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JAY CROWNOVER

AMORE SENZA LIMITE traduzione di Isabella Polli


ISBN 978-88-6905-096-1 Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Built Wiliam Morrow, an Imprint of HarperCollins Publishers © 2016 Jennifer M. Voorhees Traduzione di Isabella Polli Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2016 HarperCollins Italia S.p.A., Milano Prima edizione HC giugno 2016


Amore senza limite


Dedicato al padre migliore che una ragazza possa avere. Il mio papà è sempre stato un tipo speciale... è la mia roccia, il mio eroe, nonché un vero duro. La vita non è sempre facile, e quindi abbiamo avuto le nostre divergenze, ma alla fine sapevo sempre che di qualunque cosa avessi bisogno, mio padre avrebbe pensato a tutto. È davvero il mio idolo, e pochissime persone nella mia vita hanno potuto essere all’altezza della sua leggenda. Questo è per te, papà.


Dedica

Non ho fallito. Ho solamente provato diecimila metodi che non hanno funzionato. Thomas A. Edison

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Prologo

La incontrai in un bar. Aveva in mano una bottiglia di birra, anche se a giudicare dal suo aspetto avrebbe dovuto piuttosto sorseggiare champagne da un calice di cristallo, e questo inesplicabilmente mi eccitò subito. Era bella, e sembrava completamente fuori posto in quell'anonimo bar, seduta di fronte a uno dei miei più vecchi amici, che fra l'altro era anche il fratello che non sapeva di avere. Era venuta lì per lui, ma nell'attimo stesso in cui la guardai, desiderai che rimanesse per me. Sapevo che non era per niente educato, e che quei due avevano bisogno di restare un po' da soli per capire a che punto stavano, dopo che lei era piombata nella sua vita senza preavviso. Se fossi stato un amico migliore li avrei lasciati in pace. Invece mi avvicinai a quel tavolino e mi accomodai. Ero ricoperto di segatura, e avevo incrostazioni di cartongesso fra i capelli e sulla faccia, ma lei non fece una piega, non batté ciglio quando invasi volutamente la loro privacy, piazzandomi più vicino che potevo senza imporle un contatto fisico. Il buon vecchio Rowdy St. James ci presentò, indirizzandomi un'alzata di sopracciglio mentre la fissavo con tanto d'occhi. Sayer Cole: perfino il suo nome aveva un suono elegante e sofisticato. Quel bar sembrava l'ultimo posto al mondo dove una donna così splendida avrebbe dovuto essere, e noi due c'entravamo ancora meno: lei era un enigma. Era uscita dal nulla un paio di 11


mesi prima, sostenendo di essere la sorellastra di Rowdy, di avere il suo stesso padre e di voler soltanto far parte della sua vita e avere finalmente una famiglia. Sembrava troppo fragile per dimostrare tanto coraggio, troppo perbene per aver mandato tutto affanculo, mollando la sua vita per trasferirsi in un posto sconosciuto, senza neanche sapere come sarebbe stata accolta. Pareva fatta di seta, ma se non mi sbagliavo su di lei, sotto quella seta c'era acciaio puro. Per fortuna, Rowdy era un bravo ragazzo. Scoprire di non essere solo al mondo, realizzare di avere un legame indissolubile con un'altra persona, un legame di sangue, all'inizio era stato uno shock, ma poi aveva cominciato ad apprezzare l'idea di avere una sorella, nonché il fatto che quella sorella fosse Sayer. Rowdy mi piaceva molto: era una persona affidabile, e un buon amico, ma avevo l'impressione che questa sorella maggiore appena ritrovata mi sarebbe piaciuta anche di più. Con il mio classico modo di fare spiccio, e senza guardare la bionda mozzafiato, gli chiesi: «Quindi hai una sorella? Una sorella strafiga e di classe?». Questa sorella era anche un avvocato: bellissima e intelligente. Mi aspettavo che facesse una risatina, o che alzasse gli occhi al cielo davanti a quel complimento smaccato, invece spalancò due occhi di un blu incredibile, spostandoli da me a suo fratello, come se non sapesse bene che cosa fare di se stessa, o del mio evidente interesse per lei. Pensai di aver esagerato, di aver messo a disagio quella bella sconosciuta: ero grosso e muscoloso, e sapevo che il mio aspetto mi faceva sembrare più duro e selvaggio di quanto non fossi in realtà. Forse era un po' troppo per una donna che era già così chiaramente fuori dal suo ambiente. Invece Sayer mi colse di sorpresa, e dal modo in cui si irrigidì capii che anche Rowdy era stupito. Non tra12


