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Tariffa Assoc. Senza Fini di Lucro: Poste Italiane S.P.A - In A.P -D.L. 353/2003 (Conv. in L. 27/02/ 2004 n째 46) art. 1, comma 2, DCB/43/2004 - Arezzo - Anno XVII n째 1 / 2013

Una

fede nuda

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SOMMARIO

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Primapagina Una fede nuda

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Un lampo di eternità

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Come un salto nel vuoto

10 Storie di fede nuda Abramo e i passi della fiducia

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14 Le domande della vita Il posto nudo dell’infinito

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20 La chiesa dell’abbraccio La tenerezza di Angelo

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24 Un nuovo anno con la Fraternità Veglia - Ultime tappe

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Graffiti

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28 Festa di Pasqua

trimestrale Anno XVII - Numero 1 - Marzo 2013 REDAZIONE località Romena, 1 - 52015 Pratovecchio (AR) tel. 0575/582060 - mail@romena.it

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DIRETTORE RESPONSABILE: Massimo Orlandi REDAZIONE e GRAFICA: Raffaele Quadri, Massimo Schiavo FOTO: Piero Checcaglini, Raffaele Quadri, Stefano Reolon, Stefano Mori, Paolo Dalle Nogare, Giuditta Scola, Kenneth Fernandes Gallinelli Copertina: Massimo Schiavo Hanno collaborato: Luigi Verdi, Pier Luigi Ricci, Luca Buccheri, Massimo Schiavo, Maria Teresa Marra Abignente, Giorgio Bonati Filiale E.P.I. 52100 Arezzo Aut. N. 14 del 8/10/1996


“La fede autentica non si trova nelle formule teologiche. La fede è l’invincibile fiducia nel Padre”. Leggo queste parole di Sorella Maria di Campello negli occhi della donna che ho davanti. Si chiama Manuela. È lei che mi scrive sul cuore questo articolo. Ora il duro è tirarlo fuori a colpi di parole.

La malattia di Elsa è tanto incomprensibile da non avere neppure un nome, eppure la mamma, licenza di terza media, ne cerca ogni possibile traccia nei libri di medicina che divora all’università. Intanto ricorre alla fisioterapia più avanzata perché la figlia possa compiere piccoli, immensi passi. È una scalata quotidiana di montagne. Ma mai nelle corde di Manuela vibrano note di amarezza o di scoramento. Ed è qui lo scarto della fede. Perché per Manuela tutto questo tessuto di fatica è appena lo sfondo. Al centro c’è solo la gioia: “Sono una persona fortunata, da dodici anni ringrazio Dio ogni giorno per la felicità che mi ha regalato. Elsa è un dono di Dio, così l’ho accolta sempre, figuriamoci oggi che cammina, figuriamoci domani quando, ne sono certa, potrà parlare”. Manuela ha accettato il silenzio di Dio quando Elsa non arrivava, lo ha ringraziato quando la pancia si è ingrossata, non ha perso la speranza in Lui quando la vita della figlia era sospesa sul più sottile dei fili. Ma il movimento più bello la sua fede lo fa quando si apre a ventaglio: “Le cure che servivano a Elsa erano molto costose. Per noi è stata tanto dura. Non volevo che quello che avevo provato io lo vivessero altre famiglie”. Manuela e il marito hanno così fondato un’associazione che oggi assiste gratuitamente oltre 250 bambini disabili. Non so dove una donna, con una figlia che ha bisogno costante di aiuto, trovi la forza per farsi faro di altre storie. O meglio, una spiegazione c’è, ma rientra in un terreno diverso da quello nel quale spesso ci muoviamo. Questa volta è Etty Hillesum a aiutarmi con le parole: “La maggior parte delle persone ha nella propria testa idee stereotipate su questa vita. Dobbiamo nel nostro intimo liberarci di tutto, di ogni parola d’ordine, di ogni sicurezza; dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante anche nei suoi profondi dolori”. È notte quando saluto Manuela. Fuori mi accoglie un tappeto di stelle e questa notte sono sicuro che è proprio la fede che le accende per farci sentire che non è mai buio del tutto. Seguo le scie luminose che trapuntano il cielo. E che, stasera, mi fanno sentire a casa. Massimo Orlandi

PRIMAPAGINA

Siamo in un teatro fiorentino, dove Manuela Bondielli è stata chiamata a raccontarsi e io a intervistarla. La sua storia comincia con un desiderio di esser mamma, maturo per lei ma non nei piani di Dio. A squarciare 22 anni di attesa ci pensa Elsa, un profumo di miracolo. La felicità cerca aria per urlarsi, ma non ne trova: la piccola neonata perde il respiro, occorre rianimarla di continuo. Dopo una settimana i medici stilano il più nero dei bollettini: “Non passerà la notte”. Ma quello che per tutti noi sarebbe l’abisso della disperazione, è per Manuela il momento della fede: “Sono uscita dalla stanza dei medici e sono andata a tirarmi il latte. Volevo che Elsa ne avesse, per il giorno dopo”. L’alba arriva, la accoglie un respiro di bimba: si chiama via del cuore quella che passa attraverso strettoie impraticabili per la ragione: “Ne ero certa – dice Manuela – Dio non poteva avermela mandata dopo così tanto tempo per riprendersela subito”.


Una fede nuda

di Luigi Verdi

“Mettiti dinnanzi a Gesù come un povero: senza idee, con una fede nuda, ma viva”. Come tante volte nella mia vita, sento le parole di Charles De Foucauld come guida, fermento, necessità. Il mistico del deserto mi smaschera di continuo mostrandomi che per credere, non può aiutarmi altro che ciò che è vivo, essenziale. Solo così posso mettermi in quella condizione di naturalezza che è necessaria per incontrare Dio. Una fede nuda non ha bisogno di tante teorie. Le bastano poche cose. Poche come le dita di una mano. Ho provato a scandirle, dentro di me.

Semplicità Semplice è chi è essenziale, chi passa dalla porta stretta da solo, perché la porta diventa stretta solo perché cerchiamo di passarci tutti insieme. Semplice è chi getta la maschera e smette di fingere. Charles de Foucauld prevedeva un nuovo tipo di santo per il futuro: un “uomo o una donna che prenda su di sé la complessità di questo tempo e trovi un’idea semplice”.

Leggerezza “Siate leggeri come gli uccelli, non come le piume” diceva Paul Valéry. Leggero è chi coglie il nocciolo della vita. La leggerezza richiede un lavoro profondo, una disciplina interiore. Se potessi raffigurarla la immaginerei come l’andatura di quelle donne africane che, con una brocca in testa, trasportano l’acqua al villaggio. Bella la rettitudine di quelle donne, in loro nulla va sprecato: dobbiamo tornare a “stare” con quella dignità, diritti in piedi, con una disciplina interiore che riunisca mente, corpo e anima.

Responsabilità “Sognai talmente forte che mi uscì sangue dal naso” dice una frase di Fiume Sand Creek di Fabrizio De André. Il sogno chiede sforzo, addirittura il sangue dal naso. Amo chi cammina e guarda un metro oltre l’orizzonte, solo un metro. Quel metro in più separa quelli che hanno paura da quelli che hanno coraggio di vivere.

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Fiducia nella strada Se non c’è più nulla da fare, se hai paura, c’è una cosa che puoi fare sempre: tornare sulla strada. Quando tutto crolla, la strada ti protegge: lì nulla può caderti in testa. Una volta in strada non serve molto per ricominciare a camminare. Innanzitutto occorre uno zaino leggero. Io ci metterei due cose: un pezzo di pane per preservarmi dalla notte e la Bibbia, perché non c’è nulla di più creativo della parola di Dio. Sulla strada serve poi trovare il passo. Io ho una gamba un po’ malandata, ma continuo a camminare perché ho trovato il mio ritmo e ho imparato a voler bene alla mia “zoppità”. Infine ci occorre lo sguardo: da ragazzo giocavo a pallacanestro e da allora mi piace continuare ad usare lo sguardo laterale che era necessario per giocare. Così mi piace guardare, nelle case, le cucine, i dettagli. In genere chi guarda troppo in alto o troppo in là, cade. La profezia è di coloro che sanno guardare in profondità.

