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A Tu per Tu

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Bianca Brotto

PerchĂŠ io? Una storia vera

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Prima Edizione: 2015 ISBN 9788898037940 © 2015 Edizioni Psiconline - Francavilla al Mare Psiconline® Srl 66023 Francavilla al Mare (CH) - Via Nazionale Adriatica 7/A Tel. 085 817699 - Fax 085 9432764 Sito web: www.edizioni-psiconline.it e-mail: redazione@edizioni-psiconline.it Psiconline - psicologia e psicologi in rete sito web: www.psiconline.it email: redazione@psiconline.it I diritti di riproduzione, memorizzazione elettronica e pubblicazione con qualsiasi mezzo analogico o digitale (comprese le copie fotostatiche e l’inserimento in banche dati) e i diritti di traduzione e di adattamento totale o parziale sono riservati per tutti i paesi. Finito di stampare nel mese di dicembre 2015 in Italia da Universal Book srl - Rende (CS) per conto di Edizioni Psiconline® (Settore Editoriale di Psiconline® Srl) Edizioni Psiconline © 2015 - Riproduzione vietata


INDICE

Chiara si presenta

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I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX

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Intervista a Chiara

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Come è nato questo libro

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A TU PER TU

Testimonianze

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Le preghiere

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I ringraziamenti di Chiara

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Bibliografia

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CHIARA SI PRESENTA

«Ho odiato essere nata femmina dai dodici ai quarantacinque anni e sono solo cinque anni che amo con tutta me stessa il mio essere donna. Oggi sento la necessità di essere nata tale perché, se così non fosse stato, non avrei vissuto le esperienze che stai per leggere e non sarei potuta essere la persona che, grazie a questo vissuto, sono. L’ho accettato a quarantacinque anni, precludendomi così la maternità, ma oggi non vorrei più diventar uomo e nemmeno nascere uomo, perché non potrei possedere questo dono che può esistere solo al femminile e che, adesso, considero un privilegio. L’amore incondizionato che non conosco come madre lo sperimento nei miei trattamenti, che sono atti d’amore. Succede come al fiore: il fiore emana profumo, l’universo lo ha destinato a questa funzione e per il fiore non cambia nulla se ad annusarlo sia una o l’altra persona, esso non giudica e continua a profumare. Se non si diventa come fiori, non si può essere terapisti. Gli sciamani definiscono quelli come me “persone che ti regalano la luce per superare un ostacolo e continuare una vita piena di amore”. Io questo dono non lo volevo, per anni mi ha portato solo malattia e sofferenza, che ho cercato di compensare affermandomi come architetto e, in quell’ambito, esagerando anche. Oggi sono felice di non essere più niente, per essere tutto. Oggi sono anche felice che tu possa leggere la mia storia, che

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A TU PER TU

potrebbe sembrarti per alcuni versi una vicenda triste, ma che tale non è. È importante che, alla fine di questa lettura, rimanga impresso il motivo per il quale questo libro è nato: essere il tuo libro. Sì, perché è per te che è stato scritto, per te che ora stai leggendo e che verrai a conoscenza d’intimità tali da non poterti dare altro che del tu. “Perché io” è nato con la sola speranza che in qualche modo, all’improvviso, il suo contenuto ti si riproponga nel momento giusto, assumendo inspiegabilmente un significato adatto al bisogno di quel preciso istante della tua vita, come per me è successo con alcuni libri indimenticabili. Vorrei che il messaggio ti giungesse così: quando l’universo sembra accanirsi contro di te, convincendoti di essere il ricettacolo delle sfortune del mondo, ecco arrivare un momento in cui tutto si collega, tutto assume un significato preciso e chiaro; in quell’istante, ti sembrerà strano, ringrazierai di aver sofferto, di aver patito e subito le pene più assurde, perché grazie a quella sofferenza sei diventato quello che sei. Scoprirai che essere così ti piace e che il regalo che l’universo ti ha fatto, la vita, merita di essere vissuto fino in fondo. Allora sentirai il bisogno di aiutare il prossimo, vivrai per il suo benessere, scoprendo che è il solo modo per alimentare te stessa e che magicamente, con un po’ di sano egoismo, diventa prioritario il tuo star bene, perché prenderti cura di te è indispensabile per poter accogliere gli altri e per poter esserci per tutti».

