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Giuseppe Rajola

mistero

Sciacca storia di un corallo di altri tempi con approfondimenti tecnici di

Margherita Superchi

Edizioni Scientifiche e Artistiche


Nel 1875 fu rinvenuto, a una trentina di miglia al largo della città di Sciacca, in Sicilia, un banco di corallo. Era un corallo di uno strano colore arancio, diverso da quello che si raccoglieva in quell’area. La cosa ancora più strana che tanto, tantissimo corallo risultava ammucchiato, accatastato, in spazi molto ristretti del fondo marino. In breve la notizia si sparse e furono tantissimi i pescatori di corallo professionisti che vi accorsero da ogni dove, da Torre del Greco in primis. Quando sembrava che il banco si stesse per esaurire, ne fu trovato un secondo più grande, e poi un terzo più grande ancora. La “pesca” durò oltre venti anni, fino alla fine del secolo. Ma più che di una “pesca” si trattò di una “raccolta”. Un evento unico, eccezionale, irripetibile. Si calcola che furono estratte dal mare oltre 14 mila tonnellate di corallo. Una cifra impressionante! Furono incaricati scienziati dell’epoca di studiare la cosa, di capire il perché di tutto quel corallo, di verificare se una pesca così massiccia non potesse danneggiare la riproduzione dello stesso corallo nell’area. La risposta fu sempre la stessa: tutto quel corallo era lì in quanto in quella zona vi era la presenza del vulcano che, pochi anni prima, aveva dato origine all’isola Ferdinandea, la famosa “isola che non c’è”. Si trattava di un corallo morto, e come tale non poteva riprodursi. Nessuno si chiese perchè mai ce ne fosse tanto nello stesso luogo, né come fosse possibile che un materiale organico, quale il corallo, si conservasse a dispetto di temperature così alte. Nessuno, fino ad oggi.


i Luoghi e la Storia 6


Giuseppe Rajola

mistero

Sciacca Margherita Superchi

Edizioni Scientifiche e Artistiche


mistero Sciacca Giuseppe Rajola Margherita Superchi Ferruccio Russo Cangiano Grafica

I diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, archiviata anche con mezzi informatici, o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzoelettronico, meccanico, con fotocopia, registrazione o altro, senza la preventiva autorizzazione dei detentori dei diritti.

I edizione Aprile 2012 II edizione Luglio 2012

ISBN 978-88-95430-35-5

E.S.A. - Edizioni Scientifiche e Artistiche © 2012 Proprietà letteraria, artistica e scientifica riservata www.edizioniesa.com

info@edizioniesa.com


a Grazia


E

cco l’incanto della nostra Italia, bella, di una bellezza antica e sempre attuale, criticata per i tanti difetti di noi Italiani (impastati dal rifiuto congenito a rispettare le regole), ma pure spesso riconosciuta, non solo per le sue bellezze senza paragoni, ma anche per le doti tipiche degli Italiani, che riescono sempre a sorprendere, per il loro particolare spirito, ricco di ingegno e volontà. Per questo in tutta Italia sono esistiti ed esistono punti di eccellenza degli argomenti più diversi, con personalità di eccezione, che passano alla storia e non solo in quella italiana. Ecco Torre del Greco, ed ecco “Beppe” Rajola, animato dall’amore per la Sua Terra e per il corallo e con le doti per esprimerlo, a beneficio di tanti. Che dire del lungo periodo durante il quale ho partecipato allo studio di Giuseppe Rajola sul Corallo di Sciacca? Posso dire che è stato un periodo bello, di entusiasmo, che ha portato a conoscere tante cose sul corallo, storiche e tecniche, e che ha arricchito la mia vita professionale anche di quegli aspetti umani, così importanti, che portano all’amicizia basata su comunità d’intenti e reciproca stima. Un grande plauso a Beppe Rajola per l’iniziativa e per tutte le notizie e dati che è riuscito a ottenere, raggruppare e interpretare; da ultimo, ma non da meno, per aver contattato professionisti di diverse discipline, il modo ideale per affrontare questo tipo di argomenti. Sono certa che questa Rassegna resterà come una pietra miliare dell’argomento CORALLO e sarà d’aiuto e sprone per coloro che vorranno affrontare il Corallo nei suoi numerosi, affascinanti aspetti. Margherita Superchi 5


La

casa di mio nonno Giuseppe era composta da sei stanze. A destra, entrando c’era una grandissima cucina, il grande focolare con ben tre fuochi a carbonella, e relativa fuligine. Un grande tavolo accoglieva la famiglia nei pranzi dei giorni normali, quando non si mangiava nella camera da pranzo, confinante con il salotto, nel quale io bambino non andavo mai in quanto mi mettevano paura i quadri degli antenati – soprattutto i parenti della nonna – scuri e cupi. Non uno che sorridesse. Perché? Vi era poi la camera da letto dei nonni, naturalmente, ed uno studiolo che serviva al nonno per far di conto e scrivere le lettere ai clienti con una vecchia macchina da scrivere – credo fosse una Remington – che era la mia passione. Attraverso lo studio si accedeva al laboratorio, una grossa stanza piena di macchinari che esercitavano su di me, bimbo di 5-6 anni, un enorme fascino. All’interno del laboratorio, poi, dietro un paravento di compensato chiuso da una tenda di cotone a motivi floreali, vi era il deposito delle materie prime, il corallo sistemato in casse di legno su scaffali che arrivavano al soffitto, le conchiglie, la madreperla, le zanne di avorio. Quello era il mio mondo. Entravo nel laboratorio e, cercando di non dare nell’occhio, sgattaiolavo nel deposito. Il mio “sfizio” più grande era quello di toccare il corallo. Solo chi lo ha provato può capirmi: è qualcosa di fisico, che attraversa i sensi, ti prende completamente. Ve ne erano di vari tipi e colori: avevo imparato che quello rosa chiaro e quello arancio che aveva la macchia bianca al centro erano coralli che venivano dal Giappone; quello rosso, in rametti più piccoli e puzzolenti era corallo della Sardegna, pescato di recente, la cui superficie esterna stava imputridendo.

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La mia passione, però, era un altro corallo, un corallo di uno strano colore arancio, che non puzzava, tutte piccole bacchettine più che rametti. Affondavo le manine in questa massa, le ritraevo piene di corallo che lasciavo cadere nella cassa; incredibile, questo corallo suonava! Era uno strano suono, tra il vetroso ed il metallico, ed io sarei andato avanti le ore, se non fosse arrivato, immancabilmente, il mio papà a tirarmi fuori di lì, sgridandomi per come mi ero conciato le mani, sporche di una polvere grigiastra. Perché suonava quel corallo? Sono cresciuto, ho appreso che quel corallo proveniva dalla pesca fatta a Sciacca a partire dal 1875 e che era andata avanti per una trentina d’anni. L’ho lavorato, ho imparato che ha una consistenza maggiore del corallo normale.

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E sarebbe finito tutto qui se una circostanza, apparentemente estranea, non avesse avuto dei risvolti imprevisti. Sono stato eletto presidente dell’Assocoral, l’associazione che – a livello nazionale – raggruppa le aziende che lavorano il corallo. Come tale ho coadiuvato il compianto (mai abbastanza) Fabio Cicogna nell’organizzazione di due convegni internazionali sul corallo, svoltisi sotto l’egida della FAO. Da questi convegni è venuta fuori l’esigenza di studiare il corallo sotto vari aspetti. Hanno risposto all’appello ventuno tra Università ed Istituti di Biologia marina internazionali, coordinati dall’Assocoral. Ed è lì, in questo ambito, che mi è nata la “passionaccia” per tutto quello che riguarda la biologia del corallo. Poi, di recente, è successo qualcosa di grave: organizzazioni di ambientalisti Usa hanno portato un duro attacco al corallo. Tanto grave questo attacco in quanto, con motivazioni pretestuose, hanno ficcato dentro le specie da proteggere anche il corallo rosso del Mediterraneo, che già gode di ampie salvaguardie e protezioni. Ed hanno portato l’argomento tra quelli su cui deliberare in Consiglio Mondiale Cites, l’organismo che si occupa della protezione delle specie di flora e fauna minacciate di estinzione. Hanno fatto passare la categoria dei corallari come dei pirati, hanno usato, manipolato le informazioni sul corallo pescato a Sciacca dicendo: vedete quale scempio sono stati capaci di fare i corallari? Questi signori non sono degli stupidi, anzi. Conoscono a menadito tutto quanto si è detto, o scritto sul corallo, dai tempi di Sciacca ad oggi. Perché lo hanno fatto? possibile che a nessuno di loro è venuto in mente che certe dichiarazioni, come dire?, superficiali, potevano significare la fine del lavoro di 3.000 famiglie di Torre del Greco? Rassicuratevi: non ci sono riusciti. In me, però, è rimasta la voglia di approfondire il discorso, chiarire i tanti perché che mai sono stati chiariti e che, di volta in volta, vengono sfruttati da personaggi in malafede. Oggi che, quinta generazione, i miei figli Vincenzo e Mariella stanno prendendo, definitivamente, in mano le redini dell’azienda di famiglia, penso sia giunto il momento di rispondere a quel lontano “perché suonava quel corallo?”

