Copertina di Gino Boccasile – Rivista di Pitigrilli
Adelaide Barbara Ambrosioni – in arte Barbara Nardi 1938 (foto personale)
La SIGNORINA GRANDI FIRME Storia di Adelaide Barbara Ambrosioni tra espressione artistica e impegno sociale in Val Rendena: la rinascita del Maso Curio
Finalmente in pensione tra le nostre bellissime e amate montagne posso dedicarmi alla promessa che ti avevo fatto. Scrivere di una persona amata significa rimettere insieme i pezzi di una vita straordinaria, togliendo la polvere dei ricordi per restituirli al tempo. Chi scrive queste righe non lo fa solo con lo sguardo professionale di una giornalista ma prima di tutto come nipote. Figlia del fratello di una donna che, oltre alla bellezza, possedeva un’intelligenza acuta e precorritrice dei tempi, capace di sfidare le convenzioni dell’epoca. Il destino in un’inserzione e la nascita della Signorina Grandi Firme Come nelle favole c’era una volta una bellissima ragazza che, sfogliando un giornale dell’epoca, si imbatté in un’inserzione che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Il testo diceva pressappoco così: “Concorso di Bellezza: se ti interessa, inviaci una foto”. Quella ragazza era Adelaide Barbara Ambrosioni (Milano 04.12.1917 - Caderzone 18.05.2011). Nonostante il parere contrario della sua famiglia tradizionale - che non approvava affatto le sue aspirazioni nel mondo dello spettacolo – decise di seguire il proprio istinto e di sfidare quel rifiuto. Scelse una sua fotografia, la spedì e partecipò alla selezione. 1
Quello che sembrava solo il sogno audace di una ventunenne si trasformò rapidamente in realtà. Nel 1938, Adelaide Barbara non solo partecipò, ma vinse la prima storica edizione del concorso per diventare “La Signorina Grandi Firme”. La pubblicazione della sua foto divenne un vero e proprio simbolo dell’epoca, una celebrazione intramontabile ripresa persino nel celebre volume istituzionale di Luxottica dedicato a L’Italica Bellezza. Successivamente, nel 1939 partecipò al concorso “5000 lire per un sorriso”, dove si classificò seconda aggiudicandosi il premio Giviemme. Questi due concorsi segnarono i primi riconoscimenti pubblici nel mondo della moda e dello spettacolo in Italia.
suoi
Più che un semplice volto, però, ad essere scelta fu l’intera persona. Un’idea promossa dal celebre quindicinale diretto da Cesare Zavattini. Adelaide Barbara, infatti, iniziò a lavorare stabilmente all’interno della redazione della rivista; il maestro Gino Boccasile, vedendola passare e muoversi tra i corridoi, rimaneva folgorato dalla sua eleganza quotidiana, tanto da copiarla e riprodurre nei suoi celebri disegni i vestiti che lei stessa indossava. Sulle copertine della rivista, lei incarnò una donna completamente nuova: formosa, slanciata, fiera e straordinariamente moderna. Una bellezza e un portamento così unici che, in seguito, il celebre intellettuale Oreste Del Buono la definì senza esitazione come “le più belle gambe degli anni '30”.
