Issuu on Google+


COLLECTIVE S met til a, hai capit o? di imm ag inarc i

1


gruppoH5N1

POESIA D’AMURO

EDIZIONI O.M.P.FarePoesi a


Edizioni O.M.P. Fa repoesia Pavia, 2008 ISBN 978-88-95762-03-6 Officina Multime diale Pavese assoc iazione di prom ozione culturale viale campari 83/d pavia www.mupa.it Farepoesia fanzine murale ed elettronica di poe sia e arte sociale www.farepoesia.it Stampa Print Service S.r.l. In collaborazione con Rivista Kron stadt (www.kronstadt.it) Progetto grafico Andrea Franzosi (www.franzr oom.net) Responsabile editoriale Luca Schiavi Collana a cura di Tito Truglia DISCLAIMER I diritti dell'opera contenuta in questo libro appartengono al gruppoH5N1 – http://gruppoh5n1.blogspot.com/ L'opera è r ilasciata sotto la disciplina della licenza Creative Comm ons Attribuzione-Non commercia le-Condividi allo stesso mod o 2.5 Italia. Il riassunt o e il riferimento alla licenza sono disp onibili a pagina 99. Tutte le immagin i della presente raccolta appartengon o al gruppoH5N1, ad eccezione di quelle alle pagg. 78 e 94, rilasciate da MilanoViolenta (lamilanoviolenta.sp linder.com) sott o licenza Creative Common s AttribuzioneCondividi allo stesso modo 2.5 Italia. Il racconto “Storie lla della Febbre Numero Zero” di pag. 91 appartiene ad Enrico Bacciardi (www.enricobacciardi.com) ed è r ilasciato sotto licenza Creative Commons Attribuz ione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia La versione digitale del presente libr o è disp onibile al sit o www.mupa.it/libri


V. DE SICA : “È un momento b rutto, la radio ha sospeso la mia rubrica “Il Canto dell’Allodola”. L’ha mai sentita? Bé, sospesa. I giornali! ma li legge i giornali? Tutta cronac a nera, concorsi di bellezza, scandali, marziani. Niente poesia o letteratura. Ma allora come fa a vivere un scusi la mi a immodestia - un poeta. Dove sc rive? Sui muri?! E allora basta. Basta....” DA “IL SEGNO DI VENERE” (REGIA DI DINO RISI, 1955)

La nostra città: G raffiti Da dove sb uca quest a lingua fetale, co n i suoi guizzanti c aratteri alfanumerici? Chi parla l'interlingua-spray dai muri , dai tram, dai citofoni? Cosa cerca di di re questa citofonata lingua che dal basso c hi ama? VALER IO MAGREL LI


Verce lli, piazzale stazione FS


1. INCOLPERANNO, AL SOLITO, I POETI

1


2


BLUES D’AMURO

Un te mpo esistevano i primi de lla classe que i tipi tristi e rosa che e vitavano le feste; l’immagine de l padre se mbrava quasi eroica e un se no un po’ più gonfio pura poe sia e rotica. Poi, un pome riggio dal volto meno scuro, lo scontro con la scritta: “Ora basta col profumo!” apparsa tra tre fiori, die tro casa, su di un muro. Ricordo Gianni, amico e bossoli di fucile lanciati con i pugni al cie lo color bile . E Nicla a gambe aperte ride va sotto i banchi la cicatrice rossa tra le sue cosce bianche . Mia madre rive stiva di piombo i miei gre mbiuli io intanto dise gnavo aquiloni e ste lle e cuori unendo i fori de lle pallottole sul muro. La prima volta che mi mise ro su un tre no fui pre so dal suo ritmo e dal grande fine strino: stupivo per i ponti e pe r quante galle rie morde sse ro la luce e il volo de lle spighe. Ma un controllore pazzo con grande se nse of humor bucandomi il biglietto – Be llo – disse – sicuro, ma non esaltarti tanto, anche que llo è solo un muro. Ma ciò non mi svelava il se nso de lla scritta lasciata dai tre fiori. Su muri, scale e te tti ce rcavo grida analoghe, graffiavo pe r le strade coi fari d’una ve cchia Clio ve rde come spade . Riflessi di ve rnice le ride vano sul muso, poi ve nne accartocciata per neanche mille e uro. Ma ancora vi ve , gialla, la sua doppia scia sul muro. “Magari un grande dotto avrà me zza risposta nel buco tra un talk show e l’ultima inte rvista” pensavo, e allora fughe ne i libri e ne i giornali tra pe nne raffinate espe rte di re ality. 3


Ma gli infiniti e pigoni di Pasolini e Munch alle vano pidocchi tra scalpo, cuore e alloro e appe ndono cravatte come cappi addosso al muro. Così, con altri naufraghi di senso e notti insonni si cominciò ge ttando bottiglie nastriformi in strade incatramate di ne bbia e muri zo ppi. Sui ve rsi d’acqua e colla inciampano altri occhi e sausti di sorrisi al sapore di mentolo de ll’ansia caffe ina come sale de l futuro de l “come dovre sti e sse re ” che bacche tta da ogni muro. Immagino una stanza, mattoni stretti, nudi, tra strati di pare ti che se rrano solitudini, in cui, ne l buio denso, rintana la mia rabbia si sfoga con lo sfascio di vasi, ori, gabbie d’ucce lli tropicali e ampolle di cianuro, me tte ndo tutto in ordine al tramonto della luna. Ne ce rco il suono cavo picchie ttando su ogni muro. La se ra, alle 21.00, qualcuno alla fine stra guardando la città con plastica aria me sta per affrontare il tremulo sile nzio de lle aloge ne ve drà come cavarsela con una citazione , tra incubi di Love craft e sinossi di Camus. Ma accoste rà le te nde sente ndosi ormai nudo allo sbe rleffo muto che calerà da un muro. Amme tto la sconfitta de ll’immaginazione se Batman sul le ttino piange la sua frustrazione e la Giovanna d’ Arco ripie na di diaze pam nasconde l’acce ndino in un liso re ggicalze. E allora e ancora e sempre tra l’umido e l’arsura di calce e late rizi, rice rcherò, lo giuro, le cantiche de i fiori che cre scono sul muro.

4


CAMMINO #1

Cammino. Cammino. Sasso. Cammino. Cammino. Mone ta (la raccolgo). Cammino. Cammino. Cammino. Cammino. Sasso. Tombino. Cammino. Ăˆ mattino e le ombre sono lunghe. Cammino. Cammino. Filo d’e rba. Sigare tta. Cammino. Cammino. Il cie lo ne lla po zzanghe ra. Il rumore de i passi sul ce me nto. Cammino. Calpesto la luna de l mattino. Cammino. Cammino. Cammino. Cammino. Tutto asfalto e polve re grossa, una vi te . Cammino. 5


Un lungo cammino inizia se mpre con un passo. Cammino. Cammino. Uno spazzacamino ucciso. Cosa ha ammazzato lo spazzacamino? Un mete orite di cioccolato un tumore oppure un rumore inaudito: un gatto su cui lo spazzacamino è inciampato? È uno spazzacamino bianco e rosso: uno svizze ro, un polacco? Ma che dico. Non e sistono gli spazzacamini. E cammino. Cammino. Cammino. Quando può dirsi lungo un cammino? C’è forse un nume ro di passi che lo fanno passe ggio, scampagnata, tragitto, maratona, viaggio, le ggenda? Cammino. Da quando ero bambino: talvolta un salto, qualche passo di corsa, a nuoto fino alle corde . Cammino. Cammino. È le nto il cammino de lla processione : le gambe s’infuocano le varici si spe zzano, s’indurisce la schiena nell’incenso. Cammino. Cammino. Cammino. Cammino. Cammino. Cammino. Cammino. 6


Non succede nulla qui intorno. Cammino. Cammino. Ma ecco. Il circo sta bruciando i te ndoni: nessuno cammina sui fili sugli e le fanti, i cavalli, un gatto sopra un le one . Cammino ne ll’odore di circo smontato. Pare che il leone abbia mangiato gatto, cavalli, e le fanti. L’equilibrista in un boccone. Non è sazio il le one accucciato sull’erba. Mi osse rva. Cammino più sve lto.

7


La parte migliore del mio corpo è la mia ombra: chiazza compatta e liscia di nero fumo, sfiocca ne i cape lli con l’infrangersi di un’onda, s’appoggia alla te rra usandola come muro. Fugge , non sa il sapore dell’ora calda e aspra, stuzzica i fianchi danzanti d’un ignoto fuoco, poi vola via, graffiando l’acqua dolciastra sotto le gallerie ve rdi de ll’Orinoco. S’inguscia ne lle scarpe quando il sole è allo ze nit e non ha lacrime pe r il rive rbe ro de i moli. Ma c’è chi giura d’ave rle visto digrignare i denti crocifissa in una processione di girasoli. Qualcuno pensa ancora le ombre incate nate a talloni te rra e muri con zampe di pulce , ostaggio dei lampioni o guaito tra le arcate delle tagliole confe zionate dalla luce; poveri illusi. Neanche immaginano il gran sabba dopo ogni ultimo tondo raggio de l giorno quando le ombre esalano ne l cielo di sabbia, si diluiscono ne l ve nto, si fondono nel cie lo ansimante di smisurate mamme lle vorticando con frastuono di cole otteri ve rso infiniti amplessi ne ri che stringono le ste lle . Non abbiamo mai capito nulla de lla notte .

8


T IRESIA Don’t be evil (Google ) Google m’ha pre de tto il futuro, ie ri se ra; non ne ce ssita di le gge re mani, Lui, né bicchierini di plastica né il volo pruriginoso de gli ae re i di linea (forse le impronte digi tali marchiate sui tasti nelle forsennate afone sonate al note book). Lavora di te la e clickstream, Lui, e così mi ritrovo invischiato con altri 12000 IP, con i baffi di Groucho Marx e col silenzio di un ve cchio santone [indiano. Bravo Google , ha pre visto la mia morte in un oscuro pome riggio del 1883, ha pre visto discre te soddisfazioni profe ssionali a costo re lativame nte basso di vite umane e 14/17 delusioni amorose (in base alla congiuntura astrale e alla ve locità de l se rve r); vaticina Google di sentime nti rive stiti di poliure tano, que llo de i profilattici (possono se mpre esse re contagiosi, mai correre il rischio). Sullo schermo imperlato di polvere ve do una casa in 3D, manterrà il caffè caldo ad orari pre stabiliti; l’unica fine stra è pe r le chat o per la ricostruzione di un cie lo notturno con le costellazioni ingabbiate da linee bianche. È già tutto in file -sharing, condivido vole ntie ri pe rve rsioni e d ide ali (que sti ultimi zippati e un po’ danneggiati, in [ve rità); in cambio ce rco brande lli di musica le ggera o de lla follia di Bud Powell.

9


Bravo Google , preve de una vita tranquilla, dome niche mattina in giardine tti di brillante ve rde paranoia e party ve nduti in capsula nei supe rme rcati; provate anche voi. Non c’è che da incappare in una re te wire le ss lasciarsi avviluppare dalle sue corde invisibili nascondendosi die tro masche re fatte di notte o [scrivanie d’ufficio.

10


Ci sono affari più incerti del domani: l'indomani è un miste ro fitto di rami e incroci non re golati da alcun semaforo. Ma più di tutti temo il presente , che passa più in fre tta delle mele che ho comprato al supermercato, ie ri, e che oggi mi supplicano di ridurle a macedonia, prima che la buccia si trasformi ne lla pelle di qualche ve cchio grinzoso. Le me le non rispe ttano i ve cchi e le grinze , le grinze non rispe ttano i ve cchi. I ve cchi non hanno più nulla da rispettare : il te mpo garantisce taluni inconfutabili diritti.