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I

Ogni cosa che abbiamo è una sottile esigenza della nostra anima, altrimenti l’universo non ce l’avrebbe data. Osho Questa è una storia vera. È la storia di una donna che doveva morire fra i trentanove e i quarant’anni. Una donna che preferiva essere malata piuttosto che diversa, una donna per la quale gli uomini impazzivano mentre lei avrebbe voluto cambiare sesso. È la storia di un affermato e intransigente professionista e del suo incontro con un aborigeno colombiano, di un’animalista convinta che disegna fucili, di una fallita suicida e dei misteriosi fenomeni ai quali non era affatto interessata. Eppure la vita aveva scelto proprio lei, lei che urlava al mondo: «Basta dirmi che sono speciale, io sono un architetto!». Lei che viaggiava di notte per valicare le montagne sul gatto delle nevi, lei che a scuola veniva sospesa perché aizzava i compagni, lei a cui era stata diagnosticata una paralisi, lei che si doveva cancellare dall’albo per scoprire chi si celasse dietro un titolo, lei che ogni volta che veniva sbattuta in primo piano dalle vicende della vita avrebbe voluto restarsene dietro le quinte, come la ciocca bianca, nascosta tra i lunghi capelli ramati, con lei fin da

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A TU PER TU

bambina. Questa è la storia che Chiara ha deciso di rivelare per far comprendere a chi è stato travolto dalla malattia, dalla violenza e dalla disperazione, che tutto questo può permettere il germogliare di esperienze meravigliose e inimmaginabili. Dopo aver letto la sua testimonianza, nessuno potrà più ignorare il perfetto disegno di vita che l’universo ricama per ognuno di noi. Perché la vita è un vestito tagliato su misura, che non va accorciato o tinto, ma indossato così com’è. Semplicemente indossato.

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II

Tutto ha inizio quando Chiara ha dodici anni. Forti e inspiegabili dolori al ventre la tormentano, la pancia comincia a crescere assieme alle fitte che, con una cadenza imprevedibile, la catapultano dalla spensieratezza dell’infanzia al mondo degli adulti. Il suo corpo si è già sviluppato, senza una goccia di sangue che possa far sospettare qualcosa. Lei sente solo un male terribile. All’Ospedale Civile di Brescia, l’ecografia evidenzia una massa sospetta di dimensioni tali d’aver causato lo spostamento dell’intestino. «Se non conoscessi Chiara - ammette il dottore, un uomo dall’aspetto serio e rassicurante, guardandole il ventre rigonfio direi che è incinta». La ragazzina, tormentata da una serie infinita di esami, riconosce il terrore negli occhi dei suoi genitori, la gravità dell’espressione di quel professore che nemmeno osa incrociare il suo sguardo e la frenesia del parlottare nervoso di infermieri e medici. Decidono per un trasferimento immediato all’ospedale di un’altra città per ulteriori accertamenti: il sospetto è che si tratti di una massa tumorale. Nessuno le spiega cosa stia accadendo, cosa voglia dire avere un tumore e perché abbia tanto male. Lei è impietrita e non osa fare domande. Sta di certo per succederle qualcosa di molto brutto, talmente brutto che nessuno ha il coraggio di dirglielo. Prima della partenza, per non lasciare nulla di intentato, viene sottoposta anche a una visita ginecologica.

