Page 1


sequenze

L’altra Sarajevo

93

Archivio di Etnografia • n.s., a. II, n. 2 • 2007 • 93-106

«Di quale Sarajevo sei?» (iz kojeg si Sarajeva?) è una domanda che i cittadini di Sarajevo si sentono rivolgere e si rivolgono sempre più spesso da quando, nel 1995, il trattato di pace di Dayton ha sancito la divisione dello spazio urbano in due città distinte: Sarajevo e Sarajevo est (Istocno Sarajevo-Источно Сарајево). Formulare la domanda equivale ad aver interiorizzato la nuova organizzazione territoriale della città, rivoluzionaria rispetto ai codici sedimentatisi nel corso di secoli relativi alla percezione e all’utilizzo dello spazio urbano come unitario. Porre il quesito ha però anche una valenza politica, poiché mettere in pratica (anche nella pratica verbale) il rapido mutamento dell’habitus urbano significa almeno riconoscere, se non concordare con, il progetto politico nazionalista che vi sta alla base. Per questa ragione non è insolito trovare oppositori di questo progetto pronti a rispondere a un tale quesito che di Sarajevo ne esiste una sola, disconoscendo in questo modo la legittimità e la stessa esistenza di Sarajevo est nata proprio dalla secessione urbana sostenuta dal fronte etno-nazionalista serbo-bosniaco. Al di là del consenso accordato alle formazioni politiche, negare l’esistenza di Sarajevo est significa negare la situazione di separazione all’interno dell’area urbana di Sarajevo, de facto e de jure esistente. Il mancato riconoscimento, inoltre, impedisce anche di attestare l’asimmetria materiale tra le due città, visibile anche a partire dalla loro collocazione sul territorio urbano pre-conflitto: centrale per Sarajevo e periferica per Sarajevo est. Lo stesso squilibrio è registrabile nella distribuzione delle attività produttive più redditizie nel dopoguerra bosniaco ovvero il commercio e il terziario costituito principalmente dai servizi offerti dalle istituzioni statali, concentrati ovviamente nella capitale, e dall’enorme mole di organizzazioni internazionali impegnate nell’umanitario, nel sostegno allo sviluppo e alla democratizzazione. D’altro canto, però, accettare la separazione di Sarajevo est, aiutata dalla morfologia del territorio che la nasconde dietro le colline a sud-est dell’attuale Sarajevo, significa negare qualsiasi tipo di relazione o di rapporti di filiazione dalla città originaria. Sarajevo est è invece nata dall’esodo della popolazione serba da Sarajevo. I suoi abitanti, per quanto abbiano reciso il loro rapporto con il passato, con la storia e la tradizione urbana, le cui testimonianze architettoniche sono rimaste a Sarajevo, non possono cancellare repentinamente il corredo culturale etnicamente trasversale sviluppatosi nell’ambiente cittadino in cui sono vissuti prima del conflitto.

sequenze

Zaira Tiziana Lofranco


sequenze

I L’altra Sarajevo

94

Riaffiorano perciò nella loro vita quotidiana modi di dire quali “vado in città/vado in centro” (idem u grad) che ancora oggi essi utilizzano quando intendono andare a Sarajevo e non a Pale (centro amministrativo di Sarajevo est). Nonostante si sia trattato di costruire uno spazio urbano in un’area semi rurale della vecchia Sarajevo, quest’opera non appare come una fondazione ex novo ma come ri-fondazione dello spazio urbano a partire dal ripristino in un nuovo luogo dei simboli della propria identità storico-culturale di cui si sono cancellate le tracce nella memoria storica ufficiale della Sarajevo post-conflitto. Il “trapianto” delle denominazioni delle vie è emblematico a questo proposito. La rifondazione dello spazio urbano a Sarajevo est ha come suoi pilastri fondamentali la religione ortodossa, l’alfabeto cirillico, la fedeltà alla Madre Serbia ovvero i tratti distintivi dell’identità serba che, pur essendo in parte preesistenti al conflitto, subiscono oggi un’opera di enfatizzazione in relazione e per contrasto alle identità croata e musulmana ormai preponderanti nell’attuale Sarajevo. Lo stesso tragico vissuto dell’esodo e la convivenza in luoghi di accoglienza per sfollati in Sarajevo est hanno giocato il ruolo di esperienze modellatrici dei tratti salienti dell’identità etno-nazionale serba e hanno promosso l’identificazione della popolazione sfollata con essi. È, inoltre, durante questi particolari momenti che è intervenuto il processo di vittimizzazione del sé in contrapposizione alla demonizzazione dell’“Altro” etnico, che ha contribuito ad arricchire di nuovi elementi morali la presunta sostanza culturale del proprio gruppo etno-nazionale. Questa città è dunque figlia della logica della pulizia etnica che con le armi o la propaganda tende a trasformare i confini del suo territorio negli invalicabili confini di uno spazio etnicamente esclusivo ed escludente. Nonostante ciò Sarajevo est non riesce a impedire gli sconfinamenti al di là dei propri limiti territoriali dei suoi simboli identitari, come accade per i negozi serbi con le insegne scritte in cirillico rimasti nell’area di Dobrinja, che restano a testimonianza di un ordine territoriale interetnico non più esistente. Occorre aggiungere che nella cornice di questa fervida opera di produzione di una sua identità etnica e territoriale alternativa a quella di Sarajevo, Sarajevo est si rende autonoma dalla capitale dal punto di vista istituzionale e dei servizi, attraverso un processo che va avanti per sdoppiamento, dando vita a una sorta di “meiosi urbana”. Istituzioni unitarie prima del conflitto, come l’Università, costituiscono oggi due istituzioni distinte, ognuna delle quali fa capo e ha sede in una delle città: così nel dopoguerra l’Università di Sarajevo non è la stessa di Sarajevo est. Lo stesso dicasi per le municipalità, i quartieri, la rete dei trasporti pubblici, ecc. Tuttavia, il livello dei servizi offerti dalle istituzioni costituitesi a Sarajevo est spesso non è comparabile con quello delle istituzioni della capitale, che hanno alle loro spalle una lunga tradizione urbana. A Sarajevo est, inoltre, l’accelerazione del processo di urbanizzazione e di “appaesamento” dello spazio che ne scaturisce ha dato vita a uno sviluppo poco razionale del perimetro urbano e del processo di edificazione, al radicale mutamento della destinazione d’uso degli edifici preesistenti, a bizzarri accostamenti di elementi urbani e rurali presenti nel paesaggio della nuova città che sta prendendo forma.


