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Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Giovanni P. Ricciardi

Osservatorio Vesuviano

Diario del Monte Vesuvio

VENTI SECOLI DI IMMAGINI E CRONACHE DI UN VULCANO NELLA CITTĂ€ TOMO I Edizioni Scientifiche e Artistiche


Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Osservatorio Vesuviano

Giovanni P. Ricciardi

Diario del Monte Vesuvio VENTI SECOLI DI IMMAGINI E CRONACHE DI UN VULCANO NELLA CITTÀ

TOMO I • I - XVII secolo

EDIZIONI SCIENTIFICHE E ARTISTICHE Napoli 2009


Progetto grafico ed impaginazione: Ferruccio Russo Hanno collaborato: Maddalena De Lucia e Gennaro Di Donna I diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, archiviata anche con mezzi informatici, o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico, con fotocopia, registrazione o altro, senza la preventiva autorizzazione dei detentori dei diritti. ISBN 978-88-95430-16-4 E.S.A.

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Edizioni Scientifiche e Artistiche

Š 2009 Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata www.edizioniesa.com info@edizioniesa.com


Presentazione

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n’immagine inedita e variegata del Vesuvio. È quella che emerge dalla consultazione del Diario del Monte Vesuvio, l’opera che Giovanni P. Ricciardi, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) presso la Sezione di Napoli “Osservatorio Vesuviano”, ha realizzato, attraverso una minuziosa e paziente ricerca di fonti scritte e iconografiche, ricche di informazioni interessanti, non solo per gli addetti ai lavori ma per tutti gli appassionati. Una ricerca laboriosa, non scevra di difficoltà oggettive, portata avanti con grande passione e grande entusiasmo. L’autore ha ricostruito venti secoli di attività del Vesuvio, inquadrandola nel contesto di tutto il vulcanismo napoletano e del complesso quadro geodinamico dell’Italia meridionale, e lo ha fatto avvalendosi di uno straordinario corpus di fonti che documentano la storia del vulcano dalle origini fino all’ultima eruzione del 1944. Una storia eruttiva in forte simbiosi mutualistica con la vita quotidiana delle popolazioni che hanno abitato nei secoli il territorio vesuviano. Le vicende del Vesuvio, raccontate da illustri testimoni del tempo, sono affiancate da prologhi introduttivi, tesi a evidenziare i modelli di riferimento storico-culturale alla base dell’interpretazione del fenomeno vulcanico. Attraverso i secoli, il pensiero filosofico prima e poi quello scientifico hanno cercato di offrire spiegazioni diverse sull’origine della dinamica terrestre. L’autore esamina e confronta le tesi dei filosofi dell’antichità alla luce delle moderne interpretazioni scientifiche. Negli anni dell’oscurantismo medievale molti di questi filosofi e studiosi cadono vittime dell’Inquisizione; i libri e le cronache non conformi alla ortodossia sono censurati e proibiti, e i loro autori puniti. Poco ci è giunto di questo periodo buio, ma nel 1631 il Vesuvio è di nuovo protagonista con una terribile eruzione. Seguendo le linee-guida degli studi storici sui terremoti italiani già portati avanti da altri colleghi dell’INGV, l’autore apporta nuovi contributi e colma il vuoto di documentazione sull’attività eruttiva del vulcano partenopeo con cronache e immagini di eruzioni che spezzano anche quel silenzio che fino ad oggi aveva avvolto le vicende del Vesuvio in età medievale. Alla luce di queste nuove fonti il comportamento del Vesuvio - e probabilmente, in precedenza, anche del Somma - esce dagli schemi e dai modelli finora considerati di riferimento, modelli che sarebbe auspicabile approfondire alla luce di queste nuove conoscenze. Attraverso tutta l’opera viene fornito al lettore un vasto catalogo di testimonianze dirette sulle eruzioni vesuviane e, in particolare su quelle successive a quella subpliniana del 1631; è riportato il pensiero di filosofi e naturalisti del tempo, con i brani più significativi sull’interpretazione delle caratteristiche fisiche della Terra e, naturalmente, dei vulcani e della loro attività eruttiva. Alle cronache a più voci delle eruzioni vesuviane si sommano le dispute scientifiche sulla genesi dei vulcani, sulla natura delle rocce, sulle caratteristiche di dettaglio dei basalti. Antonio Vallisnieri, Lazzaro Moro, Giovanni Arduino e Sir William Hamilton sono gli studiosi che vivacizzano il dibattito scientifico durante il secolo dei lumi, dando nuovo impulso alle Scienze della Terra. Anni dopo, è la disputa tra i Nettunisti di Abraham Gottlob Werner e i Plutonisti di James Hutton a costituire il motore delle teorie geofisiche. Una sezione del volume descrive la nascita dell’Osservatorio Vesuviano, il più antico osservatorio vulcanologico al mondo, fiore all’occhiello della ricerca scientifica italiana nell’Ottocento e oggi sezione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Nel 1823, Teodoro Monticelli espresse, insieme a Nicola Covelli, l’esigenza di un luogo che permettesse agli scienziati di osservare al meglio i fenomeni vesuviani. Più tardi, Macedonio Melloni sostenne l’ipotesi di costruire un piccolo alloggio dove riporre gli strumenti.

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Diario del Monte Vesuvio Nel 1841 Ferdinando II di Borbone, sensibile alle tematiche relative al Vesuvio, incaricò il suo ministro Nicola Santangelo di disporre la costruzione del Reale Osservatorio Vesuviano, che venne inaugurato nel 1845 in occasione della VII Adunata degli Scienziati italiani. Da Macedonio Melloni, primo direttore, a Luigi Palmieri, Giuseppe Mercalli, Giuseppe Imbò fino a oggi, l’Osservatorio Vesuviano è stata la sede dove, ininterrottamente per oltre 160 anni, scienziati e studiosi si sono avvicendati in una costante attività di ricerca e sorveglianza del vulcano. Diario del Monte Vesuvio è una vera opera scientifica che può però essere letta anche in chiave storica e antropologica. La sua rilevanza risiede soprattutto nel fatto che, raccogliendo venti secoli di storia eruttiva, offre al lettore la possibilità di conoscere e interpretare, attraverso fonti originali, tutte le fasi dell’evoluzione di questo vulcano e del progresso del pensiero scientifico attraverso gli scritti di filosofi, naturalisti e scienziati. Con quest’opera l’Istituto Nazionale di Geofisica e di Vulcanologia vuole offrire una storia completa del vulcano più famoso del pianeta a quanti operano nel campo delle Scienze della Terra, ai divulgatori, ai giornalisti, agli insegnanti delle Scuole di ogni ordine e grado, agli amanti dell’Arte e alla gente comune. Un’opera che intende alimentare la consapevolezza dei rischi associati alla presenza del vulcano, ma anche ricordare il suo ruolo di fonte di vita e di risorse naturali, la sua assoluta unicità come oggetto di studio scientifico o di semplice ammirazione, la sua costante presenza nell’immaginario collettivo delle popolazioni attraverso i secoli. A tutti voi auguro una buona lettura

Enzo Boschi Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

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Prefazione

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hi abita alle pendici del Vesuvio ha, quasi geneticamente, l’esigenza e l’interesse di conoscere le vicende storiche del vulcano, non fosse altro che per trarne ragioni di speranza o di rassegnazione. Forse per questo, cronistorie ed elencazioni delle eruzioni avvicendatesi negli ultimi due millenni o persino dalla preistoria, non ne mancano, ma sono per lo più schematiche, prive di spessore rievocativo e spesso, purtroppo, anche di attendibilità, alternando fonti e leggende senza il necessario discernimento. Immancabile corollario di siffatte esposizioni le stime ad orecchio sui danni e sulle vittime, che hanno finito per avallare l’equiparazione di un evento eruttivo ad una esplosione nucleare di mostruosa potenza, da far impallidire quelle di Hiroshima e Nagasaki. La realtà storica è, però, ben diversa come ampiamente conferma l’accuratissimo volume di Giovanni Ricciardi: certo il Vesuvio non fu mai una ubertosa collina, ma in oltre tre millenni, pur con la nota propensione umana a dimenticare, le ricorrenti eruzioni se tanto devastanti avrebbero reso, catastrofe dopo catastrofe, l’ampio territorio sottostante un deserto, ricordando se mai a qualcuno fosse passato per la mente di risiedervi, la sua tragica natura. La densa presenza di edifici ultrasecolari, di copertura boschiva lussureggiante e vastissima, il permanere persino di cerchie urbiche e castelli medievali a ridosso del cono, sembrano drasticamente ridimensionare la violenza vesuviana, facendola rientrare in una minaccia gravissima, senza dubbio, con la quale, però, con le debite accortezze e previdenze non è impossibile convivere. Situazione del resto che si è sempre proposta, e la storia locale in generale e del vulcano in particolare lo testimonia, ovviamente quando esito d’indagini accurate e ricerche originali, come appunto il volume in questione. Giustamente si può pertanto affermare, specialmente da parte di chi si occupa professionalmente di storia, che la poderosa e ponderosa opera di Giovanni Ricciardi non ha precedenti di sorta, e costituisce un primo passo, che renderà a chiunque molto difficile tentarne il secondo, e porrà termine alle retoriche esecrazioni sull’ottusità dei Vesuviani. La novità principale dell’opera è nella metodica di rievocazione adottata, scaturita dalla interpolazione sistematica delle fonti letterarie con quelle iconiche e geologiche: solo dopo la concordanza delle rispettive tre notizie, l’informazione risultante è reputata verosimile e degna di menzione, ponendo così drasticamente fine ai soliti si dice, sembra che, raccontano gli antichi di cui sono infarcite le abituali esposizioni. Le fonti citate, inoltre, sono quasi sempre molteplici e differenziate per estrazione culturale, ambientale e geografica, evitando perciò deleterie omogeneità. Si ha così la possibilità di vagliare lo stato d’animo dei contemporanei, dai più umili ed ignoranti, ai più dotti e potenti, la loro conoscenza vulcanologica e, spesso, la loro superstizione o religiosità, sia che abitassero ai piedi del Vesuvio che nel resto d’Europa. Ne scaturisce, di volta in volta, uno spaccato storico di notevole potenza e suggestione rievocativa, che travalica il settore di studio precipuo, per coinvolgere anche le altre discipline, interessate al territorio ed ai suoi trascorsi, dall’ingegneria all’artigianato, dall’urbanistica al turismo, per citarne soltanto alcune delle principali. Una ricerca quella del Ricciardi, quindi, che non è azzardato definire esaustiva e non soltanto esauriente, che integra la trattazione scientifica con un vastissimo repertorio di riferimenti e corollari, spesso assolutamente inediti e, soprattutto, con immagini, nella quasi totalità rare se non addirittura ignote. Apprendiamo così di eventi mai rubricati, di eruzioni mai sentite ad onta di lapidi ed epitaffi pur eloquenti; di date supposte ed errate per banchi di lava imponenti; d’intrecci con le vicende storiche a dir poco stupefacenti, ed a volte persino beffarde. E’ quanto accadde, ad esempio, nel ‘44 con tutto l’abitato napoletano oscurato per timore dei bombardamenti ed il Vesuvio, fungente da colossale faro, a guidarli! O nel 1562 quando il viceré don Parafan de Ribera si gloriò di aver sgombrato la Via Regia delle Calabrie dalle lave, di un’ignota e recente eruzione e dai noti e antichi predoni!

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Diario del Monte Vesuvio Conoscere la successione degli eventi vesuviani, per i Vesuviani è un po’ come conoscere la propria genealogia, dal momento che in quegli avvenimenti si celano molti perché altrimenti inspiegabili, e tutt’ora vigenti, dalla strana connotazione degli abitati, alla propensione degli abitanti per le attività marinare, dalla scarsa sensibilità urbanistica ed architettonica all’indubbia capacità mercantile e commerciale. Una sindrome che coincide con quella tipica degli Ebrei, che mai s’interessarono ai beni immobili ma al commercio ed al denaro, sapendo che in qualsiasi momento forse avrebbero dovuto abbandonare le loro case. Nella fattispecie al timore dei progrom si sostituì quello delle eruzioni, delle lave e delle ceneri, che potevano cancellare poderi e palazzi senza pietà. E se le superbe ville vesuviane sembrano smentire questa connotazione caratteriale, non va dimenticato che furono realizzate da benestanti non residenti, per i quali i vantaggi della vicinanza col sovrano e del clima giustificavano il rischio economico. E la storia dipanata dal Ricciardi, illustrata passo per passo dall’ampia galleria di immagini che non lasciano scoperto quasi alcun decennio degli ultimi due millenni, ci porta per mano a comprendere, a penetrare in quei riposti angoli della memoria collettiva, tanto gelosamente custoditi e tanto coinvolti con il Vesuvio. Un popolo che non potendo trarre dalla terra, fertile senza dubbio, ma poca e a rischio, il suo sostentamento e la sua sopravvivenza la cercò sul mare, lo stesso da cui tutti fuggirono sempre! Un’anomalia generata da un’altra anomalia, che determinò, persino, l’asservimento di un santo ad hoc, con compiti squisitamente antieruttivi! Ritengo, dopo aver letto le sue pagine con crescente interesse ed ammirato con continua curiosità le relative immagini, che l’opera di Giovanni Ricciardi sia da considerarsi basilare in tutti i Comuni vesuviani e nei rispettivi uffici tecnici per ragioni intuibili, e più ancora in tutte le loro scuole, di qualsiasi ordine e grado, almeno per due ordini di ragioni. La prima perché ricostruisce le vicende dei nostri antenati e della nostra terra; la seconda perché fornisce un esempio assolutamente ammirevole di come debba essere condotta una buona ricerca storica: con assoluta dedizione, pazienza infinita, competenza indiscussa e grande modestia e, soprattutto, limpida onestà.

Flavio Russo Storico e scrittore

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Prefazione

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o conosciuto Giovanni P. Ricciardi nel 1983. Ci siamo incontrati all’Osservatorio Vesuviano, quando i Campi Flegrei facevano registrare una grave crisi bradisismica, iniziata nel 1982 e terminata nel 1984. Giovanni è un fisico nucleare che, come me, ha una grande passione: studiare i vulcani e i terremoti. Una passione che coinvolge oltre che la mente, anche il cuore. Un’eruzione vulcanica è un fenomeno di straordinaria potenza e la sua osservazione lascia attoniti per la bellezza e per la terribilità che rappresenta. Il terremoto, quando si verifica, lo fa d’improvviso. La terra trema sotto i nostri piedi, produce gravi danni alle persone e alle cose. C’è ancora molto da indagare, per capire se un giorno sarà possibile prevederlo. Gianni ed io abbiamo formato la nostra cultura scientifica nei campi della Vulcanologia e della Sismologia apprendendo dallo stesso maestro: Giuseppe Luongo, professore di Fisica del Vulcanismo che, nel decennio 1983 – 1993, ha ricoperto la carica di Direttore dell’Osservatorio Vesuviano. Seguendo gli indirizzi divulgativi del Direttore, nei giorni di maggiore apprensione della gente, insieme abbiamo avuto un’occasione straordinaria per diffondere nell’Area vesuviana quelle problematiche associate all’insistenza di un vulcano attivo in un’area fortemente urbanizzata. Dopo la diffusione di notizie allarmanti, ma false (rumors), tanti sono stati i seminari, organizzati insieme, per gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado. Non sono mancate le conferenze nei circoli, nelle associazioni culturali e di Volontariato della Protezione Civile, nei comitati di quartiere e nelle aule magne degli istituti scolastici. Agli studi specialistici e alla ricerca, dunque, Giovanni ha proseguito con un’intensa attività divulgativa soprattutto sull’attività e sulla storia del Vesuvio, coinvolgendo altri colleghi, appassionati e molta gente comune. Recentemente mi ha confidato che nella sua Basilicata, quando ancora studente di liceo, si appassionò al Vesuvio, pur senza averlo mai visto da vicino, grazie alla versione dal latino delle lettere di Plinio il Giovane. La cultura classica del mio amico Giovanni è maturata grazie ai Padri Rogazionisti che l’hanno aiutato ad amare la vasta produzione letteraria del mondo classico. Il Vesuvio ci affascina per la sua natura di fuoco. I vulcani attirano la curiosità degli uomini perché, probabilmente, nelle loro visceri celano la storia della Terra e, forse, il segreto della comparsa dell’Uomo sulla sua superficie. Ricciardi è stato responsabile della Sorveglianza sismica dell’Osservatorio Vesuviano negli anni ’80 e ’90. Oggi, nell’ambito della Sezione “Osservatorio Vesuviano” dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, è deputato alle attività museali e di divulgazione. Nell’ambito delle ricerche più avanzate studia e sovrintende ai sistemi satellitari di telerilevamento radar. Giovanni, ha realizzato, per l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, il DVD multimediale dal titolo “Vesuvio …tu vuoi che io ti narri” al quale ho avuto il piacere di contribuire. Lavoro che è stato insignito con la Medaglia d’Argento del Presidente della Repubblica. “Il Vesuvio al cinematografo” è, invece, il titolo di un altro DVD dove sono raccolti diversi filmati sulle eruzioni del Vesuvio a partire da quelli girati dai padri della cinematografia, i fratelli Lumiére. Ha, inoltre, raccolto, sempre con la pazienza e la tenacia che lo contraddistingue, tutti i dati meteorologici dal 1856 al 2000 registrati all’Osservatorio Meteorologico Vesuviano, inserendoli in un CD multimediale.

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Diario del Monte Vesuvio Ma non finisce qui la produzione di Gianni in campo divulgativo: all’eruzione del 1906 è dedicato un altro prodotto multimediale e poi, con cadenza annuale, interessanti calendari con immagini e descrizioni dei vulcani partenopei, strumento rivelatosi di forte impatto didattico. Giovanni è autore di molte pubblicazioni scientifiche nazionali ed internazionali. Tra le tante, nel 2003, una rivista scientifica internazionale ha pubblicato una ricerca sullo “spreading” in atto al Vesuvio. Uno studio importante ed innovativo sull’interpretazione della dinamica attuale del nostro vulcano. Anche in quest’occasione, Giovanni ed io ci siamo ritrovati coautori insieme agli altri. Ho avuto l’onore e la fortuna di leggere il manoscritto di “Diario del Monte Vesuvio”. Un’emozione che è durata dalla prima all’ultima pagina. Ho avvertito la stessa sensazione di quando all’Osservatorio Vesuviano, nel 1984 se non ricordo male, ebbi modo di leggere un libro, pubblicato dal Servizio Geologico degli Stati Uniti d’America, sull’eruzione di Mount St. Helens del 18 maggio 1980. In più occasioni, ho sollecitato Giovanni a realizzare un volume sul Vesuvio, a motivo della grande quantità di dati raccolti. La stanza dove opera all’Osservatorio Vesuviano, infatti, potrebbe assurgere al ruolo di museo, tanto è il materiale acquistato da Giovanni in giro per il mondo e conservato negli armadi. Fotografie, filmati, libri, lavori scientifici, cartoline d’epoca e quant’altro possa rinvenirsi sul nostro amato Vesuvio, sono state raccolte e catalogate dal Nostro con certosina pazienza. Ricciardi ha scritto quest’opera senza fare dottrina. Egli guida, semplicemente, il lettore a seguire le testimonianze scritte da osservatori coevi agli eventi vulcanici, fornendo al fruitore, in un unico e prezioso testo, un patrimonio straordinario di elementi d’indagine che accompagnano la storia del Vesuvio. Un lavoro, penso, che può configurarsi quale prodromo di una ricerca sistematica, capace di dare risposte e intuizioni innovative sul comportamento del nostro vulcano.

Gennaro Di Donna Giornalista e divulgatore scientifico

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Introduzione • Alle origini della Vulcanologia

I primi accenni a uno studio scientifico della Vulcanologia e delle Scienze della Terra nell’antichità s’incontrano presso i Greci, piccolo popolo intellettuale che ha avuto una fioritura straordinaria in tanti campi del sapere e dell’attività sociale. Gli scritti dei filosofi greci, in gran parte, però, non ci sono pervenuti e spesso è possibile costruire, solo da citazioni sparse, unici avanzi di opere perdute, le loro idee e l’edificio scientifico della cultura greca. Alle superstizioni delle popolazioni primitive o alle credenze proprie di alcune antiche civiltà, noi ci troviamo innanzi, invece,a ipotesi aventi base scientifica intorno all’origine della Terra e, in particolare, dei vulcani. Talvolta manca la dimostrazione e quindi, dal punto di vista scientifico moderno, la teoria appare assai fragile; spesso all’acume logico non risponde un risultato persuasivo, ma non dobbiamo dimenticare che i Greci non avevano che la loro esperienza e alcune tradizioni egizie, babilonesi e, forse, indiane da porre a fondamento delle loro teorie. Essi hanno quindi dovuto costruire tutte le Scienze Naturali quasi dal nulla e, pur tuttavia, le hanno elevate a dignità di pensiero scientifico, culminata nelle opere di Democrito (460-370 a.C.) e di Aristotele (384-322 a.C.). Anche nello studio della fisica terrestre i Greci penetrano con spirito scientifico e analizzano con rigore i molteplici processi che sono alla base delle trasformazioni della superficie terrestre. Partendo da osservazioni particolari di questi processi naturali riconoscono alcuni principi comuni e generali, con i quali cercano di spiegare i principali fenomeni della Natura, anche se non riusciranno mai a raccogliere in un unico corpo di dottrina, di elevare cioè a vera scienza, le singole cognizioni sulla struttura della crosta terrestre, sulla costituzione interna della Terra e sulle trasformazioni della sua superficie. La ragione di ciò deve cercarsi nel fatto che essi non possono indagare nelle profondità della Terra per formarsi un concetto reale della sua struttura; il loro sguardo si è dovuto arrestare alla superficie e, quindi,

è mancata ogni idea della composizione interna. L’esperienza dei Greci, inoltre, è troppo limitata, anche riguardo alle trasformazioni superficiali, perché essi possano comprenderle nella loro essenza. In seguito, i Romani cercheranno di estendere quelle cognizioni, rivestendole di una forma nuova, ma la loro opera non farà sostanziali passi avanti rispetto alla più originale dei naturalisti greci. Il Medioevo, con le sue incessanti lotte politiche, è assai poco favorevole al progresso scientifico per cui non c’è da meravigliarsi se anche la conoscenza della Terra segna, nel suo corso, un deciso regresso. L’infecondità scientifica di questo periodo potrebbe attribuirsi al predominio non secondario dell’elemento religioso che domina tutta la vita occidentale e soggioga qualsiasi altra attività intellettuale. Il fiorire della scienza greca è stato possibile soltanto perché i filosofi, spiriti eminentemente liberi, hanno distinto la religione dalla scienza, che perciò ha potuto progredire senza vincoli. La libera ricerca diventa invece impossibile quando il contenuto di alcuni libri sacri costituisce regola e paragone incontrovertibile di ogni sapere; in tal caso non si tratta più di ricercare la verità con lo studio della Natura e delle sue leggi, bensì di accordare i singoli fenomeni e dati d’osservazione con la lettura delle Sacre Scritture. In queste condizioni molte conclusioni, ormai assodate, andranno perdute. Nel Medioevo la scienza occidentale precipita a un livello talmente basso, che solo grazie al popolo arabo, in espansione territoriale dopo la morte di Maometto (632 d.C.), recupera parte dell’antica cultura greca e romana. L’Impero arabo occupa, in quell’epoca, l’intera parte meridionale del mondo antico conosciuto, cioè dall’India al Marocco, dal Caucaso all’interno dell’Africa. L’estensione dell’impero è già di per sé favorevole al rifiorire degli studi geografici e delle osservazioni naturali; ma a questa circostanza se ne aggiunge un’altra di alto significato per l’indirizzo

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Diario del Monte Vesuvio scientifico e cioè l’esistenza di altri importanti centri di cultura ellenica, come la Siria, dove gli Arabi cominciano a conoscere la letteratura greca e l’Egitto. Così gli autori classici, per tanto tempo accantonati e dimenticati dal clero cristiano, sono messi nuovamente in luce dagli Arabi che li traducono in latino e li rendono così accessibili a una cerchia ben più estesa di studiosi. Gli Scolastici, filosofi cristiani del Medioevo, non solo diffondono l’antica scienza greca e quella araba, ma cominciano a dare spazio anche alla ricerca e conoscenza scientifica, definita come fonte della Rivelazione (Dei Verbum). In particolare si affrontano le tematiche sulle origini e sui fenomeni della Terra, sempre con l’attenzione a non contraddire gli insegnamenti biblici. Nel periodo che divide il Medioevo dall’Età moderna, un nuovo movimento si affaccia e scuote i pilastri culturali e sociali dell’epoca: è il periodo dell’Umanesimo, nel quale la scienza e l’arte dell’antichità celebrano il loro rinascimento. Il pensiero scolastico, fortemente impregnato d’immobilismo oscurantista, cerca di contrastare l’avanzare di queste nuove idee ma, gradualmente, lo spirito scientifico riesce a svincolarsi dall’assurdo principio d’autorità. Finché, finalmente, nella seconda metà del secolo XVIII si cessa di riferire qualsiasi teoria sulla genesi ed evoluzione della Terra, all’indiscussa autorità delle Sacre Scritture. Verso la metà del secolo XIX nasce la Geologia moderna che, se non rinnega assolutamente la possibilità di cataclismi naturali, dà tuttavia maggiore importanza al lento evolversi dei fenomeni terrestri.

