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MARIANGELA CAMOCARDI

Un segreto tra noi


ISBN 978-88-6183-435-4 Un segreto tra noi © 2013 Mariangela Camocardi Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 2013 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione I Grandi Romanzi Storici Special luglio 2013 Questa edizione Harmony Historical febbraio 2014


Dedica

Questo romanzo è dedicato alle care Alessandra Bazardi e June Ross che da anni mi onorano della loro amicizia. Mi sento davvero privilegiata nell'avere incontrato due signore così speciali. Lo dedico altresì a una persona per me altrettanto unica: Matteo Grieco. Non solo per essere il mio primo, amatissimo nipote, ma soprattutto perché, oltre a esserne la fiera nonna, sono anche una sua scatenata fan. Come futura star del rock, quando lui suona la chitarra riesce a incantarci tutti.


Prologo Dannazione! Dannazione! Dannazione! Kilian von Metz si sporse dalla balaustra del balcone, ma scartò d'acchito la discesa come possibilità di fuga. Era nudo, a parte il mantello che Marlene gli aveva lanciato al volo prima di chiudere con deleteria rapidità i vetri dietro di lui, lasciandolo esposto al gelido vento di una notte di gennaio. Ora, se non si toglieva alla svelta da lì rischiava di assiderare prima ancora che avesse il tempo di dire amen, pensò con un principio di panico. Per l'inferno! Come accidenti era passato da un amplesso bollente e appagante alla concreta possibilità di morire assiderato nella gelida aria di quella notte da lupi? La nevicata si stava intensificando e il freddo pungente era così insopportabile da fargli battere i denti come nacchere. Si avvolse meglio nel mantello nel tentativo di ripararsi. Le membra avevano assunto una sfumatura bluastra poco rassicurante e le estremità cominciavano a diventare insensibili. «Se non mi levo da qui sono spacciato» borbottò al nulla, rabbrividendo convulsamente quando il vento si rafforzò, accanendosi con raffiche che fecero turbinare i fiocchi ghiacciati intorno a lui. Era una sofferenza anche respirare con una simile temperatura. In compenso l'erezione resisteva imperterrita, esigendo di essere placata da una soddisfazione fisica che ormai Marlene non poteva più offrirgli. Marlene era l'ultima delle sue amanti e tra loro due le 7


cose funzionavano a meraviglia, sessualmente. Quella sera, approfittando di una temporanea assenza del consorte, lei lo aveva invitato a trascorrere la notte a casa sua e Kilian aveva acconsentito con entusiasmo. La serata stava procedendo in modo perfetto quando, maledizione a lui, Franz Keiber, il consorte assente, era venuto a rompere le uova nel paniere. Diamine, i mariti avrebbero dovuto mostrare il buongusto di non essere così intempestivi da tornare da un viaggio con molto anticipo sul previsto, si disse Kilian, seccato. Per evitare che Franz scoprisse l'adulterio, Marlene non aveva escogitato di meglio che ficcargli sbrigativamente in mano la sua roba e cacciarlo fuori sul balcone. Forse, pressata dall'ansia di far sparire ogni traccia della sua presenza prima che Franz irrompesse sulla scena, la donna non si era resa conto di aver disseminato con il restante vestiario il tragitto che dal profumato boudoir di lei conduceva al terrazzo su cui adesso era confinato, e che si affacciava sull'ampia piazza di Freyung, a Vienna. Sporgendosi, sacramentò di nuovo. Tagliare la corda da lì scivolando lungo il tubo bagnato della grondaia equivaleva a un suicidio. Per fortuna, se di fortuna si poteva parlare, tranne qualche carrozza in giro non si scorgeva anima viva e quindi non c'era pericolo che qualche nottambulo lo notasse. Comunque era anche colpa sua poiché, preso dalla concitazione di sottrarsi alle legittime rappresaglie del marito tradito, non aveva affatto controllato il fagotto degli indumenti. Sicché, cappa a parte, mancava tutto il resto. Gli sfuggì una bassa imprecazione. Tra gli altri capi di vestiario erano andati perduti gli stivali appena acquistati, che gli erano costati un occhio. E tuttavia, a dispetto della situazione grottesca, Kilian sogghignò divertito figurandosi la reazione di Franz, eventualmente avesse mangiato la foglia. Poi, consapevole che il gelo poteva risultargli fatale 8