Tenerezza Nella sura di Miriam, secondo il Corano, c’è una visione di Maria molto bella. S’insiste sul fatto che viene visitata dallo Spirito e ne rimane gravida. Lei accetta questo mistero, mentre la sua famiglia non l’accetta. Così quando Miriam sa che è il momento se ne va nel deserto. Lì partorisce da sola. Ma Dio manda l’angelo Gabriele. Maria si appoggia ad un albero di datteri e l’angelo fa maturare i datteri e fa sgorgare una vena d’acqua perché si lavi. Dio fa tutto questo perché Maria si nutra e si lavi. La tenerezza di Dio è in queste attenzioni, in queste tenerezze: un po’ d’ombra, un pugno di datteri, un po’ di acqua. La tenerezza è un gesto regale, è il gesto dei credenti e degli amanti.


Non sapendo quando arriverà l’aurora, apro ogni porta.

Foto di Giuditta Scola

Emily Dickinson


Come un salto nel vuoto

di Pier Luigi Ricci

La fede è un brivido, ci corre lungo la schiena. E invita a fare qualcosa che ci toglie ogni protezione. Ma che ci mette in contatto con l’energia dell’universo. Ti voglio raccontare una storia. La fede infatti non è una cosa su cui discutere, ma è un comportamento ben preciso, che c’è o che non c’è. Di racconti ne avrei tanti, ma in assoluto quello che amo di più è quello che riguarda la vedova di Zarepta di Sidone. La sua storia è raccontata nella Bibbia e ti invito a leggerla, così capisci subito cos’è la fede. Si trova nel capitolo diciassette del primo Libro dei Re. Ogni volta che la rileggo provo un brivido lungo la schiena e un senso di inquietudine che mi interroga sulla qualità della mia vita. Il profeta Elia è in crisi, sta male, non c’è acqua né cibo in tutta la regione a causa di una forte carestia. Dio gli indica di recarsi nel paese di Zarepta e di cercare una donna che potrà aiutarlo. È una vedova, poverissima che, quando lui le chiede da bere, si confida dicendogli che possiede solo un pugno di farina e un goccio d’olio, sufficienti solo per un’ultima focaccia per se stessa ed il proprio figlio. Poi di sicuro moriranno. Ma lui sconvolge i suoi piani e le chiede di fare subito una focaccia anche per lui. Dovrà fidarsi di Dio che farà in modo che sia la farina che l’olio bastino finché ce ne sarà bisogno. E lei che fa? Va e fa …“così come gli aveva detto Elia”. Il racconto termina riferendo che “la farina nella giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì” così come Dio aveva promesso, attraverso le parole di Elia. È tutto qua. Ci sarebbero stati mille motivi per discutere e per rifiutarsi. Non c’era logica nella richiesta di Elia. Devo dire che mi ha sempre emozionato il finale del racconto, in cui si dice che Dio ripagò la disponibilità della donna, come a rassicurarci del fatto che ogni risorsa messa in gioco per gli altri non vedrà la sua fine, ma sarà perennemente moltiplicata. Ma questa parte per noi rappresenta forse il momento più facile, quello della constatazione, del “dopo”. Invece mi ha sempre sconvolto, in ogni stagione della mia vita, ciò che accadde “prima”, quel gesto netto,

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deciso, compiuto senza precauzioni e senza mezzi termini. È lì che si gioca la grandezza di quella donna. La Bibbia lo racconta così: “la donna andò e fece così come gli aveva detto Elia”. Punto. E questa è la fede. È un brivido lungo la schiena, è molto più forte dell’emozione del “dopo”. Ti senti sospeso, senza sicurezze o protezioni. È un salto nel vuoto, abbandonando garanzie ed assicurazioni. Lo devi provare, se non l’hai mai fatto. Non chiedermi di spiegarti come si fa, se vuoi imparalo, guardando la vedova di Zarepta. La vita ci offre, più spesso di quello che sembra, l’occasione per sperimentare la fede. Ci sono momenti in cui ti trovi ad un bivio: puoi decidere se volere garanzie ed assicurazioni o puoi semplicemente buttarti, così senza rete di protezione e senza mille spiegazioni. Non ci sono mezzi termini, o vai di lì o vai di là. E quel momento è decisivo, perché tutto si decide in quel “prima”. Si decide innanzitutto che tipo di vita vuoi fare: potrai infatti rinunciare a quel brivido lungo la schiena ed avere i cassetti pieni zeppi dei tagliandi delle assicurazioni. Ti sembrerà tutto più facile e tutto più logico. La vita non ti serberà sorprese, perché potrai avere ciò che già conosci e ciò che non temi. Disse un giorno Robert Kennedy: “La gente guarda il mondo come è e dice: perché … perché” Poi aggiunse: “Io guardo la vita come vorrei che fosse e dico: perché no?” Il contrario delle garanzie infatti si chiama opportunità. Solo attraverso la fede si colgono le opportunità. E tutto si decide in un attimo, in quell’attimo. La fede è qualcosa che va oltre l’appartenenza religiosa o l’adesione ad un discorso. È il gesto attraverso cui l’essere umano può dire: “io vedo” senza vedere o “esisti” a qualcosa che non c’è. Quel brivido potrebbe anche non essere paura, potrebbe essere un po’ dell’energia che ha creato l’universo, che sta passando attraverso di te.


Foto di Paolo Dalle Nogare

Solo Dio può istruire, ma bisogna dargliene il tempo e fare abbastanza silenzio per sentire una voce che fa meno rumore di un raggio di sole sull’acqua. Jacques e Raïssa Maritain


Un lampo di eternità

di Maria Teresa Abignente

Non scegliamo la nudità. Essa ci arriva, spesso, col peso e la fatica delle circostanze. Ma è in questo stato non voluto di essenzialità che cadono barriere, che si aprono squarci. Che ci si può proiettare nell’infinito. Mi interroga nel profondo della mia terra questo tema. Mi trafigge l’essenzialità di queste due parole, fede nuda. Mi richiama ad una pausa che sento non facile e ancor meno superficiale. Nuda, come ancora sono nudi gli alberi in questo periodo, sferzati dal vento e dal gelo: qualcuno di essi rimira a terra un ramo spezzato dal vento e mostra la sua ferita senza vergogna. Nuda, come gli amanti o come il bimbo in braccio a sua madre, che si lascia strofinare e asciugare. Nuda, come un anziano che non può coprirsi dagli sguardi indiscreti di chi lo assiste. Nuda, come la paura di chi in questi tempi di crisi non sa come tirare avanti e come assicurare ancora il pane alla sua famiglia. Nuda come il tremito e lo sgomento di chi attraversa una malattia, o di chi sa che non gli resta più tanto da vivere. Nuda, come il dolore di chi ha perso una persona amata e invano la aspetta nella casa. Quella nudità che viene fuori quando tutte le nostre ragioni e le nostre apparenze evaporano o si sciolgono di fronte alla verità della vita, alla sua terribile, meravigliosa ed a volte feroce semplicità. Ma la precede quell’altra parola, quella parola che sa di antico e di abbandono, di moto istintivo, di slancio dell’anima: fede, come la fiducia di un bambino che, tenuto in braccio, appoggia la testa sulla spalla o sul cuore della mamma. Fiducia, come il correre tra le gambe del babbo quando qualcosa lo spaventa. Fiducia, come il continuo sussurrarsi ed affidarsi degli innamorati che ridono delle loro parole e del loro sfiorarsi. Fiducia, come l’ancorarsi delle radici nella terra dell’albero che attende la primavera. Fiducia, come quell’ultimo sguardo rivolto alla luce e l’ultimo fiato regalato all’aria. Se ripenso alla mia vita ho assaggiato la fede nuda solo quando la vita me lo ha imposto: diciamo la verità, è tanto più comodo ricoprirsi

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di strati e strati di vestiti che si interpongono tra l’essere ed il credere; è troppo più facile accontentarsi di superficiali e sentimentali parvenze di fede. Solo quando la vita mi ha spogliata la mia fede è rimasta nuda, in tutta la sua povertà, in tutta la sua miseria e con i brividi di quando si ha freddo. Ma anche con la scarna certezza di chi sa che può ancora attendere. O con il grido di chi richiama su di sé lo sguardo, di chi reclama che quella nudità venga coperta, scaldata, accarezzata. E quando sei lì a tremare, quando non ti resta che sgranare gli occhi come un passero su un ramo ghiacciato a cercare quel granello che oggi ti sfamerà, capisci che tutto quel che prima ti ricopriva era una zavorra: un’inutile scorza che si interponeva tra te e l’infinito. Capisci che quell’infinito aspettava proprio quella crepa, quello squarcio per poter arrivare dritto al tuo cuore, per inondarti della sua tenerezza. E forse intuisci che se n’è sempre stato lì a tentare di sollevare le coperte per giungere a bucare il tuo cuore. Mi piacerebbe starmene là e lasciare che quella diventi la tenerezza della mia vita, fare in modo che duri, che non mi abbandoni o che io non abbandoni lei. Ma mi accorgo che basta poco per rivestirmi un po’ alla volta, per interporre ancora una volta coltri pesanti ed inaccessibili: distrazioni patinose, come uno spesso strato di polvere su un gioiello, o preoccupazioni soffocanti, come il duro guscio che racchiude una perla. E allora quasi paradossalmente non resta che ringraziare quei momenti di estrema debolezza, non resta che guardare con gratitudine la nostra nudità, e cercare di restarle un po’ fedeli, di non evitarla, di non pensarla come una avversità, bensì come un soccorso. Un lampo di eternità mi ha raggiunta, si è insinuato approfittando della mia fragilità e mi copre, mi accarezza, mi scalda: mi riporta a me stessa e mi proietta nell’infinito.


