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MATERIA RINNOVABILE RIVISTA INTERNAZIONALE SULLA BIOECONOMIA E L’ECONOMIA CIRCOLARE 09 | marzo-aprile 2016 pubblicazione bimestrale Edizioni Ambiente

Amory Lovins: da maiali a foche •• Joseph Beuys: la coscienza degli alberi

Dossier Paesi Bassi/Bioeconomia: Amsterdam in pole position •• Pacchetto Ue: la vera partita inizia adesso •• Meglio rifabbricato che nuovo •• Ha 6000 anni ma non li dimostra

Quando il lusso va a braccetto con la sostenibilità •• Messaggio in lattina •• Trash Islands nel mirino •• I cementifici alla battaglia del combustibile •• Nel villaggio dei materiali

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Eventi


Editoriale

Lo specchio dei rifiuti di Antonio Cianciullo

La natura ha eliminato i rifiuti perché ha trovato clienti interessati a ogni forma di scarto; il ventesimo secolo ha moltiplicato i rifiuti perché non li ha trovati. Fa un po’ male al nostro orgoglio di Homo sapiens ma la questione è tutta qui: abbiamo un ritardo di conoscenza. L’evoluzione della vita ha creato efficienza perché la misura del successo è avvenuta su tempi lunghi, oltre tre miliardi di anni di evoluzione, e sui tempi lunghi non si bara. L’evoluzione del mercato è partita misurandosi sui tempi brevi e cammin facendo la vista è peggiorata: ora si riesce a mettere a fuoco solo un periodo di pochi mesi, quello che basta per garantire le stock option a chi comanda. Sono macro temi – dalla finanziarizzazione dell’economia alle ecomafie – su cui è in corso un dibattito articolato che in questo numero di Materia Rinnovabile non è possibile affrontare. Ma il focus sul remanufacturing consente di fare il punto su uno dei principali strumenti che abbiamo a disposizione per contrastare la proliferazione incontrollata dei rifiuti. L’articolo di Guido Viale offre una panoramica sui valori in gioco e sulla necessità di creare meccanismi industriali a sostegno della riprogettazione della vita degli oggetti che ci circondano. Fabio Iraldo, Irene Bruschi e Gianni Silvestrini mettono a fuoco la convenienza del processo di recupero dei beni dal punto di vista del risparmio energetico (fino al 90%), del minor consumo di acqua, dei costi finali (dal 35 al 90% inferiori rispetto alla fabbricazione ex novo), dell’occupazione (alla fine del prossimo decennio in Europa si potrebbero guadagnare 175.000 posti di lavoro), dei prezzi (del 20-50% inferiori rispetto al prodotto non rigenerato). Ed Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, parla di “misure che genereranno benefici e opportunità di mercato per le imprese”. Specchiandoci nei rifiuti osserviamo il profilo della nostra società e possiamo scoprire come migliorarla. Non si tratta soltanto di aumentare la percentuale della raccolta differenziata e neppure quella del riciclo. Il punto essenziale è la natura articolata dell’idea di remanufacturing. Stiamo parlando di un ripensamento del sistema produttivo nel suo complesso che richiede un assieme di interventi: migliorare l’ecodesign dei beni venduti per rendere più semplice la battaglia contro lo spreco; mantenere il contenuto

informativo di alcune merci (che è maggiore della somma delle componenti); organizzare un sistema articolato di rialimentazione della catena produttiva che coinvolga l’intera società; rivedere il sistema fiscale in modo da premiare i processi virtuosi applicando l’elementare principio “chi inquina paga” e liberando risorse economiche da investire per favorire il lavoro. Tutto ciò porterebbe a vantaggi concreti: diminuzione dell’impatto ambientale della produzione anche in termini di riscaldamento climatico; aumento della sicurezza perché si garantisce l’approvvigionamento di materie che per vari motivi (dall’instabilità dei prezzi alle tensioni geopolitiche) potrebbero non essere più disponibili; crescita della consapevolezza collettiva e della coesione sociale; sinergia con i processi di sharing economy. È quello che la presidente di Legambiente Rossella Muroni definisce “rivoluzione copernicana” perché mette in crisi il rapporto monodirezionale tra produttore e consumatore e apre le porte a un processo simile a quello delineato, nel campo dell’energia, dalla generazione distribuita: un modello di sviluppo orizzontale che assicura benefici anche dal punto di vista del riequilibrio sociale. Ma per raggiungere questi obiettivi serve una cornice normativa che incoraggi il processo. E sotto questo profilo c’è da registrare una fase di appannamento della visione europea che per qualche decennio ha dato al Vecchio Continente la leadership delle politiche ambientali. Il pacchetto sull’economia circolare è stato ripresentato dalla Commissione Juncker in una versione sbiadita rispetto alla proposta della precedente Commissione. La palla passa ora al Parlamento europeo dove si annuncia battaglia. Registriamo il parere critico di Simona Bonafè, relatrice del pacchetto sull’economia circolare, che parla di mancanza di ambizione, lo stesso termine utilizzato dalla responsabile ambiente del Pd, Chiara Braga. La versione Juncker ha ridotto gli obiettivi di riciclo; ha eliminato gli obblighi anti spreco; ha diminuito il peso delle misure anti discarica; ha indebolito l’obbligo di raccolta separata della frazione organica; non ha previsto norme specifiche per l’eliminazione dai prodotti delle sostanze tossiche che impediscono il riciclo. Il dibattito all’europarlamento è l’occasione giusta per far sentire la voce degli eletti dai cittadini europei e dimostrare che l’Unione non è il notaio delle tasse ma l’anima del continente.


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M R

09|marzo-aprile 2016 Sommario

MATERIA RINNOVABILE

www.materiarinnovabile.it ISSN 2385-2240 Reg. Tribunale di Milano n. 351 del 31/10/2014 Direttore responsabile Antonio Cianciullo Direttore editoriale Marco Moro

Think Tank

RIVISTA INTERNAZIONALE SULLA BIOECONOMIA E L’ECONOMIA CIRCOLARE

Ringraziamenti Antonella Brianza, Claudio Busca, Ilaria Catastini, Federica Cingolani, Maria Luisa De Petris, Eleonora Finetto, Gennaro Galdo, Carlo Montalbetti, Anna Pellizzari, Michele Posocco, Giovanna Sicignano, Stefano Stellini Caporedattore Maria Pia Terrosi

Policy

Hanno collaborato a questo numero Leonardo Becchetti, Gianfranco Bologna, Emanuele Bompan, Mario Bonaccorso, Chiara Braga, Rudi Bressa, Irene Bruschi, Angelo Consoli, Beppe Croce, Lucrezia De Domizio Durini, Francesco Degli Innocenti, Alessandro Farruggia, Sergio Ferraris, Roberto Giovannini, Marco Gisotti, Daniele Gizzi, Fabio Iraldo, Stefania Lallai, Giorgio Lonardi, Amory Lovins, Marco Morra, Rossella Muroni, Ilaria Nardello, Federico Pedrocchi, Marco Ravasi, Matteo Reale, Roberto Rizzo, Edo Ronchi, Gino Schiona, Gianni Silvestrini, Tom van Aken, Arno van de Kant, Yvonne van der Meer, Marco Versari, Guido Viale, Silvia Zamboni

Antonio Cianciullo

5

Lo specchio dei rifiuti

a cura di Emanuele Bompan

8

Reinventare il fuoco: da maiali a foche Intervista ad Amory Lovins

a cura di Matteo Reale

12

Joseph Beuys: riconoscere l’intelligenza della natura Intervista a Lucrezia De Domizio Durini

Guido Viale

18

Gianni Silvestrini

23

Focus remanufacturing Risvegliare il gigante addormentato

Fabio Iraldo e Irene Bruschi

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Focus remanufacturing Meglio rifabbricato che nuovo

Giorgio Lonardi

33

Ma la partita inizia adesso

a cura di Alessandro Farruggia

36

“È tempo di rivoluzione copernicana” Intervista a Rossella Muroni

Mario Bonaccorso

40

Dossier Paesi Bassi Pole position per l’Olanda

Silvia Zamboni

46

Quo vadis sharing economy?

Beppe Croce

50

Ha 6000 anni ma non li dimostra

Roberto Giovannini

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Come distruggere le Trash Islands

Coordinamento di redazione Paola Cristina Fraschini Editing Paola Cristina Fraschini, Diego Tavazzi Design & Art Direction Mauro Panzeri Impaginazione Michela Lazzaroni Traduzioni Laura Coppo, Maddalena Gerini, Wendy Huning, Valentina Legnani, Franco Lombini, Roberta Marsaglia, Mario Tadiello

Focus remanufacturing Il remaking cambierà l’economia di domani


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Coordinamento generale Anna Re

Sergio Ferraris

Rudi Bressa

Sergio Ferraris

58

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Focus vino Quando il lusso va a braccetto con la sostenibilità Focus vino Un grappolo di Barbera per riparare i denti Focus vino Territorio diVino

Responsabili relazioni esterne Federico Manca, Anna Re, Matteo Reale Responsabili relazioni internazionali Federico Manca Ufficio stampa ufficio.stampa@reteambiente.it Contatti redazione@materiarinnovabile.it Edizioni Ambiente Via Natale Battaglia 10 20127 Milano, Italia t. +39 02 45487277 f. +39 02 45487333

Case Studies

Pubblicità e promozione marketing@materiarinnovabile.it

Emanuele Bompan

70

A tutta gomma

Roberto Rizzo

74

Combustibili: la battaglia dei cementifici

Roberto Giovannini

78

27 milioni di messaggi

Abbonamenti (6 numeri all’anno) Solo on-line su www.materiarinnovabile.it/moduloabbonamento Questa rivista è composta in Dejavu Pro di Ko Sliggers Prodotto e stampato in Italia presso GECA S.r.l., San Giuliano Milanese (Mi)

Rubriche

Copyright ©Edizioni Ambiente 2015 Tutti i diritti riservati

Marco Gisotti

82

In Italia il vetro fa girare 1,4 miliardi di euro

Marco Gisotti

84

Granuli di successo

a cura di Marco Moro

88

Il villaggio dei materiali Intervista a Emilio Genovesi

Gianfranco Bologna

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Capitale naturale È inestimabile ma non lo vedono

Ilaria Nardello

93

Profondo blu Le alghe preferiscono i tessuti

Federico Pedrocchi

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Pillole di innovazione Come è dolce riandar per questo mare

In copertina Il sole del 18 febbraio 2012, nell’estremo ultravioletto. Immagine realizzata da Nasa Dynamics Observatory ©NASA/SDO


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materiarinnovabile 09. 2016


Think Tank

Reinventare il fuoco: da maiali a foche Intervista ad Amory Lovins

Il capitalismo naturale può crescere ovunque. Così pensa Amory Lovins, fondatore del Rocky Mountain Institute. Lo abbiamo raggiunto in Colorado per discutere con lui dello sviluppo sostenibile a lungo termine. E del nuovo libro dedicato al Dragone Rosso. a cura di Emanuele Bompan, da Boulder

Amory Bloch Lovins è un fisico americano, scienziato ambientalista, scrittore, fondatore e presidente del Rocky Mountain Institute. È considerato una delle voci più importanti a livello mondiale in materia di energia e un brillante innovatore in progettazione integrata ed efficienza energetica nei settori dell’edilizia, industriale e dei veicoli. Nel 2009 il Time lo ha segnalato come una delle 100 persone più importanti del pianeta.

Rocky Mountain Institute, www.rmi.org

Amory B. Lovins, Reinventare il fuoco, Edizioni Ambiente 2012; www.edizioniambiente. it/libri/792/reinventare-ilfuoco/

Per raggiungere Snowmass, in Colorado, il tragitto in auto è lento e meraviglioso. Le auto viaggiano ai 30 km orari perché c’è ghiaccio sulle strade. La temperatura esterna è di -25°, e tutto appare pallido e bianco, come nella storia della Regina delle Nevi di Hans Christian Andersen. Visto il paesaggio sembrerebbe impossibile che qualcuno riesca a coltivare banane in un’elegante casa signorile in stile nordamericano. Ma l’impossibile è qualcosa che non esiste per Amory Lovins, presidente del celeberrimo Rocky Mountain Institute, istituto americano all’avanguardia per l’innovazione d’impresa. La casa, che Lovins ha soprannominato “Fattoria delle banane”, utilizza un decimo dell’energia normalmente necessaria a una tipica dimora americana di quelle dimensioni. “È solare passiva, superisolata e parzialmente interrata, costruita in parte dentro la collina vicino al lato nord della proprietà e poi protetta da una berma lungo il muro a nord per ragioni estetiche e microclimatiche”, spiega Lovins. La villa, che risale al 1984 (modificata poi nel corso degli anni) è rivelatrice dell’impegno di Amory Lovins volto a dimostrare al mondo che darsi radicalmente al green business è la via da intraprendere per salvare il pianeta, vivere meglio e guadagnare. In questa casa Amory ha scritto Reinventare il fuoco, libro che ha trasformato centinaia di aziende multimilionarie in tutta l’America, e molti sono stati i miliardari, amministratori delegati e direttori finanziari che hanno percorso queste strade per fargli visita e trovare ispirazione. Ci incontriamo nel suo ufficio ben riscaldato. Che cosa sperava di ottenere con Reinventare il fuoco? “Reinventare il fuoco è un rigoroso libro sul business basato sull’analisi di scenario, che mostra come nel 2050 l’economia americana potrebbe crescere di 2,6 volte rispetto al 2010 senza utilizzare petrolio, carbone, o energia nucleare e con un terzo del gas naturale necessario oggi, triplicando l’efficienza e quintuplicando le rinnovabili. Un’economia che costerebbe 5.000 miliardi di dollari in meno rispetto al business as usual (Bau), con emissioni

di anidride carbonica inferiori dell’82-86%. E senza bisogno di nuove invenzioni o leggi del Congresso, perché le necessarie modifiche legislative possono essere compiute a livello amministrativo o subnazionale. Volevamo dimostrare che tutto ciò può essere fatto.” Gli Stati Uniti sono sulla strada giusta? “In effetti gli Stati Uniti sono approssimativamente su quella traiettoria, e le rinnovabili si sono diffuse più rapidamente e sono diventate più economiche di quanto ci saremmo aspettati. Perciò sembra che nel libro siamo stati fin troppo cauti!” Nel libro lei parlava di molti settori dell’economia globale. Può descrivere quale settore rispetto agli altri si è sviluppato in modo più sostenibile e con più rapidità? “Sicuramente quello elettrico. Abbiamo i dati del 2015: l’eolico e il fotovoltaico da soli sono arrivati a quasi 121 gigawatt, e tutte le rinnovabili, escludendo le grandi centrali idroelettriche, hanno ottenuto 329 miliardi di dollari di investimenti globali. In termini di capacità elettrica di nuova installazione, negli ultimi anni metà del mercato mondiale è stato conquistato dalle rinnovabili. Nel 2013 i settori dell’efficienza energetica, delle rinnovabili e della cogenerazione valevano oltre 630 miliardi di dollari di investimenti. Ci sono grandi forze al lavoro.” In quale settore la transizione non è avvenuta come auspicato nel suo libro? “Per rispondere si possono utilizzare criteri diversi, ma penso che sia stato fatto un buon lavoro in ciascuno dei quattro settori analizzati, ossia trasporti, edilizia, industria ed elettricità. Il settore dell’industria è quello per il quale è più difficile generalizzare a causa della sua eterogeneità, quindi siamo stati molto cauti nelle nostre ipotesi, e comunque ne abbiamo sottostimato considerevolmente il potenziale. Nel settore dell’edilizia abbiamo sovrastimato la domanda di gas e sottostimato la cogenerazione (calcolandola solo per l’industria) e non abbiamo tenuto conto del riscaldamento solare.”

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materiarinnovabile 09. 2016 Adesso state lavorando a Reinventare il fuoco in Cina. Quali sono le maggiori sfide per il Dragone Rosso? “Molti anni fa abbiamo creato un consorzio con la National Development and Reform Commission (Ndrc, Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme), con esperti del settore energia, con la ong Energy Foundation China creata dalla Ndcr e con il China Energy Group – Lawrence Berkeley National Laboratory. Abbiamo lavorato due anni e mezzo con quasi 50 persone, cercando di capire quali sono le migliori strategie di efficienza e le fonti rinnovabili che la Cina potrebbe utilizzare vantaggiosamente entro il 2050, attraverso una strategia coerente. Intanto alla fine del 2014 i leader cinesi hanno lanciato un appello per una ‘rivoluzione’ nella produzione e nel consumo di energia, e noi abbiamo scritto il piano d’azione per quella rivoluzione. A essere sinceri avevano già pronti tre quarti di quel piano quando siamo stati contattati, quindi c’è stato un buon tempismo. I nostri risultati saranno inclusi nel tredicesimo Piano quinquennale, che sarà presentato nel marzo 2016 all’assemblea nazionale del popolo. Quello che abbiamo scoperto ha sorpreso anche noi: la Cina ha il potenziale di incrementare la propria produttività energetica di sette volte e la produttività del carbonio (Pil per unità di emissioni di anidride carbonica, ndr) di dodici volte, riducendo allo stesso tempo l’utilizzo di carbone di 4/5 e le emissioni di anidride carbonica di 2/5 rispetto ai livelli del 2010, con un’economia sette volte superiore e un risparmio di 3.700 miliardi di dollari al valore attuale. I leader cinesi hanno accolto calorosamente questi dati: è importante sottolineare come questo sia uno scenario che emerge dai dati e dai modelli cinesi e non un modello imposto dall’estero.” Quindi il nuovo libro è in arrivo? “La pubblicazione è prevista per la fine di marzo.” E dopo? “Adesso stiamo prendendo in considerazione l’India, con la sua innovativa strategia energetica. Stiamo lavorando in 65 paesi: molti luoghi offrono buone opportunità. Stiamo cercando di raggiungere alti livelli di rigore economico e tecnico e di interconnessione fra i diversi settori. Per esempio se in Cina migliora la qualità del cemento e dell’acciaio sarà possibile produrne una quantità inferiore a parità di opere realizzate. Consumando, di conseguenza, una quantità minore di energia per il loro trasporto. Inoltre limitando la quantità impiegata si risparmia anche nell’uso di acciaio e cemento occorrente per la costruzione delle stesse infrastrutture di trasporto.” Un effetto a cascata. “Questo modello ne dimostra l’importanza. Grazie alla nostra esperienza quarantennale abbiamo un approccio unico all’efficienza. Abbiamo imparato a calcolare come compiere interventi di risparmio energetico ampi e intensivi, a un costo inferiore rispetto a piccoli interventi che consentono

un risparmio limitato, ma ciò è possibile solo utilizzando la progettazione integrata. Abbiamo dimostrato quello che siamo in grado di fare attraverso la riqualificazione energetica di più di mille edifici e grazie a circa 40 miliardi di dollari di design industriale, ripensando diversi veicoli terrestri e marini. Questo edificio ne è un esempio: abbiamo compiuto un intervento radicale, ma siamo stati in grado di arrivare a risparmiare il 99% dell’energia necessaria al riscaldamento, ottimizzando l’edificio nel suo insieme, come sistema. Abbiamo anche risparmiato 11.000 dollari (questo negli anni ’80) rinunciando all’impianto di riscaldamento: abbiamo utilizzato il denaro risparmiato per realizzare un impianto di riscaldamento ad acqua che può far risparmiare un ulteriore 99% dell’energia necessaria a riscaldare l’acqua, e ridurne del 50% l’utilizzo, rientrando delle spese in 10 mesi. Ciò è stato possibile con la tecnologia che era disponibile negli anni ’80. Oggi possiamo fare ancora meglio: stiamo sperimentando nuove tecnologie per verificare quanto siano migliori. Adesso sembra che gli elettrodomestici utilizzino meno energia del vecchio sistema di monitoraggio che usavamo per misurare la loro performance energetica! E la rivoluzione è ovunque. In Olanda la Energy Strong ha scoperto come industrializzare la riqualificazione di massa delle case popolari, e adesso siamo in grado di costruire edifici a costo zero, finanziando interamente la loro costruzione attraverso il risparmio energetico.” Cosa pensa dei trasporti? Che cosa vedremo nei prossimi anni? “Nella mobilità è in corso una rivoluzione che abbiamo riassunto nella definizione ‘Transizione da maiali a foche’ (Pigs to Seals). I Pigs sono i veicoli privati con motori a combustione interna, alimentati a gasolio e costituiti principalmente di acciaio (Personal Internal-combustion-engine Gasoline Steel-dominated vehicles), mentre i Seals sono i veicoli di servizio condivisi, alimentati elettricamente, autonomi e leggeri (Shared Electrified Autonomous Lightweight Service vehicles). Questo passaggio può cambiare profondamente le infrastrutture dei trasporti: più chilometri totali percorsi per singolo veicolo, meno chilometri percorsi globalmente, con un costo estremamente ridotto rispetto all’attuale mobilità privata e con meno emissioni. Per arrivare a questo cambiamento non sono necessarie molte infrastrutture.” Il Rocky Mountain Institute sostiene la produzione decentralizzata: quali sono le sue motivazioni? “Siamo abituati a edifici collegati a poche infrastrutture centralizzate, di grandi dimensioni e il cui costo è ammortizzato in decenni di attività, connessi attraverso tubi e cavi. Ciò riguarda sei tipi di servizi: elettricità, combustibile per cucinare, acqua, fognature, gestione dei rifiuti e telecomunicazioni. Per ciascuno di questi sei servizi esiste una soluzione che non richiede né tubature né cavi. Tutto può essere fatto sul posto,

Emanuele Bompan, geografo urbano e giornalista, si occupa di giornalismo ambientale dal 2008.

Siamo in grado di costruire edifici a costo zero, finanziando interamente la loro costruzione attraverso il risparmio energetico.


