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Silvio Perego * CRACKER * capitolo promo * Li avete sentiti? Li sentite? Li sentite anche voi? No? Non sentite proprio niente? Davvero? Io li sento continuamente. In ogni momento. A ogni ora del giorno e della notte. Forse voi non li sentite perché non ci fate caso. Io invece si. Io me ne accorgo subito. Li sento quando sono solo. Quando sono in mezzo alla folla. Quando passeggio in un parco e lancio popcorn alle anatre. Li sento. Quando c’è confusione e quando c’è silenzio. Sì, li sento anche nel silenzio. Veramente. Dovete credermi. Anzi, è proprio in quei momenti di totale silenzio che si sentono di più. Salgono dal nulla e ti piombano nelle orecchie devastandoti il cervello. Nel silenzio, si alzano e si spingono in fuori verso di noi. Verso di me! è 1


impossibile che voi non riusciate a sentirli. Forse siete distratti e non ci fate caso. Perché se ci faceste caso, sentireste anche voi il penoso rimbombare tangibile di quei fragorosi istanti. L’assordante supplizio che proviene da tutto attorno. Provate, che diamine. Provate! Provate ad ascoltare pure voi. Provate. Mettetevi comodi. Tendete l’orecchio e aspettate un po’. All’inizio è difficile. Ma poi si sente. Si sente eccome, anche se è molto velato. Un suono nascosto. Indecifrabile. Una linea sottile che si muove piano. Ma piano cresce. Lemme, lemme. Diventa sottofondo e così via, sempre più insistente fino a diventare un rumore così assordante da non poterci credere. S’insinua dentro di me come una musica a cui non riesco ad oppormi o resistere. E dispone di me. Questo capita, di solito, quando… non so di preciso quando accade e basta senza neanche rendermene conto. Me ne sto immobile, in attesa di qualcosa che non sembra arrivare ma che c’è; esiste. Forse esiste già dentro di me. Nel silenzio, mi ritrovo magari a fissare un punto senza pensare a nulla. E sento quel suono. Quel suono diabolico e maligno che arriva, puntualmente, reclamando il suo sacrificio. Eppure so bene che non c’è, dato che non 2


è che ci sia molto da sentire. Perché anche il silenzio rimane lì, perfettamente immobile in balìa degli eventi. Questo succede quando il silenzio tace intorno a me e il ronzio misterioso si fa largo più che può nelle mie debolezze. Per non parlare poi di quando la musica c’è davvero: allora diventa anche peggio. Il “clop, clop” ritmato a tempo di musica di quei piedi che vanno su e giù come pesanti ballerine. Scarpe consumate da milioni di chilometri percorsi inutilmente. Da una parte all’altra della vita. Scarpe di poco prezzo che rimbalzano stancamente, tacco-punta-taccopunta, come musicisti perplessi. Sì, quando c’è la musica, e credo di trovare quella pace che cerco, allora è anche peggio. E non crediate sia facile da sopportare. Non crediate che sia sufficiente girarsi, la mattina, dall’altra parte e fingere che non sia successo niente. Che non sia mai successo nulla di tutto questo. Non è facile. No davvero. Stringere i denti per cercare di sopportarlo anche quando senti che ti buca il cervello e ti sfonda la mente insidiandosi sotto forma di trapano. Un costante rumore silenzioso che penetra il cervello e rode, rosicchia, rovista e ti fa fare cose che nemmeno immagini. Un pensiero affamato che ti reprime, ti opprime, ti schiaccia e ti divora come un sopruso. 3


