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fluente capigliatura, diventata il suo inconfondibile marchio. Cos’è per te, Ivan, il giornalismo sportivo? Qualcosa che richiede, a chi lo deve interpretare, una natura e una formazione sportiva. Perché senza è molto difficile raccontare la passione e le emozioni dello sport. E tu questa formazione l’hai avuta… Io sono cresciuto nello sport, con la testa nel calcio. Ho vissuto le emozioni di un incontro, quelle della vigilia, conservo il distinto ricordo di tante situazioni tecniche e agonistiche, con tutta la loro intensità. Alcune mi succede di riviverle in sogno ancora oggi, 40 anni dopo. Ne parlavo giorni fa a dei giovani calciatori che stavano per iniziare un torneo: «Assaporate

ogni momento di questa vostra esperienza e fatene tesoro, perché vivrete sensazioni uniche per forza e autenticità». Insomma, il giornalista sportivo è una figura a sé? Sotto molti aspetti è proprio così. Ecco, un giornalista sportivo può poi dedicarsi brillantemente alla cronaca, al costume, alla politica, ma il contrario è ben più difficile. Posso fartene tanti di esempi, da Sergio Zavoli a Cesare Lanza, da Antonio Ghirelli fino, in tempi recenti, a Giuseppe De Bellis. E, ancora, Massimo Gramellini, cresciuto con noi al Corriere dello Sport, come Curzio Maltese. O Giorgio Fattori, un altro grandissimo esempio, e così Maurizio Crosetti. Insomma, la teoria non basta. No, il linguaggio, la mentalità, la passione non puoi fartele venire, ce le devi avere dentro. Come la conoscenza delle dinamiche, che non sono semplici. Poi il percorso continua. Io, come tanti altri colleghi, mi sono formato all’estero, incontrando e confrontandomi con i più grandi, da Platini a Pelé, fino a Maradona. O Roberto Baggio, che è diventato per me come un fratello. Era il mio idolo assoluto e mi ha regalato emozioni che soltanto chi è nato nel calcio può comprendere. Poi allenatori come Rinus Michels, inventore del calcio totale dell’Olanda di Cruijff, o Fabio Capello e Guy Thys. E da come ce ne parli si percepisce quanto siano stati coinvolgenti questi incontri. Ma sì, per me era una roba pazzesca, soprattutto i primi anni. E se anche poi è subentrata inevitabilmente un po’ di routine, restano sempre esperienze meravigliose. Ma solo se davvero ti emozionano puoi emozionare gli altri, scrivendone. Ovviamente occorrono capacità e buoni maestri, e io ne ho avuti di fantastici, che ti insegnano a incanalarle bene. Cos’è lo sport? È una cosa seria, perché ha una capacità di coinvolgimento senza eguali. Se togli le emozioni che possono darti la famiglia e l’amore, 3

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non c’è altro che riesca a emozionarti e a farti sentire vivo più dello sport. Ecco, lo sport fa sentire vivi, praticandolo ancora di più, vedendolo meno, però è qualcosa di vivo e gioioso. Molti dirigenti non lo capiscono e con le loro "battagliuncole" lo stanno ammazzando. Perché? Perché è diventato, il calcio in particolare, sempre più un fatto economico, finanziario. Si è smarrito il lato ludico, quello più genuino. Forse anche noi abbiamo sbagliato nel linguaggio, quando dicevamo: «Se la squadra fallisce l’accesso alla finale perde 100 milioni di euro». Dovevamo limitarci a parlare delle conseguenze sul piano sportivo. Quando abbiamo reso tutto economia, ci siamo allontanati dall’essenza vera del calcio. Che però è più gioco che sport, vero? Il calcio è gioco, sì, certo. Lo disse anche Gianluca Vialli, un tempo. È un gioco, che contempla quindi i bluff, come la simulazione, atteggiamenti che spetta agli arbitri frenare e sanzionare. Comunque nel gioco cerchi sempre di vincere provandole tutte, poi hai dei giudici che decidono se hai fatto bene o male, se puoi farlo o no, c’è un regolamento, ci sono delle norme. Però il calcio è gioco. Che dovrebbe essere, appunto, sinonimo di allegria. Siamo nel periodo di Carnevale, tema che trova ampio spazio su questo numero della Freccia... Sì, il calcio dovrebbe trasmettere gioia, e la trasmetteva, poi sono intervenuti prepotentemente questi condizionamenti economici, i fatti di violenza e altri episodi che lo hanno reso molto meno divertente e allegro. A proposito di violenza, periodicamente se ne torna a parlare per gravi fatti di cronaca. Non c’è rimedio? Ci sarebbe, ma non servono convegni, tavoli, provvedimenti. La realtà è che manca la volontà di risolvere il problema alla radice. Perché? Perché l’ultratifo vale circa 40mila

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La Freccia - febbraio 2019