«Quando le stelle caddero nel fiume», di Paolo Comentale

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Indice

Prologo 9 La febbre

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Il federale

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Prodotti chimici e droghe. Premiata Farmacia fondata nel 1804

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La scimmietta

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La partenza

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Paolo M. classe 1908. Maresciallo marconista matricola 73778

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Iena perfetta divisa e baionetta

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Si vis pacem para bellum 38 Et ubi solitudinem faciunt pacem appellant 41 Le piccole piogge

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Gianna mia, tutto me

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Oggi banditi bum bum!

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Erukuan dehina metachu, benvenuti!

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Bascisc... bascisc, una mancia!

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Credere obbedire combattere

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Difficile est longum subito deponere amorem 76 Merda! 83 La lunga corsa

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Una lettera del tenente Mainelli

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Il fiume

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Il secchio nel lagno

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Abiet 104 I bambini nudi nell’acqua del porto

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I capelli

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Era l’ora sesta del mattino

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Epilogo

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Prologo Quando io contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita, La luna e le stelle che tu vi hai disposto, io mi chiedo: Che cosa è l’uomo perché tu ti ricordi di lui? Che cos’è il figlio dell’uomo perché tu te ne prenda cura? [Salmo, 8]

Il 3 ottobre del 1935 le forze armate dell’Italia fascista invadono l’Etiopia, ultimo regno africano rimasto indipendente dopo la spartizione coloniale perseguita dalle potenze europee uscite vincitrici dalla guerra mondiale del 1914-1918. Il 18 novembre del 1935 la Società delle Nazioni con sede a Ginevra condanna l’Italia come Stato aggressore, decretando delle sanzioni economiche. In sette mesi di guerra nel maggio del 1936 le truppe guidate dal maresciallo Badoglio giungono ad Addis Abeba capitale d’Etiopia. In realtà la conquista del regno africano si dimostra più ardua del previsto. I comandanti militari sollecitano il conflitto interetnico e religioso contrapponendo gli ascari musulmani agli etiopi cristianocopti. Anche dopo l’arrivo delle truppe italiane nella capitale, permane su tutto il territorio etiopico una situazione di ostilità diffusa che esplode il 19 febbraio del 1937 con un attentato ad opera di due eritrei ad Addis Abeba durante una manifestazione pubblica. Resta ferito dal lancio di alcune bombe a mano di fabbricazione italiana di marca Breda il governatore Rodolfo Graziani. 9


Per rappresaglia i fascisti presenti all’attentato mettono la città di Addis Abeba per tre giorni a ferro e a fuoco. Nella continuazione delle frettolose indagini portate avanti dalla magistratura italiana per scoprire gli attentatori del 19 febbraio, vengono accusati di correità nell’attentato i monaci dell’antico monastero di Debre Libanòs a circa ottanta chilometri a nord dalla capitale del regno d’Etiopia. Nel mese di maggio del 1937, a distanza di circa tre mesi dall’attentato, gli ascari, i soldati d’Africa sotto la bandiera d’Italia, guidati da ufficiali italiani compiono un eccidio massacrando i monaci, i diaconi, i novizi, i pellegrini e i fedeli presenti nel monastero di Debre Libanòs.

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Paolo M. classe 1908. Maresciallo marconista matricola 73778

Una nuvola di fumo azzurro lo investì lentamente. Sembrava che il federale lo stesse studiando. Sembrava che, silenzioso e fumante, inguaribile testa di pietra, arroccato dietro una inutile scrivania, in perfetto ordine littorio eppure ingombra di carte e tazze e rapporti e candele, il federale potesse leggergli il pensiero. Si allarmò. Negli ultimi minuti aveva pensato con tanta intensità che poteva aver parlato. Poteva essersi lasciato sfuggire qualche parola incauta... Come diceva il proverbio ? Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale. Suo zio, il fratello di suo padre, farmacista anche lui, era solito parlare per proverbi. E così spesso profetava. Era più vecchio del padre, era il fratello maggiore. Si affacciava saltuariamente nella antica farmacia di famiglia. Giusto il tempo per rinnovare il rito dell’accensione del mezzo toscano, aspirare lentamente con perizia il sigaro e sedersi in un angolo davanti al bancone di mogano. Da lì scrutava tutta la piazza del paese e scandiva proverbi e motti con i quali cercava di raddrizzare il mondo più che capirlo... “È difficile capire il mondo di questi 27