Alle origini della Fisica Terrestre Per i greci dell’Epoca classica lo scienziato è il filosofo, che cerca di spiegare la natura dell’Universo e di darne una giustificazione plausibile. Anche se l’approccio metodologico è di tipo speculativo e non sperimentale, non viene considerata nessuna problematica in maniera minuziosa, ma tutto è studiato su scala macroscopica e con ampie generalizzazioni. Le poche opere, anche se frammentarie, ci permettono di conoscere il pensiero greco intorno all’origine della Terra. La più antica Cosmogonia che si conosca è quella di Esiodo (secolo VIII a.C.) secondo il quale dal Caos iniziale nasce la prima dea Eurinome che, danzando sui flutti del mare, divide il cielo dalle acque e dà origine al vento. Questo si trasforma nel ser-

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pente Ofione, che si unisce alla dea fecondandola. Eurinome depone così l’Uovo universale diventando la madre di tutte le cose sulla Terra. I seguaci dei misteri orfici, culto propagatosi in Grecia e in Asia Minore dal VII secolo a.C., diffondono un altro mito secondo il quale in principio esisteva Notte (dea dall’aspetto di un uccello dalle ali nere), Oceano (mare primigenio) e Tetide (forza alimentatrice), i quali, unendosi hanno dato origine ai mari e ai continenti. Cosa s’intenda per Caos o Notte non lo sappiamo. Per Aristofane e Aristotele è lo spazio oscuro, per Zenone l’acqua; per altri filosofi ora il fuoco, ora il fango. E’ importante notare l’incremento dell’azione di recuperare dei motivi razionali presenti nel mito e il tentativo di identificare anche le cause remote del formarsi del mito stesso da parte dei filosofi. Un superamento all’approccio mitico e sovrannaturale si deve a quei filosofi greci che, con Talete di Mileto (626-548 a.C.), iniziano ad analizzare i fenomeni geologici, quali i terremoti e le eruzioni, da un punto di vista naturalistico, basandosi oltre che su considerazioni speculative, anche sulle relazioni di causa-effetto. Busto di Esiodo, tratto da Fulvio Orsini , Imagines et elogia virorum illustrium et eruditorum, Roma, 1570.


Introduzione

Alle origini della Vulcanologia

I terremoti Talete spiega il terremoto dai disturbi dell’Acqua, elemento fondamentale (Arché) da cui tutto ha origine, sulla quale i continenti galleggiano e si muovono: “E’ nell’acqua la causa perché il disco terrestre non sta fermo, egli adduce la circostanza che in ogni terremoto forte di regola si aprono nuove sorgenti”. Ipotesi che Lucio Anneo Seneca (4 a.C. - 65 d.C.) contesterà, sia perché spesso accadono terremoti senza formazioni di sorgenti, e sia perché le masse d’acqua che qualche volta fuoriescono, sarebbero alquanto insignificanti rispetto alla portata del fenomeno stesso (Seneca, Questioni Naturali, lib. VI). Si racconta che un allievo di Talete, Anassimandro di Mileto (610-546 a.C.), abbia avvertito gli Spartani dell’imminenza di un grosso terremoto. Evento che, accadendo poco tempo dopo, causò gravissimi danni alla città di Sparta. Gaio Plinio Secondo (23 – 79 d.C.) detto il Vecchio, attribuisce a Ferecide di Siro, maestro di Pitagora, la previsione di un sisma, fatta osservando la torbidità e il sapore dell’acqua di un pozzo. Riferendosi a tale episodio, Marco Tullio Cicerone (106 a.C. - 43 a.C.) scrive: “Questo modo di previsione è analogo a quello di Ferecide da te ricordato il quale avendo osservato un po’ d’acqua attinta da un pozzo disse che vi sarebbe stato un terremoto. È ancora troppo poco sfacciato credo il comportamento di quelli che a terremoto già avvenuto osano dire quale forza naturale lo abbia provocato; costoro prevedono addirittura un terremoto futuro in base al colore di una sorgente d’acqua perenne? Molte cose di questo genere s’insegnano nelle scuole, ma ti consiglierei di riflettere se sia il caso di credere a tutte” (Cicerone, De Officiis). Anassimene (586-525 a.C.) propone, invece, una teoria che si accorda benissimo con la geologia delle regioni calcaree della Grecia: “Quando la terra è imbevuta d’acqua per piogge prolungate e poi si asciuga, si formano screpolature e spaccature, gli strati interni crollano e precipitando producono terremoti locali” (Anassimene, Sulla Natura). Anassagora (500-497 a.C.) attribuisce alla potenza del fuoco (etere) il terremoto: “Quando il fuoco, che per sua natura è fatto per salire, si trova imprigionato nelle viscere della terra, non può far a meno di scuoterla per liberarsene” (Anassagora, Sulla Natura).

Illustrazione tratta da un antico codice arabo raffigurante Aristotele che insegna.

Per Democrito: “Tutta la Terra è impregnata d’acqua come un otre pieno, se le acque sotterranee spostandosi arrivano in una cavità già riempita, non potendo entrare scuotono la terra” (Democrito, Sulla Natura). Aristotele lega i terremoti esclusivamente alle resistenze incontrate dallo pneuma (soffio o vento di energia, chiamato dai romani spiritus) che, chiuso nelle cavità della Terra, cerca di uscire fuori. Di conseguenza, egli crede che le regioni dove lo pneuma trova uno sfogo verso l’esterno, attraverso pozzi e caverne naturali, siano meno esposte ai terremoti. (Aristotele, Meteorologia, lib. IV). Epicuro (341-271 a.C.), riprendendo Aristotele, ipotizza che, quando all’interno delle cavità della Terra lo pneuma diventa impetuoso, si genera il crollo sotterraneo di caverne o delle colonne che sostengono la superficie terrestre. Può accadere inoltre che, in alcune zone, lo pneuma riscaldandosi generi il fuoco dei vulcani, che “è simile a quello dei fulmini” (Epicuro, Lettera a Pitocle). Epicuro rifiuta la spiegazione di questi eventi naturali in termini di teleologia (o finalismo), alla maniera di Platone e di Aristotele: essi non avvengono in vista di un fine punitivo o salvifico. Soprattutto egli esclude interventi divini sulla Natura, cioè che gli dei agiscano come cause o agenti provvidenziali

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Diario del Monte Vesuvio sta anche l’opinione di altri filosofi greci e romani tra i quali ricordiamo: Archelao, Metrodoro e Callistene. Seneca, anni dopo, non si allontana da questa scuola di pensiero, infatti, così scrive: “Anch’io sono d’accordo che la causa di questo flagello sia lo spiritus.” (Seneca, Questioni Naturali, lib. VI).

La previsione dei terremoti di Gaio Plinio Secondo detto il Vecchio “I testi babilonesi ritengono che, come ogni altra cosa, anche i terremoti e le spaccature del suolo si verifichino per influsso degli astri, anzi di quei tre astri cui attribuiscono i fulmini; e che ciò accada quando essi si muovono col sole, o con questo in congiunzione, principalmente nelle quadrature celesti. Gloriosa e immortale capacità divinatoria in questo campo, se lo crediamo, si attribuisce, al fisico Anassimandro di Mileto; che, si tramanda, avvertì gli Spartani di controllare la città e le case, perché stava per verificarsi un terremoto; quanRitratto di Strabone in un’antica stampa.

sul mondo degli uomini; in tal modo egli si allontana sia dalle credenze della religione popolare, sia dalle teorie elaborate in proposito da altre scuole filosofiche. Demetrio di Kallatis (III a.C.) merita d’essere ricordato poiché compila, per la prima volta, un elenco di tutti i terremoti verificatisi in Grecia e li descrive già come sussultori o ondulatori, nel senso di moto verticale o orizzontale del suolo. Secondo Strabone (58 a.C.- 24 d.C.) per effetto del terremoto possono anche prosciugarsi dei laghi o formarsene dei nuovi, deviare i fiumi dal loro letto, essere inghiottite isole intere e altre emergere dalle onde. Anche se, in queste antiche teorie gli effetti dei terremoti sono in parte esagerati, non si esagera certamente per l’effetto più disastroso: il maremoto. Secondo Aristotele, quando un forte terremoto si genera in mare, la violenta fuoriuscita di pneuma, può sollevare grosse quantità di acqua che si rovesciano sulle spiagge contigue. In questo modo sarebbero state distrutte le città achee Helike e Bura e sarebbero state staccate l’Eubea dalla Beozia e Lesbo dall’Asia Minore. (Aristotele, Fisica). In conclusione, la teoria sismogenetica più seguita dagli antichi, è quella dello pneuma o spiritus, l’energia che circola all’interno del pianeta. E’ que-

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Frontespizio delll’edizione del 1561 delle Storie Naturali di Gaio Plinio secondo detto il Vecchio.


Introduzione

Alle origini della Vulcanologia

d’ecco crollò tutta la città e una grande parete del monte Taigeto, che sporgeva come una poppa, staccatasi schiacciò con il suo crollo quella rovina. Anche a Ferecide, maestro di Pitagora, è attribuita una previsione diversa, ma anche essa divina, cioè di aver previsto e preannunciato un terremoto ai concittadini, mentre attingeva l’acqua da un pozzo. Se questo è vero, quanto possono distare dalla divinità tali uomini, anche mentre vivono? Ma questi fatti devono essere lasciati all’esame di ciascuno: ciò che io non metto in dubbio è che i venti sono all’origine del fenomeno. E infatti le terre non tremano mai se non c’è un mare calmo e un cielo tanto sereno, che gli uccelli non volano, dato che manca la brezza che li trasporti; e ciò accade dopo un periodo di vento, certo perché l’aria si è nascosta nelle vene e nelle cavità del suolo. E il vibrare della terra non è diverso dal tuono di una nube; né le fenditure del suolo sono diverse dal fulmine, quando il vento rinchiuso lotta e tenta di uscire verso la libertà. Dunque, ci sono vari tipi di moti, e avvengono fatti mirabili, dato che qui sono abbattute mura, altrove esse sono ingoiate da una frana, qui emergono dei massicci, altrove sgorgano fiumi, talvolta anche fuochi, o fonti calde, altrove è deviato il corso dei fiumi. Li precede e li accompagna un terribile rumore, a volte simile a un mormorio, altre a muggiti o a grida umane o al fragore d’armi che si scontrano, a seconda della materia che lo riceve, e della forma delle caverne o delle gallerie per cui transita: più esile nei passaggi stretti, rauco nei luoghi cavi, echeggiante contro rocce dure, ribollente nell’umido, fluttuante nei luoghi stagnanti, e furioso contro rocce compatte. Perciò anche senza terremoto spesso si produce rumore. Non c’è mai un unico tipo di scossa, ma la terra vibra e trema. La spaccatura talora resta aperta mostrando ciò che ha ingoiato, talora nasconde tutto, richiusa la bocca e riportato il terreno sopra, così che non c’è più alcuna traccia: sepolte spesso intere città e ingoiate le campagne. Le terre costiere sono più esposte alle scosse; ma neanche le zone montuose sono prive di questo male. So per certo che Alpi e Appennini hanno tremato varie volte.” (Gaio Plinio Secondo, Storia Naturale, II, 79).

I vulcani Gli antichi poeti greci pongono nelle regioni vulcaniche la sede e l’officina di Efesto, il Dio del

fuoco, nonché il campo di battaglia dei Giganti e dei Titani contro gli Dei (Titanomachia). Secondo questa visione, dunque, risiede nell’interno della Terra il focolare delle manifestazioni vulcaniche. Platone (427 a.C.-347 a.C.) attribuisce la genesi delle lave al Pyriflegetonte, uno dei fiumi che scorre nell’Ade (l’oltretomba nella mitologia greca), che dopo aver percorso in molteplici giri l’interno della Terra, termina il suo corso nel Tartaro, profonda voragine in cui Giove ha rinchiuso i Titani. Per Aristotele il fuoco occupa alcune cavità interne della Terra e sarebbe originato dai vapori secchi che rarefacendosi ardono. Egli ipotizza che l’attività idrotermale è la prova dell’esistenza di un fuoco sotterraneo e che dove la crosta è più sottile, questo fuoriesce creando eruzioni. Il fuoco non appartiene ai vulcani, anzi questi servono soltanto come bocche di sfogo alle fiamme racchiuse nell’interno della Terra. Viene in tal modo spiegata, in maniera semplice, la localizzazione spaziale dei vulcani e dei suoi fenomeni. Gli antichi conoscono già un bel numero di regioni vulcaniche dell’Italia, della Grecia e dell’Asia Minore. I vulcani, in attività persistente, sono noti sia ai Greci sia ai Romani. Strabone pensa anche che esista una comunicazione sotterranea fra i vulcani della Sicilia, delle Eolie, di Pitecusa (Ischia) e del Vesuvio, “di cui si suppone che in passato ardesse e contenesse fuoco.” (Strabone, Geografia, lib. V, 8). Dati questi fenomeni, Strabone considera il vulcano come una specie di ‘valvola di sicurezza’, affermando che:“la Sicilia è meno esposta ai terremoti che non quando erano ancora chiusi l’Etna e i vulcani delle isole Eolie.” (Geografia,lib. I). Secondo Lucrezio (98 a.C.-55 a.C), peculiarità fondamentale dei vulcani è il cratere dal quale fuoriescono, durante le eruzioni, ceneri, sabbie, pomici, colonne di fumo e spesso enormi colate di lava che una volta all’esterno s’induriscono come pietra. Seneca osserva, inoltre, che è consueto durante l’attività eruttiva il verificarsi di temporali, come avviene durante alcune eruzioni dell’Etna: “Una volta l’Etna traboccò per la quantità enorme di fuoco ed eruttò una massa enorme di sabbia incandescente, la luce del giorno fu avvolta da un velo di polvere e una notte improvvisa atterrì le popolazioni. Dicono che allora si siano verificati numerosissimi fulmini e tuoni, prodotti dallo scontro di corpi aridi, non di nubi, che è verosimile fossero del tutto assenti in tanto calore dell’aria.” (Seneca, Questioni Naturali, lib. II, 30).

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Tabula Peutingeriana. Dettaglio relativo al golfo di Napoli. Copia del XIII secolo di un'antica carta romana che mostrava le vie militari dell'Impero. Sono indicate ancora le località distrutte dall’eruzione del 79 d.C. La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa nel I sec. a.C.


Vesuvio antico: I-IV secolo ... il Vesuvio vinto dalla forza nascosta che lo rode vomita al cielo il fuoco alimentato nel suo interno per secoli, diffonde i fluidi e i flagelli vulcanici sulle terre e nel mare e, quale meraviglia, la cenere ausonica che imbianca i boschi è vista perfino dai Seri, portatori di seta. (Silio Italico, Punica XVII, 593-5, I sec. d.C.)

Somma Vesuvio Il monte Somma, il Vesuvio dei Romani, a memoria d’uomo non ha dato segni di attività anteriore al 79 d.C. Qualora ci fosse stata, ne sarebbe rimasta traccia negli scritti. Tuttavia, nemmeno questo silenzio degli storici può essere argomento decisivo a favore del silenzio sul Vesuvio, in epoca più antica dei documenti che possediamo. Una lontana memoria dell’attività del vulcano si può trovare nell’etimologia del suo nome: Vesuvio, come Vesta (o Vestali, le custodi del fuoco perenne), hanno in comune la radice osca-etrusca ‘ves’, che significa fuoco. Già i primi abitanti italici nell’imporre il nome Vesuvio sapevano che fosse un vulcano e, certamente, furono spettatori delle sue eruzioni. Beroso il Caldeo, che visse prima della monarchia di Alessandro Magno (356-323 a.C.), riporta: “Al tempo di Alario, settimo re degli Assiri, negli ultimi anni del suo regno (1894 a.C.), bruciò l’Italia in tre parti, nell’Istria, Cymeos e Vesuvio per molti giorni e gli Janigeni chiamarono quei luoghi

dove s’incendiò il fuoco, Palensana, che vuol dire regione bruciata.” (Beroso, Antichità, cap. V). Nessuna traccia di attività troviamo negli autori del I secolo a.C. Tito Livio (59 a.C.- 17 d.C.) parla solo di una battaglia che “fu combattuta in prossimità delle falde del monte Vesuvio (Livio, Storia di Roma, VIII, 8); nessun accenno in Virgilio che declama solamente le “giogaie del Vesuvio” (Virgilio, Georgiche, Canto II), riferendosi alla sua morfologia sommitale. Altro accenno alla morfologia del Vesuvio, prima dell’eruzione del 79 d.C., la ricaviamo da una descrizione di Anneo Floro (I secolo d.C.) relativa alla rivolta dei gladiatori di Spartaco nel 73 a.C.: “Poi si diressero al Vesuvio, che a essi apparve come una rocca donde potevano sorvegliare le truppe Vesuvio prima dell’eruzione del 79 d.C. visto da occidente. L’affresco originale, trovato a Ercolano, è sparito. E’ riprodotto in una incisione del 1799 nell’opera “Le pitture di Ercolano e dintorni”, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, Napoli.

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Diario del Monte Vesuvio

Presunta rappresentazione del Vesuvio, visto da Ercolano, prima dell’eruzione del 79 d.C.. Incisione del 1799 da: “Le pitture di Ercolano e dintorni”, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, Napoli.

spedite contro di essi e sostenere gli assalti in migliore posizione. Dal lato settentrionale verso cui erano diretti venendo da Capua non si poteva salire sul monte se non per un vallone stretto e angusto; altrove vi erano rupi scoscese e boschi di viti selvatiche. Intanto i soldati romani erano venuti per sconfiggere i fuggitivi, ma poiché li scorsero in posto più vantaggioso e forse anche in maggior numero, credettero meglio assediarli e prenderli per fame. In tal modo l’unico vallone era sbarrato, e la vetta del monte scendeva a precipizio sul versante opposto. Spartaco eluse la vigilanza e il disegno degli assedianti. Fece costruire delle scale e funi con le viti selvatiche di cui era rivestita la cima del monte e dall’orlo della cavità del monte fece discendere scale e le corde nella pianura sottoposta. Con queste scale e funi tutti i gladiatori scesero nella pianura sottostante, meno uno che rimase sull’orlo a custodia delle armi. Quando furono discesi, l‘ultimo rimasto sulla vetta buttò giù le armi e poi discese senza che gli assedianti si accorgessero di tale manovra. Indi i gladiatori, girando per le pendici orientali e occidentali del monte, chiusero i soldati in una tenaglia, e li ammazzarono; poscia continuarono la loro ira sulle città circostanti, saccheggiarono Tara, Nola, Nocera, Turi, e Metaponto, dove furono fatti prigionieri.” (Floro, Storia di Roma, III, 26).

