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prima pinna dorsale rigida e a scatto, la seconda opposta e simmetrica alla pinna anale; coda a mezzaluna; becco potente piccolo con labbra carnose, dentato e tagliente con incisivi molto robusti. Sul dorso è presente una pinna formata da tre raggi spinosi, il primo dei quali è erettile e munito di una sorta di blocco di sicurezza. Questa caratteristica anatomica permette ai pesci balestra di sfuggire ai predatori, resistendo incastrati tra le rocce in caso di pericolo, oppure diventando troppo grossi in bocca per venire ingoiati. La sua livrea è semplice: il fondo è grigio bruno, con ventre e gola più chiari, tendenti al rosa. Appaiono più o meno visibili linee e punti azzurrini sui fianchi, sulle pinne e intorno agli occhi. A volte sono presenti macchie più o meno scure lungo fianchi e dorso. Raggiunge una lunghezza di 60 cm, ma nei nostri mari può raggiungere i 40 cm anche se, mediamente arriva fino a 20-30 cm. È solitario, ma a volte forma piccoli gruppi; è diurno e ferocemente territoriale, si ciba principalmente

di invertebrati, crostacei, echinodermi, ma non disdegna zooplancton e alghe. Si riproduce verso la fine di giugno o l’inizio di luglio; la femmina prepara un bellissimo nido, soffiando con la bocca sulla sabbia del fondo e asportando boccate di sabbia e ciottoli in modo da creare una buca ampia e profonda, in cui depositare poi le uova custodite fino alla loro schiusa dal maschio. Di pesci balestra ce ne sono tanti nei mari del mondo, ma nel Mediterraneo vive una sola specie, l’unico rappresentante nostrano della famiglia. Non si tratta, è bene dirlo, di un pesce tropicale immigrato, bensì di un pesce diffuso e tipico solo dell’Adriatico e del Mediterraneo. Spesso, quando si parla di specie esotiche, si fa confusione: si scambia il balestra con un pesce tropicale (anche perché da noi quella sola specie, tra l’altro non comune, risulta poco conosciuta) e si inizia a parlare di “tropicalizzazione” del Mediterraneo dovuta ai cambiamenti climatici globali. In realtà non è affatto così, anche se oggi i pesci balestra, fino

a poco tempo fa più frequenti nel Mediterraneo meridionale, cominciano a vedersi occasionalmente anche a nord, persino in Adriatico, dove un tempo erano considerati rari, creando inizialmente stupore e confusione. È un pesce apprezzatissimo per i suoi valori nutrizionali e la qualità delle carni sode, bianche e tenere; ricorda quello del prelibato San Pietro, anche se è difficile da spellare vista la pelle coriacea. Dott. Luca del Grammastro Controllo Qualità e Sicurezza Alimentare Nota 1. Il movimento a scatto, simile a quello effettuato per armare il grilletto nelle antiche armi da fuoco a pietra focaia (e forse, precedentemente, anche delle balestre), ha ispirato il singolare appellativo, che deriva dalla traduzione del termine anglosassone trigger fish, letteralmente “pesce grilletto”; a pagina 60, photo © Check The Sea, www.checkthesea.com

Cresce ancora il consumo di pesce in Italia, ma aumenta la dipendenza dalle importazioni Sfiora i 26 chilogrammi annui a persona il consumo di prodotti ittici pro capite in Italia. Lo dicono gli ultimi dati della FAO, che registrano una crescita del 2% tra il 2015 ed il 2016. Il nostro Paese rimane abbondantemente sopra la media mondiale (20,3 kg) e quella europea (UE 28) di 22,5 kg, proseguendo una crescita ormai più che triennale dopo la flessione corrispondente agli anni peggiori della crisi. In parallelo, prosegue l’aumento della dipendenza dall’estero. Il WWF calcola ogni anno il momento in cui ogni Paese europeo smette di essere autosufficiente per i propri consumi ittici. Nel 2017 il gong ha suonato il 1 aprile, nel 2016 lo aveva fatto tre giorni più tardi. È un fenomeno comune a molti Paesi europei, nel complesso la UE 28 ha esaurito la produzione interna il 6 luglio (il 13 luglio un anno prima). La produzione da pesca continua a scendere nella UE nel suo complesso (le diverse specie di tonno e le sardine crollano a due cifre), l’acquacoltura invece continua a crescere, anche se per ora non riesce a compensare. In Italia (dati Confagricoltura) il settore cresce come numero di aziende, sono ormai 3007 con una crescita del 2,7% rispetto al 2016. La produzione si è stabilizzata nel corso degli ultimi due anni tra le 140.000 e le 150.000 tonnellate, all’inizio degli anni Duemila era molto più alta. Ci sarebbe quindi spazio per diminuire la dipendenza dall’estero, almeno per le specie allevabili nelle nostre acque. La chiave per una crescita decisa sta nella domanda interna, che per i prodotti da acquacoltura nazionale ha sempre avuto un andamento erratico. Spesso a guadagnarci sono state le importazioni da Paesi dove l’allevamento di specie ittiche non è sottoposto agli stessi controlli vigenti da noi, ma che costano all’importatore decisamente meno (quanto costino al cittadino è altro discorso). La filiera nazionale è pronta però alla sfida, e ha scelto anche quest’anno AquaFarm come suo appuntamento di riferimento. In programma presso Pordenone Fiere il 15 e 16 febbraio 2018, la manifestazione è organizzata con le partnership, rinnovate ed estese, di API (Associazione Piscicoltori Italiani) e AMA (Associazione Mediterranea Acquacoltori). >> Link: www.aquafarm.show

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Il Pesce 1-2018  

La rivista degli addetti dei settori pesca, acquacoltura e maricoltura

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