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A TU PER TU

Chiara non sa cosa l’aspetti. Con la sedia a rotelle percorre un lungo corridoio color verde pastello, piuttosto triste e asettico, e in ambulatorio le dicono di sdraiarsi sul lettino, le tolgono le mutandine e le mettono le gambe sulle forcelle bilaterali. Lei fissa spaventata la madre che, in silenzio, le tiene la mano sul braccio. «Adesso sentirai un po’ di fastidio - le dice il dottore - ma farò presto». Così dicendo entra nell’intimità del suo corpicino. La sua prima visita ginecologica è dolorosissima, tutta la zona è infiammata, non la si può nemmeno sfiorare, ma il medico deve procedere. Chiara piange e si divincola: «Ferma!», urla lui, ma lei grida ancora più forte. La madre le stringe il braccio sussurrandole: «Non ti muovere, tesoro, se no ti fa ancora più male. Presto avrà finito». La bambina non accenna a calmarsi ed è in quel momento che succede. Il dottore è stupefatto, controlla ancora, non crede a quel che sente, non può essere, eppure... Chiara e la madre lo fissano sconvolte, il professore non ha dubbi: non si tratta di tumore, ma di ematocolpo. Sembra una buona notizia, ma che significa ematocolpo? Gli occhi della bambina si incollano interrogativi sull’uomo che acciuffa la cornetta e allerta concitato la sala operatoria: «Imenectomia d’urgenza, sta entrando in setticemia!». E così, mentre tutti tirano un sospiro di sollievo, per lei inizia l’incubo. Contro la sua volontà, la obbligano a sdraiarsi sulla barella, nemmeno la vestono, la coprono con un lenzuolo e la spingono a tutta velocità lungo i corridoi dell’ospedale. Lei ricorda tutto di quella corsa frenetica, ogni crepa e ogni lampada bruciata del soffitto scolorito e vecchio, fino alla sala operatoria. La mamma non è più accanto a lei, nessuno le spiega cosa le stanno per fare, sente un dolore al braccio, caccia un urlo, ma l’ago è già penetrato e l’anestesia totale mette fine all’angoscia. Viene eseguita una perforazione chirurgica e un drenaggio di raccolta per estrarle alcuni mesi di sangue coagulato nella vagi12

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PERCHÉ IO?

na; si tratta di un raschiamento con possibile conseguente sterilità, ma l’esito si vedrà a fine operazione. Si risveglia nel letto di una camera singola, la mamma è al suo fianco e le spiega, con parole che la figlia possa comprendere, quel che è successo: le sono arrivate le mestruazioni e il sangue, a causa dell’imene chiuso, è rimasto nel suo ventre. Adesso è stato asportato, ma ci sono ancora molti coaguli che usciranno un po’ per volta. In quel letto Chiara si sente usurpata perché senza mai chiederle il permesso le bucano le vene, le fanno inghiottire medicine, le toccano la pancia ed entrano ancora con le dita nel suo corpo. Chiara li odia, li odia tutti, per quel che le fanno. In cuor suo sa che la stanno aiutando, ma tutto quel sangue e quella sofferenza sono insopportabili. Non scorderà mai più quegli odori forti e acri, un miscuglio di medicinale e di se stessa, non scorderà più i passi dolorosi per raggiungere il bagno e il pavimento freddo che l’accoglieva ad ogni svenimento. «Perché io? Perché proprio a me?», la sola domanda spontanea che resta senza risposta. Il ricovero è lungo, la convalescenza dolorosa e le conseguenze dell’intervento l’accompagnano anche a casa nei mesi successivi. Chiara torna a scuola e, anche se la vita riacquista in apparenza la normalità, ogni quattro settimane le mestruazioni le ricordano, con fitte pungenti, che lei è nata donna e che il suo essere donna significa dolore. Non ne vuole sapere di quel sangue, non vuole nemmeno guardarsi tra le gambe, non vuole toccarsi, non vuole lavarsi, trattiene perfino il respiro per non sentire gli odori. Quando arriva il ciclo resta a casa da scuola ed è la madre che, con pazienza e amore, provvede a lei, estraendo dalla sua intimità coaguli di sangue, come in un incubo interminabile. La bambina vissuta dodici anni in un’atmosfera serena, circondata dagli affetti, vede calare sulla sua vita la mannaia dell’angoEdizioni Psiconline © 2015 - Riproduzione vietata