tempi”, pensò. O forse difficile resterà sempre, in ogni tempo, in ogni luogo. Correvano tempi difficili, questa era la verità. Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale. Fermò i pensieri, guardò il pacchetto di Macedonia aperto sulla scrivania. Lo guardò con intensità crescente. E poi puntò gli occhi negli occhi scuri del federale. Senza parlare il federale capì. Non sembrava fosse dotato di un particolare intuito ma in questo caso capì. In effetti non era difficile. Prese con calma il pacchetto e glielo porse. Lui ne prese una e restituì il pacchetto che il federale rimise velocemente a posto alla sua maniera, facendolo volare sulla scrivania. Un volo breve. Giusto in tempo per prendere un pesante accendino d’oro e offrire una fiamma cortissima e azzurra. Accese. Aspirò con forza la prima e più potente boccata. Ne aveva bisogno. E adesso? Il federale riprese: «Camerata, per noi la guerra è come un piatto di maccheroni. Lo sapete che qui l’acqua per la pasta bolle a 84 gradi?» Cominciava a fare caldo nella stanza. Il ventilatore in alto non girava da tempo e l’aria rimaneva immota. Chiese il permesso di slacciarsi la cravatta, il nodo stringeva e si accorse con sorpresa crescente che aveva iniziato a sudare. Eppure il suo corpo conosceva il sudore così poco. Così raramente. Anche questo lo aveva ereditato da suo padre, poco sudore e gambe e braccia quasi glabre. Il federale acconsentì con un gesto impercettibile. Permesso accordato. Con gesti lenti e misurati si slacciò il nodo della cravatta d’ordinanza. Sua madre non 28


aveva fatto in tempo a insegnargli a fare il nodo alla cravatta. E accanto al nodo non aveva fatto in tempo a insegnare tante altre piccole cose utili e inutili, semplici eppure preziose. L’aveva persa troppo presto. Era una storia dolorosa. Molto dolorosa. Pensò che il dolore aspetta nascosto, in agguato in un angolo morto della vita e poi all’improvviso colpisce, ferisce e fa sanguinare. Riportò gli occhi negli occhi freddi, scuri, fissi e lucidi come due spilli del federale. Era rimasto immobile, seduto sulla sedia di legno. Voleva ascoltare. Lo aveva chiamato per ascoltare il suo rapporto. Ecco ora toccava a lui. Proprio a lui. Pensare che si era sempre nascosto. Pronto all’obbedienza, nascosto al dovere, presente alla bandiera: così, ridendo, si era sempre definito tra gli amici di un tempo. I veri amici del cuore, quelli che conosci da piccolo e che ti accompagnano per tutta la vita, tra alti e bassi. Non ne aveva mai avuti molti. A scuola si nascondeva tra gli ultimi banchi per sfuggire all’interrogazione di rito. Al corso per radiotelegrafisti a Pola aveva trovato finalmente la strada giusta, il giusto modo di intendere la parola dovere. Le parole studio, impegno, dovere. Senza nascondersi più tra i banchi, come faceva da piccolo, tra le risate dei compagni e lo sguardo sorpreso e severo del signor maestro. Ora doveva parlare. Il federale lo aveva chiamato nel cuore della notte apposta per questo. Ripensò alla scimmietta. Gli succedeva spesso. Quando era chiamato alle risposte importanti, nei momenti di svolta, ripensava alle cose futili. Era stato così anche all’esame per il diploma di marconista della Regia Marina militare, a Pola. Alle prove più insidiose, alle domande più difficili aveva diva29


gato, poi si era ripreso e con uno sforzo notevole era tornato in tema. Aveva affondato i piedi nella realtà e aveva camminato. Quel tanto, poco o molto, che era servito a superare l’esame e a ottenere il regio brevetto. Come marconista era stato richiamato alle armi, aveva attraversato il mare da Napoli a Massaua sul mar Rosso. Ricordò un presagio importante. Era appena partito da Napoli, la sera scendeva a balzi veloce sul mare e all’altezza di Capri sulle rocce superiori dell’isola vide grandi fuochi accesi. Era l’ultimo saluto? Massaua l’inferno dei vivi, uno dei posti più belli ma più caldi del pianeta. Massaua dalle isole di madreperla, dalle foreste di mangrovie sulla sabbia, Massaua infestata dalla malaria. Poi in nave ancora giù fino a Gibuti, il porto francese che apriva la via all’Abissinia. Infine a bordo del treno speciale, con le piccole carrozze dipinte di bianco a tetto doppio per dissipare il calore del lungo viaggio. 783 chilometri per tre giorni e trentasei ore di cammino. Un treno irto di carabinieri in assetto di guerra, con le mitraglie a strapiombo sul tetto di ghisa delle carrozze di prima classe. Aveva visto le piccole stazioni lungo la strada ferrata saccheggiate dai ribelli, la paura dipinta sul volto dei viaggiatori, ma che Impero era quello dove si viaggiava nel tempo del terrore? Così era giunto alla capitale dell’Impero, Addis Abeba, ‘Nuovo Fiore’. La leggenda di fondazione della città – ogni città ne ha una – narrava dell’eterno amore dell’imperatore Menelik per la bellissima ma spietata regina Taitù. Si raccontava che la regina fosse davvero una sovrana spietata, la vera artefice del disastro militare italiano di Adua. Fu la regina in persona, nel momento più alto della battaglia, a spronare i suoi uomini, perché l’uomo non sa 30