se avesse indugiato all'aperto ancora a lungo, la voglia di ridere si dileguò. «Mein Gott. E ora?!» La sua voce risuonò fievole nel silenzio notturno. Tornare nella camera da letto, suscitando uno scandalo e di conseguenza un duello in cui poteva rimetterci la pelle, era un'alternativa da scartare. Preferiva congelare come un baccalà. Tese l'orecchio udendo provenire dall'interno dell'abitazione un rumore di porte che sbattevano, seguito dalla voce di Marlene: gli parve che stesse miagolando qualcosa di carino al marito. La spudoratezza di quella civetta irriverente era incredibile, ammise con aperta ammirazione. Era pronto a giurare che avrebbe trascinato Franz tra le lenzuola in un battibaleno. Sensuale com'era, avrebbe stornato dalla mente del marito qualsiasi sospetto fosse scaturito in lui nel sorprenderla con nient'altro addosso che un negligé, già calda e disponibile a fare l'amore. Kilian si distolse a fatica dalle immagini lubriche del bel corpo di lei che gli ballavano davanti agli occhi, rinfocolando l'eccitazione. Concentrò l'attenzione sul balcone dell'appartamento limitrofo. Poteva farcela a saltare al di là del parapetto o si sarebbe sfracellato al suolo? Le imposte erano aperte e gli sembrò che anche il battente della portafinestra fosse socchiuso. Calcolò tra sé lo slancio necessario a superare indenne lo spazio che lo divideva tra la precarietà attuale e la relativa sicurezza che gli si prospettava se fosse riuscito a balzare sull'altro terrazzo. Suo malgrado sospirò di apprensione gettando uno sguardo al vuoto sottostante. Pure, era l'unico espediente a disposizione. Doveva anzitutto liberarsi del mantello. Gli sarebbe stato solo d'intralcio mentre spiccava il salto. Irrigidì le mascelle quando, fattosi scivolare di dosso l'indumento, il gelo tornò a mordergli le carni, paralizzandolo quasi. Cercando di resistere, ebbe cura di annodarlo più volte prima di 9


scagliarlo verso l'altro balcone con tutte le sue forze. L'involto saettò nell'oscurità che si addensava intorno a lui, arrivando a destinazione con un tonfo lieve che stranamente lo rincuorò. Ora toccava a lui. Issandosi sul parapetto, si esortò disperatamente a non guardare nel vuoto che si apriva a pochi centimetri dai suoi piedi, e di mantenere l'equilibrio. Non che soffrisse di vertigini, ma era in bilico a un'altezza che gli appariva smisurata da quel punto, da non sottovalutare. Anche il marito di Marlene non era da sottovalutare. Era uno spadaccino provetto ed era così innamorato di lei da non esitare a passare da parte a parte eventuali rivali. Scacciando quelle inopportune considerazioni, Kilian si impose la calma, si fece il segno della croce e, prima che il coraggio gli venisse meno, volò attraverso la distanza che si spalancava tra i due balconi, atterrando vicino alla cappa. Barcollò e un gemito di esultanza gli proruppe dalla gola. Il cuore che gli batteva convulsamente nel petto, gli arti che gli battevano dolorosamente per il freddo, sospinse dolcemente la porta. Infine, trattenendo il respiro, si insinuò nella stanza. Il calore che subito lo avvolse gli parve fantastico. Senza produrre il minimo fruscio rimase immobile tra gli spessi tendaggi mentre il sangue riprendeva gagliardo a circolare nelle sue vene. Fu a quel punto che udì qualcuno bisbigliare una qualche litania religiosa. Facendosi animo, Kilian sbirciò al di là delle cortine. L'ambiente, una camera da letto arredata in modo spartano, era in contrasto con quella lussuosa di Marlene dalla quale, a causa di sopraggiunte complicazioni, era appena emerso. Sulle pareti, rischiarati dalle tremolanti fiammelle delle candele accese, c'erano dei ritratti a tema mistico che rappresentavano santi e beati, nonché Dio, Gesù e la Ma10


