Page 1

1


Patrizia Anselmo * ASANA * capitolo promo

In un luogo santo e isolato lo yogi deve prepararsi un cuscino d’erba kusa, né troppo alto né troppo basso, e ricoprirlo con un panno di tessuto soffice. Là deve sedersi immobile, praticare lo yoga controllando la mente e i sensi, fissare i suoi pensieri in un unico punto e purificare così il suo cuore (Bhagavad Gita, VI-III, 12,13)

** *

Prologo

Ci capitai per caso, fingendo di cercare Mikailov, in modo che Raul avesse il tempo di due o tre birre e la finisse di piangere Sara. La valle dietro la collina – quella che avevo attraversato quasi senza accorgermene – stava inghiottendo il sole. Lo vedevo sparire come un tuorlo d’uovo risucchiato da una bocca golosa. Gli ultimi raggi arrivavano rasenti all’erba, con giochi d’ombra che ne moltiplicavano gli steli. Tra la vegetazione del bosco, rami adunchi svettavano neri contro il cielo. 1


Arrancavo in salita e per poco non la notai. Immaginavo di scoparne una legandola al letto. O al divano. O al tavolo della cucina, come avevo visto in quel film. O in qualunque maniera non potesse muoversi. Ed io potessi farle tutto ciò che volevo. Fu il sole che le batteva in testa, ad attirare i miei occhi. La salita era terminata e mi voltai un attimo, colpito dal lampo dorato dei capelli. Memorizzai la sua posizione e girai l’auto sul piazzale di fronte alla casa con le finestre sprangate da assi di legno. Tornai indietro adagio, costeggiando il terreno in pendenza circondato dalla recinzione a maglie di ferro, formato da varie terrazze tenute su con muretti a secco. Lei era sulla stuoia di paglia, le gambe attorcigliate, le mani giunte davanti. Nuda. Rallentai. Scendevo pensando a cosa dirle. Non si muoveva. Allora diedi un colpo di clacson. Si voltò verso di me, arpionandomi con quello sguardo di muschio che avrebbe segnato la mia vita, da lì in poi.

*

*

I USHTRASANA

Il ragazzo camminava guardingo sotto i portici. Ogni tanto si fermava roteando gli occhi. Riprendeva l’andatura indolente appena un gruppo attraversava la strada, 2


scrutando i visi a uno a uno. Coppie che si tenevano per mano o sotto braccio. Amici, ragazzi che parlavano forte, ridendo. Roba inutile. Ha aspettato il semaforo. Già si stavano radunando, al rosso, ed erano anche più numerosi. Si è mosso mantenendosi lontano dai negozi. Il vento cominciava a dare fastidio, gettando polvere dappertutto. Fissavo quel pezzo di merda e avevo la gola secca. Sarei entrato volentieri in un bar, ma non potevo perderlo di vista. Il nuovo gruppo avanzava. Due donne si sono incollate alle vetrine. Gli altri sono passati quasi correndo, come forsennati. Ho iniziato a ciondolare con le braccia penzoloni, tirandomi dietro le gambe, girando la testa in qua e in là. Non mi aveva ancora visto. Ho atteggiato la faccia in un’espressione stralunata, senza evitare le persone che mi urtavano. Finalmente si è mosso nella mia direzione e i nostri sguardi si sono incrociati. Si è seduto sul gradino del marciapiede, dandomi la schiena. Sulle lamiere delle macchine in doppia fila brillavano le luci dei lampioni. Due ragazzi controllavano un’automobile dopo l’altra, per vedere se valeva la pena di spaccare un vetro. A un tratto sono stato alle sue spalle. Mi ha guardato da sotto in su. Ho annuito, piano piano, scrutando attorno. 3


– Non c’è nessuno – ha mormorato lui. – Hai roba? Si è alzato e mi è venuto vicino. Ha messo la mano in tasca, quindi l’ha aperta tra di noi. – Roba buona – ha bisbigliato. Gli ho afferrato il polso, dandogli una ginocchiata nelle palle. Si è piegato in due, mentre le ruote stridevano sull’asfalto. L’ho sollevato come un sacco di patate, spingendolo sul sedile posteriore. Raul è ripartito sgommando. – Ho poca roba, non è da arresto – si è giustificato il pezzo di merda. Gli ho mollato un pugno nel fianco. Qualcosa è scricchiolato, là dentro. Rumore di ossa tenere. È stato zitto. Di sicuro pensava di chiamare subito l’avvocato e di essere libero in poco tempo. Pensava di denunciarci. Mica potevamo agire in quel modo! Evitava di guardarmi, ansimando un po’. Osservava la strada. Eravamo fuori città. Un giro vizioso, sembrava. Scoccava occhiate dai finestrini e cominciava ad avere paura. La sentivo, la sua paura. Quella puzza particolare di chi ha i pori strizzati forte. Taceva. Aveva capito che aspettavo solo un pretesto per accanirmi su di lui. Taceva e restava immobile. E le mie mani prudevano. La macchina sobbalzava sullo sterrato. Dopo la curva, Raul ha spento il motore. Si è girato verso di noi. Il solito ghigno silenzioso. – Cazzo volete? – ha annaspato il ragazzo. 4


