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LA PESCA MOSCA SPINNING 5/2012

LA PESCA MOSCA SPINNING e

Spedizione in abbonamento postale 70% - Empoli - anno XII, numero 5 - OTTOBRE-NOVEMBRE 2012 - bimestrale

PUBBLICAZIONE BIMESTRALE • € 5,50 www.lapescamoscaespinning.it

n. 5 • OTTOBRE-NOVEMBRE 2012

CORUBAL TERRE SELVAGGE 2 LIVREE OLOGRAFICHE PERCIDI IN LAGHETTO LIGHT ROCK FISHING 3 SPIGOLE DALLA SCOGLIERA

SCARDOLA BLOCKBUSTER C&R BASSO NERA GIGIA SUPERSTAR LE FULLY DRESSED DI TRAHERNE IL LUNGO ANNO DEI TRICOTTERI


FOTO NADICA STANCEVA

sommario

Direttore responsabile Eugenio Ortali Redazione Via Cosimo Ridolfi 4 - 50053 Empoli Tel. 0571/73.701 - Fax 0571/530.989 www.lapescamoscaespinning.it info@lapescamoscaespinning.it www.facebook.com/MoscaeSpinning http://twitter.com/lapescaMeS www.youtube.com/user/MoscaeSpinning www.flickr.com/photos/moscaespinning

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C&R BASSO NERA

TERRE SELVAGGE

di Claudio Carrrara

seconda parte

«Nel fiume umbro, grazie alla sensibilità e alla lungimiranza degli amministratori della provincia di Terni, alla passione di alcuni pescatori, alla professionalità e alla dedizione dei gestori, si è creata un’importante realtà per la pesca a mosca, che sta avendo un crescente riscontro a livello nazionale».

di Max Mughini Proseguendo il suo persorso in terra di Sardegna, Max esplora con successo il primo bacino artificiale creato lungo il corso del Flumendosa, in località Villanova Strisaili, e il lago Cedrino, vicino a Dorgali. Belle catture, esperienze intense, una natura sempre ammaliante.

Segretaria editing Graziella Curto Hanno collaborato a questo numero Moreno Bartoli, Mauro Borselli, Claudio Carrara, Fabrizio Cerboni, Stefano Corsi, Fabio Federighi, Fabio Lommi, Alessandro Massari, Ivano Mongatti, Giorgio Montagna, Luca Montanari, Max Mughini, Federico Renzi, Antonio Rinaldin, Boris M. Salnicoff, Marco Sammicheli, Fosco Torrini, Emanuele Turato, Antonio Varcasia Pubblicità e abbonamenti Petra srl Via Cosimo Ridolfi 4 • 50053 Empoli Tel. 0571/73.701 • Fax 0571/530.989

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DALLA REDNECK WAY A FISHING SMART di Antonio Varcasia La recente vicenda normativa riguardante il tonno rosso ha amplificato nei media l’argomento del catch and release in mare. Perché questo abbia un senso, tuttavia, è necessario praticarlo in modo corretto, in relazione alla singola specie e alla stagione della cattura.

Pubblicazione bimestrale

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GIGIA SUPERSTAR di Mauro Borselli La pesca del ghiozzo praticata da due ragazzini riporta l’autore all’infanzia e alle prime esperienze di pesca con il padre. Ma Mauro non è un tipo nostalgico: la curiosità e la voglia di mettersi sempre alla prova, dando corpo alle intuizioni scaturite da un’osservazione maniacale del comportamento dei pesci, di ogni pesce, sono per lui il sale della vita...

Registrazione presso il Tribunale di Vicenza n. 900 del 4 febbraio 1997

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Una copia € 5,50 · Arretrati € 6,00 Abbonamento 6 numeri € 28,00

terza parte

Tutti i diritti riservati LA PESCA MOSCA E SPINNING Edizioni PETRA srl

Abbiamo parlato dei pesci, poi delle attrezzature. Eccoci ora agli artificiali, alle eschine utilizzate in questa tecnica che sempre più spopola nell’interesse degli appassionati: soft bait di 2, 3, al massimo 4 pollici, spesso al limite dell’innescabilità. Stefano spiega come usare ami e testine piombate e presenta una carrellata dei principali artificiali presenti sul nostro mercato.

LIGHT ROCK FISHING di Stefano Corsi

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Direttore editoriale Elena Dall’Armi

IL LUNGO ANNO DEI TRICOTTERI

Grafica e impaginazione Petra srl

di Ivano Mongatti

Stampa Arti grafiche Boccia spa, Salerno Distribuzione ME.PE., Milano

Le condizioni climatiche di quest’anno, che sembrano doversi riproporrre anche in futuro, hanno richiesto un maggiore uso di tricotteri. L’autore ne propone otto modelli, basati sull’idea che essi debbano essere più leggeri e ‘salterini’ delle imitazioni cui siamo abituati.


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BLOCKBUSTER di Marco Sammicheli e Antonio Rinaldin La proposta degli autori per questo numero riguarda uno streamer in bucktail costruito negli anni Cinquanta da Bob Church su indicazione di Mark Sosin, uno dei pionieri della moderna pesca a mosca in mare statunitense. Storia, senso ed evoluzione dello stile costruttivo, caratteristiche strutturali, dressing con otto fasi di montaggio.

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ALLA SCOPERTA DEL CORUBAL di Alessandro Massari Il Rio Corubal scorre per circa 600 km attraversando Guinea Conakry e Guinea Bissau prima di tuffarsi nell’Atlantico. I pescatori a spinning cercano qui specialmente i perca del Nilo, ma interessanti sono anche gli african pike ospitati dagli affluenti minori. Una meta diversa, nel grande continente africano.

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LE FULLY DRESSED DI TRAHERNE di Luca Montanari La costruzione di queste mosche, e in particolare della Black Argus, che richiede sei piume del petto del Western Tragopan, rarissimo fagiano himalayano, rigorosamente protetto, costituisce una straordinaria sfida contro se stessi e la propria abilità manuale. La storia del Maggiore Traherne e la presentazione dei suoi modelli più celebri.

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SCARDOLA 54

di Federico Renzi

PERCIDI IN LAGHETTO

Eccoci al primo articolo della nuova serie che propone le versioni della stessa imitazione da parte di diversi costruttori della rivista e dei lettori che vogliono partecipare al nostro ‘concorso’. Dopo gli insetti, tocca alle altre prede insidiate dai pesci. Si comincia con la scardola.

di Giorgio Montagna I persici reali e i lucioperca presenti nei laghetti a pagamento rappresentano validi avversari per gli appassionati di spinning. Fondamentali in questi ambienti sono la conoscenza del fondale e una concentrazione estrema. Giorgio propone una selezione degli artificiali che gli hanno permesso risultati costanti negli ultimi anni.

Lunghi tentativi sono stati necessari all’autore per superare i numerosi problemi posti dalla realizzazione di superfici olografiche per i propri artificiali autocostruiti. Finalmente un nuovo materiale e una procedura basata sul calore hanno consentito di ottenere livree perfette, senza rughe, senza grinze né scalini.

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TO BEAD OR NOT TO BEAD

A SPIGOLE IN SCOGLIERA. CONOSCERE GLI SPOT

L’autore si presenta ai nostri lettori con un articolo che stimola la riflessione sull’importanza delle ninfe senza bead head – sempre più assenti nelle fly box – in condizioni ambientali difficili, per esempio in periodi di bassi livelli come quelli vissuti quest’anno da molti dei nostri corsi d’acqua, ma non solo.

HOT STAMPING LURES. LIVREE OLOGRAFICHE di Moreno Bartoli

62 di Fabio Lommi

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di Fabrizio Cerboni

RUBRICHE

I momenti migliori per conoscere le caratteristiche strutturali delle scogliere nelle quali intendiamo pescare sono quelli in cui non c’è vento, quindi senza schiuma, senza correnti, senza risacca. Tali condizioni permettono di condurre osservazioni fondamentali per la corretta gestione dello spot in pesca.

4 NOTIZIE 100 SHOW ROOM 109 RISPONDE FOSCO TORRINI 110 MERCATINO


fish facts GESTIONE E POLITICA DELLA PESCA a cura di Marco Sammicheli chiusura della stagione il primo agosto

TONNO C&R Il tonno rosso è diventato argomento ricorrente e oggetto di polemica per la pesca ricreativa a causa della assegnazione di una quota e della regolamentazione conseguente della sua pesca. La stagione che si apre a metà giugno può durare fino a metà ottobre, ma anche quest’anno è stata chiusa dopo solo un mese e mezzo, il primo agosto, per il raggiungimento del contingente di catture assegnato. La forte riduzione della quota assegnata rispetto alla stagione 2011, accentuata da un suo ulteriore drastico taglio a causa di un’eccedenza nelle catture della pesca commerciale, ha accorciato la durata effettiva del periodo di una sola settimana . Se disorienta che lo scorso anno 50 tonnellate siano state raggiunte in sette settimane mentre nel 2012 ce ne sono volute sei per fare solo poco più di 10 tonnellate, sarebbe interessante poter vedere resi pubblici dal MIPAAF i dati sulla distribuzione sia spaziale che temporale degli sbarchi di tonni rossi ricreativi. La vera novità di questa stagione riguarda però la pesca catch & release. La pratica del rilascio dei tonni rossi fuori dalla stagione di apertura della pesca era sinora prevista solo per le manifestazioni agonistiche e per i tonni rossi catturati accidentalmente durante la pesca di altre specie. Con il Decreto Ministeriale dello scorso 19 giugno, confermato dal Decreto Direttoriale del 31 luglio di chiusura della stagione, è stata invece data esplicita autorizzazione della pesca catch and release del tonno rosso indipendentemente dal periodo di chiusura e dalla organizzazione di manifestazioni agonistiche. La grande novità è quindi che ad oggi è permesso per i pescatori ricreativi autorizzati alla pesca del tonno rosso indirizzare la loro pesca a questa specie durante tutto l’anno ,fatto salvo l’obbligo di rilasciare vivi gli esemplari catturati. Risalta per la nostra pesca l’importanza che i pescatori siano informati e adottino tutti gli accorgimenti tecnici e i comportamenti necessari per garantire il massimo di successo al rilascio

un’inversione di tendenza potenzialmente pericolosa

PESCA PROFESSIONALE IN ACQUE INTERNE Un accordo siglato in data 16 giugno tra Regione Lombardia, Province di Como, Varese, Lecco, Sondrio, ANAPI (Associazione Nazionale Autonoma Piccoli Imprenditori della pesca), SOGEMI Spa (società di gestione del mercato del pesce di Milano) alla presenza del Consolato Rumeno e del Ministero delle Politiche Agricole è volto a promuovere la commercializzazione di siluro, gardon e carassio catturati in un ben preciso distretto dei

Grandi Laghi e del Ticino. Il siluro è ricercato come pregiato per la tavola sui mercati dell’Europa orientale e per questo se ne prevede l’esportazione ottenendo un ricavo dalla lotta alle specie infestanti che sono ad oggi un costo per le Amministrazioni locali e di cui lo stesso siluro è riconosciuto come il più importante e dannoso rappresentante. L’iniziativa può essere interpretata però anche come segnale preoccupante di un’inversione di tendenza gestionale con incentivo della pesca commerciale nelle acque interne, che potrebbe costituire occasione per un aumento della pressione di pesca anche sulle specie autoctone e, paradossalmente, potrebbe far insorgere motivazioni di tipo economico per il mantenimento della disponibilità delle risorse alloctone commercializzate. L’evento si colloca effettivamente nel quadro di un rinnovato interesse del settore della pesca commerciale per le acque interne, dove sembra riacquistare spazi persi a favore della fruizione ricreativa. Possiamo ricordare esempi per le specie autoctone in acque interne, come la recente apertura alla pesca professionale del tratto ad acque salmastre di tutti i maggiori fiumi della Maremma, l’insistenza degli attrezzi professionali nei laghi sia grandi che piccoli del centro Italia oppure le gestioni lagunari dovunque questi ambienti creino opportunità di sfruttamento commerciale. Il riconoscimento dell’abbondanza di pesci alloctoni o di scarso pregio conferma l’insuccesso di molte scelte di gestione degli scorsi decenni. Nella maggior parte dei casi la presenza delle specie alloctone è infatti dovuta alla loro introduzione per la pesca sportiva, voluta dalle grandi associazioni e sostenuta delle amministrazioni pubbliche. Dopo le immissioni sconsiderate del famoso pesce bianco misto proveniente dall’Europa orientale, assistiamo oggi a una curiosa inversione a ‘U’ delle ‘rotte migratorie’ dei pesci che tornano in cella frigorifera negli stessi luoghi dai quali i loro progenitori erano stati portati vivi ad infestare le nostre acque interne. Al di là della necessità di valutazione particolare e specifica per ciascun contesto e della conservazione delle tradizioni culturali, in linea generale la salvaguardia di pochi posti di lavoro e di un reddito traballante assicurato tramite una pesante pressione sulle risorse e sovvenzionato con denaro pubblico, sembra essere sostenuta nella maggior parte dei casi senza un adeguato confronto con diverse alternative di gestione, data l’evidenza che nello stesso contesto le risorse della pesca tendono a creare maggiore occupazione e un reddito molto maggiore senza nessuna sovvenzione e in un quadro di completa sostenibilità, se adeguatamente gestite per la fruizione ricreativa.

richiesto in Inghilterra l’aumento da 36 a 48 cm

MISURE MINIME PER LA SPIGOLA IN INGHILTERRA In Inghilterra, rappresentanti della Bass Anglers Sportfishing Society si sono uniti ai parlamentari del All Party Parliamentary Angling Group per fare pres-


sione sul ministro della Pesca Richard Benyon per una misura minima sostenibile per la spigola al fine di permettere ai pesci di riprodursi almeno una volta e per il ristabilimento degli stock. La proposta mira a innalzare la misura minima dagli attuali 36 cm a più della taglia di riproduzione minima che è di 42 cm. Mentre la normativa europea e quella italiana restano ferme a una misura minima inqualificabile di soli 25 cm, il documento consegnato al ministro inglese sostiene una misura minima di 48 cm per permettere al maggior numero possibile di pesci di riprodursi prima di rischiare di essere pescati. Il ministro è stato informato del collasso degli stock irlandesi dei tardi anni ’80 e di come l’introduzione di una chiusura stagionale, di un limite di carniere di due capi e dell’aumento della misura minima abbia permesso il recupero degli stock, fino al punto che la pesca ricreativa della spigola adesso ha un valore annuo per l’economia irlandese calcolato in 18 milioni di euro. Il Governo del Regno Unito stima che, dato il numero dei pescatori ricreativi in mare, calcolato in almeno 771,750 praticanti, la spesa annuale complessiva per la pesca ricreativa in mare sia compresa tra 815 milioni e 1.2 miliardi di euro. In un rapporto del DEFRA (Department for Environment,

Food and Rural Affairs) si legge che «la pesca in mare più popolare è quella della spigola con quasi la metà dei pescatori ricreativi in mare che la scelgono come specie principale. Il valore della pesca ricreativa della spigola è stato stimato superiore ai 120 milioni di euro all’anno nonostante gli stock risultino gravemente impoveriti di esemplari di grande taglia». Il problema delle misure minime riguarda nei nostri mari molte altre specie pregiate, delle quali alcune molto popolari, come la ricciola e il dentice, non hanno nessuna misura minima specifica: vale quindi per loro il riferimento generale di soli 7 cm.

all’adesione un T-Jerk Molix

APR CON OMAGGIO APR, Alleanza Pescatori Ricreativi, prosegue con la sua iniziativa di adesione online con omaggio. Grazie al sostegno di Molix, è possibile aderire ad APR dal sito www.pescaricreativa.org ricevendo in omaggio una esca artificiale T-Jerk (19 g per 11,7 cm), fino a esaurimento della disponibilità.


notizie

• EVENTI

a Vicenza la tredicesima edizione

PESCARE SHOW 2013 Dal 23 al 25 febbraio 2013 si svolgerà a Vicenza la tredicesima edizione del «Pescare Show», Salone Internazionale della Pesca Sportiva in abbinata con la settima edizione del Hunting Show, Salone internazionale della caccia, della natura e del tiro sportivo. La manifestazione ha registrato anno dopo anno una significativa crescita nel numero dei visitatori: lo scorso anno il pubblico, malgrado la crisi, ha superato le 29.000 presenze, con un incremento di oltre il 13% rispetto alla precedente edizione. Una conferma che l’importante investimento da parte dell’Ente Fiera Vicenza, il patrocinio e la presenza attiva degli assessorati della Regione Veneto e della Provincia di Vicenza in una manifestazione che promuove in particolare le attività piscatorie sensibili alla salvaguardia dell’ambiente, trovano una risposta positiva anche nei numeri e nella qualità delle presenze. Un impegno che si concretizza nella sempre maggior attenzione che viene dimostrata, non solo nell'ambito di incontri, convegni e dibattiti, ma anche a livello di presenza istituzionale, nei confronti di tematiche attinenti alla corretta gestione e valorizzazione del patrimonio ambientale, alla promozione di una condivisa etica piscatoria e alla valenza culturale di questa passione. Riservandoci di pubblicare nel prossimo numero della rivista il programma dettagliato delle novità e degli eventi, anticipiamo che una particolare attenzione sarà nuovamente rivolta al mondo della pesca con gli artificiali, della mosca, dello spinning, degli appassionati delle nuove tecniche marine (vertical, light vertical, inchiku, kabura, ultraleggero, eging) e al vivace mondo del bassfishing. La nostra rivista gestirà ancora una volta lo spazio Fly Tying, interamente dedicato alla costruzione, dove alcuni tra i migliori costruttori di livello internazionale, oltre a dare prova della loro maestria al morsetto, terranno dei mini-corsi di costruzione per tutti i giovanissimi che ne faranno richiesta, con consegna finale di un attestato di partecipazione. Il Salone potrà contare sulla presenza dei maggiori marchi del settore: trattandosi di una fiera mercato, una delle attrattive per il pubblico sarà come al solito costituita dalla vasta esposizione e vendita diretta al pubblico; saranno presentate la principali novità del settore, con la possibilità di provare e di acquistare, sotto la guida di tecnici esperti, un vastissimo assortimento di attrezzature e accessori, nei negozi specializzati provenienti da tutta Italia. Una delle grandi attrattive sarà come sempre costituita dalle dimostrazioni di grandi maestri di lancio, nelle diversità tecniche che li caratterizzano, nei grandi spazi riservati alle vasche, tradizionali teatro di dimostrazioni sia delle scuole di lancio di pesca a mosca, sia delle novità del settore spinning. Non mancherà la presenza dei club e delle associazioni di categoria, tour operator, e stampa specializzata. Per ulteriori informazioni: Eddy Peruzzo, 348/2268680, eddyperuzzo@alice.it, Fiera di Vicenza, 0444/969111, www.pescareshow.it, Patrizio.Carotta@vicenzafiera.it.

alla Fiera di Ferrara un evento da non perdere

ARTIFICIALI - LURES EXPO Con «Artificiali - lures expo», l’evento espositivo e per lo shopping che si terrà alla Fiera di Ferrara nei giorni 15 e 16 dicembre 2012, il pubblico degli appassionati di pesca con le esche artificiali troverà un nuovo punto di riferimento. Prima di «Artificiali», infatti, nessun’altra manifestazione in Italia era mai riuscita a contemplare tutte le discipline e tecniche di pesca con le esche artificiali, sia in fresh che in salt water. Sul versante espositivo e dello shopping, a Ferrara saranno presenti le più importanti aziende che importano, producono e distribuiscono i maggiori brand di esche artificiali, canne, mulinelli e accessori. Ottimi acquisti potranno essere fatti presso prestigiosi negozi specializzati, provenienti da tutta Italia. I padiglioni di «Artificiali» consentiranno, inoltre, di ammirare piccole, medie e grandi imbarcazioni da pesca, kayak, belly boat, motori fuoribordo e trolling motor (motori elettrici fuoribordo), ecoscandagli, GPS e altri strumenti innovativi per le imbarcazioni da pesca. Grazie a un team di specialisti del settore, tutto il mondo degli artificiali, in ogni sua espressione, sarà rappresentato, divulgato e spiegato anche tramite dimostrazioni pratiche, video e relazioni tecniche. In particolare, i visitatori di «Artificiali» potranno conoscere e sperimentare il fly fishing, il bass fishing, il belly boat fishing, il pike fishing, il rock fishing, il vertical jigging, il kabura, l’inchiku, il popping, lo spinning tropicale e quello al tonno, l’eging, il kayak fishing e lo street fishing. Dopo il successo dello scorso febbraio – oltre seimila visitatori –, in contemporanea ad «Artificiali» tornerà il «Carp Show & Specialist», l’evento dedicato al carp, cat e barbel fishing. La seconda edizione del «Carp» si presenterà con un’area espositiva e commerciale potenziata, un maggior numero di presenze, sempre più qualificate, delle aziende di settore, marchi e negozi leader, che esporranno le ultime novità e proporranno interessanti offerte promozionali. Non mancheranno, poi, le attività collaterali, scandite da appuntamenti esclusivi con gli esperti, performance di famosi tester italiani e stranieri, testimonianze di autorevoli anglers. Negli ambienti climatizzati e confortevoli della Fiera di Ferrara, espositori e visitatori troveranno, infine, un’area ristorazione che – già molto apprezzata nella scorsa edizione – sarà nuovamente curata dalle sagre del territorio ferrarese, con proposte invitanti e a prezzi modici. Per ulteriori informazioni e aggiornamenti: www.artificialishow.it, www.carpshow.it.


Il 27 e 28 ottobre all’Aktiv Hotel Gargantini

PALU’ DAY Nei giorni 27 e 28 ottobre, presso l’Aktiv Hotel Gargantini, si terrà il Palù Day, due intense giornate dedicate alla tecnica ‘Paluana’ di pesca a mosca. All’interno dell’albergo, nella sala Costruzioni Artificiali, verrà approntato un vero e proprio museo, dove poter visionare e apprezzare le varie attrezzature, dalle prime canne in vetroresina, fino a quelle di ultima generazione, ad innesti e teleregolabili, seguendo lo sviluppo e le geniali modifiche innovative, sia tecniche che strutturali. Ampio spazio verrà dedicato all’esposizione delle varie creature alate, dalle prime, quelle ormai ‘vintage’ o meglio da collezione, alle ultime nate, tutte costruite dalle abili mani di Francesco Palù. Si terrà anche una carrellata a ritroso nel tempo ripercorrendo la vita del ‘maestro’ attraverso un percorso fotografico che lo ritrae nelle varie esperienze, da quelle legate al lavoro di costruttore a quelle che rappresentano la sua vera e propria passione, la pesca. Nei due giorni vi sarà anche la possibilità di pescare nelle acque Sorgiva insieme a Francesco, supportato da abili istruttori, che faranno apprendere a tutti i partecipanti la tecnica della pesca a piede asciutto con l’ausilio delle leggendarie teleregolabili, messe a disposizione dall’organizzazione. Molte saranno le sorprese che vi attenderanno all’interno di questa manifestazione, come la zona lancio, dove oltre alla dimostrazione tecnica tenuta da Francesco e dai vari istruttori si avrà la possibilità di testare le varie attrezzature messe a disposizione del pubblico. Per prenotazioni e ulteriori informazioni è possibile contattare l’Aktiv Hotel Gargantini, Mühlbacher Straße 13, Frög 9232 Rosegg Villach Land, Carinthia, Austria. Tel. Adriano: 00436645307670 - 0043-6645307670, Tel. Erika 0043-6643951805 - 00436643951805, email: albertogargantini@libero.it

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1° TROFEO ‘BUGIA NEN’

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L’IFTA, Italian Fly Tiers Association, in collaborazione con la città di Lanzo Torinese organizza domenica 2 dicembre 2012 il 1° Trofeo ‘Bugia nen’, gara nazionale di costruzione. L’evento si terrà all’interno del Salone Nazionale di Pesca a Mosca Valli di Lanzo - West Valley Fishing Meeting 2012 presso lo Spazioexpo Lanzoincontra nei giorni 1 e 2 dicembre 2012 negli orari 10-19 per il sabato e 9-18 per la domenica. L’organizzazione è curata dall’IFTA, la direzione tecnica è di Massimo Ginanneschi. Oltre alla gara di costruzione si terranno i seguenti eventi: open-lab fly tiers, dimostrazioni e pratica di lancio, conferenza Ambiente e Ittiologia, visite guidate all’incubatoio di valle, dimostrazioni di costruzione canne di bamboo refendu, esposizione e vendita di attrezzatura e abbigliamento sportivo, degustazione di prodotti tipici. L’ingresso è gratuito. Per aggiornamenti e informazioni sul programma: www.lanzoeventi.it, prossimamente@comune.lanzotorinese.to.it Questo il regolamento del trofeo di costruzione. 1. La gara è riservata a tutti i costruttori dilettanti. 2. Per l’iscrizione contattare massimogina@gmail.com. Verranno fornite

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il 2 dicembre a Lanzo Torinese

visita nel nostro sito le due sezioni dedicate alla mosca e allo spinning, all’interno delle quali pubblichiamo in tempo reale tutte le notizie provenienti da club, associazioni, enti e istituzioni. Tutti coloro che sono interessati possono inviarci i propri comunicati indipendentemente dai tempi di pubblicazione della rivista

per informazioni: 0571/73701


GLIATO

CONSI

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tutte le indicazioni del caso (disponibilità posti ecc.), ricordando che la cifra di partecipazione è di 25,00 per rimborso spese organizzative. 3. I concorrenti dovranno presentarsi al banco ricezione dalle ore 08.00 alle ore 08.30 per espletare le formalità di rito. 4. I concorrenti entreranno nella sala predisposta 10 minuti prima dell’inizio della gara per prendere posto e preparare gli attrezzi. Il via sarà comunicato da un incaricato una volta espletate le operazioni di registrazione. 5. I concorrenti utilizzeranno morsetto, attrezzature e ami propri. I materiali saranno forniti dall’organizzazione in una busta uguale per ciascun concorrente il cui ‘contenuto’ potrà essere utilizzato a piacimento. Il concorrente potrà altresì avvalersi soltanto di collanti e pennarelli propri, tenendo conto che detti materiali non potranno essere utilizzati per formare vere e proprie parti dell’artificiale medesimo ma solo per rifiniture e cementature. Si consiglia di avvalersi di lampada da tavolo, munendosi anche di prolunga di 15 m con spine doppie del tipo convenzionale (no magic). A

6. I concorrenti dovranno presentare nel tempo richiesto di due ore n. 3 imitazioni: Gammarus pulex, Rhithrogena germanica subimago femmina, Leuctra fusca insetto adulto. I primi 5 minuti dovranno essere utilizzati esclusivamente per visionare il contenuto della busta (durante questo tempo non è consentito iniziare la costruzione). 7. I concorrenti alla fine della costruzione alloggeranno separatamente i loro artificiali in appositi contenitori, dopodiché sceglieranno una busta chiusa nella quale si trova un numero. Un’altra busta con l’identico numero sarà allegata agli artificiali. La busta che accompagna gli artificiali sarà aperta da un commissario di sala che apporrà il numero contenuto nella busta su un cartoncino che seguirà gli artificiali. La busta in mano al concorrente verrà aperta dallo stesso nel salone al momento della premiazione dietro invito del commissario di sala. 8. Durante lo svolgimento della prova l’accesso al salone non sarà consentito a persone diverse dai concorrenti e dai commissari di sala. I rappresentanti della stampa, per riprese fotografiche e video, potranno accedere alla sala previa autorizzazione dell’organizzazione; questo per non recare alcun tipo di disturbo ai concorrenti impegnati ai tavoli. 9. Per qualsiasi tipo di necessità i concorrenti si rivolgeranno ai commissari di sala. 10. Gli artificiali costruiti durante la manifestazione rimarranno patrimonio dell’IFTA. 11. Ogni giurato assegnerà il proprio voto esprimendosi da 1-20 sulla verosimiglianza rispetto al reale, da 1-30 sull’efficacia in pesca, da 1-20 su manualità del costruttore e difficoltà di esecuzione. 12. Il Trofeo ‘Bugia nen’ sarà assegnato a chi avrà ottenuto il massimo punteggio nei tre artificiali; in caso di parità, la giuria passerà a nuova valutazione, che darà comunque una classifica priva di ex aequo. 13. La giuria eleggerà nel suo seno con breve operazione di sorteggio, o comunque come riterrà più opportuno, un Presidente che avrà il compito di leggere i responsi e di consegnare i premi insieme all’organizzazione. 14. Per la giuria sarà allestita una stanza corredata di tutti i materiali occorrenti. 15. Durante il pranzo, o comunque nel tempo che separa i risultati ottenuti dalla premiazione effettiva, i giudici si asterranno dal rivelare a chiunque i numeri classificati. 16. La giuria avrà a disposizione due ore per formulare le classifiche. Gli assistenti di giuria saranno presenti alle operazioni svolte dalla giuria per assolvere tutti i bisogni del caso. Resta inteso che i suddetti non hanno diritto a esprimere pareri sul voto, compito quest’ultimo esclusivo della giuria. 17. Il responso della giuria è insindacabile e inappellabile. 18. Gli organizzatori declinano ogni responsabilità per eventuali infortuni e danni che potessero verificarsi a persone o cose, prima, durante e dopo lo svolgimento della manifestazione. Si ritiene inoltre sollevato da ogni impegno nei confronti dei partecipanti in caso di mancata consegna da parte degli sponsor dei premi. L’adesione comporta l’accettazione in toto del presente regolamento. Sul sito della rivista, nella sezione Mosca, sono visibili le immagini dei tre insetti da imitare.

TRATTAMENTO IDROREPELLENTE ANTIPIOGGIA Dalla lunga esperienza di un professionista che è anche un appassionato pescatore è nato un brevetto esclusivo: oltre a lavare e rinnovare il tuo abbigliamento tecnico lo impermeabilizziamo in modo sicuro e duraturo. Il tutto a prezzi estremamente contenuti.

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notizie

• BASSFISHING a cura di Emanuele Turato

ha vinto Alberto Brizzi

GOLDEN ROD DA RIVA 2012 L’edizione 2012 della storica Golden Rod da riva, sponsorizzata da Colmic Italia, si è svolta come sempre nella splendida cornice del lago Pontini a Bagno di Romagna. Una splendida giornata di sole ha caratte-

rizzato domenica 8 luglio con temperature gradevoli che hanno reso la mattinata di pesca un vero e proprio piacere sia per chi era presente nel tentativo di aggiudicarsi la mitica canna d’oro, sia per chi era presente a osservare i concorrenti durante la competizione. La manifestazione ha sempre riscosso una numerosa presenza di pubblico, viste le numerose catture che ogni anno non mancano mai di stupire. Il ripopolamento effettuato a pochi giorni dall’evento garantisce numerose catture a tutti i presenti per la prima ora di gara, il che non compromette la difficoltà tecnica di rimanere costanti nelle catture durante le successive ore della competizione. Dopo la prima ora, infatti, solo i più preparati riescono a ingannare i pesci più sospettosi, con espedienti tipici della pesca al bass. Il regolamento prevede inoltre un coefficiente diverso per le varie fasce orarie in caso di parità di pesci catturati. Il tutto è stato studiato per evitare pesature che possano danneggiare i numerosi black bass catturati durante l’evento, garantendo così un impatto praticamente nullo sui pesci prontamente rilasciati. Considerando che l’ultimo classificato ha comunque catturato la bellezza di 14 esemplari, resta incredibile il numero di catture che si è mantenuto durante tutta la gara, favorita anche dalle perfette condizioni atmosferiche della giornata. Il 5° posto in classifica è stato raggiunto da Dennis Pirollo con beni 48 black bass, che per l’occasione non sono bastati nemmeno per il podio. Infatti ad aggiudicarsi il podio al 3° posto in classifica è stato Andrea Tosi che con 50 pesci catturati ha sorpassa al 4° posto Ilario Santi Amantini, anche lui cn 50 esemplari ma penalizzato dalle diverse fasce orarie di cattura. A giocarsi la mitica Golden Rod restano due personaggi già conosciuti dalle precedenti edizioni: il Campione del 2010 Michele Goretti e il 2° classificato della scorsa edizione Alberto Brizzi. Ma in questa edizione è proprio Brizzi ad aggiudicarsi il titolo e la canna d’oro con la bellezza di 67 catture, sorpassando Goretti che si è classificato 2° con la comunque straordinaria cifra di 65 catture. Il lancio che è valso la vittoria merita di essere raccontato. Nella terza ora di gara, quando le catture dei bass non risultavano per niente facili, l’intuizione di Brizzi è stata quella di sfoderare un suo minnow di fiducia, che ha ottenuto l’effetto di catturare due esemplari in un solo colpo. Uno per l’ancoretta dietro e uno per quella davanti. Questa doppia cattura gli ha permesso di vincere un titolo che aveva solo potuto sfiorare nell’edizione precedentemente vinta dal due volte campione Daniele Valentini. Si può sicuramente attribuire alla fortuna il merito di tale lancio, ma la fortuna non è mai sufficiente a far vincere le competizioni se non accompagnata dalla profonda conoscenza delle varie tecniche che possono avvantaggiare un pescatore. Durante le prime ore di competizione la tecnica determinante è stata quella di presentare piccoli worm innescati wacky, ma anche il texas con pesi di 1/16 oz. si è prestato molto bene alla situazione. Altre varianti efficaci potevano essere date dall’utilizzo di testine piombate innescate con piccoli shad. Minnow e piccoli jerkbait rappresentavano una buona alternativa alle soft bait per cercare dove si raggruppavano in piccoli branchi i bass. Una volta trovati, bisognava prontamente tornare a presentazioni finesse. Dopo le abbondanti catture di pesci poco smaliziati, solo alcuni hanno saputo mantenere il ritmo e catturare con continuità in situazioni diverse da quelle del mattino. Nelle ore finali della competizione i bass risultavano molto più diffidenti e per farli attaccare bisognava ricercarli in situazioni diverse variando la profondità e la velocità di movimento dell’esca. Proprio in queste situazioni la fortuna viene messa in secondo piano. Solo i più esperti sanno leggere il cambiamento di comportamento dei pesci e adeguarsi sia nella presentazione che nel recupero. La Golden Rod da riva si conferma essere una delle gare più piacevoli ma allo stesso tempo impegnative per tutti i partecipanti, che hanno l’occasione di sfidare i più forti atleti dello spinning da riva in un ambiente straordinario e di rara bellezza. Non resta che aspettare la prossima edizione per scoprire chi sarà il prossimo campione ad avere il prestigio e l’onore di pescare con una splendida canna Herakles tutta d’oro.


FOTO GIORGIO BACHERINI

team che lo accompagna nell'organizzare l'evento. Ad aggiudicarsi la vittoria di questa edizione è stato l'equipaggio locale Venturini-Buratto con 5 pesci e la bellezza di 4,525 kg, premiato dallo storico equipaggio che vinse la prima edizione: Carani-Caliceti. Si aggiudica il secondo gradino del podio l'equipaggio Vanin-Rubin, mentre terzi classiflcati sono Ballarin-Salvagno. Più di 40 gli equipaggi coinvolti, molti dei quali sono tra le coppie più forti del panorama nazionale. Inutile dire che questo magnifico fiume è sempre stato scenario importante di gare per la pesca al black bass e che tutti ci auguriamo lo possa essere ancora per molti anni.

Venturini-Buratto sul più alto gradino del podio

20° BASS MASTER BEBA Si è svolta la prima domenica di settembre, il giorno 2, una delle gare più storiche della pesca al black bass in Italia, il Bass Master BEBA. La competizione prende il nome dal club che da 20 anni la organizza, ovvero lo Spinning Club BEBA. A ospitare l’evento è da sempre il fiume Brenta nel tratto compreso tra la chiusa di Limena in provincia di Padova a scendere fino a Stra in provincia di Venezia. Come ogni anno alla fine della competizione inizia la festa e sotto il tendone si possono gustare ottimi piatti locali e bere birra e vino in compagnia degli amici di pesca. Fino a sera si rimane in compagnia discutendo e chiacchierando della gara, dei pesci sbagliati o delle novità del bass fishing. Mario Barolo, organizzatore storico, continua a essere un punto di riferimento per questa competizione da moltissimi anni: tutti lo conoscono e sanno della sua disponibilità nei confronti degli amici e dei conoscenti; non è un segreto che senza di lui questa manifestazione non sarebbe possibile, anche se i complimenti sono doverosi a tutto il

domenica 11 novembre presso Ferrara Fiere

B.A.S.S. DAY 2012 Si terrà domenica 11 novembre, presso Ferrara Fiere, Bass Day 2012. Continua con successo la manifestazione fieristica dell’Italy Bass che vuole unire una manifestazione dedicata alla premiazione dei vari circuiti agonistici della stagione a un evento fieristico del settore. Quindi premiazioni, stand espositivi dei principali sponsor e dei negozi partner con vendita prodotti, giochi, lotterie, ma anche tutela, salvaguardia e molto altro per una giornata fatta da pescatori per pescatori a ingresso gratuito, dalle 10 alle 16. Insomma, una grande festa da condividere con gli appassionati di pesca al bass. Allo stand Italy Bass vendita abbigliamento e gadget. Il chapter che si presenterà più numeroso vincerà 2.000 baby bass per il 2013. Durante la giornata, inoltre: evento Youth con scuola di lancio per i più piccoli, resoconto attività 2012, esposizione programmi 2013, premiazioni circuiti 2012.


