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dedicato alle donne che amano leggere storie d’amore intense e appassionate, senza rinunciare al fascino di epoche lontane. Romanzi scritti da autrici internazionali quali Stephanie Laurens, Jennifer Ashley e Sara Bennet ti accompagnano alla scoperta del desiderio e del piacere. Le grandi passioni che incendiano i cuori, la seduzione senza tempo e senza confini. Quando scandalo ed eros si incontrano nell’Alta Società e si fondono nella Storia. Segui il filo rosso di

e scoprirai il lato

più proibito della seduzione. Ogni due mesi nei Grandi Romanzi Storici, 1 romanzo è

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JENNIFER ASHLEY Desiderio selvaggio


Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: The Madness of Lord Ian Mackenzie Dorchester Publishing Co., Inc. © 2009 Jennifer Ashley Traduzione di Maddalena Milani Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2011 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione I Grandi Romanzi Storici gennaio 2011 Questo volume è stato impresso nel dicembre 2010 presso la Rotolito Lombarda - Milano I GRANDI ROMANZI STORICI ISSN 1122 - 5410 Periodico settimanale n. 761 dell' 8/1/2011 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 75 dell' 1/2/1992 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


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Londra, 1881 «Ho sempre pensato che una coppa Ming sia come il seno di una donna» disse Sir Lyndon Mather a Lord Ian Mackenzie, che in quel momento teneva delicatamente, in punta di dita, la coppa in questione. «La sua morbida curva, il suo pallore cremoso... Non trovate anche voi?» Ian stentava a credere che una donna potesse essere lusingata di sentir paragonare il proprio seno a un articolo di vasellame, così non si diede nemmeno la pena di assentire. La pregiata coppa risaliva al primo periodo Ming. La porcellana era appena sfumata di verde, i bordi così sottili che Ian vedeva la luce filtrare attraverso di essi. Sulla parte esterna erano dipinti tre dragoni grigioverdi e quattro crisantemi sembravano quasi galleggiare sul fondo. Quella tazzina sarebbe a malapena bastata a contenere un seno particolarmente piccolo, stimò Ian tra sé e sé. «Mille ghinee» dichiarò poi. Il sorriso di Mather divenne mellifluo. «Suvvia, milord. Pensavo che fossimo amici.» 5


Ian si domandò come gli fosse venuta quell'idea balzana. «Vale mille ghinee» ribadì, sfiorando il bordo leggermente scheggiato e la base un po' consunta a forza di venir accarezzata da mani adoranti. Mather parve colto alla sprovvista e i suoi occhi azzurri scintillarono sul viso fin troppo attraente. «Io l'ho pagata millecinquecento» ribatté. «Vorrei una spiegazione.» Non c'era niente da spiegare. La mente di Ian, abituata a valutare e calcolare tutto con una velocità fulminea, aveva eseguito una stima dei pregi e dei difetti di quell'oggetto in dieci secondi esatti. Se Mather non era in grado di stabilire il valore dei pezzi che possedeva, allora non poteva definirsi un collezionista di porcellane. E, infatti, nella vetrinetta in cui erano esposti i suoi pregiati esemplari c'erano almeno cinque falsi, aveva notato Ian appena entrato nella stanza. Ed era pronto a scommettere che Mather ne fosse del tutto inconsapevole. Ian accostò il naso alla liscia superficie di porcellana, respirandone l'odore pulito, fortunatamente scampato alla puzza di sigaro che aleggiava in tutta la casa. La coppa era autentica, bellissima, e lui la voleva. «Almeno datemi la somma che l'ho pagata» lo supplicò Mather con una nota di panico nella voce. «L'uomo che me la vendette mi garantì che avevo fatto un ottimo affare.» «Mille ghinee» ripeté Ian. «Accidenti, amico, sto per sposarmi!» Ian ricordava l'annuncio apparso sul Times parola per parola, perché rammentava sempre tutto fin nei minimi dettagli. Sir Lyndon Mather, di St. Aubrey nel Suffolk, annuncia il proprio fidanzamento con Mrs. Ackerley, vedo6


