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Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Heart Of The Dragon HQN Books © 2005 Gena Showalter Traduzione di Anna Polo Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2011 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Bluenocturne maggio 2011 Questo volume è stato impresso nell'aprile 2011 da Grafica Veneta S.p.A. - Trebaseleghe (Pd) BLUENOCTURNE ISSN 2035 - 486X Periodico quindicinale n. 40 del 27/05/2011 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 118 del 16/03/2009 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


Prologo Atlantide «La senti, ragazzo? Senti la nebbia che si prepara?» Darius en Kragin chiuse gli occhi e le parole del suo mentore gli risuonarono nella mente. La sentiva? Per gli dei, sì! Anche se aveva soltanto otto anni la percepiva. Mentre la nebbia lo avvolgeva sentì la pelle diventare fredda e un'ondata acida salirgli alla gola. Sentì anche il sangue scorrergli più veloce nelle vene, addolcito da un'essenza ingannevole e turbinosa che non gli apparteneva. Soffocò l'impulso pressante di fuggire su per i gradini della caverna, nel palazzo che vi sorgeva al di sopra, tese i muscoli e strinse le mani a pugno, tenendole lungo i fianchi. Devo rimanere. Devo farlo. Darius aprì piano gli occhi, lasciò andare il respiro a lungo trattenuto e incontrò lo sguardo di Javar. Il suo mentore era avvolto da un alone turbinoso e spettrale, le lugubri pareti della caverna stagliate alle sue spalle. «È questo che si sente ogni volta che la nebbia ti chiama. Significa che si sta avvicinando un viaggiatore» gli spiegò Javar. «Non devi mai allontanarti da questo 5


posto. Puoi vivere nel palazzo con gli altri, ma quando verrai chiamato dovrai sempre tornare qui.» «Non mi piace questo posto» confessò Darius con voce tremante. «Il freddo mi indebolisce.» «Gli altri draghi non sopportano il freddo, ma d'ora in poi questo non ti succederà più: la nebbia diventerà parte di te e il freddo un amato compagno. Adesso ascolta. Tendi l'orecchio e ascolta bene» gli ordinò l'altro con gentilezza. All'inizio Darius non sentì niente, poi cominciò a percepire un fischio basso, simile ai gemiti di un morente. È solo il vento, cercò di convincersi. Poi una brezza burrascosa entrò nello spazio chiuso dal soffitto a volta e le sue narici si riempirono dell'odore della disperazione, della distruzione e della solitudine, mentre lui si preparava all'impatto. Quando questo alla fine arrivò non si rivelò la forza prorompente che si era aspettato, ma una lieve carezza su tutto il corpo. Il medaglione che portava al collo prese vita vibrando e il drago tatuato quella mattina gli bruciò la pelle. Darius strinse le labbra per soffocare un gemito di incertezza. Il suo mentore spalancò le braccia con un'espressione riverente. «Questo è ciò per cui vivrai, ragazzo! Questo sarà lo scopo che ti guiderà. Ucciderai per questo!» «Non voglio che i miei scopi sorgano dalla morte degli altri» proruppe Darius. Javar si irrigidì e un'ira ardente lampeggiò nei suoi occhi azzurro ghiaccio, così diversi da quelli dorati di tutti gli altri draghi. «Sarai un guardiano della nebbia e regnerai su tutti i guerrieri. Dovresti essermi grato per averti scelto per questo compito.» 6


