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REALEIMMAGINARIO C iò c he è di pi ù m eravi gli oso nel fantasti co è che il f antasti co no n esi ste, t ut to è reale

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Francesco Vietti

Lo straniero Misterioso delitto nella Torino di Lombroso

Prefazione di Claudio Canal

Edizioni O.M.P.


Edizioni O.M.P. Pavia, 2008 ISBN 978-88-95762-02-9 Officina Multime diale Pavese assoc iazione di prom ozione culturale viale campari 83/d pavia www.mupa.it Stampa Print Service S.r.l. In collaborazione con Rivista Kron stadt (www.kronstadt.it) Progetto grafico Stefano Menegon Responsabile editoriale Luca Schiavi Collana a cura di Emmanuela Car bé

DISCLAIMER I diritti dell'opera contenuta in questo libro appartengono a Francesco Vietti. Potete contattare l'autore all'indirizzo e-mail francescovietti@libero.it L'opera è r ilasciata sotto la disciplina della licenza Creative Comm ons Attribuzione-Non commercia le-Condividi allo stesso mod o 2.5 Italia. Il riassunt o e il riferimento alla licenza sono disp onibili a pagina 51. La fotografia di copertina si intitola “overlook” ed è di Guglielmo Bondioni, pubblicata secondo licenza Creative Commons Attribu ition – Share Alike e reperibile su internet all'indiriz zo http://flickr.com/photos/uqbar/127427796/ La versione digitale del presente libr o è disp onibile al sit o www.mupa.it/libri


Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi ed eventi sono invenzioni dell'autore oppure sono stati usati nella finzio ne romanzesca. Ogni riferimento o richiamo a fatti, luoghi e persone reali è puramente casuale.


Prefazione

L’Autore di Lo Straniero, a conoscenza della mia assidua frequenza presso le più prestigiose università anglosassoni, di cui al momento scordo il nome, mi ha pregato di favorirne la pubblicazione presso il Journal for comparative anthropological, legal and post imperialistic/pre-fic titious Studies, sinteticamente traducibile in italiano con Cronaca Vera. L’editor, il direttore del Journal for…, ha dato subito esito favorevole alla mia richiesta. Egli infatti non solo apprezza da sempre i miei contributi scientifici alla disciplina [vedi allegata bibliografia], ma è informato del fatto che, vista la mia diciamo pure - età matura, io ho avuto l’occasione di seguire le lezioni del Lombroso e da brillante studente quale ero ne ho poi applicato le innovative teorie. Sì, ero un giovane studioso quando, come tantissimi torinesi, seguii il processo di cui tratta in questo bel lavoro il Vietti e, come testimone, posso garantire ai lettori come il Vietti medesimo abbia efficacemente e storicisticamente ricostruito questa intricata e paradossale vicenda. Cantavamo Tripoli bel suol d’amore , come asserisce giustamente l’Autore, ma ci appassionava fino allo struggimento Addio Giovinezza di Nino Oxilia e Sandro Camasio. Quella storia di servi berberi, di pitture orientalistiche, di deserto libico, di soldati italiani e odalische nere, di avvocati e di “Forze dello Spirito” pedine di una scacchiera, di pugnali arabi, ci fece letteralmente impazzire e oggi, a così tanti anni di distanza, ne sento ancora in pieno l’affascinante brivido e sono certo che il compianto Edward Said avrebbe apprezzato molto. Qui concordo con il Vietti: di storia passata si tratta, anche se vividamente ra ppresentata dalla sua VII


abile penna. Chi mai, ai giorni nostri, penserebbe che l’imperialismo delle armi sia da esportare per far rifulgere civiltà e democrazia, come credevamo noi inguaribili naïve? Chi oserebbe oggi esprime re un pregiudizio razziale verso giovani musulmani o di pe lle nera, di cui invece eravamo imbevuti noi tutti? La nostra società è ormai esente dal costruire casi giudiziari solo per solleticare gli istinti del pubblico, come purtroppo succedeva anche due o tre volte l’anno allora. Quando mai la maschile rapacità dei corpi femminili aveva la ferocia che l’Autore ben documenta essere stata pre rogativa anche di classi intellettualmente superiori? La civiltà si è oggi saldamente insediata nei nostri cuori e nelle nostre affermate istituzioni sociali. Ben ha fatto il Vietti a riesumare, si può ben dire, le storie che stanno dietro ai due crani giacenti al museo lombrosiano. L’evoluzione che ci separa da quegli avvenimenti è incommensurabile, lo posso senza tema di smentita affermare io che sono il testimone vivente del progresso avvenuto, anche se mi muovo sempre più a disagio su questa scacchiera della vita. Claudio Canal

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Lo straniero Misterioso delitto nella Torino di Lombroso

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Note i ntroduttive

“Il doppio ci mette sulla via di comprendere come possono esistere dei corpi fluidici che presentano, almeno per qualche tempo, tutte le facoltà del corpo vivo” - Cesare Lombroso -

Il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” di Torino, allestito nel 1876 e attualmente chiuso al pubblico, contiene tra le altre cose un’immensa collezione craniologica. Il nucleo originario di tale collezione fu raccolto dal Lombroso medesimo, come ricorda egli nelle sue memorie: “avendo operato a lungo come medico militare ebbi modo di misurare craniologicamente migliaia di soldati italiani e raccoglierne inoltre crani e cervelli”. La collezione venne poi pian piano crescendo, grazie agli esemplari provenienti dal carcere cellu lare di Torino e ai contributi che gli allievi, gli adepti, gli amici e i simpatizzanti del Lombroso inviavano al suo Museo Psichiatrico Criminale da ogni angolo d’Europa e del mondo. Tra i molti crani conservati il più noto è certamente quello del brigante Villella: attraverso l'osservazione della cosiddetta “fossetta occipitale mediana” il Lombroso elaborò le basi per la sua teoria della corrispondenza tra la propen sione criminale di un individuo e le sue caratteristiche fisiognomiche. Tuttavia, tra le altre centinaia di esemplari, si nascondono storie altrettanto interessanti. Avendo avuto l’opportunità, in quanto studente di antropologia, di accedere agli archivi della collezione Lombroso, sono venuto a conoscenza 3


di molte di tali storie che, in ogni caso, difficilmente possono essere considerate degne di divulgazione a un pubblico non specialistico. Il rinvenimento di un’importante testimonianza relativa a una di queste storie mi ha però infine convinto a compilare le pagine che seguono. Intendo qui nello specifico presentare la ricostruzione della storia dei reperti “1913 XIIb – Cranio di Sayyid Mukhtar” e “1913 XIIa – Cranio di Arturo Carena”. Il primo di tali crani è catalogato come “cranio di omicida selvaggio – di anni 16”, il secondo, posto giusto accanto all’altro, riporta invece la dicitura “cranio di vittima di omicidio”. La storia a cui rimandano questi due reperti fu per molti mesi all’onore delle cronache cittadine e rimane ancor oggi uno dei casi più curiosi di quello scorcio di inizio secolo a Torino. La città, ancora inebriata dal ricordo della recente Esposizione Universale del 1911, era in quel periodo particolarmente sensibile al fascino misterioso dell’esotico e del coloniale. Tutta Torino riecheggiava le note della canzone “Tripoli bel suol d’amore”. In questo clima il delitto del Carena, noto pittore orientalista e fotografo arruolatosi come volontario al seguito dell’esercito italiano nella guerra in Libia, scosse l’opinione pubblica torinese e fu al centro di un celebre caso giudiziario che, sulla base della perizia di un medico legale di scuola lombrosiana, Carlo Giannone, si concluse con la condanna a morte per impiccagione del giovane libico Sayyid Mukhtar. Per lungo tempo rimasta nell’oblio, la vicenda dell’orientalista e del suo assassino può oggi essere riletta sotto una nuova luce grazie al fortunato rit rovamento da me compiuto alcuni mesi or sono: curiosando come mia abitu4


dine di ogni sabato mattina tra i vecchi libri e le vecchie fotografie in vendita tra i banchi del “Balôn”, il noto mercato delle pulci di Torino, mi sono infatti imbattuto con stupore in un voluminoso diario autografo di Arturo Carena che copre l’intero biennio 1911-1913, sino al giorno della sua morte. Le rivelazioni contenute nelle ultime pagine del manoscritto possono contribuire, a mio avviso, a un ripensamento sull’intera vicenda, se non a un totale ribaltamento della sentenza del processo che lo riguardò. Nelle pagine che seguono presento copia della suddetta testimonianza, preceduta da altri documenti d’archivio atti a ricostruire i fatti di quei mesi: alcuni degli articoli apparsi sul quotidiano “La Stampa” tra il 3 febbraio e il 10 giugno 1913 riguardanti la morte di Carena e il processo al Mukhtar, la trascrizione di una parte della deposizione dell’ispettore Luigi Amedeo De Santis (che fece il primo sopralluogo dove era stato rinvenuto il cadavere e condusse le indagini sul caso), uno stralcio dell’interrogatorio dell’imputato Sayyid Mukhtar, e infine la perizia del medico legale Ca rlo Giannone.