va. Il matrimonio si terrà il ventisette di giugno a St. Aubrey, alle dieci di mattina. «Vi porgo le mie felicitazioni» commentò in tono asciutto. «Con il ricavato della coppa pensavo di comprare un regalo per la mia amata.» Ian tenne lo sguardo fisso sul pezzo. «Perché non regalarle proprio la coppa?» La fragorosa risata di Mather echeggiò nella sala. «Mio caro amico, le donne non capiscono niente di porcellana. Di certo lei vorrà una carrozza trainata da purosangue, una dozzina di abiti nuovi e un esercito di lacchè che le portino pacchi e pacchetti quando andrà a fare compere. E io intendo darle tutto ciò. È una gran bella donna, figlia di un aristocratico francese, per quanto un po' in là con gli anni e vedova.» Ian non rispose. Posò la punta della lingua sul bordo della coppa, pensando che quell'oggetto fosse mille volte meglio di dieci carrozze di lusso. E qualsiasi donna non fosse in grado di capirlo era certamente una sciocca. Mather arricciò il naso: Ian sembrava quasi voler assaggiare il vaso, ma aveva imparato che era proprio quello il modo di appurare la qualità della smaltatura. Mather, invece, non sarebbe stato in grado di apprezzarla nemmeno se fosse stato preso e intinto personalmente nella vernice. «Ha un suo patrimonio di tutto rispetto» proseguì Mather, «ereditato da una certa Mrs. Barrington, una vecchietta ricca sfondata che non teneva mai per sé le proprie opinioni. E la brava Mrs. Ackerley, la fedele dama di compagnia che per anni se ne è stata zitta ad ascoltarla, ora ha intascato tutto il malloppo.» E allora perché sta per sposare voi?, avrebbe volu7


to chiedergli Ian. Riflettendo su quell'interrogativo, si rigirò la coppa tra le mani. D'altronde, Mrs. Ackerley era libera di scegliere il proprio compagno di vita... e di letto. Certo, avrebbe presto scoperto che quel letto era alquanto affollato. Mather infatti possedeva una dimora segreta, dove risiedeva la sua amante fissa e da cui transitavano parecchie altre donne in grado di soddisfare i suoi eccentrici bisogni, dei quali Mather non si era fatto scrupolo di vantarsi davanti a Ian e ai suoi fratelli. Il suo intento era stato quello di dipingersi come un uomo dai raffinati, decadenti gusti erotici, ma, a parere di Ian, Mather si intendeva dei piaceri della carne tanto quanto si intendeva di vasi Ming. «Scommetto che siete rimasto sorpreso di sapere che uno scapolo incallito come me ha deciso di farsi prendere al laccio, eh?» si compiacque Mather. «Se vi state chiedendo se abbia intenzione di rinunciare ai miei passatempi, la risposta è no. Anzi, se vorrete unirvi a me, qualche volta, sarete il benvenuto. L'invito vale per voi e per i vostri fratelli, ben inteso.» Ian aveva avuto occasione di incontrare le amanti di Mather: donne dallo sguardo vacuo, disposte ad accondiscendere alle sue perversioni per guadagnare qualche soldo in più. Mather prese un sigaro. «Sapete che vi dico? Stasera andremo a Covent Garden a vedere l'opera. Venite a conoscere la mia fidanzata. Vorrei avere la vostra opinione. È risaputo che i vostri gusti in fatto di donne sono raffinati tanto quanto quelli riguardanti le porcellane» aggiunse ridacchiando. Ian non rispose. Doveva assolutamente sottrarre la pregiata coppa dalle mani di quel filisteo. «Mille ghinee» ribadì. «Siete spietato, Mackenzie.» 8


«Mille ghinee e ci vediamo stasera all'opera.» «E va bene, ma sarete la mia rovina!» A dire il vero, Mather si era rovinato da solo. «La vostra vedova è un'ereditiera, no? Vi rifarete presto.» Mather rise e il suo bel viso si illuminò. Ian aveva visto donne di tutte le età arrossire ed emozionarsi davanti al sorriso di quell'uomo. Mather era davvero un maestro nell'arte di condurre una doppia vita. «È vero» ammise questi. «E come se non bastasse è anche molto graziosa. Sono davvero fortunato.» Mather suonò per convocare il maggiordomo e il valletto di Ian, Curry. Quest'ultimo si presentò con una scatola di legno piena di paglia, in cui Ian depose delicatamente la coppa con i dragoni. Detestava l'idea di rinchiudere quella bellezza. La toccò un'ultima volta, tenendo lo sguardo fisso su di essa finché Curry non l'ebbe celata chiudendo il coperchio. Quando sollevò il capo, vide che Mather aveva ordinato al maggiordomo di servire del brandy. Ian prese il bicchiere e si sedette davanti al libretto bancario che Curry aveva posto sulla scrivania di Mather. Mise da parte il brandy e intinse la penna nel calamaio. Si sporse in avanti per scrivere, ma proprio allora notò la goccia d'inchiostro che pendeva dalla punta del pennino, nera e perfettamente sferica. Rimase a fissarla, incantato dalla lucente viscosità di quella bollicina sospesa. Era una vera e propria meraviglia. Avrebbe voluto assaporare quella perfezione per sempre, ma sapeva che entro pochi secondi si sarebbe infranta, precipitando sul foglio. Se suo fratello Mac fosse stato in grado di immortalare sulla tela qualcosa di altrettanto squisito, lui a9