Darius deglutì: sì, forse avrebbe dovuto essere grato e invece si sentiva strano, perso, solo e insicuro. Era quello che voleva davvero? Era quella la vita che desiderava per sé? Si guardò intorno: qualche sedia rotta costellava il pavimento di terra cosparso di rametti, le pareti erano nere e spoglie. Nella caverna non c'era calore, ma solo freddo, ombre e solitudine. Diventare un guardiano significava votare la propria anima a quel luogo. Javar strinse gli occhi, coprì la distanza tra di loro, contrasse le labbra in un cipiglio arcigno e lo afferrò per le spalle. «I tuoi genitori sono stati massacrati, le tue sorelle violentate, prima che tagliassero loro la gola. Se l'ultimo guardiano avesse compiuto il proprio dovere, la tua famiglia sarebbe ancora con te.» Il dolore investì Darius con una tale violenza che si sarebbe cavato gli occhi, pur di cancellare quelle immagini terribili. La sua aggraziata madre che giaceva in un lago di sangue, le profonde ferite nella schiena del padre e le sue tre sorelle... Gli tremò il mento, mentre cercava di scacciare le lacrime ardenti che gli erano salite agli occhi. Non avrebbe pianto, né ora né mai. Pochi giorni prima, tornando da una spedizione di caccia, aveva trovato la sua famiglia massacrata. Non aveva pianto in quel momento e nemmeno quando gli invasori responsabili di quell'orrore erano stati uccisi per rappresaglia. Piangere significava mostrarsi debole. Darius raddrizzò le spalle e sollevò il mento. «Bravo» approvò Javar fiero. «Inghiotti le lacrime e tieni la sofferenza dentro di te. Usala contro quelli che vogliono entrare nella nostra terra e uccidili, perché le loro intenzioni sono malvagie.» «Voglio fare quello che dici. Lo voglio davvero, ma...» Darius distolse lo sguardo. 7


«Uccidere i viaggiatori è il tuo obbligo e il tuo privilegio» lo interruppe Javar con fermezza. «E se donne e bambini innocenti arrivassero qui per errore?» L'idea di distruggere una purezza simile a quella delle sorelle gli faceva odiare il mostro che sarebbe diventato seguendo gli ordini di Javar, ma non al punto da abbandonare il cammino che si era scelto. Darius era pronto a fare qualsiasi cosa gli venisse richiesta pur di proteggere gli amici. «Non potrei lasciarli tornare liberi in superficie?» «No.» «Ma che male possono fare dei bambini alla nostra gente?» «Possono portare con sé la conoscenza della nebbia e condurre qui un esercito.» Javar scosse la testa. «Ora capisci cosa devi fare e perché?» «Sì» rispose Darius in un soffio. Abbassò lo sguardo sul rivolo sottile e azzurro che scorreva ai suoi piedi e desiderò sentire dentro di sé la stessa gentile serenità dell'acqua. «Capisco.» «Hai il cuore troppo tenero, ragazzo.» Javar staccò le mani dalle sue spalle con un sospiro. «Se non costruisci dentro te stesso difese più forti, le tue emozioni ti porteranno alla morte insieme a tutte le persone che ami.» Darius deglutì nel tentativo di sciogliere il groppo che gli serrava la gola. «Allora aiutami, Javar. Aiutami a liberarmi dalle emozioni, così che possa svolgere il mio compito.» «Come ti ho già detto, devi seppellire il dolore nel profondo, dove nessuno possa sperare di raggiungerlo... Nemmeno tu.» Sembrava facile, ma come si faceva a seppellire un dolore così tremendo, dei ricordi così devastanti? Darius 8


era pronto a fare qualsiasi cosa per trovare un po' di pace. «Come?» chiese al suo mentore. «Scoprirai da solo la risposta.» Magia e potere cominciarono a turbinare intorno a loro, l'aria si estese e coagulò, diffondendo un'inebriante fragranza di oscurità e pericolo. Un'ondata di energia rimbalzò contro le pareti della caverna come un lampo accecante, per poi erompere in scintille colorate. Darius si irrigidì, invaso da un misto di orrore, paura e trepidazione. «Sta arrivando un viaggiatore» annunciò Javar teso e bramoso. Darius strinse l'impugnatura della spada con dita tremanti. «Quando emergono dalla nebbia sono disorientati. Devi usare il loro turbamento a tuo vantaggio e distruggerli subito.» «Non sono pronto. Non posso...» «Lo sei e lo farai» lo interruppe Javar con durezza. «Ci sono due ingressi, questo e quello che sorveglio io, dall'altra parte della città. Non ti sto chiedendo niente che io non abbia già fatto e che non sono disposto a rifare.» Un attimo dopo un uomo alto emerse dalla nebbia. Aveva gli occhi chiusi, il volto pallido e i vestiti stracciati, i capelli d'argento e la pelle abbronzata e rugosa. Sembrava uno studioso, non un essere malvagio o un guerriero. Darius estrasse la spada e quasi si piegò sotto l'impatto delle proprie emozioni contraddittorie. Una parte di lui gli urlava di fuggire e di rifiutare quel compito, ma lui si costrinse a rimanere. Sì, Javar aveva ragione: i viaggiatori erano nemici, 9