ITINERARIO MOSCA

C&R BASSO NERA

Nel fiume umbro, grazie alla sensibilità e alla lungimiranza degli amministratori della provincia di Terni, alla passione di alcuni pescatori, alla professionalità e alla dedizione dei gestori, si è creata un’importante realtà per la pesca a mosca, che sta avendo un crescente riscontro a livello nazionale 12


CLAUDIO CARRARA • C&R BASSO NERA

C LAUDIO C ARRARA ClaudioCarrara@orvisitaly.com

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n una terra dove tutto sembra possedere antiche origini, il Nera, selvaggio e misterioso fiume che scorre quasi interamente in territorio umbro, si adatta in modo perfetto a questo scenario mistico nel quale tradizione, storia, cultura, magia sembrano tessere una tela densa di significati ancestrali, nel quale anche l’interpretazione si sostituisce spesso alla mera ricerca, aprendo la mente a splendide suggestioni: realtà e fantasia perdono la loro originaria contrapposizione, mescolandosi alla nebbia che in certe sere si solleva densa dalle acque del fiume nascondendole alla nostra vista. Nahar, il suo antico nome, fu attribuito dai suoi primi abitanti, i Nahrti o Naharci, un popolo che, nelle testimonianze dei Romani, intorno al IV secolo a.C. abitava la bassa valle del Nera; alcuni storici li vogliono di probabile di origine celtica, altri come cristiani fuggiti dalla Siria, forse dalla carestia o da atroci persecuzioni. Da terre lontane trovarono asilo in questa valle, dove si stabilirono bonificandola e rendendola adatta alla vita dell’uomo. Nahar, ‘il fiume’, è il nome che compare anche nella Genesi a indicare il Grande Fiume; Neris, Narew, Nara, Nur, Neretva sono fiumi che scorrono nell’Europa orientale, dalla Russia alla Bielorussia, in Estonia e Bosnia, Ner è affluente del Warta in Polonia, Narva scorre in Estonia nell’omonima città. È facile giungere alla parola Narnia, ‘terra del fiume’, o terra magica delle favole di Lewis, da cui prende il nome la città di Narni che dall’alto del colle dove è stata edificata domina il basso corso del Nera. Tradizione quindi, storia e magia sono ancora strettamente legate alle origini etimologiche del nome di queste acque, che rimangono avvolte da un fitto alone di mistero, ma appare chiaro come molti importanti corsi d’acqua siamo anch’essi legati tra loro da questa radice comune che si trova nella Bibbia. Nella sua valle il fiume scorre a tratti veloce per poi soffermarsi in una profonda buca dove sembra riprendere fiato e restare un attimo in attesa di riprendere in suo corso verso gli oscuri anfratti da cui, per molto anni, ho pensato prendesse il nome. In effetti è la fitta vegetazione di alberi ad alto fusto, cespugli e rovi a caratterizzare il suo corso, a renderlo sempre così oscuro e misterioso, selvaggio e sfuggente come la trota fario, regina delle sue acque.

il Nera Anche se molti utilizzano il femminile per questo corso d’acqua, io continuo a indicarlo così, come sono abituato a sentirlo da sempre; di fatto il nome rende un’immagine molto reale, che possiamo ritrovare nei suoi scorci più suggestivi, nei bui anfratti che spesso occorre attraversare per raggiungere la riva, nelle profonde strettoie coperte da fitti cespugli dove l’acqua gorgoglia a tratti in un affannoso respiro, nei sottoriva coperti da intricati rovi, nelle profonde buche dove l’azzurro sfuma in un blu intenso che scompare nella roccia coperta da un sottile strato di muschio. La pesca nel Nera necessita più che in altri luoghi della comprensione di alcune regole che sono strettamente legate alla

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sua natura e alle abitudini delle sue trote, regole che impari spesso a tue spese, attraverso sconfitte e delusioni, ma anche con gli intensi attimi di gioia che questo fiume sa regalare: regole che derivano dai suoi spazi ridotti in cui devi spesso inventare un lancio che non esiste in nessun manuale, che ti portano a intuire più che a seguire strategie e tattiche codificate, che ti costringono a non sbagliare di fronte a un pesce che offre una sola possibilità. Pescare nel Nera, attualmente, offre al pescatore maggiori potenzialità sulla base delle catture rispetto ad alcuni anni fa; come potrete facilmente immaginare, nelle zone catch and release la maggiore concentrazione di pesce, naturale conseguenza di questo regolamento, porta la pesca a livelli impensabili anche nei tempi in cui frequentavo queste acque da bambino, quando incontrare un altro pescatore era una cosa rara e non una consuetudine. La maggiore presenza di trote comunque non rende la pesca semplice o ancora meno banale: ogni cattura è assolutamente guadagnata ed è raro prendere un pesce per caso. L’odore della pioggia era giunto già da un po’, il vento a tratti lasciava respirare il suo aroma forte di erbe bagnate scaldate dai giorni di sole cocente e di arbusti ormai secchi. La pioggia d’estate si lascia sempre annunciare in questo modo, è come chiamare prima di una visita in modo che l’ospite possa non trovarsi a disagio, prepararsi e non farsi cogliere di sorpresa. Alzando lo sguardo verso quella stretta porzione di cielo, già si vedeva l’avanzare di nuvoloni scuri e carichi, squarciati dai primi lampi; le storie di pescatori che mi hanno accompagnato negli anni della mia adolescenza narravano di epiche battute di pesca propiziate dall’arrivo della tempesta, con le trote, quasi impazzite, pronte ad aggredire qualsiasi cosa di commestibile si presentasse loro di fronte. Il turbinio di foglie precedette un soffio di aria fresca che increspò solo per un attimo la superficie. Fu allora che vidi il dorso della trota a ridosso di un grosso albero caduto in acqua, la testa infilata tra i rami, forse in attesa degli insetti che filtravano tra questi, in altre parole impescabile. Restai a lungo a osservare quel dorso che si spostava leggermente di lato senza mai retrocedere di un centimetro; la pioggia si avvicinava sempre più, ma ero deciso ormai ad aspettare, a costo di prendere il temporale. Quando iniziavo a disperare, ecco che il pesce prende inspiegabilmente a retrocedere, lasciandosi portare dalla corrente: lentamente scompare nelle profondità del fiume per riemergere in superficie al centro della buca. Adesso è lì, a pochi metri da me, ondeggiando la coda alla corrente, vulnerabile e bellissimo, quasi sfidandomi a lanciare la mosca, cosciente della sua astuzia e della sua forza. Chi ha pescato per anni questo fiume può raccontare molti episodi come questo; chi lo ha vissuto intensamente, cercando di coglierne gli aspetti più profondi, senza soffermarsi sulle banalità e i luoghi comuni, sa di cosa sto parlando. Un fiume come questo può essere affrontato in molti modi, si possono aspettare le bollate nelle zone più lente e aperte, dove si ha una maggiore concentrazione di insetti che, in base alla stagione, in diversi orari del giorno, richiamano in superficie anche le trote più restie a uscire dalle loro tane; si può concentrare l’azione di pesca soltanto in quei posti dove sappiamo della presenza di trote; negli ultimi tempi si sta diffondendo anche la pesca con la ninfa esercitata nei modi e nelle maniere più svariate e fantasiose. Per quanto mi riguarda trovo molto emozionante la tecnica di ricerca, un

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CLAUDIO CARRARA • C&R BASSO NERA modo di interpretare la pesca che potremo definire ‘in caccia mirata’, nel senso che, oltre alle comuni modalità della pesca in caccia che si attua attraverso lanci nelle postazioni che si ritengono essere maggiormente interessanti per ospitare una trota, cerco di osservare molto evitando di lanciare a ripetizione. La conoscenza del posto, ovviamente, aiuta molto, consentendo di concentrare l’attenzione nelle zone del fiume in cui so per vari motivi della presenza di un pesce interessante. Questo modo singolare di affrontare il fiume offre molti vantaggi, il primo dei quali è evitare di frequentare sempre gli stessi posti, visto che capita spesso che i pescatori, anche in una zona no kill, dimostrino la tendenza a tornare sempre dove hanno catturato, quindi dove sono certi che ci sono trote disposte a salire sulla loro mosca. Questo atteggiamento, molto diffuso, porta anzitutto a rendere la pesca noiosa, arrivando a situazioni del tipo: in quella buca ci sono due trote da trentacinque dietro a quel ramo, una più grossa attaccata alla riva in quel punto e quattro o cinque trotelle che bollano sempre al centro. Per me è una tragedia! Guai se la pesca si riducesse a un continuo appello come si fa in classe con tanto di registro: ciò toglierebbe alla pesca tutto il fascino della sorpresa, avvicinandola molto a un videogame. Il Nera va vissuto, va osservato, va ascoltato; la trota di taglia può essere dovunque, anche nel posto più insignificante, mentre dobbiamo sempre considerare che le zone migliori cambiano in base al momento della giornata o della stagione, per cui constateremo che posti assolutamente improduttivi nel primo periodo di pesca, all’apertura, possono diventare eccezionali nella tarda primavera o all’inizio dell’estate, mentre gli spot migliori da pescare in caccia nelle ore molto soleggiate si rivelano inadatti al tramonto. Gli stereotipi e i luoghi comuni, insomma, mal si adattano a questo ambiente. Nella ricerca della trota c’è bisogno di convinzione: un’a-

zione di pesca distratta, poco attenta ma soprattutto priva di determinazione, non porta sicuramente i risultati sperati; convinzione e determinazione sono spesso il prodotto dell’esperienza, delle giornate passate a provare, a cercare una soluzione magari con una mosca o con un lancio diverso. Ci siamo, ancora il lancio, ma è mai possibile che non riesca a scrivere senza che questo, prima o dopo, si manifesti in qualche modo, divenendo poi il padrone della scena, il deus ex machina della situazione? Se ne sta lì nascosto da qualche parte, in disparte, quasi non volesse mai partecipare alla discussione; in fondo il tutto era fatto per condividere con voi un percorso di pesca che ritengo particolarmente valido e cui sono particolarmente legato, un progetto al quale ho contribuito e che sto seguendo, quindi perché il lancio? Forse perché in fondo scrivo soltanto di pesca a mosca e la pesca a mosca per me è il lancio: in sua assenza, forse, questo strano modo di pescare non esisterebbe neanche. In questa parte del Nera, dove l’ambiente, gli ostacoli e la corrente sembrano essersi coalizzati contro il pescatore, la tecnica di lancio assurge a un ruolo assolutamente primario nella scala delle priorità, diventando uno strumento micidiale in mano al pescatore o il suo incubo peggiore. Traiettorie assolutamente precise, costante controllo della coda, capacità di accelerare e rallentare in base alle esigenze, precisione millimetrica e conoscenza delle tecniche antidragaggio, rappresentano il bagaglio ideale per avere successo in queste acque. Quando tutte le cose si incastrano bene, quando tutto gira nel modo giusto te ne accorgi subito; la coda sibila sicura, bassa sulla superficie dell’acqua senza sfiorarla, la mosca avanza a pochi centimetri dalle foglie senza restare agganciata, il lancio si ripete senza sforzo, seguendo una cadenza regolare, il braccio, la canna, la lenza sembrano una cosa sola, una cosa che si muove al battito del tuo cuore. Ebbene, credo che questa cosa sia il lancio.

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ITINERARIO MOSCA

Pescare in questa parte del Nera non è semplice: va detto per onestà e soprattutto per non creare aspettative che potrebbero essere disattese. Chi è alla ricerca di un fiume facile, di quelli generalmente definiti ‘pronta pesca’, forse è meglio che cambi itinerario. Non è mia intenzione con ciò scoraggiare nessuno, anzi vorrei che le difficoltà che presenta possano servire a far nascere la curiosità e a far scattare la molla della sfida, motore dalla potenza impressionante, almeno per quanto mi riguarda. Un tratto di fiume difficile quindi ma non impossibile: numerosi sono gli spot che offrono buone possibilità anche ai meno esperti, zone nelle quali la velocità della corrente rallenta per creare magari una breve lama d’acqua tranquilla o una correntina con la superficie appena increspata, dove, nelle calde serate estive, le trote si appostano in superficie in attesa delle prime ‘olive’ portate dalle corrente. Una parola a parte va spesa sulle may flies del tipo Ephemera danica, presenti in questo tratto di fiume da inizio maggio sino alla metà di giugno e anche oltre. In verità non si tratta delle imponenti schiuse dell’Unec o del Gacka degli anni d’oro: nelle giornate buone si verifica una schiusa che generalmente avviene nel pomeriggio non troppo tardi o nella tarda mattinata, con un numero di esemplari generalmente modesto, ma sufficiente a mettere in attività le trote, spesso anche gli esemplari di taglia maggiore, giustificando la pesca con le imitazioni di questa magnifica effimera. In questo periodo, anche in assenza di schiusa, le trote sono sempre disposte a salire su una may fly ben presentata, magari tenuta in pesca per il tempo sufficiente in piccolo giro d’acqua al lato della forte corrente.

la gestione Dal maggio del 2003 è stata istituita una zona con regolamento catch and release in provincia di Terni, che inizia dal confine con la provincia di Perugia in località Ponte Santiago per quasi 6 km sino alla località Caserino, facilmente riconoscibile da una tettoia che ripara dalla caduta di massi. Sono generalmente restio a parlare di gestione e gestori e comunque di tutto quello che concerne tediose informazioni su quanto è accaduto, su come si è riusciti e su cosa si sta facendo: preferisco parlare del fiume, della tecnica di pesca, qualche volta di mosche; insomma ormai mi conoscete, ma questa volta non posso non citare i personaggi che hanno reso

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possibile tutto questo. La genesi è stata moderatamente travagliata, nel senso che un’iniziativa così non può non sollevare un vespaio, grosso o piccolo poco importa: il malcontento serpeggia comunque e genera prese di posizione, iniziative di vario genere, invettive più o meno feroci. Con queste premesse è stata necessaria tutta la determinazione e la convinzione di due persone che ritengo speciali, Roberto Nevini e Claudio Vici, nel senso che senza di loro e senza l’appoggio dell’Arci, associazione che rappresentano sul territorio, questa zona non sarebbe mai esistita e soprattutto non avrebbe potuto svilupparsi e crescere come invece è avvenuto. Il notevole impegno necessario ad assicurare a questo tratto una gestione adeguata sulla base della sorveglianza, rapporti con i pescatori e con le istituzioni, mantenere una buona accessibilità al fiume senza stravolgerne la natura, la conduzione del piccolo allevamento di trote selezionate, è stato ripagato dal crescente favore riscontrato da parte dei pescatori. Il tratto è diviso in due zone A e B: nella prima è possibile pescare solo a mosca, nella seconda invece è permessa anche la pesca a spinning; in entrambe è consentito l’uso di una sola mosca ed è necessario utilizzare l’amo senza ardiglione o con ardiglione schiacciato. I permessi, del costo di 10,00 euro per il giornaliero e di 50,00 euro per 15 uscite, possono essere rilasciati da ARCI PESCA, via Curio Dentato 16, Terni, 074458384; ristorante La Ninfa del Nera, Ferentillo; ristorante Tre Archi, Ferentillo, Orvis Italia, via Monte Rosa 7/C, Foligno. Per maggiori informazioni si può consultare il sito www.nokillferentillo.it e il gruppo Facebook. Devo dire che, pur essendo una zona no kill che esiste da dieci anni, non risente dei problemi che normalmente si evidenziano in questi ambienti se non in forma molto limitata e relativamente a pochissimi posti dove la pressione di pesca risulta maggiore. L’ambiente, la portata d’acqua sempre notevole, la natura stessa delle trote presenti, fanno sì che queste non perdano la loro natura selvaggia e diffidente, consentendo di praticare sempre una pesca di qualità. A questo punto non posso non aprire una breve ma necessaria parentesi sui problemi inerenti le zone a gestione rigorosamente no kill con elevata pressione di pesca, piccoli paradisi (se ben gestiti) dove al pescatore anche poco esperto si offre un’opportunità molto interessante, costituita da una pesca di qualità caratterizzata da un’elevata frequenza di catture: tali tratti sono necessari ed è auspicabile che si diffondano sempre più nel nostro territorio, anche se ritengo che debbano comunque essere considerati come un momento di transizione in un’ottica gestionale in evoluzione. Non un punto di arrivo, quindi, ma un primo importante passo verso una gestione a più ampio respiro delle acque da salmonidi allineata a quella degli altri paesi europei che già da anni consentono l’uso delle sole esche artificiali, privilegiando la pesca a mosca. Nel nostro paese si assiste spesso all’istituzione di piccoli tratti no kill, a volte meno di un chilometro, dove si concentra un numero eccessivo di pesce e anche di pescatori: in queste realtà le abitudini di entrambi vengono a dir poco alterate, generando comportamenti che poco hanno in comune con la pesca, almeno come la intendo io. Certamente questo non è il caso della zona presa in esame in questo articolo, un tratto di fiume abbastanza lungo da consentire ai pescatori di non concentrarsi tutti insieme,

Valentino Scirri al campo scuola.


CLAUDIO CARRARA • C&R BASSO NERA con una distribuzione del pesce regolare, con trote che reagiscono in modo naturale alla presenza dell’uomo. Sono pronto a scommettere che queste parole saranno volutamente interpretate male da coloro che da sempre hanno osteggiato il diffondersi di questo modo evoluto di intendere la pesca sportiva, ma trovo altresì ingiusto tacere sui problemi che si manifestano in certe realtà, problemi di cui tutti conosciamo l’esistenza ma di cui raramente troviamo il coraggio di parlare. D’altra parte non è semplice riuscire a trovare un compromesso accettabile tra pesca e ambiente, tra sfida e rispetto dell’avversario, tra egoismo di pescatore e sopravvivenza del pesce. Forse il catch and release è l’unica strada percorribile.

la scuola

Uno dei corsi della scuola.

Nell’anno 2006, da un’idea di Valentino Scirri nasceva la scuola nazionale di pesca a mosca dell’ARCI PESCA FISA, che sono orgoglioso di dirigere sin dalla sua nascita. Le motivazioni che ci hanno spinto a realizzarla possono essere sintetizzate nella necessità di fornire un costante supporto didattico a tutti coloro che si avvicinano alla pesca a mosca e a coloro che vogliono migliorare la propria tecnica di lancio e di pesca; il progetto va quindi oltre il singolo corso di lancio, che spesso non trova continuità e rischia di rimanere un episodio certamente utile ma con scarse possibilità di sviluppo. A tale proposito è stato realizzato un campo scuola adiacente al fiume in località Terria, in un’area particolarmente adatta, dove è possibile parcheggiare facilmente e disporre di un tratto di fiume di facile accesso, dove si riscontrano situazioni di pesca molto varie, rendendolo particolarmente adatto all’apprendimento. Attraverso i corsi che si sono svolti in quest’area si sono formati numerosi pescatori a mosca che, seguiti dagli istruttori della scuola, hanno appreso le basi della tecnica, ma soprattutto hanno imparato a ‘stare sul fiume’, ad amarlo, rispettarlo, a non chiedergli ciò che in quel momento non può dare.

Nell’ambito dell’attività didattica svolta in questi anni, non è possibile non citare il ruolo svolto dal mio amico e collaboratore Valentino Scirri, pescatore a mosca da una vita, esperto e appassionato del Nera, che ha fatto dello studio e della diffusione della tecnica di lancio un momento importante della propria vita. Rigoroso, a volte severo, segue i suoi allievi con la serietà e la passione propria di chi sa che sta facendo una cosa importante per loro, una cosa che consentirà di entrare in modo privilegiato in un mondo bellissimo. Sarebbe comunque riduttivo circoscrivere la figura di Valentino a questo fiume: molte sono le avventure che abbiamo vissuto insieme nelle acque dei più bei fiumi italiani ed esteri, trovando spesso nuovi spunti di riflessione, magari su un nuovo lancio o su un modo diverso di risolvere una situazione difficile. Ma devo riconoscere che le intuizioni migliori, quelle più stimolanti, quelle che veramente hanno segnato un passo avanti nella tecnica di lancio che proponiamo nella scuola, sono nate dal nostro fiume; le sue acque mettono sempre il pescatore di fronte a una nuova sfida che puoi ignorare e o accettare, spostando sempre un po’ più in là il limite… Il Nera è bello anche per questo.

CLAUDIO CARRARA FLY FISHING SCHOOL www.claudiocarrara.com

programma 2012 gennaio-febbraio febbraio-marzo febbraio-marzo febbraio-marzo 10, 11 marzo

Fly Fisher Club Mantova Catch’n release Imola Foligno Mosca Club Arezzo Parcolaghi (FC)

a a a a b

14,15 aprile 5, 6 maggio 25, 26, 27 maggio 16, 17 giugno 29, 30 giugno - 1 luglio

Nera (PG) Nera (TR) Pliva/Ribnik (BIH) Nera (TR) Gacka (Hr)

b b c b c

14, 15 luglio 15, 16 settembre 28, 29, 30 settembre 20, 21 ottobre 3, 4 novembre

Tail Water Tevere Tail Water Tevere Lammer (A) Tail Water Tevere Parcolaghi (FC)

b b c b b

17 ca TIPOLOGIA “a”: co rs i di LANCIO. Co rs i s v o l ti i n pal es tra, prato ecc. , nei qual i l ’o bi etti v o è l ’apprendi mento del l a tecni di l anci o s i a di bas e che nei l i v el l i s ucces s i v i . TIPOLOGIA “b”: co rs i di LANCIO e PESCA. Si s v o l g o no i n l uo g hi di pes ca; l e fi nal i tà s o no centrate s ul l ’apprendi mento del l a tecni ca di l anci o e del l e tecni che di pes ca co n es erci tazi o ni s u prato e i n acqua. TIPOLOGIA “c”: co rs i di PESCA. Si s v o l g o no i n l o cal i tà di pes ca parti co l ari , e s i di fferenzi ano i n bas e ag l i ambi17 enti e al l e tecni che di pes ca i do nee ad affro ntarl i . No n s o no prev i s te es erci tazi o ni s u prato : l ’i ntero co rs o s i s v o l g e i n acqua. PER INFORMAZIONI E IS CRIZIONI: 0742 320551 · 345 5827296 · claudiocarrara@orvisitaly. com · www. claudiocarrara. com


ATTUALITĂ€ SPINNING

un percorso obbligato per gli angler mediterranei?

dalla REDNECK WAY a F IS H IN G S M A RT 18


ANTONIO VARCASIA • DALLA REDNECK WAY A FISHING SMART «To achieve mastery is to rise above the need to catch fish. This part did not come easily for me. I was born in the heart of Dixie and raised in the Redneck way of fishing, which holds that the only good trip is one ending in many dead fish. These fish might be eaten, frozen, given to neightbors or used for fertilizer. But fishing that failed to produce an abudance of corpes could no more be sussesful than a football season in which the University of Alabama failed to win a national championship». Howell Raines, Fly fishing through the midlife crisis 1

A NTONIO VARCASIA www.realityfishing.tv

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ai come quest’anno si è parlato tanto in Italia di catch and release, con tormentoni che hanno riempito le pagine dei giornali e soprattutto della web community, dove è forse più facile capire gli umori di banchina. Il giorno seguente al 19 giugno 2012, data in cui un decreto ministeriale autorizzava la pesca catch and release del tonno indipendentemente dalla disponibilità di quote per la pesca ricreativa, dal periodo di chiusura e dalla organizzazione di manifestazioni agonistiche, mi chiedevo quanto noi angler italiani e mediterranei fossimo pronti per un passo del genere. La Redneck way descritta in maniera ironica da Howell Raines, pescatore sanguinario poi ‘convertito’, per anni vulcanico direttore del «New York Times», è purtroppo ancora l’unica maniera di concepire la pesca per molti, senza contare purtroppo chi con sembianze di ‘sportivo’ continua a vendere il pesce o a barattarlo in sardine, carburante e altre cosette. Non condivido gli estremismi e sono fiero per questo di essere anche un grande estimatore del pesce in cucina, ma davanti a una svolta normativa che rappresenta un grosso passo in avanti anche nel modo di gestire la pesca dal punto di vista politico e soprattutto un’occasione unica in cui dimostrare di essere grandi e responsabili, sono rimasto spesso a bocca aperta davanti ai commenti di molti ‘colleghi’. Sì, perché non sentire altro per giorni se non i mugugni riferiti al taglio delle quote per gli sportivi, passate da 35 tonnellate a 10 (differenza peraltro ridicola, considerando gli oltre 5000 equipaggi autorizzati) è qualcosa che mi ha riportato in fretta alla realtà, facendomi capire quanto ancora ci sia da lavorare per diventare dei pescatori rispettosi del loro mare senza che, magari, nessuno lo imponga loro. Per contrasto, mentre da noi si contava il numero dei tonni da imbarcare e l’Angling Trust (UK) chiedeva che la misura minima della spigola nel Regno Unito passasse dagli attuali 36 a 48 cm (da noi 25), il 16 luglio a Orlando veniva presentata Fish smart (www.fishsmart.org), iniziativa dell’American Sportfishing Association che rappresenta una presa di posizione importante non di categorie di pescatori o club di sostenitori del rilascio, ma di molte aziende e multinazionali che lavorano nel settore e dell’intera comunità alieutica. 1 «Per raggiungere la maestria nella pesca occorre andare oltre il bisogno di catturare pesci. Questa parte non è stata per niente facile per me. Sono nato nel cuore di Dixie e cresciuto attraverso la Redneck Way della pesca, che sostiene che l’unica soddisfacente uscita di pesca è quella che termina con molti pesci morti. Questi pesci potevano essere mangiati, congelati, regalati ai vicini o utilizzati come fertilizzante. Ma la pesca che non fosse riuscita a produrre una grande varietà di cadaveri non poteva avere più successo di una stagione di football in cui la University of Alabama non avesse vinto un campionato nazionale».

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ATTUALITÀ SPINNING

it’s up to you! Il programma FishSmart è un approccio attivo per risolvere una sfida importante per la pesca ricreativa del futuro: ridurre la mortalità degli stock ittici migliorando nel contempo l’esperienza di pesca. FishSmart utilizza due approcci di base: 1. sviluppare tecniche di pesca e di gestione che riducano la cattura delle specie indesiderate (ad esempio protette) o di taglie a rischio (misure massime e minime), 2. migliorare la sopravvivenza dei pesci rilasciati. Il progetto, come accennato, viene portato avanti grazie agli sforzi congiunti di tutta la comunità della pesca ricreativa, tra cui pescatori, produttori, rivenditori, media, nonché le agenzie responsabili della gestione delle risorse della pesca. FishSmart è il prossimo passo nell’evoluzione della pesca. La pratica crescente del catch and release volontario e la presenza sempre maggiore di normative e misure di gestione che richiedono ai pescatori di rilasciare i pesci ha portato come conseguenza naturale la necessità di riduzione dei tassi di mortalità post-rilascio. Quasi mezzo miliardo di pesci di mare vengono catturati ogni anno negli Stati Uniti e il 59% di questi ritornano in acqua. In acqua dolce, la promozione di migliori pratiche per il rilascio nei tornei (bass e trote, ad esempio) ha contribuito notevolmente ad accrescere il benessere delle risorse ittiche nel post-release. FishSmart è un programma gestito dalla comunità della pesca, non un programma del governo. Vengono utilizzati diversi approcci educativi fra cui: 1. ampliare le conoscenze circa la sopravvivenza del pesce rilasciato; 2. sviluppare nuove attrezzature, se necessario, per favorire la sopravvivenza del pesce rilasciato: 3. promuovere l’adozione di tecniche di rilascio da parte

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dei pescatori; 4. sviluppare la comunicazione in progetti e tutorial informativi per aiutare i pescatori ad attuare queste buone pratiche. Risorse e applicazioni per gli angler sono disponibili non solo sulle riviste, ma su piattaforme elettroniche e website come www.takemefishing.org e soprattutto http://catchandrelease.org della Florida University. Alcuni, leggendo queste righe e pensando alla Redneck tribe, sorrideranno, ma in realtà se davvero vogliamo fare qualcosa per il nostro mare e per la pesca del futuro, non ci resta che rimboccarci le maniche e dare il buon esempio, che come sempre è l’unico modo per avanzare, magari piano piano, in una maniera diversa di concepire la pesca. Fishsmart, a mio modo di vedere, suggerisce due cose importanti: il coinvolgimento delle aziende nel favorire questo approccio e il fatto che non basta fare C&R ma che occorre farlo come si deve, cercando di capire in base alla specie che cosa possiamo o non possiamo fare e come dobbiamo rilasciare un determinato pesce. Il C&R non è un modo per mettere a tacere la coscienza o perbenismo; è, se fatto bene, un approccio che consente alla nostra passione di essere esercitata nella maniera meno invasiva possibile. Tutto questo non deve farci perdere di vista il fatto che stiamo parlando di una passione, non di uno sport, in cui sono coinvolti animali che comunque vengono sottoposti a dei danni temporanei o permanenti e che a volte tratteniamo per mangiare. Spesso parlo di pesca responsabile e come detto non amo gli estremismi, perché in entrambi i casi si scivola in tematiche che sono lontane dalla pesca sportiva, o che addirittura la rendono inaccettabile, passando dall’animal welfare (compatibile con la pesca e con una gestione responsabile di questa) agli animal rights. Quest’ultimo è un approccio ultraconservazionista portato avanti


ANTONIO VARCASIA • DALLA REDNECK WAY A FISHING SMART da gruppi estremisti e da filosofie ‘anti-angling’ che non concepiscono l’inutile tortura di una pesce che comunque verrà rilasciato, come descritto molto bene da Robert Arlinghaus, in un recente articolo sulla rivista scientifica «Fisheries», A primer on anti-Angling-Philosophy and its relevance for Recreational Fisheries in Urbanized Societies, ripreso molto bene anche in Italia da APR (potete leggerlo per esteso sul relativo sito www.pescaricreativa.org). Per chiarire, si può riassumere dicendo che animal welfare può in un certo modo conciliarsi con la pesca ricreativa nella misura in cui quest’ultima utilizza un approccio il più possibile fish friendly (sia nelle fasi di cattura che nella manipolazione del pesce per il rilascio, oppure nel garantire una morte rapida al pesce quando

lo si trattiene per cibarsene), mentre al contrario animal liberation e animal rights si pongono in forte contrasto con la pesca ricreativa e tendono a rigettarla completamente. Tornando a noi, appare chiaro come sia sempre più importante conoscere i nostri pesci e saperli rilasciare al meglio. Ho provato a fare una lista delle principali prede in mare e a valutarne l’esposizione allo stress da cattura, ricavandone un piccolo vademecum su come maneggiarli. Ogni pesce, naturalmente, è una storia a sé e quanto presentato non ha l’ambizione di essere uno studio scientifico ma di legare un po’ di biologia dei pesci all’esperienza, per cercare un compromesso accettabile. Forse non sarà smart, ma è un punto di inizio, intorno al quale speriamo di poter parlare meglio in futuro.

il Ventafish

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ATTUALITÀ SPINNING 22

specie

stress da cattura

periodo riproduttivo

note sul rilascio

spigola (Dicentrarchus labrax)

ottima resistenza e capacità di ripresa

dicembre-marzo

normalmente senza problemi. Gli esemplari sotto i 30-35 cm non si sono ancora riprodotti (sebbene l’attuale misura minima sia di 25 cm)

barracuda (Sphyraena viridensis)

buona resistenza

marzo-giugno

pesci sopra i 3 kg di taglia nel periodo fra aprile e giugno sono normalmente ovati

dentice (Dentex dentex)

buona resistenza e capacità di ripresa quando pescato da terra o su bassi fondali

aprile-giugno

se pescati su fondali oltre i 30 m e recuperati velocemente presentano il barotrauma e vanno aiutati, come le cernie

pesce serra (Pomatomus saltatrix)

buona resistenza, ma spesso si agita freneticamente rendendo la slamatura complicata

giugno-settembre

alcuni sostengono che non debba essere rilasciato perché ‘troppo aggressivo’. Lasciamo fare alla natura il suo corso…

leccia amia (Lichia amia)

scarsa resistenza e capacità di ripresa

aprile-maggio

specie gli esemplari di taglia hanno necessità di un riossigenamento protratto; occorre lasciarla il minor tempo possibile fuori dall’acqua

ricciola (Seriola dumerili)

buona resistenza, anche se è sempre meglio, come pelagico, slamarlo in acqua e liberarlo. Attrezzi come l’ARC dehooker possono essere d’aiuto (http://dehooker4arc.com)

aprile-luglio

se pescata in profondità può presentare l’ernia della vescica natatoria e va aiutata come il dentice e la cernia bruna

lampuga (Coryphaena hippurus)

buona resistenza, ma spesso si agita freneticamente, rendendo la slamatura complicata. Usare ami singoli e farlo in acqua è una buona idea quando si pesca sui branchi autunnali.

aprile-maggio

esemplari al di sotto dei 3-4 kg pescati nel Mediterraneo in autunno hanno normalmente 4-5 mesi di vita e ovviamente non si sono mai riprodotti. Hanno un tasso di sopravvivenza del 2%!

cernia bruna (Epinephelus marginatus)

buona resistenza, ma soffre del barotrauma (shock pressorio) con ernia della vescica natatoria che estroflette parte dell’apparato digerente.

giugno-agosto

nel Golfo del Messico dal 2008 è obbligatorio avere a bordo dei venting tool kit per ridurre il barotrauma dei pesci di fondo (www.ventafish.com). Il venting consiste nel pungere il pesce con un ago a 45° un paio di cm dietro la pinna pettorale. È un sistema che è preferibile non attuare se non esperti; molto meglio non manipolare il pesce ma riequilibrarlo alla sua profondità utilizzando attrezzi come il BlackTip Catch and Release tool creato da Ace Callaway (www.westmarine.com) o anche sistemi più artigianali (piombo) ma ugualmente efficaci per riportali in fondale.

tonno rosso (Thunnus thynnus) e tunnidi minori

resistenza estrema in combattimento, che si riduce man mano che il tempo di questo si protrae. Per pesci da 2030 kg oltre i 30-45 minuti siamo già in “zona rossa”. Combattimenti “epici” di ore spesso portano alla morte il pesce anche se questo viene rilasciato e sembra andare via.

maggio-giugno

da valutare in base alla reattività del pesce. In ogni caso evitare di salparlo e slamarlo in murata. Se in buone condizioni una spinta è sufficiente, mentre se il tonno è molto stanco va riossigenato come un tunnide, ovvero tenendolo a bordo barca, con la testa sott’acqua e mettendo la barca in marcia a 3-5 nodi, facendo entrare l’acqua per il tempo necessario a farlo riprendere (anche 5-10 minuti, finché non si sente il pesce che cerca di liberarsi).


COSTRUZIONE MOSCA 24

I VANO M ONGATTI ivanomongatti@libero.it

Q

uest’anno mi sono trovato in situazioni di pesca davvero strane: l’inizio stagione è stato contraddistinto dalla carenza d’acqua, per cui anche le schiuse ne hanno risentito, anticipandosi in maniera importante nel corso della stagione. Mi è capitato così, in più di un torrente appenninico, di trovare schiuse di Phryganeidae già in aprile e di dover conseguentemente variare l’approccio al fiume. In quei periodi di solito pesco in caccia con grosse effimere, ma quest’anno gli strani coup de soire d’aprile mi hanno indotto ad adeguarmi alla fase avanzata, lavorando di sedge già da quel periodo. Quando ci sono le sedge sull’acqua, all’imbrunire o durante il giorno – dipende dalla stagione, ma direi ormai meglio dalle condizioni climatiche –, i pesci escono per il banchetto. Credo che anche per loro sia qualcosa a metà tra l’appetito e il gioco, perché a volte le vedi saltare a prendere insetti in volo quando potrebbero nutrirsi con i molti insetti immobili a pelo d’acqua. Naturalmente è tutto istinto, tuttavia si sa che negli animali il gioco è una fase che da cuccioli (nel nostro caso da avanotti) tutti sperimentano, trovando in esso lo stimolo per apprendere dai propri genitori. Anche i pesci giocano: credo per istinto, ma lo fanno. Nella stagione estiva i fiumi appenninici non hanno beneficiato delle piogge (peraltro disastrose) avvenute in agosto al nord, per cui le schiuse e la conseguente attività a galla si sono fortemente ridotte. In questi casi, quando non si hanno le consuete schiuse di piccole baetidi o di caenidi, ancora una volta vengono in aiuto le sedge. E anche se non schiudono in quel momento, si mettono in moto dai loro ripari di foglie, sulle sponde, iniziando un’attività peculiare che piace molto ai pesci: l’ovodeposizione. I tricotteri inarcano il corpo verso il basso e secernono una massa ovarica collosa, che si attacca al substrato non appena lanciata in acqua. Per staccare quell’ammasso colloso dalla loro estremità volano a pochi centimetri dall’acqua e battono sulla stessa ripetutamente, con il corpo e la massa ovarica appiccicata, sino a quando quest’ultima non si stacca. È una danza molto bella da vedere, un movimento quasi ritmico ma forsennato, che spesso finisce per attrarre l’attenzione dei pesci, siano essi trote, cavedani, temoli o black bass. I mesi di ottobre e novembre sono i migliori per insidiare i temoli e per divertirsi finalmente con i cavedani tornati a essere furbi e maliziosi dopo le scorpacciate estive (ricordo a tutti che la natura impone alle trote di andare in frega in autunno e in inverno: questa non è per loro un’opzione, per cui non vanno pescate). Mi auguro che questi mesi vedano buone, costanti e leggere precipitazioni, ma non ci spero granché, visti anche i dati dell’ultimo decennio. Dove i livelli rimarranno ancora accettabili per consentire la nostra attività, le imitazioni di tricotteri credo saranno un’insidia veramente appetibile per i pesci, schiudendo e ovodeponendo nelle ore centrali e ancora tiepide. Da qualche tempo ormai mi sono convinto che la pesca con il tricottero sia al novanta per cento una pesca di movimento, che prevede richiami, balzi, saltelli e piccoli e controllati dragaggi. Per questo motivo, per massimizzare uno dei mi-

gliori momenti di schiusa che possano esistere in natura, ma anche per sfruttare un altro episodio unico, l’ovodeposizione, mi sono applicato a fondo in quella che è una vera e propria tecnica di pesca. Ne è conseguito, nella ricerca dell’imitazione che lavori correttamente, un forzoso allontanamento da alcune imitazioni troppo pesanti, ancorché molto galleggianti (per esempio le sedge in foam, quelle in cervo stile Goddard, le Peute fatte da 4-5 piume). La mia attenzione si è rivolta all’alleggerimento complessivo della mosca, al fine di renderla eterea, impalpabile e… salterina. Un giorno, pescando con una sedge fatta da Lido Mugnaioni, mi sono reso conto che potevo farla beccheggiare avanti e indietro grazie ai due calami spelati di gallo, molto rigidi, aperti a ‘V’ davanti all’occhiello della mosca stessa. Tecnicamente, quando decido di giocare con le sedge, mi impegno un pochino più del solito per realizzare un finale decente che mi aiuti in pesca. Non amo i finali lunghi, arrivo sui tre metri e mezzo, che ingrasso con attenzione, come la coda. Ingrasso anche il terminale, evitando gli ultimi 20 cm vicini alla mosca. Poi, cosa essenziale, eseguo un nodo che crei il cosiddetto ‘ponticello’. Questa accortezza permette al nylon di uscire verso l’alto e la sua intrinseca rigidità dà origine a questo vero e proprio ponticello, sino a quando il filo va a poggiare in acqua, 4-5 cm più avanti, lontano dalla mosca.