11


12

Pavia, via Fe rrini


LA CITT A’ INNAMORAT A

Una città innamorata ha serrande rosso fuoco, cie li che lampe ggiano e istanti di vuoto, le piazze intontite di luce , le altale ne a pe ndolo come cle ssidre . La città è continua ne l te mpo un seme che ripete se ste sso, che apre le gambe ad uno stadio rissoso: l’ovazione de l gol e un palazzo che cade. Che cosa occorre ad una città innamorata? Qualche lame nte la sull’ultimo taglio di lingua, le e dicole riape rte pe r fe rirsi le dita affilando un foglio di scandali, le mone te de l resto precise. La città si ripara da e stati di torme nto corrompe ndo i novanta soli de ll’una con ghiaccioli azzurrini: non potranno concimare sudore le foglie e ne l dubbio se ombre o basalti si riparerà la zanzariera bucata per proibire alle stelle il salotto. I gatti si straziano fino ad un filo di voce, si azzuffano gomitoli di gatto: non l’avrai mai questa luna sui tetti né la città innamorata con se rrande di fuoco. La città è continua ne l te mpo e ride se non l’ascolti, ti osserva mentre tendi l’ore cchio e gli occhi socchiusi guardano in alto. Non l’avrai mai senza allontanarti o sprofondare ne lle parole ve cchie de i caffè, dentro ai tubi gommosi de lle pompe di be nzina: per possederla occorre mirare alla luna 13


oppure diventare se maforo, cassone tto, abbaio, striscia pe donale.

14


CALENDARIO D'AMURO

Per l’altra m età del gruppo, da molto lontano Gennaio Pe r cominciare , ricordando che muro fa rima con futuro, prete nderemo una porta pe r ogni pare te , dise gnata, scalfita, o magari re ale, di que lle che ci appaiono se mpre chiuse ; la chiave , però, dovre te trovarla voi. Febbraio Avre mo voglia di le gge re ciò che i muri ste ssi hanno da dirci, quindi ci spalme remo sopra acqua bianchissima, ne ve forse , in attesa de l gor goglio di sillabe fatte di calcinaccio e smog. Marzo Crive lle re mo i muri con ve rse tti appuntiti, bombe di fogli A3 e A2 si sparge ranno come laghi ve rticali; l’e quinozio pe rò è timido, lo spie re mo nascosti dietro un cespuglio. Aprile Sare mo impe gnati a fabbricare pome riggi da ricordare da ve cchi; il cielo provve derà a far gocciolare alcuni tramonti acerbi sui te tti e i muri più nascosti.

15


Maggio Nel me se in cui fiori vano rose, rosari e rosse bandie re , ge rmoglieranno i vostri sguardi piantati in chissà quale vicolo nella nebbia dell’inve rno. Giugno Pe r le strade ci sarà bisogno di appendiabiti e di gr ucce su cui se ppellire sciarpe , scialli e sguardi scialbi e bassi: sorride ranno i seni ancora candidi delle ragazze , anche di quelle mai notate prima, che il sole saprà scoprire con dita maliziose e d espe rte. Luglio Sui muri se cchi le cavalle tte intarsiandosi tra le cre pe dise gne ranno le poe sie imparate sotto spighe ormai morte. Agosto Dal sudore de ll’intonaco e de l catrame si sparge rà ne ll’aria un aroma di impe ri passati che ne ssuno più coglie , che la vecchia scaccia col ventaglio, che il cane sfatto fiuta, ma non comprende . Settem bre L’autunno sarà puntuale coi suoi grappoli di impe gni, lame ntele e spe ranze; ma ciò che più conta è scovare l’impronta de ll’ultimo raggio che ricorda il mare . Ottobre Le foglie rugose scrive ranno le loro strofe cre pitanti sui muri e sugli acciottolati; noi le tradurre mo umilme nte in ve rsi rossastri.

16


Novem bre Si de ve e sser tristi, quindi inchiode re mo quattro le mbi di ne bbia ai muri; se sapre te sollevarli trovere te il solito cielo azzurro insoste nibile nella sua assenza di confini che de ride lo spessore de lla nostra pe lle. Dicem bre Pe r le notti lunghe come mille nni acce nde remo ve rsi sguizzanti e snelli restii alle cate ne de l fo glio e del fre ddo, nella rice rca forse nnata dei fuochi pirote cnici che le vostre palpe bre cercheranno di attutire ma che ormai vi danze ranno ne lle iridi.

17


DELL’IMPORT ANZA DI SAPER PROVARE I BRIVIDI

La notte è del ve lluto caldo di Billie Holiday, ma la pe lle diventa un tappe to di spilli come quando il ghiaccio costruisce i suoi castelli: è il futuro che ti punta contro la pistola. È strano, ti diresti anche abbastanza vivo nel caos che cresce crollo dopo crollo; qualcosa di ne ro, pe rò, ti sfiora il collo con la sua sciarpa d’alito cristallino. Cerchi una scia di polpastre lli profumati nell’e poca de lle care zze coi guanti di lattice . Sul ve tro picchie ttato di sguardi resta solo una tastie ra coi denti cariati, il fiatone di chi si pe rde ai bivi e l’importanza di saper provare i brividi.

18


Il giorno de i morti a Pavia è la fe sta de lla città. Dal Me zzabarba un’ordinanza: un minuto di sile nzio anche pe r i fiori e pe r il ve nto. Chissà quando incomincia un minuto nell’e te rnità? Mi è arrivata una multa nell’aldiqua (un Ausiliario de l Sile nzio) per risate ne l minuto di sile nzio: e ra aprile oppure il primo giorno d’estate? Il cimite ro è una giostra di rumori: i bombardame nti alleati, gli incidenti d’auto a Tre Re, i tumori. Lecco crisante mi rosa tra filari con le vocali di marmo - Come va? - Quanto te mpo... - Che tempo, né ? - Ci si ve de se mpre qua! - Già.

19


20

Pavia, stazione FS


RASSEGNA DELLE DONNE DEL PRIMO MAT TINO

Una stude ntessa distratta mi offre il suo volto: scivolo sullo zigomo rotondo, già se nto il soffice soffio de l se no… Ma non oso spave ntarla, scarave nto lo sguardo sul se lciato. Sul tre no, dietro la te nda ambrata dei capelli, una ragazza sfoglia un libro di poesie come se sbucciasse una cipolla, strato a strato. Intanto, nel fumo de lla caffe ttie ra, un’amica chiude le palpebre per altri due , tre secondi, un ultimo te ntativo di riaffe rrare il sogno sguizza to via al suono della sve glia. Un’altra, che forse neanche ti riconosce più, se duta sull’autobus stringe le cosce in cerca de lla scarica e le ttrica che la tenga sve glia, della care zza di vi ta che divampa ve loce dall’inguine al collo. Una donna col ve lo sorse ggia dall’incavo de lla mano presso una fontana, e il suo corpo nascosto se gue il fluire de ll’acqua, dive nta acqua sorse ggiata dal ve nto. Esce con due grosse buste gialle la poliziotta dal supermercato, ha da poco smontato dal turno di notte e si soffe rma a le gge re que sto fo glio che poche ore fa mi ha re quisito: i suoi cape lli biondi e il suo sorriso scippato 21


sono una sfida all’informe grigiore tornito dalla ne bbia. Una ragazzina dalle calze colorate inarca un arcobaleno sull’asfalto e i suoi passi dise gnano schizzi di Van Gogh ne ll’aria, mentre una folata tie pida si nasconde sotto il gonne llino. Mae stosa, e le gante, pe rita ne ll’accare zzare le strisce pe donali, ti rapisce col suo saluto rauco e graffiante , avvolta in una sciarpa di visone e profumo; è bellissima, e d ha settant’anni. In aula, durante la prima ora di le zione, mi volto die tro, e mi illudo di uno sguardo che se mbra fuggito da un quadro pre raffae lita, levigato e ceruleo Ma sta solo fissando la lavagna, gli occhi si fanno appuntiti, tutta pupilla. Se duta sul le tto, con uno specchio a mano, si siste ma la bandana a pallini bianchi sulla fronte pe rfetta ed ampia e copre con un sospiro lo scandaloso sile nzio de l suo capo spoglio e de lla foto di tre me si fa, a Parigi, con lui e con i cape lli lunghi come un fiume di notte … In policlinico il giorno inizia quando spe ngono i neon. Su una re te locale, l’attrice tta e sibisce il suo ghigno di rosse tto rassegnato; si è sve gliata molto prima de l sole e ora le sue gambe ve llutate e intirizzite (che mai conobbero la ce llulite ) singhiozzano nella tele ve ndita di un vibromassaggiatore . La te sta un po’ inclinata a sinistra, 22


(si massaggia il collo morsicato dal cuscino) si avvia pe r il vicolo ancora soporoso, spinge ndo la bicicle tta con dolce zza. È le i. La se guo, scuote ndo dal cappotto ciò che re sta de l buio, se guo la cascata bionda sulle spalle, la mano che accare zza il se llino, e l’ultimo sbadiglio che ancora mi ce la le foglie limpide de gli occhi. In fondo, sul ciglio de ll’incrocio, il giorno comincia a fare chiasso. Pe r voi, mie dame , il sole s’arrampica tra le nuvole , le ante nne, le strie de gli ae re i.

23


ADSL? AIDS, HIV! CGIL, CISL e UIL: TV.

24


Quello che leggi è solo un ve rso, un ve rso solo ma se lo le gge te in 14 dive ntate un sonetto se lo le ggiamo in 14233 diventiamo la Divina Comme dia

25


I LIMONI

Realisticame nte non si ve de alcun se nso finale. E in Lombardia non crescono limoni. (L'illusione salva, si sa, pi첫 vite dei dottori.)

26


Hanno già scritto tutto sulla nebbia, le hanno attribuito pe lli e squame e zampe sincopate pe r i graffi sibilanti su stipiti ed infissi. L’accusano di occultare il piace re tra ste lle e puntali di campanili o gli occhi di chi fugge gli orizzo nti. Cerco qualche crepa nel cie lo lurido da cui s’infiltri un sussurro di luce che non trovo ne i nostri sguardi grigi impiccati ai le ttori mp3.

27


Non conosciamo in ve ro la grande zza di una città, figuriamo de l mondo e de i misteri singolari (gre zza unità pe r de clinare uno sfondo personale) che , forse, inte rme zzano la ge nte re duce dal finimondo: e come vi ve re e ride re adesso se non c'è crimine e non c'è processo? Non è questione di vi ve re adesso perché ade sso non è nie nte se l'essere non fosse un tutto logorato e sme sso da riporre. E ci sarebbe il malessere del sempre , del mai, del fare buon sesso con sconosciuti tristi che si arrotolano per la barbarie di un gode re vuoto. Non resta che la notte che ve rrà a lasciare siparie tti amorosi, suggestioni poetiche a me tà, tentativi d’infinito odorosi (sarebbe già moltissimo) di mare che sanno inve ce di molle pe tare . Non trovo un agge ttivo che sia adatto allo spe rimentare de gli uomini soli la condi visione di un patto sincero con altri uomini soli: una infe zione me diata da E. Coli. No, non sarà un’avve ntura, giuro. Non c’è nie nte di inatte so o di ince rto: può, al limite , formarsi l’ambizioso presagio di un supplizio sile nzioso. Nominare “la ge nte ” rappre se nta l’odie rno dubbio che il dime nticare sia fin troppo di più de l ricordare .

28


Non so cosa mi rimane del giorno: i libri, il cie lo, i piatti e qualche porno.