donna e chissà quale altro esponente del paradiso. Adagiata contro i guanciali di un enorme letto a baldacchino, una vecchina esile era immersa nella preghiera e sgranava un rosario a occhi chiusi. Era così totalmente assorbita dalle orazioni che con ogni probabilità Kilian poteva transitarle davanti indisturbato, sgattaiolando fuori dalla stanza. Il sollievo che lo invase sfociò in un recupero della propria ammosciata baldanza. Ecco che la sua sfacciata fortuna tornava a baciarlo in fronte, dopo avergli voltato le terga nell'ultima mezz'ora. Sorrise compiaciuto mentre, messa al bando la cautela, usciva allo scoperto. Non avrebbe sprecato minuti preziosi a indossare il mantello, pensò avanzando a passi felpati. Era giusto davanti al letto quando la vecchia alzò le palpebre e lo vide. Per alcuni istanti si fissarono a vicenda: lei esterrefatta e lui terrorizzato alla prospettiva che la donna, impaurita dall'intrusione di uno sconosciuto in casa sua, incominciasse a urlare a squarciagola chiedendo aiuto ai vicini, tra i quali, appunto, il sanguigno Franz Keiber. Poi accadde qualcosa di impensabile: sul viso raggrinzito di lei comparve un'espressione estatica, come se fosse abituata a trovarsi in camera da letto un uomo nudo come un verme, per di più ancora eccitato. Lui, incapace di muovere un solo muscolo, si chiese allibito che diavolo fosse preso, a costei, per guardarlo a bocca aperta, strabuzzando gli occhi. «Chi siete?» Aprendo gli occhi, Helena Schrat aveva creduto per un attimo di sognare vedendo a meno di due metri da sé il bellissimo uomo dal corpo atletico e folti riccioli biondi. No, non un uomo, bensì quella che doveva essere una creatura angelica: riconosceva, nel volto cesellato che la fissava, la perfezione sovrumana di un cherubino. Pervasa da una sconvolgente emozione, lasciò vagare lo 11


sguardo su di lui, incantata dalla figura soprannaturale le cui linee statuarie sembravano forgiate dalla stessa mano dell'Onnipotente. La stupì, essendo un'entità immateriale, che avesse un sesso reattivo... e che sesso. Inoltre, vicino all'inguine, aveva una grossa voglia a forma di cuore. «Chi siete?» ripeté. «Sono il tuo angelo custode» mentì Kilian. «Allora è vero che i miracoli esistono.» «Ne avevi forse dubitato?» «In realtà no, anche se da tanto tempo ero in cerca della misericordia di Dio» mormorò umilmente Helena in risposta, congiungendo le mani in un gesto reverente. Per tutti i diavoli dell'inferno, ci era cascata!, esultò lui mentre inalava una boccata di ossigeno e riprendeva a respirare normalmente dopo aver trattenuto il fiato per quei lunghi, eterni istanti. La vecchia riabbassò le palpebre e parve riprendere a pregare, poi con voce sommessa aggiunse quasi tra sé: «Grazie Signore! Aspettavo un segno divino che potesse confermarmi che mi sono comportata da buona cristiana in questa vita e Tu me lo hai mandato». Sentì lacrime di commozione salire alle ciglia e assaporò quella gioia che non aveva uguali. Quando infine riaprì gli occhi, la sublime creatura celeste, così come era apparsa, era già svanita nel nulla.

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1 Le gramaglie non esaltavano granché l'aspetto di Emma. L'abito viola era così cupo da oscurare gli occhi e spegnere l'incarnato roseo del viso. Papà, guardandola, aveva commentato che appariva quanto meno insignificante e gli aveva sorriso con affetto, senza risentirsi. Ostentare una facciata scialba non la turbava affatto: non si era fatta ricevere in quella signorile dimora con il recondito intento di ammaliare un tipo indisponente come Alexander Lippi Monzani. Lui non era altro che un presuntuoso egoista e figurarsi se aveva la minima voglia di irretirlo usando subdole arti femminili. Supposto che la tattica funzionasse, e ne dubitava, civettare con lui era l'ultima delle intenzioni che le passavano nella testa. Piuttosto, doveva giudicarla idonea a prendersi cura di Markus, questo sì, senza sospettare che proporsi come zia-tata celava un secondo fine. Alexander era il genitore superstite di un bimbo rimasto orfano, cosa poteva eccepire sull'essere affiancato nel compito di educarlo da qualcuno della famiglia? Emma sarebbe stata lieta di contribuire in tal senso. Certo, farsi accettare da un nipotino che finora non l'aveva mai vista non le appariva per nulla facile, ma ce l'avrebbe messa tutta affinché le si affezionasse. Erano zia e nipote e il sangue non è acqua, dopotutto! Sempre se il visconte avesse accondisceso ad accoglierla in casa sua, naturalmente. 13