Foto di Paolo Dalle Nogare

Il nostro problema non è in che modo pregare nelle catacombe, ma piuttosto come rimanere umani nei grattacieli. Abraham Joshua Heschel

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Storie di fede nuda

Un povero vecchio prega con

fervore. Il rabbino con suo grande stupore si accorge, avvicinandosi, che recita l’alfabeto. Si rivolge al vecchio: “Che preghiera stai recitando?” E l’altro: “Tu sai, Rabbi, sono un povero uomo senza grande istruzione e senza grande intelligenza e ho paura di dispiacere al mio Creatore. Allora gli offro tutte le lettere dell’alfabeto perchè si serva da sé e si componga Lui la preghiera che vorrebbe ascoltare”. Questa storia chassidica, raccontata dalla grande scrittrice Christiane Singer, ci dice come non vi sia linguaggio migliore dell’umiltà per esprimere la fede. Le storie che ci hanno raccontato alcuni compagni di viaggio speciali come Ramon Panikkar, Arturo Paoli, e Luigi Ciotti* vanno nella stessa direzione. E ci dicono che l’alfabeto della fede non è fatto di molte parole: ma di semplicità e di accoglienza.

Ramon Panikkar

La gioia di una donna morente Ricordo che era una donna piccola, di età indefinita. Aveva un bimbo al petto e una bimba di due anni accanto. Ero sacerdote da poco e, in virtù di una buona educazione cristiana, sapendo che era

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gravemente malata di tubercolosi, andai a consolarla. Non dissi nulla, per fortuna. Non si deve dire mai nulla, in queste situazioni. Così potei ascoltare, col cuore, quella donna. Stava morendo, lo sapeva, e aveva alle spalle per di più una vita difficile, un marito ubriacone. Eppure moriva con la gioia di essere stata invitata al banchetto della vita. Aveva avuto poco, la gioia della maternità, di un’alba, magari di qualche momento spensierato. Questo le bastava: rispettava la vita per quello che le aveva dato. Fu lei, per prima, a farmi vedere la superficialità della teologia: non si tratta di dare una spiegazione, ma nel più profondo della nostra visione esistenziale, quello che conta è questa fede, nuda! Da quella donna imparavo che la vita è molto più profonda di quanto pensiamo, che gioia e dolore vanno insieme, e che la sofferenza è la sveglia esistenziale verso Dio.


Arturo Paoli

Domingo e la benedizione di Dio Domingo faceva l’acheros, tagliava gli alberi con l’ascia, un lavoro durissimo, una vita da schiavo. Una sera sono passato davanti alla sua casa. Lui

Luigi Ciotti

La dignità di Franco Vi propongo il ricordo di un amico, Franco, morto ad appena 24 anni di Aids. Franco era un ragazzo di strada: emigrato dal Sud Italia a Torino aveva sofferto il grande impatto con la città e aveva finito per vivere esperienze difficili e di devianza: il carcere, l’impatto con la droga e infine la malattia. Lo andavo a trovare spesso all’ospedale “Amedeo di Savoia” di Torino, l’ospedale delle malattie infettive. E in quella corsia parlavamo molto. Io cercavo di porgli degli interrogativi, ma anche lui, con la lucidità che gli proveniva dal suo essere ragazzo di strada, sapeva piazzare degli interrogativi, puntuali, scomodi. Vorrei ricordare con voi quello che Franco ha detto

era sulla porta. Ci siamo salutati. Poi mi ha chiesto: “Fratello perché non resti a cena con noi?” E la moglie, dal di dentro, gli ha sussurrato, preoccupata “Domingo guarda che non abbiamo nulla da mangiare, come facciamo?” Ma lui ha insistito lo stesso. E allora sono entrato, e hanno messo sulla tavola un po’ di pane, forse un po’ di formaggio. Una cena povera. Eppure Domingo aveva la luce negli occhi. Alla fine ha detto queste parole alla moglie: “Vedi, io e te ci vogliamo bene, abbiamo dei figli molto belli, e stasera la benedizione di Dio è entrata nella nostra casa. Che cosa vogliamo di più?” Ho sentito queste parole come una sinfonia, come un canto di lode.

tre ore prima di morire. Franco è con la mamma, ed è alla mamma che Franco formula un desiderio: “Mamma, io ti chiedo una cosa: quando muoio non voglio essere assolutamente portato in chiesa”. La richiesta è dolorosa per quella donna, dalla spiritualità intensa anche se semplice. La sua risposta è istintiva: “Franco, non bestemmiare, che cosa dici?”. Franco raccoglie le sue ultime forze per ribadire il suo desiderio: “No, mamma, non voglio essere portato in chiesa. E sai perché? Perché io ho preso in giro tutta la vita il Padreterno e non voglio essere portato in chiesa solo per fare bella figura con i parenti e con gli amici”. Non è un atto di fede questo? Non è un affidarsi a Dio oltre l’apparenza e oltre il rito obbligato - con la coerenza di chi non chiede sconti per le proprie responsabilità? E subito dopo Franco aggiunge: “Una cosa però ti chiedo, mamma: se Luigi vuol venire a portare la benedizione di Dio sulla mia bara”. Franco ha poche forze, ma quelle poche le usa per mettersi da parte, per rispettare chi rispetta ogni sua creatura, anche se in passato non è sempre riuscito a vivere questa logica. Franco chiede alla mamma se il sottoscritto – amico e prete – può portare la benedizione di Dio sulla sua vita, sulla sua salma e non solo: chiede se in quel1’occasione si potrà leggere una pagina del Vangelo che lo ha profondamente colpito. Questo per me vuol dire fidarsi di Dio.

* L’episodio di Panikkar è raccontato dal mistico nel documentario-intervista “Il filo d’oro”. Quelli di don Ciotti e di Arturo Paoli sono stati riferiti dagli autori durante incontri svoltisi a Romena

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Abramo e i passi della fiducia

di Luca Buccheri

Il viaggio della fede non assomiglia a quello di Abramo verso la terra promessa? Cercare di leggere i segni di quel lungo cammino ci aiuta a capire anche il nostro. Se dovessi immaginare un personaggio biblico che incarni la fede spogliata del tutto di certezze e risultati visibili penserei sicuramente ad Abramo. Il suo partire, lasciare la sua terra natale e mettersi in viaggio (interiore ed esteriore) non è l’invito a un’esperienza come tante, ad un viaggio ordinario fatto di partenza e ritorno, ma è l’indicazione di uno stile di vita, di un modo di essere e di vivere fondato sulla fiducia, di un mettersi in stato permanente di cammino con una direzione ma non una mèta, perchè “la mèta è il passo successivo” (Jiso Forzani). Troviamo la sua storia a partire dalla fine del capitolo 11 della Genesi, il primo libro della Bibbia. All’inizio della grande narrazione biblica Abramo sembra dirci che tutto quello che seguirà, compresa la storia di Gesù, è sotto il segno della fiducia. È la fede che muove la vita, spinge a partire senza sapere dove andare, porta a compiere delle attraversate, dei passaggi, dei distacchi in una obbedienza alla parte più profonda di sé, la propria coscienza, dove risuona la Voce divina: “Va, va per te, va dentro di te!” (Gen 12,1). Abramo parte da Ur, in Mesopotamia, che in ebraico vuol dire “fornace”. Un’allusione forse alla propria famiglia, i cui legami troppo fusionali denunciano qualcosa che non va, una vita inceppata; o anche un’allusione a quella torre di Babele (poco distante) che rappresenta la grande pianura dove ci si stabilisce per fabbricare mattoni e vivere comodamente erigendo muri difensivi (cf. Gen 11). Ur rappresenta insomma il mondo dove ci si installa. Siamo infatti nel passaggio epocale dalla vita seminomade alla vita sedentaria (2° millennio a.C.), con tutti i rischi di chiusura di chi ha smesso di cercare, di camminare, di domandare. Lentamente le “sicurezze” e