IVANO MONGATTI • IL LUNGO ANNO DEI TRICOTTERI

Se si esegue una trazione, la mosca viene richiamata a 45° verso l’alto, ricevendo, al momento del rilascio, un controimpulso che la fa beccheggiare. Se non ci sono le antenne, a volte affonda o comunque beve; se ci sono le antenne, si appoggia su di essa o ritorna in asse. Se la trazione è un filo più secca e rapida, la mosca salta, specialmente se si è bravi a dosare la tensione con la mano sinistra; se questa è correttamente bilanciata, dopo il salto, torna della posizione originale e corretta in acqua. Questo accade sia a risalire che a discendere, con sensibilità e pose differenti. Le mosche con ‘antenne’ anteriori si dimostrano superiori agli stessi modelli che ne sono privi, perché carenti di quella splendida ulteriore base d’appoggio. Nei modelli che vi presento noterete che questo particolare è molto accentuato, con più fibre e più massa di quella che dovrebbe esserci, prendendo in considerazione solo l’aspetto imitativo. Tuttavia, così facendo è possibile realizzare esche davvero al limite dell’inaffondabilità, ma soprattutto maneggevoli e mobili, reattive alla più leggera sollecitazione. Quando schiudono i tricotteri, mettere una mosca con antenne accentuate è divenuto ormai un plus a cui non rinunciare. Al momento dell’ovodeposizione invece il problema si complica, perché le preferenze dei pesci vanno a insetti sì mobili, ma che riescano a penetrare il film con il proprio corpo. Più

che di salti, in questo caso, la tecnica è fatta di spostamenti repentini della mosca di 10-15 cm, prodotti con vibrazioni ritmate del vettino alzato in alto in verticale, mentre con la sinistra si controlla millimetricamente la tensione di coda (per far muovere in modo naturale una mosca spesso va concessa coda e non sottratta). Le imitazioni che ho elaborato sono leggerissime, costruite con pochi materiali, utilizzando le brillanti fibre Angelina per raffigurare la massa ovarica. L’amo è un grub accentuato e in tutti i modelli noterete che le ali vanno verso l’alto, a 45°, e sono un po’ più lunghe del corpo. Ciò consente, durante la trazione, di beccheggiare avanti e indietro sulle ali rimanendo bene a galla. Alcuni modelli stanno più abbottonati all’acqua e vanno fatti ‘strisciare, altri (vedi l’imitazione n. 8) rimangono altissimi sulla superficie, lasciando sotto solo l’ammasso di uova. Ricordo che per utilizzare al meglio queste mosche vale la pena osservare qualche minuto il comportamento dei veri tricotteri. Sarà facile comprendere come la tecnica dovrà essere un mix rapidissimo di salti, dragaggi e momenti di deriva morta, alternati due-tre volte nel corso della passata. Spesso, se si pesca a vista, vale la pena far saltellare la mosca a monte, lasciandola poi inanimata negli ultimi centimetri di corsa davanti al pesce. Se la ghermirà o no, anche dopo aver fatto tutto bene, non è dato saperlo, ed è il bello della pesca.

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COSTRUZIONE MOSCA

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1 • amo: n. 16 dritto • corpo: filo di montaggio beige • ali: due piume di petto di germano femmina • hackles: gallina brama hen • antenne: punta di piuma di cdc Aldo Silva, tanti anni fa, mi mostrò una mosca con le ali fatte con il germano, posizionate così sul corpo. Era una mosca pesante, con il corpo in pelo di cervo rasato, che stava su grazie alla stazza e alle caratteristiche dei materiali. Ho eliminato tutti gli appesantimenti e ridotto la taglia. Le ali divergenti creano una bella ‘V’ sull’acqua e la parte anteriore, grazie alle hackles e alla voluminosa imitazione delle antenne, consentono a questa imitazione la possibilità di sollevarsi dall’acqua o disassare al minimo recupero. Alla fine di ogni trazione la mosca ritrova la giusta posizione grazie proprio alle ali, che rappresentano l’ 80% del volume totale dell’insetto.

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2 • amo: n. 16 dritto • corpo: hackles di gallo grigio • ali: piuma di petto di germano femmina • hackles: gallo grigio • antenne: punta di piuma di germano femmina Imitazione che non potevo non mostrare. Si tratta di una piccola Peute alla quale ho aggiunto il particolare di un sostegno anteriore dato dalle rigide piume di gallo grigio genetico. Queste, montate a ridosso della piuma di germano femmina, creano volume e le impediscono di chiudersi su se stessa quando bagnata. Se il germano è montato corto, come in questo caso, questa mosca si asciugherà con due falsi lanci anche dopo ripetute catture.

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IVANO MONGATTI • IL LUNGO ANNO DEI TRICOTTERI 3 • amo: n. 16 dritto • corpo: filo di montaggio scuro • ali: due piume di gallina brama hen + ciuffetto di polipropilene • hackles: gallo grigio • antenne: fibre di pelo di cervo

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Questa è una mosca particolare, che amo molto per le soddisfazioni che mi ha dato in passato. Non è una vera e propria skating sedge, quanto piuttosto una mosca talmente leggera che si muove e vibra alla minima sollecitazione di vettino, pur rimanendo spesso abbottonata all’acqua. Il ciuffetto di polipropilene è montato tra le ali con l’intento di creare volume e non farle appiccicare insieme. La scelta del ciuffo di cervo per le ali è obbligata, in quanto avevo necessità di una forte resistenza all’affondamento in caso di repentini colpetti. Il ciuffo rigido di cervo si appoggia sull’acqua sino quasi a far capovolgere la mosca, che spesso saltella perfettamente in avanti di qualche centimetro

4 • amo: n. 16 dritto • corpo: ppp • ali: due piume di cul de canard + fibre di cervo • hackles: gallo grigio genetico • antenne: fibre di gallopardo

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Il cul de canard è una scelta sicura quando cerchiamo il galleggiamento, ma spesso la sua caratteristica di appiccicare le fibre quando bagnato non consente alle imitazioni movimenti e saltelli realistici (al massimo possiamo strisciare in acqua, in dragata, pescando a discendere). In questo caso ho allargato al massimo le fibre delle ali, miscelandole a rigide fibre di cervo. La hackle anteriore è montata con almeno 5 giri, al fine di creare volume e appoggio, mentre le fibre di gallopardo montate davanti creano l’effetto ‘leva’ durante le trazioni.

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COSTRUZIONE MOSCA

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5 • amo: n. 16 grub • massa ovarica: Angelina fiber verde • corpo: ppp • ali: fibre di ppp crettato bianche e nere miscelate • hackle: gallina brama hen Per imitare una sedge in ovodeposizione non trovo di meglio che un pallino di Angelina fiber verde. Si tratta di una fibra abbastanza pesante, ma iridescente e attraente per il pesce. Ho reso questa mosca leggera e galleggiante utilizzando in pratica solo ppp e una hackle morbida. Le ali sono divise a ‘V’ all’indietro e tendono verso l’alto in modo da offrire un cono d’appoggio sempre crescente all’insieme.

6 • amo: n. 16 grub • massa ovarica: Angelina fiber verde • corpo: ppp • ali: due piume di cdc + fibre di cervo • hackle: gallo grizzly

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Presento questa imitazione con un certo orgoglio. Mi piace e ritengo sia perfetta sia nelle grandi che nelle piccole misure, estremamente efficace. La sua originalità sta nella disposizione alta delle due piume di cdc montate fissando l’estremità e ripiegando la penna su se stessa, fermando la base del calamo nello stesso punto, ottenendo quindi una ‘sacca’ di forma semicircolare. Queste due sacche vengono prima divise a ‘8’ dal filo di montaggio e poi ancora dalla hackle di gallo, che le incrocia alla stessa maniera. Il cervo regala la silhouette giusta e il movimento è assicurato a ogni più piccola sollecitazione del vettino.


IVANO MONGATTI • IL LUNGO ANNO DEI TRICOTTERI 7 • amo: n. 16 grub • massa ovarica: Angelina fiber verde scuro • corpo: ppp • ali: due piume di gallina brama hen + ppp bianco • hackles: gallo grigio scuro

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La mosca giusta per le acque lente o piatte. Imitativa al massimo con le due ali in gallina e la sua massa ovarica ben in evidenza, riesce a muoversi e a strisciare bene in superficie grazie all’appoggio parachute anteriore, il cui supporto è costruito utilizzando parte del ciuffetto di ppp. Senza voler essere irriverente, diciamo che è una specie di Klinkammer con le ali, elemento che durante le brevi strisciate in acqua diviene essenziale per aumentarne l’attrattività.

8 • amo: n. 16 grub • massa ovarica: Angelina fiber verde + hackles di gallo grigia • corpo: ppp • ali: fibre di cervo • hackle: hackle di gallo grigia

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Ancora una mosca da acque lente, che al contrario della precedente si colloca molto sollevata in acqua e saltella e zompetta alla minima trazione. La prima cosa che si nota è l’hackle di gallo posta appena sopra la massa ovarica, indispensabile per tenere alta la mosca e allo stesso tempo per ancorarla un minimo all’acqua immergendosi solo sino a quel punto; il resto lo fa il cervo e soprattutto l’hackle anteriore.

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ITINERARIO BASSFISHING

M AX M UGHINI indian.rec@libero.it

seconda parte

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TE R RE SELVAGGE


MAX MUGHINI • TERRE SELVAGGE

S

pero che non vi siate persi, nello scorso numero, l’articolo con la prima parte di questa avventura, nel quale parlo di un pazzo che con 40 gradi se ne sta in barca sotto il sole per dieci ore nei meravigliosi laghi del sud della Sardegna a caccia di bass. Ci eravamo lasciati con il mio incontro con Carlo Marongiu (e non Claudio come avevo scritto) della nautica Marongiu di Sant’Antioco, che mi parlava del lago del Flumendosa, luogo di cui avevo già sentito parlare a lungo negli anni passati da alcuni amici. Decidiamo quindi di vedere e pescare in questo lago. Veloce preparazione, saluti agli amici sardi di Tatralias e si riparte. Il Flumendosa del quale parlo è il primo bacino artificiale creato lungo il corso del famoso fiume e si trova in località di Villanova Strisaili, frazione di Villagrande Strisaili. Sapete una cosa? Quando andrete in Sardegna non vi affidate al navigatore, a meno che non vogliate fare, come il sottoscritto, un tour nei paesini sperduti tra i monti Gerrei. Paesaggio fantastico, sia chiaro, ma con Navara e barca che passano i dieci metri può rivelarsi un attimino difficoltoso ritrovarsi in borghi strettissimi con curve a gomito e macchine parcheggiate qua e là (non potete immaginare le facce degli anziani seduti davanti ai barrettini locali quando ci hanno visto arrivare tra i monti con la barca…). Durante il viaggio il cervello continua a macinare i racconti, con le catture e le esperienze, degli amici che erano stati a pescare sul Flumendosa, così che appena arrivo in acqua ho qualche punto di riferimento su dove e come iniziare la battuta di pesca. L’idea è quella di risalire il fiume, dal lago, verso nord. Fa un caldo davvero tremendo. La temperatura esterna è di 40 gradi e l’acqua è mediamente sui 28 gradi. Il fiume potrebbe avere temperature leggermente più basse e le alte rocce creano zone d’ombra importanti. Certo non siamo molto fortunati: siamo capitati nelle settimane in cui l’acqua del bacino viene pompata per riempire bacini più piccoli, dei paesi limitrofi, per produrre acqua sia potabile che irrigua e il livello scende a ritmi vertiginosi, quasi 1,5 m al giorno. Risalgo tutto il fiume e inizio a pescare. Le esche di reazione sono le prime che prendo in considerazione, in particolare spinnerbait e topwater di grosse dimensioni, ma il caldo atroce non dà tregua e tiene i bass in uno stato di ferma totale. Ne approfitto per fare un giro ‘turistico’ in barca. Sono anni che aspetto di vedere questo magnifico lago e adesso me lo voglio proprio girare tutto con la mia Pro Team 175: un po’ d’aria in navigazione è un vero toccasana con queste temperature. Prendo appunti, segnando zone e punti interessanti per la pesca sul GPS dell’ecoscandaglio, secche, scalini, foreste sommerse e semisommerse, pianificando un programma di pesca anche per i giorni successivi. Il pomeriggio passa e mi riporto sul fiume per pescare le ultime ore di luce. C’è un punto meraviglioso dove un ruscello butta acqua anche nei mesi più caldi, creando una cascata davvero suggestiva. L’acqua è piuttosto chiara, ma con gli occhiali polarizzati non vedo nessun movimento di pesce, di nessuna specie. Sembra che non ci sia pesce! Via le esche di reazione quindi, per passare a esche di presentazione. Do fiducia a uno dei miei siliconici preferiti, la Larva Molix. Ho intenzione di fare selezione, per cui scelgo un 120 mm di artificiale su un amo del 3/0 OMTD off set e piombo a proiettile (rigorosamente in tungsteno) da 1/16 di oncia. La scelta di questo amo a gambo dritto è data dal fatto che la parte anteriore della Larva è piuttosto sottile. Il pesce è apatico, l’ac-

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ITINERARIO BASSFISHING

qua è chiara e non necessito di un gap pronunciato. Tanto meno di un amo pesante. Quindi amo ben nascosto, piombo libero sul finale in fluorocarbon da 12 libbre e taglio (come mio solito) la coda della Larva dividendola a metà… adoro il movimento di questa esca in acqua. Il colore è molto simile al verde dell’acqua e intervallo pose delicate a pose più rumorose per cercare la ‘chiave’ giusta di rumorosità e di velocità di presentazione. Ma è la vegetazione in acqua che cerco, in particolare alberi nel sottoriva, e appena li trovo cerco di skippare l’artificiale più all’interno possibile. Sbaammm! Ecco la chiave giusta! Inizio a prendere diversi bass di buona taglia, tutti sopra al chilo di peso con una forza imbarazzante. Attorno alla cascata, invece, l’idea è quella di pescare di reazione e a galla. Primo lancio con una big bait da top water e, come in ogni storia che si rispetti, arriva la tanto sperata esplosione. Semplicemente fantastico. D’accordo, si sta avvicinando il tramonto e il pesce tende ad alzarsi, ma sembra di essere in un altro lago rispetto alla pescata di poche ore prima. Le catture si susseguono, tutte a galla e con tutti pesci degni di nota. Una libidine! Alloggiamo nell’hotel Istellas, una struttura stupenda situata direttamente sul lago con pontile galleggiante e tutti i servizi del caso. La sera, dopo le piacevoli chiacchiere da pescatori con amici faccio il punto della situazione. Riguardo alcuni spezzoni video (sono sempre in giro per realizzare i miei filmati di Bass Zone e Bass Stage per «Caccia e Pesca»), guardo

i miei appunti e pianifico l’uscita della mattina. Vista la temperatura, nonché il movimento dei bass nelle ore serali, l’alzataccia è d’obbligo. La mattina infatti è ancora buio e sono già in barca a preparare le montature. Ho intenzione di iniziare la pescata in un’ansa che per decine e decine di metri è piena di alberi semisommersi. Imposto la rotta che ho memorizzato il giorno prima e via, qualche minuto di navigazione e ci siamo. Lo spettacolo è semplicemente meraviglioso, il sole è ancora nascosto e tutto intorno c’è un colore rosso-arancione quasi finto per quanto è bello. Mi sento concentrato e carichissimo, visti i risultati della sera precedente, e parto pescando seguendo la falsariga delle tecniche che mi hanno dato catture importanti. Nel casting deck della barca monto quattro canne, di cui tre dedicate a esche di reazione e una con la Larva innescata a texas. Vento assente, luce ancora bassissima e mi gioco la carta delle big bait da superficie di varie misure e dimensioni nei pressi delle piante in acqua bassa, che caratterizza tutta l’ansa. Ho due attacchi, ma che più che attacchi sono gorghi sotto alla big bait. È segno che qualcosa sono riuscito a smuovere, ma non nella maniera giusta, perché


il bass non attacca l’artificiale. Lo ha seguito per un po’, per poi scacciare l’intruso. Cambio immediatamente canna e presento un buzz bait (il nuovo Lover Molix, ideato dal grande Mike Iaconelli). Lancio qualche metro oltre allo spot dove avevo visto il bass e lo faccio arrivare con un recupero il più lento possibile, con qualche strappetto. Questa volta l’attacco c’è, eccome! Sembra una bollata in due tempi in realtà: il big ha preso l’artificiale salendo in verticale e uscendo dall’acqua, per poi fare un secondo immediato salto. Adrenalina allo stato puro! Lo porto in barca e lo ammiro per qualche secondo: è un big maestoso, perfetto in tutto, con una linea laterale marcatissima. Do anche a lui il giusto rilascio e proseguo. Continuano catture di tutto rispetto, poche ma di qualità, fino a che il sole non torna a friggere sia noi che la superficie dell’acqua. Il bass sparisce nuovamente. Intravedo ancora una punta dell’ansa che rimane all’ombra, ma non riesco a raggiungerla in barca. Decido quindi con Ivana (che ormai conoscete, ma per chi non lo sa è il mio operatore oltre che la mia dolce metà) di scendere a riva per provare quelle poche decine di metri d’ombra prima che il sole arrivi anche lì. Un’unica canna con la Larva 120, perché la vegetazione è troppo fitta per pescare di reazione. Tolgo il piombo a proiettile e appesantisco l’artificiale con un insert in tungsteno, giusto per bilanciare il siliconico in presentazione. L’acqua è bassissima, con grossi massi sotto alle piante. Faccio ‘giocare’ l’artificiale tra i rami e le roc-

ce, quindi lo faccio uscire dall’acqua per passare sopra un ramo e tornare poi in pesca. Una presentazione molto sinuosa e piuttosto ‘invasiva’, ma che sembra gradita a un big bass che esce all’improvviso dallo spot e si aspira la Larva come fosse una piccolissima mosca. Mi ha preso alla sprovvista: il livello dell’acqua non supera i 50 cm e il fondale è ben visibile ma non avevo assolutamente visto quel pesce. Segno che sotto o tra le rocce hanno spazio per nascondersi a dovere. Devo lavorare un po’ per tirarlo fuori dalla vegetazione senza che si ferisca e che mi rompa il filo. Entro anche in acqua con le scarpette ‘da aperitivo’ e riesco ad afferrarlo! Spettacolare, soddisfacente e strepitosamente adrenalinico! Il sole torna alto, il livello del lago scende a vista d’occhio e ce ne andiamo. Torniamo in pesca per il tramonto e ci dirigiamo verso il fiume a nord. Navigo più piano, perché voglio osservare delle strutture che avevo notato dalla strada. Ci sono dei piloni di un vecchio ponte, di cui uno affiora leggermente dall’acqua. Ecco la solita vocina… quella che in un cartone animato si materializzerebbe con l’omino che sussurra all’orecchio: «Fermati, fermati… questo è un posto speciale... fermati! Qui c’è il tesoro!» Ascolto sempre queste vocine, quindi mi fermo. Canna da 2 oz, big bait e mi avvicino. Lancio il grosso artificiale direttamente a ridosso del pilone affiorante, cercando di curare la posa in acqua. La big bait in presentazione deve simulare la bollata di un predatore su una preda che, in questo caso, rimane lì mezza ferita. È una tecnica che adoro e alla quale dedico molte uscite mirate durante la stagione; può regalare tanti capotti ma anche sorprese che ti si spalmano nella mente per sempre. L’artificiale si appoggia in acqua e il movimento che genera lo fa muovere sul posto creando tante piccole onde che si propagano per qualche decina di centimetri. Tendo il trecciato (con finalino da 25 libbre) in acqua e dopo qualche istante do una piccola twicciata di cimino per animare un attimo l’artificiale sno-

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ITINERARIO BASSFISHING dato, che torna a muoversi sul posto. In quel preciso momento, così come deve succedere, il bass aspira letteralmente la big bait, che sparisce nel nulla senza schizzi né rumori. Non ferro, aspettando di sentire il peso in canna, perché sono sicuro che si tratta di un pesce di dimensioni notevoli. E la conferma arriva immediatamente. Il trecciato è ben steso, per cui ferro deciso ma senza forzare troppo. Il big non cerca di abissarsi, ma tende a saltare immediatamente. Quella meravigliosa ‘danza’ che solo i bass sanno fare, lenta mentre tentano di saltare dall’acqua, a destra e sinistra, come se volessero farsi vedere e ammirare. In quei momenti i miei occhi diventano lucidi e il magone allo stomaco si fa sempre più forte. È l’emozione che dà un big bass su una big bait… non c’è niente da fare. Il big è davvero fortissimo. Neanche la canna da 2 oz è in grado di gestirlo e di evitare che possa saltare e liberarsi. E così è: riesco a portarlo fino sotto alla barca, poi, come da copione, fa l’ultimo salto più ampio dei precedenti, scuote la testa e si slama. Io rimango lì per qualche attimo, impietrito ma non dispiaciuto. È già il secondo ‘mostro’ che attacco in questa avventura sarda e che mi si slama, ma il mio stato d’animo non è a pezzi, anzi: mi sento appagato, ho l’adrenalina

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che mi ha tolto il respiro, credo di aver smesso di respirare per diverso tempo. Ho visto scene che ogni bassman vorrebbe vivere. Peccato che si sia slamato, certo, ma non mi dispiace aver scambiato bellissimi salti davanti a me con una perfetta gestione del combattimento, tenendolo forzato sott’acqua per riuscire a salparlo. Del resto dei big questo viaggio me ne aveva già regalati, quindi slamare il secondo dei diversi presi non mi dispiace. La serata continua con catture di pesci importanti, ma mi sento appagato anche del Flumendosa e penso già al prosieguo del viaggio verso un’altra destinazione. Si tratta di uno dei laghi artificiali che da tempo voglio visitare per i miei filmati: direzione nord, verso il massiccio del Gennargentu tra Orosei e Nuoro. Questa volta il navigatore pensa bene di farmi visitare l’entroterra più isolato e passati due paesini con strade strettissime mi ritrovo in aperta campagna, dove tutto finisce. Grazie alle indicazioni del solito lavoratore sardo molto gentile torniamo sulla retta via e arriviamo all’agriturismo Canales, che dà direttamente sul lago Cedrino, a 5 km da Dorgali. Prima di arrivare attraverso un ponte sopra l’ansa principale e non credo ai miei occhi… Acceleriamo quindi i tempi di sistemazione in camera, prepariamo


MAX MUGHINI • TERRE SELVAGGE

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ITINERARIO BASSFISHING

attrezzatura e telecamere e subito in acqua. Ci troviamo a navigare pian piano, in silenzio, rapiti dalla bellezza del posto. È quasi sera, per cui preferisco dare una buona occhiata in giro per pescare la mattina successiva con le idee più chiare. Ma dove giro lo sguardo vedo spot su spot. Il livello dell’acqua è ottimo, a differenza dei laghi visitati finora. La temperatura, anche se siamo a un livello sul mare più alto degli altri, è di 30 gradi. Ma non mi preoccupo. Vedo nell’Humminbird una strada sul fondo ben definita, a circa 25 metri: è la strada che utilizzavano i mezzi mentre costruivano la diga; la roccia veniva presa direttamente da quello che adesso è il lago e portata per costruire la diga. Troviamo quindi un ponte sui sei metri di profondità e arriviamo a quella che doveva essere la cava d’estrazione, dove la roccia e le pietre venivano lavorate. In effetti c’è una sorta di macchinario in cemento e ferro, semisommerso, e sotto si vede davvero di tutto… Spot su spot! Proseguendo, arriviamo a una piccola isola. Il buio è alle porte, la smania di pescare prende il sopravvento e mi metto a fare qualche lancio per

vedere come butta… Posso garantirvi che avevo un pesce in canna per ogni lancio. Niente di che, tutti bassettini sui 300-400 g, ma indiavolati, con una competizione alimentare elevata. Belli, sani, in forma. Ci sono tutti i presupposti per una bella giornata di pesca. La mattina, ovviamente, siamo in acqua con il buio. Mi affido ancora una volta al GPS e ai punti segnati, quindi inizio a pescare in questo posto da fiaba. Il lago è allungato e si dirama in due fiumi con foce larga, di cui uno è piuttosto lungo e navigabile per diversi chilometri. Decidiamo di prendere la via della diramazione più grande. Nel lago i pesci non mancano, ma ho intenzione di cercare pesci grossi, che sicuramente cercheranno posti più isolati, dove i branchi di bassettini non sono così numerosi. Man mano che risaliamo il paesaggio diventa sempre più magico. Arriviamo in un canyon di roccia rossiccia, altissima a picco sull’ acqua, tanto bello da sembrare irreale. Qui troviamo delle grotte dove si avventurano gruppi di speleologi. Sono alte metri e metri e ne proviene un’aria gelida, tanto che non si riesce a rimanervi davanti a lungo. All’interno volano i pipistrelli, diversi uccelli entrano ed escono, diversi animali si abbeverano in nei pochi punti accessibili all’acqua. E le catture non mancano. Potrei continuare a raccontare ancora dei big presi con esche e tecniche diverse, ma a questo punto preferisco lasciarvi con la mente e la fantasia indirizzate in questo magico posto. In questo viaggio mi ero proposto di visitare posti nuovi, dei quali comunque mi era stata segnalata la rilevanza: sapevo che valeva la pena andarci e documentare la pesca del bass. Qui ci sono gestori, enti e persone che amano il proprio territorio, come amano e rispettano il pesce e il luogo dove vive. Chi ama stare nella natura e la rispetta, come rispetta questo magnifico pesce, sappia che esistono posti così, ben gestiti, ben serviti da agriturismi pronti e preparati a ospitare i pescatori e che non cucinano i pesci del lago, se non quelli consentiti. Chiudo ringraziando tutti, ma veramente tutti i sardi che ho incontrato, che mi hanno accolto come fossi della famiglia, che quando sono andato via avevano gli occhi lucidi, e ringrazio le autorità che ho incontrato, come il sindaco di Tatralias e il responsabile dell’Enas che ci ha concesso i permessi per entrare in barca come ‘pionieri’ nel lago Tatralias. E non posso non ricordare ancora una volta che l’entroterra della Sardegna è incredibilmente bello, tale da far dimenticare ogni cosa, ogni problema, il lavoro, la vita quotidiana. Qui ci si sente davvero parte della natura, parte di un luogo magico, unico e selvaggio.


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GIGIA SUPERSTAR


MAURO BORSELLI • GIGIA SUPERSTAR

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n tempo, dopo trote e temoli, il massimo cui ambire erano senz’altro i salmoni atlantici, quelli del Pacifico, o le steelhead, mentre oggi il raggio d’azione si è ampliato in modo impressionate dando spazio alle cosiddette ‘pesche alternative’, di cui sono stato da sempre un attivo sostenitore. Ecco, pertanto, aprirsi la strada anche ai pesci di mare, oltre che su quelli di acqua dolce meno conosciuti, che attualmente appaiono molto apprezzati da una buona fetta di moderni moschisti desiderosa di mettersi alla prova in ambienti tanto diversi da quelli canonici. È interessante vedere come sistemi di pesca alternativi presentati da me e da altri collaboratori di questa di rivista, primo fra tutti per il mare il geniale Marco Sammicheli, poco più di 1314 anni fa, che all’inizio hanno destato stupore e incomprensione tra i pescatori a mosca più ortodossi, oggi invece riscuotano un ampio consenso tra le nuove generazioni di pescatori a mosca (basti pensare alla pesca delle carpe), tanto che un tema scottante come quello dei siluri trattato nei numeri precedenti, che ha sollevato comprensibili critiche, sarà a mio avviso di attualità tra qualche anno, quando una buona parte dei moschisti capirà realmente le enormi potenzialità di divertimento e interazione con la natura dei nostri bistrattati fiumi cittadini fornite da questi predatori, che ormai possiamo definire ‘pesci comunitari’ a tutti gli effetti. La tendenza attuale, comunque, è sempre quella di ricercare pesci di taglia, il tutto forse nello spasmodico tentativo di soddisfare il nostro ego smisurato, quasi a dover dimostrare in tempo reale a parenti, amici e frequentatori dei vari forum l’alto grado di abilità e di specializzazione ormai raggiunto. Ma alla fine, dopo aver concretizzato la maggior parte dei nostri obiettivi ed essere riusciti ad allamare il mostro di turno, cos’altro ci rimarrà da fare e sperimentare per non essere ripetitivi e ridondanti, cercando di continuare a godere ancora delle fantastiche emozioni e immense gratificazioni tipiche della pesca con l’attrezzatura da mosca? Una soluzione potrebbe essere forse quella di tornare alla semplicità delle origini, quasi si trattasse dell’arco di una parabola che ciclicamente si rinnova, su altri pesci e nuovi approcci tecnici, alla stessa stregua di ciò che accade nella vita reale, che da sempre è scandita da cicli ben precisi e circostanziati, che sistematicamente si ripetono dalla notte dei tempi. Questo articolo vuole rappresentare e raccontare proprio un possibile ritorno alle origini, momentaneo e fugace ma non per questo meno soddisfacente, un po’ come quello che sta accadendo ai nostri cugini dello spinning in mare, che dopo essersi divertiti a macinare catture di pesci di taglia crescente (basti pensare ai pesci serra, ai barracuda, alle enormi lecce amia e ai terribili tonni rossi, solo per citarne alcuni), oggi mettono da parte le canne pesanti e gli stand up ri-

correndo alle light tackles per dedicarsi al rock fishing con umiltà e rinnovata passione, insidiando specie alternative certo meno blasonate, alla ricerca di occhiate, perchie, saraghi, scorfani, passere, rombi e ogni altro tipo di pinnuti o cefalopodi che frequentano stabilmente il sottoriva di fondali più o meno rocciosi e sabbiosi, divertendosi un mondo nell’insidiarli con artificiali minuscoli e attrezzature sottodimensionate. La scorsa estate mi trovavo dunque al mare: durante il giorno adempivo diligentemente agli obblighi familiari, mentre la notte uscivo come un vampiro assetato di sangue di spigola, concentrando la mia azione nel momento di maggior scaduta della marea, quando i branzini si avvicinano in spot prestabilititi per cacciare cefali e altra minutaglia. Di tanto in tanto, in orario diurno riuscivo comunque a eclissarmi di soppiatto andando al vicino porticciolo dove, pasturando col pane raffermo, era possibile insidiare qualche bel cefalo combattivo con l’imitazione della bread fly modello ‘arpetta’ (ne parleremo in un prossimo articolo). Avevo appena guadinato un bel cefalo nettamente superiore al chilo, quando la mia attenzione fu catalizzata dalla presenza di due ragazzini di 10-12 anni circa seduti poco distante sul margine del pontile con le loro canne a fondo, pochi attrezzi, il minimo indispensabile e un secchiello da spiaggia; improvvisamente uno dei due salpò un piccolo pesce, un semplice ‘ghiozzo’, agganciato a poca distanza dalla struttura, ove probabilmente aveva trovato rifugio.

Le caratteristiche di quel pesce selvatico, i suoi colori maculati, la morfologia così particolare del corpo e l’ampiezza perfetta della pinna caudale, di quelle ventrali e dorsali, hanno immediatamente risvegliato ricordi ancestrali, relativi alle prime uscite di pesca in mare in compagnia di mio padre a Savona in Liguria e a Chioggia nella laguna veneta: avevo 5 anni e con la cannetta fissa passavo ore sugli scogli in attesa di una toccata. Il rito iniziava sempre la sera prima con la

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preparazione del pastone creato col pane avanzato bagnato e arricchito di una buona dose di formaggio grattugiato e pezzi di acciughe, che veniva lavorato e asciugato pazientemente con le mani fino a formare una pasta densa quel tanto che bastava per essere compattata sul piccolo amo; poi, una volta giunti sul posto, ci procuravamo anche i ‘muscoli’, ossia le cozze, e, quando eravamo proprio agguerriti, anche alcune scatolette in cartone pressato che custodivano i preziosissimi vermi di mare, nel negozio di pesca del porto vecchio. Si pescava dagli scogli tra le onde della risacca col galleggiante a peretta oppure con una piccola piombatura, cercando di percepire direttamente sul cimino le tocche di saraghi, salpe, cefali, occhiate e quant’altro; io però, vista l’età e la ridotta lunghezza della mia cannetta fissa, agivo solo in prossimità dei buchi del sottoriva creati tra una pietra e l’altra, a caccia di ‘gigie’ (ghiozzi) e bavose, che in realtà non si facevano attendere molto: mi ricordo ancora i terribili morsi che mi davano quei piccoli pesci quando cercavo di slamarli delicatamente per non perdere la montatura e il prezioso amo che purtroppo inghiottivano facilmente in profondità. Sono tra i pochi ricordi vividi e preziosi che conservo di mio padre, che era un accanito pescatore di acqua dolce e di mare, in quanto mi ha lasciato orfano all’età di 10 anni; probabilmente nel corso dell’infanzia molte cose sono state inconsciamente resettate nel tentativo di mitigare e razionalizzare quella dolorosa esperienza di vita, ma rivedere i ghiozzi presi da quei ragazzini mi ha fatto fare un tuffo nel passato, obbligandomi anche ad effettuare alcune considerazioni. Il pescatore a mosca che si approccia all’acqua salata generalmente lo fa per ricercare prede combattive e di taglia, ma mentre per l’acqua dolce c’è una sorta di percorso predeterminato che ci

porta inizialmente a insidiare pesci insettivori come scardole e cavedani, per arrivare alle trote, ai temoli e successivamente a predatori come persici trota, lucci ecc., al contrario in mare, nella maggior parte dei casi, il salto di qualità si fa senza rispettare questa gradualità, cercando sin dal principio specie di pregio nel sottocosta o in foce come le spigole o qualche rara orata, i serra, i barracuda, le lecce amia, oppure off shore come tonni rossi, alletterati, tombarelli, palamite, lampughe, ricciole di branco, lecce stella, lanzardi, sgombri, sugarelli e così via. L’assenza di gradualità tipica degli altri sistemi di pesca e la voglia di confrontarsi subito con pesci blasonati e tenaci, tuttavia, produce spesso il risultato opposto, nel senso che basta una serie negativa di uscite a vuoto per far vacillare la volontà del pescatore a mosca di turno, che in mancanza di risultati concreti e tangibili decide velocemente di ripiegare su specie più abbordabili e prevedibili. A mio parere, l’impatto con una pesca dura come quella a mosca in mare da riva deve invece essere graduale e mediato: anziché pensare a insidiare subito pesci come le spigole, sarebbe bene ridimensionare le proprie ambizioni verso pinnuti più accessibili che proliferano nel sottoriva; in questo caso, anche una specie come il ghiozzo può rappresentare un banco di prova soft e un piacevole inizio per avvicinarci a un ambiente camaleontico, mutevole e complesso che risulta molto diverso da quello tipico di fiumi, torrenti e risorgive da salmonidi e timallidi. Infatti, in virtù del principio della gradualità, ritengo che sia basilare cercare di passare più tempo possibile in uno spot marino per conoscerlo nei vari orari con condizioni di luce e di marea differenti, per capire come vi operano le correnti in fase di salita e in quella di scaduta, per vedere dove si concentra il pesce foraggio presente, per comprendere con ampio anticipo dove potrebbero andare a pascolare i predatori che se ne cibano; per far questo, anche al fine di non annoiarci, potrà essere utile il ricorso a sistemi di pesca alternativi come ad esempio il ripiego sulla bread fly, ma anche a quello che è oggetto di questo articolo. Passare molto tempo nella zona prescelta permetterà di osservare particolari impercettibili, che sono totalmente invisibili a uno sguardo frettoloso e superficiale: nell’effettuare queste pesche alternative mi è capitato spesso di assistere a fenomeni di predazione che non avrei mai sognato di vedere in quegli spot, riuscendo a prendere al volo anche delle spigole cambiando velocemente artificiale. Sono catture che non sarei stato in grado di concretizzare se non mi fossi trovato in loco per ore con la scusa di insidiare altre specie di minor pregio. In particolare, mi ricordo di una battuta nel mare della Calabria, quando pescai per giorni e notti intere nel tentativo di prendere qualche spigola e, dopo che tutti avevano mollato per la delusione e la stanchezza, tirai fuori il mio asso nella manica iniziando a pescare con la bread fly in un piccolo ramo secondario di una laguna antistante al mare. Dopo aver passato alcune ore divertendomi ad agganciare parecchi cefalotti (i più belli entravano a razzo nel canneto e spaccavano tutto!), improvvisamente verso sera, col cambio di luce, vidi una cacciata superficiale in prossimità di un pezzo di pane: i latterini e i piccoli cefali che se ne stavano cibando avevano attratto l’attenzione di un famelico predatore. Dopo qualche minuto ecco il secondo attacco perentorio, questa volta effettuato chiaramente da un pesce dalla colorazione verde sulla schiena e dorata sui fianchi, tipica della mimetizzazione della spigola lagunare.