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Documenti

I Estratti di articoli del quotidiano “La Stampa”: Il principale giornale di Torino seguì con interesse e dovizia di particolari gli sviluppi del “caso Carena”. Arturo Carena (Torino, 20 giugno 1872 – Torino, 2 febbraio 1913), fu nella sua epoca uno dei più noti pittori orientalisti torinesi e italiani, nonché uno dei primi autori di reportage fotografici di viaggio. A Torino, sin dalla metà dell’Ottocento, l’orientalismo aveva trovato terreno fertile. Con l’apertura del Museo Egizio e la prima cattedra universitaria di lingua e letteratura sanscrita ad opera di Gaspare Gorre sio, Torino era diventata un polo di livello europeo per lo studio delle culture dell’Africa e dell’Asia. Arturo Care na rappresentava il tipico modello di artistaviaggiatore, costantemente in viaggio in Africa, Asia e Medio Oriente per fissare in precisi bozzetti e acquerelli scene di vita locale e costumi fol kloristici. Alcune sue opere (Paesaggio del Cairo all’alba; Costantinopoli; Bagno turco; Carovana dello Scià di Persia; Superando il valico nelle grandi steppe del Korassan) sono ancora oggi esposte in diversi importanti musei. Pur avendo avuto una formazione pittorica ed aver praticato a lungo l’arte dei “carnet de voyages”, nell’ultima parte della sua breve carriera il Carena si avvicinò alla fotografia, trasportando in questo nuovo strume nto espressivo il suo senso estetico esotizzante , unendolo all’aspirazione di una documentazione scientifica e antropologica dei paesi visitati. Fu in veste di fotografo che nel 1911 il Care na partì al se guito dell’esercito del Re7


gno d’Italia nella campagna di Libia. Il suo “Album Portfolio della guerra Italo-Turca per la conquista della Libia”, con quasi 200 fotografie, rappresenta ancor oggi il documento più completo a testimonianza di quell’avventura per la “conquista della quarta sponda” d’Italia. In occasione dell’Esposizione Universale di Torino del 1911, che aveva portato in città migliaia di persone di tutto il mondo e innalzato sulle rive del Po padiglioni dalle fogge più esotiche, Arturo Carena era stato coinvolto nella realizzazione del padiglione del Siam e di quello della Persia, che erano risultati poi tra i più fantasiosi e apprezzati dal pubblico. Tuttavia la sua fortuna il Carena la deve alla fama di esse re il più valido autore di “cartoline” ritraenti “giovinette discinte” dei paesi lontani: i suoi ritratti di ragazze africane in pose erotiche e ammiccanti fecero sognare un’intera generazione di uomini italiani e diffusero in tutto il Regno d’Italia il mito della miste riosa e conturb ante donna indigena delle colonie. Si può dunque facilmente comprendere come, sin dal giorno del delitto, un folto gruppo di cronisti de “La Stampa” documentò passo a passo le indagini, facendo in poche ore di un delitto locale un caso di inte resse nazionale. Ben presto i giornalisti di numerose altre testate del Regno accorsero a Torino per documentare la vicenda. L’apice fu raggiunto nei giorni del processo, la cui cronaca dettagliata venne pubblicata su tutti i giornali dal Piemonte alla Sicilia. L’attenzione della stampa calò tuttavia rapidamente in seguito all’esecuzione del condannato e il fatto fu presto dimenticato. Gli articoli che seguono sono stati scelti tra i più significativi apparsi su “La Stampa” tra il giorno del delitto e l’inizio del processo.

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Il cadavere del fot ograf o Carena rinvenuto all’alba nel suo appartamento Torino, 3 febbraio – Questa mattina all’alba, presso lo stabile di via Bava 9 è stato trovato cadavere il noto pittore e fotografo della campagna libica Arturo Carena. Gli agenti del Corpo delle Guardie di Città, sotto il comando dell’ispettore Luigi Amedeo De Santis, sono intervenuti attorno alle ore sette del mattino in seguito alla segnalazione di un vicino di appartamento della vittima, Cav. Franco Nittis. Il testimone sosteneva d’aver udito nel corso della notte alcuni rumori e grida provenire dall’abitazione del Carena. Forzata la porta d’ingresso, agli agenti s’è presentata una scena che l’ispettore De Santis ha avuto modo di descrivere come “raccapricciante”: il cadavere del Carena si trovava al centro della sala immerso in una pozza di sangue, trafitto all’altezza del cuore da un lungo pugnale. Il Carena era noto in città e in tutta Italia per essere stato lo scorso anno uno degli animatori dell’Espos izione Universale di Torino e uno degli artisti più apprezzati nell’allestimento delle scenografie esotiche. Per il momento gli investigatori mantengono il più stretto riserbo sulla vicenda. da “La Stampa” del 3 febbraio 1913

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Sviluppi nella vicenda della morte di Arturo Carena: caccia al servo africano Torino, 4 febbraio – Le prime indagini condotte dall’ispettore De Santis a proposito della morte avvenuta ieri del noto pittore e fotografo Arturo Carena, hanno rivelato come l’arma del delitto non fosse un normale pugnale, ma una lama ricurva di provenienza straniera recante incisioni non ancora identificate. In base alle testimonianze di amici, conoscenti e vicini di casa le indagini si sono immediatamente orientate verso l’ipotesi che l’assassino sia un tal Sayyid, o Sayyad, servo africano che conviveva col Carena e che dal momento del delitto risulta scomparso. Secondo la descrizione fornita alla stampa dagli ispettori, il servo, condotto a Torino dal medesimo Carena di ritorno dalla gloriosa campagna di Libia, sarebbe un individuo di sesso maschile, dell’età presunta di una quindicina d’anni, d’altezza media e di corporatura gracile. I tratti distintivi della sua fisionomia sarebbero i seguenti: carnagione olivastra, capelli neri, zigomi alti, occhi stretti e ombrosi. La notizia della morte del Carena, rapidamente diffusasi in tutta la città, ha destato sconcerto e commozione. Una folla di curiosi si è radunata da questa mattina presso l’ingresso dello stabile di via Bava 9. Tutti gli agenti della Guardia Cittadina sono da alcune ore sulle tracce del presunto assassino. Mentre il mistero si infittisce le domande che rimangono senza risposta sono sempre più numerose: chi è veramente il servo africano? Perché ha ucciso il suo padrone che l’aveva generosamente sottratto alla barbarie africana e condotto nella nostra civile città? Cosa significano i misteriosi simboli incisi sull’arma del delitto? da “La Stampa” del 4 febbraio 1913 10


Svolta nel caso Carena: catturato l’assassino! Torino, 7 marzo – Ieri alle ore dieci della sera gli agenti della Guardia della Città hanno finalmente arrestato il pe ricoloso assassino africano del compianto Arturo Carena. La libera fuga del criminale, che pe r giorni aveva tenuto col fiato sospeso Torino rendendo temibile uscire in strada dopo l’ora del tramonto, è finalmente terminata! L’individuo è stato rintracciato presso le rive del fiume Po, mentre si accingeva a trascorrere la notte in un improvvisato giaciglio sotto le campate del ponte Umberto I, ai margini del Parco del Valentino. Il ricercato non ha opposto resistenza all’a rresto ed è stato immediatamente condotto presso il comando della Guardia di Città e rinchiuso nella cella di isolamento. Secondo le sue stesse dichiarazioni, le sue generalità sarebbero le seguenti: Sayyid Mukhtar, nato in Libia nel 1897. Il ragazzo parla un italiano imperfetto ma comprensibile, con forte accento straniero. Già molte voci in città chiedono a gran forza che venga immediatamente ce lebrato il processo e che si condanni l’assassino alla pena capitale! da “La Stampa” del 7 marzo 1913

