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MAGGIO 2012

Anno 2 - MAGGIO 2012 nr 5

Magazine di Attualità Economia Finanza Cultura Storia Enogastronomia Territorio

€ 1,50

PANORAMA BRESCIANO SPECIALE

1000 MIGLIA

Attualità e curiosità sulla corsa più bella del mondo

17-19 maggio 2012

LA NOSTRA MILLE MIGLIA quando il cuore è leggero

BRUNO FERRARI quando la Freccia Rossa corre da sola

TAZIO NUVOLARI quando il Mantovano volava

MIMMO VALSERIATI quando scatta la felicità

ALDO BONOMI quando la Mille Miglia torna a casa

e poi ancora: la storia di piazza Vittoria - Mario Labolani - strage piazza Loggia fisco e articolo 18 - Trio Aurora - Olimpiadi del libro - rugby Calvisano

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PANORAMA BRESCIANO Magazine di Economia Finanza Attualità Cultura Storia Enogastronomia Territorio

SOMMARIO Editoriale 04 La velocità nel sangue di M.Annibale Marchina Attualità 06 Broom di P. Castriota 12 L’Aci si riprende la Freccia Rossa di M. Biglia 16 I numeri 18 I protagonisti e le protagoniste 21 Chi va piano non Ni-vola di P. Castriota 26 Il percorso 2012 28 Museo Mille Miglia di D. Stefania Marras 31 La Felicità è correre la Mille Miglia di G. Cutrera 36 Modernista dal cuore verde di P. Gregorio 40 Quelle centomila persone di M. Annibale Marchina

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Pronti, partenza...Broom!

Diritto 46 Piazza Loggia: nessun colpevole di P. Castriota 48 Diritto tributario e art. 18 di F. Colantonio Musica 50 Tre donne alla prova di L. Fertonani

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Salute 59 Calvizie: un estraneo in casa Società 62 Fb vicino al miliardo 64 Chiamateci speranza di S. Gasparotti 66 I vizi della casta di C. Barucco 67 Vita da manager di C. Barucco Sport 68 E andiamo! di L. Taffelli 69 Dammi il cinque di C. Barucco

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L’Aci Brescia torna in pista

La nascita di piazza Vittoria

IN COPERTINA MAGGIO 2012

Anno 2 - MAGGIO 2012 nr 5

Magazine di Attualità Economia Finanza Cultura Storia Enogastronomia Territorio

€ 1,50

PANORAMA BRESCIANO SPECIALE

1000 MIGLIA

Attualità e curiosità sulla corsa più bella del mondo

17-19 maggio 2012

LA NOSTRA MILLE MIGLIA quando il cuore è leggero

BRUNO FERRARI quando la Freccia Rossa corre da sola

TAZIO NUVOLARI quando il Mantovano volava

MIMMO VALSERIATI quando scatta la felicità

ALDO BONOMI quando la Mille Miglia torna a casa

In copertina: Il particolare di una storica Om pronta per la partenza. E’ tempo di Mille Miglia, è tempo di riaccendere motori ed entusiasmo per la corsa più bella del mondo

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e poi ancora: la storia di piazza Vittoria - Mario Labolani - strage piazza Loggia fisco e articolo 18 - Trio Aurora - Olimpiadi del libro - rugby Calvisano

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La sentenza d’appello della strage


Editoriale

LA VELOCITÀ NEL SANGUE

A

Mariella Annibale Marchina*

Brescia, in occasione dell’Esposizione Universale organizzata nel 1904, si prepararono gare automobilistiche, mentre nel settembre del 1909, nella brughiera di Montichiari, si dispose il Primo circuito aereo. La velocità era quindi insita nei bresciani. Solo la Prima guerra mondiale, con i suoi morti, i suoi dolori, le sue tragedie, impedì che si organizzassero delle nuove gare. Nei primi tre decenni del Novecento Brescia fu la culla dell’automobilismo, dell’aviazione, del motociclismo a grandi livelli, fatti e organizzati sui circuiti della Fascia d’Oro nella brughiera di Montichiari. Nel 1921 in questa zona si era svolto il primo Gran Premio d’Italia Automobilistico, vinto dalla francese Ballot. La scuderia Fiat, ne era uscita sconfitta, ciò suscitò varie polemiche sull’automobilismo italiano. Per cui per meglio allenare i piloti ed avere un terreno su cui prepararsi, Arturo Marpicati, con l’aiuto dell’Automabile Club di Milano, concepì il Circuito di Monza. Mentre nel 1923 a Le Mans (Francia) nacque la famosa 24 Ore e ogni anno aumentava di importanza e vi parteciparono le più famose case automobilistiche con i piloti più bravi. Erano anni in cui avvenivano spedizioni temerarie con aerei, dirigibili, automobili. De Pinedo volava sui vari cieli, in tutti i continenti; Henry Segrave superava in automobile, sulla spiaggia di Daytona, i 320 km orari; Lindbergh trasvolava dagli Usa a Parigi e tutti i giovani ne erano affascinati. Non era ancora comparsa la grande crisi economica del 1929, quando quattro giovani bresciani, figli di industriali, progettarono ciò che rimarrà fino ai giorni nostri la corsa su strada la più affascinante. Per cui per un bresciano doc i famosi Quattro moschettieri non sono quelli descritti dal romanziere francese Dumas, ma gli ideatori della corsa automobilistica su strada: la Mille Miglia. Corsa considerata, sia dai piloti che vi parteciparono, sia dal pubblico sportivo che la seguiva, la più originale, la più famosa, la più suggestiva e incomparabile gara di velocità del XX secolo. I quattro moschettieri ideatori furono i giovanissimi Aymo Maggi (23 anni), Franco Mazzotti (22 anni), Giovanni Canestrini (32 anni) e Renzo Castagneto (34 anni). Tutti appassionati di gare automobilistiche e loro stessi piloti. Brescia città industriale, contadina, laboriosa ma attenta alle novità, alle scoperte e al fascino che la velocità produceva, aveva dato i natali a tre dei quattro ideatori. Perciò fu ovvio che la gara concepita partisse da Brescia verso Roma, l’Urbe tanto di moda in quel periodo, ma qui sta l’idea geniale di non far terminare la gara nella Capitale, ma che la partenza e l’arrivo avvenisse a Brescia. L’idea nacque nel dicembre del 1926 a Milano e si realizzò l’anno seguente. Ebbe inizio l’epopea della Mille Miglia, che aveva assunto tale denominazione per i 1600 km del percorso e la partecipazione delle vetture era della categoria sport, anticipazione delle vetture di serie. La gara venne assunta dall’automobile Club di Brescia, dalla Gazzetta dello Sport e finanziata in gran parte dal Mazzotti e aperta da Aymo Maggi-Bindo Maserati il 26 marzo 1927 su un’Isotta Fraschini. Gli equipaggi partiti erano 77. Ne tornarono 54. Le marche automobilistiche italiane partecipanti furono: Alfa Romeo, Bianchi, Ceirano, Fiat, Isotta Fraschini,

Itala, Lancia Lambda, Om. Sarà quest’ultima vettura, guidata dall’equipaggio Minoja-Morandi, a vincere la prima Mille Miglia. I piloti erano tutti di grandissimo livello internazionale, tanto da annoverarsi Tazio Nuzolari tra i primi dieci arrivati. Il tracciato del percorso rimase quasi invariato per circa 30 anni, percorrendo strade di varia natura, dissestate, poco curate, intersecate: dai nuclei urbani di vario genere, dalle città storiche come Firenze, Modena, Bologna, Roma, Perugina, ai litorali tirrenici e adriatici, ai piccoli centri rurali che si affacciavano lungo il percorso, evitando le circonvallazioni. Secondo una consuetudine i piloti quando transitavano nei pressi di Modena si soffermavano a salutare Enzo Ferrari, già pilota e poi costruttore di automobili. Furono i vari amministratori locali a sollecitare il passaggio della gara nei centri abitati per far assaporare in modo diretto il brivido della velocità. Lungo il passo del Furlo, che immetteva sull’Adriatica, su uno sperone roccioso i piloti potevano ammirare, scolpito nella roccia, il profilo di Mussolini, simile alle sculture dei presidenti americani ritratti sulle Montagne Rocciose. Purtroppo gli spettatori furono anche vittime inconsapevoli di incidenti avvenuti in varie occasioni tanto che nel 1939 non venne corsa. Dopo un anno di sospensione, ma anche per la guerra, la gara fu ripresa con un percorso modificato. Il circuito si svolse nel triangolo Brescia-Cremona-Mantova, evitando i centri abitati, ma non era la vera Mille Miglia. Il trofeo lo vinse Austin Bayer che sulla camicia riportava il nefasto simbolo delle SS. Il 21 giugno del 1947, dopo i disastrosi e drammatici anni bellici, si tentò di ripristinare la Prima Mille Miglia. La discesa verso la capitale fu invertita. Le vetture furono indirizzate verso il lato orientale della penisola: prima tappa Verona, Vicenza, Padova, Ferrara, Pesaro. Poi attraverso il Passo del Furlo, si diressero a Foligno, Terni e poi Roma. Da Roma lungo il litorale tirrenico le vetture passando da Livorno, Pisa, Firenze, Bologna si avviarono fino a Torino per poi convergere da Novara a Milano e poi verso il traguardo di Brescia. Il percorso era di 1823 km, più lungo dell’originale, la causa fu la disastrosa situazione stradale. Le case automobilistiche nelle edizioni successive, in modo particolare tra il 1952-1957, parteciparono numerose, suggestionate dall’entusiasmo che circondava le loro vetture, ma non si preoccuparono di porre anche un freno alla velocità. Gli incidenti avvenuti, lungo il percorso, provocarono vaste critiche nell’opinione pubblica. Quando a Guidizzolo nel 1957, la Ferrari guidata da Alfonso De Portago e Nelson, a causa della foratura di un pneumatico, uscì di strada causando la morte dei due piloti e di numerosi spettatori. La gara venne vietata. Finiva un’epoca. La gara di vetture passanti sotto casa e sfioranti il proprio portone era troppo pericolosa. L’epoca di Nuvolari, Ferrari, Campari, Compagnoni, Varzi, Scarfiotti, Taruffi, che governavano con la loro bravura la velocità non affascinava più, terrorizzava. Solo nel 1982, la gara delle Mille Miglia venne ripristinata con vetture d’epoca, diventando così Mille Miglia Storica. Ora non è solo la velocità ad attrarre, ma il fascino di un’epoca passata e la curiosità verso equipaggi formati sia da piloti professionisti che da artisti, cantanti, presentatori e attrici.

*Archivio di Stato di Brescia

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BROOM!

di Paola Castriota Piace, non piace? Ci piace eccome. Per un sacco di buoni motivi che affondano nel nostro essere fanciullesco dal quale sempre si parte e sempre si torna quando in città rombano i motori e sventola la bandiera a scacchi. Per tre giorni Brescia è la Leonessa e saluta l’Italia percorrendo mille, fantastiche, miglia in su e in giù per lo Stivale

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A sx la Ferrari 375 Plus equipaggio con Marzotto e Marini nell’edizione del 1954 Sotto: L’ Alfa Romeo 6C vittoriosa del 1930 con equipaggio Nuvolari e il suo meccanico Guidotti

In copertina una bellissima immagine dell’equipaggio del ‘55: Stirling Moss e il suo copilota Denis “Jens” Jenkinson a bordo della mitica Mercedes 300 Slr. Sopra dall’alto in basso Piero Taruffi su Ferri 275 S alla Mille Miglia del ‘50

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L

a Mille Miglia? Una festa senza inviti riservati. Tutti vi possono partecipare. Grandi e piccoli, uomini e donne, imprenditori e operai, studenti, lavoratori e cassintegrati.

Siete tutti invitati e non è richiesto l’abito elegante. Un ombrello, quello sì, è consigliato ma solo perché per tradizione una spruzzatina di pioggia la fa sempre, quasi a benedire quelle macchine e i loro piloti, il pubblico e i commercianti, gli albergatori e i turisti. La Mille Miglia è l’elettrizzante entusiasmo dei bambini saltellanti, tenuti – e contenuti – per mano dai papà che si avvicinano alle vetture per studiarne le parti meccaniche. Forse ci capiscono poco di meccanica ma a nessuno importa. Gli occhi sono spalancati alla vista di quelle carrozzerie tirate a lucido e di cofani o bagagliai aperti che lasciano intravedere valvole, pistoni e cilindri. Tutti a caccia di un souvenir, di una foto, del vip di turno. Ma è anche la corsa dei nonni che a mani incrociate dietro la schiena piegata dagli anni, si avvicinano, commentano e sorridono. E la puoi vedere tutta la luce della nostalgia nei loro occhi. Guardando quelle automobili, tornano indietro nel tempo e si scoprono così profondamente uguali ai loro nipotini in una sorta di eterno ritorno a ciò che si era quando si pensava di poter volare. La Mille Miglia è bella perché per tre giorni mette sottosopra la città, la disordina. Spettina il suo contegno industriale, scuote l’aria con le sue frecce colorate e roboanti. La Mille Miglia è il carnevale di Brescia nel senso più liberatorio, colorato e festante del termine. E’ il profumo di miscela che si diffonde e ti ricorda di quando avevi sedici anni e sgasavi in motorino con gli amici. Gli stessi con cui ti davi appuntamento in viale Venezia per il via alla corsa: delle auto ti interessava poco ma era una buona scusa per ricevere il benestare dei genitori e uscire di sera quando la frizzante primavera ti annunciava che la scuola stava per finire e le vacanze erano ormai prossime. Anche oggi nel 2012 succede lo stesso, non è cambiato nulla: basta camminare tra la gente alla partenza e al ritorno della mitica Freccia Rossa per notarlo. Apparteniamo tutti a questa storia, nessuno è escluso. La Mille Miglia è la festa del pubblico di tutta Italia che si dà appuntamento per le strade e aspetta ogni anno i bolidi fiammeggianti buttando fuori urla di incoraggiamento a ogni rombo di motore. E’ la stessa festa che vive sui volti di chi attende il Giro d’Italia. Uguale, cambia nulla. La Mille Miglia è un gioco: solo chi ha visto scolorire i capelli ma non l’entusiasmo genuino per la vita, può godersi questi giorni di allegria. Manciate di sorrisi e complicità, improbabili in bocca al lupo tradotti in lingue straniere, foto ricordo con uomini e donne

Sopra una prospettiva di piazza Loggia “invasa” dalle auto in passerella e dai tanti appassionati che ogni anno si radunano nel centro storico di Brescia per osservare da vicino le auto d’epoca. Interviste a personaggi noti e foto ricordo a bordo dei bolidi fanno da cornice alla giornata dedicata alle operazioni di punzonatura. Sotto un altro scorcio della piazza scattato dal palazzo del Comune. Gli stand degli sponsor e del merchandising circondano il perimetro entro il quale si muovono addetti ai lavori, equipaggi e pubblico

