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Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Her Tycoon to Tame Harlequin Desire © 2011 Emilie Rose Cunningham Traduzione di Lucilla Negro Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 2012 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Harmony Destiny maggio 2012 Questo volume è stato stampato nell'aprile 2012 presso la Rotolito Lombarda - Milano HARMONY DESTINY ISSN 1122 - 5470 Periodico settimanale n. 1953 del 22/05/2012 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 413 del 31/08/1983 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


1 Hannah Sutherland pigiò il piede sull'acceleratore della golf car, percorrendo a tutta velocità il vialetto che conduceva all'edificio principale. Abbiamo visite. Vieni subito nel mio ufficio. Così diceva il messaggio che le aveva inviato suo padre sul cellulare e, per quanto il genitore le urtasse i nervi ultimamente, non osava farlo aspettare. Si augurava che l'ospite fosse davvero una persona importante, visto che aveva dovuto mollare tutto per correre a casa a incontrarlo. Giunta davanti alle scale del portico posteriore, saltò giù dal veicolo elettrico e corse dentro, sistemandosi i capelli e i vestiti mentre trottava lungo il pavimento di marmo nero e bianco dell'atrio d'ingresso. Trovando la porta dello studio chiusa, esitò. L'ultima volta che l'aveva vista sprangata era stato il giorno in cui era morta sua madre. Un brivido d'allarme le serpeggiò lungo la schiena. Si scrollò di dosso l'inquietudine e bussò. Un attimo dopo il lucente pannello di legno si aprì e Hannah si trovò davanti Al Brinkley, l'avvocato di famiglia, amico e consulente legale di suo padre da tempo immemorabile. «Che piacere vederti, Al.» 5


Il sorriso dell'avvocato, notò, era un po' forzato. «Ciao, Hannah. Lo sai che assomigli a tua madre ogni giorno di più?» «Me lo dicono tutti.» Purtroppo, in comune con la mamma aveva solo la somiglianza fisica. Tutto sarebbe stato più facile nella sua vita se avesse preso anche qualcos'altro da lei. La forza di carattere, per esempio. L'ambizione. Brinkley si fece serio, rinnovando in lei l'apprensione. «Entra.» Suo padre era dietro la scrivania, il viso tirato, un bicchiere di whisky in mano. Non era un po' troppo presto per bere? Un movimento accanto alla portafinestra che affacciava a ovest attirò la sua attenzione. Alto e magro, il terzo uomo presente nello studio si girò lentamente verso di lei. I capelli scuri e lucenti erano tagliati corti, ma non abbastanza da nascondere una certa tendenza delle ciocche ad arricciarsi, che tuttavia non riuscivano ad ammorbidire il profilo squadrato e severo della mascella. E sebbene i lineamenti si armonizzassero a formare un viso decisamente attraente, nulla avrebbe mai addolcito quei suoi occhi gelidi e diffidenti, così come nessun abito sartoriale avrebbe mai nascosto quel paio di spalle larghe e poderose e il fisico atletico. Aveva lo sguardo asciutto e implacabile tipico di certi manifesti a carattere militare che invitavano i giovani ad arruolarsi nell'esercito, e un'aria minacciosa. Doveva essere sui trenta, trentacinque anni, ma non era detto. I suoi erano gli occhi di un uomo che aveva vissuto la vita intensamente. «Vieni, Hannah.» La strana tensione nella voce del 6