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A TU PER TU

scia, del panico, della solitudine, del dolore fisico che senza pietà le spezza l’infanzia, sconvolgendole l’esistenza. È il 1976, il primo di ventisette lunghi anni di sofferenza, un calvario che Chiara avrebbe potuto evitare se qualcuno avesse riconosciuto in lei il significato di quella ciocca bianca sulla sommità del capo, nel bel mezzo della chioma ramata. Chiara porta dalla nascita quel segno, ma a nulla valgono i segni se non c’è qualcuno che li sappia decodificare, come non serve a nulla un poema donato ad analfabeti che non lo leggeranno mai. A soli dodici anni Chiara sente che morirà prima dei quaranta, lo dice alla madre e negli anni a seguire lo confiderà anche ai suoi fidanzati e alle amiche più care. Per lei è iniziato un freddo e consapevole countdown. Chiara è una bambina e come tutti i bambini sogna. Il suo sogno è diventare una ballerina classica. Da quattro anni frequenta la scuola di danza della Forza e Costanza di Brescia e volteggia aerea e gioiosa nonostante una terza abbondante di seno. Le ballerina sono “piatte” e lei, stretta nel suo tutù, comprime quel petto prosperoso, che lei non vorrebbe avere, con un golfino intrecciato, ma il sogno di entrare alla Scala le è precluso per sempre. Se solo potesse sbarazzarsi di quel pesante ingombro! Ci rimugina a lungo finché non le viene un’idea: “Me le faccio togliere!”. Lo dice, quindi, al padre e questi, cercando di non perdere il controllo, risponde categorico: «Sei matta? Non se ne parla nemmeno!». A nulla valgono le sue insistenze, i pianti e le lagne; il discorso, per papà, è chiuso. Prova allora con la mamma la quale, pur ascoltando le ragioni e le suppliche della figlia, con la tristezza nel cuore sa di non poterla accontentare. Chiara non accetta quei no. È furiosa, li considera soltanto l’ennesima prevaricazione da parte degli adulti che, forti del loro 14

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PERCHÉ IO?

potere, si sentono in diritto di decidere della sua vita. Il seno abbondante, le mestruazioni, che per poco non la ammazzano, e ora la rinuncia al suo sogno: essere nata femmina è una fregatura, ne è sempre più convinta e le incombenze domestiche sono soltanto un’ulteriore conferma. Sua madre rifà i letti, prepara la cena, lava i piatti, porta il caffè al marito, che sul divano guarda la televisione, in poche parole serve tutti. Chiara non se ne capacita e di una cosa è certa: non vuole essere né donna, né madre. Il sentimento che la domina, nei riguardi del parto, non può essere semplicemente catalogato come ribellione adolescenziale. Bisogna risalirne le origini fino ad arrivare a quell’8 aprile del 1964, il giorno della sua nascita. La piccola Chiara si trova nel canale del parto, non riesce a uscire perché si presenta di bregma1 e, al momento della rotazione interna della testa, la conversione la presenta di faccia. Statisticamente parlando succede nello 0,5 per mille dei casi e, a meno che il feto non sia molto piccolo, il parto per via vaginale è virtualmente impossibile. Nel caso di Chiara è troppo tardi per il taglio cesareo. L’ostetrica chiama il ginecologo, la responsabilità è troppa. Il dottore arriva d’urgenza e cerca invano di afferrare la testa della piccola, c’è sofferenza fetale, bisogna agire subito. Tenta un’estrazione a forza, allarga il varco con il bisturi (saranno necessari sessanta punti di sutura), si appoggia con tutto il suo peso sul ventre della madre e fa leva sulle narici della nascitura per cercare di estrarla. Mentre mamma Raffaella urla «Lasciatemi morire!», la piccola Chiara esce piangendo, con una forza che va ben oltre i suoi due chili e mezzo. 1 Il termine bregma definisce il punto anatomico sul cranio di incrocio tra la sutura coronale e sagittale. Deriva direttamente dal termine greco bregma, indicante la parte superiore della testa. (Wikipedia) Edizioni Psiconline © 2015 - Riproduzione vietata

