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Vincent Fleur * LE DONNE NON ESISTONO * capitolo promo *

* Ogni riferimento a fatti, persone e puttane realmente esistenti è puramente casuale * “Quelli come me” *

Esco, dalla stazione Termini direttamente verso piazza dei Cinquecento, in direzione dell’ampio capolinea degli autobus. Sono completamente sudato. In mano un paio di borsoni, e un piccolo zaino, scomodissimo, pesa sulla mia schiena malandata. All’ora di punta la stazione pulsa come il cuore bavoso di un cane. – Lei è già abbonato alla TV satellitare? – un omino in giacca e cravatta mi distoglie dai miei pensieri accaldati. – No grazie – rispondo, non sono interessato. Ma quello non demorde, continua, incessante, con una voce insopportabile: – Questo mese c’è una super promozione. Le offria1


mo un anno gratuito ai canali sportivi, e poi uno sconto sul grande cinema, e i cartoni animati… “Cristo, chiudi quel forno di bocca!”. – No grazie – gli ripeto veloce. Mi allontano. Chiamo un tassì. Arriva. – Via dei Magazzini Generali. Salgo nell’autovettura, mentre l’autista sistema i miei borsoni nel portabagagli. Tengo lo zaino con me. In verità mi scoccia prendere un tassì, mica per i soldi. Mi secca perché nessuno è venuto a prendermi. Con questo caldo. Sbuffo. Mi giro, poi mi rigiro. La tappezzeria del sedile è di un colore orrendo. Non dovrei comunque lamentarmi: a parte il commissario, nessuno sapeva che sarei partito, né che avrei trascorso l’intera settimana a Milano. Però, insomma… La macchina intanto è già per viale Aventino. – Lei ha un viso conosciuto, lavora per caso in televisione? – l’autista, spiandomi con aria curiosa dallo specchietto retrovisore. – C’ho preso, vero? – sorride saccente. “In televisione ci lavorerai tu!”, lo scruto, “…ti piacerebbe!”. Mi sistemo gli occhiali da sole, nascondo il mio sguardo: – Mi confonde con qualcun altro, – elusivo, poi mi agito alla ricerca di una risata convincente. Non la trovo. Poco male. – Siamo quasi arrivati, – mi fa. 2


Dal finestrino, nel frattempo, osservo l’asfalto tremulo di questa città sudata. Roma è invivibile in agosto. * *** * Arrivo a casa, e la ritrovo esattamente come l’avevo lasciata: avvolta da un puzzo di vomito incredibile. Poso ogni cosa, apro le serrande, faccio entrare un po’ d’aria. Caccio dallo zainetto il nuovo seau à glace. Poi rincuoro il mio stomaco con una birra ghiacciata. Infine, quasi per disperazione, mi butto sotto la doccia: ho un assoluto bisogno di sradicare dalla pelle tutto il sudore accumulato durante le ore di viaggio. Svuoto anche le valigie, e la roba va a finire direttamente nel cestello dei panni sporchi. Dopodiché, ancora le palle al vento, accendo il computer, apro la posta elettronica. Cestino un paio d’inviti ad alcune conferenze. Quindi controllo i blog dei miei fan, “Quanti bei commenti”, sorrido. Ricevo una telefonata: – Ohi Marco, – ruffiano, – certo, la presentazione! – gli parlo poco convinto. – Sì che mi ricordo, non ti preoccupare. Ci vediamo mercoledì sera ai Fienaroli, ciao ciao – metto giù ridendo, poi scolo l’ultimo sorso di bionda. Quel pivello, con quei suoi romanzetti del cavolo! Perché mai ho promesso d’andarci? Ah già, vero, 3