sudava proprio simpatia ed entusiasmo, ma quando Rowdy le spiegò che mi occupavo di ristrutturazioni e che avevo rinnovato lo studio di tatuaggi dove lui lavorava, mi chiese dei progetti che stavo seguendo al momento con quello che sembrava sincero interesse. Quando le raccontai che la mia specialità era recuperare vecchie case e dare loro una nuova vita, i suoi occhi si illuminarono. Avrei voluto toccarla per vedere se era morbida e liscia come sembrava. Avrei voluto lasciare le mie tracce sul suo viso perfetto, per dimostrare che l'avevo toccata, che mi aveva permesso di toccarla. Fu una reazione viscerale, istintiva, che non riuscivo a spiegarmi, eppure mi piaceva. Mi piaceva sentire il peso di quell'istinto scorrermi nel sangue, anche se sapevo che era molto improbabile che fosse reciproco. Mi raccontò tutto della casa vittoriana che aveva comprato, meravigliosa ma fatiscente: le stava praticamente crollando addosso. Mi chiese un biglietto da visita, e osservai Rowdy irrigidirsi di fronte a me. Io sospirai, passandomi una mano tra i capelli già sconvolti. Il suo sguardo seguì la nuvoletta di polvere che ne era uscita. Ero molto bravo nel mio lavoro, e lo amavo davvero, ma non potevo fare nulla con lei, o per lei, senza essere completamente onesto (soprattutto non mentre Rowdy mi fulminava con lo sguardo a pochi centimetri di distanza). Pescai un bigliettino dal portafoglio, e nel momento in cui glielo diedi le nostre dita si sfiorarono: lei spalancò gli occhi e dischiuse appena le labbra. Quando le sorrisi, sembrò un po' trasognata. «Prendilo pure, ma sappi che l'uomo che te lo sta dando ha un passato.» Lei batté le palpebre, schiarendosi la voce: «Che tipo di passato?». Non era certo una cosa che mi faceva piacere confessare a una bella donna al nostro primo incontro. Prefe13


rivo arrivarci per gradi, per dimostrare che mi ero lasciato tutto alle spalle, ma non credevo che con lei avrei avuto un'altra occasione. «Lo dico a tutti i miei clienti, e a chiunque stia pensando di assumermi per un progetto: ho la fedina penale sporca. Ho passato alcuni anni in carcere, non ne sono certo fiero, ma non posso negarlo. Da giovane ero una testa calda e sono finito nei guai, nel mio lavoro però sono il migliore, quindi spero che questo fatto non ti impedisca di chiamarmi.» Magari anche per motivi non lavorativi. La reazione più comune alla mia dichiarazione era un'espressione preoccupata, seguita da un fiume di domande sui motivi per cui ero finito in carcere, ma quella splendida bionda non fece nulla di tutto questo. Inclinò la testa di lato e mi studiò in silenzio per un lungo momento, prima di prendere il mio bigliettino e infilarlo in borsetta. Al massimo poteva esserci della compassione nel suo sguardo, avrei potuto giurarci, quando mi disse dolcemente: «Lo vedo succedere ogni giorno, dall'interno: a volte il sistema fa semplicemente degli errori». Gli angoli della sua bocca si incurvarono in un lieve sorriso, e a quella vista avrei voluto chinarmi su di lei e baciarla. «Tutti fanno degli errori. Si spera che servano per imparare.» Non so se parlare di errore del sistema fosse corretto nel mio caso, forse sarebbe stato meglio dire che il sistema era stato fuorviato, ma la sua completa mancanza di disapprovazione o di pregiudizio nei miei confronti mi fece desiderare ancora di più di prenderla fra le braccia e non lasciarla più andare. Era vero, avevo fatto uno sbaglio, uno sbaglio enorme, e l'avrei portato con me per sempre, ma avevo imparato molto, e continuavo a farlo. Era molto raro che una persona completamente sconosciuta riuscisse a capirlo, specialmente se lavorava in campo legale. Non ero abituato a essere riconosciuto 14