29


30

Pavia, via Mascheroni


T RE HAIKU

Un osso d’albero cade dalla scacchiera. Era una torre * Ci sgre toliamo in cellule scappate a mo’ di biglie * Come una goccia appesa al rubine tto temo la sete

31


DUE TANKA

A volte l’ombra, sulle strade , dime ntica chiazze di luce ; e così, dall’asfalto, sbocciano le poe sie. * Pe nsi che e vapori l’impronta de l tuo sguardo su que sto foglio? Nella ne bbia c’è ancora la forma de l tuo corpo.

32


POESIA PER UN DISPACCIO DELL’ANSA

“A loro conviene che noi a N* stiamo scamazzati, che se noi non stiam o scam azzati loro non stanno ricchi” (Giuseppe, lavapiatti, 18 anni)

– 17 giugno 08.34 N*: due morti in agguato. Agguato camorristico a Me lito, in provincia di N*.

E tanto basta. Che tanto le parole che possono fare ? I proie ttili attraversano i buchi de lle “o” e de lle “a” e di tutte le [vocali gli altri caratte ri li pe rforano la parola “camorra”, che ora è più trendy chiamare “Sistema” le “o” de lla parola “morto” come le orbite di un cranio La parole hanno altro cui pe nsare il canone le tte rario e urope o gli errori ne lle tracce de lla maturità No Le parole possono farti pensare possono tirarti gli occhi a guardare oltre il mure tto di due righi del dispaccio de ll’ANSA E allora io, che sono solo un foglio che gocciola su un muro metto lo sgambe tto al tuo sguardo perché oggi questo muro è N* e puzza di immondi zia e [salsedine e tu sei uno de i tanti abitanti di N* e puzzi di immondizia e di salse dine Io me tto lo sgambetto al tuo sguardo che scorre ve loce non pre occuparti de i graffi e de lla polve re che già li azzanna guarda oltre il mure tto: dietro que i due morti non lo ve di il mostro? ma come , 33


non riconosci il completo pe rfettame nte stirato e il fuoristrada luccicante come l’occhio d’una se rpe ? “Camorra”, “Mafia”, “Siste ma”, “Morto” le parole aiutano a fuggire , a non ve de re le dita del mostro che [ci scorrono vicino be h, io te le indico, non preoccuparti de i graffi de lle sue unghie : e allora lo ve di il cemento che si rive rsa ne lle periferie e stranamente ha il rumore de lle valige tte pie ne di contante puoi immaginare che “Casale se”1 non è il nome di un [formaggio la ve di la lunga autostrada, ficca le pupille ne ll’asfalto; è sottile , ve ro? puoi immaginare cosa significa un “subappalto” e prova a me tte re la testa nelle tue nike “che ho pagato pure [poco” come uno struzzo me tropolitano, lo ve di un paese lontano e [sudato e il porto di N* e una raffica di kalashnikov Al modico pre zzo di due morti e quattro graffi hai intravisto il mostro le nuove re gole de lla ricche zza “Camorra”, “Mafia”, “Siste ma”, “Morto” che parole inge nue : 100 miliardi di e uro/anno2, que sto è il te mine gi usto. Un morto ammazzato ogni due giorni e me zzo negli ultimi [ve nt’anni il costo de gli inve stimenti. Io sono un foglio sbagliato, ci vorrebbe un modulo di bilancio con e ntrate e uscite de ttagliate un foglio Exce l con tanto di intestazione : “Azie nda Licciardi, Azienda Di [Lauro, Azie nda Nuvole tta3”… “Camorra”, “Mafia”, “Siste ma”, “Morto” Inge nui. Imprenditoria. Esportare lo stile italiano all’este ro. 1

Appartenente al clan camorrist ico operante nella provincia di Caserta (Casal di Principe) con ramificazioni nazionali ed internazionali. 2 Dato dichiarato da P. Vigna, ex procuratore nazionale Antimafia. 3 Nome di alcune delle principa li famiglie dell’attuale Sistema. 34


Me tte re in circolo capitali liquidi e fre schi come rusce lli della [portata de l Rio della Amazzoni. Contatti con tutto il mondo, dollari pronunciati in cinese [spagnolo napole tano lombardo. Soffiare cocaina sull’Europa come zucchero a ve lo sul pan di [Spagna, abbattuto il costo di e roina e giocattolini e le ttronici. Diffonde re fe licità. Un morto ammazzato ogni due giorni e me zzo negli ultimi [ve nt’anni il costo de gli inve stimenti. Le parole sgambe ttano, non rialzarti ancora perché come mai conosciamo tutto de lle tette di Paris Hilton non sappiamo nulla de l faccione se nza se nso di Paolo Di Lauro4 dell’inguine grasso di Pie tro Noce ra5 che ingoiavano capitali e caricatori quasi fossero pistacchi e poi ge ttavano le scorze mentre tutti dise gnavamo punti inte rrogativi sulla maschera di [Prove nzano Ma a noi piace immaginarlo con la masce lla buona di Marlon [Brando, il mostro le maglie tte col Padrino tirano come que lle de l Che , piace ve de rlo cattivo e lucido come “Il Camorrista”6 in cui si nasconde vano coltelli a serramanico ne l buco de l culo E in ve ce forse lo stai indossando, il mostro o ti sibila ne lle orecchie , que l ce llulare e quel le ttore mp3 d’occasione, “che tanto rubano [tutti” legge le stesse pagine dei giornali su cui ti soffermi tu que lle de lla finanza, que lle dove si affastellano i valori de i titoli [come le se tole di una scopa “Camorra”, “Mafia”, “Siste ma”, “Morto” Pove ri inge nui. 4

Detto Ciruzzo o' milionario, boss del clan camorrist ico operante nei quartieri napoletani di Secondigliano, Scampia, Miano, Marianella, Piscinola, nei comuni di Casavatore, Melito, Arzano, Villaricca e Mugnano e a L'Aquila, protagonista della sanguinosa Faida di Scampia, in cui alcuni suoi fedelissimi (gli Scissionisti) gli si ribellarono contro (2004). 5 “Manager” del clan dei Nuvoletta, leader nel controllo del racket e del narcotraffico. 6 Film del 1986 di G. Tornatore, sulla figura di Raffaele Cutolo. 35


Homo oe conomicus, e cco il te rmine giusto pensie ro e mano de l profitto Ora alzati, le ccati que i quattro graffi che puzzano d’immondizia e Christian Dior ormai que lla puzza ce l’hai ne l sangue contagiato da queste parole di un foglio che gocciola da un muro di N* ora non puoi dirti mai più pulito hai de ntro le N* di tutto il mondo col loro re ticolo di strade e maledizione con la loro voglia di risorge re somme rsa dai funerali di Mario [Me rola e Maradona con la loro gente be ne che “lo Stato ci ha lasciato soli” hai de ntro la ragnate la di de naro e morte che avvolge i [continenti hai intravisto il ragno, ti sorride Ora hai solo una speranza di sopravvive re : conosce rlo e cercare una cura. Tutto a causa di due righe de ll’ANSA. Le parole sono pe ricolose .

Fonti e Mari: – R. Saviano, Gomorra, Mondatori, 2006 – M. Scanni – R. H. Oliva, ’O sistema (libro + film), Rizz oli, 2006

– – – – 36

Napoli vita morte miracoli (film), regia di M. Parissone – R. Burchielli, 2007 G. Bocca, Napoli siamo noi, Feltrinelli, 2006 Relazione semestrale DIA, secondo semestre 2004 www.osistema.org


CAMMINO #2

Cammino. Cammino. In que sta notte di te mpe sta finita se nto le onde che si incrinano come gusci di noce . Cammino. Cammino. Rimane il ricordo di mari e muri dipinti con in me zzo la spiaggia sommersa. Cammino. Mi bagno i piedi. È fre ddo. Cammino. Cammino. Cammino. L’acqua arriva in ritardo sul suono delle onde inciampate. Cammino. Cammino. Cammino. Cammino sull’acqua divino. L’acqua de l colore del sangue o de l vino, neraccia e collosa come una sposina lasciata all’altare col trucco che cola. Cammino. Cammino. 37


Che meraviglia le onde ne l buio, le case di notte , le foglie di palma rotte dal vento: sfilacciate e mollicce si incastrano dentro ai tombini. Cammino. Cammino. Se tte bambini sopra una panchina gonfi e accatastati. Cammino. Assomigliavano (a ripe nsarci) ad un grosso panino. Cammino. Cammino. Cammino. Com’è strano que sto buio dolcissimo che sa de l pe rdono dopo un litigio. Cammino. Cammino. Cammino. Mi fermo. Mi sie do sul bordo di un tetto, appoggio lace ri i pie di sulla sabbia indecisa e immagino l’alba. Scorgo una tele visione che galle ggia e scompare nel mare.

38


KAPOSI FOR WOMEN

Ho succhiato il cazzo di un solo uomo malato, la Sindrome e ra una striscia di rosse tto sul collo come un tuono che si fa orma: un gatto liscia il pe lo con la lingua, ma quel suono solenne è ora un soffio, si arriccia: mi graffia una guancia, poi la mano. Non sapevo che bastasse una lisca appuntita a pe rforare la gola, per placare i suoi gr ugniti eccitati e d invadermi col seme finale . Sentirsi donna è rimane re sola ad asciugarsi, e dire agli invitati “un linfocito pe r uno non fa male a nessuno”.

39


0,02%

Sono andato a stanare la divina Dea Sida ne lle viscere di una ragazza; appena più che bambina la occultava dalle otto all’una cucinandola pe r la mia prima ce na ne l suo ventre : - “Sono tua, tutta tua”. - “Hai già fatto latino?” - “Ora voglio solo e sse re una duna, che scompare la notte e d il mattino si ricompone disfatta. Su, scopami!” Mi pre se pe r la lingua: soffocai di le nti ggini, ma senza martirio. Ad ogni pastiglie tta di te nofovir lei ritorna: - “Non lasciarmi mai” mi diceva.

40


LA T ERRAZZA

Dall’alto la città grandiosa e d inutile in coda agli autolavaggi a ge ttone: odorano le strade quando piove diluite ne i campi di grano e nuvole luminose la notte, le case coagulate, le e dicole chiuse. Sparami, finché sto dorme ndo nessuno ascolte rà i tuoi passi di silicone e d il ve nto tra le narici. Sparami semi di arancio nel sonno: tra un mese ve dre mo i ge rmogli, le ve ne incrostate di radici. Aprirò gli occhi sulla città e bruce rà di arancione.

41


42

Bologna, piazza Santo Ste fano


PER UN UFFICIO POST ALE

Il timbro sonoro del timbro postale risuona come uno sparo. Sipario, silenzio, sipario. Il colpo è ora più svelto. Più tardo lo è il primo della busta più nuova; o tre, quattro a mitraglia, cinque per l’India, se tte sui bolli di piccola taglia. È un gorgo de l te mpo que l solo mome nto rimasto sospe so, che spiazza la gola come uno sguardo inatte so. Un se cco vibrato petardo accumula l’aria, compre ssa, in una nota diri tta tra il timbro e d il timpano, si disfa ne gli e lici, e giù ai polmoni tremando e suonando. I filate lici lo tro ve ranno nero e sbavato. La ce rtifica all’angolo sulla testa impiccata è un ce rchio rotondo, oscuro pre sagio.

43


poesie d’amuro come se rpe nti ché di giorno ne ssuno ve de per quei colori sgargianti che si mischiano a sinuose radici affioranti, di notte in ve ce la rima della pe lle de l serpente si se nte, non si se nte non si distingue da nie nte non si distingue dagli occhi del gufo, dalla luna rifle ssa in fondo a cave rne di tufo, non si distingue lo strùscio se non con tutta la notte de l mondo perch’è un rumore rotondo perché nessuno lo se nte , in me zzo allo sfondo è quasi un rumore da niente.