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Ho letto molto, studiato le fonti, dalle più autorevoli a quelle più popolari (che a volte sono le più attendibili). Tutte concordano, fondamentalmente, in una cosa: la trasformazione è dovuta all’origine vulcanica dell’area. Non mi è bastato: occorreva fare degli esami più approfonditi, avviare delle ricerche. Ho chiesto aiuto e consiglio a quanto c’è di meglio, a livello nazionale e internazionale, in campo gemmologico: la dottoressa Margherita Superchi, che mi onora della sua amicizia. Questa è la storia delle ricerche fatte, da due punti di vista diversi: il mio, di apprendista storico-biologo e poi le schede scientifiche preparate da Margherita Superchi, con la sua solita attenzione e puntualità. Non vi anticipo niente. Vi invito a fare questo viaggio con me. Facciamo un passo indietro, però, e cominciamo dall’inizio. Andremo prima a Torre del Greco, per poi trasferirci in Sicilia.

L’Italia Meridionale, 1851. A.H. Wray, J. Rogers, disegnatore J. Rapkin.


La Reggia Borbonica di Portici in una tela di Giovan Battista Lusieri, Alle falde del Vesuvio da Portici, ďŹ ne XVIII sec. Collezione privata, Torino.


C

on la spedizione dei Mille e con l’annessione all’Italia, nel 1861 finisce il Regno dei Borboni. Quasi due secoli di dominazione, alterne vicende, deposizioni e restaurazioni. Regnanti illuminati alcuni, dispotici e capricciosi altri. Il ventiquattrenne re, Francesco II, lasciando Napoli, si era lasciato andare ad un monito che, alla luce di quanto sarebbe successo dopo, suonava sinistro: “Voi, amati sudditi, sognate l’Italia ma arriverà il giorno che non avrete più nulla, nemmeno gli occhi per piangere”. Triste profezia di questo giovane sovrano, che fu molto sfortunato: non aveva mai conosciuto la madre, morta pochi giorni dopo averlo messo al mondo per le conseguenze del parto. Novello sposo, aveva perso il padre, che peraltro era ancora quarantanovenne, per un male non curato a dovere. Gli toccò prendere il suo posto. Era salito al trono a soli vent’anni, e intorno a lui c’era una corte che non lo amava, che remava contro, a cominciare dalla matrigna, Maria Teresa d’Austria, che il padre aveva sposato in seconde nozze, la quale avrebbe fatto carte false affinché sul trono salisse suo figlio primogenito, Luigi, conte di Trani. Troppo grande, per le sue giovani spalle, il peso del governo del regno. Il padre Ferdinando II era stato un grande re, aveva avviato una serie importante di riforme, stava realmente industrializzando il Sud. Probabilmente se ci fosse stato il padre ad affrontare le problematiche derivanti dai moti di ribellione che da più parti del regno si levavano, e se fosse stato Ferdinando II a gestire i rapporti con i Piemontesi, i libri di storia porterebbero un’altra conclusione. Ma con i se non si fa la storia: il destino ha voluto diversamente. Francesco II venne chiamato troppo presto a gestire quel covo di serpi, dove

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Leonardo Coccorante, Veduta del Palazzo Reale, Napoli 1739. Collezione Robilant+Voena.

ognuno badava solo ed esclusivamente al proprio tornaconto. Cosa poteva fare, un ragazzo di vent’anni? Eppure, veniva ricordato dal popolo con affetto, con amore. Veniva chiamato Francischiello non solo e non tanto perchè fosse piccolo nel fisico o molto giovane: era un vezzeggiativo; Francischiello era uno di loro, un napoletano come loro, uno che parlava la loro lingua, uno che li sapeva comprendere... Sentite cosa dice di sé e di Napoli: “io sono Napoletano, nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduti altri paesi, non conosco altro suolo che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno, i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua è la mia lingua, le vostre ambizioni mie ambizioni”. Torniamo a Napoli. Napoli era capitale, capitale di un vasto regno. Contendeva a Parigi vari primati nell’arte, nella musica, nell’industria. A Napoli risiedeva tutta la nobiltà, ed ogni nobile faceva a gara con gli altri nello sfoggiare le proprie ricchezze, i propri talenti, la propria magnificenza. Praticamente, ogni nobile, proprietario terriero, si era costruito a Napoli il proprio palazzo per stare vicino alla corte, ai centri del potere, e a Napoli spendeva le rendite prodotte in tutte le altre parti del regno. E Napoli cresceva: ogni giorno nascevano nuovi palazzi bellissimi e magnifiche chiese. Ed aumentava, giorno dopo giorno, esponenzialmente, il numero di diseredati che abbandona-

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vano le province povere del regno per trasferirsi in città: era qui la festa, qui girava il denaro, il divertimento, il cibo. Qualche briciola si riusciva sempre a rimediarla, per non morire di fame. Qualche moneta usciva sempre, lavoricchiando dietro i nobili, soddisfacendo i loro capricci, le loro manie di grandezza, le loro vanità. E, se poi tutto mancava, c’erano sempre i tanti conventi e pii istituti, e le dame, caritatevoli più per desiderio di prestigio che per vero senso cristiano. Molti storici hanno messo in risalto che il Regno di Napoli aveva, al momento dell’Unità, molti primati. Citerò solo quelli più noti: vi erano ben quattro regge tra le quali quella di Caserta, che poteva essere paragonata a Versailles, le seterie di San Leucio, il primo tratto ferroviario, la prima nave a vapore e tanti altri, minori ma non meno importanti. Guardiamoli, però, con occhio attento: questa è la parte emergente di un iceberg, quella da esporre per vantarsene: sotto il pelo dell’acqua la povertà era sovrana! Attenti, però: non che in altre parti d’Italia si stesse meglio! Una splendida immagine della Reggia di Caserta e del suo parco. Chi ha in mente una visita, non trascuri di visitare quest’ultimo, ricco di fantastiche opere d’arte.


La prima locomotiva adoperata in Italia, sul tratto Napoli-Portici, nell’ottobre 1839. Si tratta di una locomotiva di fabbricazione della inglese Longridge Starbuck & Co. Le carrozze del treno inaugurale, invece, erano state costruite nella fabbrica di Pietrarsa (sede oggi di uno splendido Museo). In seguito anche le locomotive saranno costruite a Pietrarsa ed esportate un po’ dovunque.

Con l’Unità d’Italia la crisi a Napoli si manifestò in tutta la sua gravità: veniva a mancare la corte, la Chiesa era stata espropriata dei suoi beni, tanti conventi chiusi. La nobiltà tradizionale, anch’essa in decadenza, si andava spostando nei nuovi centri di potere. La moltitudine di diseredati restava senza le tradizionali fonti di reddito. Napoli era diventata un enorme corpo senza testa! Non restava che arrangiarsi alla meglio in una situazione sempre più difficile, vivere di espedienti. E Napoli diventò la capitale dell’arte di arrangiarsi, quella dove si sviluppava e si affinava la capacità di adattamento, dove sempre ed in ogni circostanza occorreva cavarsela. Un popolo che si arrangiava perché

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Il “Real Ferdinando” la prima nave a vapore che ha solcato il Mediterraneo. Olio su tela, di S. Fergola, 1828, Napoli - Museo della Certosa di San Martino.

non aveva fonti certe di reddito, che più che vivere, sopravviveva, una moltitudine immensa che affollava vicoli e bassi, che ogni mattina non sapeva se e come si sarebbe procurati i “maccaroni”, padri di famiglia che uscivano ogni mattina per la “campata”. Una situazione diventata proverbiale in Italia e all’estero! Napoli cominciava a divenire “il caso Napoli”, a fare sempre notizia, come ai giorni nostri, quando le immagini dell’ultimo morto ammazzato o dell’immondizia che invade le strade fanno il giro delle televisioni di tutto il mondo! Napoli da capitale era diventata periferia del Regno. Il Governo Piemontese, seppur efficientissimo, organizzatissimo, purtroppo non capì quanto pro-

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La chieda di Portosalvo in una tela di Leonardo Mazza del 1926. Collezione privata.


