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Shropshire, Inghilterra, 1453 «Santo cielo!» gemette Beatrice Matravers stizzita come al solito, portando la pallida mano tremante alla fronte priva di rughe. «Questi scossoni infernali saranno la mia morte!» Quasi a sottolineare la sua imprecazione, la carrozza scartò con violenza, facendola sobbalzare contro l'interno imbottito. Beatrice rimase lì, appoggiata al fianco della vettura, gli occhi serrati e la bocca contratta in una severa espressione di profondo malcontento. Joan, la cameriera, ciondolava al suo fianco, sprofondata in un sonno ristoratore. «Fatevi forza, madre, cercate di riposare.» Alice Matravers si sporse in avanti, sorridente, dando dei colpetti al ginocchio della donna per rincuorarla. L'elaborato ricamo dorato che decorava l'abito della madre le graffiava la punta delle dita. Alice si appoggiò allo schienale e con una mano scostò le pesanti cortine di velluto che riparavano il finestrino, nel tentativo di capire 5


dove si trovassero. Soffocata dalla calda, tesa atmosfera dell'interno opprimente, sporse la testa al di là delle tende, godendosi la fresca aria mattutina sulla pelle. Fuori, il giorno era limpido e luminoso; i faggi, vestiti dei loro sgargianti colori autunnali, torreggiavano con i lisci tronchi grigi sullo stretto sentiero che percorreva la foresta. Una sottile sensazione di fastidio invase le vene di Alice, come risultato del lungo viaggio in compagnia delle continue lamentele materne sin da quando avevano lasciato Bredon quella mattina presto. La giovane sospirò. Sua madre sarebbe stata molto più felice se Sir Humphrey Portman l'avesse trovata più docile, più adeguata come potenziale sposa. Non vi era dubbio sul fatto che l'avesse ritenuta del tutto carente nelle qualità necessarie per diventare la signora di un maniero. Che diamine, l'aveva decisamente guardata torvo, quando lei aveva marciato fiduciosa verso il tavolo principale per salutarlo con un ampio sorriso. La giornata era peggiorata da quel momento in poi. «Dovremmo essere a casa allo scoccare delle quattro.» Alice si afflosciò sui cuscini di piuma, sbattendo le palpebre con rapidità per riabituare gli occhi all'indistinta penombra dell'interno. «Almeno questo è di qualche conforto, suppongo» replicò debolmente la donna. I suoi grandi occhi blu, specchio di quelli della figlia, la scrutarono con un misto di irritazione e di perplessità. «Di certo, saremmo ancora là se Sir Humphrey ti avesse trovata più accomodante. 6


Avevo sperato che questa volta... dopo il nostro discorsetto...» Lasciò la frase in sospeso e sospirò delusa. «Mi rincresce, madre» si scusò Alice. I sensi di colpa le attanagliarono le viscere. I genitori avevano solo a cuore il suo interesse: vederla felicemente maritata a un uomo facoltoso, con una nidiata di bambini sorridenti aggrappati alle gonne. Anche lei desiderava la medesima cosa, ma con una persona che potesse amare davvero, qualcuno che le concedesse quella libertà e indipendenza a cui era abituata, non un vecchio corteggiatore con il doppio dei suoi anni, che le mettesse il freno alla prima occasione! «Be', c'è sempre Edmund.» Beatrice fece un debole sorriso. «È entusiasta all'idea di sposarti e otterrà la sua eredità piuttosto presto. Anche se sarà inferiore a ciò che possedevano tutti i tuoi corteggiatori precedenti.» Le ombre scure sotto gli occhi della madre sembravano prove evidenti delle innumerevoli notti insonni. Tuttora, con la guerra in Francia che volgeva al termine, non si avevano notizie del fratello di Alice, che era andato a combattere per il suo paese due anni prima e non era ancora tornato. «Edmund è un brav'uomo» concordò Alice. «È solo che...» Come poteva confessare alla madre che la prospettiva di sposare Edmund riempiva la sua mente di noiose immagini di un infinito squallore? Serene, certo, ma tediose. Conosceva Edmund fin dall'infanzia; le piaceva, era un buon amico, però non lo amava. Tuttavia, l'espressione sconvolta della madre la costrinse a ripensarci. Avrebbe reso entrambi i genitori 7


