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Indice del volume

Nota introduttiva di Antonino Zumbo

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Pinakes: tradizione e funzione

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Parte I Il pinax della Biblioteca di Fozio nei codici Marc. Gr. 450 e Marc. Gr. 451

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1. Il pinax nei due Marciani, p. 22 - 2. Discrepanze fra voci del pinax e corrispondenti capitoli della Biblioteca, p. 25 - 3. Casi di ‘numerazione multipla’ nei due Marciani, p. 46 - 4. Origine del pinax e rapporti con il testo della Biblioteca, p. 50

Parte II Tradizione del pinax in età umanistica e tradizione a stampa

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1. Il pinax nei codici recenziori, p. 53 - 2. Edizioni del pinax, p. 63

Parte III Edizione del pinax della Biblioteca di Fozio 67 Appendice 95 Bibliografia Tavole Indici I. Indice dei nomi, p. 127 - II. Testimonianze scritte, p. 131 III. Luoghi citati, p. 133

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Nota introduttiva di Antonino Zumbo

Singolare il destino editoriale del pinax della Biblioteca di Fozio, destino certamente imputabile alla sua natura di paratesto, liminare e funzionale alla consultazione della ponderosa opera del Patriarca, escluso, forse proprio a causa della sua facies paraletteraria, da I. Bekker dall’edizione della medesima (1824-1825), seguìto in questo, a distanza di più un secolo, da R. Henry (1959-1977). È invece presente nella editio princeps pubblicata da D. Hoeschel ad Augsburg nel 1601 e lo si legge, édito singolarmente, nell’unica (ma invecchiata e poco affidabile) edizione di Edgar Martini (1921). Ancora nel lontano 1938 A. Severyns additava lo studio del pinax come desideratum da soddisfare e, più acutamente, J. Schamp (1987) osservava che R. Henry («courageux éditeur» di Fozio) avrebbe evitato più di un errore nell’edizione dei testi della Biblioteca sol che avesse considerato il problema dei rapporti fra il pinax e i tituli dei codices della stessa. Diu exspectata nunc veniunt. È infatti merito di Maria Rosaria Acquafredda aver allestito la desiderata edizione del pinax secondo un attento percorso di ricerca e di studio che libera il testo preso in esame (oggettivamente arido) dal primo e fugace livello di lettura tendente alla impossibile fruibilità letteraria, ponendolo invece in dialogo con paratesti antecedenti, similari per tipologia, ed evidenziando la sua importanza per la storia della Biblioteca quale strumento di individuazione della sua genesi e struttura organizzativa. Si è reso dunque un servizio allo studioso di storia letteraria operando non una semplice messa a punto, bensì strutturando un denso capitolo sui pinakes quali paratesti di servizio a significative opere del mondo classico. Un percorso storico-letterario di tal fatta porta la studiosa a collocare il pinax premesso alla Biblioteca di Fozio «al confine fra autorialità e lavoro redazionale», un’ipotesi suffragata dal fatto che l’opera a sua volta sarebbe un contenitore di pinakes (ora perduti) premessi alle opere che il patriarca leggeva, e dalla datazione dei più antichi testimonî della medesima, i mss. Marc. Gr. 450 (A), e Marc. Gr. 451 (M), collocabili all’ultimo decennio del IX secolo