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Passaggio delle auto storiche in piazza del Campo a Siena. Sullo sfondo il Duomo


al volante che in quei giorni diventano superstar, il cinque dato agli equipaggi che sfrecciano per i vicoli strettissimi di via Carlo Cattaneo facendo vibrare finestre, timpani e budella. La Mille Miglia è la gioia di chi scorrazza a bordo di bolidi rombanti che hanno targhe tedesche, americane, inglesi. E sono felici, questi piloti, perché ricevono l’entusiasmo dei passanti e sono consapevoli di partecipare a un evento che sa di magico. E poi è la stupida allegria di chi sventola una bandierina rossa all’arrivo in viale Venezia, dimenticandosi di avere trent’anni. E’ bella come le feste degli alpini e le sagre di paese. E’ forte perché è dannatamente nostra. E’ dei bresciani anche di quelli che la detestano perché «il traffico è bloccato e in centro non si trovano parcheggi e il rumore di questi motori spacca le orecchie e fa rovesciare i vasi». Che sono poi gli stessi che negli altri 362 giorni l’anno si lamentano perché la città non è viva e il centro dopo le sette di sera si svuota e non gira più nemmeno un cane. Appartiene anche a chi dice di detestare questo carrozzone di ricconi che non sanno come spendere i soldi. Sì, la Mille Miglia è anche vostra perché noi lo sappiamo che poi quando siete in vacanza e incontrate stranieri che conoscono bene questa competizione, vi accendete di orgoglio - anche solo un pizzico - alle loro parole entusiastiche. Riscoprite un’appartenenza, una sorta di paternità putativa della competizione e per un attimo dimenticate il vostro atavico disappunto. La Mille Miglia è tutto questo ed è la realizzazione di un sogno, di un’impresa concepita e partorita in un contesto difficile, complicato, ostile. E’ la gara sognata e realizzata da tre ragazzi bresciani nel 1927. Tre ragazzi che volevano cambiare le cose, sparigliare le carte, mettersi in gioco piazzando Brescia, la loro città, al centro di un’avventura pazzesca. Era la risposta al bisogno impellente, irrefrenabile, incessante di progresso, di futuro, di speranza dopo una guerra mondiale, nell’ombra della dittatura e lungo la strada che portava dritti alla crisi economica del ’29. Nulla li fermò a riprova che i bresciani quando vogliono sono in grado di scalare la marcia, affondare il piede sull’acceleratore, mettere la Freccia e sorpassare. Cos’è la Mille Miglia? E’ la festa della Leonessa d’Italia e dei suoi figli, nessuno escluso. Siamo tutti invitati.

In alto: il mitico marchio bresciano delle OM, il saluto del pubblico a un equipaggio, le vetture schierate in gran parata. Sopra: un bellissimo scatto che riprende un bolide in piazza della Signoria a Firenze. Come si evince dall’immagine, l’affetto del pubblico, stipato a margine del percorso e contenuto con transenne di sicurezza, è grande in ogni città d’Italia attraversata dalla leggendaria Freccia Rossa.

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L’ACI SI RIPRENDE LA FRECCIA ROSSA L’edizione 2012 sarà l’ultima organizzata da Mac Group, Meet Comunicazione e Sanremo Rally. La prossima edizione tornerà nelle mani di Aci che detiene lo storico marchio della corsa più bella del mondo. Il presidente Aldo Bonomi ci ha spiegato tutto

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di Magda Biglia

all’anno prossimo la Mille Miglia tornerà ad essere bresciana. Lo ha voluto fortemente il presidente dell’Aci Aldo Bonomi, imprenditore delle Rubinetterie bresciane e riconfermato vice presidente di Confindustria.

«La Mille Miglia è dei bresciani, Brescia deve tornare a spiccare per questo in tutto il mondo. Già troppi gioielli di famiglia sono finiti in altre casseforti, la competizione ha il marchio della Leonessa» dichiara. «Con questo non voglio esprimere nessun giudizio negativo sulla gestione precedente che ha dato un’impronta giovanile e commerciale, attenta al lustro mediatico. Non sappiamo ancora nemmeno chi la preparerà nel concreto, forse non dei bresciani; l’importante è che la

corsa più bella del mondo sia gestita dalla società apposita creata da Aci Brescia. Noi siamo imprenditori, abituati ad occuparci del patrimonio in prima persona. La Mille Miglia è il nostro patrimonio di maggior rilievo, dobbiamo occuparcene. Se lo faremo bene o male, lo si giudicherà dopo. Non dimentichiamo che l’Aci fu fondata nel 1927 proprio per organizzare la Coppa MM». Bonomi e il suo consiglio hanno fatto del recupero delle vecchie signore sul carro attrezzi Aci la missione principale del mandato. Ma il presidente si dice amareggiato perché contava di non avere ostacoli sulla strada intrapresa, pensava che in città si facesse squadra per rilanciare l’immagine ritrovata; invece si è sentito qualcuno contro. «Noi non lo facciamo certo per il nostro interesse» risponde a costoro «bensì perché vogliamo frenare lo scadere in tanti campi della brescianità». Non li cita tuttavia l’industriale di Lumezzane ma pensa ad A2a, al Banco di Brescia, ad aeroporti che non decollano, ad autostrade che non vengono realizzate. Riferisce che tutti nel consiglio (Roberto Gaburri,

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Aldo Bonomi presidente Aci in posa davanti allo stendardo della 1000 Miglia

Franca Boni, Gianpietro Belussi, Ugo Gussalli Beretta, Amedeo Gnutti, Valerio Marinelli, Enrico Scio, Piergiorgio Vittorini) hanno rinunciato al compenso e che non pensano di rimanere sulla seggiola in eterno. «Io stesso qui impiego molto del mio tempo sottraendolo all’azienda e basta guardare le note spese per capire che semmai ci perdiamo dal punto di vista economico. Non capisco perché attaccarci prima di vederci all’opera. Noi, comunque, andiamo avanti, non abbiamo paura di nulla perché non viviamo di questo. Probabilmente all’inizio, nel cambio, ci saranno più difficoltà ma sono certo che Brescia saprà fare bene e a vantaggio di se stessa. Dal punto di vista del business, la manifestazione ha ottime ricadute, basti pensare al grande afflusso che richiama; all’estero ci fa apprezzare, il che conta in un momento di necessaria globalizzazione». Quest’anno, come sempre, Bonomi sarà al via su una Lancia Aurelia B24, col cognato Tarcisio Bonomi navigatore. Ha partecipato in passato con una Aston Martin, una Bmw 328 e altre; in garage, a casa, ha anche una Porsche del 1956 e un’Aprilia

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del 1949. A parte la Ferrari e la Porsche fiammanti con cui viaggia normalmente. E’ un grande appassionato di motori. «Mi sarebbe piaciuto molto diventare pilota, però mio padre non me lo avrebbe mai permesso e io, senza soldi, come potevo fare? Poi a 21 anni ero già al lavoro in fabbrica e il tempo non c’era per correre» racconta. Si rifà adesso, con la gara storica. «E’ faticosa come tutte le cose belle; comunque è inenarrabile quello che si prova entrando nel cuore delle città fra il calore della gente». E’ arrivato 28°, 39°. Bello è partecipare e arrivare, non vincere. «Passi in mezzo alle ali di pubblico e ti senti una star, entri per una volta in un mondo che avevi desiderato e che non ti appartiene. Il mio socio di avventura è più bravo e competitivo, a me interessa divertirmi». Così ha coinvolto pure i tre figli, Marta, Mario, Monica che lo hanno già accompagnato. «E’ l’unica impresa che mi permetto, a parte due occasioni di beneficenza, il Trofeo Avis della Val Gobbia e il Trofeo Aido. Di più non posso anche se mi piacerebbe».


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I NUMERI Rinfreschiamoci le idee ripassando grazie ad alcuni numeri speciali le principali informazioni relative alla corsa di regolarità nella sua edizione targata 2012

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La prima vettura partirà da Viale Venezia alle ore 18.30 e arriverà a Ferrara intorno alle 00.30. Nella città estense si sosterà per la notte ripartendo alle ore 8 per Roma. Nella capitale ci sarà la seconda tappa con sosta notturna. La mattina del 19 si riparte per Brescia

regioni La Freccia Rossa nel 2012 porta il suo entusiasmo in sei regioni d’Italia: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Umbria, Lazio e Toscana

375 1

Oltre alle storiche vetture in gara, quest’anno 150 Ferrari sfileranno lungo il percorso in occasione del tributo alla casa automobilistica italiana più famosa nel mondo

Il numero massimo di vetture ammesse alla Mille Miglia è 375. I controlli di idoneità sono molto rigidi e la lista d’attesa è davvero lunga e tanti sono gli appassionati che aspettano di essere ammessi

448,97

50 km/h

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Viene corsa l’ultima edizione della gara pensata nella formula di competizione di velocità. La morte del principe spagnolo Alfonso de Portago, del copilota Edmund Gurner Nelson e di dieci persone del pubblico investite dal suo bolide, ne decreta la fine

I chilometri esatti del percorso che quest’anno i concorrenti dovranno percorrere attraversando lo Stivale in senso orario. All’andata il versante adriatico, al ritorno quello tirrenico

A seguito della trasformazione della formula di gara (da competizione a regolarità) imposta agli organizzatori per motivi di sicurezza, gli equipaggi non possono superare la media oraria di 50 km/h. Pena: sanzioni nel punteggio

CONTROLLI ORARI (CO)

Transitando in anticipo o in ritardo a un CO rispetto alla Tabella di Marcia, si ottiene una penalizzazione.

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ferrari tribute

auto in gara

chilometri

tappe

La tassa di iscrizione ammonta a 7260 euro da versare rigorosamente con carta di credito

CONTROLLI di PASSAGGIO (CT)

Hanno lo scopo di far rispettare il percorso stabilito. Gli equipaggi sono tenuti a far timbrare la Tabella di Marcia.

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150 anno

1957

7260 euro

54

PROVE CRONOMETRATE (PC) Sono previste PC lungo il percorso. Per effettuare questi tratti si deve rispettare il tempo fissato sulla Tabella di Marcia.


l’uomo dei record

STIRLING MOSS Stirling Crawford Moss

classe 1929 vinse 16 Gran Premi. Nella Formula 1 è il pilota che ha vinto il maggior numero di gran premi senza aver mai conquistato il titolo mondiale. Nel 1955 è entrato nella storia della Freccia Rossa mettendo la firma su vari record per sempre imbattuti: percorse il tragitto BresciaRoma-Brescia in 10 ore 7 minuti e 48 centesimi alla velocità media di 157,650 km/h. Da rilevare che insieme al copilota Denis Jenkinson preparò un dettagliatissimo radar, scritto su una striscia di carta lunga oltre 5 metri che si svolgeva da un rullo per avvolgersi su un altro, entrambi disposti parallelamente in una scatola. “Jenks” man mano che procedevano nel percorso, avvolgeva contemporaneamente la striscia leggendo le note corrispondenti e comunicandole a Moss con dei segni convenzionali della mano.

edizione

1955

Mercedes-Benz 300 SLR spyder 10h 07’ 48’’ tempo 157,650 km/h media oraria Brescia-Pescara (189,981 km/h) record tratta Brescia-Roma (173,050 km/h) record tratta 722 numero di vettura

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I

r i a s t o t o g i n P

Mille Miglia vuol dire tanti nomi e altrettante indimenticabili storie. Le prime quattro edizioni fecero il botto. Si parte da Nando Minoia che si aggiudicò la prima Freccia Rossa, si passa da Giuseppe Campari che fece la doppietta e si arriva alla leggenda Tazio Nuvolari. Inseparabili le rispettive vetture divenute Protagoniste

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Ferdinando Minoia, detto Nando (Milano, 2 giugno 1884 – Milano, 28 giugno 1940) La sua prima vittoria importante fu nel 1907 alla Coppa Florio su Isotta Fraschini. Nel 1923 guidò la prima autovettura da competizione per Gran Premi con motore centrale, la Benz Tropfenwagen. Nel 1927 vinse la prima edizione della Mille Miglia su una OM 665 “Superba”. Nel 1931 si aggiudicò il primo Campionato Europeo di automobilismo (anche detto Campionato Internazionale Automobilistico) su Alfa Romeo, basato sui Gran Premi di Italia, Francia e Belgio, senza vincere nessuna gara, ma ottenendo diversi piazzamenti.

Giuseppe Campari (Graffignana, 8 giugno 1892 – Monza, 10 settembre 1933) Era soprannominato in milanese el negher (il negro). Iniziò la sua carriera come meccanico per l’Alfa Romeo; nel 1920 vinse la sua prima gara al Circuito del Mugello ripetendosi l’anno successivo e nel 1923 fu promosso a far parte della squadra corse dell’Alfa. L’anno successivo vinse il prestigioso Gran Premio in Francia, a Lione. Nel 1928 e 1929 si impose alla Mille Miglia, e nel 1928 e 1931 vinse il titolo di campione italiano.

Tazio Giorgio Nuvolari (Castel d’Ario 16 novembre 1892 – Mantova, 11 agosto 1953) La sua carriera sportiva abbraccia un trentennio dal 1920 al 1950, con l’interruzione di oltre sei anni a causa del Secondo conflitto mondiale. La carriera di quello che sarà ricordato dalla stampa e dagli appassionati con gli pseudonimi di “Mantovano volante” e di “Nivola” passa anche dalla storica corsa di Brescia e dall’amicizia con Enzo Ferrari

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r i a s t o t o g e n P e

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OM 665 SPORT SUPERBA La OM 665 “Superba” è una autovettura sportiva prodotta dalle Officine Meccaniche nel periodo compreso tra il 1923 e il 1934. Nata nel 1923 la “Superba” fu il modello automobilistico che diede più fama e prestigio alla OM, con la vittoria conquistata nella Mille Miglia del 1927. Nel 1930 la cilindrata salì a 2200 cc e la potenza a 45cv. La produzione cessò nel 1934 per l’assorbimento della OM dalla Fiat.

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ALFA ROMEO 6C 1500/1750 YOUNG Alfa Romeo 6C è la denominazione di una serie di modelli d’automobile, presentata nel 1925, che nelle varie versioni venne prodotta negli stabilimenti della casa milanese dal 1927 al 1950. La sigla “6C” è l’acronimo di sei cilindri e descrive il frazionamento del motore che equipaggia le vetture.

ALFA ROMEO 6C 1750 SPIDER ZAGATO Fra le versioni più potenti vi fu la 6C 1500 Sport compressore Zagato del ‘29 guidata da Giuseppe Campari e Tazio Nuvolari. Nel 1929 entrò in produzione la versione successiva della vettura con la cilindrata del motore aumentata a 1.752 cc da cui il nome di Alfa Romeo 6C 1750. Esteticamente non vi furono modifiche importanti e la 1750 rimase in produzione sino al 1933 continuando anche a dominare il mondo delle corse del tempo.