qualsiasi fosse il loro aspetto e il loro proposito. «Fallo, Darius» lo incitò Javar. «Fallo adesso.» Il viaggiatore aprì gli occhi all'improvviso e incontrò quelli di Darius: gli occhi dell'umano erano verdi, quelli del drago dorati. Risoluzione e paura, vita e morte si scontrarono. Darius sollevò la spada, esitò un istante e poi colpì. Schizzi di sangue gli investirono il petto nudo e gli avambracci, come gocce di pioggia velenosa. L'uomo si lasciò sfuggire un gorgoglio strozzato, poi crollò a terra morto. Darius rimase immobile per vari secondi, contemplando le conseguenze delle sue azioni. Cos'ho fatto? Cos'ho fatto? Lasciò andare la spada e sentì un tintinnio metallico quando questa rimbalzò per terra. Si piegò su se stesso e vomitò. Con sua grande sorpresa, insieme al contenuto dello stomaco perse anche il dolore, il rimpianto e la tristezza, mentre un senso di gelo serrava il suo petto e ciò che restava della sua anima. Darius accolse quel torpore e avvertì un senso di vuoto: tutte le sue sofferenze erano scomparse. Ho fatto il mio dovere. «Sono fiero di te, ragazzo.» Javar gli batté una pacca sulla spalla in una dimostrazione d'affetto per lui rara. «Sei pronto a prendere i voti di guardiano.» Darius smise di tremare, si raddrizzò e si ripulì la bocca con il dorso della mano. «Sì» confermò con forza. «Sono pronto.» «Fallo, allora.» Senza fermarsi a pensare, il ragazzo cadde in ginocchio. «Resterò in questo luogo, distruggendo i viaggiatori della superficie che emergeranno dalla nebbia. Lo 10


giuro sulla mia vita. Lo giuro sulla mia morte.» Mentre le pronunciava, quelle parole apparvero sul suo petto e sulla sua schiena, con simboli rossi e neri che si estendevano da una spalla all'altra e brillavano illuminati da un fuoco interno. «Non ho altro proposito. Sono un guardiano della nebbia.» Javar sostenne a lungo il suo sguardo, poi annuì soddisfatto. «I tuoi occhi hanno cambiato colore per assomigliare alla nebbia. Ora siete una cosa sola. Molto bene, ragazzo. Molto bene.»

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1 Trecento anni dopo «Non ride mai.» «Non urla mai.» «Quando Grayley lo ha ferito alla coscia per sbaglio, il nostro capo non ha battuto ciglio.» «Qualche ora di divertimento a letto gli farebbe bene, ma non sono sicuro che Darius sappia a cosa serve quello che si ritrova tra le gambe!» L'ultima osservazione fu accolta da sonore risate maschili. Darius en Kragin entrò nell'ampia sala da pranzo e si guardò intorno con l'abituale attenzione. Il pavimento di ebano brillava pulito e il nero formava un contrasto perfetto con le pareti di avorio intagliato. Le tende leggere ondeggiavano alle finestre e il soffitto di cristallo rifletteva la tranquillità dell'acqua di mare che circondava la grande città. Si avvicinò al lungo tavolo. L'aroma dei cibi squisiti sarebbe dovuto arrivare alle sue narici, ma nel corso degli anni l'olfatto, il gusto e il senso del colore si erano deteriorati. Per Darius ogni cosa aveva un odore di cenere, i sa12


