancora, si era ficcata in bocca uno degli enormi gnocchi di patate di sua madre, dato che aveva un metabolismo da pulce e si sentiva svenire dalla fame. La porta posteriore si era aperta, ed eccolo lì, davanti a lei. Liam Declan Murphy, il suo primo amore, l'unico uomo che le avesse spezzato il cuore. Nessun Clooney. Niente gioielleria. Solo la cucina vuota di un ristorante tedesco un po' vecchiotto, e due guance gonfie di gnocco come quelle di un criceto. Come in un computer, nel cervello di Posey apparve la schermata blu della morte. Tutti i dati cancellati. Parlare era fuori questione. Gli occhi di Liam avevano ancora quella snervante sfumatura verde ghiaccio. I suoi capelli neri non mostravano alcun segno di calvizie. Era sempre alto (pensavi che fosse diventato più basso, Posey?) e aveva la solita aria strafottente tipo tu mi vuoi/io ti ignoro. Oh... cribbio. Mastica, Posey, mastica, la incitava il suo cervello. Lei ubbidì con difficoltà. Era uno gnocco gigantesco. Liam era in jeans, maglietta e chiodo di pelle nera, più o meno come quando faceva il liceo, se la memoria non la ingannava. E la sua memoria funzionava perversamente bene per quanto riguardava Liam Murphy. Era arrivato a Bellsford per vivere con uno zio dopo essere uscito dal riformatorio (lo so, lo so, ma avevo quindici anni e mi era parso supereccitante) per un furto d'auto. Guidava una vecchia motociclet8


ta (ovvio) e, narrava la leggenda, aveva reso donne un bel numero di studentesse (argh!). Ma, con grande sorpresa di tutti, si era innamorato della ragazza con la faccia più pulita della scuola, proprio come in un episodio di Beverly Hills 90210, la serie televisiva che Posey amava all'epoca. Quando Emma Tate era andata all'università in California, Liam l'aveva seguita. Successivamente si erano sposati. La notizia era stata pubblicata sul giornale locale. E adesso, eccolo lì. «Liam!» strillò sua madre. Stacia Osterhagen, un metro e ottantacinque di ingegneria tedesca, marciò in cucina facendo tintinnare una pila di piatti sotto il rimbombo dei suoi passi. «Posey! Guarda chi c'è! Ci siamo dimenticati di dirtelo. Max! È arrivato Liam! Liam, tesoro, perché non sei entrato dalla porta principale?» «Forza dell'abitudine, suppongo.» Lui abbozzò un sorriso. «Che piacere vederti, figliolo» lo salutò Max con calore. Liam Declan Murphy. Sant'Elvis Presley! «Ti ricordi di Liam, vero, cara?» chiese Stacia. Le guance ancora gonfie, Posey annuì. Avrebbe potuto avere un aspetto più ridicolo? Non che si vestisse in modo particolarmente femminile, di solito. Amava la praticità, perciò il suo guardaroba si basava su camicie di flanella e pantaloni da lavoro. Ma anche degli scarponi con il carrarmato sarebbero stati meglio di quell'assurda divisa (la stessa che aveva portato quando faceva il liceo, purtroppo ancora larga sul seno, dato che apparentemente i tedeschi non prendevano in considerazione l'esistenza di donne 9


