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Scommetti che se salto quel fosso... Indagine estetica su una famiglia


La tecnica


Scommetti che se salto quel fosso… E’ il racconto grafico-pittorico di una famiglia: dalla scommessa che spinse il capostipite a conquistare il cuore e il padre della sua amata, proprio saltando un fosso che separava i campi lavorati dalle due famiglie, prende forma un’indagine estetica che coinvolge tre generazioni.

Dall’incontro tra fotografia, grafica e pittura, Edoardo Nardin dà origine a ritratti caratterizzati da una forte identità espressiva, che strizza l’occhio all’estetica stilizzata della POP ART, senza sfruttarne l’ossessiva riproducibilità del POP nella sua accezione di “popolare”, ma attribuendo invece al POP un’accezione di “popolo”, secondo cui il ritratto diventa accessibile a tutti.

I quadri, contraddistinti da quest’estetica diretta e immediata, diventano oggetti di design che traggono ispirazione dalla grafica, catturano l’istante della fotografia e si fanno pittura.


24.08.2012_16.09.2012

Esposizione Personale_Galleria Comunale Wanda Meyer_Prata di Pordenone Con il patrocinio del Comune di Prata di Pordenone


Scommetti che se salto quel fosso... Indagine estetica su una famiglia. La prima mostra personale di Edoardo Nardin nasce dalla riflessione sulla imponderabile fatalità di alcuni gesti che, nati nella disinvolta leggerezza di un momento, producono poi nel tempo una lunga catena di relazioni e di situazioni affettive determinando la storia di ciascuno. Dalla scommessa fatta per gioco dal nonno di Edoardo di saltare quel fosso per presentarsi a colei che sarebbe poi divenuta sua moglie, sono infatti nati i cinque figli e da loro i nuclei familiari attraverso i quali Nardin ripercorre a ritroso la linea materna della propria genealogia. I ritratti si configurano come un racconto per immagini, composti da gruppi di due o più persone in pose che dai gesti affettuosi o dalla fisionomia attestano vincoli di parentela e si presentano sereni e forti nella loro diretta schiettezza. Nardin seguendo una prassi comune a molti artisti contemporanei utilizza nei suoi lavori sia la fotografia che la pittura, ritagliando e assemblando frammenti di vecchie istantanee o fermando lui stesso dal vivo con l’obiettivo fotografico i suoi familiari. Quindi compone i gruppi rielaborandoli graficamente al computer per poi dipingerli sulla tela. Tale procedimento, che ha sostituito la prassi del disegno a mano libera, riesce a mantenere l’immagine nell’intensità dell’attimo vissuto, nei particolari di un gesto o nei tratti del volto o del corpo fermati dall’obbiettivo fotografico, mentre la pittura sospende l’istantaneità del momento nel tempo lento della pratica artistica, sottraendolo al continuo divenire e al rapido consumismo delle immagini. I primi ritratti elaborati dall’autore sono in bianco e nero, dichiarando la sua formazione di grafico; poi è apparso il colore, sempre più pastoso e materico, a dare maggiore plasticità alle figure. La scelta di dipingere i nonni (9) riproponendo i colori sbiaditi di una vecchia foto, irriconoscibile il contesto nello sfocato dello sfondo, li sottrae ad un tempo e ad una stagione precisi - siamo a maggio o in estate o in una bella giornata di settembre? - e li colloca nell’assoluto biancore, nel contrasto di forme indefinite di un eterno altrove. Loro sono lì per sempre mentre sorridono fianco a fianco, le mani non si vedono, ma certamente sono strette l’una nell’altra. Ben altro è l’effetto prodotto dalla coppia composta da Francesca e Giuliano (8): Edoardo ha scelto l’arancio e il rosso in contrasto con lo sfondo verde del paesaggio per sottolineare nei toni caldi e solari delle figure la gioia del viaggio, ricomponendo da più foto l’immagine che ora vediamo e separando in due parti la tela per ricreare il senso dello spostamento e del movimento legato all’andare. Per Renata ed Eugenio (7) ha scelto invece un interno sobrio ed austero sottolineato dal taglio verticale dell’inquadratura ravvicinata e dalla posa tradizionale delle figure che ricorda ritratti ottocenteschi, mentre alcuni particolari come le comode scarpe nere di lei o il vestito gessato dello zio, restituito con un fitto addensarsi di linee nere, rimandano a certi ritratti di Hopper per la lucida incisività di alcuni elementi che tanto ci dicono del carattere e del modo di porsi dei soggetti. Arcangelo (6) e i suoi familiari si presentano separati in quattro tele verticali, ripresi da Nardin da un’angolatura alta e molto scorciata che mette in evidenza la testa e schiaccia il resto del corpo verso il basso. Le spalle e gli occhi sono tutti alla stessa altezza e creano l’unità dell’opera in cui le pose disinvolte e spigliate dei soggetti, il taglio stretto e allungato delle figure, dichiarano le matrici grafico-pubblicitarie dell’immagine. Il tratto grafico è però arricchito dal colore che si dilata in ampie campiture ed acquista una densità materica nuova. Al proprio nucleo familiare l’autore ha dedicato nel tempo più opere, dal puzzle di forme quadrate dove i volti si completano gli uni negli altri, indicando un legame che va oltre lo spazio individuale di ciascuno (4), ai dipinti dei fratelli e delle loro compagne (2) (3), al proprio ritratto insieme a Chiara (1), dove frammenti degli occhi delle labbra dei capelli, definiti da una sottile linea rossa, si sovrappongono al bianco assolato del fondo. Una grande tela orizzontale è stata scelta per raffigurare Mariagrazia (5) insieme ai quattro figli e ad Ampelio, ripresi a mezzo busto secondo la tradizione rinascimentale nordica che conferisce al gruppo un forte impatto visivo, allineati frontalmente, gli sguardi diretti, a sottolineare l’unità dei suoi componenti evidenziata anche dalle strette somiglianze fisiche. Con questa prima mostra Edoardo Nardin, che vive da anni lontano dal suo paese natale, rende un bell’omaggio alla propria famiglia e alle origini, rinsaldando quei legami che lo uniscono alle proprie radici. Paola Ballerini, luglio 2012


