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Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Playing with Fire HQN Books © 2006 Gena Showalter Traduzione di Elena Rossi Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2010 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Bluenocturne luglio 2010 Questo volume è stato impresso nel giugno 2010 da Grafica Veneta S.p.A. - Trebaseleghe (Pd) BLUENOCTURNE ISSN 2035 - 486X Periodico quindicinale n. 19 del 16/7/2010 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 118 del 16/3/2009 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


Ordinario – agg. [lat. ordinarius, da ordo, ordine] 1: che è nell'ordine delle cose; conforme all'ordine, alla regola; sin.: consueto, abituale, di routine; 2a: di qualità scadente, dozzinale; 2b: comune, grossolano; 3: Belle Jamison.

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Curriculum Vitae di Belle Jamison (prima stesura) OBIETTIVI: Trovare un lavoro stimolante con grandi possibilità di carriera e basse probabilità di licenziamento ESPERIENZE LAVORATIVE: • Cinque anni come servizio ai tavoli alla Remmie's Steak House • Quattro anni e mezzo come cameriera all'Holiday Escape • 18-29 maggio, addetta alla polvere nella libreria Harrison and Co. • 2-29 giugno, assemblatrice di bambole alla catena di montaggio della Kimberly Dolls (teste) • 25 giugno - 3 luglio, donna delle pulizie alla drogheria Rizzo, corsia 5 • 19 luglio - 1 agosto, addetta alle composizioni floreali per funerali alla Hot House Flowers • 1-23 agosto, clown (libera professionista) • 5-30 settembre, addetta agli asciugamani alla palestra Cutter's Gym • 18-31 ottobre, conducente di autobus per la Scuola Elementare Wisteria 7


• 3-9 novembre, responsabile di dadi e bulloni alla Donte Aeronautics • 10-12 novembre, ritoccatrice di contachilometri al salone di auto usate Jumpin' Jive • 22 novembre - 22 dicembre, lavorante nel salone di bellezza Beauty and Beyond • 14 dicembre - 5 febbraio, ausiliaria centralinista alla Cybernet Telemarketing • Due mesi sabbatici di riflessione • 6 aprile - oggi, cameriera al Caffè Utopia STUDI: • Diplomata alla Wisteria High School • Capo cheerleader dei Fighting Trojans (Forza ragazzi!) • Premiata per lo stile più personale nel vestire • Una settimana in un salone di bellezza per animali • Quattro settimane alla Scuola di Cosmesi LaVonda's Divine INTERESSI: Lunghe camminate sulla spiaggia, tramonti, romanzi d'amore, fredde notti d'inverno, buste paga, cene raffinate, shopping, sonnellini, biglietti della lotteria, uomini in kilt/uniforme/da calendario, e massaggi REFERENZE: "Se non avete specifiche esigenze di presenza regolare, Miss Jamison è la candidata perfetta per la vostra compagnia." – Mr. Ron Peaty, direttore del Caffè Utopia. "La prego di dare un lavoro alla mia amica. Per favore." – Miss Sherridan Smith, amica del cuore.

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1 Non è strano come una decisione apparentemente innocua possa cambiarti completamente la vita? Per me quella decisione arrivò sotto forma di un maxi caffelatte al cacao. Lasciate che vi spieghi. La giornata era incominciata in modo abbastanza normale. Vale a dire che ero rotolata giÚ dal letto con mezz'ora di ritardo, mi ero precipitata sotto la doccia e infilata di corsa la divisa che erano tenuti a indossare tutti gli impiegati del Caffè Utopia: pantaloni neri e camicia bianca. A differenza delle mie colleghe, io lasciavo aperti i primi tre bottoni della camicia per mostrare il pizzo bianco del reggiseno push-up. Non scandalizzatevi. Alcuni individui hanno una vera fissazione per le tette e hanno bisogno di un piccolo incoraggiamento. E poi, guardando l'incavo tra i miei seni, quel pervertito del mio capo non avrebbe notato che ero di nuovo in ritardo. Forse mi avrebbe addirittura ringraziata per essermi presentata. C'era qualcosa di male a contare sulle mie ragazze per tirarmi fuori dai guai? E anche se fosse, credete che me ne sarebbe importato? Avevo ventiquattro anni, ero single e ci tenevo a non perdere il posto. Vedete, mio padre soffre di gravi problemi cardiaci e io sono quella che paga i suoi conti, per non parlare della retta al Village on the Park, una casa di cura qui vicino. Mi sareb9


be piaciuto che vivesse con me (non che ci sia abbastanza spazio nel mio monolocale), ma è meglio che stia là, dove ha un'assistenza ventiquattr'ore su ventiquattro e qualcuno controlla che prenda le medicine, cosa che tende a "dimenticare" quando è lasciato a se stesso. Inoltre, sostiene di non essere mai stato tanto felice. Le donne che incontra lì sono "volpi argentate", come le chiama lui, avide di attenzioni maschili. Potrei aggiungere che queste volpi argentate costano più di prostitute d'alto bordo considerata la quantità di Viagra che mio padre acquista dai suoi amici. Ma io farei qualsiasi cosa per assicurargli la felicità, dopo che lui ha garantito la mia per tutta l'infanzia. Così avevo un disperato bisogno di tenermi il posto di lavoro e ottenere quello per cui mi sarei presentata una volta finito il turno. Non posso arrivare in ritardo, non posso arrivare in ritardo, canticchiavo mentalmente mentre cercavo le scarpe da tennis macchiate di caffè. Ci ho versato sopra più cappuccini di quanti ne abbia serviti ai nostri clienti ricchi e snob, ed è inutile dire che ne ho serviti un sacco. «Aha! Vi ho trovate, piccole bastarde.» Quando mai le avevo messe nel frigo? Le calzai, rabbrividendo mentre mi si congelavano le dita. Intanto le lancette dell'orologio si mangiavano minuti preziosi. Applicai velocemente fard, mascara e lucidalabbra. Se state pensando che il bisogno di denaro mi spinga ad alzarmi fresca e lucida ogni mattina, vi sbagliate di grosso. Quel giorno ero così distrutta che non mi sarei svegliata fresca e lucida nemmeno per un bel mucchio di bigliettoni da cento. La notte prima avevo lavorato come barman a un addio al nubilato fino alle tre del mattino. Proprio io che non so nemmeno che cosa sia l'alcol. Be', il Sex on the Beach sì, con il ragazzo giusto, si intende. Ancora ancora un Fuzzy Navel, ma un 10