la scorsa settimana. Mi ha preso con il ricatto: me l’ha chiesto in uno di quei momenti. È sempre colpa del whisky, del resto. Mi metto il primo straccio indosso e scendo dalla signora Enrica, al secondo piano. Vado a riprendere Nerone. “Speriamo che quella vecchiaccia l’abbia trattato bene”. Esco sul pianerottolo. Sento abbaiare già dalle scale. Suono alla porta. E appena l’enorme inferriata si spalanca, quel bestione mi getta le zampe in pancia. – Buono, stai giù! Saluto quella vecchia pettegola, con un sorriso falso e quanto mai interessato. Cerco di andare, ma lei mi si rivolge in maniera affettuosa: – Com’è andato il viaggio a Firenze, signor Cerruti, e la conferenza? Certo che Firenze è davvero una città splendida, mi ricordo quando… Non la sto neppure a sentire. Sono stanco e non mi va di fare conversazione. La lascio sfogare. In fondo è sempre così sola. Non parla mai con nessuno. E se non fosse per la disponibilità a tenermi il cane ogni volta che mi sposto, neanche io le rivolgerei la parola. Torno finalmente nel mio appartamento. Prima di farmi recapitare la cena, porto Nerone a fare un giro: glielo devo da una settimana! Prendo il guinzaglio, capisce al volo. Abbaia contento. Proprio un cane intelligente. 4


Arriviamo a piedi sino al parco Schuster, di fronte alla basilica, poi risaliamo per via Ostiense. Venti minuti dopo, siamo di nuovo in questa catapecchia. Certo se non pagassi una miseria d’affitto… Quelli come me dovrebbero vivere in Prati. Al massimo si possono accontentare dei Parioli, di Monte Mario. Al limite pure del Gianicolo. Ma non via dei Magazzini Generali. Questa casa è una merda. Tutto Ostiense è una vera merda. Soltanto depositi industriali. E locali rumorosi. Ogni venerdì notte poi è sempre la stessa storia: le urla che provengono dal parcheggio della discoteca… Non riesco neppure a scrivere! Ma questa parte di Roma è così: come caschi, caschi male. La Garbatella è un covo di delinquenti. Testaccio soltanto stradine malfamate. San Saba… Una nuova telefonata: – Paoletto, come stai? – stranamente una chiamata gradita. – Cosa? Guarda mercoledì sera avrei già un altro impegnato, ma potrei… Mi suonano alla porta. È il ragazzo della trattoria, l’avevo chiamato per la cena. Lo faccio entrare, mentre continuo a parlare. Non lo saluto neppure. Lui poggia i cartocci sul tavolino, aspetta un mio cenno. Così gli lascio i soliti quindici euro – primo e secondo, più lauta mancia –, poi lo mando via. Attacco il telefono. Mangio distrattamente, bevo con più dissennatezza. 5


Velvet Underground & Nico in sottofondo. Poi telefono a Ele: – Ti raggiungo verso le undici, – le dico. Una battuta divertita, riattacco. Mi preparo con cura. Ogni volta che la chiamo Ele si fa sempre trovare libera. *** * La macchina è parcheggiata al box, in fondo al Porto fluviale. La prendo, guido velocemente. In meno di un quarto d’ora sto già in via Pincherle. Davvero un postaccio, – mi guardo attorno, come se non ci fossi mai venuto, – peggio di quella baracca sulla Casilina in cui abitavo da bambino. Comunque non mi faccio problemi: c’è Hassan che me la tiene d’occhio ogni volta che vengo, e la lascio in doppia fila. Certo, mi tocca mettere sempre una buona parola con il questore per rinnovargli il permesso di soggiorno. Ma Hassan è un bravo ragazzo, e mi rende comunque un buon servigio. Si merita tutta la mia “fiducia”. Posata la macchina, mi avvicino discreto al solito portone. Citofono. Salgo le scale. Lei spalanca la porta con una guêpière da urlo. Eleonora è l’unica puttana italiana cui dedico il mio tempo. **** 6