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CHI VA PIANO…

NON (ni)VOLA

“NUVOLARI” lucio dalla “Nuvolari è basso di statura
 Nuvolari è al di sotto del normale
 Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa
 Nuvolari ha un corpo eccezionale
 Nuvolari ha le mani come artigli
 Nuvolari ha un talismano contro i mali
 il suo sguardo è di un falco per i figli
 i suoi muscoli sono muscoli eccezionali Gli uccelli nell’aria perdono l’ali
 quando passa Nuvolari
 quando corre Nuvolari mette paura
perché il motore è feroce
mentre taglia ruggendo la pianura Gli alberi della strada
strisciano sulla piana
sui muri cocci di bottiglia
si sciolgono come poltiglia
tutta la polvere è spazzata via Quando corre Nuvolari
 quando passa Nuvolari
 la gente arriva in mucchio
e si stende sui prati
 quando corre Nuvolari
 quando passa Nuvolari
 la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano
gli grida parole d’amore
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo
a cavallo nel cielo di Aprile Nuvolari è bruno di colore
 Nuvolari ha la maschera tagliente
 Nuvolari ha la bocca sempre chiusa
di morire non gli importa niente… Corre se piove, corre dentro al sole
tre più tre per lui fa sempre sette
con l’ “Alfa” rossa fa quello che vuole
dentro al fuoco di cento saette C’è sempre un numero in più nel destino
 quando corre Nuvolari
 quando passa Nuvolari
 ognuno sente il suo cuore è vicino
in gara Verona è davanti a Corvino
con un tempo d’inferno
acqua, grandine e vento
pericolo di uscire di strada
ad ogni giro un inferno
 ma sbanda striscia è schiacciato
lo raccolgono quasi spacciato Ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro
batte Varzi e Campari
Borzacchini e Fagioli
Brilliperi e Ascari…”

Lui sta arrivando. La terra trema. Il cuore batte forte, ma forte che sembra un pistone. Le bocche si zittiscono. Gli occhi si spalancano. L’aria risucchia la faccia. Gli uccelli spiccano il volo in disordine. Un boato di fondo e poi il fragore assordante. E’ un attimo. Lui, Tazio Nuvolari, è già passato.

U

Arrivo della 1000 miglia del 1930. Tazio Nuvolari con il suo meccanico Giovanni Battista Guidotti ph. museo tazio nuvolari

di Paola Castriota na vita trascorsa al limite, con il gas sempre aperto, senza paura. Tazio di paura non ne ha e di morire non gli importa niente. Vive sempre in derapata, imposta le curve come nessuno mai aveva fatto.

Le prende storte lui le curve e ci entra come un pazzo, un disperato, un forsennato che vede traiettorie che gli altri non si immaginano nemmeno. E riesce a impressionare anche un tale che di nome fa Enzo Ferrari e i motori li sogna, li mastica e poi li crea fondendo insieme ferro e fantasia. Basterà qualche giro di pista per far scoccare la scintilla del loro matrimonio automobilistico. Ma il Mantovano non fa innamorare solo lui: impazza tra le folle e strapazza gli avversari. Se lo guardi negli occhi non ne vedi il fondo,

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“MILLEMIGLIA” lucio dalla

ma una strana luce che appartiene solo ai visionari, a chi vive sul confine e ogni tanto oltre quel confine ci va con tutte e due i piedi e le ruote che gli hanno messo a disposizione. Sarà per questo che lo chiamano il figlio del diavolo. Il corpo è piccolo ma micidiale: cinquanta chili di ossa e adrenalina, 351 corse pantaloni azzurri e un maglione 106 vittorie assolute giallo. Nelle vene ha la benzina e il cuore pompa sempre a cento all’ora. 76 vittorie di classe Di imprese ne fa tante ma una resta 100 giri più veloci sospesa tra realtà e immaginazione 5 primati internazionali e per questo diventa mito, leggenda. di velocità (3 in moto, 2 in auto) E’ il 12 aprile 1930 quando da Brescia prende il via la quarta 7 titoli di campione d’Italia MilleMiglia. Varzi parte prima di Nuvolari. Entrambi gareggiano su Alfa Romeo milanesi e fiammeggianti. Dieci minuti li separano. Come frecce impazzite lanciate alla massima velocità nel cuore della notte i due arrivano nella Capitale per l’infuocato giro di boa. Varzi taglia l’aria, ma Nivola la incendia nella dirompente rincorsa, piombando su Roma in sei ore e due minuti. Il comando generale dell’Alfa Romeo fa arrivare un messaggio: non arrischiatevi nella guida ma non risparmiate l’automobile! L’entusiasmo della micidiale gara ha ormai contagiato tutti. Nessuno dorme, la gente è per strada che aspetta di vedere sfrecciare i bolidi e i loro poderosi eroi. Nel frattempo la signora con la falce estrae un «Il più grande di tutti» numero a sorte: esce il 132. Sulla strada tra Radicofani e Montalcino attende Enzo Ferrari l’equipaggio nr 132 e si prende la vita del 25enne Enrico Benini. La macchina finisce in un fossato, il conte Vinci, cronometrista dello sfortunato fiorentino, ne esce miracolosamente illeso. La corsa per gli altri continua a velocità vertiginosa. Ad Ancona Tazio guadagna un minuto su Varzi che là davanti sputa fiele e

I NUMERI

SOCCORSO STRADALE 24 ORE

Partivano di notte Arrivavano di sera Lungo mille chilometri Di una fantastica carrera Quando facevano ritorno Il cielo scendeva basso Colpiva la terra al cuore Come un sasso Poi il sole si spaccava Contro il ferro dei gasometri E dall’alto lasciava una riga rossa di sangue Sulla strada per chilometri Mentre sul prato italiano C’era la morte secca Che falciava il grano Mille Miglia di un anno ormai lontano Il giorno dà le sue prime boccate Quando sulle strade verdi e in piano Urlano le grosse cilindrate (…) Per ben tre volte il grande cantautore Lucio Dalla, scomparso il 1 marzo scorso, è salito a bordo di una vettura d’epoca per correre su e giù lungo lo Stivale. Amava definirsi un millemiglista convinto. Alla mitica Freccia Rossa il cantante di Bologna ha dedicato due brani: Nuvolari e Mille Miglia. «Mi ricordo» raccontò nel 2008 «quando mio padre mi portava a vedere i passaggi nei vicoli di Bologna. La nazione partecipava in massa a questo evento. La macchina aveva allora un significato particolare: rappresentava la trasformazione nel segno del futurismo. L’Italia veniva allora da una cultura contadina e la Mille Miglia era in qualche modo un’anticipazione dell’industrializzazione, della trasformazione del Paese. Oggi» aveva proseguito «c’è l’autostrada, nessuno guarda più il paesaggio. Il traguardo del weekend fa perdere di vista tutto quello che ci sta attorno. In estate amo guidare macchine aperte, mi piace sentire il vento sulla pelle e godermi il paesaggio. Le rievocazioni della Mille Miglia conservano un fascino unico anche per questo. Hanno un sapore che ci riporta indietro nel tempo». A Lucio sarà dedicato un ricordo speciale quest’anno.

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corriere della sera domenica 13 aprile 1930

benzina. A Bologna Nuvolari segue a tre minuti. Ma Varzi si sente ormai vicino al trionfo e forse non viene aggiornato in modo puntuale sul distacco tra sé e il rivale, fatto sta che, passato prima da Padova e poi da Treviso, punta dritto verso Verona pregustando l’alloro di Brescia. Tira su il piede dal gas, di poco, ché dopotutto ormai è fatta e invece non sa che alle spalle ha un demone oscuro, un fantasma diabolico e dispettoso, un’ombra dal mantello di pece, capace di volare nel buio. Il meccanico di Tazio, Giovanni Battista Guidotti, gli propone una follia: spegni i fari così non ci vedranno arrivare! Detto fatto: Nivola con le follie ci va a nozze. Ed ecco che lì, all’altezza di Desenzano, a pochi chilometri dal traguardo, l’incubo di Varzi prende corpo. Nuvolari viaggia a fari spenti e a occhi chiusi

Qui a lato sono pubblicate le scansioni delle pagine del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport recuperate grazie ai microfilm custoditi alla Biblioteca comunale di Milano nella quale ci siamo recati per scoprire tutti i particolari della fantastica impresa di Tazio Nuvolari.

gazzetta dello sport lunedì 14 aprile 1930

«Il più grande pilota del passato, del presente e del futuro» Ferdinand Porsche

nel vuoto nero della notte. Che poi, a cosa gli servono gli occhi? La strada ce l’ha dentro, le curve le crea, i fulmini gli fanno il solletico, la morte è solo un’avversaria da lasciarsi alle spalle insieme alla polvere e ai perdenti. Il moschettiere del rischio guida annusando l’odore di olio di ricino bruciato dal motore di Varzi che gli fa da apripista. Se lo divora quell’olio, se ne riempie bocca e polmoni, stringe le mani sul volante, digrigna i denti fino a sentir male, scala la marcia, affonda il piede, dà gas al motore e prende il volo, sorpassando l’avversario che ha solo il tempo di girare la testa e guardare negli occhi il figlio del diavolo, il Maestro, l’Asso, il demone lanciato a velocità incredibile sulla strada polverosa alle porte di Brescia. Il resto è cosa nota, ma la santificazione del campione che diventa leggenda sta tutta lì, in quel tratto di carrera, in quella pazza notte di aprile del 1930, in quei paesi d’Italia che stavano vivendo un pezzo di storia romantica che più nessuno avrebbe dimenticato.

gazzetta dello sport martedì 15 aprile 1930

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1000 MIGLIA il percorso

Giovedì 17 ore 18.45. Partenza della prima vettura da viale Venezia. Sabato 19 ore 22 arrivo della prima vettura al traguardo fissato in viale Venezia

2012

BRESCIA

manerbio cremona casalmaggiore parma reggio emilia fiorano modenese maranello

desenzano sirmione verona montecchio maggiore vicenza padova rovigo

FERRARA

Giovedì 17: arrivo in notturna nella città estense per la prima tappa della gara. La ripartenza è fissata per le ore 8 di venerdì 18 ravenna gambettola repubblica s.marino sansepolcro spoleto terni

modena bologna passo della raticosa/futa firenze s.casciano val di pesa siena buonconvento radicofani viterbo vallelunga

E

Città del Vaticano Arrivo delle vetture a Roma nella serata di venerdì 18. La ripartenza verso Brescia è fissata per sabato 19 alle ore 6.30

cco il percorso della edizione 2012 Vengono toccate sei regioni e alcune tra le più belle e suggestive città d’Italia come Sansepolcro, Firenze, Siena, Radicofani, Viterbo, Roma. Il Road Book consentirà agli equipaggi di percorrere l’intera tratta senza incorrere in errori e sanzioni. Qualcuno, dopo aver gareggiato in più edizioni, ha poi ripercorso lo stesso tragitto in vacanza senza ansia da prestazione: indimenticabile esperienza, han detto. Ci crediamo ciecamente.

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MUSEO Mille Miglia:

tra passione e tradizione Brescia si prepara, come ogni anno, ad ospitare migliaia di appassionati delle corse d’auto d’epoca, pronti ad assistere alla più spettacolare e tradizionale gara di regolarità. Abbiamo chiesto a Bruno Ferrari, attuale direttore generale del Museo dedicato alla Freccia Rossa, cosa significa questa competizione per la Leonessa d’Italia

I

di Deborah Stefania Marras

ncontrando l’architetto Bruno Ferrari, dg del Museo Mille Miglia, ci si rende conto di quanta passione spinga organizzatori e sostenitori a portare avanti, dal 1927 questa manifestazione.

La Mille Miglia, però, sembra essere una delle poche attrattive turistiche della città lombarda, come ci spiega il Dg: «Credo che per Brescia sia la manifestazione più importante per attirare turisti e curiosi ma forse anche l’unica rimasta. Dal punto di vista attrattivo e culturale, la città si sta impoverendo. A darle lustro è rimasta la fiera dell’Exa e poco altro, visto anche che quest’anno non sono state allestite grandi mostre a Santa Giulia. È quindi una fortuna che la Mille Miglia riscuota tutto questo successo, ma è un peccato che sia la sola a farlo».

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Come ogni anno, la parte organizzativa sarà curata da Alessandro Casali e Sandro Binelli, che però, per l’ultima volta si dedicheranno all’allestimento della gara, che dal 2013 verrà interamente gestita dall’Aci (titolare del marchio Mille Miglia). Anche per il 2012 sono in serbo molte sorprese, tra cui un tributo speciale a Lucio Dalla, grande appassionato della corsa. Tributo che raggiungerà la massima visibilità durante la Notte Bianca, che di solito ha luogo il sabato precedente l’inizio della corsa. Tra le tante novità, quest’anno si è deciso di tornare al percorso originale, ossia di far passare le vetture anche per Vicenza e Padova. Dagli anni ‘90 si era pensato di accorciare un po’ il tragitto, ma dopo circa vent’anni la Mille Miglia torna in queste meravigliose città. Il percorso, quindi, farà tappa nuovamente a Verona, Vicenza, Padova, passando poi per Monselice e Ferrara. Naturalmente ad un appassionato di auto e di corse come l’architetto Ferrari, non potevamo non chiedere qual è stata la Mille Miglia che porta nel cuore: «Certamente sono legato di più alla Mille Miglia del 2009, anno in cui abbiamo vinto per la seconda volta. È stata


la vittoria che mi ha dato maggiore soddisfazione perché, rispetto alla prima del 1995, questa siamo riusciti a godercela appieno. La prima vittoria, infatti, è arrivata un po’ in maniera inaspettata, tanto che credevo fosse molto più semplice vincere questa corsa! Eravamo in lista di attesa per partecipare e per me sarebbe stata la prima corsa da pilota della Mille Miglia. Al termine delle ultime verifiche tecniche e sportive alle auto, ci hanno comunicato che saremmo partiti. Così io e il mio collega Salza, senza troppe aspettative ci siamo lanciati in questa avventura. Non dovevamo nemmeno partecipare ma alla fine abbiamo vinto. Dal 2005 corro con mio figlio più per passione, naturalmente speriamo di poter ottenere buoni risultati, come abbiamo fatto negli ultimi anni, ma per adesso l’importante è partecipare. Tutto ciò che arriverà ce lo godremo, quest’anno, però, contiamo di poter arrivare almeno tra i primi 10». Numerosissime sono le richieste di partecipazione che ogni anno arrivano agli organizzatori, ma come e chi decide

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quali auto potranno partire e quali no? «Per poter partecipare, le vetture devono essere state costruite tra il 1927 ed il 1957 e devono necessariamente essere modelli che hanno già preso parte alle edizioni storiche, naturalmente non parliamo dello stesso telaio ma di modelli uguali a quelli di quegli anni. Poi sono gli organizzatori a fare una sorta di selezione. Si decide soprattutto in base al turn over, per evitare di far partire sempre gli stessi tipi di auto, ed in base alla spettacolarità delle stesse. Si scelgono quindi le vetture che possano risultare interessanti e che rendano quindi la gara ancora più coinvolgente». Solo 375 sono i fortunati che hanno l’onore di disputare la Mille Miglia, tra di essi, anche quest’anno figureranno personaggi già noti al pubblico di appassionati. Ci saranno sicuramente Canè, Mozzi (vincitore dell’edizione 2011), i due piloti dell’Alfa Romeo (Spinelli e Gamberini), Scalise che l’anno scorso arrivò terzo. Tra loro si nasconde il nome del vincitore di questa edizione?


