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Kat Martin

Orgoglio e passione


Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Reese's Bride MIRA Books © 2010 Kat Martin Traduzione: Graziella Reggio Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2010 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Harmony Historical ottobre 2010 Seconda edizione I Grandi Romanzi Storici Special novembre 2010 I GRANDI ROMANZI STORICI SPECIAL ISSN 1124 - 5379 Periodico mensile n. 134 del 10/10/2010 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 368 del 25/6/1994 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


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Inghilterra, settembre, 1855 Il fruscio della gonna di taffettà dell'abito nero da lutto accompagnava i suoi passi mentre usciva dal negozio di abbigliamento. Reese Dewar si immobilizzò sul posto, dimenticando il dolore alla gamba e il bastone da passeggio dal pomello d'argento, al quale si appoggiava. La collera lo pervase, bruciante e travolgente. Aveva previsto di incontrarla, prima o poi, e aveva cercato di convincersi che non gli importava, che rivederla lo avrebbe lasciato indifferente. Ormai, da quasi otto anni, non significava più nulla per lui. Tuttavia, mentre lei scendeva dal marciapiede di legno, un raggio di sole autunnale brillò sui riccioli corvini, sciolti sulle spalle e Reese fu colto da una furia cieca, come non gli accadeva da tempo. La guardò proseguire verso la lustra carrozza nera trainata da quattro cavalli, con lo stemma degli Aldridge dipinto in oro su un lato. Si accorse che non era sola quando la vide fermarsi un momento, in attesa che un lacchè le aprisse lo sportello. Un bambino dai capelli scuri, infatti, era seminascosto tra le voluminose pieghe della gonna. Aiutato dalla madre, si affrettò a salire i gradini in ferro battuto e a scomparire nel lussuoso veicolo. 5


Prima di entrarvi a propria volta, la signora girò il capo e lo osservò da sopra la spalla con i grandi occhi grigi, come se avesse percepito il suo sguardo gelido. Nel riconoscerlo, sussultò. Eppure, avrebbe dovuto immaginare che, in un piccolo villaggio come Swansdowne, un giorno o l'altro i loro cammini si sarebbero incrociati. Di sicuro le era giunta notizia del suo ritorno a Briarwood, la tenuta ereditata dal nonno materno. La dimora che lui aveva inteso condividere con lei. Si fissarono negli occhi. Pareva scossa, turbata da un'emozione difficile da interpretare. L'espressione di Reese lasciava invece trasparire tutta l'amarezza e la rabbia che lo straziavano. Detestava quella donna per ciò che gli aveva fatto; la odiava con ogni fibra del suo essere. L'intensità di quei sentimenti lo stupì, poiché era convinto di averli ormai superati. Negli ultimi otto anni era rimasto quasi sempre all'estero, in quanto maggiore della cavalleria britannica. Aveva combattuto lontano dall'Inghilterra, comandato soldati, mandato alcuni di loro incontro alla morte. Lui stesso era stato ferito e aveva rischiato la vita. Era tornato in patria perché la lesione alla gamba gli impediva di continuare a servire l'esercito. Inoltre aveva promesso al padre morente di stabilirsi a Briarwood. E così aveva deciso di trasferirsi nel podere e renderlo casa sua, come aveva progettato un tempo. Certo, avrebbe preferito restare in cavalleria. Non era il tipo da vivere in campagna. A dire il vero, non sapeva più quale fosse il suo ambiente ideale e disprezzava quel senso di incertezza, quasi quanto aborriva Elizabeth. Lei deglutì a fatica, poi parve vacillare un poco mentre si voltava e saliva in carrozza. Non era cambiata. Con i capelli neri, i lineamenti fini e la figura minuta e sensuale, Elizabeth Clemens Holloway, Contessa di Aldridge, era bella a ventisei anni come lo era stata a diciotto. 6