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Tutto è pronto per il processo Carena: l’esito appare sicuro Torino, 10 giugno – Domani alle ore 9 antimeridiane nell’Aula Magna del Regio tribunale di Torino comincerà quello che può senza dubbio essere definito il “processo del secolo”. Sebbene la cittadinanza aspetti con impazienza l’inizio del dibattimento, l’esito del procedimento appare scontato: la colpevolezza del servo africano Sayyid Mukhtar è certificata da prove che l’avvocato della pubblica accusa, Paolo Maria Calligaris, definisce “inconfutabili”. È atteso in aula, per questa prima storica udienza, anche il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti. Gli osservatori politici hanno notato come tale presenza possa essere letta come un monito alle sollevazioni anti-italiane nei territori africani del nostro Regno d’Italia e come una rassicurazione sulla continuazione e sul rafforzamento del nostro impegno per la civilizzazione delle colonie. In un clima di generale concordia si levano isolate le sole proteste del Partito Socialista Riformista Italiano dell’onorevole Leonida Bissolati che, contrario al nostro intervento in Libia sin dalla prima ora, rimane tutt’oggi scettico e definisce il processo al servo africano “una farsa e una semplice mossa di propaganda del governo Giolitti”. da “La Stampa” del 10 giugno 1913, prima pagina

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II

Stralcio della deposizione dell’Ispettore capo Luigi Amedeo De Santis, 2 luglio 1913. All’interno della lunga deposizione dell’Ispettore De Santis presento qui di seguito lo stralcio relativo alla descrizione della scena del delitto. Tra i molti dettagli interessanti mi preme qui sottolineare l’importanz a della dettagliata analisi della scacchiera accanto alla quale fu ritrovato il cadavere del Carena. Per quanto si tratti di un aspetto secondario che non fu tenuto in conto in sede processuale, come vedremo in seguito, alla luce delle rivelazioni contenute nel diario del Carena potrebbe assumere un’importanza capitale per la comprensione dell’intera vicenda. Non appena i miei colleghi ed io facemmo irruzione nell’abitazione fummo colpiti dagli evidenti segni di colluttazione che l’ambiente mostrava ovunque. L’appartamento del Ca rena è un’a bitazione di notevole grandezza, costituita da cinque ambienti spaziosi: un ingresso, una sala da pranzo, una stanza per il riposo, una sala da bagno e uno studio. Il cadavere della vittima è stato ritrovato precisamente in tale ultima stanza. Si tratta di un ambiente di circa 25 metri quadri, ricco di oggetti, mobili e soprammobili. Vedete, signori della corte, io sono un onesto funzionario dell’ordine pubblico, non certo un uomo di mondo, e posso dire di non aver mai viaggiato al di fuori della nostra Italia. Dunque, devo ammettere, la vista di ciò che vi era in codesto studio mi fece una grandissima impressione: si trat13


tava di tappeti, sculture, tessuti, maschere, armi di provenienza certamente esotica. Le quattro pareti della stanza ne erano totalmente ricoperte. Ora, io non saprei dire esattamente di che oggetti si trattasse e di che provenienza essi fossero, ma gli espe rti da noi interpellati hanno riconosciuto la totalità dei reperti come provenienti dalla Tripolitania e da altre regioni della Libia. L’architettura stessa dell’appa rtamento era stata modificata in chiave… non so se mi esprimo correttamente, orientalista. La soglia tra una stanza e l’altra era delimitata da una sorta di arco decorato, di quelli che si vedono nelle cartoline provenienti dall’Africa, e che io qui a Torino certamente non avevo mai veduto. Un’ultima annotazione: l’intero appartamento era saturo d’un’aria dolciastra, pesante, che permeava ogni cosa e rendeva difficoltoso il respiro. In ogni caso: i miei agenti ed io provvedemmo immediatamente ai rilevamenti relativi al cadavere della vittima, che si trovava disteso in modo scomposto sul pavimento dello studio. Il corpo giaceva in un’enorme pozza di sangue dell’estensione di circa un metro pe r due. Conficcata all’altezza del cuore era ben visibile quella che è stata immediatamente identificata come l’arma del delitto: un pugnale con lama ricurva della lunghezza di circa 30 centimetri. Gli armaioli da noi interpellati per la perizia sull’arma, hanno confermato che anch’essa è di sicura provenienza africana, e l’hanno più precisamente identificata come pugnale di media taglia caratteristico delle popolazioni nomadi berbere del deserto libico. Sulla lama della suddetta arma sono stati identificati alcuni simboli che l’illustre Professore Vittorio Galvani, esperto di lingue orientali, ha riconosciuto come lettere della lingua berbera dei beduini del deserto e ha così 14


tradotto nel nostro idioma: “Che la tua anima possa trovare pace!”. Dopo aver rimosso il cadavere della vittima, abbiamo quindi provveduto a compila re l’inventario degli oggetti presenti sulla scena del delitto. Il corpo del Carena si trovava accasciato a fianco di un basso tavolino di legno scuro, quasi nero, sopra al quale era poggiata una splendida scacchiera. Come risulta chiaramente dal referto del mio assistente T.D., i vari pezzi degli scacchi erano invece a terra, sparsi attorno al cadavere del Carena. Alcuni furono rinvenuti più lontano, a qualche metro dal corpo. Vorrei specificare che l’oggetto in questione non era precisamente una scacchiera come noi qui in Italia la conosciamo, quanto potrei dire una versione africana del giuoco degli scacchi. I vari pezzi erano infatti intagliati con fogge esotiche, particolari, che non saprei qui ben descrive re. Ogni personaggio era una vera e propria piccola scultura, recante un suo volto, una diversa espressione e una diversa postura. Se volete una mia personale opinione tale scacchiera era tuttavia una vera e propria opera d’arte ed è un peccato che molti pezzi siano stati ritrovati scheggiati, rovinati o addirittura spezzati. Si tratta certamente di un patrimonio artistico di non poco conto. Mi sono soffermato su questi minuti dettagli poiché tale scacchiera si trovava precisamente al centro della scena del delitto. Tuttavia, in piena onestà, non cre do che essa abbia un qualche nesso con un sanguinoso delitto che, come testimoniano tutte le prove raccolte, pare essere stato compiuto da una servo illetterato e selvaggio che ce rtamente nulla sa del gioco degli scacchi e che tanto meno può aver praticato tale passatempo con il suo padrone!

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III

Stralcio dell’interrogatorio dell’imputato Sayyid Mukhtar, 23 luglio 1913. L’inte rrogatorio in aula dell’imputato africano ebbe inizio il 21 luglio in un clima di grande tensione. Il tribunale fu letteralmente invaso da centinaia di persone di ogni ceto ansiose di poter vedere da vicino “il servo nero che aveva osato pugnalare vigliaccamente il suo benefattore italiano” (così nelle cronache dell’epoca). La deposizione si prolungò più del previsto, a causa delle frequenti interruzioni e del disordine in aula, nonché del quasi completo mutismo dell’imputato, che per i primi due giorni si limitò a rispondere alle domande degli avvocati con cenni di assenso o di diniego del capo. La storia dell’arriv o in Italia dell’imputato fu dunque ricostruita grazie alle testimonianza del Col onnello Gioacchino Turati, al seguito del cui reggimento il Carena aveva operato in Libia. Si venne così a sapere che l’imputato, Sayyid Mukhtar, era un ragazzo di una quindicina d’anni, appartenente a una famiglia di pastori nomadi berberi della regione del Fezzan. Coinvol to in una ribellione armata contro l’esercito del Regno d’Italia, era stato fe rito in uno sc ontro a fuoco e fatto prigioniero. Dopo alcune settimane, vista la sua giovane età, era stato assegnato al fotografo Arturo Carena in qualità di se rvitore indigeno. Trascorsi sei mesi, al termine della campagna militare, il Carena aveva espresso il desiderio di condurre il servo con sé in Italia, per tenerlo a servizio nella sua casa di Torino. Il Comando aveva accordato il permesso e i due avevano fatto ritorno in patria. 16


Il 23 luglio l’interrogatorio entrò nel vivo affrontando direttamente il tema del delitto. L’avvocato Calligaris chiese all’imputato se ammettesse la sua colpevolezza. E finalmente l’imputato cominciò a parlare. La deposizione rilasciata in questa occasione da Sayyid Mukhtar ebbe un'eco grandissima in città e rischiò se riamente di re ndere incerto l’esito del processo, che fino ad allora pareva scontato. Il ragazzo berbero negò infatti di aver ucciso il Carena e sostenne una tesi a sorpresa, che chiamava in causa un’arte in quel tempo tanto di moda e tanto praticata a Torino: lo Spiritismo. Per comprendere l’impatto che le parole dell’imputato ebbero nell’immaginario cittadino, basti ricordare che proprio a Torino era stata fondata la prima “Société Spirite” italiana, sul modello di quelle tanto in voga a Parigi. Da alcuni anni in città, nei salotti buoni dell’alta borghe sia, si discuteva e si prendeva parte a sedute medianiche, evocazioni esoteriche, trasmissioni del pensiero e apparizioni degli spiriti dell’aldilà che parlavano attrave rso tavolini fluttuanti. Persino il Lombroso, positivista scientifico per eccellenza, si interessò a tali fenome ni e pre se parte ad alcune sedute spiritiche. Avv. Calligaris: Dunque, l’imputato ammette o meno la sua colpevolezza, e quindi di essere l’autore dell’abominevole assassinio del signor A rturo Carena? Sayyid Mukhtar: No… non stato io. C.: Ah… finalmente l’imputato ha deciso di parlare e di rispondere alle domande dell’accusa! Devo dunque dedurre che non ci troviamo davanti a un piccolo servo muto, giusto? (risa in sala, applausi) 17