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Plutarco (46-120 d.C.) riporta lo stesso episodio: “Il pretore Clodio, inviato da Roma con tremila uomini, li assediò su una montagna fornita di un’unica via di accesso, irta e stretta, che fece sorvegliare. Altrove le pareti erano completamente lisce e a strapiombo. Tuttavia sul cocuzzolo cresceva una vite selvatica molto grande. Gli assediati ne tagliarono i tralci utilizzabili, li intrecciarono e costruirono delle scale tanto robuste ed estese, che, assicurate alla cima e fatte penzolare lungo la roccia, arrivarono a toccare il piano sottostante. Su di esse scesero senza pericolo tutti, tranne uno. Questi restò in cima per ricuperare le armi. Appena i compagni furono scesi, egli le lasciò cadere; e quando le ebbe gettate giù tutte, si mise in salvo anch’egli per ultimo. I Romani non si accorsero di nulla. I gladiatori poterono cosi circondarli e con un attacco improvviso li sconcertarono, volgendoli in fuga. L’accampamento cadde nelle loro mani. Inoltre molti mandriani e pastori della regione, gente robusta e agile, si unirono a essi. Alcuni li armarono, di altri si servivano come guide e truppe leggere.” (Plutarco, Vita di M. Grasso, IX). Ben note sono a Diodoro Siculo (90-27 a.C.), che visse durante l’impero di Giulio Cesare, le manifestazioni vulcaniche e la natura di questi luoghi: “Si racconta che questa pianura si chiamasse Flegrea per un monte che in passato eruttava un terribile fuoco come l’Etna in Sicilia, quel monte ora si chiama Vesuvio e conserva molte tracce del fatto


Vesuvio antico: I-IV secolo che nell’antichità fosse infiammato” (Diodoro, Biblioteca Storica, lib. IV, 21). Marco Vitruvio Pollione (c. 80/70 - 23 a.C.), contemporaneo di Diodoro Siculo, ci riferisce un’analoga osservazione sulla natura vulcanica del Vesuvio: “Vi è del fuoco sotterraneo in queste località e questo può esser indicato da questi fatti, nei monti di Cuma e di Baia sono state scavate caverne per sudare nelle quali i vapori caldi che nascono dal fuoco profondo perforano con veemenza la terra. Non di meno si pensa che nei tempi antichi fuochi ardessero e abbondassero sotto il monte Vesuvio, e che questi vomitasse fiamme sui campi circostanti.” (Vitruvio, Architettura, lib. II, 6). Strabone negli anni venti a.C. descrive così il Vesuvio: “Sovrasta a questi luoghi il monte Vesuvio, cinto tutto intorno da campi bellissimi tranne la sommità: questa è in molta parte piana, tutta sterile; e dall’aspetto cinereo, e mostra concavità cavernose di pietre fuligginose nel colore, come se divorate da fuoco; la qual cosa attesta che questo luogo, prima ardeva, e aveva crateri di fuoco, e che poi si sia spento, essendo mancata la materia.” (Strabone, Geografia, lib. V, 8). La descrizione che dà Plutarco del Vesuvio non concorda perfettamente con quella di Strabone tuttavia, da un passo di Marco Velleio Patercolo (19

a.C. - 31 d.C.) (Patercolo, Storie, II, 30) e di Anneo Floro (Floro, Storia di Roma, III, 6), si evince chiaramente che i gladiatori di Spartaco si rifugiano sul Vesuvio. Non potendosi mettere in dubbio che Plutarco abbia voluto indicare il Vesuvio in quel monte dove si accampa Spartaco, occorre mettere d’accordo la descrizione che egli ne dà con quella fatta da Strabone. Questi, poco prima di descrivere il Vesuvio, accenna ai suoi dintorni: Napoli, Pozzuoli, Cuma, Pompei e Nocera. Dalla narrazione che ne fa, sembrerebbe che egli sia salito sul monte dal versante sud e che si sia trovato sul piano della caldera preistorica (Le Piane), mentre guardando a settentrione abbia visto i residui interni dell’antico Somma. Invece, dal racconto di Plutarco, sembrerebbe che Spartaco, fuggendo da Capua, si accampi sul Vesuvio salendovi dal pendio nord. Infatti, da qui si giunge alla sommità del monte solo per i Cognoli del Somma, burroni stretti e malagevoli, specialmente nella parte più vicina alla cresta. Dalla rappresentazione di Strabone e dal quadro che ne fa Plutarco rileviamo inoltre che, almeno fino al 79 d.C., il Vesuvio è in uno stato di riposo. Conferma che ci viene dallo stesso Plinio il Vecchio che, nel fare l’elenco dei vulcani attivi in Italia, non cita fra questi il Vesuvio, né fa cenno alla sua passata attività vulcanica (Plinio, Storia Naturale, II, 6).

Anno Domini 62 (815 ab Urbe condita) E il vibrare della terra non è diverso dal tuono di una nube; né le fenditure del suolo sono diverse dal fulmine, quando lo spirito rinchiuso nella terra lotta e tenta di uscire verso la libertà. (Silio Italico, Punica XVII, 593-5, I sec. d.C.)

Il terremoto Durante il I sec. d.C. l’intera penisola italiana è interessata da un’intensa attività sismica, come testimoniato da Gaio Cornelio Tacito (55-117 d.C.) che scrive: “Si verificarono in Italia disastri non mai prima veduti o riapparsi dopo una lunga serie di anni.” (Tacito, Storie, lib. I, 2). La prima notizia in nostro possesso di un terremoto che colpisce l’area vesuviana è del marzo del 37 d.C., riportato da Gaio Svetonio Tranquillo (70126 d.C.) nel raccontare gli eventi prodigiosi (prodigia) accaduti alla morte dell’imperatore Tiberio: “Pochi giorni prima della sua morte la torre del

faro di Capri fu rovesciata da un terremoto.” (Svetonio, Tiberio, in Vita dei Cesari, lib. III). Non abbiamo notizie di altri danni oltre alla torre semaforica con cui l’Imperatore comunica con Roma. Le ipotesi sull’epicentro non sono univoche in quanto può trattarsi di evento sismico: - di tipo vulcano-tettonico (Chouet, 1996) localizzato nel Golfo di Napoli, come quello registrato il 4 novembre del 1968 di magnitudo Ml= 3,9 (Milano, 1991); - di tipo tettonico con sorgente appenninica.

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Napoli, 1279: la costruzione di Castel Nuovo, meglio noto come Maschio Angioino. Sullo sfondo il Vesuvio.


Vesuvio medievale: V-XIII secolo Il Monte Vesuvio, dal quale come si sa di frequente erutta l’Inferno, scoppiò in fiamme, ...e quando da quelle parti muore un uomo ricco e malvagio, si vede il fuoco erompere dal predetto Monte, e una tale quantità di resina sulfurea defluisce dallo stesso Vesuvio che forma un torrente che scende verso il mare con impeto. (Piero Damiano, Appendix Monumentorum ad Chronica Ducum et Episcoporum Neap., XI sec.)

La vulcanologia metafisica La perdita nel tempo della maggior parte delle fonti scritte, determina che, durante il Medioevo, le conoscenze scientifiche e tecnologiche si siano ridotte a pochi riferimenti del sapere greco-romano, per cui, senza dubbio, l’uomo medievale possiede conoscenze inferiori a qualsiasi cittadino colto della Roma Imperiale. I fenomeni vulcanici durante il Medioevo hanno ben scarsa notizia e importanza. Secondo Giovanni Filopono (490-570 d.C.) l’interno della Terra deve racchiudere del fuoco, come lo provano le sorgenti calde e i crateri di fuoco in Sicilia, Lipari e in molti altri luoghi (Filopono, 546 d.C.). Per spiegare i vulcani e i terremoti, i Padri della Chiesa ricorrono spesso alla teoria dello pneuma di Aristotele. Isidoro di Siviglia (VI sec.) accenna alla teoria del franamento sotterraneo per percussioni dello spiritus, ma i monaci più rigorosi, come Cosma Indicopleuste (VI secolo d.C.) non vogliono saperne di spiegazioni naturali. Per essi anche i terremoti sono un atto della divinità perché nelle Sacre Scritture è scritto: “Egli guarda la terra ed essa trema. Egli tocca le montagne ed esse fumano.” (Salmi CIV, 32), dove vi è senz’altro la spiegazione non solo dei terremoti, ma anche delle eruzioni vulcaniche. Superstizioni e modelli a sfondo religioso predominano durante tutto questo periodo e delle stesse eruzioni del Vesuvio, sia che si tratti di attività esplosiva, sia che si tratti di eruzioni con colate di lava, abbiamo solo cronache scarse e frammentarie. Durante il Basso Medioevo vengono reintrodotti in Occidente, tramite le traduzioni delle versioni arabe, testi della cultura greca e latina, tra cui anche quelli di Aristotele, la cui riscoperta significherà, in quello scorcio storico, un approccio più razionale allo studio della Natura. I vulcani non sono più porte dell’Inferno, ma acquistano una connotazione

Un fuoco si è acceso nella mia collera e brucerà fino nella profondità degl'inferi; divorerà la terra e il suo prodotto e incendierà le radici dei monti. (Deuteronomio, XXXII,22)

più scientifica. Edrisi (1100-1165), che vive lungo tempo alla corte del re Ruggero II di Sicilia, descrive in modo completamente innovativo i vulcani, in particolare l’Etna e le isole Eolie. Quando poi nell’anno 1212 la battaglia di Tolosa pone fine al dominio degli Arabi sulla Penisola iberica, la loro scienza passa lentamente in eredità ai dotti cristiani ed ebrei che, nonostante tutte le persecuzioni, la conservano gelosamente e le danno un ulteriore impulso. Certamente la libera ricerca è, nei primi tempi, compressa dalla Chiesa e anche i filosofi greci, il cui studio è permesso, non sono che un pretesto per giungere a dimostrare, per mezzo dei loro sistemi filosofici, la verità delle dottrine cattoliche. Per tale motivo non viene interamente perduta la conoscenza della Filosofia greca, sebbene si svolge nei binari dell’indirizzo Scolastico, il cui chiaro obiettivo è di condurre, con ragionamenti e sofismi, ad una dimostrazione delle dottrine della Chiesa. Primo frutto di quest’influenza è la fondazione delle prime Università cristiane. Certamente è una via molto lenta quella che conduce alla finale liberazione dalla censura della Scolastica clericale, ma ancora per parecchi secoli, scopo principale dei fanatici religiosi sarà quello di creare ostacoli alla scienza che va sviluppandosi. Anche le maggiori personalità della Chiesa mirano sempre, con chiaro riferimento alle teorie scolasti-

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Diario del Monte Vesuvio

Eruzione dell’Etna con esposizione del velo di Sant’Agata, Galleria delle Carte Geografiche, 1580, Città del Vaticano.

che, a cercare nei filosofi greci la dimostrazione dei dogmi; per esempio, San Tommaso d’Aquino (12251274) ipotizza, partendo dalla Cosmologia di Aristotele, che le stelle non siano mosse dalle forze dell’Universo, ma dagli Angeli. Alberto Magno (1193-1280), il maggior rappresentante della filosofia scolastica, nel Liber Meteororum (XIII secolo), scrive: “I monti sono prodotti dai terremoti colà dove la superficie terrestre è dura e compatta e non può essere spezzata, e quindi dal vento straordinariamente forte e potente viene sollevata a formare montagna. I terremoti si verificano di solito presso il mare, poiché le acque chiudono i molti pori della terra, e non può sfuggire l’interno vapore. Così presso il mare e le acque sorgono di solito i più alti monti.” A formare questo vapore interno deve però contribuire l’azione termica del Sole e delle stelle. Secondo Alberto Magno anche i vulcani hanno la stessa origine degli altri monti, essendo anch’essi prodotti dal vapore sotterraneo là dove la crosta terrestre oppone minor resistenza: “Quando il luogo al di sopra del vapore non è resistente, il vapore lo spezza e se è caldo lancia anche talvolta molta cenere.”

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Egli attribuisce l’attività vulcanica all’accensione di uno strato sotterraneo di zolfo: “La causa ne è terra sulfurea, mista a petrolio bituminoso; il vapore che è prodotto nella terra e non trova sfogo esercita una pressione e, poiché l’acqua del mare chiude le aperture della terra, l’accensione avviene più facilmente presso il mare che non altrove, e l’incendio può durare molti anni e anche essere eterno se la materia può rinnovarsi continuamente” Ristoro d’Arezzo (XIII secolo), autore del primo trattato scientifico in volgare La composizione del mondo colle sue cascioni terminato probabilmente nel 1282), in molti punti segue Alberto Magno. Egli introduce il concetto di circolazione idrotermale, anche se identifica la sorgente interna del calore terrestre con quello fornito dal Sole: “Entrando lo calore entro per lo corpo della terra, lo quale ha a risolvere l’umidità in vapore, risolve l’umidità della terra e diventane vapore ventoso, lo quale è racchiuso nella concavità della terra e multiplica per lo calore del sole: vi cresce entro, si che non vi può stare; e anche può essere mosso dalla virtù del cielo; onde non potendovi istare, combatte colla terra per uscire fuori e se truova la terra dura e soda, levala su e giù e falla tremare; e se la truova arenosa e solla escene fuori senza tremuoto” (Ristoro, lib. VI, 4).


Vesuvio medievale: V-XIII secolo Per quanto riguarda le eruzioni vulcaniche, Ristoro ipotizza l’influsso stellare che accende lo zolfo delle miniere sotterranee: “E troviamo fuoco ardere sotto terra e uscirne fiamma e fumo fuori della terra; e la cagione di questo si è che il calore del sole entra per lo corpo della terra e anche quello dell’altre stelle, truova la miniera del zolfo, la quale è èsca del fuoco e è acconcia a ricevere Io fuoco; per lo calore del sole scaldasi per lungo tempo e accendesene lo fuoco; e quando questo fuoco truova la terra aperta e forata, vediamone uscire lo fuoco e per istagione la fiamma. E già fu veduto uscire fuori un fiume di fuoco della bocca del monte di Mongibello (Etna) e questo fiume corse per ispazio di cinque miglia e più per infino entro lo mare.” (Ristoro, lib. VII, 7). Questo concetto viene ripreso da Dante Alighieri (1265-1321), che ha il merito di opporsi alla concezione mitica dei Giganti seppelliti sotto i vulcani, attribuendo le eruzioni dell’Etna : “non per Tifeo ma per nascente solfo.” (Dante, Paradiso, VIII, 67). Ruggero Bacone (1214-1294) è uno dei maggiori pensatori del suo tempo e come filosofo dà grande importanza alla Fisica sperimentale. Considerato uno dei padri dell’Empirismo e per certi aspetti uno dei fondatori del metodo scientifico, conserva, tuttavia, i suoi collegamenti con l’Occultismo e le tradizioni alchemiche. Del resto, le credenze magiche non sono peculiari del Medioevo, ma sorgono parallele all’interesse per la Scienza Naturale, tanto che il maggiore sviluppo della Magia si ha proprio tra il XVI e il XVII secolo, in contemporanea con la rivoluzione scientifica. Cecco D’Ascoli (1269-1327), nella sua opera De principiis astrologiae, attribuisce il terremoto a esalazioni o venti racchiusi nell’interno della terra: “Trema la terra per li inclusi fiati, fan l’aria e l’acqua lor moti perversi, nei tempi che li cerchi son mutati.” (Cecco D’Ascoli, lib. I, 8). Tutta la Meteorologia dell’ascolano è dominata dall’astrologia ed egli ritiene responsabile dei terremoti l’influsso del pianeta Saturno: “Gli inclusi venti che non ponno uscire fuor de la terra, mossi da Saturno, fanno li terremoti a noi sentire ciò però non avviene ordinariamente che di primavera e d’autunno, raramente d’estate e d’inverno, perché « nel grande freddo e pur nel tempo caldo, celansi i venti e non vanno dintorno: però la terra sta quieta e in saldo. Non dico che non possano venire li terremoti e d’estate e d’inverno, ma quando mostra il caldo o il freddo l’ire, durano poco, ché li fiati, strutti del lor valore, non fanno governo, ché queste qualità li fanno

In alto: Alberto Magno (1206-1280) di Bollstädt, conosciuto anche come sant'Alberto il Grande, Alberto di Colonia o Doctor Universalis. Sopra: Tommaso d'Aquino (1225-1274), definito Doctor Angelicus o Doctor Universalis dai suoi contemporanei.

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Diario del Monte Vesuvio

Cecco d’Ascoli in una stampa medievale.

asciutti. Ma vien nel tempo dolce il gran tremare e non si cessa fin che no è corrotta La dura terra per cotal valore” (Cecco d’Ascoli, lib. II, v. 613-626). Nella sua opera Cecco non ha che un solo accenno ai vulcani: “Dico che sotto dentro alle caverne per solfore si fanno l’acque calde, sì come per l’odor ciascun discerne. Quanti meati son ch’io non appello, e gli infernali abissi e le castalde e Stromboli e Vulcano e Mongibello.” (Cecco d’Ascoli, lib. IV, v. 3831, 3836). Con l’aprirsi del secolo XIV s’inizia un nuovo periodo che non si potrebbe immaginare più disastroso: non solo la Scolastica è all’apice e fa sentire, più che nei secoli precedenti, la sua influenza compressiva, ma la Chiesa ha trovato anche nell’Inquisizione un nuovo strumento intransigente, esercitato sul controllo del libro manoscritto, ed in seguito stampato, per soffocare ogni libera ricerca, per dirigere o annientare in germe qualsiasi dottrina non gradita.

Uno sguardo alla città di Napoli La divisione dell’Impero Romano, le invasioni barbariche nella penisola e poi la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) determinano la storia di Napoli nell’Alto Medioevo.

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Nel 536, l’imperatore d’Oriente Giustiniano invia il generale Belisario a riconquistare Napoli, ma questi, anche se riesce facilmente a prendere la Sicilia ed una parte della Campania, trova qui una forte resistenza. Gli assalitori bizantini stanno ormai perdendo ogni speranza di poter prendere la Città, quando alcuni delatori li informano che avrebbero potuto introdursi all’interno delle mura attraverso l’antico acquedotto del Serino. Lo storico greco Procopio, racconta che il generale Belisario ordina di aprire una breccia nel canale dell’acquedotto fuori Porta Costantinopoli. Solo così le sue truppe riescono ad aver la meglio sui napoletani, su cui si vendicano crudelmente per le perdite subite. Nel 542, Napoli è invasa dai Goti, che sbaragliano le forze bizantine. Totila, re dei Goti, si comporta umanamente col popolo stremato ed affamato, ma partendo rade al suolo le mura della Città, errore che costerà a suo figlio il possesso della stessa, quando l’imperatore invierà Narsete riconquistarla nuovamente nel 553, con una grande battaglia ai piedi del Vesuvio. Nel 581 e nel 592 Napoli è assediata dai Longobardi; nel 599 è rifugio di quanti dall’interno della Campania vogliono sfuggire ai conquistatori che si sono fortificati a Benevento. In questo periodo il potere è praticamente nelle mani dei vescovi, ma quando i cittadini di Ravenna si ribellano all’Esarca, Napoli è spinta ad imitare questa iniziativa e nel 615 si dà un governo autonomo con a capo un certo Giovanni Consino. Nel 661 l’imperatore d’Oriente accoglie le istanze dei napoletani, nominando un duca napoletano a capo della Città: Basilio. È questo un periodo oscuro, intricatissimo di eventi, qua e là leggendario che si suole chiamare del Ducato napoletano, sebbene nominalmente Napoli, capitale di una striscia di territorio litoraneo da Cuma a Sorrento, dipenda da Bisanzio. La Città dispone di un governo proprio, dapprima nominato dai bizantini, poi elettivo e infine ereditario. Il periodo bizantino di Napoli dura fino alla formazione definitiva del Regno Normanno (1139), ma si può dire che in questo periodo di aspre lotte, Napoli è una delle poche isole di civiltà rimaste nella Penisola ormai soggiogata dalle popolazioni barbare. Agli inizi del secolo XI i rapporti con Bisanzio sono interrotti e Napoli, mentre sta per diventare un piccolo principato, viene incorporata nelle conquiste di Ruggero il Normanno.


Vesuvio medievale: V-XIII secolo

Vesuvio nel Periodo Medievale (472 d.C. - 1139) Dopo l’eruzione del 79 d.C. che distrugge i centri della fascia litoranea, la densità abitativa attorno al vulcano subisce una fortissima contrazione. L’intera area vesuviana fra il vulcano e il mare è profondamente alterata: i fiumi Sarno e Sebeto perdono il loro letto determinando vaste zone di acquitrini e paludi (l’area del Sarno durante il Medioevo viene chiamata Silva mala o Malpasso). Per il putridume delle acque impaludate, la fantasia popolare, a causa delle febbri malariche, immagina nascosti nelle acque del vecchio fiume Sarno, (nei pressi di Nocera viene chiamato Dragone), draghi che con il loro alito uccidono bestie e uomini. Secondo altri, però, quel nome se lo è guadagnato per i suoi tanti meandri che, a guardarlo dai Lattari, lo rendono simile ad una coda di drago. La linea di costa si è modificata per effetto del bradisismo discendente e la strada litoranea è cancellata per cui occorre prendere quella interna, l’antica Popilia per raggiungere Salerno. Quest’ultima verrà rifatta ai tempi di Carlo V e da allora inizierà il ripopolamento dell’area, che non andrà oltre, però, alla sola edificazione di alcuni casali di campagna. I parossismi vulcanici del periodo medievale tengono, infatti, lontana la popolazione e, così, il ricordo di cittadine floridissime cade per lunghi secoli nell’oblio, mentre una folta vegetazione boschiva ricopre i fianchi del Vesuvio, dalle pendici più alte fino alla costa. Solo sul versante settentrionale, meno coinvolto dalle eruzioni grazie alla barriera naturale offerta dal Somma, la popolazione continua a crescere, formando nuovi villaggi di una certa entità come: San Nostagio (Santa Anastasia), Pollena, Trocchia e Massa. Somma diventa uno dei principali casali del ducato di Napoli. Di essa sopravvive ancora il borgo all’interno delle sue mura angioino-aragonesi ed il castello. Complessivamente l’attività del Vesuvio, durante il Medioevo, è poco nota e piena di contraddizioni cronologiche. Certamente, ci sono arrivate le eruzioni più rappresentative sia per lo scarso numero di abitanti sotto il Vesuvio, sia per i cronisti monasteriali e dotti, interessati essenzialmente a raccontare di eventi eruttivi che facciano da supporto agiografico religioso o politico. A tal punto si radica questo costume che è possi-

bile datare a proprio piacimento l’attività dei vulcani, dilatandone o accorciandone sia l’inizio che la durata in modo da far coincidere le eruzioni con l’evento eclatante (mirabilia), oggetto della narrazione agiografica. Questa operazione di adattamento storico è resa possibile solo ammettendo un’attività continua del Vesuvio, come confermato da Cassiodoro (VI secolo) che appunto scrive: “Questo territorio per le devastazioni del Vesuvio è turbata frequentemente dall’angoscia di questo timore” e da Pier Damiani (XI secolo): ”il Monte Vesuvio, come si sa frequentemente erutta”. La stessa identificazione del Vesuvio con l’Inferno, che notoriamente nell’immaginario religioso medievale ha fuochi eterni, è un’ulteriore indicazione della sua attività persistente.

Le eruzioni medievali V secolo d.C. L’eruzione più memorabile dopo la catastrofica del 79 d.C., è certamente quella del 472 d.C., detta di Pollena, caratterizzata, tra l’altro, dall’emissione di grandissima quantità di cenere, sparsasi diffusamente sull’Europa al punto di spaventare persino la Costantinopoli dell’imperatore Leone I. Un livello di cenere dello spessore di circa 8 cm, attribuibile a tale eruzione, è stato, infatti, misurato nella città. Si tratta di un’eruzione (tipo subpliniano) con caratteristiche simili a quelle del 79 d.C., anche se il volume di magma eruttato è molto inferiore. Si stima che il volume totale di tephra sia di circa 0,30 km3, nonostante la rilevante capacità distruttiva dell’eruzione. Le prime fasi dell’eruzione danno origine ad un deposito da caduta costituito da pomici bianche a cui fanno seguito altri due costituiti da pomici scure alternati a surge. Segue un deposito pomiceo da caduta ricco di elementi litici. La successione prosegue con tre unità di flusso piroclastico contenente scorie scure e litici e, infine, ancora un deposito da flusso piroclastico umido. Questo tipo di sequenza riflette un aumento del carattere idromagmatico nel corso dell’eruzione. Le pomici di Pollena fortemente sottosature e potassiche, presentano già le caratteristiche delle lave recenti del Vesuvio. La prima fonte in ordine di tempo è il Chronicon scritto da Marcellino Comite, cancelliere di Giustiniano; si tratta di una cronaca che va dal 379 al 534

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Napoli e il Vesuvio alla fine del XIV secolo. Metropolitan Museum di New York.