“G

iace la città diTorre del Greco sopra uno dei fianchi del famoso Vesuvio, in fondo al Golfo di Napoli, il quale dal Capo Miseno alla Punta della Campanella, ammirabile per limpidezza e fosforescenza le si spiega dinanzi come un placido lago. Situata sopra di un terreno a dolce pendio, essa dal monte si distende gradatamente fino al mare, e dal mare è bagnata per un tratto di circa sette chilometri, quanto è lungo il suo lato a mezzodì, dal comune di Resina al Comune di Torre Annunziata, con cui confina a ponente e a levante.” Sono le parole di un innamorato. Così Giovanni Mazzei-Megale, segretario comunale, descrive Torre del Greco. Aveva ricevuto incarico dall’Amministrazione Comunale del tempo di scrivere un libello di presentazione della città all’Esposizione Universale di Berlino, anno 1880. E continua: “Ciò che forma una prerogativa invidiabile di Torre del Greco è la salubrità dell’aria e la dolcezza del clima, che si prestano alla facile guarigione di svariate malattie e richiamano di conseguenza nella città un numero considerevole di forestieri in tutte le stagioni.” Una terra benedetta, dunque, che però non può vantare, come tante altre città d’Italia, opere architettoniche importanti, palazzi, chiese, in quanto “di ricordi storici memorabili Torre del Greco offre pochissimo, quando voglia non tenersi conto della storia del Vesuvio, che sarebbe una storia torrese per le grandi vicissitudini alle quali la città fu tante volte soggetta per forza delle frequenti eruzioni di quel vulcano.” Il Vesuvio, dunque, croce e delizia di Torre del Greco!

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Torre del Greco in una bella immagine dei primi del ’900. Ben visibili, da destra a sinistra, si stagliano le sagome del Palazzo Baronale e del Palazzo Castelluccio. Grazie all’Ing. Salvatore Argenziano.

Non è mia intenzione andare indietro all’eruzione del 79 d.C. che, naturalmente, fu distruttiva anche per tutto quanto era nella nostra area, anche se, a quei tempi, dalle nostre parti dovevano esserci solo tre o quattro enormi ville di ricconi, con intorno le case di chi coltivava loro la terra, allevava il bestiame etc. etc. L’opera appassionata di qualche bravo archeologo ha riportato alla luce parte di queste meraviglie, quali villa Julia e le Terme, ma forse – a mio sommesso avviso – sarebbe stato meglio se fossero rimaste interrate, in quanto ora che sono state riportate alla luce avrebbero bisogno di cure e di manutenzione che non stanno ricevendo, per cui si vanno deteriorando irrimediabilmente.

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evo necessariamente fare una confessione: io non me la sono sentita di parlare di Sciacca, senza rendere omaggio – seppur minimo, modesto – a Trapani e alla grande epopea dei Maestri Curaddari, i quali, in oltre due secoli, ci hanno lasciato opere uniche, straordinarie, irripetibili. Il mio è il modesto, rispettoso riconoscimento che un figlio di Torre del Greco, cresciuto a pane e corallo, sente di dovere a chi è stato Maestro. Non troverete nel mio scritto, pertanto, ricerche o cose nuove: altri lo hanno fatto benissimo. Cito, su tutti, l’ottimo lavoro che ha fatto e continua a fare il Museo Pepoli di Trapani. Chi vuole avere un’idea di cosa sia stata l’arte del corallo a Trapani e per la Sicilia, vada a visitare il Museo Pepoli. Ho negli occhi, e nel cuore, la mostra organizzata nel 1986 dal Museo, intitolata “L’Arte del corallo in Sicilia”, della quale conservo gelosamente il catalogo, attraverso il quale ho potuto capire finalmente come erano organizzati i Curaddari, perché il fenomeno sia nato e – soprattutto – perché sia finito. Mi piace cominciare a parlare di Trapani citando quanto scriveva, nel 1591, l’ignoto autore della Historia di Trapani, il quale afferma che l’arte del corallo, ormai, è tanto diffusa e tanto importante nella città quel bono magisterio della lavorazione che – cito testuale – “ alla città di Trapani di tanto utile et ornamento quanto sia cosa alcun’altra che forse oggi di ella dentro al suo giro ritenga”. Cosa significa? È presto detto. Anzi, lo spiega lo stesso autore. Continuiamo a leggere: “la quale (la lavorazione del corallo) per essere in questa città circa venticinque botteghe, con diversi lavoratori per una (cosa che non è forse in nulla

Nella pagina a fianco: Trapani, Museo Pepoli, il Chiostro.

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Paliotto con applicazioni in corallo. Museo Pepoli, Inv. 5311. Per gentile concessione.

delle maggiori città che siano in Italia, né fuori, e tutte in mezzo ad una bellissima strada quinci e quindi ordinatamente l’una appresso dell’altra disposte), dà a questa città gran fama et ornamento; e massimamente perché i loro maestri, oltre al corallo, che in rami, come nasce, poliscono, per abbellimento di fontane portatili e di altre cose deliziose, che per vaghezza di vista si prezzano, ne fanno con grande industria lavori chi tondi come cerase e chi lunghi in guisa d’olive. I quali dapoi, infilati che siano, quelli sono di cui s’ornano il collo e le braccia le donne et i fanciulli: sessanta di quei tondi, che pesavano dieci onze, si hanno per la sua finezza venduto tant’altri scudi quanto erano i coralli a numero”. Quindi 60 scudi. Mica male! Ma quando è cominciata la pesca, prima, e la lavorazione poi, del corallo? Io direi che c’è sempre stata, da quando l’uomo ha abitato queste amene zone. Considerate una cosa: il mare del canale di Sicilia è tra i mari più ricchi di corallo, di ottimo corallo. A parere mio, tutti gli uomini (e le donne, soprattutto) di qualsiasi epoca, hanno avuto un qualche coralluccio con cui adornarsi. Il periodo della massima fioritura dell’arte, a Trapani, si può fissare tra il 1500 e il 1700. Quando pensiamo a Trapani, tutti pensiamo alle meravigliose opere di incisione che ci sono state tramandate e che, giustamente, con orgoglio, rappresentano il meglio della tradizione Trapanese.

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Faremmo, però, un grave errore, nell’immaginare che tutto si sia esaurito (passatemi questo orribile vocabolo) in acquasantiere e crocifissi. Tutt’altro. La parte più ponderosa, diciamo il 70% della produzione Trapanese, specialmente nel 1500, sono stati i grani (pallini o barilotti che fossero). I bei rami di corallo venivano tagliati con grosse tenaglie e poi lavorati “di lima e di raspa” diremmo a Torre del Greco. In effetti, fino ai primi del novecento, vale a dire all’avvento dell’elettricità, la lavorazione del corallo è rimasta la stessa, sia a Trapani che a Torre del Greco. Tanta fatica, tanto olio di gomito per arrotondare i pallini, affinarli, renderli lisci; metodi i più empirici per lucidare i coralli, tenuti gelosamente segreti e tramandati da padre in figlio. La vera ricchezza, a Trapani, l’hanno portata i cosiddetti “padrenostri”, i rosari. Che poi fossero destinati a consumatori Cristiani o Mussulmani poco importa: business is business! E sì, perché non so se tutti sanno che ci differenziamo per tante cose, tra Cristiani, Mussulmani, Ebrei. Su una cosa, però, andiamo d’accordo: tutti usiamo il rosario: solo che ognuno usa numeri differenti di sfere, per contare le preghiere che recita. E guarda un pò il caso, troviamo che a tessere le fila del commercio di corallo vi sono gli Ebrei: vuoi perché, indubbiamente, sono dei grandi commercianti, vuoi perché sanno lavorare bene il corallo, fatto sta che in questi duecento anni di storia del corallo a Trapani tutti gli alti e bassi che vi sono stati, e ve ne sono stati, sono stati sempre legati alla presenza o no degli Ebrei: se vi erano gli Ebrei, gli affari andavano a gonfie vele; se gli Ebrei La “tenagliatura” del corallo. Antico sistema di taglio. Con una mano si tiene il ramo di corallo e con l’altra si manovra la tenaglia. Essendo questa molto grande e pesante, basta un minimo colpo ben assestato per far spaccare il ramo, senza provocare sfrido, perdita di materiale nel taglio meccanico.


Sciacca, oggi: la Marina. Foto del novembre 2011.

regnava Cocalo, re dei Sicani. Grato per l’ospitalità ricevuta, Dedalo gli organizzò le cosidette Stufe di San Calogero, sul monte Cronio. A suffragare questa tesi, ci sono stati dei ritrovamenti di ceramiche, che si possono far ascendere al periodo di transizione tra l’età della pietra e quella del bronzo. Poche sono le notizie certe e sono frammentarie, naturalmente. I Saccensi ritengono che l’antica città fosse ubicata un po’ discosto da quella attuale (circa 6 km), nella valle che si forma tra il monte Nadore e il Monte San Calogero. E la loro tesi è confermata dal fatto che in situ sono venuti alla luce avanzi di mura di grandi dimensioni. Ciò non farebbe che confermare l’esistenza dell’antica città abitata da popolazioni sicane.