Tom Collins non so proprio che cosa diavolo sia. Naturalmente al colloquio mi ero spacciata per un'esperta e avevo mescolato qualsiasi cosa mi capitasse sotto mano. Forse i miei drink non erano perfettamente calibrati, ma certamente avevano prodotto il risultato voluto. Alla fine della serata, tutte le ragazze sbronze giuravano di amare me e i miei intrugli spaventosi. L'orologio batté le sei. «Dannazione.» Mi sfregai gli occhi che bruciavano e subito dopo mi bloccai, rendendomi conto che il mascara non era ancora asciutto. Fantastico. Probabilmente ora avevo l'aspetto di un pugile a cui le avevano suonate. Mentre mi ripulivo il viso con una salvietta umida, bagnai le mie piante stentate per risparmiare tempo. Che cosa ci voleva per far prosperare quei piccoli mostriciattoli verdi? Finalmente pronta a uscire, ripescai le chiavi dalla vasca dei pesci. Quanti drink avevo bevuto la notte scorsa? Non ricordavo di aver lasciato cadere in acqua le chiavi. Se non altro, la vaschetta era temporaneamente priva di pesci. Martin, il mio pesciolino tropicale, aveva tirato le cuoia pochi giorni prima. Per cause naturali, giuro. «Spero che tu stia marcendo nelle fogne» dissi, guardando la vaschetta. Non c'era posto per lui in paradiso. Quella piccola carogna mi aveva sempre odiato e agitava le branchie sbattendo contro il vetro ogni volta che entravo nella stanza. Me l'aveva regalato il mio ultimo ragazzo, altrimenti detto Principe delle Tenebre. C'era qualcosa di male ad augurarmi che il mio ex morisse con il pesce? Ma in quel momento non avevo il tempo di fermarmi a riflettere sulla moralità di quel desiderio. Dovevo andare. Vestiti? A posto. Scarpe? A posto. Chiavi? Ok. CV? Ok. L'avevo infilato la sera prima nei pantaloni da lavoro, in previsione del colloquio. Puah! Un altro lavoro di basso profilo. Se solo avessi potuto tornare a letto, rannicchiarmi sotto le coperte e 11


riprendere il mio sogno a luci rosse con Vin Diesel e un flacone di sciroppo al cioccolato. Doppio gnam! Quella sua testa calva mi faceva impazzire. Basta con i sogni a occhi aperti. Raggiunsi la porta d'ingresso proprio quando il telefono si mise a squillare. Tornai in camera da letto con un sospiro. Probabilmente era il mio capo, Ron, ma era meglio controllare. Una rapida occhiata al display mi disse che in realtà si trattava di mio padre. Pur in ritardo com'ero, non pensai nemmeno per un attimo di lasciare scattare la segreteria e sollevai il ricevitore. «Ciao, papà.» «Ciao, bambolina. Che cosa stai facendo?» «Sto andando al lavoro. Tutto bene?» «Sì, tutto bene.» La sua voce profonda non mancava mai di confortarmi. «Tu lavori troppo.» «Ah, ma sai bene che il lavoro è tutta la mia vita» dissi in tono sincero. Mai e poi mai avrei lasciato capire a quell'uomo generoso che non mi piaceva il mio lavoro. Si sarebbe messo a cercarne uno lui, il vecchio orsacchiotto. Qualsiasi cosa pur di prendersi cura di me. Non c'era da stupirsi che lo amassi tanto. «Non sono felice se non lavoro.» «Proprio come tua madre, che riposi in pace. Non l'ho mai capita in questo.» Lo immaginai mentre scuoteva la testa. «Non ti trattengo. È solo che stavo sfogliando dei vecchi album di foto di quando eri piccola. So che sei venuta a trovarmi l'altro giorno, ma volevo sentire la tua voce.» Visto che dolce? «Adesso mi farai piangere. Ma sono contenta che tu abbia chiamato. Mi manchi e anche a me fa piacere sentire la tua voce.» «Siamo proprio una bella coppia di sentimentali...» «David!» udì che lo chiamava una voce femminile. «Oh, al diavolo!» disse mio padre. Rivolgendosi alla donna, borbottò: «Non ora, Mary. Sono al telefono con la mia ragazza preferita». 12