rifiutarsi quando è la donna che lo incita. Gli abissini travolsero d’impeto l’avanguardia del generale Albertone e sancirono la vittoria e la sconfitta. Tempi passati. “Una fulminea campagna militare di chiaro stampo fascista che in sette mesi ha vendicato la disfatta di Adua”. Così recitava, ora, la ferrea propaganda del Regime. L’aria in città era mite, si diceva che una rosa appena tagliata rifiorisse cinque volte nello stesso giorno. Cinque rose in una città dove un giorno aveva il sapore di un anno e le stagioni si susseguivano veloci e perfette, uniche e maestose nell’arco di ventiquattr’ore. Quando il sole spariva all’improvviso le iene, con il loro canto doloroso, prendevano il dominio dell’enorme città-foresta. Dalle rose alle iene. Il canto della notte era il loro lugubre ululato. Alte, possenti, veloci, voraci si potevano incontrare spesso di notte, facevano paura; erano scaltre, sicure, aggressive, spavalde e feroci. Anche lui era una iena speciale.

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Una lettera del tenente Mainelli

Bambina mia, «Gigi va oggi contento allo zoo tutto il dì, egli ha appuntamento con la scimmia Uistitì. Ecco ora l’aria imbruna spunta in cielo la bianca luna...» Ti ricordi la storia che leggevamo insieme? Ecco, la scimmietta Uistitì del racconto che ti faceva ridere tanto io l’ho incontrata veramente qui in Colonia. Una scimmia buffa, piccola piccola, e l’ho chiamata Uistitì. Ti piace il nome? Mangia tutto pure le sigarette, pure i biscotti che mangiamo noi soldati e che si chiamano gallette. È ghiottissima di piccole banane verdi dolcissime che chiamiamo “somalite”. Ha mangiato anche i bottoni, tutti i bottoni del mio impermeabile nuovo nuovo. Quando tornerò in Patria la conoscerai anche tu e la mamma. Forse la mamma non vorrà una scimmietta libera per casa e allora la porteremo al Giardino zoologico e la andremo a visitare ogni giorno che vorrai. E sarà la nostra scimmietta per sempre. Che bello questo posto, bambina mia, e quante cose nuove, belle e sorprendenti ho visto e quante ancora ce ne saranno da vedere e da conoscere. Il viaggio è stato lungo in una nave grande come una chiesa. All’inizio il caldo era troppo, meno male che sulla nave in cabina potevamo fare la doccia, ma 94


anche l’acqua era calda. Poi sul mare aperto sono saliti dal fondo i delfini e ci hanno guidati fino al primo porto dell’Africa, un posto lontano dove il caldo si taglia con il coltello e il sudore ci accompagna sempre, anche nel fondo della notte. Alla fine del viaggio siamo arrivati in questa grande città sospesa sulle nuvole che è nel mezzo di una foresta. È piena di fiumi dalle acque calde e fredde, e poi uccelli variopinti per l’aria e per le terre asinelli bigi carichi di legna. Bambina mia, vorrei fare per te i discorsi delle scimmiette sugli alberi, le voci dei fiori, vorrei portarti un regalo speciale. Imparerò a nuotare e così quando torno porterò te e la mamma al mare. Lungo il viaggio in treno ho visto giraffe e gazzelle, elefanti e zebre. Vorrei che al posto di queste candele che si bruciano piano e mi permettono di scriverti ci fossi tu qui accanto a me con i tuoi occhi grandi. Con le tue manine mi passeresti i fogli piano piano mentre si riempiono di parole. Sono fogli preziosi, sapessi che fatica trovarli. Ora disegno per te, bambina mia, la nostra scimmietta Uistitì e la metto in busta e te la spedisco con la prima posta del mattino. Qui è arrivato ieri un maresciallo che manda i messaggi per l’aria in volo. Si chiama marconista. Nella vita faceva il farmacista e mi ha detto che ha una farmacia piena di caramelle di liquirizia. Ti piace la liquirizia, vero? Lo so, non si può mangiare perché sporca i denti e poi la mamma se ne accorge. Allora la mangeremo insieme solo la domenica, dopo pranzo, quando sarò tornato. Questa lettera è solo per te, bambina mia. Troverai disegnati gli animali della foresta e le piante e gli alberi che ho trovato in questo paese lontano dove ora portiamo la nostra legge. Qui tutto è nuovo e bellissimo e sono certo che noi, pionieri di un grande Paese, fa95