Think Tank e questo costituirebbe un enorme cambiamento. Per fare le cose in modo adeguato dobbiamo chiederci: qual è la dimensione giusta, quali sono le economie di scala? La città di Adelaide stava pianificando un grande impianto di depurazione quando qualcuno si è chiesto: quale percentuale dell’intero sistema sottoposto a depurazione finirebbe nell’impianto? Solo il 10-15%, perché il rimanente finisce nel sistema di raccolta, e ciò comporta una grave diseconomia di scala. Più grande è l’impianto, più ampio è il raggio dell’area interessata e più complesso è il sistema di tubature. Quindi, considerando il costo complessivo, si è visto che quello ottimale era su scala di paese/quartiere. Questo vale per molti tipi di infrastrutture. Il gigantismo porta a grandi costi e grande vulnerabilità, è una conseguenza della mancata considerazione delle economie di scala per il sistema nel suo complesso.”

Il gigantismo porta a grandi costi e grande vulnerabilità, è una conseguenza della mancata considerazione delle economie di scala per il sistema nel suo complesso.

La transizione richiede sempre sostegno economico. Come vede questo aspetto per poter “reinventare il fuoco”? “Abbiamo bisogno di quattro tipi di innovazione: tecnologica, del design, delle policy e infine del modello imprenditoriale e finanziario. Tutto ciò è importante tanto quanto la creazione di innovazioni tecnologiche di grande impatto. Dalle obbligazioni ‘verdi’ ai nuovi strumenti finanziari, il nuovo modello di business è in rapida crescita, gli investitori si stanno allontanando dal modo tradizionale di fare le cose, e stanno sottraendo capitali all’industria dei combustibili fossili. Il compito del mercato non è solamente quello di aiutare il capitale a ottenere guadagni proporzionati al meglio ai possibili rischi, ma è anche quello di intercettare con perspicacia il sistema per rivoluzionare le cose. La velocità della trasformazione è determinata dai ribelli, e non dal modo di fare business e dai patrimoni ereditati degli operatori storici. Il flusso del capitale può cambiare facilmente direzione.” L’accordo di Parigi può cambiare le cose? “Si tratta di un segnale estremamente utile psicologicamente e politicamente. Dovremmo essere ambiziosi e mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2°C. Questa ambizione si farà più forte quando la maggior parte degli Stati si accorgerà che diventare ‘verdi’ non è costoso ma remunerativo. Le fonti rinnovabili stanno diventando più convenienti di quelle fossili.”

Paul Hawken, Amory B. Lovins, L. Hunter Lovins, Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale, Edizioni Ambiente 2011; www. edizioniambiente.it/ libri/647/capitalismonaturale/

Chiedo sempre una definizione personale di “economia circolare”. Qual è la sua? “Noi non utilizziamo mai questo termine, ma ne abbiamo introdotto il concetto in un libro del 1999, Capitalismo naturale, scritto con Paul Hawken. In quel libro il capitalismo naturale è definito un modo di gestire le attività economiche come se il valore della natura e delle persone fosse propriamente riconosciuto e non considerato un’internalizzazione di costi esterni. Siamo partiti dal presupposto di comportarci come se la natura avesse un ‘alto’ valore. Come gestiremo allora le

nostre attività economiche? Prima della Rivoluzione industriale in Inghilterra non c’erano abbastanza tessitori da produrre stoffa a sufficienza per soddisfare i bisogni della popolazione. Ma se nel 1750 qualcuno avesse detto ‘renderemo i tessitori 100 volte più produttivi’, nessuno avrebbe capito come sarebbe stato possibile farlo. Poi arrivò la rivoluzione che si diffuse in tutti i settori, e la classe media fu in grado di ottenere beni di massa a buon mercato. Il fondamento di quella rivoluzione fu la consapevolezza del fatto che la carenza di risorse umane (in questo caso i tessitori) stava limitando la possibilità di sfruttare quelle che sembravano risorse naturali illimitate. Oggi ci troviamo di fronte a una situazione di scarsità opposta: persone in abbondanza e penuria di risorse naturali, perciò dobbiamo utilizzare il suolo, l’acqua, l’energia e tutto ciò che prendiamo in prestito dal pianeta in un modo che sia 100 volte più produttivo. Quindi il primo principio è quello della produttività radicale delle risorse. Il secondo principio del capitalismo naturale consiste nel produrre come fa la natura, ossia in cerchi chiusi, senza sprechi e residui tossici. La terza trasformazione nel capitalismo naturale è un’economia delle soluzioni basata sul modello del business, che incentivi sia i clienti sia i fornitori a fare di più e meglio con meno e per un periodo di tempo più lungo: solitamente ciò assume la forma del noleggio del servizio desiderato al posto dell’acquisto. Il quarto principio consiste nel reinvestire parte del risparmio che ne deriva in ciò che soffre di carenza di capitale, come la natura.” Il capitalismo consiste proprio nell’utilizzo produttivo e nel reinvestimento del capitale. La domanda è: che cos’è il capitale? “Il capitalismo industriale considera solo il denaro e le merci e ignora (io direi liquida) i due tipi più importanti di capitale: quello umano e quello naturale. Il capitalismo naturale utilizza e reinveste in tutte e quattro le forme di capitale. Quindi si guadagna di più, si fa del bene e ci si diverte di più.” Può elencare cinque tecnologie innovative o processi di grande impatto a sua scelta? “La cosa saggia da fare è non scegliere specifiche tecnologie. La cosa intelligente da fare è scegliere la corsa su cui vuoi scommettere, non il cavallo.” Quindi quali corse? “Nell’industria punterei sui principi del capitalismo naturale, sul design biomimetico e sull’additive manufacturing. Nella mobilità scommetterei sui Seals e sui materiali ultraleggeri (se un’automobile pesa due terzi di meno le sarà sufficiente una quantità di energia – prodotta dalle costose batterie – di 3 volte inferiore). Nel settore energetico il futuro sta nelle fonti rinnovabili distribuite in modo efficiente. Nell’edilizia negli edifici a consumi zero (net-zero) e net-positive per il nuovo e nelle riqualificazioni. Chiaramente non tutti potranno avere 61 piante di banana come ho io qui a Snowmass, nelle montagne rocciose, con temperature esterne di -40°.”

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materiarinnovabile 09. 2016

JOSEPH BEUYS:

riconoscere l’intelligenza della natura Intervista a Lucrezia De Domizio Durini Per Joseph Beuys custodire la natura vuol dire custodire l’uomo. L’insegnamento – attualissimo – di un artista fuori dagli schemi nelle parole di Lucrezia De Domizio Durini. a cura di Matteo Reale

“Ancora per un certo periodo di tempo ci rimane la possibilità di venire liberamente a una decisione, la decisione di prendere un corso che sia diverso da quello che abbiamo percorso nel passato. Possiamo ancora decidere di allineare la nostra intelligenza a quella della natura.” Joseph Beuys

Lucrezia De Domizio Durini opera da oltre quarant’anni nell’ambito della cultura internazionale. Operatrice culturale, giornalista, scrittrice, curatrice, editrice, mecenate, è tra i massimi esperti di Joseph Beuys.

A distanza di trent’anni dalla sua morte, le parole di Joseph Beuys indicano come l’artista tedesco, avesse incorporato nella sua filosofia estetica un rapporto molto stretto e sistemico con la materia vivente. Beuys è considerato uno dei maggiori artisti del secondo dopoguerra: le sue opere sono presenti nei più importanti musei del mondo. Beuys nasce in Germania nel 1921; durante la Seconda guerra mondiale nel corso di una missione in Crimea il suo aereo viene abbattuto. Beuys viene miracolosamente salvato da un gruppo di nomadi tartari, che lo trovano semiassiderato, lo avvolgono nel grasso animale e nel feltro, e lo curano. Ricordando quell’episodio vent’anni dopo Beuys si presenta al pubblico, nella performance “Der Chef”, arrotolato per 8 ore in un panno di feltro nero. Già dagli anni ’50 la sua produzione artistica si distingue per l’uso dei materiali utilizzati: il legno, rugoso e non levigato, le saldature del metallo lasciate in vista. Nel 1961 è chiamato alla cattedra di scultura monumentale all’Accademia di Düsseldorf. Il suo impegno politico e sociale lo porta a fondare nel 1967 il Partito studentesco tedesco e a dare vita a un’innovativa Free International University per

In alto: Beuys firma Le Pale, Düsseldorf, 1983 Pagina accanto: Zappa, 1978. Oggetto in legno di olivo e ferro forgiato

la creatività e la ricerca interdisciplinare, insieme a Heinrich Böll, premio Nobel per la letteratura e creatore a sua volta dell’importante fondazione ecologista che porta il suo nome. Alla fine degli anni ’70, sviluppa in Italia l’azione artistica, centrale nella sua opera, denominata “Difesa della Natura”. Per ripercorrere le tappe principali di questa operazione e ricordarne l’attualità, abbiamo parlato con Lucrezia De Domizio, operatrice culturale italiana che insieme a suo marito Buby Durini (che Beuys chiamava “il fratello italiano”), ha collaborato e seguito il maestro tedesco negli ultimi quindici anni della sua vita in molti paesi del mondo. Chi era Joseph Beuys? “Joseph Beuys è la figura che meglio rappresenta con la sua vita e la sua opera l’energia centrifuga e anti-tradizionale che l’arte contemporanea ha prodotto negli ultimi decenni. Personaggio atipico rispetto le correnti artistiche – invano si è cercato di inserirlo ora nel minimalismo, ora nell’arte povera, prima tra i performers, poi tra i concettuali – Beuys è riuscito a rivestire la sua stessa persona di arte, e l’arte della sua persona. Questo significa molto di più della mai sopita idea di unità tra arte e vita. Beuys, ponendo se stesso all’interno dell’opera d’arte, intende sottolineare il potere antropologico di tutta l’arte. Il bisogno di parlare, di comunicare, di esprimersi con qualsiasi mezzo, ha trovato piena risposta nel lavoro della sua intera vita. Essere un artista significava per Beuys condurre un’esistenza


Per tutte le immagini del presente articolo ŠBuby Durini – Courtesy Archivio storico De Domizio Durini

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In alto: Ombrello, 1984. Multiplo Prima a sinistra: Studio Beuys, DĂźsseldorf, 1982 A sinistra: Olio F.I.U. (Difesa della Natura), 1984. Bottiglia

In alto: Ombrello, 1984. Scultura A sinistra: Beuys alla tenuta agraria del Barone Durini, 1976


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In alto: Aratura biologica dei terreni agrari del Barone Durini, 1975 A sinistra: Tavolo für direkte Demokratie, 1976

insieme agli altri, ricercando in un rapporto di fraterna collaborazione quella ‘elementare e profonda comprensione per ciò che avviene sulla Terra’ perché ciò che avviene nel mondo avviene anche dentro di noi. Non possiamo fare a meno di parlare gli uni con gli altri. E Beuys non può fare a meno di risorgere e di continuare a vivere.” Un momento importante dell’esperienza artistica di Beuys è il lavoro con la materia viva naturale. Che cosa rappresenta per lui? “Innanzitutto non possiamo dimenticare che la Terra è una sola. Nutre tutti gli esseri del pianeta, ed è la nostra Casa comune dove abitiamo, viviamo e moriamo. ‘Difesa della Natura’ è l’ultimo grande capolavoro di Joseph Beuys, il quarto slogan del maestro tedesco, un unicum fenomenologico nell’arte mondiale. Una colossale operazione svolta in Italia negli ultimi quindici anni della sua vita in cui ha sedimentato un ricco percorso operativo e spirituale con la mia costante collaborazione e con l’obiettivo magico di Buby Durini in un contesto nel quale il senza limite gioca un ruolo primario di indagine tra espansione di pensiero ed energia umana. In Beuys il rapporto con la natura è sempre stato un tema costante. In questa direzione va ricordata la discussione ‘Una Fondazione per la Rinascita dell’Agricoltura’, avvenuta a Pescara nel febbraio 1978. Per Beuys l’amore per la terra iniziò quando a causa di una forte depressione, dovuta alla guerra,

fu ospite di suoi amici collezionisti, i baroni Hans e Franz Joseph van der Grinten, nella fattoria di Kranenburg. Fu qui che lavorando la terra – elemento di generazione e rigenerazione per ogni essere vivente – iniziò la sua vera carriera tracciando archetipi disegni di uomini, animali e piante. Questa esperienza dei suoi primi anni di artista fu ripresa in Italia negli ultimi quindici anni della sua vita lavorando la terra nella tenuta agraria dei baroni Durini in Difesa dell’Uomo e a Salvaguardia della Natura. I disegni di Beuys realizzati a Kranenburg sono un regale progetto antropologico completato in terra italiana.” In “Difesa della Natura” Beuys mette l’accento sulla necessità di inserire l’attività dell’uomo all’interno del contesto ambientale in cui vive. La natura va custodita perché è parte integrante dell’uomo. “La ‘Difesa della Natura’ di Beuys non va intesa solo dal punto di vista ecologico, ma principalmente va letta in senso antropologico: difesa dell’uomo, dell’individuo, della creatività e dei valori umani, temi oggi attuali in tutto il pianeta Terra. Sarebbe interessante rileggere la famosa discussione ‘Difesa della Natura’ avvenuta il 13 maggio 1984 nel piccolo paese di Bolognano dove Beuys piantò la Prima Quercia italiana di fronte al suo studio ubicato nella famosa Piantagione Paradise. Nella parte finale di questa famosa discussione emerge un concetto veramente basilare: il concepire l’intelligenza della natura come

In alto: Diary of Seychelles, Tavolo Charpentier, 1980

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materiarinnovabile 09. 2016 corrispettivo che l’uomo ha il dovere di riconoscere e rispettare, corrisponde infatti all’intelligenza umana: nella natura l’uomo è uguale alla natura (vedi box, ndr). È chiaro che l’attività creativa dell’uomo, la sua capacità produttiva a ogni livello, non potrà mai prescindere dal fatto che ha nella natura un che di omologo. Mentre noi lavoriamo con/nella natura, la natura lavora con/per la nostra anima.”

In basso: Vino F.I.U. (Difesa della Natura), 1983. Scatola di cartone

Nel lavoro alle Seychelles condotto insieme a lei e a suo marito, Beuys pianta due alberi che crescono nel tempo. Che significato assume oggi questo gesto? “È in Italia che il suo concetto di utopia concreta, attraverso la triade delle Piantagioni Seychelles – Bolognano – Kassel, si realizza in ‘Utopia della Terra’. Il lavoro di Beuys alle Seychelles è l’inizio di un’era ciclonica per l’arte. L’arte si spoglia di ogni ciclo tradizionale e inizia a generare una nuova personale storiografia. L’individuale diviene humus fertile per far germogliare una specie di struttura sociale dove esiste una sedimentazione antropologica che ha la necessità di un confronto con realtà temporali della vita e dell’uomo a beneficio dell’intera umanità.”

Lei vive da anni a Parigi. Perché questa scelta? “Il 13 maggio 2011, avendo lo stato e i musei italiani rifiutato la mia collezione privata composta da 300 lavori di Beuys, ho fatto donazione con una grandiosa mostra dell’intero corpo dell’operazione ‘Difesa della Natura’ alla Kunsthaus di Zurigo (già nel 1993 avevo donato alla stessa Kunsthaus la regale scultura ‘Olivestone’). Per l’occasione Electa Mondadori ha pubblicato un importante libro: Beuys Voice, che racchiude la totalità dell’opera e del pensiero del maestro tedesco e il post Beuys. Recentemente sono stata nominata curatrice ufficiale per l’arte contemporanea internazionale della Biennale Arte & Industria 2016 di Labin, in Croazia, che si terrà dal 2 marzo al 30 settembre. Contiene un progetto futuro: la Città sotterranea della cultura. Sarà legata al rispetto dell’ambiente e coinvolgerà l’intero habitat della città di Labin, con una visione anti tradizionale, mettendo in pratica i concetti beuysiani. Ho invitato 70 artisti di tutto il mondo di diverse generazioni, nazionalità e ricerche. Il focus è Beuys. Sono certa che sarà un successo.”

A destra: Vino F.I.U. (Difesa della Natura), 1983. Scultura In basso: Beuys a Villa Durini, 1974 A sinistra: Beuys a Bolognano firma le grafiche e i poster “Difesa della Natura”, 1984


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In basso: Apri bene la bocca, 1978. Serigrafia

In alto: Beuys con Lucrezia De Domizio Durini, Studio Beuys, Düsseldorf, 1983 A sinistra: Difesa della natura, 1984. Litografia

Dall’ultima discussione “Difesa della Natura” avvenuta tra l’artista Marco Bagnoli e il maestro Beuys a Bolognano, 13 maggio 1984 IAB01 – Industrial Art Biennial, www. industrialartbiennale.eu

“Marco Bagnoli: Quindi, noi pensiamo di avere coscienza dell’albero. Anzi, forse esso è il simbolo di tale coscienza. Allora io domando a Beuys: ma questo albero è cosciente di noi? Se lo è, è lui che ci pianta, materialmente, assorbendo la nostra coscienza. Se non lo è, sarà forse quel dio morto che rinasce nella nostra coscienza? Joseph Beuys: Ti ringrazio moltissimo, Marco. Mi trovo in perfetta sintonia con le parole che tu hai detto. Facendo questo lavoro noi piantiamo gli alberi, e gli alberi piantano noi, poiché apparteniamo l’uno all’altro e dobbiamo esistere insieme. È qualcosa che accade all’interno di un processo che si muove in due direzioni diverse allo stesso momento. L’albero dunque ha coscienza di noi, così come noi abbiamo coscienza dell’albero. È dunque di enorme importanza che si tenti di creare o stimolare un interesse per questo tipo di interdipendenza. Se noi non abbiamo rispetto per l’autorità dell’albero, o per il genio, o per l’intelligenza dell’albero, troveremo che l’intelligenza dell’albero

è talmente enorme da permettergli di decidere di fare una telefonata per comunicare un messaggio sulle triste condizioni degli esseri umani. L’albero farà la sua telefonata agli animali, alle montagne, alle nuvole, e ai fiumi; deciderà di parlare con le forze geologiche, e se l’umanità fallisce, la natura avrà una vendetta terribile, una vendetta terribilissima che sarà l’espressione dell’intelligenza della natura e un tentativo di riportare gli esseri umani al lume della ragione attraverso lo strumento della violenza. Se gli uomini non possono far altro che rimanere imprigionati nella loro stupidità, se si rifiutano di dare considerazione all’intelligenza della natura, e se si rifiutano di mostrare una capacità di entrare in un rapporto di collaborazione con la natura, allora la natura farà ricorso alla violenza per costringere gli uomini a prendere un altro corso. Siamo giunti a un punto in cui dobbiamo prendere una decisione. O lo faremo, o non lo faremo. E se non lo faremo, ci troveremo a dover fronteggiare una serie di enormi catastrofi che si abbatteranno su ogni angolo del pianeta...”

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Focus remanufacturing

IL REMAKING

cambierà l’economia di domani Come è mutato negli anni il rapporto con l’usato sotto la spinta dell’innovazione, della pubblicità e della moda. Occorre recuperare la cultura del riuso dandole legittimazione etica e culturale e sviluppando infrastrutture tecnologiche adeguate. di Guido Viale

Guido Viale sociologo e saggista. Ha lavorato in diverse società di ricerca, consulenza e progettazione in ambito economico, sociale e ambientale e svolge un’intensa attività pubblicistica. Si è occupato di rifiuti per conto dell’associazione Amici della Terra, dell’Enea, del Ministero dell’Ambiente. In qualità di esperto, scrive sulle principali testate nazionali di ambiente, economia e modello di sviluppo.

La cultura dell’usato La cultura dell’usato è condivisione di ciò che abbiamo ora con chi lo ha avuto prima di noi o potrà averlo dopo di noi: nel tempo e nello spazio. E questo, sia che il passaggio di mano avvenga attraverso una o più compravendite; sia che avvenga attraverso le più diverse forme di dono o per vie ereditarie; sia che non avvenga affatto, perché siamo noi che continuiamo a usare la cosa già usata, dopo che è stata riparata. Sia infine che avvenga attraverso la condivisione vera e propria, che non è il passaggio da una mano all’altra, ma l’alternanza di molte mani sullo stesso bene. Che è forse la forma più spinta di riuso. La dicotomia elementare tra nuovo e usato ci dice che, a ragion di logica, l’usato è più ricco di senso e più “nobile” del nuovo proprio perché vecchio o antico; e che il nuovo dovrebbe intervenire solo là dove l’usato non è più in grado di sopperire ai bisogni dei viventi: o per la sua quantità insufficiente; o per una naturale consunzione,

che non fa altro che ridurne la quantità effettivamente disponibile; o perché il nuovo incorpora conoscenze che prima, al tempo in cui era nato l’oggetto usato, ancora non erano disponibili. A complicare i termini di questa dicotomia intervengono però tre meccanismi che sono la molla degli odierni mercati e, attraverso di essi, sono anche la molla dello “sviluppo” economico, o di ciò che comunque si intende con questo termine: questi meccanismi sono l’iannovazione tecnologica, la pubblicità e la moda. Si tratta di meccanismi che, nella forma e con la rilevanza che hanno assunto nel mondo contemporaneo, hanno poco più di un secolo di storia e in molti casi anche meno. Perché un tempo il ricorso a cose usate da altri, o la riparazione e il riuso, fino alla consunzione, di oggetti che noi stessi avevamo già usato erano nell’ordine delle cose. L’innovazione tecnica L’innovazione tecnica può creare nuove tipologie di prodotti, che prima non c’erano; e con questo


Policy creare nuovi e, per molti versi sacrosanti, bisogni che i prodotti vecchi e usati non sono in grado di soddisfare. Medicina, telecomunicazioni, mobilità e attività domestiche sono stati i campi privilegiati di questi processi nella vita quotidiana di oggi. Tutti gli ambiti della vita umana, compresi i più intimi, sono stati comunque investiti dalla diffusione del progresso tecnico, rendendo progressivamente inutilizzabili attrezzi, manufatti e modalità d’uso “superati” e riempiendo la nostra vita e le nostre abitazioni di prodotti e marchingegni sempre più complessi. La pubblicità Ma a imprimere velocità e frenesia a questo processo, a trascinare sempre più l’intero sistema produttivo verso i mercati di sostituzione, quelli che né colmano vecchi bisogni insoddisfatti, né soddisfano bisogni nuovi, ma creano il bisogno di sbarazzarsi del vecchio (producendo montagne di rifiuti) per accedere al nuovo (dilapidando sempre nuove risorse), è stata la pubblicità. La pubblicità è la vera grande innovazione che ha cambiato il volto dell’economia del ventesimo secolo. Oggi la pubblicità, grazie soprattutto ai progressi delle telecomunicazioni, raggiunge ogni angolo del mondo; accompagna in modo indissolubile ogni prodotto; controlla economicamente, attraverso i mass media, tutta l’informazione; si deposita in modo irreversibile nella coscienza e nell’inconscio di ciascuno di noi, plasmandone personalità, desideri e orientamenti. Un effetto della pubblicità, tanto fondamentale quanto trascurato, è quello di creare una barriera sempre più alta, e di rinnovarla ogni giorno, tra il nuovo e l’usato: un usato che diventa tale, cioè semplicemente “vecchio”, anche senza essere mai passato di mano. Lo fa accompagnando il nuovo passo per passo, a ogni suo “rinnovamento”; e sospingendo l’usato ogni volta ai margini, per fare posto al nuovo; anche quando esso è ben lungi dalla consunzione o dall’esaurimento della sua funzione. Lo fa imprimendo sull’utilizzo dell’usato le stimmate della riprovazione sociale – quella di non essere al passo con i tempi – per attribuire dignità di appartenenza al mondo immaginario che ha costruito soltanto a chi si impegna in una rincorsa sempre più affannosa del nuovo. La moda La vittima designata della moda è l’usato; che è “vecchio”, fuori moda, oggetto di irrisione e fonte di esclusione anche quando è sostanzialmente “nuovo”, cioè non consunto, poco utilizzato, perfettamente funzionale, ancora così come è uscito dalla fabbrica o è stato esposto nella vetrina di un negozio solo un anno prima.