vrebbe conservato quel quadro come se fosse stato l'oggetto più prezioso al mondo. Non aveva idea di quanto tempo fosse rimasto immobile a osservare la goccia d'inchiostro, ma a un tratto udì Mather borbottare: «Accidenti, è davvero pazzo come dicono!». La goccia cadde e si spiaccicò sul foglio, annullandosi in una brutta, informe macchia d'inchiostro. «Volete che scriva io per voi, milord?» Ian guardò il viso del suo fedele servitore, un giovane cockney che prima di entrare al suo servizio aveva tirato a campare facendo il borseggiatore. Ian annuì e gli cedette la penna. Curry girò verso di sé il libretto bancario e compilò la tratta con grafia ordinata. Poi intinse di nuovo la penna e la porse a Ian, tenendo il pennino rivolto verso il basso per impedirgli di vedere l'inchiostro. Ian firmò con gesti lenti e faticosi, sentendo lo sguardo di Mather fisso su di sé. «Lo fa spesso?» domandò costui a mezza voce, mentre Ian si alzava e Curry tamponava l'inchiostro. Curry arrossì. «Non è niente di che, signore.» Ian sollevò il bicchiere e lo svuotò d'un sorso, poi prese la scatola. «Ci vediamo all'opera.» Non strinse la mano di Mather prima di uscire. Pur accigliandosi, questi lo salutò con un cenno del capo. Lord Ian Mackenzie, fratello del Duca di Kilmorgan, era socialmente superiore a lui e Mather non era tipo da sottovalutare l'importanza del rango. Quando fu in carrozza, Ian depose la scatola sul sedile accanto a sé. Sentiva la presenza della coppa, così perfetta e rotonda da riuscire a colmare uno spazio vuoto dentro di lui che aveva la stessa identica forma. «So che non sta a me dirlo» dichiarò Curry dal sedile dirimpetto, mentre la carrozza si avviava per le 10


vie bagnate di pioggia, «ma quel tizio è un vero bastardo. Non è degno di leccarvi gli stivali. Perché fare affari con lui?» Ian accarezzò la scatola. «Volevo questo pezzo.» «E di certo sapete come prendervi ciò che volete, milord. Andrete davvero all'opera?» «Andrò nel palco di Hart» rispose Ian, facendo guizzare lo sguardo sul viso di Curry per poi fissarlo in un punto sicuro, ossia sulla parete foderata di velluto della carrozza. «Scopri tutto quello che puoi sul conto di una certa Mrs. Ackerley, vedova e ora fidanzata con Sir Lyndon Mather. Per stasera dovrai raccontarmi ciò che hai appreso.» «Ah, sì? E perché siete tanto interessato alla fidanzata di quel verme?» Ian lasciò di nuovo correre le dita sulla scatola. «Voglio sapere se è fatta di pregiata porcellana o se è un falso.» Curry gli strizzò l'occhio. «Ho capito, capo. Vediamo cosa riuscirò a scoprire.» Lyndon Mather era l'epitome del fascino e dell'eleganza maschile e come sempre parecchie teste si voltarono a guardarlo quando Beth Ackerley entrò al suo braccio nel teatro dell'opera di Covent Garden. Mather aveva un profilo perfetto, un corpo snello e atletico e una folta chioma dorata che faceva venire alle donne una gran voglia di accarezzarla. Aveva modi impeccabili e riusciva ad affascinare chiunque incontrasse. Aveva anche una rendita ragguardevole, una lussuosa casa in Park Lane ed era ricevuto nei circoli più esclusivi. Davvero un'ottima scelta per una vedova divenuta ricca da un giorno all'altro. Ma aver ereditato una piccola fortuna non era certo un rimedio contro la solitudine, pensò Beth entrando 11