Una cosa del genere tanto per intenderci. Ti fa pensare che Dio non esiste. Non c’è. O, se c’era, se n’è andato via, disgustato, pure lui. Da questa valle di lacrime penose. Ti fa vedere cose che non puoi nemmeno spiegare. Cose a cui sarebbe meglio rinunciare in partenza ma che, invece, ti si rinfacciano in modo che la tua vita quotidiana si svolga come se dovessi costantemente rendere conto a qualcuno e a qualcosa che non si riconosce, ma che c’è. Cazzo se c’è… se lo sentiste! Non saprei nemmeno dire come. Il tutto avviene in un modo quasi arrogante. Banale. Forse giusto. Forse è anche giusto che succeda così. Ma io non lo reggo, lo subisco passivamente. È troppo forte perché ci si possa mettere contro. Sono costretto a subire costrizioni umane allucinanti. Vivo come se la mia vita fosse di un altro, e io sia la prima vittima di me stesso. È come se non esistessi neanche. Mi isolo. Mi rinchiudo in un angolo fino a diventare uno scorbutico folle che chiude le finestre anche quando fuori batte il sole. * Ora, non mangio neanche più. I miei pasti consistono in pacchetti di cracker, per lo più salati, marmellata e tè. Cavolo, dimagrisco a vista d’occhio. Non che la cosa sia poi così dannosa. Riesco a rivedere il mio uccello. 4


Mi piace guardare il mio uccello. Ha un’espressione simpatica. Sembra innocuo a vederlo dall’alto. Tra le gambe, mogio, mogio. Non è che sia poi chissà cosa, ma mi piace. Mi ricorda di quando ero piccolo. Di quando avevo ancora cinque anni. Te lo tenevi nelle mutande e ti chiedevi a cosa sarebbe servito. Oltre a far pipì a cosa può servire st’affare? Direi che la cosa era quasi divertente. Direi che tutto quello che succedeva allora era quasi divertente. Quando andavi a lavare la macchina con tutta la famiglia. A fare la spesa con tutta la famiglia. I compleanni e le feste, con tutta la famiglia. In vacanza con tutta la famiglia. Per ogni cosa che succedeva c’era sempre pronta dietro tutta la famiglia a proteggerti e a illuderti che il mondo là fuori non era quello che sembrava realmente. Perché già un’idea di come andavano le cose te l’eri fatta. Non si dovrebbe nascondere la verità ai bambini, perché non si può mai sapere come la vedono. Anche se neuro-psichiatri infantili e sociologi probabilmente la pensano diversamente e possono contraddirmi facilmente, visto che hanno studiato anni per dire il perché e il percome succedono le cose. Loro che la sanno tanto lunga e sembrano non stupirsi mai di quello che succede nel mondo, tra le mura domestiche, in strada, nelle scuole. A sentirli, ci si accorge solo di quanto siamo stupidi a stare a sentirli. O di quanto siamo stupidi a non 5


essercene accorti per tempo. In un modo o nell’altro, ti lasciano con la sensazione di essere stupido. E tu che credevi e cercavi di vivere in un mondo normale senza rovinarti il fegato sulle cose che non ti competevano. Peccato. Peccato che questi illustri signoroni, alla fine, vivono sempre indietro nel tempo, basandosi su cose che sono già successe. Questo è un punto che dovrebbe tentare di consolarci. Non siamo i soli a essere stupidi. Non che ci siano chissà quali grosse novità nel comportamento del mondo d’oggi, però… è che mi arrivano sempre col treno dopo, non si può negare. Quindi, sto qui e mi riguardo il coso. Mi dà un’idea imbarazzante dell’uomo. Credo che sia riduttivo pensare esclusivamente con lui, per lui e in funzione sua. Insomma, non si può passare tutta la vita dietro al giocattolino, dietro alla sua crescita, il suo uso, il suo sapersi presentare bene, il suo declino. La sua fine tragica, in sé più tragica della fine stessa dell’individuo. Mi accorgo che sono già le cinque di sera. si sta facendo tardi. Ma io non ho niente da fare. Non ho più niente da fare da quando mi sono dimesso dall’esercito. * Ero un militare. Ma non un militare per modo di dire; uno che ti fa 6