Il Giornale del 30/1/1982
Ma oltre all’armonia del corpo, Adelaide era dotata di un’altra straordinaria virtù: un’incredibile voce, profonda ed elegante, che avrebbe mantenuto intatta fino alla fine dei suoi giorni. Una dote vocale e un fascino così spiccati che persino la televisione nazionale, molti anni dopo, avrebbero celebrato: Paolo Limiti, infatti, avendomi invitata come ospite nella sua celebre trasmissione su RAI 2, decise di mettersi in collegamento telefonico proprio con la zia. Nel momento in cui venne mandata in onda 2
la sua fotografia d’epoca, lo studio e il pubblico televisivo esplosero in un corale “Ooooooo” di meraviglia, rimanendo incantati dalla bellezza di quell’immagine e da una voce rimasta così cristallina e magnetica nonostante il passare del tempo. È proprio grazie a questo talento naturale che la zia mi raccontò di essere entrata, in veste di doppiatrice, nella prestigiosa scuderia della Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), ricordando nei racconti intimi di famiglia di aver prestato la sua splendida voce a un mito senza tempo del cinema mondiale: la “Divina” Greta Garbo, e ad altre grandi attrici dell’epoca. Un affascinante e prestigioso tassello professionale che aggiunge un ulteriore velo di fascino alla nascita della futura attrice Barbara Nardi. Quando le chiesi come avesse scelto il nome d’arte Barbara Nardi mi rispose con la naturalezza di chi ha sempre guardato lontano: “Barbara è il mio secondo nome e mi piace, Nardi perché allora i fratelli Nardi costruivano aerei e l’idea del volo mi affascinava”. In quella risposta c’era tutto il suo mondo. Scegliere quel cognome significava sposare appieno lo “spirito del tempo” degli anni '30, un’epoca in cui l’aviazione non era solo ingegneria, ma pura audacia e poesia. Il mito del volo, della libertà e del progresso che i fratelli Nardi disegnavano nei cieli con i loro aeroplani divenne così il vestito perfetto per la zia. Io, che la conoscevo bene, devo dire che non ha sbagliato un colpo, neppure nella scelta del suo nome d’arte.
Troppo tardi t’ho conosciuta – interpreti principali: Barbara Nardi – Franco Lo Giudice – immagine Alamy
Il Cinema Grazie alla vittoria di quel concorso nazionale Signorina Grandi Firme, le porte del cinema si aprirono spalancate per la zia Adelaide. Fu scelta come protagonista del film Troppo tardi t’ho conosciuta (1940), diretta dal regista Emanuele Caracciolo. Fu un set storico, un vero e proprio incrocio di destini: basti pensare che in quella stessa pellicola ebbe per la prima volta una piccola parte persino un giovanissimo Dino De Laurentiis, destinato a diventare uno dei più grandi produttori del cinema mondiale.
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A dare ulteriore prestigio a Troppo tardi t’ho conosciuta è la sua genesi letteraria, essendo tratto dalla commedia Il Divo di Nino Martoglio. Proprio per questo profondo legame, la pellicola è stata selezionata dal Comitato Nazionale e proiettata a Catania, presso il Palazzo della Cultura, in occasione del centenario della morte dell’autore siciliano. L’evento, celebrato anche dalle pagine del Giornale di Sicilia il 25 ottobre 2021, ha consacrato definitivamente il valore storico di questo lavoro. Dietro a questo successo recente, però, si nasconde un vero e proprio miracolo archivistico: per decenni la pellicola è stata considerata perduta, finché non è stata fortunatamente ritrovata a Cuneo, custodita dalla famiglia Girardi che all’epoca ne curava la distribuzione. Quel prezioso rullo di celluloide è stato così recuperato e magistralmente restaurato grazie al lavoro del Museo Nazionale del Cinema di Torino. Proprio in occasione di quel memorabile recupero, il Museo si mise in contatto con me, invitandomi ufficialmente alla proiezione dell’opera restaurata. Non avendo potuto partecipare a causa di impegni personali, la Direzione mi inviò gentilmente una copia privata della pellicola: un dono prezioso che oggi custodisco con cura. Proprio di recente, però, è arrivata una novità del tutto inaspettata: quella che credevo essere una semplice foto storica dell’artista si è rivelata, con mia grande sorpresa, una cartolina in perfette condizioni, indirizzata a una signora di Torino e datata dicembre 1945. Pensando a tutta questa incredibile avventura, e sapendo che quel pezzo di storia è ancora qui con noi, la zia sarebbe stata sicuramente fiera e felice di un simile, meritatissimo riconoscimento.