44


DEMOFOBIA DEL BUIO

L’ombra sono ciglia stre tte dal ve nto in un me zzo giorno sonoro, mani che tastano quando il sole s’è spe nto, le pagine fuse de lla Tre ccani. Me ntre l’e lmo de ll’aere s’infe tta di ste lle, l’ombra scacciava la cura ve rso ce fe idi di pelle ce re tta: la luna è il varco de ntro le mura in cui libe rare l’olio coce nte. Il buio e vade le folle ululate , s’appiattisce ne lla città in gombra di fiori, abbandona la ge nte che ciancia: le parole pronunciate non sono mai state de gne di un’ombra.

45


MILANO MI UCCIDE

Milano è una gabbia pe r gorilla. Milano è un sapore cattivo sulle labbra quando mi sve glio. è musica sporca che spegne le orecchie è un colpo di frusta dove non te l’aspe tti. Milano mi strozza la gola, mi sodomizza, mi castra e mi ingoia. Milano è una nausea, è vomito, è fango, è un’atte sa infinita da [fare in pie di. Milano è un ve cchio amore che non vuole più saperne È una puttana a gambe aperte, una ve cchia fumatrice senza [occhi è una re gina che taglia teste ai suoi sudditi e ne sbrana i corpi. Milano è un cronosisma dove tutto re sta uguale , è potrei ma non voglio, vorrei ma non posso, farei ma non [faccio. Milano non è Roma, non è Fire nze , non è Bologna, non è [Ve ne zia, non è Torino. Milano è un se me marcito, è l’albe ro de gli impiccati È un nido di ve spe , è un nugolo di te ste è una guerra sotte rranea tra rane e topi è la falce che taglia il grano è un ve rme che mangia la te rra su cui cammino. Milano è la madre che ha abortito, Milano è uno sbaglio una bambina de forme schiacciata e abbandonata che piange , è un chiacchiericcio rumoroso, è un sorriso sdentato Un invito ste ntato, un diritto non voluto. Milano è una sacca colma di droga avariata Un te le gramma di condoglianze , una parola di circostanza. Milano è un lune dì di lavoro, un viaggio all’incontrario è una sve glia quando ancora fa buio, è un ve leno nella pietanza. Milano è una cantante d’opera con le corde vocali in mano È una brutta fi ga in tele visione, una rotta tracciata male è un cane che non si fa toccare, una me rda schiacciata sotto la [mia suola. Milano è una slot machine che ti convince di vince re è un discorso dietro le spalle , è la cabina di pilotaggio di un [aereo in fiamme . 46


è un be l culo puzzole nte, una scopata goffa una lumaca che mangia ortiche e poi arriva al ce rvello passando [pe r il naso è una pe lle rovinata e con le macchie . Milano è troppo amore mi uccide le ntame nte sussurra vanità me ntre mi taglia le mani con un arche tto di [violino. Milano lumaca, Milano macchiata Milano vagabonda che non si è mai lavata. Milano è battona, Milano ci te nta Milano cicciona minchiona puttana suicida cruenta Milano è rissosa, è tre menda, Milano è una tossica se nza [speranza Milano è impotente, Mi lano è de mente Milano è conte nta. Milano è Violenta.

MilanoViole nta @ gruppoH5N1

47


PER V*

Io non so più pe rde rmi pe r be ne tra le tue ve ne acciottolate, tra i tuoi intonaci cre pati; conosco ormai ogni tua minima ombra, la sua puzza di muffa, di piscio e di gatta; so come sei fatta, le dita smaltate di giallo de l ce ntro storico, gli abusi di qualche dottore che prendono il sole in pe rife ria. Ma io non so più se tu sei viva e ad ogni mio ritorno ce rco un polso da palpare . Il mio passo ince rto scivola dove i vecchi si sciolgono su un mazzo di carte. I ragazzi sbraitano in lussuose gabbie firmate mentre le pance de i titolati strombazzano davanti all’e dicola. Ma io non so più se tu hai il tuo sangue se ormai è solo il vino che arrossa le fle bili be ste mmie di mio nonno e i le oni di pie tra stre mati dal ve nto e dalle care zze dei turisti. Io non so descrive re poi tanto be ne i mie i 17 anni ne l tuo stomaco spugnoso di balena bagascia. Ricordo tanti sorrisi di circostanza ricordo le fughe in una stanza, fore sta di libri. E il se nso di vuoto die tro troppe porte dietro le cope rtine morte e gli occhi de l lice o. Io non so descrive re il momento in cui m’hai piantato in gola l’odio per la tua calma gri gia da rigor mortis. “Borgo” se mpre da “rivalorizzare ” 48


ve cchie mafie trave stite da brave pe rsone . Amministrazioni, enti, squadre , associazioni, confrate rnite, famiglie, amici... l’e co dei tuoi tufi traforati ha ancora maggior senso de lle loro parole rullio di de nti. Odio l’Orazio che sve nde te su scarpe , olio e scuole que llo che se mbra un ubriacone , lacchè di professione vissuto due mila anni fa. Continua a far comodo agli augusti ai me cenati azzimati e a tutti gli altri stronzi investiti de ll’autorità. Io non so poi ade sso che succe de ogni maglia della re te sembra e sse rsi sdrucita. Vente nni che pe nzolano sui muri come corone di pomodori ne i garage impolve rati; que lli che si spe ngono alla Fiat per circa mille e uro e poi bocche ggiano in qualche bar che sa di be nzina. Io non riconosco gli studenti tristi e sempre sorride nti il cuore fe rmo o attutito dalla paura; sciatti, fingono un libro in mano solo pe r un vaffanculo, di te sanno solo la villa, e il re sto è MSN. Ma io non so più se odiarti basta perché la pe na che oggi provo forse è anche un po’ più grande . Pub che raccolgono occhi tristi sotto i tappi di bottiglia tra noccioline e birra. Le mura de i palazzi antichi sudano le loro luci gialle come ve cchi incontinenti. Non ho più vogl ia di tornare , neppure di re stare non sapre i più cosa dare 49


al tuo cadavere. Ma allora pe rchĂŠ piango e sto male se que sto mio paese muore e ne ssuno si dispe ra ne ssuno si impicca a qualche punto inte rrogativo?

50


Limerick

51


52

Pavia, Vicolo San Dalmazio


I CONT EMPORANEI (o Del Deserto) Per chi nonostante tutto ancora cerca gli altri “Beppe, ho paura” (Laura, www.beppe grillo.it) In un giorno lucido di sebo camminando in pie no centro ho fatto espe rienza de l de se rto: dal cielo in giacca scura il ne ro si inne rvava nell’asfalto in un rivolo di crepe; nel sile nzio opprimente e puro ho visto, finalme nte , chi mi stava attorno. Non un sogno, non un’allucinazione da insonne: il rosso de i semafori ticche ttava con agghiacciante me todicità ne lla secca consiste nza de lla sabbia; il fre ddo non si contorce va affatto attorno ai cappottini di pe lle per cani. E non e ro solo: tante ombre , steli in ce rca di corolle , se nza averne forza, e ogni faccia e ra come avvolta da un acquario suoni e pe nsie ri filtravano e in que l vuoto denso tutto ve niva distorto sorrisi al botulino 53


biascicavano parole sullo stato della nazione o de l campionato; ma io ve devo ve de vo nell’aria grida di aiuto e rabbia schiantarsi come sire ne a pochi centime tri dalle loro anime. E sotto i ve stiti die se l e i curriculum vitae ve de vo la carne in putre fazione impre gnata di CK, e ossa in be lla mostra indossare orologi e tatuaggi, e pensavo è il re gno de i morti firmato coca-cola. E in ve ce e ra solo il de serto. Non capivo cosa ave sse rotto la mia boccia ma non ave vo paura de lle dune che il ve nto gonfiava de l sole che non esplode va in osse quio agli ste rpi non te mevo il deserto, no ma lo stacco straziante tra que sto e la sciarpa di sile nzio in cui loro si stro zzavano: mi chie devo cosa ve dono i loro occhi? cosa negli occhi dei muri cosa ve dono ne i miei occhi? la luce vi conficca la ste ssa tonalità di rosso? la loro acqua è ancora traspare nte ? cosa ce rcano per strada l’asfalto o il punto che buca l’orizzonte ? 54


E io provavo a gridare dalla mia boccia rotta agitavo le mani come un naufrago ne l vuo to ma ogni te ntativo si infrange va in loro con frastuono di foglia distrutta, e intanto io sgranulavo nella sabbia. E intanto loro ride vano pe rché l’amore è ze lig la morte è ze lig ridevano ingabbiati; e intanto un ragazzo ve niva licenziato con un sms un altro si laureava ma senza la stima de l padre , un uomo agganciava una trave a trenta me tri di alte zza (dalla finestra quattro profe ssori disce ttando di immigrazione ) qualcuno de cide va di nascere qualcun altro si inchinava per pre gare o per raccogliere un sacchetto. E mi chie de vo io, ve dendoli così dive rsi mi chie devo, sente ndoli così irraggiungibili se soffriamo il de se rto allo ste sso modo chi sbaglia, mi chie de vo chi ignora il cie lo o chi in esso ve de solo un punto di parte nza? Poi tutto sfumò il de serto disgre gò in grane lli grigi e tutti lo re spiravamo l’asfalto tornò incandesce nte 55


di ve trine e occhi le solitudini tornarono a sfiorarsi come ogni giorno nei supe rme rcati ne gli uffici nei sile nzi e ne lle strade festonate di fumo. Non lo ve de vo più, il deserto, ora c’e rano solo loro ma lo so, lo se nto, il de se rto l’abbiamo re spirato, io e loro lo respiriamo e già si annida ne gli alve oli già scivola tra le camere de l cuore e le ombre ce rebrali il deserto a volte scivola ne gli occhi il deserto. Ma ora ci sono loro, solo loro. Il de se rto.

56


lo Sporothrix Shenkii causa polmonite a chi ha dormito in un giardino di rose (T.R. Harrison, M.D.) L’acquazzone traspare nte di bolle di ve tro incorona un fiume in pie na del buio di una lampadina folle , terrorizzata dalla luna pie na. Non c’è d’ave r paura de lle folle né delle strade: libellule appena e me rse dalla re na umida e molle mimano fale ne ocra; si are nano dentro ai cape lli blu de lle signore e sul tuo volto ve rderame, che non ricordo. I capelli sono ve zzi di pioggia che t’impe rla. Sono more viola in un rose to ce rti pe rché non sorrisi, occultati, fatti a pe zzi.

57


Una poe sia liquida, se minale. Una lacrima che lascia una scia umida sul foglio. Timide sillabe lie vi che sgocciolano fuori dall’intestino, e si colorano di luce. Pe scate dagli abissi più profondi, grattano contro le infrastrutture , fossili e d inse nsibili, dei pe nsie ri precostituiti, dando voce a pe sci lacustri grati alla fisica anomala de ll’acqua, che pe rme tte loro la vi ta, mentre fiocchi di ne ve si posano sul ghiaccio de lla supe rficie. Con la viole nza di un raggio di luna, con l’ardore di un fiammife ro spento, sciolgono re ticoli di causa-e ffetto, aprono una falla nella nave di ciò-che -è -pe nsabile. E l’oce ano entra.