MAURO BORSELLI • GIGIA SUPERSTAR Immediatamente tagliai il finale e aggiunsi un corto spezzone dello 0.25 circa, annodando in punta un’anguillina Mosca & Spinning, un’esca di reazione dall’impatto comunque discreto per quelle acque ferme prive di corrente; effettuai un lancio lungo, distante qualche metro in più rispetto alla zona della cacciata, misi in tensione la coda di topo e al secondo streep ecco l’attacco deciso di un branzinotto di 6-7 etti, che non ci pensò due volte ad aggredire quell’esca sfuggente dallo spin roteante. Incredibilmente, dopo ben cinque giorni consecutivi di inutili tentativi, in un istante ero riuscito a concretizzare una cattura di pregio, che aprì la strada anche ai miei compagni di pesca. In quel caso fu evidente che un sistema di pesca secondario e modesto, come quello tipico della bread fly, con tutti i limiti che ne possono derivare, mi aveva comunque permesso di permanere attivamente sul posto per essere spettatore privilegiato dei delicati meccanismi alimentari che governavano quello specchio d’acqua salmastra, trovando la chiave di accesso per interagire correttamente con l’ecosistema e i predatori di quello specifico spot. Ma torniamo ai nostri amati ghiozzi. Dopo aver visto quei ragazzini all’opera, si fece prepotentemente strada l’idea di cercare di pescarli con l’attrezzatura mosca; d’altronde si trattava di pesci di bocca buona e di facile cattura con le esche naturali, ma cosa sarebbe successo con imitazioni artificiali e soprattutto, come avrebbe dovuto svolgersi in concreto l’azione di pesca espressamente diretta alla loro insidia? Rispolverai velocemente piccole ninfe piombate e streamer con occhietti metallici, legai un paio di imitazioni a poca di distanza l’una dall’altra, quella più pesante con pallina di tugsteno in testa dotata di amo reverse per lavorare sul fondo, la seconda su un corto bracciolo posto a poca distanza e cominciai la mia nuova avventura di pesca, con una tecnica completamente diversa, che fino a quel momento era ancora tutta da scoprire e impostare. In effetti, se è piuttosto facile prendere i ghiozzi con il naturale, con l’esca artificiale le cose si sono dimostrate ben diverse e laboriose, per cui ci ho messo del tempo (un paio di uscite) per capire come muovermi correttamente in quello spot portuale e quale azione di pesca potesse essere maggiormente produttiva. Alla fine, con un po’ di costanza e applicazione, sono arrivate le prime soddisfacenti conferme. Avevo inizialmente impostato la mia azione su una ricerca esplorativa a 360° sul fondo: lanciavo a una distanza media di 1015 m, lasciavo scendere le mosche in prossimità del fondale e poi le recuperavo lentamente; si trattava di una pesca di ricerca in caccia a raggiera, che però non dava alcun riscontro. Cominciai allora a pensare alla morfologia del ghiozzo e soprattutto alle belle esperienze maturate da bambino con mio padre: i pesci li prendevo sotto i piedi dentro ai buchi formati dalle rocce ove questi trovavano riparo, per cui era evidente che dovevo cercare di concentrarmi nell’immediato sottoriva, proprio in prossimità della struttura artificiale del pontile, ove c’era una buona presenza di pietre di rinforzo, di pali di sostegno, di tane e anfratti di ogni genere, tutti luoghi

ottimi per permettere alle gigie di appostarsi e mimetizzarsi, per poi sferrare un attacco fulmineo sulla preda di turno. Cominciai dunque a lanciare parallelamente al pontile, muovendo le mosche lentamente sul fondo; di tanto in tanto sentivo qualche impercettibile segnale che si trasmetteva sulla linea DT floating del n. 5, ma era difficile capire di cosa si trattasse realmente, se di attacchi o di meri contatti con pietre e altri ostacoli subacquei, finché nel corso dell’ennesimo recupero ecco uno stop più deciso degli altri e finalmente il primo ghiozzo finisce nelle mie mani: un pesciolino modesto, che però ero riuscito a prendere con un’imitazione di ninfa da trote e temoli beige dotata di una gold bead sul torace. È bene precisare che il ghiozzo marino che vive sottocosta generalmente non raggiunge taglie importanti: si tratta di pesci di uno o due etti, che però possono raggiungere dimensioni maggiori fino ai tre-quattro etti circa e poco oltre, che prediligono sostare nel fondale misto di pietra e sabbia del sottoriva in vicinanza di scogli, prismate e altre strutture artificiali, in tutti quei luoghi, insomma, caratterizzati dalla presenza di anfratti e tane ove stazionare, appostarsi per tendere agguati e rifugiarsi repentinamente dai predatori. Vale aggiungere, inoltre, che il ghiozzo è una delle prede più ambite dalle spigole in mare e dalle trote nelle acque dolci, tanto che vi sono moltissime imitazioni che lo riguardano; tra le più famose e replicate c’è sicuramente il Muddler minnow e anch’io ne ho presentato uno specifico dressing per la pesca sia del branzino che dei salmonidi (vedi articolo Il ghiozzo su «La Pesca Mosca e Spinning» 6/2011). Si tratta di un’esca molto ambita dai pescatori generici che, ovviamente, la usano in prossimità del fondo con risultati spesso importanti; un mio amico, nel periodo autunnale alla foce del Brenta in Veneto, nello stesso giorno e a distanza di pochi minuti di

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distanza, vi ha catturato due esemplari di spigola di 11 e 13 kg circa, veramente stratosferici. La vicinanza con la riva di questi luoghi fa sì che nel corso delle escursioni di marea accade sovente che le tane dei ghiozzi rimangano senz’acqua in fase di scaduta, circostanza che li obbliga a uscire allo scoperto per presidiare momentaneamente zone a loro meno congeniali, che potremo definire di transizione; è bene ricordarsene, perché è facile che dove si sono trovati i ghiozzi un giorno in un certo orario non vi siano più in quello successivo proprio a causa del deflusso del mare, per cui prestando attenzione con un po’ di esperienza, controllando preventivamente il libretto delle maree, saremo perfettamente in grado di programmare la nostra uscita in funzione delle migliori condizioni possibili. Il ghiozzo marino vive stabilmente nel sottoriva ed è perfettamente spalmato lungo le coste della nostra penisola, per cui viene identificato con vari pseudonimi dialettali regionali e locali (in Veneto è chiamato appunto ‘gigia’ o ‘maciarea’, nel Friuli ‘guatto’); la sua struttura, caratterizzata dalla testa grossa e dal corpo muscoloso più sottile, dalle ampie pinne pettorali che con quelle dorsali e la caudale si aprono a ventaglio, con la tipica colorazione mimetizzante maculata e marmoreggiata, lo rende in tutto e per tutto simile al ghiozzo di acqua dolce, denominato scazzone o in Veneto ‘marsone’, che, pur raggiungendo taglie minori, generalmente si può ancora trovare in buon numero negli ambienti con ac-

que pulite e ben ossigenate tipiche della zone a vocazione salmonicola. Ammirando la mia prima sudata cattura, non potevo esimermi dal pensare come fosse così diverso pescare in modo mirato questi piccoli pesci con la mosca rispetto all’esca naturale, con la quale l’aggancio appare banale e non voluto, visto che viene vissuto come una fastidiosa parentesi quando si stavano aspettando ben altre specie, come cefali, orate, saraghi ecc.; la mangiata del ghiozzo, oltre a rovinare la preziosa esca, obbliga il pescatore generico a recuperarlo distogliendo tempo ed energie dai suoi veri obiettivi, mentre a mio avviso pescare le gigie con la coda di topo e una leggera attrezzatura con ninfe e ministreamer rende il gioco potenzialmente divertente e tecnico, nobilitando una specie di minor pregio, come di fatto accade anche per molte altre di acqua dolce e salata. Ma c’è anche un altro dato non meno importante, in quanto i ghiozzi possono essere agilmente slamati senza ledere parti vitali del loro apparato boccale o delle branchie, visto che il loro attacco, pur fulmineo, non permette loro di ingoiare completamente la mosca, col risultato di consentire un valido e immediato catch and release minimizzando i casi di mortalità (a meno che non abbiamo deciso di deliziarci di una croccante frittura o di un sostanzioso risottino, in quanto si tratta di una specie molto ambita e ricercata dai veri buongustai) che, al contrario, sono altissimi con l’esca naturale, visto che questi pesci sono particolarmente voraci e, soprattutto nella pesca a fondo, hanno tutto il tempo di ingerire l’esca e l’amo nell’esofago, in profondità. Ma torniamo all’azione. Replicando quanto facevo fin da bambino, ho cominciato a non lanciare, pescando praticamente al tocco sotto ai miei piedi, lasciando fuori dagli anelli solo il finale allungato in nylon, simulando in sostanza quanto già accade nella moderna pesca a ninfa, ove è necessario mantenere un contatto diretto e ravvicinato con le mosche in modo da farle entrare in pesca attiva all’istante, percependo per tempo anche le toccate più subdole e mediate. A tal fine mi sono limitato a camminare lentamente sulle passerelle perimetrali in cemento del porticciolo, facendo strisciare le imitazioni direttamente sul fondo, animandole con micromovimenti del polso impressi sull’impugnatura della canna, in modo da renderle vitali e adescanti con un continuo saliscendi che le gigie di quello spot hanno dimostrato di gradire molto. Le catture sono diventate in breve tempo copiose e costanti, grazie a una tecnica semplice e minimale che richiede solo una buona dose di sensibilità, ove il lancio è di certo sacrificato in favore della percezione delle imitazioni. I ghiozzi hanno dimostrato di essere combattenti aggressivi e tenaci soprattutto se rapportati alle piccole dimensioni corporee, per cui una canna da ninfa per coda 3-4 di 9 piedi e mezzo o 10 piedi con una linea galleggiante del n. 3-4 sono più che sufficienti per farci godere appieno del divertimento generato dalla lotta con questi pesci. Dopo l’attacco, se riuscirete a ferrarli al volo, saranno capaci di piegare


MAURO BORSELLI • GIGIA SUPERSTAR l’attrezzatura in modo impressionante grazie allo scatto bruciante col quale cercheranno di riguadagnare la libertà per dirigersi verso la loro tana; poi, esaurita la spinta iniziale, verranno velocemente in superficie facendosi ammirare per la particolare silhouette e la coloratissima mimetizzazione. Durante il recupero delle mosche sono consigliati movimenti minimali, in quanto la gigia di norma fa brevissimi spostamenti per inseguire le sue prede privilegiando sempre l’agguato, per cui se si è sentita una toccata è bene insistere in quel punto ed eventualmente soprassedere facendolo riposare per poi tornarci, visto che sono pesci di tana fortemente territoriali; anzi, dove se ne trova una è probabile che ve ne siano delle altre, in virtù del fatto che probabilmente quel punto è ricco di tane e di cibo. L’attacco avviene principalmente per aspirazione mediante le repentina apertura della grande bocca; la testa grossa tradisce la potente muscolatura, che permette di trattenere le prede tra le fauci, che in alcuni individui risultano irte di denti acuminati e sottili. In merito agli artificiali, non servono eccessivi manierismi: andranno bene ninfe grossolane di fantasia purché munite di pallina di tungsteno in testa, da montare in punta, ma anche microclouser con occhi a catenella di colorazione bianca da annodare sul bracciolo; l’importante è che lavorino reverse sul fondo per minimizzare agganci e spuntamenti sugli osta-

coli e le pietre ivi presenti. Ho notato inoltre che sono da privilegiare gli ami ordinari da ninfa freshwater privi di ardiglione (n. 10 o 8), in quanto i ghiozzi vi si agganciano più facilmente rispetto agli altri: la loro punta penetra all’istante l’apparato boccale, che è piuttosto duro, concretizzando una notevole differenza di ferrate portate a termine positivamente rispetto agli ami ordinari dotati di ardiglione. Si tratta di un sistema di pesca alternativo, che ovviamente varierà molto in funzione delle specifiche caratteristiche dei diversi spot di volta in volta affrontati; potrà essere effettuato indifferentemente nei mesi estivi o in quelli autunnali, plasmandosi perfettamente sulle esigenze del moschista munito di nucleo familiare al seguito, potendo essere esercitato tranquillamente di giorno nelle vicinanze dei tratti costieri e delle strutture portuali. Personalmente ci vado di tanto in tanto in compagnia di mia figlia, che all’epoca delle foto che si vedono in queste pagine aveva compiuto 4 anni da pochi mesi, divertendomi un mondo nel vedere come interagisce con pesci come questi e trasferendole, senza eccessive forzature, tutto quel bagaglio di emozioni e di amore per la pesca che mio padre a suo tempo ha trasferito a me e che, probabilmente, è già parte integrante del suo patrimonio genetico. Il tutto nel pieno rispetto di quella parabola di esperienze e di vita sopra descritta, che ciclicamente scandisce tutta la nostra esistenza.


TECNICA ROCK FISHING

LIG HT R OC K FIS HIN G terza parte

S TEFANO C ORSI fulgur@tiscali.it

B

isogna sempre dare grande importanza alle piccole cose... L’universo è formato da quark e bosoni, tantissimi bosoni. Non mi stancherò mai di ripetere come i grandi segreti dei grandi pescatori siano una manciata di piccolezze, per cui occorrono un microscopio elettronico e una bilancia da farmacista per valutare i trucchi di una tecnica già di suo composta da piccole cose come il light rock fishing. Anche perché, finalmente, è giunto il momento di parlare di quelle minuscole cosine che conserviamo gelosamente nelle scatoline che trovano posto nei nostri piccoli marsupi e che lanciamo in mare con una cannina, annodate a un filino: le esche. Anzi, proseguendo con i diminutivi, le eschine…

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Dure e morbide, hard e soft, come il rock. In entrambi i generi si sono viste diverse innovazioni e prodotti specifici. La vera ondata di novità, la new wave, si è però manifestata nel soft. Una marea, un piccolo tsunami di mini-insidie morbidissime, appetitose, multiformi e multicolori ha ravvivato gli scaffali di molti negozi. Al di là delle motivazioni commerciali, il fenomeno si spiega con la vera, grande (stavolta enorme!) differenza alla base del LRF, che nasce come tecnica estrema atta a insidiare soprattutto pesci non predatori o che lo sono solo occasionalmente. Le hard lures, seppure di piccolissima taglia e di peso modesto, imitano piccoli pesci e necessitano di recuperi e animazioni che sono fuori portata dall’attacco da parte di grufolatori o pesci di tana, non dotati da madre natura di scatto e apparato boccale idoneo. Anche predatori veri e propri co-


STEFANO CORSI • LIGHT ROCK FISHING

me scorfani, sciarrani e perchie sono spesso durante gran parte della giornata strettamente legati al fondo e perlustrano solo i dintorni della loro tana o del loro anfratto preferito. Grazie ai loro morbidi materiali, invece, le soft bait sono molto imitative di prede ben più gradite a questi pesci, come vermetti, gamberetti, granchietti piccoli molluschi e cefalopodi. Anche i surrogati di pescetti e avannotti risultano maggiormente naturali e ‘vivi’, anche recuperati molto lentamente, lasciati in caduta o addirittura fermi. Non ci sono limiti nel loro campo di utilizzo: possono essere innescate in stili diversi e grazie alle loro doti antincaglio vanno letteralmente a stanare ogni pesce. Sono eccezionali anche nell’ajing-game e per la cattura di tutti i pesci di superficie e mezz’acqua. Insomma si potrebbe tranquillamente praticare il LRF solo con questa tipologia di esche, lasciando tranquillamente a casa tutto l’arse-

nale hard, mentre non sarebbe possibile fare il contrario. Ecco il motivo del loro incredibile incremento e successo. Oggi non è più necessario modificare, tagliare e adattare siliconici prodotti per altre tecniche, anche se continueremo a farlo, perché quasi tutte le aziende hanno sfornato o importato artificiali specifici, e finalmente anche ami, testine piombate e accessori dedicati. Sì, perché la scelta della giusta testina piombata nel LRF è importantissima. La misura dell’amo deve essere proporzionata all’esca, ma ancor di più alla bocca della preda da insidiare. È inutile tentare di prendere pesci con la bocca molto piccola, anche di buona stazza come occhiate, saraghi, salpe ecc., con ami del 2 o del 4. Oggi si possono facilmente reperire ami piombati nn. 8-10 o addirittura 12, che consentono l’innesco anche con artificiali da un pollice, e che sono tranquillamente aspirati dalla boccuccia di una bavosa. E poi la grammatura. Su inneschi così minuti anche un decimo di grammo può fare la differenza in velocità di affondamento e in tempo di permanenza in una determinata fascia d’acqua e ‘strike-zone’ del pesce e di conseguenza in termini di catture. Il medesimo vermetto innescato su una testina da un grammo può fare delle stragi e non essere nemmeno degnato di una musatina su una da un grammo e mezzo. Ricordate? Massima attenzione ai piccoli particolari. Per non dire che se pescate in acqua bassa e con mare calmo dovete anche provare a pescare weightless, cioè senza nessuna piombatura: a volte risulta la scelta vincente anche con belle spigole... Un aspetto da tener presente nella scelta della giusta testina è la sua forma e la disposizione del peso, fattori che influenzano molto l’assetto di affondamento e le possibilità di recupero dell’artificiale. Dovrete fare una valutazione globale considerando anche il tipo e la forma dell’esca, che gioca un ruolo importante. Un artificiale dritto e sottile è molto idrodinamico e offre molta minor resistenza all’affondamento di uno tozzo o dotato di appendici e codine, per cui la stessa quantità di zavorra applicata a due esche diverse sortisce effetti diversi. La forma del piombo risulta cruciale: ovale, rotonda, sottile, conica o piatta, agisce sull’azione, accentuandone la caduta verticale, rallentandola o facendola addirittura planare. ‘Free fall’ (caduta libera) o ‘Curve fall’ (affondamento curvo) sono due concetti fondamentali dell’ajing e del mebaring, specialmente del primo. Si possono modulare e aiutare anche con il controllo della lenza dopo il lancio, chiudendo l’archetto e mantenendo la tensione, oppure controllandone la fuoriuscita con la pressione dell’indice sulla bobina, oppure alzando, o abbassando, la vetta dopo l’entrata in acqua. Si può anche favorire lo sbobinamento, ottenendo una caduta verticale, cedendo filo con la sinistra o ‘disegnando’ una serpentina con il vettino sulla superficie. Con le testine piatte, o con quelle appiattite nella parte sottostante, magari innescate con esche appropriate che favoriscano questo effetto, si possono ottenere sbandamenti laterali molto adescanti, sia in orizzontale che in verticale. Il Dart Squid della Maria, per esempio, con piccoli twitch del vettino può essere fatto saltellare sul posto, anche sotto i piedi, cambiando ogni volta angolazione, come un gamberetto che saltella impazzito e che non passerà inosservato. Un’esca molto poco utilizzata, a torto, è il tube, che sembra un piccolo calamaretto cavo col corpo cilindrico e i tentacolini dritti. Innescato con una testina adeguata, da inserire come una suppostina al suo interno, e facendo con un po’ di pressione fuoriuscire l’occhiello, diviene un artificiale capace di qualsiasi evoluzione. A ogni rilascio affonderà con un’angolazione

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TECNICA ROCK FISHING

Yamaria Ma worm Slim Crawler 2,3”

Yamaria Ma worm Clione 1,2”

Yamaria Ma worm Action Fish 1,2”

Herakles Stick Shad 5 cm

Herakles Sickle Grub 3,5 cm

Herakles Nanho Shad 4,5 cm

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diversa, planando in ogni direzione e affondando con una traiettoria a spirale. Con il tube riuscirete con un solo lancio a effettuare molte presentazioni, esplorando ogni anfratto del fondo. È molto efficace anche con le mormore e le orate. Validi quelli distribuiti a un prezzo bassissimo da Panther Martin, i microtube Yamamoto, i Ring Micro Tube 1,5 di Reins o i bellissimi ma costosi Tiemco-PDL. I tube sono validi anche se presentati split shot (un piombino piazzato sulla lenza a monte dell’amo, magari inserendo prima sul filo un tubicino di silicone che lo protegga), o drop shot (cioè con la piombatura al di sotto dell’amo), due inneschi molto usati e molto conosciuti specialmente da chi proviene dal bassfishing. Anche il classicissimo grub, taglia da 1 a 3 pollici, in tutte le colorazioni, trova largo impiego nel LRF, anzi per la sua facile reperibilità è il primo innesco di chi inizia ad affacciarsi sullo scoglio. Berkley Power grub 2’, Colmic Herakles Sickle Grub, Damiki F Grub 1,5, tanto per citarne alcuni. I gruppi di esche più acclamati nel rock sono tre: ‘drittini’, ‘mostrilli’ e ‘shaddini’. Nella banda dei ‘drittini’ troviamo il Ma Worm da 1,8 e 2,2 della Maria, che ha completamente rinnovato la sua famosa gamma di esche da rock utilizzando un materiale bio molto più morbido e facile da innescare e con colori stupendi. Molti sono glow in the dark: si fanno notare di più di notte e in profondità. Innovative le colorazioni UV (Keimura), che sfruttano i raggi ultravioletti. Nella serie troviamo anche un piccolo shad (Action Fish da 1,5 e 1,8) e una creaturina, il Clione, che imita uno dei componenti del plancton, il cosiddetto ‘angelo di mare’, con due alette stabilizzatrici e una codina paddle che termina con una pallina. Una delle aziende più attive nel LRF è la Reins. Aji Ringer pro è un drittino con corpo rigato e codina dritta in misura 3 pollici, mentre l’Aji range è più piccolo (2 inches), col corpo più tozzo e corto. A breve dalla collaborazione tra Reins e Deps uscirà l’Aji Adder 2”, con lamelle meno evidenti e codina più corta rispetto al Ringer pro. Da citare anche l’Aji Caro Swamp e l’Aji Meat: nonostante nel nome troviate sempre il termine Aji (sugarello) si tratta di inneschi mortali per qualsiasi pesce. Sempre di Reins sono il Rock Vibe Shad 2” e l’Aji Ringer shad 1,5” nella categoria pesciolini. Tiny Hog 2” e Ring shrimp 2” nel gruppo creaturine e gamberetti. Sempre dal Giappone, non si può non citare Ecogear, la grande azienda del gruppo Marukyo da sempre attentissima all’impatto ambientale, che produce numerose soft bait in materiale bio per il light game. Il Sansun 3” è il vermino più sottile presente sul mercato (quasi al limite dell’innescabilità): si può innescare anche a ‘grappolo’, montandone due o tre sull’amo. Anello di congiunzione tra dritti e shad è il Power Shirasu 2” e 3”, la cui codina si assottiglia a lamina e termina con una goccia che dona movimento a tutto l’artificiale. Micidiale. Negli shad il Grass Minnow misura S è un toz-


zo pesciolino con codina a timone. Il Bug Ants da 2 inches è forse la creaturina più famosa al mondo, certamente la più catturante; costruita con un materiale più denso per il corpo e uno più leggero per le codine, un killer per tutti i pesci di tana. Nella pesca tra le rocce non può poi mancare un’imitazione di granchietti come il Kasago Shokunin Minin Tank da un pollice e mezzo. Molto carina anche la proposta Ecogear di kit già pronti in una bella scatolina della Meiho. Sono ben tre: il Pocket in Aji contenente esche e testine per l’ajing, il Pocket in Mebaru con l’occorrente per sugarello, spariti e scorfano, il kit Kasago con eschine più voluminose e testine più robuste, ottimo anche per la spigola. L’esca che però ha sconvolto il mercato però è senza dubbio il Power Isome. Si tratta di un’imitazione di sandworm (arenicola o tremolina) in tre misure L, M e S e quattro colori, realizzata in un materiale al limite dell’artificiale... Molto morbido e cavo internamente, quindi galleggiante, può essere più efficace dell’esca naturale. Personalmente sono un po’ riluttante a usarla, ma quando sono in difficoltà ne innesco un pezzetto: è quasi impossibile non sentire subito una mangiata. Molto usata a split shot, va conservata nell’apposito ‘liquidino’, richiudendo ermeticamente la busta o utilizzando le apposite scatoline stagne. A breve nuovi colori e la misura XL! Il PI è sicuramente l’esca che ha più contribuito ad arricchire le collezioni personali con i pesci più strani e difficili da catturare.

Anche Molix ha ottime proposte: anzitutto il piccolo Sator worm da 2,5”, un ring dal movimento molto naturale e armonioso, con una pallina cava galleggiante in coda che garantisce l’effetto suspending, poi i nuovi Ra Shad 2”, minuscoli soft swim bait arricchiti di un nuovo aroma attrattivo a base di estratto di gambero e pesce, che si stanno affermando a suon

Molix Freaky Rock 2”

Molix Sator Worm 4” e 2,5”

47 Molix Ra Shad 3” e 2”


TECNICA ROCK FISHING

Donzella (Coris julis)

Reins Aji Ringer Pro

Reins Aji Ringer

Reins Caro Swamp

di catture, e i Freaky Rock da 2”, versione miniaturizzata del noto Freaky Flip, capaci di vibrazioni impensabili per queste dimensioni e di rimanere a lungo negli spot desiderati. Occorre infine ricordare che anche Seaspin sta muovendo importanti passi in questo settore. Fra prototipi ed esche appena entrate in produzione, segnalo gli Shrimp-U (2”, 3”, 4”), artificiali di tipo slim composto, privi di movimento autonomo sul recupero lineare. Le antenne sono realizzate in modo da disporsi lungo il corpo durante il recupero per mantenere la possibilità di far zig-zagare l’artificiale con veloci e secche jerkatine; nelle pause, o se è lasciato appoggiare sul fondo, si aprono, vibrano e oscillano autonomamente alla minima turbolenza o corrente che le investa. Qualsiasi vibrazione della vetta si trasmette immediatamente alle antenne rendendo l’artificiale ‘vivo’ anche da fermo.

Panther Martin Worm Tiga

Panther Martin Micro Tube

Damiki Air Craw 2”


Non voglio qui darvi regole, perché risultano limitanti, ma solo piccoli consigli per una corretta scelta. Torneremo sull’argomento in futuro. Per ora: in acqua chiara scegliete colori chiari e misure molto piccole di giorno, scuri di notte (provare per credere....). Con alte temperature recuperi più veloci, pesca molto lenta col freddo. Il colore più bello non funzionerà mai se affonda troppo lento in estate o troppo velocemente in inverno. ‘Ruotate’ i colori – se siete più pescatori meglio – fino a trovare quello più gradito. C’è ancora tanto da dire e da imparare. Applichiamoci e saremo pescatori migliori. Il LRF ha molto da insegnare: quando sarete in grado di far abboccare una salpa o una triglia... far mangiare il più astuto dei bass sarà un gioco da ragazzi.

Seaspin Shrimp-U 3”

Ecogear Bug Ants 3” Reins 2” Ring Shrimp

Reins 1,5” Ring Micro Tube

Reins 2” Tiny Hog

Ecogear Shirasu 2”

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BLOCKBUSTER

M ARCO S AMMICHELI E A NTONIO R INALDIN www.medflyfish.com • rinant@alice.it

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rima della proliferazione dei materiali sintetici, gli streamer venivano divisi genericamente in due grandi famiglie, hairwing e featherwing, in base all’utilizzo predominante nel primo caso di peli e nel secondo di piume per la costruzione dell’ala. Gli streamer hairwing vengono tradizionalmente definiti anche con il nome del materiale maggiormente utilizzato per la loro realizzazione ovvero bucktail. Gli streamer come li conosciamo nascono come imitazioni di piccoli pesci e lo fanno attraverso una lunga storia di evoluzione semplicemente per allungamento dell’ala delle mosche tradizionali da salmonidi, che vengono forzate sotto alla superficie invece che sopra. L’ala della sommersa rappresenta quella dell’insetto imitato e nel passaggio allo streamer mantiene il suo nome diventando però l’elemento che imita il corpo di un piccolo pesce. Tra le linee di evoluzione dei classici bucktail troviamo quella della costruzione dell’ala usan-

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do diversi ciuffi di materiale legati sull’amo separatamente in diversa posizione. Uno dei casi più noti, anche se non più vecchi del genere (si tratta degli anni Quaranta), è quello della Blonde di Joe Brooks, che ha un ciuffo legato in coda e uno dietro all’occhiello dell’amo. Dalla stessa logica deriva nel decennio successivo anche il montaggio a quattro passaggi della Block Buster di Mark Sosin e Bob Church. Il doppio autore non è cosa comune, ma la mosca è conosciuta per essere stata costruita da Bob Church su richiesta e indicazione di Mark Sosin, uno dei pionieri della moderna pesca a mosca in mare statunitense, tra i fondatori dalla associazione Salt Water Flyrodders of America, autore di molte pubblicazioni e conduttore del famoso programma televisivo «Mark Sosin’s Salt Water Journal». Una parentesi sul nome della mosca che a molti può ricordare solo una catena di videonoleggio statunitense. Il termine potrebbe essere tradotto come ‘campione di incassi’ ed era usato per indicare un prodotto di successo nel campo dell’in-


MARCO SAMMICHELI E ANTONIO RINALDIN • BLOCKBUSTER novativa che farà da base a tutto lo sviluppo dei decenni seguenti. Un collegamento evidente da riscontrare nella Blockbuster è quello con lo stile definito ‘HiTie’ nel quale singoli ciuffi di materiale sono accostati a formare un’unica grande ala di basso spessore, dotata di particolare stabilità. Una radice evidente del metodo si trova citata da Joseph D. Bates nel riferimento alla Ozark Weedless Bucktail di Paul D. Stroud dove, tramite il montaggio reverse, il fine è quello della protezione della punta dell’amo dall’incaglio con gli ostacoli presenti in acqua. La Bart Foth Bucktail (dal nome del suo ideatore Barton H. Foth) porta il concetto sul lato opposto dell’amo, risultando in un HiTie ortodosso, normalmente a cinque passaggi (ciuffi), che permette di realizzare una grande ala senza usare un solo ciuffo di materiale troppo grande. Il passagBlend di colori nei toni caldi, realizzato con la tecnica di montaggio Hi-Tie. gio da un bucktail basico a un solo ciuffo alla doppia ala viene dalla necessità di imitazione di prede di maggiori dimensioni. Uno trattenimento. Questo significato deriva però da un uso oristile che si trova già impostato nella Homer Rhode Jr Targinario del termine, ritrovabile nella stampa degli anni Quapon Bucktail, dalla quale la celebre Blonde sembra evolvere ranta, per indicare una bomba capace di distruggere (buster) per semplice sostituzione del corpo in filo di montaggio con un intero isolato (block), riferendosi a un particolare tipo di una copertura in mylar. Per dare un’immagine di maggiore ordigni, di peso compreso tra 1.8 e 5.4 tonnellate, diametro attualità al tema HiTie, basta accennare a come in esso si fino a quasi un metro e capaci di contenere esplosivo ad alto trovino le radici evidenti di impostazioni di dressing innovapotenziale per tre quarti del loro peso, usati dalla RAF nel tive come quella delle mosche di Enrico Puglisi. secondo conflitto mondiale. Per il dressing di Sosin e Church Lo stile di montaggio si rivela particolarmente efficace sia si tratta naturalmente di una buona trovata lessicale e pubper il controllo del profilo imitativo degli streamer, sia per la blicitaria, in linea con la tradizione di attribuire alle mosche nomi che carichino di senso figurato la fiducia nella loro efficacia, sfruttando metafore colorite ed espressioni di uso comune in altri campi. Nella Blockbuster come nella Blonde, e in varie mosche simili dello stesso periodo, concetti costruttivi provenienti da contesti tradizionali trovano momenti di bilanciamento e di sintesi che segnano fasi cruciali dell’evoluzione della pesca a mosca. La destinazione elettiva, anche se non esclusiva, alle acque salate, sembra far regredire l’evoluzione del dressing verso la composizione di elementi scarnamente strutturali quando il settore si era già da tempo evoluto verso forme di grande raffinatezza e complessità. Dalle ‘gaudy’ flies da salmone di epoca vittoriana alla grande scuola del Maine anni Venti, la complessità delle ricette di montaggio testimonia un lavoro di elaborazione che spesso appare persino ridondante. Al contrario, varie soluzioni utilitaristiche ripescano, consapevolmente o meno, da un prontuario tradizionale di concetti costruttivi elementari per una rilettura inHi tie imitativo in materiale sintetico montato su amo circle.


COSTRUZIONE MOSCA MARE

Resa tonale imitativa tipica di molte forme naturali delle acque salate, riportata su un Hi-Tie in bucktail montato su amo circle.

stabilità della struttura che evita l’aggrovigliamento dell’ala sulla curva dell’amo; anche se nella Blockbuster il tema HiTie si limita a occupare una sola porzione dell’amo, il suo senso resta evidente ed espresso in una sintesi ottimamente bilanciata. Nella mosca originale quattro ciuffi di bucktail bianco con aggiunta di mylar argentato a ogni passaggio occupano solo la metà posteriore dell’amo. Un ciuffo in coda è seguito da altri tre, fra i quali il filo di montaggio viene utilizzato per costruire massa che li mantenga sollevati. Joe Brooks indica esplicitamente, per la versione più attiva della Blonde, un angolo di 30 gradi, essenziale da una parte per il l’azione dell’ala, dall’altra per l’imitatività del profilo, la stabilità delle fibre e la loro protezione durante il lancio. La Blockbuster ricompatta in un corpo unico ma non serrato tutta l’ala, per una resa meno leggera e più stabile, che punta sull’offerta di una massa maggiormente attrattiva e sull’imitazione di prede naturali di maggior consistenza. La Blockbuster è anche uno dei primi esempi di utilizzo di resina epossidica nel montaggio delle mosche e si tratta di un uso legato alla protezione del corpo costruito in filo di montaggio e alla resa luminosa della superficie. Il richiamo esplicito, nelle istruzioni di montaggio, alla resa brillante della copertura, precorre in embrione le applicazioni dei decenni successivi, nelle quali la colla guadagnerà spazio fino a diventare elemento principale, ad esempio nelle Surf Candies o nelle Moe (Mother of Epoxy) , mentre resta qui nei limiti di una suggestione, nella sottolineatura luminosa del corpo. Il dressing illustrato sostituisce per praticità e con identico risultato la colla epossidica con una ad attivazione UV . Il colore del filo di montaggio che definisce il corpo evolve verso un rosso pieno e marcato da una ricetta originale nella quale un tono di brown (nella ricetta ‘maroon’) sembra suggerire, più che un semplice marrone, proprio un rosso volutamente attenuato e in ombra. Varie letture successive, già riportate dallo stesso Sosin, danno interpretazioni di colore

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che oltre al passaggio al tono più acceso del corpo comprendono anche varianti di tonalità dell’ala con diverse finalizzazioni imitative. Come molte mosche del periodo a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso la Blockbuster brilla per sintesi e praticità e ci aiuta ad acquisire familiarità con gli elementi strettamente strutturali del dressing, evidenziandone la funzione spesso nascosta sotto a quella di più appariscente ricerca imitativa. Un’opportunità che non riguarda certamente il solo lavoro al morsetto, ma in modo ancor più diretto l’utilizzo in pesca, che permette di riscontrare quanto siano proprio le caratteristiche strutturali delle mosche a essere al centro del loro funzionamento e della loro efficacia nei confronti dei pesci attraverso le tecniche di presentazione.

BLOCKBUSTER • amo: Tiemco TMC 811S n. 2/0 • filo di montaggio: rosso • corpo: filo di montaggio • coda: bucktail bianco, silver Flashabou • ala: bucktail bianco, silver Flashabou • finitura: resina polimerizzata UV 1. Ricoprite con il filo di montaggio, a giri ben serrati, il gambo dell’amo. 2. Formate la coda con un primo ciuffo di bucktail bianco più due filamenti di silver Flashabou. 3. Con un secondo ciuffo di bucktail bianco, sempre arricchito con un paio di filamenti di silver Flashabou, iniziate a formare l’ala. 4. Proseguite legando in modo equidistante altri ciuffi di bucktail bianco e silver Flashabou simili tra loro fino a giungere in prossimità dell’occhiello dell’amo, dove concluderete formando la testa. 5. Dopo aver realizzato il nodo di chiusura e reciso il filo di montaggio, stendete un leggero strato di colla UV nella parte sottostante l’ala e sulla testa. 6. Fissate bene la colla con l’apposita lampada. 7. Cercate di distribuire bene la colla, evitando di imbrattare i ciuffi di bucktail. 8. La Blockbuster è ultimata.