remo tante cose mirabili. Ti scriverò sempre tutto bambina mia. Ti abbraccio. Tanti baci alla mamma e tanti bacetti per te. Tuo Padre Gli stivali del tenente Mainelli campeggiavano sulla scrivania del federale, il maresciallo li aveva completamente dimenticati. Li aveva portati poco prima l’attendente del federale in un sacco di tela militare e ora facevano bella mostra di sé di fronte ai tre militari nella stanza del federale. Il maresciallo li osservò con una cura spasmodica. Avevano ancora i lacci sciolti in tutta fretta quando davanti a lui il tenente li aveva tolti per entrare nella chiesa del monastero. Uno era dritto in piedi, l’altro era rovesciato, e il maresciallo poté notare le tracce di cera delle candele e la polvere rossa e fine dell’altopiano. Dopo tanto parlare del tenente, dopo averlo evocato tanto, ecco che erano comparsi all’improvviso i suoi stivali. La spiegazione era semplice. Fu il federale stesso a sciogliere l’arcano e a dare la sua spiegazione di tutto, per tutto e per sempre. «Li abbiamo trovati nella chiesa del monastero. Ora è tutto chiaro. Abbiamo di fronte a noi dei barbari. Hanno teso un agguato al tenente, lo hanno ucciso e gli hanno preso gli stivali. Del resto la pratica è sempre la stessa. La barbarie non cambia mai. Ricordate cosa accadde al tenente Morgantini? Fu il primo martire, la prima vittima della nostra guerra. I nostri nemici, quei barbari, lo uccisero e gli presero la divisa. La indossarono per profanarla. È accaduto lo stesso. Al posto della divisa gli stivali. Siamo giunti in tempo e abbiamo impartito la giusta punizione. Sono dei barbari, non rispettano nemmeno i luoghi sacri! Capitano, provveda a inoltrare un telegramma alla famiglia: 96


Il tenente è caduto in missione nel compimento del proprio dovere. Proponetelo per un encomio. Ovviamente gli stivali restano qui, ci servono. Maresciallo, può andare a pisciare ora. È tutto chiaro?! Si faccia la barba camerata, è questo l’esempio che vuol portare? Un po’ di decoro per la divisa che porta...» Lui si alzò lentamente ancora incredulo per quello che aveva appena sentito. Il federale insistette: «Maresciallo, aspettate. Un po’ di zucca. Impacchi freddi di zucca sul capo, avete capito? Ora, egregio camerata, vi concedo di tacere. “Adesso sì che è un’altra cosa!”, come l’aranciata San Pellegrino.» Così disse il Federale, felice come un bambino per aver risolto il caso con una battuta. Il maresciallo rimase di stucco. Non capiva. Stava per pronunciare una qualche domanda per chiarire il senso dell’ultima frase quando inesorabilmente il federale si alzò di scatto, il braccio teso nel saluto d’ordinanza. «A noi!» Il maresciallo e il capitano risposero all’unisono. In piedi. Il loro tempo era finito. Mentre si ricomponeva per andare via, istintivamente si piegò per raccogliere i fogli strappati. Il federale fu più lesto di lui. Era davvero un feroce insaziabile furetto scatenato. Con un calcio ben assestato fece volar via lontano i fogli. Un gesto eloquente: senza parlare aveva fatto capire tutto. Più che un furetto sembrava ora un avvoltoio spietato che ha ghermito finalmente la sua preda. Il maresciallo marconista Paolo M. matricola 73778 scoprì che nel lungo interrogatorio aveva martirizzato il berretto d’or97


dinanza, senza rendersene conto lo aveva praticamente distrutto. La fodera era strappata, il cerchio di cuoio gli ballava tra le dita, lo stemma di metallo lo aveva ferito alle mani, le dita sanguinavano. Avrebbe fatto richiesta all’Intendenza e poi sarebbe passato in fureria per un nuovo berretto. Il vecchio casco coloniale era rimasto probabilmente dove lo aveva lasciato, sull’autocarro al momento del suo arrivo ad Addis. Salutò il capitano che rispose distrattamente. Uscì. Nel sole. Aveva la gola secca. Sentì forte il desiderio di bere. Acqua fresca.

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