L’ecodesign L’inversione del paradigma che contrappone il nuovo all’usato non dovrà aprire una strada del tutto differente; una strada che rappresenta uno sviluppo e un’estensione di quella definita già oggi dai principi dell’ecodesign nella produzione degli oggetti nuovi. Questi principi prescrivono che i prodotti di nuova fabbricazione vengano costruiti in modo da facilitare al massimo non solo l’utilizzo di materiali riciclati nella loro produzione e il risparmio di risorse e di energia durante la loro fabbricazione, il loro utilizzo e la loro manutenzione; non solo le operazioni di raccolta e di disassemblaggio dei prodotti dismessi e il recupero e il riciclaggio dei loro materiali e dei loro componenti; ma soprattutto le operazioni di riparazione. Se riuscirà ad affermarsi una nuova cultura dell’usato e della sua valorizzazione questi principi dovranno allora imporsi in misura anche più radicale. I prodotti dovranno essere concepiti e fabbricati sempre di più per durare; ma anche e soprattutto per potersi modificare e adattare a esigenze e orientamenti estetici e funzionali differenti. E questo, sia che permangano nella disponibilità della stessa persona che li ha acquisiti, sia che passino, come prodotti usati, da una mano all’altra per eredità, per donazione o per compravendita. Ma perché un programma del genere abbia successo occorre non solo che l’economia dell’usato trovi una vera legittimazione etica e culturale; ma anche che si sviluppi l’infrastruttura materiale e istituzionale necessaria a sostenerla: in tutte le modalità praticabili di recupero e di valorizzazione dei prodotti dismessi: dono, eredità, baratto, compravendita, raccolta e redistribuzioni a scopo benefico, collezionismo. Ma soprattutto riparazione. Manutenzione e riparazione Perché la cultura del riuso è inscindibile dalla cultura della manutenzione e della riparazione; al punto che le due cose possono essere trattate come un’unica modalità di rapportarci alle cose del mondo. Sono entrambe inscindibili da una conoscenza delle loro caratteristiche e del loro funzionamento, da un’attenzione per le loro condizioni e per il modo in cui vengono usate e trattate e, in molti casi, da un vero e proprio amore per gli oggetti. La cultura della manutenzione e le competenze tecniche e manuali per sostenerla impregnano e consentono il ricorso all’usato in tutti quei casi che rappresentano la forma più tradizionale di prolungamento o duplicazione della vita di un oggetto: cioè quando per garantirne la funzione occorre ripararlo. Naturalmente da sola non basta: che un oggetto funzioni non comporta di per sé che qualcuno sia disposto a usarlo; e soprattutto a usarlo al posto di qualcosa di

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materiarinnovabile 09. 2016 equivalente più alla moda o più pubblicizzato, che si potrebbe facilmente reperire sul mercato del “nuovo”. L’amore per gli oggetti Se la manutenzione è una condizione sine qua non, la vera molla che fa scattare l’impulso alla loro conservazione è l’amore per gli oggetti, o il fastidio prodotto dalla continua aggressione all’ambiente che l’acquisto del nuovo e lo smaltimento come rifiuto del vecchio comportano. Riparare un oggetto vuol dire conoscerlo a fondo; sapere come e perché funziona; saperci “mettere le mani dentro”; ma anche trovare o disporre delle parti che richiedono una sostituzione. Più l’oggetto è complesso, più sono numerose, ampie e specialistiche le conoscenze richieste per ripararlo. Fino a un certo punto possono bastare le competenze e le abilità di chi l’oggetto lo ha in uso o ne intende entrare in possesso. Le competenze specialistiche Da un certo punto in poi, però, l’intervento di competenze specialistiche diventa indispensabile e, in alcuni casi, anche obbligatorio per legge (si pensi alla certificazione dell’impianto elettrico o di una caldaia a gas di un appartamento). E non è detto che sia facile, conveniente, o anche solo possibile reperire le professionalità necessarie a riparare invece che sostituire integralmente un impianto o un’apparecchiatura guasta o difettosa. La presenza e il grado di diffusione nel tessuto sociale di conoscenze e abilità del genere danno la misura del peso che in un determinato assetto sociale viene riservata alla cultura materiale; cioè alla “cultura” degli oggetti della vita quotidiana: dagli ingredienti della cucina agli strumenti di lavoro, dalle strutture dell’abitare ai mezzi per garantirsi la mobilità ecc. L’uomo artigiano Anche quando viene esercitata in forme professionali, la manutenzione o la riparazione di un oggetto, di un’attrezzatura o di un impianto richiede quelle virtù di attenzione, conoscenza, intelligenza e abilità manuale che Richard Sennett attribuisce alla figura del moderno Uomo artigiano (2008): le modalità di un approccio al lavoro in cui l’autore intravede una alternativa radicale alla spersonalizzazione e allo svuotamento dell’attività lavorativa che ha caratterizzato il modo di produzione fordista, fondato sulla parcellizzazione delle mansioni lungo la catena di montaggio; e, poi, in un crescendo di deresponsabilizzazione e di estraneazione dal contenuto di quello che si fa, il regime lavorativo dell’Uomo flessibile (Sennett, 1999), proprio dell’universo cosiddetto post-fordista.

Un elettricista, un idraulico, un meccanico che ripara auto o motori, un ciclista che ripara biciclette e ciclomotori, ma anche un sarto o una sarta che ripara o adatta gli abiti, o chi gestisce una tintoria e, a maggior ragione, un restauratore di mobili o di oggetti di antiquariato, per poter lavorare devono in qualche modo “amare” gli oggetti dei loro sforzi; o comunque devono prestare loro grande attenzione e utilizzare l’intelligenza per individuare guasti e difetti, capire e progettare come farvi fronte; e poi combinare queste doti con una notevole dose di abilità manuale per intervenire sull’oggetto. Attraverso la rivalutazione dell’usato e del lavoro per prolungare la vita degli oggetti e delle attrezzature, o per restituire loro una nuova vita, la manutenzione ci introduce in un mondo che sovverte completamente le caratteristiche di quelle attività seriali, ripetitive, monotone e vuote che i precedenti stadi dello sviluppo industriale hanno elevato a paradigma del lavoro umano. Le competenze del riuso Tutti gli oggetti suscettibili di recupero devono essere puliti, spesso riparati, a volte riverniciati o lucidati; in alcuni casi cannibalizzati per estrarne dei componenti (particolarmente preziosi perché spesso permettono di aggiustare oggetti di cui non sono più in commercio né la marca, né il modello, né i pezzi di ricambio). Sono in pochi, e sempre in meno, a saper fare queste cose: basta pensare alle nostre difficoltà nel trovare chi sa ancora riparare una vecchia radio, un giradischi, un aspirapolvere, un vecchio abito in buono stato e simili. I saperi, l’esperienza e l’abilità manuale di queste persone andrebbero salvaguardati, valorizzati e recuperati, offrendo loro la possibilità di trasmetterli ad altri che li possano usare per farne un mestiere; ma anche al numero pressoché infinito di persone a cui piacerebbe saper mettere le mani sui loro apparecchi guasti, invece di doverli buttare via perché non trovano più chi glieli aggiusti; o perché non hanno a disposizione gli strumenti adatti per quel lavoro. È un problema la cui soluzione potrebbe avere un impatto enorme sulla cultura materiale di noi tutti; sul nostro rapporto con le cose di cui ci siamo circondati; sulla sopravvivenza di questi beni. E anche sul nostro portafoglio. Si tratta solo di individuare le persone, le sedi e le modalità adatte per promuovere una trasmissione diffusa di queste competenze. Il ruolo di una comunità In ogni caso, il confine tra la capacità di intervenire direttamente sugli oggetti che abbiamo in uso e la necessità di rivolgersi a personale o ditte specializzate varia non solo nel tempo, con un progressivo impoverimento della nostra autonomia personale; e neanche solo passando da un ambiente semplice, come sono ancora oggi molte società rurali, o anche


Policy da molte comunità urbane insediate in slum autocostruiti, a un ambiente urbano complesso. Varia anche a seconda del carattere, dello stile di vita e degli orientamenti di una persona. Ma varia soprattutto – e a volte in modo radicale – in base alla tipologia degli oggetti in questione. In molti casi sono proprio questi oggetti – o queste “cose”, nell’accezione più ampia del termine – una bicicletta, una moto, un’automobile, una barca, un paio di sci, una casa, che fanno sentire la loro voce al loro “padrone”; e chiedono di essere accudite come parte integrante dell’uso che se ne fa. Naturalmente non tutti sentono o prestano ascolto in egual misura a questo richiamo; e alcuni non lo ascoltano affatto. Resta il fatto che il rapporto, spesso di proprio e vero amore, che si instaura tra una persona e una cosa, o un’attrezzatura, costituisce un modello di riferimento per qualsiasi azione di promozione di una più diffusa cultura del riuso.

In alcuni casi, che potrebbero tornare a essere i più frequenti, come lo erano nelle società preindustriali e per tutta la prima fase della Rivoluzione industriale fino a pochi decenni fa, il riuso non comporta affatto un passaggio di mano dei beni, ma solo la loro manutenzione. In varie forme: dalle più elementari a quelle via via più complesse, che richiedono la riparazione invece della sostituzione del bene guasto nella sua interezza. Oppure la sostituzione di alcune delle sue parti soltanto: quelle logore od obsolete. O anche la loro riparazione, resa sempre più difficile perché ormai i pezzi di ricambio sono concepiti e fabbricati per essere sostituiti in blocco: basta pensare alle trasformazioni subite nel corso degli ultimi decenni da componenti come il cruscotto di un’automobile o la resistenza di un elettrodomestico.

Una forma di legame sociale

Tra i processi industriali e di marketing e la resilienza di una comunità, intesa come la disponibilità al suo interno di una quantità di competenze sufficienti a garantire la riparazione di tutto – o quasi – ciò che si guasta, esiste un rapporto dialettico che è sotto gli occhi di tutti. Dove quelle competenze mancano o vengono meno, il fatto che un bene durevole sia facilmente riparabile o non lo sia affatto non fa alcuna differenza. Quando si guasta bisogna sostituirlo con uno che funzioni, perché comunque non c’è a disposizione nessuno in grado di ripararlo. Ma se quelle competenze esistono, e sono sufficientemente diffuse in una comunità, il fatto di produrre e mettere in commercio beni che garantiscono di durare più a lungo e che sono facilmente riparabili può diventare un fattore competitivo decisivo: sia per il singolo sia per la comunità nel suo complesso.

In una dimensione diversa, un’attenzione generale per lo stato di salute delle attrezzature e degli oggetti che popolano la vita quotidiana può rivelarsi il legante che tiene unita una comunità o la chiave per ricostruirne la dimensione di mutuo aiuto e radicarla nelle pratiche quotidiane dei suoi membri. È a tal fine necessario che la manutenzione e la riparazione di un insieme di oggetti e attrezzature sia ripartita tra i membri di una rete solidale e che le competenze per effettuarla siano sufficientemente diffuse al suo interno. Sono tutti aspetti che, nel loro insieme, disegnano una costellazione culturale in grado di configurare una svolta radicale nella collocazione dell’uomo nel modo, e tra le cose del mondo, rispetto all’atteggiamento impostoci oggi dal lavoro seriale, alienato e parcellizzato, e dalla cultura dell’usa e getta promossa dalla pubblicità e dalla moda. Meccanismi industriali Anche da un punto di vista industriale sistemi che sostituiscono all’acquisto del prodotto e poi al suo smaltimento come rifiuto un contratto con l’impresa produttrice che si incarica non solo della sua produzione, ma anche della sua riparazione, della sua rigenerazione, della sua consegna e del suo ritiro sono sempre più in uso per molti input altamente inquinanti della produzione industriale: lubrificanti, solventi, catalizzatori ecc. Anche qui ci troviamo di fronte a soluzione industriali finalizzate alla promozione del riuso. Un esempio di rilievo per quanto riguarda la manutenzione e la riparazione dei beni complessi è quella dei componenti modulari che permettono di sostituire solo le parti logore, guaste od obsolete di un’apparecchiatura, preservando per il riuso tutto il resto.

Riparazione e concorrenza

Importanza dell’infrastruttura Uno strumento fondamentale per promuovere la cultura della riparazione e del riuso è la costruzione e la diffusione dell’infrastruttura, al tempo stesso materiale e culturale, necessaria per promuovere il recupero dei beni dismessi. Questa infrastruttura potrebbe svilupparsi, come ormai proposto da più parti, da un ampliamento e da una riorganizzazione di quelle che oggi sono le stazioni ecologiche o riciclerie. Una ricicleria ideale, che sappia svolgere questo ruolo, è composta di due grandi aree. La prima parte, di estensione maggiore, si trova subito dopo i cancelli d’ingresso; è dedicata alla selezione e al prelievo dei materiali suscettibili di riuso, ai magazzini e ai laboratori di riparazione, ai locali per le esposizioni e alla sala conferenze. La seconda parte, più arretrata e di minore estensione, è destinata al conferimento in forma differenziata dei materiali suscettibili solo di essere avviati a riciclo.

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materiarinnovabile 09. 2016 L’organizzazione interna La prima area, a sua volta, ha due corsie di accesso: da una parte scaricano i veicoli dei privati, quelli delle imprese artigiane e quelli dell’azienda di igiene urbana che raccolgono i rifiuti ingombranti. In questa corsia affluiscono anche le apparecchiature e gli oggetti estratti nelle demolizioni controllate effettuate con modalità compatibili con il recupero dei materiali: sanitari, lampade, caldaie, termosifoni, infissi, cavi elettrici e tubature, travi ecc. Nella seconda corsia scaricano invece i furgoni dell’azienda adibiti al prelievo e allo svuotamento dei cassonetti destinati alla “sesta frazione” della raccolta differenziata che ogni comune dovrebbe istituire sul territorio: quella dedicata agli oggetti durevoli; oggi, prevalentemente, solo di grande taglia , ma che potrebbe essere ampliato per includere anche quelli di piccola taglia. Lungo entrambe le corsie, a fianco del percorso di ingresso, c’è una fila di banconi per esaminare gli oggetti che vengono scaricati. Dietro i banconi, una serie di cassoni carrellati sono destinati a raccogliere in modo differenziato i diversi oggetti selezionati perché giudicati recuperabili come cose destinate al riuso. I rifiuti cosiddetti ingombranti, scaricati dagli utenti con l’aiuto degli addetti alla ricezione, vengono collocati su dei carrelli per essere esaminati; oppure vengono depositati direttamente sui banconi, a seconda delle dimensioni, del peso e delle indicazioni fornite dagli addetti alla ricezione. L’esame si svolge sia sul materiale depositato sui carrelli sia su quello scaricato sui banconi. I materiali che superano la valutazione di recuperabilità vengono sistemati nei cassoni carrellati corrispondenti alla loro tipologia, che vengono poi avviati al magazzino per esser sostituiti da nuovi cassoni vuoti. Quelli che non superano l’esame vengono rimessi sui carrelli o vi rimangono dentro, oppure vengono depositati in altri cassoni carrellati. I carrelli e i cassoni pieni dei materiali scartati vengono trainati sulla rampa della seconda parte dell’impianto dagli addetti al servizio, che li scaricano nei container scarrabili sottostanti, differenziati questa volta solo in base alla tipologia del materiale. Il materiale più pesante, come gli elettrodomestici rotti, o il materiale più delicato, come le apparecchiature elettroniche non più recuperabili vengono invece accatastati direttamente dal piano di carico nei container scarrabili dedicati. L’addestramento Da entrambi i flussi avviati al magazzino, quello degli ingombranti e quello dei piccoli oggetti, vengono prelevati dei campioni di materiale (mobili, arredi, vestiti, apparecchiature elettroniche, macchine da cucire, elettrodomestici, computer, giocattoli, gadget, biciclette ecc.), che verranno poi utilizzati come

materiale didattico nei laboratori di riparazione o di restauro. I laboratori sono gestiti dalla stessa organizzazione che si è aggiudicata il lavoro di selezione. Il resto viene diviso in piccoli lotti omogenei che vengono venduti, con un sistema di aste periodiche, a un insieme di operatori accreditati. Per accreditarsi non sono necessari particolari requisiti. Potranno essere accreditate anche associazioni di migranti, che poi distribuiranno i lotti acquisiti secondo criteri conformi ai propri regolamenti interni. Ovviamente la struttura che gestisce la selezione non partecipa all’asta. I laboratori – di falegnameria, di meccanica, di sartoria, di restauro, di elettrotecnica, di idraulica, di elettronica, di artigianato artistico e altro – sono attrezzati con una buona strumentazione e sono diretti da uno o più professionisti del ramo, dipendenti dell’organizzazione che gestisce la selezione, oppure convenzionati con essa. Non è ovviamente necessario che ogni ecocentro abbia al suo interno tutti i laboratori necessari a riportare a nuova vita gli oggetti selezionati per il riuso. Quando gli ecocentri saranno molti, e saranno in rete, ognuno potrà specializzarsi solo in alcuni campi. Saranno i responsabili dei laboratori a fare il giro degli ecocentri per svolgere attività di formazione e affiancamento degli addetti alle selezioni, mentre i materiali da riparare verranno concentrati nei laboratori meglio attrezzati. I laboratori degli ecocentri hanno una triplice finalità. Innanzitutto la formazione: vi si tengono dei corsi pratici di riparazione e restauro di beni dismessi prelevati dal flusso di quelli smistati: i corsi sono aperti a tutti, a diversi livelli di complessità tecnica, anche con lo scopo di salvare saperi e competenze che rischiano di andare perdute con la scomparsa dell’ultima generazione di artigiani che ancora ne dispone. In questa sede si mettono anche a punto programmi di educazione ambientale e di lavoro creativo con i rifiuti, da sviluppare nelle scuole del territorio. Ma quei laboratori possono svolgere anche un’attività di assistenza tecnica: si può permettere a chi fa bricolage, restauro o riparazione delle proprie cose a casa sua, di accedere al laboratorio in orari particolari per utilizzare, sotto il controllo del personale responsabile, attrezzature e macchinari complessi che non avrebbe nessun senso possedere in proprio. Così la cultura della manutenzione e della riparazione si diffonde in tutta la comunità.


Policy

Focus remanufacturing

Risvegliare

Teschio di Rodrigues Solitaires, di C. L. Griesbach, 1879. Illustrazione tratta da Memoirs on the Extinct Wingless Birds of New Zealand, Vol. II ©WikiCommons / University of Texas Libraries

il gigante addormentato

Fa risparmiare materie prime. Riduce i consumi di energia necessaria nel processo produttivo. Fa bene all’ambiente e all’occupazione. Ma soprattutto rifabbricare un oggetto costa dal 35 al 90% meno rispetto a realizzarlo ex novo. Quali i settori che si prestano di più all’attività di remanufacturing e quali gli ostacoli da superare. di Gianni Silvestrini

Gianni Silvestrini è presidente di Gbc Italia, direttore scientifico del Kyoto Club e della rivista QualEnergia, presidente di Exalto. Ha svolto attività di ricerca nel settore energetico presso il Cnr e il Politecnico Milano, dove è responsabile del Master Ridef.