«È vero o no che ieri sera hai baciato Janet in giardino?» domandò Mary in sottofondo. «Diavolo» mormorò mio padre. Poi: «Oh, no. Temo che stia entrando nella mia stanza con la sua sedia a rotelle. Avrei dovuto rifiutare l'invito di Janet a fare una passeggiata». «Immagino di sì» commentai con una risata. «Devo andare, adesso. Ti voglio bene, bambolina.» «David!» chiamò ancora Mary, questa volta più vicina. «Anch'io ti voglio bene, papà.» Al termine della conversazione io rimasi a guardare l'apparecchio per un minuto intero, con un sorriso sulle labbra. Scuotendo il capo, mi precipitai fuori dal minuscolo appartamento dopo una breve occhiata di rimpianto alle spalle. «Affrontiamo la giornata e facciamola finita» mormorai. Fuori, il pallido mattino primaverile si rivelò fragrante di magnolie ma caldo in modo opprimente, con l'aria appiccicosa per l'umidità. Dannazione. Mi ero dimenticata di prendere un asciugamano per detergere il sudore. In pochi minuti avrei avuto i vestiti incollati addosso. Oh, be', ormai non potevo più farci niente. Non volendo arrivare al lavoro affamata (affamata = intrattabile = licenziata), mi fermai per una ciambella glassata lungo il tragitto verso la stazione degli autobus, e alla fine persi la mia corsa. Dato che il motto di MARTA, la compagnia di trasporti di Atlanta, era "perdi il bus e sei fottuto", il ritardo mi costò altri venti minuti. Quando raggiunsi l'Utopia, c'era una lunga coda serpeggiante e i clienti esprimevano a voce alta il fastidio per l'attesa. Sbadigliai. Cielo, chiunque possa permettersi ogni giorno una tazza di caffè da sei dollari non dovrebbe lamentarsi di nulla. Ron, il mio capo, mi fulminò con un'occhiata appena mi vide. Raddrizzai le spalle, tendendo la stoffa della camicia e regalandogli un sorriso che era come un gelato al cioccolato 13


affogato in panna montata e ciliegie. Hmm... la panna montata... ci sarebbe stata bene nella mia fantasia con Vin Diesel. Lo sguardo di Ron si posò sui miei seni. Impallidì, distolse il capo e piegò l'indice a uncino, invitandomi ad avvicinarmi. Senza controllare che avessi visto, girò sui tacchi dando per scontato che lo seguissi. Non prometteva niente di buono. Inspirando a fondo l'aria satura di vaniglia e cannella, oltrepassai diversi uomini e donne che usavano i tavolini come mini scrivanie, circondati da computer, fax e piccoli distruggidocumenti. Entrai nell'ufficio angusto di Ron. «Voleva vedermi, Mr. Pretty?» «Peaty, e chiudi la porta» disse con voce inespressiva. Si lasciò cadere sulla sedia nascondendo il pancione dietro la scrivania ingombra. I suoi occhi scuri non mi sfioravano nemmeno. Brutto segno. Con i palmi sudati, feci come diceva. L'odore della polvere e di un dopobarba nauseante mi assalì immediatamente le narici, cancellando ogni ricordo degli aromi della caffetteria. Senza aspettare il suo invito, presi posto sull'unico sedile che restava nella stanza, uno sgabello alto e scomodo che chiamavo il Perfido Sedile. Circondata su entrambi i lati dagli archivi, mi sentivo in trappola. Studiai Ron. Aveva le labbra sottili, che in quel momento erano ridotte a due linee rosate nel volto rotondo. I capelli rossicci erano ritti, come se vi avesse passato più volte le dita. Linee di tensione si irradiavano dagli occhi sotto le sopracciglia aggrottate. Ron si era arrabbiato con me un sacco di volte nelle ultime settimane, ma non aveva mai emanato tanto malumore né tanta lugubre determinazione. Conoscevo quello sguardo per averlo visto in altri datori di lavoro poco prima che mi licenziassero. Trattenni un sospiro. Non ero sempre stata una cattiva 14


dipendente. Per quasi cinque anni avevo lavorato come cameriera di giorno e come donna delle pulizie di sera. Avevo guadagnato abbastanza per mantenermi e aiutare mio padre e avevo anche messo da parte un piccolo gruzzolo, che avrei usato durante la mia pausa forzata, vale a dire nei due mesi che mi ci erano voluti per trovare quel lavoro al caffè. Perché non riuscivo più a nascondere la mia insofferenza come avevo fatto per tanti anni e smettere di sabotare la mia unica fonte di reddito? Anche se non volevo ammetterlo, conoscevo la risposta. Un mattino, svegliandomi, mi ero resa conto che la vita mi scorreva accanto a una velocità impressionante mentre io le arrancavo dietro. Da allora ero piena di insoddisfazione. «Mi dispiace per qualsiasi cosa possa aver fatto» dissi mentre Ron apriva la bocca per parlare. «Sei in ritardo» grugnì. «Di nuovo.» Il fatto che non replicai Grazie per aver affermato l'evidenza avrebbe dovuto farmi guadagnare qualche punto. «Lo so e mi dispiace davvero.» Vedendo che la sua espressione non si addolciva e che evitava ancora di guardarmi, sentii una stretta al cuore. «Ieri sera ho fatto un lavoro extra fino alle prime ore del mattino e ho avuto problemi a svegliarmi.» Lui fissò l'orologio appeso sul muro alle mie spalle e aggiustò la cravatta macchiata di cioccolato. «Anche se non mi dispiace immaginarti a letto...» Bastardo. Volgare. Mi veniva da vomitare. Te la sei cercata, Jamison. Che altro ti aspettavi mettendo in mostra a quel modo le tette? Incurvai le spalle, colta da un bisogno improvviso di nasconderle alla vista. Un momento, la bocca di Ron si stava muovendo. Non aveva smesso di parlare. «... questa non è una scusa sufficiente. Voglio dire, posso fare un'eccezione una volta, due, ma abbiamo già avuto questa conversazione per ben sette volte. E lavori qui solo da poche settimane.» 15