58


PASSEGGIAT A

Non so cosa mi strappa via dai muri delle ultime tre gocce di pioggia, quali spe ttri ancora vado ce rcando nelle esalazioni umide de lle strade . Si sta lì, appollaiati sul proprio passo, ad osse rvare la vita scivolosa: una ve cchia si china con un piatto su tre arruffi di pe lo, e li chiama gatti; l’ansia in paltò si stringe a un cellulare e io quasi mi se nto in colpa, divincolandomi tra ve nto e giornali. Qualche foglia rossa, in e ffe tti, cade ma non ha affatto parve nze di danza, piuttosto una pule ggia che s’agita afona, un’altra rotella del me ccanismo del tramonto, che cala puntuale. È la disillusione de i colori di fronte ad un arcobale no gr igio.

59


60

Pavia, via Porta


CASSANDRA

Non senti le voci che ti colano sulla testa capelli e le ttrici Non comprendi le labbra che si agitano dietro i tuoi occhiali. Non ve di l’altoparlante palpitare come uno sterno. Ti inie tte rai morfina ne lle ore cchie e alzerai il volume ad ogni passaggio d’ambulanza. Vivrai fe lice un omino Le go. E ne ssun bacio ti sporcherà di saliva.

61


Non aprendo bocca per de vozione al silenzio del buio strofinato fra le tue cosce assaggio l’aroma dei porti in se re d’agosto: un tenue profumo di nafta, ve nto e mare salato attanaglia la lingua. Mi muovo pungendoti le ntissima, un riccio di mare che si rifugia in un anfratto. Fre nando gli occhi supini, spegni la luce che brillava la stanza e cospargi il tuo inchiostro nero stupita. E scivoli via.

62


Tu, nella tua stanza, la notte mentre atomi di ne bbia creano te nde leggi Saint-ExupÊry e Tondelli, dalla fine stra la tua ombra d’e dera pe nde Tu, nella tua stanza, la notte occhi che guardano altrove , forse lecchi la linea de i suoi polpastre lli rumore di labbra morse Tu, nella tua stanza, la notte l’e co di battigli di ciglia non vissuti colori con tempere e pastelli prima che de l tutto diventino muti Io, ne lla mia stanza, la notte non dormo

63


IL MURO INNAMORAT O

Le i è qui di fronte un po’ strappata ne ll’angolo destro, fiamme di carne da uno slip ne ro La fissa da giorni la notte è solo attesa de l sole immagina la polpa te ne ra che rosse ggia sotto la mano appoggiata sul pube , non fa nulla se la carta in alcuni punti è indurita dalla troppa colla, sbavata ai lati piace re liquido di un altro muro La fissa da giorni ansioso, ce rca il sole de lle 10.00 che pe rme tta alle sue dita d’ombra d’accare zzarle lo stupore fatto di labbra e saliva di palparle la piccola onda di pe lle che dall’asce lla s’infrange sple ndida sul seno addorme ntato sotto il body blu Scarica le sue e re zioni e le ttriche nelle inse gne luminose nelle rin ghie re arrugginite le grondaie dive ntano turgide d’aria, gonfie di ne bbia e inse gue il sole , e saspe rato dal me zzogiorno E le i cosa fissa? Forse la sua spalla sinistra, dove su un balcone un bimbo pe rde pe zzi di le go come secondi Forse l’orecchio inanellato da una parabola O forse guarda oltre , cerca un sorso di cie lo, cope rto dal muro di fronte cope rto da lui, male de tto, lui che vorrebbe libe rarle l’inguine dalla cate na S-I-S-L-E-Y invece le ingabbia 64


lo sguardo e non si accorge de ll’incide nte all’incrocio impa zzito, della coppia che adagia sospiri sui suoi stinchi, le lacrime che una ve cchia non conce de agli occhi de lla folla e ce rca, implora il sole de l pomeriggio toccarla, toccarla non solo con l’ombra vince re l’asfalto sporco di vita che li se para toccarla correnti di ve nto pul viscolo, scaglie di intonaco te gole mattoni quadri piatti mani ... Il giorno dopo l’inge gne re scrisse ne lla pe rizia: ce dime nto strutturale.

65


66

Milano, Mercato Ortofrutticolo


per Marras, poeta

Trovate una medicina pe r que sta mia rabbia, si rincorre accanita un millime tro alla volta come una mare a di bruchi ocra che ge rmogliano e ntro vene soffocate di gocce di sabbia. Non urlate , non amo le grida e gli stridori, amo que i rumori ignorati: un cucchiaino che si scuote sul caffè o gli applausi di guanti di signore d’in ve rno. Non amo la mia rabbia. “Un ulivo rinsecchito sopra la collina” scrissi de ntro una poe sia: e ra già pazzia? La mia rabbia, la mia guitte zza: donne , siete delle sputacchie re e ne ssuno ve l’ave va mai detto. Perdonate la mia sagge zza. Trovate una medicina oppure vi farò e splode re in un secondo il mondo intero. Le mie stimmate sono bruciature di sigare tta. Io sono il posacenere di Dio.

67


UN CARCERE

Pe nsa che sia luglio il 24 dice mbre . Pe nsa alle consuetudini de lle cande le spe nte dal ve nto sbrecciato come l’e stremo di un ve tro o simile all’ete rnità della fe de pe r simboli gre vi conficcati in profondità ne l marmo. È ruvida e se cca la cre ta de lla Scrittura, ma sul libro di storia scivola l’inchiostro, lo assorbe, si incrina di rosso, e l’odore medicale de i fo gli stupendi si è pe rso: Daniele annusa prima di comprare, come i mariti dal profumiere: non può decide re quale stagione catturerà l’esige nza più giovanile di fre sche zza o di donna, sapie nte me rcanzia: le acquista e ntrambe da un portafoglio lungo e dio solo sa quanto raccontare sia pe r se mpre. Non so cercare le grucce che a sugge rmi dentro un armadio ovattato e sile nzioso, intirizzito da cappotti e costumi de l mare , esprimano l’atte sa di una prima rivoluzione te ssile : nemme no re spirando naftalina e creme di latte pense re i quale stagione sia l’e poca adatta, e non tarda, pe r iniziare l’accoglienza. I libri non pe rdonano le mani che fanno altro; le pe rsone re clamano indume nti nuovissimi: d’estate partecipo ai safari di lode n in saldo e maglie ttine profumate me ntre scarne bbia. Inse rirsi ne l te ssuto sociale, rime starsi in cotone e d abbracciare le signore al Carre four che con cento zampe tte ce rcano e toccano. Che ne ssuno ci indossi.

68


Chi s’arrampica sui rami la notte e vi incolla foglie con la saliva? Cerco ancora le impronte sulla spina inchiodata allo ste lo con le nocche. La sfida alla primave ra, alle lotte inanellate tra rugiada e brina, acce nde in anticipo anche la riva dove si consolano le onde rotte. Orche strati da onirici ingranaggi, ve rniciano sui muri ombre piÚ calde , e ntrano ne l sonno blu delle strade spargendo l’ossige no dei miraggi. E allora tutti gli e le me nti, offe si, incolpe ranno, al solito, i poe ti.

69


70

Pavia, viale Golgi


2. VIET AT O FU IL MARE

71


72


UN READING VIDEOMUSICALE

1. MOMENTO, MOMENTO! (si ferm a la m usica) Ma che cos’è un muro? (ricom incia la m usica). Il muro è la struttura e dilizia in cui le dime nsioni de ll’alte zza e de lla lunghe zza prevalgono rispe tto allo spe ssore . Il muro è schiacciato ne l vocabolario de lla lin gua italiana da pe tte gole zzi polmonari, i murmuri, e da una pie tra se mipre ziosa di colore latte scente , la murra. Per reagire a tale bizzarra compre ssione , il muro acquisisce moltissime me tafore . È la cinta muraria di una città o di una forte zza, le strutture d’un e dificio che connotano l’idea di se parazione dall’este rno: ci si chiude e rintana tra le mura, si è impe diti di avanzare age volme nte da un muro di nebbia o di acqua, da mani alzate oltre la re te , da un muro d’indiffere nza. Se ce rchi “muro” su Google e sce un sito di ultrà. 2. Mi sve gliai una mattina e d e ro di cemento. Sopra di me camminava uno scarafaggio. Che schifo. Feci per allontanarlo, ma muove rsi rappresentava una note vole difficoltà. Anche bere il caffè che mi portò mia moglie si dimostrò una dive rte nte impre sa. Mi ritrovai a de siderare non le dita, non l’ugola, ma uno ste ncil a forma di uomo. Mia moglie mi disse, confusa: dentro di noi i muri si chiamano ve ntricoli, ple ure , peritone i, fasce muscolari, ve ne, ute ri morbidi. Il nostro sangue non conosce la via del labirinto e ne muore impazzito. Sapete, mia moglie è un medico. Le chiesi di star zitta e di farmi lo ste ncil, prima che qualche disgraziato in pre da agli ormoni e al disagio m’incatramasse addosso una poe sia. La mattina se gue nte mi accorsi con disappunto che e ro rimasto di cemento. 3. Il muro si pre nde tutti i proie ttili che non colpiscono il condannato a morte . Ave va vissuto que l muro, lui, e d il suo affre sco antico, fin dalla prima infanzia. Da bambino lo sorpassava sulla destra corre ndo e se lo lasciava alle spalle ; all'ora di cena se lo ritrovava sulla sinistra. Die de il primo bacio, davanti al muro, mentre gli antichi volti dipinti lo scrutavano se nza se ve rità. Anni dopo barcollò ubriaco numerose volte , nella notte , e spesso finì a pisciare proprio contro il muro, ma 73


se mpre guardandosi be ne dall'insozzare la parte ancora visibile dell'affre sco. Quando arrivò l'esercito, e lui si trovò dalla parte sbagliata, lo portarono a morire guardacaso e sattame nte davanti al muro. Provò a spie gare che no, non avrebbe ro dovuto ammazzarlo lì davanti; che l'a mmazzasse ro pure come un cane , diceva ma che non colpisse ro anche il muro e l'affre sco! Gli risposero spaccandogli denti e mandibole col calcio del fucile. Poi lo afferrarono. Il gruaduato ordinò secco di caricare , puntare , fuoco!; lui si lanciò contro i proie ttili pregando di fermarli tutti col corpo. A me , pe nsava, colpitemi pure, ma per Dio!, lasciate stare il mio muro! 4. Il paradiso è micidiale , mi hanno de tto. Soltanto, è esse nziale pote r morire giovani, altrimenti si vie ne siste mati pe r se mpre in case di e te rno riposo e dopo qualche milione di anni nessun crucive rba risulte rebbe più insoluto. Il paradiso non ha muri che separano ve cchi guardoni e liceali le uce miche: le ragazze che fanno l’amore al piano di sopra le ve di ne ll’aria che si punte llano sui gomiti appoggiate ad un mucchie tto di ve nto. Esamini i loro corpi da prospe ttive te rre stramente impe nsabili e ve rgognose. I muri e le ragazze de l paradiso sono superfici tutte solchi e bugnati, protube ranze e fessure pruriginose che svolazzano, odorando de l sudore di bambine. Sulla te rra non è così per tutti i muri né pe r tutte le ragazze . La mia ragazza è una liscissima e ge lata lastra di marmo bianco, e io mi ci schianto senza succe sso, ogni notte . Pe r i ve cchi, poi, è ugualme nte dramma: ospizi, primie re , settimane enigmistiche . Il mio vicino di casa, il signor Rovati, non potrà mai alzare lo sguardo dal suo lavabo e osse rvare ragazze che danzano insie me alle nuvole. Proprio no. Al più, riesce a spiare una vicina da dietro le ve ne ziane . Oppure si fa gli occhi appuntiti e cattura con lo sguardo bambine che giocano contro un muro. Talvolta, appoggia l’orecchio alla pare te pe r ascoltare i sospiri di una stude nte ssa di le tte re . Non voglio riposare per l’e te rnità, voglio morire giovane e fare l’amore danzando sopra le nuvole . 5. Ci si può abituare a trovare di tutto sui muri: facce se bacee di politici, corpi nudi indossati da ve stiti, addirittura poe sie. Ma quel giorno su que l muro campe ggiava qualcos’altro: un me daglione color carne a forma di biscotto. In 74