molto felici se si fosse finalmente decisa a sposarsi. «È solo che io non amo Edmund» sbottò infine. Beatrice la fissò con gli occhi arrossati. «Come ti ho già detto, ragazza mia, l'amore non c'entra e non deve entrarci! Abbiamo bisogno di denaro, denaro che il tuo inutile padre manca di fornirci, e un ricco matrimonio è per te il solo modo di ottenerlo.» Alice si morse il labbro, corrucciata. Paragonato a Sir Humphrey, Edmund appariva una prospettiva di certo migliore. E forse, se si fossero sposati, l'amore fra loro sarebbe sbocciato. Sentì il senso di responsabilità gravarle sulle spalle. Di colpo si alzò, aggrappandosi alle tendine. «Cavalcherò per un tratto, ho bisogno di aria fresca.» Non appena Alice balzò fuori dalla carrozza traballante, con le morbide scarpette di pelle che sprofondavano nel terreno spugnoso, si aspettò che la madre la richiamasse, pregandola di non cavalcare con l'elaborato vestito alla moda che aveva indossato apposta per l'occasione. Beatrice, in realtà, sembrava remissiva, addirittura affranta, persa nei propri pensieri, e la fanciulla fu ben contenta di lasciarvela. Vedendola saltare giù con grazia dal cocchio in movimento, uno dei soldati della scorta gridò un secco comando per arrestare il convoglio. Alice gli sorrise in segno di ringraziamento, camminando con cautela sulla carreggiata fangosa verso il retro della carrozza, dove il soldato conduceva la sua grigia giumenta pomellata. Sapeva, anche senza guardare in basso, che il lun8


go strascico dell'abito si stava inzuppando nel fango; quando infilò la punta del piede nella staffa, la terra appiccicosa aveva già imbrattato l'orlo della pregiata stoffa verde. «Posso esservi di aiuto, mia signora?» Il soldato si sporse, come preparandosi a scendere da cavallo, con le lucide piastre dell'armatura che risplendevano nella luce del sole che filtrava attraverso i rami. «No, non ce n'è bisogno» lo rassicurò subito Alice, dandosi lo slancio sulla sella per sedersi a cavalcioni. Il soldato girò la testa, nascondendo un sorriso. Lady Alice era ben conosciuta per i suoi modi da maschiaccio, che non cessavano mai di suscitare il divertimento fra i cortigiani. «Ehm... forse volete...» suggerì il soldato indicando l'ampio groviglio di gonne attorcigliato alla sua esile figura. «Oh, sì, certo» rispose Alice con un largo sorriso, contorcendosi sulla sella per sistemare la parte posteriore dell'abito e del mantello che si allargavano di traverso sulla groppa del cavallo. «Non sono abituata a portare questo tipo di abbigliamento.» Voltandosi, si sistemò meglio, mentre la carovana si rimetteva in moto, compiaciuta di essere stata tanto accorta da indossare un mantello per il viaggio, cosa che sua madre, più attenta alla moda, si era rifiutata di fare. A dispetto delle pesanti falde del mantello, dopo il caldo eccessivo della carrozza Alice rabbrividì nella fresca aria autunnale. La madre aveva insistito affinché mettesse un abito elabo9


rato, di costoso velluto di seta. Un filo d'argento formava la trama del tessuto, così il vestito luccicava a ogni movimento, ma la stoffa leggera offriva poca protezione dalle intemperie. Abituata a vestire con indumenti più dimessi e pratici, Alice si sentiva a disagio in abiti tanto formali. Rappresentavano tutto ciò che odiava della vita di corte, con Re Enrico e la moglie francese, la Regina Margherita D'Angiò: la vanità, le costanti critiche, i battibecchi delle dame di compagnia della regina, delle quali sua madre faceva parte, e le lunghe ore sprecate in inutili ricami. Grazie a Dio, aveva suo padre, un medico della corte reale, che riusciva anche a trovare il tempo per assistere i bisognosi al di fuori della corte. Con gran disappunto da parte della madre, Alice lo accompagnava in quelle uscite, abbigliata con i vestiti del fratello maggiore per non attirare l'attenzione. Oh, Thomas! Il cuore le si strinse quando le balenò nella mente il pensiero del fratello e del suo luminoso volto sorridente. Da bambini erano stati assidui compagni di gioco, avevano corso come pazzi nella foresta reale, cavalcato a pelo, si erano arrampicati sugli alberi. Thomas le aveva insegnato ad amare la vita all'aria aperta, a godersi il vento fra i capelli, la pioggia leggera sulla pelle. Come le mancava! La testa della madre si sporse dalla carrozza, con il copricapo ingioiellato che brillava sotto il sole, in contrasto con i colori spenti della foresta. Ai lati della parte centrale imbottita erano intrecciate reticelle di sottile filo dorato che le 10