«Domani sarò puntuale, le do la mia parola. Non dormirò nemmeno, se necessario.» Sembravo disperata come mi sentivo? Probabilmente sì. Dannazione. Odiavo che vedesse la mia disperazione. Lo odiavo con tutte le mie forze. Più mi facevo vedere disperata, più lui avrebbe tirato le briglie per farmi ballare come una scimmia ammaestrata. Tamburellò la penna sul tavolo. «È quello che hai detto anche l'ultima volta. Questo è un piccolo esercizio indipendente, Belle, e contiamo sul personale per offrire un servizio di qualità che ci permetta di sopravvivere.» «Io fornisco un servizio di qualità.» Deglutii, aggiungendo: «Quando ci sono». Aggrottando la fronte, lui lasciò cadere la penna e si passò una mano tra i capelli, con il risultato che qualche altra ciocca rimase ritta verso il soffitto. «Credi di essere gentile con i clienti? Davvero?» «Sì, davvero.» Sapevo quello che stava succedendo. Era sul punto di licenziarmi e stava solo cercando di trovare il coraggio per dirlo. E questa volta, mi resi conto con terrore, non sarei riuscita a dissuaderlo. Nelle conversazioni precedenti, a quel punto mi rimandava al lavoro con un avvertimento severo (ma con un'allusione da pervertito). La sua irritazione gli dava una determinazione sovrumana che nemmeno le parole più dolci potevano scalfire? Strinsi le mani a pugno. Non gli avrei permesso di liquidarmi così facilmente. In qualche modo dovevo riuscire ad aprire una breccia in quella barriera di determinazione. Non potevo perdere quel lavoro. Ultimamente erano in pochi a voler rischiare su di me, così potevo solo immaginare quanto mi sarebbe costato trovare un altro impiego. «Lavori idioti» borbottai. «Che cosa?» domandò Ron, affilando lo sguardo. L'avevo detto ad alta voce? «Oh, uh, niente.» Mi raddrizzai sullo sgabello. «Stava dicendo?» 16


Sospirò. «Non ci sai fare con la gente, Belle. Invece di fare buon viso a cattivo gioco, perdi subito la pazienza.» «Le dico che sono una brava cameriera» insistetti a denti stretti. Non era una bugia. Certo, arrivavo spesso in ritardo, dicevo sempre parolacce, a volte mi lagnavo e ogni tanto – qui lo dico e qui lo nego – prendevo qualcosa in prestito dal magazzino. Ma lavoravo il fine settimana, i giorni festivi e facevo gli straordinari ogni volta che potevo. Questo doveva pur contare qualcosa. «Non riesco a credere che mi obblighi a farlo.» Ron aprì un dossier e fece scorrere un dito tozzo sulla prima pagina. «Lamentela: la cameriera è sgarbata e aggressiva. Lamentela: la cameriera ha portato il tè invece del caffè. Lamentela: la cameriera è scortese. Lamentela: la cameriera è scortese. Lamentela: la cameriera è scortese. Devo continuare?». «Non mi lascio mettere i piedi in testa dai clienti.» L'indignazione mi dava un senso di spavalderia, così raddrizzai ancora di più le spalle. La gente non aveva niente di meglio da fare che lamentarsi di una semplice cameriera? «Questo non significa che sia sgarbata, ma solo umana.» «Jenny non risponde male ai clienti, nemmeno quando alzano la voce.» «Jenny è una ritardata mentale e una leccapiedi.» Altro sospiro. «Belle...» Finalmente il suo sguardo si posò su di me e per abitudine scivolò sulle tette. Il suo pomo d'Adamo andò su e giù come un surf a cavallo di un'onda smisurata. «Ehm... cosa stavo dicendo?» Sorrisi tra me, rilassando ogni muscolo. Ci ero riuscita. Ed era stato più facile del previsto. «Credo che mi stesse dicendo di tornare al lavoro e di non arrivare più in ritardo. Io stavo per risponderle che è il miglior capo del mondo e che farò in modo che sia fiero di me.» «Sì, volevo dirti di andare...» Sgranò gli occhi e scosse il capo. «Non è questo che volevo dire» si corresse con una 17


nota stizzita nella voce. Ma chiuse gli occhi e si strinse fra le dita il ponte del naso, mormorando qualcosa che suonava come Messo al tappeto da un paio di tette. «Dovrei licenziarti, lo sai. Accidenti, è per questo che ti ho fatta venire qui.» «Lo so» ammisi a bassa voce. Non avrei voluto deluderlo così. Davvero. È solo che... be', avevo sempre sognato di essere una... Un momento. Increspai la fronte. Sin da piccola, non ero mai stata capace di decidere che cosa volevo essere da grande. E ancora non lo sapevo. Ma di sicuro essere imprigionata in una vita di debiti e di schiavitù senza fine non era stata, e non era, una delle mie ambizioni. Non fraintendetemi. Per mio padre venderei l'anima al diavolo. Firmerei qualsiasi contratto senza alcuna condizione. Mio padre ha faticato come uno schiavo nell'edilizia, anche quando il suo cuore lo faceva soffrire più di quanto dovrebbe sopportare un essere umano. Lavorava così duramente perché mi amava, perché voleva che avessi bei vestiti e mi divertissi con gli amici. Ma soprattutto perché voleva fare ammenda per l'incidente che aveva ucciso mia madre quando a stento mi reggevo in piedi. Dopo il diploma, l'avevo convinto a mollare e da allora ero stata felice di provvedere a lui. Non lo rimpiangevo, davvero, ma la mia vita era diventata così monotona da desiderare che mi accadesse qualcosa di straordinario. Qualcosa di stupefacente, magari un po' folle. Che cosa, non lo sapevo. Sospirai. Inutile desiderare cose che non potevo avere. Da quel momento in poi, sarei stata un'impiegata modello. Avrei lavorato ancora più sodo e sarei stata meno aggressiva. Al diavolo l'insoddisfazione! Ron mi stava offrendo un'altra chance e io non l'avrei deluso. «Ti giuro, Belle, tu mantieni la mia ulcera in splendida forma» disse in tono cupo. Allungò la mano verso il cassetto della scrivania, prese una confezione di pasticche e ne mise diverse in bocca. «Perché non posso dire semplicemente sei 18