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le abitudini mettono a rischio la vitalità della persona, offuscano i desideri e la creatività, induriscono il cuore, spengono i sogni. Quando l’uomo è sul punto di installarsi avviene qualcosa che spezza il meccanismo e chiama al movimento, al cambiamento, a disinstallarsi dalle proprie sicurezze, magari anche a staccarsi da quelle radici che trattengono la vita per aprirsi all’inedito, al futuro, alle ali del desiderio. Il sogno di Abramo era quello di avere un figlio dalla sua donna amata, Sara, che però era sterile, e di avere un luogo, una terra percepita come la sua terra, la sua “casa”. La voce interiore che Abramo sente risuonare nella sua coscienza è la voce della promessa. La promessa è una “chiamata dal futuro” (Vannucci), è l’irrompere del sogno nella concretezza delle scelte di vita. Così Abramo decide di partire. Scrive Ermes Ronchi: “Tutta la Bibbia è percorsa dalla promessa di un figlio e di una terra. Ti darò una terra di latte e miele. Avrai più figli che stelle. Ma poi esiste sempre una sproporzione fra la parola della promessa e la sua attuazione nelle nostre vite. Quando Abramo muore, ha davanti a sé solo un figlio, la lunga discendenza promessa è tutta nel piccolo seme, Isacco. La terra promessa è tutta in un piccolo appezzamento, grande solo quanto basta a scavarvi una tomba... Eppure ha conservato la fede”. Ecco la grandezza di Abramo, aver amato di più la promessa che la sua realizzazione, la Parola più delle sue consolazioni, la Vita più delle sue logiche, a volte così incomprensibili. È questa la “porta stretta” della fiducia di cui parlava Gesù. E, in fondo, non è questo atteggiamento essenziale di fiducia a prescindere di fronte alla vita il segreto della felicità?


Foto di Paolo Dalle Nogare

L’uomo abile lo riconosci dal buon raccolto. Ma più forte dell’uomo abile è l’uomo di fede: L’uomo di fede lo riconosci dalla buona semina. (proverbio cileno)

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Le domande della vita

dell’Abbé Pierre*

Perché sia nuda la fede deve potersi dire con poche parole, con immediatezza. Deve risultare chiara e trasparente. Guardiamo le risposte dell’Abbè Pierre alle grandi domande di ogni uomo sulla vita e sul suo senso. Cos’è Dio? Succede spesso che qualche compagno, nel porsi domande sulla fede mi chieda: “Ma Dio, cos’è?” Di solito questa è la mia risposta. “Ti ricordi di quella sera in cui siamo rientrati stanchi, infreddoliti, dopo aver lavorato tutto il giorno al ripristino di un sottotetto in cui alloggiare alcuni vecchi?” sulla strada del ritorno, tu mi hai detto: “Padre, sono molto soddisfatto della mia giornata”. E adesso mi domandi cos’è Dio? Ebbene, non dimenticare mai la gioia, tanto diversa dalle altre, che hai provato in quel momento. Hai ricevuto il dono più meraviglioso che ci sia, quello che i teologi chiamano il dono della saggezza. La saggezza consiste nel sapere, che in latino significa “assaporare”, “gustare”. In quel momento tu hai assaporato la bontà dell’amore. È Dio che hai incontrato e che cantava nel tuo cuore. Potresti conoscere intere biblioteche di testi teologici, e farti delle idee su Dio, ma continueresti a non conoscerlo. Mentre in questo sentimento di gioia, una gioia inesprimibile, indicibile, tu assapori Dio.

Cosa vuol dire credere? La divisione fondamentale dell’umanità non è tra coloro che sono chiamati credenti e coloro che sono chiamati non credenti. È piuttosto tra quelli che davanti alla sofferenza degli altri si voltano dall’altra parte, e coloro che accettano di condividerla. Chi è preso dalla passione per il bene e per i deboli ha già rispettato il comandamento “Tu amerai”: fede o non fede, se egli ama è già nella salvezza, perché per la salvezza non conta che rispondere a una domanda: “Avevo fame, avevo sete, tu cosa hai fatto?” Tra i compagni di Emmaus alcuni avevano avuto un’educazione cristiana, altri no, ma nell’esercizio della passione di amare tutti ritrovavano concreta-

mente quello che avevano imparato al catechismo da bambini e che nella vita avevano dimenticato. Un uomo, che veniva definito come ‘non credente’, un giorno mi disse: “Non so se Dio esiste, ma sono sicuro che se esiste è in quello che voi fate”.

Che cos’è la fede? Recentemente, durante una notte in cui non riuscivo a prender sonno, mi sono improvvisamente reso conto di questa verità: non si può dire veramente “credo” – io credo – se non si dà fiducia. La natura della fede è proprio questa. Arriva il momento in cui, come nel caso dell’amore umano, bisogna tuffarsi, accettare i rischi, dare veramente fiducia. Senza cauzione. Non era forse tradizione, ancora recentemente, che quando i fidanzati avevano preso la loro decisione si dicessero l’un l’altro “Ti dò la mia fiducia?”

Cos’è vivere? La mia vita mi ha insegnato che vivere è un po’di tempo concesso alle nostre libertà per imparare ad amare e prepararsi all’eterno incontro con l’Eterno Amore. È questa la certezza che vorrei poter lasciare in eredità. È la chiave della mia vita e delle mie azioni.

Cos’è morire? Per me la morte è l’incontro a lungo ritardato con un amico. Magari sarà anche un po’ arrabbiato con me, e mi dirà “questo non andava bene, qui hai sbagliato”. Ma essere rimproverato da un amico non è la stessa cosa che essere rimproverato da un poliziotto. Questo cambia completamente la mentalità, la psicologia del morente, il quale deve tenere bene in testa che non stiamo andando verso uno sconosciuto, verso un giudice, verso l’Inferno a causa dei peccati. Si va a incontrare un amico. L’amico che ci aspetta, l’amico di cui si ha bisogno, è là.

*L’Abbé Pierre è in tutto il mondo il prete dei senzatetto, dei poveri, degli esclusi. A loro ha dedicato la sua lunga vita (è morto a 95 anni), soprattutto con le comunità di Emmaus, che ha fondato in tutto il mondo. Questi testi sono tratti da alcuni dei suoi interventi e dai suoi libri.

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Spoglia è la croce e nuda respira la risurrezione.

Icona di Raffaele Quadri

Angelo Casati

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Foto di Piero Checcaglini


Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi operatori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri ad ogni costo, atleti della parola pace.

Erri de Luca

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Il posto nudo dell’infinito

di Massimo Schiavo

Chi sono? Che senso ha ciò che mi circonda? Alla radice della fede ci sono domande come queste. Massimo Schiavo ci invita a rivolgerle a noi stessi nel luogo più nudo della terra, nel deserto del Sahara. Si atterra a notte fonda. L’oceano di oscurità che ha avvolto il viaggio del nostro aereo è appena violato dalle poche luci dell’aeroporto di Tamanrasset. Usciti dalla pancia dell’aereo è una falce di luna a dirci che siamo atterrati oltre il tropico del cancro, alla latitudine del Sahara. Comincia così l’incontro del nostro piccolo gruppo con il deserto, con il buio che ci aiuta a scivolare, il più dolcemente possibile, in questo posto dell’infinito. A che punto sarà la notte? Sdraiato dentro il mio sacco a pelo osservo la volta celeste che mi sovrasta e mi accorgo del cammino delle stelle. Le Pleiadi stanno quasi per tramontare e anche Orione è molto più in là di quando i miei occhi si sono abbandonati al sonno. Rimango disteso ancora qualche minuto, tra il sonno e lo stupore, per recuperare un punto d’orientamento: ecco dov’è l’est, dietro di me, sopra la mia testa e allungando il collo scorgo il profilo nerissimo di alcune rocce che una linea sottile e rossa di luce intaglia già sull’orizzonte. Sta finendo la notte, un’immancabile brezza di vento accompagna l’entrata in scena dell’aurora. Mi metto seduto ed è l’immagine che mi si para davanti a catturare la mia attenzione. Akhmed ha il viso e le vesti illuminate da un bagliore rosso acceso: sul finire della notte l’uomo del deserto compie un gesto elementare eppure forte di un’energia antichissima: riaccende il fuoco. La sua giornata inizia aiutando il parto della luce e preparando un po’ di calore per chi dopo di lui uscirà dal tepore del giaciglio. Quel gesto di accendere un piccolo fuoco al cospetto dell’infinito tutt’attorno è come una preghiera universale. Ormai lo so, il deserto è una metafora viva: cos’altro può rendere ancora più vero il confronto tra il nostro io e l’universo? Tra il nostro infinitamente piccolo e l’infinito? Come in nessun altro luogo qui avverto la mia finitezza e la grandiosità di