per me stesso, per come veramente ero, dopo aver spiegato da dove venivo: di solito mi vedevano solo come un ex detenuto, un poveraccio. Lei mi aveva fatto sentire rinnovato, ed era una sensazione molto seducente. Non capivo bene i motivi del suo comportamento, ma sarei stato ben felice di avere occasione di scoprirlo, se me lo avesse concesso. Sentivo il suo contegno esteriore perfetto, impeccabile, come una tentazione a contaminarlo con le mie mani sporche e le mie cattive maniere, e c'era qualcosa nel modo in cui mi guardava, e in cui si girava verso di me come per un'attrazione magnetica, che mi faceva pensare di non essere l'unico a sentire quell'inesplicabile spinta. Rowdy dopo un po' se ne andò, ma lei rimase. Prendemmo un altro paio di birre, parlando ancora della sua casa e di che cosa voleva farne. Aveva già assunto un'impresa, ma sospettava che il titolare la stesse imbrogliando. Nel nostro settore succedeva spesso, quindi non mi sarei stupito se avesse avuto ragione. In sua compagnia il tempo volava: chiacchierare con lei era fantastico, per non parlare del piacere di guardarla. Ero sempre piÚ desideroso di mettere le mani sulla sua casa, e ovviamente su di lei, e mi sembrava che forse, un pochino, anche lei fosse incline a quei pensieri, ma poi feci l'errore di chiederle del suo passato. Le domandai dove stava prima di scoprire l'esistenza di Rowdy e decidere di trasferirsi a Denver per poterlo conoscere: ero curioso di sapere che tipo di vita facesse, come avesse potuto mollare tutto senza lasciare dei vuoti. In realtà quello che volevo sapere era se aveva un fidanzato o un marito nascosti da qualche parte, ma anche la mia domanda generica doveva aver toccato un nervo scoperto. Prima che potessi rendermene conto, aveva pagato le nostre consumazioni ed era svanita nella notte. In un batter d'occhio era passata da brillante e simpatica a gelida e intoccabile. 15


Pensai di aver rovinato tutto con il mio modo di fare troppo brusco, come al solito. Mi dissi che probabilmente c'era qualcun altro nella sua vita, e che era stata educata e gentile con me soltanto perché ero un caro amico di suo fratello. Credevo che non l'avrei più rivista, e mi stupivo che questo solo pensiero mi facesse sentire il cuore pesante e un dolore al centro del petto. Immaginatevi quindi la mia sorpresa quando, una settimana dopo, mi chiamò e mi affidò la ristrutturazione della sua casa senza neanche chiedere un preventivo, o firmare un contratto, né sapere se ero davvero così bravo come dicevo. Ovviamente accettai, ma sapevo bene che una volta dentro avrei dovuto demolire e riorganizzare ben più dei semplici muri della casa, se volevo costruire qualcosa di altrettanto bello e duraturo.

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L'amore è un'amicizia che ha preso fuoco. È fatto di comprensione silenziosa, confidenza reciproca, condivisione e perdono. È fatto di fedeltà, nella buona e nella cattiva sorte. Si accontenta dell'imperfezione e accetta le umane debolezze. Ann Landers Sayer - Sei mesi dopo «Non riesci a dormire?» A questa domanda sussurrata, il bicchiere di vino bianco che mi stavo scolando come fosse una birra dozzinale mi sfuggì dalle dita, cadendo rumorosamente sul meraviglioso parquet in legno massello. Ero a piedi nudi. Il bicchiere andò in mille pezzi, spargendo vino dappertutto. Mi portai le mani al petto e lanciai uno sguardo al pallido fantasma alle mie spalle, la giovane donna con cui in quel periodo condividevo la casa appena ristrutturata. Aveva spalancato i suoi grandi occhi ambrati, e come sempre sembrava una timida cerbiatta, pronta a fuggire al minimo rumore o movimento brusco che potessi fare. Feci un respiro profondo per calmarmi, e mi spostai con cautela fuori dal campo minato di cocci: volevo prendere la scopa e uno straccio per ripulire quel disastro. «Che cosa fai sveglia, Poppy?» Conoscevo già la risposta. La casa vittoriana che avevo acquistato poche settimane dopo essermi trasferita 17


da Denver era enorme, alta due piani, con solide pareti di legno e porte spesse e pesanti a chiudere ogni stanza, ma tutto questo non bastava a impedirmi di sentire le urla di terrore di quella giovane donna durante i suoi incubi. Quelle grida non erano così frequenti come quando era appena arrivata, anzi ormai non mi svegliavano quasi più dai miei stessi sogni agitati, ma ogni tanto sentivo ancora quella voce attraverso i muri, i suoi singhiozzi strazianti che rimbombavano contro le assi del soffitto. Allora il mio fragile cuore sembrava volersi spaccare per lei. Lei si spostò i lunghi capelli ramati dietro le orecchie e sollevò un sopracciglio. «Ho fatto un brutto sogno. E tu, Sayer? Perché sei ancora in piedi?» Mi chinai a raccogliere i vetri, schiarendomi la voce. Era molto tardi. Ero davvero stanca. Mi aspettava una giornata intensa, e dovevo alzarmi presto per poter fare un salto in palestra prima di andare al lavoro. Avevo anche accettato di bere qualcosa con un collega avvocato dopo l'ultima udienza di domani. Era una specie di appuntamento che avevo già spostato due volte, quindi non potevo ragionevolmente tirarmi ancora indietro senza sembrare una completa idiota. Fare tutto questo dopo poche ore di sonno non era certo l'ideale, ma ormai mi stavo abituando a questi ritmi: anch'io facevo dei sogni che mi svegliavano nel cuore della notte, lasciandomi scombussolata, accaldata, e troppo agitata per rimanere a letto. Solo che i miei sogni non erano spaventosi, erano belli. Fottutamente belli. Erano i sogni migliori che avessi mai fatto. Dannazione, quei sogni erano migliori di qualsiasi autentico rapporto sessuale avessi mai avuto da sveglia, il tipo di sogni che mi faceva saltare su da un sonno profondo per ritrovarmi ansimante, in un bagno di sudore. Mi svegliavo aggrovigliata nelle lenzuola, 18