licenziata? È così facile, in teoria.» Fece un altro sospiro, questa volta un'esalazione così avvilita che incurvò le spalle. «Questa è la tua ultima occasione. Se la getti all'aria...» «Non lo farò. Lo giuro su Dio.» Non accennai al fatto che avevo bisogno di uscire leggermente in anticipo se speravo di fare il colloquio all'Ambassador, un hotel lì vicino. Avrei tirato fuori questa piccola chicca più tardi. Nel frattempo avrei raddoppiato il numero di caffè serviti o qualcosa del genere per guadagnarmi l'uscita anticipata. «Saro così brava che mi nominerà impiegata della settimana. Forse anche del mese.» «Sì, bene.» Ingoiò ancora qualche pillola e mi fissò le tette. «Non riesco a credere di averlo fatto. Adesso vai prima che cambi idea.» Sorridendo, gli lanciai un bacio, saltai giù dallo sgabello e corsi alla porta. Grazie a Dio ci sono i pervertiti. Passai diverse ore comportandomi come un perfetto robot, sfoggiando un sorriso radioso e accogliendo i clienti alla mia postazione come una concorrente di Miss America, tutto sotto lo sguardo da falco di Ron. Una volta fui sul punto di rispondere male a una donna che aveva avuto il coraggio di chiedermi se mi muovevo così lentamente con tutti o se era lei a godere di quel servizio speciale. Quel che è certo è che tu sei una rompiballe speciale, avrei voluto dirle. Ma non lo feci. Mi trattenni da qualsiasi violenza verbale, consolata dal pensiero che una simile strega avrebbe sicuramente avuto rughe molto profonde e avrebbe perso denti e capelli prima di schiattare. La mia amica Sherridan – in realtà l'unica amica che avevo, dato che non le importava se non avevo tempo libero – avrebbe apprezzato il fatto che ero rimasta zitta invece di lanciarmi in una caterva di insulti. Quando eravamo alle elementari, mi aveva detto che il diavolo che stava sulla mia spalla destra doveva avere strangolato l'angelo che stava sul19


la sinistra, distruggendo ogni buona influenza sul mio carattere. Mi ero limitata ad appellarmi al quinto emendamento. A proposito di Sherridan, entrò nel caffè pochi minuti dopo, mi vide e mi fece un cenno con la mano mentre parlava al cellulare. Era alta e appariscente, con riccioli biondi e curve che non finivano mai, curve che in quel momento erano inguainate in un completo pantalone verde smeraldo. Avanzò verso di me, oltrepassando la linea d'attesa di fronte alla mia postazione, e agganciò il cellulare alla cintura. «Ciao» mi salutò con un sorriso caloroso. «Ciao» risposi, tenendo lo sguardo fisso sulla cliente e fingendo di ascoltare il suo ordine. Ero contenta quando Sherridan veniva a trovarmi al caffè. Tecnicamente le visite venivano scoraggiate, ma ultimamente erano gli unici momenti che passavamo insieme. «Ti trovo bene.» «Grazie» disse soverchiando la voce della cliente. «Oggi devo accompagnare un cliente a vedere una casa e voglio fare una buona impressione. Il che, tra l'altro, è solo uno dei motivi per cui sono qui.» Batté le mani, eccitata. «Abbiamo un appuntamento.» «Un appuntamento?» Erano passati mesi da quando non pronunciavo quella parola, tanto che mi sembrava straniera. «Vuole una spruzzata di cannella sul caffè?» domandai alla cliente. «Con due gemelli» specificò Sherridan. «Due gemelli ricchi.» «Sì» rispose la cliente a denti stretti. Sherridan continuò imperterrita. «Credo di piacere al maggiore dei due» osservò con una punta di incertezza. «Oh, ne sono sicura» dissi. «Sei bella e intelligente.» Sherridan amava mostrarsi sicura di sé, ma in fondo in fondo aveva bisogno di sentirsi rassicurata quando si trattava di uomini. Aveva la tendenza a innamorarsi troppo in fretta, di20


ventava terribilmente dipendente e insicura e così li allontanava. «Purtroppo lavoro, stasera.» Il sorriso di Sherridan vacillò un istante mentre socchiudeva gli occhi argentati con aria sospettosa. «Non ti ho ancora detto...» Il suo telefono squillò. «... quando.» «Possibilmente vorrei quel caffè entro oggi» intervenne la mia cliente, tamburellando le dita sul banco. «Non ha importanza il giorno.» Mi girai, presi un cartone di latte e ne versai la giusta dose nell'apposito contenitore. «Lavoro sempre.» Udii Sherridan che diceva alla sua assistente: «Leslie, non è il momento adatto. Sono in riunione». Chiuse la comunicazione. «Belle, non puoi prendere un giorno di permesso? Solo uno, ti prego.» Un'ondata di desiderio mi pervase, ma rimasi in silenzio per diversi secondi, mentre il latte bolliva con un sibilo. «Mi piacerebbe, Sher» ammisi, «ma più tardi ho un colloquio per un secondo lavoro e se mi prendono lavorerò tutte le sere.» «Oh, no. Non un altro lavoro» commentò con un gemito. «Ehi, ragazza, arriva questo caffè ristretto? Sono di fretta e lei ci sta mettendo tutto il giorno.» Incontrai lo sguardo della cliente, i miei occhi nocciola contro i suoi marroni, la mia impazienza contro la sua irritazione. Era una donna alta, abbronzata e tonica, quasi muscolosa, con pelle coriacea e capelli castano scuro quanto i miei. Ma mentre i miei sono lunghi e lisci (e mi piace pensare soffici), i suoi erano corti e crespi, come se avesse lasciato i bigodini della permanente un migliaio d'anni di troppo. Non mi chiamo né Ehi né ragazza, borbottai tra me. Ad alta voce, però, dissi: «È pronto in un attimo, signore. Oops, mi scusi... signora». Mi lanciò un'occhiataccia. «Belle» mi richiamò Ron. Strinsi i denti tanto da rischiare di ridurli in polvere e feci 21