Quando, cioè, gli aveva dichiarato il suo amore e accettato la proposta di matrimonio. Reese seguì con lo sguardo la vettura che correva verso Aldridge Park, la sontuosa tenuta del defunto marito. Edmund Holloway, Conte di Aldridge, era morto l'anno prima all'età di trentatré anni, lasciandola vedova con un figlio. Irritato e disgustato, sputò nella polvere ai propri piedi. La semplice idea di Aldridge a letto con Elizabeth gli dava il voltastomaco. Edmund era già conte quando gareggiavano per conquistarsi l'affetto della giovane, che era lusingata dal corteggiamento di un aristocratico attraente e raffinato, ma era innamorata di Reese. O, per lo meno, così affermava. Appena il veicolo scomparve dietro una curva, lui sentì il polso rallentare i battiti. Era sconvolto dall'ostilità che ancora provava verso quella donna. Eppure aveva imparato a esercitare un ferreo autocontrollo e gli accadeva di rado di lasciarsi sopraffare dalle emozioni. Non sarebbe più successo. Puntando a terra il bastone da passeggio, di nuovo consapevole della sofferenza fisica, si incamminò verso la propria carrozza e salì lentamente a bordo. La vedova di Aldridge e il suo bambino gli erano del tutto estranei. Per lui, Elizabeth era defunta da quasi otto anni. Morta e sepolta come il suo consorte, l'uomo con il quale lo aveva tradito. Reese non l'avrebbe mai perdonata. Elizabeth stava appoggiata al morbido schienale di velluto rosso della carrozza. Il cuore le martellava con violenza in petto. Dio mio, Reese! Aveva previsto di incontrarlo, ma aveva sperato che questo avvenisse in un lontano futuro. Prima doveva accettare l'idea che lui abitasse nella casa dove avevano sognato di vivere insieme. 7


Dio mio, Reese!, ripeté tra sé. Per un certo periodo aveva temuto di non rivederlo mai più. Girava voce, infatti, che fosse scomparso durante una battaglia in Crimea. Si sussurrava che fosse stato ucciso. Poi, però, era tornato e la notizia si era subito diffusa per la campagna. Reese era a Briarwood, dopo essere stato ferito in guerra e congedato dall'esercito. Abitava a poche miglia da Aldridge Park. Elizabeth avrebbe dovuto essere preparata, invece incrociarlo per strada, scorgendo l'odio nei suoi magnifici occhi azzurri, l'aveva colmata di rimorsi e di rimpianti. Già sapeva che la detestava. Se ancora ne avesse dubitato, si sarebbe persuasa notando il suo sguardo di ghiaccio, cogliendo l'avversione emanata da ogni poro del viso abbronzato, la furia espressa dalle labbra serrate. Non lo vedeva da quando, circa otto anni prima, era venuto in licenza e aveva scoperto che si era unita in matrimonio con un altro. Dal giorno in cui l'aveva definita una sgualdrina, dichiarando che, prima o poi, avrebbe pagato per l'inganno e le menzogne. E infatti era stata punita. Nel nome del cielo, aveva sofferto ogni singolo giorno, dopo le nozze con Edmund Holloway, un uomo sposato per obbedire al padre, senza averlo scelto come marito. E non aveva mai cessato di amare Reese. Sentì una stretta al cuore. Ripensò al suo volto duro, virile, tanto attraente. In un certo senso, era come a vent'anni: alto e dai capelli neri, snello e muscoloso, con lineamenti scolpiti. Eppure era molto diverso. Quando, anni prima, l'aveva corteggiata, si era mostrato piuttosto timido e indeciso. Ora, invece, pareva a proprio agio con se stesso: lo dimostravano l'espressione dura, il giudizio severo rivelato dallo sguardo. Dal suo viso traspariva una determinazione che gli era mancata in gioventù, un'autorevolezza che lo rendeva ancora più affascinante. 8


«Mamma...?» La vocina la distolse dai suoi pensieri. «Sì, tesoro?» Elizabeth cominciava a sentire un dolore insistente al capo e si sfregò le tempie per alleviarlo. «Chi era quell'uomo?» Il bambino era seduto di fronte a lei e sussurrava appena. Non avrebbe nemmeno parlato, se non avesse colto il suo turbamento. Lei si costrinse a sorridergli, batté il palmo sul posto di fianco al proprio e, quando Jared le fu accanto, gli cinse le spalle con un braccio. «Il Maggiore Dewar è un vecchio amico.» Un'autentica menzogna. Reese, infatti, la odiava di cuore e non aveva torto. «Ha appena lasciato l'esercito ed è tornato a casa.» Lui la guardò in silenzio. Non le domandò altro, ma la fissò con i suoi profondi occhi scuri. Occhi troppo malinconici per un bimbo così piccolo, troppo colmi di solitudine. Sforzandosi di sorridere, Elizabeth gli fece notare il panorama fuori dal finestrino, mentre la carrozza percorreva il viale alberato, tra dolci colline. Era metà settembre e le foglie si stavano tingendo di arancio, oro e rosso. Due fanciulli si lanciavano la palla lungo il ciglio della strada. «Guarda come si divertono. Anche a te piace la palla, no? Magari uno dei nipoti di Mrs. Clausen giocherà con te nel pomeriggio» disse indicandoglieli. Mrs. Clausen era la governante, una cara donna che allevava i nipotini orfani, due maschietti di otto e nove anni, che pur provando simpatia per Jared lo cercavano di rado a causa della sua timidezza. «Perché non glielo chiedi, quando arriviamo a casa?» Lui tacque, ma tenne lo sguardo fisso sui bambini con un'espressione che le straziò il cuore. Finché fosse rimasto ad Aldridge Park, Jared non sarebbe mai uscito dal guscio che si era costruito per proteggersi. Quello era un motivo in più per andarsene. Non andarsene, si corresse, ma scappare. 9


