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JULIA JAMES

Brivido milionario


Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: The Dark Side Of Desire Harlequin Mills & Boon Modern Romance © 2012 Julia James Traduzione di Paola Mion Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 2013 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Collezione Harmony giugno 2013 Questo volume è stato stampato nel maggio 2013 presso la Rotolito Lombarda - Milano COLLEZIONE HARMONY ISSN 1122 - 5450 Periodico bisettimanale n. 2804 del 25/06/2013 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 22 del 24/01/1981 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - Via Trentacoste, 7 - 20134 Milano Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


1 Leon Maranz prese un bicchiere di champagne all'ingresso del vasto salone nell'appartamento dell'esclusivo Regent's Park Residence e si guardò intorno. Era il genere di ricevimento che conosceva bene. Uno di quelli in cui gli ospiti, per quanto disparati, avevano un denominatore comune: la ricchezza. Molta ricchezza. Per capirlo bastava dare un'occhiata alla marea ininterrotta di abiti firmati che le signore indossavano, per non parlare del luccichio dei gioielli che ornavano colli, orecchi e polsi. Le donne avevano tutte quell'aspetto di felini viziati, e gli uomini erano altrettanto uniformati dal loro tentativo di proiettare un'immagine di sicurezza e valore agli occhi del mondo. Leon fece una smorfia. Quello stereotipo ostentato non sempre garantiva che dietro le spalle ci fosse un solido patrimonio. Come per istinto, il suo sguardo fendette la folla alla ricerca del suo obiettivo. Alistair Lassiter voltava la schiena all'entrata, ma lui non ebbe alcuna difficoltà a riconoscerlo, così come a cogliere quella nota di tensione di cui gli altri ospiti erano forse ignari. Lo fissò per un lungo attimo, poi distolse l'attenzione, portandosi il bicchiere alla bocca. Ma anche così se ne accorse. 5


Una donna lo stava guardando. Non si trovava accanto a Lassiter, ma Leon ne colse la figura al margine della sua visione. Come lo avvertirono le sue antenne sensibili, lo stava fissando con un'attenzione che rivelava che non si era resa conto della sua consapevolezza dello scrutinio. Ma Leon era abituato a essere oggetto dell'interesse femminile da circa una ventina d'anni, anche prima di aver cominciato a costruire il suo patrimonio che, come sapeva bene, rappresentava una delle sue principali attrattive. Molto più eccitante per loro della sua notevole altezza e del suo aspetto forte e oscuro, che erano state le sue sole doti quando era giovane e povero. Anni passati a godere di ciò che quelle belle donne potevano offrirgli l'avevano reso scaltro nel capire quando qualcuna era interessata a lui. E questa decisamente lo era. Bevve un altro sorso di champagne, girando lievemente il capo nel farlo, per metterla a fuoco. Tipo inglese, con il delicato viso ovale, naso sottile e grandi occhi limpidi. I capelli castani erano acconciati in uno chignon che sarebbe apparso severo in una donna meno bella, così come il suo abito di seta sarebbe apparso banale su una donna che non avesse un corpo perfetto. Ma lei era perfetta: vita sottile, fianchi arrotondati e, a dispetto della scollatura modesta, un seno generoso. L'abito senza maniche scopriva le lunghe braccia armoniose mentre l'orlo finiva un poco sopra le ginocchia mettendo in mostra belle gambe rese ancor più lunghe dai tacchi alti. L'impressione d'insieme era, nonostante il suo stile severo, o forse a causa di esso, conturbante, e faceva sembrare banale o eccessiva qualsiasi altra donna. Leon avvertì un guizzo di anticipazione. Contro ogni a6