pori erano come l'aria e tutto gli appariva in bianco e nero. Un guerriero lo scorse e avvertì in fretta gli altri. Il silenzio cadde nella grande sala, tutti i guerrieri concentrarono l'attenzione sul cibo e l'atmosfera gioviale si incupì di colpo. Darius prese posto a capotavola, imperturbabile, senza sorridere né guardarsi intorno accigliato, proprio come sostenevano i suoi uomini. La conversazione riprese solo dopo che lui ebbe bevuto il terzo calice di vino, ma i guerrieri ebbero il buonsenso di scegliere un altro argomento. Questa volta si misero a parlare delle donne che avevano sedotto e delle guerre vinte, esagerando ogni particolare. Un guerriero arrivò a dichiarare di aver dato piacere a quattro donne insieme, mentre prendeva d'assalto una roccaforte nemica. Darius aveva già ascoltato migliaia di volte quei racconti. Inghiottì un boccone di cibo insipido e si rivolse al guerriero più vicino. «Novità?» Brand, il suo braccio destro, sorrise cupo e scrollò le spalle. «Forse. O forse no.» I capelli biondi gli incorniciavano il viso divisi in grosse trecce. Ne sistemò diverse dietro le orecchie. «I vampiri si stanno comportando in modo strano: lasciano la Città Esterna e si radunano qui, nella Città Interna.» «Vengono qui di rado. Hanno dato qualche indicazione sul motivo di questo strano comportamento?» «Qualsiasi sia il motivo, non promette niente di buono per noi» intervenne Madox. «Io dico di uccidere quelli che si avventurano troppo vicino a casa nostra.» Era il più alto dei draghi presenti ed era sempre pronto a combattere. «Siamo molto più forti ed esperti di loro.» «Dobbiamo annientarli tutti» aggiunse il guerriero alla 13


sua sinistra. Renard era il tipo d'uomo che chiunque voleva avere vicino in battaglia: combatteva con feroce determinazione, era leale e aveva studiato l'anatomia di tutte le creature di Atlantide, così che sapeva dove colpire per infliggere il maggior danno e il dolore più atroce. Anni prima Renard e sua moglie erano stati catturati da un gruppo di vampiri. Lui era stato incatenato a un muro e costretto a guardare mentre la moglie veniva violentata e moriva dissanguata per i morsi di quelle vili creature. Era riuscito a fuggire e aveva ucciso tutti i responsabili, ma la vendetta non aveva attenuato il suo dolore. Da allora era cambiato, perdendo la gioia di vivere e l'inclinazione al perdono. «Forse potremmo rivolgerci a Zeus per chiedere la loro estinzione» replicò Brand. «Gli dei ci hanno dimenticati da tempo» gli ricordò Renard stringendosi nelle spalle. «Inoltre, Zeus assomiglia molto a Crono: potrebbe anche accettare la nostra richiesta, ma vogliamo davvero che lo faccia? Tutti noi, anche le creature che odiamo, siamo stati creati dai Titani. Se Zeus cominciasse ad annientare una razza, cosa gli impedirebbe di fare lo stesso con le altre?» Brand scolò il resto del vino. «Allora non gli chiederemo niente» decretò con occhi sfolgoranti. «Colpiremo e basta.» «È arrivato il momento di dichiarare guerra» approvò Madox. La parola guerra suscitò sorrisi in tutta la sala. «Sono d'accordo che i vampiri vadano eliminati: seminano il caos e solo per questo fatto meritano la morte.» Darius cercò gli occhi di ogni guerriero, uno dopo l'altro, fissandolo fino a quando l'altro non distoglieva 14