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tutto il resto. Già, tutto il resto... È in questo spazio immenso e sconosciuto che l’uomo lancia da sempre le sue domande: siamo soli? Esiste un creatore di tutto questo? Siamo il risultato della bizzaria del caso o siamo stati partoriti da un senso? Ma qui, al cospetto del “grande vuoto”, la nostra razionalità e intelligenza sono sotto scacco perché il problema principale è… di accettare di essere un punto nell’universo infinito! È accettare di essere un piccolo atomo di spazio e di tempo. Capite? È come se un minuscolo granello di sabbia avesse inceppato il nostro solito modo di pensare e quindi di percepirci. Ci si sente nudi a fare questa esperienza: non può più bastare l’idea che ti sei fatto di te stesso, sperimenti che tu non sei il centro di un bel nulla. Paradossalmente, in questa essenzialità, in questo luogo che sembra solo minerale e morto, è la vita che parla con una forza sorprendente. Un’acacia che resiste all’avanzare della duna di sabbia, una minuscola pianticella che affonda le radici sul suolo arso e combatte contro il vento, il fiore sbocciato che non t’aspettavi, un fuoco acceso sulla sabbia a riscaldare la sera… Contagiati da questa forza i nostri entrano, poco a poco, in questa armonia: impastare la semola per il pane, raccogliere legna per il falò della sera, accorgersi del compagno che ha bisogno di un piccolo aiuto, abbracciare chi ne aveva bisogno in quel momento… E si ride: la leggerezza che contagia tutto il gruppo è dolcissima. Meraviglioso: emerge la parte migliore di noi, quella del buon umore, che si sorprende di un piccolo particolare, di un sorriso regalato, di un’intesa che non ha bisogno di parole. Che regalo inaspettato da questa nudità: chi l’avrebbe mai detto? Nel posto in cui si radicalizza la distanza tra l’io e l’infinito scopriamo un’armonia dolcissima con il Tutto. E nudo di parole nasce un canto di preghiera universale.


Foto di Stefano Mori

Il deserto è sempre l’avanguardia della preghiera. Nel deserto colui che cerca la verità impara l’umiltà delle dune e il grande desiderio dell’infinito. Jean-Luc Maxence 19


La chiesa dell’abbraccio

di Massimo Orlandi

Vi invitiamo a visitare un luogo dove l’arte rende possibile un abbraccio sempre rinnovato tra Dio e l’uomo. Vi invitiamo a conoscere l’artista che l’ha ideata, Stefano Reolon, e a immaginare, un giorno, di poterci entrare. Per restare nudi, veri, a tu per tu con Gesù.

S

eguitemi. Salite con me le scale che portano alla sede della nostra casa editrice nei nuovi spazi della fattoria. Entrate. Al centro della stanza c’è un grande tavolo. Oggi è pieno di immagini, di schizzi, di disegni. E pitture scendono giù anche dal soffitto, come panni stesi al sole. Un’esplosione di creatività da lasciar storditi. “Scusami, ora tolgo tutto” mi sento dire, con un filo di imbarazzo. “Togliere cosa? Questa meraviglia?” Più avanti saprò la destinazione almeno di una parte di quei disegni. Saranno l’anima visiva della nuova veglia di Romena. Era estate. L’estate scorsa. Ora i disegni sono un piccolo monte accatastato in un an-

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golo della libreria, una scorta di bellezza da tener buona per altre occasioni. E l’autore? È passato come tanti nel porto di Romena, cercando e lasciandosi cercare. Poi è volato via. Per fortuna è rimasto un numero di telefono. E il suo nome. Stefano Reolon. Lo cerco. Gli dico quello che ho nel cuore: che il suo passaggio è stato un tornado di bellezza, che il suo tratto esprime lo stile di Romena più di mille parole. Mi racconta qualcosa di sé. È veneto, ha cinquant’anni, nel cassetto un diploma in ragioneria che gli ricorda di aver almeno tentato una vita ‘normale’, mentre la sua biografia movimentata rivela come l’arte abbia pre-


so e scompigliato la sua vita impedendole di posarsi. “Quando guardo la realtà – mi dice – non riesco a vederla così, la immagino sempre reinventata”. La creatività non è un dono leggero, è un vuoto d’ansia che non si riempie mai. Questa incompiutezza esistenziale è necessaria per aprire nuovi orizzonti. Ma costa fatica. Stefano ama da impazzire il Rinascimento, ma vive in un’epoca che non gli assomiglia: un’epoca che ha troppa fretta di consumare per fermarsi a guardare ciò che è bello, ciò che, cioè, dà senso al vivere. “Ti mando un progetto cui tengo molto”. mi dice. Quando apro il file sul computer ho come un sussulto. Sul mio silenzio sento appoggiarsi parole che confermano il mio stupore. “Ho pensato a una chiesa che abbia al suo centro un Gesù che abbraccia, che abbraccia sempre, indistintamente. Ho pensato che chiunque vi entra, da qualsiasi storia provenga, possa sentirsi accolto”. “Vieni, vieni, chiunque tu sia, … Vieni, anche se hai infranto i tuoi voti mille volte. Vieni, nonostante tutto, vieni…” dice la poesia di Rumi su cui abbiamo fondato Romena. Eccola qua, con la forza di un’immagine: “In questo spazio – mi dice – vorrei che chiunque potesse sentire la possibilità di un a tu per tu con Dio”. L’immagine è quella di un crocifisso trecentesco. Ma le sue dimensioni sono state così sviluppate da coprire tutta lo spazio della chiesa. Il crocifisso parte dal pavimento, poi il busto di Gesù sale sulla parete frontale e le sue braccia si incurvano lungo quelle laterali. “Come dovrebbe sentirsi chi entra qui dentro?” gli chiedo. “Come se potesse entrare nel mistero dell’Incarnazione”. Sul pavi-

mento, mi spiega, i nostri piedi toccano il corpo di Gesù perché lui ci accoglie così come siamo, accoglie nel suo corpo anche i nostri passi sbagliati, i nostri fallimenti e, aldilà di tutto, vede sempre, di noi, la nostra unicità. Poi, quando alziamo la testa verso l’altare c’è spazio solo per il suo sguardo che entra in quello di ciascuno di noi. Ci guardiamo come due amanti. E ci abbracciamo. “Il suo abbraccio – dice Stefano – è incondizionato: è come se mi dicesse “non cesserò mai di abbracciarti”. “In questo spazio – aggiunge – corpo, cuore e anima dovrebbero pregare insieme e insieme accogliere il calore di Dio, l’amore sempre rinnovato di Dio per l’uomo”. Il Gesù dell’abbraccio è stato pensato per una chiesa moderna di Schio, vicino Vicenza. Ma il progetto non è andato in porto. Stefano si chiede se esiste la possibilità di contenere uno slancio creativo, sapendo di non conoscerla. Comprendiamo la sua sofferenza. Somiglia a quella di un parto che non si compie, le cui doglie, però, non si arrestano. Ma l’emozione di entrare in un luogo simile è forte anche se per ora racchiusa dentro il recinto della virtualità. E mi stupisce quanta forza poetica, quanto Vangelo, quanta umanità, sia stata scritta in un solo segno visivo. “Mi spoglia di parole questa immagine” vorrei dirgli. Ed è in fondo l’effetto di tante delle cose che gli ho visto dipingere. Dal porto di Romena, dove ha ancorato per un po’, invio a Stefano un abbraccio ideale, per lui, per la sua arte viandante, per i suoi sogni incrinati, che non devono spezzarsi. E per la sua chiesa dell’abbraccio. Che tocca il cuore già prima di esistere. E che quindi c’è, è in uno spazio sospeso, non lontano da qui.