nascondevano le orecchie. Alice sapeva che i capelli della madre erano dello stesso biondo brunito dei suoi, ma la moda del momento pretendeva che i capelli di una donna fossero completamente nascosti. Alice represse un risolino nel vedere il copricapo impigliarsi in un filo allentato della tenda; quella moda non era davvero pratica per viaggiare. «Alice» piagnucolò la voce irritante di Beatrice verso di lei, «ho bisogno di riposare un po'. Mi sento male.» Alice ebbe un piccolo tuffo al cuore. Aveva sperato di non prolungare il viaggio più di quanto non fosse necessario e fu sorpresa che la madre volesse fermarsi, dato che a casa potevano esserci notizie di Thomas. «Possiamo fare una sosta qui?» Alice levò i grandi occhi blu verso il soldato dietro di lei. «Magari mangiare qualcosa? Mia madre ha bisogno di riposo.» L'esasperazione attraversò il volto del soldato, ma questi la dissimulò in fretta. «Chiedo perdono» mormorò Alice, cogliendo la sua espressione. «Comprendo che voi e i vostri uomini vogliate tornare ad Abberley quanto prima.» «Nessun problema, mia signora.» Il viso del soldato si rasserenò. «Tuttavia, questi sono tempi travagliati. Non vorrei che ci attardassimo troppo.» Il suo sguardo corse lungo i ranghi serrati dei faggi che fiancheggiavano il sentiero segnato da solchi profondi. «C'è una radura poco più in là» annunciò. «Andrò avanti a dire agli altri di fermarsi.» 11


Lady Matravers si appollaiò impettita sulle coperte di lana che Joan aveva disteso nella radura. Ora la cameriera era indaffarata a estrarre i numerosi involti di garza preparati per loro dal personale di cucina di Sir Humphrey. Sarà anche stato un vecchio orso, pensò Alice, ma di sicuro non era avaro con il cibo. Il suo stomaco brontolò alla vista delle cosce di pollo arrosto, delle forme di formaggio cremoso e del pane croccante. Nel vedere tutti quegli involucri aperti, Beatrice le rivolse uno sguardo carico di significato, come a voler dire: guarda a cosa stai rinunciando. La disapprovazione materna non era mai stata così esplicita e tangibile. «Ecco, mia signora, prendete un po' di cibo, vi farà sentire meglio.» In ginocchio di fronte al cesto di vimini, Joan porse a Beatrice un piatto di peltro carico di prelibatezze. «Lo stesso per voi, mia giovane signora?» La serva volse il volto segnato in direzione di Alice, che indugiava ai margini della radura. «Forse dopo.» Aveva le membra indolenzite e rigide per le lunghe ore di inattività nella carrozza. La cavalcata le aveva alleviato un pochino la sensazione, ma il movimento era stato interrotto troppo presto per avere un reale beneficio. «Credo che farò una breve passeggiata.» Le perle che pendevano dal copricapo della madre si agitarono con violenza, non appena Beatrice sollevò la testa, socchiudendo gli occhi. «Porta un soldato con te, allora.» «Oh, madre, non è qualcosa a cui voglio che una guardia assista» replicò Alice, lasciando in12