con le tette piccole quando disegnavano i vestiti). «Ehi» la salutò lui, con lo stesso tono disinteressato che lei ricordava con amara chiarezza. «Come stai, Cordelia?» Il tono faceva capire che non gli importava un fico secco della risposta. Cordelia. Ecco un'altra cosa. Per qualche strano motivo lui l'aveva sempre chiamata con il suo vero nome, un nome che Posey detestava. Non solo era stata magra come uno stecco, ai tempi del liceo, ma con un nome come Cordelia Wilhelmina Osterhagen (datole in memoria di una prozia mezza cieca che era morta cadendo in un pozzo), logico che fosse stata bersaglio di un bel po' di sfottò. «Sto bene» gracchiò, e finalmente riuscì a inghiottire lo gnocco. «E tu?» «Bene, grazie.» «Ottimo! Ottimo. Uhm... E come sta Emma?» «È morta» rispose lui asciutto. Posey trasalì per lo shock. «Cosa? Scherzi?» Lui le riservò un'occhiata glaciale. «No.» Come poteva esserle sfuggita la notizia? «Ma... quando è successo?» «Saranno tre anni a ottobre.» Ecco perché. Due anni e mezzo prima, in ottobre, Posey si era presa una rara vacanza e aveva passato alcune settimane in North Carolina. Se in città se ne era parlato, non l'aveva saputo. Del resto, lei ed Emma non avevano molte amicizie in comune. «Mi spiace tanto» disse. Aveva le guance in fiamme. Emma Tate, morta? Era stata una ragazza tanto carina. Una ragazza davvero carina e per giunta molto popolare al liceo, quando le due cose sembravano incompatibili. «Ma com'è successo?» chiese. Poi si af10


frettò ad aggiungere: «Non occorre che tu me lo dica. È... Mi rendo conto che sono cose... personali». «Leucemia» rispose Liam. Posey fece una smorfia. «È terribile.» «Una tragedia» annuì Max. «Una ragazza così dolce.» «Ce l'ha detto quando ci siamo visti all'Home Depot, l'altro giorno» spiegò Stacia. «Sai quel ventilatore del bagno di servizio che è rotto da anni? Abbiamo pensato che fosse il caso di sostituirlo, dato che Gretchen torna a casa. E chi abbiamo incontrato là? Questo splendido ragazzo! Siamo stati talmente rattristati quando ci ha detto di Emma.» Evidentemente, non abbastanza rattristati da dirlo a Posey, a dispetto del fatto che Stacia le telefonava tutte le mattine alle otto e un quarto in punto. Del resto, non comunicare le novità era una tradizione di famiglia. Stacia diceva a Posey quanto risparmiasse guidando quaranta miglia per comprare il caffè allo Stop & Shop invece che da Hannaford, certo. Ma le notizie importanti (morti, nascite, matrimoni) tendevano a cadere nel dimenticatoio. Un'immagine del passato le fece venire un nodo in gola. Emma nella gelateria Sweetie Sue, che caricava un cono con quattro palline invece che le regolamentari tre e glielo tendeva sopra il bancone con una strizzata d'occhio di complicità. «Mi spiace tanto» ripeté. «Grazie» annuì Liam, continuando a fissarla con quello sguardo distaccato. Posey abbassò gli occhi, combattuta tra la compassione, l'imbarazzo per non aver saputo di Emma, la trepidazione (rivedere Liam era stato un bel colpo, dopotutto) e, sì, il desiderio fisico. «Avete avuto una 11


bambina, vero?» chiese. Questo, almeno, lo ricordava. «Nicole. Ha quindici anni, ora.» «Wow. Quindici. È... Wow. Quindici.» Liam non rispose, ma la sua espressione era carica di quel disprezzo che Posey ricordava troppo bene. Nella notte dei tempi, quando si atteggiava a Bono, Liam aveva lavorato lì al Guten Tag, un periodo di miracoli e di agonie per Posey. Il fatto che gli Osterhagen gli avessero dato un lavoro in un momento in cui la sua reputazione era discutibile (e intrigante) non aveva ammorbidito Liam nei confronti di Posey. Nossignore! L'aveva trattata con lo stesso interesse che avrebbe potuto riservare a un granello di polvere. All'inizio, almeno. Sua madre stava parlando a raffica. «Liam, caro, non sei cambiato per niente! Devi fermarti a bere un bicchiere con noi! Devi! Hai mangiato? Ti diamo noi qualcosa. Insisto. Max, insisti anche tu.» «Insisto anch'io.» Max sorrise. «Solo un bicchiere» accettò Liam. «Devo tornare da mia figlia.» Otto, cameriere di lunga data e suonatore di fisarmonica del Guten Tag, scelse quel momento per fare capolino alla porta della sala ristorante. «Max, Stacia, gli Schmottlach se ne stanno andando.» «Posey, fa' gli onori di casa, vuoi? Liam, ci metteremo solo un attimo. Bruce e Shirley sono i nostri migliori amici. Ti ricordi di loro, vero?» La bocca di Liam si tirò in un sorriso riluttante, mentre Stacia prendeva per mano Max e lo tirava verso la sala. Un sorriso che, per quanto svogliato, provocò una contrazione alle parti femminili di Posey. Il suo stomaco cominciò a guizzare come un delfino sovraeccitato. Sola. Era sola con Mister Lussu12