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Troppo tardi t’ho conosciuta 1939 – regista Emanuele Caracciolo – immagini Trentino Cultura
La Guerra e la Rinascita con lo Zio Roberto Poi, però, arrivò la guerra. E la guerra, si sa, spazza via la spensieratezza. Tutto cambiò, e anche lei cambiò profondamente. Non era più la ragazzina divertita delle copertine patinate o delle note allegre della canzone Signorina Grandi Firme che le aveva dedicato il maestro Danzi, cantata dal Trio Lescano. La guerra l’aveva resa una donna matura, con una mente che andava veloce, sempre un passo avanti. Nel dopoguerra continuò inizialmente a fare qualche film e diede sfogo alla sua grande intelligenza pubblicando anche una sua rivista di moda, che, se la memoria non mi inganna si chiamava proprio Estro, dipingeva e fece anche qualche mostra a Milano e Roma. Ma la sua vita vera — l’età della maturità, quella più intima e profonda — stava per iniziare accanto all’uomo della sua vita, lo zio Roberto. Si sposarono, diventò una donna riservata e gelosa della sua privacy. È stato un amore solido, che li ha visti rimanere insieme per oltre cinquant'anni, lavorando fianco a fianco giorno dopo giorno. La vita lavorativa si svolgeva tra Milano e Roma, quella sociale, colta e raffinata, a Milano, dove non mancava mai l’appuntamento con la grande musica grazie al loro Palco fisso al Teatro alla Scala. Poi c’era il luogo del cuore: Caderzone. Dalla Milano di papà Alberico, che gestiva con orgoglio la sua cooperativa di carrozze a cavalli, l’estate segnava il ritorno al paese della mamma Maria, Caderzone, dove la zia ha vissuto un’infanzia felice con la sua famiglia. Quei bellissimi prati della Val Rendena, la spensieratezza dell’età, le sono rimasti dentro. In quel luogo, silenzioso e tranquillo, ha creato un angolo, solo per lei e lo zio Roberto.
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Ha vissuto una vita riservata e protetta, un silenzio elegante custode dei suoi segreti. Quella riservatezza ha ceduto il passo solo quando il tempo ha iniziato a stringere. Proprio verso l’ultimo periodo mi disse, quasi a sorpresa, che voleva raccontarmi la sua storia. Mi fece promettere di riprendere il filo dai miei vecchi articoli sulla “Signorina Grandi Firme” pubblicati sulle testate Mantova c’è e L’Opinione. Mi chiese se possibile di riallacciare i contatti con il Museo del '900 di Milano per valorizzare la sua vita artistica. Ma ciò che le premeva di più, sopra ogni cosa, era far emergere il suo profondo impegno sociale a Caderzone Terme legato alla cura del Maso Curio e non solo. Sebbene del come e del perché la Zia decise di acquistarlo ne parlerò più avanti, è impossibile non soffermarsi sulla storia profonda di questo luogo, sospesa tra il fascino dei racconti popolari e la certezza dei dati storici reali.
STORIA DEL MASO CURIO – Racconto popolare (vivo ancora oggi, passato da padre ai figli) Sembra sia stato edificato da tre fratelli “milanesi” che si stabilirono a Caderzone con il loro gregge e costruirono tre abitazioni distinte chiamate, in dialetto, al Curio, al Salamon, al Jamòn. Il Salamon fu spazzato via da una frana, il Jamòn distrutto da un incendio. Il Maso Curio fu l’unico a resistere e divenne conteso da diversi piccoli borghi. Grazie ai Conti Lodron, feudatari della zona, Caderzone ebbe la meglio. Altra importante figura del tempo fu Donna Margherita. La Donna, indubbiamente possidente e facoltosa, ebbe un figlio illegittimo. Di certo colui dal quale aveva avuto il figlio, non l’aveva lasciata sprovvista di eredità, così da far pensare che il padre del bambino fosse un Lodron (dati storici veritieri del periodo sono pochi).