tendere che la sua camminata coinvolgesse questioni di una più delicata natura. «Ah, capisco... Allora Joan.» La madre indicò con la mano pallida in direzione della cameriera. «Madre...» Alice le sorrise. «... farò attenzione. Rimarrò a portata d'orecchio. Sarò del tutto al sicuro.» Non appena si fu allontanata dalla radura e dalle insistenti raccomandazioni materne, Alice inspirò a pieni polmoni l'aria fresca della foresta. La corteccia dei faggi le scricchiolava sotto le scarpette e i suoi passi affondavano nella soffice coltre di foglie e di vegetazione in decomposizione. Per la centesima volta quel giorno, maledisse la scomodità delle proprie calzature. Allorché si avventurava all'aperto con il padre, indossava sempre robusti stivaletti allacciati. Di quando in quando, il sole riusciva a penetrare attraverso il fogliame che si diradava, filtrando in spirali di luce sulla terra bruna. Talvolta i tiepidi raggi di sole le sfioravano il volto, rammentandole le miti giornate d'estate, facendole desiderare di chiudere gli occhi e di volgere il viso in direzione della luce. Sopra la sua testa, gli uccelli volteggiavano e cinguettavano, sfrecciando dentro e fuori dai rami, indifferenti ai suoi passi discreti. La tensione sul collo e sulle spalle accumulata nei giorni precedenti iniziò a diminuire e ad alleviarsi. Dietro di lei, riusciva ancora a sentire le basse voci gutturali dei soldati che consumavano il pasto di mezzogiorno al limitare del sentiero. Decise di non avventurarsi troppo lontano. 13


Sulla destra, percepì un debole scorrere d'acqua: le acute note gorgoglianti catturarono il suo interesse in un istante. Si inoltrò nel sottobosco, controllando dietro di sé la direzione presa. I rovi le si impigliavano nel mantello e i rami bassi le graffiavano il semplice copricapo, ma Alice non fu dissuasa dal proprio intento. E infine eccola. L'acqua sgorgava da uno spuntone roccioso, precipitava spumeggiante in una piccola pozza, scivolando via in un sottile ruscello. Il rumore dell'acqua smorzava tutti gli altri suoni della foresta e Alice si sentì suggestionata dal melodico gorgoglio del ruscello, incantata dalla sua placida fluidità. Una mano sudaticcia le tappò la bocca. «Presa!» le tuonò una voce rozza nell'orecchio. Fu trascinata via senza troppe cerimonie, lontano dall'acqua, lontano dal sentiero alla fine del quale sua madre e la carrozza l'attendevano. Un violento panico le serpeggiò nelle membra e il sangue le si gelò per il terrore. Strattonò le spalle prima da un lato, poi dall'altro, nel tentativo di divincolarsi dalla formidabile stretta dell'uomo. Un ripugnante puzzo di sudore mascolino, mescolato a un tanfo di grasso rancido, assalì le sue narici non appena l'uomo se la trascinò dietro, mentre Alice agitava inutilmente i talloni contro il terreno. Grosse dita viscide le si conficcarono nelle morbide guance e i palmi che le coprivano la bocca e il naso le impedivano il respiro. Un braccio enorme le circondava il busto, tenendole strette le braccia lungo i fianchi, in mo14


do da evitare che le sollevasse per sottrarsi alla presa. Poi la morsa dell'uomo si allentò di colpo e Alice rotolò sul terreno in un turbine di gonne ricamate. Si trovò circondata da un coro di scurrili risate maschili; il cuore le batteva all'impazzata per il terrore. Quanti erano?, si chiese. In quanti le stavano intorno, schernendola? Per un momento rimase a terra, a faccia in giù nelle foglie bagnate, con l'odore del sottobosco in putrefazione che le giungeva alle narici e l'umidità che le penetrava nel corpetto, poi la paura la spronò ad alzare la testa. Con un rapido movimento, si spinse su con le braccia, si voltò e spalancò la bocca urlando a squarciagola. Il suono le rimbombò nelle orecchie, uno stridio disperato. Di sicuro qualcuno sarebbe giunto in suo aiuto! «Fai stare zitta quella stupida sgualdrina, per Dio!» L'ordine fu secco e minaccioso. Uno degli uomini più giovani si chinò per legarle uno straccio sporco sulla bocca, strappandole il velo con le dita nello stringere un nodo approssimativo. Ridacchiava, mentre lei agitava la testa, cercando di impedirgli di annodare il bavaglio. «Pare che tu abbia raccattato un bocconcino vivace» mormorò con approvazione il giovane soldato dopo aver allacciato il nodo. «E anche piuttosto carino» aggiunse, sfiorandole la pelle serica della guancia. Lentamente e con riluttanza, Alice si costrinse a concentrare l'attenzione sugli uomini che le stavano intorno. Il cuore le sobbalzò. Era cir15