C.: Le ripeto la domanda, qualora non l’avesse ben compresa. È lei che ha vigliaccamente ucciso il suo legittimo padrone Arturo Carena, come tutte le prove a suo carico chiaramente dimostrano? S.: No, non sono io. C.: E dunque chi sarebbe stato, secondo lei? Ci dica… ci dica… S.: Sono… gli spiriti! (brusio in sala, alcuni gemiti di stupore) C.: Gli spiriti, imputato? Cosa vorrebbe dire, “gli spiriti”? S.: Gli spirit i hanno ucciso signore crudele. Lui ha ucciso mia famiglia, miei fratelli, tutti che abitano con noi, in nostra terra. Lui con fuoco e fucili è venuto in nostre tende, ha rubato, ha messo veleno nei nostri pozzi, ha preso la mia sorella. Ora gli spiriti hanno fatto vendetta per sua crudeltà. (in sala cala pe r una attimo il silenzio) C.: L’imputato intende forse… intende forse accusare il compianto Arturo Carena, e con lui tutto il popolo italiano, di aver distrutto la sua primitiva abitazione e di aver compiuto atti indegni in terra d’Africa? Se è questo… se è questo che l’imputato intende dire , signor giudice, io mi indigno e chiedo che mai più sia permesso all’imputato di denigrare e insultare l’Italia in tal modo!E poi… di quali spiriti andrebbe mai vaneggiando, imputato? Cosa crede di ottenere evocando degli spiriti in questo tribunale del Regno? Stiamo parlando di un omicidio, non di magia da quattro soldi! S.: Noi li chiamiamo iâssasem… sono… sono spiriti buoni. Loro proteggono la nostra terra, proteggono le nostre case, i nostri campi. Ma loro diventano cattivi… se qualcuno distrugge le cose di Dio… loro diventano imalayekkat… così possono fare molto male agli uomini cattivi. C.: Così noi dovremmo crede re che dei presunti spiriti, 18


o chissà cosa diavolo altro, siano venuti qui a Torino, siano entrati in casa del signor Arturo Carena e l’abbiano ucciso… abbiano ucciso un uomo che era andato in Africa proprio per aiutare e rendere civili quelle popolazioni selvagge! Suvvia, ciò è assurdo! Si vergogni! S.: Yemma-t n dunnit ha mandato gli imalayekkat… lei è Madre di Mondo, lei vuole giustizia, solo giustizia. C.: Basta! È inutile che si continui con questi nomi in comprensibili e con questi sproloqui! Siamo in Italia, che l’imputato parli italiano e risponda chiaramente alla mia domanda: ha ucciso lei il signor Arturo Carena pugnalandolo al cuore con quella tremenda arma che tutti gli esperti hanno riconosciuto provenire dalla sua tribù di selvaggi? Ammetta il suo movente: lei voleva rubare le ricchezze della casa e fuggire con il denaro del suo benefattore! Lei è un ladro e un assassino, confessi! S.: Io non ho ucciso. Io… ho chiesto…. aiuto.

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IV

Perizia del medico legale Carlo Giannone sull’imputato Sayyid Mukhtar, depositata e messa agli atti il 13 settembre 1913. Dopo una caldissima estate in cui Torino non fece altro che parlare di spiriti, e tutti gli intellettuali e gli studiosi della città si dedicarono allo studio della mitologia cabila (a cui, si era scoperto, appartenevano gli spiriti evocati dal giovane Sayyid), a settembre il processo riprese con l’acquisizione della perizia medica di Carl o Giannone . Carlo Giannone era a quell’epoca il più autorevole erede del Lombroso (scomparso nel 1909, quattro anni prima dei nostri avvenimenti). La perizia depositata sul caso di Sayyid Mukhtar rappresenta un fatto di eccezionale importanza non solo per la vicenda che stiamo raccontand o, ma per il più generale destino del pensiero lombrosiano: anche se all’epoca la perizia fu accolta con favore dall’opinione pubblica e contribuì in maniera determinante alla condanna a morte dell’imputato, essa di fatto sancì la deriva razzista del siste ma teoric o di Lombroso e l’inizio del suo discredito in campo scientifico internazionale. In base alle rilevazioni fisiognomiche e alle misurazioni frenologiche da me condotte sul soggetto in criminato posso asserire con assoluta sicurezza che il soggetto in questione appartiene al “tipo criminale”, così come delineato dal maestro Lombroso nella sua illustre ope ra “L’uomo delinquente”. In particolare: un indice cefalico di 79.65, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed erra20


bondi, le sopracciglia folte e ravvicinate sono caratteristiche che collocano infallibilmente l’imputato nella categoria dei “criminali nati”. Egli presenta numerose caratteristiche ataviche, che di fatto rendono lui e i suoi simili più vicini all’uomo primitivo e agli animali piuttosto che all’uomo civile europeo e italico. Come chiaramente indicato dal Lombroso, tale soggetto presenta un’evidente disposizione fisiologica alla delinquenza e una configurazione anatomica adatta al crimine. Disposizioni e configurazione che del resto egli condivide con la sua razza. Numerose misurazioni e rilevazioni hanno dimostrato come gli arabi, gli africani, e in particolare chi tra loro appartiene a tribù nomadi, sia naturalmente predisposto alla violenza e al crimine. Possiamo dunque sostenere senza tema di smentita che tali razze hanno in sé una criminalità innata, ereditaria, biologicamente determinata, ben evidente nelle loro caratteristiche fisiche esteriori. Tanto è vero che basta osservare il volto di questi soggetti, i loro tratti somatici, il colore olivastro o nerastro della loro carnagione, per leggervi una propensione al delitto, allo stupro, e alla violenza in genere. Nel caso di tali soggetti (arabi, neri d’Africa, zingari e nomadi in genere) pare dunque del tutto superfluo entrare nel merito del singolo caso e del singolo soggetto, in quanto essi stessi, nella loro totalità di razza, appartengono al “tipo criminale”, e come tali vanno giudicati. È evidente, come insegna il Lombroso, che tali soggetti non sono pienamente responsabili delle loro azioni e sono determinati non dalla loro volontà ma piuttosto dalla natura criminale e dai caratteri atavici che condividono con le bestie e le belve feroci. 21


Vanno insomma considerati alla stregua di uomini selvaggi, primitivi, non civilizzati, come del resto le loro abitazioni, i loro costumi, le loro usanze incivili rivelano chiaramente. In base a quanto detto, concludo sostenendo la necessità di condannare l’imputato, il beduino Sayyid Mukhtar, alla pena capitale. Come da anni sosteniamo, la pena capitale è infatti l’unica arma nelle mani del Regno d’Italia per garantire la sicurezza sociale dei suoi onesti cittadini. Se, come dimostrato, il criminale è tale per sua conformazione fisica e biologica, appare chiaro come per esso sia inutile ogni forma di riabilitazione e di pena detentiva atta a tale scopo. Secondo queste evidenze mediche e antropologiche suggeriamo dunque al giudice di decidere relativamente al soggetto imputato, e relativamente a qualunque altro membro della sua razza che dovesse trovarsi a giudizio nei tribunali del Regno d’Italia. Dott. C. Giannone