Da quando Mason e Frances Holloway, i suoi cognati, abitavano nella villa, lei era prigioniera in casa propria. Il mal di testa era peggiorato e le trapassava il cranio, come accadeva troppo spesso in quel periodo. Elizabeth aveva paura di Mason, che tendeva ad avvicinarsi un po' troppo, a toccarla senza motivo. Dunque si doveva allontanare a tutti i costi, nonostante fosse sicura che il cognato l'avrebbe cercata ovunque. Ignorava fino a che punto si sarebbe spinto per mantenere il controllo su di lei e Jared, nuovo Conte di Aldridge, ma sapeva che era un uomo privo di scrupoli. Era terrorizzata, non solo per se stessa, soprattutto per il figlio. Le affiorò alla mente l'immagine di Reese Dewar, forte, coraggioso, abituato a combattere: il tipo d'uomo disposto a tutto per proteggere la propria famiglia. Tuttavia non era suo marito né lo sarebbe mai stato. E soltanto lei era responsabile per quello. Reese rientrò a Briarwood di pessimo umore. Tentò di non pensare a Elizabeth, ma non riuscì a scacciarla dalla testa. Che cos'aveva di speciale quella donna? Come aveva potuto tenerlo vincolato per tanto tempo? Perché soltanto lei era riuscita a toccargli il cuore? In quel momento entrò nello studio il suo cameriere personale, Timothy Daniels, un giovane e muscoloso caporale che gli aveva fatto da attendente per anni. Qualche settimana prima si era presentato alla sua porta disoccupato e affamato e ben presto si era rivelato di grande aiuto, visto che Reese era notevolmente impacciato nei movimenti a causa della gamba offesa. «Siete tornato» notò Daniels. «Vi occorre qualcosa, milord?» «È tutto a posto, Tim.» «Se avete bisogno di me, chiamatemi.» 10


«Forse riuscirò a sopravvivere per qualche ora studiando questi maledetti libri mastri.» In realtà detestava le scartoffie e avrebbe di gran lunga preferito restare all'aria aperta, cosa che Timothy, in quanto ex militare, comprendeva bene. «Certo, milord. Comunque, come dicevo...» «Andate pure, caporale.» Il tono aspro e autorevole indicava una certa insofferenza per quell'atteggiamento protettivo. «Sì, milord.» La porta si richiuse piano, lasciandolo solo nello studio, che era il suo rifugio: una stanza accogliente, rivestita di pannelli di legno, colma di libri; un ambiente caldo e virile, dove il fuoco ardeva nel camino e ci si poteva isolare dai ricordi annidati in altre parti della casa. Ai tempi del corteggiamento, Elizabeth si era recata più di una volta a Briarwood. Amava l'edera che rivestiva i muri bianchi della dimora e pendeva dal portico, sopra l'ingresso principale; le piaceva il tetto spiovente di ardesia, con i suoi comignoli eccentrici che rendevano la villa simile a una casa delle fiabe. Progettava di dipingere il salotto di rosa pallido, appendere tendine di pizzo alle finestre, tappezzare di seta a fiori la parete dietro il sofà. Adorava le camere del primo piano, piene di luce e affacciate sul giardino. Non vedeva l'ora di condividere con lui il grande letto a baldacchino, un regalo del nonno per il futuro matrimonio. Quei pensieri ne originarono all'improvviso un altro, che sarebbe stato meglio evitare. L'eccitazione, infatti, lo colse di sorpresa. Maledizione! Pur essendo passati tanti anni, rivederla aveva risvegliato il desiderio. Reese si costrinse a ricordare le false promesse di Elizabeth, che gli aveva dichiarato di voler diventare sua moglie e di vivere felice a Briarwood. Tutte bugie. Poche settimane dopo la sua partenza, lei aveva tradito la parola data e si era sposata con un facoltoso conte. Di certo 11