DATI STORICI REALI Il Maso Curio è un edificio storico del 1300 insieme alla vicina Casina e ai terreni; è considerato il più importante Monumento Agricolo Rurale trentino. Fu proprio Donna Margherita con il suo testamento del 19 settembre 1362, con le sue volontà a lasciare una traccia sicura dell’esistenza del Maso Curio. Nel 1537 il Maso Curio fu colpito da un fulmine ma, salvato dall’incendio, in quell’occasione si fece raffigurare l’immagine di Santa Barbara, protettrice dagli incendi e dalle folgori, un’opera attribuita a Simone Baschenis, che in quel periodo aveva affrescato anche molte chiese della zona. La sua opera più famosa è la Danza Macabra del 1539, situata sulla facciata della Chiesa di San Vigilio a Pinzolo. Con il passare degli anni, per impedire il frazionamento della proprietà, molte famiglie di Caderzone unirono le forze acquistando insieme il Maso e le terre circostanti. Di fatto nacque una gestione comunitaria, anche se con qualche logica difficoltà: i prati servivano per il fieno e il pascolo del bestiame, mentre la storica struttura fungeva da grande stalla. Fu nel 1971 che la zia Adelaide riuscì a riunire la proprietà del Maso Curio, acquistando dai vari intestatari l’intera struttura, i terreni e un piccolo annesso rurale ormai malmesso. Grazie all'impegno della zia, che sollecitava le amministrazioni sull'importanza del Curio, già nel 1972 quel luogo così prezioso ottenne il riconoscimento di bene protetto, venendo sottoposto al vincolo della Soprintendenza per i Beni Monumentali. Nel 2008, dopo averlo protetto e custodito privatamente con devozione per ben trentasette anni, la Zia Adelaide vende il Maso al Comune di Caderzone Terme, segnando il passaggio fondamentale della proprietà privata alla tutela pubblica del bene. Questo storico acquisto viene finalizzato sotto l’amministrazione guidata dal sindaco Maurizio Polla, figura centrale per la comunità, rimasto alla guida del paese per un ventennio, dal 1990 al 2010. Architetto di professione, Polla dimostra in quegli anni una profonda lungimiranza istituzionale: l’acquisizione del Maso si inserisce infatti nel culmine di un lungo percorso di modernizzazione e valorizzazione turistica e culturale del paese da lui guidato, che ha visto nascere il campo da golf, 6
da Bocenago a Caderzone, e lo stabilimento termale (aperto nel 2004), fino all’ottenimento della nuova denominazione ufficiale di Caderzone Terme. Con la stessa visione, l’architetto Polla coglie il valore monumentale del Maso Curio, avviando i primi fondamentali progetti pubblici per preservarne l’integrità. L’opera di conservazione è stata poi portata avanti con continuità dalle amministrazioni successive. Sotto la guida del Sindaco Emilio Mosca (dal 2010 al 2015), la progettazione e la cura meticolosa dei lavori vengono affidate all’architetto Roberto Paoli. Nonostante la grande attenzione e la sensibilità nel preservare l’anima millenaria della struttura, si deve registrare il profondo dispiacere di non essere riusciti a salvare l’antico affresco cinquecentesco di Santa Barbara presente sulla facciata orientale. Dopo le fondamentali fasi di rifinitura e valorizzazione il complesso monumentale è stato restituito alla collettività. L’amministrazione comunale oggi è guidata dal sindaco Marcello Mosca. Il Maso Curio si visita facendo una bellissima passeggiata tra il verde dei campi e il fiume Sarca, a piedi o in bicicletta, da Caderzone Terme a Pinzolo.