padre non fece che aumentare il suo disagio. «Brinkley, chiudi la porta.» L'avvocato fece quanto gli era stato chiesto. Che cos'era tutta quella segretezza? Le conversazioni a porte chiuse non erano la norma in quella casa. L'unica persona che avrebbe potuto origliare era Nellie, la governante. Ma lei viveva con loro da una vita e ormai era parte della famiglia. Hannah la considerava una specie di seconda mamma. «Wyatt, ti presento mia figlia, Hannah. È una veterinaria e ha fatto nascere tutti i cavalli di Sutherland Farm. Hannah, questo signore è Wyatt Jacobs.» L'occhiata bruciante che l'uomo le rivolse la infastidì ed eccitò al tempo stesso. Ma i suoi doveri di padrona di casa la riscossero dall'immobilità. Si fece avanti e gli porse la mano. «Benvenuto a Sutherland Farm, signor Jacobs» pronunciò, sforzandosi di mascherare la titubanza. Chi era quel tizio e cosa aveva a che fare con la tenuta dei Sutherland e la scuderia di cavalli da corsa? A giudicare dagli abiti costosi e dall'orologio di platino al polso, era una persona benestante; come, d'altronde, tutti i soci del circolo ippico. Il salto ostacoli non era sicuramente una disciplina per poveri e neppure per gente della media borghesia. La clientela di Sutherland Farm andava dai membri di antiche casate ai nuovi ricchi, dai viziati rampolli di illustri famiglie agli appassionati cavallerizzi. In quale categoria si inseriva Wyatt Jacobs? Era pronta a scommettere che avrebbe fatto una bellissima figura in groppa a un cavallo con quel suo portamento fiero, la schiena eretta. Aveva un paio di occhi del colore dei chicchi di caffè tostato, le pupille appena visibili con il sole che inondava la stanza dalla 7


portafinestra alle sue spalle. La visione ravvicinata del suo torace le fece mancare un battito del cuore. «Dottoressa Sutherland.» La sua voce era calda, pastosa, perfetta per la radio. Le dita si strinsero attorno alle sue e il calore di quella stretta, combinato all'impatto del suo sguardo tenebroso le levarono il fiato. In quell'istante, si pentì di non essere andata a cambiarsi, a rinfrescarsi il trucco, spazzolarsi i capelli e spruzzarsi addosso un po' di profumo per camuffare l'odore di stalla inevitabilmente impregnato negli abiti da lavoro. Che stupida. È solo un cliente. E tu non sei alla ricerca di una love story, no? Tirò indietro la mano e, dopo qualche istante, lui gliela lasciò. Hannah si premette la palma formicolante contro il fianco. Aveva rotto un fidanzamento quindici mesi prima e in tutto quel tempo non aveva pensato al sesso neppure una volta. Fino a quel momento. Wyatt Jacobs la faceva fremere in zone del corpo da lungo tempo sopite. Suo padre le offrì un bicchiere con del liquido ambrato. «Papà, non bevo quando lavoro, lo sai. Più tardi dovrò affrontare Commander.» Il senso di frustrazione nei confronti del bizzoso stallone riaffiorò. Commander sembrava avere un solo obiettivo: rendere la vita impossibile a tutti, specialmente alla veterinaria incaricata di prelevargli il liquido seminale, scalciando come un ossesso. In campo era eccezionale, ma nelle stalle era un vero incubo. Non ci si poteva, però, permettere il lusso di ignorare un campione di quel calibro. Il suo seme valeva oro. Lei e tutto il suo staff avevano faticato inutilmente per un'ora intera con lui, quella mattina, fino allo sfini8


mento. La chiamata di suo padre era stata, in un certo senso, provvidenziale. Fissò il bicchiere che il padre le aveva poggiato accanto, sulla scrivania, nella convinzione che potesse cambiare idea, poi spostò lo sguardo sul loro ospite. Jacobs la stava osservando con un'intensità imbarazzante. Aveva conosciuto molte celebrità, star del cinema, congressisti, aristocratici. Ma nessuno con un tale carisma. Perché diavolo Wyatt Jacobs la turbava tanto? Poi, le parve di cogliere un guizzo di rabbia in quello sguardo imperturbabile. Non c'era che un modo per scoprire il motivo della sua presenza. «Come mai da queste parti, signor Jacobs?» «Luthor, ti dispiace spiegarglielo tu?» domandò lui. Strano, era pronta a scommettere che non fosse il tipo abituato a demandare nulla ed era evidente che il doverlo fare ora lo irritasse. Poiché nessuno parlava, spostò lo sguardo su suo padre e per la prima volta lo vide veramente nervoso, a disagio. Prosciugò il bicchiere in un sorso solo e lo sbatté sulla scrivania. L'ansia era oramai alle stelle. «Papà, mi vuoi dire che cosa sta succedendo?» «Ho venduto la scuderia, Hannah... la tenuta, tutto quanto» le disse con piglio altero. Che cosa? Non credeva alle sue orecchie. Suo padre non era mai stato provvisto di senso dell'umorismo. Uno strano momento per riscoprirlo. Ma se era uno scherzo, non faceva ridere per niente. «Mi prendi in giro?» Luthor si consultò con Brinkley, la cui espressione rimase impassibile. «Avrei un sacco di posti dove an9