condata da cinque soldati che la fissavano con occhi affamati e iniettati di sangue. La ruggine aveva intaccato le placche ammaccate delle armature; i lunghi mantelli erano incrostati di fango e di quello che sembrava sangue rappreso; i sorcotti erano laceri e sporchi. Un pallore di sfinimento, accentuato dalle ombre scure intorno agli occhi, incupiva i loro volti, conferendo loro un'espressione di spietata disperazione. E sul davanti delle tuniche, Dio del cielo, il blasone del Duca di York! Alice spalancò gli occhi di scatto. Quegli uomini non erano comuni soldati, ma cavalieri, e, in quanto tali, avrebbero dovuto essere fedeli al codice cavalleresco, la cui prima regola era trattare ogni donna con rispetto! Una feroce, selvaggia rabbia rimpiazzò la sua paura iniziale. Prima che qualcuno potesse fermarla, balzò in piedi, strappandosi il bavaglio dalla bocca. «La pagherete per questo!» Fece scorrere lo sguardo, di un blu fiammeggiante, sugli uomini in circolo, puntando il dito contro di loro. «Sono sotto la protezione di Re Enrico VI in persona, non una qualsiasi servetta con cui trastullarsi nella foresta!» gridò con voce squillante. I soldati scoppiarono in una risata sguaiata. Un uomo corpulento si fece avanti, sovrastandola. «E quale protezione regale permette a una fanciulla di andarsene in giro per la foresta senza una scorta? Ditemelo, eh?» La spintonò brusco, facendola barcollare verso il cavaliere più giovane, che la prese senza fatica tra le braccia. «Sei il più giovane, John, quindi suggerisco che tu sia il primo.» 16


Bastien de la Roche sorbì l'ultima goccia di liquido dalla sua fiasca di pelle, prima di riporla nella bisaccia sul dorso del cavallo. Strinse le ginocchia e rimise in movimento l'animale, seguendo lentamente uno stretto sentiero che costeggiava il limitare della foresta. Alla sua sinistra, il terreno si estendeva in una distesa di lievi colline e vallate; alla sua destra, la foresta sembrava viva per il cinguettio degli uccelli e una leggera brezza che mormorava attraverso le cime degli alberi. Era bello trovarsi di nuovo in Inghilterra. Quasi. La sua mente fece una pausa, acquietata da un ricordo lontano. No, non avrebbe pensato a quello, per il momento. Aveva dimenticato quanto poteva sembrare dolce quella terra; il protrarsi della battaglia in Francia lo aveva trattenuto lontano per troppo tempo. E ora era tutto perduto. I re inglesi, uno dopo l'altro, avevano combattuto a lungo e duramente per mantenere la posizione ottenuta in Francia, ma il paese alla fine era sfuggito alla loro presa. L'Inghilterra aveva concesso la vittoria ai francesi trionfanti e ora i soldati inglesi marciavano verso i loro paesi, scoraggiati e sconfitti, e spesso senza neppure una casa verso la quale dirigersi. Al trotto misurato del suo destriero, lo stallone che lo aveva portato per tutto il tragitto dalla Francia, Bastien si slacciò il soggolo dell'elmo, levandoselo dalla testa. Infilò la visiera sotto un braccio e spinse indietro il cappuccio dell'usbergo di maglia metallica. Una deliziosa brezza refrigerante gli si insinuò tra i capelli e l'uomo si passò le dita fra le 17


ciocche, assaporando il fresco sollievo sul cuoio capelluto. Pigramente, si domandò dove si fossero fermati i suoi soldati in quella vasta foresta. Il suo cavallo aveva perso un ferro e, mentre aspettava che un fabbro in un villaggio gliene applicasse uno nuovo, aveva mandato avanti i soldati a riposarsi e a mangiare. Gli uomini erano impazienti di tornare a casa; altri due o tre giorni di cavalcata li avrebbero ricondotti ai suoi possedimenti nello Shropshire. Non aveva rivisto la propria magione per quasi due inverni e ora pregustava l'idea di buon cibo nello stomaco, raffinate lenzuola di lino contro la pelle affaticata e un focolare caldo, anche se ciò significava rivedere la madre. Il tempo in Francia era trascorso tra inutili cicli di attacco e di ritirata; avevano passato alcune notti nell'accampamento sotto una pioggia fitta che scrosciava tanto forte da inzuppare la robusta stoffa delle loro tende; altre notti lui e i suoi uomini erano stati alloggiati in un castello ospitale. Un grido perforò l'aria, riportandolo al presente. Un grido di donna. Più avanti, in alto, uno stormo di corvi spiccò il volo nel cielo in un solo movimento coordinato, scossi dai loro trespoli tra le cime degli alberi. Bastien storse la bocca, spronando il cavallo nella direzione del suono; istintivamente seppe che i suoi uomini erano coinvolti. Erano affamati, stanchi e sporchi dopo i lunghi mesi di campagna in Francia... e senza dubbio credevano 18


