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CLAIRE SEEBER

24 HOURS traduzione di Isabella Polli


ISBN 978-8-86905-175-3 Titolo originale dell’edizione in lingua inglese: 24 Hours Bookouture An imprint of StoryFire Ltd. 23 Sussex Road, Ickenham, UB10 8PN, UK © 2015 Claire Seeber Traduzione di Isabella Polli Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2017 HarperCollins Italia S.p.A., Milano Prima edizione HarperCollins febbraio 2017


Dedica

Alla banda di casa: soprattutto, questa volta, al grande uomo. Al posto giusto.


Dedica

Talvolta Si Deve Essere Indegni, per riuscire a vivere pienamente. Carl Jung Quando un uomo prende a lottare con se stesso, allora vale qualcosa. Robert Browning


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QUESTO AMORE MALEDETTO

Vediamo soltanto ciò che vogliamo vedere. È stato mio marito a insegnarmelo. Era una delle frasi tipiche di Sid: a volte guardiamo, altre decidiamo semplicemente di non farlo. A volte scegliamo di chiudere gli occhi. Questa è la storia di come ho chiuso gli occhi. Di come l'amore non ha trionfato. Come si fa, comunque, a vedere l'amore? L'amore non è chiaro, non ha contorni precisi. Certo, qualche volta è dolce, ma può essere anche strano, impalpabile, informe. E troppo spesso l'amore non è fatto di amore. I confini sfumano e diventa semplice sopravvivenza: ci avvolge nel suo caldo abbraccio e poi ci sbatte a terra. È un miracolo o una maledizione? Io direi che è opinabile, una questione su cui ci sarebbe da discutere. Non sono in grado di darvi una risposta. Questa è la storia di un amore brutale, pericoloso: il tipo di amore che ti acceca. Il tipo di amore a cui non sempre si sopravvive.

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ADESSO: IL PUNTO DI PARTENZA

Mentre entriamo dai cancelli dell'ospedale, la luce del sole rischiara l'orizzonte dietro le colline, ma la giornata si preannuncia grigia. Una giornata senza speranza. Mi bruciano gli occhi, irritati dalla stanchezza e dal fumo; provo a sfregarli, peggiorando la situazione. La donna seduta accanto a me sull'ambulanza dice qualcosa ma non riesco a capirne il senso, a dare un significato alle sue parole. Vorrei risponderle, ma riesco a stento a deglutire. Ho un dolore pulsante alla testa, la gola come carta vetrata, la bocca impastata di cenere e senso di colpa. La donna indossa ancora una vestaglia di ciniglia rosa, anche se ormai il rosa non si distingue quasi più. È pallida e sconvolta, il viso sporco di fuliggine e rigato di lacrime. Probabilmente anch'io ho lo stesso aspetto. Ma non mi importa nulla del mio aspetto. Voglio solo sapere dov'è Emily. Nessuno sembra saperlo. Non c'era altro che un enorme caos: nessuno a cui chiedere, nessuno a cui spiegare – solo confusione e panico. I poliziotti che alla fine sono arrivati sul posto erano troppo occupati a cercare di radunare tutti quanti sul sentiero al di fuori della proprietà. Abbiamo guardato con di10


sperazione crescente le fiamme sempre più alte, visibili al di sopra della recinzione, le volute di fumo nero che fluttuavano sopra le cime degli alberi, i frammenti incendiati che si spargevano nel vento. Siamo rimasti a guardare finché non ci hanno obbligato a seguire la strada fino a una specie di salone, al centro del paese, dove abbiamo aspettato l'arrivo delle ambulanze. Gli infermieri ci rassicurano, ripetono che presto tutto verrà chiarito, che all'ospedale avremo notizie dei nostri amici e parenti, che dobbiamo soltanto stare calmi. «Mantieni la calma, coraggio, sei una ragazza forte.» Sono terrorizzata. Ho un dolore allo stomaco che mi mangia viva. Devo trovare Emily e poi devo andarmene da qui. Devo levarmi di torno prima che mi trovino. Quello che mi terrorizza di più è non trovare Emily. Gli avvenimenti della notte scorsa mi scorrono nella testa, poi si bloccano e ricominciano da capo. Li rivivo ancora una volta, e poi un'altra. Fiamme che lambiscono un muro, fumo che filtra da sotto le porte. Il calore, la mancanza d'aria. Mi stringo la testa dolorante fra le mani per fermare quelle immagini che si ripetono senza pietà, ma è impossibile. «Tutto bene, tesoro?» L'infermiere calvo allunga una mano e mi solleva gentilmente il mento per guardarmi in faccia. «Sì» gracchio. Sto mentendo. «Grazie.» «La mano ti fa male?» chiede indicando la mia fasciatura. «Un po'. Mi fa male la gola e ho un forte dolore alla spalla.» Parlare mi fa tossire. Lui mi studia con attenzione. Io gli fisso le sopracciglia: sono corte, tozze, come setole di uno spazzolino. «Altri sintomi? Ti senti strana? Vertigini? Mal di testa?» Vorrei aggrapparmi alla sua mano e non lasciarla più andare, per paura di volare via. «Sto bene, davvero.» Non sono mai stata peggio in vita mia. «Ottimo.» Mi lascia andare il mento. «Non agitarti, okay? Adesso sei nel posto giusto. Ti faranno un controllo per l'inalazione di fumo.» Invece sono proprio nel posto sbagliato. 11