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Trecento anni dopo, i greci, per meglio dire, gli abitanti di Selinunte, crearono una nuova area, più ad est, ricchissima di acque minerali che fu giocoforza chiamare Terme Selinuntine. Terme Selinuntine finì in mani Cartaginesi quando, nel 409 a.C. questi rasero al suolo Selinunte. Non fu un grande momento: nel giro di pochi anni, Terme Selinuntine si trovò al centro di alcune cruente battaglie, che ancora vengono ricordate: esiste, nella Sciacca di oggi, una contrada che si chiama Baronia di Magone dal nome del condottiero Cartaginese che perì negli scontri contro l’esercito di Dioniso di Siracusa. Si vedono ancora delle pietre a forma di cono che erano parte del suo monumento sepocrale. Questo stato di cose andò avanti a lungo: dobbiamo arrivare ai Romani, meglio, al tardo-impero romano, per sapere che Terme Selinuntine cambiò nome prendendo quello di Aquae Labodes, non solo, diventò un importante centro rappresentato sulle carte da un bell’edificio di forma quadrangolare, che voleva dire Stazione delle Poste dell’Impero. Facciamo un nuovo salto ed arriviamo nel bel mezzo dei cosiddetti Secoli bui: nell’840 tutto il territorio viene occupato dagli Arabi e – finalmente – prende il nome che porta oggi: Sciacca. Non mi chiedete di dirvi da quale radice o etimologia araba derivi in quanto dovrei solo ripetere quanto altri dicono, tra parentesi, accapigliandosi tra loro. Non ci penso proprio. Sciacca è un bel nome e così ce lo teniamo! Quello che risulta, però, è che furono anni di prosperità: la città cresceva. Cresceva in importanza, tant’è che era divenuta sede di Vescovado: e il clero sa sempre dove andare ad investire… Cresceva in traffici, in commerci, in quanto posta a metà strada tra Mazara col suo importantissimo porto-canale e Girgenti. Fu in questo periodo che divenne ca-

Antica stampa raffigurante Sciacca. Per gentile concessione del Dr. Giovanni Tagliavia, Direttore Biblioteca di Sciacca.


Pietro Coccoluto Ferrigni.


A

ll’Avvocato Ferrigni, che ho già citato, siamo debitori di un qualcosa di unico, straordinario nel suo genere: uno spaccato delle condizioni della pesca del corallo, fatto nel 1864, esaminato da diversi angoli, da più sfaccettature. Messi in guardia dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio sul fatto che la Francia stava preparandosi a sferrare un duro attacco all’industria della pesca, prima, e della lavorazione, poi, gli armatori di barche coralline, per lo più di origine Torrese (lo si evince dalla lettera di accompagnamento nella quale ci sono tutti i nomi ed i cognomi dei firmatari, che vi risparmio) danno mandato all’Avvocato Ferrigni di stilare un’ampia, dotta e circostanziata relazione sullo stato dell’intero comparto, che è estremamente interessante, soprattutto in prospettiva futura, guardando a quello di cui andremo a parlare dopo. Ma chi era l’Avvocato Ferrigni? Pietro Coccoluto Ferrigni era, diremmo oggi, un vero “personaggio”. Nasce a Livorno da emigranti napoletani dediti al commercio. È un enfant prodige: a tre anni già legge, a sedici si iscrive – con una speciale dispensa e dopo aver superato gli esami di ammissione – alla Facoltà di Giurispudenza a Pisa. Si laureerà poi a Siena. Nel frattempo, scrive per vari giornali con lo pseudonimo di Yorick figlio di Yorick, e per questo diventa famoso. Patriota, di idee liberali, partecipa alla Spedizione dei Mille e viene ferito a Milazzo. Diventa segretario particolare di Garibaldi e lo segue fintanto che questi non si ritira a Caprera.

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Le rotte delle coralline. Partendo da Torre del Greco, chi andava in Sardegna risaliva la costa fino a Civitavecchia, per poi tentare la traversata fino ad Olbia quando le condizione meteo ed il vento favorevole l’avessero consentito. Da Olbia, poi, si sarebbero sparpagliate tra Santa Teresa, Alghero, Bosa. Chi invece sceglieva di pescare in Sicilia ovvero sulle coste Africane, scendeva lo stivale, costeggiando la Calabria, fino a Trapani. Lì le rotte si dividevano: c’era chi si fermava in Sicilia, e quindi si dirigeva verso la costa occidentale e chi, invece, faceva la grande traversata fino in Tunisia


S

i diventava pescatori di corallo molto presto. A 12, massimo 13 anni, poco più che bambini, c’era il primo imbarco. I più fortunati, erano arruolati come mozzi sulla barca insieme a papà, a uno zio, a un parente. Il lavoro era duro, molto duro. A cinquant’anni si era già vecchi, bisognava mollare. La stagione di pesca andava da marzo/aprile a settembre/ottobre. Si partiva quando il tempo ed il vento consentivano di fare la traversata verso la Sardegna oppure verso il nord Africa. Si navigava a vista. Quelli che andavano in Africa scendevano lungo la Calabria, il nord della Sicilia e poi attendevano di avere il vento favorevole per tentare la traversata, da Trapani alle coste Africane, la famigerata Barberia. Coloro i quali, invece, erano tentati dalla superiore qualità del corallo di Sardegna, risalivano l’Italia fin sopra Roma per poi attaccare il mare aperto in direzione di Olbia, proseguendo per Alghero e dintorni. Ci sono stati anni nei quali si sono contate 400-500 feluche che partivano da Torre del Greco, più o meno equamente divise tra quelle che andavano a pescare corallo in Sardegna, Corsica e quelle che andavano in Barberia (Tunisia, Algeria). Chi andava in Sardegna se la passava meglio, in quanto, la sera, riusciva a riparare in porti o attracchi quali Alghero, Bosa. Il grande vantaggio era che si poteva scendere a terra, acquistare un po’ di frutta e verdura, fare una vita con una parvenza di umanità. Molto peggio per chi andava sulle coste Magrebine. Vero è che anche lì c’erano i porti – Tabarca, Bona – ma erano estremamente pericolosi, per gli uomini e per il pescato.

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Disegno di una corallina, con i piani di costruzione della stessa. Nel disegno, che ho ripreso da “Vele Italiane della costa occidentale” ho evidenziato l’argano, il cosiddetto “vocia vocia”, imbullonato saldamente nell’asse di fondo della barca.

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Una marticana trasborda il suo prezioso carico, distribuendolo a varie barche. Olio su tela. Anonimo fine ‘800. Collezione privata.

Alla fine tutti preferivano ritirarsi e trascorrere la notte sull’isolotto di Galita, uno scoglio disabitato e desertico, sul quale però, una volta tirate a secco le barche, l’unione faceva la forza. C’era, comunque, il conforto della terraferma, di poter accendere un fuoco su cui cucinare il pesce che era rimasto nelle reti, acquistare una verdura, un frutto dalle barche dei locali che venivano a venderli fin lì. Circa la qualità e la varietà del cibo non c’era da stare molto allegri, di sicuro. Quello che non mancava mai erano le “gallette”, una sorta di biscotti di grano, durissimi, che occorreva spugnare con acqua o brodo per rendere commestibili, carne e pesce essiccati, in misura minima, un orcio di olio, cipolle e legumi. Bastava, o meglio, doveva bastare. La barca era piccola, e non c’era spazio sufficiente per poter ospitare tutto. Molto più importante avere con se le reti e gli attrezzi per la pesca. Per fortuna dei nostri, ogni due, tre settimane arrivava da Torre la barca, la cosidetta marticana, con rifornimenti di viveri, cime, reti, notizie dei propri cari, nascite, morti.