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Estratto delle pagine datate “2 luglio” del diario autografo di Arturo Carena, da me ritrovato il 3 dicembre 2007 presso il mercato delle pulci di Torino, detto “Balôn”. Il processo per l’omicidio di Arturo Carena si concluse il 20 ottob re 1913 con la condanna a morte per l’unico imputato Sayyid Mukhtar. La pena capitale fu eseguita il 2 novembre al Rondò della Forca di Torino, tramite impiccagione. L’imputato fu riconosciuto colpevole di omicidio a scopo di furto e sebbene molti aspetti della vicenda fosse ro rimasti non completamente chiariti, l’opinione pubblica fu largamente concorde con l’esito del processo. Il rapido succedersi dei tragici avvenimenti che avrebbero portato alla scoppio della Prima Guerra Mondiale fece presto dimenticare l’intera vicenda. Il cranio del Mukhtar, così come quello del Carena, furono donati all’Istituto di Anatomia Umana, Anatomia Patologica e Medicina Legale di Torino. Dopo essere stati studiati, catalogati e archiviati finir ono quindi nel Museo Lombroso, sito in Corso Massimo D’Azeglio, dove sono rimasti per tutto il secol o seguente, sino ad oggi. A quasi cent’anni di distanza dai fatti pre sentati nelle pagine precedenti, il ritrovamento del diario di Arturo Carena può a mio avviso riaprire un caso troppo frettolosamente chiuso. Tale ritrovamento ha se nza dubbio i caratteri dell’eccezionalità: rimane un mistero come il diario della vittima, un volume ponderoso di ol tre 400 pagine, sia all’epoca del delitto sfuggito agli investigatori e come sia in seguito rimasto sconosc iuto per così lungo tempo, ric omparendo poi dopo un secolo sui banchi polverosi del “Balôn”. Si può supporre che il diario, dimenti23


cato e inutile, sia rimasto chiuso in una qualche soffitta o in qualche vecchia libreria, ma rimane se nza spiegazione il fatto che, nel corso delle indagini per il delitto, tale diario non sia stato ritrovato. È possibile che tra le migliaia di libri, quaderni e carnet del Carena non sia stato notato, così come è possibile che gli investigatori abbiano volutamente trascurato tale importante prova per giungere a una sicura condanna di Sayyid Mukhtar. Certo è che il diario costituisce davvero una prova di capitale importanza per addentrarsi nel miste ro della morte del Carena, e che probabilmente, se prese ntato in sede di processo, avrebbe permesso di scagionare l’imputato. Nell’impossibilità di pubblicare qui l’intero diario di Arturo Carena (impresa che risulterebbe di almeno tre volumi), presento di seguito solamente le ultime, fondame ntali pagine del diario, datate 2 febbraio 1913, ossia il giorno stesso della morte del Carena. Si tratta di pagine complesse, in cui egli ricostruisce la sua avventura in te rra di Libia e quelle che sarebbero state le sue ultime ore di vita. Per comprenderle appieno il lettore necessiterebbe di profonde conoscenze relative alla mitologia e alla cosmogonia cabila, ovverosia il complesso di credenze condivise dalla popolazione berbera del Maghreb. Dunque a tali studi invito il lettore intere ssato. Qui mi preme solame nte sottolineare come in tale sistema mitologico ricopra un ruolo molto importante un animale in partic olare: la formica. Essa è considerata quale messaggero in grado di mettere in contatto le anime dei vivi con gli spiriti dei morti e con le divinità. Concludono il presente incartamento alcune fotografie scattate dal Carena in Libia ed altre da me repe rite per illustrare alcuni luoghi e personaggi della vicenda.

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Torino! Torino, città mia, tu mi hai visto nascere e tu mi vedrai morire! Ho viaggiato per tutto il mondo, ho visto paesi distanti e sconosciuti, ho visitato le Indie, ho contemplato il mistero della Sfinge, ho penetrato le foreste vergini e cavalcato nel deserto… ma qui ero destinato a tornare e morire! Mi affaccio dalla finestra del mio studio, in questa ora disperata, in attesa che la pallida luce dell’alba rischiari i tetti e le strade… la stella sulla vetta della Mole Antonelliana già brilla dei primi raggi del sole nascente, mentre le altre stelle del firmamento scolorano. In questa ultima ora della mia vita rivedo passare di fronte ai miei occhi l’intera esistenza… ho accanto me sparse le tele e le fotografie dei miei ultimi anni… e sono circondato dagli spiriti del passato! Che cosa sono queste immagini in bianco e nero, se non spiriti esse stesse? Spiriti di questa nuova epoca moderna, emersi da una speciale emulsione di bromuro di cadmio, nitrato d'argento e gelatina, ma pur sempre spiriti! Spiriti come quelli che mi hanno fatto visita in questa tremenda notte! Perché i posteri sappiano, capiscano, e non cadano negli stessi miei mortali errori, mi sforzerò ora di raccontare quanto di diabolico mi è accaduto, con la speranza che qualcuno un giorno possa leggere queste mie pa role e comprenderne il significato… significato che a me stesso ora grandemente sfugge. Chiedo al lettore, chiunque esso sia e sarà, solamente di prestare fede alle mie parole, e di non considerarle vaneggiamenti di un folle o di un alienato. Giuro su quanto mi è più caro (sebbene nulla ormai mi sia più caro in questo mondo, neppure la mia stessa vita) che quanto scriverò è la sola e semplice verità che io ho veduto con i miei occhi. 25


L’origine di tutte le mie disgrazie, io credo, fu la mia de cisione di partire per la terra di Libia. Io credevo a quel tempo, e ho profondamente creduto sino a questa stessa notte, nella missione civilizzatrice del popolo italiano in terra d’Africa. Da sempre sono stato affascinato, e insieme conturbato, potrei dire spaventato, dall’idea che in questo mondo vivessero razze totalmente diverse da quella europea: la vita dei selvaggi è sempre per me stata fonte di curiosità e di ispirazione artistica. Se ripenso ai miei viaggi mi rendo conto d’esser sempre andato alla ricerca dell’Altro, del diverso, dell’alieno, ritenendo che non vi fosse compito più alto per me e per la nostra Italia di rendere civili le popolazioni primitive ed arretrate. Avendo già con successo documentato con disegni, dipinti e bozzetti i successi della nostra civiltà italica in Eritrea, presi la decisione di seguire l’impresa libica con uno strumento a cui da qualche anno ormai mi ero accostato con crescente entusiasmo: la fotografia. Il 2 ottobre 1911 sbarcai dunque a Tobruk, al seguito del nostro esercito. Era mio desiderio sincero mettermi al servizio della nostra impresa coloniale. Dai miei precedenti viaggi e dallo studio della storia avevo infatti tratto la convinzione che i popoli dell’Asia e dell’Africa fossero irrimediabilmente afflitti dalle piaghe dell’irrazionalismo, del fanatismo e del dispotismo e che fossero dunque incapaci di darsi autonomamente una forma di governo e di società che li conducesse allo sviluppo. Tutti noi eravamo convinti che il popolo libico ci attendesse come liberatori per affrancarsi dal giogo turco, e che le operazioni di guerra si sarebbero risolte in una breve passeggiata militare. Giunsi in Libia insieme a 35.000 soldati agli ordini del 26


Generale Carlo Caneva, convinto che vi sarei rimasto poco tempo. Dopo poch i giorni, tuttavia, mi resi conto che le cose sarebbero andate pe r le lunghe: i nostri comandi erano sprovvisti delle più elementari informazioni sui luoghi, mancavano persino delle carte geografiche. Quanto agli arabi, invece che come liberatori, ci accolsero come invasori: la gente del posto prese a ostacolarci in tutti i modi, a tenderci imboscate e a organizzare azioni di guerriglia. “Non sono uomini questi arabi, ma cani!”, si diceva ad ogni grado dell’esercito. Grazie alla mia buona conoscenza della lingua araba, oltre che come fotografo, mi misi immediatamente al servizio dell’esercito come interprete negli interrogatori dei prigionie ri. Giorno dopo giorno il mio odio per quella terra e quella gente aumentava. Fotografai i nostri soldati uccis i e imbracciai più volte con piacere il fucile in azioni contro il nemico. Dopo aver preso possesso di Tobruk, comin ciarono le azioni su Tripoli, che fu presa già alla fine di ottobre. Fu quindi la volta di Derna, di Bengasi e di Ain Zara. Di vittoria in vittoria tra i nostri soldati si diffusero sentimenti sempre più violenti e incontrollabili. Anch’io ne fui partecipe. Posso dire in tutta onestà che consideravamo i libici come esseri subumani, e noi stessi come appartenenti ad una razza superiore. La nostra rabbia era senz’altro dovuta in buona parte alla scoperta di essere stati trascinati in una terra aspra e terribile: quella che sui giornali italiani veniva descritta come una regione di stupenda fertilità era in realtà uno scatolone di sabbia ribollente e inospitale. I mesi passavano e la vittoria finale tardava ad arrivare. Arrivarono in compenso le prime sconfitte e le conseguenti sanguinose vendette. Dopo la disfatta di Sciara Sciat la rap27