26.01.2013_23.01.2013

Esposizione Personale_Galleria LATO_Prato

A volte ci vengono schiusi alcuni orizzonti. Possibilità privilegiate di visioni, intime, intimiste. Luci su un calore familiare gelosamente custodito. Edoardo Nardin è il tramite, l’accesso ad una dimensione che da particolare diventa sentire condiviso per chiunque vi si accosti: le relazioni affettive proprie della famiglia dell’artista diventano universali. L’operazione è Pop, popolare: l’autore predilige cromatismi e grafica dotati di un impatto molto comunicativo, scegliendo come punto di partenza la fotografia. A tutto è sottesa (ancora popolarmente) una dimensione nella quale ognuno potrà identificare sé stesso ed il proprio nucleo parentale. Un Qui domestico, dove chiunque sa che potrà fermarsi. L’allestimento negli spazi dello Studio Lato tiene conto di questi legami familiari che sorreggono e guidano tutta la lettura. All’ingresso l’origine di tutto, l’unione di due figure carica di un significato profondo le parole che danno il titolo alla mostra. Quest’ultime sono l’alchimia che ha reso possibile il dipanarsi stesso del filo di questo racconto: un racconto fatto di sguardi, gesti, posture che come in un gioco di rimandi è abilmente descritto dall’abilità del suo narratore. Nardin sviluppa il suo percorso verso la costituzione/costruzione della sua famiglia, dai nonni attraverso uno sguardo su tutte le famiglie dei quattro zii, con prospettive diversificate che accompagnano le espressioni dei personaggi assecondandone di volta in volta l’espressione caratteriale. Ogni scelta compositiva riflette l’indole, il gusto del ricordo nella mente dell’artista, l’eco di confidenza che ognuna di quelle figure riveste nel suo mondo. In una posizione di rilievo, come un secondo punto di partenza nell’immaginario di Edoardo, il quadro della sua famiglia, accanto i fratelli, e lui stesso, insieme alla compagna Chiara, preludio al futuro più prossimo. La regia di Nardin è efficace nell’accompagnarci attraverso un racconto per immagini. La presenza dell’autore nel legame ai suoi valori è percettibile, se non fisicamente, attraverso un segno: sull’altalena immaginiamo un bambino che, diventato adulto, ha trovato gli strumenti per poter costruire un affresco moderno di così grande efficacia. L’artista recupera nell’ecletticità della sua scelta stilistica una dimensione di ingenuità volutamente fanciullesca, imprescindibile punto di partenza per chiunque voglia nella vita arrivare ad una personale realizzazione adulta. Fabrizia Bettazzi 22/01/2013


_04m+_2010_Acrilico e gesso su tela_20x30


_01B_2009_Acrilico e gesso su tela_100x150


_3 bo..._2010 _Acrilico e gesso su tela _150x80


_06 R (4)_2011 _Acrilico e gesso su tela _100x100


_11VB_2012_Acrilico e gesso su tela_60x200


_12GR_2012_Acrilico e gesso su tela_90x129


_09mn+_2011 _Acrilico e gesso su tela _138x73


_10VA_2012_Acrilico e gesso su tela_80x98


_13 C_2012_Acrilico e gesso su tela_150x100


Edoardo Nardin nasce a Pordenone nel 1983. Frequenta il Liceo Artistico Enrico Galvani di Cordenons dove ha modo di sperimentare diversi linguaggi artistici e si diploma con la specializzazione in grafica pubblicitaria. Nel 2003 si trasferisce a Prato, dove si laurea con lode in “Produzione di Musica, Spettacolo e Arte”, facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze, con tesi sui finanziamenti alla cultura. Personalità eclettica, porta avanti una ricerca artistica personale sul mondo dell’acrobatica e della giocoleria, organizza eventi culturali con un’associazione da lui fondata e lavora come freelance graphic designer per diverse realtà nazionali. www.edoardonardin.it info@edoardonardin.it +39 349 1949469


Scommetti che se salto quel fosso...