un primo mome nto non lo notò ne ssuno. Forse era solo una cicca masticata da un ragazzino. Eppure no. Era altro. Guardandolo da vicino, ri ve lava una piccola coste llazione di bollicine. E poi, ine quivocabilmente, luccicava quando il sole passava ad accare zzarlo. Dopo do zzine di sguardi indiffe re nti, l’e ve nto e ra maturato abbastanza pe r e sse re riconoscibile anche ad occhi me no espe rti: que l giorno, su que l muro, campe ggiavano le ve scicole ine be tite di un herpes labiale . Se ne accorse pe r primo un liceale avve zzo al fe nomeno. Il muro fu ammantato da un’aura miracolosa in me n che non si dica. La ge nte intrapre se l’antico lavoro de llo stupore , i pre ti cominciarono a firmare smentite , gli scienziati allestirono le dovute indagini virologiche . Ma ne ssuno si soffe rmò abbastanza sulla be lle zza di que l muro: nessuno coglie va la morbide zza de l suo intonaco le vigato e muscoloso, la sua intrinseca dolce zza e la sua dedizione al dovere, quale esso fosse. Come si pote va capire l’amore pe r un muro? Non sarebbero bastate le te lecame re a circuito chiuso, né die ci testimoni oculari, pe r compre nde re il bacio notturno che una ragazza ve nte nne aveva re galato al muro qualche notte prima. Nessuno la notò passare , que l giorno, nessuno notò l’analogia tra il fe nomeno straordinario e il piccolo camme o che le impe rlava il labbro infe riore. 6. I muri sfidano l’immaginazione e la morbosa curiosità dei ve cchi, de gli adolesce nti, de i poe ti e de gli archite tti. “Be llo, pote nte, alto… ma cosa ci sarà die tro?” “Colorato, sinuoso, poe tico… sì, ma cosa ci sarà dietro?”. L’immaginazione e la curiosità si dimostrano davve ro pove re, a volte. La ve ra domanda che val la pe na porsi è : “Cosa c’è dentro ai muri?”. Cosa ne giustifica lo spessore? I tunne l in cui se rpe ggiano fili in cui serpe ggiano e le ttroni. I forami immensi de i mattoni in cui uno scarafaggio consuma l’orrore de l suo pasto di spazzatura. Oltretutto, chi ci dice che l’inte rno de i muri sia buio? Magari le barre d’acciaio de l ce me nto armato luccicano come occhi fe lini, in ce rte notti particolarmente ispirate . Ogni muro può e sse re un pote nziale cimite ro: i muri più re siste nti sono quelli che contengono femori o ricordi di zanne. Ma non bisogna e sse re per forza te tri: magari i muri sono sempliceme nte vuoti, e fanno da cassa di risonanza ai respiri e ai miagolii che popolano la 75


notte . Per ascoltarli sotto la coltre chiassosa de l giorno, si necessita di un ore cchio se nsibile e affinato. Un muro completamente pie no di luce può e sse re a tutti gli effe tti conside rato un ve tro, ma qui ci addentriamo in discorsi spirituali di live llo forse troppo e le vato. Alla fine , lasciatemi solo la convinzione che ne l tufo mastodontico di una chie sa romanica si diste ndano i prati di Shangri-la. 7. I muri non hanno madri e risultano figli di muratori, di politici illustri, di pre ti be ne dice nti oppure di gue rriglie ri. I muri sono spe sso de gli alle ati affidabili: essi possie dono ore cchie invisibili e casse di risonanza; tuttavia, non hanno il conce tto di ricordo, non sono in grado di e me tte re alcun suono. Quando ci si adde ntra pe r vie fitte di scritte ed inse gne , l’occhio non ve de cose , ma figure di cose che significano altre cose; il muro ripete le condanna che tiene appe sa al collo con osse ssività, come addosso alle sbarre ritte di una prigione. Quando di notte piove e le strade sono de serte, ogni sillaba è recitata allo spasimo senza ne ssuno che te nda l’ore cchio in ascolto. Di giorno, il muro viaggia rasente alle pe rsone sognando città comple tame nte inte rrate, con stanze ripiene di argilla fino al soffitto e abitanti che camminano per le strade scavando cunicoli come ve rmi. Non esiste re bbe più alcun muro nei suoi sogni, a tracciare un trape zio d’ombra che nasconda qualcuno dalla luce de l giorno o dalle occhiate delle pe rsone . I luoghi sarebbero deserti. 8. Que lla del muro-poe ta è una legge nda me tropolitana che andrebbe ormai scre ditata, anche se è inne gabile il fascino de lla sua storia ed è difficile trovare elementi razionali che la smontino del tutto. Pe r quanto invisibili possano essere mani e pennelli e colla, le poe sie che si agitano sulla maggior parte de i muri sono quasi ce rtame nte di fattura umana, ne rifle ttono la se nsibilità e l’impe rfe zione . Ma i ve rsi che s’imprimono sul muro-poe ta hanno de lle pe culiarità. Non ste ncil, non fogli cre spi: le le ttere si scavano dire ttame nte nell’intonaco, durante la notte . Scrive in distici di endecasillabi limpidi e a volte ingenui, e la tradizione vuole che ognuno le gga sul muro-poe ta i ve rsi di cui ha bisogno: la donna che rincasa dal lavoro (la bellezza m i passeggia davanti, / indossa un tailleur di stanchezza e 76


rughe), l’impie gato vessato (la forza che gonfia i petti e gli oceani / è nel coraggio d’affrontare il giorno), il muro di fronte (l’om bra del lam pione sulla tua pelle / è lo stelo che ha per petalo il cielo). Non ave ndo prove sufficie nti per dimostrarne l’inconsiste nza, rele ghiamo il muro-poe ta al catalogo di e sseri immaginari utile alla fisiologia de lla nostra mente. I ve rsi di cui si tramanda memoria sono in realtà i ve rsi che ognuno, ne l suo quotidiano, decide di farsi recitare dal muro-poe ta de lla propria strada. 9. La poesia d’amuro ha bisogno di muri.

77


78

Milano, piazza Diaz


COST RUZIONE DI UNA POSSIBILE POESIA D’AMURO

È da mille nni che mi chie do se la parola sia davve ro in grado di avvicinare ad una qualche forma di conoscenza. Può la parola, ad e sempio, distinguere una goccia di pioggia da una lacrima, da uno schizzo di sudore o di rugiada, o da un se mplice rifle sso de lla luce che scherza con il cristallino? Il chimico dovrebbe misurarne la componente salina, il filosofo la schiaccerebbe impone ndole il peso dell’unive rso, il pittore forse pre fe rire bbe ingabbiarla in un puntino bianco, tornando a de dicarsi alla sua e te rna lotta con la luce . E il poe ta? Compre nde re la natura de lla goccia senza distrugge rla. O cre arle una nuova natura, instillarglie la di nascosto. Tradurre la goccia in linguaggio. Questo è poe sia. Non e sistono ve rsi facili o difficili pe rché più o me no comprensibili. La poe sia è una lingua totalmente “altra”, alie na, che tutti possediamo, nascosta nelle profondità de l lobo limbico. È fatta de i suoni che scivolano ne lla coclea pizzicando le fre que nze a cui vibrano le fibre di que lle profondità. È allora ne cessario ce rcare le parole , il colore, il ritmo che ne rendano possibile la compre nsione. Proviamo con un haiku. Bisogna sfrondare tutta la realtà che s’è accumulata attorno, per isolare que i tre ve rsi che soli riusciranno a contenere l’enormità de ll’e sse nziale . È un po’ come scolpire nella mente, usando il sile nzio come scalpe llo. Potre mmo iniziare così: Pende sul petalo Siamo in un giardino. O magari in una stanza dove qualcuno, di corsa, ha lasciato cade re un fiore . Comunque, possiamo già toccare qualcosa. Non è l’assenza di mate ria che de ve farci paura. A questo punto, incontriamo il nostro problema: 79


un tondo spe cchio d’acqua. Lo scorcio di materia che prima c’era apparso così vicino e piccolo, quasi banale , ora ci sorpre nde : una goccia d’acqua, quando osa dive ntare spe cchio, racchiude il mondo in una prospettiva talmente nuova da pote rci sgome ntare : come potrò io rientrare nel mondo di ve ntato grande come una formica? E poi, pe rché que l punto così de finiti vo, che chiude il verso come un lucche tto? La conclusione è se mpre critica: Pianto d’addio. Be ne. Il se gre to è sve lato. Ma intuiamo che die tro questa piccola imitazione di un parave nto giapponese si ce la una storia, che ane la a condivide re il suo carico di pe rsone e spade con i nostri occhi. Magari que l fiore o quella goccia ci apparte rranno, un giorno, o li abbiamo già lasciati da te mpo, e un po’ ce ne ve rgogniamo. Dunque, ricapitolando: Pende sul petalo un tondo spe cchio d’acqua. Pianto d’addio. Può que sta rite ne rsi una poe sia d’amuro? È pre sto pe r dirlo. La cura de ve e sse re tanta. Pe rché , una volta incollata, una poe sia dive nta portante per que l de te rminato muro, il quale non può più farne a me no. Ma soprattutto, de ve conte ne re la forza di sopravvive re al foglio che si stacca o vie ne strappato, allo scrostarsi de lla ve rnice stanca, al crollo dello ste sso muro. Se è una ve ra poe sia d’amuro, de ve essere in grado di plasmare l’aria attorno alle sue le tte re. Ma quasi sempre qualcosa non va. Nel nostro caso, ad esempio, la parola “pe talo” squarcia il ve rso, inserendo una sillaba di troppo. Ed è inutile addurre gi ustificazioni ritmiche o metriche , o ribattere che di fatto il pe talo c’e ra, e la goccia e ra su que l pe talo, e non su una foglia o su una guancia triste. 80


E allora è la poe sia che ha bisogno de l muro, e ha bisogno de gli occhi che si trascinano su di e sso pe r tirare il fiato. Que gli occhi si illumine ranno, pe rché tre ve rsi stanno ce rcando di spie gar loro il se gre to di una goccia. Ma, impe rfe tti, non ci riusciranno, ancora troppo lontana è la compre nsione tra due idiomi così dive rsi. L’unico ve rso pe rfetto è il sorriso biondo rubato ad una ragazza qualche mese fa, sul Ponte Cope rto. Pe r il re sto, c’è ancora molto da lavorare.