presaglia del nostro Regio Esercito fu memorabile: in appena cinque giorni, meno di una settimana, uccidemmo oltre 4.000 arabi. Altri 3.500, per ordine di Giovanni Giolitti in persona, furono fatti prigionieri e deportati nelle carceri delle isole Tremiti. Io vidi e fotografai tutto. Gli ordini erano di scattare immagini che rendessero onore alle nostre operazioni e presentassero il nemico come selvaggio e traditore. Io fui ben lieto di seguire tali indicazion i: fotografai ribelli in catene e trionfali vittorie dei nostri soldati. Finché, nel marzo del 1912, la mia avventura e la mia vita cambiarono improvvisamente. Nel corso di un’o pe razione nella regione desertica del Fezzen, a cui avevo preso parte per documentare la vita delle popolazioni nomadi beduine del deserto, fui coinvolto in uno scontro a fuoco. Alcune famiglie di nomadi si ribellarono ai nostri soldati che requisivano loro i cavalli e i cammelli. Uno dei nomadi accoltellò un nostro soldato, e in breve tempo ne scaturì uno scontro a fuoco. Anch’io sparai e colpii ad una gamba uno dei ribelli: solo al termine dello scontro mi resi conto che si trattava di una ragazzo, e che non era morto. I feriti e i sopravvissuti furono fatti prigionieri e condotti nel carcere della guarnigione. Nelle settimane seguenti, che furono relativamente tranquille, presi a fare regolarmente visita al ragazzo ferito. Non saprei dire cosa mi spingesse e perché lo facessi, ma sentivo che in qualche modo i nostri destini erano stati legati da quella pallottola che gli avevo sparato in corpo. Nel corso dello scontro a fuoco i genitori e i cinque fratelli del ragazzo erano stati uccis i. Era dunque orfano, non gli restava che una sorella, fatta anch’essa prigioniera. In quelle mie brevi visite non rispose mai alle mie domande, probabilmente poiché non le com28


prendeva affatto. Tuttavia un qualche legame tra noi si sviluppò. Dunque, trascorso circa un mese, quando si fu ristabilito, chiesi al comando che il ragazzo mi fosse assegnato in qualità di servitore e aiutante. Quella del fotografo è un’attività complessa da svolgere soli, e un servitore che tenesse in ordine l’appa recchiatura e le lastre fotografiche mi era davvero molto utile. Il Comando, alla luce della buona condotta e del carattere docile dimostrato dal prigioniero, me lo concesse. Il ragazzo, che dopo qualche tempo scoprii chiamarsi Sayyid Mukhtar ed avere circa una quindicina d’anni, entrò così al mio servizio. Sebbene io non parlassi il berbero, in breve tempo, grazie alla conoscenza dell’arabo, riuscii a insegnargli i primi rudimenti della lingua italiana. Dopo circa due mesi le conversazioni avvenivano prevalentemente nel nostro idioma. Sayyid si dimostrò essere un ragazzo eccezionalmente sveglio e intelligente. Mi accompagnò in tutte le mie spedizioni fotografiche, senza battere ciglio neppure di fronte alle scene più crude. Talvolta, per metterlo alla prova, scattavo di proposito fotografie a cadaveri della sua gente, ad accampamenti berberi dati alle fiamme e ad altri spettacoli di tal genere. Un po’ per scherno, un po’ per sfida in quelle occasioni ero solito dirgli frasi del tipo: “Allora Sayyid, come ti sembra questa fotografia? Forse per renderla più interessante dovremmo aggiungere qualche cadavere in primo piano, che ne dici?” In nessuno di questi casi, tuttavia, il ragazzo diede segni di malessere o fastidio, o si rifiutò di obbedire ai miei ordini. Finché non si verificò quel fatto con sua sorella. Poiché, ora me ne rendo conto, tale fatto, che all’epoca mi sembrò solo una scocciatura di poco conto, oggi mi con29


danna di fronte a Dio e mi porterà in breve tempo alla morte, è necessario che io lo racconti esattamente così come esso è avvenuto. Accanto alle fotografie riguardanti le operazioni belliche e militari, durante tutta la mia campagna in Libia realizzai molteplici immagini di giovani donne indigene. Si tratta di un genere di fotografie molto semplici, piacevoli da realizzare e molto richieste sul mercato italiano, e che dunque nessun fotografo degno di questo nome può lasciarsi scappare. Una sola foto, una volta venduta in Italia a qualche tipografia, verrà riprodotta in migliaia di cartoline e varrà un montagna di quattrini! Vedete, l’uomo italiano, da almeno una cinquantina d’anni, ossia da quando per la prima volta il nostro esercito ha messo piede sul suolo d’Africa, non fa altro che sognare la sua venere nera. Anch’io, devo ammettere, da quando viaggio per le mie avventure nel mondo, ho sempre adorato e ricercato le donne disponibili, dis in ibite e sensuali che paiono abbondare in ogni paese tranne che nella nostra cara Italia. Molte di queste fanciulle posso vantarmi di averle pure conquistate, e di aver consumato con loro più di una notte d’amore. Anche in terra di Libia di queste splendide ragazze ve n’erano molte, e molte di esse ebbi modo di fotografarle. Tuttavia, sin dal giorno di quello scontro armato che ho testé raccontato, mi parve che la più bella di tutte loro fosse la sorella del mio piccolo Sayyid. La tenni d’occhio pe r alcuni mesi, senza decidermi a fotografarla. Infine, in un giorno di giugno, dissi al mio servitore: “Sayyid, tua sorella è ancora prigioniera nel carcere della guarnigione, vero?” Il ragazzo annuì. Dunque gli dissi: “Ascolta, che ne dici se la tirassimo fuori da quel brutto po30


sto? Potrei chiedere al comandante il permesso di fotografarla come perfetto esempio di bellezza del deserto…”. Il ragazzo tacque. “Su, andiamo!”. Ormai avevo preso la mia decisione. Le guardie ovviamente acconsentirono, e un’ora più tardi la ragazza era nel mio studio di posa, allestito in un’ala del fortino dov’era di stanza il reggimento a cui ero aggregato. La ragazza era di una bellezza selvaggia e violenta. Avrà avuto una ventina d’anni. I lunghi capelli neri raccolti in una treccia che le giungeva sino sui lombi, la carnagione olivastra, gli occhi incredibilmente profondi e luminosi, le labbra schiuse su denti bianchissimi, il giovane corpo perfetto prorompente in tutta la sua giovinezza sotto le esili stoffe dei vestiti, i piedi scalzi. Il dolore per la morte dei genitori e dei fratelli, covato nei lunghi mesi di prigionia, le ammantavano il viso di un odio e di una rabbia che la rendevano ancora più bella e sensuale. “Come ti chiami?” le chiesi. La ragazza non mi ris pose, ma fu Sayyid a dirmi: “Nome di mia sorella è Fadhma”. Fadhma. Fadhma. Non ho più potuto dimenticare questo nome e ora, mi pare, l’avrò sulle labbra anche nel momento della morte. Dissi a Sayyid di spiegarle che l’avrei fotografata con de gli abiti belli e preziosi, e che sarebbe diventata famosa in tutta Italia. Sayyid tradusse in berbero, quella loro splendida lingua imparentata niente meno che con l’antico egizio. La ragazza parve non reagire. Io considerai il suo silenzio un assenso, ed estrassi dal mio baule degli abiti di scena per le pose e i ritratti una serie di abiti e gioielli facendo segno alla ragazza di indossarli. Dopo dieci minuti eravamo pronti a scattare. Comincia i col prenderle alcuni primi piani. La sua espressione seria, a 31


tratti irosa, trasformava il suo viso nella maschera di una donna di un altro mondo, esotico e irraggiungibile. Esattamente l’effetto che stavo cercando. Mentre scattavo pensavo che queste immagini sarebbero andate a ruba in Italia, qualche mese più tardi. Sayyid osservava il mio lavoro, in silenzio, porgendomi di tanto in tanto gli strumenti che mi occorrevano. Il tempo, quel giorno, era incredibilmente caldo e afoso. Nella piccola stanza di posa, in quel fortino sul limitare del deserto, senza un soffio d’aria, si soffocava. Il sudore mi imperlava la fronte, così come le tempie delle ragazza. Riccioli umidi di capelli le incorniciavano il viso e le orecchie. “Fa caldo oggi, eh, ragazzi? Che ne dici di fare qualche fotografia un po’ più rinfrescante, Fadhma?”. Mi rivols i a Sayyid: “Sayyid, con i ritratti ho finito, ora vorre i fare qualche figura intera. Dì a tua sorella che si spogli. Cominceremo da un busto”. Sayyid non si mosse, e non tradusse nulla. “Allora, che aspetti?”. Sayyid continuava a tacere. Poi quando gli ripetei l’ordine, mi rispose: “Questo non posso dire. Nostra religione non vuole che mia sorella si spogli. Donna non può spogliare. È per sua dignità”. “Oh, questa è bella. E che religione sarebbe mai questa che vuole privare gli uomini italiani del corpo così bello di tua sorella, Sayyid?”. “Nostra re ligione è Islam. Nel Corano così è scritto, tutti sanno… e anche spiriti del deserto non vogliono, così noi sappiamo”. “Che stupidaggini! Non mi perderò certamente questa occasione… te lo ripeto dì a tua sorella di spogliarsi, è un mio ordine!”. Sayyid tradusse, e per tutta ris posta la ragazza racch iuse le braccia sul petto. “E va bene, se non vuoi farlo tu, lo farò io! Staremo a vede32