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il primo (G. Cavallo), dunque quasi coevo all’autore, al XIex/XIIin il secondo (M. Losacco). La disamina accurata del ginepraio di problematiche storiche, paleografiche e redazionali presentate dai suddetti codici, per più mani lavorati e condotti, lungi dal polverizzarsi in micrologiche notazioni, porta a supporre che l’ipotesi di Severyns (e poi anche di Erbse) della discendenza di A ed M da un comune archetipo, debba seriamente essere messa in discussione proprio dalla datazione di A sopra indicata, per cui A potrebbe essere stato «frutto della ricopiatura di schede di lettura (schedaria) elaborate nella cerchia foziana» (Canfora). Se le voci del pinax riprendono quasi sempre le parole incipitarie del capitolo foziano cui si riferiscono, o i titoli introduttivi ove trattasi di excerpta, le discrepanze tra voci e i relativi capitoli non trovano spiegazioni univoche. Ed è difficile operare una scelta fra l’ipotesi di Severyns che il pinax non appartenga alla fase originaria della composizione della Biblioteca, ma sia stato approntato da un «amateur» della cerchia foziana in una fase molto antica della tradizione, e quella di Treadgold, il quale suppone che le discrasie tra pinax e successione dei capitoli si spiegano con l’ipotesi che esso sia stato compilato da un personaggio vicino a Fozio sulla base di appunti da lui lasciati. Lo studio della realtà effettuale di A ed M, supportato da un corredo bibliografico di pregio e condotto con personale acribia e attenzione, porta alla conclusione che la presenza del pinax e della fittizia lettera prefatoria in A, ms. coevo, come detto, o di poco posteriore a Fozio, testimonierebbe il primo tentativo di edizione della Biblioteca. Il pinax sembrerebbe allestito su un testo già redazionato, le discrepanze fra pinax e testo sarebbero imputabili a sviste del pinacografo. Per il testo di M si concorda con Severyns nell’ascriverlo al lavoro di un anonimo correttore, notando però che il ms. nel suo allestimento si presenta come una fase redazionale più avanzata rispetto ad A. Che la Biblioteca sia un Lebenswerk ormai non può essere più smentito! Riguardo la tradizione del pinax in età umanistica, grazie alla lista completa dei mss. della Biblioteca di Fozio approntata da P. Eleuteri, la Acquafredda, nell’esplorare la presenza del pinax in ben dieci ms. recenziori, oltre che approfondire, puntualizzare e rettificare problematiche d’ordine paleografico, offre notevole materiale e spunti per chi voglia ulteriormente indagare la storia e la fortuna del testo foziano. Il passaggio successivo potrebbe essere una mappatura delle edizioni a stampa postillate. In merito al pinax presente nell’editio princeps di Hoeschel, basata su un manipolo di codici recenziori (‘edizione contaminata’!), viene con rispettosa onestà intellettuale rilevata la cura dell’editore che ha lavorato sul testo


Nota introduttiva

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con attenzione ed acribia, non limitandosi ad una sua pedissequa riproduzione dai manoscritti. E se l’edizione del Martini mira a colmare la lacuna presente nell’edizione della Biblioteca di Bekker e ha il pregio di basarsi in modo esclusivo su A ed M, nonché di presentare un ‘doppio’ apparato, è però priva di ogni indagine sulla storia testuale e sulle problematiche della tradizione del pinax. La presente edizione critica del pinax, basata su A ed M, illuminata da un primo apparato nel quale si dà conto degli incipit dei capitoli tramandati nei due mss. ove manifestino discrepanze nella registrazione liminare o divergenze nella relativa numerazione, messa a confronto con quella di Martini, che pur si basava sui medesimi codici, si impone per la bontà del testo édito, punto di arrivo di serrate analisi storico-filologiche concentrate nel secondo apparato (per nulla selettivo, anzi plenior!), specchio esaustivo dello status e delle dinamiche della paradosis foziana e della sua storia. Il pregevole lavoro di Maria Rosaria Acquafredda viene dunque a proporsi quale fondamento per chiunque (coraggioso!) abbia in animo di affrontare una nuova edizione della Biblioteca. Chi scrive ha seguito il suo progressivo formarsi quale dissertazione dottorale per il XXIV ciclo del Dottorato di ricerca in Filologia antica e moderna presso l’Università di Messina. Che oggi esso veda la stampa è prova della feconda esplicazione nel triennio del Dottorato messinese di quanto appreso dalla giovane studiosa alla Scuola ‘foziana’ di Luciano Canfora nell’Università di Bari, e motivo di soddisfazione per chi, nell’Ateneo Peloritano, a Fozio si è accostato in spirito di sano e libero scambio di esperienze di studio e di ricerca.