quel dannato caffè ristretto. Intanto canticchiavo mentalmente: Mi comporterò bene, mi comporterò bene, mi comporterò maledettamente bene. Se non altro Ron stava chiudendo un occhio sulla visita di Sherridan. «Bene, sarà meglio che me ne vada prima che la super permanentata vada in escandescenze» disse Sherridan. Ignorando il broncio della mia cliente, si sporse a darmi un bacio sulla guancia. «Chiamami se cambi idea a proposito dei gemelli. Hanno le chiappe più interessanti che abbia mai visto e, se ne sposi uno, i tuoi problemi economici saranno finiti.» Con questa notizia, se ne andò. Servii il caffè alla super permanentata, ma non ottenni un grazie. «Un maxi caffè dietetico alla vaniglia» ordinò la cliente successiva. «Senza zucchero?» Torse la bocca con espressione disgustata. «Ho detto dietetico, non amaro.» Trascorse così un'altra ora impietosa. Avrei dovuto sbarazzarmi del grembiule e uscire con Sherridan. Tra le altre cose che mi toccò sentire: «Questo non è quello che ho ordinato»; «Ha toccato il bordo della tazzina con le dita; adesso mi rifaccia un caffè che non sia contaminato»; «E questo sarebbe un espresso?». Mi lamentai? Sputai nel caffè di qualcuno? No! Quel continuo autocontrollo però mi costava; avevo un nodo allo stomaco, mi sentivo la pelle tirata intorno alle ossa e mi era venuto un tic all'occhio sinistro. La schiena mi pulsava e mi dolevano i piedi, non perché avessi lavorato troppo, ma perché non avevo ancora dato un calcio a qualcuno. Se non venivo eletta impiegata della settimana dopo tutto questo... Decisi di fare una pausa. Dopo aver liquidato l'ultimo cliente, lanciai un'occhiata a Ron, che aveva smesso di fissarmi per concentrare la sua at22


tenzione su una donna che sembrava appena uscita da una rivista vietata ai minori. Lei lo oltrepassò con il suo top rosso in fibra sintetica e gli short che rivelavano più del paginone centrale di Penthouse – non che io abbia mai preso in mano una di quelle riviste, intendiamoci. Ron si aggiustò la cintura. Feci schioccare le dita per attirare la sua attenzione, ma il posteriore della donna l'aveva incantato. La campanella sopra la porta suonò, segnalando l'arrivo di un altro gruppo di clienti. Dai loro sguardi selvaggi era evidente che avevano un disperato bisogno della loro droga mattutina. Se non agivo in fretta, sarei rimasta bloccata minimo per altri venti minuti e ormai non avevo più un altro secondo di tolleranza. Con una velocità che Superman mi avrebbe invidiato, incominciai a spegnere la macchina. «Che cosa stai facendo?» mi chiese Jenny, impiegata dell'anno o, come la chiamavo io, Troia del Millennio. In quel momento la sua era l'unica macchina in funzione oltre alla mia. Era una biondina piccola di statura, con tutte le curve al posto giusto, che attirava gli sguardi maschili semplicemente respirando. Non aveva nascosto di odiarmi fin dal primo giorno di lavoro, facendomi lo sgambetto ogni volta che le passavo davanti e servendomi un caffè normale quando lo chiedevo decaffeinato. Non sapevo perché mi odiasse e in realtà non me ne importava. «Sei una tipa sveglia» dissi, grattandomi la fronte con il dito medio e mandandola implicitamente a quel paese. «Indovina.» La udii ansimare d'indignazione mentre mi avvicinavo a Ron e lo toccavo sulla spalla. Lui sussultò e si portò una mano al cuore, voltandosi di scatto verso di me. «Gesù!» «No, sono Belle.» «Che cosa vuoi?» grugnì. 23


«Vorrei fare la mia prima pausa di quindici minuti. Se non ha niente in contrario, Mr. Pretty» aggiunsi con voce dolce. «Peaty.» Guardò l'orologio da polso. «Bene, fa' pure.» Il suo sguardo tornò alla pinup che si era chinata a raccogliere il tovagliolo che aveva accidentalmente fatto cadere, così che gli short le erano calati fino a scoprire gran parte dei glutei. Scuotendo il capo, misi insieme gli ingredienti necessari a... hmm. Che cosa volevo? Un caffelatte al cacao, decisi in un lampo. Sembrava una buona idea. Se qualcuno se lo meritava, ero io. «Sei una sgualdrina» borbottò Jenny, avvicinandosi per prendere una bustina di tè. «Tutta gelosia» replicai con voce allegra. Versai nella mia tazza il cacao in polvere e un doppio espresso, poi la riempii di latte senza schiuma. «Se la smettessi di sbocconcellare muffin, bignè e fette di torta, ti saresti resa conto che qualcuno aveva diritto a una pausa.» «Per tua informazione ho la glicemia bassa. Perciò devo mangiare.» «Giusto. Ti credo e non penso affatto che te la stai raccontando.» «Sai che cosa ti dico? Pagheresti per essere come me.» «Non so che cosa ti faccia pensare che sarei disposta ad abbassare i miei standard, ma ti assicuro che non vorrei una briciola di te. A proposito, hai un pezzo di ciambella fra i denti.» Completato il caffelatte, mi sedetti a un tavolino libero. Mentre sorseggiavo la deliziosa bevanda calda, preparata alla perfezione, guardai fuori dalla vetrina e sorrisi. Ah, il mio piccolo interludio con Jenny mi aveva sollevato lo spirito, allentando la tensione accumulata a forza di essere gentile. Di fronte alla caffetteria si innalzava un elegante edificio di arenaria ben tenuto, con infissi in alluminio e vetri fumé. Le siepi che lo circondavano erano potate da mano esperta; fiori rosa, rossi e gialli sbocciavano al sole primaverile. 24