dare, di cose da fare... ma non posso fare nulla se devo restare intrappolato qui tutti i santi giorni.» Hannah scrutò il viso risoluto del genitore. Non stava scherzando. Si sentì mancare il terreno da sotto i piedi e si sorresse al bordo della scrivania. Le nocche sfiorarono il vetro ghiacciato del bicchiere di cristallo, ma era nulla in confronto al gelo che le scorreva ora nelle vene. La bocca le si aprì e chiuse, senza che fuoriuscisse alcun suono. Era paralizzata. Non riusciva neppure a pensare. «Non avresti dovuto venderla. È la tua vita.» A parte i cavalli e le corse, suo padre non aveva altri interessi. Non aveva amicizie al di fuori dell'ambiente ippico. «Non più.» Qualcosa era andato storto, era evidente. Cominciò a sudare freddo. «Ci può scusare un momento, signor Jacobs?» chiese, rivolgendosi al loro ospite. L'uomo non mosse un muscolo. «La prego» insistette in tono supplichevole. Detestava implorare qualcuno. Non lo aveva mai fatto. Dopo un istante, Jacobs annuì e, con passi decisi, uscì sulla veranda. «Volete che vi lasci soli?» chiese Brinkley. Luthor alzò la mano. «Resta pure, Brink. Hannah potrebbe rivolgermi domande a cui solo tu sai rispondere.» «Che cosa è successo, papà? Sei malato?» Il padre sospirò. «No, Hannah, non sono malato.» «Come hai potuto, allora, fare una cosa del genere? Avevi promesso alla mamma che avresti tenuto i cavalli per sempre.» 10


Le rughe sul viso di Luthor si accentuarono. «Questo è stato diciannove anni fa, Hannah, e lei stava morendo. Le ho detto quelle cose per far sì che se ne andasse in pace.» «E io? A me non hai pensato? L'avevo promesso anch'io alla mamma ed era quello che intendevo fare. Occuparmi della proprietà che era stata di mio nonno, poi di mio padre e tramandarla ai miei figli.» «Figli che non hai.» «Non ancora. Un giorno, però...» Si bloccò, non appena un pensiero le attraversò la mente. «Tutto perché non ho sposato Robert, vero?» Le labbra di suo padre si contrassero in una smorfia di disapprovazione. «Era l'uomo giusto per te, ma tu, come al solito, hai fatto di testa tua.» «No, papà, era giusto per te. Robert era il figlio che avevi sempre desiderato. E, invece, ti sono toccata io.» «Robert sapeva come gestire una scuderia.» «Anch'io so come si fa.» «Hannah, tu non cavalchi, non partecipi alle gare. Non ti interessa tenere alto il nome di Sutherland Farm nel mondo delle competizioni internazionali. Non si può certo dire che tu abbia il pallino degli affari. Non fai che sprecare tempo e denaro dietro a cavalli che andrebbero invece abbattuti.» Per quante volte lo avesse sentito, quel rimprovero continuava a bruciarle. Ingoiò la reazione emotiva e si concentrò sui fatti. «Anche la mamma era convinta che i cavalli andassero salvati e il programma di riabilitazione che porto avanti è un vero successo. Se solo perdessi un po' del tuo tempo a consultare le statistiche e a informarti sulle tante storie a lieto fine...» «Il tuo bilancio semestrale si chiude puntualmente 11