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Mimmo Macaluso nei “panni da lavoro�


Lo

scopro quasi per caso. Un giorno, navigando nel web, compongo insieme le parole “corallo, sciacca”. Tra le tante cose che vengono fuori, tutte a me già note, ce n’è una che attira la mia attenzione: è un articolo de “il Giornale” che titola “Così ho scoperto il vulcano sottomarino grande come l’Etna”. Sento parlare per la prima volta di Mimmo Macaluso. L’articolo era della fine di luglio 2006. Riesco a procurarmi la sua mail e gli scrivo. A ottobre ci incontriamo e mi racconta la sua fantastica avventura: Mimmo Macaluso è, prima di ogni cosa, un medico, anzi un buon medico a quanto ho sentito dire. Ha due grandi passioni: la storia antica, meglio dire l’archeologia ed il mare. È riuscito a metterle insieme ed è diventato uno dei maggiori esperti che oggi l’Italia può vantare in Archeologia marina. Appassionatissimo di immersioni, ne ha fatte in ogni dove. Sopratutto, conosce la sua terra, ed il suo mare, il mare del Canale di Sicilia, come le sue tasche. Ed ama entrambi di un amore profondo, viscerale. Racconta Macaluso della sua convinzione profonda, confortata da prove storiche, che davanti alla Sicilia, meglio nel Canale di Sicilia, debba esistere da qualche parte un misterioso vulcano sottomarino, pericolosissimo, in quanto potrebbe esplodere. Egli ha studiato a lungo la storia antica ed ha trovato molti indizi, inediti, nei racconti, nelle leggende. “Quando gli indizi sono molti finiscono per diventare prove”. Sostiene Macaluso che proprio l’esplosione di un vulcano sottomarino avrebbe potuto portare alla scomparsa di Selinunte, distrutta completamente

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A

questo punto non posso non parlare di quanto è successo al largo di Sciacca, nel 1831. Andiamo dunque all’estate di quell’anno, e parliamo dell’“isola che non c’è”. Lo facciamo chiedendo aiuto a Benedetto Marzolla, impiegato del Reale Officio Topografico, presso la Corte di Ferdinando II di Borbone, il quale, insieme ad altri due impiegati era stato incaricato di andare a vedere l’isola, ricavarne l’esatta posizione, riportare delle immagini e tutto quanto ci si poteva aspettare da uno che si occupa di topografia. Ecco come Marzolla descrive l’isola Ferdinandea, nella sua relazione datata 10 Dicembre 1831: “Tra Sciacca e l’Isola di Pantellaria, quasi nel mezzo dello spazio di mare che li divide, e propriamente ov’era un Banco coperto detto Nerita, verso il dì 12 luglio 1831 surse un Vulcano sottomarino assai estesamente descritto dai pubblici Giornali. Da esso dopo grandi eruzioni n’è rimasta una isoletta che qui viene descritta. Ne fu levata la pianta e ritratte le vedute il dì 27 ottobre ultimo da un’Inglese che la visitò col mezzo del Pacchetto a Vapore Francesco I, partito da Napoli espressamente, e dal medesimo date originalmente al sottoscritto insieme ai particolari seguenti, ivi in detto dì osservati, che per far cosa grata agli amatori ha pubblicato. L’Isola consiste in una pianura di livello che appena s’eleva sul mare per tre palmi, e che si compone di sabbia fina, nericcia, e pesante, sparsa di piccoli frantumi di lava pesante, e di scorie molto friabili e leggiere. La sabbia, le scorie, ed i pezzi di lava par che contengano molto ferro; ed alla lingua fanno sentire un sapore salino molto acuto, che non rassomiglia al sapore del sale marino.

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Questi sono alcuni degli schizzi, i più significativi, dell’isola Ferdinandea. Furono eseguiti, come racconta lo stesso Marzolla, da un Inglese inviato proprio per fare questi rilievi, che poi li consegnò al Marzolla stesso. Si parte da una pianta generale dell’isola, per poi passare agli scorci laterali, di cui ne vediamo solo tre. Le immagini riprodotte sono state cortesemente fornite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli.

Quasicchè nel mezzo dell’Isola sorge un monticello che si compone di sabbia simile a quella della pianura, e di scorie friabilissime. In questo monticello non v’è la minima apparenza di cratere vulcanico. Esso termina da per tutto quasi a picco, per cui malagevole molto riesce il montarlo, tanto più che ad ogni passo il terreno si frantuma sotto i piedi, e cede al peso della persona. La parte del monte la più accessibile è quella a Levante. L’Isola ha un perimetro di palmi 2000 [1 palmo = 26 cm ca.] circa, siccome risultò da tre misure fatte accuratamente. Il monte non giunge a 500 palmi di lunghezza, ed a 200 di larghezza, la sua altezza maggiore è di 180 in 200 palmi. A ponente del monte, sulla pianura vedesi un laghetto di circa 160 palmi di giro che contiene dell’acqua bollente sulla quale vedesi galleggiare del fumo

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Camillo De Vito, Nuovo vulcano uscito nel mare della Sicilia nel 1831, collezione privata, Napoli.

come se fosse una mofeta. Quest’acqua è un poco al di sopra del livello del mare, e la profondità del lago è di 15 in 16 palmi. La sponda sotto acqua del lago vedesi tinta di colore rossastro, che par che indichi d’esservi deposto dell’ossido di ferro. In niuna parte dell’isola si vede fumare: ma ovunque si scavi un poco nella pianura si sente un forte calore, e si vede uscire un fumo raro e leggiero. Sulla costa orientale dell’isola, in sito quasi opposto al lago, vedesi in distanza di circa 20 palmi dal lido una porzione di mare coperta da un fluido che pare oleoso, e di colore celeste chiaro, e vivo, mentre si vede increspata la superficie del mare: questo spazio appare tranquillo quasicchè fosse coperto d’olio. L’acqua del lago ha un odore similissimo a quello dell’acqua sulfurea di S. Lucia in Napoli, cioè di idrogene-solforato, e toccata con la lingua fa sentire un sapore salino piccante che non rassomiglia al sapore dell’acqua marina. L’acqua stessa è di un colore brunetto nericcio, come quello dell’acqua ordinaria nella

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quale fossero stati lavati de’ pennelli tinti di acquerello della china. Si è fatta l’analisi chimica di tale acqua, e si è trovato essere l’acqua stessa del mare un poco alterata ne’ suoi componenti, e nel suo peso specifico, e sì poco unita all’idrogene solforato, che ne perde l’odore quando vien riscaldata. Per poco che il mare sia agitato, le onde coprono la pianura di sabbia, ch’essendo bagnata divien dura, e comoda da camminarvi sopra. Però il mare colle sue agitazioni si porta via una parte di detta pianura, e finirà col distruggerla affatto. Restato così il monte esposto alla furia del mare direttamente, attesa la leggerezza e friabilità de’ suoi componenti non potrà resistere all’urto de’ flutti, e probabilmente tra pochi mesi l’isola più non esisterà”. Facciamo un passo indietro, e vediamo cosa realmente era successo. Proviamo a farne una ricostruzione fedele, mettendo tutti gli avvenimenti in ordine cronologico, così come ricostruiti dalle cronache dei giornali del tempo. Siamo nel 1831, ricordiamolo. 26 GIUGNO: terremoto. Ripetute scosse sismiche, da leggere a fortissime, si succedono per vari giorni, producendo lesioni più o meno gravi in alcune case di Sciacca. Le scosse più violente furono avvertite fino a Palermo. 4 LUGLIO: a Sciacca l’aria diviene irrespirabile. Lo scirocco porta dal mare un intenso odore di idrogeno solforato, in quantità tale che è necessario tapparsi in casa, porte e finestre chiuse, per alleviare il puzzo nauseabondo dello zolfo. Nonostante questi accorgimenti, nelle case dei notabili, dove numerosi pezzi di argenteria facevano bella mostra, questi risultano completamente anneriti. Pescatori che erano andati in mare a pescare, riferiscono che alla “secca del corallo” l’acqua ribolliva ed era calda fino a bruciare, tant’è che sul pelo dell’acqua galleggiavano una quantità impressionante di pesci morti. Numerosi marinai addirittura svengono per le esalazioni. 7 LUGLIO: il capitano Trefiletti,comandante della nave Gustavo, vede un’isola a pelo d’acqua e annota che “sputa cenere e lapilli”. Di notte, poi, i bagliori rossastri si vedono chiaramente da terra, fino a Mazara, Marsala.

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La leggenda Tina, una bella ragazza sciacchitana, ama, riamata, Alberto, un giovane pescatore. La ragazza vive nel terrore che al suo Bertu possa capitare qualcosa di brutto e gli regala una medaglietta con l’effigie della Madonna, affinché possa preservarlo dai tanti pericoli che nasconde il mare. Si fa promettere dal suo innamorato che l’avrebbe portata sempre su di se. Un giorno Bertu, facendo una manovra con la barca, inavvertitamente lascia cadere in acqua la medaglia. Panico! Non ci pensa su un attimo: si tuffa laddove l’ha vista cadere, fruga il fondo in lungo e in largo, ma non riesce a trovarla. In compenso, torna su con un magnifico ramo di corallo. Questa leggenda è rappresentata molto bene nel mosaico qui a lato. Così come nella poesia di Vincenzo Licata, poeta dialettale saccense: COMU FU SCUPERTU LU CURADDU ...accussì mi cuntaru e accussì cuntu A vinti mighia fora sta citati, dunn’è chi vannu li palagaroti na varcuzza avia ‘n-funnu calati

A venti miglia al largo da questa città dove vanno i palangari una piccola barca aveva calato in fondo al mare

Nella pagina a fianco: disegno su maiolica che ricostruisce la leggenda di Bettu Ammareddu. Si trova sulla parete di una casa di Sciacca, in via San Paolo. Purtroppo, in condizioni… precarie.