Per altri versi, la ricerca di una identità radicalmente antitetica a Sarajevo viene vanificata da orientamenti comuni che è possibile individuare nelle politiche culturali delle due città, soprattutto quando è in questione la passata esperienza unitaria dello Stato federale socialista. Proprio la rottura con quel passato accomuna Sarajevo e Sarajevo est ed è visibile nella negazione o scarsa valorizzazione degli elementi simbolici e architettonici che lo ricordano. L’abolizione dell’uso del doppio alfabeto (latino e cirillico) per i cartelli stradali o le insegne di edifici pubblici designa un abbandono del progetto politico socialista di “Fratellanza ed Unità” (Bratsvo i Jedinstvo) votato alla coesistenza interetnica, che viene palesemente rimpiazzato da un’incalzante politica di etnicizzazione dello spazio. Emblematica a questo proposito è stata la battaglia delle istituzioni cittadine di Sarajevo est per la preservazione della denominazione “Sarajevo serba” (Srpsko Sarajevo-Српско Сарајево), abrogata dalla Corte Costituzionale bosniaca nel 2005 perché discriminatoria nei confronti degli abitanti di altre nazionalità. Tuttavia un rapido sguardo allo spazio urbano evidenzia che la sostituzione del toponimo, imposta dalla Corte, ne ha provocato la scomparsa solo nei contesti ufficiali, mentre non ha impedito alla popolazione locale di continuare a utilizzarlo in luoghi extra-istituzionali. La sequenza di immagini proposte mira a dare dei cenni su alcuni degli aspetti caratterizzanti la città di Sarajevo est che, pur imputando la sua genesi a una marginalizzazione subita, desidera oggi essere uno spazio alternativo alla Sarajevo “musulmana”. Essa si pensa e si modella, infatti, come “l’altra Sarajevo”: la Sarajevo serba. Nonostante questa volontà di netta separazione suggellata dalla divisione territoriale, i rapporti tra le due città restano comunque compresi entro uno spazio di relazionalità non solo identitaria. Nell’epoca della normalizzazione post-conflitto e dell’avvento dell’economia di mercato, a controbilanciare l’effetto delle politiche etno-nazionaliste intervengono le asimmetrie strutturali tra un luogo e l’altro che incentivano pratiche di mobilità e di quotidiano attraversamento del confine per la ricerca di migliori opportunità di lavoro e possibilità di acquisto. In questo senso, la logica post-moderna della contrazione spazio-temporale illustrata da David Harvey lotta ogni giorno con la logica prettamente moderna della co-estensività del territorio e della nazione, che tende a rendere luoghi come Sarajevo e Sarajevo est, così vicini geograficamente, molto lontani nella percezione dei loro abitanti. L’esistenza di politiche e pratiche spaziali contrastanti attorno a Sarajevo est pone con forza una riflessione sugli aspetti ideologici e quotidiani della presente divisione che prospetta agli abitanti di questa proto-città la chiusura in una realtà autarchica. L’accettazione o il rifiuto di questa prospettiva di vita, per molti versi limitante, è legata alla risoluzione di nodi problematici di importanza cruciale per l’intero stato di Bosnia-Erzegovina, rappresentati dalla conciliazione tra i disegni territoriali unitari e separatisti ma soprattutto dal compimento della riconciliazione post-bellica.

sequenze

I Zaira Tiziana Lofranco

95


sequenze

I L’altra Sarajevo

96

Fig. 1. Quartiere di Dobrinja. Esercizi commerciali di serbi rimasti sul territorio assegnato a Sarajevo. Fig. 2. Chiesa ortodossa di Sveti Vasilije Ostroťki (Sarajevo est). Danza del Kolo in occasione di un Teferic´ (festa popolare).


sequenze

I Zaira Tiziana Lofranco

97 Fig. 3. Autorità religiose ortodosse celebrano i riti per il giorno dell’Ascensione (Spasovdan) in cui ricorre anche il giorno della municipalità di Novo Sarajevo est.