– Pezzo di merda – gli ho sussurrato. Dal tono di voce ha compreso che per lui era finita. * “Ushtrasana” * Era in ginocchio. Ha spinto il bacino in avanti, andando indietro con la schiena, poggiando le mani sui piedi. Il capo abbandonato. Respirava piano, tranquilla, a occhi chiusi. Nuda. La luce del tramonto illuminava la sua pelle. La massa folta dei capelli toccava terra fluttuando in modo impercettibile a ogni respiro. La mia attenzione era in un unico punto: in mezzo alle sue gambe divaricate, le cosce sode contratte, il ciuffo del pube. Quello che nascondeva. Quello, m’interessava. Quello mi eccitava da impazzire. Stavo fermo, inginocchiato di fronte a lei. Come lei voleva. Poi si è sollevata, adagio, sedendosi sui talloni, fissandomi. Anch’io ero nudo. Guardava la mia erezione e s’inumidiva le labbra con la punta della lingua. – Cuocerai le bistecche, mentre mi lavo. Al sangue. Col rosmarino – ha detto. – Non è da yogi, mangiare carne – ho risposto. Si è messa in piedi. Ho alzato il mento, fissando sempre lo stesso punto, incantato. Il calcio mi ha colpito alla mandibola. Perdendo l’equilibrio, ho battuto il 5


gomito sul pavimento. – Chi t’ha detto che sono uno yogi, stronzo? Senza muovermi, il peso del corpo sul gomito dolorante, la osservavo. Sorrideva. I denti candidi come piccole zanne. – Io sono la tua padrona – ha sibilato.

* *

***

Al termine del viale alberato, poco prima delle luci di corso Cairoli, c’è un angolo buio. Terra da trans, la chiamano. In quel punto, i lampioni sono sempre accecati da qualcuno dotato di buona mira. – Ho famiglia, che credete? – squittivano i luridoni. – Ho un impiego, di giorno. La faccia la devo salvare – avevano il coraggio di dire. – Del culo non ti preoccupi, eh? – rideva Raul infilando il manganello sotto la minigonna. – Ahia! – gridavano i porci. – Non fare scena. Hai già preso di peggio, ci scommetto – ridacchiavo strappando la gonnellina. – Ehi, che mutande! Sberluzzicano! – gridava Raul. – Sono brillantini, ignorante. – Assì? Bene, vediamo cosa c’è sotto. – Ahia! Sei un bruto! Ci divertivamo, con quei pervertiti. – Schifosi che non siete altro – li insultavamo. 6


– Già, invece voi che venite a cercarci… – osavano. – Ma senti che lingua – diceva Raul. – È vero, vediamo come la muovi – dicevo io, prendendo quel maiale per i capelli e obbligandolo a inginocchiarsi davanti alla portiera spalancata. A Raul piaceva farlo in piedi. Lo sentivo grugnire di piacere. Dopodiché li facevamo correre un po’, inseguendoli con la macchina, gli abbaglianti accesi. – Cretini! – Non vi basta farlo gratis, anche rincorrerci. Ridevamo zigzagando tra il viale e il prato. Raggiungevano l’argine del fiume e di lì ci facevano le boccacce, dimenando quei culi bianchi come latte. – Dai, molliamoli. Per stasera ne ho abbastanza – diceva Raul. Tornavamo sul Lungo Dora, l’aria sul viso. – Ci prendiamo un accidenti – mugugnava Raul tirando su il finestrino. – Che schifo che mi fanno. – E allora perché te lo fai succhiare? – Una bocca vale l’altra. – Mi sa che i pervertiti siamo noi. – Noi siamo la legge. Rideva annusando il manganello. – Ho sete – diceva a un tratto. – Siamo ancora in servizio, collega. 7


– Cazzomene! Ci fermavamo a un baracchino. – Birra per due – ordinava lui senza scendere. Con qualcuno era necessario essere energici, se non si sbrigava a darci due birre gratis. Ma solo con qualcuno. Le stappava Raul, con i denti. – Te li farai saltare, prima o poi. – Con questa dentatura spezzo tutto. – Spezzi mutande. Un tappo da birra mica è stoffa! Mi passava la bottiglia, riprendendola dopo ogni sorso. Se incrociavamo un’altra pattuglia, non potevamo rischiare. – Hai già pensato che potrebbero buttarci fuori? – gli chiedevo qualche volta. – Hai già pensato che non me ne frega un cazzo? – rispondeva sempre. Perciò continuavamo le nostre notti brave, guidando lenti, il lampeggiante spento. Manco fossimo in vacanza.