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cincu carteddi cu li Capacioti; Bertu Ammareddu, nostru piscaturi, pinsavi a Tina, lu sò prim’amuri.

cinque ceste con i “Capacioti” Alberto “Ammareddu”, nostro pescatore, pensava a Tina, il suo primo amore,

Prima di fari vela idda ci dissi: “tu parti pi ddà ffora e ccà mi lassi, ma li me’ occhi a mari stannu fissi tutti li voti chi di mia t’arassi, ti dugnu sta midaghia pi ricordu. Iu ti prumettu chi giammai ti scordu”.

Prima di fare vela lei gli aveva detto: “tu parti per il largo e qua mi lasci ma i miei occhi stanno fissi in mare tutte le volte che vai via da me ti dono questa medaglia per ricordo. Io ti prometto che non ti dimenticherò mai.”

Supra la puppa, ripinsannu a Tina, la bedda marinara sciacchitana, Bertu tinia ‘n-mani la catina cu la midaghia la jurnata sana. Ma na matina va pi manuvrari e la midaghia ci cadiu a mari.

Sopra la poppa, ripensando a Tina, la bella marinara sciacchitana, Alberto teneva in mano la catena con la medaglia, l’intera giornata. Ma una mattina facendo manovra la medaglia gli è caduta in mare.

Quannu s’ama cu cori pi daveru, e si campa pi sta parola “Amuri”, ogni putenti liggi vali zeru. La stissa morti nun nni fa timuri. Bertu Ammareddu allura si spughiau e a testa ‘n-funnu a mari si jittau.

Quando si ama con cuore per davvero e si vive per la parola “Amore”, ogni potente legge vale zero. La stessa morte non fa timore. Alberto “Ammareddu” allora si spoglia e si butta in fondo al mare.

E scinniu, scinniu n-funnu a lu mari, ‘n-mezzu li scoghi e li stiddi marini; Misi tuttu lu funnu a sbutuliari facennu spavintari li mmistini. Poi, mentri assicutava un pisci gaddu, ci vinni ‘n-mani un pezzu di curaddu.

E scende, scende in fondo al mare, tra gli scogli e le stelle marine; Cerca mettendo tutto il fondo in disordine facendo spaventare pesci predatori. Poi, mentre caccia un pesce gallo, gli viene in mano un pezzo di corallo.

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Vosi assummari pi pighiari ciatu, cu ddu tisoru di lu nostru mari. E a bordu chi l’avianu p’annigatu quann’è chi si lu vitturu affacciari gridaru tutti: “Si misi a cavaddu! Bertu Ammareddu truvau lu curaddu!” Ci fu na festa in tutta la marina, e la nutizia si spargiu luntana. S’armau la nova varca curallina, la sciacchitana e la Napulitana; Turri di Grecu fici la Regina, chi si jinchiu la varca sana-sana; ma la medaghia di la bedda Tina ristau ‘n-funnu a la sicca Sciacchitana.

Vuole emergere per prendere fiato, con il tesoro del nostro mare. E a bordo che lo davano per annegato, quando lo vedono emergere gridarono tutti: “Si mette a cavallo! Alberto Ammareddu ha trovato il corallo!”

Ci fu una festa in tutta la marina, e la notizia arriva lontana. Si è armata la nuova barca corallina la Sciacchitana e la Napoletana; Torre del Greco fece da Regina, che si è riempita una barca piena-piena; ma la medaglia della bella Tina Resta in fondo a la Secca Sciacchitana.

Poesia di Vincenzo Licata, (dall’Opera Omnia)

La storia Metà maggio 1875: Alberto Maniscalco, detto Bertu Ammareddu (gamberetto) insieme ad altri suoi due amici, tali Giuseppe Muschidda e Alberto Occhidilampa era sulla sua barca. Pescavano con i parangali, una sorta di coffe con molti ami, una dozzina di miglia marine al largo di capo San Marco, vicino Sciacca per intenderci. Ed ecco che, tirando su i parangali che sentiva pesanti, Bertu ebbe una sorpresa: ai parangali era rimasto impigliato un ramo di corallo! Calò nuovamente i parangali e la cosa si ripetè: altro corallo. Aveva scoperto un banco di corallo!

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A

guardarlo dall’esterno, con occhi disincantati, senza coinvolgimenti emotivi (esattamente l’opposto di come capita a me), quello che salta subito agli occhi, evidente, è che tanti sono corsi ad arraffare il corallo, a farne man bassa, e pochi, anzi pochissimi, si sono chiesti perché questo corallo fosse lì, in così grande quantità, come ci fosse finito, eccetera, eccetera... Come sempre, ho applicato alla mia ricerca gli stessi metodi che mi ha insegnato il mio amatissimo professore di Archeologia all’Università: “guardati intorno, prova a immaginare le cose come erano nel periodo che ti interessa, non curarti di quello che hanno scritto i tuoi contemporanei, vai sempre a scovare le fonti, gli indizi, le testimonianze dell’epoca.” E allora diamoci dentro. Una cosa sappiamo, incontrovertibile: in 13 stagioni di pesca, dal 1875 al 1886, sono stati strappati dal mare 14 milioni di kg di corallo. Sì, avete letto bene: quattordici milioni di chili! Sappiamo un’altra cosa: si tratta di un corallo diverso dal solito, di qualità inferiore. Lo scrivono, nelle loro relazioni al Ministro, sia il comandante Accinni, che con la sua Fregata, L’Esploratore, aveva “diretto il traffico” sul banco del 1875, sia il comandante La Via, il quale invia al Ministro un’ampia ed approfondita relazione sulla pesca fatta sul banco scoperto nel 1878. Tra l’altro parla della qualità del corallo, e scrive: “Il corallo raccolto su questo banco è di colore rosso comune e di qualità piuttosto inferiore, sia per la sottigliezza dei rami che per essere in vari punti annerito, ciò che i pescatori chiamano bruciato, attribuendo quel fatto alla vicinanza

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delle terre vulcaniche. Alla qualità inferiore, però, è largo compenso la quantità, che supera di molto quella che si raccoglie sulle coste dell’Africa e altrove”. Il comandante La Via era un marinaio sì, ma essenzialmente un militare. Abituato ad annotare e riferire puntualmente e con precisione tutto quanto vedeva o sentiva. Pertanto, riferisce, giustamente e prontamente quanto sentiva dire dai pescatori di corallo professionisti. Abbiamo alcuni elementi importanti: la qualità era inferiore al corallo che si pescava altrove, il corallo era annerito in quanto si trovava in aree vulcaniche, la quantità pescata era molto maggiore di quella che – di norma – una barca riusciva a pescare sulle coste dell’Africa o altrove. Ma allora, che corallo era mai questo? Ci viene in soccorso il Prof. Giovanni Canestrini, il quale, il 16 Agosto 1882 invia al Ministro questa relazione “Sulle ricerche fatte nel mare di Sciacca intorno ai banchi corallini”. Circa il primo banco, quello scoperto da Alberto Maniscalco nel maggio 1875, Canestrini dice che “esso è coperto di fango e poco esteso, perché lungo 200 metri e largo anche meno”. Aggiunge una notizia interessante, ai nostri fini: “il corallo da noi pescato in questa stazione insieme ad altri animali ed a moltissimo fango, era tutto privo di sarcosoma, ciò che indica che è corallo morto, e quindi inetto a ripopolare il banco”. Circa il secondo banco, quello scoperto nell’agosto 1878, Canestrini osserva che “anch’esso ha la profondità di circa 200 metri, come risulta dai nostri scandagli, ed è coperto di fango, come risulta dal dragaggio eseguito sul sito. Esso è più esteso del precedente, giacché la sua estensione può valutarsi a miglia 1 di lunghezza sopra miglia ¾ di larghezza. In esso si rinviene ancora oggi del corallo di mediocre quantità, come lo prova il fatto che il 26 e 27 luglio prossimo passato vi pescavano da diciotto a venti paranze. La presenza di tale quantità di corallo ci fu del resto dimostrata anche dai nostri dragaggi, i quali, di più, ci rivelarono l’ottima qualità di esso, essendo in generale di un bel colore rosso, e soltanto in piccola quantità volgente al colore bruno o nero. È peraltro presumibile che questo banco, durante l’anno in corso, sarà talmente sfruttato da non

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Massa di corallo e fango raccolto a Sciacca.

del sarcosoma. Aggiungeremo ancora, che durante la pesca avevamo riposto entro piccoli tubi con alcool alcuni corallari vivi che avevano l’apparenza di appartenere al Corallium Rubrum, e che abbiamo dippoi esaminato attentamente coll’aiuto del microscopio; ma nemmeno tra questi trovammo il corallo del commercio vivente, giacché appartenevano ad altre e ben diverse specie di zoofiti. All’armatore poco importerebbe che il corallo fosse vivo o morto, purché conservasse il suo color rosso; ma un’alterazione è già avvenuta su larga scala e va progredendo, perché nel 1875 si pescava del corallo ancora bello, mentre esso nel 1878 era già deteriorato, e nel 1880 ed oggi è talmente annerito che il suo valore è ridotto all’infimo limite. Noi abbiamo visto dei ricchi magazzini di questa merce scadente, che i proprietari avrebbero venduto volentieri ad una lira, e forse anche meno, al chilogramma.