La felicità è correre la Mille Miglia

L

Si definisce l’ultimo dei dilettanti, epigono di quegli eroi che solcavano le strade polverose da Brescia a Roma e ritorno, correndo contro il tempo e spingendo se stessi verso l’impresa: Flaminio Mimmo Valseriati, avvocato per professione, pilota per passione - con una lunga scia di successi alle spalle, tra gare di regolarità e velocità - rappresenta uno degli ultimi baluardi eretti a difendere la gloriosa storia della Mille Miglia dall’avvento del professionismo sfrenato e dallo scorrere degli anni

di Gaia Cutrera

e pareti dell’abitazione in via San Rocchino, nel cuore di Brescia ma al contempo quasi ovattata e distante dal traffico cittadino, svelano e riproducono, sotto forma di istantanee prima in bianco e nero e via via sempre più vivide,

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l’atmosfera che si respira al traguardo della competizione, richiamando alla memoria successi conquistati grazie alla precisione e ad un instancabile impegno, aneddoti giocosi e immense soddisfazioni: «Non credete a chi minimizza i sentimenti che accompagnano una vittoria: il pubblico festante che ti accoglie al traguardo e ti applaude è qualcosa di irripetibile e indelebile» confessa «così come diffidate da chi sostiene di partecipare alla Mille Miglia solo per godersi una passeggiata nelle bellezze della natura italiana: su 375 partecipanti meno di 100 corrono senza la speranza, anche piccolissima, di vincere». La passione, o per meglio dire vocazione, dell’avvocato Valseriati per il


mondo dei motori («un amore puro, scevro da esibizionismi») è sconfinata, e poggia le sue radici in una famiglia gremita di pionieri dell’automobilismo: «Mio padre nel 1920 era già alla guida di una Fiat 1005, mentre mia madre fu la seconda patentata della città e, forse, della regione» Con tali presupposti, e tale predisposizione quasi genetica, il piccolo Flaminio non poteva che innamorarsi delle auto, calato in un contesto più ampio, quello bresciano, in cui «è la benzina a scorrere nelle vene, non il sangue». Il colpo di fulmine per la competizione nata nel 1927 fu solo una naturale conseguenza di questa educazione sentimentale e il passaggio da spettatore delle imprese di Nuvolari, Fangio e Stirling Moss, a pilota su strada e su pista fu breve: «La svolta era già avvenuta verso i 37 anni, quando finalmente mi potei permettere di acquistare una MG A, il modello più in voga del momento. Da lì in poi la mia devozione per l’Auto non ha conosciuto tregua: l’automobile ha un cuore pulsante, è la testimonianza tangibile della storia e del progresso». Ora, 32 anni e 100 gare dopo le mensole di casa Valseriati ospitano, lucide ed eleganti, le coppe che testimoniano una lunga carriera ricca di successi: «Nel 1991 conquistai alla guida di una Lotus il campionato Italiano di Velocità in salita: sempre nello stesso anno un campionato italiano di Regolarità. Si aggiungono poi 3 coppe d’oro delle Dolomiti, due Winter Marathon e due Mille Miglia». Si ritorna così a parlare della gara più bella del mondo che l’ha

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visto ai blocchi di partenza per ben 19 volte e che quest’anno affronterà alla guida di un’Aston Martin Le Mans; alla sua destra ci sarà il 24enne nipote Paolo, rappresentante dell’ultima generazione convertita al culto dei motori: «Per 4-5 anni mi ha accompagnato mia moglie Fulvia, che si è ritirata con eleganza da vincitrice nel 1997». Il serbatoio dei ricordi è colmo di aneddoti, che spaziano dall’unica volta in cui permise all’amico Antonio di guidare «per soli 20 minuti, il tempo di schiacciare un veloce pisolino» all’anno in cui alla partenza si sparse la voce della partecipazione di Sylvester Stallone (che poi rinunciò) a bordo di una vettura identica, fatto che scatenò l’interesse di centinaia di ragazze nel pubblico «deluse dal trovare me alla guida invece della star americana». E al centro di tutto questo rimane sempre la gara «Il più grande museo viaggiante di sempre: solo per la Mille Miglia gli appassionati di tutto il mondo lucidano ed estraggono dai garage i modelli più belli e performanti, ognuno con alle spalle una storia unica», gara che nel corso

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In alto Mimmo Valseriati ritratto fra alcuni dei tanti trofei vinti. In mano tiene il modellino della Mercedes 300 SL del ‘55 con cui trionfò insieme a Favero nel 1989. Alle sue spalle si intravede la fotografia dell’arrivo al traguardo. Sopra: una simpatica caricatura dell’avvocato-pilota amante della musica


dei decenni ha fatto grande Brescia e continua a farlo, anche declinata sotto forma di evento, che vede la presenza di star e personaggi di spicco dello spettacolo e della politica. La magia della competizione che gronda storia da tutti i pori risiede però, per Valseriati: «nella scintilla che alberga negli occhi degli spettatori, una scarica elettrizzante simile ai fili elettrici dei tram di una volta, e nella bellezza dei paesaggi da cui si è accolti durante il percorso, veri e propri flash, scatti fotografici che rappresentano le meraviglie dell’Italia». Ma il ricordo più pregnante di tutti, che richiama epoche di piloti coraggiosi non è di natura visiva, bensì olfattiva: «è l’odore dell’olio di ricino, una volta utilizzato per la lubrificazione dei motori, che si diffondeva nell’aria cittadina alla vigilia della partenza, e che tutt’ora mi riporta indietro di quasi 60 anni».

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dal cuore verde di Paola Gregorio A Mario Labolani, assessore della Giunta Paroli, il primo cittadino ha assegnato le deleghe per i lavori pubblici, il centro storico - che conosce bene visto che è stato per anni presidente dell’ex Nona Circoscrizione - e il verde. Ce n’è di che discutere con uno degli inquilini del municipio cittadino, visto che in ciascuno dei tre settori gli ultimi mesi hanno messo parecchia carne al fuoco. A mettere un po’ di pepe sono pure le turbolenze che talvolta agitano l’alleanza Pdl – Lega (Labolani è pidiellino ed ex An) a Brescia

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C

he ne pensa dell’idea delle primarie per il candidato sindaco di Brescia lanciata dalla Lega?

Il candidato sindaco di coalizione c’è già ed è Adriano Paroli. E’ una conferma della scelta fatta a suo tempo dagli elettori e lo stesso Fabio Rolfi nel 2008 ha condiviso la candidatura. Detto ciò, io sono favorevole allo strumento delle primarie. Ma si fanno quando bisogna scegliere un nome per la candidatura e quella a primo cittadino che c’è già. Facciamole invece per i candidati consiglieri che poi il cittadino potrà scegliere con le preferenze. Io dico che le primarie vanno fatte anche per le elezioni regionali e politiche. I parlamentari vanno scelti con le primarie. Il percorso che ha portato all’ultimo congresso provinciale del Pdl è stato un po’ accidentato. Alla fine per le candidature a coordinatore provinciale l’opzione primarie è stata scartata. A Brescia abbiamo scelto di non andare alla conta per il congresso. Abbiamo ritenuto che ci fossero le condizioni perché le diverse anime del partito si riunissero attorno ad una candidatura unica. Abbiamo rinnovato anche il direttivo e quindici dei trenta membri sono stati scelti dagli iscritti. Tra aprile e maggio ci saranno i congressi comunali. Dalla politica alla partita amministrativa. Brescia ha il suo Piano di governo del territorio. Ci sono state parecchie polemiche attorno alle aree commerciali previste dal piano. Sono piovute critiche dai commercianti e dall’opposizione. Mi rammarico molto dell’atteggiamento di questa opposizione. Non c’è un provvedimento della maggioranza che abbiano condiviso. Il Pgt dà sostanzialmente seguito al Prg varato dall’amministrazione di centrosinistra. Noi lo abbiamo modificato e migliorato, con grande disponibilità all’ascolto. Brescia è una delle pochissime città capoluogo ad averlo approvato nei termini previsti. E poi, lo ripeto, abbiamo ascoltato. Le volumetrie destinate al commerciale, infatti, sono diminuite. Bisogna considerare però che il discorso sulle aree commerciali spesso si intrecciava alla riqualificazione di zone degradate o abbandonate. E poi mi chiedo, a Brescia nuove volumetrie destinate al commercio non vanno bene e a Roncadelle, dove peraltro il centrosinistra governa, sì? Il vero centro commerciale è comunque il nucleo storico della città. Il Carmine sta cambiando pelle e assumendo le sembianze di un quartiere bohèmienne e centro della nuova movida, con gallerie, atelier e locali. Sul Carmine molto è stato fatto ma ci sono ancora parecchie cose da fare. Bisogna essere più decisi dal punto di vista dell’arredo urbano. E poi vogliamo che via San Faustino diventi il nuovo ingresso verso Piazza Loggia, asse di collegamento tra le sedi dell’università, il futuro Campus alla Randaccio e il Cubo bianco.

Mario Labolani assessore ai lavori pubblici del comune di Brescia

Quali altre aree del centro storico sono sotto la lente di ingrandimento della Giunta? Mi viene in mente, ad esempio, Piazza Vittoria. Per Piazza Vittoria c’è un progetto di riqualificazione che comprende anche il recupero del primo piano del parcheg-

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gio sotterraneo e la ricollocazione del Bigio. Su piazza Mercato siamo già intervenuti. Altra zona che ci sta a cuore è quella dell’ex Tribunale. Per l’ex Corte d’appello c’è già la previsione dell’ampliamento degli spazi dell’Ordine degli avvocati, dei nuovi uffici per l’Ordine degli architetti e dell’inserimento di un piccolo Urban Center. Per l’ex tribunale di via Moretto stiamo ragionando, il discorso è un po’ più complicato. I lavori per il parcheggio sotto il Castello, se non ci saranno intoppi, potrebbero partire entro l’estate. L’intervento è collegato all’idea di pedonalizzare le tre piazze, Duomo, Vittoria e Loggia. Tutto è ovviamente collegato alle disponibilità di bilancio. Come vede la querelle sulla seconda sede della Cattolica a nord? Capisco le esigenze della Cattolica. Ma noi non abbiamo detto no per partito preso. Abbiamo detto che si tratta di un’operazione complessa e che va studiata nel dettaglio. Certo, per noi un punto fermo è che in centro storico rimanga un presidio dell’ateneo. Come cambierà il centro storico l’arrivo del Metrobus? In centro storico ci saranno due stazioni della metropolitana: Vittoria e San Faustino. Cambierà il modo di accedere al centro e il disegno della mobilità cittadina. Credo che renderà più semplice arrivarci e frequentarlo.

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Le due stazioni diventeranno parte del disegno urbano del centro. Avete pensato a qualcosa di particolare? Per Vittoria e San Faustino stiamo ragionando anche con la Sovrintendenza. Per piazza Vittoria, ad esempio, stiamo pensando a pannelli che raccontino le tappe del ritrovamento dei resti della torre. Per San Faustino alla valorizzazione degli scavi. I tagli di bilancio toccano anche il verde pubblico. La manutenzione del verde pubblico ha subito tagli pesanti, attorno al 20 per cento. Stiamo comunque facendo il possibile per mantenerla a buon livello. Ho rilanciato il numero Sos Verde, stiamo procedendo al rinnovo della convenzione con le cooperative sociali e stiamo preparando una serie di delibere per le sponsorizzazioni. E’ un nuovo modo di concepire la cura del verde, in tempi di ristrettezze per le casse degli enti locali: realtà che ne adottano alcune porzioni, se ne prendono appunto cura. La riqualificazione di Campo Marte è in mezzo al guado. Abbiamo completato la recinzione esterna, sistemato il grande arco monumentale. Per gli impianti sportivi che rientrano nell’intervento immobiliare fatto all’ex Enel e per il chiosco l’accordo c’è. Se tutto va bene, dovremmo completare i lavori tra la fine di quest’anno e l’inizio dell’anno prossimo.


In questo gruppo di quattro immagini partendo da sinistra in senso orario: il grattacielo del Piacentini; un particolare del piano regolatore del 1928 in cui si stabiliscono le misure della futura piazza Vittoria; un’immagine della zona delle Pescherie successivamente rasa al suolo; il piano regolatore della città cosÏ come era nel 1929.

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Quelle centomila persone in piazza di Mariella Annibale Marchina* Le piazze sin dal medioevo erano state ideate come spazi delimitati da costruzioni civili e religiose, che divenivano luoghi di incontro dei cittadini. Potevano radunarsi per fare politica, partecipare alle funzioni religiose e intrattenersi in occasione delle fiere e dei mercati. Lo sviluppo architettonico, estetico e scenografico delle piazze, era ed è sempre stato considerato il biglietto da visita di una comunità. Piazza Vittoria nacque con questo intento nel 1932 dopo soli quattro anni di costruzione

Impressionante l’immagine che ritrae i centomila bresciani accorsi il 1 novembre del 1932 all’inagugurazione di piazza Vittoria alla presenza del Duce

L

e forme erano varie: rettangolari, quadrate, ellittiche. Fiere e mercati, conversazioni e politica la loro energia vitale. Non succede così per Piazza della Vittoria martoriata da continui cantieri.

Nel 1945, alcuni mesi dopo la fine del secondo conflitto mondiale, fu asportata prima la statua del Bigio poi la fontana perché ricordava ai bresciani è triste periodo di Storia. Si parla e si riparla di ricollocare la fontana e la statua, ma fino ad ora non si è visto nulla. Come non fecero nulla le autorità austriache quando scoppiò il colera nel 1836 e nel 1855. Per Brescia il grave problema igienico delle acque, non fu subito risolto. Lo stesso nostro Zanardelli, grande

statista e autore del nuovo Codice Penale, si era indignato nel constatare che Brescia, città industriosa e bella non avesse ancora un sistema fognario adeguato. Sin dal 1860, l’amministrazione comunale di Brescia aveva espresso l’intenzione di risanare i quartieri più fatiscenti che non corrispondevano più ai canoni di una moderna e salubre città. Oggi come allora non c’erano i fondi. Nel 1892 il sindaco Bonardi bandì un nuovo concorso per un nuovo piano regolatore della città. Gli anni scorrevano, ma il Prg non venne attuato. Scoppiò nel 1915 la Grande guerra che portò morti, desolazione, crisi economica. Sarà nel 1927, con la venuta a Brescia di Augusto Turati, neo segretario nazionale del Partito fascista che attraverso la sua sensibilità e l’attaccamento sincero verso Brescia, che arriverà il vento del cambiamento per la vetusta struttura urbanistica cittadina. Grazie ai suoi legami con le maestranze imprenditoriali locali e agli appoggi politici di Roma, riuscì a far bandire in nuovo concorso per un Nuovo

*archivio di Stato di Brescia

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A lato la demolizione della zona delle Pescherie in cui sarebbe sorta piazza Vittoria. Sullo sfondo si vedono il Castello, la torre del Broletto e il Duomo nuovo. Sotto via X Giornate angolo corso Zanardelli e a lato un vicolo della zona poi demolita.