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Nuova pubblicazione

La tenerezza di Angelo

di Giorgio Bonati Un prete-poeta innamorato di Gesù racconta i giorni della sua Passione e Resurrezione: è questo il contenuto del nuovo libro delle edizioni Romena, “I giorni della tenerezza”. Angelo Casati si fa nostro compagno di viaggio per portarci nei giorni cruciali della vicenda di Gesù, nel luogo decisivo di ogni incontro con Lui. Nella sua introduzione il nostro Giorgio Bonati prova ad anticipare i segni della bellezza che si potrà incontrare, leggendo.

Q

“ uando non si ha più niente da dare perché si è dato tutto, allora si diventa capaci di veri doni”. Queste parole di Primo Mazzolari stanno idealmente sulla porta d’ingresso di questo libro. I doni di cui si parlerà nelle pagine che seguono sono i più grandi che la fede possa offrire. Tanto grandi che è difficile, quasi impossibile, legarli a delle parole. Ed è questo, il primo, grande merito di Angelo e del cammino che ci propone: quello di saper trovare le parole, le parole della grazia, della poesia, dell’intuizione. Parole che sanno condurci al cuore del grande Mistero. È un “vero dono” quello che ci viene offerto in questo libro: pagine intense, parole che toccano, a volte sfiorando il cuore, a volte sussurrando alla mente, arrivando sempre all’anima. «Non un crocifisso ma il vuoto, il risorto, l’infinito. Unica eredità: l’oro nelle ferite». Così Giosuè Boesch, monaco, descriveva la croce

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stilizzata che da sempre è un segno della nostra Fraternità. Ed è quello che Angelo cerca di fare con le sue meditazioni: incastonare preziose gocce d’oro in ognuno degli ultimi giorni di Gesù tra di noi. La Pasqua è il cuore della nostra fede, è in quei “giorni santi” che ogni anno riviviamo il “mistero” di un Dio che sceglie di abbassarsi fino ai nostri piedi per accarezzarli e baciarli, noncurante che i suoi il giorno dopo saranno trafitti, e così rimarranno per l’eternità. Con parole mai gridate, Angelo ci schiude la settimana santa nel segno dell’eccedenza: dall’abbondanza dell’amica Maria con tutto il suo unguento, “profumo della dismisura”, fino alla sproporzione dell’altro amico, Giovanni d’Arimatea, con la sua mistura di mirra ed aloe di circa cento libbre, passando per l’amore sconfinato dell’Amico Gesù, che “sa


amarci fino alla fine con la sua passione irrefrenabile”. Solo l’amore è più forte della morte: questo ci dice Gesù con il cammino nei suoi ultimi giorni. E verso la verità più grande ed emozionante Angelo ci accompagna con il suo stile, con la sua poesia, in punta di piedi. Le sue parole sanno toccare le corde più intime, fino a sfiorare il nostro corpo; ci fanno persino percepire il profumo dei piedi del Messia inondati di aroma inebriante di nardo, e ancora l’odore acre delle zampe umili e miti di un asino o i piedi impolverati della folla che esce esultante da Gerusalemme, per finire sempre a quelli di Gesù che, inchiodati sulla croce, si innestano come “ulivo buono nella storia per appassionarla”. Angelo sa poi farci sedere a mensa, sa far venire Gesù ai nostri piedi, quasi a supplicarci di comprendere che è solo chi serve, lavando altri piedi stanchi, che può iniziare a capire, capire che si può scegliere di spaccare i propri sulla croce scegliendo di restarci appeso, “fedele al suo sguardo di compassione verso quei giorni nei quali tutti soffriamo il silenzio di Dio”. E nella notte santa, squarciata dal fuoco della risurrezione, fa restare anche noi in piedi, “quasi in fretta, per non mancare all’appello di Dio, per divenire noi tutti segno che lo spirito è più forte della legge, che l’amore è più forte degli egoismi”. Ma la strada è appena cominciata, perché dopo ogni notte il sole torna, la vita rinasce e anche noi veniamo presi per mano a sbirciare nei vangeli lo sbucare del Signore Risorto da tutte le parti: eccolo apparire coi suoi piedi bucati, senza alcun timore di mostrare le ferite, perché Lui sa che è da quelle fessure che l’amore può passare e solo così lasciare tracce indelebili nei cuori di chi lo incontra, “il più delle volte inconsapevolmente”. Ed è proprio questa inconsapevolezza, questa sorpresa, questo non riconoscere Dio che può diventare occasione anche per noi oggi di vivere l’amore: solo se sapremo amare potremo anche oggi dare speranza ai tanti sogni non più sognati. È dunque nel cammino della fede, “piccola e umile barca”, che il viaggio nei giorni del mistero pasquale si conclude, per dare nuovo

inizio al nostro viaggio lontano dalla paura: un viaggio che parte dal segno dei chiodi, “segni credibili dell’amore di Dio”, che ha come ultima meta la libertà, quella di saperci finalmente liberati dal peso del peccato. Penso sia questo il vero sogno di questo libro, il vero dono di Angelo ad ognuno di noi: provare a donarci il profumo della vita nuova che invase i primi discepoli alla loro Pasqua, perché “la libertà nei tuoi occhi e sul tuo viso è il segno che tu sei un vero credente”. È così che anche noi potremo far festa, invitati sulla spiaggia, invitati a mangiare, invitati a portare quello che abbiamo, quello che siamo, attorno al fuoco, come amici che si ritrovano dopo un lungo cammino, diretti non verso la perfezione, ma verso la felicità.

Angelo Casati Prete, poeta, teologo, Angelo Casati ha dedicato gran parte dei suoi ottant’anni all’ascolto dei cammini della gente e della parola di Dio. Un cammino che restituisce nei suoi libri, nei quali alla delicatezza e intimità del suo stile aggiunge il coraggio e la coerenza del suo cammino di fede. 23


Un nuovo anno con la

Fraternità

Si apre un nuovo anno di incontri, di attività, di esperienze da condividere. Il programma che vi abbiamo allegato è il frutto di un percorso che parte da alcune domande: cosa serve “davvero” alla fraternità e a chi la incontra? Quali sono le esperienze che esprimono nel modo più autentico il nostro cammino? A partire da queste domande abbiamo costruito il nuovo programma. Troverete tante attività che conoscete e che riproponiamo, ma anche alcune novità che vi vogliamo presentare.

Giovani Sentiamo profondamente l’esigenza di stabilire un rapporto più continuo, più largo, più libero con i giovani, cercando di capire in che modo le nostro attività e i loro bisogni possano trovare un terreno comune. Da qualche tempo un gruppo, coordinato dal nostro Pier Luigi Ricci, sta dedicandosi a questo nella prospettiva che si costituisca un gruppo di giovani: perché le proposte destinate a loro, devono partire dai diretti interessati. Intanto quest’anno proponiamo ad agosto una settimana di fraternità dedicata esclusivamente ai giovani perché l’atmosfera di Romena e la loro energia vitalizzante possano incrociarsi.

Famiglie

Non c’è un corso ad hoc per le famiglie. Ma c’è un obiettivo, quello di far sì che con un utilizzo sempre maggiore dei nuovi spazi della fattoria, si possa permettere a tutti, e quindi in particolare alle famiglie con figli anche piccoli, di poter stare a Romena, con proposte che possano coinvolgere persone di tutte le età.

Religiosi Ne vengono tanti a Romena. Vivono i corsi, le attività, i tempi di fraternità. Ed è bella questa dimensione di autenticità, oltre i ruoli. Ma abbiamo pensato che forse può essere prezioso anche un momento riservato a preti, suore, frati, monaci, alla ricerca condivisa di un modo nuovo e vivo di dare anima alla propria fede. Per questo dedicheremo un periodo di quattro giorni a loro, per camminare insieme a chi ha fatto questa scelta di vocazione, nello stile di Romena.

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Gli incontri di Romena

Per il terzo anno riproponiamo le domeniche di Romena con percorsi da mattina a sera che prevedono spazi di preghiera, di ascolto, di incontro. Ma quest’anno aggiungiamo due proposte speciali: due interi fine settimana aperti a tutti, con grandi testimoni del nostro tempo.

Perché avete Paura?