toccandomi da sola perché il protagonista di ognuno di quei sogni era ben lontano dal mio letto. Per me il controllo era la cosa più importante, e Zeb Fuller mi faceva desiderare di perderlo anche standosene pacificamente addormentato nel suo letto, dall'altra parte della città. L'avevo pagato una fortuna per trasformare questa patetica imitazione di edificio, curva e cadente, in una casa meravigliosa, imponente e slanciata, quindi Zeb faceva parte anche dei miei sogni realizzati, e non solo delle mie torbide fantasie notturne. Aveva terminato gli ultimi ritocchi un paio di settimane prima, e da allora mi scoprivo a sentire la mancanza dei battiti del martello e del ronzio del trapano, nonché del suono della sua voce profonda. Tutte le cose sporche ed eccitanti che segretamente desideravo che mi facesse mi perseguitavano nel mondo dei sogni, così le mie mattinate erano sempre più faticose e le mie occhiaie sempre più profonde. Ero anche molto pallida, quindi non c'era modo di nascondere l'effetto che Zebulon Fuller aveva su di me. Era stupidamente semplice: avevo una cotta da cui non riuscivo a liberarmi, e la cosa mi terrorizzava. Mi faceva sentire disorientata, insicura, e sessualmente ero così maledettamente frustrata che avrei voluto strapparmi i lunghi capelli biondi uno per uno, solo per potermi distrarre. Imprecai sottovoce quando un pezzo di vetro mi ferì la punta di un dito, mentre mi chinavo per raccogliere i cocci nella paletta. Mi infilai in bocca il dito sanguinante ed emisi un grugnito, spazientita con me stessa. Prima ancora di poter camminare avevo imparato che mostrare una qualunque emozione era un segno di debolezza, un difetto gravissimo che avrebbe portato solo lacrime, e mi avrebbe ridotto a una sagoma piegata e singhiozzante mentre il vincitore torreggiava su di me, con un'espressione di pietà e disgusto dipinta sul viso. Non 19


avrei dovuto sobbalzare quando Poppy mi aveva sorpreso. Da me ci si aspettava che fossi molto più gelida. Non avevo nessuna reazione emotiva, mai. Poppy mi stava ancora fissando con palese curiosità, così tirai il dito fuori dalla bocca e me lo passai sui pantaloni elasticizzati che avevo messo per dormire. «Anch'io stavo facendo degli strani sogni. Ho pensato che un bicchiere di vino mi avrebbe aiutato a riaddormentarmi.» Mi uscì un tono più freddo di quanto avrei voluto, ma le vecchie abitudini sono dure a morire. Il mio distacco era un'abitudine, e una corazza. Lei spostò un po' il peso, e io pensai di nuovo a una timida creatura dei boschi, sempre pronta a sfuggire il pericolo. Era così bella, così delicata, e nessuno al mondo avrebbe dovuto subire le cose che questa giovane donna aveva sopportato nella sua breve vita. Io avevo ventotto anni e Poppy Cruz pochi di meno, ma quando i suoi occhi ambrati mi squadrarono con una consapevolezza antica, mi sembrò che lei fosse milioni di anni avanti a me per esperienza di vita, anche se io ero stata cresciuta da un padre tirannico, e prima ancora di poter guidare avevo dovuto seppellire mia madre, una donna che lo adorava e che aveva cercato di compiacerlo fino al suo ultimo respiro. Avevo trascorso gli anni della formazione cercando di adeguarmi ad aspettative che non potevo soddisfare, e piangendo la morte di una donna che avevo amato e odiato nella stessa misura. «Ne hai avute parecchie di notti insonni da quando Zeb ha finito i lavori della casa. Sembri... turbata.» Avrei voluto alzare gli occhi al cielo, tanto ero esasperata con me stessa, ma mi trattenni. Non dovevo lasciar trasparire il mio stato d'animo a nessuno, invece le crepe della mia corazza stavano diventando evidenti e la cosa mi faceva sentire veramente a disagio. «Turbata» stava forse a significare che ero così arrapata da arrampicarmi sui muri? Se era così, allora sì, 20