Maso Curio – Immagine di Paolo Sandri
È giunto così il momento di svelare il “perché” e il “percome” di un legame nato in modo del tutto imprevedibile. Vi sembrerà strano, ma l’avventura della Zia Adelaide con il Maso Curio – e con la sua nuova vita in valle – è iniziata a causa di un secchiello di latte. A quei tempi, la nostra vita si svolgeva interamente a Milano. Salivamo in Val Rendena nei fine settimana, durante le feste e per l’intera stagione estiva. Allora vigeva ancora una bellissima e antica abitudine: i contadini locali passavano a lasciarci il secchiello del latte fresco, appena munto, sul davanzale delle finestre. Un giorno, però, la zia (come noi tutti) non trovò più nulla. La modernità e le nuove severe norme igieniche iniziavano a vietare ai contadini la distribuzione diretta, spingendo verso la nascita del primo caseificio sociale. Ma la zia non era sicuramente una persona comune, disposta ad arrendersi alle prime complicazioni burocratiche. Senza perdersi d’animo, andò dritta dal contadino e gli chiese a bruciapelo: “Allora 7
cosa devo fare per avere il latte direttamente dalla mucca?”. – Si compri una mucca! – Arrivò la risposta dell’uomo, tra il provocatorio e l’irrispettoso. Ma non aveva fatto i conti con il temperamento di Adelaide: che prese la provocazione alla lettera e acquistò la mucca, lasciando tutti a bocca aperta. Ho già detto che la zia era una persona intelligente e lungimirante e, devo dire, appoggiata sempre dallo Zio Roberto che ben conosceva le sue abilità. Iniziò a pensare cosa fare della mucca, a chi affidarla ecc. Si guardò intorno, spaziò con la mente tra i suoi ricordi, nei suoi prati dove correva felice. Ripercorse, non solo con la sua mente, ma con il cuore, quei luoghi conosciuti, amati e vissuti, e si chiese: “Che fine ha fatto il Maso Curio?”. Era un po’ in rovina, con una stalla semi abbandonata e i prati attigui frazionati tra più proprietari. “Ecco!” si disse, “Ho la soluzione!”. E poi c’era l’effige: seppure scolorita e mal ridotta dal tempo, quasi come un’ombra vi si intravedeva Santa Barbara. Un nome, un destino? Era il suo secondo nome, quello che aveva scelto come nome d’arte e che le diede fama e successo. “Ecco, devo acquistare tutto il complesso: Il Maso, il rudere accanto e le terre!”. Dopo l’acquisto delle terre (1971), qui inizia l’avventura della zia “agricoltrice”. Naturalmente non poteva rimanere con una sola mucca: acquistò il toro e poi altre vacche, contribuendo a salvaguardare la razza autoctona Rendena. Aveva anche una sua mucca preferita, tutta bianca. A quell’epoca lavorava ancora tra Milano e Roma con lo zio Roberto. Nonostante l’età, era già bravissima con il computer e curava così la sua azienda agricola: poco redditizia, ma per lei molto soddisfacente. Fu proprio in quel periodo che iniziò, interamente a sue spese, il restauro di quell'edificio che chiamavano “La Casina”. Adesso tutto era completo: un’avviata attività agricola integrata in un territorio che custodiva l’edificio storico più importante della Val Rendena: il trecentesco Maso Curio a Caderzone Terme, allora utilizzato come stalla. Mantenere in vita una struttura così monumentale per quasi 40 anni è stato un atto di pura devozione verso la storia del Trentino. Non si è trattato solo di gestire una proprietà, ma di proteggere l’anima stessa della civiltà contadina rendenese, contribuendo a salvaguardare un capolavoro architettonico unico. Un valore così autentico da aver catturato negli anni anche l’attenzione della RAI, con il programma Linea Verde e Paolo Brosio, e di Discovery, con trasmissioni di successo che ancora oggi vanno in replica, realizzate con la presenza della zia Adelaide, del Sindaco Maurizio Polla e dell’intera comunità per continuare a raccontare l’antica STORIA del Maso. La zia prese così a cuore questa nuova attività che, al termine del lavoro impegnativo dello zio Roberto, si trasferirono definitivamente a Caderzone. La loro ultima apparizione sociale a Milano fu, probabilmente, proprio il mio matrimonio nel 2006. Dopo di allora il trasferimento