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Gettare nell’acqua bollente gli astici e le aragoste vivi sarà vietato in Svizzera dal 1o marzo 2018 perché considerato crudele. Lo ha stabilito una recente legge che revisiona la normativa sulla protezione degli animali. Per alleviarne le sofferenze, le nuove norme impongono di stordirli. Secondo le regole che rientrano in un pacchetto dedicato alla protezione degli animali, invece dell’acqua bollente, astici e aragoste avranno due alternative: il primo è una sorta di distruzione meccanica del cervello, il secondo è l’elettroshock (photo © Fabio Bergamasco – stock.adobe.com). Biological Sciences di Belfast. BARRY MAGEE e ROBERT W. ELWOOD, nel loro articolo dal titolo Shock avoidance by discrimination learning in the shore crab (Carcinus maenas) is consistent with a key criterion for pain (JOURNAL OF EXPERIMENTAL BIOLOGY 216: 353–358, jeb.biologists.org/ content/216/3/353), mostrano estrema cautela nella formulazione delle conclusioni. «Miliardi di crostacei vengono catturati o allevati in acquacoltura per l’industria alimentare» hanno dichiarato gli autori. «A differenza dei mammiferi, i crostacei non hanno alcuna tutela, presumendo che non possono provare dolore. La nostra ricerca suggerisce il contrario. È necessaria, quindi, una maggiore considerazione del trattamento di questi animali» (si rimanda il lettore alla visione dell’articolo per prendere coscienza dell’esperimento, Nda). VICTORIA BRAITHWAITE della Pennsylvania State University, nel libro Do Fish Feel Pain?, baipassando la concezione nozionistica tra nocicezione e dolore precedentemente

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espressa, afferma che i pesci sono in grado di percepire il dolore. In attesa che la scienza scopra qualcosa in più e dia risposte più esaustive, poiché è aumentata l’attenzione dei cittadini relativa al benessere degli animali, è quanto mai necessario l’inquadramento di un tavolo tecnico che affronti con un certo metodo le problematiche emerse. Dott. Alfonso Piscopo Dirigente Veterinario Azienda Sanitaria Provinciale Agrigento Veterinario del Servizio Sanitario Nazionale Nota 1. La Lega antivivisezione nel 2012 aveva sporto denuncia contro il gestore di un locale di Campi Bisenzio che nel 2014 era stato condannato, in primo grado, dal Tribunale di Firenze. Il ristoratore aveva fatto ricorso. A gennaio la Corte di Cassazione però aveva dichiarato “inammissibile” il ricorso presentato dal ristorante

fiorentino. La notizia era stata data dalla LAV: “La condanna a carico del titolare del ristorante per maltrattamento di animali, emessa ad aprile 2014 dal Tribunale di Firenze e confermata ora dai giudici, si fonda su dati scientifici. I crostacei sono in grado di provare dolore e di averne memoria”. Il ristorante si era difeso spiegando che gli animali arrivano dall’America in queste modalità di conservazione, adagiati sul ghiaccio in cassette di polistirolo con le chele legate. Dal momento che nella stessa giornata vengono cucinati, non farebbe altro che mantenerli nelle stesse condizioni in cui si trovano già. Spiegazioni che però non hanno convinto né il tribunale né la Cassazione. Dal momento che esistono modi meno crudeli del ghiaccio, come gli acquari, chi conserva i crostacei in modalità impropria arreca loro “sofferenze causate dalla detenzione”, commettendo il reato di maltrattamento di animali, come previsto dall’articolo 727 del codice penale. La terza sezione penale (sentenza n. 30177), che ha ritenuto “inammissibile” il ricorso del ristoratore, afferma che “nonostante solo negli ultimi anni diverse ricerche abbiano portato una parte della comunità scientifica a ritenere che i crostacei siano essere senzienti in grado di provare dolore“, la decisione del tribunale è giusta perché esistono altri modi per conservarli in attesa di cuocerli. Ad esempio, acquari a temperatura e ossigenati, utilizzati “non solo nei ristoranti, ma anche nei supermercati della grande distribuzione”. Esiste quindi una “sensibilità nella comunità” che induce ad adottare “accorgimenti più complessi ed economicamente più gravosi” che però consentono di “accogliere gli animali in modo più consono”. Non costituisce invece reato di maltrattamento il cucinarli vivi: “la particolare modalità di cottura può essere considerata lecita proprio in forza del riconoscimento dell’uso comune” (fonte: www. ilfattoquotidiano.it).

IL PESCE, 1/18

Il Pesce 1-2018  

La rivista degli addetti dei settori pesca, acquacoltura e maricoltura

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