ero decisamente turbata. E questo mi faceva sentire ridicola. Non mi era mai capitato che il solo pensiero di un uomo riuscisse a distrarmi, o a costarmi il sonno di cui avevo tanto bisogno. Avrei dovuto essere molto più equilibrata. Riversai i cocci di vetro in una borsa di plastica e buttai tutto in pattumiera. Dedicai qualche altro minuto ad asciugare il vino sparso sul pavimento e gli schizzi sugli armadietti e alla base del frigorifero. «Probabilmente mi ero abituata a vivere nella confusione dei lavori. Adesso sembra tutto così pulito e ordinato, così nuovo. Sono certa che mi ambienterò. Questa è la casa dei miei sogni, è quello che ho sempre voluto. Credo di dover ancora metabolizzare il fatto di averla finalmente ottenuta, tutto qui.» Nella casa in cui ero cresciuta, non mi era permesso soddisfare i miei desideri o i miei bisogni, quindi avere qualcosa di mio, qualcosa di concreto, solido e reale, non contaminato dal mio passato, mi toglieva ancora il fiato al solo pensarci. Mi assicurai che la cucina fosse di nuovo immacolata e presi una bottiglia d'acqua dal frigo, poi mi girai verso Poppy che mi disse: «Pensavo che forse ti mancava la presenza di Zeb. È una presenza difficile da ignorare, diciamo». Zeb era decisamente difficile da ignorare. Come minimo si poteva dire che era un tipo notevole: alto, tatuato, con i muscoli di chi è abituato a spostare roba pesante e a picchiare col martello meglio di Thor. Ma c'era qualcosa in più oltre ai muscoli sviluppati dal duro lavoro, alla cintura per gli attrezzi che gli pendeva in vita e a quell'atteggiamento provocante che gli veniva così spontaneo. Quegli occhi color verde scuro guardavano il mondo e le persone che lo abitavano con la sicurezza e la stabilità di una roccia. Quando guardava qualcuno lo faceva con assoluta confidenza e fiducia in se stesso, come se potesse sapere, senza ombra di dubbio, di valere più di qualsiasi persona nella stanza. Dio, 21


riuscivo a malapena a sopportare il fascino del suo sorriso, quando si passava una mano su quella barba perfettamente curata, soprattutto quando quel sorriso e quell'espressione ammiccante erano rivolti proprio a me. Non ero mai stata un'appassionata di uomini barbuti: avevo sempre pensato di preferire ragazzi curati e ben vestiti, gente che facesse la sua figura in giacca e cravatta e sapesse tutto sulle colonie più costose e la giusta quantità di prodotti per capelli da utilizzare. Invece, alla fine, a riaccendere la mia libido dormiente ci ha pensato un tizio che sembrava in grado di abbattere un albero con una mano sola, con dei capelli castani e ribelli apparentemente poco abituati a pettini o spazzole, e tantomeno a qualsiasi prodotto cosmetico. Quel tipo faceva sembrare una maglietta sudata e un paio di jeans sdruciti dei capi d'alta moda, e mi teneva sveglia tutta la notte a immaginare la sensazione di quelle mani indurite dal lavoro che scivolavano sulla mia pelle nuda. Non sapevo che cosa avesse fatto Zeb Fuller al mio buonsenso, o a me. Sapevo solo che mi teneva sveglia di notte, a rimpiangere tutte le volte che avevo risposto in modo freddo alle sue avance semiserie. Non sopportavo di non riuscire a essere spontanea con lui, perché in realtà tutto quello che volevo era strappargli i vestiti e saltargli addosso. Queste emozioni erano del tutto nuove per me, e così per difesa mi chiudevo a riccio. Di fronte alla mascolinità esibita di Zeb mi sentivo così inetta e impacciata che dalla mia bocca uscivano solo vuoti complimenti, cliché e banalità: senza dubbio ormai era convinto che fossi solo una stronza presuntuosa. Non avrei mai voluto trattarlo come un semplice fornitore, ma avevo finito per fare esattamente quello, e adesso il lavoro era concluso, Zeb se ne era andato da un pezzo e a me bastava il pensiero delle sue mani e della sua bocca su di me per rotolarmi in un letto terri22