spettativa, la serata pareva non limitarsi a essere solo una questione di affari, dopotutto... Sollevò lo sguardo fino a intercettare quello di lei, e immediatamente una cortina sembrò scendere sul viso della donna, come una maschera che le alterasse i lineamenti. Una maschera di ghiaccio che congelò la sua espressione. Era come se d'un tratto guardasse attraverso di lui, anzi, come se lui non esistesse neppure, non appartenesse al suo stesso universo. Bruscamente si voltò, girandogli la schiena. Un'emozione gli scoppiò dentro, una che non sentiva da tanto, tanto tempo. Per un attimo mantenne lo sguardo su di lei, poi cominciò a muoversi tra la folla. Flavia forzò un sorriso gentile sulle labbra, come se fosse interessata a quello che i suoi vicini stavano dicendo, qualunque cosa fosse. Aveva altro per la testa che non fare gentile conversazione con gli ospiti di suo padre. Non desiderava trovarsi lì, nell'opulento appartamento di suo padre al Regent's Park Residence. L'ipocrisia di quel fatto la nauseava: giocare a fare la figlia viziata e annoiata di un ricco magnate quando entrambi sapevano che la verità era ben diversa. Cosa gliene importava di quello stupido ricevimento, di stare lì a fare bella mostra di sé in quel lussuoso appartamento disegnato appositamente per impressionare e ostentare la ricchezza del padre? Era tutto vetro e cromo, con accessori stravaganti e senza gusto, mobili appariscenti e suppellettili preziose ben esposti, e lei si sentiva del tutto aliena in quel contesto. Avrebbe tanto voluto essere a casa! Nel cuore della campagna nel Dorset, nella vecchia dimora in pietra grigia in stile georgiano che amava così tanto, tra i 7


mobili con i quali era cresciuta, circondata dai campi e i boschi in cui aveva scorrazzato, tra i sentieri che aveva percorso in bicicletta, veloce e selvaggia, ma facendo sempre - sempre - ritorno a casa. La casa dei nonni che lei aveva adorato, che l'avevano cresciuta con amore dopo che sua mamma era morta tragicamente. Ma Harford House era un altro mondo rispetto al luccicante, lussuoso appartamento di suo padre, e lei non era libera di andarsene, per quanto lo desiderasse con tutta se stessa. Spostò il peso del corpo da un piede all'altro, non essendo abituata ai tacchi, bevve un sorso d'acqua e cercò di ascoltare la conversazione. Non aveva idea di chi fosse la coppia che le stava parlando, ma probabilmente l'uomo era di qualche utilità a suo padre. Flavia sapeva bene che altrimenti non sarebbe stato lì. Suo padre divideva le persone in due categorie: quelle che potevano tornargli utili, e quelle che poteva ignorare. Lei, sua figlia, apparteneva a entrambe. Per la maggior parte della sua vita aveva fatto parte della seconda categoria. Quelli che potevano essere ignorati. Ignorati e rifiutati. Come aveva fatto con sua madre. Oh, sì, si era preso il disturbo di sposarla, una volta che lei era rimasta incinta, ma l'aveva fatto solo, come Flavia aveva scoperto da poco, perché i genitori di lei gli avevano dato una sostanziosa somma di denaro. In apparenza era stato per aiutarli nella loro vita insieme, ma in realtà si era trattato di un premio per invogliarlo a sposare la loro figlia incinta. Il denaro gli aveva fornito il capitale di cui aveva bisogno per avviare il suo impero d'affari. Le cose di cui invece non aveva alcun bisogno erano una moglie e una figlia, e circa sei mesi dopo la nascita di Flavia le aveva rispedite entrambe nel Dorset e si era trovato un'altra donna. Una ricca divorziata. E non era stata 8