Pinakes: Tradizione e funzione

Il pinax, inteso come indice di un’opera letteraria, sin dall’antichità è considerato strumento utile per agevolare la lettura di scritti ponderosi, per lo più di taglio tecnico o enciclopedico1. A questo importante paratesto è stata dedicata scarsa attenzione da parte degli studiosi moderni, benché nel caso di numerose opere esso risalga ad una fase molto antica della trasmissione, e talvolta sia riconducibile agli stessi autori. Il pinax, in realtà, non svolge solo un ruolo ausiliario, ma funziona come una «soglia»2, una sorta di vestibolo, che immette il lettore nel testo vero e proprio, dando indicazioni preliminari sull’articolazione dell’opera stessa. Numerosissimi sono i testi letterari antichi che sono pervenuti corredati di pinakes; tuttavia, non sempre è agevole discernere se tali indici siano d’autore ovvero redazionali, aggiunti cioè a corredo delle opere nel corso della tradizione. Nell’ambito della letteratura classica il primo autore che fa riferimento agli indici premessi ad alcuni libri della sua opera è lo storico greco Polibio (206-124 a.C.), in un passo riferibile al proemio dell’XI libro delle Storie, tramandato solo all’interno degli Excerpta de sententiis di Costantino VII Porfirogenito3: Ἴσως δέ τινες ἐπιζητοῦσι πῶς ἡμεῖς οὐ προγραφὰς ἐν ταύτῃ τῇ βίβλῳ, καθάπερ οἱ πρὸ ἡμῶν, ἀλλὰ καὶ προεκθέσεις καθ’ ἑκάστην ὀλυμπιάδα πεποιήκαμεν τῶν πράPer una panoramica dei pinakes greci e latini, intesi come lista di capitoli (in riferimento alla partizione interna) di opere letterarie, si veda principalmente Friderici 1911, Regenbogen 1950, coll. 1472-1475 e Albino 1962-1963. Mutschmann (1911) ha distinto quattro tipi di kephàlaia: 1) quelli introdotti da un pronome interrogativo (τίς, πόσα, πῶς, ποσαχῶς); 2) quelli che incominciano con ὅτι o ὡς; 3) quelli introdotti dalla locuzione περὶ + genitivo; 4) quelli costituiti da una espressione al nominativo. 2 Per questa definizione si veda Genette 1987. 3 Il passo è tràdito dal codice palinsesto Vat. Gr. 73, di cui gli estratti costantiniani costituiscono la scriptio inferior, databile alla fine del X secolo o agli inizi del secolo successivo. 1


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ξεων. Ἐγὼ δὲ κρίνω χρήσιμον μὲν εἶναι καὶ τὸ τῶν προγραφῶν γένος· καὶ γὰρ εἰς ἐπίστασιν ἄγει τοὺς ἀναγινώσκειν θέλοντας καὶ συνεκκαλεῖται καὶ παρορμᾷ πρὸς τὴν ἀνάγνωσιν τοὺς ἐντυγχάνοντας, πρὸς δὲ τούτοις πᾶν τὸ ζητούμενον ἑτοίμως ἔνεστιν εὑρεῖν διὰ τούτου· θεωρῶν δὲ διὰ πολλὰς αἰτίας καὶ τὰς τυχούσας ὀλιγωρούμενον καὶ φθειρόμενον τὸ τῶν προγραφῶν γένος, οὕτως καὶ διὰ ταῦτα πρὸς τοῦτο τὸ μέρος κατηνέχθην· τῆς γὰρ προεκθέσεως οὐ μόνον ἰσοδυναμούσης πρὸς τὴν προγραφήν, ἀλλὰ καὶ πλεῖόν τι δυναμένης, ἅμα δὲ καὶ χώραν ἐχούσης ἀσφαλεστέραν διὰ τὸ συμπεπλέχθαι τῇ πραγματείᾳ, τούτῳ μᾶλλον ἐδοκιμάσαμεν χρῆσθαι τῷ μέρει παρ’ ὅλην τὴν σύνταξιν πλὴν ἓξ4 τῶν πρώτων βυβλίων· ἐν ἐκείνοις δὲ προγραφὰς ἐποιησάμεθα διὰ τὸ μὴ λίαν ἐναρμόζειν ἐν αὐτοῖς τὸ τῶν προεκθέσεων γένος (Polibio, Storie, XI, fr. 1a = Costantino VII Porfirogenito, Excerpta de sententiis, p. 141, 5-20 Boissevain). Forse alcuni desiderano sapere come mai in questo libro non abbiamo inserito sommari, come hanno fatto i nostri predecessori, ma esposizioni preliminari dei fatti per ogni Olimpiade. Io giudico utile anche il genere dei sommari: richiama infatti l’attenzione di chi desidera leggere, invita e sollecita i lettori alla lettura e, oltre a tutto ciò, è possibile trovarvi rapidamente tutto quello che si cerca; notando però che per molte ragioni, anche casuali, il genere dei sommari è trascurato e va perduto, così anche per questo motivo sono stato spinto in questa direzione: poiché infatti l’esposizione preliminare offre possibilità uguali, o anzi qualcuna in più, rispetto al sommario, e allo stesso tempo occupa anche un luogo più sicuro, perché strettamente connesso all’opera storica, abbiamo preferito utilizzare questa parte nell’intera trattazione, salvo che nei primi sei libri: in quelli abbiamo inserito sommari, perché il genere delle esposizioni preliminari non era molto adatto ad essi5.