che la società inglese dovesse loro un po' di svago. Il molle tappeto erboso attutì il rumore degli zoccoli del suo cavallo mentre abbandonava il sentiero principale per passare dalla foresta, sicuro della propria direzione. Ora riusciva a udire le voci degli uomini, le loro risate scurrili che echeggiavano tra gli alberi mentre schernivano una semplice contadina. Smontando con destrezza, assicurò le redini del cavallo a un ramo lì appresso e continuò ad avvicinarsi a piedi, con la mano sospesa sull'elsa della spada. Poteva sentire il tono acuto di una donna, ora fremente di rabbia dopo il grido lancinante, un timbro chiaro come il suono di una campana che rimproverava i suoi uomini con feroce ostinazione. Con il corpo imponente quasi del tutto nascosto dal tronco generoso di una quercia, Bastien sporse la testa con cautela per ottenere una visuale migliore e quasi scoppiò a ridere. Una fanciulla, una nobildonna a giudicare dalla qualità del suo abbigliamento, stava in piedi su un lato della radura, con entrambe le mani strette intorno all'elsa di una spada che era evidentemente troppo pesante per lei. Riconobbe la spada come appartenente a uno dei suoi uomini, quindi doveva essere riuscita a sottrargliela. La lama pesante si inclinava e oscillava mentre la figura minuta cercava di mantenerla orizzontale, ruotando ora a destra ora a sinistra, nel tentativo di respingere gli uomini e impedire loro di avvicinarsi. Che sciocchi erano i suoi soldati! Buon Dio, 19


ci sarebbero state donne a sufficienza nella sua tenuta per scaldare i loro letti. Perché non avevano potuto attendere ancora qualche ora? Il volto della fanciulla brillava di uno splendore perlaceo nella luce velata d'oro pallido, i suoi occhi erano spalancati e inquieti mentre fissava il semicerchio di soldati. Portava i capelli color dell'idromele tirati indietro in una crocchia stretta sulla nuca, fissata da una retina dorata. Un velo di seta cadeva in pieghe rigide dal copricapo semplice a forma di cuore. Contro gli abiti polverosi e macchiati dal viaggio dei suoi soldati, spiccava come un gioiello luccicante, un fiore delicato tra semplici rovi. «Ora me ne andrò» stava dicendo, con il visetto ovale contratto in un'espressione determinata, mentre faceva roteare ancora un paio di volte la spada per sicurezza, «e voi non mi seguirete.» Dietro l'albero, Bastien sorrise; dall'espressione del suo volto, era ovvio che non aveva alcuna idea di cosa avrebbe fatto in seguito. Se si fosse voltata, gli uomini le sarebbero saltati addosso; se avesse indietreggiato, incerta sul sentiero, il fitto sottobosco le avrebbe impedito di muoversi rapidamente. Bastien avanzò furtivo nell'ombra dietro di lei, con i passi leggeri e sicuri come quelli di un gatto. Le bocche dei suoi uomini si spalancarono per la sorpresa nel vederlo. John, il più giovane, iniziò ad arrossire; sapeva che avevano agito male e che l'avrebbero pagata per quello. La fanciulla indietreggiò titubante, la punta della spada che si abbassava mentre le sue spal20