l'ultima, in ogni caso. Una volta che lei gli aveva assicurato un cospicuo incremento di capitale, lui era passato a un'altra. Era un sistema che aveva ripetuto mentre continuava ad ammassare la sua fortuna. Un lampo di cinismo apparve negli occhi di Flavia. Ora i ruoli si erano invertiti. Di questi tempi le donne facevano di tutto per ringiovanire, e suo padre era quello che forniva loro il denaro che volevano per continuare ad apparire attraenti ai suoi occhi. Suo padre era abituato ad avere il meglio, e la sua ricchezza glielo consentiva. Si guardò intorno. Quell'appartamento valeva alcuni milioni di sterline, vista la sua collocazione e le finiture raffinate. Ed era solo una delle sue proprietà. Aveva un'altra casa nel Surrey, un appartamento a Parigi in uno dei quartieri più esclusivi, una villa a Marbella e una su una spiaggia delle Barbados. Flavia non era stata in nessuna di esse, e non voleva andarvi. Non avrebbe voluto essere neppure lì. Ma tre anni prima sua nonna aveva avuto bisogno di una protesi all'anca, e suo padre era stato brutalmente schietto. «La vecchia può avere la sua operazione privata, ma si tratta solo di un prestito, e tu lo ripagherai intervenendo alle mie feste per intrattenere i miei ospiti, in modo che tutti vedano quanto sei meravigliosa, affascinante e bene educata, così quelli che pensano che io sia un arricchito dovranno ricredersi!» Lei avrebbe voluto rifiutare, ma come poteva quando le liste del servizio sanitario nazionale erano così lunghe e sua nonna, oltre ad avere dolore, era sempre più depressa per la propria inabilità e per la crescente povertà? Harford House, la casa in pietra in cui Flavia era cresciuta, era un pozzo senza fondo. Come tutte le vecchie e grandi dimore necessitava di manutenzioni costose che avevano dilapidato tutte le sostanze della 9


nonna vedova. Non c'era alcuna possibilità di trovare il denaro per un'operazione privata. Così, a dispetto della sua profonda riluttanza a contrarre un debito con il padre, Flavia aveva accettato il patto e adesso, tre anni dopo, stava ancora ripagandolo nel modo in cui lui pretendeva. Convocata a Londra per recitare il ruolo della figlia compiacente, tirata a lustro e cinguettante, scambiava insulse chiacchiere con gente di cui non poteva importarle di meno, ma che suo padre voleva o impressionare o sfruttare per i propri affari. Interpretava una parte, come se fosse un'attrice. Un ruolo che detestava per la falsità e l'ipocrisia, con il padre che in pubblico la trattava come se fosse la luce dei suoi occhi, ubbidiente e devota, mentre la realtà era molto diversa. Adesso poi, il compito era diventato anche più gravoso. Da quando la nonna aveva fatto l'operazione all'anca, per fortuna con successo, la sua mente aveva cominciato a deteriorarsi e nei due anni precedenti la sua demenza era andata peggiorando sempre più. Per questo lasciarla anche solo per pochi giorni, come stava facendo in quel momento, la rendeva ansiosa e preoccupata. Anche se la signora Stephens, la donna che veniva regolarmente ad aiutarla un paio di giorni alla settimana per permetterle di andare a fare la spesa, si occupava della nonna quando lei era assente, la sua preoccupazione non diminuiva. Ma quella settimana suo padre aveva insistito. «Niente dannate scuse!» aveva gridato. «Non me ne importa niente della vecchia! Prendi il primo treno. Ho degli invitati importanti domani sera, e cerca di essere al meglio.» Flavia si era accigliata. Non tanto per l'ordine, ma perché aveva avvertito una nota insolita nella voce del padre. Cinicamente, aveva pensato che fosse a causa 10


della recente discordia tra lui e la sua ultima fidanzata, Anita, che in quel momento stava dall'altra parte della stanza, con una fortuna intorno al collo. Era un'amante esigente e forse la sua avidità stava cominciando a lievitare troppo. L'impressione che suo padre fosse preda di qualche tensione era cresciuta quando Flavia era giunta a Londra. Lui le era apparso preoccupato. «C'è un ospite particolarmente importante questa sera, e voglio che tu sia gentile con lui... hai capito?» Gli occhi duri l'avevano esaminata. «Dovresti essere in grado di catturare il suo interesse... gli piacciono le donne e gli piacciono di bell'aspetto. Ce la farai, no? E non avere sempre quell'aria gelida... perché diavolo non puoi essere un po' più calorosa, non lo so proprio!» Era una vecchia accusa, che Flavia aveva sempre ignorato. Era gentile, civile, socievole con gli ospiti di suo padre, chiunque essi fossero, ma niente più di questo. C'era un limite all'ipocrisia... «Calorosa come Anita?» aveva suggerito melliflua, sapendo che suo padre odiava il modo in cui Anita flirtava con altri uomini. La rabbia gli aveva attraversato il viso, ma l'aveva respinta. «Donne come lei ottengono dei risultati! Sanno come trattare con gli uomini per avere quello che vogliono. Tu invece non fai il minimo sforzo. Bene, questa sera dovrai sforzarti. Come ti ho detto, è importante.» Disprezzando quelle tattiche grossolane, Flavia era andata ad accogliere i primi ospiti della serata con un sorriso gentile ma remoto. Sapeva di apparire scostante, ma non avrebbe mai potuto comportarsi come Anita, che spingeva in fuori le labbra e sbatteva le ciglia a qualsiasi uomo avesse di fronte. 11