«Siete davvero l'ultima persona che avrei creduto di veder entrare in casa mia, cognata Emma. Anzi, un'estranea, più che una parente.» La sferzante voce maschile che echeggiò alle sue spalle la fece trasalire. Si girò di scatto e la replica pungente che già aveva sulla punta della lingua le restò conficcata in gola. Durante il viaggio in carrozza era stata certa che l'ostilità che nutriva per Alex si sarebbe rafforzata incontrandolo faccia a faccia. Invece fu spiazzata dall'improvviso contrarsi dello stomaco nel vederlo sulla soglia del salotto in cui la cameriera l'aveva accompagnata. Lui la fissava come una signora non avrebbe mai dovuto essere guardata. L'espressione dura e maschia era attenuata dalla curva generosa delle labbra. Deglutì. Quell'altero sguardo blu che la squadrava con l'arroganza di chi lo fa con chiunque le tolse di colpo la capacità di pensare. E il cuore fece una brusca capriola, prima di accelerare i battiti come se fosse reduce da una lunga, affannosa corsa. Avversione o no, nei recessi del suo corpo ci fu uno strano rimescolio che le inaridì la bocca, sfociando in un irrefrenabile brivido sulla pelle. Per alcuni istanti Emma cessò di respirare, semplicemente, scombussolata da quelle imprevedibili reazioni emotive e fisiche. «Sussiste l'eventualità che mi rispondiate? «Stavo... stavo pensando che se io sono l'ultima persona che avreste creduto di vedere entrare in casa vostra, da parte mia siete l'ultima persona che credevo di dover venire a cercare» riuscì infine a rispondergli Emma, sfidandolo apertamente come una sua pari. Lui si limitò a corrugare le sopracciglia scure in un'espressione che risultò espressiva al massimo circa quel che pensava a riguardo. «Potrà magari sembrare mancanza di rispetto, visconte» 14


proseguì lei con una compostezza che la stupì, «ma se mai c'è qualcuno che ha qualcosa da recriminare, quello non siete sicuramente voi!» Negli occhi di Alex, che erano di un'intensa sfumatura blu acquamarina, passò un lampo bellicoso. «E cosa avete da rinfacciarmi, se posso osare chiedervelo?» indagò con incisiva ironia, senza smettere di fissarla. «Tanto per cominciare, l'aver negato a mia sorella Loretta la gioia di frequentare la sua famiglia!» lo rimbeccò con veemenza. «Evidentemente imparentarsi con i Savoldi era qualcosa di degradante per qualcuno che si reputa superiore solo in virtù del proprio elevato rango.» «Giudicare superba una persona senza conoscerla non vi fa onore, cognata Emma. E anche se fosse, non devo giustificarmi con nessuno.» «Immagino di no, visconte, ciò non toglie che non siete certo voi quello che può impedirmi di dire ciò che penso» rimarcò. Lui le si era avvicinato e la fronteggiava corrucciato; ma Emma, in piedi davanti a quell'indisponente individuo, gli lanciò un'occhiata da cui si augurò trapelasse l'astio che aveva accumulato per il marito di Loretta nel corso di quegli anni. Un astio che non le impediva di fremere in modo assurdo in sua presenza, per altro. Essenzialmente era infastidita dall'inspiegabile subbuglio che imperversava sottopelle, incapace com'era di gestirlo in modo razionale. Perché era così agitata? Lei non andava soggetta a scompensi emozionali di quel genere e le capitava di rado di perdere il controllo. Forse dipendeva dai traumatici eventi delle ultime settimane? O forse era una conseguenza della tensione? Negare di essere stata terribilmente in ansia alla prospettiva di rompere il ghiaccio con l'antipatico cognato equivaleva a mentire. D'altra canto, c'era stata una qualunque possibilità di scelta per lei? Perché se solo 15