nell'elegante palco di Mather al seguito dell'anziana zia del fidanzato e della dama di compagnia di quest'ultima. Conosceva Lyndon da anni, perché sua zia era stata amica della datrice di lavoro di Beth. Lui non era certo una compagnia tra le più stimolanti, ma Beth non aspirava a vivere emozioni intense. Non voleva più colpi di scena e imprevisti: ne aveva già avuti a sufficienza in passato. Tutto ciò che desiderava in quel momento era avere delle certezze. Aveva già imparato come mandare avanti una dimora signorile piena di domestici, ma forse ora avrebbe potuto avere i figli che aveva sempre desiderato. Dal suo primo matrimonio, avvenuto nove anni prima, non ne erano nati, ma d'altronde il povero Thomas era morto meno di un anno dopo che si erano scambiati le promesse nuziali. Si era ammalato gravemente e così d'improvviso che non era neanche riuscito a dirle addio. Quando finalmente si furono sistemati nel palco, l'opera era già iniziata. La giovane donna sulla scena aveva una splendida voce da soprano e un petto possente, capace di propagarla in tutto il teatro. Presto Beth si perse completamente nella musica. Dieci minuti dopo il loro arrivo Mather uscì dal palco, come sempre. Gli piaceva andare a teatro per vedere e farsi vedere, non certo per assistere allo spettacolo, tuttavia questo a Beth non dava fastidio. Era abituata a stare in compagnia di anziane matrone, anzi, lo preferiva allo scambiare vacui commenti con le dame della bella società. Ignorando la zia di Lyndon e la sua dama di compagnia che confabulavano per cercare di raccapezzarsi nella trama de La Traviata, Beth si fece aria con il ventaglio e pensò solo a godersi la musica. Per le signore del loro rango andare a teatro era cosa da tutti i 12


giorni, ma per una ragazza cresciuta nell'East End come lei non era affatto così. Beth adorava la musica e coglieva ogni occasione per ascoltarla. Mather era un assiduo frequentatore di opere, concerti e serate musicali, dunque la nuova vita di Beth sarebbe stata piena di musica, una prospettiva che l'allietava parecchio. Purtroppo, quella piacevole parentesi fu interrotta dal rumoroso ritorno di Mather nel palco. «Mia cara» le disse a voce alta, «ho portato a conoscervi il mio carissimo amico Lord Ian Mackenzie. Dategli la mano, cara. Suo fratello è il Duca di Kilmorgan, sapete?» Beth spostò lo sguardo oltre Mather, in direzione dell'uomo alto entrato nel palco subito dopo di lui, e il mondo parve fermarsi attorno a lei. Lord Mackenzie era un uomo imponente: il suo corpo era una solida parete di muscoli e la mano inguantata che prese quella di Beth era enorme. Aveva le spalle larghe, il petto ampio e il tenue riverbero delle lampade gli accendeva i capelli di riflessi rossi. Il suo volto era duro come il suo corpo, ma erano gli occhi a rendere Ian Mackenzie diverso da qualsiasi altra persona Beth avesse mai incontrato. Dapprima le parvero castano chiaro, ma, quando Mather sospinse il gentiluomo a sedersi sulla seggiola accanto a quella di Beth, vide che erano dorati. Non nocciola, ma ambrati come il brandy, tempestati di pagliuzze d'oro come la luce del sole. «Questa è la mia Mrs. Ackerley» la presentò Mather. «Che cosa ne pensate? Ve l'avevo detto che era la donna più bella di Londra!» Lord Ian lasciò correre un rapido sguardo sul viso di Beth, poi si affrettò a fissarlo su un punto alle sue spalle. Continuava a serrarle la mano, ma la pressione delle sue dita aveva in sé un che di timido. 13