81


82

Pavia, via Flare r


MAT ERIALI PER UNA CITTA’ RISCRIT TA

1. “Quando pe nsiamo a una città romana non ci vie ne in mente che nella nostra muta scenografia de i te mpli, degli archi e de lle strade manca l’e le me nto caratte rizzante: la scrittura. La città romana e ra innanzitutto una città scritta, ricoperta da uno strato di parole che s’e stende va sui frontoni, sulle lapidi, sulle inse gne . Si trattava di scritte ora pubblicitarie, ora politiche, ora privatissime , ... esposte ovunque , con qualche prefe re nza, è ve ro, pe r piazze , fori, e difici pubblici, ne cropoli. Inve ce nella città me die vale la scrittura era scomparsa: sia perché l’alfabe to ave va ce ssato di e ssere un me zzo di comunicazione alla portata comune , sia pe rché non c’erano più spazi: le vie e rano stre tte e tortuose , le mura tutte a sporge nze e bugnati; ne lle chiese i messaggi e rano orali o figurali, più che scritti. Intanto, la tradizione de l tracciare lette re a re gola d’arte si pe rpe tuava ne l chiuso de lle ce lle dei monaci scrivani sulle pagine dei codici, se condo tecniche e moduli già tutti di ve rsi. Dopo il Mi lle le mura delle catte drali e dei palazzi se ntono il bisogno di proffe rire parole , i mode lli cui ricorre ranno pe r scandire il loro ste ntato latino saranno due: le le tte re capitali con l’ordine orizzo ntale e centrato de lle ve tuste epigrafi, e l’alfabeto de i libri, goticamente spinoso e ritorto. Nell’Italia de gli anni ’30 la mode rnità de l caratte re più se mplice e austero, il “bastone ”, vie ne assunta come scrittura ufficiale de l re gime fascista, che traduce in chiave di perentorie tà classicista la le zione di funzionalità de l Bauhaus. A que sto quadro vie ne contrapposta, per que l che riguarda gli ultimi anni, non tanto una grafica di sinistra, quanto l’e splosione se lvaggia delle scritte murali conte statarie , impropriame nte de tte “graffiti”. Si tratta di invasione scrittoria “dal basso”, caratte rizzata da una volontà “antie stetica”, che è l’aspe tto più vistoso dell’ormai più che dode cennale presa di parola da parte de i gio vani e de gli e sclusi, parte ndo dalla famose firme del maggio parigino e dal fe nomeno de lle “firme ” sulla me tropolitana di Ne w York. I “palinsesti” che que ste scritte se lvagge formano sovrapponendosi a pre ce de nti iscrizioni “ufficiali” prese come 83


se mplice supe rficie di supporto riconoscono una “volontà di affe rmazione de lla scrittura come elemento significante e come prodotto cre ativo ne llo spazio urbano”. Il che non impedisce di registrare la de gradazione di queste spinte , testimoniata dalle scritte prive d���ogni spirito se non d’una informe e stracca arroganza che occupano oggi così fre que ntemente le supe rfici murali de lle città italiane.” 2. “Tale ideale di “città scritta”, di luogo saturo di messaggi articolati in se gni alfabe tici, non è condivisibile . La parola sui muri è una parola imposta dalla volontà di qualcuno, si situi e gli in alto o in basso, imposta allo sguardo di tutti gli altri che non possono fare a me no di ve de rla o recepirla. La città è se mpre trasmissione di messaggi, è sempre discorso, ma altro è se que sto discorso de vi inte rpre tarlo tu, tradurlo in pensie ri e parole , altro se que ste parole ti sono imposte senza via di scampo. Sia essa e pigrafe di ce lebrazione dell’autorità o insulto dissacratorio, si tratta se mpre di parole che ti piombano addosso in un mome nto che tu non hai sce lto: e que sta è aggressione, è arbitrio, è viole nza. (Lo stesso vale pe r la scritta pubblicitaria, ce rtame nte ; ma lì il me ssaggio è meno intimidatorio e condizionante , - ai “persuasori occulti” ho se mpre cre duto poco – ci trova più difesi, e d è comunque ne utralizzato dai mille messaggi concorrenti ed e quipollenti). La parola scritta non è imposizione quando ti arriva attrave rso un libro o un giornale pe rché pe r e ssere rice vuta presuppone un atto di disponibilità. È pre vedibile che ci sia oggi chi se nte il bisogno d’affe rmare le sue ragioni conculcate scrivendole sui muri con la bombola spray, il giorno in cui avrà il potere continuerà ad ave r bisogno de i muri per giustificarlo, in e pigrafi marmore e o bronze e o in altri strume nti dell’imbottime nto de i crani. Que sto mio discorso non vale pe r le scritte di protesta sotto i re gimi di oppre ssione , pe rché lì è l’asse nza de lla parola libe ra l’elemento dominante anche ne ll’aspe tto visivo de lla città, e lo scrive nte clande stino colma que sto sile nzio a tutto suo rischio, e anche lì legge rlo è in qualche misura un rischio, e impone una scelta morale . E così pure fare i delle e cce zioni alla mia questione di principio per i casi in cui la scritta è spiritosa o quando è tale da 84


muove re una rifle ssione illuminante o una sugge stione poetica, o rappre se nta qualcosa di originale come forma grafica: pe rché il re ce pirne il valore , di pe nsiero o umoristico o poe tico o estetico-visivo, implica una operazione non passiva, una interpretazione o decrittazione, insomma una collaborazione del rice vente che se ne appropria attrave rso un sia pur istantaneo lavoro me ntale . Ma dove la scritta è una nuda affe rmazione o negazione che richie de dal le gge nte soltanto un atto di consenso o di rifiuto, l’impatto de lla coercizione a legge re è più forte delle potenzialità messe in moto dall’ope razione con cui ogni volta riusciamo a ristabilire la nostra libertà inte riore di fronte all’aggre ssione ve rbale. Tutto si perde ne l frastuono de l bombardamento ne uro-ideologico a cui sono sottoposti i nostri cervelli da mattina a se ra. È la pre senza de lla scrittura, le potenzialità de l suo uso vario e continuo che la città de ve trasme tte re, non la prevaricazione de lle sue manifestazioni e ffettuali: la città ideale è que lla su cui ale ggia un pulviscolo di scrittura che non si se dime nta né si calcifica. Ma i pove ri muri de lle città italiane non sono diventati anch’essi ormai che una stratificazione d’arabeschi e ideogrammi e ge roglifici sovrapposti, tali da non trasme tte re altro me ssaggio che l’insoddisfazione d’ogni parola e il rimpianto per le e ne rgie che si sprecano? Anche su di e ssi forse la scrittura ritrova il posto che è insostituibilmente suo, quando rinuncia a farsi strumento di arroganza e di sopraffazione : un brusio cui occorre tende re l’orecchio con attenzione e pazie nza fino a pote r disti gue re il suono raro e somme sso d’una parola che alme no pe r un momento è ve ra.” (Il punto 1 è una sintesi del ria ssunto che fa Italo Calvino del sa ggio “La scrittura fra ideologia e rappresentazione” di Armando Petrucci, contenuto in “Grafica e Immagine” all’interno della “St oria dell’Arte Italiana” di Einaudi. Il punto 2 è l’analisi che propone Calvino della sua idea di “parola imposta” rispetto a lla “città scritta” di Petrucci. Il saggio si intitola “La città scritta: epigrafi e graffiti” e fa parte della raccolta “Collezione di Sabbia”)

3. Calvino gi ustifica alcune e cce zioni alla parola imposta, quindi, che accolgono que lle manife stazioni artistiche sulla città implicanti una disposizione attiva da parte de l rice vente. Di 85


nuovo, ci se ntiamo assolutamente manife stati, come quando affe rma che “Io cre do che la condizione ideale de llo scrittore sia que sta, vicina all'anonimato: è allora che la massima autorità dello scrittore si sviluppa, quando lo scrittore non ha un volto, una pre se nza, ma il mondo che egli rapprese nta occupa tutto il quadro." (“Un Ere mita a Parigi, 1974). L’anonimato nasce dalla necessità di non in gombrare la poesia con la nostra presenza. Rimane una sigla. E chi è la sigla? Dov'è la gloria pubblicitaria? 4. La poe sia d’amuro è agli antipodi de lla pubblicità: i versi sono l’ogge tto stesso di un acquisto impalpabile, che è una suggestione e vocata, una immagine, magari uno scatto di fastidio pe r parole che paiono prosaiche come il gusto farmace utico de l mango sul palato abituato all’uva e alle pesche. La poesia dive nta muro e gli autori de lla poesia non esistono. Al limite, la poesia potre bbe e sse re pubblicità ad un tipo di poesia che non vuole accomunare , né aggre gare sotto una bandie ra o uno stile , ma ad un e sprime rsi poe tico che racconta la necessità di conosce re l’altro da sé attrave rso il codice comune . Una mozzare lla che vuole e sse re comprata. La poe sia d’amuro nasce dalla creatività, dal rispe tto pe r l’arte e dal gusto estetico. Su un piano e minente me nte pratico dobbiamo amme tte re che talvolta la fre tta ha fatto sì che la colla stropicciasse i fo gli, che colasse in lunghi fili bianchi. Ultimamente , pe rò, quanta atte nzione ! Esistono ce ntinaia di supe rfici apolidi, imprigionate ne lla città, che ne ssuno ve rrà mai a re clamare . Dice Eron che “i l vandalo è colui che imbratta, senza sape re ciò che sta face ndo. Il writer è un vandalo con cre atività, gusto estetico, rispe tto pe r l'arte e consape vole zza di ciò che fa”. Quelle e cce zioni continuano ad e sse re le manifestazioni artistiche che nece ssitano di una collaborazione attiva, di una decrittazione, di una inte rpre tazione: la poesia scorta da lontano e le tta su un muro è nie nt’altro che un giornale che si è deciso di aprire. 5. L’arte figurativa è espressione artistica antichissima: ancora oggi risulta istintivame nte più avvicinabile de lla scrittura pe r mole e diffusione, e sgomita sul nostro cristallino defraudandolo dal primato de lla parola letta. Ne lle città, 86


tuttavia, appare spe sso la me no compre nsibile: le tags sono reperto comune, suscitando nel passante una re azione di maltolle rabilità dovuta sia alla ne ce ssità ossessivo-compulsiva del primato dell'Ordine , sia all'incapacità di de lineare una chiave di le ttura che , tuttavia, spesso non è ogge ttivamente presente o incisiva. A ciò si aggiunge la ve tustità del me zzo e l’ironia involontaria che si viene a cre are : una tag sulla metropolitana di New York quarant’anni fa re nde sciagurati e cotonosi i paciughi sulla se rranda di Ce sare, il ge lataio. Comple tame nte discorso altro que llo degli ste ncil: ne abbiamo visti di e normi e intricatissimi sugli intonaci candidi di Parma, che si inseriscono meravigliosame nte nell’arre do urbano. Altro discorso ancora quello de lla Stre et Art che approfondisce la ricerca sui conte nuti, sugli strume nti espre ssivi, sul linguaggio urbano e sulla morfologia de lla città. A Mosca il sindaco Luzhkov ha pe nsato di contribuire al “riscatto” di que i giovani re i di imbrattare e sporcare gli edifici e i me zzi pubblici de lla capitale russa: pe r loro è stato ide ato il “Proge tto Fabbrica”, il primo accordo tra la città e i ragazzi di strada, in base al quale que sti ultimi ve ngono giornalme nte reclutati per svecchiare e reinve ntare una se rie di luoghi più o meno da incubo di Mosca. La sola re gola pe r i graffitari è “libe rtà di rappre se ntazione”, che significa ave re l’opportunità di dar corpo a tutti i pe ggiori fantasmi che animano la Russia post-sovie tica. A Roma è nata Ze rouno3nove, un’ associazione che ha messo a punto il proge tto di riqualificazione urbana insie me alla RFI - Rete Fe rroviaria Italiana, socie tà delle infrastrutture del Gruppo Fe rrovie de llo Stato. Tale proge tto, denominato "Qart", si pone l'o bie ttivo di inte nde re in maniera dive rsa le aree comuni delle città. Infine, pe r quanto riguarda la poe sia, vanno se gnalati i muri grandiosamente scritti de lla città olandese di Leiden (l'idea Poe ms and Walls nacque ne l 1992) e d i carte lloni di poe sia voluti dall'Assessore Guido Agh ina a Milano ne gli anni '80 (e , di nuovo, dal 2007 con Sgarbi). 6. Di poesia, di giovani e di muri scrive Maurizio Cucchi in un suo articolo comparso sul Corrie re de lla Se ra (Lombardia) in 87