In questo passo Polibio istituisce un confronto fra le προγραφαί, che secondo l’interpretazione di Walbank6, che qui si accoglie, sarebbero dei La lettura ἕξ non è certa, dato che la scrittura non è più chiaramente leggibile. Tale cifra è stata accolta da Walbank (1967, p. 267; Id. 1972, pp. 20-21) con l’argomentazione che i primi 6 libri dello storico di Megalopoli furono editi con molta probabilità tutti insieme; inoltre, per il loro contenuto, male si adattavano ad essere introdotti da προεκθέσεις καθ´ἑκάστην ὀλυμπιάδα. Quanto alle προγραφαί che dovevano corredare questi libri, sempre secondo Walbank, sarebbero andate perdute nel corso della tradizione, a conferma dell’estrema vulnerabilità materiale del genere dei ‘sommari’. 5 Trad. di Manuela Mari in Musti 2002, p. 357. 6 Per l’interpretazione di προγραφαί come ‘sommari’ si veda Walbank 1967, p. 266 e Id. 1972, pp. 20-21; secondo lo studioso esse erano attaccate all’esterno del rotolo ovvero erano presenti all’interno, all’inizio del libro vero e proprio. Di diverso avviso è Pédech (1964, pp. 509-510), il quale ritiene che la προγραφή, mirando a suscitare l’attenzione del lettore, aves4


Pinakes: tradizione e funzione

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sommari assimilabili ai moderni indici7, e le προεκθέσεις, una specie di discussioni introduttive premesse alla narrazione degli eventi per Olimpiadi. Delle προγραφαί, così come delle προεκθέσεις, Polibio sottolinea l’utilità, in quanto entrambe assolvono a una duplice funzione: a) sollecitano e invitano alla lettura; b) rappresentano un valido ausilio per il lettore, che può rintracciare rapidamente ciò che cerca, senza dover leggere l’opera per intero8. Lo storico, tuttavia, quasi preannunziando la sorte dei sommari premessi ai primi sei libri della sua opera, che non si sono conservati, non nasconde l’estrema vulnerabilità delle προγραφαί, cosciente che esse nel corso della tradizione tendono ad andar perdute (ὀλιγωρούμενον καὶ φθειρόμενον τὸ τῶν προγραφῶν γένος)9. Le προεκθέσεις, invece, proprio perchè più intimamente connesse con il tessuto narrativo, occupano un posto più sicuro (χώραν ἀσφαλεστέραν), e, in quanto ritenute parte integrante dell’opera stessa, sono meno soggette a danni e perdite. Un caso emblematico di pinax, sicuramente d’autore, che la tradizione ci ha consegnato integro, è quello premesso da Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) ai libri della Naturalis Historia. L’enciclopedico lavoro pliniano presenta la seguente struttura: a) prefazione + indice generale dell’opera, che da soli costituiscono il primo libro; b) articolazione dell’opera in 36 libri + postfazione integrata nel testo, per un totale di 37 libri. La prefazione, essenziale per la definizione del progetto pliniano, è costituita da una lettera dedicatoria, composta certamente a testo ultimato, quando l’autore decise di presentare, con i dovuti omaggi, la sua elefantiaca fatica a Tito, figlio di Vespasiano, giunto al sesto consolato (77 d.C.). Al se un carattere retorico, incompatibile con lo stile ‘stenografico’, di secca registrazione, che le attribuiscono Birt (1882, p. 142) e Laqueur (1911, pp. 176-188), seguiti da Walbank. Pédech interpreta diversamente le parole di Polibio ὀλιγωρούμενον καὶ φθειρόμενον τὸ τῶν προγραφῶν γένος: egli sostiene che lo storico alluda non a una perdita materiale delle προγραφαί, o a una ‘volontaria’ omissione di questi paratesti da parte dei copisti, bensì al fatto che al suo tempo l’abitudine di far procedere le opere da προγραφαί fosse caduta in disuso; Pédech afferma, inoltre, che la προγραφή è posta generalmente in testa a ciascun libro, mentre la προέκθεσις precede solitamente la narrazione dei fatti per Olimpiade. Esempi di προγραφαί nel senso inteso da Walbank sono stati rinvenuti anche su papiro: si veda in proposito FGrHist 577F1 (= P.Oxy IV 665), probabilmente una προγραφή a una storia della Sicilia, e FGrHist 115F217 (= P.Ryl I19), un sommario al libro XLVII delle Storie Filippiche di Teopompo. 7 Cfr. LSJ, s.v. προγραφή: «table drawn up in advance». 8 Cfr. Searby 2011, pp. 28-29. 9 Secondo Laqueur (1911, p. 183) esse sarebbero andate perdute con il passaggio da rotolo a codice, ipotesi ripresa da Walbank (1967, p. 266 e Id. 1972, pp. 20-21).