ria, vedovo. Oh, cribbio, questo non era bello. Non doveva sbavare per quel poverino. Tranne che il termine poverino non sembrava adattarsi a Liam Murphy. Posey deglutì, e il suono risuonò come uno sparo nella cucina silenziosa. Nel frattempo, il Dono di Dio alle Donne (sì, era figo fino a questo punto) incrociò le braccia sul petto e si guardò attorno. Era difficile credere che la solare, allegra Emma Tate non ci fosse più. Posey deglutì di nuovo. Aveva la gola stretta. «Come l'ha presa tua figlia?» «Sta abbastanza bene.» Lui la degnò di una breve occhiata. «Allora, cosa ti porta qui? Una breve visita?» «No. Ci siamo trasferiti in città per stare più vicini ai genitori di Emma.» Era tornato a Bellsford? Per restarci? «Ah. Uhm... che bello. Bene. Voglio dire, è un bene stare vicino alla famiglia. Un bene per i figli, intendo.» Lui non fece commenti. Non le chiese cosa facesse lei nella vita, se fosse sposata, se avesse bambini. Certo che no. Non era abbastanza interessato. «Cosa fai nella vita, Cordelia?» Ooops. Un punto per lui. «Sto solo sostituendo una cameriera qui, questa sera. In realtà ho un'impresa di recupero architettonico» spiegò Posey, conscia dell'orgoglio che traspariva dalla sua voce. Lui non fece commenti, si limitò a un breve cenno della testa. «E tu?» «Sono un meccanico. Costruisco motociclette su specifiche richieste dei clienti.» Certo che costruiva moto. Questo gli permetteva di indossare cuoio nero, avere addosso un vago odore di olio da motore e tenere grosse macchine pulsanti tra 13


le cosce. A quell'immagine, Posey si sentì tremare le ginocchia. Sta' buona, ragazza. Non sarebbe stato bello mettersi a lottare corpo a corpo con lui sul pavimento della cucina dei suoi genitori. Ma Liam aveva sempre avuto quell'effetto su di lei... come su ogni altra femmina. «Motociclette. Bello» riuscì a dire. Lo sguardo di Liam tornò a saltellare per la cucina. Sospirò, forse irritato che non ci fosse nessun altro con cui parlare. «Sei sposata?» «Uhm. No. Non sono sposata. Io... Be', sai come si dice. Non ho incontrato l'uomo giusto.» Uffa. Messa così, la faceva sembrare indesiderata. «Non ancora, forse dovrei dire. Insomma, esco con qualcuno... uhm, e ci sono arrivata vicino una volta o due, ma...» «Sei arrivata vicino a cosa?» chiese Stacia, entrando alla carica dalla porta. Posey fece un salto. «Niente» borbottò, tirandosi il gilet ricamato con gli gnomi. «Cordelia mi stava raccontando di quando è stata sul punto di sposarsi» rispose Liam. Era derisione quella che c'era nella sua voce? Probabilmente. «Cosa? Eri sul punto di fare cosa?» Stacia si portò una manona all'ampio petto. «Mia figlia, e non sapevo...» «Mamma, smettila. È stato... lo sai.» Posey tirò un bel respiro. «Ron. Te lo ricordi.» «Quello con l'acne?» Posey fece una smorfia. «Gli è passata in fretta.» «Era quello che è diventato gay, giusto? Liam, non so più cosa fare. Posey non riesce a frequentare un uomo normale, non che si impegni molto, dato che non fa che lavorare in quella discarica, ma...» «Non è una discarica! È un magazzino di materiali di recupero architettonico.» E io sto frequentando un 14