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A TU PER TU

Ha il cranio deformato da un grave cefaloematoma e viene nascosta di fretta alla vista di sua madre per evitare alla povera donna lo shock. Nessuno si pronuncia sul possibile riassorbimento dell’ematoma. Per venticinque giorni la piccola viene tenuta in isolamento senza poter essere allattata. Madre e figlia sono entrambe sole, l’una con la tromboflebite sopraggiunta dopo il parto e il terrore di aver generato una bimba malata, l’altra in balìa dell’angoscia del distacco. Il rifiuto, perciò, per tutto quel che riguarda le nascite, gli aborti e i bambini è prerogativa di Chiara. Lei a volte sente una voce che, probabilmente rivolgendosi a suo padre durante il parto, chiede «La madre o la figlia?». La risposta arriva implacabile: «La madre». Chiara, che si è sentita rifiutata dalla vita, si chiede se quella condanna sia stata veramente pronunciata, ma preferisce non appurarlo. A quarantacinque anni le viene riproposto, grazie a Federico, suo fratello che è osteopata, di rivivere l’esperienza della nascita per provare a sistemare quel conflitto che, ancora una volta, mette a repentaglio il suo utero, all’interno del quale si è formato un grande fibroma. Eduard Van den Bogaert si occupa di biologia totale e tiene a Calvi dell’Umbria un corso avanzato per osteopati, dove chi lo desidera può rivivere il momento della propria venuta al mondo. Chiara partecipa al seminario e, nonostante non abbia alcuna preparazione in quel campo, si accorge che riesce a comprendere tutto quello che viene spiegato. Una sera, assieme ad un gruppo di circa quaranta persone, si reca alle terme locali per immergersi al buio nelle acque calde delle grandi piscine e simulare il parto. Chiara non ne ha voglia, ma Federico insiste. Eduard osserva il gruppo e dice: «Fra di noi c’è una persona speciale che può parlare con i morti, ma ha paura di farlo». E, 16

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PERCHÉ IO?

puntando il dito verso Chiara, la chiama a sé. Lei è seccata, non vuole sentirle queste stranezze e tanto meno le piace essere messa in ridicolo davanti agli altri, ma ancora una volta i riflettori puntano su di lei. Entrano tutti nella grande vasca ed Eduard decide di prendere parte alla scena dove Chiara sarà uno dei personaggi. I partecipanti sono in acqua: Chiara fa il feto, la moglie di Eduard, l’ostetrica, Eduard, la madre, Federico assiste. Si preparano: Eduard allarga le gambe sott’acqua in modo da simulare il canale del parto attraverso il quale il feto Chiara passerà, la moglie di Eduard si posiziona dall’altro lato per accogliere la nascitura. Chiara si immerge e, nuotando sott’acqua, entra nel canale simulato dalle gambe di Eduard. Questi, al quale Federico aveva riferito delle difficoltà occorse al momento della nascita della sorella, restringe un po’ il canale di passaggio proprio mentre lei lo sta attraversando, ostacolando l’uscita della ragazza che emerge in superficie. Da quel momento in poi Chiara perde lucidità e quel che accade lo saprà solo dopo, da quello che Eduard e Federico le racconteranno. «Eri come un maiale al macello, ti contorcevi urlando con una voce non tua, non so da dove ti uscisse quel grido viscerale, non eri tu. Hai iniziato a picchiarci e poi hai avuto le convulsioni e gli arti ti si sono rattrappiti in tetania. In quattro non riuscivamo a tenerti, avevi una forza spaventosa, eri fuori di te. Eduard era spaventato e quelli delle terme volevano chiamare i carabinieri. Ci hai messo almeno venti minuti a calmarti e, quando glielo hai permesso, la moglie di Eduard ti ha fatto rilassare in acqua con lei, come se ci fosse stata una musica da seguire. Poi ti è venuta la febbre a quaranta», le ha raccontato Federico. Il parto rimane per Chiara un problema enorme, genera il suo rifiuto ad avere figli e ad accettarsi come donna, ma quando le hanno proposto di asportare l’utero a causa del fibroma, la prospettiva l’ha sconvolta al punto da chiedere ai medici di riuscire a conservarlo. Edizioni Psiconline © 2015 - Riproduzione vietata