Dicembre 1631: i giorni del Giudizio

Teorie vulcanologiche agli inizi del XVII secolo Durante il XVI e XVII secolo lo sviluppo del pensiero scientifico porta al superamento dei dogmi medievali tramite il recupero del metodo razionale e deduttivo tipico del pensiero platonico ed aristotelico. Nel XVII secolo si assiste a un graduale superamento di queste idee con il fiorire di una scienza proiettata verso la comprensione della Natura, la quale deve essere sottoposta non solo ad una descrizione ragionata (Bacone e il metodo induttivo), ma sperimentata (Galileo e il metodo sperimentale) e compresa razionalmente (Cartesio e il metodo razionale). Scienza e tecnologia non sono nettamente separate; la metallurgia e le arti alchemiche che hanno a che fare con le alte temperature (pirologia) sono nel 1600 quelle che forse più si prestano ad affrontare le problematiche relative all’origine e al trasferimento dei magmi dal profondo fino alla superficie

E invero i nostri posteri, che leggeranno queste cose, quando da persone più dotte se ne comporranno gli annali, verranno facilmente in sospetto, che non siano raccontamenti d'istorico, che tutto con la regola della verità misura: ma, finzioni di poeta, che per dilettar l’orecchio, favoleggia, e mentisce. Perciocché chi crederà mai, che nello stesso tempo, e dal medesimo monte siano scaturite fontane di fuoco, e d'acque: e che l'onde habbiano fatto l'officio di levatrice, nel partorirsi la fiamma? Chi potrà persuadersi (ciò sul riportarsi tra le cose stimate impossibili) che due contrari elementi fossero insieme accoppiati, e poco men che confederati? Chi non racconterà per favola, che il medesimo Vesuvio dalla parte del mare habbia sparso un torrente di fuoco, da quella di terra un altro di acqua. E pure queste cose esser vere habbiamo già imparato a nostre spese. (Recupito, 1635)

terrestre. Compaiono i primi tentativi di sperimentazione sui materiali vulcanici, che troveranno un loro sviluppo autonomo solo alla fine del secolo XVIII. I testi base di pirologia sono quelli di Vannoccio Biringuccio (1480-1539): “De la pirotecnia”, del 1540 e di Lazarus Ercker (1530-1593): Veduta di Napoli nel XVII secolo, Didier Barra, Museo Nazionale di San Martino, Napoli

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Diario del Monte Vesuvio

Athanasius Kircher, Mundus subterraneus, quo universae denique naturae divitiae (frontespizio). 1664, Amsterdam. A sinistra dell’immagine l’ Atanor (fornace) degli alchimisti con alle spalle un vulcano in eruzione.

“Trattato sui più importanti tipi di minerali e composti metallici”, del 1574. L’opera di Biringuccio, uomo di molta pratica nonché costruttore di artiglierie e armi da fuoco e contemporaneo di Leonardo da Vinci (1452-1519), è un trattato di chimica tecnico-scientifica. In esso l’elemento principale della pirotecnia è la polvere pirica o nera, il più antico esplosivo noto, fin dai tempi di Ruggero Bacone, miscuglio di salnitro (nitrato di potassio), carbone vegetale e zolfo (Bacone, 1249). Un altro passo decisivo viene compiuto da Georg Bauer (detto Agricola) (1494-1555) e Johannes Kepler (Keplero) (1571-1630), che introducono i concetti di combustione sotterranea sotto l’influsso del vapore e di cristallizzazione del basalto dall’acqua. Keplero sostiene infatti che “come il corpo umano produce escrementi, così la terra genera ambra, bitume e zolfo che alimentano i fuochi sotterranei” (Keplero, 1619). Si tratta di idee discutibili ma estremamente importanti per lo sviluppo del pensiero scientifico, dato che spostano l’attenzione da una visione teoretica-religiosa del vulcanismo verso una materialistica e pragmatistica.

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Intanto Bernhard Varen (Bernardo Varenius) (1622-1650), nella Geographia Universalis (1650), pubblica il primo catalogo dei vulcani, portandone a ventisei il numero di quelli attivi conosciuti, mentre anche dalle Americhe giunge notizia della presenza di altri apparati vulcanici. Nel corso del secolo, gli scienziati europei diventano lentamente consci che il Vulcanismo è un fenomeno a scala globale e la vulcanologia, come disciplina a sé, balza in primo piano, sulla spinta dell’eruzione del Vesuvio del 1631 e, successivamente, di quella dell’Etna del 1669. La vulcanologia moderna trova il suo manifesto nell’epigrafe di Portici, fatta apporre dopo l’eruzione del 1631, dal Viceré Monterey. Nelle parole: “Questo Monte ha pieno il seno di bitume, allume, zolfo, ferro, oro, argento, fonti d’acqua e con l’ingresso di acqua marina prima o poi si riaccende” vi è l’essenza delle nuove teorie basate sulla sperimentazione della metallurgia alchemica, che trova la sua applicazione sperimentale nella pirotecnia, nella fusione dei metalli e nella loro interazione con i quattro elementi (terra, acqua, aria e fuoco) della dottrina aristotelica. La teoria degli elementi sostiene, oltre all’esistenza dei quattro elementi, tre princìpi di impianto alchemico come strumenti di spiegazione della materia: l’inalterabilità, l’infiammabilità e la liquidità dei metalli, proprietà riconosciute all’allume, allo zolfo e all’argento.


Dicembre 1631: i giorni del Giudizio Altro pilastro alchemico risalente ad Alberto Magno, (1206-1280), ma messo in crisi con l’eruzione del 1631, è il concetto che “il simile tende al simile” per cui il fuoco, per sua natura, tenderà verso “la sfera del fuoco” (posta all’estremo limite del cielo) e non potrà mai scorrere verso il basso, come avviene invece per l’elemento acqua. Questo modello teorico, quindi, non può giustificare eventuali lave che scendono dal vulcano, e nulla toglie che molti cronisti non accennino minimamente a tale fenomeno per questo motivo, ma solo a correnti piroclastiche (flumen igniti cineris), che tutti i cronisti dell’eruzione del 1631 descrivono scorrere verso il mare, dopo che le acque (pelago influente) sono prima risucchiate all’interno e poi espulse dal vulcano. In questo modello vulcanologico motori della “accensione dell'ignivomo Monte sono l’oro e l’argento.” Questi due metalli acquisiscono nell’iconografia alchemica i tratti simbolici del Sole e della Luna, della luce e delle tenebre e del principio maschile e femminile (lo yin e yang della tradizione Taoista del VII secolo a.C.), che si uniscono nella coniunctio oppositorum per generare lo spiritus all’interno della Terra, causa di tutti i fenomeni naturali. Negli scritti di alchimia di Johann Thölde (15651609) sono descritte le proprietà dell'oro alchemico, detto oro fulminante, polvere da non mettere mai al sole o vicino al fuoco in quanto “si accende e crea rilevanti danni perché si dissolve con grande forza e potenza che nessun uomo può controllare” (Croll, 1609). È evidente che gli alchimisti non amino affatto questo risultato che fa esplodere e sparire il loro prezioso oro. Certamente non sono inclini a suggerirne l’uso militare. Gli esperimenti su di esso però continuano e si nota che i suoi effetti esplosivi siano così diversi da quelli della polvere da sparo, tanto che si sviluppa la teoria che per avere una violenta esplosione occorra la presenza dell’oro all’interno del vulcano. Questa idea sarà fondamentale per interpretare e giustificare l’attività esplosiva del Vesuvio nel 1631.

Le teorie vulcanologiche di un alchimista di Pietro Castelli Il Bitume è la principale causa materiale delli fuochi sotterranei perpetui la seconda è il solfo, l’allume e il nitro. Andrea Baccio nel libro sulle terme, attribuì il calore delle acque al bitume ardente; dall’Etna vuole che esca un fiume bituminoso senza

zolfo, perché l’ardere nell’acqua è proprietà del bitume e non dello zolfo. Vedendosi i fuochi ardere nell’acqua questi esser non possono che bitume, perché il solo bitume arde nell’acqua. I fuochi che di sotterra vengono fuori si veggono dove solfo e bitume e allume e altri simili sostanza si cavano, dei quali alcuni sono nutrimento del fuoco altri sono effetto che seguono l’asprezza delle sue operazioni. Un fuoco perpetuo richiede un alimento sodo, denso e terrestre, quale l’allume, che non si può così presto consumare dal fuoco. L’allume non è fomite del fuoco, ma se 100 anni sta nel fuoco, mai si consuma, ma ne conserva la fiamma. L’Argento che si forma nelle profondità della terra dà fluidità al metallo e tende a salire verso l’alto sull’onda del calore che si sprigiona nell’atmosfera. L’agente che appicca il fuoco sotto le radici delli monti è il repentino moto e collisione delle sotterranee esalazioni nelle intrecciate caverne è il battimento di ferro o selci. Poi da piccolo principio può crescere in immensa latitudine la fiamma, se dal vento sarà agitata come si vede dall’opera dei mantici; e sotterra non mancando continuo vento generato dalle esalazioni e dal moto del mare, non è meraviglia se tanto cresce la fiamma e l’ardore. Il fuoco impetuoso dell’Etna e del Vesuvio di Pozzuolo e delle Isole Vulcanie, non si può attribuire al bitume, come principale, perché né può gittar in alto sassi né far tuoni né fiumi né copioso fumo, ma fa solo un fuoco durabile e un rumore simile a quello che fa la polvere delle bombarde con il solfo e il salnitro. Lo strepito che abbiamo sentito è dovuto all’oro fulminante, che quando sente il calore del fuoco ed è vicino ad uno strumento di ferro si sente come se fosse sparata una grande bombarda e quel suono acutissimo quasi leva l’udito. Queste sotterranee caverne cotte e cessando il fuoco è necessario che depongano il calore, e che l’aria calda ivi residente si raffreddi e occupi minor luogo: onde a guisa di coppa o ventosa dei barbieri, quella cavità è sforzata tirar acqua dal mare, la quale acqua salata si impregna delle parti nitrose della calce, delle ceneri e della terra ivi trovata, e finalmente consumatasi l’acqua, resta il salnitro tutto congelato nelle dette cavità. Tra tanto viene a farsi concozione del nutrimento attratto dalle viscere del Monte e per esservi miniere di zolfo si genera gran copia di solfo con qualche porzione di bitume: donde poi il nuovo fuoco ritrova proporzionata materia di nuovo incendio.

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Dopo la grande eruzione: Vesuvio nel XVII secolo

Scoppiò il Monte in più parti, e da ciascuna di esse sboccavano torrentacci di accesi bitumi. Questi si diramarono in due vie, una verso Resina, l’altra verso la Torre, bersagliata per aria con la gragnola de sassolini infocati, e per terra con la scorsa del torrente del fuoco; qual con passo misurato camminava a drittura per il fosso che si stende sotto il ponte del Carmine, contiguo al piccolo giardino della Sacrestia del nostro Convento. In quella spaventosissima notte che fu del 31 di Maggio, tutta la gente del paese stette desta, e fuori delle case per tema di rimanervi seppelliti. Furono poste più sentinelle alla scoperta per osservare il corso del fuoco, e si tennero le funi delle campane alle mani, per dar, bisognando, segno alla fuga. Molti e molte huomini e donne fuggirono, chi nei Casali di Terra di Lavoro, chi in altre città, e nella città stessa di Napoli, dove furono mirati con compassione, ed accolti con carità. Il Cardinale Arcivescovo, ed il Vicerè a gara provvidero di opportuno ricapito per il loro alloggio, e somministrarono grossi sussidi, e larghe limosine per sostentamento dei poveri. Essendo però quella notte, notte del Sabato, giorno dedicato alla Beatissima Vergine, non permise Nostra Signora la desolatione della Terra a lei tanto ossequiosa, e devota. La scorsa del fuoco, che avvicinandosele minacciava di divorarla, inaspettatamente si divertì da un lato più lontano, sboccando in un vallone, che dicono il Fosso bianco, senza far altro danno. La Domenica primo giorno di Giugno, nuova scorsa di accesi bitumi, accrebbe i torrenti incen-

Eruzione del 1698. Ignoto, Eruzione del Vesuvio tra Resina e Torre del Greco, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, Napoli. “Ad ore 10 mancò alla marina di Napoli l'acqua nel mare quanto un tiro di pietra, a tal segno che i napoletani presero i pesci arenati.” (Sorrentino, 1734). Una delle colate di lave superato il "Fosso bianco" si diresse verso Torre del Greco e il 2 giugno si fermò a circa due chilometri dall'abitato. Il giorno 11 giugno caddero molte ceneri biancastre, segnale per i vesuviani che l'eruzione era giunta al suo termine.

diari da tutte le parti; e quello che si era divertito nel Fosso bianco, soverchiò non solo nel Fosso bianco, ma anco per la strada tralasciata, che tira a drittura al nostro Convento. Camminando con passo successivo, se gli andava sempre avvicinando fin ad esserne non più che un miglio lontana. D. Ignatio di Amico, Commissario di Campagna mandato a posta dal Vicerè ad vigilarvi, e procurar di sminuirne i danni che maggiori avvenire ne potevano, determinò di tagliar il ponte del Carmine, acciò il liquido ed acceso bitume non trovasse impedimento, ma scorresse libero giù per il Fosso verso del Mare. Nel tempo stesso fece intendere à i nostri Religiosi, che stassero all’ordine per la partenza, per cui egli teneva prevenuta la comodità di più barche, acciò sorpresi non fossero dall’alluvione vicina. Mentre questa temevasi, arrestassi il torrente di fuoco, ed invece di proseguire à precipitarsi per i fossi già detti, non senza stupore di chi osservollo, e vi si trovò presente, si fermò e dilatossi in un piano del Monte, senza scorrere altrove, o passare in avvenire più oltre.

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Diario del Monte Vesuvio

Sopra: Eruzione del 1698. Ignoto, collezzione privata, Napoli. “Quindi sfogò la sua collera con una grande pioggia di sassi e con cinque fiumane di fuoco, composte di materie bituminose a guisa di ferro fuso. Da questi torrenti, che scesero alla Torre del Greco in mare, non solo restò ridotto come un deserto quel luogo, ma i contorni ancora colle deliziose vigne e palazzi andarono tutti in rovina. Più di sei mila persone, avendo prima presa la fuga, si rifugiarono in Napoli, e furono ben accolte e alimentate dalla singolar pietà del cardinal Cantelmo Arcivescovo di Napoli.” (Muratori, 1763). Sotto: Vesuvio nel 1699. Veduta del Golfo di Napoli, Ignoto, collezione privata, Napoli. Dopo l'eruzione del 1698 il Vesuvio per ostruzione del condotto ebbe tre anni di riposo:“Rimase la Voragine caricata del masso indurito, e di pietre di ogni sorta, fino al piano dell'antico monte." (Sorrentino, 1734).

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Si faceva oratione in tutta la Provincia, ma particolare nella città di Napoli, dove stavano esposte nella Cappella del Tesoro le Reliquie de Santi Padroni, e la Testa del glorioso S. Gennaro. Vi si facevano varie processioni di Confraternità, e d’huomini penitenti, e di esse molte de Casali vicini. Ad istanza della Città una ne fece à cinque di Giugno il Signor cardinal Cantelmo Arcivescovo, a cui intervennero con S. Emin. e col Clero della Metropolitana le Quattro Religioni Mendicanti, portandovisi la Testa di S. Gennaro, di cui si vide la presentanea protettione; poiché da quel giorno, anzi da quell’istessa hora (ed io posso esserne testimonio di vista) videsi rischiararsi l’aria ch’era ingombra di nuvoloni di fumo, e la Città nostra restò affatto libera dalla pioggia continua della Cenere. Fra due giorni incominciò a vedersi rischiarata l’aria, e di mano in mano andò cessando il fremito, il fuoco, il fuomo, e frà sei giorni ritornò ogni cosa al suo sesto; onde nel seguente Mercoledì libera dal pericolo e dal timore la Terra, concorsero molti alla nostra Chiesa a renderne a Nostra Signora le gratie.” (P. Filippo Carmelitano, 1707)


Dopo la grande eruzione: Vesuvio nel XVII secolo

Anno 1699 “Molti tremendi furono i vagiti, rimbombi e strepiti di questo si orribile e cotanto furioso Monte, allorché nel mese di 7bre dell’anno 1699 si fè novellamente da miseri fedeli mirare con volontà di quasi ingoiarsi la terra tutta dimostrando piogge incessanti d’infocata cenere ed impetriti sassi vomitando dalla sua bocca. Attoniti e sbigottiti i Torresi dalla furia del Monte, portoronsi alcuni verso Napoli e parte altrove, ma gli abitanti di Resina avendo già fatto il callo per dir così, per aver già veduto per l’addietro spessegiar l’incendj, punto non si mossero, temerono pur tuttavia, la furia di quello incendio.” (Imperato, 1730).

Vesuvio alla fine del XVII secolo. Angelo Maria Costa, Il Palazzo reale di Napoli (particolare con la fontana del Gigante), Hospital Tavera, Toledo. “La fontana fu situata accosto alla Reggia dal vicerè Pietro d’Aragona e qualche scrittore vorrebbe attribuirla al Duca d’Alba” (Celano,1692). La fontana detta del Gigante, opera del Bernini e del Naccherino, risale agli inizi del Seicento. La denominazioni deriva dalla prima collocazione che ebbe nei pressi del Palazzo reale, dove si trovava la statua del Gigante rinvenuta a Cuma. Nel 1815 la fontana fu spostata vicino al molo di fronte alla costruzione detta dell'Immacolatella e, in seguito, nella zona del Carmine e poi nei giardinetti di via S.Pasquale a Chiaia. Trovò collocazione definitiva nel 1905, quando il Comune decise di spostarla in via Partenope, la nuova strada ottenuta dalla colmata della spiaggia antistante la villa comunale.

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Diario del Monte Vesuvio - Tomo I

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Presentazione

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Prefazione

7

Prefazione

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Introduzione • Alle origini della vulcanologia

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Vesuvio antico: I-IV secolo

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Vesuvio medievale: V-XIII secolo

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Vesuvio rinascimentale: XIV-XVII secolo

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Dicembre 1631: i giorni del Giudizio

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Dopo la grande eruzione: Vesuvio nel XVII secolo

In copertina: Anonimo, Napoli e Vesuvio alla fine del XVII secolo, collezione privata, Roma. In quarta di copertina: Pirro Ligorio (1557), Regni Neapolitani verissima secundum antiquorum et recensionem descriptio (particolare), in Theatrum orbis terrarum di Abraham Oertel, 1570, Anversa.


Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Giovanni P. Ricciardi

Osservatorio Vesuviano

Diario del Monte Vesuvio

VENTI SECOLI DI IMMAGINI E CRONACHE DI UN VULCANO NELLA CITTĂ€ TOMO II Edizioni Scientifiche e Artistiche


Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Osservatorio Vesuviano

Giovanni P. Ricciardi

Diario del Monte Vesuvio VENTI SECOLI DI IMMAGINI E CRONACHE DI UN VULCANO NELLA CITTÀ

TOMO II • XVIII - XIX secolo

EDIZIONI SCIENTIFICHE E ARTISTICHE Napoli 2009


Vesuvio negli anni ottanta del XVIII secolo. Giovan Battista Lusieri, Alle falde del Vesuvio da Portici, Collezione privata, Torino.


Vesuvio nel XVIII secolo

Lo sviluppo e i risultati della vulcanologia nel XVIII secolo Nel Settecento la Vulcanologia, ma più in generale lo studio della Terra, pur essendo ancora strettamente collegato alla Cosmologia, si arricchisce di contributi specifici e significativi. Il metodo speculativo viene decisamente soppiantato da quello empirico, basato su osservazioni dirette dei fenomeni e sullo studio di campagna. Antonio Vallisneri (1661-1730) affronta il problema dell’origine delle sorgenti e dei corsi d'acqua (1715); Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730) mette le basi alla moderna Oceanografia (1725). Con René Just Haüy (1743-1822) prendono origine la Cristallografia e Mineralogia moderne (1780) e, con Giovanni Arduino (1713-1795), nasce la Paleontologia stratigrafica (1759). L’attenzione dei geologi è rivolta prevalentemente al problema dell’età della Terra, all’origine delle montagne, alla datazione dei fossili e più in generale, al rapporto tra il testo biblico e le nuove osservazioni scientifiche. Non bisogna dimenticare che il Settecento è il secolo dell’Illuminismo, un movimento molto critico nei confronti della religione. Il pensiero razionale alla base di tutti gli studi scientifici, si va diffondendo anche in ambito religioso. Nei secoli precedenti, i tentativi di ricostruzione della storia del mondo partono necessariamente dal racconto biblico del diluvio per spiegare la presenza di numerosi resti di animali marini negli strati della Terra. Nel Settecento invece, pur attingendo dal mondo religioso, aumentano i tentativi di spiegazioni naturali sulle origini della Terra. Antonio Vallisneri avanza l’ipotesi che gli attuali continenti sono stati più volte coperti dal mare. Una prova di fatto del verificarsi di queste oscillazioni egli la vede nella formazione di nuova isola vulcanica “Nea-Kameni”, sorta nel 1707 presso l’isola

di Santorini. L’impressione prodotta sui naturalisti del tempo da un avvenimento così importante si riflette non soltanto nelle teorie geologiche del Vallisneri, ma, in grado assai maggiore, anche in quelle del suo celebre conterraneo Antonio Lazzaro Moro (1687-1740) che nel 1740 può affermare che l’origine delle isole, delle montagne e dei continenti sia legata a emersioni dal mare sotto l’azione di forze vulcaniche (Moro, 1740). Sull’esempio di Monte Nuovo formatosi nel 1538 per accumulo di materiali eruttivi, Moro ritiene che in generale tutti gli strati sedimentari siano originati da sovrapposizioni di materiali vulcanici. Anche se il dotto abate attribuisce alle forze vulcaniche una parte preponderante della formazione della crosta terrestre, il fuoco sotterraneo entra in azione solo il terzo giorno della creazione: “Piacque al grande Creatore di tutte le cose, quando le terre emerse apparvero il terzo giorno secondo il sacro racconto, che fossero accesi i grandi fuochi sotterranei.” (Moro, 1740). Sir William Hamilton (1730-1803) ambasciatore inglese a Napoli dal 1764 al 1800, studia analiticamente i fenomeni vulcanici dell’Italia meridionale, specialmente quelli del Vesuvio e dell’Etna. Pubblica le sue osservazioni in alcuni volumi illustrati; in particolare sono riportate le variazioni alle quali è soggetto il cono del Vesuvio durante l’eruzione del 1767. Oltre all’osservazione diretta delle eruzioni del Vesuvio e alla loro interpretazione, Hamilton rivolge la propria attenzione allo studio dei depositi più antichi, allo scopo di ricostruire la storia e l’evoluzione del vulcano. Giunge così alla conclusione che, l’eruzione pliniana del 79 d.C., non ebbe origine dal Vesuvio ma da un più antico vulcano che lo racchiude a semicerchio verso nord: il Monte Somma.