data 13 aprile 2006. Dice: “La passione de i giovani pe r la poesia, in questi anni, è un dato ormai acquisito, anche se in fondo sorprende nte . Acquisito, pe rché i ragazzi che scrivono versi sono moltissimi, e non parlo de i soliti sfoghi sentime ntali di tutte le epoche . Parlo di giovani che affidano alla poe sia le proprie risorse migliori. Sorprendente pe rché la socie tà di oggi se mbra de l tutto disinte re ssata alla poesia; quanto me no a que lla ve ra. Il fatto che de i giovani vadano in gi ro pe r Pavia appiccicando ai muri de lla loro città i loro ve rsi, pe rciò, mi sorprende fino a un certo punto. Ma trovo se nz’altro dive rte nte l’iniziati va. Chi scrive , al contrario di quanto affe rma il luogo comune, non lo fa pe r sé, ma pe r un deside rio di espressione e di comunicazione. Que sti ragazzi, insomma, vogliono comunicare e vogliono farlo con la parola che re alme nte parla, con la parola che cerca una ve rità ne lla forma de lla poe sia. Non ho le tto i loro testi, e dunque non posso giudicarli, ma il percorso mi sembra corretto, anche perché è un modo per farsi se ntire rispe tto a una re altà che si dimostra sorda alla poe sia.” Insie me a que sta spinta, ce n’è un’altra, que lla che dice : “Pe r un giovane è difficile, difficilissimo farsi conosce re... L’editoria in ve ste poco sulla poe sia pe rché sa che il pubblico è molto scarso e anche gli scrive nti, spe sso, non le ggono quasi nie nte. Ai giovani dunque , tocca anche in ve rtire la te nde nza: dimostrare che le ggono, face ndo crescere il pubblico reale de lla poe sia, e al te mpo ste sso migliorandosi attrave rso il confronto con chi ha già scritto. ... Ve nt’anni fa, il Comune di Milano ave va promosso una iniziativa interessante: manifesti di poe sia affissi pe r le strade . La cosa fe ce scalpore. Pe rché non ripre nde rla? Magari coinvolgendo anche i giovani, gli esordie nti, ai quali, in fondo, è affidato il futuro di questa me ravigliosa arte che è la poesia.” 7. La parola scritta coinvolge sia il passante distratto, che decide di non avventurarsi ne lla lettura, sia il fruitore: la scelta di le gge re, o non, e di come/cosa legge re de l te sto re nde prote iformi e inconoscibili le possibilità inte rpretative . Que sto noi inte ndiamo pe r pande mia: la composizione e ricomposizione me ntale de l testo in tonalità infinite , che può esse re e ffe ttuata da tutti. Non la occupazione aprioristica di

88


ogni muro, di ogni spazio, che ricorda così tanto i gatti impe gnati a segnare il te rritorio. 8. “Come ne lla società, anche ne lla teoria le tteraria attuale si mortifica il singolo. Si taccia di narcisismo ogni iniziativa individuale . Si esorta all'autoironia, a non prendersi mai sul se rio. Si dà de l velle itario ai tentativi di innovazione dei poeti, conside rando ormai impossibile innovare , inge nuo, fuori tempo massimo. E d'altro canto si giudica improponibile anche il gruppo, il mette rsi insieme avanguardistico, addirittura lo si denigra, lo si de finisce "banda", "cricca". Ma allora che cosa vuole la te oria le tteraria? Al za le spalle dice ndo che di poeti non ce ne sono, che la poesia non è più possibile, dopo ave rgli tolto la terra sotto i pie di, dopo ave re stabilito che la parola individuale non conta niente, e che me ttersi insie me e condivide re una poe tica propugnandola collettivame nte è una strategia supe rata dalla storia. In questo, la te oria le tteraria è la perfe tta alle ata de gli apparati di propaganda che pri vile giano e diffondono esclusivamente prodotti culturali colle ttivi: spappolando le possibilità praticabili dai poe ti, gi udicandole fuori dalla storia e dal pre sente, si affianca di fatto agli apparati comunitari ne l re legare la parola individuale ai margini, ne i circuiti residuali.” (Tiziano Scarpa, da www.ilprimoamore.com)

89


90

Pavia, via Fe rrini


STORIELLADELLA FEBBRE NUMERO ZERO [audio: The Giddy Edge of Light, Dea th in June]

Io non lo firmo, pensò il ministro. Non la firmo que sta roba. Guardò la finestra: la nebbia s’accalcava contro i ve tri, premendo pe r e ntrare anche lì. La ne bbia sfocava tutto e zittiva i rumori di qualche auto solitaria, in strada. Luci fle bili, ve de va il ministro, avvolte nel vapore, e s’inge gnava pe r capire s’e rano ricordi di lampioni o fine stre accese . Chissà, da qualche parte, forse ne mmeno troppo distante, oltre un altro ve tro, c’e ra una donna che cucinava. Una donna non troppo giovane, pe rò, perché il ministro non e ra uno di que i vecchi maialazzi che sbavano per le ve nte nni. Una donna se mplice, ma non stupida. Se la ve deva, il ministro, e d e ra de l tutto simile alla moglie che l’ave va lasciato: ave va i cape lli a tre ccia, biondi di un biondo tinto ma non volgare. Stava davanti ai fornelli, ignorando la tele visione acce sa alle sue spalle . Solle vava il cope rchio de lla pentola e aspettava che il vapore si dispe rdesse; poi annusava la pie tanza. Rimestava col cucchiaio. Una casa si può chiamare casa se de ntro c’è una donna buona che fa da mangiare , pensava il ministro. Rabbrividì nella sua camicia costosa, e si infilò la giacca. Il termostato non fun zionava a dove re , ne l suo ufficio. Erano già ve nuti a ripararlo quattro volte , e dopo ogni riparazione il portaborse si avvicinava con aria mesta al ministro e dice va “Dicono che è a posto, che funziona… dicono”, e il ministro s’incazzava regolarmente col portaborse . Il ministro si alzò sfregandosi le braccia per scaldarsi, e camminò ne lla stanza silenziosa pe nsando che il moto brucia calorie, e se brucia allora scalda e pe nsò che alla fine c’e rano riusciti, a fargli ve nire la fe bbre . Conte mplò i ritratti antichi di quattro cardinali rinsecchiti, con lo sguardo auste ro e patrizio. Li ve de va tutti i giorni. Ave va iniziato ad odiarli. Gli ve nne il ghiribizzo di sputarci sopra: e già che il catarro premeva dal fondo della gola, una gola infiammata, sputò e ne centrò uno in faccia. Il portaborse entrò in que l mome nto. Guardò il ministro e poi il quadro. Sgranò gli occhi appe na appe na, le sto ne l sopire 91


la sorpresa. Era un uomo piccolo e al ministro ricordava molto un crice to ve cchio. “Ministro…” “Ho la fe bbre. M’han fatto ammalare.” “De vo portare i docume nti al dire ttore de lla prigione .” “Ah. Portali pure .” Il portaborse camminò fino alla scrivania e raccolse il fogli se nza far rumore . Il ministro, intanto, s’era messo di fronte alla finestra a guardare la ne bbia, stringe ndo i denti a d ogni brivido. “Ministro… ministro, mi scusi… ma que sto non è firmato.” “No, infatti.” “Ma come si fa?” “Portaglielo non firmato. Io non la firmo, que lla roba.” “Ma il dire ttore…” “S’arrange rà. Io non firmo.” “Ma non si può proce de re e… ministro, la pre go…” La se nsazione di malessere s���e ra fatta in quegli istanti molto acuta, e s’accompagnava al pulsare di un mal di testa che presto si sare bbe fatto fe roce. “Ministro… de ve firmare …”, il portaborse già gli porge va la penna e d il foglio. Il ministro pensò ancora ad una cucina sile nziosa, e ad una donna. Prese la penna di malavoglia e firmò. “Almeno non impiccate lo prima dell’alba”, disse al portaborse , “que sto de vi riferire al dire ttore . Impiccate lo quando il sole avrà portato via que sta nebbia.”

Enrico Bacciardi @ gruppoH5N1

92


93


94

MilanoViolenta @ gruppoH5N1


Indice

1. Incolperanno, al solito, i poeti. ............................................ . . . 1 Blues d’amuro................................................................ . . 3 Cammino #1.................................................................... . 5 Tire sia.............................................................................. 9 Ci sono affari più incerti de l domani:................................ 11 La città innamorata....................................................... . . 13 Cale ndario d'a muro...................................................... . . 15 Dell’importanza di sape r provare i brivi di...................... . . 18 Il giorno de i morti a Pavia............................................ . . . 19 Rasse gna delle donne de l primo mattino....................... . . . 21 ADSL?............................................................................ 24 Quello che le ggi è solo un ve rso, un ve rso solo................. . 25 I limoni. ...................................................................... . . . 26 Hanno già scritto tutto sulla ne bbia,. .............................. . . 27 Non conosciamo inve ro la grande zza............................. . . 28 Tre haiku....................................................................... . 31 Due tanka...................................................................... . 32 Poesia per un dispaccio de ll’ansa................................... . . 33 Cammino #2................................................................. . . 37 Kaposi for women.......................................................... .39 0,02%........................................................................... . . 40 La te rrazza.................................................................. . . . 41 Per un ufficio postale....................................................... 43 poesie d’am uro................................................................. . 44 Demofobia de l buio........................................................ . 45 Milano mi uccide.......................................................... . . 46 Per v*........................................................................... . .48 Limerick........................................................................ . 51 I contemporane .i............................................................ . 53 L’acquazzone traspare nte di bolle.................................. . . 57 Una poesia liquida,....................................................... . . 58 Passeggiata.................................................................... . 59 95


Cassandra................................................................... . . . 61 Non apre ndo bocca....................................................... . . 62 Tu, ne lla tua stanza, la notte............................................. 63 Il muro innamorato........................................................ . 64 Trovate una me dicina pe r que sta mia rabbia,. ................. . . 67 Un carce re.................................................................... . . 68 Chi s’arrampica sui rami la notte..................................... . 69 2. Vietato fu il m are............................................................... . 71 Un reading vide omusicale............................................. . . 73 Costruzione di una possibile poe sia d’amuro................... . 79 Materiali pe r una citta’ riscritta...................................... . . 83 Storiella della fe bbre nume ro ze ro................................... . 91

96


Ghet nient d'altar da fa'? (Pavia, 2005)

97


98


Attribuzione - Non Commerciale Co ndividi Allo Stesso Modo 2.5 Italia Tu sei libero: - di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire o recitare l'opera - di creare opere derivate

Alle seguenti condizioni: Attribuzione: Devi riconoscere la paternità dell’opera all’autore originario. Non commerciale: Non puoi utilizzare quest’opera per scopi commerciali. Condividi allo stesso modo: Se alteri, trasformi o sviluppi quest’opera, puoi distribuire l’opera risultante solo per mezzo di una licenza identica a questa. - Ogni volta che usi o dist ribuisci quest'opera, devi farlo secondo i termini di questa licenza, che va comunicata con chiarezza. - In ogni caso, puoi concordare col titolare dei diritti d'autore utilizzi di quest'opera non consentiti da questa licenza. - Questa licenza non influis ce sui diritti morali dell'autore.

Il testo integrale della licenza è disponibile su internet, all'indirizzo http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/legalcode

99


Finito di stampar e nell 'Aprile 2008 per conto delle Edizioni O.M.P. Farepo esia presso la tipografia Print Service S.r.l. di Pavia (PV) 100



Poesia d'amuro