Io, Valentino Cerruti, mi sono sempre vantato di avere un’etica assolutamente rigorosa: a parte Eleonora, qui a Roma, non frequento altre prostitute che non siano straniere. Il motivo è semplice: le italiane, – e le romane in particolar modo, – sono troppo impiccione, poco condiscendenti, e soprattutto molto, molto sbrigative. Poi c’è sempre il rischio che si affezionino. Non ho altri pregiudizi. Ma se dovessi sbilanciarmi, vi direi che le sudamericane sono senz’altro le migliori. In assoluto. Soprattutto le argentine. Carne di ottima fattura. Si trovano principalmente al Nomentano, o comunque sparse qua e là, a Ponte Milvio, come sull’Appia; nelle zone dei Monti Tiburtini, nelle case bene di Monteverde, o nei villini del Torrino. Le argentine poi sono sempre d’alto bordo, tutte indossatrici o modelle, per intenderci. Le brasiliane invece sono più pericolose: certo, hanno seni stupendi, e buchi del culo duri come la pietra. Però si rischia di pagare un occhio della testa, o di essere raggirati da qualche pappone della più infida specie. Poi sono troppo scure. E io, devo essere sincero, non sono mai stato molto attratto dalla pelle nera. L’unica volta che mi sono imbattuto in una puttana di colore è stato con una mingherlina di via Gallia, ma avevo appena venticinque anni. Non granché come esperienza. Oggi, di certo, non mi farei più fregare da una puttana negra! 7


Comunque sì, confermo, le sudamericane sono senza dubbio le migliori. Ma anche le più costose, e non tutti se le possono permettere. Bisognerebbe scendere un po’ di prezzo: con le orientali, i servizi rimangono in ogni caso efficientissimi. Tra le asiatiche, le giapponesi rimangono certamente le più pregevoli. Sia che si parli di semplice “massaggio”, sia che ci si rivolga a loro per un trattamento integrale, queste puttane dagli occhi a mandorla, come vere geishe, mostrano sempre la loro straordinaria competenza nell’ars amatoria. Si trovano specialmente a Monte Sacro, o anche loro in prossimità del “ponte lucchettato”. Ultimamente però una nutrita minoranza è presente nei pressi di Portonaccio, fuori le mura di San Giovanni, o a ridosso del centro. La prima volta che ho scopato con una giapponese è stato nei dintorni della Circonvallazione Casilina. Una pioniera. A quei tempi, – avevo appena ventidue anni, mi pare, – non ce n’erano ancora molte di asiatiche. Forse è stato proprio per questo, per il gusto della novità. Comunque una scopata fantastica. Tanto che ci sono ritornato in altre due occasioni: la seconda volta non è stata bella come la prima; la terza ancora peggio. Ho desistito. Mi sono spostato. Di poco. Dopo appena qualche mese, a via del Pigneto, ne è arrivata un’altra davvero niente male: un massaggio completo con soltanto trentamila lire! 8


In effetti, quando ero più giovane (e squattrinato), mi concedevo prostitute più a “buon mercato”. E non sempre mi è andata male. Ad esempio, ricordo che per alcuni mesi ho frequentato due bellissime massaggiatrici Thai della zona di Casal Bertone, sulla Tiburtina. Non mi ricordo come si chiamassero, ma erano comunque eccezionali. Tanto che c’era sempre la fila per ogni singolo appuntamento. Si concedevano ai loro clienti in cure amorevoli e deliziose. Insieme. Corpi morbidi, candidi, sinuosi. Peccato che un giorno sono arrivati i “caramba”, e per noialtri è finita la festa! Non ho mai trovato altre thailandesi come loro, eppure Roma è piena di puttane orientali. Anche di cinesi. Ecco, per esempio con le cinesi occorre andarci con i piedi di piombo. Sempre. A parte che sono brutte, ma quelle poche che fanno eccezione sono comunque sporche. Vi confesso: non ho mai apprezzato particolarmente le cinesi. Ma ci sono casi particolari. A via Bixio, tanto per dirne una, ce ne sono un paio (delle autentiche stacanoviste) che fanno dei giochetti davvero particolari per poche decine di euro. Il Made in China rimane comunque il più economico. Di fronte alle africane, invece, ho sempre passato la mano. Specialmente quelle del Nuovo Salario: non sai mai con chi capiti, né da dove vengono. E rischiare di prendere qualche infezione non rientra assolutamente 9