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Habitat della barriera corallina. Notare la splendida varietĂ  di colori dei coralli madreporici. Da cicascience.blogspot.com


R

itengo sia opportuno fare un passo indietro. Cercherò, con parole semplici, mie, senza usare troppi paroloni scientifici, di parlarvi di un argomento che può sembrare un po’ ostico, ma che alla fine, credetemi sulla parola, si rivela affascinante come pochi. Parleremo della biologia del corallo. Per semplificarci la vita parliamo del Corallo rosso del Mediterraneo. Lo stesso discorso, però, vale per tutti i coralli del mondo. Questa è la sua scheda: NOME SCIENTIFICO: PHYLUM: CLASSE: SOTTOCLASSE: ORDINE:

Corallium Rubrum Cnidaria Anthozoa (Fiore Animale: dal greco “ἄυθος/anthos” fiore, e “ζῷον/zoon” animale) Octocorallia Gorgoniaceae

Il gruppo dei Cnidari si divide in 4 classi, una di queste è appunto la classe degli Antozoi che si presenta in forma di polipo e, a sua volta si divide in 2 sotto-classi, a seconda del numero di tentacoli che hanno – per l’appunto – i polipetti: 1. ESACORALLI (6 tentacoli o multipli di 6) che comprendono i coralli di reef, sono quelli delle barriere coralline, comunemente detti madrepore, le anemoni di mare, il corallo nero, le gorgonacee.

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Questo è un bel corallo di Sciacca! Di un bel colore salmone chiaro. Da questo, una volta lavorato, possono venir fuori bei gioielli!


N

on so se capita anche a voi. Ci sono persone con le quali ti è facile entrare subito in sintonia, riesci a parlare delle tue cose, a trasmettere le tue idee, i tuoi sogni, ad interagire con estrema semplicità. Persone con le quali sei sulla stessa lunghezza d’onda, persone che hanno il dono più grande che il buon Dio abbia potuto fare all’uomo: la capacità di ascoltare gli altri, di metterli a proprio agio. Nel mio caso, una di queste persone era, ed è, Margherita Superchi. Scienziata, gemmologa di fama internazionale, anima e direttrice, per tanti anni, del Cisgem, uno dei più prestigiosi centri di gemmologia del mondo. Ebbene, quando avevo (ed ho) qualche dubbio, qualche domanda che mi arrovella la mente, io so a chi rivolgermi: Margherita è lì, gentile, cortese, pronta a rispondere alle mie domande, semplici o complesse che siano. Qualche anno fa le parlai per la prima volta del corallo di Sciacca. La mia azienda si era rivolta al Cisgem per fare analizzare alcune pietre. Un pomeriggio mi avvertono che a telefono c’era la dottoressa Superchi che aveva bisogno di alcuni chiarimenti. “Disturbo?” “Assolutamente no. Per fortuna siamo a telefono e lei non può vedere le mie mani: stavo selezionando alcuni pezzi di corallo di Sciacca per un gioiello”. “Ma si trova ancora, di questo corallo?” “A mare non più, ma se lei sapesse quanto ce n’è a Torre del Greco, conservato gelosamente nei luoghi più riposti delle nostre aziende...” A quei tempi ci parlavamo ancora con il lei. E così le parlai dell’epopea di Sciacca, di questo corallo raccolto in quantità

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Dr. Giuseppe Rajola Viale dei Pini, 3 80059 - Torre del Greco (Na) Lecce, 08 Giugno 2009 Rif. CEDAD: 2009_0104 OGGETTO: Risultati delle datazioni con il radiocarbonio. Il campione indicato in Tabella 1 è stato sottoposto a datazione con il metodo del radiocarbonio mediante la tecnica della spettrometria di massa ad alta risoluzione (AMS), presso il Centro di Datazione e Diagnostica (CEDAD) dell’Università del Salento. Codice

Codice CeDaD

49213-6

LTL4104A

Provenienza

Tabella 1. Elenco del materiale analizzato e relativo al codice identificativo

I macrocontaminanti presenti nel campione, sono stati individuati mediante osservazione al microscopio ottico e rimossi meccanicamente. Il trattamento chimico di rimozione delle contaminazioni dal campione è stato effettuato sottoponendo il materiale selezionato ad attacchi chimici alternati acido-alcalino-acido.

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Il materiale estratto è stato successivamente convertito in anidride carbonica, e quindi in grafite mediante riduzione. Si è utilizzato H2 come elemento riducente e polvere di ferro come catalizzatore. La quantità di grafite estratta dal campione è risultata sufficiente per una accurata determinazione sperimentale dell’età. La concentrazione di radiocarbonio è stata determinata confrontando i valori misurati delle correnti di 12C e 13C, e i conteggi di 14C con i valori ottenuti da campioni standard di Saccarosio C6 forniti dalla IAEA. La datazione convenzionale al radiocarbonio è stata corretta per gli effetti di frazionamento isotopico sia mediante la misura del termine δ13C effettuata direttamente con l’acceleratore, sia per il fondo della misura. Campioni di concentrazione nota di Acido Ossalico forniti dalla NIST (National Institute of Standard and Technology) sono stati utilizzati come controllo della qualità dei risultati. Per la determinazione dell’errore sperimentale nella data al radiocarbonio è stato tenuto conto sia dello scattering dei dati intorno al valore medio, sia dell’errore statistico derivante dal conteggio del 14C. La Tabella 2 riporta la datazione al radiocarbonio (non calibrata) per il campione con l’indicazione dell’errore assoluto della misura. Campione

Radiocarbon Age (BP)(*)

δ13C (‰)

LTL4104A

8711 ± 75

+ 1.35 ± 0.1

Note

Tabella 2. Valore misurato della radiocarbon age (*) Con BP si intende qui una datazione convenzionale al radiocarbonio non calibrata il cui calcolo implica (cfr. M. Stuiver, H.A. Polach, Radiocarbon, Vol. 19, No.3, 1977, 355-363): • L’uso del tempo di dimezzamento di Libby (5568 anni) rispetto al valore corretto di 5730 anni; • L’anno 1950 come anno di riferimento. • L’utilizzo diretto o indiretto dell’acido ossalico come standard di riferimento.

La datazione al radiocarbonio per i campioni è stata quindi calibrata in età di calendario utilizzando il software OxCal Ver. 3.10 basato sui dati MA-

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Approfondimenti tecnici di Margherita Superchi


Fig. 1 - Alcuni esempi di Coralli allo stato grezzo, appartenenti a generi differenti (vedi classificazione nel Box 1) e con diversi tipi di composizione: prevalentemente inorganica (carbonato di calcio), mista (inorganica e organica), organica (cornea o proteinica). CORALLI A COMPOSIZIONE INORGANICA (CARBONATO DI CALCIO) 1- Heliopora coerulea, tipica della costa occidentale dell’Africa, merita di essere ricordata in quanto presenta una colorazione azzurra. 2- Corallium elatius, di colore rosa chiaro, con distribuzione del colore a strati; una varietà di colore omogeneo, rosa con lieve sfumatura bluastra, proveniente dal golfo del Tonchino (Mar Cinese Meridionale), viene denominata “Pelle d’Angelo”. 3- Corallium japonicum, detto anche “Corallo ad anima bianca”, per avere la parte interna biancastra e quella esterna da rosa arancio a rosso bruno e Corallium secundum, di colore non omogeneo, con aree da rosa a rosa chiaro e chiazze talvolta arancio. Le specie elatius, japonicum e secundum provengono dalle coste del Giappone, Cina, Indocina, Filippine e di altri arcipelaghi degli Oceani Indiano e Pacifico. 4- Corallium rubrum, tipico del Mediterraneo, di colore rosso intenso, arancio, rosa e anche bianco; una particolare tonalità rosa arancio (carnicino), molto ricercata, era nota come “Pelle d’Angelo”. La specie rubrum proviene principalmente dalle coste italiane (Liguria, Toscana, Sicilia, Sardegna occidentale), dalla Spagna, dalla Francia (Costa Azzurra e Corsica) e dall’Africa settentrionale. 5- Allopora nobilis, tinte viola chiare, rosa e rosse, proveniente da mari tropicali. 6- Tubipora musica, di colore rosso, pure diffusa nei mari tropicali. CORALLI A COMPOSIZIONE MISTA (INORGANICA E ORGANICA) 7- Keratoisis, detto “Corallo Bambù” per la struttura a nodi cornei e internodi calcarei, di colore giallo molto chiaro, proveniente dalle Filippine e dalle Hawaii. CORALLI A COMPOSIZIONE ORGANICA (CORNEA) 8- Gorgonia, di tinta bruna scura, diffusa nei mari tropicali e subtropicali. 9- Gerardia savaglia o “Corallo nero del Mediterraneo”. CORALLI A COMPOSIZIONE ORGANICA (PROTEINICA) 10- Parantipathes larix, nero, traslucido con sfumature giallo brune, detto “Corallo spinoso” a causa della struttura che si osserva alla superficie; proviene da Hawaii, Florida e Australia.