1. Circular Economy. Closing the loop, Commissione europea, 2015; ec.europa. eu/priorities/sites/betapolitical/files/circulareconomy-factsheet-wastemanagement_en.pdf

Un tempo un oggetto danneggiato veniva recuperato. Si rattoppavano i vestiti, si aggiustavano pentole e attrezzi da lavoro. E il riciclaggio dei materiali a fine vita era la norma. La civiltà dell’usa e getta ha però ridotto queste attività: l’ossessione per i nuovi modelli indotta dalla pubblicità e la rapida evoluzione tecnologica hanno imposto un’accelerazione nel ricambio degli oggetti e una riduzione forzata della loro durata. La sola Europa elimina ogni anno 600 milioni di tonnellate di rifiuti che potrebbero essere riciclati o riusati.1 A quest’onda dominante si contrappone una nuova cultura che faticosamente ma con successo sta emergendo basata su un utilizzo prolungato degli oggetti, sulla loro condivisione e sul recupero dei materiali utili a fine vita. Il pacchetto sull’economia circolare presentato dall’Europa a fine 2015, pur essendo meno ambizioso rispetto alla proposta lanciata l’anno precedente dalla Commissione Barroso, indica comunque un percorso di maggiore attenzione al recupero dei materiali e sottolinea l’importanza della progettazione degli oggetti avendo in mente la loro durata, il riuso e la possibilità di rifabbricarli per riportarli a nuova vita. Quest’ultima opzione rappresenta un’area importante nell’ambito della

transizione verso un’economia circolare, ma che finora non ha ricevuto la dovuta attenzione. Perché rigenerare i prodotti usati Prendiamo il motore di un’auto giunto a fine vita. Un’analisi attenta del suo stato di conservazione consente di dire se può essere avviato a una rivitalizzazione: in questa fase alla Ford un motore usato su tre viene scartato. Si passa quindi allo smontaggio, alla completa analisi dei vari pezzi, alla sostituzione dei componenti non recuperabili e alla calibrazione finale. Dopo di che, ben imballato, il motore viene reimmesso in circolazione con caratteristiche uguali o migliori del modello originale. In alcuni casi infatti, si possono apportare modifiche che consentono al pezzo rivisitato di fornire prestazioni che non si potevano ottenere quando il motore era stato realizzato dieci-quindici anni prima. La ri-fabbricazione si è perfezionata nel tempo estendendosi ad altri comparti, dai macchinari industriali a quelli per gli uffici, dall’industria aerospaziale a quella elettronica, facendo degli Usa il principale attore del remanufacturing. Pur essendo un settore in crescita, i numeri evidenziano come in termini di fatturato questo segmento sia ancora minoritario. Secondo

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materiarinnovabile 09. 2016 Tabella 1 | Produzione di beni rigenerati, impiego, intensità di rigenerazione negli Stati Uniti, 2011

Industria aerospaziale

Apparecchiature per mezzi pesanti e off road

Ricambi per veicoli a motore

Macchinari

Prodotti IT

Dispositivi medici

Pneumatici rigenerati

Altro

Grossisti

Totale

13

7,7

6,2

5,7

2,6

1,4

1,3

4,6

=

43

Impiego – lavoratori a tempo pieno (migliaia)

35,2

20,8

30,6

26,8

15,4

4,1

4,8

30,6

10,8

179,5

Intensità di rigenerazione (%)

2,6

3,8

1,1

1,0

0,4

0,5

2,9

1,4

Produzione (miliardi di dollari)

2,0

Fonte: Remanufactured Goods: An Overview of the U.S. and Global Industries, Markets and Trade, U.S. International Trade Commission, 2012.

Tabella 2 | Riepilogo per settori delle dimensioni del mercato delle attività di rigenerazione in Europa

Industria aerospaziale

Apparecchiature Settore elettriche ed automobilistico elettroniche

Arredamento

Mezzi pesanti e off road

Macchinari

Settore navale

Dispositivi medici

Ferrovie

Totale

Fatturato (miliardi di euro)

12,4

7,4

3,1

0,3

4,1

1,0

0,1

1,0

0,3

29,8

Aziende

1.000

2.363

2.502

147

581

513

7

60

30

7.204

Impiego (migliaia)

71

43

28

4

31

6

1

7

3

192

Pezzi usati (migliaia)

5.160

27.286

87.925

2.173

7.390

1.010

83

1.005

374

132.405

Intensità (%)

11,5

1,1

1,1

0,4

2,9

0,7

0,3

2,8

1,1

1,9

Fonte: Remanufacturing Market Study, ERN, 2015.

Tabella 3 | Attività di rigenerazione nell’Unione europea (fatturato per settori e paesi chiave)

Industria aerospaziale

Apparecchiature Settore elettriche ed automobilistico elettroniche

Arredamento

Mezzi pesanti e off road

Macchinari

Settore navale

Dispositivi medici

Ferrovie

Totale

Francia

2.311

754

355

24

633

108

3

112

22

4.322

Germania

3.814

2.370

646

66

1.108

336

11

316

61

8.728

Italia

1.127

699

592

66

541

199

8

61

39

3.333

Regno Unito e Irlanda

2.698

766

190

34

509

90

6

121

49

4.463

Totale Ue (€m)

12.436

7.393

3.118

310

4.142

1.026

76

971

343

29.813

Fonte: Remanufacturing Market Study, ERN, 2015.


Policy 2. USITC (2012), Remanufactured Goods: An Overview of the United States and Global Industries, Markets, and Trade. 3. Remanufacturing Market Study, ERN, 2015. 4. Nel rapporto “Circular Economy Evidence Building Programme – Remanufacturing study”, marzo 2015, promosso dal governo scozzese, viene indicata una stima di 110.000 occupati, mentre per la Ellen McArthur Foundation gli addetti sono 150.000. Entrambe le stime sono da considerarsi conservative. 5. Citato in Mathe H. “Living Innovation”, World Scientific, 2016. 6. Vedi nota 2. 7. Secondo alcune analisi specifiche si passa infatti dall’85 all’8% del valore iniziale, Hauser B., Lund B. Remanufacturing: an American Resource, Boston University, 2012. 8. Giutini R., Gaudette K., 2003, “Remanufacturing: the next great opportunity for boosting US productivity”. Bus. Horiz; v. 46, f. 6.

un’indagine dell’United States International Trade Commission, le attività di remanufacturing negli Usa generano solo il 2% dei proventi dei pochi comparti coinvolti. Il giro di affari negli Usa è stato di 43 miliardi di dollari nel 2011 (+15% rispetto al 2009), con il coinvolgimento di 180.000 addetti.2 Per quanto riguarda l’Europa i dati più recenti indicano un fatturato di 30 miliardi di euro, con 190.000 occupati.3 Al primo posto la Germania, seguita da Regno Unito, Francia e Italia. Nel nostro paese gli occupati sono 21.000, con in testa il settore dei macchinari pesanti, seguito da quelli dell’auto, degli aerei e dei prodotti di consumo. È interessante notare come, sia negli Usa sia in Europa, l’industria aerospaziale sia al primo posto. Complessivamente si stima che il fatturato mondiale annuo della rifabbricazione sia compreso tra 100 e 200 miliardi di dollari.4 Secondo una valutazione del Fraunhofer Institute, i materiali annualmente risparmiati grazie alla rigenerazione, potrebbero riempire 155.000 carri ferroviari per una lunghezza di 1.700 km.5 Ci troviamo di fronte a un segmento produttivo che pur essendo ancora limitato potrebbe crescere notevolmente. In Europa si è stimato che il suo fatturato potrebbe più che triplicare al 2030, portandosi a 100 miliardi di euro. Alla fine del prossimo decennio gli occupati potrebbero raggiungere il mezzo milione, con un incremento netto rispetto a uno scenario convenzionale di 175.000 addetti.6 Ma per sviluppare le grandi potenzialità di questo comparto vanno rimossi gli ostacoli che ne limitano l’espansione: in varie parti del mondo si stanno definendo nuove politiche e indirizzi per garantire alla rigenerazione uno spazio applicativo ben più significativo di quello attuale. Quali sono i vantaggi I benefici derivanti dalla rifabbricazione riguardano l’ambiente, il risparmio di energia e di materie prime, e l’occupazione. Ma la principale motivazione delle imprese coinvolte è quella economica. Va infatti sottolineato come questa soluzione garantisca un valore aggiunto più elevato rispetto al semplice riciclaggio dei materiali che lo compongono. Non si perde cioè il contenuto informativo del prodotto finito, dell’attività progettuale e di quella industriale necessaria per realizzare il componente che si vuole ripristinare. I consumi di energia rispetto alla produzione ex novo sono decisamente inferiori, arrivando fino al 90%. Importanti risparmi anche sul fronte delle materie prime: un vantaggio in grado anche di evitare gli impatti della volatilità dei prezzi che mettono in difficoltà i cicli della raccolta differenziata. Un risultato significativo quando si tratta di materiali rari come indio, tungsteno, gallio, cobalto, cromo.7

Ma, alla fine, è il vantaggio economico a determinarne il successo. Il costo degli interventi risulta infatti dal 35 al 90% inferiore rispetto alla fabbricazione ex novo. In questo modo è possibile vendere i prodotti rigenerati con sconti del 20-50%.8 Dal punto di vista delle aziende impegnate in questa attività vi sono diversi vantaggi collaterali legati alla fidelizzazione dei clienti e alla espansione del proprio raggio d’azione nella fornitura di servizi. Per l’Europa, poi, i vantaggi possono essere particolarmente rilevanti, considerato che questa pratica consente di ridurre le importazioni e di attivare nuova occupazione. Dove è applicabile I prodotti che si prestano maggiormente alla rifabbricazione sono quelli che hanno una vita lunga, costano di più, sono facilmente disassemblabili e non sono soggetti a una rapida evoluzione tecnologica o a un cambiamento del look. Dunque: locomotive, aerei, macchine per il movimento di terra, automobili, apparecchiature sanitarie, macchine da ufficio. Anche la ricostruzione dei copertoni, che consente nel caso dei camion di risparmiare il 60% della gomma originaria, può essere inclusa in questa categoria. Le stesse ristrutturazioni edilizie spinte, in particolare quelle che passano attraverso un processo di industrializzazione, potrebbero essere incluse nell’ambito della rigenerazione. Un settore che si presta particolarmente agli interventi di rifabbricazione è quello delle aziende che danno in leasing i loro prodotti. General Electric e Rolls Royce, per esempio, non vendono i loro costosissimi propulsori per aerei (20-30 milioni di dollari l’uno) ma fanno pagare il loro uso secondo la formula “Power by the Hour”. All’estremo opposto vi sono i beni di consumo a vita breve per i quali gli interventi di rigenerazione spesso non convengono. Un aspetto da considerare con attenzione è, infatti, quello della rapidissima evoluzione tecnologica di alcuni prodotti. Come conciliare i miglioramenti continui che caratterizzano comparti come quelli dell’informatica, i cui marchi infondono l’ansia della novità in molti utenti, con le esigenze di un’economia circolare? Nel comparto di portatili e dei telefonini caratterizzati per l’appunto dalla rapida evoluzione e da tassi di ricambio elevati, vengono previsti diversi livelli di intervento: dalla rigenerazione, all’impiego di singoli componenti di valore, al recupero dei materiali pregiati. Gli attori della rifabbricazione Ma quali sono i soggetti attivi nell’attività del remanufacturing? Innanzitutto le case madri le cui attività si inseriscono nell’ambito della prospettiva di espansione del fatturato e di fidelizzazione dei clienti. Questo vale soprattutto nel settore aerospaziale e in quello dei macchinari pesanti per il movimento terra. La Caterpillar, leader mondiale nella rifabbricazione,

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materiarinnovabile 09. 2016 Schema delle attività connesse a un processo di rigenerazione

FORNITURA DEGLI INPUT

PRODUZIONE

DISTRIBUZIONE

UTILIZZO

ELIMINAZIONE

DISASSEMBLAGGIO

COLLAUDO

RIASSEMBLAGGIO

Fonte: Usitc (2012) Remanufactured Goods: An Overview of the United States and Global Industries, Markets and Trade.

9. www.ellenmacarthur foundation.org/case_ studies/caterpillar 10. www.psi-repair.com/ repair-services/windturbine-parts-repair 11. www.duxes.cn/ eNewsletter/RIF12/en/ articles_2/ 12. www.therecycler.com/ posts/remanufacturingset-to-benefit-hugelyfrom-3d-printing/ 13. Gray C., “Remanufacturing and product design”, The Centre for Sustainable Design University College for the Creative Arts, Farnham, UK.

FABBRICAZIONE

PULIZIA/ ISPEZIONE

NUOVI COMPONENTI

ha avviato queste attività dal 1973 ripristinando macchinari per le miniere e per le costruzioni stradali, motori, locomotive. Gli interventi si concentrano sulla percentuale più pregiata (10%) della componentistica: motori, pompe, compressori. Nove stabilimenti sparsi in tutto il mondo impiegano 3.600 addetti specializzati nella rigenerazione di prodotti che vengono orgogliosamente commercializzati con il motto “Buoni come nuovi, forti come non mai”. Grazie ai risparmi energetici del 90% rispetto alla costruzione di nuovi motori e al minor uso dei materiali, i prodotti rivisitati vengono venduti con uno sconto del 40%.9 Ci sono poi le aziende autonome, ma collegate direttamente alle case produttrici, e il vasto mondo di piccole realtà indipendenti. Ingegneria inversa e stampa 3D Quando la rigenerazione viene condotta da aziende indipendenti, la difficoltà o l’impossibilità di accedere ai manuali di progettazione rappresenta un ostacolo. È in questi casi che spesso si ricorre all’ingegneria inversa. Grazie a un’analisi dettagliata del funzionamento del dispositivo, infatti, è possibile ricostruire gli algoritmi e le formule che consentono di realizzare un nuovo dispositivo analogo all’originale. Anzi, grazie all’evoluzione tecnologica intervenuta nel frattempo, a volte si possono anche ottenere prestazioni migliori, in particolare nel caso di strumenti elettronici ed elettromeccanici soggetti a una rapida obsolescenza. La statunitense Psi si è specializzata in questo ambito, riportando, per esempio, a nuova vita componenti di grandi aerogeneratori come i sistemi di controllo dell’inclinazione delle pale.10 Un altro ausilio alla rigenerazione viene dalla stampa digitale. Dovendo ricostruire singoli

SMISTAMENTO/COLLAUDO

PEZZI USATI DA RIGENERARE

SMALTIMENTO

componenti a volte non più reperibili, risulta infatti meno costosa una loro riproduzione attraverso una tecnica additiva con una stampante 3D.11 Una scelta, questa, già applicata nei voli spaziali e che verrà utilizzata nelle navi per potere intervenire a bordo senza avere bisogno di grandi scorte.12 Gli ostacoli da rimuovere La rigenerazione si può considerare un “gigante addormentato”. I motivi per i quali le potenzialità di questa pratica sono state solamente sfiorate sono diversi, a iniziare da una serie di ostacoli e barriere che andranno progressivamente rimossi. Uno degli aspetti più delicati riguarda la raccolta dei prodotti su cui intervenire. La reverse logistic rappresenta infatti un passaggio critico per la difficoltà di predire tempistiche, quantità e qualità dei manufatti usati. Al contrario della logistica classica, nel caso del recupero di prodotti danneggiati si tratta di organizzare il loro trasferimento da una molteplicità di utilizzatori verso gli stabilimenti di rigenerazione. Una seconda criticità riguarda l’attenzione alla progettazione. Nella maggior parte dei casi, infatti, non si considerano gli aspetti che faciliterebbero il disassemblaggio e la possibile rifabbricazione di componenti. Anzi, a volte le case madri progettano i loro prodotti proprio per evitare che altri concorrenti posano inserirsi, magari proprio nella rigenerazione. Va comunque detto che sta crescendo un’attenzione mirata all’incorporazione in fase di progettazione delle scelte che facilitino una rigenerazione successiva.13 Infine, più in generale, la sua diffusione si scontra con barriere alla circolazione, visto che diversi paesi impediscono l’importazione di prodotti rigenerati. Tutte queste difficoltà spiegano come, pur essendo una pratica radicata da decenni, la rifabbricazione


Policy Valore del prodotto conservato, rispetto a un prodotto nuovo PRODOTTO NUOVO

PRODOTTO RIGENERATO

PRODOTTO RICICLATO

85%

15%

45%

12%

40%

30%

10%

25%

8%

Fonte di valore nel prodotto: Materiale

8%

8%

Fonte: Hauser B., Lund B., Remanufacturing: an American Resource, Boston University, 2012.

Manodopera Energia Impianto/macchinari

SMART PHONE

TABLET

LAPTOP

0%

Un anno di vita in più 10%

20%

30%

40%

50%

Alcune normative già favoriscono gli interventi di ricostruzione e altri sono previsti in relazione alla crescente attenzione verso l’economia circolare. Negli Usa, a fine 2015 è stata approvata una legge che prevede che tutte le agenzie federali debbano privilegiare l’uso di veicoli contenenti parti rifabbricate se questa scelta comporta dei risparmi economici. Rilanciare la rigenerazione

Allungare la durata dei dispositivi riduce le emissioni

Percentuale di riduzione di CO2

svolga ancora un ruolo ancora marginale. Per fare un salto di qualità occorrono però regole chiare nell’indirizzare la progettazione in modo che garantisca una durata prolungata dei prodotti e faciliti gli interventi di rifabbricazione. O, ancora, che preveda per gli acquisti pubblici una corsia preferenziale per i prodotti che intrinsecamente facilitano interventi di riprogettazione. Si potrebbe anche pensare a una etichetta Ecolabel “circolare”, che premi i prodotti che garantiscano elevate prestazioni in termini di riciclabilità, durata di vita e predisposizione alla rigenerazione.

Massimo allungamento economicamente conveniente della durata del prodotto

Fonte: A circular economy for smart devices, Green Alliance, 2015.

Ci sono importanti sollecitazioni che consentono di immaginare un salto di qualità per tutta la filiera della rigenerazione. In particolare saranno i due potenti drivers che condizioneranno le economie dei prossimi decenni – la decarbonizzazione e la circolarità – a favorire una valorizzazione del remanufacturing. Per di più, il progressivo spostamento del modello economico verso la fornitura di servizi piuttosto che la semplice vendita di prodotti, rappresenta un forte stimolo verso le attività di rigenerazione. La riflessione sul suo ruolo non può quindi che collocarsi nella più ampia rivisitazione dell’attuale modello produttivo e di consumo. Partendo dal ripensamento della progettazione, che deve essere sempre più impostata in modo da garantire una lunga durata ai prodotti, anche attraverso la facilitazione del processo di ricostruzione dei loro componenti più pregiati. Più in generale, anche a livello culturale si nota una crescente attenzione verso una modifica del paradigma dominante. Significativa al riguardo la norma francese (legge sulla transizione energetica del luglio 2015) che sanziona i casi di prodotti per i quali sia evidente una strategia di obsolescenza programmata. Un’ulteriore spinta che faciliterà l’espansione del segmento della rigenerazione viene dall’innovazione tecnologica. La rivoluzione digitale, che si esprime, per esempio, con l’adozione di tecniche di ingegneria inversa e della stampa 3D, allarga notevolmente le potenzialità di intervento. Infine va considerato il ruolo che l’economia circolare e, nello specifico la rigenerazione, potrà svolgere nell’attuale fase di debolezza economica dell’Europa. Una seria politica di supporto alla rifabbricazione rientra tra le misure anticicliche in grado di aumentare l’occupazione e ridurre le importazioni energetiche, di materie prime e di prodotti finiti.

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materiarinnovabile 09. 2016

Focus remanufacturing

Meglio rifabbricato che NUOVO di Fabio Iraldo e Irene Bruschi

Il remanufacturing, il sistema di produzione basato sulla seconda vita dei materiali, può dare grandi vantaggi: recuperare una quota degli 82 miliardi di tonnellate di materie prime che verranno immesse nell’economia globale entro il 2020, risparmiare energia e acqua, far scendere i prezzi. ll costo di produzione degli smartphone potrebbe ridursi del 50%.

Fabio Iraldo, professore associato presso la Scuola Sant’Anna di Pisa (Istituto di Management) e direttore di ricerca presso lo Iefe dell’Università Bocconi. Dal 2014 coordina l’Osservatorio sulla Green Economy dello stesso ateneo.