Piano Regolatore. Era l’anno 1928. L’industriale Giulio Togni al primo classificato offrì 30 mila lire di allora. Con sollecitudine il podestà, ing. Calzoni, iniziò a far espropriare le case poste nel vecchio quartiere delle Nuove e Vecchie Pescherie. Edifici di epoca medioevale, con vicoli stretti, maleodoranti, dove si trovavano concentrate varie attività artigianali e commerciali. Le pescherie e le macellerie appunto, da qui i toponimi che le distinguevano. Oltre alle piazzette, alla chiesetta di San Ambrogio, ai portici che si affacciavano lungo via X Giornate, dietro si addossavano umide case cadenti, intersecate da vicoli stretti. Il sole non riusciva ad entrare. Accanto alle abitazioni, esistevano anche i postriboli o case chiuse, piccole osterie e botteghe artigianali. Era la zona

insieme ai quartieri del Carmine e di San Faustino che rispecchiavano e conservavano ancora i canoni estetici medioevali. L’ardito Piano regolatore proposto e attuato nel giro di poco tempo, dal 1928 al 1932, fu devastatore, dal punto di vista storico, perché distrusse un quartiere ricco di eventi e testimonianze, in cui oltre alle Pescherie, al Granarolo, sorgeva nelle vicinanze la Curia Ducis o Cordusio, di epoca longobarda. Tutto buttato giù per costruire una piazza imponente. Anzi un modernissimo centro polifunzionale adatto al passeggio, all’intrattenimento, al lavoro, agli acquisti. Per fare ciò vennero distrutti vicolo Ballerino, vicolo della Sardella Gioiosa - dove il ceppo della famiglia Zanardelli proveniente da Collio aveva all’inizio dimorato – e il vicolo della Ratta. Spazzati via anche i vicoli del Cavicchio, del Trabuchello, dei Sospiri, cioè quella zona compresa tra la chiesa di Sant’Agata e i portici di via X Giornate, e via Fratelli Porcellaga ovest, a sud ovest verso la piazza del Mercato e via Verdi. Fu distrutta la chiesa di San Ambrogio, testimonianza dell’Horreum altomedioevale e prima ancora romano, di cui si sono trovati i resti. Il I novembre del 1932 centomila bresciani accolsero il Duce, invitato ad inaugurare la nuova piazza progettata dall’architetto romano Marcello Piacentini. Fu l’ultima piazza costruita in città nella prima metà del XX secolo. Per abbellirla furono reclutati artisti di chiara fama come Arturo Dazzi che scolpì la gigantesca statua detta poi del Bigio che sormontava una bella fontana di marmo bianco di Carrara. Posta quasi a metà del versante occidentale della piazza, raffigurante

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Nella foto in alto la statua del Bigio in Piazza Vittoria. A sinistra un carboncino di Oscar Prati del 1930 e qui sopra il progetto del mercato coperto

un esempio di uomo virile il cui lato B era rivolto verso il bar Impero, detto poi bar Delle Ciape. Lo scultore Martini fornì l’altorilievo della Sacra famiglia posto sopra il basamento del grattacielo dell’Assicurazione Ina, andato distrutto durante il bombardamento del luglio 1944. Il grattacielo, costituito da dodici piani, a quel tempo era l’edificio più alto della città e d’Europa. Le facciate erano state ricoperte da mattoncini ocra, mentre sotto i davanzali delle finestre che si affacciavano verso la piazza erano stati inseriti degli altorilievi raffiguranti i rodotti delle attività della laboriosa città, per esempio l’automobile per OM. Secondo i cronisti del tempo Mussolini volle salire all’ultimo piano, dove si apriva una terrazza belvedere, senza usare l’ascensore, ma a piedi, al secondo piano, si dice, inciampasse. Il palazzo delle Poste e Telegrafi, costruito in modo imponente secondo le nuove regole architettoniche, sostenute dal regi-

me fascista, dominava e tuttora domina la piazza. L’Arengario, di marmo rosso di Verona, a mo’ di pulpito, fu posto sul lato orientale, con scolpiti gli episodi e personaggi della storia bresciana. Dai santi Faustino e Giovita, all’Arnaldo, al Vescovo Berardo Maggi, ai pittori Romanino e Moretto, alla rappresentazione delle X Giornate del 1849, alla rappresentazione dell’era fascista. Quest’ultima venne rimossa nel 1945. Ora è imbrattato da scritte e rifugio di sporco e di balordi. Sotto i portici si aprivano negozi di abbigliamento e di stoffe. Nella parte meridionale fu costruito l’edificio della Banca e di fianco si aprì il negozio di oggetti d’antiquariato della famiglia Coen. Di fronte fu riaperta la nuova pescheria Lazzaroni. Negozio tutt’ora esistente e rinomato. Sulla torre dell’orologio, allora detta Torre della Rivoluzione si trovava l’altorilievo di Mussolini a cavallo, fu tolto anch’esso. Osservando le vecchie fotografie non era una brutta piazza, anzi aveva un

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suo fascino. La statua del Bigio, alcuni mesi dopo la sua collocazione, fu evirata e la zona coperta da una foglia di fico, perché troppo reale e dava scandalo. Ma era ammirata. La piazza della Vittoria era poi completata dal masso di granito scavato dalla montagna dell’Adamello, per commemorare il decennale della fine della Prima Guerra Mondiale. A ovest della piazza fu costruito il mercato coperto. Nel 1945 iniziò il calvario di questa piazza che aveva avuto il solo torto di essere stata concepita con canoni che ricordavano troppo il regime, per cui bisognava cancellare, demolire il più possibile. Il primo a sparire fu l’alto rilievo di Mussolini a cavallo, la statua del Bigio, la fontana. Verso gli anni del 196070 la piazza divenne parcheggio, poi si pensò di ri-

cavare un autoparcheggio sotterraneo, distruggendo la pavimentazione originaria per ricavare delle grate di sfiato. Non rispettando l’opera creata dal Piacentini. Le amministrazioni locali sicuramente non sono state sensibili all’opera nata sì, in un periodo storico buio, ma l’arte non deve essere accusata di complicità. E’ arte fine a se stessa. Per piazza della Vittoria purtroppo non è stato cosi. Non sono da prendere in considerazione le ipotesi di risistemazione con giardini e simili. Il Piacentini ha progettato una piazza non un giardino. Meglio tornare alle origini. Le fotografie storiche ci raccontano di una piazza in cui i cittadini si incontravano e sorseggiavano bibite. Ora è solo un brutto e continuo cantiere, abbandonato e trascurato anche dai giovani bresciani.

In alto un suggestivo scatto di vita quotidiana ai Portici del Granarolo. Qui a sinistra l’avviso del sindaco Bonardi che avverte la cittadinanza dell’espropiazione delle abitazioni del quartiere delle Peschierie per causa di pubblica utilità. Sopra uno scorcio di piazza Vittoria ripreso dall’alto. A destra un quadro dell’Inganni che raffigura la vecchia piazza del Teatro oggi Via X Giornate.

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strage piazza loggia

28 maggio 1974 14 aprile 2012

nessun colpevole Te lo puoi aspettare, ma quando arriva fa male lo stesso. E colpisce dritto allo stomaco. La Corte d’assise d’appello di Brescia, presieduta dal giudice Enzo Platé, il 14 aprile, due mesi esatti dopo l’inizio del secondo grado di giudizio per la strage di piazza della Loggia, entra in aula e consegna alla città - presente in tutte le sue componenti sociali più rappresentative - l’ennesimo verdetto di assoluzione per quei fatti tragici accaduti ormai 38 anni fa Nella foto le pettorine depositate alla base della stele dedicata alla memoria delle vittime della strage di piazza della Loggia

di Paola Castriota

I

n nome del popolo italiano viene confermata la sentenza di primo grado della terza inchiesta sulla strage: assoluzione per i cinque imputati ai sensi dell’art. 530 secondo comma del codice di procedura penale (la vecchia insufficienza di prove). In nome del popolo italiano giustizia è fatta. Non tanto in verità. Più che di giustizia, si dovrebbe parlare di legge laddove i maestri del diritto ci ricordano che spesso esiste una netta differenza tra QUELLO CHE RESTA E’ QUESTA LUNGA, ETERNA i due concetti. ATTESA CON CUI LA CITTA’ E L’INTERO PAESE La legge ha fatSTANNO ASPETTANDO DA TANTISSIMI ANNI UNA to il suo corso: RISPOSTA CHE DEVE ESSERE FATTA DI VERITA’ E DI se le due corti adite (il primo GIUSTIZIA E OGGI ENTRAMBE MANCANO grado è stato (Adriano Paroli sindaco di Brescia) presieduto dal giudice Enrico Fischetti) hanno confermato l’insufficienza di prove a carico degli imputati, l’assoluzione avviene di diritto e ci mancherebbe altro. Ma la giustizia è tutto un altro affare. E’ una ferita che ancora sanguina nonostante qualcuno nell’arco di questi 38 anni abbia continuato a pulire e disperdere quel sangue usando vari tipi di idranti. Ma il sangue trabocca e traboccherà per sempre dai tombini, dai cestini, dai faldoni di carte depositati in tribunale e dagli hard disk del nuovo processo in

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formato digitale. Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari delle vittime e coordinatore delle iniziative della Casa della Memoria di Brescia, commenta la decisione d’appello con un filo di voce. Dice che le sentenze vanno accettate, che aspettiamo di leggere le motivazioni, che speriamo almeno non ci siano lacune nelle ragioni della Corte. Però quelle veline dei servizi segreti, quelle omertà, quei silenzi di uomini di Stato riempiti solo molti anni dopo con dichiarazioni tardive rimaste senza esiti giudiziari, si domanda portandosi le mani davanti alla bocca. Tutto questo è ancora un grido assordante ma muto, come quello che esce dalle fotografie d’epoca, quelle che ritraggono i volti pietrificati delle persone presenti in piazza quel giorno. Manlio è stanco ma la sua missione prosegue: portare avanti l’esercizio collettivo di memoria partendo HO L’IMPRESSIONE CHE QUESTA SIA SEMPRE dalle scuole. Si tratta di una PIU’ UNA QUESTIONE PER STORICI E NON PER questione di ri- GIUDICI. E’ UNA SCONFITTA DELLO STATO conciliazione con (Laura Castelletti, consigliere comunale) lo Stato che è fortemente debitore nei confronti delle vittime, dei loro parenti, dei cittadini bresciani e di quelli italiani in un climax di appartenenza alla stessa comunità perché non esiste una vera democrazia civile ed evoluta dove la giustizia esce solo dalle pagine di storia e non dalle aule di tribunale. Questo, in nome del popolo italiano.


SPESE PROCESSUALI A CARICO DELLE PARTI CIVILI MA LA CASSAZIONE AVEVA STABILITO DIVERSAMENTE Oltre il danno la beffa, hanno rilevato alcuni dei presenti alla lettura della sentenza d’appello. Il motivo del disappunto per loro è stato doppio perché oltre all’amarezza per una verità giudiziaria svanita nuovamente, si è aggiunta l’assegnazione a carico delle parti civili delle spese processuali del secondo grado di giudizio. E’ sempre la legge a stabilirlo. La regola applicata dalla Corte d’assise d’appello (art. 592 1 comma c.p.p) stabilisce che la parte ricorrente uscita sconfitta debba accollarsi l’onere delle spese processuali. Tuttavia si rileva che la Cassazione con sentenza nr 14406 del 2002 aveva introdotto un’interpretazione più precisa: “all’impugnazione ai soli effetti civili delle parti civili si è affiancata l’impugnazione del pubblico ministero e quindi il presupposto per la condanna alle spese del procedimento è incrinato dalla considerazione che le spese sostenute per lo svolgimento del processo in grado di appello sarebbero state ugualmente sostenute indipendentemente dalla proposizione dell’appello da parte delle parti civili. Per altro verso non sembra conforme ad equità far gravare sulla parte privata spese provocate anche dall’impugnazione della parte pubblica; ne’ appare possibile discernere, come ha fatto la sentenza impugnata, tra spese ricollegate all’impugnazione dell’una o dell’altra parte”. Il governo Monti si è offerto di pagare le spese. Un gesto sicuramente elegante che tuttavia non cancella lo scivolone della Corte d’assise d’appello di Brescia.

L’INIZIATIVA IL PERCORSO DELLA MEMORIA L’idea è stata di Piergiorgio Vittorini avvocato di parte civile al processo alla strage. 490 formelle in serizzo per ricordare le vittime del terrorismo e della violenza politica. Nomi, cognomi, professioni, date di nascita e di morte accompagneranno il cammino che dalla colonna sbrecciata di piazza Loggia porta al Castello passando davanti alla chiesa di San Faustino in riposo, contrada Sant’Urbano e via Militare. «In questo 28 maggio che per diversi aspetti è molto amaro ci sarà l’inizio di questo percorso che si inserisce nel cuore della città» spiega Manlio Milani presidente dell’associazione parenti delle vittime e responsabile della Casa della Memoria di Brescia. «Un momento di costruzione con singoli nomi che stanno dentro una storia più grande per cogliere gli avvenimenti nella loro ampiezza unendo il particolare con il generale». I nomi sono stati presi dall’elenco ufficiale stilato dal Quirinale. Il Percorso della memoria, promosso da Comune, Casa della Memoria, Rotary Brescia e Bu e Bei, sarà interamente finanziato da privati, dunque a costo zero per l’amministrazione. Le prime nove mattonelle (dedicate alle otto vittime della strage di piazza Loggia e a Bianca Gritti morta nell’attentato di piazza Arnaldo) saranno posate in tempo per le celebrazioni del 28 maggio.