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Diario del Monte Vesuvio

John Clerk, Isola di Arran in Scozia. Spaccato geologico secondo la visione plutonista della scuola di J. Hutton.

Simone Pallas (1741-1811) ritiene che la causa delle eruzioni sia da cercarsi nei depositi di pirite che si trovano fra gli strati superficiali della crosta terrestre. Secondo questa teoria la sede dei vulcani è quindi poco profonda. Altri studiosi ipotizzano invece un nucleo centrale di fluido ad alta temperatura e considerano che sotto i vulcani vi siano dei condotti di comunicazione con l’interno del pianeta. Georges Buffon (1707-1788) pensa che all’origine di un’eruzione vulcanica vi sia l’interazione dell’acqua con sostanze combustibili o chimicamente poco stabili. Per quanto riguarda i terremoti, essi sono dai più considerati collegati ai fenomeni vulcanici e originati da esplosioni o frane sotterranee. Lo studio dei fenomeni sismici non fa passi avanti durante il XVIII secolo, benché il grande terremoto di Lisbona del 1° novembre 1755, con le sue disastrose conseguenze, abbia attirato l’attenzione di tutto il mondo, spingendo la comunità scientifica a formulare innumerevoli ipotesi sulle origini di questo fenomeno. La spiegazione più comune, ancora di retaggio medievale, è ancora che il terremoto è “castigo di Dio”. John Michel (1724-1793), considerato il padre della sismologia moderna, in una sua memoria del 1760 sul terremoto di Lisbona, cerca di dimostrare che le eruzioni vulcaniche e i terremoti hanno come causa comune la combustione di sedimenti di carbone e di allume, in cui penetrerebbe l’acqua che, trasformata in vapore, provocherebbe le scosse sismiche per espansione. Le diverse teorie sulla dinamica terreste e le diverse idee sulla sede e sul modo di agire delle forze vulcaniche determinano una contesa tra i geologi che si dividono in due opposte fazioni: i Nettunisti (da Nettuno, dio del mare) e i Plutonisti (da Plutone, dio degli inferi). I primi affermano che la Terra è stata a lungo sommersa da un unico oceano

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primordiale sul cui fondo si sarebbero depositate tutte le rocce che conosciamo. Secondo questi scienziati i vulcani sarebbero accidenti secondari la cui origine si deve alla combustione del carbon fossile all’interno della Terra, con fusione delle rocce circostanti. I Plutonisti, invece, pensano che la dinamica terrestre sia stata innescata dal calore interno della Terra e che i vulcani ne siano la più evidente testimonianza. Non si tratta di teorie indifferenti al sentire religioso e soprattutto la concezione nettunista sembra più conforme alla visione biblica che parla nella Genesi di distese di acque e non di fuoco. Infatti, essi, tramite il Diluvio universale, spiegano l’origine dei fossili e il loro reperimento sulle montagne anche alle alte quote. Il rappresentante più insigne della scuola nettunista è il tedesco Abraham G. Werner (1750-1817), che fa dell’Accademia Mineraria di Freiberg il centro europeo più importante della ricerca geologica. Invece, tra i primi e più decisi oppositori alla scuola nettunista, sono da ricordare il naturalista svedese Jöns J. Berzelius (1779-1848) e l’ungherese Johann Ehrenreich von Fichtel (1732-1795). Nel 1785 con una memoria letta alla Royal Society di Edimburgo dal titolo The theory of the Earth, lo scozzese James Hutton (1726-1797) si inserisce nel dibattito, che sarà il manifesto dei Plutonisti. In questo scritto Hutton nega la possibilità che la Terra sia stata creata durante i sei giorni della Creazione, descritti nel libro della Genesi, e la possibilità che eventi catastrofici, come il Diluvio universale, abbiano potuto modellare la superficie della Terra. Hutton vede piuttosto la Terra come un pianeta dinamico che funziona come una macchina azionata dal calore endogeno e intuisce che nessuna sorgente di calore superficiale può essere in grado di produrre i fenomeni vulcanici. Secondo la sua teoria la crosta terrestre è soggetta a lenti e graduali processi di trasformazione, che ne cambiano la morfologia in tempi lunghissimi, ma che continuano ad essere operanti. Hutton pone con queste idee le basi della moderna Geologia, ma la sua ipotesi di cambiamenti lenti e graduali, dilatando enormemente i tempi calcolati dal racconto biblico, solleva contro di lui critiche sia di carattere religioso che scientifico. Verso la fine del 1700 i numerosi Nettunisti girano per il mondo alla ricerca di prove della loro


Vesuvio nel XVIII secolo

teoria e molti di essi, delusi e pentiti, aderiscono al plutonismo. In Italia le teorie nettuniste appaiono chiaramente superate da molti ricercatori, tra cui Lazzaro Spallanzani (1729-1799), che intuiscono la natura endogena dei fenomeni magmatici. Spallanzani è una figura certamente rilevante nel panorama scientifico dell’epoca. Circa la metà del suo trattato in sei volumi Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino, pubblicato nell’ultimo decennio del 1700 in varie lingue, è dedicato allo studio dei vulcani italiani e, in particolare, di quelli eoliani. L’interesse dei vulcanologi settecenteschi si allarga dai vulcani italiani ai vulcani americani. L’enorme quantità di informazioni provenienti dal Nuovo Mondo consolida le ipotesi della presenza di magma all’interno del pianeta e dell’origine profonda dei materiali eruttati dai vulcani. Si compilano le prime dettagliate mappe geologiche di zone vulcaniche. Si cominciano ad attribuire sorgenti magmatiche diverse al basalto e al granito e si inizia a distinguere le lave basiche da quelle acide, sia pure con-

Mappa dei Campi Flegrei e del Vesuvio di Giuseppe Guerra, 1776, tratta da Sir Wiliam Hamilton, Campi Phlegraei, 1779, Napoli.

servando la nomenclatura di scuola nettunista secondo la quale tutti questi prodotti vulcanici sono definiti “sali”. Accanto all’opera dei vulcanologi cosiddetti di “campagna”, esiste un filone sperimentale che cerca di mettere in relazione le osservazioni vulcanologiche con gli esperimenti di laboratorio. Quest’ultimo approccio, portato avanti soprattutto da studiosi operanti nel settore dell’industria ceramica e vetraria, troverà molte applicazioni nelle Scienze naturali. Purtroppo, questo filone di ricerca, iniziato da Paolo Boccone (1633-1704) e sviluppato soprattutto dalla metà del Settecento da Giovanni Arduino (1714-1795), Scipione Breislak (1748-1826) e dallo stesso Spallanzani, non si concretizzerà mai in una vera e propria scuola. Ciò nonostante, le indagini di James Hall (1761-1832) condotte in Gran Bretagna e sul continente determineranno il successo definitivo della teoria plutonista, che verrà universalmente accolta a partire dal 1820.

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Diario del Monte Vesuvio

Eruzione del 1774. Philipp Hackert, Veduta dell’eruzione del 1774 dal cratere, Staatliche Kunstsammlungen, Kassel.

larga almeno venti o trenta piedi. Alla base della Montagna essa prendeva diverse direzioni, come fa l’acqua quando segue l’inclinazione del terreno. Eccoci dunque di fronte a questo spettacolo imponente! Alcuni di noi, volendo soddisfare ulteriormente la loro curiosità cominciarono a salire lungo il torrente di fuoco, desiderando giungere fin sopra la bocca. Partirono, allegri e contenti, senza dar ascolto ai consigli e senza salire girando intorno alla montagna, come si fa di solito. Dalla nostra posizione li vedevamo arrampicare con le mani, sforzandosi di arrivare, ma non riuscirono a giungere oltre una certa altezza. Tornarono dopo un’ora, stracciati, senza scarpe, spaventati dai mille pericoli che avevano corso, dal tremendo rumore che lì vicino si sentiva, dall’odore di zolfo in cui credevano di essersi tuffati, e promisero di non tentare mai più l’avventura. lo non avevo bisogno

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di queste prove per decidere di restare ad una distanza conveniente, perché avevo incontrato a Roma, tempo prima, parecchie persone di ritorno da Napoli che si lamentavano di aver sofferto una immensa stanchezza nel salire al Vesuvio, correndo anche il rischio di rimanerci. Restammo fin verso le 8 di sera per godere l’effetto del fuoco nella notte, che è uno spettacolo del tutto diverso da quello cui si assiste di giorno. Un quarto d’ora è stato sufficiente; lo spettacolo in effetti è superbo, un torrente di fuoco e una bocca che vomita continuamente fasci infuocati. Avevamo timore per il ritorno, poiché dovevamo effettuare lo stesso cammino al chiarore della luna e delle fiaccole. Discendemmo infatti con una certa difficoltà. Scarpe e stivali furono messi a dura prova; alle 9 di sera ripartimmo dall’e-remo per Portici, sui nostri muli. Arrivammo a Napoli non prima di mezzanotte, ben contenti di ciò che avevamo visto e confidandoci che una sola visita era sufficiente. Ero con un pittore di nome Volaire che riuscì a rendere l’orrore del Vesuvio in maniera superba. Acquistai un quadro.” (Fragonard, 1774).


Vesuvio nel XVIII secolo

Napoli 16 agosto 1774 “Il Vesuvio ha ricominciato in questi giorni a gettare qualche quantità di fuoco dalla sommità, che sembra indicare qualche non lontana eruzione.” (Bologna, Notizie del Mondo, 23 agosto 1774).

Napoli 1 novembre 1774 “Il Vesuvio è in grande effervescenza, e già scorre una Lava non indifferente dalla parte d’Ottajano.” (Bologna, Notizie del Mondo, novembre 1774).

Anno 1776 “Nel canale dell’Arena si aprì una voragine, dalla quale sgorgò fumo, fiamme ed una piccola lava, mantenendosi presso a poco in tale stato per circa anni due. Il cratere proseguì ad eruttare fumo fiamme, diverse lave e quantità sì prodigiosa di pietre infuocate, che nell’elasso di cinque anni, i quali percorsero dal 1 di maggio 1771 fino ad aprile 1776, si formò un promontorio sì grande nel cratere mede-

Conetto interno del Vesuvio nel 1775. Francesco la Marra da Gaetano De Bottis, Istoria dei vari incendi del monte Vesuvio, 1786, Napoli

simo, che occupò quasi tutto l’ampissimo piano dello stesso e un’altitudine tale che lo sormontò per più di 600 palmi. Finalmente nei Canteroni formossi un laghetto di materie vulcaniche il di cui fondo risplendeva a guisa d’argento.” (Gazzetta di Amsterdam, agosto 1776).

Eruzione del 1779 “Dopo lunga siccità d’acqua per lo spazio di mesi cinque e più sofferta in questo anno 1779, per cui terminata l’acqua piovana nelle rispettive cisterne e quella anche delle due fontane pubbliche, si videro i suoi Cittadini quasi perire per la mancanza di acqua, sopravvenne l’orrida eruzione del Vesuvio. Principiò questa dal dì 5 agosto del detto anno 1779. Ad ore 18 di detto giorno si vide dal Vesuvio cader nebbia bituminosa e fetida con fragore orrendo, la quale perchè caliginosa fece oscurare l’aria che impediva la riconoscenza dell’individuo. Questa cadde

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Diario del Monte Vesuvio dalla parte di settentrione, lasciando libero tutto il nostro abitato. Si sonarono le campane, a dar segno alla gente a pregare Iddio per la calma. Da ore quattro e mezzo della notte di detto giorno si intese nel Vesuvio un rumore in segno che, scosse le abitazioni e accortosi che v’era un gran fuoco, si intimorirono tutti e col suono della campana si animarono a pregare Iddio a placarsi. La sera del giorno settimo verso l’ora tre principiò il Vesuvio a far doppio rumore e cacciar nebbia piena di fuoco. Il rumore, le scosse, lo bollire, lo tuonare e lampeggiare del Vesuvio facevano un continuo terremoto che spaventati tutti accorsero alla Chiesa a placare l’ira del Signore. Cresciuta la nebbia e avanzato il bollire e lo tuonare del medesimo si sentì piovere arena e pietre e lo scarico maggiore fu dalla parte di settentrione. Tutta quella notte si passò in veglia ed ognuno per cautela cercò ritirarsi per il resto di quella notte ad abitazione coperte a lammie. Segue il giorno ottavo del detto mese, giorno di domenica memorando in cui nei successivi tempi Eruzione del 1779. Philipp Hackert, Mont Vésuve de l'année 1779, collezione privata, Napoli.

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dovrebbesi segnalatamente ringraziare il Sommo Dio che si compiacque liberar questa patria dalla infrascribenda eruzione e incendio. Ad ora una e mezza della notte si sentì nel Vesuvio il solito fracasso, il solito bollire. Si osservarono nebbie di fuoco che tutta via si innalzavano, li tuoni si accrescevano. Ed ecco che alle ore due principiarono a cader su tutto l’abitato e parte della Campagna pietre ed arena. Le pietre erano grosse e grandi e tutte di fuoco:queste cadevano con violenza, queste cadevano in quantità, era l’aria tutta piena di fuoco. Tutta era piena di fuoco la terra per le pietre cadute infuocate. Serpeggiavano i fulmini del Vesuvio, il rimbombo era uno stordimento, li tuoni erano di orrore, spaventevole era lo scotimento, sicché fra il fuoco, i fulmini, le pietre, i rimbombi e il continuo tremuoto accompagnati questi dalle grida, urli, schiamazzi, pianti, scoppi e lagrime dei Cittadini veniva a formarsi un deplorabilissimo stato di tutta la cittadinanza, poiché in quel punto chi cercava di fuggire per scampare la vita fuggir non poteva per lo scarico delle pietre. Altri erano in cammino alla fuga coperti il capo a riparo delle pietre e non poteano proseguirlo. Altri quasi tutti rimasti nelle case si riconoscevano quasi vicini a morte.


Vesuvio nel XVIII secolo Si accrebbe lo spavento, si raddoppiò il timore. Vieppiù grave fu l’orrore dell’essersi attaccato il fuoco a pagliare, a siepi, a quasi tutte le case suppignate. Si vedeva l’abitato tutto illuminato, si riconoscevano perciò le rispettive abitazioni non ostante la notte. Si osservavano a chiaro lume i vigneti; era la notte per si fatto incendio mutata al quasi chiarore del giorno, sembrava dunque vicina la distruzione della patria, prossima dunque era di tutti la morte. Si aprivano da per tutto le chiese. A stuolo vi correva la gente; le sagre pissidi con ogni venerazione si esposero. Le reliquie e statue dei Santi e della Beata Vergine innanzi alle porte delle rispettive Chiese si portavano:ognuno piangendo lacrimando e singhiozzando cercava perdono al Signore dei suoi falli. I sacerdoti in quel punto con la dovuta riserba assolvevano le colpe a man franca e si sentiva da per tutto chieder da Dio perdono misericordia e pietà. Si compiacque il Sommo Dio liberar tutti dalla morte poiché attaccato l’incendio si vide cessare lo scarico delle pietre che durò tre quarti d’ora e non vi fu più nell’aria movimento veruno dei venti, sicché abilitato ognuno al travaglio ben potette riparare che il fuoco non si fusse inoltrato. Allora fu che tutti per il resto di quella notte oltre a non dormire pensarono a ricoverarsi sotto lammie col disegno poi di partire nella mattina seguente. Tanto fu che la mattina del 9 spopolò quasi tutta la patria e si videro tutti i cittadini, le monache del Conservatorio, i religiosi dei conventi, li stroppi, gli ammalati, i figliuoli e le figliuole a stuolo ed a folla chi a piedi e chi a cavallo chi con carri chi con carrette chi con some e chi su propri omeri condurre mobili e cenci e armadi in fuga. Chi verso un paese chi ad un altro cercavano prendere il cammino. Questi tutti con un tenore di singhiozzi e lamenti si partivano e da passo in passo retroguardavano la patria e le proprie case che lasciavano in abbandono e chiedevano dal Signore pietà misericordia e perdono. Per ogni dove che questi pervennero furono con carità immensa rilevati, facendo a gara ed impegno a concederli e accordarli comoda e propria abitazione. Notabilissima e laudevolissima fu la caritatevole maniera che tenne il zelantissimo Monsignore Vescovo di Nola Filippo Lopez y Royo in trattare tutti i cittadini ottajanesi che colà in Nola si rifugiarono, giacché si riconobbe impegnatissimo non che a darli ricovero, finché a far sentire quasi con pubblica voce di essere egli esposto e

pronto a dar ricetto ad ogni e qualunque numero di Ottajanesi che vi pervenivano. (Registri degli Atti dell’Università di Ottajano del 1779).

La furbizia di un Frate di Pietro degli Onofri Nel 1779 ripigliò furibondo le solite ignivome eruttazioni e ciò ebbe principio agli 8 di agosto, accadendo un fenomeno il più terribile che a memoria d’uomo fosse nel monte avvenuto. Conciosiachè nel detto, sentironsi dapprima gran muggiti e rimbombi nelle sue viscere e nella ejetione della infocata materia, faceva una esplosione a guisa appunto delle più grandi bombarde. Crebbe di poi la densità del fumo e della cenere e verso le ore due del giorno la materia bituminosa, cominciò ad uscir dalla bocca del Monte verticalmente, in maniera che restava tutta egualmente sul cerchio e orlo del medesimo. crescendo con una velocità immediata l’erutione, non trovando luogo la materia né di cader nuovamente dentro al Monte, né di precipitar di fuori sulle falde di esso, crebbe una specie di base ed una colonna di fuoco, che per lo spazio di un mezzo quarto d’ora si formò nel vertice del Monte, che ascese ad una sterminata altezza e che eccedé la stessa altezza della Montagna, con fumo densissimo per tutti quanti i lati e slanci di fulmini e scoppi di tuoni, la qual terribile colonna di bitume prodigiosamente cadde nelle stesse viscere del Vesuvio e piccolissima porzione si gettò sulla laterale Montagna di Somma, bruciando quanto vi era di alberi e selve sulla medesima. Il sottoposto territorio di Ottajano dalla parte settentrionale rimase più d’ogni altro luogo danneggiato per la gran copia di ceneri e lapilli infocati ivi perpendicolarmente caduti, qual pioggia di lapilli e di ceneri si sparse per tutta terra di Lavoro e giunse fin a Benevento. A tale spettacolo la plebe Napoletana era spaventata e tutti eran col timore di essere inceneriti, tali gli scoppi dei tuoni e la vista terribile di colonne di bitume e fuoco che si innalzavano in aria, che tutti già si credevano che la città di Napoli subissasse. Allora il popolo la notte non poté frenarsi corse in folla alla cattedrale, fece delle premure all’Arcivescovo Filangieri di voler sul momento portare sul Ponte della Maddalena la statua con la Testa di S. Gennaro riposta nella Cappella del Te-

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Vesuvio nel XVIII secolo Nella pagina a fianco: Louis Jean Desprez, L'eruzione del Vesuvio del 1779 dal Ponte della Maddalena, British Museum, Londra.

soro e minacciarono di bruciargli il Palazzo ed incominciarono a trasportar le fascine. Videsi allora il buon Prelato atterrito e spaventato, né sapeva a qual partito appigliarsi. Mandò subito a quell’hora a chiamar il Padre Rocco, che fosse all’istante venuto. Giunse tosto; presentossi all’Arcivescovo il quale abbracciandolo lo pregò piangendo di frenar quell’immenso popolo trasportato dalla devozione e prender tempo per la processione che bramava fare. Il P. Rocco tutto a suo carico prendendo con l’alta voce impose a tutti il silenzio e tutti l’ubidirono. Giunse alla Cappella di S. Gennaro, ove il popolo tumultava e faceva forza per aprire il doppio cancello per chieder ajuto al Santo Protettore. Intanto il Vesuvio mugghiava, rimbombava, tuonava, illuminava coi lampi, atterriva colle tenebre e ruttava fuoco, che sembrava incendiar Napoli. Il P. Rocco con quella sua autorità che aveva sul popolo, prendeva tempo e per quietar lo strepito predicò:” Prima che fossi chiamato da S. E. l’Arcivescovo mi posi sul letto ed ho sognato San Gennaro. Mi accostai vicino e lo pregai a interporsi presso dell’Altissimo Iddio a far cessare il fuoco del Vesuvio. Egli solamente mi disse: questo tuo popolo Napoletano, non la vuol finire con i tanti peccati che di continuo commette in offesa di Dio, ch’è veramente sdegnato. Non ora ma domani mattina ti servirò, vattene ed assisti i tuoi napoletani.” Sicchè napoletani miei come vuole S. Gennaro che mò non è ora, ma fatto giorno, onde pazientate un altro poco”. Continuò dicendo che sarebbe compiaciuto che in processione si sarebbe portato al Ponte l’insigne reliquia del capo di S. Gennaro, ma che ciò doveasi fare con tutto il decoro e l’onor del Santo: che già si erano avvisati i Cavalieri Deputati, i cappellani, il Clero, mandato a prender le chiavi per aprir la nicchia per prendere la statua e si era mandato subito alla maestà del Re per il permesso di ciò fare e che patientasse per altro poco, mentre san Gennaro non era un lor pari, ma dovea uscire con proprietà e decoro e si capacitarono. Intanto posesi a predicar sul castigo che mandava Iddio per i tanti peccati che continuamente si commettevano incominciò a recitar delle orazioni e cantar delle canzoncine devote, in far atti di dolore, di far preghiere al Santo e di temporeggiare affinché la processione non uscisse di notte buia e in quella ri-

volta in cui era allora la Città, per evitar qualunque altro peggior male, che egli riuscì che la processione si facesse la mattina seguente. Onde con tutta la pompa e decoro portossi sul Ponte della Maddalena il Sacro Capo accompagnato dall’Arcivescovo con tutto il Clero, Nobiltà ed immensa folla di popolo.” (degli Onofri, 1803).