re”. Mi avvicinai alla ragazza e le strappai i veli che le avevo dato poco prima per le fotografie. Le strappai i vestiti sino alla cintola, lasciando che i suoi piccoli seni si mostrassero in tutta la loro bellezza e perfezione. Lo sterno, le clavicole, le costole. Ogni cosa era di una bellezza struggente. Gocce di sudore le bagnavano la pelle. Tornai dietro la macchina fotografica. Ma prima che potessi scattare la ragazza si mosse e andò a rannicchiarsi in un angolo della stanza. Ciò che successe dopo è bene non raccontarlo dei dettagli. Mi adirai, urlai, la andai a riprendere per un braccio e la trascinai di fronte alla macchina fotografica. Sayyid se ne stava in disparte, osservando la scena in silenzio. Sua sorella Fadhma continuava a non volersi far fotografare. A quel punto persi completamente il controllo. In tanti anni non mi era mai capitato che una donna, un’indigena, una selvaggia si opponesse alla mia volontà. La colpii sul volto, violentemente, quasi la tramortii, credo. Quindi le strappai di dosso gli ultimi abiti che aveva addosso, e la lasciai nuda sul pavimento della stanza. Fuori di me tornai alla macchina fotografica… ma lei ancora, da terra, prese a strisciare, come un serpente, come un animale ferito, per allontanarsi e nascondersi… allora la raggiunsi, la girai sulla schiena, e tenendole fermi i polsi e le caviglie cercai di farla mia… mi ricordo che il suo viso era irriconoscibile, distorto in un’espressione che non avevo visto in nessun altro essere vivente, e che scoprii essere il volto della morte. Non so se le strinsi il collo con troppa forza, o se fu la forza della sua stessa volontà. Ricordo solo che sentii il suo corpo sussultare violentemente… prima che potessi violarla mi resi conto che era morta. Mi rialzai. Sayyid era dietro di me, mi osservava compo33


sto e in silenzio. Nessuno al fortino mi chiese spiegazioni. Fadhma era una donna, una prigioniera, una schiava, e la sua vita non valeva nulla, tanto meno la sua morte. Il suo corpo fu buttato in un mucchio di altri cadaveri. Sono passati molti mesi da questi fatti. La campagna di Libia è finita, e si è conclusa con la vittoria civilizzatrice della nostra Italia. Io sono tornato a Torino, e ho portato con me il mio fedele servitore Sayyid. Dopo la morte della sorella mi sentivo in debito con questo fanciullo, che per molti mesi mi aveva servito diligentemente, e che anche dopo questo ultimo fatto ha continuato ad aiutarmi e ad obbedirmi. Così ho chiesto al Comando che mi fosse permesso condurlo con me in Italia, qui a Torino, per tenerlo come aiutante, e il permesso mi è stato accordato. Sono giunto a Torino da appena tre mesi, anche se mi sembra ormai che sia trascorso molto tempo, e se non fosse per le fotografie, il ricordo della Libia mi parrebbe già lontano e sbiadito. Almeno così è stato sino a ieri. Per mesi non ho più pensato a Fadhma, e a tutti gli altri morti e alle altre violenze che ho visto e vissuto in Africa. Ma in queste ore, in questa notte appena trascorsa, tutto è cambiato, tutto mi è tornato alla mente… e questi pensieri, questi ricordi saranno gli unici che porterò nella tomba. Ora vi racconterò quanto ho visto e capito in queste mie ultime ore di vita. Vi prego di ascoltarmi, e di credermi, poiché ne va della salvezza della mia anima, e della vostra. Nelle ultime settimane tutto è trascorso tranquillamente. Ho partecipato alla vita mondana di Torino e ho lavorato al riordino del mio Album fotografico. Sayyid è stato con me, aiutandomi come sempre. Due sere fa, alcuni miei ami34


ci di lunga data hanno organizzato una di quelle serate spiritiche che vanno tanto alla moda. Io, che a queste buffonate esoteriche non ho mai creduto, vi ho partecipato controvoglia e, giusto per divertimento, ho portato con me Sayyid. La serata, ovviamente, è stata una delusione: tavolini levitanti e finte apparizioni di lenzuola dall’aldilà. Tuttavia Sayyid ne è rimasto molto impressionato e ha cominciato a chiedermi insistentemente di poter prendere parte ad un’altra di queste sedute. Così, proprio ieri sera (sono solo poche ore, me ne ren do conto, ma mi sembra un’eternità) gli ho detto: “Sayyid, questa sera organizzerò per te una vera seduta spiritica, e tu vi prenderai parte, sei contento?”. Parlavo per celia, ma ho visto accendersi nei suoi occhi una strana luce, e così ho deciso di portare avanti la mia messinscena. Allo scoccare delle dieci, dopo aver cenato, mi sono seduto nella mia poltrona, accanto al tavolino con la scacchiera in pietra d’arenaria che ho acquistato a Bengasi, e ho chiamato Sayyid, dicendogli di sedersi sulla sedia di fronte a me, dall’altro lato del tavolino e della scacchiera. Ho spento il lume ad olio e, nell’oscurità più completa, ho detto: “Sayyid… sta’ attento, ora evocheremo gli spiriti!”. Non so bene neanch’io come avrei terminato il mio scherzo, forse semplicemente avrei fatto qualche rumore improvviso per spaventare il ragazzo, o avrei cercato di far levitare il tavolino con la scacchiera, alzandolo con le ginocchia e i piedi. Ma prima che io potessi aprir bocca, è stato lui a parlare. Dapprima un mormorio, un suono basso, uniforme, quasi impercettibile. Una cantilena che pian piano si è fatta più chiara e distinguibile. Non ne comprendevo le parole e il significato, e ho pensato che si trattasse di lingua berbera. Ho chiesto a Sayyid cosa stesse dicendo, ma lui per 35


tutta risposta ha alzato il tono della voce. A questo punto ero deciso a ordinargli di smetterla, ma prima che potessi farlo… ho sentito…come un fruscio… uno scalpiccio provenire dai quattro angoli della stanza… cosa diavolo sta succedendo?, ricordo di aver pensato. Ho riacceso immediatamente il lume… attorno a me… sui libri… lungo le gambe del tavolino… sulle mie gambe… sul pavimento, sul soffitto… milioni, milioni, milioni di formiche brulicavano ovunque. Ho urlato… ho urlato sentendo gli animali che si infilavano sotto i miei vestiti, mi risalivano le membra, arrivavano sul collo, mi entravano in bocca, nel naso, nelle orecchie, mi ricoprivano interamente… sopraffatto dall’orrore sono svenuto. Quando ho riaperto gli occhi, o almeno così mi è parso… tutto era buio. In una luce fioca solo fluttuava davanti al mio viso la scacchiera. Sayyid era di fronte a me. Mi ha detto: “Muovi. Comincia tu”. Senza osar replica re ho ubbidito e ho mosso un pedone qualunque. Solo allora mi sono accorto che i pezzi sulla scacchiera erano diversi da come li conoscevo. I Bianchi, i miei pezzi, altri non erano che soldati in uniforme… erano soldati italiani, quelli che avevo fotografato, quelli con cui avevo combattuto. Dall’altra parte c’erano i Neri… i Pedoni erano arabi, con i loro turbanti, i pugnali e i moschetti sotto il cui tiro tante volte mi ero rit rovato… al posto dei Cavalli c’erano mostruose belve con nove teste, e gli Alfieri erano creature che non conoscevo. Anche Sayyid ha mosso un suo pedone, e la partita ha avuto inizio. Un attimo più tardi ero sul campo di battaglia, accanto a loro. E ho visto, ho visto chiaramente l’orrore . I soldati si affrontavano, si uccidevano, ad ogni proiettile e ad ogni fendente il sangue sprizzava dai loro petti, dalle teste mozzate, dalle gambe e braccia recise... ben presto i cadave36