Quando i portelloni dell'ambulanza si aprono per farci uscire, le luci al neon del pronto soccorso mi accecano. Distolgo gli occhi e scendo a fatica, disorientata. Penso a un gregge di pecore in un camion, animali che seguono il gruppo senza pensare, spingendosi avanti e incespicando. Un uccello solitario comincia a cantare, poi smette. Non è un giorno da festeggiare. C'è un nuovo gruppo di infermieri già in attesa all'ingresso dell'ospedale. Procedo all'interno, seguendo il gregge. In bocca ho un sapore acre, il sapore del fumo. Ai piedi della scala che tutti cominciano a salire, fermo un'infermiera in uniforme blu, che sta scendendo di corsa. Sembra agitata. «Sto cercando Emily Southern» le dico. «Può aiutarmi?» «Chi?» risponde lei come se non capisse. «La mia amica. L'incendio.» «Non saprei» dice scuotendo la coda di cavallo bionda. «Mi dispiace. Deve restare con il suo gruppo; sicuramente verrà qualcuno a parlare con voi, fra poco.» Poi corre via. Per un po' resto seduta nella stanza con gli altri, poi non ce la faccio più. La mano mi fa male e non è ancora venuto nessuno. Un giovane ausiliario dall'aria confusa ci tiene compagnia. Ci tiene prigionieri. Continua a ripetere: «La polizia sarà qui fra poco» sempre più stressato. La donna che era con me in ambulanza ora sta piangendo. Un uomo grande e grosso sibila nel cellulare: «Basta, vieni a prendermi». L'ausiliario cerca qualcuno al telefono, ma a quanto pare nessuno è in grado di aiutarlo. «La prego, non pianga» dico alla signora disperata. «Non pianga. Andrà tutto bene.» Ho il presentimento che non sarà così. Qualcuno ci porta del tè, ma io non lo voglio. Ho un macigno di terrore sul petto, sono anch'io sull'orlo di una crisi isterica. Immagino le fiamme che arrivano alla porta. Mi alzo e mi risiedo diverse volte, finché capisco che devo uscire da questa stanza. Ho solo le cose che avevo addosso, cioè il mio pigiama e la 12


felpa di Emily, e il mio cellulare che si è scaricato da un pezzo. Nient'altro. Apro la porta. «Per favore, rimanga qui, signorina» mi dice il ragazzo. «Fra un minuto arriverà qualcuno per parlare con lei.» «Devo solo andare in bagno» mento. «Okay» dice lui alzando le spalle. «È in fondo al corridoio.» Fuori dalla stanza giro un angolo: due poliziotti stanno parlando con una donna in camice bianco, un po' più avanti. È una conversazione confidenziale, l'istinto mi dice di nascondermi. Cammino all'indietro, trattenendo il respiro. Lascio passare un attimo, poi sbircio con cautela. Uno di loro ha in mano un elenco. «Va bene, quindi quello è Peter Graves. Poveraccio.» Il poliziotto fa un segno sul foglio. «E Laurie Smith, ha detto?» Io sto per gridare: «Sono qui!». Faccio un passo avanti. «Laurie Smith è morta?» ripete lui, alzando gli occhi dal foglio e guardando la donna. «Ne è sicura?» Io mi blocco. «Temo di sì.» Lei annuisce, scuotendo il caschetto ordinato. «Era già deceduta quando l'hanno portata qui. Non era un bello spettacolo.» Il poliziotto prende altri appunti. «E la compagna di stanza?» L'altro esamina la sua lista. «Emily South-qualcosa, mi pare. Sempre se questo dannato elenco è preciso. Il personale dell'albergo è stato molto negligente.» «Abbiamo una sola donna» risponde la dottoressa, asciugandosi la bocca dopo aver bevuto un sorso di caffè. «E i due uomini di cui abbiamo già parlato. Poi c'è la donna delle pulizie: è ancora di sopra, in terapia intensiva. In poche ore dovremmo capire se ce la farà.» Il suo tono è spaventosamente sbrigativo. «Di solito non ci vuole molto.» Dal mio punto di osservazione vedo il poliziotto dai capelli rossi che scrive. «Insomma, avrebbe potuto andare peggio» commenta. «Con un incendio di quella portata.» «Sì, per fortuna» concorda la dottoressa. «Qualche ferito lie13