Napoli 10 agosto 1779: “Da più mesi dopo molti muggiti, annuncianti a questa Città allarmata una prossima eruzione del Vesuvio, il 29 luglio, questo vulcano ha cominciato, in effetti, a vomitare fiamme, rocce e lave. Le notti essendo calde e schiarite dal fuoco della sommità della Montagna, i fisici stranieri e nazionali poterono gioire di questo spettacolo così meraviglioso che spaventoso. Il Lunedì 2 agosto lungo il pendio della Montagna, si formò con fracasso una seconda apertura; Il Martedì una terza e il Mercoledì una quarta:queste tre aperture emanarono un fumo nero e spesso, che fu seguito da un turbinio di fiamme e di pietre unite insieme, che si elevarono ad una grandissima altezza. Nello stesso tempo la lava che usciva formò un torrente di fuoco che si precipitò fino al piccolo eremitaggio, situato tra il monte Vesuvio e la montagna di Somma. Si credeva che questa eruzione rendesse la calma al vulcano, quando domenica 8 sera uno spettacolo così terribile che portò il terrore in tutte le contrade e minacciò ugualmente le campagne e i paesi. La Montagna aveva fatto un’esplosione spaventevole; il terreno situato fra le due bocche del vulcano sprofondò e non si presentava all’occhio che una montagna interamente di fuoco, da cui partiva una colonna di fiamme di 3.700 piedi di diametro e circa 12.000 piedi di altezza. Una nuvola nera circondava questo orribile bagliore, per cui l’orrore aumentava ancora di più per i lampi bluastri e argentati che saettavano velocemente nella nuvola. Il calore di queste fiamme prodigiose e l’enormità delle pietre, che il vulcano vomitava, incendiò un bosco situato a più di due miglia di distanza sulla montagna di Somma. Il vento dirigeva questa colonna assassina sulla terra di Ottajano, dove il danno monta a 200.000 ducati. Le ceneri e le pietre infocate hanno coperto e distrutte alcuni villaggi interi e tra gli altri la terra di Somma. Sebbene il vento non diresse i terribili effetti sulla Capitale, il fumo si faceva sentire per cui ognuno immaginava

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Diario del Monte Vesuvio una devastazione generale, se il vento fosse cambiato. Gli abitanti della torre dell’Annunziata, della torre del Greco, di Resina, di Portici, spaventati da questo fenomeno, abbandonarono le loro case, portando con loro bambini e i loro beni più preziosi. Essi fuggirono non solamente a uno spettacolo orribile, ma anche ai moltissimi danni, da cui erano assaliti venendo a Napoli, sotto una pioggia continua, di pietre,di bitume e di ceneri. Il bagliore della colonna di fuoco, quella dei lampi, il rumore dei tuoni, il fracasso delle rocce, rendevano questo spettacolo orribile, e una tinta rossa diffusa sulle campagne e il mare, aumentava lo spavento della scena, che presentò in questo frangente una immagine terribile dai connotati infernali. Due monasteri sono stati ricoperti dalle pietre e ceneri sono arrivate fino a 50 miglia nella direzione dove il vento soffiava.” (Supplemento alla Gazzetta d’Utrecht, agosto 1779).

Napoli 10 agosto 1779: “Avantieri sera, mentre la Corte era al teatro dei Fiorentini, si sparse tutto ad un colpo una notizia che immerse tutti in una costernazione generale. Questo essendo dovuto ad una eruzione tutta recente del Vesuvio:la più violenta, a giudizio di tutti quelli che ne sono stati i testimoni, che si sia vista mai. Questa triste notizia fu divulgata appena dopo che tutti gli Spettatori si erano apprestati ad uscire dalla sala dello spettacolo, infatti appena furono fuori, sentirono distintamente il fragore orribile che faceva il Vesuvio, che lanciava più su delle divisioni dell’aria, una grandine di pietre di una grossezza prodigiosa, così come una quantità spaventosa di ceneri che si spandevano molto in lontananza. Lo spavento che questa improvvisa esplosione provocò, fu così grande, che costrinse le Religiose di sette comunità vicine al Monte, ad abbandonare con precipitazione i loro Monasteri per venire a rifugiarsi qui a Napoli; e furono seguite presto da tutti i disgraziati abitanti dei luoghi circonvicini, costretti a lasciare per la fretta le loro case e di abbandonare i loro effetti, per salvare le loro vite. Il Principato di Ottajano, lontano solamente una lega dalla Montagna, è stato maltrattato estremamente. Si sono contate più di 150 vittime o seppellite sotto le rovine delle loro case sfondate dalle pietre che vomitava il Vulcano, o schiacciate da quelle che li colpivano nella loro fuga. La tenuta di Cacciabella, dove il Re aveva fatto costruire un padiglione per le battute di caccia, non

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offre agli occhi dello spettatore che un ammasso confuso di ceneri e di pietre. Infine, la luminosità della luce che emanava la colonna di fuoco che si alzò della fornace, e di cui si stimò l’altezza essere di più di 2000 passi, fu tale che uno dei Principi Borghese che stava a una distanza di trenta miglia ha scritto che si poteva facilmente per il suo chiarore leggere una Lettera. Durante questi tempi, nel mezzo della costernazione generale e lo spavento che un simile avvenimento spargeva tra il Popolo, si intese chiedere a grande grida che si portasse in processione le Reliquie di San Gennaro. Su questa cosa il Re, vivamente toccato dalle vive istanze dei suoi sudditi, mandò dei Signori, per fare avvertire I’Arcivescovo che per ragioni di prudenza differisse fino al giorno dopo questa devota cerimonia. Ha avuto luogo ieri mattina, e qualcuno ha riferito che da questo momento l’eruzione sia diminuita, ma tuttavia non abbastanza, affinché i timori e gli allarmi che ha causato, siano ancora interamente dissipati.” (Gazzetta di Amsterdam, settembre 1779).

Napoli 20 agosto 1779 “L’ultima eruzione del Monte Vesuvio che è stata fra le più terribili, è cessata da qualche tempo, e non ha fortunatamente causato nessun danno in questa Capitale, né verso Portici, ma ne ha procurati molti nella parte opposta, così come dalle parti del Principato di Ottajano; un grande numero di pietre infiammate sono state lanciate fino a 30 e 40 miglia italiani della Montagna, dalla parte Nord.” (Gazzetta di Amsterdam, settembre 1779).

Napoli 14 agosto 1779: “Unisco qui, Signore, un bollettino della gazzetta di Francia, che contiene il dettaglio di una delle più sorprendenti eruzioni che il Vesuvio abbia fatto da lungo tempo e che gli osservatori considerano inferiore a quella del 1767. Lo spavento universale di tutto il popolo napoletano all’imponente esplosione di Domenica passata, che durò circa un’ora, obbligò il Re ad andar via insieme tutti quelli della città a causa dell’evento, che cessò appena Sua Maestà fu partito. Il volgo si recò in folla da S. Gennaro chiedendo che la testa del Santo fosse portata in processione. In un primo tempo ci furono alcuni disordini, parecchie carrozze furono fermate dalle truppe di lazzaroni che vollero le fiaccole per illuminare la loro devozione, ce ne sono anche alcuni che hanno chiesto


Vesuvio nel XVIII secolo

del denaro, ma la saggezza e la fermezza di Sua Maestà Siciliana che ho lasciato solamente a mezzanotte hanno ristabilito il buono ordine e a questa ora tutto era tutto è nella più grande tranquillità. L’indomani pomeriggio si portò solennemente il capo di San Gennaro al ponte della Maddalena e si fecero delle preghiere pubbliche per tre giorni durante i quali gli spettacoli furono sospesi. Sembra che da l’altro ieri il vulcano sia tranquillo, i villaggi di Ottajano e Somma, sono stati molto mal trattati per la cenere e le pietre infiammate e sembra che si siano incendiati quasi interamente.” (Clermont d’Amboise, 1779).

Napoli 14 ottobre 1779: “Giovedì 14 verso mezzanotte fu quì sentita una breve ma forte scossa di Terremoto, specialmente sulle alture. Alcuni vogliono che replicasse dopo qualche ora. Il Vesuvio ne’giorni scorsi gettava un denso fumo a grande altezza.” (Gazzetta di Bologna, ottobre 1779). “Lettera al Sig. Abate Giovanni C. Amaduzzi Caro amico, quale spettacolo, quale scena teatrale nella sera degli 8 del corrente agosto io godei da questa ri-

Eruzione del 1779. Da Gaetano De Bottis. Ragionamento istorico intorno all’eruzione del Vesuvio del 1779, Napoli.

viera di Mergellina! Spettacolo, e scena degni di aver presenti tutti i filosofi studiosi delle maraviglie della natura. Vi diedi notizia dell’eruzione del Vesuvio, che si mantenne da giovedì 29 luglio, fino al giovedì 5 stante su un piede moderato. Ma da questo giorno in poi l’incendio è stato dei più gagliardi. Il nostro P. Bertola era qui meco giovedì, nel qual giorno passai in questa abitazione marittima. Ho una loggia spaziosa, che si stende sul mare, dalla quale si gode il prospetto del monte ignivomo. Vedemmo la cima di questo eruttante volumi densissimi di fumo, che mostravano essere misti di cenere. Si seppe poi, che erasi aperta una bocca verso il lato della montagna a noi opposto, ed aveva dato sfogo a tanta caligine. Il fumo sparso sopra Ottajano era così denso, che in dieci palmi di distanza non si discernevano gli oggetti, ed era insieme puzzolente a guisa di camino acceso; fenomeno insolito in quelle parti. I contadini furono obbligati a lasciare il lavoro, e a ritirarsi nell’abitato, e le donne, sortite ad attingere acqua, fecero lo stesso. Nel lato settentrionale piovve cenere, e

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Vesuvio nel XVIII secolo Nella pagina a fianco: Eruzione del 1779. Jacques Volaire, Eruzione del Vesuvio, collezione privata, Napoli.

verso Somma una polvere palpabile del colore del tabacco di Spagna. Nel venerdì 6 Ottajano stette quasi in calma, perché il getto delle pietre fu verso Portici. Nella sera del sabato 7 corrente ricominciò la cima superiore a gittar fiamme, la quale erasi spenta, mentre eruttava la bocca inferiore: dacché (infermiccio come sono) mi fece riflettere al buon effetto, che cagionavano i salassi, o i vescicatori nel corpo umano, derivando gli umori dalla parte attaccata. Perciò dopo le quattro ore e mezzo di notte piovve, dopo molto strepito, e fracasso, arena nell’abitato, ma in poca quantità. Verso la cima del monte però caddero pietre grandi infocate, che ne’luoghi coltivati accesero fuoco. Alle ore otto si rinnovò il getto delle pietre, e quelle sparsamente cadute in Ottajano sono della grandezza che formerebbesi da due noci insieme unite. Qualche persona ne rimase ferita. Nel giorno di domenica 8 del corrente, sembrava tutto calma, e quiete:poco fumo, nessuna apparenza di sdegno, e così seguitò tutta la giornata. Ma che? ad un’ora, e mezza di notte si aprì la grandiosa scena, che durò mezz’ora o poco più. Eccone la descrizione. Dalla cima si alzava una fontana di fuoco, che inclinò verso Ottajano, e che perpendicolarmente saliva ad una altezza sorprendente; Questa era composta di roventi pietre, e lapilli, che andavano a cadere in glande distanza per l’intorno, che impedirono la fuga agli abitanti delle prime case. Figuratevi quelle fontane, che veggonsi ne’fuochi artificiali, ma in una smisurata altezza, latitudine. Il cielo tutto ardente: muggiti, e colpi. Ma quello, che mi sorprese, e che avea letto, ma non mai veduto, furono le saette, che di qua, di là dentro a quella fornace di fuoco, ed anche fuori a cielo oscuro si accendevano, e guizzavano a foggia de’lazzi matti che col colore della materia elettrica facevano un risalto plesso al fuoco della montagna. Queste saette sembravano prodotte dalle pietre, che scoppiavano per aria, mentre le pietre, che scoppiavano in terra, davano una bragia di fuoco. Il fuoco pioveva per l’estensione di un miglio, e mezzo, potendosi considerare la Taverna del Passo, come il mezzo di questa estensione. Verso Somma furono quasi tutte pietre; verso l’opposta parte pietre, arene e rapilli. Le pietre diedero fuoco a quasi tutte le cose combustibili, che incontravano, e la mancanza di vento salvò le case. Che avrebbe

fatto in Germania un simile diluvio? Il caldo quindi era estremo, e la puzza intollerabile. Poiché il getto non era che pietre, e lapilli, perciò non formava lave. Per altro anche la sola pioggia di queste pietre ha cagionato in Ottajano un danno grandissimo, perché sentonsi devastati, e bruciati casamenti di campagna, pagliai, selve, vigne, castagneti; né minore fu quello dell’acqua bolluta; così chiamano quella pioggia, che sopravviene al fumo, ed alle ceneri, perché distrugge, ed inaridisce le piante, e i frutti. Ma dopo mezz’ora, o poco più, tutto cessò, tutto fu quieto, né si vedeva altro segno di fuoco, che le pietre roventi cadute qua e là. O Amaduzzi caro, ripeto, se vi foste trovato qui, quante volte avreste esclamato: O spettacolo magnifico, e terribile! Immaginatevi il timore de’popoli, che abitano sotto del monte, Portici, Resina, Torre del Greco, a’progenitori de’quali simili eruzioni di pietre, e lapilli furono cotanto funeste! Chi fuggì da una parte, chi dall’altra. Il rumore maggiore fu in Napoli. Il vento portò il fumo fino in città, e l’unione di tanti oggetti minaccianti spaventò assaissimo il popolo minuto, che fece le sue solite stravaganze miste di tumulto, e di divozione, quali da voi medesimo potete ben figurarvi. Lunedì 9 alle ore 14 cominciò il monte a muggire, a tirar colpi, a mandar fuori volumi densi di fumo bituminoso con glande minaccia di rinovellare la scena precedente; ma il turbine si volse altrove a cagione de’venti occidentali, che spiravano, e verso le 22 andò a dileguarsi. Pelò tutti gli abitanti di Ottajano se ne fuggirono. Martedì 10 il monte continuò nella sua calma; né diede alcun segno di nuova eruzione nella notte seguente. Ma mercoledì 11 fu più spaventoso di tutti gli altri giorni per lo strepito, e scosse terribili, che minacciavano una totale rovina. Il nuvolone però, che cagionava questi fracassi, si allontanò, e si andò a disperdere. Così tutto cessò all’ore 23. Il detto nuvolone da vicino era nerissimo, in lontananza rosso, o quasi tutto igneo. Ciò potrebbe spiegarsi o dicendo provenire dalla situazione del nuvolone rispetto al sole, o dall’imbrunirsi della notte, o dal diradamento delle minute ceneri, che coprivano le arene e i rapilli accesi. Ma se nel martedì Ottajano non soffrì la pioggia di pietre, soffrì quella dell’acqua, che cagionò a’suoi terreni danno maggiore, come di sopra vi accennai, giacché fortunatamente erano rimasti illesi dalle pietre. I lapilli, e le arene, e le ceneri cadute ne’tenimenti di Ottajano, Somma, e d’altri luoghi sono dell’altezza di un palmo; onde quelle terre sono perdute per molti anni. In tanta rivoluzione di cose un

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Diario del Monte Vesuvio

Eruzione del 1822. Ignoto, Museo di S. Martino, Napoli.

raggio si era però in qualche momento sparso forte timore, che non avessero a sboccar dal Vesuvio torrenti di acque, le quasi (come essi si esprimevano) mescolandosi alle ceneri e alle altre materie vulcaniche, avrebbero potuto portar l'estremo guasto in quelle contrade. Quindi intenti erano a scorgere se abbassamento alcuno avvenisse nelle acque dei pozzi e del mare, il che se mai si fosse verificato, si sarebbe tosto fatto udire quel suono delle campane col quale si dà fra noi alle popolazioni l'annunzio degli estremi pericoli. Ma è notabile, che in tutto il corso dell'eruzione le acque, le quali sono nelle vicinanze del vulcano, non si siano punto alterate ciò che a memoria di quegli abitanti mai non si era osservato nelle passate eruzioni. Fu pure considerabile in quei giorni, per tutte le contrade immediatamente soggette all’eruzione, la quantità dei tordi, delle allodole e di altri simili uccelli che, dalle piogge vulcaniche percossi e storditi, cadevano e si strisciavano per terra semivivi, come feriti dal piombo micidiale dei cacciatori. Per fare intanto che nel tempo della massima oscurità, ed in specie nella notte, le genti fuggitive

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non si smarrissero ed altri inconvenienti non sorgessero, furono accesi dei fuochi nella via consolare non solo, ma anche sulle strade che dai paesi minacciati menano a quella. La popolazione di Napoli, la quale fino al giorno 24 non partecipava a tale calamità che per la sola compassione, ed era stata soltanto spettatrice di timori, la mattina di quel giorno cominciò a temere ancor essa. La caligine per verità era più densa, e l'orrido tenebrone visibilmente dal lato del vulcano si avanzava verso la Città. Non vi era pericolo, ma una immensa larva di pericolo gigantescamente minacciosa ci sovrastava. Gli uomini più istruiti dei naturali fenomeni non potevano riguardarla senza ribrezzo. La religione, astro che mai non tramonta in tutte le tempeste della vita, in quei momenti era quella in cui si fondava la pubblica speranza. I templi risuonavano tutti di preci. I mezzi però più efficaci al tempo stesso e prudenti vennero impiegati per impedire tutti quegli atti popolari, che avrebbero potuto dar più forza al terrore. Ma fra il mezzogiorno e la sera l’ammasso delle nubi vulcaniche fu a poco a poco dissipato dai venti nel lato occidentale del Vesuvio. I comuni di Portici, di Resina e della Torre del Greco rividero il


Vesuvio nel XIX secolo cielo: la pioggia di cenere ivi ancora notabilmente scemò. Quanto però le nubi si diradavano da questo lato, altrettanto all'opposta parte sopra Ottaiano e Somma si aggruppavano. 25 ottobre 1822 Il giorno 25 vieppiù si andò rasserenando l'aere nei comuni di Portici, di Resina e della Torre del Greco, mentre un nero ed altissimo pino di cenere e di fumo, che il Vesuvio innalzava, era dal vento piegato verso Somma, Ottaiano e Nola. Curioso era il vedere come le persone, che da questi ultimi paesi venivano sbigottite a ricoverarsi in Napoli, alle sue porte in coloro si imbattevano, che lieti ai rassicurati loro comuni se ne ritornavano. La speranza che più non ricominciasse l’eruzione bituminosa era fatta quasi certezza: gl'intelligenti del fenomeno e i vecchi ne assicuravano la moltitudine tanto più che la quantità di cenere, di lapillo e di altre materie vulcaniche di gran lunga superato avrà in massa l'eruttato bitume. Il cuore dei napoletani sentiva l'imperioso bisogno di ringraziarne il Dio delle misericordie. Un triduo di pubbliche preghiere fu perciò aperto nello stesso

giorno 25, nella chiesa Cattedrale, con l'esposizione, nella cappella del Tesoro delle sacre reliquie del maggior Martire napoletano; nel qual triduo ogni classe del nostro popolo diede luminosi contrassegni di vera e commovente devozione. La cenere in Portici, in Resina e nella Torre del Greco non fu molto significante: ma da quest'ultimo comune fino alla Torre dell’Annunziata sulla strada consolare il lapillo e la cenere formavano un'altezza di un palmo ed un quarto; ciò ivi impediva il libero passaggio. Era dunque mestieri toglier di là tanto ingombro, ed a tal fine moltissime carrette furono anche ivi spedite dalla polizia e le braccia vennero adoperate di alcune compagnie d'armi austriache, le quali in tutto quel tremendo fenomeno contribuirono non poco alla pubblica tranquillità, che non venne mai neppure per un istante turbata. I soldati napoletani dei due reggimenti di fanteria del Re e Regina, gareggiarono per verità con gli austriaci di zelo, di costanza e di disciplina sia nel nettar le vie sia nella conservazione dell’ordine in mezzo alla comune perturbazione. Eruzione del 1822. Ignoto, collezione privata, Napoli.

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Diario del Monte Vesuvio

Eruzione del 1822. Camillo De Vito, collezione Santangelo, Napoli.

Meritata lode ottennero i colonnelli di questi due reggimenti per l'esempio col quale ne animarono il servizio. 26 e 27 ottobre 1822 Ma nuovi disastri per Ottaiano si maturarono. Fin dal principio dell'eruzione pioveva sovra esso poca acqua il cielo, e il vulcano abbondanti ceneri e lapillo. L'acqua mescolando quelle materie eruttate ne formò una specie di argilla che copriva gli alberi in quelle campagne, ed oppressi teneva i tetti delle abitazioni, mentre essa d'altronde ingombrava le vie del comune, e formava una tenace crosta alle falde del Vesuvio, la quale di più gravi guasti fu quindi più funesta cagione. Una muraglia della cappella sotto il titolo di S. M. delle Grazie cedette a quel peso. Un'altra che minacciava prossima rovina venne demolita per sicurezza dei vicini edifici. Ruinò anche parte di due altre fabbriche del paese appartenenti a particolari. Quella crosta intanto incollata quasi ai rami ed alle foglie degli alberi, alcuni di questi ne rompeva, altri molti ne faceva rovesciar interamente al suolo con la sua

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troppa gravezza. Essa era a tal segno pesante che se ne raccoglievano fino a cinque once in un ampia foglia di arancio, e quella che su i lastrici, profonda sei 1inee, era contenuta in un palmo quadrato, pesava ben cinque rotoli, dal che può calcolarsi presso a poco qual enorme peso sostenessero i lastrici di quel comune. Tale era lo stato di Ottaiano il giorno 26. Informatone il Governo, la Polizia immediatamente vi inviò molte carrette, architetti, e vari efficaci suoi ufficiali, anche con danaro, perchè al più presto possibile si fossero purgate le vie ed alleviate le fabbriche dal pesante e dannevole ingombro vulcanico. Vi furono spediti posteriormente anche dei soldati per serbare il buon ordine, e cooperare al necessario lavoro. Tutto quel giorno e il susseguente si consacrarono a questa importantissima operazione. L'eruzione dava intanto qualche tregua ciò che agevolava l'opera dei lavoratori. Si adottò pure, per maggiormente affrettarlo, l'ottimo espediente di rinviarsi in Ottaiano, per impiegarvi ancora le loro braccia, i poveri di quel comune, che in Napoli si erano da prima rifugiati, con essersi loro offerto un giusto giornaliero compenso. Eruzione del 1822. Anonimo, collezione privata, Napoli.


Diario del Monte Vesuvio

Eruzione del 1822. Litografia di V. Day & Sons.