MARCO SAMMICHELI E ANTONIO RINALDIN • BLOCKBUSTER 1

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PERCIDI IN L A GH ETT O G IORGIO M ONTAGNA jomontagna@tiscalinet.it

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a stragrande maggioranza dei pescatori che frequentano i laghetti privati disseminati nella nostra penisola ama generalmente insidiare, con varie tecniche, le trote d’allevamento, ma occorre tener presente che molti di questi luoghi – specialmente quelli che esistono da parecchi anni – ospitano diversi predatori, di taglie anche interessanti. Le vecchie cave, per esempio, ristrutturate negli anni a scopo di pesca a pagamento, sono un regno ideale per carnivori come lucci, persici reali, black bass, siluri e lucioperca. Si tratta di predatori immessi anni addietro che sono col tempo proliferati, espandendosi a macchia d’olio. Il lucioperca in particolare, con il suo fare silenzioso e le abitudini di ‘predatore del buio’, è riuscito ad aumentare

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le proprie colonie di individui e a divenire una vera e propria ‘macchina di caccia’ in questi luoghi dove il pesce foraggio è ben presente e dove può quindi cibarsi senza soffrire lunghi momenti di carestia. E con una strategia di pesca consona e uno spinning mirato è sempre possibile allamare qualche bell’esemplare. Di norma questo famelico predatore, notoriamente alloctono, compie la sua fase riproduttiva tra aprile e la fine di maggio; a partire da giugno è dunque possibile iniziare a compiere uscite di pesca mirate, insidiando magari contemporaneamente anche il persico, pesce dalle abitudini simili e che nei laghetti ha trovato anch’esso una dimora perfetta, raggiungendo taglie ragguardevoli. La prima regola pescando in un impianto privato, dove il permesso di pesca ha un costo in base alle ore di pesca pre-


GIORGIO MONTAGNA • PERCIDI IN LAGHETTO

stabilite, è concentrarsi sulla tecnica di spinning selezionata, senza confondersi le idee quando la giornata sembra improduttiva e si è tentati di spostare l’attenzione sulle trote... ben consapevoli comunque che in tema di lucioperca le catture non sono mai scontate e che con i persici i dubbi aumentano ulteriormente, visto che la loro pesca a spinning va incontro spesso a catture sporadiche e occasionali. Svolgendo per esempio una sessione di tre-quattro ore, l’attività andrà concentrata nei mesi estivi in orari vicini al crepuscolo, i più indicati per ottenere qualche strike degno di nota. Le imitazioni che possono tornare utili sono in genere i minnow affondanti, i lipless, i crankbait con palettone direzionale in base alla profondità da sondare e naturalmente le innumerevoli esche siliconiche opportunamente piombate (pescetti di gomma, salamandre, gamberi ecc.). Nell’autunno inoltrato e in primavera, invece, in special modo se le giornate sono nuvolose, si può ricercare l’abboccata anche in orari differenti. L’impostazione di base è tassativamente quella di andare a

sondare il fondale nei suoi pressi, magari rasentandolo ma rimanendo in zona hot il più a lungo possibile. I perca hanno la peculiarità di essere predatori pigri e lunatici, rimanendo a volte incollati per ore al fondo come in stato di catalessi, ma se riuscirete col vostro recupero a invogliarli all’attacco, quest’ultimo sarà spesso netto e inconfondibile, soprattutto nei momenti di estrema attività predatoria. In altri casi l’abboccata, anche di un pesce di buona stazza, può divenire enigmatica e difficile da avvertire, per cui a ogni sollecitazione occorre sempre rispondere con una ferrata tempestiva. Se ne deduce che la concentrazione in pesca deve essere assai elevata. Assai importante in questa pesca, secondo le mie esperienze in laghetto, è cercare, lanciando da riva, di conoscere al meglio il tipo di fondale presente davanti a voi: con un lancio lungo in lago aperto, facendo affondare completamente l’esca, nel corso del richiamo dovrete capire più o meno la profondità delle acque che state esplorando, ma soprattutto

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TECNICA SPINNING intuire se il fondale è ingombro di ostacoli o se ne è privo. Insidiando il lucioperca si tenga presente che tale predatore predilige un ambiente di caccia dove può celarsi al meglio alla minutaglia presente, per cui se da un lato un fondo sgombro è sinonimo di bassa percentuale di perdita dei vostri artificiali, dall’altro lato è presumibile che non avrete un’alta concentrazione di lucioperca posizionati nei paraggi. Idem dicasi per i persici, che quando si raggruppano in numerosi individui amano sostare per esempio nelle vicinanze di legnaie e di altri ostacoli naturali. È anche vero che un buon cacciatore di perca è consapevole che deve mettere in preventivo la perdita di un certo numero di esche sul fondo, fa parte del gioco, e d’altro canto pescare bene per arrivare a tiro di questo carnivoro significa portare l’esca in zone alquanto rischiose. Ne deriva, specialmente impiegando esche siliconiche, la necessità di innescarle in modo antialga oppure di utilizzare solamente l’amo posto sul dorso, evitando assolutamente l’ancoretta centrale, più facilmente incagliabile. Come succede per qualsiasi predatore, ci sono giornate che risultano redditizie e altre completamente negative. Nel caso

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del lucioperca e sempre in relazione all’esperienza acquisita nei laghetti privati, ho notato che in condizioni di acque piatte e con giorni afosi, il perca risponde bene al richiamo di differenti artificiali, mentre quando il vento increspa particolarmente le acque e l’improvviso cambiamento di tempo determina una diminuzione repentina della temperatura esterna, è come se bloccasse la propria attività predatoria, anche nelle ore serali. È quindi giusto ritenere questo carnivoro sensibile ai fattori climatici, non dimenticando che in genere l’eccessiva luce solare non stimola certo la sua proverbiale famelicità predatoria. Molto meglio pescare in giornate cupe e, come già detto, da primavera avanzata dedicare alla sua ricerca le primissime ore del mattino o il crepuscolo. Da settembre a buona parte di novembre, se le temperature rimangono miti, si presentano sicuramente giorni produttivi di abboccate anche consecutive, specialmente se avrete la possibilità di recarvi negli impianti privati durante i giorni infrasettimanali, meno caotici dei giorni festivi. I percidi in genere, con l’avvicinarsi della fine dell’autunno, cercano fondali più profondi e diventano sempre più difficili da affrontare a spinning.


artificiali Mi preme dire subito che nel caso di crankbait e lipless, preferisco i modelli dotati all’interno delle sferette in tungsteno, che nel caso del lucioperca sono ideali per ‘svegliarlo’ a volte dal suo torpore e per far sì che avverta la presenza del nostro artificiale anche a debita distanza per localizzarlo e attaccarlo con veemenza. Sono esche che amo impiegare per sondare vaste aree lacuali, cercando di scoprire la collocazione dei pesci. Se si ha la fortuna di incocciare in qualche strike, potremo poi concentrare in quella zona la pesca alternando esche siliconiche, che come tutti sanno hanno la peculiarità di rimanere in zona strike qualche istante in più, per indurre meglio l’attacco del percide. È molto importante (direi fondamentale) utilizzare il peso della jig head in base alla profondità del fondale prescelto in modo da far scendere l’esca in caduta in modo più naturale possibile: ciò rappresenta per me l’aspetto che consente di ottenere maggiori strike rispetto al compagno di pesca che magari è a pochi metri da te, per richiamare l’esca finta di gomma in modo migliore e più credibile. Se pesco in condizioni di acque piuttosto trasparenti (situazione rara nei laghetti privati, generalmente contraddistinti da acque velate), do maggior credito a esche siliconiche più piccole (2-3 pollici) mentre preferisco esche da 4-5 pollici e con coda a timone per riuscire a emanare maggiori vibrazioni, udibili appunto in acque poco visibili. Se sopraggiunge il vento, che procura nelle pause, durante il richiamo dell’esca, la cosiddetta pancia del filo, facendo perdere quella sensibilità perfetta che al contrario si ha in condizioni di acque perfettamente calme, aumento se pur di poco il peso del mio amo piombato per meglio mantenere il contatto dell’esca. Polso, canna ed esca devono sempre essere in sincronia per avvertire ogni pur minima sollecitazione, sia durante il richiamo, sia in fase di caduta verso il fondo dell’imitazione di gomma. Un lucioperca attivo e quindi ben disposto a rincorrere la nostra imitazione, soprattutto negli istanti di ripartenza dell’esca finta dopo averla fermata per pochi istanti, determina una mangiata netta e inconfondibile in canna, mentre la sua difesa non è eclatante, di norma; compie infatti poche virate e spesso cerca di liberarsi del nostro inganno con numerose testate a fior d’acqua prima di arrendersi al nostro ampio guadino. Il persico reale, invece, anche se è di taglia più esigua rispetto al coinquilino perca ha una difesa energica, con robuste virate verso il fondo prima di giungere stremato al guadino. Naturalmente se di taglia di svariati chili (il lucioperca può raggiungere e superare tranquillamente i dieci chili di peso), la lotta sportiva che ne consegue è di un certo tipo anche se lo considero rispetto ad altri carnivori di medesima pezzatura un avversario sportivo meno vigoroso. Lo stimolo che mi spinge a compiere uscite mirate a questo pesce, cercando di scoprire nuovi habitat, come nel caso specifico in determinati laghetti privati, è la sua predisposizione a entrare in caccia come d’incanto, magari dopo lunghe ore di apatia totale. La ricerca della sua abboccata spinge così il lanciatore a provare un’innumerevole selezione di artificiali prima di arrivare a quello che consentirà di scattare la foto ricordo. Nei momenti di scarsità di mangiate, mentre cambiamo la nostra posizione di pesca per occuparne un’altra che riteniamo migliore o ancora da scandagliare con le nostre esche di fiducia, cerchiamo di osservare ogni aspetto dell’ambiente


TECNICA SPINNING Da sinistra a destra: Fury Shad doppia coda di Delalande, Pulse Shad di Berkley, Shad Tail di Jackall, Easy Shiner di Keitech. In basso alcuni ami piombati, citati nel testo.

circostante; diamo spazio alle zone ripariali che magari celano delle tane per i pesci e hanno avvallamenti di profondità di qualche metro (i famosi gradini del fondale), oppure cerchiamo anche in questi ambienti lacuali di leggere le acque ipotizzando una zona più indicata per lo spinning rispetto ad altre (magari nelle curve dove la vegetazione affiorante è folta oppure dove scorgiamo delle pietraie sommerse tanto care alla posizone dei perca in caccia). Così pure cerchiamo di scorgere il pesce foraggio presente (se vi sono sciami di alborelle oppure gruppetti di gardon e altro tipo di minutaglia) per privilegiare quel tale colore dell’esca più simile al loro abituale pasto giornaliero. Se notiamo la presenza sulle rive di salamandre, potremo tentare di innescare le nostre esche in gomma, come pure se le acque hanno la presenza dei noti gamberi alloctoni (e molte cave e laghetti privati ospitano da tempo gli ormai famosi ‘gamberi della Lousiana’); anche un craw richiamato come trailer su un jig in modo lento sul fondo può divenire un asso nella manica quando i nostri vari shad siliconici (imitazioni di pescetti in gomma) hanno fallito per ore. Carson Hollow Belly Tamura

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I percidi possono essere insidiati con inneschi classici impiegando l’amo piombato in dotazione, oppure con testa piombata innescata a texas rig o anche con montatura a drop shot con peso adeguato al fondale e amo idoneo a ferrare pesci anche di buona stazza. Le acque da dove provengono le foto di queste pagine avevano una profondità dai 2 ai 7-8 m al massimo, per cui i pesi delle teste piombate a cui mi sono affidato non superavano mai i 10 g. In bobina del mulinello ho tenuto un trecciato da 20 lbs, con finale di almeno un metro dello 0,28-0,30 mm, resistente all’abrasione. Meglio se di fluorocarbon per resistere a tutte le sollecitazioni degli ostacoli del fondo; consiglio comunque di sostituire in pesca a ogni ora il nodo di congiunzione con la nostra esca per sopperire all’eventuale logorio di usura. Dal momento che in questi luoghi peschiamo esclusivamente da riva, ritengo che una canna dai 2,50 m sino ai 3 m sia la migliore scelta per mantenere in pesca anche a distanza un contatto migliore dell’esca, nonché per giostrare poi un bel pesce allamato. Specialmente pescando con esca in gomma nei pressi del fondo, un attrezzo di tale lunghezza consente di manovrarla al meglio rispetto a una canna sui due metri, meno consona a tale raggio d’azione. Non dimentichiamo infatti che le abboccate possono avvenire certo a pochi metri dalla nostra posizione sulla sponda (soprattutto al sopraggiungere delle tenebre), ma anche pescando a dovuta distanza verso il centro del lago. Una ferrata a una certa lontananza da riva presuppone una canna più lunga, anche se poi è sempre una questione di gusti. La mia strategia di base per ingannare qualche apatico lucioperca anche in orari centrali della giornata consiste, una volta raggiunto il fondo, nel richiamare l’esca con frequenti stop and go, tenendo sempre sotto controllo la lenza in modo da capire quando l’esca ritorna completamente sul fondo. Non a caso in talune circostanze favorevoli, il lucioperca ha aggredito il mio artificiale praticamente da fermo, risucchiandolo quando era in fase di caduta o ancor più quando era adagiato totalmente sul fondo; nel far ripartire l’esca avvertivo immediatamente un peso anomalo e per non lasciare nulla al caso ferravo prontamente, ritrovandomi in più di una semplice occasione il perca allamato in canna. Con l’esca siliconica non è una rarità ottenere uno strike come quello citato, mentre impiegando esche più reattive, come lipless e crank, la stoppata nel recupero è sempre collegabile a un netto attacco all’artificiale proposto. L’ideale sarebbe poter spaziare con un paio di canne opportunamente montate a tema, nel senso che pescando a gomma occorre dare adito all’impiego del trecciato, mentre con lipless e soprattutto crank-


GIORGIO MONTAGNA • PERCIDI IN LAGHETTO bait va benissimo il monofilo (per aver maggiore elasticità ovviamente) anche nell’ammortizzare le abboccate più cruente e veloci. Il nodo che prediligo in questa tecnica, per collegare il trecciato al finale in fluorocarbon, è il classico Albright, che non mi ha mai dato problemi di sorta. Approfondiremo ora l’argomento artificiali ricordando alcune caratteristiche dei modelli che, statisticamente parlando, hanno conferito a me e ai miei amici le migliori abboccate, tenendo presente che le uscite effettuate in laghetto a caccia di lucioperca sono state numerose e in differenti periodi, da giugno a settembre compreso, trascorrendo alcune giornate di gloria alternate ad altre prive di ogni cattura.

Da sinistra a destra: Crawbug di Yum, Air Craw di Damiki, Liqvuidd Skyy craw di Black Flagg, Liqvuidd Hogg di Black Flagg.

esche siliconiche Delalande Fury Shad 11 cm. Versatile gomma morbida che possiede un doppio timone nella parte finale; è un ottimo artificiale se opportunamente piombato con jig head da 10 g della stessa casa produttrice, valido sia in recuperi normali che alternando brevi pause, quando sfodera un alto potere catturante proprio in caduta. Berkley Pulse Shad 3” (7,62 cm). La coda di questo pescetto è particolarmente evidente e sprigiona forti vibrazioni sia nel richiamo che nelle fasi di discesa verso il fondo. Ottima la tonalità fire tiger per le acque velate di determinati laghetti che ospitano lucioperca di varie stazze. Jackall Shad Tail 4,8” (12.19 cm). Ho preferito la tonalità accesa di un bel giallo con base bianca, che unita alla sottile coda, che emana comunque leggere vibrazioni, ha superato l’esame di esca vincente coi perca, interessando esemplari di buona stazza. Versatile il suo innesco, che abbiamo prediletto con classico amo piombato. Keitech Easy Shiner 4” (10,16 cm). Ho provato a piombare questa esca a soli 5 g per pescare nel sottoriva in orari vicini all’imbrunire sorprendendo svariati esemplari di perca su profondità non superiori ai due metri; il modello citato, sia nella tonalità pro blue / red pearl per le anse del lago con migliore trasparenza, che in quella lime/chartreuse per le zone più velate, ha confermato un movimento alquanto accattivante, con vibrazioni non comuni grazie alla particolare mobilità nel richiamo della sua coda. Molto utile anche l’alloggio corretto dell’amo. Una presenza costante nelle mie scatole. Carson Hollow Belly Tamura 4” (10,16 cm). Di recente introduzione nel vasto catalogo di Carson, non è passato inosservato questo modello di lunghezza ideale a stimolare all’attacco sia i grossi persici reali che i lucioperca di taglia. Dotato di vistoso timone caudale, nel richiamo le sue oscillazioni vengono avvertite a buona distanza dai predatori posizionati nei pressi del fondale. Grazie alla particolare formula di Tamura, che ne contraddistingue l’alta qualità della gomma, il percide lo trattiene volentieri tra le sue fauci qualche istante in più, favorendo la nostra ferrata. Impiegato con il

classico innesco ad amo con testa piombata, ha rivelato ottime capacità catturanti sia in caduta che nelle veloci ripartenze dal fondo. Per la sua lunghezza consiglio di impiegare un amo la cui fuoriuscita sul dorso dell’esca copra almeno la lunghezza della sua metà, per non aver abboccate ‘corte’ senza l’opportunità di ferrare perfettamente. Le colorazioni di questo modello non sono moltissime, soprattutto tonalità molto simili al pesce foraggio presente, come alborelle, cavedanelli ecc. Nelle mie strategie di caccia lo impiego volentieri negli orari serali e soprattutto quando ho intenzione di selezionare la stazza della preda. Dopo gli shad, ecco alcune imitazioni di gambero che hanno conseguito buoni risultati, a dir il vero non solo con i lucioperca, ma anche con bass e con qualche grosso persico reale. Yum Crawbug 3,25” (8,25 cm). Se provate a mettere vicini un gambero vero della Lousiana e il crawbug di Yum, vi renderete conto che la somiglianza è davvero notevole. Questo gambero, nella colorazione specifica Carolina pumpkin, ci ha permesso di pescare con un’imitazione realistica dei gamberi presenti in laghetto e le soddisfazioni non sono mancate. Ottimo l’innesco eseguito dal mio amico Mauro Marzi, che oltre all’amo piombato inserito delicatamente nel craw ha inserito anche una pallina di polistirolo per far sì che, una volta giunto sul fondo, mutasse l’assetto del gambero, con le chele leggermente rialzate (come in uno stato di pericolo, avvertita la presenza del predatore di turno...). La tecnologia LPT + sale ha fatto il resto. Damiki Air Craw 3” (7,62 cm). Questo gambero ha la grande peculiarità di avere le chele praticamente vuote, di modo che una volta appoggiato al fondale prende una posizione rialzata del tutto naturale, inducendo vari predatori all’attacco. Interessante per le acque velate la tonalità denominata Bloddy red flake. Black Flagg Liqvuidd Skyy Craww hp 3,75” (9,52 cm). Validissima imitazione di gambero, ottimamente sfruttabile soprattutto come trailer su jig; abbiamo testato la colorazio-

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TECNICA SPINNING

Il Crawbug di Yum posa vicino a un gambero vero, evidenziando la forte somiglianza

ne Plum blue flakes, ma la vasta gamma colori di tale modello vanta differenti tonalità che si ispirano alle mutazioni stagionali del colore del guscio. Buone le vibrazioni prodotte dalle due grandi chele in dotazione. Black Flagg Liqvuidd Hogg hp 4,5” (11,43). Creatura insolita, dotata di doppia coda e nel cui corpo si evidenziano un paio di lamelle laterali che creano un alto numero di vibrazioni, soprattutto se non troppo piombata. In caduta ricorda più che un gambero il nuoto della salamandra, anch’essa preda di lucioperca in caccia. Anche questa imitazione vanta il materiale LSI (liqvuidd salt injection), ossia una soluzione salina liquida che rende il corpo flessibile e conferisce un movimento naturale generale. Ottimo anche se impiegato come jig-trailer.

hardbait Ci vorrebbe un libro e non qualche pagina per evidenziare gli innumerevoli modelli di artificiali reperibili oggi sul nostro mercato; mi limito ad evidenziare in questo caso tre assi nella manica validi per il nostro obiettivo, di differente tipo e assetto in pesca.

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Da sinistra a destra: Real Winner 10 cm. aff. BP, Long Bill 9 cm di Damiki, Vibro Lipless 7,5 cm di Bass Style.

Real Winner Minnow affondante 10 cm. Pesa ora, come riportano i dati aggiornati sul sito, 21 g (circa 4 g in più rispetto all’edizione precedente). Nella ricerca con recupero regolare nei pressi del fondo, alternato a piccoli strappetti per incentivare le spanciate, abbiamo ottenuto lusinghieri risultati con la colorazione BP (bianco/perlato), ben visibile anche in condizioni di acque poco trasparenti. Si presta a lanci apprezzabili verso il centro del laghetto e affonda abbastanza velocemente impiegando un monofilo o un trecciato sottile. Seppur privo di rattle, grazie al profilo del corpo che da sempre valorizza la gamma Real Winner, sprigiona un movimento accentuato che crea una vibrazione in acqua non indifferente. È un minnow capace di smuovere l’esemplare di lucioperca degno di nota e al contempo non determina alcun timore nel coinquilino persico reale, in quanto quest’ultimo, come molti sanno per esperienza, rimane spesso vittima di artificiali persino più grandi della sua stessa stazza. Damiki Long Bill suspending 9 cm. Ecco un crank dalle movenze nel richiamo molto simili al pesce foraggio che condivide l’habitat con i lucioperca dei laghetti privati. È un crank di media profondità (anche se per media in questo caso ci riferiamo alla capacità concreta di raggiungere circa i 2,5 m di profondità), capace di rimanere in assetto di sospensione quando rallentiamo drasticamente il recupero, che nelle primissime fasi deve essere allegro per far sì che si tuffi rapidamente verso il fondo. In fase di risalita, che avviene in modo lento, si propone con un movimento a zig zag alquanto accattivante. Possiede all’interno del corpo un sistema di pesi scorrevoli che provocano, oltre a una buona lanciabilità, le onde sonore tanto care al lunatico lucioperca. Pesa circa 13 g. La colorazione sgargiante (Spine y hot tiger) è quella che ha smosso diversi esemplari di taglia apprezzabile. Bass Style Vibro lipless 7,5 cm. Il lipless consente una rapida perlustrazione della zona di pesca prescelta: il merito è di affondare e di poter essere richiamato in differenti strati d’acqua, compreso ovviamente il fondo dove generalmente sono posizionati i percidi. Nel caso specifico preferisco impiegare un modello contenente rattle per i motivi già esposti. Questo modello, con i suoi 16,5 g, consente di individuare sia qualche bel lucioperca, che gruppetti di persici in attività. Lo recupero con movimento regolare alternando però dei rilasci per donargli l’effetto spanciata e soprattutto per incuriosire, con le relative ripartenze, i pesci meno prodighi di lunghe rincorse. Abbiamo impiegato una tonalità striata, tenendo presente che soprattutto il lucioperca (ma anche i grossi persici più solitari) sono soliti prodursi in attacchi di cannibalismo. Concludo ricordando che le immagini di questo articolo sono state realizzate nei tre laghetti Carcana di Zibido San Giacomo in provincia di Milano (www. laghicarcana.it) e che per gli ami piombati ho dato preferenza ai seguenti modelli: Ecogear Skip in the shade con amo 3/0 e pesi sino a 7 g di Marukyu; Darter Head con amo 2/0 Gamakatsu di Bass Pro Shops; Ball Jigg heads con amo 3/0 con pesi di 5 e 7 g di Savage Gear.


COSTRUZIONE MOSCA

FABIO L OMMI f.lommi@tiscali.it

M

entre stavo riordinando le mie ninfe, ripensando ai livelli bassi d’inizio stagione di quest’anno causa la scarsità di precipitazioni – livelli che si sono mantenuti tali anche in seguito, nonostante rare piogge abbiani dato un po’ di respiro in qualche zona – mi sono reso conto di avere nelle scatole migliaia di ninfe con bead head e sempre meno ninfe senza bead. Credo che ciò sia dovuto al fatto che ho l’impressione, pescando con ninfe montate con bead head, che il peso mi possa aiutare, dandomi maggiori possibilità di cattura. Tutto questo, però, è vero in condizioni ‘normali’ e questa stagione con livelli al minimo ovunque me ne ha dato la prova, dal momento che mi sono trovato spesso in difficoltà con le ninfe che uso di solito. Nel breve intervento che segue, pertanto, non vorrei mostrare innovazioni, montaggi particolari o proporre tecniche di pesca, quanto invitare alla riscoperta e all’uso di alcune imitazioni ‘di una volta’, che usate in un certo momento e in certe situazioni possono ancora fare la differenza, regalando risultati ed emozioni speciali. Che cosa succede se ci troviamo nella condizione di dover pescare con la ninfa appesantita da una bead in acque tranquille, lente, limpide, dove il suo peso risulta eccessivo? Esistono situazioni, a mio avviso ‘difficili’ (come quelle rappresentate nelle tre immagini d’ambiente in queste pagine), nelle quali il più delle volte si tende a saltare certi tratti di fiume salvo che non ci sia una certa attività in superficie e sempre che non si voglia cambiar tecnica in corsa, affrontandoli diversamente e magari montando uno streamer. Il rovescio della medaglia delle ninfe con bead è che in certe condizioni non funzionano:

hackles in pernice

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FABIO LOMMI • TO BEAD OR NOT TO BEAD

anche se ne abbiamo di diverse grandezze, taglie e misure, ci sono momenti nei quali non sono d’aiuto. Sarà capitato a tutti di avere l’impressione che il peso della ninfa sia eccessivo o che il riflesso della bead sia troppo forte per alcuni pesci, disturbandoli e facendo perdere un’occasione magari unica. In certi casi, inoltre, quando si pratica la pesca su pesci molto selettivi o sotto pressione a causa di un’alta frequentazione da parte dei pescatori, si è obbligati a mettere assieme tutti quegli elementi fondamentali della pesca, quando nessuna regola deve essere trascurata, perché ognuna è parte integrante dell’altra: oltre all’approccio alla lettura dell’acqua delle correnti

e alla presentazione gioca un ruolo fondamentale curare certi dettagli dei nostri artificiali, cioè quei dettagli importanti che rendono la nostra imitazione semplice ed efficace per misura, forma e peso. Ecco che entrano in gioco le vecchie e care ninfe, imitazioni tanto semplici quanto efficaci, nelle rivisitazioni, interpretazioni e varianti personali: ninfe con assenza di peso o poco appesantite, con solo qualche giro di filo di piombo o rame sotto il torace, imitazioni che non possono mancare o essere dimenticate in un meandro del nostro gilet da pesca perché ancor oggi sono efficaci e risolvono molteplici situazioni ogni volta che i pesci si alimentano.

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COSTRUZIONE MOSCA

Sono artificiali adatti in tutti gli ambienti, sia in risorgiva, dove la presenza di vegetazione acquatica permette ai pesci di alimentarsi in diversi momenti del giorno e a diversi livelli di profondità, sia in tutte le altre acque prima e durante una schiusa, dove le ninfe in risalita o quelle trasportate dalla corrente sono le prede più ambite dai pesci e tendono a rappresentare e imitare soprattutto le ninfe nuotatrici delle specie Baetidae ed Ephemerellidae: ninfe che vivono e si muovono liberamente nelle loro prime fasi di muta sul fondo e nel momento in cui diventano mature, lasciandosi trasportare

in alto Ninfa di Baetis • code: fibre di gallina • addome: quill spelato tinto cream • torace: dubbing fine nocciola chiaro • sacca alare: fagiano • peroteche: biot di tacchino nero • leggera piombatura in filo di piombo sotto il torace in basso Ninfa di Baetis • code: fibre di piuma di fagiana • addome: quill spelato tinto nocciola • torace: pelo dell’orecchio di lepre • sacca alare: fibre di coda del fagiano maschio • leggera piombatura in filo di piombo sotto il torace

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FABIO LOMMI • TO BEAD OR NOT TO BEAD

dalla corrente, iniziano la risalita per completare le mutazioni fino allo stadio di insetto perfetto. È proprio in questo momento, nella fase finale di risalita, che questi insetti affrontano una delle fasi più delicate della loro esistenza, fino ad arrivare, a pochi centimetri dalla pellicola superficiale, stremati, inermi: i pesci riescono a ghermirne grosse quantità e a farne incetta, mentre noi, con le nostre ninfe leggere, possiamo catturare o quanto meno avere qualche possibilità in più di catturare il pesce in una delle fasi in cui la selettività aumenta in maniera esponenziale.

in alto Phesan’ tail (seguendo dressing e montaggio di Frank Sawyer) • coda, addome e torace: fibre di fagiano • filo di montaggio: rame rosso in basso BWO ninfa • code: fibre di piuma di gallinella d’acqua • addome: biot tacchino tinto oliva • torace: dubbing fine miscelato nocciola e giallo paglia • zampe: pernice • sacca alare: biot tacchino nero

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Le ninfe che presento nelle immagini di questo articolo sono in parte storiche, conosciute ai più perché hanno fatto veramente la storia, in parte modeste interpretazioni personali: ninfe leggere costruite con materiali naturali che uso utilizzare in coppia in particolari condizioni o associate, se mai la corrente lo dovesse richiedere, a ninfe con bead, a seconda delle necessità (quali il comportamento del pesce, il modo in cui si alimenta e l’ambiente in cui staziona). Ho voluto condividere con voi questo argomento, come detto in apertura, perché negli ultimi anni, nei quali la pesca con la ninfa ha avuto una crescita così imponente, ho notato che nelle scatole mie, ma anche in quelle dei miei amici o di pescatori incontrati sul fiume – quando si fanno le solite chiacchiere scambiandosi opinioni e impressioni, magari mostrandosi a vicenda le mosche che hanno dato maggiori soddisfazioni –, le ninfe ‘di una volta’ sono sempre meno presenti. È così anche per voi? Andate a dare un’occhiata nelle vostre fly box e fatemi sapere… Grey Goose (seguendo dressing e montaggio di Frank Sawyer) • coda, addome e torace: fibre di airone cenerino • filo di montaggio: rame rosso

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F

a caldo, tanto caldo, all’aeroporto di Bissau: nonostante siano le due di notte il clima africano ci avvolge prepotente. Siamo qui, l’amico Luca e io, reduci da una settimana di pesca nell’arcipelago delle Bijagos, nelle acque circostanti quel piccolo paradiso che è l’isola di Kerè. Ma questa è un’altra storia; ora stiamo aspettando Alessandro, in arrivo dall’Italia, per iniziare un’avventura abbastanza fuori dai nostri canoni di pescatori relativamente ‘comodi’: ci attende una settimana di bivacco tra fiume e giungla in un territorio piuttosto remoto nell’interno di questo piccolo e ospitale paese dell’Africa occidentale. Recuperato l’amico e caricati i suoi bagagli assieme ai nostri sul portapacchi della Landcruiser, partiamo per una bella scarrozzata condotti dal fido autista locale. Per la prima ora e mezza viaggiamo su dignitose strade verso il cuore interno del paese, ma presto abbandoniamo il comodo nastro d’asfalto per deviare su una pista di terra battuta che si inoltra nel bush; la presenza umana è nulla per lunghi tratti, salvo sbucare di tanto in tanto in piccole radure ove sorge qualche villaggio indigeno uguale a quelli che abbiamo visto in tanti documentari di National Geographic Channel: sono gli occhi risplendenti degli animali notturni che intravediamo a ricordarci che è ancora la natura a dominare in queste zone; siano scimmie, antilopi o leopardi non ci è dato di capire, le specie animali presenti in zona sono fortunatamente ancora tante. Ci vogliono un paio d’ore, durante le quali lo sterrato è diventato prima stradina, poi sentiero, poi semplicemente una breccia nella vegetazione, ma finalmente giungiamo a destinazione poco prima dell’alba. Usciamo dalla macchina, scendiamo la riva rocciosa e il Rio Corubal ci accoglie col rumore delle sue rapide e la nebbia dell’evaporazione notturna che lo avvolge completamente; fa anche abbastanza fresco e vale la pena indossare una felpa, dato che il clima dell’interno ha escursioni diverse da quello della costa.

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ALESSANDRO MASSARI • ALLA SCOPERTA DEL CORUBAL

al la sc ope rt a de l CO RU BA L A LESSANDRO M ASSARI alleslures@yahoo.it

Due colpi di clacson e dopo qualche minuto arriva il nostro Caronte a traghettarci sull’altra sponda, ove è sistemato il campo base tendato, essenziale ma confortevole e funzionale: sarà il nostro punto d’appoggio principale per il tempo che dedicheremo all’esplorazione del fiume. Conosciamo così Laurent, l’anima di questa avventura, un francese che si è innamorato di questo paese tanto da stabilirvi la sua dimora e che si è dedicato all’esplorazione in lungo e in largo di que-

sto fazzoletto del continente nero rendendo possibile vivere questi luoghi a chi, poco organizzato ma desideroso di conoscerli come noi, arriva periodicamente a riempire il piccolo camp nel breve periodo dell’anno in cui il fiume è pescabile con successo. L’alba deve ancora arrivare, e per quanto siamo desiderosi di preparare i nostri attrezzi, l’idea migliore è quella di gustarsi un buon the davanti al fuoco, utile a scacciare un po’ di umi-

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ITINERARIO SPINNING

dità dalle ossa e occasione perfetto per un piccolo briefing su cosa ci aspetterà nei giorni seguenti. Purtroppo la prima notizia non è di quelle che ci fanno gioire: ha piovuto poco sugli altipiani della Guinea Conakry, ove sono le sorgenti, facendo scendere molto rapidamente il livello del fiume, e una buona parte dei pesci sono migrati a valle seguendo il foraggio stagionale; quelli che restano in zona si sono rivelati un po’ apatici nella settimana precedente e richiederanno molto impegno da parte nostra per essere scovati e indotti a mordere gli artificiali. Fuori dunque gli attrezzi da pesca: monto una potente canna da casting abbinata a un buon PE4 e una più leggera da spinning con un PE2, un’accoppiata sufficiente a coprire tutte le necessità di pesca che ci si pareranno da-

vanti. Il nostro target principale sarà il famoso perca del Nilo, che, pur essendo noi estremamente lontani dal fiume da cui prende il nome, popola queste zone come limite estremo della sua diffusione; non ci aspettano le taglie giganti del lago Turkana o delle acque sotto le cascate Murchinson, anche se i locali hanno catturato pesci di oltre 70 kg con le loro lenze a mano innescate con un pescegatto vivo; la taglia media è decisamente più modesta, tra i cinque e i dieci chili, con possibili esemplari più grandi e alcuni mostri che spesso hanno avuto ragione degli attrezzi da pesca, complici anche i fondali costellati in molti punti di enormi massi e tronchi affondati. Appena la luce ce lo consente, montiamo sulle barche e ci dirigiamo nella grande pool immediatamente sottostante la rapida di fronte al campo base; pochi lanci con un crankbait di profondità e incanno un bellissimo african pike, che mi restituisce l’esca con un salto spettacolare... buongiorno! Nonostante l’esordio, il resto della mattinata non è proficuo, con pochi agganci di piccoli tigerfish che si slamano regolarmente; appare chiaro che ci sarà da lavorare e che nessuna cattura sarà regalata. Il pomeriggio risaliamo il fiume: in molti tratti il basso livello rende insidiosa la navigazione, ma giungia-

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mo infine a un luogo spettacolare ove tutto il flusso si incanala in una strettoia tra due punte di roccia, generando un correntone impossibile da risalire e un bellissimo fondale sottostante. Siamo ai confini del paese; sulla sponda sinistra la Guinea Bissau, sulla destra la Guinea Conakry, stato molto meno tranquillo di quello che si ospita. Ma non siamo qui per parlare di politica e lanciamo i nostri palettoni al margine del flusso principale. Le grosse esche non sortiscono effetti ed è solo quando riduciamo la taglia dei nostri artificiali che vediamo i primi attacchi; i persici vogliono artificiali contenuti, lavorati lentamente e con numerosi stop ed è proprio in questi frangenti che otteniamo la maggior parte delle abboccate. I più efficaci si rivelano i Risto Rap, oggetto di culto dell’amico Alessandro e ahimè ormai fuori produzione da tempo; altre catture arrivano con i Sorcerer di Halco e con minnow snodati sui 13 cm; impensabile usare shad e grub di gomma su testine in questo spot, perché il fondale è troppo frastagliato e rivendica rapidamente le sue vittime sacrificali. Il Nile perch si dimostra un avversario assolutamente degno di rispetto: la sua abboccata spesso violenta e la potenza sprigionata nella fuga e nel tenere la corrente ci impegnano molto nel combattimento, ma sono soprattutto i salti con scuotimenti selvaggi della testa a renderlo spettacolare; siamo subito conquistati e il fatto di doverci in qualche modo lavorare e sudare ogni cattura aggiunge sale e soddisfazione all’intera azione di pesca. Arriva presto la prima sera ed è ora di rientrare al campo, dove ci aspetta l’ottima cucina di Amadou, un uomo che può compiere autentici miracoli culinari con pochi e rudimentali strumenti; attorno al bivacco ci scambiamo impressioni sulla prima giornata e racconti di esperienze passate fino a che la stanchezza accumulata fa sì che ognuno si diriga alla sua tenda per una dormita ritemprante. La mattina dopo facciamo una veloce e sostanziosa colazione e ci dirigiamo rapidamente al fiume; il piano è discenderlo per svariati chilometri pescando, mentre i ragazzi della crew ci precederanno per montare un camp provvisorio allo scopo di esplorare zone più lontane. La discesa è estremamente piacevole, il fiume è incastonato tra gli alberi delle giungla che spesso cadono fino dentro all’acqua; in certi casi mi ricorda il familiare Brenta, anche se qui sulle sponde si vedono varani e babbuini e persino qualche coccodrillo. I coccodrilli, assieme agli ippopotami, sono i signori di queste acque; non sono molti e tendono a rifuggire l’uomo, ma ciò non toglie che la prudenza nel lavarsi sulla riva sia sempre opportuna, anche se i bivacchi vengono allestiti in luoghi dalla conformazione più che sicura; a conferma di tutto ciò ne avvisteremo solo pochi esemplari, di cui uno molto grande, stimato sui quattro metri, che si tufferanno appena avvertita la nostra presenza da oltre duecento metri di distanza.


ALESSANDRO MASSARI • ALLA SCOPERTA DEL CORUBAL

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Il lavoro del documentarista di pesca è facilmente paragonabile a una torta... e ogni tanto capita pure la ciliegina! Quando, un paio di anni fa, ero stato per la prima volta sul Rio Corubal con l’amico Laurent, decisi che avrei dovuto assolutamente tornare per delle riprese. L’occasione giusta si presentò per girare i due episodi iniziali della mia nuova serie Soul Fishing (ora in onda su Caccia & Pesca). Periodo della spedizione inizio dicembre, secondo Laurent il top per il perca del Nilo... un po’ meno per african pike e tiger. Al mio arrivo i livelli erano perfetti... per una volta il posto giusto al momento giusto! Decidiamo di concentrare i nostri sforzi a nella parte alta, in un braccio del fiume che poche settimane dopo, con il calare dei livelli, sarebbe stato irraggiungibile. Grandi pareti di roccia ed enormi massi con correnti e buche profonde sembrano il generoso dono degli Dei della pesca ai devoti del perca del Nilo. Credo sia stato il terzo o il quarto lancio quello con cui Laurent incannò il primo pesce, a cui ne seguirono più di una decina a testa al giorno! La taglia media era sui 6-7 kg ma ogni giorno avevamo diritto a uno o due pesci sopra i 10 kg con un record di 14 kg. Attacchi duri, salti acrobatici e frizione che canta: sembrava di aver a che fare con pesci di mare, ma in uno dei fiumi più magici in cui abbia avuto la fortuna di pescare. Il risultato finale è stato uno tra i documentari di cui vado più orgoglioso, e una serie di ricordi che ancora affiorano nei miei sogni. Chi volesse cimentarsi con questo viaggio può rivolgersi direttamente a Laurent Durris, proprietario dell’organizzazione di pesca, tramite la mail decouverte.bijagos@free.fr, oppure alla mail mia (boris@skeenariver.com) o di Alessandro.