le strette e la sua schiena sottile colmavano la distanza che la separava da Bastien. «E se qualcuno di voi osa seguirmi...» continuò in tono acuto e imperioso. «... dovrà vedersela con me» mormorò Bastien dietro di lei. Il corpo flessuoso della giovane sussultò e si voltò, veloce come una lepre, roteando la punta letale della spada. Lui le afferrò il polso, stringendo le fragili ossa che sorreggevano l'arma. Occhi verdi, screziati d'oro, scintillarono su di lei. «Lasciatela» disse lui, paziente, «non sono vostro nemico.» Le serrò con le dita forti le sottili ossa del polso e la spada cadde nella boscaglia, producendo un fruscio quando atterrò in un cumulo di rovi. Alice contrasse la mascella per la paura. I suoi occhi, zaffiri guizzanti, si spalancarono in un misto di terrore e rabbia mentre guardava a bocca aperta quell'uomo che torreggiava su di lei, l'ampio torace coperto da un sorcotto bianco di lana recante il sigillo personale del Duca di York, il falcone e la pastoia. Lui la fissò dall'alto, con il naso dritto e orgoglioso, i lineamenti cesellati accentuati dalle ombre della vegetazione. Tra le linee dure e spigolose del suo volto, la forma della bocca la colpì particolarmente. Le labbra erano piene, sensuali, cariche della promessa di un sorriso indulgente. Volgendo lo sguardo al suolo, Alice si massaggiò il polso, cercando di mettere ordine tra i suoi pensieri confusi e di rallentare il cuore che le batteva all'impazzata. 21


No, quell'uomo non era suo nemico, ma era risaputo che il Duca di York era inviso alla Regina Margherita, la moglie del re, la quale avrebbe fatto tutto il possibile per tenerlo al di fuori della cerchia dei consiglieri reali. Come cugino del re, e comandante militare di massimo rango in Inghilterra, il Duca di York era il favorito del popolo come successore al trono. E, indossando il suo emblema, quegli uomini obbedivano agli ordini del Duca di York in opposizione al re. Alice doveva procedere con cautela. Mordendosi il labbro, sollevò lo sguardo. «I vostri uomini... i vostri uomini...» farfugliò, incapace di spiegare la terribile verità di cosa stavano per fare quegli uomini. «I miei uomini avrebbero dovuto avere più buonsenso» iniziò il soldato, scuotendo la testa bionda: un improvviso raggio di luce gli trasformò momentaneamente i capelli in oro, circondandolo di un'aureola che esaltò la mole imponente del suo corpo. Il cappuccio dell'usbergo gli ricadeva in pieghe metalliche sulle spalle, accentuando il collo forte e muscoloso. Alice trattenne il fiato. «Ma si stavano solo divertendo un po'» aggiunse il soldato amabilmente, incrociando le braccia enormi sul petto. In quella penombra singolare, l'intenso verde foglia dei suoi occhi si fece più profondo, un colore magnifico che l'attirava seppur con riluttanza. «Divertendo un po'?» gridò lei, stringendo i pugni contro le pieghe dell'abito, incredula di fronte al modo insolente con cui quell'uomo parlava in difesa dei suoi soldati. «Mio Dio! Ma 22


vi rendete conto? Perché loro quasi... loro stavano quasi...» «Calmatevi, signora» mormorò lui con voce neutra mentre contemplava i suoi uomini da sopra la testa di Alice. Ciglia bruno scuro delineavano gli occhi splendidi del cavaliere. «Non sarebbe successo niente, credetemi.» «Oh, pensate di conoscere così bene i vostri soldati, non è vero?» Gli piantò un dito nel petto, in modo avventato, e la sua mente sussultò nel notare la solida muscolatura. Un leggero divertimento mescolato a stupore gli attraversò i lineamenti scolpiti. L'audacia della fanciulla era alquanto strabiliante. «Io correrei, mia signora, correrei da dove sono venuto, prima che accada qualcos'altro» le consigliò con freddezza. Tuttavia sembrava che la fanciulla non avesse udito le sue parole, esasperata dal fatto che lui sembrava incapace di comprendere la gravità della situazione. Si voltò di scatto, furiosa, sfidando i soldati. «Ma guardatevi, a chinare la testa per la vergogna! Voi sapete la verità, perché non gliela dite?» «Adesso basta, signora» replicò Bastien, ora più inflessibile. «Ascolterò la loro versione e li punirò di conseguenza.» Alice si girò per affrontarlo, le mani piazzate saldamente sui fianchi. «Che, secondo me, non dovrebbe essere niente di meno che una frustata.» Bastien sollevò le sopracciglia. «Sembrate avere numerose opinioni per essere... una fanciulla.» Un lieve tono di fastidio contraddistinse la 23