Fig. 4. Cimitero di Miljevic´i (Sarajevo est). Riti profani in suffragio dell‘anima dei defunti nel giorno di Markov Dan (8 maggio).


sequenze

I L’altra Sarajevo

98

Fig. 5. Sarajevo est: tracce del passaggio degli Ultras della squadra locale. Fig. 6. «Centro commerciale. Sarajevo serba».


sequenze

I Zaira Tiziana Lofranco

Fig. 7. «Serbia». Ingresso di una scuola superiore al centro di Lukavica (Sarajevo est). Fig. 8. Miljevic´i (Sarajevo est): «Via dei combattenti serbi».

99


I L’altra Sarajevo

sequenze

Fig. 9 (a-b). ÂŤVia BelgradoÂť a Sarajevo prima del conflitto e a Sarajevo est dopo il conflitto.

100

Fig. 10. Celebrazioni per la ricorrenza dei 12 anni (1995-2007) dalla difesa della regione SarajevoRomanija da parte delle forze serbo-bosniache.


sequenze

I Zaira Tiziana Lofranco

101

Fig. 11. Sarajevo est. Materiale propagandistico del partito nazionalista serbo (SDS) impiegato per usi domestici.

Fig. 12. Sarajevo est. Bambini della scuola dell’obbligo salutano con le tre dita: diventato, dopo il conflitto, gesto simbolo dell’ortodossia e dell’identità etno-nazionale serba.


sequenze

I L’altra Sarajevo

102

Fig. 13. Sarajevo est. Caserma Seljo. Durante l’ultimo conflitto, alloggio temporaneo per sfollati e rifugiati. Oggi conosciuta come Dom za vješanje (Casa per l’impiccagione) a causa dell’alto tasso di suicidi registrati al suo interno. Fig. 14. Lukavica (Sarajevo est). «La libertà si difende con la conoscenza»: slogan socialista sulle pareti di una ex caserma, ancora oggi ricovero per sfollati.


sequenze

I Zaira Tiziana Lofranco

Fig. 15. «Insieme siamo più forti»: slogan socialista in una ex caserma dell’Esercito Popolare Jugoslavo (JNA) a Lukavica. Testimonianza del supporto ideologico del precedente governo all’unitarietà dello Stato. Fig. 16. Pale. Università di Sarajevo est, Facoltà di Lettere.

103


sequenze

I L’altra Sarajevo

104

Fig. 17. Pale (Sarajevo est). Mezzo di trasporto pubblico. Fig. 18. Lukavica (Sarajevo est). Oggetti in vendita al mercato settimanale.


I Zaira Tiziana Lofranco

Fig. 20. Lukavica centro. Casa in costruzione con giardino fiorito.

sequenze

Fig. 19. Nuovo centro commerciale TOM costruito con fondi di un imprenditore locale.

105


sequenze

I L’altra Sarajevo

106 Fig. 21. Sarajevo est. Galline razzolano nei pressi di aree urbane di nuova edificazione al centro di Lukavica.


Indice

ETNOGRAFIE 9

REPERTORI Domenica Borriello Rappresentazioni visive. Il fascino intrigante dei dipinti votivi campani

47

indice

Patrizia Panarello Stereotipi e auto-rappresentazioni identitarie. Il caso etnografico di una città del Sud

5

SEQUENZE Zaira Tiziana Lofranco L’altra Sarajevo

93

STORIE Sibilla Tieghi «Gh’è chi la vècia che la vien cantando». Indagine su un rito di questua nelle campagne ferraresi

109

RETROSPETTIVE Rocco Scotellaro Un dio contadino

123

TACCUINO Simonetta Scarpa, Maria Cristina Talà Lazzareni e Matinate a Sannicola

131

Antonella Iacovino Recenti iniziative museali in campo demoetnoantropologico in Basilicata

137

LETTURE Valerio Bernardi, Eugenio Imbriani Sul concetto di “naturale”. Alcune considerazioni sui libri di Francesco Remotti e Filippo Trasatti

143


I Indice

LIBRI, CD E VIDEO / SCHEDE

151

ABSTRACTS

163

edited by Dorothy L. Zinn

indice

GLI AUTORI

6

167

Archivio di Etnografia 2/2007  

L’altra Sarajevo - dossier fotografico