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termine della lettera Plinio afferma che il futuro imperatore potrà trovare i temi che più gli interesserà approfondire senza dover leggere l’intera opera, ma ricorrendo agli indici degli argomenti trattati. Egli sostiene di aver ripreso questo metodo da un lavoro – per noi perduto – di Valerio Sorano (ca. 140-82 a.C.), di cui fornisce il titolo, Gli iniziati: Quia occupationibus tuis publico bono parcendum erat, quid singulis contineretur libris, huic epistulae subiunxi summaque cura, ne legendos eos haberes, operam dedi. Tu per hoc et aliis praestabis ne perlegant, sed, ut quisque desiderabit aliquid, id tantum quaerat et sciat quo loco inveniat. Hoc ante me fecit in litteris nostris Valerius Soranus in libris, quos Ἐποπτίδων inscripsit (Naturalis Historia, praef. 33). Poiché, in vista del bene pubblico, ho creduto di doverti usare riguardo per i tuoi impegni, ho unito a questa lettera il contenuto dei singoli libri, avendo posto ogni cura per evitarti di doverli leggere. Tu, con questo indice, renderai un servigio anche agli altri lettori: essi non dovranno infatti leggere integralmente l’opera, ma, quando avranno bisogno di una notizia, ciascuno potrà cercare solo quella e saprà dove trovarla. Questo sistema lo ha usato prima di me, tra gli autori latini, Valerio Sorano nei libri da lui intitolati Gl’iniziati10.

Con una iniziativa che non trova riscontro in altri autori antichi, il piano dell’opera, ben più ampio di quanto lasci presagire il preannunzio nella praefatio, occupa l’intero libro primo, autonomo dal corpo della trattazione11. Per ogni libro viene offerta nell’indice una tavola dettagliata degli argomenti trattati, secondo l’ordine con cui si susseguono nel testo, corredata dalla summa, ossia da cifre approssimative che permettono di quantificare il numero delle informazioni tesaurizzate e trasmesse; segue uno specifico ‘indice delle fonti’, consistente in un elenco degli autori messi a frutto in ogni libro12, divisi secondo nazionalità in romani (auctores) e stranieri (externi).