bilmente vuoto e solitario, in preda a orgasmi fantasma. Quindi, certo che mi mancava la sua presenza. Mi mancava guardarlo, sentire la sua voce e mi mancava perfino quell'odore inconfondibile che hanno gli uomini che si guadagnano da vivere lavorando sodo: sudore, soddisfazione e qualcosa di più vago, che sapeva di fatica e sex appeal. Spinsi all'indietro i capelli, sollevando le sopracciglia in un'espressione interrogativa simile a quella che mi aveva rivolto Poppy. «La sua presenza in questa casa non ti infastidiva, mi sembra» osservai in tono disinvolto. Poppy aveva vissuto un'esperienza tremenda con il suo ex marito, un uomo violento che la maltrattava, e di conseguenza quella bellissima ragazza aveva evitato qualsiasi forma di contatto fisico con l'altro sesso. Non si avvicinava nemmeno a mio fratello, anche se erano cresciuti insieme. Era un grosso problema per lei, e quando erano cominciati i lavori di ristrutturazione mi chiedevo come avrebbe reagito agli andirivieni di tanti sconosciuti in quello che era stato il suo rifugio da quando aveva cominciato a riprendersi dal sequestro. All'inizio la sua reazione alla presenza rumorosa di Zeb e dei suoi operai era stata quella di seppellirsi nella sua camera. Passava le giornate chiusa a chiave, con una cassettiera spinta contro la porta, fino a una sera in cui io dovevo tornare presto per vedere dei campioni di vernice con Zeb, ma ero in ritardo. Quando finalmente ero arrivata, ero rimasta sbalordita: il gigante barbuto e il timido fiorellino, con le teste vicine, stavano esaminando i campioni di vernice nella mia cucina devastata. Ero così allibita che quando Zeb aveva proposto una strana sfumatura di rosso-arancio per le pareti, dicendo che a Poppy piaceva moltissimo, avevo acconsentito senza batter ciglio, anche se il mio stile era più incline ai colori neutri e sobri. Una volta che quella tinta così sgargiante era arri23


vata sui muri, mi ero stupita di quanto mi piacesse. Mi ci era voluto qualche altro giorno per accorgermi che era lo stesso colore dei campi di papaveri – il fiore che si chiama come Poppy – allora mi era piaciuta anche di più. Quando Zeb era andato via, avevo provato con dolcezza a capire come avesse fatto quell'omone ad attirarla fuori dalla sua fortezza. In realtà era stato molto semplice: le aveva detto che aveva bisogno di un'opinione femminile, voleva assicurarsi di aver capito bene le mie richieste. Le aveva offerto una scelta, e il controllo della situazione. Già da prima volevo baciarlo, ma la sua istintiva comprensione del profondo bisogno di Poppy di riprendere in mano la sua vita mi avrebbe comunque fatto desiderare di buttarmi fra le sue braccia. Zeb Fuller era un bravo ragazzo. Ehm... un bravo ragazzo a cui non riuscivo a smettere di pensare, preferibilmente nudo come un verme. Aveva tatuaggi su entrambi i lati del collo, e altri gli spuntavano dalla maglietta. Aveva inchiostro sul dorso delle mani, e ogni centimetro delle sue braccia era coperto di arabeschi e figure stilizzate. Avrei voluto vedere che altro c'era sulla sua pelle, e poi passare la lingua su ogni singolo centimetro. Poppy si schiarì la voce, e andò a prendersi anche lei una bottiglia dal frigo. Si appoggiò all'elegante ripiano di marmo dell'isola della cucina, accanto a me, e fece un piccolo sospiro. Anche i rumori che faceva erano sommessi, come un piccolo fiore che cerca di contrastare la forza del vento. «Mi piace Zeb. Me ne sono stupita io stessa, ma è così. Mi ricorda Rowdy, e poi non mi ha mai guardato come un relitto, neanche una volta. Prima o poi dovrò lasciare questa casa, tornare al lavoro, e questo significa che dovrò smettere di pensare che ogni uomo là fuori voglia farmi del male. Zeb è enorme, voglio dire è così GROSSO, ma quando lo conosci non ha nulla di terribile o mi24