FOTO BORIS M. SALNICOFF

Boris M. Salnicoff

Tornando alla pesca, subito in prossimità del secondo camp arriviamo a un lungo raschio di acqua bassa costellato di grosse pietre e piccole isole che generano innumerevoli correnti laterali e bracci secondari; l’acqua accelera e la deriva è veloce, per cui mi viene l’idea di montare un piccolo minnow per insidiare i pesci tigre, ma è un persico di taglia che viene a catturarlo a galla in una bollata clamorosa. La fuga è veloce e potente, facendo slalom tra i mille ostacoli che spezzano il flusso; cerco di forzarlo per quanto l’attrezzatura leggera mi consente, ma il pesce mi prende oltre venti metri di filo per volta fino a che mi restituisce l’artificiale con le ancorette deformate e raddrizzate. Lezione imparata: da doma-

FOTO BORIS M. SALNICOFF

ITINERARIO SPINNING 72

FILMANDO SUL CORUBAL


ALESSANDRO MASSARI • ALLA SCOPERTA DEL CORUBAL ni ST66 anche sulle esche leggere. Catturiamo comunque altri perch con alcuni african pike e tilapie a contorno e relativamente pochi tigerfish; i grossi sono latitanti e i piccoli, se pur abbondanti, tendono a slamarsi con estrema facilità grazie alla difesa acrobatica e all’apparato boccale a tagliola tipico di questa specie. Scendiamo ancora, in un’alternanza di correnti e profondi fondali. La pesca è un po’ quella del black bass e le esche silenziose in legno, lavorate a modo e con precisione, scavano il divario con i più moderni crankbait in plastica arricchiti da rattle. E chi se lo aspettava: anche in queste remote acque sono i piccoli accorgimenti che fanno la differenza. Le catture comunque sono numerose se peschiamo a dovere, come numerosi sono gli inseguimenti, o meglio i pedinamenti, che i perca praticano nei confronti delle nostre esche; arrivano piano dietro l’artificiale, come fossero lucci che ne hanno visti troppi, noi fermiamo l’esca, ripartiamo piano, li stuzzichiamo e a volte attaccano, a volte si girano lentamente, facendoci vedere il fianco possente prima di sparire di nuovo nel loro fondale. L’adrenalina è sempre alta. Il giorno dopo decidiamo di risalire un affluente minore, il Rio Fefinè, che ha un carattere diverso dal fiume principale, con acque sempre trasparenti ma cupe; la giungla lo sovrasta completamente, tanto da tenerne sempre gran parte delle rive in ombra, e la fauna che abita le sue rive è ancora più ricca: subito un grande branco di babbuini ci dà il benvenuto con grida e strepiti. Non sono animali pericolosi in queste zone, ma ci fanno capire che siamo pur sempre ospiti e che dobbiamo avere riguardo nel nostro approccio al fiume, inse-

rirci discretamente col massimo rispetto del grande verde che ci circonda. Oltre a loro, decine di specie di uccelli, tra cui bellissimi martin pescatori color turchese. Non incontriamo ippopotami per fortuna: i pachidermi sono infatti piuttosto territoriali e pericolosi ed è meglio girare loro al largo, dato che sono tristemente noti in tutta l’Africa subsahariana per gli attacchi letali all’uomo; ci avrebbero costretto e rinunciare a questa parte dell’itinerario, ma il livello delle acque ha fatto spostare anche loro. Se sul Corubal era il persico del Nilo l’attrazione principale, qui la star è l’african pike; non che i primi manchino, ma sono comunque più piccoli e meno numerosi che nel corso maestro. Questo fantastico animale, lontano parente dei piranha, sembra un patchwork di quasi tutte le caratteristiche che il mio pesce ideale dovrebbe avere: aggressivo, caccia all’agguato nei pressi della vegetazione e degli ostacoli, attacca ferocemente le esche di mezz’acqua e soprattutto i topwater e si difende con salti spettacolari; la sua bocca ossea e fornitissima di denti grandi e inquietanti lo aiuta spessissimo a slamarsi e non si arrende fino all’ultimo istante. Unico grande rammarico, il fatto che non cresca a taglie imponenti: un pesce da due o tre chili è già da considerarsi grande, ma se arrivasse a venti o trenta sarebbe veramente poco raccomandabile nuotare in queste acque, anche senza tenere conto dei coccodrilli. Lo abbiamo pescato dove gli alberi si sporgevano sulla superficie, tra intrichi di radici e dietro tronchi caduti, a lato di grosse rocce e sotto le sponde in frana ove attende qualunque piccolo animale che possa cadere dall’alto, oltre ovviamente ai piccoli pesci foraggio. In questo habitat nien-

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ITINERARIO SPINNING

datate da bass che avevo accantonato da un po’ e riscoprire un divertimento unico e appagante nel lavorarle; ecco che un Pop Eye, un Dalton Special, un Nip-I-Didee, un più recente Swimmin’ Image e altri pari loro hanno ritrovato il loro spazio in pesca e non in scatole dimenticate, dando spesso diverso distacco in fatto di catture a artificiali di ultimissima generazione. Certi classici non muoiono mai. L’azione di pesca è semplice: si lancia al limite degli ostacoli e si anima da subito l’artificiale, pochi centimetri fanno la differenza tra un attacco e il niente totale; è una pesca molto tecnica anche se molto generosa come quantità di catture, tanto da non far rimpiangere la taglia relativamente ridotta dei pesci. C’è un’unica essenziale accortezza da tenere presente... in caso di aggancio con un ramo per un lancio malriuscito è obbligatorio scuoterlo per lungo tempo con movimenti ampi della canna, perché quei rami sono territorio di caccia di mamba e cobra: ne abbiamo visto qualcuno ed è meglio dare loro il tempo di allontanarsi prima di recuperare l’artificiale. Abbiamo vissuto per una settimana in un autentico paradiso, ancora poco toccato dalla mano dell’uomo, e mi auguro che si conservi così a lungo. La stagionalità e il clima di sicuro aiutano in questo senso, essendo pescabile per una breve stagione da novembre a fine gennaio, mentre il resto dell’anno il fiume risulta impercorribile o per le secche estreme o per le piene che ne innalzano i livelli di svariati metri per inondare tutta la giungla circostante. Sicuramente non è stato un addio ma un arrivederci a presto; l’Africa, questa Africa, lascia un segno indelebile nell’animo del pescatore che l’ha conosciuta. FOTO BORIS M. SALNICOFF

te supera una corta canna da casting con mulinello a bobina rotante per precisione di presentazione e potenza nell’estrarre il pesce dalla sua residenza; l’ideale è una bella canna da bass da un oncia o un’oncia e mezza intorno ai sei piedi, con almeno un venti libbre in bobina. Unico accorgimento diverso un bel finale in titanio leggero per prevenire i tagli che quella temibile dentatura può provocare. Come esca va ugualmente bene un piccolo minnow di superficie, un rotante con bucktail o un popper, ma il massimo della resa lo hanno dato piccoli walking the dog e soprattutto un’esca vintage fuori produzione da tanto, il Bass Oreno della Luhr Jensen, piccolo darter galleggiante che lavora con un movimento estremamente irregolare a fendere il pelo dell’acqua o appena sotto. È stata per me l’occasione di rispolverare tutte quelle esche


FOTO A. HARTL

COSTRUZIONE MOSCA

Scardola Scardola hesperidicus

F EDERICO R ENZI federenzi@tin.it

L

a scardola, pesce predato soprattutto da lucci e lucioperca, è una specie meritevole di studi approfonditi, in quanto costituisce un esempio di come l’intervento umano abbia fortemente influenzato, negativamente, le popolazioni autoctone. In Italia le scardole autoctone erano Scardinius scardafa per Toscana e centro Italia e Scardinius hesperidicus per il bacino del Po. Oggi S. scardafa è in forte pericolo di estinzione: praticamente scomparsa da tutti gli areali originari, rimane confinata nel solo lago del Fucino in Abruzzo, dove peraltro fu introdotta dai romani, non essendo autoctona di queste acque. S. hesperidicus gode di sorte appena poco più rosea, dal momento che dopo anni di immissioni sconsiderate di scardola europea è stata sostituita da questa e a sua volta ha sostituito S. scardafa nel centro Italia, anche se oggi è considerata in forte diminuzione, tanto che sta per essere inserita nella lista dei pesci italiani minacciati. Di tutto questo scempio, purtroppo, si trovano notizie scarse e spesso errate, come sempre succede quando una specie minacciata non ha l’appeal per meritare di diventare il personaggio di un cartone animato di successo. Un esempio di quanto scarsa sia la conoscenza di questa specie è il fatto che spesso viene indicata come scardola italiana Scardinius erytrophthalmus, mentre delle scardole autoctone italiane non si trova mai menzione.

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morfologia, etologia alimentazione e riproduzione Il corpo è robusto, alto e allungato, a sezione traversale ovale lateralmente compressa; negli esemplari di taglia maggiore è presente una gibbosità pronunciata sulla nuca. La testa ha un profilo dorsale diritto o leggermente convesso, il muso è appuntito nella zona anteriore, con apice all’altezza del centro dell’occhio o di poco più in basso. La bocca è leggermente inclinata verso l’alto, con apertura orale che posteriormente arriva al bordo anteriore dell’occhio o poco più avanti. La livrea del dorso è variabile da verde oliva a verde bluastro, i fianchi sono dello stesso colore di fondo del dorso, con squame argentee, gradatamente più chiari procedendo verso il basso. Tra dorso e parte superiore dei fianchi si nota una striscia longitudinale iridescente dorata. Il ventre è di colore bianco, talvolta con sfumature giallastre. Le pinne sono il carattere che maggiormente differenzia le specie italiane da quella europea: le due specie autoctone hanno pinne chiare e semitrasparenti, la specie europea presenta una colorazione delle pinne rosacea e talvolta rossa. Il dimorfismo sessuale non è evidente; le femmine tendono a raggiunger taglie maggiori rispetto ai maschi coetanei e durante il periodo riproduttivo appaiono più tozze a causa della maturazione delle gonadi. Nello stesso periodo, i maschi svi-


FEDERICO RENZI • SCARDOLA luppano minuscoli tubercoli nuziali sul capo e sulla parte anteriore del corpo. La scardola è una specie limnofila obbligata, vive cioè in acque lacustri o comunque a corso lento, ed è termofila, diffusa in acque di pianura o collinari, ferme o a lento corso, con substrato prevalentemente fangoso, ricche di vegetazione sommersa e di sponda. Si incontra dal livello del mare fino a quote di circa 400 m, ma non sopravvive in acque che si mantengono a temperature inferiori a 12-15 °C per la maggior parte dell’anno. Grazie a un’elevata tolleranza a bassi livelli di ossigeno disciolto, e a una relativa capacità di sopravvivere in acque moderatamente inquinate o leggermente salmastre, la scardola riesce a colonizzare un gran numero di habitat, come le zone meno salate delle lagune costiere. Spesso, in passato, è risultata infestante in canali, paludi e stagni. Il suo numero cala sensibilmente nei bacini dove entra in competizione alimentare con altre specie ittiche, o subisce predazione da parte di pesci e uccelli. Di indole stanziale e gregaria, forma branchi numerosi, composti da esemplari di varia taglia ed età. Nei grandi laghi gli esemplari adulti tendono a spostarsi in ambiente pelagico, mentre nei bacini minori, pur mantenendo la predilezione per gli strati superiori, staziona lungo tutta la colonna d’acqua. In coincidenza con il calo di temperatura autunnale, le popolazioni lacustri scendono sotto la linea del termoclino per svernare, mentre quelle presenti in fiumi e canali si spostano in acque profonde e calme. La specie resta generalmente attiva anche in inverno: la ricerca del cibo rallenta fino a fermarsi completamente soltanto se la temperatura dell’acqua raggiunge valori prossimi a 0 °C. Dal punto di vista dell’alimentazione, la specie è prevalentemente fitofaga. La dieta degli adulti si basa su sostanze vegetali, come alghe filamentose e macrofite acquatiche e solo in misura minore comprende insetti, vermi, crostacei, molluschi, uova e avannotti di altre specie. Nei branchi che si spostano in ambiente pelagico il contenuto stomacale può risultare composto quasi esclusivamente da microrganismi planctonici e da insetti catturati mentre volano sopra la superficie dell’acqua. È stata descritta una tendenza all’ittiofagia degli individui di grandi dimensioni, meno marcata nelle due specie autoctone italiane rispetto a S. erythrophthalmus. Le larve e gli avannotti si cibano principalmente di plancton e microinvertebrati. La frega si svolge da aprile a Scardola scardafa luglio, con temperatura dell’acqua non inferiore a 15 °C, anticipata o posticipata secondo le condizioni climatiche annuali. I riproduttori si radunano in branchi numerosi e la deposizione si svolge con modalità collettiva in acque poco profonde, ricche di vegetazione sommersa, come i canneti o le aree di esondazione dove l’acqua ha coperto prati e pascoli. La fecondità è relativamente elevata: le femmine più

Scardola scardafa

grandi possono produrre fino a 100.000 piccole uova rossastre per stagione, adesive e dal diametro di circa 1-1,5 mm. Dopo la fecondazio-

ne le uova aderiscono al substrato fino alla schiusa. La durata dello sviluppo embrionale dipende dalla temperatura dell’acqua, richiedendo da 3 a 20 giorni. Alla nascita le larve misurano circa 4 mm e dopo il riassorbimento del sacco vitellino si spostano in acque basse lungo le sponde per alimentarsi.

in pesca Analogamente a quanto avviene per gli insetti, la conoscenza delle abitudini di vita di un pesce imitato come esca è fondamentale per avere successo. È chiaro che parlando di pesca a streamer di predatori voraci e attivi quali lucci, lucioperca e, perché no, siluri, l’imitatività dell’artificiale spesso passa in secondo piano rispetto alla capacità di scatenare l’attacco del predatore, capacità che è data sia dai materiali impiegati che dai criteri costruttivi della mosca. Vi sono alcuni periodi dell’anno, tuttavia, durante i quali le scardole acquisiscono un comportamento in grado di influenzare quello dei predatori: durante la riproduzione i numerosi branchi che si radunano in acqua bassa influenzano senza alcun dubbio il comportamento dei predatori. Lo stesso fenomeno avviene in piena estate, quando troviamo i branchi di scardole che sostano negli strati superficiali dell’acqua, sia in corrispondenza degli erbai, sia nell’acqua aperta dei grandi laghi. L’attrezzatura necessaria è ovviamente pesante, quindi la canna sarà per coda 9 o 10, per gestire al meglio un’esca che può arrivare anche a 15-20 cm di lunghezza e che oppone quindi una notevole resistenza aerodinamica durante il lanFOTO KOTTELAT-FREYHOF

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COSTRUZIONE MOSCA FOTO NADICA E IGOR STANCEV

Scardola erythrophtalmus

cio. Personalmente non costruisco mai artificiali così voluminosi appesantendo l’amo, preferendo demandare il compito di fare affondare l’esca a code affondanti e lasciando quindi l’artificiale libero di muoversi. Ritengo infatti che appesantire lo streamer con piombo o tungsteno ne irrigidisca il movimento fino ad annullare gli effetti della morbidezza dei materiali che dovrebbero conferire vitalità. Per la pesca dei predatori porto sempre con me una coda galleggiante, una ad affondamento intermedio e una ad affondamento rapido, accorciando il finale via via che decido di pescare a profondità maggiori. Quest’ultimo accorgimento riveste un’importanza fondamentale: l’artificiale deve essere sempre allineato con la coda durante l’azione di recupero impressa dagli stripping; se così non fosse, sarebbe impossibile percepire le abboccate e conferire alla mosca il movimento voluto. Il finale, nella pesca a streamer, svolge quindi più funzioni: come in qualsiasi altra tecnica di pesca con la mosca, deve ribaltare l’artificiale durante il lancio e deve essere qualcosa di invisibile o comunque di non percepibile dai pesci. In più, nel caso che stiamo esaminando, deve anche permettere un contatto continuo tra l’artificiale e la mano del pescatore, in pratica consentendo una linea il più continua possibile tra la canna e l’esca. Risulta a questo punto abbastanza ovvio che un finale troppo lungo spezzerebbe questa linea di continuità nel caso di code affondanti, soprattutto in caso di corrente anche se modesta. L’unico accorgimento da impiegare è quello di accorciarlo fino a quando non percepiremo il movimento dello streamer du-

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FOTO JARMO HOLOPAINEN


FEDERICO RENZI • SCARDOLA FOTO LAURI UHRO

Scardola erythrophtalmus

Scardola erythrophtalmus

rante gli stripping. A volte mi sono trovato a dover pescare con finali lunghi meno di un metro compreso il tippet a causa della corrente troppo veloce del fiume: vi assicuro che i pesci non sono stati minimamente disturbati dalla coda. Ringrazio il dott. Stefano Porcellotti per il sostegno scientifico fornito nella stesura della parte relativa alla biologia.

CONCORSO DI COSTRUZIONE Come annunciato nel numero scorso, la serie «Entomologia e costruzione», dopo aver esaminato più di trenta specie di insetti, proponendo al contempo le loro imitazioni da parte di alcuni collaboratori della rivista e dei lettori che hanno voluto inviarci le loro mosche per partecipare al concorso, è terminata A partire da questo numero passeremo in rassegna le altre prede con le quali è possibile stimolare l’istinto predatorio dei nostri avversari. La novità di questa nuova serie di articoli sarà rappresentata dall’‘apertura’ agli artificiali per il mare, con l’esame dei vari pesci esca costieri e pelagici, nonché di granchi, gamberetti, seppie ecc., in modo da dare spazio al sempre crescente interesse dei costruttori per il saltwater. Vista la fortuna otttenuta dal concorso, questo continuerà anche per questa nuova iniziativa, con le imitazioni dei numeri dal 5/2012 al 4/2013. Il quinto concorso, relativo alle imitazioni degli articoli di entomologia pubblicati sui numeri dal 5/2011 al 4/2012, è stato vinto da: Jsmaele Forner (Leptophlebia vespertina ninfa emergente) Antonio Sabetta (Centroptilum luteolum spent) Roberto Destro (Tipula maxima adulto) Levis Dal Vesco (Cavalletta) L’imitazione del n. 6/2012 sarà: Acciuga. Spedizione entro il 12 ottobre 2012. Regolamento completo su www.lapescamoscaespinning.it FOTO PIET SPAANS-VIRIDIFLAVUS

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COSTRUZIONE MOSCA

Fabio Federighi

SCARDOLA • amo: Mustad Ultra Point 38104BLN n. 2/0 • filo: Unicord 7/0 • corpo: SWS Fiber della Fly Scene o in sostituzione Kinky Fiber o similari, con l’aggiunta di filamenti di angel air • occhi: mottled 3D • appesantimento: cono • testa: colla UV Pesce appesantito da un cono di generosa taglia che rimane al di sotto delle fibre nella zona della testa; il particolare amo da jig e il posizionamento del peso permettono il nuoto dell’artificiale in posizione reverse. L’amo consente l’utilizzo di varie forme di antialga. Il peso e il materiale permettono all’imitazione di essere subito in pesca, affondando senza resistenze. Le pinne e il dorso sono colorati con pennarelli indelebili.

SCARDOLA • amo: n. 6 a gambo corto • coda: falcetto Scale skin • corpo: lana • occhi: 3D Imitazione ottenuta sagomando la lana con le forbici e poi applicando gli occhietti. Il corpo e il movimento giusto sono assicurati dal mitico falcetto di Paolo Pacchiarini.

SCARDOLA

SCARDOLA

• amo: Partridge CS45BN n. 1/0 • filo: Unicord 7/0 • corpo: EP Fiber in varie tonalità, con l’aggiunta di filamenti di angel air • occhi: mottled 3D • testa: colla UV

• amo: n. 4 corto • corpo: fibre ppp e fibre iridescenti • testa: fish skull

Questo pesce non è appesantito: ha della colla UV nella parte della testa che aiuta nella penetrazione della superficie, ma rimane un artificiale da strati superficiali. Chi desidera appesantirlo lo può tranquillamente fare, o utilizzare code o tip affondanti, anche se in un fiume con tratti di corrente e dove c’è necessità di entrare in pesca immediatamente questi tipi di attrezzatura hanno dei problemi ed è forse meglio appesantire un po’ l’artificiale. Le pinne e il dorso sono colorati con pennarelli indelebili.

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Ivano Mongatti

Mosca molto piombata in testa, da animare e far scorrere velocemente in acqua, adatta alle correnti veloci e ottima nelle profonde buche. Unica avvertenza, tenere sempre il contatto con l’artificiale tramite la coda, altrimenti in calata si perdono le mangiate.


Mauro Borselli

Federico Renzi

SCARDOLA FOAM HEAD

SCARDOLA WIGGLING • amo: Gamakatsu ‘finesse’ n. 5/0 • coda: falcetto ritagliato da una pelle di camoscio, collegato all’amo con un tubetto di silicone inserito in un pezzo di mylar • corpo: EP brush • occhi: EP eyes incollati su un tubetto di silicone prima del montaggio sull’amo Le wiggling flies sono ormai usatissime in tutto il mondo. Da sempre preferisco usare il camoscio per fare i falcetti, perché questo materiale, una volta bagnato, ha un movimento molto lento e sinuoso, oltre a una consistenza ‘carnosa’ che induce i pesci a continuare ad attaccare l’esca se al primo morso non hanno trovato l’amo.

• amo: a gambo largo modello bass n, 2/4 privato di ardiglione • antialga (facoltativo): in acciaio armonico singolo dello 0/18 o raddoppiato dello 0/16 • corpo: in rettangolo di Craft Fur giallo sul dorso e sui fianchi e in ciuffo bianco sulla pancia • fianchi: Cristal Hair o sostituto • testa: triangolo sagomato in foam di 2, 3 o 4 mm, con decalcomania in Gummy Foil dorato ( Loco Foam o sostituto) • occhi: prismati, in rilievodella misura small o medium • rifiniture: con pennarelli indelebili oliva, verde, nero e rosso Esca principalmente diretta all’insidia di bass e lucci, imitante il corpo allargato della scardola con tonalità gialla arricchita da flash dorati sui fianchi. Il Craft Fur non viene applicato in ciuffo bensì ritagliato alla base in forma rettangolare e incollato direttamente sul gambo con un sottile strato di colla ciano acrilica; a tal fine la Foam Head ha il triplice scopo di incollare il Craft Fur mantenendolo ben aperto e voluminoso, di fungere da supporto per l’applicazione degli occhi evitando di incollarli direttamente sul materiale sottostante appesantendo il tutto, di conferire l’effetto ‘slider’ all’artificiale, facendolo immergere e riaffiorare in modo vitale in prossimità della superficie durante il suo recupero.

SCARDOLA DOUBLE HOOK

SCARDOLA GUMMY BODY HEAD

• amo: Gamakatsu 515s n.1 per l’amo di coda, n. 4/0 per l’amo di testa • linea laterale (collegamento tra i due ami): filo d’acciaio 30lb sul quale infilare delle perline di vetro • coda e corpo: EP fibers bianco, verde e rosso per imitare una ferita • occhi: EP eyes

• amo, antialga, corpo, fianchi: idem come sopra • testa: realizzata con triangolo di Gummy Body di 4 mm (2 mm nei modelli più piccoli), con decalcomania Gummy Foil dorato • occhi, rifiniture: idem come sopra

La linea laterale dei pesci preda è ritenuta da molti un target per i pesci predatori; l’utilizzo delle perline di vetro, oltre a imitare questo organo dei pesci, funziona anche da rattle.

A differenza della precedente, in questo caso la Head è realizzata con il Gummy Body necessario per bloccare il Craft Fur ben aperto a raggiera grazie a un sottile strato interno di colla ciano acrilica. Ha anche lo scopo di dare realismo e riflettenza alla testa della scardola, mantenendola leggera e versatile, evitando ad esempio le teste compatte e pesanti tipiche delle colle epossidiche o dei vari sostituti, rendendo anche la fase di montaggio e incollaggio più immediata e semplice.

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La pagina dei lettori

COSTRUZIONE MOSCA

Massimo Ginanneschi

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SCARDOLA

SCARDOLA • STELIO DI MANNO

• amo: Gamakatsu F314 n. 4 • filo di montaggio: Big Fly B. bianco • coda: fibre Puglisi arancioni montate in extended body • corpo: poly bianco, Crynkle Hair bianco, Crinkle Flash argento • branchie: marabou rosso • testa: Cactus Hackle bianco ricoperto con epossidica

• amo: Tiemco 811S • sottocorpo: calf tail bianco • corpo: slf bianco, ultrahair bianco, due piume grizzly • occhi: bianchi con pallina nera

SCARDOLA

SCARDOLA • STELIO DI MANNO

• amo: Gamakatsu F314 n. 4 • filo di montaggio: Big Fly B. bianco • corpo: bucktail bianco, Crinklehair bianco,Crinkle Hair argento, due strisce di Lateral Scale olografico • branchie: marabou rosso • testa: Fish Skull dorata

• amo: Tiemco 800S • corpo: slf bianco-verde, EP Fibers verde • occhi: con pupilla mobile

Artificiale d’insieme da usare in superficie.

Artificiale piatto molto realistico, leggero e vaporoso, valido anche per lucci e black bass. Realizzato con montaggio EP.


La pagina dei lettori

PIKE ATTRACTOR • PIERO SISTINO

SCARDOLA STILE MATUKA • STEFANO TICCHIATI

• amo: n. 2/0 • filo di montaggio: trasparente 8/0 • coda e pinne: sezioni di piuma di tacchino color arancio • dorso: EP Fiber mix • ventre: Fish-Fuzzy Fiber • occhi: 3D

• amo: gambo lungo n. 6 • corpo: tinsel piatto oro + tinsel tondo oro • pinne/coda: due piume di spalla di gallo grizzly/tan montate stile matuka • testa: pallina in tunsteno da 5mm + ice dubbing tan

Mosca prevalentemente da luccio: l’assenza di piombatura facilita il lancio dell’artificiale, che può essere comunque mandato in profondità utilizzando opportune code. La colorazione marcata dell’imitazione rispetto alla livrea argentea tipica della scardola è stata scelta sia per stimolare l’istinto del predatore, sia per rendere efficace l’utilizzo di questa mosca anche in acque poco limpide.

Streamer che, così appesantito, uso in correnti sostenute facendolo passare sotto la vegetazione riparia. Costruisco questo artificiale anche in versione non piombata, mettendo degli occhietti 3d al posto della pallina. Ottimi risultati su cavedani e trote.

SCARDOLONE • STEFANO TICCHIATI

SCARDOLA • LORIS ZECCHINELLO

• amo: 3/0 Eagle Claw serie 702 circle • corpo: Wiggle tail argentata + E.P. fibers mullet 3D + E.P. fibers bianche + E.P. sparkle pearl magic • occhi: adesivi 6 mm 3D • branchie: E.P. fibers rosse • testa: M.P. magic head

• amo: Owner 4/0 • filo: ultra strong • coda: Wiggletail olografic • corpo: brush sintetico oro + volpe bianca + rancoon white • testa: brush sintetico argento • dorso: kristal flash verde pavone • antialga: nylon 0,80 • occhi: medio-grandi

Grossa imitazione che uso con profitto su lucci e black bass, ma che ha scatenato anche l’attacco di qualche bella spigola. La combinazione tra la M.P magic head e la Wiggle tail risulta veramente micidiale in fase di movimento dell’artificiale, che, a seconda del recupero che si effettua, imita alla perfezione un pesce ferito o uno in fuga.

Il materiale con cui è composta l’imitazione dà un’ottima parvenza di vita in acqua. I riflessi oro e argento tipici delle scardole e dei pesci ‘foraggio’ presenti nei fiumi sono validi attractor per tutti i predatori di taglia.

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TECNICA SPINNING • SULL’ACQUA

FABRIZIO C ERBONI fabrizio.cerboni@gmail.com

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ei miei articoli dedicati allo spinning alla spigola nella scogliera ho scritto più volte che la perfetta conoscenza dei luoghi nei quali andiamo a pescare riveste una grande importanza ai fini della cattura e non solo. Ho scritto anche che, per arrivare ad acquisire tale livello di conoscenza, è di fondamentale importanza esplorare la scogliera quando non ci sono le condizioni per la pesca. Quindi niente vento, niente schiuma, niente risacca, niente mare che sta montando, niente scaduta. Quando il mare, come si dice in gergo, è una tavola e la giornata è luminosa, qualunque sia il periodo dell’anno, possiamo dunque andare in giro per le nostre scogliere per approfondirne la conoscenza. Personalmente preferisco compiere queste escursioni nelle fredde e limpide giornate invernali.

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foto 1 Zona molto frastagliata. Sulla destra si trova una piccola punta, al centro un discreto scoglio semiemerso, mentre nel resto dell’immagine si vede un buon numero di scogli sommersi e semiemersi di dimensioni più o meno piccole. Vista la morfologia del luogo, questo è uno spot da pescare con mare montante e durante la scaduta. Con queste due condizioni meteomarine sono da pescare tutti gli ostacoli, compresi quelli vicinissimi alla riva, e il canale d’acqua tra la punta e lo scoglio semiemerso al centro dell’immagine. Effettuerete quindi i primi lanci tenendovi a distanza dalla riva, quindi vi avvicinerete e pescherete il resto dello spot. Se vi trovate a pescare nel culmine della mareggiata, quindi con mare da grosso a molto grosso, conviene concentrare l’attenzione sul canale d’acqua che si trova tra la punta e lo scoglio semiemerso.

foto 2

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Baia dove si trova una cosiddetta piana, cioè una zona di acqua bassa situata tra il gradino di risacca e la riva. Nello spot sono presenti numerosi scogli semiemersi e sommersi di varie dimensioni, ognuno dei quali può essere , potenzialmente, il posto scelto dal serranide per sferrare gli attacchi alle proprie prede. Durante la battuta, quindi, pescate con attenzione e metodo, senza commettere l’errore di non far passare il vostro artificiale accanto al più piccolo e insignificante scoglietto. I tratti di mare come quelli della foto sono validi nella prima fase della mareggiata e durante la scaduta.

foto 3 Dal generale al particolare. Questi sono due scoglietti appena sommersi presenti nella piana della foto precedente. Fare dei sopralluoghi nei nostri spot con mare calmo e sole ci consentirà di acquisire una conoscenza molto approfondita delle scogliere nelle quali andiamo a pescare. La fatica e l’apparente perdita di tempo saranno ricompensate alla grande dal maggior numero e dalla maggiore taglia delle spigole cattu-

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FABRIZIO CERBONI • A SPINNING IN SCOGLIERA

A SPIGOLE IN SCOGLIE RA C ON OS C E R E G L I S P O T 85


TECNICA SPINNING • SULL’ACQUA

rate, grazie a una maggiore e più dettagliata conoscenza dei nostri luoghi. Al contrario, andando nelle scogliere solo quando c’è il mare da spigole, non arriveremo mai a scoprire tutti i particolari la cui conoscenza ci sarà di grande utilità ai fini della cattura del serranide. La maggiore conoscenza acquisita ci consentirà inoltre di avere una minore perdita di artificiali, elemento che non mi sembra affatto trascurabile.

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Tratto di mare a profondità variabile dove sono presenti numerosi scogli sommersi, semiemersi e quasi completamente emersi, di svariate dimensioni. Grazie al mare calmo e all’acqua chiara possiamo localizzare perfettamente tutti gli scogli sommersi presenti nella zona, che altro non sono che le varie macchie scure che si vedono nell’immagine. In virtù delle condizioni del mare si possono localizzare inoltre le zone di acqua bassa e quelle con acqua più alta presenti nello spot. La condizione migliore per pescare qui è con mare che inizia a montare e la scaduta per le zone con acqua bassa; con mare da formato a grosso per le zone con acqua più profonda.

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Zona vicinissima a riva, molto frastagliata, dove oltre a numerosi scogli di medie e piccole dimensioni, sommersi e semiemersi, ne sono presenti due di discrete dimensioni, quasi completamente emersi. I due ostacoli, oltre a far frangere l’onda formando una zona con molta schiuma, creano un canale d’acqua con una corrente più o meno accentuata in base alle condizioni marine.

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Zona molto frastagliata che parte dalla riva e si spinge a largo per una quindicina di metri. Oltre a quelli emersi e semiemersi sono presenti degli scogli sommersi, rappresentati dalle zone scure verso il largo. La zona dove frange l’onda è pochi metri prima dell’ultimo scoglio semiemerso che si vede al largo. Considerando la morfologia del luogo, questo è da pescare quando la mareggiata è in stato avanzato e all’inizio della scaduta. Visto l’elevato numero di ostacoli presenti, che consente il formarsi di numerosi flussi di corrente, pescate lo


FABRIZIO CERBONI • A SPINNING IN SCOGLIERA spot con cura senza trascurare il minimo ostacolo, anche quello, per voi, più insignificante.

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foto 7 Grosso scoglio isolato che si trova a una trentina di metri di distanza da riva, situato in un tratto di mare uniforme. La profondità accanto all’ostacolo e nelle zone immediatamente adiacenti è tra i 3 e i 4 m. Spot come quelli della foto sono validi con mare montante, in piena mareggiata e durante la scaduta. Con il mare che sta montando è opportuno scegliere il lato dello scoglio da pescare in base alla direzione da cui spira il vento. Nel pieno della mareggiata e durante la scaduta sono comunque validi entrambi i lati. 7

foto 8 Piccola punta situata all’inizio di un tratto di costa abbastanza rettilineo. La profondità davanti alla struttura e nelle zone immediatamente limitrofe è abbastanza accentuata. Grazie alla limpidezza dell’acqua sul fondo si possono vedere numerosi scogli di varia grandezza, possibili ripari utilizzati dal serranide per tendere agguati alle proprie prede. Spesso queste piccole punte vengono a torto trascurate, mentre occorre tener presente che qualunque struttura sommersa o semiemersa che interrompe la linearità della costa può essere frequentata dalle spigole in caccia. Considerando la morfologia del luogo, questa punta può essere pescata con successo sia con il mare che monta che in piena mareggiata e durante la scaduta.

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foto 9 Tratto di costa abbastanza a picco sul mare. Nell’immediato sottoriva e più a largo sono presenti numerosi scogli semiemersi e sommersi di varia grandezza, che creano corrente e molta schiuma. Nell’intera zona la profondità varia dai 60-70 cm fino a un massimo di 2 m. La linea di frangenza delle onde nell’intera zona si trova a 6-7 m dalla riva. Lo spot è da pescare con il mare che monta e, soprattutto, durante la scaduta. Tenete presente che, per la conformazione del luogo, qui il mare diventa velocemente da montante a mosso o molto mosso in base alla forza e alla direzione da cui spira il vento.

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TECNICA SPINNING • SULL’ACQUA

OSSERVARE BENE PER CONOSCERE MEGLIO Quando andate in giro per la scogliera le cose da osservare sono essenzialmente tre. La prima riguarda il percorso che occorre fare per accedere all’acqua e per compiere gli spostamenti durante la battuta di pesca. Per quest’ultimo aspetto tenete presente che quando pescherete non avrete il mare calmo. Scegliete oculatamente il percorso da fare, considerando che una buona scelta, oltre a farvi spostare in sicurezza, vi farà risparmiare fatica oltre che tempo, che potrete dedicare alla vera e propria azione di pesca. La seconda riguarda la morfologia dei vari spot che potete osservare a occhio nudo, tenendo sempre ben presenti quali sono le abitudini della spigola e qual è il suo modo di cacciare. Dovete soffermarvi sulla morfologia della riva osservando se sono presenti punte più o meno accentuate e insenature più o meno grandi, valutando anche la profondità dell’acqua nell’immediato sottoriva e appena al largo. Dal sottoriva fino a dove riuscite ad arrivare con i vostri occhi dovete controllare la presenza di scogli più o meno grandi, sommersi e semiemersi, di secche, di buche e canaloni, di praterie di posidonia, di tratti di fondale sabbioso o ciottoloso più o meno estesi. Dovete insomma osservare tutto scrupolosamente, senza trascurare il minimo particolare. Non è detto che con lo sguardo potrete arrivare fin dove arriverete con il lancio, per cui, volendo conoscere tale tratto di mare la cosa migliore da fare è acquistare un buon binocolo. Soprattutto se potrete osservare il mare da posizioni sopraelevate, con questo strumento avrete la possibilità di fare scoperte molto interessanti e utili ai fini della cattura del serranide. La terza riguarda la conoscenza di tutto ciò che si trova sott’acqua e non riuscite a vedere. A tal fine consiglio di portarvi dietro, nei vostri giri esplorativi, una canna e alcuni artificiali. Personalmente mi porto un crankbait medium runner, uno deep e uno ultra deep, nonché due o tre metal jig di varia grammatura sui quali monto un amo singolo. I crank, dei quali conosco alla perfezione la capacità di affondamento, li uso essenzialmente per conoscere la profondità presente nei vari spot, la morfologia degli ostacoli semiemersi e sommersi e quella del fondale, mentre i metal jig mi consentono di individuare l’ubicazione del gradino di risacca e quella di eventuali praterie di posidonia che non ho visto né a occhio nudo né con il binocolo.

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FABRIZIO CERBONI • A SPINNING IN SCOGLIERA


i gioielli del Maggiore

L E F U L LY D R E S S E D DI TRAHERNE


LUCA MONTANARI • LE FULLY DRESSED DI TRAHERNE

L UCA M ONTANARI www.moscofilia.com

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o dedicato quasi una settimana alla costruzione della Black Argus, una delle più complesse e meravigliose mosche inventate dal Maggiore John Popkin Traherne. Attraverso la comunità di appassionati di fully dressed, le antiche mosche da salmoni dell’epoca vittoriana, che si tiene in contatto attraverso il sito internet www.classicflytying.com, ero riuscito a procurarmi un set completo di piume di Western Tragopan, un rarissimo fagiano himalayano, perché desideravo cimentarmi in quella che i costruttori di mosche classiche per il Salmo salar definiscono un’impresa ardua, mozzafiato e dagli esiti molto incerti. Il Western Tragopan è rigorosamente protetto e le piume che raramente si reperiscono provengono da uccelli impagliati e successivamente smembrati perché attaccati dalle tarme e irrimediabilmente persi. Questi animali imbalsamati risalgono per lo più a collezioni di fine Ottocento e per realizzare la Black Argus sono necessarie sei piume del petto dell’uccello, scelte tre per lato e di dimensioni decrescenti, così che la macchia bianca all’apice di ogni piuma sia in bella mostra sul palco alare della mosca. Il prezzo di queste pennette è astronomico, ma ciò che le rende davvero uniche, o delle vere ‘bastarde’ come alcuni amano definirle, è il loro massiccio calamo, che va ridotto attraverso una delicatissima operazione chirurgica eseguita a microcolpi di bisturi. È superfluo dire che non c’è possibilità di appello in caso di errore, così com’è necessaria una mano ferma e tanta concentrazione, evitando assolutamente di essere impazienti. Se i calami non sono preventivamente assottigliati e appiattiti, le piume difficilmente manterranno la loro posizione quando saranno sovrapposte, rendendo incerto l’esito del lavoro. Non solo. Una piuma vecchia di un secolo è veramente fragile, perché ha perso la freschezza e buona parte dell’elasticità, e basta un nonnulla per spezzarla. Sinceramente non riesco a immaginare cosa abbia spinto John Popkin Traherne a progettare una mosca tanto complessa e mi domando cosa provasse quando accidentalmente ne incagliava una nuova di zecca sul fondale del fiume, perdendola o spuntandola, oppure quando un grosso e vigoroso salmone riusciva spezzare la piccola asola in budello di baco da seta che fungeva da occhiello. Posso supporre, tuttavia, che condividesse appieno la teoria che le mosche più efficaci fossero le più complesse e ricche di piumaggi rari e preziosi e ciò giustificherebbe il grande sfarzo degli straordinari modelli che ha realizzato nel corso della sua brillante carriera di pescatore di salmoni con la canna da mosca. John Popkin Traherne nacque nel 1826 nel Galles da una ricca famiglia

di proprietari terrieri. Nel 1845 ottenne l’incarico di Ensign nel 39° Reggimento di Fanteria e continuò a servire l’esercito, raggiungendo il grado di Maggiore della Milizia del Glamorganshire, fino al 1865. In seguito svolse tutta una serie di incarichi istituzionali tipici di chi, come lui, aveva ereditato una grossa proprietà terriera. Di carattere socievole e dai modi garbati, nel corso della sua carriera di pescatore allacciò una lunga amicizia col più sanguigno George Mortimer Kelson, massima autorità nel campo della pesca a mosca dell’epoca, condividendo con lui la stessa grande passione per la costruzione delle mosche da salmone. Si presume che questa amicizia nacque in occasione della London Exhibition nel 1883, ma alcuni sostengono che i due pescatori si fossero già conosciuti sulle sponde fiume Usk, non lontano dalla dimora dei Traherne e sul quale Kelson amava spesso pescare. Kelson rimase colpito dall’eleganza e dalla meticolosa attenzione ai dettagli delle mosche dell’amico e ne descrisse alcune in una serie di articoli pubblicati sui giornali di pesca «The Fishing Gazzette» e «Land and Water», includendone anche una selezione nel suo straordinario libro The Salmon Fly. Ciò diede grande risalto e popolarità alle insidie del Maggiore, inducen-


COSTRUZIONE MOSCA

Lang Syne. Per riuscire a sovrapporre i diversi elementi del palco alare della mosca è necessario ricorrere a piccoli trucchi che condizionano la postura di ogni singola pennetta.

Per salvaguardare l’otarda di Kori, alcuni appassionati chiedono agli zoo di cedere loro le penne perse dagli uccelli nel periodo di muta e poi le regalano ai costruttori che ne fanno richiesta.

Un set di penne di Western Tragopan perfettamente selezionato e pronto per la realizzazione della Black Argus.