ve, ma poteva davvero andare davvero molto peggio.» Il cuore mi batte così forte che sembra potermi esplodere nel petto. Mi spingo contro la parete, per sostenermi prima di cadere a terra. Laurie Smith è morta. Ma io non sono morta. Sono proprio qui, nel corridoio di questo ospedale. E quindi, quindi... Si tratta di Emily. Deve essere Emily. «Avete contattato le famiglie?» «Non è compito nostro, grazie a Dio» risponde il poliziotto. «Stiamo ancora aspettando delle conferme, e al momento c'è un casino del diavolo. Il capo non sa che cazzo fare.» «Non avremmo neanche dovuto essere coinvolti» dice il collega, frugandosi nell'orecchio con il mignolo. «Noi siamo della stradale.» «Adesso dobbiamo sbrigarci» riprende il primo con una vaga eccitazione nella voce. «La stampa è già stata informata.» «Almeno la linea dedicata è già operativa» dice l'altro, come se fosse una gran consolazione. Controlla il dito che ha appena estratto dall'orecchio. «Non vi invidio la gestione dei parenti.» Il cercapersone della dottoressa comincia a suonare. «Per me è la parte più difficile di questo lavoro.» «Non lo so» risponde il poliziotto dai capelli rossi, togliendosi il cappello e sfregandosi la fronte. «Per me la cosa peggiore sono i bambini vittime degli incidenti d'auto.» La dottoressa controlla il cercapersone e fa per correre via. «Devo andare di sopra. Temo che alla fine i cadaveri saranno quattro.» Doloroso eppure abituale. I poliziotti sembrano desolati, mentre riflettono sulla vita e sulla morte. Poi si allontanano con la loro lista. Io giro l'angolo ed entro nel bagno delle donne. Mi appoggio al lavandino. Le lacrime non arrivano ancora, i miei occhi sono così secchi e infiammati che piangere sembra impossibile. Invece mi sciacquo il viso e poi mi accascio a terra, con la schiena contro il muro. 14


La mia migliore amica è morta. Emily è morta, eppure pensano che sia io. Ho preso la sua felpa. Era la più vicina, appesa dietro la porta della camera. Lei mi aveva svegliato, sull'orlo del pianto, scusandosi: aveva detto di avere un tremendo mal di testa, una delle sue emicranie. Potevo essere così gentile da andarle a prenderle il Migraleve in macchina? Ero uscita incespicando, disorientata e mezza addormentata, perdendomi nella luce fioca di quei corridoi sconosciuti, avevo frugato a casaccio nella macchina buia (senza trovare gli stramaledetti antidolorifici, fra l'altro) e poi ero tornata indietro per chiedere alla reception se potevano aiutarmi, ma in quel momento era scattato l'allarme antincendio, con quel suono stridulo e penetrante, che trapanava il cervello. Non sono riuscita a rientrare in camera. La porta non si apriva; credo che fosse bloccata dall'interno. Mi ci ero buttata con tutto il mio peso, ma non aveva ceduto. Magari si sono sbagliati, magari l'hanno scambiata con qualcun altro. Però so che hanno ragione. Aveva la mia collana, il ciondolo con Laurie inciso sul retro, perché si intonava con il vestito blu pavone che aveva indossato a cena. Ci siamo sempre scambiate vestiti e gioielli, fin da quando ci siamo conosciute, agli esami finali del liceo. Ieri sera abbiamo riso, commentando che quel ciondolo attirava gli sguardi verso il basso. Non che lei ne avesse bisogno. «Sei una cattiva ragazza, Laurie Smith» mi aveva detto mentre le chiudevo la collana e le davo un buffetto. «Non sono cattiva, sono invidiosa» avevo risposto. «Polly mi ha rovinato.» E poi so che la porta della camera non si apriva. Avevo cercato di aprire quella maledetta dall'esterno ma era bloccata. Ero proprio là, a spaccarmi la spalla a furia di spinte, finché il calore mi aveva costretto a scappare per andare a cercare aiuto. Ma non c'era nessuno che potesse aiutarci, non era venuto nessuno. Era impossibile proteggersi dal fumo. 15