Conte 1982, p. 21. Cfr. González Marin 2006. 12 Ormai destituita di ogni fondamento è la cosiddetta lex Brunn, secondo cui l’ordine dei nomi degli autori riprodurrebbe, salvo eccezioni, quello con cui essi vengono utilizzati nel testo pliniano: «Plinium eodem ordine, quo in componendis libris usus est, auctores etiam in indices rettulisse contendo. Quod simplicissimum inventum tamen non tam simplex est, quin ampliore demonstratione egeat. Variis enim modis aut obscuratus est ordo aut perturbatus, ut interdum vix aut iam omnino non agnoscatur» (cfr. Brunn 1856, p. 1). Sul rovesciamento di questa ipotesi si veda Della Corte 1954. 10 11


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Il riferimento in chiusura della epistola prefatoria a Valerio Sorano dimostra che 1) l’usanza di corredare un’opera letteraria di indici analitici era poco diffusa nella letteratura latina; 2) tale pratica, come si deduce e silentio dalla opposizione fra mondo greco e mondo romano, evocata dalla precisazione «in litteris nostris», doveva essere attestata e ben consolidata nella letteratura in lingua greca. È parso singolare che Plinio non abbia citato come modello, accanto a Sorano, il medico Scribonio Largo13, attivo durante gli anni del principato di Claudio. Scribonio fu autore di Compositiones, una raccolta di 271 ricette contro ogni genere di patologia14, edite una ventina di anni prima della Naturalis Historia15. Nelle Compositiones si ritrova la medesima successione epistola prefatoria - pinax - testo - postfazione, già incontrata nell’opera pliniana. Scribonio, adottando lessico ed espressioni comuni anche a Plinio16, al termine dell’epistola indirizzata al liberto imperiale Caio Giulio Callisto, con la preghiera di presentare la sua opera all’imperatore, preannunzia l’index, tramandato fino a noi e considerato autentico dagli studiosi17. Anche le Noctes Atticae di Aulo Gellio, opera di erudizione in venti libri, presentano una introduzione, acefala nei manoscritti conservati, seguita da un pinax, annunciato nella praefatio: «Capita rerum quae cuique commenLa notazione si deve a Sconocchia 1987, pp. 309-310. Per l’opera scriboniana cfr. la traduzione commentata a cura di Mantovanelli 2012. 15 La dedica di Plinio al futuro imperatore Tito è datata comunemente al 69; l’epistola prefatoria di Scribonio è databile al 48. 16 Sulle coincidenze formali e verbali tra Scribonio e Plinio si veda Sconocchia 1981, pp. 55-60 e Id. 1985, pp. 196-205. Sconocchia avanza l’ipotesi che Plinio non abbia mai citato Scribonio, perché non dipendeva direttamente da lui ma da fonti comuni. Egli rigetta l’ipotesi di Münzer (1897, pp. 42 n.1, 45 n. 1), secondo il quale Plinio non citerebbe mai Scribonio perché questi sarebbe stato legato all’imperatore Claudio, verso il quale Plinio aveva un atteggiamento fortemente critico. 17 «Primum ergo ad quae vitia compositiones exquisitae et aptae sint, subiecimus et numeris notavimus, quo facilius quod quaeretur inveniatur; deinde medicamentorum, quibus compositiones consyant, nomina et pondera vitiis subiunximus» (p. 5, 25-28 Sconocchia). L’autenticità di questo indice è stata definitivamente comprovata dalla scoperta, da parte di Sconocchia (1976), del codice Toletano 98,12 (inizio XVI sec.), primo manoscritto noto che tramandi per tradizione diretta le Compositiones, fino ad allora note solo dalla editio princeps, di cui era andato perduto il codice su cui era fondata, e dalla testimonianza di Marcello Empirico (fine IV - inizio V sec.), che nella sua opera utilizza spesso alla lettera – citandolo – il testo di Scribonio. Cfr. in proposito Sconocchia 1981, pp. 55-60 e Id. 1983, p. xvii. Per un riesame complessivo delle Compositiones e sul contesto storico in cui l’opera fu concepita, si veda da ultimo Cassia 2012. 13 14