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diritto

DOVE NASCE L’ARTICOLO 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI? Rubrica a cura di Francesco Colantonio

M

oltissime volte abbiamo sentito discutere animatamente lavoratori o datori di lavori sui principi Costituzionali e sul famigerato art. 18. In genere gli addetti ai lavori (sindacalisti, lavoratori, datori di lavoro e tutti coloro che seguono con vivo interesse l’andamento politico-economico del paese) hanno cognizione di tale articolo e sono coscienti che esso costituisce solo uno dei basilari precetti previsti dalla legge n. 300 del 20 maggio 1970 il quale reca norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, sull’attività sindacale nei luoghi di lavoro nonché di norme sul collocamento. E’ bene rammentare che il diritto del lavoro ha assunto una vera e propria autonomia distinguendosi dal diritto privato solamente dopo la caduta del regime fascista e la conseguente approvazione della Carta Costituzionale. A dare rilevanza allo Statuto del lavoratore contribuì, in primo luogo, la realizzazione di modifiche alla legge che condusse ad un globale miglioramento delle condizioni del lavoratore e dei rapporti fra quest’ultimi e i datori di lavoro; in secondo luogo, il consolidamento delle regole disciplinanti i rapporti tra i lavoratori e le varie rappresentanze sindacali esistenti, tenuto conto anche delle rappresentanze sindacali minoritarie presenti nei luoghi di lavoro. In ordine al contenuto del testo della legge n. 300/70 si riscontra facilmente una rilevante esistenza di norme riservate sia al rispetto della dignità dei lavoratori sia all’ossequio della difesa di principi fondamentali dettati dalla nostra Carta costituzionale. E’ lo Statuto che introduce le forme di tutela del contraente debole e tale scopo si può notare nelle norme che tutelano il lavoratore in quanto persona (artt. 1,8 e 15). A tal proposito è utile rilevare che le norme costituzionali inerenti i rapporti

L’articolo 18 della Legge n. 300 del 1970 affonda le proprie radici nei principi fondamentali promulgati dalla Costituzione, ma il dibattito su una sua eventuale riforma continua ad accendere focolai di tensioni tra le parti sociali economici (art.35-47 Cost.) sono state quelle più rinnovate. Oltretutto il ruolo fondamentale che la nostra Costituzione ha attribuito al lavoro emerge dal fatto che la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni ed esso è posto come valore base dell’ordinamento nazionale. Tale precetto è riportato, in modo assoluto, esplicito e inequivocabile, negli artt. 1 e 4 della nostra Costituzione che così, rispettivamente, recitano: L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro e La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto cui fanno seguito altri fondamentali principi costituzionali che ineriscono una serie di diritti, in particolare: il diritto alla libertà sindacale, allo sciopero, alla tutela del lavoro, alla previdenza e assistenza sociale alla tutela delle donne lavoratrici e per i minori e non in ultimo il diritto alla retribuzione, alle ferie e ai riposi settimanali Per di più, la stessa tutela del lavoro rientra fra i principi fondamentali fissati dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Ed è fra questi diritti fondamentali che sono inclusi sia il lavoro subordinato sia quello autonomo e l’attività prestata a titolo gratuito e quella retribuita. La legge n. 300/70 si può definire quindi, come una delle principali norme attuate dal legislatore in materia di lavoro. Considerata la complessità e vastità della materia in esame, in questa circostanza, è necessario eseguire una selezione degli articoli facenti parte dello Statuto che si possono considerare tra i più significativi e rappresentativi. Ovviamente, com’è avvenuto nella Costituzione, non si può non iniziare a citare l’art 1 dello statuto; esso sancisce la libertà d’opinione del lavoratore, la quale non può essere soppressa né essere oggetto di alcun diverso trattamento indipendentemente da quelle che sono le differenti opinioni politiche o religiose dello stesso. Ne discende quindi che il lavoratore può manifestare il suo pensiero liberamente e il datore di lavoro non può opporsi né adottare

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provvedimenti disciplinari nei suoi confronti purché il suo pensiero non sia lesivo per altri lavoratori e quindi recare pregiudizio al normale svolgimento dell’attività aziendale. Altra fondamentale e non meno importante libertà è quella del controllo del lavoratore da parte del datore di lavoro. Il controllo è consentito al datore di lavoro ma esso deve avvenire soltanto durante lo svolgimento della prestazione di lavoro e potrà essere svolto con sistemi che non ledano in alcun modo la dignità del lavoratore, né all’interno né all’esterno dei luoghi di lavoro. Invero, a sostegno del rispetto della dignità del lavoratore, statuisce sia l’art. 2 sia l’art. 4 dello Statuto. Essi stabiliscono, per il datore di lavoro, i rispettivi divieti, in primis impiegare personale di vigilanza al fine di eseguire il controllo dell’attività lavorativa; in secondo luogo usare qualsiasi impianto audiovisivo ovvero ogni altro mezzo idoneo a finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. In ordine alla libertà dell’organizzazione e struttura sindacale lo Statuto nel titolo III, riconosce diritti non solo ai singoli lavoratori, ma anche al sindacato maggiormente rappresentativo; col medesimo titolo esso riconosce altresì la libertà sindacale ai lavoratori di riunirsi e d’effettuare propaganda elettorale nei luoghi di lavoro dandone preventiva comunicazione al datore di lavoro.

IL CRUCCIO

Forse non tutti sanno che il tanto discusso articolo art. 18 dello Statuto dei Lavoratori attiva la cosiddetta “tutela reale” L’art.18 merita una particolare attenzione in considerazione del fatto che esso a tutt’oggi funge da tutela reale avverso i licenziamenti ingiustificati (nulli o illegittimi) delimitando quindi il potere del datore di lavoro (che abbia più di 15 dipendenti o più di 5 dipendenti se trattasi di lavoratori agrari) di licenziare liberamente ovvero senza giustificato motivo. In effetti, l’obbligo di motivare e giustificare il licenziamento vige ancora oggi in virtù delle norme introdotte dalla legge n.604/1966. In ottemperanza a predetta legge, il datore di lavoro (come sopra specificato) ha l’obbligo di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro nel caso in cui il licenziamento sia avvenuto in assenza di giusta causa o giustificato motivo, oggettivo o soggettivo, sempre che sia stato giudicato inefficace ovvero considerato annullabile o nullo, nelle sedi competenti. Inoltre il giudice con la stessa sentenza condanna il datore al reinserimento del lavoratore in azienda e al risarcimento del danno previsto fissando la misura minima di mensilità prevista dalla norma, nonché una sanzione nel caso in cui il datore di lavoro non ottemperi a quanto dal medesimo stabilito in sentenza. Attualmente, stando così le cose, risulta particolarmente difficile licenziare. Purtroppo, dato il particolare momento di grave crisi economica che coinvolge il nostro paese e tutti i paesi dell’Unione Europea, il governo Monti ha deciso di mettere mano alla modifica del tanto decantato art. 18 al fine

COSI’ ANCHE NEL CALCIO

Il Cagliari non ha esonerato il tecnico Ballardini, lo ha licenziato con notifica per giusta causa. La differenza è sostanziale Davide Ballardini non è stato esonerato, ma licenziato per giusta causa.

In linea con le polemiche sull’articolo 18, il Cagliari non ci pensa due volte e manda via l’allenatore. La società del presidente Cellino dopo una lettera di richiamo inviata a Ballardini il giorno dopo la notizia dell’esonero ha proceduto a notificare il licenziamento in tronco per giusta causa all’Ufficio Territoriale del Lavoro di Cagliari. La differenza tra esonero e

di regolare e rendere più agevole e snella l’assunzione di manodopera nelle piccole e medie imprese. In conclusione i lavoratori rimangono in trepida attesa dell’agognata modifica proposta dal governo fiduciosi nella ripresa, sebbene lenta, della crescita economica del nostro paese.

FATTURE FALSE, NON CONTANO PIU’ I RICAVI Non esiste l’onere per il fisco di ricostruire i ricavi del contribuente nel caso in cui si tratti di fatture false comprovate da indizi gravi, precisi e concordanti (Cassazione n. 3267 del 2 marzo 2012) L’hanno statuito testualmente i Giudici di Legittimità: Quando l’Ufficio ritiene la fittizietà di tutti o alcuni dei costi dichiarati dal contribuente non ha l’obbligo di escludere in proporzione i ricavi dichiarati dal medesimo, né in ogni caso ha l’obbligo, quando procede a un accertamento, di ricostruire la dichiarazione del contribuente nella sua interezza, ma può ben limitarsi a verificare l’esistenza o meno dei costi dichiarati in ordine ai quali siano emersi dei dubbi, peraltro dovendo ritenersi l’effettività dei ricavi dichiarati dal medesimo contribuente - e da questo non disconosciuti - siccome comportanti una maggiore esposizione fiscale del medesimo. Ciò in quanto non esiste una relazione necessaria ed esclusiva tra costi e ricavi risultanti dalla medesima dichiarazione: l’esclusione di alcuni (o tutti i) costi dichiarati non significa necessariamente che il contribuente non abbia potuto in ogni caso realizzare i ricavi dichiarati (ad esempio vendendo il prodotto ad un prezzo maggiore ovvero vendendo un prodotto il cui costo non risulta dichiarato né documentato). Se infatti, il contribuente vuole che un costo sia considerato deve dichiararlo e provarlo documentalmente: il fatto che i costi dichiarati siano risultati inesistenti non significa perciò che siano tassativamente ed imprescindibilmente inesistenti anche i ricavi, i quali potrebbero, come sopra rilevato, riferirsi ad altri costi non dichiarati. Il caso in esame prende le mosse da una verifica fiscale effettuata dalla Guardia di Finanza a carico di una società di capitali nel corso della quale erano state contestate circostanze di fatto gravi, precise e concordanti che avevano indotto i summenzionati verificatori a ritenere che le operazioni di vendita eseguite dalla predetta società verificata alla società acquirente fossero del tutto inesistenti. A nulla è servita la prova giustificativa addotta dai responsabili della società verificata, i quali hanno esibito copia degli assegni bancari usati come forma di pagamento delle fatture, giacché la Suprema Corte di Cassazione, ha deliberato che “siffatta forma di pagamento non è significativa dell’effettiva esistenza delle operazioni commerciali, poiché trattasi di titoli di credito dai quali non emerge certo il rapporto sottostante potendo corrispondere all’assegno uno storno di pari importi”.

licenziamento è sostanziale: nel primo caso, Ballardini avrebbe continuato a percepire l’ingaggio pattuito, 800 mila euro per questa stagione, un milione per la prossima. Il Cagliari ha sospeso, con effetto immediato, il pagamento degli emolumenti, che ora Ballardini potrà ottenere qualora il giudice gli desse ragione. Il tecnico alla notizia del licenziamento si è barricato dietro un formale No comment. «Sinceramente non so nemmeno la procedura adottata con Ballardini» ha spiegato il presidente della società sarda «ma il licenziamento per giusta causa per me non è una novità: l’ho già fatto con Sonetti».

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musica

TRE DONNE ALLA PROVA

Hanno scelto un nome poetico, le tre musiciste che hanno deciso di dar vita a un nuovo Trio di violino, violoncello e pianoforte: si chiameranno Trio Aurora, un nome programmatico visto all’esordio della loro giornata musicale intendono iniziare un’esplorazione del repertorio cameristico dedicato a quest’organico strumentale. Le incontriamo in un’aula del Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia, dove tutte e tre le musiciste hanno studiato o si sono perfezionate: sono la violinista Anca Vasile, la violoncellista Marzia Saottini e la pianista Emanuela Baronio. E cominciamo proprio da quest’ultima, che è la fondatrice del Trio, conosciuta e apprezzata voce della vita musicale bresciana. «Il Trio “Aurora” è un Trio classico» racconta Emanuela Baronio «lo fondai una decina d’anni fa. Ora, con queste due nuove strumentiste ad arco, continuo sulla strada intrapresa allora».

Nella foto da sinistra Saottini, Baronio e Vasile

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E avete già esordito, con questa nuova formula? Il nostro primo concerto è in programma per il mese prossimo, a giugno, nell’ambito della rassegna Gargnano in musica diretta dalla flautista bresciana Erika Giovanelli e organizzata in collaborazione con l’associazione Franco Margola. In quell’occasione suoneremo il Trio n. 2 in la maggiore appunto di Franco Margola, autore bresciano originario di Orzinuovi, poi il secondo Trio in la minore op. 34 di Cécile Chaminade e infine la Fantasia del compositore boemo Viktor Novak. Musica tutto sommato recente, musica del Novecento. Una scelta programmatica per il vostro futuro in Trio? Una delle priorità del Trio Aurora - risponde Anca Vasile - è sempre stata proprio quella di portare al pubblico la musica nuova, in particolare quella del Novecento storico. Per intenderci quella che si colloca fra i grandi classici e le avanguardie. E la presenza di Franco Margola è ovviamente privilegiata Sì - risponde Emanuela Baronio - a questo autore bresciano abbiamo intitolato un’associazione e nel corso degli anni abbiamo riproposto tutta una serie di musiche tratte dal suo amplissimo catalogo; fra queste c’è anche il Trio che andremo a eseguire il mese prossimo a Gargnano e la cosa è particolarmente significativa perché fu proprio quella la composizione con cui all’epoca la prima versione del Trio Aurora iniziò i suoi concerti. Io lo vedo dunque come una ripartenza un nuovo avvio con l’intenzione di riscoprire altri, nuovi repertori. Tre donne musiciste. Avete già litigato? Per adesso no - risponde la violoncellista Marzia Saottini -

di Luigi Fertonani per adesso ridiamo molto quando siamo insieme, quando proviamo. Ma certo non tutto è facile: mettersi in gioco in tre donne comporta un notevole e paziente lavoro per raggiungere il necessario equilibrio, per trovare i compromessi necessari a raggiungere lo scopo. Un lavoro non facile, dunque. Io ho già avuto l’esperienza di un quartetto d’archi tutto al femminile - interviene Anca Vasile - e ho capito che quando tutte le componenti seguono la stessa idea, quando tutte vogliono la stessa cosa, bene, si passa facilmente sopra tutto il resto. L’importante è crederci, avere gli stessi intenti e anche non aver paura di mettersi in gioco: come in tutte le cose della vita, del resto. Avete dei modelli, intendo di complessi strumentali femminili? Di Trii femminili – ci dice Marzia Saottini - ne esistono altri, ma sono davvero pochissimi; più frequente è il caso di due donne agli strumenti ad arco e una figura maschile al pianoforte. Secondo la mia esperienza quando la presenza femminile è preponderante o addirittura esclusiva si discute di più; questo non significa che non si possa, che non si riesca a lavorare insieme. Anzi, credo che proprio grazie a questa maggiore vivacità, chiamiamola così, i risultati alla fine possano essere migliori. Marzia Saottini e Emanuela Baronio, due bresciane; e una violinista come Anca Vasile, che invece viene da lontano, visto che è nata a Tulcea, in Romania Sì – dice Anca Vasile – ma ormai sono in Italia da sette anni. Comunque credo che le proprie origini ognuno le porti dentro di sé; con queste mie colleghe e amiche bresciane mi trovo in sintonia, perfettamente.

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CHI TROVA UN LIBRO TROVA UN AMICO E UN TESORO Maratone e Olimpiadi anche per la testa che come qualsiasi altra parte del corpo deve essere allenata per consentire a bambini e alle bambine di poter un giorno affrontare la vita con la giusta preparazione mentale e culturale. I libri custodiscono un patrimonio di immenso valore per la persona e a Brescia c’è chi lo sostiene fermamente portando avanti iniziative davvero importanti

I

mmaginate di camminare per il Centro e imbattervi in un centinaio di bambini che vi intrattengono leggendo racconti tratti da libri. Non accade solo sull’Isola che non c’è, accade anche a Brescia. Il 26 aprile si è tenuta la seconda edizione dell’iniziativa La Maratona della lettura nata grazie alla Rete Biblioteche scolastiche Centro. Lo scorso anno parteciparono più di duecento bambini in grado di catalizzare l’attenzione dei passanti rapiti dal piacere dell’ascolto tra narrazione scritta e trasmissione orale. Hanno aderito all’edizione 2012 le scuole Diaz, Ungaretti, Boifava, Marconi, Buffalora, Speri, Collodi, liceo Copernico e Sraffa. Partner dell’evento l’associazione culturale Bresciabimbi, il Comune di Brescia, le biblioteche comunali e la Circoscrizione centro. Ma le iniziative non finiscono qui: il prossimo appuntamento è il 17 maggio al San Barnaba dove si tiene la finale della quinta edizione delle Olimpiadi della Testa ben fatta, un torneo di lettura promosso dai bibliotecari degli Istituti Comprensivi statali centro 1, centro 2 ed Est e rivolto alle classi quinte.