ri si sono accumulati su altri cadaveri, i corpi sui corpi, e la terra desertica è divenuta rossa di sangue. Dietro alle prime linee dei soldati semplici sono avanzate altre creature che hanno divorato i cadaveri, si sono nutrite di quelle membra promis cue, e l’orrore pareva non dover aver fine. Io osservavo lo scempio, tutto attorno a me, immobile in quella terra riarsa e grondante. La battaglia è proseguita per ore, senza pietà. Poi su tutto è calato il silenzio. È stato allora che è apparso di fronte a me uno spirito. Così esso mi ha parlato: “Noi siamo i Custodi. Vegliamo sulle azioni degli uomini, poiché ogni cosa appartiene al Re del Mondo. Di tutti i beni esistenti, campi, terre, case, l’uomo è soltanto l’affittuario, poiché Tutto appartiene a Lui. La tua condotta, uomo, ha violato il patto con gli altri uomini e con il Creatore. Tu hai distrutto le terre altrui e hai tolto l’altrui vita. Ora dovrai restituire in cambio la tua vita”. Detto questo ha estratto dal fodero un lungo pugnale ricurvo, e guardandomi negli occhi me l’ha piantato nel petto, all’altezza del cuore. Sono morto. O forse, in realtà, sono rinato. Un istante più tardi ho riaperto gli occhi e mi sono ritrovato seduto nel mio studio. Sayyid era accanto a me, in silenzio. Sul tavolino, appoggiato sulla scacchiera, si trovava lo splendido pugnale ricurvo che credevo piantato nel mio petto. Tutti i pezzi degli scacchi erano sparsi per terra, spezzati e distrutti. L'ho preso tra le mani e ho ordinato a Sayyid di uscire dalla stanza. Sono passate solo poche ore. Il pugnale è qui accanto a me. È l’alba. Sono vivo, ma so che queste ore mi sono state concesse solo perché potessi raccontare. Ho scritto queste pagine pe rché la mia vita e la mia morte abbiano un senso. 37


Ora chiuderò il diario e lo nasconderò tra i miei libri, sperando che possa giungere nelle mani di qualcuno che sappia capire. In questa mia epoca mi pare impossibile che ciò accada… ma forse domani, dopo che l’uomo avrà vissuto altre guerre e altre stragi, forse qualcuno comprenderà. Quanto a me, ora farò quanto segue. Libererò Sayyid, gli dirò di andare, di scappare, di allontanarsi il più possibile da qui, sperando che possa salvarsi. Quindi mi chiuderò nel mio studio. Chiederò perdono a Fadhma, e mi uccide rò.

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Note conclusive

Furono dunque davvero gli spiriti a uccidere Arturo Carena? Sebbene egli stesso descriva come reali le misteriose apparizioni che gli fecero visita nell’ultima notte della sua vita, risulta difficile credere che esse siano state la causa della sua morte. Si potrebbe forse parlare di allucinazioni di una mente suggestionata e tormentata dai rimorsi? E che ruolo ebbe veramente nella vicenda Sayyid Mukhtar? Fu forse lui a porre sul tavolino il pugnale, affinché il Carena potesse espiare le sua colpe? Se al tempo del processo il diario di Carena fosse stato ritrovato e utilizzato come prova forse Sayyid Mukhtar avrebbe avuto salva la vita. Tuttavia, in quegli anni d’inizio Novecento in cui le teorie del Lombroso dominavano la scienza medica e antropologica, forse le confessioni di Arturo Carena sarebbero state interpretate come semplici deliri frutto della “degenerazione mattoide di un genio alienato”, ed inserite nel novero delle molte prove a sostegno delle teorie espresse da Cesare Lombroso nella sua nota opera “Genio e follia”. Forse è dunque un bene che solo oggi si sia venuti a conoscenza di tali fatti: poiché non di follia io credo si sia trattato, ma del semplice risveglio della coscienza di un uomo. Sebbene il mio sforzo di ricerca della verità non possa fornire nessuna risposta definitiva al lettore, spero possa almeno contribuire a far luce sullo strano destino dei defunti Arturo Carena e Sayyid Mukhar e dei loro crani, ancora oggi posti beffardamente l’uno accanto all’a lt ro nel Museo 39


Lombroso, ma che andrebbero a mio avviso separati: il primo nella teca dei “suicidi” e il secondo in quella degli “innocenti in attesa di giusta sepoltura”. E chissà che onorando la memoria di quel giovane straniero, e insieme a lui del suo popolo, dall’intera vicenda non possa giungere anche un qualche insegnamento e un qualche monito pe r l’Italia dei nostri tempi moderni. In fede, Francesco Vietti

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Appendice iconografica

Cesare Lombroso (Verona, 1835 – Torino, 1909), antropologo e criminologo, e la sua collezione craniologica. Dopo aver esercitato la professione medica nell’Ospedale civile di Pavia, il Lombroso fu nominato nel 1876 professore di medicina legale all’Università di Torino. Fondatore dell’antropologia criminale, Lombroso è noto per la sua teoria della corrispondenza tra anomalie fisiche e propensione criminale degli individui. Alla sua morte chiese che il suo corpo fosse sezionato e utilizzato come oggetto di studio: la sua testa è tuttora conservata sotto formaldeide e visibile presso il Museo a lui intitolato. Le sue opere più celebri sono: “L’uomo delinquente” (1876) e “Genio e follia” (1877).

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Manifesto (a sinistra) e cartolina ricordo (sotto) dell’Es posizione Universale di Torino del 1911. L’Esposizione richiamò a Torino, che nel 1911 aveva poco più di 400.000 abitanti, ben 250.000 visitatori. Il 25 aprile 1911, proprio a pochi passi dai padiglioni dell’Es posizione, Emilio Salgari, notissimo romanziere torinese, vero e proprio “inventore” dell’Oriente misterioso e avventuroso in Italia, oppresso dai debiti e dalle disgrazie familiari, si tolse la vita, squarciandosi il ventre e la gola con un rasoio, imitando il suicidio rituale dei samurai giapponesi.

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Il Palazzo degli Istituti Anatomici di Torino, inaugurato nel 1898, sede degli Istituti di Anatomia Umana, Anatomia Patologica e Medicina Legale. Il palazzo, compreso tra le vie Donizetti, Giuria, Michelangelo e corso Massimo d'Azeglio, rappresenta un esempio di architettura per istituti scientifici in stile eclettico di fine Ottocento, realizzato secondo il progetto dell'ingegnere Leopoldo Mansueti.

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L’appartamento in stile “orientalista” del pittore e fotografo Arturo Carena. In questa casa fu rinvenuto il cadavere del Carena, la mattina del 2 febbraio 1913. La fotografia fu scattata durante le indagini condotte dall’ispettore De Santis ed è datata 4 febbraio 1913.

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La guarnigione italiana di Giàlo, in Libia. La fotografia fu scattata da Arturo Carena, e fa parte del suo Album portfolio della guerra Italo-Turca del 1911-1912. La guerra coloniale italiana fu combattuta contro l’Impero Ottomano tra il 28 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912 per la conquista delle regioni della Tripolitania e della Cirenaica.

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Accampamento di nomadi berberi nel deserto libico, re gione del Fezzan. Fotografia scattata da Arturo Carena. I Berberi (Amazigh nella propria lingua, ossia “Uomini liberi”), sono la popolazione autoctona del Maghreb. In Algeria, Marocco e Tunisia la maggior parte della popolazione è di origine berbera. Minoranze berbere si trovano inolt re in Libia, Mauritania, Egitto, Niger e Mali. L’islamizzazione dei Berberi e del Maghreb non ha cancellato il substrato delle credenze mitologiche pre-islamiche, dette “ cabile” dalla regione algerina della “Cabilia”, che sono sopravvissute grazie alla trasmissione orale.

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Illustrazione di inizio Novecento rappresentante una “seduta spiritica”. Lo Spiritismo fu di gran moda a Torino nei primi anni del secolo, e il Lombroso stesso se ne interessò, rimanendone affascinato e dedicandovi gli ultimi studi della sua vita. Nonostante il suo spirito positivista, il Lombroso si convinse che le “evocazioni esoteriche” non fossero semplici trucchi, ma che al contrario “esistessero taluni individui, detti medium, in possesso di un proprio doppio, ossia di uno spirito in grado di allontanarsi dal corpo, materializzarsi, percepire il futuro ed agire autonomamente”. Proprio tale doppio, sempre secondo le parole del Lombroso, rappresenterebbe “l’anello di congiunzione del mondo dei vivi con lo spirito dei defunti”.

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Foto scattata da Arturo Carena e da me ritrovata tra le ultime pagine del suo diario. Sul retro della fotografia vi è scritta una sola parola: FADHMA.

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Indice Prefazione.....................................................VII Note introduttive..............................................3 Documenti........................................................7 I.........................................................................7 II......................................................................13 III....................................................................16 IV....................................................................20 V......................................................................23 Note conclusive..............................................39 Appendice iconografica.................................41

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Finito di stamp are n ell'Aprile 2008 per con to delle Edizioni O.M.P. presso la tipografia Print Service S.r.l. di Pavia (PV)

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Lo Straniero