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do un sempre maggiore numero di appassionati a misurarsi coi loro complicatissimi dressing. La prerogativa delle mosche di Traherne è di essere montate per lo più con piumaggi dalle tinte naturali, ma prelevati da alcuni dei più variopinti animali della terra. Grazie alle numerose colonie britanniche sparse un po’ in ogni dove, i costruttori britannici di fine Ottocento avevano l’opportunità di approvvigionarsi dei più disparati uccelli tropicali e dare vita, così, a piccoli capolavori uncinati. Chiunque, anche coloro che non s’intendono di Salmo salar e delle mosche storiche per la sua pesca, resta infatti affascinato dalla bellezza e dalla vivacità dei colori di una Gitana o di una Nelly Bly, così come pochi costruttori hanno la pazienza e la maestria di affrontare il montaggio di una Chatterer o di un Black Argus. La realizzazione di queste insidie, o meglio di queste opere d’arte, è tuttavia un modo di esprimere la propria creatività e di cimentarsi in una sfida che regala profonda soddisfazione quando si raggiunge un buon livello di perfezione ed eleganza. John Traherne, oltre a essere stato il costruttore più ispirato della sua epoca, era noto per la sua abilità di pescatore e di lanciatore. Con una canna di diciassette piedi e quattro pollici riuscì a proiettare una mosca all’incredibile distanza di quarantuno metri e quattro centimetri, stabilendo un record mondiale che per molti anni non fu superato né eguagliato. Tengo a precisare che in quel periodo le attrezzature da pesca raggiungevano pesi di tutto rispetto, giacché le canne erano costruite prevalentemente in greenheart (Chlorocardium rodiei), un legno tropicale robusto, flessibile e resistente all’acqua, ma anche piuttosto pesante, mentre i mulinelli era-


LUCA MONTANARI • LE FULLY DRESSED DI TRAHERNE John Traherne amava ‘giocare’ con le penne degli uccelli più insoliti e meravigliosi della terra: con le piume del collo e della cresta del fagiano Impeyan creò l’intricata struttura della Bronze Pirate.

no realizzati in ottone ed erano caricati con le code di topo in seta opportunamente apprettate. In pratica, soltanto con ottima tecnica e molta forza era possibile raggiungere la distanza con simili attrezzi. Il Maggiore Traherne amava viaggiare per frequentare nuove zone di pesca e in pratica visitò la stragrande maggioranza dei fiumi più famosi della Scozia, ma anche dell’Irlanda. Tra i corsi d’acqua che preferiva, lo Shannon, presso la città di Limerick, ha senza dubbio influenzato il suo stile di costruire le mosche. Si riteneva, infatti, che nessuna mosca fosse mai troppo brillante e colorata per insidiare i salmoni che risalivano questo fiume. Alcuni modelli più efficaci per pescare sullo Shannon avevano le ali composte con penne copritrici appaiate di pappagallo Ara – la Shannon fly è l’esponente più popolare di tale gruppo di mosche – e questo stile di montaggio fu adottato da Traherne per costruire le sue mosche più belle. Il Maggiore organizzò battute di pesca anche in Norvegia e sul fiume Namsen stabilì un record che ancora oggi rimane imbattuto, riuscendo a catturare centosessantacinque salmoni in quindici giorni. Ciò avvenne nell’agosto del 1864 e nella giornata più fortunata di quell’esperienza l’abile moschista trasse a riva ventitré pesci, il più grande dei quali raggiungeva le trentotto libbre. John Traherne morì nel 1901 a causa di un ictus e nel necrologio pubblicato da «The Fishing Gazette» fu ricordato come il miglior pescatore di salmoni e uno degli uomini più geniali dell’epoca, amato e ammirato da tutti. Le mosche della serie Traherne rappresentano un traguardo per chi ama montare le fully dressed. Senza conoscere i tanti piccoli trucchi e le

Affiancando le piume di anatra sposa a quelle di Western Tragopan, si completa l’ultima fase del complicato mon taggio delle ali della Black Argus.

Jungle Don. Grazie agli allevamenti di galli della giungla è possibile affrontare la costruzione di numerose fully dressed senza esborsare cifre astronomiche.

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COSTRUZIONE MOSCA

Evening Star. Alcuni esemplari della serie Traherne hanno un aspetto ingannevole, che può farli ritenere non troppo difficili da realizzare.

Tippetiwitchet. Soltanto con materiali di primissima qualità si riesce a ultimare correttamente il montaggio di una bella fully dressed.

Nelly Bly. Mosche così colorate avevano certo lo scopo di allettare più il pescatore che il pesce, ma questi le avrebbe utilizzate con maggiore convinzione e concentrazione.

Nephentian Variant. Le ali di molte mosche di Traherne sono composte con piume intere sovrapposte.

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numerose tecniche di montaggio, il risultato delle costruzioni più elaborate è destinato a fallire e il miglior modo per evitare frustranti delusioni è di rivolgersi a un esperto che sappia spiegare l’importanza delle proporzioni e i sistemi di applicazione dei vari materiali. Non solo, certi piumaggi vanno ‘addomesticati’, vale a dire vanno rimodellati per conferir loro la giusta postura. Tale operazione si esegue, ad esempio, immergendoli in acqua per poi farli asciugature dopo aver ridisegnato la loro silhouette. Ad altri, invece, va ‘spezzata la schiena’: è il caso delle piume della cresta del fagiano dorato, indispensabili per creare la coda e la copertura delle mosche. Oggigiorno non è facile incontrare appassionati dei lavori al morsetto capaci di montare una fully dressed in maniera impeccabile e pochi di questi riescono a realizzare le mosche di Traherne senza imperfezioni. Tra i più bravi che ho incontrato, si distingue sicuramente l’amico Mike Townend, costruttore di Aberdeen, in Scozia, che ha svolto il ruolo di mentore nella mia avventura con la Black Argus. A lui mi rivolsi per capire come ridurre le dimensioni dei calami delle piume di Western Tragopan, e sempre lui mi insegnò certi trucchi per conferire un’elegante forma a cascata alle piume di fagiano dorato impiegate per la coda e la copertura della ali. Non solo, per aiutarmi a comprendere meglio il gioco delle proporzioni, Mike si offrì di seguirmi passo a passo nella costruzione della mosca e grazie alle moderne tecnologie, vale a dire all’immediato invio di foto con la posta elettronica e a videochat con Skype, corresse i miei piccoli errori, suggerendomi di volta in volta la soluzione più pratica e semplice per ottenere il miglior risultato, risultato che si è poi concretizzato nell’esemplare di Black Argus che ho costruito.


May Queen. Le pennette copritrici delle ali di pappagallo sono contemplate nel montaggio di tante mosche della serie Traherne.

LUCA MONTANARI • LE FULLY DRESSED DI TRAHERNE

George Mortimer Kelson ritratto con una tipica canna da salmone in greenheart dell’epoca.


AUTOCOSTRUZIONE

HOT STAMPING LUR ES M ORENO B ARTOLI spliche@alice.it

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n una ricetta costruttiva pubblicata sul numero di «Pescare» del marzo 2005 affrontavo l’annoso problema di come rendere i dressing degli artificiali autocostruiti sempre più ‘riflettenti’ la luce. In quell’articolo illustravo il modo in cui realizzare due livree – una d’oro, l’altra d’argento –, utilizzando la tecnica della doratura a ‘missione’. Con la foglia d’oro e/o d’argento ero in grado di ricoprire tutto l’artificiale senza più preoccuparmi di antiestetiche grinze, rughe e scalini più o meno evidenti. L’argentatura o la doratura così ottenute davano all’esca un aspetto metallico lucente inusuale, ma i riflessi che si ottenevano sotto i raggi del sole erano purtroppo ancora mediocri se paragonati agli eccezionali flash di luce multicolore ottenuti esponendo al sole un

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qualsiasi artificiale, tra quelli allora in commercio, dotato di colorazione olografica. Il grosso problema che mi si parava davanti, quello di ottenere riflessi olografici dalle livree dei miei artificiali, cozzava inesorabilmente contro un muro insormontabile fatto di costose lavorazioni a livello industriale, con l’utilizzo di moderne tecnologie a luce laser. Ma se non potevo ottenere ologrammi originali miei, potevo utilizzare quelli esistenti in commercio, dal momento che molti prodotti sfruttano le caratteristiche della luce laser. Uno degli esempi di carta olografica che utilizzai per i primi esperimenti fu quello delle figurine Panini: sì, proprio quelle dei calciatori. In ogni bustina ce n’era sempre almeno una con fondo olografico. Con un batuffolo di cotone impregnato di diluente ‘cancellavo’ il giocatore rappresentato nella foto e


MORENO BARTOLI • HOT STAMPING LURES mettevo il rettangolino di carta olografica nell’acqua, la sera, e la mattina dopo trovavo la parte cartacea separata da quella olografica, arrotolata su se stessa. Una volta asciutto il foglietto olografico, dopo averlo tagliato a misura, lo incollavo sui fianchi dell’artificiale. Il lavoro era ben fatto solo se i fianchi erano piatti; se erano arrotondati si formavano grinzine e rughine che mi sforzavo in ogni modo di eliminare, senza mai riuscirci completamente. Anche quando ci riuscivo, rimaneva giro giro un antiestetico scalino, che molti autocostruttori e perfino gli stessi operai della Rapala rendevano invisibile con una o due mani di resina trasparente stesa prima dei colori della livrea finale. Dalle figurine sono passato ai nastri adesivi olografici, poi alle carte olografiche da regalo, ma nessuna delle soluzioni era soddisfacente. Ho continuato a cercare e poiché chi cerca trova… ho trovato la soluzione in tipografia, mentre il tipografo stava allineando una decina di bicchieri neri su un nastro scorrevole che entrava in un macchinario particolare, dove da una parte scorreva un nastro olografico dorato con motivi geometrici, dall’altra uscivano i bicchieri con figure olografiche dorate con motivi geometrici. Toh! Figure olografiche dorate stampate su superfici cilindriche… «Ma cos’è quella lì?», chiesi al tipografo. «È la macchina per la stampa a caldo», rispose distratto. Nella mia mente frullavano parole come ‘nastro’, ‘dorato’, ‘superficie’, ‘cilindrica’: no grinze, no rughe… «Ma come funziona?» «Stampa su tutte le superfici. Vedi? Il trasferimento dell’elemento olografico dorato sui bicchieri è ottenuto con l’effetto combinato di pressione e di calore», rispose il tipografo. Pressione e calore: no grinze, no scalini... «Ma se il nastro dorato lo premo e lo scaldo a mano, senza la macchina, ottengo lo stesso risultato?», chiesi fiducioso. «Mah», rispose con sufficienza, «non saprei, credo di no, ci vuole la macchina, ci vogliono dai 90 ai 150 gradi di calore…». «Me ne dai un po’ di quel nastro? Provo io, così poi ti dico: me ne basta poco poco», dissi tutto d’un fiato. «Certo, prendi quello scarto laggiù, a me non serve più, è troppo corto». Detto fatto. Tornai di corsa a casa, nel mio laboratorio. Poggiai quel campione olografico sul banco e non so quanti minuti stetti lì a rimirarlo. Quel giorno non feci nulla. E nemmeno i giorni e i mesi successivi. Non sapevo cosa fare con quel rotolo dorato. Era il maggio del 2006. Solo a settembre lo ripresi in mano, un poco polveroso. Avevo da decorare un minnow e feci la cosa più naturale che si possa fare con in mano un rotolo di carta olografica, anche se per uso tipografico: tagliai con le forbici alcune striscioline e le incollai sul minnow, così, come avevo fatto mille volte con le figurine Panini. Grinze e scalini sul ventre dell’esca dettero due sonori schiaffi alla mia mente sopita. Di colpo capii. Tutto s’azzerò e un’unica parola rimase in testa: calore...

Ci voleva il calore. Ci voleva qualcosa per fare calore. Il phon asciugacapelli? Da provare, senz’altro. Tagliai un pezzo dal rotolo dorato e osservandolo attentamente mi accorsi che un lato era lucido e liscio, l’altro opaco e ruvido. Quale lato incollare? Liscio o ruvido? Ricordai che in tipografia avevo visto uscire dalla macchina per la stampa a caldo un nastro trasparente lucido e dedussi che la parte lucida era il supporto dove viene fatta aderire la parte olografica opaca e ruvida. Mi regolai di conseguenza: avrei dovuto mettere la colla sui fianchi dell’esca e far poi aderire le striscioline di olografico dalla parte opaca. Ma quale colla utilizzare? Le esperienze passate a incollare le foglie d’oro e d’argento mi portarono a scegliere la ‘missione’ (la colla usata dai doratori di cornici): spalmai i fianchi del minnow, attesi il tempo necessario, poi feci aderire una strisciolina olografica e riscaldai il tutto con il phon. Attesi impaziente. Non sapevo quanto dovessi aspettare. Decisi di procedere e strappai via la parte lucida. Non ricordo se fossi più felice che deluso o il contrario. So che vidi il fianco del minnow macchiettato d’oro, qua e là, mentre la strisciolina lucida che avevo asportato presentava delle macchiette dove mancava l’oro. L’aspetto estetico del minnow faceva pena. L’esperimento non era riuscito, ma sotto sotto, dentro di me, una vocina si faceva strada: ci sei… devi solo trovare la temperatura giusta. Seguirono molti esperimenti dove la temperatura del phon e il tempo di accensione furono aumentati con risultati fallimentari. Forse la temperatura del phon era troppo bassa per ‘ammorbidire’ a sufficienza il film olografico, quindi passai all’uso della pistola termica e tra un’ustione e l’altra il trasferimento dello strato adesivo olografico migliorò notevolmente, anche se non in modo costante. Provai a cambiare i rotoli olografici ritornando in tipografia e facendomi dare altri campioni con nuove fantasie colorate, ma la situazione non migliorava in modo sostanziale. Il periodo di esperimenti durò circa quattro anni, durante i quali riuscii a trasferire completamente il film olografico solo se ritagliato in piccoli pezzi. Come aumentavo le dimensioni del film olografico, ritrovavo le medesime difficoltà iniziali. La situazione cambiò completamente nel corso del 2011, quando, in un eccesso di scoraggiamento per i mancati miglioramenti, decisi in un attimo di capovolgere l’ordine di alcune operazioni che fino a quel momento avevo effettuato. Ora sono in grado di descrivere il procedimento che sono riuscito a mettere a punto per creare livree olografiche tali che sarà impossibile distinguere se siano state eseguite a livello industriale oppure fatte a mano. Potrete ottenere artificiali con splendide livree olografiche senza rughe, senza grinze, senza scalini. Prima, però, permettetemi di far notare come, una volta che avrò descritto la mia ricetta, ci saranno senz’altro molti autocostruttori che diranno: «È una cosa banale», «È l’uovo di Colombo», «Ci avevo pensato anch’io», «Tutto lì, io lo facevo già…» ecc. Io, per arrivare a questa ricetta, ci ho messo sei anni e la mossa risolutrice l’ho scoperta in un attimo!

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AUTOCOSTRUZIONE

1. Occorre anzitutto reperire il materiale necessario. Dovete andare in una tipografia e chiedere se hanno degli scarti di foil metallizzato. Il foil è venduto in rotoli d’altezza variabile che il tipografo taglia su misura, per cui qualche eccedenza si trova senz’altro. Con un trincetto ben affilato e un righello tagliate alcune strisce, in numero sufficiente a ricoprire l’artificiale scelto per la colorazione olografica. 2. Il collante da utilizzare è la ‘missione’, liquido bianco latte utilizzato da tutti i corniciai per dorare e/o argentare le cornici dei quadri. Con un pennello a setole morbide spalmate una modica quantità di missione su una sola striscia per volta. Mi raccomando, una sola. Qui sta la scoperta cui ho accennato nell’introduzione. La colla non si spalma sul corpo dell’esca come tutti o quasi tutti avrebbero pensato, ma sul foil, sulla parte che risulta opaca. Effettuate questa operazione su un foglio di carta che poi getterete via. Potete utilizzare per esempio quegli opuscoli pubblicitari che tanto spesso mettono nelle cassette della posta. Una pagina usa e getta per ogni striscia di foil che spalmerete. La missione è molto ‘appiccicosa’ e non dovrete mai toccarla con le mani. Per tenere fermo il foil utilizzerete un qualsiasi attrezzo metallico appuntito. Non usate le dita! 3. Eccoci alla fase più delicata. Dovete riscaldare il foil, utilizzando una pistola termica quasi al massimo della sua potenza calorica. Passate sopra il foil, a una distanza di 5-7 mm, senza mai soffermarvi in alcun punto ma sorvolando lungo la striscia per 3-5 secondi. La superficie della striscia s’incresperà a causa del colore ricevuto.

La stampa a caldo nasce alla fine dell’Ottocento, per apportare scritte di colore bianco sui nascenti album fotografici con le pagine di colore nero. Dopo vari tentativi nacquero i primi fogli con una spalmatura tirata a mano, stampabile a caldo con caratteri tipografici al piombo. L’applicazione divenne così diffusa che si pensò di stampare le copertine dei libri anziché in oro zecchino con qualcosa di simile ma molto più economico. Il ‘foil’, per come oggi lo conosciamo, è stato messo a punto subito dopo la seconda guerra mondiale con l’avvento della moderna industria chimica petrolifera. Il film è costituito da un supporto normalmente in PET (Poli Etilen Tereftalato: una resina termoplastica) e da una serie di strati sovrapposti che, sotto l’azione del calore, si staccano e si incollano sul materiale prescelto (carta, plastica, pelle, legno…). Il foil ha uno spessore infinitesimale, di 20-30 micron.

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MORENO BARTOLI • HOT STAMPING LURES 4. Con l’aiuto di una punta metallica, che può essere benissimo quella di un trincetto o di un paio di forbici, sollevate un angolo della striscia; quindi con un paio di pinzette o con pollice e indice prendete la striscia… 5. …e appoggiatela sulla superficie dell’artificiale. L’adesione sarà immediata e irreversibile. 6. Con un pennello/tampone e/o con le dita perfezionate l’incollaggio. Togliete la parte lucida del foil e vedrete l’olografia stampata sul corpo dell’esca. Ripeterete la stessa operazione con le altre strisce di foil fino alla completa copertura. È possibile immergere l’artificiale nel turapori all’acqua per isolare l’olografia ottenuta. In seguito potrete colorare a piacere la livrea dell’artificiale con pennello e/o aerografo. Potrete procedere quindi con almeno due mani di resina epossidica protettiva. Alla fine non ci saranno scalini, pieghe e grinze e, soprattutto, non si verificheranno più quei fastidiosi scollamenti tipici nell’uso di carte olografiche e nastri metallizzati adesivi.

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show room

negli ultimi anni ha davvero fatto passi da gigante, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista delle finiture, e ci azzardiamo a dire che la serie Slasher sembra un deciso salto di qualità che merita attenzione. Il prezzo al pubblico rimane comunque nell’ambito di una fascia media, andando dagli 89.90 euro di una 7’ azione L fino ai 119.90 euro di una 9’ azione MH. Per ulteriori informazioni: Trabucco Fishing Diffusion, 0521/618000, www.trabucco.it, info@trabucco.it.

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sette canne per lo spinning in acqua dolce e mare

prodotte dalla TFO Temple Fork Outfitters

RAPTURE SLASHER

GARY LOOMIS SIGNATURE SERIES

Per il 2012-2013 Rapture propone una nuovissima serie di canne in due sezioni per lo spinning. Grazie al grande numero di modelli (sette in totale) e alla grande qualità della componentistica, tutta a prova di corrosione marina, le Rapture Slasher possono essere impiegate tanto nelle acque interne che in mare. Il fusto è realizzato in carbonio alto modulo CX-1, leggero e dalla pronta risposta elastica. Tutta la sua duttilità si fa notare nella gestione di esche dalla diversa grammatura, nei limiti dell’intervallo di potenza di ogni singolo modello. L’azione è spiccatamente di punta, senza tralasciare la corretta ripartizione verso il basso della curvatura, che permette quindi di lanciare alla giusta distanza l’artificiale. Le finiture sono decisamente di primo livello, con una opacizzazione dell’intero blank, arricchito sopra il portamulinello, di tipo integrato davvero molto ben progettato, da una sezione in woven carbon e da tutta una serie di legature minuziosamente rifinite con diversi colori, tono su tono, per un look finale molto elegante e certamente non pacchiano. Anche gli anelli, ponte medio anticorrosione e pietra in SiC, sono stati legati con molta cura e con colori che riprendono la fantasia del calcio. La seconda sezione, la cima quindi, riporta la serigrafia della famiglia della canna nonché del modello, in modo da renderla facilmente riconoscibile. Tornando al calcio, realizzato in EVA e Rubber Cork secondo i più moderni dettami e dalla forma anatomica, spiccano la customizzazione del portamulinello e una bandella in acciaio inox che riporta la dicitura «Slasher Hyper Sensitive», a ricordarci di avere tra le mani non solo un bell’oggetto ma anche un attrezzo molto funzionale, che si fa notare per la precisione e la sensibilità con la quale viene gestita l’esca. Nella parte in EVA, inoltre, è stata ricavata la scritta «Rapture» in bassorilievo. Esclusivo e di grande impatto anche il tappo terminale, che riporta il logo della famiglia nonché le principali caratteristiche. La famiglia si compone di due modelli da 7’ (2,10 m circa) con azione L (314) e ML (4-21), molto indicati nella pesca in torrente ma non solo: nella pesca in mare sempre più pescatori si orientano verso canne leggere ma potenti al punto giusto, specialmente nella pesca alla spigola. Le 8’ (2,40 m) sono tre, aggiungendo oltre alla L e alla ML una M più decisamente marina, con potenza 7-28 g. Due, infine, le 9’ (2,70 m) con azione M e MH (1035), quest’ultima molto indicata nella pesca con il popper in mare. Rapture

Trent’anni fa Gary Loomis attirava l’attenzione e l’ammirazione dei pescatori più esigenti del mondo fondando la G.Loomis che utilizzando tecnologie e ingegneria all’avanguardia, ha realizzato canne da pesca che hanno iniziato la storia dello spinning moderno. Dal 1997, dopo la vendita del suo prestigioso marchio, Gary si è dedicato alla protezione delle specie marine del Pacifico nord-occidentale, fondando Fish First (www.fishfirst.org) di cui è presidente, e la Coastal Conservation Association Pacific Northwest (www.ccapnw.org). Anche se non più legato alla G.Loomis, è tuttavia rimasto in lui il desiderio di continuare a «costruire le migliori canne da pesca». Gary ha così accettato di condividere la sua impareggiabile capacità di progettazione e la sua comprensione delle moderne tecnologie e dei materiali innovativi collaborando con un’azienda texana già molto famosa, la Temple Fork Outfitters, al fine di progettare e mettere a disposizione dei lanciatori una nuova generazione di canne ad altissime prestazioni ma dal prezzo contenuto. Queste le sue parole: «Lavorare con TFO mi permette di mettere canne di alta qualità nelle mani di pescatori che altrimenti non avrebbero accesso a questo tipo di attrezzi. Sono questi i nuovi pescatori che, attraverso lo sviluppo di questo sport, ci aiuteranno a proteggere l’ambiente e le specie ittiche». Nasce così la Signature Series realizzata da TFO, che al suo debutto ha già suscitato molto interesse ed è stata votata come miglior canna da spinning dalla prestigiosa rivista Field&Stream. La serie è molto completa e comprende attrezzi per lo spinning sia freshwater che saltwater.


Quando si deve impiegare una canna per una pesca specifica è facile sceglierne la lunghezza tra le tante a disposizione. In questo caso ben 14 sono i modelli da spinning e 8 da casting (tutte monopezzo) per lo spinning in acqua dolce, oltre a 3 da casting e 17 da spinning (anche queste rigorosamente monopezzo) pensate per i lanciatori in mare. Completano la serie anche alcuni interessantissimi modelli Travel in tre pezzi. La combinazione del design di Gary con l’utilizzo di una nuova tecnica di lavorazione del carbonio alto modulo si vede e si ‘sente’ impugnando una canna Signature Series. Sono canne leggere, sensibili e molto reattive, tutte con un’azione fast ottima in ogni circostanza. A caratterizzare la serie è il sistema Color ID, che serve a riconoscere la potenza della canna. Tutti i manici sono ‘splittati’ nel rear grip, lasciando scoperta una parte del calcio che è stata colorata in maniera diversa a seconda del power dell’attrezzo: una rapida occhiata e sarà facile prendere la giusta canna quando ne avrete bisogno. Questo sistema piacerà molto ai bassmen che hanno molte canne sul deck della barca. Un calcio di colore argento identifica una ML (Medium-Light), uno verde scuro una XH (ExtraHeavy). Tutte le canne di Gary Signature Series montano anelli in SIC. Abbiamo testato alcuni modelli nelle nostre acque con risultati molto soddisfacenti, in acqua dolce ma soprattutto in mare dalla riva. Nella serie saltwater potete scegliere tra 5 modelli da 7 piedi e 5 da 7,6, forse la lunghezza ideale per lo spinning mediterraneo: da quello ultraleggero al sugarello arrivando alle grosse e combattive lecce, troverete senz’altro quello più adatto a voi. Portate con voi a pesca una o più canne Gary Signature Serie TFO: fatele lavorare e scrivete la vostra storia... Per ulteriori informazioni: Eurosportos, Tel. 055/720750, www.eurosportos.com (Stefano Corsi)

Ultra light Minnow e Ultra light Shad

RAPALA PER L’ULTRALEGGERO Benché gli artificiali della conosciutissima casa finlandese coprano praticamente tutte le esigenze di pesca per qualsiasi predatore, il lancio ultraleggero è sempre stato un vero punto di forza e di giustificato orgoglio. A sor-

presa, quest’anno, sono stati prodotti due nuovi modelli che non hanno mancato di occupare subito un posto di grande rilievo nelle scatole portaesche di tutti gli appassionati. Queste novità, che hanno riscosso un meritatissimo successo, sono l’Ultra Light Minnow e l’Ultra Light Shad. Il primo è di fatto un piccolo minnow dalla linea piacevolmente classica ma con l’inconfondibile paletta di affondamento tipo Shad Rap che ne vivacizza il movimento anche a recuperi molto lenti e regolari. È ad affondamento piuttosto lento ed è prodotto in otto diverse colorazioni in due diverse misure da 4 e 6 cm; il più piccolo pesa 3 g, il secondo 4 g. Montano due ancorette triple Premium VMC Black Nickel, hanno occhi tridimensionali e grande ricchezza di dettagli come squame e pinne. Testati a mano singo-

larmente, dispongono di split ring in testa per connettere la lenza con nodo semplice senza eseguire quello Rapala o utilizzare moschettone a curva tonda. La misura piccola è perfetta per trote e cavedani anche in corrente moderata, mentre il 6 cm è il classico ‘pesce foraggio’ da jerkare in qualsiasi occasione. Entrambi lavorano a una profondità inferiore al metro. La seconda novità, prodotta nella misura unica da 4 cm, è l’Ultra Light Shad da 3 g, anch’esso disponibile in otto diversi colori. La sua accentuata paletta dritta, tipica di tutti gli shad, fa sì che scenda più velocemente negli strati inferiori, ma se trattenuto a mezz’acqua il suo nuoto diviene molto stretto e adescante. Non possono mancare nel corredo di nessun lanciatore da ultraleggero. Per ulteriori informazioni: Shimano Italy Fishing, tel. 0331/742 711, www.shimano.com. (Luciano Cerchi)


metal jig, curati nel dettaglio sia per le capacità catturanti rilevate sul campo che per le colorazioni studiate a puntino. Nei pesi rispettivamente di 40-60 e 80 g, che ho provato nelle acque liguri in mangianza, questi artificiali hanno dimostrato un’ottima resa, soprattutto su tombarelli, tonni alletterati e naturalmente anche sui più grandi tonni rossi. Proprio nei mesi autunnali, quando diversi predatori si radunano volentieri per la concentrazione di pesce foraggio (composto di solito da acciughe di piccola stazza), pescare impiegando dalla barca queste esche micidiali equivale molto spesso a godere in canna di divertenti combattimenti. Se teniamo in considerazione il cambiamento del clima, che negli ultimi anni ha portato temperature miti sino all’inizio dell’inverno, lo spinning coi metal jig trova un largo campo d’azione, specialmente se le mangianze perdurano nelle nostre acque a distanze da riva facilmente sondabili. Le particolari tonalità olografiche (lumi/orange/blu), compresa una versione ‘glow’, conferiscono al movimento intrinseco di questi metal jig un alto potere catturante. Anche le veloci palamite non rimangono indifferenti al movimento rapido d’affondamento di questi jig (mod. MF6001 in catalogo), unito alla ripartenza molto naturale e ingannevole che sarà portata dal manico del lanciatore esperto. Consiglio di armarli, più che con l’ancoretta di coda, con un robusto assist hook in testa. Per ulteriori informazioni: Carson, tel. 011/4501668, www.strikepro.it, www.carson.it, info@carson.it. (Giorgio Montagna)

Majora distribuisce le nuove colorazioni

REBEL TRACDOWN MINNOW In occasione del 50° anniversario della Rebel, Majora Intelligent Fishing importa alcuni modelli nuovi o rinnovati dell’azienda, come i Tracdown Minnow, in due versioni entrambe ineguagliabili per azione e rendimento, caratterizzati da un affondamento estremamente veloce, fino a 60 cm al secondo. Ideali per la pesca della trota in acque correnti e in lago, questi sinking minnow sono proposti ora in nuove colorazioni, estremamente accattivanti. Ecco le specifiche delle due versioni importate: 5,7 cm per 3,3 g (ancorette #10, 0-2 piedi); 4,3 cm per 3,0 g (ancorette #14, 0-2 piedi). Per ulteriori informazioni: Majora Intelligent Fishing, tel. 02/95364376, www.majorafishing.com.

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un’interessante novità da Carson

novità autunnali a marchio Seaspin

METAL JIG TAMURA

MOMMOTTI 180 SS

Sfogliando in rete il vasto catalogo di Carson, relativo non solo ai predatori d’acqua dolce ma anche a quelli saltwater, spicca la nuova serie di artificiali Tamura, concepiti proprio per un innumerevole serie di carnivori del Mediterraneo. Varie specie pelagiche sono infatti interessate al movimento, impeccabile sia nella fase di discesa che in quella del richiamo, di questi

In soli due anni dalla nascita, il marchio Seaspin ha raggiunto un livello di notorietà veramente importante sia sul mercato italiano che sul mercato internazionale. Tutto questo certifica la professionalità delle persone che vi lavorano e la qualità dei suoi prodotti. Tra questi bisogna segnalare senza dubbio la serie dei long jerk, i Mommotti, che hanno permesso al marchio Seaspin di rivaleggiare come qualità e capacità di catture con i più blasonati artificiali dello stesso segmento di marchi internazionali quali Duo e Daiwa. Ma la ditta sarda non riesce proprio ad essere soddisfatta e, nonostante il successo, si è da tempo preoccupata di migliorare i modelli sopra citati in una continua ottimizzazione dettata dalle esperienze sul campo e dalle richieste dei tanti estimatori che ha ormai acquisito. A tal riguardo occorre segnalare due novità relative al marchio Seaspin: quella che potremmo definire la ‘release 2.0’ del presente Mommotti 180, galleggiante, che sarà riconoscibile rispetto al modello precedente dalla sigla SF e l’ingresso sul mercato dell’attesissimo modello slow sinking, il Mommotti 180 SS. Entrambi gli artificiali derivano dal processo di perfezionamento voluto dai progettisti Seaspin per migliorare ulteriormente le caratteristiche del modello base. In particolare, per il Mommotti 180 SS l’attenzione dei progettisti si è focalizzata su quattro punti distinti: il posizionamento dei pesi interni per aumentare ancor più la già lunga gittata dell’artificiale in fase di lancio, il leggero inspessimento della paletta come ulteriore tutela per le rotture accidentali, un ispessimento dei setti di contenimento dei pesi mobili interni e l’utilizzo delle ancorette rinforzate Seaspin Très T3X. Al rinforzo delle ancorette originali si è giunti in particolare dopo che negli anni si è


constatato che i long jerk sono artificiali così efficienti da permettere facilmente catture di pesci di notevole taglia, che mettono conseguentemente in difficoltà il pescatore nella gestione del recupero della preda. In particolare, se le ancorette sono ottimizzate per prede più piccole come nei modelli giapponesi citati. L’equilibrio da raggiungere nell’artificiale a seguito di queste modifiche, che sono sì distinte ma che ovviamente interagiscono tra loro, non è stato facile, ma gli sforzi dei progettisti nei test effettuati in molti mesi hanno permesso l’uscita per il mese di ottobre del nuovo Mommotti 180 SS. Con i suoi 28 g, slow sinking, studiato appositamente per lanci lunghi in qualsiasi condizioni di tempo e di mare, si preannuncia come un’ arma decisamente importante per la crescita ulteriore del marchio Seaspin. Per quanto riguarda il Mommotti 180 SF, nella sua nuova versione, i cui test hanno evidenziato un notevole incremento della distanza di lancio pur mantenendo lo sfarfallamento tipico nel nuoto, dovremo probabilmente aspettare la primavera del 2013. Il marchio Seaspin è prodotto da Utopia Tackle s.r.l.: tel. 070/844099, www.seaspin.com.

due stick bait e uno shad per acqua dolce e mare

VALLEY HILL DEBUTTA IN ITALIA CON PRO TACKLES Tra le novità in arrivo per la fine del 2012, Pro Tackles propone una linea di soft baits prodotte dalla nipponica Valley Hill. Un binomio, Pro Tackles e Valley Hill, tra imprese del settore della pesca sportiva e ricreativa che trova il collante nella grande passione. C’è l'accordo tra la Valley Hill e l'azienda di Molinella, per la distribuzione in Italia di prodotti a marchio ‘Valley Hill International’ creati da appassionati per gli appassionati. La tradizione di Valley Hill nel settore pesca parte da lontano. L'azienda, fondata in Giappone nel 1946, si consolida in una forte managerialità al servizio di aziende e rivenditori nel proprio mercato domestico, guadagnandosi una fama che dura da oltre 50 anni. Il successo si è consolidato grazie alla capacità di incoraggiare i sogni di tutti i pescatori con prodotti che soddisfano pienamente le loro aspettative. Su queste basi nasce la sinergia tra Valley Hill e Pro Tackles. Una collaborazione che aprirà, ad entrambe, nuove opportunità di sviluppo e supporto reciproco sia in Italia che in Giappone. La linea, presto disponibile, è la nuova gamma di soft baits creata da Valley Hill appositamente per il mercato europeo. Si tratta di due serie di stick baits, il Dippi'n Fish e il Dippi'n Stick, e uno shad, il Dippi'n Shad. Le misure proposte vanno dal 1.75” pollici del Dippi'n Shad fino ai 4” pollici del Dippi'n Stick. Le varianti di colore sono sei, tutte nelle tonalità classiche adatte alla pesca della trota, del persico reale, al rock fishing in mare fino al finesse fishing per il black bass. Per ulteriori informazioni: Pro Tackles, tel.

051/887919, www.molixfishing.com.

Reins, Saint Croix, Duo

NOVITA’ T2 DISTRIBUTION Ancora molte novità dall’azienda di Argenta (FE), che si sta specializzando a 360° nel mondo del lure fishing. Proprio in vista della stagione autunnale è previsto il lancio di diversi prodotti che diventeranno un must per i pescatori che si cimenteranno con le tecniche del light rock fishing ma anche per chi insidierà le trote. Parliamo soprattutto delle esche Reins, il vero punto di riferimento per ciò che riguarda le micro-baits. In arrivo in Italia due prodotti sviluppati in collaborazione con Deps, ossia l’Aji Adder e l’Aji Adder Shad. Entrambi di ridottissime dimensioni (2’’), si differenziano per il tipo di coda e quindi per l’azione sviluppata: coda pin-tail guizzante per l’Aji Adder e coda a timone shad-tail per l’Aji Adder Shad. Hanno entrambi ottenuto un notevole apprezzamento in Giappone e saranno finalmente disponibili negli scaffali dei migliori negozi italiani a partire da settembre, assieme a tutta la rinnovata cartella colori Reins, comprendente particolari colorazioni laminate studiate appositamente per il mercato italiano: il Sardine (dorso azzurro e pancia bianca), l’Electric Chicken (dorso chartreuse e pancia rosa) e il Pink Paradise (dorso rosa e pancia bianca). Nuovi colori in arrivo anche per il celebre Pica Spoon: il Mojito Green è un verde fluo molto acceso mentre il colore Oro è un colore dorato lucido.

Da Saint Croix grosse novità: la linea Extreme, grazie al mix tra nuovo design e nuove tecnologie produttive, si è assicurata il premio di migliori canne da acque interne nell’ultima edizione della celebre fiera ICAST 2012. Le principali innovazioni, oltre alle brevettate tecnologie NSI, ART, IPC sono l’introduzione della tecnologia TET, che consente di ottenere una curva del grezzo in grado di donare maggiore sensibilità, l’installazione di anelli Fuji-K Sic tangle free, il manico Xtreme Skin creato appositamente per essere estremamente leggero e asciutto anche in condizioni estreme.

Sempre a settembre, T2 distribution distribuirà le nuove colorazioni dei celebri Duo Tide Minnow Slim 175 e 200. Già presente nei negozi invece l’imponente Mad Wag 7’’. Il nuovo grub di casa Keitech sviluppa un’azione sinuosa e vibrante come nessun’altra esca sul mercato. Adatto ad insidiare bass e lucci, diventerà un must in tutte le cassette dei pescatori alla ricerca dei grossi predatori. Per ulteriori informazioni sui prodotti e marchi distribuiti da T2 distribution: info@t2distribution.com.

un’actioncam avanzata, molto competitiva

CAMONE INFINITY BY ACME Sono passati circa due anni da quando, dopo aver provato diverse soluzioni per poter filmare le mie catture sott’acqua e in condizioni ‘estreme’ comprai la mia prima actioncam. Al tempo era usata quasi esclusivamente da pochi pescatori subacquei e in sport come lo snowboard e il parapendio. Oggi basta fare un giro sul web per trovare centinaia di video amato-

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show room Lavorazione dello stelo in conicità a finire.

ancora alta tecnologia dalla Stonfo

ANNODATORE UNIVERSALE ‘ELITE’

riali che documentano giornate di pesca indimenticabili e le actioncam sono divenute cosi popolari da essere presenti anche alle recenti olimpiadi di Londra. Il loro segreto è il fatto di essere piccole, waterproof e di girare in formati video di alta qualità. La mania ha smosso il mercato e ora si trovano diverse soluzioni tecnologiche che puntano a colmare le lacune dei primi modelli e a fornire opzioni sempre più hi-tech. Fra le novità più interessanti, ho provato recentemente quella che sembra una delle più performanti e innovative, la CamOne Infinity della ACME. Rispetto alle concorrenti forse più famose è decisamente più piccola (peso senza custodia 77 g, contro i 128 g della GoPro con display lcd), ha un case in alluminio ma con schermo 1,5” LCD incluso (optional 2” per la GoPro), per poter vedere cosa si sta riprendendo in tempo reale, fa video Full HD 1080p (formati mpeg4 or mov) e foto da 8 mpx, ha un microfono incorporato. Novità assoluta nel campo delle actioncam ha una lente intercambiabile e regolabile (fissa nella GoPro), che consente di utilizzare altre ottiche come si fa con le reflex digitali, adattando la cam alle proprie esigenze. Con la lente regolabile in dotazione è possibile regolare il fuoco e il campo di ripresa (170° > 720p; 127° > 1080p) e soprattutto, portandola su un angolo di 95° rispetto alla sua posizione normale, riprendere e fotografare sott’acqua senza dover sostituire la lente del diving case stagno, fornito in dotazione, che consente di riprendere fino a 60 m di profondità e che è dotato di un sistema di accesso al menù della actioncam attraverso ben sei tasti (accensione, luce, menù, play, foto, video) oltre che di diversi accessori. Il case, come la cam, ha un innesto per tripodi e monopodi diretto (non ha bisogno di tripod mount addizionali). Una funzione molto interessante per noi pescatori è una luce a led incorporata, che va a colmare una lacuna di molte actioncam (pressoché inutilizzabili nelle riprese notturne). La batteria, infine, ha un’autonomia quasi doppia della concorrenza, ovvero ben 87 minuti. Anche il prezzo è molto interessante, molto competitivo. Per maggiori informazioni: www.camonetec.com (Antonio Varcasia)

L’indiscutibile affermazione della Stonfo nel settore della pesca a mosca è confermata dal consenso ricevuto dagli innumerevoli PAM che hanno utilizzato i suoi prodotti. Questo stato di cose ha fatto sì che l’azienda sia stata incoraggiata a potenziare il settore, introducendo nuovi prodotti e iniziando nuove linee. È nata così la linea Elite. che rappresenta il massimo della ricerca tecnologica nella realizzazione dei prodotti. L’annodatore qui presentato fa parte di questo progetto, come già la serie dei bobinatori e la pinza per hackles. Pur non differenziandosi per quanto riguarda il suo tradizionale utilizzo, è nei particolari delle lavorazioni che troviamo le notevoli differenze di funzionalità. L’attrezzo è realizzato completamente in acciaio inox. L’impugnatura ha un giusto peso e la sua forma ergonomica, accompagnata da alcuni accorgimenti di presa, garantisce una manovrabilità agevole e sicura. Lo stelo portante è interamente lavorato in conicità nella zona di lavoro, il che è stato possibile utilizzando macchine a controllo numerico. La superficie di scorrimento del filo è speculare e l’asola di sgancio termina con un diametro a 0. Questo particolare consente di realizzare nodi di chiusura anche su artificiali di piccolissima dimensione senza pericolo rotolamento del filo. La molla di tensionamento del filo è in acciaio inox trattato e consente un dolce rilascio del filo. Non dubitiamo che il cammino della linea Elite continuerà con altri prodotti innovativi. Per ulteriori informazioni: Stonfo, tel. 055/8739615, www.stonfo.com, stonfo@stonfo.com. Particolare dello sgancio dopo l’effettuazione del nodo. Nel riquadro: piegatura dello stelo.