lo sguardo. «Ma c'è un tempo per la guerra e uno per la strategia e ora è tempo di dedicarci alla strategia. Manderò una pattuglia nella Città Interna per scoprire le intenzioni dei vampiri, così sapremo come muoverci.» «Ma...» obiettò un guerriero. «I nostri avi hanno condotto l'ultima guerra contro i vampiri e pur vincendo hanno subito pesanti perdite» lo interruppe lui. «Famiglie intere sono state fatte a pezzi e un lago di sangue ha inzuppato la terra. Dobbiamo avere pazienza: non permetterò ai miei uomini di agire in modo frettoloso e impulsivo.» Cadde un silenzio deluso. Darius non sapeva se gli uomini stessero meditando sulle sue parole o accarezzando propositi di rivolta. «Cosa te ne importa delle famiglie distrutte? Un bastardo senza cuore come te dovrebbe accogliere con gioia la prospettiva della guerra» chiese Tagart dall'altro lato del tavolo. «Non sei ansioso di spargere altro sangue, senza curarti se appartiene a un vampiro o a un umano?» Risuonarono ringhi furenti e vari guerrieri fissarono Darius con aria d'attesa, quasi si aspettassero che uccidesse a sangue freddo il guerriero che aveva espresso a voce alta i loro pensieri. Tagart scoppiò a ridere, sfidando tutti ad avventarsi contro di lui. Lo consideravano davvero senza cuore, si chiese Darius, al punto da eliminare un membro della sua stessa razza per un semplice insulto verbale? Era pronto a uccidere, certo, ma non era così spietato. Un uomo senza cuore non provava niente e invece lui sentiva qualche emozione, per quanto blanda. Nel corso del tempo però aveva imparato a controllarle e seppellirle nel profondo di se stesso e preferiva vivere 15


così. Le emozioni intense producevano un tumulto che a sua volta causava un dolore atroce e questo riportava a galla i ricordi. Darius strinse forte la forchetta e si costrinse a rilassarsi. Preferiva non sentire niente che rivivere l'agonia del passato, un'agonia che poteva diventare il suo presente, se avesse consentito anche a un solo ricordo di mettere radici e di avvelenarlo. «La mia famiglia è Atlantide» rispose infine con calma. «Farò tutto il necessario per proteggerla, anche se questo significa aspettare a dichiarare guerra e far arrabbiare tutti i miei uomini.» Tagart capì che Darius non si sarebbe lasciato provocare, così si strinse nelle spalle e riportò l'attenzione alla carne succulenta che aveva nel piatto. «Hai ragione, amico mio.» Brand gli batté una pacca sulla spalla con un ampio sorriso. «La guerra è divertente solo per i vincitori. Accettiamo il tuo consiglio di aspettare.» «Leccagli ancora un po' il culo e ti spellerai le labbra» borbottò Tagart. Brand perse ogni allegria e il medaglione che gli pendeva dal collo cominciò a risplendere. «Cos'hai detto?» chiese piano. «Le tue orecchie sono deboli come tutto il resto?» Tagart balzò in piedi, le mani piantate sulla superficie lucente del tavolo, e i due uomini si fissarono a distanza in un'atmosfera sempre più tesa. «Ho detto: "Leccagli ancora un po' il culo e ti spellerai le labbra"» ripeté. Brand si lanciò sul tavolo con un ringhio, facendo cadere a terra piatti e cibo nella fretta di aggredire Tagart. Squame da rettile apparvero sulla sua pelle e ali sottili e incandescenti gli spuntarono sulla schiena, squarciando 16