Mi alzo in piedi, mi sciacquo la fuliggine dal viso. I miei occhi sembrano enormi sopra le guance pallide. Continuano a tornarmi in mente frammenti di questa terribile notte. Emily. La mia adorata Emily. E la cosa peggiore è sapere che non avrebbe dovuto essere lei. Era me che volevano. Tutto torna: la paura e lo stress degli ultimi mesi hanno portato a questo. Fisso lo specchio e ho uno sprazzo di lucidità : lei mi sta dando una possibilità. Anche da morta, la mia migliore amica continua a cercare di proteggermi. Devo andarmene prima che si accorgano di essersi sbagliati, prima che capiscano che sono ancora viva, e che lo scopra anche chiunque mi voglia morta. Scendo le scale ed esco, verso la luce del giorno.

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ALLORA: IN SPAGNA

Faceva caldissimo. Non so che cosa mi aspettassi, ma non certo il sole abbacinante che ci aveva spinto indietro mentre uscivamo dall'aeroporto: una luce così intensa da farci strizzare gli occhi per proteggerli. «Wow.» Strinsi più forte la mano di Polly, sotto le palme dalle foglie appuntite. «Ci abbronzeremo tantissimo, vero Pol?» Il suo sguardo era sorprendentemente sprezzante per una bambina di sei anni. «Abbronzarsi non fa bene, mamma. Come sigarettare.» «Wow!» ripetei, senza parole. Da quando mia figlia era diventata così moralista? Doveva essere stata mia madre. Sid sarebbe inorridito. Mentre io aprivo la piccola macchina a noleggio e buttavo le borse nel bagagliaio, Polly rovistava nel suo zainetto. «Tutto bene?» «Adesso sì» dichiarò solennemente, piazzandosi un paio di occhiali da sole rosa a forma di cuore sulla punta del nasino a patata. Io non mi ero mai sfilata gli occhiali scuri durante il volo, nel caso qualcuno notasse i miei occhi gonfi, ridotti a fessure in mezzo a una faccia pallida e desolata. Avevo raccontato a Polly che volevo fare finta di essere una grande star. Lei ci aveva pensato su per un po'. 17


«Come Taylor Swift?» mi aveva chiesto. Non avevo idea di chi fosse. «Già» avevo risposto. «Proprio come lui.» «Lei» mi aveva corretto Polly. «Sì, lei: favolosa.» Ma non mi sentivo affatto favolosa, anzi tutto il contrario. Avviai la macchina, che fece un poderoso balzo in avanti. «Oops! Scusa, Pol.» «Non preoccuparti» rispose lei dolcemente. «Non puoi farci niente se guidi da schifo.» L'impronta di suo padre. «No, infatti.» Non avevo intenzione di discutere, ne avevo abbastanza di discussioni e litigi. Quello era il nostro nuovo inizio. Ingranai con cautela la marcia giusta. «Forza, diamo inizio alla nostra avventura.» L'avventura sarebbe cominciata molto prima se non avessi dovuto fare tre giri del parcheggio per trovare l'uscita dall'aeroporto e quattro tentativi prima di imbroccare lo svincolo giusto dell'autostrada, mentre cercavo di leggere la cartina e contemporaneamente di guidare una Hyundai con il volante a sinistra. Comunque, alla fine, più o meno all'imbrunire, raggiungemmo la cittadina bianca appollaiata sulla cima della collina. Dopo un momento terrificante, durante il quale dovetti incuneare la macchina in minuscoli vicoli moreschi per poter scaricare vicino alla casa che avevo affittato dal mio collega Robert, mentre diversi spagnoli mi gridavano cose che avevo scelto di non capire, arrivammo finalmente a destinazione. Disfacendo i bagagli ammirammo la bellezza di quella casetta, i vasi di limoni nel patio, la piccola piscina di marmo appena sufficiente per immergersi. Comprammo uova, pane e acqua al negozio in fondo alla strada e dopo cena, quando faceva meno caldo e si riusciva a respirare, comprai a Polly un gelato al bar della piazzetta e mi concessi una birra fresca. Strinsi il suo corpicino solido contro di me e ringraziai Dio di averla al mio fianco. 18