Ma non c'era alcuna insegna sulla facciata. Di tanto in tanto vedevo un'auto o due nel parcheggio, come ora, per cui sapevo che ci lavorava qualcuno, ma non ero mai stata in grado di scoprire che tipo di ufficio fosse e non avevo mai visto entrare o uscire un solo impiegato. Quel posto mi aveva sempre incuriosito. Avevo pensato di introdurmi furtivamente una notte e spiare all'interno, ma di solito mi addormentavo prima di trovare la forza di lasciare il mio appartamento. Forse era un... Battei le palpebre. Cosa diavolo...? Un uomo alto e magro, con un camice da laboratorio, era uscito di gran fretta dall'edificio di fronte, con gli occhi spiritati e il riporto di capelli bianchi che sventolava alla brezza. Un attimo prima non c'era e improvvisamente era lì. Mi raddrizzai all'istante e il movimento fece traboccare del latte prezioso oltre il bordo della tazza. Battei ancora le palpebre, come se quel gesto potesse spronare il mio cervello a intuire perché l'uomo stesse correndo. Lo vidi sfrecciare attraverso la strada, incurante dei clacson e delle sterzate dei veicoli che cercavano di evitarlo. Due auto si tamponarono. Persino dal mio posto udii lo stridio delle frenate e lo schianto metallico. Sgranai gli occhi mentre due individui massicci dall'aria minacciosa balzavano fuori dall'edificio all'inseguimento dell'uomo che aveva appena provocato l'incidente e che ora si stava fiondando all'interno del caffè come se ne andasse della sua vita. La campanella suonò e io scattai in piedi, rovesciando il latte. Posai la tazza sul tavolo e fissai l'uomo. Volto pallido, lineamenti tesi, respiro affannoso, scrutava il locale con sguardo spaventato. Mi oltrepassò, poi tornò rapidamente indietro e i nostri occhi si incontrarono. «Sta bene?» gridai, alzando la voce per superare le chiacchiere che ci circondavano. 25


«La prego, mi aiuti» balbettò e scattò verso di me scostando a gomitate la gente. «Non dovevano scoprirlo. Non dovevano darmi la caccia.» Qualcuno ansimò e qualcun altro gli gridò seccato: «Attento!». Quando mi ebbe raggiunta, mi afferrò per un braccio. Il sudore gli colava dalla fronte e i suoi occhi dilatati erano terrorizzati. «Deve aiutarmi» disse, ansimando. «Vogliono uccidermi.» Mi sentii gelare il sangue mentre un brivido caldo mi risaliva lungo la spina dorsale «Resti qui» dissi. «No, si nasconda. No. Oh, Dio, faccia quello che vuole mentre chiamo la polizia.» Mi strinse il braccio, ma io mi liberai, gridando alla gente che mi stava intorno: «Qualcuno ha un cellulare?». Avevo rinunciato al mio come a un lusso che non potevo più permettermi. «Nessuno?» Mi aggirai fra i tavoli, ma tutti evitavano di proposito il mio sguardo. «Non vi esaurirò il credito, giuro. Si tratta di un'emergenza.» «Voglio parlare con il direttore» disse qualcuno che sospettavo volesse lamentarsi per quello che stava succedendo e farsi rimborsare. Mi precipitai nell'ufficio di Ron e afferrai il telefono. Il centralino della polizia rispose dopo solo due squilli e io spiegai quello che era successo. «Un uomo inseguito si è rifugiato nel Caffè Utopia. Sostiene che qualcuno vuole ucciderlo.» Mentre parlavo, una donna gridò in sottofondo e un uomo grugnì. «Sta arrivando una pattuglia» disse il centralinista. Con il cuore che mi martellava nel petto, ignorai la sua richiesta di rimanere in linea e lasciai cadere il ricevitore. Tornai di corsa in sala e mi bloccai di colpo. Ero stata via solo pochi secondi, eppure sembrava che un tornado si fosse abbattuto sul locale. I tavolini erano ribaltati, le sedie erano state scaraventate in tutte le direzioni. Il caffè scorreva sul pa26


vimento come un fiume nero nel quale galleggiavano tazzine di carta e tovaglioli. Tremanti e impauriti, clienti e impiegati si erano rannicchiati in un angolo. Solo Ron sembrava imperturbato e approfittava della situazione per stringere tra le braccia Jenny. L'uomo in camice era sparito. Si era nascosto? I due che gli davano la caccia stavano cercando di calmare la gente. Un terzo uomo, che non avevo visto uscire dall'edificio, si era messo alla porta per impedire a chiunque di entrare o di uscire. Era giovane, probabilmente sui trentacinque, alto e muscoloso, con capelli biondi e un viso da fare invidia a qualsiasi modello. Perfetto in ogni particolare, sarebbe valso una follia. Osservava il corso degli eventi come se registrasse mentalmente ogni dettaglio. «Tutti seduti» ordinò in tono risoluto. «Mettetevi comodi. Ne avremo per un po'.» «Che cosa sta succedendo?» domandai, dato che nessun altro aveva aperto bocca. «Chi è lei?» Forse non avrei dovuto attirare l'attenzione su di me, ma non ero disposta a obbedire ciecamente, magari incamminandomi verso la morte. «CIA.» Aggrottò la fronte ed esibì una specie di distintivo. «Adesso siediti.» CIA? Aprii e richiusi più volte la bocca come un pesce che boccheggia in cerca d'aria. Naturalmente avevo visto agenti della CIA in tv, ma mai nella realtà. Qualcosa dentro di me, però, mi gridava di non fidarmi. La voce di Camice Bianco continuava a risuonarmi nella mente. Vogliono uccidermi! Ma... e se fosse stato un malvagio che era necessario eliminare? Oppure il Ragazzo Carino stava mentendo e Camice Bianco era dalla parte dei buoni? E se mi fossi fatta scoppiare un aneurisma a furia di pormi tutte quelle domande? Rifletti, Jamison, rifletti. Siediti. No, scappa. Sì, è questo che dovrei fare. No, no, non posso scappare. Mentre cambiavo continuamente idea, il mio piede destro si muoveva 27