i vestiti mentre si trasformava in drago ed eruttava fuoco. Tagart subì lo stesso cambiamento. Un attimo dopo i due draghi si rotolavano per terra in una lotta furibonda. I guerrieri erano in grado di trasformarsi in draghi quando lo desideravano, ma il mutamento avveniva da solo se un'emozione violenta li prendeva. Darius non lo sperimentava da quando, trecento anni prima, aveva scoperto la sua famiglia massacrata e sospettava di avere in qualche modo perso la sua forma di drago. Tagart ringhiò quando Brand lo scagliò contro il muro più vicino, incrinando il prezioso avorio, ma si riprese in fretta e gli sferzò il viso con la coda seghettata, procurandogli una ferita sanguinante. Vi eruppe un torrente di fiamme, presto seguito da un sibilo infuriato, mentre i due draghi si avventavano l'uno contro l'altro, si separavano e tornavano a lottare. Ogni guerriero tranne Darius balzò in piedi eccitato e si mise a scommettere sul vincitore. «Otto dracme d'oro su Brand» gridò Grayley. «Dieci su Tagart» urlò Brittan. «Venti se si uccidono a vicenda» intervenne Zaeven eccitato. «Ora basta» dichiarò Darius in tono controllato. I due avversari si separarono come se avesse gridato un ordine e rimasero a fissarsi ansimanti, pronti a riprendere la lotta in qualsiasi momento. «Sedetevi» disse Darius nello stesso tono tranquillo e inflessibile. Brand e Tagart erano troppo occupati a rivolgersi grugniti gutturali per sentirlo, ma gli altri obbedirono: sarebbe piaciuto a tutti continuare a lanciare acclamazioni e a fare scommesse, ma Darius era il loro capo, il 17


loro re, e sapevano che non conveniva sfidarlo. «L'ordine riguardava anche voi» precisò rivolto a Tagart e Brand, alzando appena la voce. «Calmatevi e sedetevi.» I due uomini lo guardarono torvi. Lui inarcò le sopracciglia in modo eloquente. Venite a prendermi, pareva sfidarli. Solo, non aspettatevi di sopravvivere. Passarono vari minuti di silenzio teso, fino a quando i due guerrieri ansimanti ripresero la loro forma umana: le ali si ripiegarono nelle fessure sulla schiena e le squame lasciarono il posto alla pelle. Darius teneva degli abiti di ricambio in ogni stanza del palazzo, così Brand e Tagart afferrarono dei pantaloni appesi a un gancio fissato al muro, li infilarono, raddrizzarono le sedie e tornarono al loro posto. «Non intendo tollerare discordie nel mio palazzo» dichiarò Darius con fermezza. Brand si asciugò il sangue che gli colava da una guancia e lanciò un'occhiataccia a Tagart, che lo ricambiò con un ringhio. Darius si rese conto che stavano per trasformarsi un'altra volta in draghi. Si passò un dito sul mento ispido; era grato della propria pazienza, ma cominciava ad avere qualche dubbio sul sistema che aveva escogitato, basato su turni a rotazione. I suoi guerrieri erano divisi in quattro unità: una pattugliava la Città Esterna e un'altra quella Interna. La terza poteva girare libera, concedendosi donne, vino e qualsiasi altro vizio desiderasse, e l'ultima doveva restare ad allenarsi nel palazzo. Ogni quattro settimane le unità cambiavano turno e tutto ricominciava. Quegli uomini erano lì solo da due giorni ed erano già irrequieti. Se non trovava il modo di distrarli, poteva18


no uccidersi a vicenda prima che finisse il loro periodo a palazzo. «Che ne pensate di un torneo di scherma?» propose. «Così potrete dimostrare la vostra abilità di spadaccini.» Alcuni uomini scrollarono le spalle indifferenti, altri gemettero costernati. «Ancora?» Renard scosse la testa scura. «No. Vinci sempre tu e inoltre non c'è un premio in palio.» «Cosa vorreste fare, allora?» «Donne» gridò uno dei guerrieri. «Procuraci delle donne.» Darius corrugò la fronte. «Sapete bene che le donne non sono ammesse in questo palazzo. Costituiscono una distrazione troppo grande e possono provocare tra di voi ostilità molto più gravi della scaramuccia avvenuta poco fa.» Borbottii rammaricati accolsero le sue parole. «Ho un'idea.» Brand si girò verso di lui con un sorriso. «Lascia che proponga un'altra gara, non di forza fisica, ma di astuzia e intelligenza.» Tutti lo fissarono interessati. Sembrava una proposta innocua. Darius annuì e gli fece cenno di proseguire. Il sorriso di Brand divenne ancora più largo. «La gara è semplice: il primo che riesce a far perdere le staffe a Darius vince.» «Io non...» cominciò Darius, ma Madox intervenne a voce più alta. «E cosa ottiene il vincitore?» chiese eccitato. «La soddisfazione di aver battuto gli altri» rispose Brand. «E una bella scarica di pugni da parte di Darius, temo.» Scrollò le spalle, languido, si appoggiò ai cuscini di velluto della sedia e posò le caviglie sul tavolo. «Giu19