Ma quella sera, quando si fu addormentata, mi sedetti sotto il limone e aprii una bottiglia di Rioja bianco, cercando disperatamente di non cedere alla tristezza incombente che mi sovrastava da tre giorni e mezzo, da tre mesi e mezzo. Da tre anni e mezzo. Avevo fallito. Rimasi distesa sulla sdraio, nel buio, con un baldacchino di stelle d'argento sopra di me: la tristezza aveva vinto. Le lacrime mi scendevano silenziosamente sul viso e si raccoglievano nelle orecchie. Avevo speso tutto quello che mi rimaneva per venire qui, il mio rifugio da lui. Avevo salvato Polly, e me stessa (almeno per il momento). E allora perchĂŠ mi sentivo cosĂŹ orribile e disperata? PerchĂŠ dentro di me si era aperto un crepaccio che non si poteva colmare nĂŠ riparare: non subito, e forse mai. Potevo versarci del vino, riempirlo di fumo di sigaretta, ma il vuoto sarebbe rimasto. Esplorai disperatamente il cielo per trovare una stella cadente ed esprimere un desiderio. Ma quella notte non ce n'era neanche una.

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ADESSO: ORA 1

9:00

Quando arrivo al piano terra due infermiere mi passano accanto. «Hai visto le troupe dei telegiornali, là fuori?» chiede una, tirando su col naso. «E i fotografi. Dannati avvoltoi.» «Hanno offerto cinquanta sacchi a Lisa McCormack per farsi raccontare in che stato erano i corpi.» Cercando disperatamente di non immaginarmi Emily adesso, le condizioni in cui potrebbe essere, le seguo attraverso le porte a battente, verso i cartelli di uscita. Come si capiva già dall'alba, qui è una giornata spenta, priva di colori. Non so nemmeno di preciso dove sia qui. Presumo che ci troviamo ancora nel Devon perché dalla finestra, di sopra, ho intravisto uno spicchio di mare. «E lei? Li ha accettati?» «Joanne!» L'altra infermiera ride, dando una gomitata nella costole all'amica. «Tu che dici?» «E allora? Avrebbe anche potuto lasciarsi tentare! Non possiamo essere sempre degli angeli.» «Secondo me sono dei maledetti bastardi.» L'infermiera rabbrividisce. «E comunque, probabilmente stanno intercettando 20


tutti quanti. Al giorno d'oggi funziona così.» Si volta verso un reparto e offre qualcosa a Joanne. «Vuoi una Polo?» Devo riprendere fiato. Trovo una sedia in corridoio e cerco di pensare, ma sono così stanca e sconvolta che non riesco a fare mente locale. Mi stringo la testa fra le mani, cercando di forzare i ricordi a ritornare. Terrore, mi ricordo il terrore, puro e assoluto: credevo di stare per morire, soffocando in mezzo al fumo. Mi alzo in piedi e mi dirigo verso l'uscita. Non dovrei essere qui. Dovrei essere morta. So, senza ombra di dubbio, che la mia vita è in pericolo. E poi la cosa più importante, di importanza vitale: devo raggiungere Polly prima che il pericolo minacci anche lei. Devo trovare un rifugio prima che Sid arrivi qui. Era così furioso quando gli ho detto che non poteva più vedere Polly. Sono sicura che tutto questo abbia a che fare con lui, in qualche modo. Perché lo chiameranno, Sid, non c'è alcun dubbio, se capiscono che non sono morta, che il cadavere in obitorio è quello di Emily e non il mio. Quanto tempo mi resta? Non ho l'abbigliamento adatto per il clima freddo, e non ho soldi. Alla fine del corridoio si spalanca una porta: nel salone principale, quello della reception, una TV parla da sola, in un angolo. Il bar dall'ospedale funziona anche da edicola. Vedo l'espositore con i giornali del mattino e leggo un titolo: INCENDIO AL FOREST LODGE: QUATTRO VITTIME