“Take-make-dispose”: queste le parole chiave che descrivono il sistema industriale degli ultimi 150 anni. Basato, cioè, su un modello lineare di produzione e consumo nel quale i beni sono prodotti a partire da materie prime estratte ex novo, venduti e utilizzati. E infine eliminati come rifiuti. Nell’analizzare l’attuale fase di sviluppo, e soprattutto in prospettiva di medio termine, emergono alcuni fattori in grado di mettere in crisi il modello lineare dominante. La richiesta e l’utilizzo di materie prime vergini nei processi produttivi rimane in costante e significativa crescita. Si stima per esempio che, entro il 2020, ulteriori 82 miliardi di tonnellate di materie prime verranno immesse nell’economia globale. Tradizionalmente le risorse sono state ritenute abbondanti e disponibili in quantità quasi illimitate, certezza dovuta anche ai costi delle materie prime e delle risorse naturali rimasti relativamente bassi e, soprattutto, stabili nel tempo, e che ha favorito l’affermarsi del modello. Tuttavia, in meno

Irene Bruschi, ricercatrice presso lo Iefe e teaching assistant presso l’Università Bocconi, svolge attività di ricerca su environmental management, green supply chain management e circular economy. Dal 2014 fa parte del team di ricerca dell’Osservatorio sulla Green Economy dell’Università Bocconi.

di un decennio i prezzi dei beni considerati commodities (incluse alcune risorse naturali) hanno subìto un incremento pari quasi al 150%. A ciò va aggiunto che entro il 2030 ulteriori tre miliardi circa di nuovi consumatori spingeranno la domanda di beni e servizi a livelli mai registrati. Mantenere il modello di sfruttamento lineare delle risorse, secondo una logica business as usual, significherebbe confrontarsi con una sempre maggiore volatilità dei prezzi e una probabile inflazione dei beni commodity fondamentali, e in particolare, delle materie prime e delle risorse naturali, anche se negli ultimi due anni i costi di alcune di esse (per esempio quelle petrolifere) hanno segnato una evoluzione in contro-tendenza rispetto al passato, proprio grazie all’innovazione nelle tecniche di estrazione (si pensi appunto alla tecnologia shale). Recentemente si è avviata una fase di transizione, caratterizzata da un ripensamento dei modelli di business, al fine di ridurre la dipendenza di crescita e profitti da quelle


Policy

risorse che sempre più diventano scarse. Nuovi modelli di business hanno iniziato a esplorare innovative modalità di recupero e riutilizzo dei prodotti a fine vita o di loro componenti, in una logica improntata a valorizzare la circolarità dell’economia. Secondo le direttrici recentemente delineate dalla Commissione europea nel cosiddetto “Circular Economy Package”, una delle strategie principali per attuare la cosiddetta “economia circolare” è il remanufacturing. Quanto il prodotto usato, o la componente, subisca un processo di trasformazione o riconversione varia a seconda del settore e della filiera, ma il risultato è comunque un prodotto nuovo riconvertito, conforme agli standard tecnici e di sicurezza, le cui performance sono almeno equivalenti – o anche migliori – rispetto a quelle garantite nell’utilizzo iniziale. Il remanufacturing, quindi, rappresenta non solo un nuovo paradigma di produzione, ma anche un nuovo modello di business basato sulla “seconda vita” dei materiali, che potenzialmente può rendere la produzione dei beni più vantaggiosa sia in termini economici, sia ambientali. La pratica del remanufacturing implica il disassemblaggio del prodotto usato e il ripristino mediante componenti al fine di mantenere le specifiche del design originario: per il consumatore il prodotto derivante deve poter essere considerato pari a un nuovo prodotto. Un caso esemplificativo è quello di Xerox, che già negli anni ’90 inserì, tra i suoi processi,

il ritiro di prodotti a fine vita direttamente dal cliente finale, creando un programma di rigenerazione e riutilizzo delle componenti. Questo programma, partito con l’obiettivo di azzerare i rifiuti, si è basato su una nuova concezione del modello di business, a partire dal design dei prodotti e dal rapporto con il cliente finale. Il design permette l’impiego di un numero ristretto di componenti a elevata durabilità e possibilità di riutilizzo. I prodotti sono poi concessi in leasing e non venduti, al fine di permettere il ritiro diretto dei macchinari dopo 5 anni o più di utilizzo. A fine vita/leasing del prodotto, le singole componenti risultano facilmente ed efficientemente riutilizzabili in quanto codificate con specifiche istruzioni. Questa strategia di remanufacturing ha permesso di generare nuovi prodotti riutilizzando tra il 70 e il 90% (in peso) di componenti, evitando degradazioni di qualità o performance e il conferimento in discarica di 46.000 tonnellate di rifiuti solo nel 2010. Nel remanufacturing il valore aggiunto originario delle materie prime, utilizzate nella prima versione del prodotto, viene rigenerato. All’interno della gerarchia dei rifiuti, esso si pone tra le opzioni preferibili, in quanto incentiva il riutilizzo di componenti e di prodotti con la minima – o alcuna– aggiunta di nuove materie prime (figura 1). Il remanufacturing vige attualmente soprattutto in alcune categorie di prodotti, tra cui

Figura 1 | Il remanufacturing nella gerarchia dei rifiuti

COM(2015) 614 final, L’anello mancante. Piano d’azione dell’Unione europea per l’economia circolare; tinyurl.com/zg253fz

PREVENZIONE

REMANUFACTURING MINIMIZZAZIONE

RIUTILIZZO

RICICLO

Op pre zione fer ibil meno e

Con la comunicazione 614 del 2 dicembre 2015, la Commissione europea ha ufficializzato la volontà di conferire nuova dignità alle materie prime seconde, impegnandosi a emanare nuove misure mirate a superare l’incertezza in materia, mediante: •• lo sviluppo di nuovi standard di alta qualità, a livello europeo; •• il chiarimento della qualifica a end-of-waste, che contempli miglioramenti e armonizzazioni delle disposizioni in materia.

O pre pzion fer ibil e e

Nuova dignità alla nuova vita

RECUPERO ENERGETICO CONFERIMENTO A DISCARICA

Fonte: rielaborazione degli autori. Triple Win: The Economic, Social and Environmental Case for Remanufacturing (2014).

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componenti di automobili, motori elettrici, pneumatici, computer, macchinari industriali, dispositivi elettrici ed elettronici, toner, cartucce per stampante, fotocopiatrici. Il settore automotive è quello con l’esperienza ormai più consolidata ed è oggi il più rappresentativo, contando da solo per due terzi del totale dei prodotti sottoposti a rigenerazione. Il remanufacturing si caratterizza per tre fattori principali: innanzitutto la vita utile dei prodotti rifabbricati ha un’estensione maggiore grazie ai processi di manutenzione, rigenerazione, riparazione e upgrading. In secondo luogo, questi prodotti possono essere facilmente disassemblati al fine sia di sostituire o ripristinare le componenti secondo necessità, sia di salvaguardare la riciclabilità e la riutilizzabilità dei materiali. Infine, il valore aggiunto, in termini di manifattura, energia e materiali, può essere completamente recuperato. Da alcuni studi del Massachusetts Institute of Technology (Mit) emerge che circa l’85% in media dell’energia e dei materiali impiegati per la prima produzione vengono mantenuti a seguito del processo di remanufacturing. Il processo di ripristino dovrebbe perciò implicare una minor produzione di rifiuti e un minor utilizzo di materiali ed energia, e incorporare gli avanzamenti tecnologici che permettono la rigenerazione, nei tempi adeguati, tale da ristabilire la funzionalità in maniera efficiente. E non solo: lo stesso scarto inviato a riciclo potrebbe beneficiare di sempre minori livelli di contaminazione, causa principale della degradazione del livello di qualità dei materiali. Il remanufacturing si potrebbe dunque ragionevolmente identificare come soluzione vincente a livello economico, sociale e ambientale. Molti sono gli esempi utilizzati per valorizzarne i benefici: per citarne uno, il costo di produzione degli smartphone potrebbe ridursi del 50% se i telefoni fossero più facilmente disassemblabili, migliorasse il reverse cycle e si offrissero incentivi ai consumatori per rendere i telefoni invece che scartarli e destinarli a rifiuti. È stato stimato che riutilizzo e remanufacturing possano contribuire alla riduzione di circa 7 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, pari a 800 milioni di tonnellate da qui al 2050. Senza contare che mantenere in circolo i materiali potrebbe prevenire il loro precoce conferimento in discarica o incenerimento, processi che oggi sono all’origine di imponenti volumi di emissioni di gas serra. In linea teorica, il remanufacturing ridurrebbe in maniera significativa anche la domanda di risorse idriche, chiudendo il circolo sui flussi

Figura 2 | Le barriere e le sfide connesse al remanufacturing

DEFINIZIONE LEGALE

PERCEZIONE DEL CONSUMATORE E DINAMICHE DI MERCATO

SUPPLY CHAIN BARRIERE INFORMATIVE E STANDARD DI ACQUISTO

PREZZO

MANCANZA DI INFRASTRUTTURE BARRIERE LEGALI E QUADRO NORMATIVO

DESIGN

SCARSITÀ DI CONOSCENZE ADEGUATE

Le stime Il remanufacturing conterebbe per il 14,5% del Pil della zona Ue27. Il valore economico del remanufacturing è stato stimato pari a circa 30 miliardi di euro per l’area europea con riferimento ai nuovi settori più rilevanti. Remanufacturing 14,5%

PIL UE27

Fonte: elaborazione degli autori.


Policy

di materiali e riducendo gli input energetici, creando anche in questo caso condizioni di efficienza economica attraverso la riduzione dei costi di produzione. È stato dimostrato, per esempio, che i risparmi in termini ambientali legati a una scrivania da ufficio, ottenuta dalla rigenerazione delle diverse componenti, possono essere considerevoli: 90% in meno di input energetici necessari al ciclo di fabbricazione e una impronta idrica inferiore del 35% – equivalente al risparmio di 0,19 m3 di risorse idriche per scrivania.

I risparmi in termini ambientali legati a una scrivania da ufficio, ottenuta dalla rigenerazione delle diverse componenti, possono essere considerevoli: 90% in meno di input energetici necessari al ciclo di fabbricazione e una impronta idrica inferiore del 35%.

Tuttavia l’impatto ambientale del remanufacturing andrebbe valutato complessivamente, considerando tutte le fasi che il prodotto rigenerato attraversa nella sua intera vita utile. Sarebbe infatti più appropriato, piuttosto che enfatizzare specifici vantaggi ambientali che di volta in volta appaiono più chiari in ragione delle notevoli opportunità di risparmio di materie e di risorse sopra evidenziate, realizzare uno studio approfondito basato su metodologie consolidate e fondate scientificamente, che consentano di ottenere un quadro esaustivo e completo delle prestazioni ambientali del prodotto a 360 gradi. La Commissione europea ne ha recentemente sperimentata una, dalle notevoli potenzialità. Si tratta della Product Environmental Footprint (Pef), metodologia che regolamenta il calcolo, la valutazione, la convalida di parte terza e la comunicazione a tutti gli stakeholder dell’impronta ambientale dei prodotti e dei servizi. L’approccio seguito dalla Commissione si basa su un principio largamente condiviso e già attuato in molte esperienze aziendali e di policy: l’impatto di un prodotto va misurato considerando i diversi problemi ambientali su cui esso può incidere lungo tutto il suo ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime e delle risorse naturali che vengono impiegate nella fase produttiva (o al reimpiego di materie prime seconde e componenti rigenerati, come nel caso del remanufacturing), fino al termine della vita utile del prodotto, quando esso deve essere smaltito oppure trova una nuova funzione nel recupero come materia secondaria in un’altra filiera o, per l’appunto, può trovare opportunità di essere riutilizzato o rigenerato. Il risultato di questa metodologia è una rosa di indicatori relativi alle principali categorie di impatto ambientale (emissioni di gas serra, efficienza nell’uso delle risorse, impronta idrica ecc.) che consentono un confronto più completo e solido scientificamente. Infatti, nel modello proposto dalla metodologia Pef, il concetto di ciclo di vita considera tutti i flussi di risorse e gli effluenti nell’ambiente associati a un prodotto, dal punto di vista della catena di approvvigionamento e delle fasi a valle, a partire dall’acquisizione delle materie prime

alla trasformazione, alla distribuzione, all’utilizzo e ai processi di fine vita, nonché tutti gli impatti ambientali, gli effetti sulla salute, i rischi legati alle risorse e gli oneri per la società associati pertinenti. Questo approccio è essenziale per valutare i possibili trade-off tra vari tipi di impatti ambientali legati a specifiche decisioni politiche e gestionali e contribuire a evitare un trasferimento involontario dei carichi ambientali (cosiddetti cross-media effects). Nel caso del remanufacturing, l’adozione di un approccio di questo tipo consente di confrontare i pro e i contro di alcune scelte strategiche. Applicando un’analisi dell’impronta ambientale di un prodotto che deriva da un processo e da una filiera interamente rivolta al remanufacturing si potrebbero chiarire punti sensibili sotto il profilo della valutazione dell’impatto ambientale, soprattutto in un’ottica comparativa rispetto ai prodotti tradizionali. Per esempio: •• Qual è l’impatto del sistema di intercettazione, raccolta e invio ai processi di rigenerazione dei prodotti considerati “maturi” per poter divenire (interamente o in alcune loro componenti) un input per un nuovo processo di produzione? In molti casi, soprattutto per prodotti non complessi tecnologicamente, le fasi di trasporto per la movimentazione degli approvvigionamenti o per la fase di distribuzione, rappresentano le fonti dei principali impatti ambientali. Distanze significative da colmare tra i punti di raccolta e i siti in cui sono allestiti i processi di remanufacturing potrebbero rappresentare un elemento ostativo dal punto di vista ambientale, in grado di far pendere il piatto della bilancia a favore di processi tradizionali che si approvvigionano di materie prima vergini ma provenienti da filiere corte o da contesti locali. •• Quali sono gli impatti ambientali delle fasi di rigenerazione? Per poter utilizzare una componente di un prodotto (o un prodotto tal quale) a partire da una versione precedente, considerata esausta, sono spesso necessarie lavorazioni non banali sotto il profilo operativo e tecnologico. Non si tratta soltanto di pulitura o disinfezione: di frequente queste fasi richiedono l’utilizzo di ausiliari chimici, di processi di rilavorazione fisica o di trattamenti termici che hanno un rilevante impatto ambientale. •• Quali modificazioni e integrazioni di nuove componenti sono necessarie per garantire la piena funzionalità del prodotto rigenerato? Di ogni componente aggiuntiva va valutato l’impatto ambientale non solo dei materiali, ma del loro intero ciclo di vita, a partire dall’estrazione delle materie prime e delle risorse naturali. In molti casi queste componenti possono spostare l’equilibrio nel computo dell’impatto ambientale complessivo del prodotto rigenerato, comparativamente a quello tradizionale.

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materiarinnovabile 09. 2016 I potenziali benefici Per il consumatore •• Prodotti a prezzi inferiori, con performance e standard invariati/ migliori. •• Maggiori possibilità e opzioni in caso di riparazione. Per l’azienda •• Minori costi operativi. •• Lavoratori più qualificati. •• Nuove possibilità di mercato.

Una sfida fondamentale riguarda poi il superamento di percezioni errate da parte dei consumatori finali, che spesso ritengono i prodotti rigenerati di scarsa qualità.

•• Quali sono le prestazioni nella fase di uso del prodotto derivante da remanufacturing? Quando si incrementa la durabilità di un prodotto, allungando la sua vita utile o, per l’appunto, riprocessandolo per poterlo utilizzare in una nuova vita, occorre considerare che gli impatti ambientali della fase di uso potrebbero essere superiori rispetto a un prodotto analogo, ma costruito con processi tradizionali. Ciò accade soprattutto per i prodotti ad alta intensità energetica o, più in generale, per quelli che concentrano i loro principali impatti ambientali nella fase di uso. In un recente studio della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, è emerso che per alcuni prodotti come forni o frigoriferi, allungare eccessivamente la vita utile implica un notevole peggioramento in termini di efficienza energetica, al punto tale da annullare i benefici ambientali della durata, quindi del mancato smaltimento del prodotto e della mancata necessità di produrne uno nuovo. Le analisi Lca applicate a casi di remanufacturing sono a oggi ancora molto circoscritte: ciò limita fortemente la possibilità di effettuare valutazioni concrete e affidabili, anche a causa della scarsità di dati disponibili e omogenei relativamente ai processi-chiave di questo approccio, quali raccolta, rigenerazione ecc. Ma a dispetto dei notevoli vantaggi potenzialmente associati al remanufacturing, questa pratica non è ancora diffusa. Un ultimo aspetto da considerare, quindi, riguarda le molte barriere all’implementazione (figura 2). Innanzitutto va considerato che il remanufacturing non ha ancora una chiara definizione legale: spesso viene ancora associato erroneamente e in modo semplicistico al riciclo, alla riparazione, al disassemblaggio di per sé, o al ripristino di un prodotto usato. Inoltre, tale pratica si basa soprattutto su una buona gestione della supply chain, in particolare della logistica relativa ai prodotti “esausti”, affinché essi possano essere reintrodotti in un nuovo processo produttivo. Tuttavia non sempre ciò accade, soprattutto a causa della natura complessa dei prodotti, ai costi elevati degli

sprechi e all’incertezza delle condizioni dei prodotti stessi a fine vita. Uno degli ostacoli principali risiede indubbiamente nel prezzo dei prodotti “rigenerati”, che potrebbero non risultare competitivi sul mercato se realizzati grazie all’impiego significativo di lavori altamente qualificati e dunque onerosi sotto questo profilo. Il costo evitato dovrebbe invece essere sufficiente a compensare i costi addizionali che potrebbero emergere durante il processo. Esistono poi importanti barriere di tipo legale e connesse al quadro normativo, non ancora del tutto definito in materia. Si pensi alle incertezze legate alla definizione di “rifiuto”, e alle connessa mancanza di chiarezza relativa alle materie prime seconde e alle non chiare implicazioni della legislazione sui rifiuti applicata allo stesso remanufacturing. O anche al divieto, presente in certi casi, di utilizzo di componenti sottoposte al processo, nella produzione di alcuni beni, e alle restrizioni ancora vigenti in materia di design. Ciò si ricollega alle barriere specificamente legate al design, che si traducono soprattutto nelle difficoltà a realizzare prodotti disassemblabili, a sostituire singole componenti e a effettuare i relativi test. Del resto è anche chiaro che il re-design è un’attività che richiede spesso investimenti cospicui, non sempre alla portata di tutte le imprese, e questo crea un significativo gap in termini di opportunità. Una sfida fondamentale riguarda poi il superamento di percezioni errate da parte dei consumatori finali, che spesso ritengono i prodotti rigenerati di scarsa qualità. Ciò accade in particolare in quei settori a elevatissimo tasso di miglioramento tecnologico o molto legati alle tendenze e al gusto estetico, come la moda. Un’ulteriore barriera è causata dall’attuale mancanza di infrastrutture adeguate e di una connessione tra i mercati nazionali: paesi storicamente indipendenti generano una molteplicità di produttori operanti spesso unicamente all’interno dei propri confini nazionali. Vale la pena citare l’affermazione di LaserXchange, azienda operante nell’indotto delle stampanti: “Brother è molto forte in Francia, Olivetti si trova ovunque in Italia ma virtualmente non esiste in Gran Bretagna, per cui la tipologia e il numero di cartucce riciclate varia tra un paese e un altro. Questo limita decisamente anche i riciclatori, la maggior parte dei quali non commercia prodotti al di fuori del proprio stato di appartenenza”. Infine, un rilevante ostacolo riguarda la mancanza di capacità, conoscenze e know-how adeguati: il remanufacturing richiede attività altamente qualificate, e approcci di problem solving e ingegneristici molto avanzati. In assenza di tali caratteristiche le chance di applicare il remanufacturing si abbassano drasticamente.


Policy

Ma la partita

inizia adesso

di Giorgio Lonardi

Poco ambizioso, rinunciatario, carente per alcuni. Efficace e adeguato per altri. Così le reazioni e i commenti di politici e stakeholder italiani al pacchetto Ue sull’economia circolare.

Giorgio Lonardi, giornalista di economia e finanza.

La partita sull’economia circolare deve essere ancora giocata. E il Parlamento europeo farà sentire la sua voce sulle misure presentate dalla Commissione Ue lo scorso dicembre in sostituzione di quelle del luglio 2014. Lo sostiene con forza l’europarlamentare del gruppo socialista Simona Bonafè, membro della Commissione per l’ambiente del Parlamento europeo e relatrice del pacchetto sull’economia circolare che verrà esaminato a Strasburgo. Dice: “Abbiamo già fatto sapere alla Commissione che siamo assolutamente contrari al fatto di aver abbassato, rispetto alla prima proposta, i target di riciclo”. Poi aggiunge: “A mio parere questo progetto non è sufficientemente ambizioso sul piano

della prevenzione. Sulla riduzione dei rifiuti a monte, infatti, è previsto troppo poco. Si tratta di azioni generiche e non vincolanti che rappresentano un punto di debolezza”. Quanto ai tempi di quello che si annuncia come un confronto serrato sia con la Commissione sia con il Consiglio europeo, Simona Bonafè ha spiegato che depositerà la sua proposta il 21 aprile “poi ci saranno la presentazione degli emendamenti e la discussione in Commissione ambiente”. Lo scopo: consentire al Parlamento europeo di arrivare al confronto con la Commissione a novembre quando dovrebbero essere pronte anche le proposte del Consiglio europeo. Sul fronte interno, quello della politica italiana, Bonafè incassa l’appoggio di Chiara Braga,

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materiarinnovabile 09. 2016 responsabile ambiente del Partito Democratico: “Siamo tutti impegnati – dichiara – a supportare nel modo migliore il compito della relatrice del pacchetto sull’economia circolare. Giudichiamo la proposta dalla Commissione poco ambiziosa. E non ci riferiamo solo ai target del riciclo. Ma anche alla necessità di seguire tutta la vita dei prodotti dalla progettazione ecofriendly, alla responsabilità estesa del produttore al riuso o al riciclo. Solo così si può parlare a ragione di economia circolare. Per il nostro paese si tratta di un’occasione da non perdere”. La richiesta di rafforzare il Green Public Procurement imponendo alle amministrazioni pubbliche di privilegiare l’acquisto di prodotti da riciclo.

Se lasciamo il mondo della politica puntando la lente su quello degli stakeholder osserviamo un panorama molto variegato. Per vederci chiaro il ministero dell’Ambiente ha affidato alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile presieduta da Edo Ronchi (a sua volta già ministro per l’Ambiente tra 1996 e 2000) il compito di coordinare un tavolo di consultazione con gli stakeholder stessi. La partecipazione è stata massiccia: 29 organizzazioni dell’industria, dell’artigianato, dei consorzi di raccolta e del trattamento dei rifiuti hanno fatto le loro osservazioni. “Abbiamo rilevato nei confronti del pacchetto sull’economia circolare – dice Ronchi – un atteggiamento positivo, superiore alle nostre aspettative. E la convinzione che queste misure genereranno dei benefici e delle opportunità di mercato per le imprese”. Ronchi osserva inoltre che il pacchetto presentato dalla Commissione nel 2014 è praticamente sconosciuto agli stakeholder che, quindi, hanno concentrato la loro attenzione solo sul testo licenziato nel dicembre del 2015. Quanto alle richieste di chiarimento o di modifica si concentrano su poche aree. Come quella di precisare meglio i codici Cer (Catalogo europeo rifiuti) per l’identificazione dei rifiuti urbani. O di chiarire caso per caso le normative che governano le materie prime seconde senza imbrigliarle in un sistema burocratico onnicomprensivo e farraginoso. Riguardo alla responsabilità estesa del produttore gli stakeholder chiedono una spiegazione relativa alla concorrenza, tema particolarmente sentito in Italia. In sostanza si vuole capire se i consorzi di raccolta dei rifiuti manterranno o meno il monopolio nelle loro aree di intervento. Infine da sottolineare la richiesta di rafforzare il Green Public Procurement imponendo alle amministrazioni pubbliche di privilegiare l’acquisto di prodotti da riciclo.