avesse avuto un'alternativa, piuttosto che avere a che fare con un uomo che disprezzava, sarebbe morta. Probabilmente gli era altrettanto invisa, ma che importava? Era lì per uno scopo preciso e non poteva permettersi di fallire, si esortò Emma a quel punto, padroneggiando il nervosismo, corrosivo e controproducente. «Se vi siete scomodata a farmi visita solo per potermi insultare, quella è la porta, cognata Emma!» «Oh, grazie, visconte! La vostra cordialità nei miei riguardi è quanto meno commovente.» Il sarcasmo con cui proferì la frase parve irritarlo, ma avergli rimproverato che il suo senso dell'ospitalità lasciava a desiderare produsse l'esito previsto e tra sé esultò quando finalmente lui le indicò con un ruvido cenno del mento una delle poltrone. «Bene, cosa mai vi conduce a Villa Allegra?» Alex non si perse in preamboli. «Mi meraviglia, sapete?» «Perché mai?» «Avete disertato perfino le esequie di vostra sorella e suppongo che abbiate avuto una valida ragione.» «Vi ho scritto un biglietto per porgervi le mie condoglianze.» Emma contrasse le dita sui manici della borsetta, inerme sotto l'esame di quegli occhi che scrutavano, ma che rivelavano poco della personalità che si celava al di là delle iridi blu. Che diamine le prendeva quel giorno, si domandò mentre lo sbirciava, incapace di farne a meno, da sotto le ciglia? Aveva visto un ritratto abbastanza somigliante, ma di persona Alexander era molto più intenso e le appariva diverso. Era alto e scarno, con il volto caratterizzato da linee nette e marcate. Le basette folte e nere erano come due pennellate di inchiostro che sottolineavano la mandibola forte e decisa. Era tutt'altro che attraente, eppure quelle fattezze mascoline dimostravano che la bellezza e il fasci16


no erano sfaccettature dell'esteriorità assolutamente distinte. La bellezza poteva a volte rivelarsi stucchevole e lasciare indifferenti, il fascino era il non riuscire a smettere di guardare qualcuno, esattamente come stava succedendo a lei. L'esserne conscia la mortificò, accentuando il disagio che già provava da che era entrata nella tana di quel mostro. Inoltre Emma detestava sentirsi succube in un qualsiasi modo di qualcosa e di chicchessia. La faceva sentire vulnerabile. «Sì, certo, avete improvvisato due righe formali e doverose per sgravarvi la coscienza, del tutto incurante della nostra tragedia» ritorse lui con la condiscendenza di chi ha ricevuto un'offesa morale. «L'ho trovato poco consono e persino oltraggioso da parte di colei che è mia cognata.» «E io trovo oltraggioso il vostro biasimo immeritato per me.» «Immeritato?! Loretta era vostra sorella, per Dio!» Lui si era proteso verso di lei, gli occhi che scintillavano di animosità a fatica repressa. «Ero inchiodata al capezzale di mia madre...» «Nessuno poteva sostituirvi per un pomeriggio?» La frecciata acuì il senso di colpa che in effetti Emma sentiva da allora. Si morse l'interno della guancia e stornò l'attenzione da lui. Disperava di poter imbastire un discorso coerente atto a convincerlo che le sue non erano state scuse formali ma motivate. Mamma delirava e aveva temuto che spirasse entro breve. Si accinse a dirglielo ma in quel momento le invase le narici una fresca essenza di colonia amara mista a un buon aroma di sigaro. La fragranza del cognato sembrò saturare la stanza, così acutamente virile che il sangue le formicolò sotto pelle. Istintivamente si appiattì contro lo schienale nell'assurdo, patetico tentativo di ampliare l'esigua distanza tra loro. Ignorava da co17