Non confermò né smentì il giudizio di Mather, il che era alquanto scortese da parte sua, pensò Beth. Per quanto non fosse obbligato a portarsi le mani al petto dichiarandola la donna più bella che si fosse mai vista sulla faccia della terra dopo Elena di Troia, avrebbe perlomeno potuto rivolgerle un blando complimento. Invece rimase trincerato in un silenzio di pietra. Continuava a tenerle la mano, percorrendo con il pollice la cucitura sul dorso del suo guanto. Quel pollice si muoveva freneticamente, compiendo sempre lo stesso percorso e diffondendo uno strano calore nella mano di Beth e da lì nel resto del suo corpo. «Se vi ha detto che sono la donna più bella di Londra, temo che vi abbia fuorviato» si schermì lei, a disagio. «Vi chiedo scusa.» Lo sguardo di Lord Ian balenò di nuovo su di lei, mentre sul volto gli appariva un'espressione corrucciata, come se non avesse nemmeno capito ciò che gli aveva detto. «Non stritolatele la mano, Mackenzie!» lo riprese Mather in tono gioviale. «È fragile, proprio come uno dei vostri vasi Ming.» «Vi interessate di porcellane, milord?» gli domandò Beth, ben lieta di poter sviare il discorso. «Sir Lyndon mi ha mostrato la sua collezione.» «Mackenzie è una vera autorità in materia» dichiarò Mather con un'evidente nota d'invidia. «Davvero?» gli chiese Beth. Lord Ian fece saettare un'altra occhiata sul suo volto. «Sì.» Non era più vicino a lei di quanto non lo fosse Mather, ma quella prossimità la turbava in modo incomprensibile. Avvertiva il suo ginocchio di marmo contro la gonna, l'ostinata pressione del suo pollice sul 14


dorso della mano, ma soprattutto l'intensità del suo sguardo sfuggente. Non è certo capace di far sentire una donna a proprio agio, rifletté rabbrividendo. Era esattamente il tipo di uomo in grado di ispirare le emozioni intense che Beth si era appena prefissa di evitare, lo capiva dall'irrequietezza del suo corpo, della grande mano che continuava a ghermire quella di lei, degli occhi che si ostinavano a evitare i suoi. Era incerta se compatire la donna su cui quegli occhi si sarebbero finalmente soffermati, un bel giorno, oppure se invidiarla. Le parve di avere la lingua annodata nel proseguire. «Sir Lyndon ha degli splendidi pezzi. Pensare di toccare un oggetto che secoli fa è stato nelle mani di un imperatore mi fa sentire... non saprei... vicina a lui. Del tutto privilegiata.» Una scintilla dorata gli divampò negli occhi nel brevissimo istante in cui Lord Ian si azzardò a guardarla. «Allora dovete venire a vedere la mia collezione.» Aveva un leggero accento scozzese e una voce bassa e roca. «Ci piacerebbe molto, vecchio mio» si intromise Mather. «Cercherò di trovare un giorno libero.» Quando Mather si accostò al volto il binocolo da teatro per esaminare il petto prosperoso del soprano, lo sguardo di Lord Ian si spostò su di lui. Il disgusto e l'ostilità che Beth lesse in quello sguardo la colsero impreparata. Prima che potesse dire qualcosa, Lord Ian si sporse verso di lei. Il calore del suo corpo la colpì come un'ondata, accompagnato da un lieve sentore di sapone da barba e spezie. Si era dimenticata di quanto potesse essere inebriante l'odore di un uomo: Mather affogava sempre il proprio nella colonia. «Leggetelo senza farvi vedere.» Nel sussurrarle quelle parole, il fiato di Lord Ian 15


sfiorò l'orecchio di Beth, scaldandola in punti reconditi del suo corpo che non venivano toccati da nove anni. Le dita dell'uomo scivolarono al di sotto dell'orlo del suo guanto, appena sopra il gomito, per infilarvi un bigliettino ripiegato che le graffiò un poco la pelle. Fissò gli occhi dorati di Lord Ian, così vicini ai propri, notando l'improvviso dilatarsi delle sue pupille prima che lui distogliesse in tutta fretta lo sguardo. Il gentiluomo si raddrizzò con espressione del tutto imperscrutabile. Ignaro dell'accaduto, Mather gli rivolse un commento sulla cantante. Lord Ian si alzò di scatto. La calda pressione sulla mano di Beth cessò di colpo e soltanto allora lei si accorse che non l'aveva mai lasciata andare. «Ci lasciate già, vecchio mio?» gli chiese Mather, stupito. «Mio fratello mi aspetta.» Gli occhi di Mather scintillarono avidi. «Il duca?» «Mio fratello Cameron e suo figlio.» «Oh.» Mather era deluso, ma si alzò e rinnovò la promessa di portare Beth a vedere la collezione di porcellane di Lord Ian. Lui uscì dal palco senza salutarli. Lo sguardo di Beth non gli si staccò dalla schiena finché non si fu richiuso la porta alle spalle. Sentiva il bigliettino ripiegato tra la pelle e la stoffa del guanto, e un rivoletto di sudore aveva iniziato a formarsi al di sotto di esso. Mather si sedette accanto a lei ed emise un sonoro sospiro. «Ecco a voi, mia cara, un vero eccentrico!» esclamò. Beth strinse nel pugno il taffettà della gonna, sentendosi improvvisamente le dita fredde, al di fuori della stretta di Lord Ian. «Un eccentrico?» 16