avanti e indietro e il sinistro restava fermo. Dannazione! Se facevo la scelta sbagliata, c'erano buone probabilità che i titoli sui giornali del giorno dopo avrebbero detto: Giovane idiota trovata morta. L'amica della vittima dichiara: "Se Belle avesse preso un giorno di permesso, come le avevo chiesto, sarebbe ancora viva". Socchiusi gli occhi. «Che cosa è successo al tipo con il camice da laboratorio?» Il Ragazzo Carino incrociò le braccia sul petto e mi freddò con uno sguardo scuro, quasi ipnotico. «Non sono affari tuoi. E adesso» disse, rivolgendosi a tutta la stanza, «io farò le domande e voi risponderete.» Quegli occhi... erano intensi, autoritari, un po' terrificanti. «Ho appena chiamato la polizia» sbottai. «Se ci fate del male, finirete in prigione e diventerete i cocchi di qualche bruto.» Lanciò uno sguardo verso uno degli inseguitori di Camice Bianco, ora nostro carceriere. Era una bestia d'uomo, con una folta barba nera (erano piselli quelli che aveva tra i peli?) e più muscoli di quanto ne avesse Schwarzenegger in piena forma. «Occupatene tu.» Occuparsi di cosa? Parlava a voce troppo bassa perché udissi quello che diceva. Nel frattempo l'altra guardia aveva costretto tutti a sedersi. Cioè, tutti tranne me. Forse avevo un'aria minacciosa e non osavano affrontarmi. Be', era pur sempre una possibilità. Tuttavia, non capivo perché se ne restavano lì invece di inseguire Camice Bianco. Oppure l'avevano catturato e trascinato fuori mentre ero al telefono? Ma se l'avevano già preso, perché interrogarci? «Quell'uomo è un pericoloso criminale» mi informò il Ragazzo Carino. Doveva essersi reso conto che altrimenti non avrei collaborato. «È nel vostro interesse aiutarci.» Un pericoloso criminale: ecco le parole magiche per farmi capitolare. «Bene» dissi controvoglia, decidendo di conceder28


gli il beneficio del dubbio. Dopotutto mi aveva mostrato un distintivo. «Ma se qualcuno mi punta contro un'arma, lo sistemo io.» «Prendo nota» replicò lui in tono asciutto, per niente impressionato. Grazie al cielo, il tavolo dov'ero seduta prima era rimasto in piedi e il caffelatte era ancora sul ripiano. Mi lasciai cadere sulla sedia e portai la tazza alle labbra. Caldo e dolce, più dolce di quanto non fosse prima, dato che la cioccolata si era condensata. Hmm. Continuai a sorseggiare, traendone conforto. Il Ragazzo Carino ci interrogò uno per volta, annotando nomi e risposte su un taccuino. Era molto professionale. Rivolgeva a tutti le stesse tre domande: 1) Nome e indirizzo. 2) Ha visto l'uomo con il camice da laboratorio? 3) Le ha detto o dato qualcosa? Con me si trattenne più a lungo e mi fece altre domande. Che cosa mi aveva spinto ad aiutare Camice Bianco, "il dottore" come lo chiamava lui, attento a non usare il suo vero nome. Ci eravamo messi d'accordo in segreto per incontrarci più tardi? L'avevo mai incontrato prima d'ora? Non mi diedi la pena di mentire. In realtà non ero sicura che sarei riuscita a mentirgli. Ogni volta che mi puntava addosso quegli intensi occhi castani, mi sentivo spinta come per magia a confidargli i miei segreti più intimi. E sapete una cosa? Non ottenni nemmeno una risposta alle mie domande. Come si chiamava? Perché davano la caccia a Camice Bianco? Perché era così pericoloso? Aveva intenzione di mangiare il bignè al cioccolato che aveva rubato dal frigo? Ero affamata. Finalmente il Ragazzo Carino e i suoi uomini se ne andarono, seguiti rapidamente dai clienti. Mi aspettavo che ci minacciasse se avessimo riferito alla stampa o alla polizia quello che era successo, ma non lo fece. Mi aspettavo che arrivasse 29


la polizia (come promesso), ma non fu cosÏ. Immagino che qualcuno di loro se ne fosse occupato, il che significava che il Bel Ragazzo era veramente un agente della CIA e Camice Bianco un criminale. Mi augurai di non passare dei guai per aver cercato di aiutarlo. Rimasti finalmente soli, aiutai Ron, Jenny e il resto del personale a ripulire il disastro. Stranamente lavorammo in silenzio, senza discutere di quello che era successo. Forse eravamo troppo spaventati o troppo confusi. O forse entrambe le cose. Mentre ripulivo, mi guardai intorno in cerca di Camice Bianco, ma di lui non c'era traccia. Che bella giornata di merda si era rivelata. L'unica nota positiva fu quando Ron decise di chiudere il caffè per il resto della giornata, dandomi l'opportunità di presentarmi al mio colloquio, seppure in ritardo. Forse, con un po' di fortuna, sarei stata investita da un'auto e avrei ottenuto un risarcimento miliardario.

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