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alla fine di febbraio il rifacimento dell'ospedale pediatrico che il Papa aveva visitato quando era andato ad aprire la prima Porta Santa, in quella che viene chiamata la capitale spirituale del mondo, nel Paese più povero del mondo. Il Pontefice ci ha dato anche le risorse economiche e personali per questo intervento medico e umanitario. Ecco, lì stiamo curando la formazione di medici e paramedici in accordo con l'università. Poi siamo in Etiopia e in Tanzania. Facciamo formazione negli ospedali pubblici della Siria, a Damasco e Aleppo, in Giordania, in un centro di neuro-riabilitazione a Karak. Abbiamo progetti di ricerca con la Cina e la Russia, con medici e studenti che vengono qui a fare alta formazione. Siamo in Georgia, in Cambogia. Stiamo preparando un viaggio in Corea del Sud, in un ospedale cattolico a Seoul, per un progetto di collaborazione sanitaria tra le due Coree. In questi quadranti difficili, siamo a fianco delle organizzazioni dell'Onu, dell'Organizzazione mondiale della sanità, dell'Alto commissariato per i rifugiati. Il nostro lavoro e il nostro impegno è formare e donare il nostro sapere. Siete aperti al mondo anche perché curate bambini che provengono da ogni parte del pianeta. Sì, sono stati circa 100 negli ultimi due anni i pazienti cosiddetti umanitari. Stiamo cercando di accogliere soprattutto quelli che poi possono proseguire le cure nei loro Paesi. Oppure creiamo le condizioni perché sia così. Ultimamente, abbiamo avuto il caso di una bambina farfalla (affetta da epidermolisi bollosa, ndr) dal Marocco. Nell'ultima settimana di degenza, un medico è venuto proprio dal Marocco per imparare a curarla e medicarla. Altrimenti, tutto sarebbe diventato inutile, anche come gesto di buona volontà. Malattia, lontananza dal proprio Paese, culture diverse, tutto molto complesso… Per questo abbiamo circa 150 mediatori culturali che parlano oltre 40 lingue, perché naturalmente il genitore deve comunicare con il

medico e gli infermieri, affrontando questioni spesso delicatissime. Anche nel tempo libero cerchiamo di creare situazioni che permettano agli ospiti di parlare la loro lingua. Abbiamo molti bambini che arrivano dalla Repubblica Centrafricana, il mio Paese del cuore, e non parlano neanche francese, ma un loro dialetto, però siamo riusciti a trovare mediatori culturali che lo conoscono. Così come abbiamo piccoli siriani, ospitati dalle suore libanesi che conoscono l’arabo. Insomma, davanti alla malattia e al dolore non conta la nazionalità o il colore della pelle. Certo, tutto può essere fatto ma sempre nel modo più attento e responsabile possibile, perché non bisogna fare del buonismo a tutti i costi. Quest'anno, per pagare i bambini che sono stati qui per motivi umanitari, abbiamo speso cinque milioni di euro: per me trovarli è molto complicato, quindi devo stare particolarmente attenta nel valutare queste accoglienze. Stesso discorso per le priorità, perché i casi più gravi devono avere la precedenza sugli altri. Un compito davvero delicato, del resto qui si affrontano casi che altri rifiutano o non hanno strumenti per risolvere. Adesso abbiamo la terza coppia di gemelli siamesi in meno di un anno. Sono attaccati per l’encefalo: pensi ai costi, partendo dal lungo studio preventivo. Infatti i chirurghi lavorano su un modello predisposto prima con grande attenzione, così quando l’equipe va in sala operatoria sa come operare. Però, alla fine, avremo salvato due vite. Ed è una gioia immensa. Sì, ogni tanto mi dicono: «Ma lei in fondo non salva il mondo, salva qualche bambino». E io rispondo: «Salvo quelli che incontro». E quando la salvezza non è possibile, voi ci siete lo stesso. Perché, come un giorno le ho sentito dire a proposito di Alfie, il piccolo di Liverpool al quale in Inghilterra furono sospese le cure, se anche non si può guarire ogni bambino si deve comunque aver cura di lui. Tutto questo, naturalmente, 45

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senza accanimento terapeutico e coinvolgendo pienamente la famiglia. Compiamo insieme un viaggio che in molti casi la aiuta ad accettare anche la fine naturale del bambino. Il tempo della relazione è parte integrante del percorso di cura e accompagnamento, che non riguarda solo il paziente, ma tutto il nucleo familiare.

PILLOLE DEL PEDIATRA

Tra le attività dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù c’è quella di promuovere e difendere la salute dei bambini e degli adolescenti attraverso la condivisione delle competenze degli operatori sanitari e dei ricercatori della struttura. Lo strumento principale di cui l’Ospedale si avvale sono le Pillole di pediatria, contenuti digitali redatti dai medici del policlinico e che trattano in modo semplice e comprensibile temi che riguardano la salute e le malattie del bambino. Le pillole sono rese disponibili sotto la voce Il bambino sul portale ospedalebambinogesu. it e i suoi canali Facebook e Twitter, oltre alle spiegazioni video delle malattie dalla A alla Z, della durata di circa due minuti, che sintetizzano in modo semplice i temi trattati. Altro mezzo d’informazione, il magazine A scuola di salute, dedicato a genitori e insegnanti sui temi di base della pediatria, mettendo in sinergia all’interno dell’Ospedale competenze specialistiche e di comunicazione. • Il Bambino Gesù è il più grande policlinico e centro di ricerca pediatrico in Europa • circa 3.300 professionisti • 4 poli di ricovero e cura • 607 posti letto OGNI ANNO CIRCA: • 28.000 ricoveri • 29.000 procedure chirurgiche e interventistiche • 43.000 giornate di day hospital • 84.000 accessi al Pronto soccorso • 2 milioni di prestazioni ambulatoriali

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La Freccia - febbraio 2019