«Matto come un cavallo, sarebbe meglio dire. Il poveraccio ha vissuto in un manicomio privato per gran parte della propria vita, e ora è libero di andarsene in giro soltanto perché il duca suo fratello l'ha tirato fuori. Ma non temete.» Mather le prese la mano. «Lo frequenterete soltanto in mia presenza. L'intera famiglia è disdicevole. Non rivolgete mai la parola a nessuno di loro se io non sarò accanto a voi, d'accordo, mia cara?» Beth mormorò una vaga risposta. Conosceva bene la fama della famiglia Mackenzie, detentrice del Ducato di Kilmorgan, perché Mrs. Barrington, la sua defunta datrice di lavoro, era stata un'avida divoratrice di pettegolezzi mondani. I vari membri della famiglia Mackenzie erano una presenza fissa nelle cronache scandalistiche che Beth era stata solita leggere a Mrs. Barrington durante le serate piovose. Ma a lei Lord Ian non era sembrato affatto pazzo, per quanto fosse senza dubbio diverso da tutti gli altri uomini che aveva conosciuto. Quando prendeva la sua, la mano di Lyndon era sempre molle e fredda, mentre la tenace pressione esercitata da quella di Lord Ian le aveva trasmesso un calore che lei non provava da tempo. Le mancavano l'intimità che aveva condiviso con Thomas e le lunghe notti trascorse a letto con lui. Sapeva che, una volta sposati, avrebbe dovuto condividere il letto con Mather, ma il pensiero la lasciava del tutto indifferente. Era convinta che i sentimenti che aveva nutrito per Thomas fossero unici, speciali, e non si illudeva di poterli mai più provare per un altro uomo. E allora perché si era sentita mancare il fiato quando il respiro di Lord Ian le aveva sfiorato l'orecchio? Perché il suo cuore si era messo a battere più forte quando lui aveva mosso il pollice sul dorso della sua mano? 17


No. Lord Ian rappresentava l'imprevisto. Mather, invece, la certezza. E lei avrebbe scelto la certezza. Doveva farlo. Il suo fidanzato riuscì a restarsene seduto solo cinque minuti prima di rialzarsi. «Devo andare a salutare Lord e Lady Beresford. Non vi dispiace, vero?» «Certo che no» rispose Beth senza neanche pensarci. «Siete un tesoro. Dicevo sempre alla cara Mrs. Barrington quanto eravate dolce e buona.» Mather le baciò la mano e uscì dal palco. Il soprano incominciò a cantare una celebre aria le cui note si diffusero in tutto il teatro. Alle spalle di Beth, la zia di Mather e la dama di compagnia si avvicinarono l'una all'altra, nascondendosi dietro i ventagli per bisbigliarsi chissà quali commenti. Beth infilò le dita sotto l'orlo del guanto e recuperò il biglietto. Si girò in modo da rivolgere completamente la schiena alle due anziane e spiegò il messaggio. Mrs. Ackerley..., era l'esordio, scritto con una grafia ordinata e meticolosa. Consentitemi di mettervi in guardia dalla vera personalità di Sir Lyndon Mather, un uomo che mio fratello, il Duca di Kilmorgan, conosce bene. Credo dobbiate sapere che Mather possiede una casa poco lontano dallo Strand, nei pressi di Temple Bar, dove si incontra con diverse donne, spesso più di una alla volta. Chiama queste donne le sue dolci padrone e le supplica di trattarlo come uno schiavo. Non sono delle normali cortigiane, bensì donne talmente bisognose di denaro da sopportare i suoi capricci. Ho i nomi di cinque di costoro, in caso desideraste parlare con loro. In alternativa, sarò felice di 18