Guardò annoiata oltre le persone che chiacchieravano intorno a lei e all'improvviso la sua attenzione fu catturata da qualcosa... correzione, da qualcuno. Doveva essere appena arrivato, perché era all'ingresso della sala, un bicchiere di champagne in mano. Stava osservando la folla, concentrato su qualcuno in particolare, che lei non poteva vedere dalla sua posizione. Scoprì di essere contenta di questo, perché voleva continuare a guardarlo senza che lui se ne accorgesse. Lui catturava i suoi occhi, la sua attenzione, tanto che le era impossibile distogliere lo sguardo. Alto, spalle ampie, capelli neri, lineamenti definiti. C'era come un'aura palpabile intorno a lui mentre se ne stava là fiero, una mano in tasca e l'altra che reggeva il bicchiere, alto e snello e molto, molto sicuro di sé. Era ricco, lo si intuiva facilmente. Non tanto per l'abito di sartoria e per il taglio di capelli raffinato, ma a causa di ciò che emanava, del grande controllo che esercitava. Era un uomo che attirava l'attenzione, specialmente quella femminile, e Flavia capiva il perché; sentiva anche su di sé l'effetto irresistibile provocato da quei suoi lineamenti, il naso dritto, la mascella ben delineata, la bella bocca mobile e, sopra a tutto, quegli scuri occhi insondabili che fissavano intenti il suo obiettivo, qualunque fosse. Chi era? La domanda le si formò da sola nella mente, anche se tentò di scacciarla. Che le importava chi fosse? C'erano moltissime persone ai ricevimenti di suo padre e una in più o in meno non faceva differenza. Ma sapeva che non era la verità. Non per quell'uomo. Lui era... diverso... Inghiottì, liberando il respiro che aveva trattenuto in gola, e si accorse che il cuore aveva accelerato il battito. Si accorse anche, con un sobbalzo, che l'uomo 12


doveva aver percepito il suo sguardo, e ora non fissava più il suo obiettivo, ma guardava lei. Subito, per istinto, velò gli occhi, escludendolo dalla sua visuale come se fosse una presenza minacciosa - quasi distruttiva - e tagliando in quel modo qualsiasi possibile contatto con lui. Scossa, tornò a concentrarsi sulle persone che aveva intorno, cercando di fare conversazione. Ma la sua mente era in tumulto e quando, qualche tempo dopo, sentì la voce del padre che la chiamava, accolse quasi con piacere quell'interruzione. «Flavia, tesoro, vieni qui un momento» la esortò il padre con la voce affettuosa che usava in pubblico. Obbediente, si avviò verso di lui. Mentre si avvicinava, le persone che li separavano si mossero per lasciarla passare e lei poté vedere il padre e l'uomo che gli stava accanto. L'agitazione schizzò alle stelle e i suoi occhi ebbero un lampo involontario. Era lui! «Cara.» Il padre le afferrò un braccio con un sorriso benevolo. «Volevo presentarti...» Flavia si lasciò sospingere avanti, la bocca secca. Sentiva il padre parlare, ma era come un ronzio nelle sue orecchie. L'unica cosa su cui riusciva a concentrarsi era quell'uomo. «Leon Maranz. E lei è mia figlia, Flavia.» Cercò di recuperare un po' di compostezza, che non aveva alcuna ragione di frantumarsi in mille pezzi come stava facendo. Riuscì a parlare con uno sforzo. «Come sta, signor Maranz?» domandò, il tono distante, rivolgendogli solo uno sguardo fugace giusto per non apparire scortese. Voleva fare un passo indietro, andarsene, mantenere le distanze. Così vicino, l'impressione che lui le aveva fatto dall'altra parte della stanza, e che aveva trovato inquietante, era cento volte più forte. Valutò la 13