sa esattamente fossero originate le sensazioni che facevano scempio del suo autocontrollo, ma era fisicamente sopraffatta dal magnetismo sprigionato da un uomo che si era ripromessa di smascherare quale colpevole della tragica morte di Loretta, la sua cara, solare sorella. Perché non poteva trattarsi di suicidio, si disse. No! Loretta aveva l'intera esistenza davanti a sé ed era troppo entusiasta della vita per compiere un gesto del genere, quindi doveva esistere un'altra plausibile spiegazione per quell'annegamento che l'aveva crudelmente strappata ai suoi familiari. Una perdita incommensurabile e la loro madre, affranta dall'accaduto, aveva seguito la primogenita nella tomba. Anche perché sulla tragica fine di Loretta aleggiava tuttora il mistero. «Come potete chiedermi una cosa simile? Chi più di una figlia aveva il dovere di starle accanto? Probabilmente vi sembrerò patetica, ma mi si sarebbe spezzato il cuore se l'avessi lasciata anche per poche ore.» «Insistete ad attribuirmi intenzioni che io non...» «Ma ovviamente ne siete sprovvisto» lo interruppe. «Alludo al cuore, il che vi consente di mostrarvi sgarbato con una cognata.» «Neppure voi siete un modello di cortesia, se posso muovervi tale appunto. Mi siete piombata in casa senza neppure preannunciare la vostra visita, potevo avere ospiti o altri impegni, non vi pare?» Emma represse un sospiro. Alex aveva ragione. «Lo so che non mi giustifica affatto, ma temevo di non essere ricevuta. Dopotutto non è che vi siate fatto scrupolo di nascondere che la famiglia di vostra moglie era poco adeguata ai Lippi Monzani.» Benché fossero parenti acquisiti, era la prima volta che si trovava a tu per tu con lui. Emma non aveva partecipato alle nozze della sorella con il visconte. Allieva in un collegio femminile, in quel periodo 18


era convalescente da una brutta pleurite che l'aveva così debilitata da dover necessariamente evitare ogni strapazzo. «Mi credete una specie di cavernicolo, insomma.» «No, io...» Lei si strinse nelle spalle e si rifiutò di incrociare gli occhi di Alex. «Mi è enormemente dispiaciuto mancare alle esequie di Loretta, ma le condizioni di mamma si erano aggravate la notte precedete al funerale. Con che coraggio avrei potuto abbandonarla? Vi assicuro che non è dipeso da null'altro che questo, visconte, e sicuramente la prima a rammaricarsene sono stata io.» «Davvero?» «Sì, perché si sono frapposte circostanze indipendenti dalla mia volontà, come vi sto appunto dicendo.» Alex abbozzò una parvenza di sorriso che non addolcì affatto i lineamenti volitivi. «Vostro padre sta bene, almeno?» «Compatibilmente con gli eventi che si sono susseguiti, direi che la fase peggiore è superata.» «Ne sono lieto.» Lei ne dubitò ma si astenne da qualsiasi commento. Loretta, assecondando la volontà del marito, funzionario diplomatico austriaco, si era assoggettata a vivere nella tenuta di lui, ubicata nei dintorni di Vienna. L'unica visita fatta ai genitori dopo il matrimonio era stata breve e frettolosa e la loro madre ne aveva sofferto. La sorella aveva scaricato la colpa sul marito, il quale, spalleggiato dall'altezzosa madre, sembrava refrattario a una più assidua frequentazione coi suoceri. L'estrazione sociale dei Savoldi era ritenuta inferiore da Sabine von Metz, suocera di Loretta. Papà era uno stimato e benestante antiquario, ma per Sabine non era altro che un rigattiere il cui ceto era agli antipodi dallo status dell'altolocato figlio Alex. Alla nasci19