sua risposta; quella donna stava iniziando a irritarlo profondamente con il suo tono polemico e i modi provocatori. Il passo incessante degli ultimi due giorni di viaggio stava iniziando ad annebbiargli il cervello; si sentiva esausto e non era in vena di rimostranze. Per quanto lo riguardava, le donne erano buone soltanto per una cosa, e anche in quel caso preferiva che tenessero la bocca chiusa. «Dovete capire, dovete ascoltarmi...» La voce della giovane gli risuonava nelle orecchie, redarguendolo e rimproverandolo. La sua padronanza di sé, trattenuta saldamente, si disfece. «No» sibilò minaccioso, «voi dovete ascoltarmi.» Abbassò la testa bionda, le allacciò in vita il braccio poderoso, bloccandola contro il torace granitico. I suoi uomini lo applaudirono quando abbassò le labbra su quelle di lei, sprovvedute, esigenti e ostinate. Aveva voluto spaventarla, per fermare quell'implacabile invettiva che lo pungeva fin nel profondo dell'anima, ma il primo tocco di quelle labbra dolci e morbide lo fece quasi gemere a voce alta per il desiderio. Troppo tempo! Era stato per troppo tempo senza il piacere di una donna. I giorni spossanti di battaglia, la polvere, il sudore e il caldo... tutti quei ricordi sbiadirono, cancellati dal soave profumo della pelle di lei, dalla voluttuosa arrendevolezza del suo corpo snello premuto contro il proprio, dalla prominenza arrotondata del suo seno. Buon Dio! Il desiderio gli serpeggiava in corpo, montando intenso e incessante. Sciocca! Sciocca ragazza! Perché non aveva 24


tenuto la bocca chiusa? Alice strizzò gli occhi, mantenendo il corpo rigido mentre le labbra del soldato scendevano verso le sue. Ebbe una fugace percezione di grandi occhi verdi, pelle rubiconda e abbronzata, prima che le loro bocche si toccassero. Lo stupore le rimbalzò nelle vene al momento del contatto, il respiro le si strozzò in gola mentre il cuore le batteva senza controllo contro il costato. La sua bocca esplorò quella di lei, saccheggiandola. Alice si curvò sotto di lui, le ginocchia improvvisamente molli. La mente le si confuse mentre le labbra dell'uomo la lusingavano, attirandola sull'orlo di un abisso vertiginoso, in un luogo che sussurrava promesse seducenti di... «Alice! Dove sei? Alice...?» Una voce irritante e affettata giunse dall'altro lato della foresta, chiamandola. Bastien si staccò da lei con il respiro affannato. Alice annaspò all'indietro, fremente e intontita. Con i sensi ridotti a brandelli, gli occhi ardenti di sdegno e di accusa, riuscì a sollevare un dito tremolante verso Bastien. «Come osate?» strillò, con la bocca che portava il marchio bollente del suo bacio e le guance rosse per l'imbarazzo. «Siete impossibile! Dite che rimprovererete i vostri uomini e poi ve ne approfittate voi stesso! Come osate?» «Calmatevi, mia signora» la redarguì Bastien, teso. In verità, stava avendo dei problemi a calmarsi lui stesso. Reclinò la testa di lato, in ascolto. «Qualcuno vi sta cercando. Andate ora.» Le profonde pozze cerulee dei suoi occhi gli 25


lanciarono un ultimo sguardo pungente prima che lei si voltasse e incespicasse attraverso il sottobosco in direzione della voce materna, con il velo di traverso sulla testa. «Buon Dio, pensavo che non avrebbe più smesso» borbottò uno dei soldati. «Che peccato, per una tale bellezza.» Bastien seguì la schiena sottile della fanciulla retrocedere in mezzo agli alberi, con le gonne scintillanti che ricadevano sul terreno muscoso. Non appena scomparve dalla sua vista, si disse che l'avrebbe dimenticata presto; le donne non dovevano far parte della sua vita, specialmente le ragazzette insopportabili e prepotenti che gli arrivavano appena alle spalle. Le donne non avevano alcuna importanza, secondo lui. Non dopo quello che era successo con Katherine.

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GRS820_PRIGIONIERA DEL CAVALIERE  

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