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IL CENTRO MALTA SI RILANCIA Ci si può incontrare sotto i portici, scambiare quattro chiacchiere e fermarsi in qualche negozio o a mangiare un boccone. E poi, a breve, scendere le scale (o addirittura prendere l’ascensore) e arrivare direttamente in metropolitana. Dove? Al complesso Malta, quello, per intenderci, che si dispiega tra l’omonima via e le vie Cefalonia, Malta e Creta, a Bresciadue. Centomila metri quadrati per circa mille tra attività e abitazioni. Questi i numeri dello storico complesso edificato nel 1972, oggi oggetto di diverse azioni di ammodernamento e pronto ad accogliere nuovi studi ed uffici. A caratterizzare la struttura sono in primo luogo i lunghi portici coperti che contornano anche i giardini interni, stimolo per incontrarsi e passeggiare riparandosi da ogni condizione atmosferica. Nota di lode è poi l’ampia disponibilità di parcheggi sia pubblici sia privati, sia all’aperto sia coperti. Ma non è tutto. Nell’ambito dei lavori di ammodernamento iniziati già da un po’, tutte le superfici sono videosorvegliate da alcuni anni e un ascensore ad uso pubblico è a disposizione per raggiungere tutti i piani così pure l’ingresso della metropolitana. Il complesso Malta è infatti l’unica struttura a presentarne l’accesso contiguo, direttamente all’interno. E le attività? Si può trovare di tutto, dalla banca alla palestra, dagli studi dentistici ai bar e ristoranti. All’interno del complesso hanno sede diverse compagnie assicurative, tra le quali Reale Mutua assicurazioni ed Ergo assicurazioni di Alessandro

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Lo staff di America Nails Beauty. Da sx Giovanna Rizzo direttrice tecnica, Raimonda Grussu titolare, Emanuela Donsi nail artist.


Squizzato, presente in loco dal 1994 e di grande rilievo sia per l’importante portafoglio gestito (oltre 10.000 clienti), sia per i volumi prodotti annualmente in termini di costante incremento, tanto nel ramo previdenziale che in quello assicurativo. Con all’attivo alcune importanti convenzioni come quella in esclusiva con il Musical Watch Veteran Car Club di Brescia, Ergo conta una trentina di professionisti che seguono personalmente le province di Brescia, Bergamo e Mantova. Non manca in via Malta nemmeno un’attività di richiamo per la cura e la bellezza del corpo come American nails & beauty, centro estetico, di dimagrimento e specializzato nella ricostruzione delle unghie, oggi fulcro di attenzione per ogni donna. Un’atmosfera rilassante e uno staff di operatrici altamente qualificate possono qui assicurare piacevoli ore per dedicarsi a se stesse. Così come non mancano agenzie immobiliari come Intermedia, società che dal ’99 si occupa di compravendita di uffici (mentre la sede di via Cattaneo lavora sulle abitazioni). Trovare spazio all’interno del complesso oggi è comunque ancora possibile. «Gli immobili, di proprietà di enti pubblici e privati fino a una decina di anni fa, sono in seguito stati dimessi e alcuni spazi sono ancora liberi» spiega Fabio Pasinetti, amministratore dell’ Immobiliare Intermedia, che effettua la commercializzazione di una parte di essi. «C’è disponibilità di uffici e negozi di varie dimensioni e dai prezzi appetibili, situati in ottima posizione, da vendere al rustico oppure finiti su indicazioni dell’acquirente e quindi personalizzati. Chi è interessato può telefonare allo 030.49557 oppure 030.225524». Il complesso Malta sta insomma tornando in auge, grazie a migliorie nella gestione e a svariati interventi di ammodernamento. Perché non approfittarne? C.P

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L’amministratore delegato di Intermedia Fabio Pasinetti


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Calvizie?

un estraneo in casa

«

Chi sta iniziando a perdere i capelli» spiega il dott. Daniele Campo, fondatore della Società italiana di tricologia «dovrebbe innanzitutto rivolgersi ad un medico con competenze specifiche in ambito tricologico:

il primo e più importante passo è una corretta diagnosi. Purtroppo molti medici sottovalutano il problema e si limitano ad un paternalistico consiglio alla rassegnazione, mentre la calvizie può essere seriamente presa in considerazione in ambito medico e con buoni risultati. D’altro canto, invece, molti prodotti in commercio hanno un’utilità assolutamente non giustificata rispetto, ad esempio, al loro costo». Campo che è medico chirurgo specializzato in medicina estetica e docente di trichiatria, ha scritto un libro Calvizie comuni Istruzioni per l’uso, considerato un manuale di riferimento

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dai medici non specialisti che vogliano migliorare le competenze sull’argomento, ma anche una vera e propria guida per chiunque voglia capire e sapere come affrontare il problema della calvizie. Nelle pagine il testo spiega le diverse patologie che provocano la perdita dei capelli, ripercorre storicamente i trattamenti utilizzati per prevenirla e per trattarla, e ricorda le pietre miliari delle scoperte scientifiche nella comprensione dell’alopecia androgenetica. E’ presente anche un elenco di strutture specializzate e localizzate sull’intero territorio nazionale e in un elenco dei siti web specializzati inclusi forum di scambio d’opinioni.

FIBROMI UTERINI:cosa sono? elle over 40 la prevalenza arriva al 20 per cento. Molti i disturbi associati, sia fisici che psicologici.

Una ricerca internazionale ha coinvolto in Italia oltre 2.500 donne, intervistate attraverso il web. Il risultato è che il nostro è uno dei Paesi in cui i fibromi sono maggiormente diffusi, con una prevalenza attorno al 10 per cento nella popolazione generale che diventa addirittura doppia fra i 40 e i 49 anni. L’indagine è stata coordinata da Anne Zimmermann dell’università Charité di Berlino e pubblicata su BMC Women’s Health e ha coinvolto più di 21mila donne in otto Paesi. L’Italia non ne esce particolarmente bene: con il 9,8 per cento di prevalenza di fibromi nelle donne fra 15 e 49 anni è il Paese dove il disturbo è più frequente (nel Regno Unito e in Francia, per dire, la frequenza si aggira attorno al 4,5-4,6 per cento). L’età media delle pazienti che hanno avuto la diagnosi è circa 34 anni, ma è soprattutto dopo i 40 che i fibromi diventano più comuni, arrivando a colpire due donne su dieci. Il sintomo lamentato dalle donne con fibromi è prima di tutto un ciclo frequente e abbondante: il 60 per cento soffre di me-

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struazioni molto intense, il 37 per cento ha un ciclo lungo e irregolare, una su tre ha sanguinamento fra una mestruazione e l’altra e cicli più ravvicinati del normale. Non mancano i dolori, più comuni fra le donne con fibromi: si va dalla sensazione di peso alla vescica, che riguarda una paziente su tre, al dolore durante il ciclo mestruale, subito prima o subito dopo; comune anche il dolore ai rapporti sessuali (23 per cento) o il dolore pelvico cronico (14 per cento). «Quello che più preoccupa è che oltre una donna su due rivela come i sintomi abbiano avuto un impatto negativo sulla qualità di vita nell’ultimo anno – spiega la dottoressa Zimmermann –. Il 43 per cento delle donne con fibromi dice di aver avuto problemi nelle relazioni sessuali per colpa del dolore o dei fastidi provocati dal disturbo, il 27 per cento riferisce di aver avuto un calo nel rendimento sul lavoro o un peggioramento dei rapporti con il partner o i familiari». Il trattamento dei fibromi uterini varia molto da un Paese all’altro e quasi sempre si ricorre ad antidolorifici e pillola contraccettiva. Per le italiane infine c’è una buona notizia: l’Italia, assieme alla Francia, è il Paese dove si fanno meno isterectomie per eliminare i fibromi e in generale, a indicare come finalmente l’opzione di togliere tutto l’utero sia riservata solo ai casi in cui è davvero necessario.


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Care amiche che bello iniziare questa avventura con voi! Ho ricevuto tantissime domande, rispondiamo qui a quelle di interesse comune. Parlando tra di noi, dei nostri desideri e di come fare per sentirci in forma e belle. La bellezza è quel qualcosa che aleggia intorno a noi, che traspare da noi quando la mattina ci guardiamo allo specchio e pensiamo: “mmh niente male oggi, sono quasi bella!” Eh si, quel “quasi”, che spesso però ci rovina le giornate, non siamo mai abbastanza... belle, in forma, giovani, Ora basta! Prendiamoci cura di noi, per il piacere di volerci bene, perché per infondere serenità, dobbiamo prima averla, perché per piacere, dobbiamo prima piacerci. Frase Banale ma che ci tocca sempre. Dimagrire sui fianchi Salve ho il problema di non riuscire a dimagrire in vita sui fianchi. Controllo la mia alimentazione non esagerando a pranzo e mangiando la sera solo yogurt e insalata e sono abbastanza... in forma ma sui fianchi ho due odiosi cuscinetti di cellulite che non se ne vanno. Che posso fare? Qualche particolare esercizio di ginnastica? Grazie. Veronica Cara Veronica La zona dei fianchi è critica per molte donne sia per conformazione che per struttura muscolare e non sempre semplice da rimodellare. Al contrario di altre zone, palestra ed alimentazione non sono sufficienti, ti consiglio un trattamento mirato che possa modificare la forma, come l’osmosi inversa. Questo trattamento elimina i centimetri accumulati nelle zone critiche, cambiando in modo visibile la silhouette. Importante è capire la tua storia, da quanto tempo hai questo inestetismo o se ci sono stati problemi di sovrappeso od altro. Quello sgradevole gonfiore alla pancia Buongiorno dottoressa, premetto che vado in palestra due volte a settimana e svolgo esercizi anaerobici (pesi in relazione all'intera muscolatura) e aerobici (corsa 30 min) Curo l'alimentazione mangiando carboidrati a pranzo (pasta) e carne/bresaola/prosciutto crudo a cena insieme a verdure o formaggio. A colazione in genere mangio toast, yogurt e succo d'arancia (il latte lo bevo raramente). Purtroppo spesso ho un problema di gonfiore alla pancia (non sempre in relazione al ciclo mestruale) e la definizione della muscolatura è ancora "appannata" (nel senso che i muscoli ci sono ma restano "sommersi" dallo strato di adipe che non è eccessivo ma comunque c'è e mi dà fastidio). Cosa dovrei fare? Potete aiutarmi? Grazie. Paola

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FACEBOOK VICINO AL MILIARDO

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l 31 marzo contava 901 milioni di utenti attivi al mese, il 33% in piu’ rispetto ai 680 milioni del 31 marzo 2011. Alla fine del primo trimestre le amicizie sul social network hanno raggiunto quota 125 miliardi, con 300 milioni di foto caricate al giorno. Facebook si prepara a sbarcare in Borsa dove, secondo indiscrezioni, potrebbe arrivare nella settimana del 14 maggio o del 24 maggio. Nel frattempo però è rallenta la corsa di Facebook in vista dello sbarco. Nel giorno in cui ha annunciato di aver acquisito per 550 milioni di dollari in contanti la maggioranza dei brevetti Aol da Microsoft, Facebook comunica alla Sec di aver archiviato il primo trimestre con un utile netto di 205 milioni di dollari, in calo del 12% rispetto ai 233 milioni di dollari dello stesso periodo dell’anno scorso. I ricavi si sono attestati a 1,06 miliardi di dollari, il 45% in più rispetto al 2011 ma il 6% in meno rispetto al trimestre precedente. Un rallentamento legato all’aumento delle spese di marketing e di ricerca. La corsa all’acquisto dei brevetti è iniziata con un preciso intento: «E’ un altro passo in avanti nel processo di costruire un portafoglio di proprietà intellettuale che metta al sicuro Facebook nel lungo termine». La corsa ai brevetti delle società tecnologiche è accelerata anche in seguito alle aspre battaglie legali fra le società per tutelare la loro proprietà intellettuale e conquistare quote di mercato nel settore crescente degli smartphone. L’accordo fra Microsoft e Facebook su Aol segue l’acquisizione da parte di Google di Motorola Mobility soprattutto per mettere le mani sul vasto portafoglio brevetti della società telefonica, e le numerose offerte per l’acquisto dei brevetti Nortel Network.

GIOVANI PAPA’: ANCHE PER LORO DEPRESSIONE POST PARTO Un nuovo studio australiano conferma che i novelli padri, in particolare i giovani under 30, sono vulnerabili quanto le madri alla depressione postnatale e suggerisce che le pratiche correnti di screening e di supporto per le nuove madri siano estese ai loro compagni. Secondo lo studio del Parenting Research Centre di Melbourne, pubblicato sulla rivista Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology, nei primi 12 mesi dal parto la depressione colpisce in uguale misura entrambi i genitori

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società

CHIAMATECI SPERANZA Storie di vita che insegnano a non arrendersi alle crisi e alle difficoltà, ma a rimboccarsi le maniche e rischiare magari andando all’estero. Se dopo la laurea è difficile trovare un impiego nell’ambito degli studi fatti, questo non vuol dire per forza rinunciare. Il segreto del successo personale non sta solo nelle capacità, ma soprattutto nella versatilità e nello spirito di iniziativa

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di Sara Gasparotti

n un periodo storico di grave crisi economica in cui la società è impregnata di pessimismo per il presente e fatica a vedere prospettive di crescita, alcuni giovani laureati italiani stanno dimostrando che il futuro non è così buio, ma ha in serbo importanti germi di rinascita se si è capaci di coglierli con intelligenza e tenacia.