ta di Markus i nonni si erano illusi che i rapporti con il genero assumessero una piega differente, ma tutto era rimasto immutato. Benché Giacomo e Amelia Savoldi avessero scritto a Loretta di struggersi per il desiderio di trascorrere anche solo un paio di settimane l'anno con lei e con il nipotino, la figlia si era limitata a rispondere di non essere riuscita a convincere il marito a farla partire per l'Italia con il bambino. I genitori non avevano insistito per evitare di metterla in difficoltà. L'autunno precedente, tramite una lettera che ne taceva i motivi, Loretta, Alex e Markus si erano repentinamente trasferiti a Villa Allegra, incastonata nella verde campagna lombarda, per risiedervi in modo stabile. Purtroppo i rapporti parentali, nonostante la vicinanza ora fosse irrisoria, erano rimasti gli stessi, ossia inesistenti, con disappunto dei Savoldi. Uno stato di cose che rendeva Emma ancor più risentita nei confronti del cognato, così arido di sentimenti da obbligare la moglie a disertare i propri congiunti. Un esempio eclatante di tale incresciosa situazione consisteva nel fatto che, tranne una miniatura che Loretta aveva inviato loro quando Markus aveva compiuto tre anni, il suo nipotino era uno sconosciuto. «Mi fissate come se avessi proferito una corbelleria» aggiunse Alex con una smorfia. «Leggo scetticismo sul vostro viso, cognata, e intuisco che Loretta si era evidentemente astenuta dall'informarvi che Markus era cagionevole di salute, e che il medico ci aveva tassativamente proibito di farlo viaggiare da Vienna a Milano, e viceversa.» «Non ci ha mai detto nulla, in effetti.» Emma fece una pausa e spostò l'attenzione sui vetri mentre con la mente scartabellava tra i ricordi. Lui era insincero, si disse dopo quel rapido riordino dei pensieri. Indubbiamente il bambino poteva essere delicato di costituzione, niente da eccepi20


re, ma Alex ne aveva approfittato per mantenere le distanze con i suoceri. Non bastasse, aveva sfruttato l'ingenuità della sua giovane moglie per imporle il proprio egoistico dispotismo di marito, magari spalleggiato da Sabine, c'era da scommetterci. Represse un ulteriore sospiro. Oltre i pesanti tendaggi che la servitù aveva aperto per consentire alla luce diurna di illuminare quel salotto arredato fastosamente nei toni dell'avorio e dell'oro, leggeri fiocchi di neve danzavano nella gelida aria di un gennaio inclemente. «E secondo voi per quale ragione?» «Presumo ce lo abbia taciuto per non farci angustiare.» «Sì, potrebbe darsi» convenne lui. «Per che altro, sennò?» ribadì Emma. «Quanto alla mia povera sorella, per chiarire ogni fraintendimento sulla mia assenza ai funerali, ho pianto di dolore per la sua prematura scomparsa, ma non potevo fare più nulla per lei e mamma aveva disperatamente bisogno di me.» Lui annuì con riluttanza e il suo sguardo saettò fino al camino, sopra cui faceva bella mostra di sé un ritratto della consorte, poi lo riportò sulla cognata. Osservandolo rifletté che Emma non sembrava neppure sorella di Loretta, così bionda e seducente da farsi sposare in un battibaleno, al contrario della petulante Emma, secca come un manico di scopa che lo giudicava un mostro e gli teneva testa. Dove diavolo aveva preso quel ridicolo cappellino? Lei era senz'altro quel tipo di donna il cui aspetto era l'ultima delle sue preoccupazioni. Suscitava l'impressione di essere intrisa di pudore e perbenismo dai piedi ai capelli e non si sarebbe stupito se avesse constatato che lei era proprio così. Probabilmente nessuno le aveva mai fatto la corte: quale uomo poteva essere attratto da quella insipida bisbetica? Proprio in quell'istante il battente si spalancò e Markus irruppe nel salotto, tallonato dall'arcigna governante. Frau 21


Hofer era una donna bassa e robusta, con una cuffia grigia annodata sotto il mento che le nascondeva i capelli chiari. Portava spesse lenti da vista e la fronte alta era il solo tratto non banale del viso comune. Come di consueto appariva ancora più austera con il sobrio abito nero, ravvivato da un colletto bianco inamidato. Il suo cipiglio era poco rassicurante, il che significava che Markus ne aveva combinata un'altra delle sue, indisponendola. «Ti sembra il modo di introdurti in una stanza, Markus?» Alex gli si rivolse in tono severo, squadrandolo con aperta disapprovazione. «Non è colpa mia, papà, ma di Frau...» «Zitto tu!» s'intromise l'istitutrice con un deferente cenno del capo al visconte. «Stavo sgridando vostro figlio per l'ennesima birichinata e lui, invece di darmi ascolto e obbedire, si è precipitato da voi.» «Male, Frau Hofer. Markus è affidato a voi e siete pagata lautamente per badare a lui con maggiore attenzione di quella mostrata di recente.» «Ebbene, da oggi non più, visconte!» Indispettita per essere stata ripresa, lei indietreggiò, scoccandogli un'occhiata sprezzante. «Cosa significa da oggi non più?» «Che mi licenzio. Scusate la franchezza se vi dico che un lauto stipendio non compensa la maleducazione di questo screanzato, e neppure essere poco apprezzata. Me ne vado immediatamente, e con immenso sollievo, da una casa dove evidentemente sono di troppo.» Alex non batté ciglio. «Come volete, Frau Hofer. Quando sarete pronta a partire venite nel mio studio e vi darò quanto vi spetta.» La donna abbozzò un freddo assenso e si allontanò impettita, fornendo un pessimo esempio riguardo all'impeccabile educazione che pretendeva di insegnare: si eclissò 22