ro sugli dei che anche con un bel po' di lividi ne sarà comunque valsa la pena.» Gli uomini-drago si girarono verso Darius, fissandolo attenti e interessati. «Io non...» ripeté lui, ma ancora una volta venne zittito. «Mi piace» dichiarò Tagart. «Ci sto.» «Anch'io.» «E anch'io.» Prima che un altro uomo lo ignorasse con tanta facilità, Darius intervenne con una semplice parola. «No.» Inghiottì un altro boccone insipido e continuò con il resto del pasto. «E ora ditemi qualcosa di più dei vampiri.» Madox balzò in piedi e si appoggiò al tavolo. «E se qualcuno riesce a farlo sorridere? Conta anche questo?» chiese. «Naturalmente» rispose Brand. «Deve esserci un testimone, però, altrimenti non si può dichiarare un vincitore.» «D'accordo» convennero subito gli altri. «Non voglio sentire un'altra parola al riguardo» tagliò corto Darius. «Io...» Si interruppe di colpo: il sangue gli scorreva più veloce nelle vene e i capelli sulla nuca si drizzarono. La nebbia si preparava ad accogliere un viaggiatore. La rassegnazione lo invase, subito seguita da una fredda determinazione. Darius si alzò. Tutti si zittirono e lo fissarono incuriositi. «Devo andare» annunciò piatto. «Al mio ritorno discuteremo del torneo di scherma.» Si avviò verso la porta, ma Tagart superò il tavolo con un balzo e gli si parò davanti. «La nebbia ti sta 20


chiamando?» volle sapere. Appoggiò un braccio sullo stipite con aria noncurante, bloccandogli l'uscita. Darius rimase impassibile come sempre. «Spostati» gli ordinò. Tagart lo guardò insolente. «Prova a spostarmi» lo sfidò. Dietro di lui qualcuno ridacchiò. Con o senza la sua approvazione, pareva che il gioco fosse già cominciato. Darius afferrò Tagart per le spalle e lo scagliò contro il muro più lontano. Il guerriero si accasciò a terra ansimante. «Qualcun altro vuole sfidarmi?» chiese Darius senza girarsi. «Io» rispose subito Madox, mettendosi al suo fianco. «Voglio fermarti. Questo ti fa arrabbiare? Ti fa venir voglia di urlare e di avventarti su di me?» Con una luce malsana negli occhi, Tagart si rialzò e si avvicinò stringendo l'elsa della spada. Senza fermarsi a considerare la stupidità delle proprie azioni, puntò la lama affilata contro il collo del capo. «Mostreresti un po' di paura, se giurassi di ucciderti?» sibilò. «Ora esageri» ringhiò Brand, unendosi al gruppetto che lo circondava. Una goccia di sangue colò lungo la gola di Darius. Avrebbe dovuto provare almeno un po' di dolore e invece non sentiva proprio niente, salvo il solito distacco. Nessuno si rese conto delle sue intenzioni: un momento era immobile, come se non intendesse reagire in alcun modo alle provocazioni di Tagart, ma quello seguente estrasse la spada dal fodero con un movimento fulmineo e gliela puntò alla gola. L'uomo sgranò gli occhi. 21


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