Alcuni ritengono che il nome “Corallo” derivi dal greco “korallion” (scheletro duro), altri invece lo fanno risalire al greco “kura-halos” (forma umana). Questo nome ricorre anche nell’ebraico “goral”, termine che indicava i materiali usati per gli oracoli in Palestina, Asia Minore e Mediterraneo: tra questi materiali i Coralli avevano un ruolo preponderante. Con il nome generico di Corallo noi indichiamo materiali naturali rigidi, di diverse composizioni e colori vari, provenienti da habitat marini, che allo stato grezzo hanno l’aspetto di rami vegetali. Per questo motivo il Corallo era considerato un vegetale: il primo a intuirne l’origine animale fu Filippo Finella, alchimista e astrologo napoletano del XVII secolo che, pur avendo presentato molte prove della sua scoperta, non fu creduto. Molti altri seguirono nelle ricerche sul Corallo, come lo studioso bolognese Luigi Ferdinando Marsili, che nel 1706 scoprì i “fiori” della “pianta” di Corallo e questo portò i naturalisti a studiarli e a scoprirne la vera natura. Seguace del Marsili fu il medico marsigliese Andrea Peyssonnel che portò avanti i suoi studi sull’argomento dal 1723 al 1750, supponendo che i “rami” di Corallo fossero prodotti da colonie di animali. Risultati decisivi su questo aspetto furono ottenuti dallo zoologo botanico padovano Vitaliano Donati. Notevoli contributi a questi studi si trovano nell’opera “Memorie per servire alla storia dei polipi marini” dello zoologo botanico napoletano Filippo Cavolini, pubblicata nel 1785. Non vanno dimenticati gli studi sul Corallo del sacerdote e biologo pavese Lazzaro Spallanzani. Il francese Henri Lacaze Duthiers svolse profondi studi sui Coralli e nel 1864 pubblicò la famosa Storia Naturale del Corallo, che comprende bellissimi e dettagliati disegni che illustrano l’anatomia del Corallium rubrum (la specie tipica del Mediterraneo) e il suo ciclo vitale e che tuttora fanno scuola. Quindi, i “rami” di Corallo sono il supporto rigido esterno (esoscheletro) comune a tutta una colonia di animali, i polipi, che lo secernono; durante la loro vita, questo scheletro è avvolto da una guaina di tessuto vivente (il cenosarco), che rappresenta il

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sistema di comunicazione tra i singoli polipi. Quando il Corallo viene pescato, polipi e guaine muoiono e verranno eliminati per isolare lo scheletro e renderlo pronto per la lavorazione a scopi ornamentali. Questi animali fanno parte del gruppo zoologico dei Radiata, phylum Cnidaria. Un tempo gli Cnidari erano raggruppati sotto il nome di Celenterati, in quanto l’anatomia di ogni individuo, molto semplice, è costituita praticamente da una cavità centrale gastro-vascolare chiamata Celenteron. Degli Cnidari in generale, e delle singole classi raggruppate in questo phylum, daremo solo alcuni cenni distintivi, tra i più macroscopici, all’unico scopo di meglio inquadrare le caratteristiche e la posizione zoologica delle specie coralline, che sono tutte d’acqua salata, mentre il grande phylum degli Cnidari comprende specie sia d’acqua dolce, sia d’acqua salata. Inoltre, il phylum Cnidari comprende animali che, nel ciclo della loro vita, possono avere stadi fissi (polipoidi) e/o stadi mobili (medusoidi): le specie coralline sono caratterizzate da stadi fissi, polipoidi. I singoli polipi possono vivere come individui isolati o in colonie: nel caso di vita coloniale (come avviene nelle specie coralline) i singoli polipi, come sopra detto, sono collegati dai canali del “cenosarco”. I supporti rigidi delle colonie sono quasi tutti costituiti inizialmente da sostanze organiche, che vengono poi sostituite, totalmente o solo in parte, da carbonato di calcio, in forma di calcite o di aragonite, a seconda della specie. La presenza di vaterite, la terza modificazione del carbonato di calcio, non è ancora sufficientemente studiata nei Coralli, ma stante la peculiarità di essere collegata con le sostanze organiche, vi è la probabilità che faccia parte anche dei coralli, come già è stato assodato nel caso delle perle. Quindi, tra gli Cnidari possiamo trovare, indipendentemente dalla classe di appartenenza, generi e specie con esoscheletro a composizione completamente inorganica, o a composizione mista o a composizione completamente organica. Raggruppare i Coralli per composizione chimica (vedi esempi nella didascalia di figura 1) è certamente significativo e pratico ma, volendo conoscerli meglio, è utile considerare anche almeno una prima classificazione generale. Il phylum Cnidari è stato suddiviso zoologicamente in tre classi: Scifozoi, Idrozoi, Antozoi. I SCIFOZOI non offrono materiali per uso gemmologico: infatti si tratta per lo più di individui medusoidi, ben rappresentati dalle Meduse che si incontrano nel mare e che hanno la caratteristica di non possedere il “velo”, presente invece nelle Idromeduse (che fanno parte degli Idrozoi, insieme ad altri generi diversi).

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5

Prefazione

7

Premessa

13

1. L’ambito storico

24

‘O Surdato ‘e Gaeta

31

2. Torre del Greco ed il corallo

41

Il Codice Corallino

49

Inizi della lavorazione

52

1860: l’Unità d’Italia

58

L’Immacolata e il voto dei Torresi

69

3. La Sicilia ed il corallo

77

Sciacca

85

La Madonna del Soccorso

91

4. La pesca del corallo nel 1864

101

5. La vita a bordo di una corallina

114

Pietro Loffredo

117

Naufragio


121

6. Empedocle

129

7. L’isola Ferdinandea

145

8. Tra leggenda e storia: “La Truvatura di San Marco”

145

La leggenda

147

La storia

158

Mazara e la dinamite

175

9. La ricerca

191

10. Biologia del corallo

192

Anatomia del Corallo Rosso

202

Riproduzione del corallo

207

11. La mia ricerca

225

Conclusioni

227

Bibliografia

233

Approfondimenti tecnici di Margherita Superchi


Contenuti Extra

MSR20SCBN

Giuseppe Rajola, nato a Torre del Greco nel 1946, imprenditore con il “pallino” della biologia del corallo. È la quarta generazione nell’azienda di famiglia, sin da bambino respira, vive e si appassiona al corallo. Del corallo subisce il fascino, e ne fa il suo destino. Presidente più volte dell’Associazione produttori Corallo e Cammei, è ritenuto internazionalmente uno dei massimi esperti del settore. Oggi guida l’azienda dove è nato, con la sua famiglia. Margherita Superchi, laureata in Scienze Naturali, è stata per lunghi anni Direttore e Responsabile Scientifico del Cisgem di Milano. Presidente della Commissione per i Materiali Gemmologici dell'IMA (International Mineralogical Association), già Presidente della Gemmological Commission della CIBJO (Confederazione Mondiale Gioielleria). Consulente del Ministero dei Beni Culturali, per il quale ha effettuato numerosissime analisi e perizie. È considerata uno dei maggiori esperti di gemmologia a livello mondiale.

Finito di stampare presso Cangiano Grafica - Napoli nel mese di Luglio 2012

E.S.A. - Edizioni Scientifiche e Artistiche © 2012 Proprietà letteraria, artistica e scientifica riservata www.edizioniesa.com info@edizioniesa.com


Una storia avvincente. Una ricostruzione fedele. L’epopea della scoperta dei più grandi giacimenti di corallo mai trovati al mondo. Venti anni prima della corsa all’oro del Klondike, il mare di Sciacca era battuto da 17.000 uomini su migliaia di imbarcazioni.

ISBN 978‐88‐95430‐35‐5

9 788895 430355

> edizioniesa.com


Anteprima "mistero Sciacca" - Giuseppe Rajola