Facendo tesoro del proprio percorso di studi sono riusciti a reinventarsi e a reinventare il mondo circostante aprendo così la strada a nuovi percorsi lavorativi. I loro punti di forza sono la fiducia nelle proprie potenzialità e nel futuro, la capacità di guardare al mondo nello stesso tempo con profondità e concretezza, la costante versatilità e lo spirito di iniziativa. In sostanza ciò che li definisce è una mente aperta, espressione molto esaltata, ma che non sempre trova riscontro nella realtà. Tutti hanno maturato importanti esperienze all’estero nel corso degli anni di studio o appena dopo la laurea, esperienze che si sono dimostrate un trampolino di lancio formidabile. Alice Vallone, astigiana di 27 anni, dopo aver studiato allo Ied di Torino e aver lavorato per qualche tempo a Milano, è approdata a New York dove è diventata una freelance per una web agency. La sua creazione si chiama Nuok, un sito internet per gli italiani all’estero che ha riscosso un immediato successo. Marco Tantardini ha quasi 28 anni è laureato in Ingegneria aerospaziale a Milano e dopo un periodo in Olanda è riuscito a creare

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una rete di relazioni internazionali sul web arrivando fino alla Nasa, con la quale ormai lavora stabilmente all’interno di un importante team. Claudia Aragno, 28 anni, non appena laureata in Medicina a Torino si è proposta ad alcuni ospedali in Svizzera e, dopo alcune iniziali delusioni, i risultati non hanno tardato a venire: è ora assistente di Pediatria all’Hospital de l’Enfance di Losanna. Lapo Tanzj, fiorentino di 28 anni, laureato in Economia dello sviluppo e della cooperazione internazionale, dopo aver creato una cooperativa non-profit insieme a due compagni di università e aver preso parte ad uno stage all’estero, ha oggi un’attività nel campo della consulenza sanitaria, che vanta un ottimo fatturato e che si è estesa anche in Cina. Ma la capacità per eccellenza in un mondo tecnologico come quello odierno è l’intelligente gestione dell’informazione sul web e di ogni strumento digitale che in molti casi porta a incredibili sorprese: Roberta Campagnolo, delusa dalle prospettive di insegnamento in Italia, è diventata responsabile di un portale grazie a un attento e creativo utilizzo dei mezzi digitali, mentre Elena Favilli, specializzata in Semiotica a Bologna, dopo aver studiato i nuovi media alla Berkeley in California, ha creato la prima rivista digitale per bambini. Infine si può ricordare ancora l’esempio di Veronica Diaferia, trentenne laureata in Filosofia, che dopo un tirocinio trasformatosi in un contratto di lavoro a New York, ha ora una sua società di spot, la Special Team; oppure Ottavia Spaggiari, ventinovenne laureata al Dams di Bologna che, dopo un periodo in California, è tornata in Italia e ha ideato un file che spiega i film ai non vedenti. Il progetto è stato premiato dalla regione Emilia-Romagna. Se la fiducia si è dimostrata la condizione essenziale per ogni percorso di vita appena affrontato, sempre la fiducia farà sì che questi giovani non rimangano delle brillanti meteore, ma superino l’applaudita fase iniziale rendendo duraturo nel tempo ogni loro progetto.


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I VIZI DELLA CASTA

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C’era una volta, nel 2001, un ministro di nome Franco Bassanini che, di fronte alla dilagante “fuga di cervelli” dalla nostra penisola, decise di premiare certi eccellenti dirigenti pubblici con stipendi proporzionati al merito. Ma poi qualcosa è andato storto di Chiara Barucco

o Stato iniziò a elargire laute ricompense a coloro che, grazie a straordinarie capacità e ardite gesta, si prodigavano per il bene del popolo italiano.

Una storia a lieto fine, verrebbe da pensare. Non proprio, visto che il nostro bel Paese sta rischiando di finire come quel gigante del mare incagliatosi sulle rocce del Giglio. Sottrarre al povero per dare al ricco, ma la cosa più sconcertante è che nessuno sa spiegare come ciò sia potuto accadere. In realtà, come dimostrano i dati del ministero della Funzione pubblica relativi al 2011, chi in passato si è fatto paladino della giustizia per “dare a Cesare quel che è di Cesare” ha innescato (inconsapevolmente?) un meccanismo di distribuzione degli incarichi statali: una sola persona svolge non uno ma più lavori, da cui derivano soldi extra che si cumulano allo stipendio; così, mentre le buste paga dei comuni mortali sono sempre più leggere, quelle di questi signori volano ben oltre la soglia dei 294 mila euro, il tetto massimo fissato per i dirigenti statali dal decreto “Salva Italia”. Oltre al danno, la beffa: la situazione è talmente fuori controllo che nemmeno lo Stato è in grado di calcolare a quanto ammontano esattamente i super stipendi dei suoi manager, alla faccia delle norme sulla trasparenza. Ecco a voi una breve rassegna delle poltronissime. Cominciamo dall’ex Ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio, andato in pensione nel 2002 con 17.892 euro lordi al mese, che oggi riveste cinque incarichi pubblici: presidente del collegio sindacale di Fintecna, di Fintecna immobiliare, di Telespazio, del consiglio di amministrazione della Consap e consigliere del Formez, per un totale di circa 300 mila euro. C’è poi Gaetano Caputi, ex capo dell’ufficio legislativo di Tremonti: direttore gener-

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ale della Consob e componente della Commissione antiscioperi, nonché docente fuori ruolo della Scuola superiore dell’economia e delle finanze (in pratica viene retribuito senza insegnare), il suo reddito si aggira intorno ai 677.836,20 euro. Ma il record assoluto spetta ad Antonio Mastrapasqua, che in veste di presidente dell’Inps guadagna 216.711,67 euro, a cui vanno aggiunti gli incalcolabili extra derivanti dagli altri trentadue incarichi – avete capito bene – in società pubbliche e private tra cui, sembra un paradosso, anche Equitalia. Dove troverà il tempo per dedicarsi a tutte quelle attività? Per non parlare dell’ex parlamentare Giuseppe Vegas, ex sottosegretario all’Economia ed ex funzionario del Senato, una pensione di 20 mila euro lordi al mese, che da presidente della Consob prende 387 mila euro all’anno. «Dobbiamo adeguarci agli stipendi dell’Unione europea» è stato l’appello di Tremonti della scorsa estate, ma il sentiero è impervio: l’Istat, infatti, non ha ancora trovato un dirigente pubblico straniero che guadagni tanto quanto un italiano. E pensare che Obama si accontenta di 400 mila dollari! Che dire, se sono questi i “cervelli” forse era meglio lasciarli fuggire fin da subito, almeno ora non ci troveremmo sull’orlo del baratro. Su questo argomento ci sarebbe da discutere per giorni interi, ma si sa, cari lettori, in tempi di crisi è bene risparmiare anche le parole.


società

VITA DA MANAGER

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di Chiara Barucco

Oh che bella vita che bella davver la vita del bucanier, su e giù per il mare io voglio andar del pirata mi piace il mestier!»

è la canzone che cantavano i pirati sdentati dell’allegra ciurma di Capitan Uncino nel cartone animato di Peter Pan prodotto da Walt Disney nel 1953. Eppure, c’è chi è pronto a scommettere che se fossero approdati con il loro bel galeone sulle coste italiane negli ultimi anni si sarebbero messi a fare chi il presidente della Ferrari, chi l’amministratore delegato della Fiat, chi il presidente della Pirelli e così via, altro che pirati! Sì, perché ciò che accomuna rispettivamente Luca Cordero di Montezemolo, Sergio Marchionne e Marco Tronchetti Provera, per citarne tre qualsiasi, è lo stipendio milionario da fare invidia perfino a Zio Paperone: 5,5 milioni, 5 milioni e 6,6 milioni, lordi ovviamente, come rivelano le reportistiche aziendali relative al 2010 (ma in alcuni casi, come per Montezemolo e Marchionne, aggiornate al 2011). In Italia, infatti,

sono numerosi i top manager delle grandi società quotate in borsa che godono non solo di compensi a sette cifre, ma anche di svariati benefit o vantaggi: tra questi, auto e aerei aziendali con spazi comodi e orari su misura, tessere d’iscrizione gratuita a importanti associazioni sportive e culturali, corsi di formazione e aggiornamento nelle più prestigiose università del mondo e affitti in lussuosi appartamenti in centro città, il tutto a spese dell’impresa, nonché clausole speciali in caso di chiusura del rapporto di lavoro. Sembra proprio che le aziende private italiane presenti a Piazza Affari non badino a spese quando si tratta di retribuire sia i propri dirigenti (ai quali affidano responsabilità non indifferenti), sia coloro che all’interno dell’impresa rivestono cariche meno autorevoli di quelle sopra ricordate: si pensi ad esempio che qui un consigliere non esecutivo, quindi privo di particolari deleghe, guadagna in media 84 mila euro contro i 77 mila dei suoi colleghi europei, così come un presidente non esecutivo porta a casa 383 mila euro contro 292 mila. E ci si mette pure lo Stato italiano che, in quanto azionista di società quotate in borsa, contribuisce a far lievitare quelli che sono già di per sé super compensi. Basta poco,

insomma, per mettere da parte un bel gruzzoletto di centinaia di migliaia di euro se sei un top manager, meglio ancora se lavori all’estero per conto di un’impresa italiana: alla retribuzione classica, che può superare tranquillamente il milione, si aggiungono montagne di denaro per l’autista privato, il mega loft in centro, l’istituto scolastico di massimo prestigio per i figli... e tanto altro ancora. Sembrerà impossibile, ma queste retribuzioni stellari sono spiccioli nei confronti di quelle dei dirigenti delle grandi aziende degli Stati Uniti: infatti, secondo la più recente classifica stilata da Forbes nel 2011 relativa ai compensi del 2010, il manager più “povero” supera i 30 milioni di dollari, mentre il più ricco arriva a 102 milioni. Tuttavia, per avere notizie ancora più aggiornate sugli stipendi dei top manager nostrani bisogna attendere i bilanci e le relazioni delle aziende riferiti al 2011, attualmente in fase di pubblicazione. Saranno stati travolti anche loro dalla crisi? Avranno battuto i loro colleghi americani negli zeri sugli assegni? Chissà. Intanto che aspettiamo le risposte, non ci resta che metterci comodi sul divano a guardare Peter Pan.


sport

E uno!

Il rugby Calvisano si è aggiudicato il primo trofeo stagionalo vincendo la coppa Italia. Suo anche il primato nella regular season ma la mischia non si ferma e continua a spingere per raggiungere la meta più importante. Parola di capitan Paul Griffen

A

di Loredana Taffelli

Paul Griffen capitano del Calvisano

lla sua tredicesima stagione con la maglia del Calvisano, Paul Griffen si sente parte integrante di una società che negli anni, secondo lui, ha saputo fare miracoli. «Nessuno 36 mesi, quando la società ha fatto un passo indietro,  avrebbe mai immaginato quel che sarebbe successo. Oggi pensare di affrontare le semifinali è ancora bello, anche se io ne ho già fatte tante, è sempre una bella emozione. Per i giovani, che la vivono per la prima volta è un’esperienza forte, e io dico loro di fare quello che fanno sempre, perché è così che si affrontano le grandi partite, facendo ciò che fai di solito. Sono partite particolari, a questo punto non conta cos’hai fatto durante la stagione, ora ci si concentra solo su quella partita. Io che sono un po’ vecchietto metto a disposizione la mia esperienza oltre che in campo anche con i ragazzi della squadra, nelle piccole cose, un telefonata quando si fanno male in partita, o un consiglio da fratello maggiore all’occorrenza. Anche il cuore dei trentadue rugbisti del Calvisano ha reso grande questa realtà». Oggi che il traguardo è lì a pochi passi, Paul guarda con un sorriso agli anni passati: «La scalata del Calvisano in tre anni non è una cosa normale. La società ha scommesso sui giovani ed eccoci ancora qua al vertice del massimo campionato. I tecnici Deane Mckinnel e Beppe Mor sono stati bravi a crescere questo gruppo, l’arrivo poi di alcuni grandi giocatori e di Andrea Cavinato han fatto il resto. Il Rugby Calvisano è stato per tanti anni, con sette finali, di cui due scudetti, un punto di riferimento per il rugby italiano, e oggi ci sentiamo ancora in grado di competere, e in parte lo abbiamo già dimostrato portando a casa la coppa del Trofeo Eccellenza». Per il suo futuro personale Paul Griffen sogna un ruolo da assistent coach nel Calvisano «perché conosco bene questi ragazzi, alcuni hanno quindici anni meno di me e mi vedono come un idolo, un esempio da seguire, vorrei rimanere nella squadra per continuare a dare il mio contributo».

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sport

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DAMMI IL CINQUE

nche se a noi potrebbe sembrare un po’ strambo, si tratta del leggendario gesto vincente, una mossa che i campioni eseguono in segno di vittoria, per sfogare tutta la gioia e la tensione dopo aver segnato un goal, fatto meta o stabilito un nuovo record. E pensare che all’inizio erano tutti più contenuti e silenziosi, in perfetto stile british: solo una stretta di mano o una pacca sulla spalla; d’altronde, perché scomporsi più di tanto? Eppure, tutti abbiamo ripetuto almeno una volta nella vita il famosissimo “dammi cinque”, il gesto inventato dal giocatore di baseball Gleen Burke, che diede l’high five al compagno Dusty Baker durante la sfida tra i Los Angeles Dodgers e i Houston Astros disputata il 2 ottobre 1977; a distanza di 35 anni, quella mossa istintiva di esultanza resta la più copiata in assoluto in tutto il mondo ed è

diventata un’espressione di amicizia e complicità talmente importante che in America se ne celebra la ricorrenza il 19 aprile. Potendo contare sulla più potente vetrina mondiale (la televisione) in grado di trasformare anche il gesto più spontaneo e personale in un tormentone collettivo gli atleti hanno scatenato la propria fantasia per trovare quel gesto che li avrebbe resi immortali nei secoli come un marchio di fabbrica. L’esempio forse più

Quante volte, guardando una competizione sportiva allo stadio o in televisione, ci è capitato di vedere gli atleti contorcersi in particolari gesti o inconsuete smorfie?

eloquente è rappresentato dagli All Blacks, la nazionale neozelandese di rugby, che prima di ogni incontro si esibiscono nella Ka Mate, la più nota forma di danza maori. Restando sempre nella sfera religiosa, atleti di tutto il globo non entrano in gioco senza aver fatto il segno della croce, semplice e denso di significato, anche se poi in campo ne combineran-

La Svezia ai mondiali di calcio femminile era solita festeggiare i gol con un balletto molto particolare

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no di cotte e di crude. Sembra che lo sport in grado di sfornare il maggior numero di mosse di successo sia il calcio; negli anni ‘90, infatti, la Roma poteva contare addirittura sul supporto di un gruppo di artisti di cabaret che inventava gesti ad hoc da proporre ai calciatori. Quali sono, dunque, i gesti degni di cotanta fama? Il trenino, eseguito per la prima volta vent’anni fa da Igor Protti insieme alla squadra del Bari; il gesto della culla per celebrare la rete, ad opera del brasiliano Bebeto durante i mondiali del ‘94 negli USA; la danza nell’angolo, inaugurata da Juary dell’Avellino e culminata con la distruzione della bandierina da parte di Antonio Cassano. Marco Delvecchio della Roma si portava la mano all’orecchio come per ascoltare il tripudio dei tifosi; Totti, dal canto suo, si metteva il pollice in bocca a richiamare quello di un neonato; Fabrizio Ravanelli fu il primo a infilare la testa nella maglia, gesto non solo imitato, ma forse estremizzato da alcuni giocatori che, sfidando anche temperature polari, sono rimasti a torso nudo e si sono beccati un sonoro cartellino giallo, oltre a una bella polmonite. La nuotatrice Laure Manaudou ad ogni vittoria faceva la forma del cuore con le mani, gesto ripreso dal calciatore milanista Pato. Nell’atletica leggera, invece, il primatista mondiale dei 200 metri Usain Bolt ha sfoderato la mossa dell’arciere, la più cliccata degli ultimi anni, rivisitata dallo sciatore nostrano Max Blardone, con sci e bastone a evocare arco e freccia. La competizione dei gesti vincenti è appena iniziata, dunque avanti, c’è posto! E che vinca il migliore! c.b.


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Panorama Bresciano Maggio 2012