13 - 14 Luglio

Per sviluppare questo tema saranno con noi don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e di Libera, Roberto Mancini (filosofo), Giacomo Panizza (prete in prima linea nella lotta alla mafia), Antonietta Potente (teologa). Inoltre accompagneranno le due giornate gli artisti Luigi Grechi, Tiziano Mazzoni e Letizia Fuochi.

Una fede nuda

21 - 22 Settembre

Su questo tema saranno con noi Ermes Ronchi (frate, scrittore, poeta, conduttore della trasmissione Rai Le ragioni della speranza), Giancarlo Bregantini (Vescovo di Campobasso), Maurizio Maggiani (scrittore), e Raffaele Luise (giornalista). Quest’incontro sarà anche l’occasione per ricordare il centenario dalla nascita di Giovanni Vannucci. Gli incontri saranno accompagnati dalle musiche e dai pensieri di Antonio Salis e Alessandro Ristori.

Romena su Internet Nulla può sostituire la bellezza dell’incontro diretto. Ma i viandanti di Romena ci hanno trasmesso più volte l’esigenza di restare in contatto. Il giornalino esiste per questo. Così anche i libri. Ora stiamo e cercando di utilizzare anche rete e social network. www.romena.it è il sito della fraternità. Vi trovate oltre a tutte le informazioni sulle nostre attiivtà, anche uno spazio podcast per ascoltare gli audio di molti incontri, e un canale youtube per i filmati. Prendi il largo è il blog di Romena; vi si può accedere direttamente (romenablog.wordpress.com), dal sito di Romena, o attraverso la pagina facebook omonima; sul blog, curato da Massimo Orlandi, vengono proposte idee, intuizioni pensieri di figure vicine alla fraternità di Romena e si propone un dibattito aperto sui temi che più ci coinvolgono. @romenanews è il nostro canale di twitter. Permette di accedere alle notizie più immediate su iniziative, incontri, novità relative alla fraternità e ai suoi collaboratori.

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P

a? erché avete paur

IA e GL app E V et m lti

u

Quest’anno la veglia prova ad aiutarci ad affrontare la paura di questo tempo e spingerci a tornare ad una fede nuda.

ROVERETO

15 aprile 2013

Parrocchia di Santa Caterina - Frati Cappuccini

VERONA

ore 21.00 16 aprile 2013

Parr. San Nicolò all’Arena – P.zza San Nicolò 13

IMOLA

ore 21.00 17 aprile 2013

Convento dei Cappuccini - via Villa Clelia, 10

BOLOGNA

ore 21.00 18 aprile 2013

Chiesa S.M. della Misericordia - p.zza di Porta Castiglione 4

MODENA Chiesa San Barnaba, Via Carteria 108

POTENZA Chiesa di Sant’Anna – V.le Dante, 104

SALERNO Parrocchia Volto Santo-Via R Cocchia 26

ore 21.00

19 aprile 2013 ore 21.00 6 maggio 2013 ore 19.30 7 maggio 2013 ore 21.00


NAPOLI Istituto Maria Ausiliatrice, via Cimarosa - Vomero

CAMPOBASSO

8 maggio 2013 ore 21.00 9 maggio 2013

Parr. S.Emidio v.m.- C.so d.A. Jovich-Monteverde di Bojano (CB) ore 21.00

FONDI (LT) Monastero San Magno - Fondi

PERUGIA Chiesa di Santo Spirito - via Parione,17

ROMA Parrocchia San Frumenzio - via Cavriglia 8

GROSSETO Seminario Vescovile-Via Ferrucci,11

LIVORNO Parrocchia Sant’ Agostino - via Aldo Moro, 2

MARINA DI CARRARA Parr. Santissima Annunziata-loc. Bassagrande

BRINDISI Chiesa San Vito Martire, via Sicilia 10

GALATONE (LE) Santuario Madonna delle Grazie

NOCI (BA) Parr.Maria SS. Della Natività – Chiesa Madre

BARI Chiesa di San Marcello - L.go D. F. Ricci, 1

ALTAMURA Chiesa San Sabino - Loc. Fornello

10 maggio 2013 ore 21.00 21 maggio 2013 ore 21.00 27 maggio 2013 ore 21.00 28 maggio 2013 ore 21.00 29 maggio 2013 ore 21.00 30 maggio 2013 ore 21.00 10 giugno 2013 ore 20,30 11giugno 2013 ore 20,30 12 giugno 2013 ore 20.30 13 giugno 2013 ore 20,30 14 giugno 2013 ore 20,30 27


Festa di Pasqua

Il programma

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ivere insieme i giorni della Pasqua: anche quest’anno è possibile a Romena con un programma che propone momenti di preghiera e di riflessione, ma anche di spettacolo e di festa. Il programma si sviluppa seguendo il percorso di avvicinamento alla Pasqua, con la lavanda dei piedi (ore 21) del giovedì, la veglia del venerdì (ore 21), la messa di notte del sabato (22.30) e del pomeriggio della domenica (ore 17). La sera della domenica quest’anno è impreziosita dallo spettacolo Jesus Christ Superstar messo in scena dall’associazione corale Symphonia (ore 21). Il lunedì è festa della fraternità con momenti di incontro, concerti, animazioni e tanta voglia di stare insieme.

della festa

Lunedì 1 Aprile Ore 11: Santa Messa officiata dal Vescovo di Fiesole Mario Meini Ore 13: Pranzo comune Ore 15: Spettacolo di burattini e animazione per bambini (e non solo) a cura della “Compagnia delle Arti di Romena”

Ore 16.30: in pieve, il concerto della cantautrice Letizia Fuochi. Ore 18.00: don Luigi Verdi presenta il nuovo anno della fraternità. Gli aggiornamenti sulla festa e sul programma li potrete trovare sul sito www.romena.it

Nuovo CD

Ho provato a cantare perché queste parole donino a me dolcezza e a voi forza.

LuigiVerdi

8 canzoni - durata totale 34 min • Dio dove sei? • Guarda dentro • Io non dormo • Torci la paglia • Mendicante di luce • L’amore spezza il pane • Risorgi • Fedele nel poco

Puoi trovarlo a Romena o richiederlo all’indirizzo:

edizioni@romena.it

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GRAFFITI Da questo numero i graffiti si arricchiscono anche di alcuni contributi inviati al blog di Romena www.romenablog.wordpress.com. Se volete, per condividere i vostri contributi potete utilizzare anche questo strumento. Oppure le nostre mail: mail@romena.it, oppure romenaweb@gmail.com

L

a forma della fede La fede nuda è quella di chi si sente amato e riama. Ci spogliamo di ogni nostro limite, debolezza e insicurezza di fronte all’Amato. La fede nuda lascia tutti i bagagli, e con la leggerezza di chi è consapevole di non aver nulla, scopre le ali librandosi nell’azzurro. La fede nuda ha la forma dell’accoglienza e lo stupore gioioso di sentirsi rivestita a Festa. Marina Porta

L’

attesa di Dio Molto più facile essere come Tommaso. Molto più facile rimanere al di qua della Pasqua, ancorati all’agonia del Getzemani, a una visione del Calvario troppo dura per potersela lasciare alle spalle così in fretta.(...) Come per Tommaso, così succede a noi: anche la nostra speranza spesso smarrisce la rotta nel cammino intricato della vita. Rimaniamo come lui perpetuando all’infinito il silenzio insopportabile di un sabato greve di ricordi e di rimpianti, affacciato sul nulla del domani. Quante volte il dolore ci ha annientato in questo modo!