sua altezza, sopra il metro e novanta, le spalle ampie, il corpo snello fasciato nell'abito costoso... Sembrava gridare al mondo che era scandalosamente ricco, ma certo non era uno di quegli attempati e corpulenti uomini che di solito circolavano a quei ricevimenti. Pareva più un sinuoso giaguaro in agguato. Un brivido la attraversò. «Signorina Lassiter...» La voce era profonda, quasi strascicata. Non aveva accento, almeno non uno riconoscibile. Ma non c'era bisogno di un nome straniero o di un qualche accento per sapere che non era inglese. Il colorito della sua pelle, l'intensità degli occhi scuri, così come i capelli e i lineamenti tanto decisi, glielo avevano rivelato fin dal primo momento. Suo malgrado, i suoi occhi corsero su quel mirabile corpo, nonostante continuasse a cercare di escluderlo dalla sua vista. Ma non poté non cogliere il rapido guizzo nei suoi occhi scuri, che intensificò il brivido che ancora la pervadeva. Lottò per recuperare il controllo. Era ridicolo! Assurdo essere così colpita da un completo estraneo, un qualche ricco uomo d'affari straniero che gravitava intorno a suo padre e con il quale lei non aveva nulla a che fare, e nessuna ragione per sentirsi così... reattiva! Irrigidì la spina dorsale e poté sentire che stava uscendo lentamente dall'orbita del potere di Leon Maranz. Fece un respiro, istintivamente consapevole di non essere per nulla cortese, ma avvertendo un bisogno primordiale di allontanarsi dall'impatto di quell'incontro. Fece un rapido cenno di assenso, poi si girò verso il padre. Riuscire a distogliere lo sguardo da lui fu un sollievo. «Devo andare a controllare il catering, scusatemi.» Vide il viso del padre oscurarsi, ma non poté farci 14


nulla. Ogni istinto le diceva di andarsene, di scappare proprio dall'uomo che lui le stava presentando. Gli lanciò un breve sguardo e notò la sua espressione vuota, fredda. «Signor Maranz...» Ancora un breve cenno del capo, poi si girò e se ne andò cercando di non mettersi a correre come avrebbe voluto fare. Raggiunse la stanza vicina, dove era stato collocato il buffet, e sentì la tensione che si stemperava, ma non il battito del cuore, ancora frenetico. Perché reagiva in quel modo? Aveva incontrato innumerevoli uomini ricchi e stranieri ai ricevimenti del padre, perché questo provocava quell'effetto sui suoi nervi? Perché nessuno di loro era mai stato come lui! Nessuno di loro aveva avuto quello sguardo scuro e profondo, saturnino. Nessuno di loro aveva avuto quel corpo potente e ben fatto. Nessuno di loro aveva avuto quell'aria di qualcuno che non era solo ricco, ma molto di più... Ma di più... cosa? Mentre percorreva tutta la lunghezza del buffet, fingendosi occupata a raddrizzare una posata o un piatto, sapeva esattamente cosa fosse quel di più. E qualunque nome avesse... lui ne aveva in eccesso. Fece un respiro. Non importava cosa avesse e quanto, si disse risoluta. Leon Maranz poteva essere l'uomo più attraente dell'universo, ma per lei non era nulla. Non poteva essere nulla. Fece una smorfia. Non avrebbe mai avuto niente a che fare con un uomo che aveva conosciuto attraverso suo padre, il quale cercava in tutti i modi di manipolarla affinché si prestasse ai suoi fini esclusivamente affaristici. Leon Maranz faceva parte del mondo di suo padre, e questo significava che era meglio stargli lontana, a dispetto di quanto potesse averla colpita. E c'era un'altra ragione che le impediva di reagire nel modo in cui aveva fatto con 15