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Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio

tario insunt exposuimus hic universa ut iam statim declaretur quid quo in libro quaeri invenirique possit»18. Dopo prefazione e indice, comincia il testo del libro I. Nel preannunzio dell’indice viene ribadito, con un chiaro richiamo, anche testuale, al testo di Plinio, il concetto di invenire facilmente ciò che si desidera19. Va notato, però, che a differenza delle scarne registrazioni dell’indice pliniano, i lemmi relativi ai diversi capitoli in Gellio sono più completi e contengono l’indicazione delle fonti utilizzate (p. es.: «Verba ex oratione Metelli Numidici etc.» [I, 6]). Tuttavia i manoscritti che conservano la prefazione di Gellio non presentano più il sommario, che si recupera unicamente dai lemmi premessi ai singoli capitoli. Solo i resti del palinsesto vaticano, che Lowe (CLA I, n. 74) fa risalire al IV secolo, mostrano tracce sicure della disposizione originaria20, mentre tutti gli altri testimonî, mai anteriori al IX secolo, presentano i lemmi già dislocati. Si potrebbero citare ancora numerosi esempi di pinakes sia in ambito greco che in ambito latino; fra questi, senza alcuna pretesa di esaurire l’ampia e complessa materia, gli indici, certamente redazionali, confezionati da Porfirio (III sec. d.C.) per l’edizione delle Enneadi di Plotino (Vita Plotini 5, 62 e 26, 33), o ancora quelli premessi ai trattati che costituiscono la Συναγωγὴ τῶν Πυθαγορείων δογμάτων di Giamblico (III-IV sec.)21, quelli premessi al Laterculus di Polemio Silvio (V sec. d.C.)22, o gli indici premessi al trattato Sulle magistrature di Giovanni Lido (VI sec. d.C.), incuneati anch’essi tra prefazione e testo23.

18 «I sommari degli argomenti di ciascun capitolo li riportiamo qui tutti insieme, in modo che sia subito evidente che cosa, e in che libro, si può cercare e trovare» (trad. di Bernardi Perini 1992, p. 87). 19 Cfr. Stevenson 2004, pp. 127-130 e Vardi 2004, pp. 174-179. 20 Si tratta del codice Vat. Pal. Lat. 24, databile al IV secolo. Sotto testi biblici del VI-VII secolo si scorgono, scritte in capitale rustica, pericopi dai primi quattro libri delle Noctes Atticae. Prima del testo vero e proprio si rintraccia una breve sequenza di lemmi (17, 21 - 18, 1 - 18, 2) che dovevano occupare ancora la posizione originaria con le singole voci preposte ai capitoli. 21 Nello specifico, quello premesso al De communi mathematica scientia è citato da Siriano (In Aristotelis metaphysica commentaria, p. 101, 29 - 102, 25 Kroll). Cfr. Saffrey-Westerink 1968. Ringrazio per la segnalazione il dott. Ciro Giacomelli. 22 Cfr. in proposito Paniagua 2012. 23 Si vedano le osservazioni di Schamp 2011 e Id. 2012a, p. 5. Sugli indici del trattato di Giovanni Lido cfr. Dubuisson-Schamp 2006, pp. cxxi-cxxv.


Pinakes: tradizione e funzione

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*** In questo lavoro ci occuperemo del pinax della Biblioteca di Fozio, un indice, come si vedrà, al confine fra autorialità e lavoro redazionale, di cui i lettori antichi e moderni si sono giovati per orientrarsi nel coacervo di autori e opere schedate. L’analisi di questo paratesto, a lungo trascurato, intende essere un contributo a una migliore comprensione della genesi e della struttura della cosiddetta Biblioteca, su cui negli ultimi anni torna a concentrarsi l’interesse24. La presenza di un pinax in apertura della Biblioteca testimonia che probabilmente già Fozio aveva ben compreso l’importanza e l’utilità di inserire all’inizio dell’opera quest’utile strumento di consultazione. La stessa Biblioteca, inoltre, è un contenitore di pinakes perduti nel corso della trasmissione manoscritta, ma che il patriarca nel IX secolo trovava ancora premessi alle opere che leggeva, e di cui si avvaleva per compilare le sue schede di lettura. Di seguito si proporrà qualche esempio a titolo esemplificativo. Nel capitolo 159 è descritta una raccolta di opere di Isocrate equivalente, per consistenza, al corpus giunto sino a noi (21 discorsi e 9 lettere), ma più ricca delle sillogi tramandate dai testimonî dei due gruppi in cui è divisa la tradizione isocratea. Il resoconto che si legge in questo capitolo appare non come l’esito di una lettura approfondita da parte del patriarca, bensì come una raccolta di annotazioni prese da Fozio scorrendo il manoscritto che aveva materialmente tra le mani, e avvalendosi della guida dei titoli distintivi premessi ai singoli discorsi 25. Per quanto riguarda le epistole, invece, lo scarno elenco di titoli farebbe pensare alla riproposizione di un pinax già presente nel codice isocrateo26. Nel capitolo 167, dedicato a Stobeo, viene presentata al lettore una lunga e dettagliata esposizione relativa all’articolazione dell’opera, consistente in una mera elencazione dei titoli premessi alle diverse sezioni e in un indice degli autori escerpiti27, da cui si evince che Fozio aveva a sua disposizione Si vedano da ultimo i contributi di Ronconi 2012, 2013, 2014a e 2014b. Come si dirà più volte infra (pp. 25, 39), questo è il metodo di lavoro adottato anche dall’estensore del pinax della Biblioteca. 26 Per uno studio puntuale sulla genesi e la struttura del cap. 159 si veda Pinto 2003, pp. 73-88. 27 Secondo le conclusioni di Elter (1880), questo indice, non immune da lacune e corruttele, presenta cinque liste di nomi. La prima lista, che è anche la più corposa, è quella dei filosofi, cinici a parte; la seconda è quella dei poeti; seguono oratori e storici; sovrani e strateghi e una quinta lista riservata ai medici. In ogni elenco i nomi sono ordinati alfabeticamen24 25