nei miei piani. Se proprio si è appassionati di africane però, nei pressi di piazza Bologna si possono trovare delle libiche mozzafiato. Mentre in zona Aurelia, ad Ottaviano, ci sono delle nigeriane che hanno davvero il fuoco dentro il corpo. Comunque sia rimangono sempre delle negre, ed io con le negre, come vi dicevo, non ho mai avuto un buon rapporto. La Tuscolana (come del resto la zona di Capannelle e tutto il Sud di Roma) è invece il regno indiscusso delle ragazze dell’Est. I prezzi non sono nemmeno troppo esosi. Comunque non riesco a fidarmi: dove si spende meno di cento euro l’ora, – a parte rarissime eccezioni, e sicuramente non è questo il caso, – c’è sempre di mezzo una qualche fregatura. Poi con le romene non mi sono mai sentito al sicuro. E ho sempre fatto bene. Chissà che traffici ci stanno dietro! Arrivare sino a piazza dei Tribuni, o addirittura a ridosso dell’Anagnina, per poi rischiare di finire con una minorenne… No, non fa per me. Però le ucraine o le ungheresi le consiglierei davvero a occhi chiusi. Una volta, poco più che ventenne, non molto lontano da piazza dei Mirti, praticamente nel cuore storico di Centocelle, ho prenotato un appuntamento con una giovane e gagliarda ungherese di Budapest consigliatami da un caro amico. Certo, mi rendo conto d’essere stato particolarmente ingenuo in quell’occasione: adesso, neppure se me lo consigliasse l’assessore in persona, m’inoltrerei in quelle zone infestate da trave10


stiti e da bagasce infette. Ma quella volta, credetemi, mi è andata davvero di lusso. Si trattava di una delle mie primissime volte, e quell’esperienza fu talmente fantastica che ancora oggi posso continuare a coltivare questo hobby tanto appagante con rinnovato entusiasmo. Io, Valentino Cerruti, mi concedo adesso soltanto il meglio su piazza. E il meglio, qui a Roma, ha un nome ben preciso: Monte Mario. Proprio alle spalle di San Pietro. In quegli enormi palazzoni infatti c’è sempre un viavai di sudamericane a dir poco strabilianti – merce rara davvero! – e delle attricette bellissime venute direttamente dalla Francia o dal Nord Europa. Certo, per prenotarsi occorre sempre sgomitare con i cardinali del Vaticano, però vi assicuro che ne vale la pena. *** * È lunedì, e mi sveglio, nudo come un bruco, direttamente verso l’ora di pranzo. Non mi andrebbe neppure d’alzarmi, ma ho un impegno: dovrei arrivare sino in casa editrice per discutere con Luca riguardo alle prossime presentazioni del mio ultimo romanzo. – Signor Cerruti, l’aspettavamo qui alle dieci! – Antonio, il segretario, uno dei tanti lacchè dell’ufficio. Mi viene incontro sbuffando. – Non è ancora mattina? – sorrido. 11


È l’una passata. – Luca ormai se n’è andato – mi guarda con gli occhi miserevoli di chi sa di non potersi permettere nemmeno di alzare la voce. Me ne approfitto: – Beh, se se n’è andato lui, non vedo perché dovrei rimanere io! – il mio tono si fa più strafottente. – No, aspetti. – mi corre incontro, cerca di fermarmi. – Provo a chiamarlo. Anche se è in pausa pranzo… E quel cretino lo chiama sul serio, tanto da ricevere un bel cazziatone via telefono. Le grida di Luca infatti, benché non sia in vivavoce, risuonano nell’etere circostante, nitide, oltraggiose. Quello sbarbatello di Antonio, addirittura, per non fracassarsi il timpano è costretto a scostare il telefono di un palmo dal suo orecchio. Una scena pietosa. Messa giù la cornetta mi si rivolge nuovamente come un cane bastonato: – Signor Cerruti, ha detto Luca che arriverà verso le due. Se cortesemente lo può attendere… Ma non lo faccio neppure finire: – Le due? Eh no. Tra una ventina di minuti ho un pranzo pagato a Trastevere, – gli sorrido avido, – quando il signor Fanelli si degnerà di arrivare, gli può dire di richiamarmi. Dopo le quattro. – aggiungo. – Magari fissiamo un altro appuntamento. Anche per domattina. – La prego signor Cerruti, – mi si rivolge implorante, – così mi mette nei guai! Manca appena una mezzora e 12