in rosso. Il fatto è che non dai peso al denaro perché non hai mai dovuto guadagnarti da vivere.» «Io lavoro!» Il padre emise un grugnito contrariato. «Un paio di ore al giorno.» «Non sono un'impiegata che deve timbrare un cartellino.» «Quando tua madre e io ci accollammo la responsabilità della vecchia manifattura di tabacco dei miei genitori, l'attività era in perdita. La chiudemmo e ci dedicammo all'allevamento e all'addestramento di cavalli da corsa, fondando Sutherland Farm e lottando con le unghie e con i denti per portare l'azienda ai livelli di adesso. Tua madre era una persona ambiziosa. Tu no. Robert avrebbe potuto forse convincerti a orientare il tuo interesse verso qualcosa di più redditizio. Ma non è andata così.» Aveva troncato il fidanzamento il giorno in cui si era resa conto che Robert amava i cavalli e le corse più di quanto non amasse lei. Per suo padre sarebbe stato il genero ideale, intraprendente e spregiudicato negli affari, un fuoriclasse in campo; ma non sarebbe stato il marito ideale per lei, il compagno con cui condividere il resto della sua vita. Come faceva a dire a suo padre che Robert si dimostrava appassionato solo quando era nel galoppatoio? «Robert non era la persona giusta per me.» «Hai ventinove anni, Hannah, e nessun uomo è mai riuscito a tenere desta la tua attenzione per più di qualche mese. Sei viziata e capricciosa.» «Mi dispiace, papà, se non ho ereditato l'abilità e la grazia della mamma a cavallo o il tuo pallino per gli affari. Ma i cavalli erano il suo sogno. E ora sono il mio. Mi occuperò io di Sutherland Farm. Posso farce12


la. Non saprò cavalcare un campione, ma so come prendermi cura di lui. Posso farcela.» «No, Hannah, non è così. Hai riscosso qualche successo con il tuo programma di riabilitazione, è vero, ma manchi di ambizione e non hai assolutamente la stoffa dell'imprenditrice. Non sarai mai in grado di gestire da sola questo posto.» Hannah ci rimase male. Quelle parole crudeli non facevano che confermare ciò che suo padre pensava di lei da anni, ma ebbero ugualmente l'effetto di una violenta scudisciata sul cuore. «Non è vero.» «Non faccio il tuo bene continuando a proteggerti.» Luthor spostò lo sguardo verso il suo amico. «Non avrai più il mio appoggio, Hannah. È ora che cominci a camminare con le tue gambe.» «Che intendi dire?» «Ti taglio i viveri.» Un'ondata di panico la investì, facendola barcollare. «Che... che significa?» «Non sosterrò più le tue cause perse.» «Perché? Che cosa ho fatto? Come farò ad andare avanti?» «Dovrai imparare a vivere del tuo stipendio, come fanno tutti.» Hannah si sentiva pugnalata alle spalle, e dolore e paura si agitavano dentro di lei. «Ne avremmo potuto parlare prima che prendessi una decisione così drastica.» Suo padre si strinse nelle spalle e allineò la penna accanto a una pila di carte sulla scrivania. «A che pro?» «Avrei potuto farti cambiare idea. Qualcuno avrebbe dovuto convincerti che stavi sbagliando.» Così dicendo, scoccò un'occhiata confusa e ferita all'avvocato 13


che alzò le spalle con aria mortificata. «Questa proprietà appartiene alla tua famiglia da generazioni. Ci sono un sacco di persone che dipendono da te e...» «È troppo tardi.» Luthor sospirò e rilassò la schiena, sembrando improvvisamente vecchio e stanco. Si riempì di nuovo il bicchiere e si accasciò sulla sedia di pelle. «Lo può fare?» Hannah si rivolse a Brinkley. «Che ne è della quota di mia madre?» «I tuoi nonni intestarono l'intera proprietà a nome di tuo padre prima che sposasse tua madre. Il nome di lei non è mai stato aggiunto all'atto. Quel che ti spettava da parte di tua madre lo hai ricevuto al compimento dei ventun'anni.» E lei lo aveva speso tutto per i suoi cavalli, sicura che suo padre avrebbe continuato a sovvenzionarla. Improvvisamente le si accese una lampadina. Wyatt Jacobs doveva essere la persona a cui suo padre aveva venduto la tenuta, il bastardo che le aveva soffiato l'eredità. L'uomo dagli occhi gelidi e il cuore di pietra. Sentiva il muscolo cardiaco scalciarle dentro al petto come un cavallo imbizzarrito. Se non poteva far ragionare suo padre, allora avrebbe dovuto parlare con l'usurpatore e convincerlo a tirarsi indietro. Poi, avrebbe cercato il modo di far cambiare idea al genitore prima che trovasse un altro acquirente. Oltrepassò la porta della veranda e adocchiò l'intruso seduto a un tavolo che mangiava in tutta tranquillità i biscotti di Nellie e sorseggiava un bicchiere di latte, come se nulla fosse successo, come se non le avesse appena rovinato la vita. Marciò spedita verso di lui e gli strattonò un gomito. «Questa è casa mia. Non può piombare qui come 14