Tuttavia fra gli stakeholder non mancano voci molto critiche nei confronti del lavoro della Commissione. Per rendersene conto basta ascoltare Marco Versari, presidente di Assobioplastiche, l’Associazione italiana delle bioplastiche e dei materiali biodegradabili e compostabili: “Mi sarei aspettato – afferma – che nel pacchetto fossero indicati degli obiettivi temporali precisi per la raccolta differenziata e in particolare per quella della frazione organica. La cosa più grave è che la Commissione arriva a dire che la stessa raccolta differenziata va effettuata ove economicamente e tecnicamente sostenibile”. Secondo Versari non c’è dubbio che una formulazione di questo tipo rischia di tagliare le gambe allo sviluppo dell’economia circolare. Spiega: “Chiunque potrà trovare dei pretesti tecnici o economici per boicottare la raccolta differenziata”. Poi aggiunge: “Senza contare che la proposta non ha reso obbligatorio la raccolta dell’umido e non ha fissato alcuna data al riguardo”. “Dov’è – si chiede Versari – la scommessa sul frazionamento organico? Senza il frazionamento organico molte sfide del nostro paese legate all’economia circolare rischiano di restare sulla carta. Non si può sviluppare un settore industriale in mancanza di regole e paletti chiari. Nel documento della Commissione trovo tanta burocrazia e molto formalismo. Ma come, mentre alla Cop21 di Parigi il mondo intero punta sulla differenziata Bruxelles frena?”. Non potendo trovare un elemento positivo all’interno del documento europeo presentato in tutta questa vicenda il presidente di Assobioplastica si vede costretto a farsi scudo della legislazione nazionale. Dice: “Per fortuna che il collegato ambientale alla legge di stabilità 2016 prevede una serie di norme che sostengono la raccolta differenziata”. Se Versari è molto severo sul pacchetto del 2015, sferzante appare Angelo Consoli, direttore dell’ufficio europeo di Jeremy Rifkin nonché cofondatore dell’“Alleanza per l’economia circolare” e punto di riferimento di numerose organizzazioni non governative. Dice: “La Commissione non ci ha ascoltato e non ha fatto un buon lavoro”. E disegna un approccio che punta al coinvolgimento delle comunità locali, all’utilizzo delle stampanti 3D e alla valorizzazione della filiera corta. Racconta: “Avevamo raccomandato alla Commissione


Policy tre punti che a nostro avviso sono le precondizioni per fare un buon lavoro. A cominciare dalla necessità di superare l’idea di una ‘cabina di regia unica’ per coordinare gli interventi a livello nazionale sostituendola con una governance centrata sulle comunità locali e prevedendo la figura dell’assessore all’economia circolare come punto di riferimento tecnico e politico. Non si può sbagliare: gli interventi di riciclo e riuso per essere efficaci devono svolgersi sul territorio”. Il secondo caposaldo della proposta Consoli, strettamente legato al primo, gioca la carta della filiera corta: raccolta differenziata, compostaggio, riciclaggio debbono avvenire a livello locale puntando sul chilometro zero per ridurre le emissioni di CO2. “Occorre favorire la crescita di un’economia distribuita: basta con i mega impianti, sì ai piccoli stabilimenti non inquinanti che creano occupazione e mantengono il rapporto con il territorio”. In realtà il modello disegnato da Consoli va ancora oltre e prevede incentivi per lo sviluppo di una fitta rete di stampanti 3D in grado di utilizzare il ferro, la plastica, l’alluminio e gli altri materiali raccolti a livello locale. Un disegno, va precisato, che assegna un ruolo importante allo sviluppo della bioeconomia. Ma con un vincolo preciso: “Vogliamo puntare, per esempio, sull’estrazione dell’acido polilattico dal mais? Bene, ma questa operazione deve svolgersi sul territorio, in un piccolo impianto e con una governance locale”. L’approccio alla Rifkin promosso da Consoli è strettamente collegato all’idea di una “decarbonizzazione” del Vecchio Continente. E il modello di economia distribuita s’intreccia all’utilizzo delle energie rinnovabili in tutte le fasi della trasformazione. Spiega: “Senza il ricorso all’energia del sole e a quella del vento l’economia circolare rischia di rimanere monca, un’incompiuta che l’Europa e gli europei non si meritano”. Di tenore completamente diverso il punto di vista di Confindustria che in una dichiarazione rilasciata a Materia Rinnovabile considera positivamente “l’azione promossa dalla Commissione europea per sostenere la transizione verso un modello economico di tipo circolare attraverso la definizione di un nuovo quadro strategico e regolamentare”. E la giudica come “una straordinaria opportunità di crescita nel rispetto dell’ambiente non solo per l’industria

ma per l’intero sistema paese”. Gli imprenditori italiani non hanno dubbi: Bruxelles si è mossa bene. E le strategie delineate nel dicembre del 2015 appaiono congruenti con il dna del sistema industriale del paese. “La valorizzazione di residui produttivi attraverso il loro reimpiego – sostiene l’organizzazione – rappresenta una caratteristica innata del nostro sistema produttivo”. In questo quadro gli industriali hanno buon gioco nel rivendicare le caratteristiche distintive del tessuto produttivo nazionale: “Eurostat certifica che le imprese italiane, con 337 chilogrammi di materia prima ogni milione di euro prodotto, non solo fanno molto meglio della media Ue (497 kg), ma si piazzano seconde tra quelle delle grandi economie comunitarie dopo le britanniche. Un primato che per Confindustria si estende anche al “fine vita” dei prodotti: “A fronte di un avvio a recupero industriale di oltre 163 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili su scala europea, in Italia sono stati recuperati 25 milioni di tonnellate: il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi europei”. Insomma, gli imprenditori sono convinti di aver fatto i compiti a casa e sostengono che una proposta meno costosa in termini di investimenti come quella formulata dalla Commissione nel 2015 sia la più adeguata per un’industria nazionale con il fiato corto e che fatica ad agganciare la ripresa: “Riteniamo che il pacchetto di proposte licenziato dalla Commissione Ue a dicembre di quest’anno in materia di rifiuti, rappresenti, complessivamente, un tentativo di qualificare ulteriormente il quadro di riferimento normativo, anche in relazione con il pacchetto di proposte precedentemente presentato dalla Commissione Ue a luglio 2014 e ritirato dal nuovo esecutivo”. L’impressione è che Confindustria tema che la gestione del pacchetto possa provocare un aumento dei costi. Una preoccupazione che traspare da una parte dall’apprezzamento di una serie di misure proposte dalla Commissione nel dicembre del 2015: armonizzazione del quadro regolatorio, unificazione del metodo di calcolo degli obiettivi, “introduzione di condizioni minime operative per l’applicazione della responsabilità estesa del produttore”. E dall’altra dalla richiesta di “monitorare attentamente tutte queste iniziative durante il processo di approvazione definitiva per correggere alcune criticità che le caratterizzano”.

Occorre favorire la crescita di un’economia distribuita: basta con i mega impianti, sì ai piccoli stabilimenti non inquinanti che creano occupazione e mantengono il rapporto con il territorio.

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“È tempo di

RIVOLUZIONE COPERNICANA” Intervista a Rossella Muroni Molte sono ancora le resistenze all’economia circolare. Non solo in Italia, a causa di alcune lobby radicate nel passato, ma anche in Europa, dove con la nuova direttiva sembra si voglia giocare al ribasso. L’opinione senza giri di parole di Rossella Muroni.

Alessandro Farruggia, giornalista, si occupa prevalentemente di ambiente ed esteri. Dalla fine degli anni ’80 segue le principali conferenze internazionali sulle tematiche ambientali. Per i suoi reportage dall’Antartide ha vinto il premio Saint Vincent di giornalismo.

La chiama “una rivoluzione copernicana”. E l’economia circolare certamente lo è. Perché, per dirla con Franco Battiato, cambia le prospettive al mondo. E pone al centro la sostenibilità. Rossella Muroni, presidente di Legambiente, spiega perché è giunta l’ora di entrare in questo mondo parallelo per curarci dai nostri vizi. E non risparmia stoccate. A Confindustria. Al governo. Agli europarlamentari italiani. Cosa è l’economia circolare e come può cambiare le nostre vite? “L’economia circolare mette al centro della produzione e dei consumi il concetto

Sfera armillare, Enciclopedia Britannica, 1771. ©Wikicommons

a cura di Alessandro Farruggia


Policy Rossella Muroni, sociologa esperta nei temi della sostenibilità ambientale, è volontaria in Legambiente dal 1996 e dal 2003 fa parte della segreteria nazionale. Prima direttrice generale, dal 2015 ne è presidente.

forza lavoro. Noi abbiamo calcolato che il ciclo differenziato dei rifiuti e il riutilizzo della materia prima seconda ha creato in questi anni 150.000 nuovi posti di lavoro. L’economia circolare è una proposta sociale ambientale ma anche e soprattutto economica che ha piena dignità, anche sociale. È un modello parallelo e alternativo che offre opportunità ai lavoratori.” Nel nostro paese, però, è quasi sconosciuta. Diciamocelo francamente: l’Italia è un paese per l’economia circolare? “Direi di sì. C’è un chiaro ritardo rispetto a paesi come la Germania. Ma è un ritardo soprattutto culturale che – ci tengo a sottolineare – riguarda più la politica dei cittadini. Gli italiani sono pronti a cambiare il loro stile di vita e sono una platea ideale dove sperimentare nuovi modelli di produzione, distribuzione, riutilizzo. Ma la politica non coglie la sfida.” di riduzione e di riutilizzo. È una esemplificazione dei principi delle quattro R e riguarda la vita di tutti noi perché può davvero darci una possibilità concreta di uscire dalla crisi climatica, energetica, ambientale ed entrare in una dimensione di sostenibilità.”

Gli italiani sono pronti a cambiare il loro stile di vita e sono una platea ideale dove sperimentare nuovi modelli di produzione, distribuzione, riutilizzo. Ma la politica non coglie la sfida.

I vantaggi ambientali sono evidenti. Ma con l’economia circolare ci sono anche vantaggi sociali? “Non c’è dubbio. Sono intrinsecamente legati al concetto di multiprotagonismo. Con l’economia circolare non c’è più una singola azienda che produce un bene e lo propone al mercato ma una molteplicità di attori, pubblici e privati – anche no profit – che vengono coinvolti nel processo produttivo. L’economia circolare non a caso dialoga molto con l’economia civile. È una rivoluzione copernicana, un rapporto multidirezionale, che mette in crisi uno degli assiomi del mercato: il rapporto monodirezionale tra produttore e consumatore.” L’economia circolare paga anche in termini occupazionali? O il minor e miglior consumo significa anche meno lavoro? “Non si tratta di ridurre il consumo, ma di spostarlo e qualificarlo. E l’economia circolare non comporta più o meno inevitabili tagli occupazionali: semmai ha bisogno di nuova

Cosa dovrebbe fare (e non fa) la politica per favorire l’economia circolare e più in generale per le politiche ambientali? Negli ultimi tempi sembra, semmai, si siano fatti passi indietro, per esempio sulle rinnovabili. “Le rinnovabili sono state pesantemente penalizzate e oggi sono sostanzialmente in ginocchio in Italia. Le ultime norme hanno favorito solo le biomasse di lunga filiera, proprio quello che ogni buon cittadino dovrebbe non augurarsi. E poi il governo Renzi sta cincischiando sui combustibili fossili: ha creduto nelle trivellazioni e siamo dovuti arrivare a fare una pressione fortissima, con una rivolta di molte regioni costiere, per far sì che il governo facesse marcia indietro. E pure questo non eviterà un referendum. C’è molto da fare. Serve una legge sullo stop al consumo di suolo e soprattutto un buon recepimento, in senso migliorativo, della direttiva europea sul consumo circolare. E poi favorire la creazione di start-up, anche con leggi regionali.” Siamo tornati agli anni nei quali l’ambiente non era una priorità? “È peggio perché a parole ti dicono che lo è, sbandierando ai quattro venti la firma degli accordi di Parigi, ma poi nella pratica c’è una notevole distanza tra quanto enunciato

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materiarinnovabile 09. 2016 e quanto praticato. Ciò detto, il 2015 si è chiuso con due buone notizie, l’approvazione della legislazione sugli ecoreati e l’approvazione del collegato ambientale. Ripartiamo da qui. Ma c’è molto, molto altro da fare...” Chi sono i nemici dell’economia circolare? “Chi ha una vecchia concezione del processo economico. Sono gli stessi che si sono opposti allo sviluppo delle rinnovabili, coloro che ancora vedono nei modelli di produzione del Novecento una prospettiva plausibile per il futuro.” Per esempio? Facciamo qualche nome. “Per esempio Confindustria, che rimane un punto di arretramento culturale e direi anche imprenditoriale per il nostro paese. Purtroppo in questo paese c’è una classe imprenditoriale che è in buona parte assolutamente impreparata alle nuove sfide.” Durissima. “Direi realista. Probabilmente c’è anche lì un problema di ricambio generazionale…”

Chiediamo al Parlamento di avere coraggio. Di andare oltre. Dovremmo per esempio essere orgogliosi dell’esperienza dei consorzi per la raccolta differenziata e sollecitare maggiormente questo mondo.

Veniamo alla direttiva europea. Nella sua prima versione ha suscitato vasti consensi tra gli ambientalisti, meno nella seconda. Voi siete stati molto critici: quali sono i punti dove c’è stato un arretramento? “Sicuramente tutta la partita degli obiettivi sul riciclo dei rifiuti urbani. Ci preoccupa molto questo stiracchiamento delle percentuali. Si è passati da un 70% al 2030 a un 65% e per di più alcuni paesi possono chiedere una proroga di 5 anni. È tutto un gioco al ribasso che è stato promosso dalle lobby ma che è stato poi accolto dalla politica. L’operazione mostra che per molti gli obiettivi ambientali sono visti ancora come un freno e non una spinta alla crescita. Come ulteriore nota di amarezza in questa vicenda, come in quella degli standard di emissione delle auto, si vede tutta la debolezza della classe politica che rappresenta l’Italia in Europa. Andrebbe posto il tema dell’impreparazione degli europarlamentari italiani...” Ma questa è un’altra storia... “Certo. Tornando alla direttiva vediamo che è stato ridotto l’obiettivo per gli imballaggi, passando dall’80 al 75%. Anche qui, qual è il messaggio? Lo stesso. Che l’ambiente è un freno. Grave anche che sia stato reso volontario e non obbligatorio l’obiettivo della raccolta della frazione organica. Passo indietro poi sull’obiettivo relativo all’efficienza dell’uso delle risorse. Buono, invece, che si sia introdotta la prevenzione dell’obsolescenza programmata degli elettrodomestici. Complessivamente sì, ci sono dei passi avanti e un fondamentale inquadramento complessivo a livello europeo, ma c’è anche spazio per una difesa ostinata dello status quo. Non si comprende appieno che l’economia circolare è un progetto di sviluppo,

anche se di sviluppo diverso. E questo è un peccato.” La direttiva europea non deve essere però presa a scatola chiusa. In sede di conversione può fare uno scatto in avanti. Cosa chiede Legambiente? “Chiediamo al Parlamento di avere coraggio. Di andare oltre. Dovremmo per esempio essere orgogliosi dell’esperienza dei consorzi per la raccolta differenziata e sollecitare maggiormente questo mondo. Perché su carta, cartone, plastica siamo stati troppo spesso e troppo a lungo fermi al concetto di imballaggio mentre la platea dei materiali e degli oggetti raccoglibili in maniera differenziata va allargato se si vuole ridurre la frazione di indifferenziato. Serve poi una filiera della trasparenza, facilitando il consumatore e premiando chi differenzia meglio.” Invece ogni città ha un sistema di raccolta differenziata diverso. Una scelta incomprensibile... “Andrei oltre. Direi un po’ demenziale. Perché se le regole sono diverse in ogni città si impedisce che nell’etichettatura si dica chiaramente dove va un certo materiale. E anche perché si ignora il fatto che i cittadini si muovono, soprattutto in estate, e quindi in certe località la raccolta, almeno a livello stagionale, viene spesso compromessa da cittadini che, in buona fede, fanno errori su errori abbassando la qualità della raccolta.” Cosa vorreste che ci fosse e non c’è nella direttiva europea? “Per esempio la cancellazione totale delle discariche. E poi delle indicazioni sulla filiera del trasporto dei rifiuti, che va blindata sul fronte della legalità.” Cosa può fare il mondo dei consorzi a sostegno dell’economia circolare? “Dovrebbe fare squadra, rendendo la raccolta più semplice e più coordinata. E poi premere di più sul decisore politico, e continuare a fare quello che già molti di loro fanno in maniera ottima: coinvolgere i cittadini, con un ruolo proattivo di formazione e informazione.” E l’industria? “Ci dovrebbe credere. L’utilizzo di materiali riciclati, o di pratiche innovative, potrebbe essere in molti casi una opportunità da cogliere e non un modo per darsi una mano di verde e continuare con le vecchie pratiche nel grosso della produzione. E poi dovrebbe fare più ricerca: più ricerca significa avere più innovazione e quindi aprire nuovi campi di mercato. Perché noi, a differenza della parte più vecchia dell’imprenditoria italiana, siamo per l’innovazione nella sostenibilità e da sempre siamo convinti che le ricette ambientali siano paganti anche economicamente.”


Policy

Dossier

PAESI BASSI

Con l’internazionalizzazione nel sangue e un sistema logistico di prima qualità il paese considera lo sviluppo della bioeconomia un settore di importanza strategica per il proprio futuro. Biotech e agroalimentare le eccellenze: quest’ultimo nel 2014 ha rappresentato un valore aggiunto di 42 miliardi di euro.

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materiarinnovabile 09. 2016

Dossier Paesi Bassi

Pole position

PER L’OLANDA Il governo punta a una produzione energetica rinnovabile del 16% nel 2023, a una posizione leader a livello mondiale entro il 2025 nel campo delle biotecnologie e a una forte spinta nel settore agroalimentare.

di Mario Bonaccorso

Mario Bonaccorso è giornalista, fondatore del blog Il Bioeconomista. Lavora per Assobiotec, l’Associazione italiana per lo sviluppo delle biotecnologie.

BioEconomy Utrecht 2016, www.bioeconomy utrecht2016.eu

Bioplastic Feedstock Alliance, bioplasticfeed stockalliance.org

Università e centri di ricerca d’eccellenza, grandi imprese e start-up innovative, cluster, impianti pilota, un sistema logistico di primissima qualità, l’agricoltura e la chimica come settori trainanti dell’economia. Non potrebbero esserci condizioni migliori per sviluppare la bioeconomia. E queste condizioni sono tutte presenti nei Paesi Bassi, presidente di turno dell’Unione europea che si prepara a ospitare la Quarta Conferenza europea degli stakeholder della bioeconomia dal 12 al 13 aprile a Utrecht. Tra Amsterdam e Rotterdam la bioeconomia è un concetto ben radicato. Si fonda su due elementi: una strategia a medio-lungo termine, “Hoofdlijnennotitie Biobased Economy” (2012), che pone il settore al centro delle politiche d’innovazione e di crescita sostenibile nazionali. Ma anche partnership pubblico-private che riuniscono – con il supporto governativo – imprese, organizzazioni non profit e centri di ricerca (Manifest Bio-based economy nel 2011, Innovation Contract for the Bio-based economy nel 2012). Considerato l’imminente esaurimento delle riserve di gas olandesi (non dureranno più di vent’anni secondo gli esperti), il governo de L’Aia punta innanzitutto a trovare fonti energetiche alternative. I Paesi Bassi vantano considerevoli competenze nel campo dell’energia rinnovabile e occupano una posizione di leadership a livello mondiale. Il governo sostiene fortemente il settore e l’ha inserito nei nove top sectors della programmazione della politica industriale messa a punto nel febbraio 2011 dal ministero degli Affari economici.

L’obiettivo è arrivare a una produzione energetica rinnovabile del 14% nel 2020 e del 16% nel 2023, grazie a un programma nazionale strategico strutturato su tre direttrici: risparmio energetico, sviluppo delle fonti rinnovabili e uso efficiente di quelle fossili. Ma i Paesi Bassi sono anche un importante hub delle biotecnologie, settore in cui il governo punta a raggiungere una posizione leader a livello mondiale entro il 2025. Per questo motivo anche il biotech è stato inserito tra i settori prioritari dell’economia olandese. Nel 2013 il finanziamento totale è stato di circa 310 milioni di euro, di cui 143 provenienti da capitali privati e 167 da fondi pubblici. Ma la vera parte del leone i Paesi Bassi la giocano nell’ agroalimentare, con un valore aggiunto di 42 miliardi di euro nel 2014 e 641.000 occupati. Il settore può vantare un elevato tasso d’innovazione, anche grazie alla stretta relazione con l’Università Agraria di Wageningen, una vera e propria autorità mondiale per la ricerca e la formazione nel campo, punto di riferimento anche per la bioeconomia europea. Per metà olandese (l’altra metà è britannica) è Unilever, colosso proprietario di alcuni dei marchi più noti dell’alimentazione e fondatore – insieme a Coca-Cola, Nestlé e Danone – della Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa) con l’obiettivo di favorire l’impiego di bioplastiche nel packaging alimentare. A fornire la tecnologia necessaria è sempre un’impresa olandese: lo spin-off di Royal Dutch Shell, Avantium, il quale ha tra i propri maggiori investitori il fondo belga Capricorn Venture.