naccioso. Credo che per me sia stato un buon allenamento, e mi piace molto come è venuta la cucina. Se fosse risultata orribile ne sarei morta, dato che era la prima decisione che prendevo da sola da un sacco di tempo.» Rowdy era il mio fratello minore, del quale non sospettavo l'esistenza finché mio padre non era morto, lasciando i suoi segreti stampati nero su bianco sul testamento. Rowdy era cresciuto in un ambiente molto diverso dal mio, insieme a Poppy e alla sua sorella maggiore, Salem. Dopo un po' di tempo, e qualche tragedia, Rowdy e Salem avevano scoperto di essere anime gemelle, e quindi lui teneva a Poppy e al suo stato emotivo ancora più di quanto avrebbe fatto normalmente. Poppy faceva parte della sua famiglia, e da quando avevo trovato Rowdy, lasciandomi alle spalle ogni dettaglio della mia vecchia vita e attraversando mezza America per poterlo conoscere, anche della mia. L'ultima pugnalata alle spalle da parte di mio padre, il suo ultimo crudele atto di manipolazione, si era rivelato il miglior regalo che mi avesse mai fatto (e anche l'unico). Allungai un braccio e glielo misi intorno alle spalle magre, per stringerla a me. A differenza di quello della sorella, il corpo di Poppy era privo di curve e di consistenza: era come un folletto, e a volte pensavo che potesse sparire davanti ai miei occhi. E non mi stupii più di tanto quando si divincolò dalla mia stretta: il contatto fisico non era il suo forte, anche se non c'era nessun pericolo. «Potrei richiamarlo per... non so, magari per fargli costruire una veranda, o uno steccato o qualcos'altro, se vuoi fare ancora un po' di pratica.» Scherzavo solo a metà. Non mi sarebbe dispiaciuto affatto avere una buona scusa per poterlo rimirare di nuovo. Poppy si mise a ridere: era un suono così raro e prezioso che mi si strinse il cuore. Non avevo mai avuto una compagna di stanza, non avevo mai condiviso il mio 25


spazio così intimamente con qualcuno. Non avevo neanche avuto nessuno a cui dare il mio tempo, a eccezione dei miei clienti. Mi godevo talmente il tempo che passavamo insieme da chiedermi spesso se Poppy stesse davvero guarendo solo se stessa, mentre si avviava a riprendersi la sua vita. La mia psiche aveva cicatrici e ferite causate dall'educazione ricevuta da mio padre, ma io mi rifiutavo di vederle, insieme alle infezioni che mi coprivano l'anima. Però, a volte, Poppy diceva qualcosa, o mi sfiorava, oppure mio fratello mi chiamava soltanto per sapere come stavo, e io sentivo quelle vecchie ferite prudere per rimarginarsi, nonostante la mia ostinata resistenza a riconoscerle. «No, ma grazie per la proposta. Rowdy mi chiama tutti i giovedì sera, quando Salem esce con le sue amiche, e mi invita a cena. Di solito dico di no, perché mi terrorizza la semplice idea di stare da sola con lui, e poi di uscire in pubblico con tutta l'altra gente, ma penso che la prossima volta potrei accettare. Posso farcela.» Io annuii, cercando di non mostrare troppo entusiasmo: non volevo metterle pressione in nessun modo. «Lo faresti molto felice, credo che farebbe bene a entrambi.» Le diedi un colpetto col gomito. «E se ti accorgessi che è troppo per te, potrei uscire presto dal lavoro o raggiungervi più tardi, basta farmi un fischio.» Rowdy avrebbe capito se Poppy avesse avuto bisogno di una sponda, lui capiva sempre. Mi fece un sorrisino esitante, come un uccellino che per la prima volta cerca di capire come si vola. «Grazie. Per me significa molto.» Aggirò l'enorme isola e si diresse alla sua camera, che si trovava sul retro della casa, il più lontano possibile dalla mia suite nell'attico. Sapeva che le sue urla di terrore trapassavano i muri, e mi aveva detto chiaramente che voleva disturbarmi il meno possibile mentre recuperava il suo equilibrio a casa mia. «Buonanotte, Sayer. Sogni d'oro.» 26


C'era una nota ironica nella sua voce: forse non ero stata evasiva come credevo in merito a che cosa (o meglio chi) mi teneva sveglia di notte. Sospirai e mi avviai verso la mia stanza. Zeb aveva trasformato la mansarda abbandonata e decrepita in un rifugio che era impossibile non amare: moderno, ma senza perdere quel fascino vintage delle vecchie case. Le sfumature di colore andavano dal grigio pallido all'azzurro. Era un luogo dove potevo chiudere fuori il resto del mondo, dopo una giornata difficile in tribunale, o quando avevo un cliente e un caso che mi coinvolgevano troppo. Aveva creato un paradiso per me, dentro la mia casa, e l'unica cosa che avrebbe potuto renderlo ancora più perfetto sarebbe stata che si spogliasse e mi raggiungesse nell'imponente letto a baldacchino king size. Quando mi ritrovai davanti le lenzuola aggrovigliate e i cuscini sparsi dappertutto mi diedi cento volte dell'idiota. Il mio corpo e la mia mente rispondevano a uno Zeb immaginario molto più di quanto avessero mai fatto con il mio più che reale ex fidanzato. Ero stata con Nathan per anni, e nemmeno una volta lui aveva portato il mio corpo a scuotersi, piegarsi o tremare da capo a piedi, sull'orlo di un'esplosione fatta di mille sfumature di dolcezza e calore. Era proprio per questo che ero rimasta insieme a lui per tanto tempo: non c'era passione, nessuna ondata di desiderio lussurioso e incontrollabile, che non avrei saputo come gestire. Con Nathan ero al sicuro, stare con lui era facile: non dovevo fingere di non provare nulla, perché in effetti non provavo nient'altro che la vaga sensazione di tranquillità che mi garantiva. Nathan non aveva niente di sbagliato. Era una persona gentile, aveva un buon lavoro, stava bene in giacca e cravatta e aveva i miei stessi gusti... o perlomeno i gusti che mi ero convinta di avere fino alla morte di mio padre, quando la mia vita era andata a gambe all'aria. 27