l’alzabandiera al mattino e l’ammaina alla sera. Pausaspaccio e mensa e qualche guardia di notte. No, no, niente di tutto questo. Un militare vero. Uno di quelli che va in guerra e spara. Ogni tanto ci radunavano in un piazzale e via, si partiva, si andava dovunque ci fosse bisogno. Dove ci fosse un popolo più oppresso di quello che doveva essere oppresso. E noi andavamo là e lo liberavamo. Almeno nel possibile. Poi ci sono sempre cose che capitano e che impediscono di fare il lavoro fino alla fine. Ormai le guerre non sono più guerre vere, una volta era meglio. Ora l’importante è fare sfoggio di sé e mettere in bella mostra tutto l’armamentario che si possiede. Tiri fuori l’indescrivibile e guardi cosa fa l’altro. Chi si ferma prima ha perso. Come nei cartoni animati. Il brutto della guerra è che, una volta finiti i combattimenti rimane il contesto. Quello della gente comune, quello delle persone che si guardano in faccia e sperano che sia veramente finita e non debbano più correre a nascondersi. E quello degli Stati che si mettono tutti in fila per ricostruire quasi fosse questo il motivo principale. Ma per fortuna la fase successiva io non l’ho mai vissuta. Sono sempre tornato a casa prima. * Sono stato in Jugoslavia, quando ancora si chiamava Jugoslavia. In Kuwait. In Somalia. In Afghanistan. 7


Sono andato dove c’era bisogno di me. Sono andato e sono tornato. Sempre. Ogni volta segnato dentro dall’odio che s’insinua come un cancro micidiale, il più letale. Quello che non se ne va e che non ti fa dormire la notte, vedendo e rivedendo gli attimi che vorresti dimenticare. La mattina ti svegli sudato e terrorizzato, ricordandoti di quando quel plotone passò per quel villaggio o per quelle quattro case in qualche terra che non aveva mai visto nemmeno l’acqua. Ci passi e ti senti padrone di tutto quello che calpesti; poco importa se si tratta di terra, fiumi, soldati nemici vivi o morti. O persone. Bambini. Donne. Vecchi. Calpesti un mondo per mettercene un altro al suo posto. Non ti accorgi nemmeno di quanto sarà alto il prezzo che si dovrà pagare. Da una parte e dall’altra. Pensi a quelle povere donne che non c’entravano niente. O magari sì. Inutile pensare diversamente. Cosa volete che sia? Non è colpa nostra se siete nate dalla parte sbagliata. Non è colpa di nessuno se le cose vanno così. Non ci possiamo fare niente, noi piccoli uomini in un mondo più piccolo di noi. La cosa più penosa era che io andavo via sempre per ultimo. Il primo a prendere posizione e l’ultimo ad andare via. Vedevo tutto quello che succedeva. Nelle ultime missioni, quando arrivavo al posto stabilito, riuscivo addirittura a prevedere quello che sarebbe successo. Il mio compito consisteva nello stare nascosto da 8


qualche parte e stare lì finchè l’ultimo dei nostri non fosse al sicuro. Ero un tiratore scelto. Un cecchino. Sorvegliavo il mondo davanti a me da dietro un mirino. Facevo attenzione che i miei si potessero muovere il più liberamente possibile, sapendo di avere me a vegliare su di loro. Non li lasciavo soli nel momento del bisogno, non li avrei mai abbandonati per nessun motivo al mondo. Io ero la loro mamma. Il loro fratello maggiore, il loro dio. Sorridevo solo quando li vedevo conquistare la base e portare il punto a casa. Ma non sempre andava così. A volte non andava così bene e qualcuno rimaneva lì per sempre lungo e tirato per terra. Questo è stato uno dei motivi per cui me ne sono andato dall’esercito: non riuscivo più ad accettare che qualcuno non tornasse più a casa. Non sono più in grado di reggere una situazione simile. È molto difficile. Occorre restare lucidi fino allo stremo delle forze. E devi essere tranquillo, freddo, distaccato. Quello che fai è di vitale importanza per il resto del gruppo. Non si può pretendere troppo da me. Mi dispiace. Non posso fare niente per salvare il mondo. Non sono la persona giusta. Non rinnego quello che ho fatto ma non è questo che volevo. Certe cose si dovrebbero risolvere a un tavolo, 9