uomo normale. Solo, non voglio che tu stramazzi a terra se ti dico chi è. «Le dico sempre, ripulisciti un po', e prima o poi un uomo vedrà che ragazza bella e dolce...» Stacia si interruppe, e un luccichio religioso si accese nei suoi occhi azzurri. Oh-ho. Posey conosceva l'espressione. Era quella della Combinamatrimoni. Ron, il Gay con l'Acne, era stato uno dei migliori candidati di Stacia, in verità. Poi c'era stato il nipote di Carol Antonelli, che l'aveva portata da McDonald's al primo appuntamento e non le aveva nemmeno offerto il Big Mac. Quindi il fornitore che, si era scoperto poi, aveva due famiglie, una nel New Hampshire e una in Delaware. E ora, la Combinamatrimoni era entrata in azione con Liam. Non farlo, mamma, implorò silenziosamente Posey, ingobbendo le spalle per prepararsi al colpo. Il colpo arrivò, anche se non quello che si aspettava. «Devi tornare per conoscere mia nipote, Liam» ordinò Stacia. «Gretchen? La Fräulein scalza? Quella dell'omonima trasmissione sul Cooking Network? È la figlia della mia defunta sorella. Siamo tanto fieri di lei! Hai mai visto il suo show?» «Temo di no» mormorò Liam. Tornò a guardare Posey, e i suoi occhi scesero sul costume da birraia tedesca. In caso lei si fosse scordata che aveva l'aspetto di una scema. «Be', te la presenterò» assicurò Stacia. «Siamo rimasti elettrizzati quando ci ha detto che voleva venire a lavorare qui da noi! È una ragazza così dolce.» Fece una pausa astuta. «E anche molto bella.» Gretchen era davvero bella, Posey doveva ammetterlo. Assomigliava molto a Stacia. Alta, bionda, con gli occhi azzurri e una figura voluttuosa: la classica 15


bellezza tedesca. Posey, invece, era stata adottata. Un metro e sessanta (uno e cinquantasette, perché mentire?), quarantacinque chili, bruna, con corti capelli difficili da pettinare e occhi scuri. Ma per quanto riguardava la dolcezza di Gretchen... Posey soffocò un grugnito. «Un po' di aiuto ci farà comodo, per la verità» riprese sua madre. «Da quando quel...» Stacia tirò un sospiro esasperato. «Da quando hanno aperto quel ristorante italiano in fondo alla strada, i clienti sono calati.» I clienti erano calati anche prima che aprisse l'Inferno, ma Posey sapeva che sua madre non lo avrebbe mai ammesso. Al Guten Tag si mangiava bene, se si amava la cucina tradizionale tedesca (una cucina che, bisognava dirlo, alla maggior parte della gente non piaceva. Lo slogan Vi ingozzeremo finché non sarete pieni! non alludeva certo a cene da gourmet). L'Inferno, invece, aveva aperto i battenti da soli sei mesi e aveva già avuto una recensione sul New York Times (quattro stelline). Anche loro avevano uno slogan che veniva ripetuto in continuazione sulle reti televisive locali. La nostra missione: essere la migliore esperienza culinaria della vostra vita. Dante Bellini, il proprietario, si era recentemente guadagnato l'imperituro astio dei suoi genitori quando un giornalista gli aveva chiesto se ci fossero altri ristoranti in zona. La risposta era stata: «C'è un localino kitsch in fondo alla strada, ma non lo considero un concorrente». Stacia e Max non si sarebbero risentiti di più se l'uomo avesse dato fuoco alla loro casa. I due ristoranti erano davvero molto diversi. Al Guten Tag ci si divertiva più che mangiare bene: i costumi folkloristici, la musica, il grido zicke zacke, zi16


