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Indice

Voi due

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L’isola 9 La squadra

20

Minacce 28 Torrisi 31 Spiraglio 36 Paura 41 Respiro 46 Amici 48 Il piano

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Naufragio 68 Malta 73 Vite 95 Ancora niente paura

107

Non va bene niente

113

Trionfi nel buio

117

Tutte le volte che vuoi

125

Ancora sì

129

Se c’è da fare si fa

135


Amare 144 Solo avanti

148

Colonnello 151 Verso la fine

155

Pronti 156 Tradire 162 Tutto dipende da Ferretti

169

Insieme 172 Dentro 174 Alla fine

178

Torniamo a casa

183

vi


Torrisi

Il vecchio Torrisi era il solo che aveva conquistato qualche spazio nei silenzi di Ferretti. Gli aveva insegnato a fumare una delle prime sere. Finita la cena era concesso di salire e uscire all’aria a prendere le ultime luci. Erano le poche ore libere e ognuno le usava come voleva. Ferretti, una delle prime sere era uscito con un paio di compagni, era sceso fino all’approdo e aveva visto il vecchio con i gomiti appoggiati al muretto che guardava il mare. Chissà perché lo aveva raggiunto e quello senza parlare gli aveva offerto una sigaretta. «Non fumo.» «Si può sempre iniziare.» C’era vento e Ferretti non riusciva ad accenderla. Al terzo tentativo si stava spazientendo. «Niente paura» aveva biascicato Torrisi prendendogli di mano la scatola di fiammiferi, ne aveva afferrato uno accendendolo rapido

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per poi nasconderlo tra le mani per proteggerne la fiamma e gliel’aveva portata vicino. «C’è sempre un modo» sorrise. Ferretti aspirava piano, scoprendo il sapore intenso bruciargli la gola. Guardavano il mare. «Dici spesso paura» uscì inarrestabile. «Non dovrei?» Silenzio. «Siamo addestrati a vincerla. Dobbiamo dominarla. Dicono.» «E tu non vuoi essere un debole, né un vile, vero?» Ancora silenzio. «Ci insegnano ad essere forti.» Il vecchio non smetteva di fissare il mare. Come potesse starci il corpo di un uomo di quasi sessant’anni in quelle fibre ancora scattanti era un mistero. «Ci insegnano ad essere forti, vero. Sono entrato in Marina nel 1904, avevo sedici anni e dopo qualche stagione ho visto la prima tempesta. Ero imbarcato come mozzo su una corazzata, la Vettor Pisani, eravamo nel Pacifico quando ci è piombata addosso. L’ho vista arrivare tra i primi perché ero di vedetta all’albero di trinchetto, il mare era quasi calmo, a oriente vedo una macchia nera che si ingrandisce a vista d’occhio e viene verso di noi. Ad una velocità spaventosa. Sono corso al ponte di comando, il terzo ufficiale l’ha fissata col cannocchiale e quando ha messo giù ho visto il panico nei suoi occhi. Mi ha cacciato via e ha chiamato il comandante. Poi è scoppiato il finimondo. Sono stato tra gli ultimi a scendere sotto coperta, ho fatto in tempo a vederla arrivare. Prima il vento, gridava, un urlo che non dimentico, poi le onde sempre più alte, accompagnate da una tenebra cattiva. Onde enormi. Buona parte dell’equipaggio l’hanno messo di sotto e la nave ha cominciato a ballare paurosamente. Era un naviglio solidissimo, una

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bestia da più di settemila tonnellate, ma si faceva sbattere come un ramoscello. E come gemeva: l’acciaio, le giunture, i bulloni stritolati gridavano piegandosi per resistere. In quella bara di metallo dovevi vedere gli uomini: non ho più dimenticato quelle facce scavate da migliaia di miglia, contrarsi nella paura, maschere di angoscia. Nessuno parlava, tutti per terra perché in piedi non si riusciva a stare, io seduto in un angolo. È durata due giorni e due notti, chiusi in quella scatola, sballottati con la roba di tutti rovesciata sul pavimento che rotolava avanti e indietro in mezzo al vomito che non si riusciva a trattenere. Li ho visti piangere, pregare, urlare. Sguardi che avevo conosciuto fieri erano diventati ombre imprigionate. Lì ho visto che ci sono forze che non si possono dominare.» Si voltò e sorrise. «Quand’è passata la tempesta, quando siamo tornati fuori all’aria, superate le prime ore di euforia per il pericolo scampato ho visto quei volti riassestarsi, riprendere la forma di sempre. Riacquistare sicurezza, rianimarsi. Ho visto tutto lo sforzo che facevano per cacciar via l’angoscia che prima li stritolava. Ci sono cose Ferretti che non si possono dominare.» «E tu avevi paura?» Sorrise prima di rispondere. «Eccome. Non tutti reagiscono allo stesso modo. A me si gela il sangue e sento l’ombra che cala e toglie la luce. Sono rimasto immobile abbracciando le ginocchia in balia della tempesta. Il buio della paura è una brutta cosa perché ti vuole togliere la speranza, è quello il peggio. Ma io ti sto annoiando con le chiacchiere di un vecchio.» «Non mi annoi.» La sigaretta che teneva in mano era ridotta a un mozzicone ma si ostinò a tirarne ancora.