con le bottiglie d’acqua minerale senza etichetta davanti a delle belle bandierine colorate. Quindi, me ne sono andato dall’esercito, cercando di ritrovare una pace e una serenità tutta mia, stando lontano dall’odio, dalla guerra e dalla disperazione. Ma non ha funzionato: anche qui qualcosa si è rotto. Non si può cambiare il corso naturale delle cose, il motivo per cui siamo stati creati. Quello che mi sconvolge è la quotidianità. Quella irrimediabile situazione di eterna sconfitta nei confronti degli altri. Il devastante incedere della società di massa. È qui che si deve fare qualcosa: sulle nostre strade, nelle scuole, dal benzinaio, in un ufficio postale. Al centro commerciale. È qui che il mondo va cambiato, non si può restare indifferenti allo scempio che si deve subire giorno dopo giorno. Ma anche qui, gente, cosa posso fare io? Uno di noi, un uomo qualsiasi come me, come può farcela? Sì, certo è facile sostenere che se le cose non le cambiamo a partire da noi stessi non possiamo mostrarle agli altri. Ma agli altri importa qualcosa se noi cambiamo? Se ci va bene parleranno di noi davanti a una birra o un tè. Diranno cose come “Hai visto Steve come è diventato bravo da quando ha messo su famiglia?” oppure “Ho incontrato Steve, sai, ha cambiato lavoro, ora non ammazza più la gente e fa il giardiniere; mi 10


sembra si sia dato una bella regolata” e l’altro potrebbe rispondere con un bel “son contento per lui” che chiude lì qualsiasi discussione in proposito. Ci vuole qualcosa che faccia riflettere. Qualcosa che dica alla gente come stanno le cose. Qualcosa che apra gli occhi e non dia più adito a pensare che non esiste nessun altro all’infuori di noi. Questo ci vuole, per me. Questo è stato un altro motivo che mi ha fatto abbandonare l’esercito. Mi si può rimproverare di essere pervaso da una forma congenita di disfattismo acuto e di massima rassegnazione, ma non voglio stare qua a prendere in giro nessuno. Inutile fare finta di vedere le cose in modo completamente diverso o fare l’anticonformista di routine, come va di moda al giorno d’oggi. Chiunque farebbe le stesse cose allo stesso posto. Non prendiamoci in giro, per favore, almeno su questo. Anzi, forse altri farebbero anche peggio. Come quando vidi un paio di ragazzi che stavano nel mio plotone saltare per aria aprendo una scatoletta che un bambino gli aveva regalato tutto sorridente. Da non credere. O altri che sono scoppiati in mille pezzi in giro per il mondo e nel sacco hanno messo la piastrina e un orologio solo perché se n’erano andati in un bar a bere una birra. O il WTC? Ve lo ricordate? Vi ricordate quello che è successo là? E non c’era nessuna guerra lì, c’e11