senza salutare i presenti, incluso Markus. «Sono molto scontento di te, Markus, e sappi che sarai punito per queste tue intemperanze.» Alex si era espresso in tono asciutto. Il bambino, il viso contratto dalla collera, ricambiò lo sguardo del padre con un'animosità che parve non turbare il genitore più di tanto. Era chiaro che si attendeva qualcosa del genere dal figlio, oppure quelle erano scene abituali che si stavano ripetendo da chissà quanto. «Frau Hofer è cattiva e parla male della mia mamma» proruppe Markus con foga, esternando la sua infantile indignazione. «Agli adulti si deve in ogni caso rispetto» sottolineò Alex. «Ci ho provato, ma continuava a dire brutte cose sulla mamma e allora le ho sferrato un calcio.» «Qualsiasi cosa abbia detto non è un'attenuante per agire da villani con una persona di una certa età, per di più al nostro servizio» lo redarguì lui con autorevolezza. «Frau Hofer è stata selezionata dalla nonna Sabine ed è stata istitutrice nelle più prestigiose famiglie di Vienna, Markus. Inoltre stai abusando della mia pazienza e sai che non transigo su quello che mi aspetto da te. Per esempio, quante volte ancora dovrò ripeterti di bussare prima di entrare in una stanza dove le persone stanno parlando?» «Scusate se interferisco, visconte, ma mi pare di essere capitata a fagiolo, e che ci sia un'emergenza da affrontare» interloquì Emma. «Che cosa volete dire?» «Potrei sostituire io l'istitutrice e darvi una mano con Markus...» «Ma come vi permettete?! E cosa vi autorizza a pensare che non sono in grado di occuparmi di mio figlio?» La voce di lui suonò aspra. 23


Un segreto tra noi MARIANGELA CAMOCARDI Regno Lombardo-Veneto, 1848 - Il mistero che aleggia sulla fine della sorella Loretta induce Emma Savoldi a presentarsi alla villa del cognato, il Visconte Alexander Lippi Monzani, per indagare con discrezione su di lui. Un turbine di scintille si sprigiona da subito tra loro, generato da un'attrazione irresistibile...

Improvvisamente CANDACE CAMP Londra, 1871 - Simon Westport decide di risposarsi, con l'intenzione però di bandire per sempre l'amore dalla sua esistenza. Sceglie una donna di buona famiglia, disposta ad accettare un matrimonio di convenienza dal quale la passione sia esclusa. Invece di Serena Emerson, la sposa prescelta, improvvisamente si propone Charity, la sorella.

L'arte della seduzione SUSAN WIGGS Stati Uniti, 1873 - Abigail Cabot, colta e intelligente, è un vero disastro nelle occasioni mondane dove, a causa della timidezza, si sente fuori posto. L'incontro con Jamie Calhoun, senatore della Virginia, dà una svolta alla sua vita. Jamie, infatti, si propone di aiutarla a far venire a galla le molte qualità che lei nasconde per renderla irresistibile.

Le regole del corteggiamento VICKY DREILING Londra, 1816 - Tristan Gatewick è a caccia di una moglie. Ricco di fascino e di denari non dovrebbe avere difficoltà nella scelta, tanto più che l'amore non è tra i requisiti richiesti. Eppure non riesce a decidersi tra le insulse debuttanti che affollano la Stagione londinese. Finché non si imbatte nelle intriganti forme di Miss Tessa Mansfield.


vi dĂ  appuntamento a marzo 2014 con altri 4 imperdibili romanzi!


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