Ero sicura che Nathan mi amasse davvero, anche se non ero molto espansiva e lavoravo troppo. Mi voleva bene sinceramente, nonostante sapessimo entrambi che non lo avrei mai fatto impazzire a letto e che non sarebbe mai stato la cosa più importante della mia vita. Solo con la morte di mio padre e la scoperta di mio fratello avevo finalmente capito che per quanti sforzi facesse Nathan, e per quanto dichiarasse di accettare la mia personalità fredda e distaccata, il nostro era un rapporto che non avevo scelto da sola. Avevo deciso di stare con lui solo per far contento mio padre, in modo che mi lasciasse in pace. Avevo scelto Nathan perché era quello che ci si aspettava da me. Sapevo che Nathan si meritava di meglio di una persona che faceva solo il minimo sforzo per tenere in piedi il rapporto, e così, nonostante le sue proteste e le sue assicurazioni che io ero tutto ciò che voleva, e che non gli importavano le apparenze, avevo rotto il fidanzamento, fatto i bagagli e mi ero trasferita in Colorado, alla ricerca di una nuova vita e di una famiglia. Non potevo lamentarmi del risultato, soprattutto considerando la sorprendente e vivificante scossa che avevo ricevuto quando Zeb Fuller, sporco, perfettamente a suo agio e splendido nella sua imponenza, si era seduto di fronte a me al tavolino di un bar mentre parlavo con Rowdy. Il modo in cui Zeb mi faceva sentire era uno dei principali motivi per cui non mi ero tirata indietro dall'appuntamento informale con Quaid Jackson. Quaid era il tipo che sembrava poter apprezzare una bionda molto riservata, che si sentiva più a suo agio davanti a un giudice che non fra le lenzuola, e di certo non guastava il fatto che fosse disgustosamente bello ed esageratamente garbato. La definizione di rubacuori era stata inventata per i tipi come lui, e stare in sua compagnia per me era piacevole e divertente, ma per il resto del tutto indifferente, e queste erano sensazioni familiari. Quaid non mi faceva perdere la testa, o desiderare di 28


spogliarmi e saltargli addosso: con lui ero al sicuro. Era un avvocato penalista, e la sua reputazione a Denver era leggendaria. Ci eravamo conosciuti da poco, quando il mio studio aveva gestito il suo divorzio, una faccenda molto complicata che era stata sulla bocca di tutti, quindi speravo davvero che non si aspettasse più di una chiacchierata amichevole, perché era assolutamente impossibile che fosse pronto per qualcosa di più serio, dopo la catastrofe che aveva appena sopportato. Speravo anche che dedicando il mio tempo e la mia attenzione al bel biondino sarei riuscita a costringere i miei ormoni a riprendersi, e a piantarla di invocare Zeb a gran voce. Dopo quella nottata non ero così sicura che avrebbe funzionato, ma, per l'amor di Dio, avevo bisogno di ricominciare a dormire, ormai ero alla disperazione. Sistemai le lenzuola, rimisi i cuscini al loro posto e spensi le luci. Rimasi a fissare il soffitto, pregando che almeno il resto della notte non fosse infestato da Zeb. Ovviamente, non appena sentii le palpebre farsi pesanti e il sonno avvicinarsi, cominciai a chiedermi come doveva essere baciare una bocca nascosta nella barba, e ovviamente questi pensieri mi portarono ad altri, basati su quella stessa barba sfregata su altre parti del mio corpo. Così i miei occhi si spalancarono di nuovo, e gemendo abbandonai le speranze di dormire. A questo punto mi restavano solo una doccia fredda, oppure un fidanzato a batteria. Nessuna delle due cose poteva uguagliare il piacere dei pensieri che mi tenevano sveglia, ma una ragazza deve pur arrangiarsi, e ultimamente mi capitava davvero troppo spesso di dover soddisfare da sola i miei bisogni. Che infatuazione stupida e illogica! Era una vera tortura, e la mia unica consolazione era che in passato ero sempre stata troppo fredda, troppo distante dalle emozioni per provare qualcosa di simile. Era la mia prima cotta e mi sembrava che potesse uccidermi. 29

Amore senza limite  
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