cke zacke, hoi, hoi, hoi! ogni volta che qualcuno ordinava una birra. L'Inferno, al contrario, era un locale sofisticato. L'ambiente era scenografico, come Posey ben sapeva. Dante aveva comprato più di diecimila dollari di merce alla Irreplaceable Artifacts, la sua attività. Era ancora un punto dolente (o un'ulcera pulsante) per gli Osterhagen senior. Comunque, l'Inferno ora vantava la fontana che Posey aveva salvato da un vecchio monastero di New York, le colonne di marmo prese dalla libreria pubblica di Lowell e quattro sculture di santi italiani provenienti da una chiesa del Vermont. Oh sì, Dante Bellini sapeva come gestire un locale. Era anche piuttosto bravo a letto. Ovviamente, Posey si sarebbe uccisa piuttosto che comunicare ai genitori quella particolare perla di saggezza. Tuttavia, la faceva camminare un po' più eretta. «Ma vieni, vieni» lo sollecitò Stacia, prendendo Liam per un braccio. «Nostro figlio e il suo compagno sono di là. Hai mai incontrato Henry? Devi averlo conosciuto, anche se studiava medicina all'università quando tu lavoravi qui. Posey, non startene lì impalata, cara, vieni a bere qualcosa con noi.» «Devo scappare» disse Posey, prendendo la giacca dal gancio accanto alla porta. «Ciao, mamma. Uhm, Liam... è stato un piacere rivederti.» Lui annuì, degnandola appena di un'occhiata. «Posey, aspetta! Lascia che ti dia un po' d'arrosto. Non mi piace che mangi le porcherie che compri al supermercato. Ho visto quelle pizze nel tuo freezer. Non dovresti mangiare certa roba, anche se so che vuoi ingrassare. Liam, questa ragazza non riesce a mettere su un etto! Vorrei avere lo stesso problema!» 17


Posey chiuse gli occhi. «Ciao, mamma.» Spinse la porta posteriore e uscì nel delizioso silenzio di un giovedì sera a Bellsford, New Hampshire. Faceva freddo. Il vento soffiava dal fiume Piscataqua. Marzo non era ancora un mese primaverile nel New England, purtroppo. Posey rabbrividì mentre si avviava lungo il vicolo che dal retro del ristorante portava in strada. Una gonna in marzo... non molto pratica. Si arrampicò sul suo pickup e mise in moto. Durante il tragitto, rallentò davanti ai locali che un tempo avevano ospitato l'autorimessa di Kirby. C'era un cartello in vetrina. Prossima apertura: Motocicli personalizzati. Proprietario, Liam Murphy. Ci voleva proprio quell'Almond Joy di emergenza che teneva nel cassetto del cruscotto. Posey lacerò l'involucro e si ficcò in bocca la barretta alle mandorle intera. Povera Emma. Posey era sinceramente dispiaciuta per lei. Provò un moto di compassione anche per la figlia. E per Liam. Non doveva essere facile crescere da solo un'adolescente che aveva perso la mamma in un'età tanto delicata. Non che lui sarebbe rimasto solo a lungo. Probabilmente aveva già un'amica speciale, forse più di una, perché quale donna poteva resistere al fascino di un vedovo con figlia? Liam Murphy, di nuovo in città. Per restarci. Posey doveva ammettere che era un pensiero eccitante. Come poteva esserlo tuffarsi da una scogliera. Eccitante e, spesso, fatale. «Cerca di non fare la scema questa volta» si disse ad alta voce, poi accese l'iPod e selezionò il Brother Love's Traveling Salvation Show di Neil Diamond per risollevarsi il morale. Il problema era che, un tempo, Posey era stata in18


namorata di Liam Declan Murphy, innamorata cotta. Lo aveva amato con tutto il fervore con cui un'adolescente poteva amare un ragazzo. Sarebbe andata in capo al mondo per lui. E lui, con somma indifferenza, le aveva spezzato il cuore. E non lo sapeva nemmeno.

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