Leon Maranz: anche se lui non fosse stato un ospite di suo padre, lei comunque non era libera di frequentare un uomo, qualsiasi uomo. La sua vita non più sua adesso, era dedicata a sua nonna, dedicata a occuparsi di lei in quel periodo difficile. Sua nonna aveva bisogno di lei ora e, dopo tutto ciò che aveva fatto per crescerla, amarla e accudirla, Flavia non l'avrebbe mai abbandonata. I suoi occhi si oscurarono per la tristezza. Ogni giorno lo stato mentale della donna peggiorava, e anche se le si spezzava il cuore a vedere quel declino, le faceva anche più male immaginare quello che sarebbe successo alla fine. Ma fino a quel giorno le sarebbe stata accanto, e se questo la privava della vita libera che una donna di venticinque anni poteva avere, bene, l'avrebbe accettato. Quindi davvero non aveva alcuna importanza l'effetto che quell'uomo le aveva fatto. Era del tutto irrilevante. Leon Maranz non poteva essere nulla per lei, e così sarebbe stato. Adesso doveva solo cercare di evitarlo per il resto della serata. Semplice... «Mi dica, lei è sempre così scontrosa con i suoi invitati?» Si girò di colpo, sorpresa. Leon Maranz era in piedi dietro di lei nella sala vuota. La sua espressione era minacciosa. E ogni proposito espresso solo un attimo prima svanì in lei. Immediatamente avvertì il bisogno di mettersi sulla difensiva. «Oh, devo forse chiedere il suo perdono?» Le parole erano gentili, significavano quello che stava dicendo, ma il tono aveva tutt'altra natura. Era così duro e freddo che sembrava tagliare le parole con le forbici. Lui si indurì a sua volta. «Forse dovrebbe. Per quale ragione mi ha snobbato poco fa, mentre suo padre ci stava presentando?» 16


«Non l'ho snobbata!» replicò lei in fretta, consapevole che stava di nuovo apparendo villana. Ma aveva i nervi tesi. La sua presenza sembrava causare quella reazione eccessiva che non riusciva a tenere a bada. Lui sollevò un sopracciglio, sardonico. «Che cosa fa quando snobba qualcuno, allora?» C'era una nota di scherno nella sua voce, ma anche qualcosa d'altro. Rabbia. Per un momento, solo per un momento, Flavia pensò di fare quello che sapeva di dover fare, cioè scusarsi, blandirlo con qualche parola gentile, smussare la situazione. Ma mentre prendeva quella decisione, commise l'errore fatale di incontrare i suoi occhi. E allora vide un'espressione che avrebbe riconosciuto anche se fosse stata cieca. La sentì nella sua pelle, nell'improvviso calore del sangue, nella pulsazione eccessiva del cuore. Sentì l'impatto dei suoi occhi, il messaggio chiaro che contenevano. Il respiro le si mozzò nel petto. Lui la stava divorando con gli occhi, rendendo chiaro il suo interesse sessuale per lei. Per un lungo, disastroso istante, Flavia si sentì disperata, fuori controllo, vittima di quella forza imperiosa che le si riversava addosso. Avvertì il respiro caldo e umido condensarsi nei polmoni, la fiamma del sangue scorrerle nelle vene, e poi, anche peggio, il rossore traditore che le risaliva sulla pelle. Sembrava che tutto il suo corpo fosse lambito dal fuoco... Non poteva muoversi. Non poteva distogliere lo sguardo da quegli occhi. Allora, lentamente, deliberatamente, lui sorrise. Linee sottili si disegnarono intorno alla sua bocca, enfatizzando il profilo dritto del naso, la pienezza sensuale delle labbra. Le lunghe ciglia oscurarono per un attimo i suoi occhi scuri tagliati a mandorla. 17