un falco e rubarci tutto. Mio padre ha avuto un momento di confusione dovuta all'età e...» Jacobs balzò in piedi, torreggiandola, il viso granitico. «Guardi, dottoressa, che Sutherland Farm io non l'ho affatto rubata. L'ho pagata fior di quattrini, più del suo valore sul mercato.» In tutta calma, si portò il biscotto alle labbra e vi diede un altro morso. La sua insolenza era insopportabile. Poi, Hannah si rese conto che non sarebbe stata la sola a essere danneggiata dalla disastrosa notizia di quel giorno. Piroettò verso suo padre, che l'aveva intanto seguita in veranda. «E Nellie? Che ne sarà di lei? Vive con noi, in questa casa, da quando è morta la mamma. Siamo noi la sua famiglia, e tu lo sai. Non vorrai mica buttarla in mezzo a una strada? Alla sua età sarà difficile trovare un altro impiego.» «Wyatt ha promesso che continuerà a farla lavorare qui.» Wyatt ha promesso. Già. Come faceva a fidarsi di uno sconosciuto? Indirizzò all'uomo un'occhiata di brace. «E che ne sarà degli altri dipendenti, dei cavalli da curare, della scuderia? Farà un totale repulisti?» La maggior parte dei nuovi proprietari si portava dietro il proprio staff e lei non poteva sopportare di vedere le persone che conosceva da anni e a cui era affezionata come a una famiglia sparse per il globo chissà dove, sempre che fossero riuscite a trovare un altro posto. «Manterrò le cose come stanno, finché non avrò studiato bene la proprietà e le attività.» «E poi?» «Dipende da quello che scoprirò durante il periodo di valutazione.» 15


«E che cosa pensa di scoprire? Ha acquistato un allevamento di cavalli di primo livello...» «Hannah» la interruppe il padre, «Brink esaminerà insieme a te i dettagli dell'accordo. Quello che devi sapere è che Wyatt ha accettato di mantenere l'attuale personale per un anno intero, a meno che evidenti incompetenze non lo portino a decidere diversamente.» «Sutherland Farm non ha dipendenti incompetenti» lo rimbeccò lei, piccata. «Allora, non ha nulla di cui preoccuparsi» interloquì Jacobs. Il sangue le salì alla testa. «Papà, ti prego, non farlo. Sono sicura che ci sarà un modo per annullare la vendita. Dammi la possibilità di dimostrarti che sono in grado di gestire...» «Hannah, il contratto è stato chiuso una settimana fa.» «Una settimana fa?» ripeté, attonita. «Ho già acquistato una casa in città e fissato la data del trasloco» aggiunse il genitore, dandole un'altra batosta. Jacobs si irrigidì. «Una casa in città? E il cottage?» «Sarà mia figlia a vivere nel cottage.» Le mani di Jacobs si serrarono lungo i fianchi e un lampo di collera gli attraversò gli occhi. Confusa dal repentino cambiamento, Hannah spostò lo sguardo dall'intruso a suo padre. «La mia casa e il mio lavoro sono parte di Sutherland Farm. Dov'è che andrò a vivere? Dov'è che andrò a lavorare?» Suo padre emise un sospiro e si voltò verso il carrello degli alcolici. «Te lo spiegherà Wyatt.» «Luthor ha escluso dalla vendita il cottage e i due acri di terreno circostanti. Lei avrà la sua casa e, come gli altri dipendenti, continuerà a far parte dello staff. A 16


condizione che il suo lavoro sia all'altezza delle mie aspettative.» La voce di Jacobs aveva lo stesso calore dell'azoto liquido. Santo cielo, quell'uomo odioso sarebbe stato il suo capo. «Le sue aspettative?» A giudicare dal suo tono dovevano essere molto, molto elevate. Irraggiungibili. Ingoiò il panico e si sforzò di restare lucida. «Quando diverrà effettivo il passaggio di proprietà?» «Da oggi stesso. Poi, non appena suo padre l'avrà svuotata, mi trasferirò in questa casa.» In altre parole, rifletté Hannah, la sua vita, da quel giorno in poi, non sarebbe stata più la stessa.

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