il signor Luca ha detto che si sarebbe sbrigato a tornare… – continua a guardarmi, proprio come un coglione. – Se la prenderà con me, mi caccerà via… – Ma io che ci posso fare, ho un pranzo pagato a Trastevere!? – feci notare quell’evidenza. Con un sorriso spocchioso. – Poi c’è la RAI che ha già chiamato due volte, la vorrebbe ospite in un programma – continua, prova a spiegarmi la situazione. Ma sono davvero inflessibile: – Io in televisione non ci vado! – ribatto, offeso. Quindi mi volto verso la porta, e mi dirigo all’uscita senza neppure ascoltare gli ultimi lamenti di quel pezzente. *** * Questa trattoria a via della Renella ha cambiato gestione tre volte in un anno: morto il vecchio padrone, uno storpio ha cercato di fare il colpaccio, l’ha acquistata, ma non gli è andata granché bene. Così l’ha presa in gestione Claudio, un mio vecchio “amico”. Per me tanto di guadagnato: con tutti i favori che gli ho fatto (e che continuo a fargli), posso perlomeno scroccare un pranzo ogni volta che voglio. – Anvedi Valentino che camicetta che s’è comprato! – mi accoglie nel locale con il suo solito piglio. Uno zoticone arricchito. 13


– Ciao Claudio, che mangio oggi? – senza fare troppi complimenti. – Pensi sempre a magnà! – sorride, guance rosse e un panzone da macellaio. Mi prepara il miglior tavolino della sala. – Spaghetti alla puttanesca: guarda, so’ davero a fine der monno! – No. – mi siedo. – Portami un aio e oio invece. – E un polletto ruspante? – Perfetto così. Mi sorride di nuovo. Poi corre in cucina. Ritorna. Mi serve in appena dieci minuti trascurando qualsiasi altro cliente del locale. Qualcuno ha addirittura la forza di mugugnare. Dopodiché mi offre pure una bottiglia di vino, e si mette seduto nella sedia accanto alla mia. Alcune domande un po’ svagate, qualche battuta triviale e superflua, finalmente arriva al dunque: mi chiede il solito “favore”. – Non ti preoccupare, ci penso io. Una buona parola con il commissario e si sistema tutto! – continuo a mangiare. Lui mi guarda compiaciuto, mi versa dell’altra romanella nel bicchiere: – Grazie Valentino, sei proprio un amico! “E tu il solito fio de ’na mignotta!”. * **** 14


Proprio mentre mi sto crogiolando tra i platani e i pioppi nodosi della Gianicolense, con lo stereo a tutto volume, la pancia piena e l’ebbrezza del vino nella testa, ecco che mi chiama Luca, con la sua assurda richiesta di presentarmi in casa editrice per il pomeriggio. – Mi dispiace. Proprio non posso – gli attacco il telefono in faccia. Continuo a guidare. In effetti per questo pomeriggio ho già altri impegni, decisamente più intriganti: alle quindici in punto mi aspetta un bollente rendez-vous con due spagnole di largo Somalia, nel quartiere Nomentano. Due spagnole: quanto tempo sarà che non mi faccio una doppia scopata caliente? Arrivo. Pago soltanto per un’ora. Ma è già abbastanza: alla sera, quando ritorno a casa, sono praticamente senza forze. Con le palle e il portafogli svuotati. Mi faccio una frittata, la annaffio col rum. Ne lascio metà. Allora comincio a scrivere. Verso le dieci e un quarto un’ennesima telefonata di Luca mi coglie proprio nel mezzo di una lettura. Lo sento particolarmente incazzato, ed io sono troppo stanco per mercanteggiare: acconsento dunque a presentarmi l’indomani in casa editrice. Di mattina. “Che palle!”. Poi riprendo a leggere, finché non mi ritorna in mente la serata in programma per mercoledì: “Oh no, Marco, proprio non posso!”. Costernato, gli mando quindi una mail, avvisandolo che 15