lo aveva considerato preferibile al secondogenito di un duca, che le avrebbe fornito una graziosa dimora e denaro sufficiente per vivere, ma non ricchezze straordinarie. Reese serrò la mascella. Da quando era rientrato in patria non smetteva di pensare a lei, di rammentare episodi sepolti da tempo. Se non fosse stato ferito alla gamba e non avesse fatto una promessa al padre morente, sarebbe rimasto per sempre lontano dall'Inghilterra. Strinse il pugno con rabbia, poi trasse un profondo respiro, sforzandosi di tornare al presente. I libri contabili erano aperti di fronte a lui. Si costrinse a concentrarsi e iniziò a scorrere le pagine. Doveva dimenticare le sofferenze passate e guardare al futuro, se voleva adempiere il proprio dovere e rendere di nuovo produttivi i campi incolti della tenuta. Aveva ogni intenzione di farlo. Affiancata dal piccolo Jared, Elizabeth varcò il sontuoso ingresso dell'enorme villa in stile georgiano. Aldridge Park, la dimora di campagna del defunto marito, era stata ereditata dal giovanissimo settimo Conte di Aldridge, insieme alle altre proprietà inalienabili e all'ingente patrimonio. Sul pavimento di marmo bianco e nero risuonò un rumore di passi. Alzando lo sguardo, Elizabeth vide precipitarsi nell'atrio Frances Holloway, sua cognata, anch'essa vestita di nero. Teneva le labbra serrate in segno di disapprovazione. «Vi aspettavo a casa parecchie ore fa. Dove siete stati?» Era alta e ossuta, con zigomi prominenti e naso lungo e stretto. Il suo pregio principale era la forza di volontà, infatti riusciva sempre a modificare la situazione a proprio vantaggio, per quanto difficile potesse essere. Forse era proprio quello il motivo per cui Mason l'aveva scelta come moglie. «Vi avevo spiegato che io e Jared saremmo andati al vil12


laggio.» Elizabeth aveva rinunciato da mesi a un rapporto amichevole con la cognata, che non nascondeva l'ostilità nei suoi confronti sin da quando aveva donato a Edmund un figlio maschio, impedendo così a Mason di ereditare il titolo. «Dovevo fare qualche compera e ho impiegato più del previsto.» Inoltre da qualche tempo non si sentiva bene e preferiva stare all'aria aperta. In ogni caso, la questione non riguardava Frances. «Il precettore sta aspettando Jared. Non vogliamo certo che resti indietro negli studi.» Elizabeth cinse le spalle del bambino con un gesto protettivo. «Prima della lezione, resterà fuori per un po'.» Il piccolo la fissò con i suoi occhioni scuri. «Salgo subito, mamma. Tanto non credo che Marcus e Benny vogliano giocare con me.» «Ma...» Come un'enorme cornacchia, Frances si impadronì del piccolo e lo trascinò con sé. Elizabeth avrebbe voluto avvisarla che i bambini avevano bisogno d'altro, oltre che di studiare, ma le faceva troppo male la testa e faticava a ragionare con coerenza. E suo figlio stava già salendo l'elegante scalone. Lo seguì con lo sguardo finché sparì. «Dunque siete tornata.» La voce di Mason Holloway echeggiò nell'atrio, facendola voltare. «Spero abbiate gradito il pomeriggio di compere.» Aveva un anno meno di Edmund ed era alto e forte, con petto robusto e spalle larghe, capelli castani e folti baffi. Non era brutto, ma appariva piuttosto volgare; inoltre il suo tono falsamente spontaneo suscitava in lei diffidenza. Accorgendosi che le guardava i seni, Elizabeth fu colta da un brivido di disgusto e, quasi senza accorgersene, arretrò di un passo. «Sì, è stato piacevole» affermò con un sorriso forzato. «Hanno appena aperto un grazioso negozio di abbigliamento. Mrs. O'Neal propone alcuni tessuti pregiati.» 13