Policy La tecnologia brevettata si chiama YXY e grazie a essa sarà possibile sostituire il Pet con il Pef (polietilene furanoato). Secondo Tom van Aken, amministratore delegato di Avantium, “YXY è in grado di originare nuove materie plastiche biobased con eccezionali proprietà funzionali e a un costo competitivo, integrando perfettamente il processo di produzione con le filiere esistenti”. Olandese è anche Friesland Campina, una delle cinque più grandi aziende lattiero-casearie del mondo (fatturato annuo di 11,3 miliardi di euro), che sta lavorando all’introduzione sul mercato di un nuovo cartone biobased per bevande prodotto con un materiale ricavato da rifiuti organici certificati, che si aggiungerà a un cartone già rinnovabile. La società mira a ridurre la propria carbon footprint di un ulteriore 20% rispetto a quella generata con gli attuali imballaggi. Quando si parla di chimica si parla invece di grandi compagnie come Royal Dsm, AkzoNobel, Royal Dutch Shell, Corbion. Tutte società che stanno investendo grandi capitali nella bioeconomia. Nei Paesi Bassi il settore chimico è tradizionalmente favorito sia dalla disponibilità delle materie prime necessarie, sia da un ottimo sistema di trasporto multimodale che si serve di navi, autocarri, treni, oleodotti e gasdotti. In base ai dati dell’Associazione olandese di categoria (Vnci), nel 2013 il giro d’affari netto del settore ha registrato un ammontare totale di circa 57 miliardi di euro (51 miliardi escludendo i prodotti farmaceutici). Sempre nel 2013 l’export complessivo ha raggiunto la cifra di 75 miliardi di euro, mentre l’import si è attestato a 52 miliardi di euro (+3% rispetto al 2012), con un saldo commerciale positivo di 23 miliardi di euro. La struttura imprenditoriale olandese è caratterizzata dal fenomeno della formazione di “gruppi” che consentono rilevanti economie di scala, soprattutto in materia di costi di trasporto e di smobilizzo delle materie prime, grazie alle ottime infrastrutture sviluppatesi nelle aree dei porti di Amsterdam, Delfzijl, Flushing-Terneuzen, Heerlen-Geleen e Rotterdam-Moerdijk. Non è un caso che i porti olandesi siano tra i principali protagonisti della bioeconomia. Uno su tutti è il porto di Rotterdam, che non solo mira a diventare l’hub logistico della biomassa utilizzata in Europa ma è anche coinvolto, insieme ad AkzoNobel, in un progetto che vuole sperimentare il possibile impiego dei rifiuti solidi urbani per la produzione di biocarburanti e biochemicals, impiegando la tecnologia della canadese Enerkem. Nei Paesi Bassi, inoltre, hanno il proprio quartier generale due veri e propri colossi della nuova economia che impiega le risorse biologiche come materia prima: Dsm e Corbion Purac. Entrambe le società stanno sviluppando acido succinico biobased attraverso joint-venture con altri due colossi chimici europei. Dsm con la francese Roquette ha dato vita a Reverdia, che produce il proprio Biosuccinium nello stabilimento italiano di Cassano Spinola (Piemonte). Corbion Purac

con la tedesca Basf ha costituito Succinity GmbH, che ha il proprio impianto produttivo a Montmelò, in Spagna. Attraverso un’altra joint-venture con la statunitense Poet, Dsm ha avviato negli Usa la produzione di un biocarburante avanzato: nel settembre 2014 nello stato dell’Iowa è stato inaugurato il loro primo impianto commerciale che utilizza scarti agricoli. “Un giorno storico – l’ha definito Feike Sijbesma, amministratore delegato di Dsm – che segna il passaggio dall’età fossile all’età biorinnovabile”. In effetti i Paesi Bassi sanno sfruttare al massimo la loro vocazione storica all’internazionalizzazione. Ne è una testimonianza anche la grande apertura alle collaborazioni con partner stranieri da parte dei cluster locali. Lo scorso ottobre a Bruxelles, nel corso del Forum europeo sulle biotecnologie industriali e la bioeconomia, Biobased Delta ha lanciato Intercluster 3BI, insieme ai francesi di Iar-Pole, ai tedeschi del Bioeconomy Cluster di Halle e ai britannici di BioVale. Si tratta di una partnership tra quattro dei maggiori cluster europei, che comprende bioraffinerie per la conversione delle risorse biologiche in alimenti, mangimi, materiali, prodotti chimici e carburanti. Lo spirito è condividere la ricerca, lo sviluppo e la realizzazione di nuovi approcci altamente tecnologici per la conversione di biomassa, materie prime rinnovabili e rifiuti in prodotti e applicazioni a valore aggiunto. Biobased Delta è il cluster del sud-ovest dei Paesi Bassi; si presenta con uno slogan che mette insieme i punti di forza dell’economia nazionale: “l’agricoltura incontra la chimica”. I residui agricoli sono considerati alla base dell’innovazione industriale biobased. In modo particolare per la chimica, perché il cluster olandese fa parte a sua volta del più grande cluster chimico al mondo formato dalle regioni di Anversa, Rotterdam e della Ruhr. Biobased Delta ospita al proprio interno Biorizon, un centro di ricerca condiviso (che ha come partner anche il centro di educazione alla bioeconomia di Ghent, Bio Base Europe), specializzato nello sviluppo di tecnologie per la produzione di composti aromatici provenienti da fonti rinnovabili da utilizzare per materiali ad alte prestazioni, prodotti chimici e rivestimenti. L’obiettivo è ambizioso: essere nei prossimi anni nella top 3 mondiale per quanto riguarda questa tipologia di ricerca. In questo quadro si colloca – oltre a un’intensa attività di relazioni internazionali dal Brasile al Canada – il protocollo d’intesa firmato nel gennaio del 2014 a Reims, presso la sede di Iar-Pole, da Willem Sederel, direttore generale di Biobased Delta, e dal Presidente François Hollande in persona, proprio allo scopo di favorire l’utilizzo di Biorizon da parte dell’industria francese. Ma non solo: tra le iniziative del cluster olandese va segnalato anche il Campus chimica verde, un acceleratore d’impresa per le innovazioni provenienti dall’impiego di fonti rinnovabili.

Le poste olandesi (PostNL) hanno una lunga tradizione di emissione di francobolli di altissima qualità grafica e comunicativa, e per questo sono riconosciuti in tutto il mondo. Nella pagina sinistra: in alto, il foglio completo dei francobolli di Daan Roosengaarde, un puzzle che rappresenta l’Olanda come un network di luci visto dallo spazio; a sinistra in basso, un francobollo disegnato dallo Studio Tord Boontje. Qui sopra: il foglio di francobolli commemorativo del Museo del mare di Rotterdam. Nella pagina successiva i francobolli disegnati da Irma Boom per il Rijksmuseum nel 2013, dove ogni francobollo riporta parti di opere d’arte che si possono completare applicandovi a lato il francobollo successivo. Vedi il sito: www.iconenvandepost.nl

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materiarinnovabile 09. 2016 Nella sede della Sabic Innovative Plastics (società controllata dal colosso petrolchimico saudita Sabic), a Bergen op Zoom, imprese grandi e piccole, centri di ricerca, università e istituzioni di governo lavorano a stretto contatto in un ambiente d’innovazione aperto per sviluppare nuove tecnologie rigorosamente biobased, attraverso la valorizzazione dei flussi di residui del settore agricolo e alimentare. Un progetto di respiro internazionale è anche Big-C, il BioInnovation Growth mega-Cluster, un’iniziativa di specializzazione intelligente transfrontaliera che mira a trasformare il mega cluster industriale composto dalla regione belga delle Fiandre, dai Paesi Bassi e dalla regione tedesca della Renania settentrionale-Vestfalia in un leader globale della bioeconomia. Siamo di fronte non solo al più grande cluster chimico d’Europa, ma anche a un cluster importante per agricoltura e silvicoltura. Ma soprattutto, è qui che si registra la più elevata emissione di CO2 e la maggiore generazione di rifiuti urbani di tutto il Vecchio Continente. Qui la bioeconomia si lega perfettamente al nuovo paradigma dell’economia circolare. Ad animare Big-C da parte olandese è la Fondazione BE-Basic, l’ennesimo progetto di partnership pubblico-privata, coordinato dall’Università tecnologica di Delft con la finalità di supportare la ricerca e sviluppo di nuovi bioprodotti sostenibili. Al suo avvio, nei primi mesi del 2010, ha ricevuto un finanziamento

di 120 milioni di euro dal governo de L’Aia per supportarne l’attività, che è, anche in questo caso, fortemente orientata all’internazionalizzazione. Fanno parte di BE-Basic diverse università europee, come l’Imperial College di Londra e l’Università tecnologica di Dortmund. Inoltre sono attive collaborazioni in Malesia, Brasile, Stati Uniti e Vietnam. Fiore all’occhiello del progetto è il Bioprocess Pilot Facility, un impianto pilota messo a disposizione di start-up e grandi imprese per lo scale-up industriale dei loro processi basati sull’impiego di risorse biologiche. Verificare se una buona idea sviluppata in laboratorio è in grado di diventare realmente un nuovo bioprodotto è, infatti, una fase molto importante. Il Bioprocess Pilot Facility consente di suddividere l’investimento necessario all’impianto tra più imprese. “Investire in un impianto pilota dedicato per una sola impresa – sostiene Arno van de Kant, direttore del Business development per Bpf – può essere oneroso (15-20 milioni di euro), e – dato forse ancora più importante – si ha bisogno di tecnici di processo esperti e di operatori che migliorino il processo”. Per i Paesi Bassi lo sviluppo della bioeconomia è strategico. “Considerati i nostri punti di forza nell’industria chimica, nell’agroalimentare e nella logistica – rivendica van de Kant – stiamo cercando di essere tra i primi a realizzare con successo l’approdo a un’economia circolare sostenibile”.

Intervista

a cura di Mario Bonaccorso

Il segreto della tripla elica Yvonne van der Meer, direttrice del dipartimento di materiali biobased dell’Università di Maastricht

“I punti di forza dell’Olanda nel campo dell’industria e delle infrastrutture della conoscenza nei settori di punta della chimica e dell’agroalimentare costituiscono un buon punto di partenza per lo sviluppo di una fiorente economia biobased. Quasi tutte le province olandesi hanno dato vita a programmi di economia biobased per sfruttare in contesto nazionale le opportunità disponibili a livello locale.” Lo sostiene in questa intervista a Materia Rinnovabile Yvonne van der Meer, direttrice del dipartimento di materiali biobased dell’Università di Maastricht. Abbiamo parlato con lei della bioeconomia in Olanda: del ruolo della biomassa, della logistica e delle università. “Le catene di valore dell’economia biobased sono in via di definizione, e per creare valide attività economiche è necessario affrontare complessi aspetti logistici” afferma. L’Olanda è stato uno dei primi paesi in Europa ad adottare una strategia nazionale per la bioeconomia. Quali sono gli aspetti principali di questa strategia?

“La strategia nazionale riconosce che la transizione verso un’economia biobased sostenibile si basa in larga misura su una conoscenza e innovazione di alto livello, in grado di distinguersi sul piano internazionale. Un gran numero di industrie e organizzazioni di ricerca provenienti da diversi settori e discipline ha dato vita a un contratto di innovazione per la ‘crescita verde, dalla biomassa al business’. Questo ci mostra come sia possibile utilizzare quale punto di partenza gli attuali punti di forza dell’Olanda, per ottenere vantaggi economici e competitività dalla transizione verso un’economia biobased. Per la transizione è necessario sperimentare nuovi concetti, creare alleanze strategiche per compiere ulteriori progressi ed entrare sul mercato. Nel 2015 i settori di punta della chimica, dell’agroalimentare e dell’energia hanno presentato un programma di ricerca nazionale chiamato Biobased Economy 2015-2027. Questi settori di punta sono f rutto della collaborazione del settore industriale, scientifico e del governo.”


Policy Cosa differenzia la bioeconomia olandese dalle altre bioeconomie europee? “I settori di punta utilizzano un approccio così detto a tripla elica in cui l’industria, il mondo scientifico e il governo cooperano alla promozione della crescita economica sostenibile. Ciò è tipico del sistema di innovazione olandese, in cui vengono promosse agende comuni e cooperazione in progetti innovativi attraverso la creazione di partnership pubblico-privato. I punti di forza dell’Olanda nel campo dell’industria e delle infrastrutture della conoscenza nei settori di punta della chimica e dell’agroalimentare costituiscono una buona base di partenza per lo sviluppo di una fiorente economia biobased. Quasi tutte le province olandesi hanno istituito programmi di economia biobased per sfruttare in contesto nazionale le opportunità disponibili a livello locale. I campus Brightlands di Limburg, nel sudest dell’Olanda, sono un eccellente esempio di cooperazione a triplice elica nel campo del cibo, della salute e dei servizi e dei materiali smart: hanno il sostegno della provincia di Limburg e sono hotspot di innovazione in cui partner pubblici e privati creano insieme programmi di ricerca e innovazione, R&D e infrastrutture pilota, oltre a programmi educativi per formare i futuri leader dell’innovazione.” L’Olanda aspira a diventare il fulcro della bioeconomia europea. Qual è il ruolo dei sistemi logistici nello sviluppo della bioeconomia? Importare biomassa da paesi lontani non significa rendere la bioeoconomia meno sostenibile dal punto di vista ecologico? “Personalmente non credo in una bioeconomia sostenibile in cui la biomassa debba arrivare da lontano. Le rotte di produzione dell’economia biobased sono ancora in formazione, ed è una vera sfida riuscire a creare un sistema di produzione coerente che sia sostenibile ed efficiente. Un sistema di questo tipo potrebbe avere una scala molto inferiore rispetto a quelle attuali. Le catene di valore dell’economia biobased sono in via di definizione, e per creare valide attività economiche è necessario affrontare complessi aspetti logistici. Io intendo la bioeconomia come parte di un’economia circolare in cui saranno create catene del tutto nuove per i cicli di vita dei prodotti, che terranno conto della riparazione, del riutilizzo e del riciclaggio. Per questo sono necessari nuovi materiali e prodotti innovativi. Ma anche nuove concezioni di logistica, potenzialmente molto gratificanti in termini di sostenibilità.” Qual è il ruolo delle università olandesi? “Le università olandesi contribuiscono allo sviluppo dell’economia biobased attraverso il progresso scientifico e tecnologico e il trasferimento di sapere e tecnologia. Vi sono molti esempi di collaborazione tra pubblico e privato, come il Top Institute Food and Nutrition e la fondazione BE-Basic. Nella zona di Limburg sono stati recentemente inaugurati due istituti con il sostegno della stessa provincia che si occupano di materiali biobased e intermedi chimici biobased. Si tratta dell’Aachen-Maastricht Institute for Biobased Materials, legato all’università di Maastricht e alla tedesca RWTH Aachen University, e il Chemelot

Institute for Science and Technology, legato al DSM, all’università di Maastricht e al Maastricht University Medical Center, alla University of Technology di Eindhoven e alla provincia di Limburg. Inoltre, le università olandesi contribuiscono alla bioeconomia anche offrendo agli operatori la formazione di cui necessitano. Dal 2015 l’università di Maastricht offre un master di due anni sui materiali biobased al Brightlands Chemelot Campus. È un programma multidisciplinare unico che ha in curriculum il coinvolgimento attivo nel settore industriale e utilizza il problem based learning, un metodo di insegnamento per piccoli gruppi che pone al centro lo studente.” Che tipo di ricerca state portando avanti nella vostra università? “Negli ultimi anni ho lavorato alla creazione di un nuovo dipartimento sui materiali biobased dell’università di Maastricht nella zona industriale vicino al Brightlands Chemelot Campus di Geleen. Attualmente sono direttore del dipartimento, docente in tre corsi del nostro master e insegno scienze naturali nel corso di laurea triennale. Sto anche lavorando alla creazione di una linea di ricerca sulla valutazione della sostenibilità dei materiali biobased. L’economia biobased dovrebbe affrontare questioni di grande importanza sociale quali i cambiamenti climatici, ma bisogna domandarsi se le alternative biobased che si stanno affermando sono davvero in grado di risolvere questi problemi. Se la risposta è negativa, come possono essere migliorate? Al momento su questo stiamo creando un gruppo di ricerca e abbiamo ottenuto i primi finanziamenti per dare inizio alle attività: per questo sto cercando ricercatori che possano unirsi alla mia squadra all’università di Maastricht.” Ad aprile Utrecht ospiterà la quarta conferenza europea degli stakeholder della bioeconomia europea. Quali sono le tre misure principali di cui l’Europa ha bisogno per favorire la bioeconomia? “Per me è importante che l’economia biobased non promuova solamente i biocarburanti, poiché ciò limita l’utilizzo del potenziale della biomassa. Ci sono alternative sostenibili per la produzione di energia: i biocarburanti non sono l’unica soluzione. Dovrebbe suscitare più interesse l’utilizzo della biomassa per applicazioni di maggior valore, come le sostanze chimiche e i materiali, per esempio attraverso la promozione dei sistemi a cascata. Per utilizzare a pieno il potenziale delle molecole di origine biologica mi accerterei anche che si lavori allo sviluppo di nuovi intermedi chimici biobased e di nuove filiere di produzione. Scomporre la biomassa in intermedi chimici drop in è utile dal punto di vista commerciale, ma non è efficiente dal punto di vista energetico e delle risorse. Infine vorrei che si tenessero in considerazione impatti ambientali diversi, e non solo la carbon footprint. Se una soluzione a emissioni zero comporta però altri problemi di sostenibilità, come il cambio di destinazione d’uso (indiretto) dei terreni, dopotutto non stiamo creando una soluzione sostenibile nel lungo termine.”

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materiarinnovabile 09. 2016 Intervista

a cura di Mario Bonaccorso

L’Unione fa la forza Tom van Aken, amministratore delegato di Avantium

“Approccio europeo per evitare la dispersione delle competenze. E politiche coerenti da parte dei governi. Solo così si può costruire la bioeconomia”. Questa la posizione di Tom van Aken. In questa intervista rilasciata a Materia Rinnovabile l’amministratore delegato di Avantium – azienda nata da una scissione dalla Royal Dutch Shell e tra le più dinamiche e innovative sulla scena della bioeconomia europea – condivide con noi la propria idea di bioeconomia.

Dall’alto in basso: Dalla serie Nederlandse Molens (2013) di Loost Veekkamp, grafico e illustratore. Dalla serie Kinderpostzegels (2013) di Anton Corbijn, fotografo e cineasta

L’Olanda è stato uno dei primi paesi in Europa ad adottare una strategia nazionale per la bioeconomia. Quali sono gli aspetti principali di questa strategia? E in che modo ha facilitato la vostra impresa? “Avantium lavora su un modello di business globale ed esamina i programmi specifici di investimento su scala regionale. Per ciascuna regione valutiamo i piani di sostegno generali (dai sussidi, alle sovvenzioni, agli incentivi fiscali, ai pacchetti di prestito garantito, ai fondi di investimento ecc.). Il programma più vasto che esiste in Olanda si chiama Sde+; in più ci sono programmi di sovvenzioni centrati in particolare sulla biomassa per i quali Avantium si qualifica per collaborazioni con università e altri partner. Questi programmi ci aiutano a finanziare – parzialmente – il ‘lavoro di base’ necessario a valutare se esiste una reale opportunità economica. Altri programmi indipendenti dalla strategia olandese per la bioeconomia per i quali siamo qualificati sono legati ad attività di R&D e attività di sviluppo tecnologico, come il Wbso e l’Rda.” L’Olanda aspira a diventare il centro logistico della bioeconomia europea. Qual è il ruolo del sistema di logistica nello sviluppo della bioeconomia? Importare biomassa da lontano non significa rendere la bioeconomia meno sostenibile ecologicamente? “Per rispondere in modo appropriato c’è bisogno di un approccio più specifico. Trasportare biomassa per una certa distanza richiede un equilibrio tra i costi logistici e le economie di scala dell’impianto di produzione da una parte e l’impatto sui sistemi ecologici dall’altra. Bisogna anche tener conto delle conseguenze di un modello di business a più lungo termine.” Quali sono i progetti di Avantium nel campo della bioeconomia? “Avantium ha sviluppato un processo di produzione rivoluzionario chiamato tecnologia Yxy che rende possibile ed economica la conversione dei carboidrati in intermedi chimici verdi (furanici). Si tratta di un processo chimico e catalitico

– protetto da un solido portafoglio di brevetti – che si adatta bene agli impianti di produzione chimica già esistenti e converte in modo altamente efficiente e selettivo i carboidrati in intermedi chimici furanici quali l’Fdca. Avantium gestisce un impianto pilota a Gelee, in Olanda, in cui questa tecnologia Yxy è stata validata su una scala di 20 tonnellate all’anno. Abbiamo dichiarato pubblicamente che oltre all’Yxy stiamo lavorando ai progetti Mekong di conversione della biomassa in Meg (glicole monoetilenico) e al progetto Zambesi di conversione della biomassa non alimentare in glucosio.” Dal vostro punto di vista che cosa differenzia la bioeconomia europea da quella americana. Dove è più facile investire? “Investire in certe regioni o in determinate tecnologie non è necessariamente una decisione guidata dalla ‘facilità’. Per esempio il fattore tempo gioca un ruolo importante. Un decennio fa gli Stati Uniti avevano un forte programma di sostegno per lo sviluppo e la commercializzazione dei biocarburanti. Oggi succede lo stesso nell’Unione europea per lo sviluppo e la commercializzazione delle sostanze chimiche biobased e per le soluzioni di energia sostenibile.” Ad aprile Utrecht ospiterà la quarta Conferenza europea degli stakeholder della bioeconomia europea. Quali sono le tre misure principali di cui l’Europa ha bisogno per favorire la bioeconomia? “Dal punto di vista di Avantium è necessario un approccio europeo, piuttosto che a livello di singolo stato, per evitare la dispersione di conoscenza e competenze. In secondo luogo, la bioeconomia trarrebbe gran beneficio da politiche coerenti da parte dei governi. Crediamo fortemente nella necessità di condizioni paritarie quando si deve competere con le industrie tradizionali basate sull’utilizzo di combustibili fossili. Se l’Unione europea crede che la transizione da un’industria basata sul petrolio a un’industria biobased (vedi Cop21) sia fondamentale, i governi devono stabilire delle penalità sui comportamenti indesiderati (ossia tassare le emissioni di CO2) e/o premiare i comportamenti desiderati. In terzo luogo la bioeconomia necessiterà di un periodo di transizione, quindi dobbiamo accettare che non possiamo risolvere tutti i problemi in una volta sola e che lungo questo percorso dovremmo accettare alcune soluzioni non ottimali. Occorrono anche politiche consistenti che possano sopportare nel corso del tempo eventuali cambiamenti politici.”