* *

***

La dottoressa Gilli era fine ed educata. Aveva delle attenzioni nei miei riguardi. – Vuole tirare giù la veneziana? – domandava. – Sì, grazie. Almeno non mi sembrerà un terzo grado – rispondevo andando alla finestra. 8


Lei sistemava le cartelline in un cassetto, quindi mi invitava ad accomodarmi. Era elegante. Quel tipo di eleganza che ammiro nelle donne che fanno gli uomini. Una donna così delicata, così minuta, non doveva fare quel lavoro. Dover parlare di brutte cose con uomini come me. E anche peggio. Doveva starsene in una casetta linda con le tendine di pizzo e uscire nel giardino a raccogliere i fiori, prima di mettersi a cucinare per il marito. Questo pensavo guardandola. – Ma lei non mi ascolta – sorrideva. – Mi scusi. – Allora, dicevo: com’è andata la settimana? – Bene. Troppo in fretta. Ogni volta dimenticavo di avere di fronte una donna intelligente. Quasi un uomo. – Non stiamo giocando a nascondino – mormorava. Me la ridevo tra me e me. Povera donnina. Voler cavare un ragno dal buco. – Posso fumare? – chiedevo. – No, mi spiace. Allargavo le braccia, arreso. Teatrale. – Perché non mi dice qualcosa di più del solito ‘bene’? – tentava lei. – Se non sbaglio, scriverà un rapporto dettagliato per i miei superiori. – Sì, ma non farò la spia. Lo dichiarava con decisione, premendo la schiena 9


contro la poltrona imbottita. – Dottoressa, mi perdoni, ma se non fossi costretto, io non verrei qui una volta la settimana. – È solo la terza seduta ed è già stufo? – Non sono stufo. Sono seccato. Chiunque ha dei problemi – sono sbottato quel giorno. Ha sollevato una mano, protendendosi sulla scrivania. – Massacrare di botte un collega, non è avere problemi da poco, non le pare?

* *

***

Quando rientravo, era l’alba. Si alzava dalla poltrona di finta pelle, avvolgendosi stretta stretta nella vestaglia. Fin da bambino l’avevo sempre vista con quella vestaglia azzurra, ormai logora. – Non l’hai trovato… – diceva, carezzandomi il viso. Sospirava. – Povero bambino, che vita ti faccio fare… – Lo faccio volentieri, lo sai – rispondevo. – Vieni, ti preparo un caffè. Mi sedevo in cucina e osservavo i suoi gesti lenti e stanchi, guardavo la sua faccia pallida che si stava afflosciando, giorno dopo giorno. – Dove sei andato? – chiedeva, mentre bevevo il caffè. Elencavo i posti in cui l’avevo cercato, locali d’infi10


mo ordine di cui mi vergognavo raccontare. – Che tipo di locale è? – domandava, sentendo un nome nuovo. – Roba di lusso, sai, per gente fine… – Niente volgarità? – No no, tutt’altro. Sai, luci soffuse, camerieri in livrea… – E donne? – Tante. – Si spogliano? – C’è lo spogliarello di mezzanotte, molto raffinato, tutti battono le mani… Mi fissava perplessa: – Non capisco… Cosa cerca…Cosa cerca? – Abbi pazienza, – dicevo, – gli passerà. È un periodo… Mi alzavo per andare a dormire. Mi abbracciava con tenerezza. – Sei proprio un bravo figliolo… Scuotevo il capo, sforzando un sorriso. – Vai, vai a dormire, caro – diceva. E io mi gettavo sul letto, sprofondando nel sonno, i pugni chiusi.

* **

www.edizionihaiku.com

Profile for Edizioni Haiku

Asana  

Alcool, mazzette, giri di prostituzione. Le strade di un’anonima Torino. Dopo aver quasi massacrato di botte un suo collega, Corrado è costr...

Asana  

Alcool, mazzette, giri di prostituzione. Le strade di un’anonima Torino. Dopo aver quasi massacrato di botte un suo collega, Corrado è costr...