«Possiamo ricominciare, signorina Lassiter?» mormorò, e il suo tono profondo dal lieve accento suonò soddisfatto. Flavia capì il perché... lui adesso sapeva esattamente il motivo per cui lei era stata tanto brusca. Aveva trovato la ragione, ed era stato questo che aveva prodotto quel sorriso sensuale sulle sue labbra. Il sorriso che giocava con la sua pretesa di essere immune a lui, di non volere avere nulla a che fare con lui! La sua mente oscillò. Tutto quello che doveva fare era rispondere al sorriso. Lasciare che l'irrigidimento della sua spina dorsale si allentasse, accettare la sua reazione a lui, accettare quello che lui le stava così chiaramente offrendo. La tentazione di condividere quello che stava bruciando tra loro era così potente, così seducente... No! Era impossibile. Impensabile. Leon Maranz apparteneva a un mondo che lei disprezzava. Quel mondo viscido, falso e ossessionato dal denaro che non c'entrava nulla con la realtà della sua vita. Una vita che non aveva spazio per Leon Maranz e per quello che lui poteva offrirle. Nessuno spazio. Il che significava che doveva fermarlo, subito. Immediatamente. Prima che fosse troppo tardi. «Non penso, signor Maranz.» La sua voce era come un pugnale che tagliava l'aria tra loro. Cosa sarebbe successo se avesse lasciato che cominciassero di nuovo? La domanda le rimbombò nella testa, chiedendo una risposta che lei si rifiutava di dare. Non adesso, con l'adrenalina che pompava nelle vene e dominava la sua mente, non lasciandole altra scelta se non quella 18


di mettersi in salvo. Doveva limitare la sua esposizione a quell'uomo, in ogni modo possibile. Fece un piccolo sorriso, veloce e falso, di congedo. «La prego di scusarmi...» Lasciò la stanza, una tensione intollerabile nella schiena, sapendo bene che quel suo comportamento non aveva scuse, ma sapendo di doverlo mantenere. Perché l'alternativa era impensabile. Assolutamente impensabile. Dietro di lei, Leon Maranz rimase fermo a guardarla tornare nella sala affollata, il viso cupo. La rabbia lo annichiliva. Lo aveva snobbato per la seconda volta. L'aveva liquidato in due parole e se ne era andata come se lui non esistesse! Chi diavolo pensa di essere per comportarsi in questo modo con me? Per trattarmi in questo modo, per parlarmi in questo modo? Una sensazione gli divampò nel petto, soffocante e bruciante, un'emozione che aveva provato molti anni prima. Pensava che non avrebbe più potuto colpirlo, invece il rude rifiuto di Flavia Lassiter l'aveva riportato indietro, a memorie spiacevoli. Memorie che aveva creduto di aver lasciato alle spalle. Combatté contro quelle emozioni distruttive, rifiutando di farsi avvelenare. Non era il momento di riesumare quella bruciante sensazione di essere disprezzato, di essere considerato così poco da non essere neppure visto. No, il suo comportamento maleducato non era stato causato da quello. Si sforzò di controllare la propria reazione e si disse invece che doveva trovare la vera ragione per cui Flavia l'aveva trattato in quel modo. Una ragione con cui potesse confrontarsi. Che potesse accettare, che non lo facesse imbestialire. L'istinto gli diceva che il gelo di lei era soltanto una maschera. Un atteggiamento che aveva adottato nel 19


tentativo - futile - di nascondergli la sua vera reazione a lui. Desiderio. Una parola semplice e breve, la sola che lui voleva. Niente altro. PerchÊ il desiderio era la sola emozione che voleva associare con Flavia Lassiter. Ogni altra cosa poteva essere messa da parte, non era necessaria. Anzi, poteva essere distruttiva. La rabbia lo abbandonò lentamente e i suoi muscoli si rilassarono. Flavia Lassiter poteva snobbarlo come voleva, ma era solo un tentativo di negare che era stata colpita da lui nello stesso modo in cui lui lo era stato da lei. Tornò lentamente nel salone, una strategia che si faceva strada nella sua mente. Per il momento l'avrebbe lasciata fare. Flavia poteva considerarsi in salvo dietro lo schermo di cristallo che aveva innalzato, ma al momento giusto lui lo avrebbe mandato in frantumi. E avrebbe avuto quello che voleva da lei. CosÏ come Flavia lo voleva da lui. Era solo questione di tempo prima che lei lo accettasse. Tutto qui. Un lieve sorriso prese a danzargli sulle labbra. La prospettiva di convincerla era molto, molto piacevole.

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