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due modelli per l’azione ‘slide & glide’

RAPALA GLIDIN’ RAP Penso che sia un’esperienza comune quella di capire solo dopo un po’ di tempo come realmente funziona un’esca e di sperimentare come alla fine è davvero il modo in cui sappiamo usare un artificiale che spesso fa la differenza. Operazione complicata quando, come nel mio caso (patologico), nella cassetta degli artificiali di esche nuove da provare ce ne sono diverse decine. Per questo motivo ho deciso questo mese di scrivere la recensione non di un’esca nuova, ma di qualcosa che giaceva da tempo in una mia scatola. Il Glidin’ era stato scartato e studiato a lungo, come molti suoi simili, soppesandolo mentre pensavo a dove e quando poterlo utilizzare. Uno stickbait lipless vecchio stampo, realizzato in legno abachi, di origine africana, noto per le sue doti di plasticità e resistenza, rifinito con il classico stile Rapala. Dopo qualche fantasia era finito nella cassetta ed essendo una new entry, dopo essere stato provato in circostanze e tempi sbagliati, era finito inevitabilmente fuori della top 5 o top 10, ovvero quella lista immaginaria di artificiali ‘intoccabili’ che ognuno si costruisce nella sua testa prima che nella sua tackle box. Per entrare nella top list è necessario essere all’attivo di diverse catture, specie quando gli artificiali dei compagni di pesca lasciano un po’ a desiderare, e poi anche saper creare quel feeling per cui ci piace lanciare quell’esca, sappiamo esattamente dove può arrivare, come farla muovere giocando con il pols ed il recupero, insomma conoscerla e avere fiducia.

Ma nella vita anche i migliori sbagliano e chi va a pesca sa bene come anche la top list a volte possa deludere e lasciare disarmati. Era successo in quella sera autunnale davanti a un folto branco di barracuda, predatori normalmente aggressivi, che non disdegnano affatto i nostri artificiali. Ma l’alta pressione e un po’ di esperienza nel campo delle esche saltwater rendono a volte anche questi pesci terribilmente apatici. Nuotano ‘bassi’, svogliati, senza paura, e si fanno vedere, inconsapevoli di quanto questo sia frustrante per gli anglers. Sono i momenti in cui il pescatore cerca di dare il meglio di sé, e dopo aver alternato varie tipologie di recupero, colori e presentazioni, passa all’ultima spiaggia: cercare nella cassetta qualcosa che i pinnuti possano gradire, magari che non hanno mai visto. Così venne il turno anche del Glidin’ Rap, artificiale slow sinking bello pesante: al lancio ok, recupero lineare facile ma risultato così così, troppo scontato, ma – buon segno – degnato di un accenno di inseguimento da un paio di barracuda impigriti. Articolo potenzialmente interessante! E allora via a insistere finché, dopo una quindicina di minuti, non scopro gran parte dei segreti di questa esca: lancio e lo faccio affondare lentamente, in maniera che anche i più poltroni possano aver modo di vederlo, poi inizio il recupero, lentissimo, anzi quasi impercettibile: mezzo giro di mulinello e una jerkata dolce con il tip alto o basso, quanto basta per imprimere all’esca il movimento di un pesce moribondo; e faccio lavorare bene la pancia ben sviluppata dell’esca, sbianca e riflette (ho capito poi che era il famoso «slide & glide effect» che i finlandesi hanno studiato appositamente per l’esca). Uno, due tre volte ed ecco che qualcu-


no laggiù si risveglia e sferra una musata, senza rimanere ferrato. Ancora, continuo finché non arriva un colpo secco e una bella ferrata! Continuo così e la serata cambia magicamente, pesca ultra slow e grandi attacchi, con il Glidin’ Rap che alla fine mostra tutti i segni della sua efficacia sul suo profilo (vedi foto qui sopra)! Ancora una volta una lezione dal mare, che ora mi tengo buona insieme a tante altre. L’artificiale ha profondità di esercizio in relazione al recupero, in media da 0,5 a 1,5 m. È disponibile in due misure: 12 cm per 50 g; 15 cm per 72 g. Per ulteriori informazioni: Shimano Italy Fishing, tel. 0331/742 711, www.shimano.com. (Antonio Varcasia)

Millerighe EVO, Jubar Smart Squid, Audace 65, Freaky Rock

NOVITA’ MOLIX

distribuito da Majora Intelligent Fishing

DELALANDE QUICK STAPLE Quick Staple è un geniale connettore universale realizzato da Delalande per collegare soft plastic, amo e piombo. È utilizzabile con molti modelli di soft plastic e in svariate tecniche di pesca, permettendo l’intercambiabilità dei piombi e lasciando all’artificiale notevole mobilità in tutta la sua lunghezza. Il movimento resta equilibrato e in posizione orizzontale, l’innesco è rapido, preciso e solido. Il Quick Staple trova proficuo impiego sia in acqua dolce che in mare. Per ulteriori informazioni: Majora Intelligent Fishing, tel. 02/95364376, www.majorafishing.com.

Millerighe EVO. Già dal nome si capisce che la nuova serie EVO è un’evoluzione del modello precedente, un’esca di casa Molix che si è guadagnata la sua meritata fama come cacciatrice di cefalopodi. Disponibile nelle misure 2.5 e 3.0, il Millerighe EVO introduce gusci innovativi (Chrome, Gold, Red, Glow e Rainbow) con maggiori riflessi. Sono rivestiti con i nuovi tessuti Keimura, filato in grado di conferire all'esca maggiori tonalità e riverberi giacché sensibili ai raggi UV. I cestelli di aghi sfalsati in carbonio sono stati migliorati e ingranditi per ottenere un bilanciamento migliore anche in condizioni di pesca proibitive. Gli occhi olografici ‘a gemma’ con contorno Glow, insieme alla bordatura nella parte inferiore dell’esca valgono al Millerighe EVO un aspetto più accattivante e visibile anche in condizioni di poca luce. Se il Millerighe era famoso per la lunga gittata e la versatilità in pesca anche in condizioni proibitive, da oggi si è EVOluto! Jubar Smart Squid. Un’esca con elevate prestazioni di nuoto e stabilità anche a velocità costante e in presenza di forti correnti. Doppio cestello in carbonio, colorazioni veramente brillanti con glow speciali ad alta luminosità. Creato dallo staff tecnico di Molix per la pesca dei cefalopodi nelle acque del Mar Mediterraneo (e nel resto del mondo volendo). Audace 65. Molix presenta il ‘baby’ Audace, un artificiale che è stato richiesto con entusiasmo da pescatori e negozianti e che l’azienda ha cercato di sviluppare in tempi record, senza perdere di vista gli standard qualitativi che sono parte inalienabile della sua filosofia. Tra poco avrete la


possibilità di tirarlo fuori dalla sua scatolina, osservarlo da vicino, palpeggiarlo e cercare di immaginarne il nuoto e l’azione in acqua. Questo modello è lungo 6,5 cm e pesa 4 g, misure studiate per soddisfare le esigenze del pescatore di trote sia in acque mosse e veloci, in cui nuota a suo agio, sia in lago o cava, ambienti dove l’azione dell’esca gioca un ruolo fondamentale. Dovrebbe essere anche un buon cacciatore di cavedani e persici, e rimanendo in acqua dolce è probabile che possa dire la sua con aspi e black bass. Come potrete apprezzare dalla selezione dei colori, non è stato pensato per i soli pescatori d’acqua dolce, ma anche per i lupi di mare sia per il light rock fishing: il peso, infatti, rientra nel raggio d’azione della maggior parte delle canne specifiche per questa tecnica, sia per la pesca alla spigola in acque molto trasparenti, sia dei piccoli pelagici come sugarelli, sgombri, occhiate, lecce stella e lampughe autunnali. Anche se piccolo e leggero, si lancia con facilità. In virtù del suo disegno potrà essere usato dal pescatore inesperto che sarà in grado di recuperarlo in modo semplice e istintivo, ma allo stesso tempo è capace di rispondere con precisione alle sollecitazioni che gli impartirà chi dagli artificiali è abituato a chiedere il massimo, sopportando jerkate violente così come ripetuti stop & go, dove si distingue l’effetto slow sinking. È prodotto in otto livree curate al massimo, che rappresentano sia pesci foraggio o comunque naturali, sia prede di fantasia, per i momenti in cui si ha bisogno di una marcia in più. Freaky Rock 2”. Le esche di gomma si stanno affermando come le più apprezzate nel light rock fishing grazie alla possibilità di essere usate con ami singoli e ai loro costi ridotti. Una tecnica con queste spiccate caratteristiche conservazioniste, dove il catch&release è la norma e non l’eccezione, ha trovato nelle microgomme un’arma efficace e poco offensiva, come l’ultima produzione Molix. Proporre la Freaky Flip in scala non è stata una scelta casuale: molti l’hanno richiesta sicuri che dal disegno di questa gommosa creatura potesse venir fuori un’arma catturante e che riuscisse a interessare le seppur piccole, intelligenti prede. Gli sforzi maggiori dei progettisti si sono concentrati nel mantenere il movimento di tutte le appendici della

Freaky esattamente come nel modello di maggiori dimensioni, conservando le vibrazioni e la vitalità che ci si aspettano da un artificiale di gomma. Durante le prove, la nuova Freaky Rock da 2” ha dimostrato di potersi scuotere con movimenti impercettibili, offrendo la possibilità di mantenerla più tempo nello spot senza perdere efficacia e interesse. La Freaky Rock 2” è un’esca nata per il LRF, ma è molto probabile che possa incuriosire qualsiasi pescatore finesse che peschi in mare così come in acque dolci: non è proibita per le trote in cava o in torrente e meno che mai nel laghetto vicino casa. Sicuramente non pescherà niente se non la porteremo con noi per provarla. Da usare con fantasia e senza moderazione. Per ulteriori informazioni, è possibile contattare Pro Tackles, tel. 051/887919, www.molixfishing.com.


prodotto dalla ditta Stonfo

TINSEL SINTETICO Quanti costruttori di mosche si sono trovati, al momento di dover utilizzare un tinsel, con il rocchetto completamente svolto e hanno dovuto con pazienza riavvolgerlo, cercando di non rovinarlo? Molti, quasi tutti. Per non dire che l’utilizzo dei tinsel metallici comporta sempre qualche difficoltà, in quanto la sua rigidità strutturale non permette un omogeneo adattamento sull’amo. Il problema non poteva passare inosservato ai tecnici della Stonfo. Grazie a un sofisticato macchinario è stato possibile ricavare dei tinsel sintetici nei colori base e nelle misure più impiegate. Non solo, ma questi tinsel non sono avvolti, ma applicati in piano su un supporto speciale e già pre-tagliati, pronti all’uso. Non sono adesivizzati e hanno una sufficiente elasticità e resistenza da poter essere avvolti, tirandoli e facendoli così aderire perfettamente sull’amo. Vengono prodotti in tre colori base: oro, argento e rosso metallizzato. Ogni colore e disponibile in quattro misure: 0.5, 0.8, 1.2, 1.5 mm. Un altro grande vantaggio è rappresentato dall’ingombro, praticamente ininfluente a parità di utilizzo di un rocchetto. Per ulteriori informazioni: Stonfo, tel. 055/8739615, www.stonfo.com, stonfo@stonfo.com.

nati per il rock fishing, sono validi anche in altri tipi di pesca

ARTIFICIALI REINS E DAMIKI La Td distribution ha recentemente introdotto sul mercato nazionale nuovi artificiali da rock fishing di Reins e Damiki. Mi piace segnalarvene qui alcuni che ho utilizzato con successo in pesche diverse da quella per cui sono stati ideati. Reins Aji Caro Swamp 3” e Reins Aji Meet 2”. Pur trattandosi di due esche diverse e pur non avendo la stessa forma del corpo, si tratta di due artificiali che imitano sostanzialmente una piccolissima anguilla (in Toscana la chiamiamo ‘ceca’), molto apprezzata dalle spigole di ogni dimensione. Con queste imitazioni ho pescato nella parte bassa di un canale, nella sua foce e nelle zone immediatamente adiacenti, utilizzando la tecnica dello

split shot con un piombo da tre grammi piazzato a una quarantina di centimetri dall’esca. Ho effettuato alcuni tentativi anche nella spiaggia con mare appena formato, utilizzando la tecnica Carolina Rig con piombi da 3/4 oz. e da 1 oz. Nel primo caso il finale dello 0,22 era lungo circa 70 cm, nel secondo circa 120 cm. Per l’Aji Caro Swamp ho utilizzato il colore Super Glow, per l’Aji Meet il Mat White. Reins Tiny Hog 2”. Si tratta di una piccola creatura che durante il mese di marzo ho usato con successo nelle battute al bass, montandola come trailer sui microjig. Nella stessa pesca ritengo possa dare buoni risultati anche montata su una testa piombata dai 2 ai 5 g. Damiki I Grub 2”. Questo artificiale, che la casa costruttrice indica come grub con la coda a timone, mentre personalmente preferisco classificare come esca ibrida, può essere usato con successo nella pesca alla trota nei riali e nei torrenti di collina e di montagna, in quella del bass, della spigola e del persico reale, montata su testine piombate. Per il centrarchide e il serranide tra le varie tecniche di recupero possibili ottimo è lo swimming, che esalta il movimento e l’emissione di vibrazioni di questa piccola esca. Per il persico ottimi il dragging e il dente di sega a stretto contatto con il fondo. Damiki F Grub 1.5”. Si tratta di un grub con la coda arricciata (swirltail) che termina con un piccolissimo timone che esalta il movimento e l’emissione di vibrazioni. È valido per la pesca alla trota nei riali di collina e di montagna, ma risulta buono anche per la pesca del bass nelle rigide giornate invernali, montato su testine piombate di 2 o 3 g. Damiki C Grub 1.5”. Si tratta di un grub a coda doppia che può essere utilizzato nella pesca al bass nelle stesse situazioni e con le stesse tecniche descritte per l’F Grub. È valido anche per il persico reale, impiegato con la tecnica dello split shot con un piombo da 4 o 5 g, oppure montato su una testa piombata di pari peso. Per ulteriori informazioni: T2 distribution srl, tel. 0532/800555, info@t2distribution.com. (Fabrizio Cerboni)

accessori di qualità

CUSTODIE STAGNE PELI Fra gli accessori ormai indispensabili nel corredo dei pescatori, le custodie stagne sono imprescindibili quando occorre portare con sé accessori come fotocamere o videocamere amatoriali o professionali, oppure i nostri effetti personali. In barca come da terra sto da tempo attento a questo aspetto, magari investendo parte del mio budget in qualcosa che consenta di portare in luoghi davvero a rischio questo tipo di attrezzatura. Dati i costi dei mulinelli di alta fascia, inoltre, da un po’ di tempo ne ho riservata una per loro quando faccio dei viaggi di pesca, in maniera che possano arrivare tutti, e soprattutto interi e funzionanti! Leader indiscusso del settore è sempre Peli, un’azienda di Barcellona che ha sviluppato modelli sia per documenti, come le 1010 microcase, che per fotocamere reflex e videocamere, come la famosa serie 1500. Tutte le custodie sono waterproof, a prova di polvere e sporco e shockproof; alcune hanno una speciale valvola di compensazione della pressione (ad esempio per viaggi aerei), chiusura a doppio step, anima a celle aperte con struttura delle pareti solida che le rende leggere e (a seconda del contenuto), anche galleggianti. Sono fornite con schiuma preintagliata per ricavare delle nicchie per le nostre attrezzature e di anelli per lucchetti in acciaio inox. Hanno una garanzia incondizionata e questo la dice lunga sulla loro qualità. Per ulteriori informazioni: www.peli.com (Antonio Varcasia)


ciao fosco RISPONDE FOSCO TORRINI www.lapescamoscaespinning.it

waterproof + outdoor hard using

SONIM EXTREME MOBILES Diciamo la verità: se siete degli angler con un po’ di esperienza e amate pescare in wading è difficile che non vi sia mai capitato di far fare un bel bagnetto al vostro cellulare… Personalmente, ho ormai perso il conto di quanti ne ho dovuti lasciare in ostaggio a Nettuno, in compagnia di tante fotocamere e videocamere che negli ultimi anni mi hanno accompagnato nella mia passione. Nell’era degli smartphone che ci tengono (forse anche troppo) in contatto con amici reali o virtuali, ecco che un’azienda ha deciso di andare non solo controcorrente, ma addirittura in corrente! Dal 1999 la Sonim Technologies (www.sonimtech.com) ha sviluppato i suoi cellulari con un unico obiettivo, ovvero quello di produrre telefoni hi-tech per outdoor, uso estremo e anche situazioni nelle quali un piccolo contatto elettrico può far saltare in aria tutto, come ad esempio piattaforme petrolifere o miniere. Lo scorso anno il Sonim XP3300 Force è stato dichiarato ‘Toughest Phone in the World’ dal Guinness dei primati, un’impresa che è stata compiuta facendo cadere il telefono 25 metri sul cemento senza alcun danno di sorta. Abbiamo avuto il piacere di provare ‘in pesca’ proprio l’XP3300 Force, sottoponendolo a diverse ‘torture’. Questo piccolo condensato di tecnologia è un tri-band completamente resistente allo sporco (fango, sabbia, terra, polvere, sale) ed è waterproof fino a due metri, dove può resistere fino a un’ora. Se per caso dovesse cadervi in barca o addirittura sulle rocce in scogliera è shockproof fino ad altezze di due metri edha un vetro realizzato con un materiale speciale brevettato, il Gorilla® da 1,5 mm, resistente a urti e graffi. Può connettersi a internet, ma per noi pescatori, sia da terra che dalla barca, è molto più importante sapere che è provvisto di un ottimo GPS. Alcuni modelli, inoltre, hanno la possibilità di attivare un dispositivo di emergenza ‘uomo a terra’ (lonely woorker) che attiva un segnale per il monitoraggio 24h/7. Anche per quest’ultimo motivo questi cellulari hanno batterie incredibili, che consentono di parlare per oltre 18 ore e di resistere in stand-bye per ben due mesi (avete letto bene!). Condizioni estreme sono quelle in cui spesso ci troviamo a pesca, sia nel Mediterraneo che ai Tropici e quelle per cui questi telefoni sono stati progettati, per lavorare quindi a temperature comprese fra -20 e +55 °C, ma anche di poter resistere alla pressione di una tonnellata, di resistere a vibrazioni fino a oltre 4G o a 5J di energia e oltre 500 composti e solventi chimici. Volete avere qualche notizia in più di questi ‘strongphone’? Provate a fare un giro sulla pagina Facebook dell’azienda! (facebook.com/sonimtechnologies). (Antonio Varcasia)

Ciao Fosco, mi chiamo Roberto e ti scrivo da Pistoia. Sono uno studente di 19 anni e mi sono appassionato alla mosca da soli due mesi, da quando un mio amico mi ha fatto vedere un filmato che tu hai realizzato con Sky (Caccia e Pesca) sul fiume Sesia, un ambiente bellissimo che sembra creato apposta per questa tecnica (meraviglioso il tuo Labrador che ti nuota attorno). Purtroppo la mia condizione di studente squattrinato, termine che tu conosci essendo toscano, al momento non mi permette grandi spese né per spostamenti né per attrezzatura. L’amico di cui sopra mi ha dato qualche piccolo suggerimento per come iniziare, mi ha prestato una canna con coda di topo e mi ha anche dato alcuni rudimenti sul lancio. Dopo questa breve presentazione, veniamo alle domande. Per pescare a mosca secca/sommersa quale tipo di attrezzatura mi consigli cercando di risparmiare il più possibile senza però avere una attrezzatura penosa? Quanti e quali modelli di mosche sono necessari per cercare di coprire la maggior parte di situazioni possibili? Che lunghezza e diametro per i finali? Quali sono i lanci più adatti per la pesca a mosca secca in torrente? Parlo principalmente di secca perché il mio amico pesca esclusivamente a sommersa e da lui posso avere indicazioni su questa tecnica. Se può essere utile, sempre tramite lui sono riuscito ad avere molte vecchie riviste di «Mosca e Spinning» nelle quali vi sono articoli di lancio da te scritti: sono sempre validi? Credo di essermi dilungato abbastanza e in attesa di una tua risposta ti saluto, Roberto. Ciao Roberto, conosco molto bene le zone che presumo tu intenda frequentare in quanto sono le stesse che mi hanno visto iniziare. Senza dubbio dovresti partecipare a un corso di lancio (a meno che tu non conosca qualcuno ben preparato disposto a insegnarti): è una condizione fondamentale per poter pescare a mosca, specialmente secca. Anche nelle tue zone esistono club di pescatori a mosca che organizzano corsi per principianti con modica spesa, di solito la sola iscrizione al club, ambiente che sicuramente ti servirà per acquisire tantissime nozioni nel minor tempo possibile. Se non conosci nessuno a cui chiedere per trovare un club, telefonami pure al 338 3764285. Per quanto riguarda l’attrezzatura, visto che intendi fare sia secca che sommersa ti consiglio una canna di 8 piedi e mezzo ad azione rapida per coda 4 (tieni presente che non conoscendoti non posso sapere se la tua tendenza nel lancio è rapida o più tranquilla, cosa che invece può dirti un istruttore che ti segue). Esistono in commercio sia canne che code e mulinelli a prezzi accettabilissimi e molto validi: non posso fare nomi per ovvie ragioni, ma anche qui se sei in difficoltà chiamami. Per quanto riguarda le mosche, è importante che tu abbia nella scatola alcuni modelli delle varie famiglie principali: efemerotteri, plecotteri, ditteri, tenendo presente che a inizio stagione gli insetti sono più grossi, diminuendo di taglia andando avanti nella stagione stessa, con alcune varianti di taglia e colore. Per quanto riguarda il finale la sua lunghezza è determinata dalla preparazione nel lancio; nel tuo caso ritengo che debba andare sui 3 metri e mezzo. Per quanto riguarda la punta deve essere adeguata alla dimensione della mosca: mosca piccola nylon più sottile e viceversa. Mi dici di possedere riviste che descrivono molti lanci. Li ricordo molto bene: molti lanci servivano ad affrontare situazioni di torrente, atti a evitare i dragaggi, che sono la cosa più dannosa nella pesca a mosca. Quei lanci sono ancora attuali: magari oggi se ne sono aggiunti altri, ma quelli vanno ancora benissimo. Ti ripeto comunque: è fondamentale che un istruttore ti faccia ben capire i movimenti del lancio, perché è inutile avere una mosca perfetta se non sei capace di lanciarla e farla stare il più possibile dove vuoi. Ti ringrazio per le domande e ti saluto, FT


mercatino CANNE, MULINELLI, ARTIFICIALI, ACCESSORI

Canna Zanin by Julia Rod 8' # 3 in 2 pezzi, azione rapida, come nuova, vendo a 150 euro, eventuali spese spedizione escluse. Piero, dopo le 21, tel. 3484324921. (E)

Causa inutilizzo vendo le seguenti code nuove: Teeny Nymph Line T-400 a 30 euro; S.A. Wet-Ciel Deep Water Express 700 grains a 25 euro; S.A. Shooting Line galleggiante e affondante a 25 euro cadauna. Eventuali spese spedizione da concordare. Piero, dopo le 21, tel. 3484324921 (E)

Mulinello Greys modello Platinum Xi per coda di topo 7-8 più bobina di ricambio e due code montate con rispettivi finali. Una coda è Scientific Anglers Ultra3 WF-8-F, l’altra è una Cortland 333HT WF8S. Entrambe sono state montate con baking 20 lb. Usato una sola volta. Disponibili foto. Antonio, tel. 3471662922, flyciccio2004@yahoo.it. (D)

Vendo i seguenti mulinelli: Billy Pate J Juracsik Black completo di coda da tarpon completo di custodia 300,00 euro; Penn Gold Modello 2.5 nuovo per coda 7/8 completo di custodia 350,00 euro; Penn Black Modello 1.5 usato una sola volta per coda 6/7 250,00 euro trattabili. Marco, borettim@borettimarco.191.it. (E)

Cerco canna da spinning St. Croix Avid Inshore AIS70LM 7' 1/8-3/8 oz line 6-12 lb moderate action. In alternativa cerco canna da spinning St. Croix Avid Inshore AIS70MM 7' 1/4-5/8 oz line 8-16 lb moderate action. Tommaso, tel. 3453592245, tommi1190@gmail.com. (D)

Vendo pari al nuovo canna da spining G. Loomis Senko Rods in Glx anelli Recoil 7,1 piedi, 6-12 lb, 1/8-3/8 oz, euro 250; mulinello da casting Daiwa modello Smak euro 120; canna da spinning Gatti serie Srx 7.6 piedi in due pezzi 5-14 g, euro 120. Giorgio, tel. 3471967340, sorad@libero.it. (E) Vendo canna Diamondback Vsr 8’6” coda 5, 2 pezzi euro 70,00 + spese di spedizione. Enrico, tel. 333318590, silvestrini.enrico@alice.it. (E) Vendo Abu Suecia 352 spinning 2 pezzi, busta rossa originale, Abu degli anni 70 gialla, manico in sughero, portamulinello regolabile in altezza, pesca 2 da Lucci, potenza 10/30 g a euro 100 non trattabili, solo ritiro a domicilio Ferrara. Marcello, ore pasti, tel. 0532770238. (E) Vendo causa inutilizzo canne da spinning nuove: Hardy Ultralite 6'6", g 0.52 in due pezzi a 300 euro; J. Boileau Ultralegere m 2.10, g 1-3 in due pezzi differenziati a 160 euro. Possibile consegna a mano zona VC-BI- NO. Piero, dopo le 21, tel. 3484324921. (E)

Se desiderate veder pubblicato gratuitamente sulla rivista il vostro annuncio, compilate questo tagliando e inviatelo alla nostra redazione: La pesca Mosca & Spinning, Via Cosimo Ridolfi 4, 50053 Empoli, fax 0571/530.989. Il testo viene ripetuto per non più di due numeri consecutivi. Potete altrimenti effettuare l’inserzione online collegandovi al nostro sito: www.lapescamoscaespinning.it. Gli annunci sono riservati ai privati. Nome

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Vendo canna Orvis Helios 8'6 coda # 4 mid flex pezzi 4 euro 350 più spese di spedizione; Orvis TLS pro guide 8'6 coda # 5 mid flex pezzi 4 euro 150 più spese di spedizione. Tutte in ottime condizioni con garanzia Italy. Vendo mulinello Orvis Battenkill large arbor 2 nero vecchio mod. con coda Scientific Anglers Supra wf5 nuova euro 80 più spese di spedizione; Orvis Battenkill large arbor 1 gold come nuovo con coda Scientific Anglers Supra wf4 nuova euro 130 più spese di spedizione. Andrea, tel. 3313695255. (D) Vendo canna Thomas e Thomas Paradigm 8’ #4, 3 pezzi, mai usata perché vinta. Prezzo da concordare, il costo del nuovo da negozio è euro 740,00. Ivan, tel. 3287583229. (D) Vendo canne fisse Amorphous Whisker 8 metri Daiwa. Competition Aw1000-5 Daiwa. Vendo mulinelli: Abu 33-44-44X-66 Shimano, Dam,Penn e artificiali di tutti i tipi. Mario, tel. 3397502624. (D) Vendo canne da mosca Vision 3 Zone perfette senza alcun segno e pari al nuovo, in particolare 7'6 # 3 e 9' # 5 le propongo in blocco a euro 180,00. La più corta è stata usata 3-4 volte, la più lunga solo una volta a ninfa. Paolo, tel. 3382003783, isildur1707@libero.it. (D) Vendo canne da mosca Guideline Fario 7'6 # 3 a euro 250,00 trattabili e Sage ZXL 7'6 # 4 a euro 400,00 trattabili, entrambe in condizioni perfette, usate 2 o 3 volte, pressoché pari al nuovo. Paolo, tel. 3382003783, isildur1707@libero.it.(D) Vendo Hardy Ultralight 7’ 6” # 4, perfetta e completa, euro 400,00; Hardy Elite 8’6” # 5, stesse condizioni, euro 400,00. Giancarlo, tel. 3280373389.(D) Vendo varie canne in bambù da mosca e da spinning, mulinelli da mosca e da spinning di varie marche, oltre a qualche canna in grafite, invio lista e info a richiesta. Marco, tel. 0523331084, borettim@borettimarco.191.it. (C)

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Cerco i seguenti mulinelli japan model: Scorpion 1501 XT e Speed Master 201. Massimiliano, bassordie@libero.it. (C)


Cerco la canna della Falcon Cara T7 "El Toro" CC-9-173XH-T7, in ottime condizioni. Massimiliano, bassordie@libero.it. (C) Vendo Zero Gravity 7,9 tip flex coda 5 usata poche volte, come nuova, euro 200, solo Torino o vicinanze. Sergio, mattino, tel. 3339021767. (C) Vendo canna Airflo Stream TEC XT 7'6" # 3/4 con fodero e tubo porta canna, come nuova e coda Guideline Presentation WF3 floating usata ma in ottimo stato a €100. Roberto, tel. 0381928072, r.guggiola@virgilio.it. (C) Vendo canna casting Jerk Bait 7’ Savage Gear g 150, euro 70; Canna Daiwa Acqualight m 1,80 g 1-8 abbinata a mulinello Abu Garcia, praticamente nuovi, euro 50. Juri, tel. 3382269704, juripike@hotmail.it. (B) Vendo nuovi seguenti modelli di Tibor Reel: Pacific Quick Change Std Spool Gold, euro 599; Gulfstream Quick Change Gold, euro 550. Mulinelli nuovi con garanzia, comprati per un viaggio di pesca mai fatto. Francesco, tel. 3406811489, francesco.aulicino@aventia.it. (B) Vendo canne da mosca nuove, mai usate: Loomis Native Run 11 piedi, coda 7, 4 pezzi, 300 euro; Hardy Ultralight 9 piedi, coda 6, 4 pezzi, 250 euro; Pozò Carbosteel 10 piedi, coda 5, 3 pezzi, 200 euro; Ron Thompson 10 piedi, coda 7/8, 3 pezzi, 140 euro; Diamondback 8 piedi, coda 4, 3 pezzi, 120 euro; mulinello Hardy Sirrus per coda 5, nuovo Vision mulinello in alluminio per coda 7/8, bobina larga, 60 euro; Loomis spinning nuova Walleye 6,2 Light 100 euro; stivali Sigle spinning mai usati, piede 43, 100 euro. Kuno, tel. 3280679665. (B) Canna Orvis mod. Silver Label due mani, 15 piedi, coda 10, pezzi 3 (porta code sui 40 g), ideale da steelhead e atlantico. La canna è nuova con tubo originale, valore della canna all’acquisto 500 euro, vendo a 200. Aggiungo regalo coda per questa canna nuova con punta intermedia marca Hardy. Roberto, tel. 3357400393, robaldin@tiscali.it. (B)

Vendo Scarponcini per wader marca Simms Freestone con suola in vibram misura 10, pari al 43, mai usati nuovi di pacca, vendo per errore misura a euro 130,00 (prezzo reale al negozio è di euro 180,00). Rossano, tel. 3466626127, rgori@email.it. (B) Vendo due mulinelli casting a 70 euro l’uno: Corvalus 300a, 40 euro; Cardiff 60 euro. I mulinelli sono tutti con manovella a destra. Una canna Musky Innovation Spencer Spetros 7 piedi, 1-4 oz, 70 euro. Il tutto usato ma tenuto con cura. Federico, tel. 3483612311, fezanin@live.it. (B) Vendo canna da mosca Gatti 9 piedi coda 8 in 3 pezzi 7r9083pa più mulinello System 2 coda 8/9 e coda 3M wf galleggiante 8 ancora sigillata, regalo libro Storie e riflessioni pesca a mosca di Marco Cipriani, tutto a 140 euro più eventuali spese spedizione, foto attrezzatura disponibili. Antonio, tel. 3358218574, antonioredaelli@libero.it. (B) Vendo collezione completa di «Sedge & Mayfly» dal n. 1 (inverno 2000) al n. 63 (gennaio 2012) a euro 14 ad annata con uscite trimestrali, euro 21 ad annata con uscite bimestrali, euro 200 in blocco, più spese di spedizione. Preferisco consegna diretta zona Roma. Paolo, pa.cacciotti@libero.it. (B) Vendo canna mosca Flextec mod. XRD44 10 piedi coda 8/9, 4 pz trattamento Saltwater, leggerissima, azione fast avrà forse 7 uscite in lago perfetta e con splendido tubo in legno e ottone lucido, ulteriori foto e info su richiesta, 100 euro consegnata a mano oppure più spese 10 euro. Fabrizio, tel. 3490864472, zazaza@tiscali.it. (B) Vendo, causa inutilizzo, canna da spinning G-Loomis MussyBack 6’8”, 3/165/8, ex fast-action, poco usata assieme a mulinello Shimano Curado in ottimo stato. Prezzo 200 euro trattabili. Paolo, tel. 3477588057, pdr.83@hotmail.it. (B) Affare, svendo per sfoltimento attrezzatura canna da mosca Hardy Sirrus 8’


coda 4, 3 pezzi con tubo originale, euro 300 più spese di spedizione. Paolo, dopo le 15, tel. 3386320525. (B)

ANTIQUARIATO E COLLEZIONISMO Acquisto canna Hardy Jet Set in fibra di vetro 7’ # 4, produzione primi anni Settanta, solo se in ottime condizioni. Paolo, antonioredaelli@libero.it. (B)

BARCHE, GOMMONI, BELLY BOAT, PONTOON Vendo motore elettrico Minn Kota Endura 36 lb a 100,00 euro. No spedizioni, solo consegna diretta a Zola Predosa (BO). Piero, tel. 3498317033, picamis@libero.it. (D)

di Dawes a 10 euro; Modelli di mosche artificiali di T. Price a 10 euro. Possibile consegna diretta zona VC-NO-BI; spese spedizione escluse. Piero, dopo le 21, tel. 3484324921, bicciolano@tiscali.it. (E) Riviste «Fly Line» nuove e originali (no ristampe) conservate ottimamente. Anni 1989, 1990, 1991, 1992 complete più 2 riviste 1993. Disponibili foto. Antonio, tel. 3471662922, flyciccio2004@yahoo.it. (D) Libri nuovi: Iniziare con la mosca (voll. 1 e 2) di Carcasci e Squilloni a 20 euro; Pesca a mosca (solo dressing) di Dawes a 10 euro; Modelli di mosche artificiali di T. Price a 10 euro; Il pescatore perfetto di Izaak Walton a 10 euro; Fly patterns (in inglese) di R. Kaufmann a 10 euro; A pesca con la mosca artificiale di C. Rancati a 10 euro. Possibile consegna diretta zona VC-NO-BI; spese spedizione escluse. Piero, dopo le 21, tel. 3484324928, bicciolano@tiscali.it. (D) Vendo varie cassette video vhs pesca a mosca in inglese, alcune in italiano. Massimo, tel. 078493241, max.nero@libero.it. (D)Cataloghi Hardy anno 1976, 1980, 1982, 1984, 1986, 2001, 2002, 2003, 2004, in buone condizioni, vendo a 10 € cadauno. Giampiero, dopo le 21, tel. 3484324928, bicciolano@tiscali.it. (C)

Per pesca, caccia o rafting Fish Hunter Sevylor H360, portata kg 400, con supporto motore f.b.MM3 euro 200. Alessandro, tel. 3475809153. (D)

ABBIGLIAMENTO LIBRI, RIVISTE, VIDEO

Vendo gilet Arifly colore verde/nero con doppio frontale 30,00 euro più spese di spedizione. Enrico, tel. 333318590, silvestrini.enrico@alice.it. (E)

Vendo libri nuovi: Abc della pesca con la mosca di Menchi-Pragliola a 10 euro; A pesca con la mosca artificiale di C. Rancati a 10 euro; La pesca con la mosca artificiale di A. Caligiani a 10 euro; Pesca a mosca (solo dressing)

Vendo per errata misura scarponcini per wader Simms Freestone con suola in gomma Vibram taglia 10 pari al 42, nuovi mai usati a euro 130, prezzo al negozio circa euro 180. Rossano, tel. 0574584011, rgori@email.it. (D)

il primo libro italiano sul moderno bassfishing L’osservazione e il rispetto, la conoscenza e la sperimentazione, la tecnologia e l’intuito. Tutto l’amore per la divulgazione di un grande pescatore di bass.

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La Pesca Mosca e Spinning 5/2012  

La Pesca Mosca e Spinning n. 5/2012 (ottobre-novembre 2012). La rivista di pesca con le sole esche artificiali. Tecniche, attrezzature, itin...

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