«Avreste dovuto avvisarmi che intendevate uscire. Vi avrei accompagnata.» Trascorrere qualche ora insieme a Mason era l'ultimo dei suoi desideri. Aveva già sopportato fin troppo a lungo la vicinanza del marito, e il cognato era ancora più detestabile. Mason Holloway aveva sperperato ogni centesimo della propria eredità, dunque Edmund, nel testamento, si era mostrato molto generoso lasciando a lui e Frances l'ala orientale della villa, oltre al permesso di risiedere nella dimora londinese. In caso contrario, sarebbero vissuti in miseria. Che piacesse o meno a Elizabeth, i cognati erano presenti e non c'era modo di liberarsene. «Grazie per l'offerta» gli rispose, «ma avevo già la compagnia di Jared.» Lui sbuffò. «È soltanto un bambino. Una signora nella vostra posizione non dovrebbe andare in giro da sola.» Lei sollevò la testa, ma il movimento le diede un capogiro. Per tenersi in equilibrio, si appoggiò alla ringhiera dello scalone, sperando di non venir notata. «Non ero sola: avevo con me il cocchiere e due lacchè.» «È vero. Comunque la prossima volta sarò con voi anche io.» Lei avrebbe fatto il possibile per impedirglielo. Tuttavia Mason era molto insistente e lei aveva l'impressione di perdere le forze necessarie per contrastarlo. Da qualche settimana, infatti, si sentiva debole, soffriva di mal di testa, nausea e, a volte, vertigini. Quel malessere era uno dei motivi per cui non si era ancora trasferita a Holiday House, la dimora nei sobborghi di Londra ereditata, insieme a un notevole capitale, dal padre. Avrebbe voluto andarci, ma temeva per il proprio stato di salute ed era convinta che i cognati l'avrebbero seguita. Se li avesse scacciati, sarebbe stato uno scandalo. La pubblica condanna era tuttavia preferibile a ciò che rischiava di succedere se fossero rimasti ad Aldridge Park. 14


Guardando Mason, Elizabeth ebbe la conferma del sospetto che aveva iniziato a covare da qualche mese: se l'avessero eliminata, lui e Frances sarebbero diventati tutori di Jared, assumendo così il controllo sulle ricchezze di famiglia. La semplice idea di lasciare il figlio nelle loro mani, solo, vulnerabile, le suscitò un attacco di nausea. Soltanto lei rappresentava una barriera tra il bambino indifeso e la coppia spietata, che non provava alcun affetto, ma mirava esclusivamente al denaro. Prima o poi avrebbe dovuto prendere dei seri provvedimenti. Una fitta di dolore le trapassò il cranio e di nuovo le girò la testa. «Purtroppo mi dovete scusare. Non mi sento molto bene.» Sotto i baffi, un sorriso comprensivo piegò le labbra di Mason. «Magari un riposino vi aiuterà.» Elizabeth gli voltò le spalle e iniziò a salire i gradini, ma lui le fu accanto e la prese a braccetto. «Spero che starete meglio per l'ora di cena» le augurò quando giunsero davanti al suo appartamento. «Ne sono sicura.» Invece non lo era affatto. Di nuovo fu assalita dalla paura per il figlio. Appena si fosse sentita in forma, avrebbe organizzato la partenza. Chiuse la porta, sperando che avvenisse presto.

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Questo mese Orgoglio e passione Kat Martin Inghilterra, 1855 - Reese Dewar è tornato dalla Guerra di Crimea ferito e con l’umore a terra per essere stato costretto ad abbandonare la promettente carriera militare. A questo si aggiungono la poco allettante prospettiva di doversi occupare della tenuta di famiglia e il timore di rivedere Elizabeth Clemens, la donna che gli ha spezzato il cuore sparendo dalla sua vita senza una parola di spiegazione. Lui, ferito nell’orgoglio oltre che nel cuore, ha giurato a se stesso che non l’avrebbe mai perdonata. Ma quando scopre che la timida e fragile Elizabeth è da poco rimasta vedova e ha un disperato bisogno di aiuto per sé e per il figlioletto Jared, la sua determinazione inizia a vacillare.

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Dal 12 gennaio


Questo volume è stato stampato nel settembre 2010 presso la Mondadori Printing S.p.A. stabilimento Nuova Stampa Mondadori - Cles (Tn)


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