Mi sento rizzare i capelli. Prendo il giornale, nelle mani un tremito quasi incontrollabile. Scorro l'articolo. Due delle vittime dell'incendio al Forest Lodge sono state riconosciute come l'uomo d'affari Peter Graves e il portiere notturno Jeff Leigh. Si pensa che la terza e la quarta vittima siano due donne, an21


cora senza nome: la polizia spera di identificarle oggi. «Tutto bene, cara?» La ragazza grassa dietro il banco mi guarda preoccupata. Ritira dei soldi da un uomo che paga un KitKat e li registra in cassa. «Mi sembri un po' scossa.» Il mio cervello lavora a pieno regime. L'uomo la ringrazia e se ne va; la cassa deve essere piena di contanti; il suo giaccone è appeso allo schienale della sedia. «In realtà non mi sento troppo bene.» Mi porto una mano alla testa. Non sto mentendo. «Potresti chiamarmi qualcuno?» Lei gonfia il petto nel suo grembiule, come un pettirosso. Si sente investita di un compito. «Ma certo, cara, non ti preoccupare. Siediti qui e riposati.» «Grazie.» Sono una traditrice. Lei si precipita giù per il corridoio. Io mi guardo intorno. Al banco informazioni, a quindici metri da me, l'impiegata è al telefono, non mi nota neanche. Per il resto è tutto tranquillo, in modo quasi inquietante. Mi alzo in fretta e premo qualche tasto. Con mio infinito sollievo, la cassa si apre immediatamente. Arraffo le banconote, vorrei che le mie mani smettessero di tremare. Prendo il voluminoso giaccone blu scuro dalla sedia e me lo avvolgo addosso. «Mi dispiace» borbotto a nessuno in particolare. Corro verso le porte scorrevoli e poi fuori, dove il freddo mi investe. Al banchetto del tè, dall'altra parte della strada, c'è un gruppetto di fotografi con le macchine al collo che fumano e chiacchierano. Cammino veloce verso la fila di taxi e mi lancio sul sedile posteriore del primo. Il mio pigiama può passare per un paio di pantaloni flosci, all'ultima moda, ma mi stringo comunque il più possibile nel giaccone. «Può portarmi alla città più vicina, per favore?» Parlare è una fatica immensa, la mia voce è ancora poco più di un sussurro. Mi hanno spiegato che il dolore alla gola è stato causato dall'inalazione del fumo e che sparirà gradualmente. Adesso però fa molto male. «Siamo già in città, cara signora.» L'autista mi guarda come 22


se fossi pazza. Probabilmente sembro appena scappata dal manicomio. «Oh» dico guardandomi alle spalle. Un adolescente coperto di piercing, in sedia a rotelle e vestaglia a pallini, sta fumando furiosamente accanto all'ingresso, ma non vedo entrare o uscire nessun altro. «Ma certo. Allora può portarmi al centro commerciale più vicino?» Il tassista sospira, come se gli avessi appena chiesto di guidare fino a Timbuktu. «Mi hanno rubato la borsetta» aggiungo. Lui alza il volume della radio e avvia la macchina, indifferente. Un pensiero improvviso. «Anzi, potrebbe aspettarmi un minuto?» Scendo e corro verso i fotografi al banchetto del tè. Sembrano vagamente divertiti dal mio aspetto sconvolto, dai miei capelli arruffati. Uno di loro mi offre una sigaretta. «No» scuoto la testa. «Preferirei una tazza di tè. Avete sentito la novità?» «Che novità?» si interessa uno con la psoriasi. Qualcuno mi ordina un tè. «La moglie dell'artista, quello famoso. Sid Smith.» «Quello del porno religioso? Che ha vinto il Booker Prize?» «Il Turner Prize» lo correggo automaticamente. «Quello che è» risponde lui, grattandosi la guancia infiammata. «Quindi?» «Sua moglie, Laurie Smith, è morta nell'incendio.» Mi volto per andarmene. «Davvero? In quell'albergo con la spa? Poveretta» commenta lui. «Le aveva dato il benservito, eh?» «Davvero?» Ho di nuovo le vertigini. «Se ne è andato con quella cantante.» Qualcuno mi porge una tazza di tè. «Quella ragazza meticcia. Una strafiga.» «Be', comunque adesso è morta.» Prendo il tè. «Laurie Smith. Poveretta» concludo tristemente. Ma ormai hanno perso interesse per me, stanno già prendendo i telefoni per chiamare giornalisti e redazioni. Torno sul taxi e resto ferma per un momento, scaldandomi 23


le mani con il bicchiere di carta. Ho talmente tante cose da fare che non so da dove cominciare. Devo parlare con mia madre per assicurarmi che Polly stia bene, devo procurarmi dei vestiti, devo sentire Emily: lei saprà che cosa fare. Non posso sentire Emily. L'orrore si insinua nella mia mente mentre la consapevolezza mi travolge di nuovo. Non potrò mai più sentire Emily. La mia migliore amica è morta, e l'ho uccisa io: è come se l'avessi fatto. Volutamente o no, l'ho uccisa, perché in quell'obitorio dovevo esserci io.

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