fu definitivo. Proprio qui a Caderzone ci incontravamo, a “La Casina” che lei stessa aveva ristrutturato. Davanti al grande camino, tutto in pietra, mi parlò della sua vita e di tutto quello che aveva custodito nel cuore fino ad allora. Adesso che la storia sta per concludersi, vi rivelerò altri piccoli aneddoti che vi faranno capire meglio questa donna, per me, straordinaria. Nonostante l’età, ormai quasi novantenne, devo dirvi che la civetteria dell’artista non si è mai sopita. Nelle sue abitazioni non ho mai visto uno specchio. Eppure, pur non truccandosi, usava ancora le sue vecchie ciglia finte dell’epoca su quegli occhioni verdi e ancora molto vivi, che risaltavano tra la sua rossa chioma. Ciglia che, essendo di plastica, ogni tanto si spostavano scatenando la mia ilarità; lei, con imperturbabile nonchalance, se le risistemava. Le sue case erano sempre in penombra, con le tapparelle abbassate, e se usciva di giorno indossava sempre occhiali da sole e grandi cappelli. Questa scelta di vita le ha permesso di mantenere una pelle bianchissima, quasi trasparente e con pochissime rughe. Una pelle come il latte. Quel secchiello di latte che cercava a Caderzone e da cui tutto è iniziato. Cara zia, ho mantenuto la mia promessa. Tu hai dimostrato con i fatti che la bellezza è un dono, non un merito e hai puntato tutto sull’ESSERE. Hai definitivamente dimostrato con il tuo silenzio, quando l’hai ritenuto opportuno, con la tua operosità e il tuo impegno sociale purtroppo non compreso e riconosciuto come avresti meritato.
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L’avviamento di un’azienda agricola e l’acquisto di un Maso da parte di una milanese, ex attrice, avevano fatto pensare solo a un’eccentricità passeggera. Ma il tempo, si sa, rimette tutto a posto. Ti sei dedicata a quel luogo con amore per ben trentotto anni complessivi; e anche se oggi l’azienda agricola non c’è più, resta il Maso Curio, riconosciuto dalle Belle Arti nel 1972. Questo immenso valore storico è stato solennemente ribadito anche in anni molto recenti, quando nel 2014 il Ministero ha confermato la dichiarazione ufficiale di Monumento Nazionale protetto sotto la massima tutela statale. Accanto rimane la Casina, che avevi totalmente ristrutturato e che era diventata il vostro rifugio, tuo e dello zio Roberto. Adelaide, una donna d’altri tempi che con caparbietà seguì la sua strada superando diversi ostacoli e dolori. Eppure non arrendendosi mai, avendo puntato sempre sull’essere. Complimenti, la tua anima continuerà a vivere, custode immortale di una storia che ha profonde radici nella nostra famiglia in questo territorio, Caderzone Terme, che continuiamo a frequentare in ogni momento libero, scappando dalla frenetica Milano. Zia, tu e lo zio Roberto riposate in pace nel delizioso cimitero di Caderzone. Grazie Zia, per tutti quelli che non l'hanno fatto, neppure un riconoscimento (per esempio una targhetta su quella che è stata la tua Casina). Grazie Zia per tutti coloro che oggi possono ammirare e godere dell'imponente Maso Curio. Nella tua vita ci tenevi ad avere cose uniche, ce l’hai fatta, hai avuto il Maso Curio, che nessun privato avrà più, essendo protetto come Monumento Nazionale. Matilde Ambrosioni Caderzone, 12 Agosto 2026 P.S. Iscritta all’Ordine Giornalisti/ Elenco pubblicisti dal 1994. Per contatti: edvige434@gmail.com
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Maso Curio – Immagine Comune di Caderzone
Maso Curio e Casina, Caderzone Terme – immagine-campigliodolomiti.it
RINGRAZIAMENTI Desidero esprimere la mia sincera gratitudine a tutte le persone, istituzioni e fonti che mi hanno permesso di realizzare questo lavoro. Amministrazione del Comune di Caderzone Terme, Trentino Cultura, Azienda Turistica Campiglio, Pro Loco Pinzolo, Film Festival Torino, Il Giornale, sez Cultura Milano 30/1/1982. Fonti web italiane ed estere, portali Alamy, IMDb, LTE ITALY Wiki. Un ringraziamento speciale va all’architetto Maurizio Polla per la sua preziosa e collaborazione.
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