Allora, troppo rischioso il salto della fede: questo Dio non può giocare con noi un esasperante nascondino, dove pare che i segni del Risorto siano evidenti solo agli altri. Il buio diventa insopportabile e la vita un fardello da trascinare. E poi, un giorno, all’improvviso, il Signore appare. Appare lì, dove un gioco di strane coincidenze srotola i fili di una matassa intricata di cui non vedevamo né l’inizio né la fine. Appare in qualcosa di nuovo, accaduto al di là di ogni nostra speranza e di ogni nostra immaginazione, miracolo di comunione e di consolante certezza che non siamo soli nel cammino. E lo stupore si fa emozione, si fa balbettio incerto, incapace di trovare parole adeguate: “Mio Signore e mio Dio!...”. E rimaniamo anche un po’ umiliati per tutta l’incertezza a cui abbiamo dato troppo spazio, per quella fede paralitica, così poco pronta allo slancio, per quell’ostinazione testarda a voler vedere a tutti i costi “prima”, a voler sapere in anticipo. Ma se noi ci vergogniamo di noi stessi, il Signore neppure adesso si vergogna di noi. Sorride di questo stupore, di questa gioia nuova, di questo desiderio di ricominciare che ci anima. E come quel giorno sulla montagna, ancora una volta ci chiama “beati”; beati comunque, nelle nostre perplessità; beati comunque, nella nostra fame e nella nostra sete. Beati, perché il Risorto è lì e adatta il suo passo al nostro, chiamandoci alla santità senza pretenderla. Beati, perché c’è un Dio che non si stanca di aspettarci e che rende salda, nelle sue piaghe da Risorto, la nostra fede bambina. Gloria Casati

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l mio angelo custode Da qualche tempo c’è un angelo custode che mi accompagna. Non fa parte di quella schiera di angeli di cui ho sentito parlare o di cui ho letto; quegli esseri eterei, alati, nè maschi nè femmine,che fluttuano leggeri accanto agli umani. No,questo è un angelo che è stato carne, ha vissuto e pienamente. È mia figlia Bianca che ci ha lasciato a 24 anni, diversi anni fà. Lei è spesso nei miei pensieri, ma non più solo come un tenero ricordo. Ora le ho dato un compito, se cosi’ si può dire, una nuova veste e cosi’ le ho dato vita. È diventata il mio angelo custode. Quando attraverso quei momenti di crisi in cui l’ego sembra avere il soppravvento e mi spinge nel “labirinto” e una fitta nebbia mi avvolge,lei c’è. “Bianca,sto sbagliando,vero?” Il sentirla vicina, parlarle, la nebbia piano piano svanisce, il giorno ritorna di nuovo sereno. Chi mi guarda non nota alcun cambiamento nel mio volto, ma io dentro ho ripreso a sorridere.

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Ercole

D

entro la pieve In una sera di qualche mese fa ho sentito il desiderio di entrare nella Pieve a Romena e fare una cosa che non mi sognerei di fare in altro luogo. In questa libertà accogliente ho sentito il bisogno di sdraiarmi nella Pieve, per farne parte con la realtà sia del corpo che dell’anima in cerca di una comunione ormai assopita dalla ritualità priva di sacralità della nostra fede. Ne è successivamente scaturita una “impressione” che ho fissato sulla carta, così istintiva e viscerale, come non facevo da anni, liberando quelle emozioni

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che per tanti anni ho custodito pudicamente nel cuore e che ora rivendicano una nuova dignità... La Pieve silenziosa sembra chiamarmi, la candela trema alla carezza della musica, tutto intorno è sospeso, in attesa...delle mie promesse... Entro in punta di piedi, avvolta nella quiete mi sdraio lentamente sui tappeti di cocco, chiudo gli occhi... Non mi curo di chi potrebbe vedermi, mi sento libera. Così, supina, con le braccia aperte, mi ascolto: il respiro lento, il palpito lieve del cuore, l’aria fresca sul viso, la pace mi avvolge tenera come uno sguardo, calda come una coperta, resto immobile, fino ad incontrare l’infinito. In questo luogo, dove ogni pietra sorregge l’altra in un abbraccio, dove l’essenziale ha dimora, dove la bellezza è nuda e non lascia spazio al superfluo, dove ogni cuore si fa semplice, in questo luogo crocevia di storie d’amore cercato, perduto, ritrovato, afflitto, conteso, rubato, perdonato, conservato, mai banale sempre unico, in questo luogo sento di non dovermi più nascondere, con il cuore nudo di fronte all’infinito non provo vergogna e finalmente con il grido del primo respiro … torno a vivere! Roberta Di Bartolo

V

ivo la vita come una lenta ma continua preparazione a vincere le paure. Quando arriva il momento di affrontarle, non c’è più il tempo per aver paura e l’unica cosa che resta da fare è avere fiducia e rilassarsi. Quando siamo in difficoltà, quando siamo impauriti e viviamo una situazione pericolosa, possiamo avvertire a cosa attingiamo dentro di noi per superare uno stato d’animo difficile.


In quel momento arduo, saremo più o meno fiduciosi se siamo stati onesti con noi stessi così da pensare di aver fatto il possibile. Per fare bene bisogna riuscire a conoscerci sempre più, capire quali solo le nostre capacità e limiti, agire nel meglio delle nostre forze e possibilità. Per capire meglio noi stessi occorre spogliarsi delle sovrastrutture che limitano e coprono, essere nudi ai nostri occhi, non perdersi d’animo e lavorare con praticità e impegno. Oltre ad aver fiducia serve anche una dose di coraggio. Per attingere la forza del cuore aiuta stare a contatto con la vita, impegnarsi nei vari ritmi della giornata, coltivare i rapporti con gli altri, stare bene con il proprio corpo che è la perfetta manifestazione della natura più vicino a noi. Stare a contatto con la natura che si manifesta, nonostante tutto. Trovare la forza nel silenzio e nella quiete del cuore non è facile. Il coraggio e la forza sono elementi vitali come il cibo. Sono frutti che nascono e si raccolgono quando è il momento giusto. Siamo in cammino verso l’avverarsi del nostro futuro, con animo curioso per cogliere il nascere delle cose, per potersi meravigliare e emozionarsi. La volontà e l’impegno quotidiano, restare aperti agli eventi, respirare la quiete o i dolori del cuore, camminare e uscire alla scoperta per tenerci in forma e riuscire a cogliere le cose sul nascere e gioire così della meraviglia dell’emozione. Con fiducia e coraggio cogliere l’evolversi della vita. Per vedere meglio me stessa devo aver fatto tutto il possibile, essere stanca fisicamente, poi rilassarsi e come galleggiare sull’acqua avvertire che qualcosa misorregge. Quando ti concedi un momento di tranquillità è la fiducia che ti avvolge, è tenerezza, sorriso interiore. La fede è beatitudine del cuore, che ti trova quando sei te stesso, nudo ai tuoi occhi Betty Cardelli

ome una candela “Fede nuda” mi fa venire in mente immagini: una candela nel buio di una camera e un libro di preghiere di Romena. Pulsanti, essenziali, semplici. Una passeggiata tra colline di argilla ed il canto di uccellini così lontano in cielo che nemmeno riesco a scorgerli, tanto da chiedermi se sia il richiamo di un angelo. Il sole al mattino che mi fa sentire la voglia di

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vivere un nuovo giorno e che c’è qualcosa oltre le scartoffie che mi aspettano in ufficio, la spesa, le pulizie. Ci sono sorrisi, gesti, parole gentili, il nostro sesto senso che se lo ascoltiamo ci accompagna, un soffio speciale e inaspettato sui nostri colli. La mia fede è spesso traballante, dubbiosa, incerta. Come un pozzo stretto e fondo, sulle cui pareti mi arrampico, incespico, cado, risalgo e mi interrogo. Intorno è buio, ma la sensazione di una soffice luce alla sommità mi spinge a muovermi e non rimanere ferma. Lucia Cosci

PROSSIMO NUMERO: il giornale in uscita a Giugno approfondirà il tema:

“Il primo passo è la tenerezza”.

Inviateci lettere, idee, articoli, foto (termine ultimo: 31/05/2013), preferibilmente alla nostra e-mail: edizioni@romena.it UN CONTRIBUTO: il giornalino è una pubblicazione gratuita e viene inviato a tutte le persone che hanno partecipato ai corsi di Romena o ne abbiano fatto richiesta. Aiutateci a sostenere le spese di realizzazione e spedizione inviando il vostro contributo col bollettino allegato, oppure effettuando un’offerta ai seguenti conti correnti intestati a Fraternità di Romena ONLUS, Pratovecchio (Arezzo): postale IBAN: IT 58 O 07601 14100 000038366340 bancario IBAN: IT 25 G 05390 71590 000000003260

PASSAPAROLA: se sai di qualcuno a cui non è arrivato il giornale o ha cambiato indirizzo, se desideri farlo avere a qualche altra persona scrivi a mail@romena.it o collegati a www.romena.it. SEGRETERIA: per iscriversi ai corsi è necessario telefonare al nostro numero 0575.582060. Le iscrizioni ai corsi si aprono il primo giorno del mese precedente al corso stesso.

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Foto di Kenneth Fernandes Gallinelli

M

ettiti dinnanzi a Ges첫 come un povero: senza idee, con una fede nuda ma viva. C:harles De Foucauld

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01 2013 Una fede nuda  
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