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A TU PER TU

Non vuole sbarazzarsi del problema, bensì imparare a gestirlo. Ci sta arrivando. Nel 2013 Federico la inviterà a guardare il video di una donna nata nonostante la madre avesse tentato l’aborto con l’utilizzo di una soluzione salina. Fin dalle prime battute, Chiara scoppierà a piangere e ci metterà giorni per riuscire ad ascoltare per intero la testimonianza. Anche lei, come quella donna, è sopravvissuta al parto, ma questo conflitto non è ancora, evidentemente, stato risolto. A sei mesi dalla nascita, la morte bussa di nuovo alla porta sotto forma di polmonite; Chiara ha ancora gli incubi di lei bambina con le flebo attaccate alla testa (così come sua madre le ha confermato sia successo). Superata la malattia, la sua infanzia trascorre serena, fino ai dodici anni e all’arrivo delle mestruazioni. Sua madre la descrive così: «Chiara ha un dolore dentro, intimo, sentito, ma è una bella, dolce bambina che non accetta la sua precoce femminilità, come succede a tante adolescenti. Non è mai stata una perdente. È combattiva, volta a primeggiare su tutto. Precisa, volitiva, sempre un po’ introversa, ma tenace nell’affermare i suoi diritti e nel perseguire le sue idee. Quando era una ragazzina, tra la scuola media e il liceo, aveva delle amichette che si drogavano e ricordo quanta energia investisse per combattere quel male; voleva persino vivere quindici giorni con una di loro per farle capire quanta sofferenza le causasse quel veleno. Ho visto la mia Chiara crescere nel dolore che la vita le ha riservato, ma sempre proiettata verso la realizzazione dei suoi obiettivi, una giovinetta spesso sofferente e anche stanca, ma padrona di se stessa e mai vinta». «Da piccola era carina - dice Federico, il fratello maggiore - ma già dalle elementari era una vera rompiscatole, con tutte le sue paranoie. Riusciva a ripetere «Mamma» per mille volte, finché nostra madre non le rispondeva «Cosa vuoi?», e allora lei, soddisfatta, replicava «Buonanotte», e questo per svariate volte 18

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PERCHÉ IO?

tutte le sere. Le lenzuola dovevano essere aderenti alle membra, sennò non prendeva sonno, tanto per dirne una. Crescendo, io e lei eravamo diventati come cane e gatto, condividevamo una sorta di amore odio dove spesso prevaleva quest’ultimo. Chiara era in continua e perenne sfida, sempre in competizione, come se dovesse dimostrare qualcosa, a tutti». Federico, appassionato di fioretto, vince tutte le gare e diventa il piccole eroe della famiglia. Chiara fa danza classica e deve primeggiare per sentirsi al suo livello, ma lo sviluppo fisico precoce non le permette di proseguire oltre i dodici anni, e allora cominciano i guai. Chiara combatte con il suo essere femmina, Federico diventa campione del mondo, viaggia in continuazione e in questo modo viene tagliato fuori dalla vita quotidiana della sorella. «Nata in una città che non ho mai amato e in una famiglia borghese e benestante ed entrata a far parte di un nucleo famigliare che tutti come diritto naturale dovrebbero avere, ho vissuto dodici anni con spensieratezza, coinvolta nei giochi turbolenti dei miei fratelli Federico e Andrea; un’infanzia affatto difficile, affrontata con l’assidua presenza dei genitori e con la splendida complicità dei nonni materni. Trent’anni per capire che solo questo privilegio di nascita sarebbe dovuto bastarmi per convincermi che la vita va sempre vissuta», ammette Chiara.

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Perché io? Una storia vera  

Esiste una traccia di vita che siamo obbligati a percorrere? Quanto decidiamo noi e quanto è già scritto? Questi gli interrogativi che solle...

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Esiste una traccia di vita che siamo obbligati a percorrere? Quanto decidiamo noi e quanto è già scritto? Questi gli interrogativi che solle...

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