28 ottobre 1822 L'alba del giorno 28 però altra più grave sciagura arrecò ad Ottaiano. Le acque cadute con forte pioggia, non potendo per la crosta quasi saponacea, onde erano coperte tutte le balze del Vesuvio e le campagne ad esso sottoposte, essere assorbite dal terreno, si precipitavano in giù raccolte con una violenza, cui nulla poteva resistere. Queste terribili alluvioni molti alberi schiantarono nei campi di Ottaiano, e ruppero pure qualche fabbrica. Grandi argini però immediatamente si costruirono per arrestar l'impeto delle acque, e repellerle lungi dalle abitazioni. Ma quel che è degno di maggiore osservazione, e che dimostra, nel Governo, nelle sue braccia e specialmente nella polizia, un'attività senza esempio per prevenire l'estrema ruina dell'infelice Ottaiano, si è lo spurgo dell’alveo antico delle acque, il quale zeppo di materiali vulcanici e massimamente di lapillo, non lasciando a quelle il solito libero scolo lungo esso, faceva temere nel caso di ulteriori piogge, l'intero irreparabile allagamento di quel comune. Basta dire che un alveo lungo 5080

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Eruzione del 1822. Anonimo, collezione Caselli.

palmi, largo 40, e profondo 6, fu perfettamente nettato in soli tre giorni. I danni dell'eruzione, sebbene immaginati enormissimi nel momento del terrore, pure non furono ritrovati leggeri nel ritorno della calma. Ottaiano oltre a quelli già accennati, altro pur ne patì dalla lava bituminosa, che ivi distrusse cinquanta moggia di bosco di proprietà della casa dei Medici. In Resina furono anche bruciate dalla lava dodici moggia di territorio. La Torre dell'Annunciata sofferse poi più d'ogni altro comune. I suoi terreni già coltivati rimasero ingombri di quel gravoso ammasso di pietre, di cenere, e di lapillo dell'altezza di circa due palmi, di modo che per potersi di nuovo rendere atti alla coltivazione vi è bisogno di molta cura e dispendio. Questo inconveniente potrà venir però compensato dalla quantità di cenere piovuta su le lave antiche, che farà divenire con il tempo ubertosissimi i campi che ne sono coperti, specialmente per le viti, quando l'industrioso agricoltore saprà trarre profitto da questa cenere e terra vulcanica. Dal giorno 26 ottobre fino ai principi di novembre l'eruzione fu soltanto di cenere quando più


Vesuvio nel XIX secolo quando meno copiosa; se non che si osservò che dal giorno 28 in poi la cenere non era più rossiccia, ma biancastra. Questa eruzione divenne quindi più significante nel giorno ultimo di ottobre e, nel primo di novembre, producendo tetra caligine quasi fatta ad accrescere il lutto dei giorni sacri alla memoria dei trapassati. La cenere taluni giorni fu spinta dal vento fino all'estrema Calabria, ed ivi cadde in certi siti così copiosa da lasciarne coverte le foglie degli alberi. Gli effetti dell'eruzione dovevano però risentirsi ancora e in un modo più tristo. L'enorme quantità della materie eruttate oltre all'incrostamento prodotto nelle falde del monte e in varie campagne, ingombrò i soliti alvei delle acque in tutte le adiacenze del Vesuvio. Le copiose piogge quindi della notte del giorno 9, e del giorno 10 novembre cagionarono alluvioni assai più terribili delle descritte. Il comune di Ottaiano, che senza la previa espurgazione del suo alveo maggiore, ne sarebbe rimasto forse interamente devastata, non andò esente da guasti, anzi le abitazioni del quartiere detto Tersigno assai ne vennero danneggiate. La Torre del Greco sofferse anche simile sciagura. Generalmente si notò così nell'uno come nell'altro comune, che i danni furono più gravi nelle abitazioni, che non nei territori, e maggiori dentro i comuni nelle case a pian terreno, che rimasero zeppe

di pietre e di fango, cosicché ricaddero essi sulla classe più miserabile della popolazione . Le strade dei paesi e la stessa via consolare per gli ingombri lasciativi dalle alluvioni si erano rese quasi impraticabili. I poveri per guasto delle loro abitazioni e per la perdita di tutto quel poco che possedevano, erano caduti quasi nella disperazione. Ma il Governo attentissimo a vegliare su tutti gli urgenti bisogni di quei disgraziati comuni, provvide al ricovero e al sostentamento quegli infelici colla solita energia fece nettar per mezzo degli agenti della Polizia le case e le vie dai materiali deposti dai torrenti, nel miglior modo che permetteva la circostanza. Ora la Direzione dei Ponti e Strade si sta occupando dei mezzi onde impedire novelli e simili danneggiamenti col costruire nuovi canali e per cui le acque abbiano il loro libero corso al mare. Il Governo fa tuttavia eseguire delle perizie sui luoghi danneggiati, perchè ne fossero valutati i guasti in modo preciso. Particolari agevolamenti in ogni ramo del commercio, che saranno conceEruzione del 1822. Cratere dopo l’eruzione del 1822. (Monticelli, Napoli,1823). Il punto D rappresenta la punta più alta dell’orlo craterico detta “Punta del Palo”.

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Vesuvio nel XIX secolo

giorni precedenti. Quel 19 febbraio 1898 i Colleghi della nostra Società Geologica che io ebbi il piacere di accompagnare, per cortese invito del nostro Presidente, videro insieme a me alcune piccole correnti di lava che scendevano lentamente verso Ovest, ma né io né loro vedemmo potenti colate in movimento. Nella relazione di quella gita scrissi che durante questa eruzione (principiata il 1895), codesta strada Cook è stata ricostruita quattro volte, e sempre le lave la riguadagnarono e la ricopersero. Richiesto io in questi ultimi tempi sull'opportunità di rifarla, espressi il mio modesto parere e ne sconsigliai la costruzione, almeno fintanto che le lave avessero perdurato ad affluire da quel lato. Io non posai ad indovino, ma volle il caso che, proprio in questi ultimi giorni ricostruita che fu la strada, una corrente lavica con un fronte di una novantina di metri la ricoperse in parte in una nottata. Checché ne dica il sig. Mercalli il sollevamento endogeno di una cupola lavica è realmente avvenuto nei mesi di febbraio marzo 1898. Egli non se né accorto e dichiara di non saperselo spiegare;

Eruzione del 1898. Formazione di Colle Umberto.

ma ciò non è sufficiente per ritenere ch'io sono caduto in un equivoco, né toglie affatto importanza al superbo fenomeno. Io l'ho avvertito, l'ho studiato, l'ho descritto e l'ho discusso; e d è sufficiente per In scienza. Se il sig. Mercalli, in due anni di tempo, avesse creduto più utile di entrare meco in discussione verbale sul solo modo d'interpretarlo, non lo avrebbe certo considerato come un supposto sollevamento. Dopodiché credetti che egli si fosse persuaso che io non ero affatto disposto a cedere alle sue asserzioni ne ai suoi schizzi presi da Napoli. Ma il sig. Mercalli che, ripeto, abita a Napoli al pari di me, ha sfuggito ogni occasione di intavolare meco una discussione sull'argomento. Questa volta non si può rimanere in forse: egli ha voluto valersi di nuovo del soggetto per le sue comunicazioni periodiche. E, ha presentato alla Società nostra una Nota sul modo di formazione di una cupola lavica vesuviana, come se egli veramente vi avesse assistito, e come se il vero modo di

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Diario del Monte Vesuvio

Vesuvio nel 1899. Veduta del Colle Umberto dall’Osservatorio.

formazione di questa cupola non si fosse conosciuto già per mezzo mio, quattro anni prima.” (dal Corriere di Napoli, 12 aprile 1898)

Anno 1897-1899 “Dalle bocche laterali del 5 luglio 1895 e da altre che si aprirono vicino ad esse, nel 1 febbraio 1897 continuò ad effluire il magma lavico, con straordinaria calma e con non meno straordinariapersistenza, per 50 mesi. E i napoletani non dimentiche- ranno cosi facilmente lo spettacolo magnifico che, per più di quattro anni, ha loro offerto, durante la notte, il Vesuvio solcato da strisce di fuoco che lentamente scendevano ora a destra, ora a sinistra della collina dell’Osservatorio, e talvolta da ambedue le parti contemporaneamente. Queste lave, essendo molte dense e poco scorrevoli, si accumularono presso i punti di emissione, e formarono, con la loro sovrapposizione, un'altura irregolarmente conica, di base larghis-

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sima rispetto all'altezza, alla cima della quale non esiste nessuna cavità, crateriforme, perche l'efflusso lavico non era accompagnato da esplosioni di scorie; insomma una di quelle alture che i vulcanologi chiamano cupole laviche per distinguerle dai coni d'eruzione avventizi, che hanno origine per l'accumulamento delle scorie e delle ceneri lanciate in aria dalle esplosioni eccentriche, come al Vesuvio si verificò nelle eruzioni del 1794 e del 1861. Anche se è cessato il 7 settembre 1899 l'efflusso lavico, non si può dire con ciò terminato il periodo eruttivo, di cui tale efflusso non fu che una fase molto importante e straordinariamente prolungata; poiché il condotto centrale del vulcano è ancora pieno di lava e col cessare lo sfogo che questa aveva lateralmente, hanno già ripreso con maggior forza le esplosioni stromboliane al cratere terminale. Ne vi ha probabilità che tale dinamismo cessi cosi presto; poiché, se il nostro vulcano non cambia le sue vecchie abitudini, i periodi eruttivi vesuviani non finiscono mai lentamente e tranquillamente, come si verificò nell'attuale fase eruttiva, ma sempre con una emissione lavica rapida e violenta.” (Mercalli, 1900).


Vesuvio nel XIX secolo

Vesuvio 1899. Veduta dagli scavi di Pompei. Collezione privata, Napoli.

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Diario del Monte Vesuvio - Tomo II

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Vesuvio nel XVIII secolo

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Vesuvio: attività del XVIII secolo

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Vesuvio: cronache del XVIII secolo

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Vesuvio nel XIX secolo

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Vesuvio: attività del XIX secolo

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Vesuvio: cronache del XIX secolo

In copertina: Pietro Fabris, L’eruzione del Vesuvio del 1767. Collezione privata, Londra. In quarta di copertina: Le Hon H. ( 1865), Histoire complete de la Grande Eruption du Vesuve de 1631, Ed. C. Muquart, Bruxelles.


Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Giovanni P. Ricciardi

Osservatorio Vesuviano

Diario del Monte Vesuvio

VENTI SECOLI DI IMMAGINI E CRONACHE DI UN VULCANO NELLA CITTĂ€ TOMO III Edizioni Scientifiche e Artistiche


Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Osservatorio Vesuviano

Giovanni P. Ricciardi

Diario del Monte Vesuvio VENTI SECOLI DI IMMAGINI E CRONACHE DI UN VULCANO NELLA CITTÀ

TOMO III • XX secolo

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Vesuvio nel 1900. Veduta dal mare.


Vesuvio nel XX secolo

La Vulcanologia nel XX secolo: le teorie globali Agli inizi del XX secolo, l’apertura dei trafori alpini, destinati al traffico automobilistico e ferroviario, apporta certamente nuove conoscenze geologiche prima impensabili. Gli stessi studi relativi alla durata dei tempi geologici e all’età della Terra subiscono un’accelerazione impressionante e, con la scoperta del decadimento radioattivo, nascono le condizioni per il superamento di questo secolare problema. Celebre, a riguardo, la conferenza tenuta da Ernest Rutherford (1871-1937) alla Royal Institution di Londra nel 1904. Queste scoperte, rinnovando da cima a fondo l’edificio teoretico della Geologia, pongono le basi alla moderna Geocronologia. Questi nuovi concetti geologici e fisici, che John Joly (1857-1933) ribadisce nel suo libro Radioactivity and Geology (1909), vengono nel frattempo esaminati e accettati da un altro ricercatore, Clarence E. Dutton (1841-1912). Per quanto riguarda il vulcanismo, egli asserisce che la quantità di calore di origine radiochimica non solo è sufficiente a spiegare i fenomeni vulcanici e geologici ma sarebbe addirittura troppo grande se quantità di uranio e di torio, eguali a quelle osservate negli strati superficiali, esistessero anche in profondità. Pertanto egli sostiene che tutto il calore della Terra può essere spiegato con la concentrazione di corpi radioattivi in uno strato esterno non superiore a 70 km di spessore. In questi primi anni del Novecento già si cominciano a delineare le premesse per una teoria generale della dinamica della Terra, capace di predire i risultati sperimentali piuttosto che essere da questi indotta. I punti di forza di questa rivoluzione nelle scienze della Terra che, in seguito, ha caratterizzato l’intero secolo, sono costituiti, soprattutto, dalla Geofisica e dalla moderna Stratigrafia.

Osmond Fisher (1817-1914) contesta la teoria della contrazione della Terra per raffreddamento e ipotizza, invece che all’interno del pianeta si muovano correnti convettive ad alta temperatura che risalgono sotto gli oceani e discendono sotto i continenti. La crosta oceanica, a causa di questa convezione, si espanderebbe per aggiunta di nuove rocce vulcaniche al centro degli oceani, mentre i continenti si corrugherebbero ai margini di essa. La scoperta dell'esistenza di una dorsale oceanica nell'Atlantico è rivoluzionaria. Ernest Rutherford “Entrai nella sala semibuia, vidi immediatamente Lord Kelvin tra il pubblico e capii che ero nei guai per l’ultima parte della mia conferenza, quella sull’età della Terra, dove le mie opinioni erano in conflitto con le sue.” (Rutherford , 1904).

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Diario del Monte Vesuvio

Vesuvio nel 1905. Veduta dall’Osservatorio. Vesuvio durante la sera del 17 settembre 1905 Veduta da Portici.

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Vesuvio nel XX secolo

Vesuvio nel 1905. Esplosione dall’Hotel Eremo Cook.

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Eruzione del 1906. Mattina del 5 aprile. Veduta da Napoli, foto C. Abeniacar.


Vesuvio 1906: la grande eruzione

Comunicazioni relative al parossismo del 1906 e fenomeni successivi 4 aprile 1906 - 06:30 “All’Onorevole Prefetto - Napoli Testo: 324 prot. Avvertito ore quattro stamani preveduto forte efflusso lavico recomi subito teatro eruzione verso Pompei. Scongiurola nuovamente provvedere alle comunicazioni telegrafiche mandandomi anche specialisti Genio. Militare onde stabilire servizio telefonico fra casa Fiorenza e Osservatorio. Pregola farmi autorizzare dal Ministero Istruzione fare spese occorrenti.” MATTEUCCI

4 aprile 1906 - 09:00 “Sig.Fauber Ufficio Cook Napoli Testo: L’eruzione è violentissima i proiettili passano Stazione Sup.re ed il pino è molto più denso di ieri. Dalla Stazione Superiore nessuna notizia essendo fuggiti tutti da lassù compreso le guide. I boati sono fortissimi. Il personale e la stazione sono in pericolo. Servizio Funicolare sospeso; quello ferroviario limitato fino Casa. In questo giorno si effettuarono 7 treni per servizio viaggiatori numero complessivo di questi 137.” Capostazione MORMILE

Sopra: Lettera di Matteucci del 23 aprile 1906. Sotto: Vesuvio prima dell’eruzione dell’aprile 1906. Vista dall’Osservatorio.

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Diario del Monte Vesuvio

Vesuvio nei primi giorni di aprile 1906. Veduta da Bellavista. A Torre Annunziata già dal 20 marzo incomincia a mancare l’acqua in alcune sorgenti termali.

4 aprile 1906 - 09:30 “Circolare Alle Autorità Testo: Verso le ore 5 lato Pompei comparsa lava distruggendo via Fiorenza. La lava vecchia è meno attiva, cratere agitatissimo. Avverto Comando Carabinieri Boscotrecase. Trovomi sul Monte Vesuvio col Prof. Matteucci. Il complesso della posizione pino fa supporre serie conseguenze. Prego rinforzare subito stazione non potendo disporre con quattro militari servizio per tenere informate autorità superiori eventuali mosse vulcaniche. Ritorno lato Pompei per assicurarmi attività lava.” Brigadiere MIGLIARDI

4 aprile 1906 - 10:00 “All’Onorevole Prefetto - Napoli Testo: 323 prot. Stamani verso ore cinque stabilitosi nuovo efflusso lavico lato Pompei mentre diminuì sensibilmente quello nord ovest del 1905. Se cratere che esplode forte sprofonda maggiormente

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prevedesi uscita poderosa lava. Pregomi inviarmi ispettore telegrafi e telegrafista raccomandabile sotto tutti aspetti. Provengo dalla regione craterica. e vado verso fronte nuova colata lavica. Prevengola che comunicazioni telegrafiche Osservatorio sono interrotte Ministero Istruzione negami telefono. Raccomando prestarmi aiuto.” MATTEUCCI

4 aprile 1906 - 20:35 “Al Direttore Osservatorio Vesuviano Testo: Domattina cinque verso le ore 10 sarò costì a su disposizione con abile telegrafista.” Dir. Costruz. Telegrafiche

5 aprile 1906 - 06:30 “Capo Stazione Funicolare Testo:Causa attività’vulcanica misure pubblica incolumità ho sospeso servizio Funicolare. Trovomi sul Monte Vesuvio col Prof. Matteucci e vado con lui lato Pompei ove alle ore 23,30 aumentò imponente lava. Ristorante Fiorenza minacciato. La posizione critica ma per ora nulla vi esiste di allarmante. Prego comandare Stazione Pugliano Cara-


Vesuvio 1906: la grande eruzione

Eruzione del 1906. Mattina del 4 aprile. Verso le ore 5 si apre una frattura sul versante SE del Vesuvio, a quota 1200 m, in località “Casotto delle Guide”.

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Diario del Monte Vesuvio

Eruzione del 1906. Mattina del 4 aprile. Verso le ore 5. Eruzione del 1906. Pomeriggio del 4 aprile. Veduta da Napoli. A causa del vento proveniente da levante, a cominciare dalle ore 18 cade una fitta pioggia di cenere grigia su Napoli.

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Vesuvio 1906: la grande eruzione binieri per comunicare eventuali notizie vulcaniche. Prof. Matteucci mostra interessamento non comune per studiare fase eruttiva.” Brigadiere MIGLIARDI

5 aprile 1906 - 08:00 “Alla Sua Ecc. Generale Brusati I Aiutante Campo Sua Maestà Roma Testo: Stimo doveroso pregare Vostra Eccellenza rendere noto Sua Maestà che da iermattina Vesuvio presenta nuova fase eruttiva assai forte con violente esplosioni cratere e abbondanti lave che dirigonsi verso Torre Annunziata. Io trovomi presente agli interessantissimi fenomeni. Sensi profonda osservanza.” MATTEUCCI

5 aprile 1906 - 08:00 “All’On. Ministro Istruzione - Roma Testo: 326 prot. Onoromi annunziarle che da iermattina cominciò al Vesuvio nuova fase eruttiva assai forte. Cratere attivissimo. Corrente lavica scende verso Torre Annunziata. lo trovomi sul teatro eruzione con arma Carabinieri invocando mezzi pecuniari e telefono. Avvertola che comunicazioni telegrafiche Osservatorio sono purtroppo interrotte.” MATTEUCCI

5 aprile 1906 - 08:00 “Al Rettore Università - Napoli Testo; 327 prot. Onoromi annunziarle che da iermattina cominciò al Vesuvio nuova fase eruttiva assai forte. Cratere attivissimo. Corrente lavica scende verso Torre Annunziata. Io trovomi sul teatro eruzione con arma Carabinieri invocando mezzi pecuniari e telefono. Avvertola che comunicazioni telegrafiche Osservatorio sono purtroppo interrotte.” MATTEUCCI

5 aprile 1906 - 08:00 “All’Agenzia Stefani - Roma Testo: Stanotte Vesuvio ore ventitre in seguito a sprofondamento cratere scoppiò abbondante sgorgo lavico che preannunziai col mio telegramma di ieri. Colata lavica oltrepassa lunghezza un chilometro dirigendosi verso Torre Annunziata. Cratere attivissimo emette continuati globi carichi di bloc-

chi e sabbie che si riversano su vista regione che comprende Napoli. Date le comunicazioni telegrafiche Osservatorio sempre interrotte e per mancanza telefono trovomi in situazione difficile.” MATTEUCCI

5 aprile 1906 - 08:30m “Sig. Frohlieher -Centrale Testo:Desidero sapere se si può mandare una persona Stazione Superiore per vedere se vi sono danni. Desidererei una risposta al più presto possibile per trasmetterla a Londra.” Ing. FAUBER

5 aprile 1906 - 08:40 “Sig. Fauber Ufficio Cook Napoli Testo:E’impossibile mandare qualcuno per vedere funicolare causa densa e continuo getto di pietre che arrivano fino Stazione Superiore della Funicolare. Il giorno 6 servizio fino casa Cook. Treni effettuati due. Viaggiatori nessuno.” Ing. FROHLIEHER

Boscotrecase 5 aprile 1906 “Sono esagerate le voci di panico. La popolazione qui è tranquillissima, perché la lava è a oltre dodici quindici miglia dal paese. Il capo delle guide vesuviane, Vincenzo Volpe, mi ha informato che alle 5 di ieri mattina si intese un fortissimo boato e si aprì una bocca di circa 150 metri verso la via mulattiera detta Fiorenza. Questa via è a zig zag e ogni tratto è indicato con un numero progressivo. La lava ha devastato il tratto numero 15. La lava è andata aumentando sino a mezzogiorno poi gradatamente è diminuita e alle ore 15 si era completamente arrestata. In tutta la serata non vi è stata lava, ma mentre io ero qui un quarto d'ora prima di mezzanotte, la stessa bocca apertasi ieri mattina ha ricominciato a vomitare lave, che scendono alla distanza di circa due miglia dall'albergo di Domenico Cesena.La lava che esce dal cono principale minaccia la funicolare. Dal cono si sprigiona un fumo nerissimo e densissimo a volta illuminato come da scintille elettriche. Su tutti i comuni vesuviani cade da oggi una forte pioggia di cenere.

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Diario del Monte Vesuvio sportate gratuitamente, stante l'enorme ressa e l'imminenza del pericolo, pure dal numero dei treni effettuati e dal modo come ogni veicolo era sovraccarico di viaggiatori, si può arguire che il numero dei profughi raccolti e trasportati nella notte fatale dal 7 all'8 e nel mattino della domenica 8, ha superato la cifra di 15 mila. Come pure, tutta la truppa inviata verso Ottajano, nel giorno 8 corrente venne portata fino a S. Anastasia a mezzo di nostri treni speciali. Al mattino del lunedì 9 aprile da ricognizioni eseguite dai funzionari di questa Società, si potette accertare che la nostra linea era così interrotta: a) da S. Giorgio a Cremano a Via del Monte (Torre del Greco) da uno strato di cenere che ricopriva il binario per un'altezza variabile da 15 a 20 centimetri; b) da Torre Annunziata a Boscotrecase per circa un chilometro dalla lava che aveva invaso il binario, c) dalla fermata "Mercato Vecchio" (Somma) fin dopo la stazione di Terzino (km 18 circa), la linea completamente ricoperta da massa di lapillo agglomeratasi su tutta la piattaforma stradale per un'altezza che da cm. 30 nei pressi di Mercato Vecchio andava man mano aumentando fino a raggiungere un massimo di metri 1.50 nei pressi di San Leonardo dopo Ottajano. S. Giuseppe e Terzino completamente ricoperti di lapillo: il primo per metri 1.30, il secondo per 1.10. d) Linea aerea del tronco a trazione elettrica momentaneamente inservibile perché ricoperta di cenere e con vari isolatori rotti. Così stante le cose, la via più breve era quella di sollecitare lo sgombro da S. Giorgio in poi e riaprire subito le comunicazioni con Torre Annunziata. Però questa Società considerando che i Comuni situati sul versante del mare erano serviti dalla Ferrovia dello Stato e dalle strade Provinciali ancora in discreto stato di viabilità, mentre che quelle sventurate contrade del versante di Ottajano erano tagliate fuori da ogni comunicazione, giacché la Ferrovia dello Stato ingombra di lapillo non funzionava, e le strade provinciali ridotte in modo da non potervicisi transitare in alcun modo, non curando i propri interessi, vincendo con gravi difficoltà ogni ostacolo decise di liberare la strada di Ottajano per soccorrere quelle popolazioni completamente isolate. Senza perder tempo in effetti lo stesso giorno 9 aprile, nell'oscurità la più completa prodotta dalla fitta cenere che cadeva incessante, venne iniziato

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il lavoro di sgombro con tale alacrità che alla sera del successivo giorno 10 si poteva liberare e riprendere le comunicazioni con Somma Vesuviana. Da questo punto incominciarono le difficoltà a farsi sempre più gravi, giacché la esistenza lungo le linee di profonde e lunghe trincee perfettamente ricolme ( specie quella prossima a Ottajano) obbligava, per liberare il binario, ad un lavoro simile a quello occorrente per aprire una nuova linea in campagna vergine. Malgrado ciò, con la formazione di due forti nuclei di oltre un migliaio di operai e con il generoso ausilio delle truppe, si attaccò con febbrile attività il lavoro sia da Somma verso Ottajano, che da Terzigno verso Ottajano stesso. La pioggia di cenere pertanto continuava a cadere incessante rendendo oltremodo difficile il lavoro a causa della molestia che se ne risentiva alla vista ed alla respirazione. Ciò malgrado mediante i nostri eccezionali sforzi ai quali tutti indistintamente contribuirono, dopo solo tre giorni, e cioè il 14 aprile si raggiungeva Ottajano dal lato di Somma e collegarlo con Napoli. I nostri carri vennero accolti da tutti in quella stazione con sospiro di sollievo: essi davano il mezzo di portare aiuto a quello sventurato paese si terribilmente colpito a questa Società ha avuto il vanto di essere la prima a mettersi in condizione da poter efficacemente porgere tale aiuto e rendere possibile la permanenza di tutte le truppe in quel luogo di dolore. Mentre nei giorni precedenti il servizio di rifornimento viveri alle truppe si faceva stentatamente a mezzo di prolunghe di artiglieria obbligate a fare una marcia faticosa da Somma a Ottajano, non appena giunti i nostri treni il giorno 14 aprile ad Ottajano, subito venne iniziato il servizio di soccorso cominciando col caricare e trasportare a Napoli tutti i feriti, vecchi e malati; e poi a rifornire di viveri e medicinali, acqua ed altri soccorsi i superstiti e la truppa. Sin dal giorno 14 aprile questa Società avrebbe potuto riaprire il pubblico servizio fino a Ottajano, però considerato che il servizio viaggiatori avrebbe ostacolato e reso difficile il servizio di soccorso, questa Società on curando anche questa volta i propri interessi, preferiva mantenere dal 14 al 17 aprile il servizio pubblico solo fino a Somma-Ottajano ad esclusiva disposizione delle autorità militari, della Croce Rossa, e degli altri Comitati di pubblica assistenza.