organizzarvi un incontro con il duca mio fratello. Servo vostro, Ian Mackenzie Il soprano spalancò le braccia, emettendo l'acuto conclusivo dell'aria e tenendo la nota finché essa non venne sommersa dallo scroscio degli applausi. Beth rimase a fissare il messaggio, sopraffatta dal frastuono levatosi d'un tratto attorno a lei. Ma le parole restavano lì, scritte nere su bianco. Il fiato a lungo trattenuto le si riversò nei polmoni, caldo e pungente. Rivolse un'occhiata furtiva alla zia di Mather, ma l'anziana donna e la sua dama di compagnia non avevano notato nulla, erano troppo prese ad applaudire e a gridare: «Brava, brava!». Beth si alzò, infilandosi frettolosamente il biglietto nel guanto. Nell'arrancare verso l'uscita, le parve che quel piccolo palco ingombro di sedie e tavolini le si stesse richiudendo addosso. La zia di Mather la fissò stupita. «State bene, mia cara?» «Ho solo bisogno di un po' d'aria. Fa caldo, qui.» L'anziana si mise a frugare nella borsetta. «Volete dei sali? Alice, suvvia, aiutatemi!» «No, no!» Quando la zia iniziò a rimproverare la dama di compagnia, Beth ne approfittò per fuggire. «Mi riprenderò in un attimo.» Fuori il corridoio era deserto, grazie al cielo. Il soprano era una vera e propria celebrità, dunque in quel momento cruciale dell'opera quasi tutti erano nei palchi, inchiodati alle sedie. Beth percorse rapidamente il corridoio mentre la cantante attaccava un altro brano. Aveva la vista annebbiata, il biglietto le bruciava contro il braccio come un marchio a fuoco. 19


Perché mai Lord Ian aveva voluto mandarle una simile missiva? Era un eccentrico, aveva detto Mather... tuttavia ciò non bastava a spiegare il suo comportamento. Soprattutto, se le sue accuse erano solo farneticazioni di una mente malata, perché mai avrebbe dovuto offrirsi di procurarle un colloquio con suo fratello? Il Duca di Kilmorgan era uno degli uomini più ricchi e potenti del paese, membro di una nobile famiglia scozzese il cui lignaggio risaliva al quattordicesimo secolo e il cui padre era stato nominato Pari del Regno dalla Regina Vittoria in persona. Perché un uomo così importante avrebbe dovuto immischiarsi nelle faccende private di due nullità come Beth Ackerley e Lyndon Mather? Entrambi erano ben al di sotto del suo livello. No, quella lettera era assurda. Dovevano essere tutte bugie, folli invenzioni. Eppure... Beth ripensò alle volte in cui le era parso di sorprendere Lyndon a fissarla con aria soddisfatta, come compiacendosi con se stesso di averla fatta franca. Essendo cresciuta nell'East End, Beth aveva imparato in fretta a individuare un impostore. Possibile che avesse semplicemente preferito ignorare i segnali rivelatori, convincendosi che Sir Lyndon Mather fosse un uomo onesto? No, era impossibile. Aveva avuto ogni occasione di conoscere Sir Lyndon durante gli anni d'impiego presso Mrs. Barrington. Mather le aveva accompagnate in carrozza infinite volte, erano andate a trovare lui e sua zia a Park Lane e insieme avevano partecipato a una lunga serie di eventi mondani. Con lei si era sempre comportato con la distaccata cortesia dovuta alla dama di compagnia di una ricca signora. Solo dopo la morte di Mrs. Barrington si era fatto avanti senza alcun preavviso. 20


Dopo che hai ereditato il patrimonio di Mrs. Barrington!, le fece presente una voce cinica dentro di lei. Che cosa intendeva Lord Ian, riferendosi alle sue dolci padrone e aggiungendo che le supplica di trattarlo come uno schiavo? Il corsetto di ossa di balena che Beth indossava quella sera era troppo stretto, mozzandole il fiato di cui aveva sempre più disperatamente bisogno. Davanti agli occhi le comparvero dei puntini neri, così tese le braccia in avanti per cercare un sostegno. Una morsa d'acciaio le cinse il gomito. «Attenta, Mrs. Ackerley» le sussurrò una voce dall'accento scozzese. «Venite con me.»

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