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Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio

un manoscritto provvisto di una tavola dei capitoli, che costituiva una sorta di piano dell’opera. Su di un pinax è basato, con ogni probabilità, pure il resoconto dei Dictyaca di Dionigi di Egea, autore noto esclusivamente dalla notizia foziana, a cui sono dedicati i capitoli 185 e 21128, in cui la medesima materia viene presentata attraverso la riproposizione di due pinakes strutturati in maniera diversa (cfr. Henry, vol. III, p. 242).

te; inoltre, ciascun nome sarebbe stato annotato dal pinacografo in base alla prima occorrenza nel testo. Lo studioso, inoltre, sostiene che l’indice degli autori citati sia stato allestito da Fozio o da un membro del suo entourage. Per una analisi dettagliata e una rilettura dell’intero capitolo con nuovi spunti critici, si rinvia a Piccione 2002. 28 Cfr. infra, pp. 31-32.


Tavole

I. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana: Gr. 450, f. 1v


110 Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio

II. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana: Gr. 450, f. 4v


Tavole 111

III. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana: Gr. 451, f. 1r


112 Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio

IV. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana: Gr. 451, f. 3v


Tavole 113

V. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana: Gr. 450, f. 113v


114 Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio

VI. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana: Gr. 450, f. 300v


Tavole 115

VII. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana: Gr. 450, f. 300v, nota della mano A3 nel mg. sup.

VIII. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana: Gr. 450, f. 4v, particolare


116 Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio

IX. M端nchen, Bayerische Staatsbibliothek: Gr. 30, f. Hr


Tavole 117

X. Paris, Bibliothèque Nationale: Suppl. gr. 907, f. 267r


118 Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio

XI. Paris, Bibliothèque Nationale: Suppl. gr. 471, f. 915r


Tavole 119

XII. Editio princeps della Biblioteca, p. 893


120 Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio

XIII. Editio princeps, p. 898 (pinax κατὰ στοιχεῖα)


Tavole 121

XIV. Edizione latina della Biblioteca a cura di Schott (1606). Indice degli autori della Biblioteca in ordine alfabetico (p. non numerata)


122 Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio

XV. Edizione latina della Biblioteca a cura di Schott (1606). Indice degli autori ordinati per genere letterario di appartenenza (p. non numerata)


Tavole 123

XVI. Edizione latina della Biblioteca a cura di Schott (1606). Indice degli autori ordinati per genere letterario di appartenenza (p. non numerata)

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Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio, di Maria Rosaria Acquafredda  

L’edizione critica dell’«indice» della Biblioteca, contributo essenziale allo studio dell’opera foziana

Un documento inesplorato: il pinax della Biblioteca di Fozio, di Maria Rosaria Acquafredda  

L’edizione critica dell’«indice» della Biblioteca, contributo essenziale allo studio dell’opera foziana

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