Vesuvio 1906: la grande eruzione Intanto, essendo dall'altro lato verso Terzino completamente ultimato lo sgombro della linea, il giorno 21 aprile si poteva riprendere il regolare servizio sull'intera linea Napoli-Ottajano-Sarno. Altre dure prove però erano riserbate e si verificarono più presto di quanto poteva immaginarsi giacché il 27 aprile, dopo breve pioggia, un fiume di fango con detriti e massi, riversandosi per l'alveo Zenillo, in prossimità di Ottajano, dopo aver danneggiato fortemente il ponte della Provinciale, irrompeva con impeto contro la nostra travata in ferro trasportandola a valle a circa un chilometro di distanza. Con fulminea rapidità si accorse sopra il luogo, costruendo una passerella provvisoria in legno per il trasbordo viaggiatori della giornata, e tutto era pronto per ripristinare il giorno seguente il servizio a mezzo del ponte in legname; ma nel pomeriggio dello stesso giorno, altro acquazzone e altra lava di fango riversatesi negli alvei Purgatorio e Maddalena asportava di netto le due grandi travate in ferro ivi esistenti facendo rimanere bloccati un treno ad Ottajano ed un altro con due locomotive a S. Anestesia. Intanto S. Anastasia e Pollena Trocchia chiedevano aiuti perché minacciate dall'inondazione di fango: erano ignari della sorte ai treni bloccati, causa l'interruzione telegrafica prodotta dal temporale sulla nostra linea e su quello dello Stato. Allora, malgrado il pericolo, un treno di soccorso partiva da Napoli alle 22:30 e si spingeva sin oltre

pollena Trocchia. Rimase sul posto, ad onta del temporale fino alle 3 di notte, ora nella quale avendo raccolto tutti quelli che raggiunsero il treno e minacciando la lava di fango riversatesi per il lagno Maddalena di invadere la linea, rientrava a Napoli marciando tra il fango e l'acqua, appena in tempo giacché dopo poco il lagno dei torrenti di pollena straripando, buttava sulla nostra travata enormi massi che ne ostruirono del tutto il passaggio. Di fronte alla nuova sventura la nostra Società in solo due giorni riusciva a costruire tre ponti provvisori in legno e a sgombrare la linea ed il 1° maggio riaprirla di nuovo all'esercizio. In complesso 22 giorni di lotta senza tregua dell'energia e resistenza dell'uomo contro la grandiosa e sovrumana forza della natura. Questa Società sente pienissimo il suo diritto di richiedere al Governo il concorso per sistemare le nostre linee che hanno subito per l'invasione di un chilometro di lave da Torre Annunziata a Boscotrecase. Queste linee che nella luttuosa circostanza hanno dimostrata e rilevata la loro grande necessità ed utilità, quale linea strategica di salvataggio o soccorso e vettovagliamento dei Comuni Vesuviani. Società Anonima per le Strade Ferrate Secondarie meridionali.” L'Amministratore Delegato Ing. Emmanuele Rocco.

Cono del Vesuvio dopo l’eruzione del 1906. Veduta dall’Osservatorio.

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Vesuvio inizi anni trenta. Veduta da Napoli.


Vesuvio 1907 - 1944

Il Vesuvio dopo il 1906 di Giuseppe Mercalli Dopo la grande eruzione vesuviana dell'aprile 1906, che tanto lutto apportò agli sventurati abitanti di Ottaiano, S. Giuseppe e Boscotrecase, lo "Sterminator Vesevo" riposa e la sua quiete è perfetta, perché il suo condotto centrale è ostruito da parecchi milioni di metri cubi di materiali solidi, precipitati in basso, per occupare il vuoto lasciato da una fuoruscita di lava, la quale fu troppo rapida, per dar tempo al magma incandescente di risalire nell'interno del condotto stesso. Perciò il vasto cratere attuale è insieme cratere di esplosione e di sprofon-

damento. Salendo sulla cima del Vesuvio, ora si ammira lo stupendo spettacolo di un’immensa voragine di 700 metri di diametro e di 200 m. circa di profondità, con le pareti superiormente a picco, e inferiormente, cioè presso il fondo, inclinate in forma di gigantesco imbuto; la parte centrale del fondo craterico è perfettamente chiusa in modo da non emettere neppure vapori: e che solo sulle pareti, centinaia di fumarole, prevalentemente acquose, attestano che il vulcano è calmo, ma non spento, ossia è in quello stato che i vulcanologi dicono di Solfatara. Cratere del Vesuvio (versante meridionale) dopo l’eruzione del 1906.

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Diario del Monte Vesuvio

Sopra: Vesuvio nel 1907. Interno del cratere dopo l’eruzione, foto Giuseppe Mercalli. Sotto: Vesuvio nel 1907. Nella Valle dell’Inferno sono visibili i depositi delle colate piroclastiche dell’eruzione del 1906.

Quanto tempo durerà questo riposo? Tutte le grandi eruzioni avvenute al Vesuvio, dopo il 1631, furono seguite da un periodo di quiete, che vario da 2 a 7 anni; e pare che si verifichi una certa proporzionalità tra la violenza dei fenomeni eruttivi e la durata del periodo di riposo, il quale fu più lungo dopo le eruzioni del 1737, del

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1794 e del 1822, che si possono assimilare, per la grandiosità dei fenomeni, a quella dell'aprile 1906. Al presente, la calma dura da 2 anni e quasi 5 mesi; quindi è presumibile che abbia a continuare per qualche anno ancora; sebbene non manchino alcuni non trascurabili indizi degli sforzi, che fa il vulcano per rimettersi in attività.


Vesuvio 1907 - 1944

Vesuvio nel 1907. Foto di gruppo sulla terrazza dell’Osservatorio con Matteucci, Perret, Mormile e Migliardi. Vesuvio nel maggio del 1907.

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Diario del Monte Vesuvio

Cratere del Vesuvio nel 1907. Riprendono le visite dei turisti al cratere.

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Vesuvio 1907 - 1944 Le frane interne II fenomeno postumo più interessante, che presentò il cratere del Vesuvio, dopo cessata l'ultima eruzione, furono le grandi e frequenti frane interne, che ne ingrandirono la periferia, ne abbassarono in diversi punti l'orlo e ne innalzarono il fondo, chiudendone sempre più saldamente il condotto centrale. Specialmente nei primi mesi, questo sfaldarsi delle pareti interne del cratere avveniva con molta frequenza. Perciò, trovandomi sulla cima del vulcano, più volte potei osservare da vicino frane d'una certa importanza. Talvolta questi franamenti presero proporzioni grandiose, in modo da incutere timore nelle popolazioni vesuviane, le quali erroneamente credettero al ridestarsi del vulcano. E davvero il fenomeno, visto da lontano, aveva tutta l'apparenza d'una eruzione esplosiva; poiché un denso nuvolone si innalzava sul cratere a grande altezza in modo da ricordare il caratteristico pino vulcanico. Questa nube era formata specialmente da quella cenere rossiccia, che fu la più abbondante nell'ultima fase

dell'eruzione. La forza, che innalzava la cenere fino a notevole altezza, era evidentemente l'elasticità dell'aria compressa dalla caduta vertiginosa di enormi masse rocciose, formate appunto prevalentemente dalla cenere stessa conglutinata. La cenere vesuviana sollevata da questi franamenti venne qualche volta portata dai venti fino a notevole distanza; per esempio, durante il 1906, arrivò il 29 maggio a Torre del Greco, il 10 novembre ad Ottajano, e il 20 dicembre fino a Napoli. Infine le frane interne di maggiore importanza erano accompagnate da cupi rumori, poco dissimili dai soliti boati del vulcano, e da tremiti del suolo, talvolta molto sensibili sui fianchi del monte e specialmente sul Gran Corso; ma, in generale, neppure avvertiti nei paesi vesuviani. E' naturale che questi terremoti di origine esogena avessero un'area. sensibile ristrettissima; poiché si sa che l'estensione dell'area sismica è proporzionale alla profondità del centro di scossa.

Vesuvio il 26 aprile del 1907. Frana interna al cratere.

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Indice

TOMO I Presentazione.......................................................................................................................................................................................................... Prefazione................................................................................................................................................................................................... Prefazione tecnica..............................................................................................................................................................................................

3

Introduzione - Alle origini della vulcanologia......................................................................................................................

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Alle origini della fisica terrestre........................................................................................................................................................................... I terremoti...................................................................................................................................................................................................................... La previsione dei terremoti (Plinio).............................................................................................................................................................. I vulcani........................................................................................................................................................................................................................... Un’escursione sull’Etna (Seneca)..................................................................................................................................................................... La Campania (Strabone)....................................................................................................................................................................................

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Vesuvio antico - I-IV sec. d.C...............................................................................................................................................................

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Somma Vesuvio........................................................................................................................................................................................................... Anno Domini 62 - Il terremoto......................................................................................................................................................................... Le fonti - Terremotibus collapsa restituit...................................................................................................................................................... Considerazioni sui terremoti (Seneca)......................................................................................................................................................... Terremoto del 62 d.C. o 63 d.C........................................................................................................................................................................ Anno Domini 79 - L’eruzione............................................................................................................................................................................. Le fonti: Il risveglio del gigante (Cassio Dione)...................................................................................................................................... Letterea prima a Tacito (Plinio il giovane)............................................................................................................................................... Primo giorno dell’eruzione................................................................................................................................................................................ Gaio Plinio Secondo detto il Vecchio........................................................................................................................................................... Secondo giorno dell’eruzione........................................................................................................................................................................................ Terzo giorno dell’eruzione.................................................................................................................................................................................. Lib. VI. Epist. XVI (Plinio il giovane)....................................................................................................................................................... Lettere seconda a Tacito (Plinio il giovane)..................................................................................................................................................... Primo giorno dell’eruzione................................................................................................................................................................................ Gaio Plinio Cecilio Secondo detto il Giovane....................................................................................................................................... Secondo giorno dell’eruzione................................................................................................................................................................................ Terzo giorno dell’eruzione.................................................................................................................................................................................. Lib. VI. Epist. XX (Plinio il giovane).......................................................................................................................................................... La data dell’eruzione.............................................................................................................................................................................................. Dopo la catastrofe.................................................................................................................................................................................................... Attività eruttiva dopo il 79 d.C...................................................................................................................................................................... La storia di Pompei................................................................................................................................................................................................. La città rivive................................................................................................................................................................................................................. La storia di Ercolano............................................................................................................................................................................................. Scoperta di Ercolano (Winckelmann)..............................................................................................................................................................

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Indice

Vesuvio medievale - V-XIII sec. d.C.............................................................................................................................................

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La vulcanologia metafisica................................................................................................................................................................................... Uno sguardo alla città di Napoli...................................................................................................................................................................... Vesuvio nel periodo medievale........................................................................................................................................................................... Le eruzioni medievali.............................................................................................................................................................................................. Le fonti............................................................................................................................................................................................................................. Agiografia medievale.............................................................................................................................................................................................. Da Bacco a San Gennaro....................................................................................................................................................................................

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Vesuvio rinascimentale - XIV-XVII secolo..........................................................................................................................

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Il Rinascimento scientifico.................................................................................................................................................................................... Anno 1302: Isola d’Ischia: eruzione dell’Arso........................................................................................................................................ Le fonti............................................................................................................................................................................................................................. Anno Domini 1343.................................................................................................................................................................................................. Cronache di un maremoto a Napoli.............................................................................................................................................................. Le fonti............................................................................................................................................................................................................................. Altre testimonianze................................................................................................................................................................................................... Uno sguardo alla città: Anno Domini 1347, il flagello della peste nera................................................................................. Il grande terremoto napoletano: Anno Domini 1456......................................................................................................................... Descrizione della città di Napoli (T. William)..................................................................................................................................... Pozzuoli: una città dagli alti e bassi............................................................................................................................................................. Storia del Bradisisma Flegreo..................................................................................................................................................................................... Eruzione di Monte Nuovo.................................................................................................................................................................................. Terremoti e deformazioni prima dell’eruzione del Monte Nuovo........................................................................................... Anno 1538: L’ultima eruzione dei Campi Flegrei....................................................................................................................................... Eruzioni e terremoti presunti o negati?..................................................................................................................................................... Le fonti: anni 1254-1456........................................................................................................................................................................................... L’età della Sirena Partenope............................................................................................................................................................................... Anni 1500-1626....................................................................................................................................................................................................... Dalla Città al Vesuvio (G. Mormile)......................................................................................................................................................... Misure e pesi nel Regno di Napoli.................................................................................................................................................................

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Dicembre 1631: i giorni del Giudizio..............................................................................................................................

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Teorie vulcanologiche agli inizi del XVII secolo..................................................................................................................................... Le teorie vulcanologiche di un alchimista (P. Castelli)...................................................................................................................... Napoli prima della catastrofe (G. C. Capaccio)................................................................................................................................. Eruzione del 1631................................................................................................................................................................................................... Prologo all’eruzione................................................................................................................................................................................................... Fenomeni precursori dell’eruzione................................................................................................................................................................ Anno 1633: abiura di Galileo Galilei........................................................................................................................................................ Vexata Quaestio: lave o non lave.................................................................................................................................................................. Come passavano le ore..........................................................................................................................................................................................

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Dopo la grande eruzione: Vesuvio nel XVII secolo.........................................................................................

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Vulcanologia e flogisto............................................................................................................................................................................................ Attività eruttiva post 1631................................................................................................................................................................................ Vesuvio: Cronache del XVII secolo.............................................................................................................................................................. Le fonti................................................................................................................................................................................................................................ Anni 1635-1648.........................................................................................................................................................................................................

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Diario del Monte Vesuvio Uno sguardo alla città: Anno Domini 1647, la Rivolta di Masaniello................................................................................... Anni 1649-1654......................................................................................................................................................................................................... Anno Domini 1656: il flagello della peste................................................................................................................................................. Eruzione del 1660................................................................................................................................................................................................... Anni 1661-1670.......................................................................................................................................................................................................... Etna 1669: la prima deviazione di una colata lavica (G. A. Borellli)................................................................................... Anni 1671-1685........................................................................................................................................................................................................ Anno 1688: visita al cratere (M. F. Misson)........................................................................................................................................... Anno 1688: terremoto nel Sannio.................................................................................................................................................................. Il rischio sismico da sorgenti appenniniche nella provincia di Napoli...................................................................................... Anni 1688-1699........................................................................................................................................................................................................

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TOMO II Vesuvio nel XVIII secolo.....................................................................................................................................................................

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Lo sviluppo e i risultati della vulcanologia nel XVIII secolo................................................................................................................. Vesuvio: attività del XVIII secolo.................................................................................................................................................................... Vesuvio: cronache del XVIII secolo................................................................................................................................................................ Anni 1701-1754....................................................................................................................................................................................................... La misurazione del Vesuvio................................................................................................................................................................................ Anni 1754-1755....................................................................................................................................................................................................... Anno 1755: terremoto di Lisbona................................................................................................................................................................... Anni 1756-1779....................................................................................................................................................................................................... La furbizia di un frate (P. degli Onofri)...................................................................................................................................................... Anni 1779-1785....................................................................................................................................................................................................... In tempo degli incendi del Vesuvio.................................................................................................................................................................. Anni 1785-1788....................................................................................................................................................................................................... Una salita al cratere (De Scotto di Cassano)................................................................................................................................................... Anni 1788-1799....................................................................................................................................................................................................... Napoli 19 gennaio 1799: morte dei fratelli Filomarino.................................................................................................................... Anno 1799 22 gennaio: ingresso dei Francesi a Napoli................................................................................................................ Altimetria vesuviana..............................................................................................................................................................................................

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Vesuvio nel XIX secolo...........................................................................................................................................................................

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L’Ottocento: il secolo delle grandi teorie vulcanologiche.................................................................................................................... Vesuvio: attività del XIX secolo...................................................................................................................................................................... Vesuvio: cronache del XIX secolo.................................................................................................................................................................. Anni 1803-1821........................................................................................................................................................................................................ Anno 1821: morte di Luigi Coutrel (T. Monticelli)......................................................................................................................... Anni 1821-1831....................................................................................................................................................................................................... Anno 1831: Ferdinandea: la beffa di un’isola..................................................................................................................................... Anni 1832-1845....................................................................................................................................................................................................... La festa all'Eremo del SS. Salvatore............................................................................................................................................................ Visita all’Osservatorio Vesuviano (A. Gigante)................................................................................................................................... L’Osservatorio vesuviano..................................................................................................................................................................................... Anni 1846-1858....................................................................................................................................................................................................... Sismografo elettromagnetico (L. Palmieri)............................................................................................................................................ Anni 1858-1861....................................................................................................................................................................................................... Ingresso di Giuseppe Garibadi a Napoli................................................................................................................................................... Anni 1862-1881....................................................................................................................................................................................................... Anno 1880: la prima funicolare su un vulcano................................................................................................................................... Appunti di storia della Funicolare del Vesuvio..................................................................................................................................... Anni 1881-1883.......................................................................................................................................................................................................

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Indice Anno 1884: colera a Napoli.............................................................................................................................................................................. Il Risanamento - Sventrare Napoli (M. Serao).................................................................................................................................... Anni 1885-1888....................................................................................................................................................................................................... Azione dei terremoti e delle eruzioni sugli aghi calamitati (L.Palmieri)........................................................................... Anni 1889-1896....................................................................................................................................................................................................... Una polemica scientifica (G. Mercalli)..................................................................................................................................................... Anni 1897-1899.......................................................................................................................................................................................................

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TOMO III Vesuvio nel XX secolo.............................................................................................................................................................................

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La Vulcanologia nel XX secolo: le teorie globali..................................................................................................................................... Vesuvio: attività del XX secolo.......................................................................................................................................................................... Vesuvio: cronache del XIX secolo.................................................................................................................................................................. Anni 1901-1902.......................................................................................................................................................................................................... Eruzione del Monte Pelée..................................................................................................................................................................................... Anni 1903-1905........................................................................................................................................................................................................

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Vesuvio 1906: la grande eruzione.........................................................................................................................................

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Comunicazioni relative al parossismo del 1906 e fenomeni successivi..................................................................................... 683 Nel cuore della grande eruzione (F.A. Perret)..................................................................................................................................... 765 I soccorsi......................................................................................................................................................................................................................... 773

Vesuvio 1907 - 1944...............................................................................................................................................................................

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Il Vesuvio dopo il 1906 (G. Mercalli)........................................................................................................................................................ Vesuvio: cronache tra il 1907 ed il 1944.................................................................................................................................................. Anni 1907-1939....................................................................................................................................................................................................... Visita all'Osservatorio Vesuviano (G. Ungaretti)............................................................................................................................... Anni 1941-1943....................................................................................................................................................................................................... Vesuvio 1944: l’ultima eruzione.................................................................................................................................................................... Il Vulcano dormiente (G. Imbò)....................................................................................................................................................................

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Conclusioni............................................................................................................................................................................................................ Bibliografia.......................................................................................................................................................................................................... Ringraziamenti................................................................................................................................................................................................

858 861 889

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Diario del Monte Vesuvio - Tomo III

651

Vesuvio nel XX secolo

654

Vesuvio: attivitĂ del XX secolo

656

Vesuvio: cronache del XX secolo

683

Vesuvio 1906: la grande eruzione

779

Vesuvio 1907-1944

787

Vesuvio: cronache tra il 1907 ed il 1944

835

Vesuvio 1944: l’ultima eruzione

858

Conclusioni

861

Bibliografia

889

Ringraziamenti

890

Indice

In copertina: Ignoto, Eruzione del 1944, fase delle valanghe ardenti, collezione privata, Napoli. In quarta di copertina: Santacroce R. e Sbrana A. (2003): Carta Geologica del Vesuvio (modificata), in scala 1:15.000, eds. Cartografia derivata dai rilievi geologici in scala 1:10.000 Regione Campania e dai rilievi in scala 1:25.000 del Progetto CARG., S.EL.C.A., Firenze.


Finito di stampare nel mese di Dicembre del 2009 da E.S.A. presso la tipografia Cangiano Grafica - Napoli per conto dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - Osservatorio Vesuviano ISBN 978-88-95430-16-4

E.S.A. - Edizioni Scientifiche e Artistiche © 2009 Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata www.edizioniesa.com info@edizioniesa.com tel. 081 3593146 - 339 8774962


Diario del Monte Vesuvio  

Giovanni P. Ricciardi Diario del Monte Vesuvio Venti secoli di immagini e cronache di un vulcano nella città

Diario del Monte Vesuvio  

Giovanni P. Ricciardi Diario del Monte Vesuvio Venti secoli di immagini e cronache di un vulcano nella città

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