non potrò andare ad assistere alla presentazione del suo romanzo causa “grave imprevisto”. Leggo un altro pochino. Avrei proprio voglia di versarmi un buon bicchiere di scotch. Ma è finito. Bestemmio Iddio. Un piccolo appunto al mio Commentario, poi prendo la Gibson: attacco il jack all’amplificatore e regolando il volume al minimo provo qualche riff. Nel mentre bevo ancora del Martini. Fintanto che un vicino non batte sul muro. È già ora di andare a dormire. Accarezzo il mio fido Nerone. Lui mi annusa le palle. Mi butto tra le mie lenzuola sporche e fradice. Mi addormento. Non vale la pena sognare. * *** * Il giorno dopo, verso mezzogiorno e mezzo, – prima non mi è stato proprio possibile svegliarmi! – raggiungo Luca in ufficio. E lo trovo stranamente nervoso. – Ha telefonato la RAI, – mi dice, manco il tempo di farmi entrare, – in fin dei conti una presentazione gliela dobbiamo! – A me però non frega un cazzo – faccio presente, mentre già sto maneggiando con la macchinetta del caffè. – Suvvia Valentino, è una semplice comparsata in trasmissione… – E tu mandaci qualcun altro – ribatto. – Ma è tuo il romanzo, è normale che vogliono te! 16


– Neppure mi conosceranno. – con calma, mentre sorseggio un caffè che sa di merda. – Camuffa qualche sbarbatello dei tuoi, mandalo a Saxa Rubra al posto mio. – Come non ti conoscono Valentino!? – comincia ad agitarsi. – C’è la tua foto in quarta di ogni libro. E c’è un tuo libro in ogni libreria d’Italia! – Ripeto: a me non frega un cazzo. Ne avevamo già parlato. Non volevo, e non voglio. E poi a loro non devo nulla. E neppure a voi! – sembro inamovibile. Alla fine però Luca riesce a convincermi: mi offre un bonus sul contratto e almeno il 10% degli introiti per il prossimo romanzo di Natale. – A proposito del romanzo, – mi chiede, – ma a che punto sei arrivato? – Tu non ti preoccupare. – Non lo hai neppure cominciato, non è vero? – ecco che inizia a essere pedante, più del solito. Ed io gli rispondo con uno sbuffare distratto. – Valentino, ti prego, dobbiamo uscire per Natale! – Uscire, io e te? Non sei proprio il mio tipo! – sorrido. – Valentino! Certo che Luca non ha proprio il senso dell’umorismo: – Mancano ancora tre mesi, – per rabbonirlo, – quanto pensi che mi ci voglia a scrivere una storia? Un paio di settimane. Tre, male che vada. Poi cerco di cambiare discorso: 17


– Ma quel ragazzetto che fine ha fatto? – Chi, Antonio dici? – Eh. Lui. – L’ho mandato a casa per un po’, ha forse bisogno di un periodo di riposo. Ieri mi ha fatto correre fin qui assicurandomi che mi avresti aspettato. Sapeva bene che avevo un impegno importante, un pranzo di lavoro… – Con chi eri? – sono curioso. – Un altro autore. – Ma chi, Gregorucci? – domando. – Sì. Lui. – Ancora gli pubblicate quelle boiate fantasy che scrive? – Vendono. – Siete voi che siete venduti. Esco in strada.

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Le donne non esistono  

Valentino Cerruti è uno scrittore fallito e di successo allo stesso tempo: un personaggio pubblico, popolare, ricercato, un apprezzato scrit...

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