ra solo gente che si alzava la mattina presto con l’alito incattivito dal caffè per andare a lavorare. A lavorare. Qualcuno può anche pensare che gli americani se l’erano cercata per il loro passato da sceriffi. Ognuno può immaginarsi la propria santa inquisizione e cominciare a fare la guerra a questo o a quest’altra cosa, ma nessuno è meglio di un altro. Qualcuno è più fortunato. Qualcuno meno. Qualche altro proprio per niente. La virtù sta in mezzo. Si dice così? Ma la verità, allora, dove sta? * Vendetta genera vendetta. La guerra è ingiusta. Le guerre si perdono, tutte. La guerra non la vuole nessuno. La guerra è la stessa, vecchia, fregatura di secoli e secoli di storia. La guerra è inevitabile. La guerra è indispensabile. Mi viene da ridere a vedere tutti quei pacifisti indignati alla tivù, la sera, per le sorti di un mondo che già fatica a sopravvivere da solo. Che cerca di rimanere a galla in una polveriera di dimensioni mondiali. La parte più divertente è che nessuno è disposto a tollerare. Nessuno cerca di capire il vero perché. Nessuno accetta una qualsiasi soluzione altrui. Vogliono solo imporsi. Non 12


hanno a cuore una posizione particolare. Dicono solo che vogliono la pace. Ognuno a casa sua. Anch’io la voglio. Sono pronti a uccidere per questo. Provate a dirgli come stanno le cose. O solamente qual è la vostra opinione. Provate. Vedrete cosa vi succede. A me è capitato qualche volta di spiegargli i motivi per cui si fanno delle scelte. Cercando di mostrare un lato più obiettivo. Forse più realista. Un lato, un punto di vista che nella confusione totale in cui versa l’umanità viene sovente trascurato. Ho provato. Credetemi. HO PRO-VA-TO. Ma non vi dico. Non potete nemmeno immaginare la reazione in cui sono incappato, mi stavano linciando sul posto. Non ero in un comizio, in una piazza e ad una tribuna politica. Non è che stessi sostenendo che la sopravvivenza di una specie consiste nell’annientarne un’altra. No, niente di simile. Mangiavo salsicce. Mangiavo e bevevo. Nella pace serena e limpida di una montagna sperduta, ai piedi di una statua della Madonna. Una piccola e indifesa Madonna di montagna rivestita di carte di caramelle e fiocchetti. La statua della Madonnina guardava verso ovest. Tutta la vallata si apriva sotto il suo sguardo in un panorama unico al mondo. 13


E questi pacifisti che per poco non mi saltavano addosso per farmi capire la pace. Mi avrebbero lapidato senza neanche starmi a sentire. Anzi, non sono nemmeno stati a sentirmi. Mi hanno insultato. Offeso. Calunniato. Hanno srotolato, dalle loro lingue biforcute, veleni e menzogne senza capo ne coda. E io che me ne stavo seduto con le mie salsicce che freddavano. Con le mie piccole verità di tutti i giorni. Gli altri presenti guardavano sbigottiti. I pacifisti urlavano. Urlano il nome di qualcuno. “Meno male che c’è … (Non capisco il nome che dicono) … che stempera!”. Così dice uno dei due pacifisti. Se ne vanno. Dio ti ringrazio. Se ne sono andati. Mentre si allontanano mi urlano ancora qualcosa. Non sento. Preferisco non sentire, non ne ho bisogno, lo so cosa dicono. Anche se non li sento, lo so lo stesso. Mi fanno pena. Mi fa pena la gente come questa. Pena. Pena è il primo sentimento che ho provato. Risentimento è il secondo. * Quello che ho visto, gente, mi è bastato. Non ho molta voglia di vedere altro e stare a preoccuparmi per cose che non sono mie. Delle mie ne ho già abbastanza. 14


Posso solo cercare di preoccuparmi per quello che devo fare io senza preoccuparmi di salvare il mondo. * *** * Mi hanno rubato la vita. Me l’hanno già presa tanti anni fa senza preoccuparsi minimamente, non dico di restituirmela, ma almeno scusarsi per essersela presa. È così che sono morto. Io sono già morto. Ma devo fare qualcosa. “C’è ancora una cosa che devo fare”. E questo è stato l’ultimo motivo che mi ha fatto lasciare l’esercito. **

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Cracker  

Qual è l’impulso che preme per trasformarti in un serial killer? Non è un’infanzia complessa, o un mestiere violento e difficile da metaboli...