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«C’è la paura Ferretti, e per me di quello che c’è non si butta via niente.» Lo guardò perplesso. «E perché?» Gli sorrise sincero. «Perché c’è.» «Mi prendi in giro?» «No. Credimi.» «Fai discorsi strani Torrisi. Allora anche la viltà e il tradimento ci sono e io vorrei buttarli in mare.» Gli sorrise ancora, ma non con un’aria di superiorità, non come chi crede di saperla, con rispetto. «Le cose le capisco solo se ti dico cosa è successo a me. Sai, mi sono sposato parecchi anni fa, con una gran bella ragazza e abbiamo avuto due figlie. Guarda – e tirò fuori da un taccuino le foto –, la vita di un marinaio è facile se hai famiglia; sei sempre via, le rogne di tutti i giorni non ti toccano, sempre in mare e le poche volte all’anno che torni è sempre festa, fila via tutto liscio. Nel ’24 mi sono preso una polmonite, eravamo nel Mediterraneo e me la sono vista brutta: quando mi hanno sbarcato a Genova, mi hanno portato via in barella. Sono stato più di tre mesi tra ospedali e sanatori, i medici poi mi hanno tenuto a terra per quasi un anno. Mai avuto così tanto tempo per far niente. Passavo le giornate tra una locanda e un’altra, mi annoiavo e mi sono andato a impicciare tra gli occhi di una bella signora, una che, diciamo, aveva bisogno di compagnia. Non mi sono tirato indietro e per qualche mese entravo in quella casa la mattina, quando suo marito usciva, e ce la spassavamo. Una sera, mentre mia moglie finisce di sistemare la cucina mi dice: ‘Accompagnami, ché stasera ho voglia di fare due passi’. ‘Fuori? Di sera? E le bambine?’ ‘Eeeeeh, che sarà mai per una sera! Viene su la Gina e le guarda lei le bambine!’ ‘E dove vuoi andare? La sera si sta a casa.’

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‘Si sta a casa tutte le sere – mi ha detto –, questa si esce’. Siamo usciti, abbiamo camminato non so quanto. Lei è una che parla e parla. Io dopo un po’ metto il pilota automatico e non è che ascolto proprio tutto, la lascio parlare pensando ai fatti miei. Ero così distratto che neanche mi sono accorto che mi aveva portato sotto le finestre dell’altra. Me lo ricordo come fosse adesso, mi ha guardato e mi detto: ‘Giuseppe io ti voglio bene, ma tu vuoi bene a quella là?’. Col dito indicava le finestre illuminate del terzo piano. Hai parlato di tradimento Ferretti e di viltà. Non mi sono perso neanche un secondo a cercare di capire come avesse fatto a scoprirlo, e che importava? Abbiamo ripreso la strada verso casa, lei non ha più detto niente, mai più. Siamo rientrati. È andata a baciare le bambine che dormivano, è venuta in camera, si è tolta le scarpe. Io ero lì che non sapevo neanche cosa aspettare. Non avevo neanche la forza per provare una difesa. Mi stavo svestendo. Mi vergognavo come solo un bambino può essere capace. Avrei preferito una scenata, con tanto di grida e pianti. Invece mi è venuta vicino, tenevo gli occhi bassi, neanche il coraggio di guardarla. Mi ha preso la faccia con le mani, mi ha alzato il mento, mi ha fissato a lungo, mi ha sorriso e mi ha dato una carezza. Tutto qui. Eccoti servito Ferretti. Siamo così. Io voglio bene alla mia Teresa e a quei tempi gliene volevo eccome. Ma non sono stato capace di star lontano dal letto di un’altra; ma questo, credimi, ancora non è niente, perché siamo così. La buona notizia è quando ti arriva una carezza come quella che mi ha dato Teresa. Ci hai capito qualcosa?». Ferretti sorrideva. «Ah!! Ma allora puoi sorridere!» E gli diede una delle classiche manate sulle spalle che in quell’accozzaglia di energumeni ci si scambiava come espressione di stima.

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Martini e Ferretti, di Marco Andreolli  

La natura dei racconti è tale che è possibile narrare cose antiche in modo nuovo e usare parole antiche per eventi recenti (Isocrate, Panegi...

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