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materiarinnovabile 09. 2016

QUO VADIS

sharing economy? Si scambiano case, cene, abiti, competenze, passaggi in auto. Spinta dal web la sharing economy è entrata in tanti ambiti della nostra quotidianità. Ispirata dal desiderio di condividere e di risparmiare risorse. Anche ambientali. di Silvia Zamboni

Silvia Zamboni, giornalista professionista esperta in materie ambientali ed energetiche, è autrice di libri su buone pratiche di green economy, mobilità e sviluppo sostenibile.

Valentina, 35 anni, bolognese, diploma di conservatorio in viola, è spesso in viaggio sia per lavoro come orchestrale, sia per passione. E “per risparmiare, ma soprattutto per sentirsi più a casa”, da anni si serve di Airbnb, il gigante internazionale dell’affitto temporaneo di case private tramite annunci pubblicati sul suo portale: simbolo rampante della sharing economy, l’economia della condivisione, del baratto, del prestito di beni, servizi e competenze tramite l’uso di piattaforme digitali e di app che su internet favoriscono l’incontro peer-to-peer tra domanda e offerta. L’ultimo soggiorno targato Airbnb di Valentina risale a inizio gennaio, a Istanbul, in un appartamento super-accessoriato nel quartiere storico-monumentale che ha condiviso con due amiche per appena 12 euro a testa al giorno. Anche Gioia, 28 anni, di Napoli, laurea in scienze politiche, è una veterana di Airbnb, “per la filosofia di vita che viaggiatori e host condividono, il senso di comunità e il dialogo culturale che si instaura, impensabili in un’anonima stanza d’albergo”. Così, quando a dicembre l’Onu le ha proposto uno stage al Palazzo di Vetro, ancora una volta ha cercato una sistemazione su Airbnb. E l’ha trovata:

Scultura Quo Vadis, di David Černý, Praga – Elaborazione grafica. ©Wikicommons / Wegmann

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un confortevole appartamento a Manhattan per 2.000 euro al mese che condivide con un’amica, una vera cuccagna considerando la location. E molto più di un divano o di un’altra sistemazione precaria presso famiglie ospitanti, come può capitare agli utilizzatori delle comunità internaute di couchsurfing, che privilegiano l’aspetto dello scambio di ospitalità e bandiscono dalla loro filosofia il passaggio di denaro tra ospiti e ospitanti. Al contrario sull’effetto “casa fuori casa”, Airbnb – che trattiene una commissione sugli affitti – ha costruito un autentico impero: partita nel 2008 a San Francisco per opera di tre intraprendenti trentenni, oggi offre castelli, ville, appartamenti in oltre 34.000 città disseminate in 192 paesi, dà lavoro complessivamente a 15.000 persone e viene accreditata di un valore superiore ai 10 miliardi di dollari. In Italia – terzo paese al mondo per numero di annunci dopo Usa e Francia – a dicembre 2015 si è registrato un incremento delle inserzioni dell’81% rispetto al 2014 e una crescita vertiginosa degli ospiti (+87%). Per un totale di 3 milioni di viaggiatori dal 2008 a oggi. Inserzioni, prenotazioni e recensioni sulla piattaforma sono gestiti in autonomia dalla community di host e


Policy

In Italia – terzo paese al mondo per numero di annunci dopo Usa e Francia – a dicembre 2015 si è registrato un incremento delle inserzioni dell’81% rispetto al 2014 e una crescita vertiginosa degli ospiti (+87%).

viaggiatori; Airbnb Italia mette solo a disposizione dei proprietari, se interessati, propri fotografi, i cui scatti vengono pubblicati sul portale con la rassicurante dicitura per i viaggiatori “foto verificata”. Nella sede di Milano i nove addetti della srl si occupano di marketing per gli annunci e, tramite focus group, degli incontri con gli host, mentre il servizio clienti europeo si trova a Dublino. L’irresistibile ascesa di Airbnb ne ha fatto un autentico faro per le start-up che si lanciano nel nuovo orizzonte di questa economia ispirata alla vocazione solidale di condividere, di risparmiare risorse anche a fini di tutela dell’ambiente ed esplosa letteralmente, a livello mondiale, grazie al potenziale virale delle moderne tecnologie digitali che la innervano. È il caso, per esempio, accanto ad Airbnb, del settore trasporti e in particolare di BlaBlaCar, la piattaforma regina del ride sharing che mette in contatto chi cerca e chi offre passaggi in auto su un percorso di media-lunga distanza. Opzione diversa sia dal car sharing urbano 2.0, che con Car2go ed Enjoy sta spopolando a Milano e Roma, sia dal car pooling, spesso organizzato a livello aziendale per formare team di dipendenti che si spostano su percorsi comuni. Nei 20 paesi

al mondo in cui è presente (Belgio, Brasile, Croazia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, Italia, India, Messico, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Serbia, Spagna, Turchia, Ucraina e Ungheria) la community di BlaBlaCar ha superato i 20 milioni di persone. 350 i dipendenti che lavorano in 13 uffici distribuiti ai quattro angoli del pianeta. Tra i driver più assidui della community italiana spiccano i cosiddetti “pendolari dell’amore”. Come Simone C., 42 anni, che pendola da anni in condivisione tra Modena, dove lavora, e Gualdo Tadino, dove vive la moglie, e non potendo fare a meno dell’auto perché il servizio ferroviario su quella tratta è proibitivo, è un convinto fautore del ride sharing “che rispetto ai viaggi in solitaria vince non solo in socialità ma anche in tutela ambientale, perché riducendo il numero di vetture in circolazione riduce l’inquinamento”. L’importo pagato – anche online – da chi prende il passaggio copre sia le spese di gestione (pari al 12% del costo del passaggio) che trattiene BlaBlaCar, sia il contributo richiesto dal conducente, che BlaBlaCar suggerisce di fissare a 5,5 centesimi a chilometro, per evitare che un servizio basato sullo scambio e sul desiderio di socializzare diventi un’attività profittevole. Con il rischio di generare, tra l’altro, i noti problemi di concorrenza con i tassisti provvisti di costose licenze che stanno ostacolando l’arrivo in Italia di Uber e che a fine gennaio hanno spinto quelli parigini sulle barricate. Molto critica su Uber, che non ritiene assimilabile alla sharing economy, è anche Marta Mainieri, fondatrice del portale Collaboriamo.org: “Bada poco agli interessi degli utenti e punta soprattutto ad arricchire il business della piattaforma, che detiene l’algoritmo e il potere di gestire questi pseudo lavoratori, che non sono né lavoratori autonomi né dipendenti, ma qualcosa di mezzo in balia dell’algoritmo e delle decisioni della piattaforma”. Spinte dalla potenzialità del digitale, in aggiunta ad alloggi e trasporti le piattaforme collaborative pervadono ormai innumerevoli ambiti della nostra quotidianità: basti pensare che, stando a un rapporto del 2014 di Nesta, nel Regno Unito un quarto della popolazione adulta effettua scambi attraverso le piattaforme. E proprio l’Inghilterra – secondo uno studio di Justpark, la piattaforma che mette in contatto “cacciatori” di aree di parcheggio e persone che le cedono temporaneamente – è il paese numero uno della sharing economy in Europa, visto che ne ospita più di Francia, Spagna e Germania insieme, gli altri tre hub europei più prolifici del settore. Il primato mondiale resta però agli Usa, che hanno dato vita a oltre la metà delle 865 start-up dell’economia collaborativa, con San Francisco superstar con 131, seguita da New York (89) e Londra (72). Venendo all’Italia, come evidenzia la mappatura 2015 coordinata da Marta Mainieri con il supporto di Phd Italia, da noi sono attive quasi duecento piattaforme medio-piccole distribuite sotto le voci abbigliamento, abitare, alimentare, cultura, formazione, lavoro, scambio di beni di consumo,

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1. Il crowdfunding in Italia. Report 2015, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con il contributo di Tim e Starteed; crowdfundingreport. telecomitalia.com/

servizi alle imprese, servizi alle persone, sport, trasporti, turismo. Per più della metà la forma giuridica scelta dai fondatori è la srl, il che rivela, dietro alla vocazione collaborativa, l’orientamento imprenditoriale. Si scambiano o si cedono abiti usati e libri, si organizzano eventi teatrali e proiezioni di film, addirittura, con la piattaforma Fubles, si formano squadre di calcetto: sono più di 500.000 gli appassionati che ha fatto incontrare sul web, per un totale di circa 160.000 partite giocate. Mentre su TimeRepublik, la banca del tempo digitale per lo scambio di competenze, si possono barattare, per esempio, ripetizioni private per i figli con lavoretti di casa. Nell’alimentare, accanto a piattaforme collaborative che combattono lo spreco casalingo di alimenti, come S-Cambia Cibo, LastMinuteSottoCasa e I Food Share, altre promuovono il cosiddetto social eating, che al piacere della tavola unisce la voglia di fare nuove conoscenze. È il caso di Gnammo, che pubblicizza pranzi e cene organizzati dagli “gnammer-cuochi”, incassa i contributi richiesti agli “gnammer-ospiti” e li gira a chi cucina, trattenendo per sé il 12% a copertura dei costi di incasso, pagamento e gestione fiscale. Sì, perché con Gnammo tutto è tracciato, a differenza dell’evasione delle locali tasse di soggiorno che gli albergatori tradizionali imputano agli inserzionisti su Airbnb. A tre anni dalla sua attivazione per opera di tre quarantenni – Gianluca Ranno e Cristiano Rigon torinesi, amici d’infanzia, e Walter Dabbicco, barese – a dicembre 2015 la community di Gnammo toccava quota 160.000 iscritti con 3.500 cuochi/e che hanno pubblicato almeno un invito sul portale, per un totale di oltre 8.400 eventi e un “fatturato” nel 2014 di 7,2 milioni di euro. Ma quanto ci si guadagna? “Per i cuochi più assidui la frequenza è un evento al mese, costo medio 20 euro: se i cuochi sono attenti a fare la spesa qualche soldo in tasca lo possono mettere. Ma non è per questo che invitano gente a casa: l’obiettivo prioritario resta la socialità, così come per gli

gnammer-ospiti conta sì il menù, ma ancor di più insieme a chi e in quale ambiente e atmosfera si mangia”, spiega Gianluca Ranno, esperto di marketing e comunicazione con alle spalle anni di lavoro anche in Cina. Benedetta, torinese, 40 anni, insegnante d’inglese, è una delle cuoche-gnammer più gettonate. E più fantasiose. Alla sua tavola, per 28 euro, si può gustare una cena a base di cioccolato dall’antipasto al dolce o fare “il giro del mondo in 8 cene” con specialità di diversi paesi. E a 20 euro ci sono i ricchi tè per signore con tartine, sandwich e dolci accompagnati da svariate sfumature di tè. Per quanto i suoi sfiziosi menù facciano venire l’acquolina in bocca al solo sentirli descrivere, per Benedetta e i suoi ospiti (avvocati, funzionari, dirigenti d’azienda, per lo più donne, dai 30 ai 50 anni d’età) “il primo obiettivo è la convivialità, l’incontro con persone nuove, solitamente di spessore, che in alcuni casi si è trasformato in vera amicizia e condivisione del tempo libero”. E mentre si diffondono gli gnammer casalinghi, la piattaforma sta lanciando ulteriori opzioni, dalle “cene organizzate per testare prodotti di industrie nazionali, come Barilla e Monini, una sorta di pubblicità bottom-up”, spiega il vulcanico Ranno, “al social eating al ristorante, che proponiamo ai gestori come un nuovo strumento per farsi conoscere. Immutato l’ingrediente di base: tavolate di una quindicina di persone che non si conoscono, con l’opportunità di incontrare lo chef, anche stellato, come è successo con Marcello Trentini del Magorabin di Torino, ma a prezzo social: 30 euro”. In ambito finanziario, uno spazio abbastanza consolidato rispetto alla media delle piattaforme italiane lo occupa il crowdfunding, il finanziamento dal basso di progetti. A fine 2015 il valore dei finanziamenti raccolti in Italia da 858.000 donatori/ finanziatori ammontava a 56,8 milioni di euro (+85% rispetto al 2014), con 82 piattaforme (+68% rispetto al 2014), che danno lavoro a circa 250 persone.1 Il valore medio dei fondi raccolti non supera i 10.000 euro a progetto. “Prestiamoci” è la start-up numero uno del social lending, il prestito remunerato tra privati: mette in contatto chi ha bisogno di denaro con chi ha un capitale da investire, al pari di “Smartika”, che vede prestatori e debitori interagire tra loro senza intermediari. Ma se è così pervasiva, quanto può valere la sharing economy? La società di consulenza aziendale britannica PwC ha stimato il suo fatturato annuale mondiale intorno ai 15 miliardi di dollari, che nel 2025 potrebbero toccare i 335 miliardi. E mentre qualcuno suona già – prematuramente – le campane a morto per il capitalismo, il Credit Suisse (Global Investor, novembre 2015) ha provato a calcolare, sulla base dello scenario svizzero, il contributo al Pil della sharing economy, arrivando alla conclusione, probabilmente sottostimata secondo Il Sole24Ore, che oscilla tra lo 0,25 e l’1%. Ovvero, se proiettato sull’Italia, fra i 4 e i 16 miliardi di euro. Non è poco in assoluto, ma in percentuale un dato ancora trascurabile.


Policy Intervista

a cura di Silvia Zamboni

Non sarà la fine del capitalismo Professor Leonardo Becchetti, Ordinario di Economia Politica presso l’Università di Roma Tor Vergata

Sarà l’economia della condivisione a far crollare il capitalismo? “Fine del capitalismo per opera della sharing economy? Non direi, parlerei di un processo di ibridazione tra l’economia profit e quella della condivisione, ma una sostituzione della seconda a danno della prima la giudico irrealistica. La vera novità che sta dietro alla diffusione della sharing economy è l’uso della rete: le piattaforme online mettono a disposizione informazioni su beni e servizi offerti, permettono l’incontro tra domanda e offerta individuale e a ciascuno di scegliere il proprio ruolo nella transazione. Abolendo svariate funzioni prima imprescindibili nelle aziende tradizionali, l’economia digitalizzata ha drasticamente ridotto i costi di transazione, producendo una ‘polverizzazione aziendale’. Il car sharing consente l’accesso al servizio (mobilità) indipendentemente dal possesso del bene (auto) e aumentandone il tasso di utilizzazione, con ricadute positive per l’ambiente. Un altro elemento distintivo è il sistema di reputazione collettiva che si crea nel tempo attraverso specifiche modalità di rating (come, per esempio, i giudizi espressi da driver e trasportati su BlaBlaCar, e quelli di host e viaggiatori su Airbnb, nda).”

Foto di Cary Bass-Deschenes – Elaborazione grafica

A differenza dei portali di puro e-commerce, la sharing economy si caratterizza anche perché nel proprio dna porta impressi condivisione, scambio, socialità.

“Anche nell’economia tradizionale esistevano ed esistono possibilità di dono, di condivisione, di scambio informale; l’elemento di novità oggi è l’uso della rete. Bisogna allora distinguere caso per caso tra le piattaforme: se siamo in presenza di uno strumento che facilita gli scambi, quindi di un mercato che funziona meglio, o se ci sono profili che vanno oltre la mera transazione economica. Senza trascurare i rischi di natura fiscale e tutela del lavoro. Se parliamo di condivisione e gratuità ritengo più significativo valutare il contributo della rete nella generazione di quelli che chiamo beni comuni collaborativi (i collaborative commons) come Wikipedia, costruita da persone che mettono a disposizione, gratuitamente ed anonimamente, informazioni e conoscenze. Al contrario di quelle piattaforme che si fanno rientrare nella sharing economy ma che si limitano a migliorare il mercato delle transazioni commerciali.” Eppure c’è chi parla di superamento del capitalismo a opera della sharing economy. “Quello a cui assisteremo è semmai un progressivo processo di ibridazione tra motivazioni profit e no profit: le aziende profit hanno la necessità di accreditarsi come imprese socialmente responsabili, mentre le organizzazioni no profit quella di sopravvivere e quindi di affiancare delle attività commerciali. La sharing economy arricchisce le opzioni a disposizione, non è un sostituto dell’esistente. Crescerà a fianco dell’economia tradizionale con un ruolo complementare: le persone vorranno andare una volta al ristorante e un’altra partecipare a una cena Gnammo, oppure prendere una stanza in albergo e successivamente cercare un alloggio su Airbnb.”

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Ha 6000 anni ma non li dimostra di Beppe Croce

Coltivabile a tutte le latitudini, la canapa può essere utilizzata in molti settori. Dalla componentistica per auto alla bioedilizia, dall’alimentare al wellness, alla farmacologia. Messa al bando da un rigido proibizionismo si sta ora avviando a una piena riabilitazione.

W. MĂźller, Cannabis sativa L., in Medizinal Pflanzen, vol. 1, t. 13 (1887)

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Policy Beppe Croce è responsabile nazionale per l’agricoltura di Legambiente e direttore dell’associazione Chimica Verde-Bionet.

1. Vedi per esempio: McAllister S.D., Christian R.T., Horowitz M.P., Garcia A., Desprez P.Y., “Cannabidiol as a novel inhibitor of Id-1 gene expression in aggressive breast cancer cells”, Molecular Cancer Therapeutics 2007, 6, 2921-7; Campos A.C., Moreira F.A., Gomes F.V., Del Bel E.A., Guimarães F.S., “Multiple mechanisms involved in the large-spectrum therapeutic potential of cannabidiol in psychiatric disorders”, Philos. Trans. R. Soc. Lond., B, Biol. Sci. (dicembre 2012) 367 (1607): 3364-78.

“Perché usare le foreste o le miniere se possiamo ottenere l’equivalente dal raccolto annuo dei campi di canapa?” Henry Ford – The Rotarian 1933 È di nuovo sulla scena questa signora di 6000 anni, più giovanile che mai, ondeggiante tra tradizione e hi-tech. A suo nome proliferano start-up e iniziative in tutto il mondo. Case a base di canapa e calce fabbricate da un gruppo di giovani Maori della Nuova Zelanda (Echo). Tessuti di canapa prodotti dai sette ventenni indiani fondatori della Boheco, Bombay Hemp Company India. Tavolette di cioccolato alla canapa prodotte in Siberia, sui monti Altai, da Obraz Zhizni (Stile di Vita). Gelati alla canapa in onore di Bob Marley proposti da una gelateria di Alassio su iniziativa di Canapa Liguria. Persino il rigido proibizionismo americano si sta sgretolando a distanza di quasi 80 anni dal Marijuana Tax Act, che nel 1938 la mise al bando dalle campagne americane, mandando in fumo molte speranze. Nello stesso anno della sua entrata in vigore, la rivista Popular Mechanics titolava “La nuova coltivazione da un miliardo di dollari” prospettando uno strepitoso rilancio a livello mondiale delle piantagioni di Cannabis grazie all’invenzione di una macchina che avrebbe finalmente permesso di separare le fibre dalla corteccia, senza l’enorme dispendio di lavoro umano che aveva richiesto per millenni.

I costituenti identificati della canapa

Fonte: Rudolf Brenneisen, Chemistry and Analysis of Phytocannabinoids and Other Cannabis Constituents, 2007.

FAMIGLIA

NUMERO DI COSTITUENTI

Cannabinoidi (C21 terpenofenoli)

> 60

Terpenoidi

140

Idrocarburi

50

Composti azotati

> 70

Flavonoidi

23

Acidi grassi

33

Fenoli non cannabinoidi

34

Alcoli

7

Aldeidi

12

Chetoni

13

Acidi

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Lì ci siamo fermati e da lì oggi ripartiamo, anche nelle conoscenze tecniche. Possiamo prendere come simbolo del risveglio un’auto sportiva con scocca in fibra di canapa realizzata in Florida dalla Renew Sport Car, esattamente 74 anni dopo la Hemp Body Car prodotta da Henry Ford, grande sostenitore della chemiurgia, nel centro di ricerca di Dearborn nei pressi di Detroit. Molte iniziative nate in questi anni avranno probabilmente vita effimera. La canapa, del resto, ha uno straordinario potere di attrazione su sognatori e apprendisti stregoni di mezzo mondo. Non solo per la presenza della sostanza psicotropa più a buon mercato e più popolare al mondo malgrado il suo termine tecnico – il delta-9 tetraidrocannabinolo o Thc – e dotata di proprietà antidolorifiche e preventive, dimostrate da una notevole mole di pubblicazioni scientifiche. Ma anche per la poliedricità e capacità di adattamento unica di questa pianta, che non a caso è stata coltivata a tutte le latitudini, dal subcontinente indiano alla Siberia, e che è diventata un simbolo della ricchezza di prodotti derivabili dal vivente rispetto ai prodotti derivabili dal suo antagonista storico, la petrolchimica. Un giacimento ancora inesplorato A oggi tra i costituenti della canapa sono state identificate oltre 480 molecole organiche. Solo i cannabinoidi, di cui il Thc è un esemplare, sono oltre 60 e in buona parte con proprietà sconosciute. Oggi in America c’è un forte interesse per le proprietà antiossidanti e antinfiammatorie di un altro cannabinoide, il cannabidiolo o Cbd, che a differenza del Thc non genera effetti psicotropi e che sembra efficace anche nella cura di alcuni tipi di tumore o di forme psicotiche.1 In particolare, il mercato americano guarda a vecchie varietà italiane, come la Carmagnola, che ha un ricco contenuto di Cbd. Il problema è che non si possono pretendere significative concentrazioni di Cbd nella pianta se manca del tutto il suo antagonista, il Thc. Non c’è l’uno senza l’altro. Questa interrelazione ci permette di chiarire un equivoco: non esistono due specie di canapa, una per usi industriali e una per usi ludici o terapeutici. Tutte le varietà di canapa sono geneticamente compatibili tra di loro. Quindi si possono incrociare. Esiste una sola specie e il suo nome scientifico è Cannabis sativa L. Così come non si conoscono in natura varietà di canapa senza Thc. Anche se è difficile parlare di “natura” quando tutte le varietà conosciute sono frutto millenario di incroci e selezioni indotte dall’uomo. Esistono semmai varietà a bassissimo contenuto di Thc e si stanno mettendo a punto, in Francia e anche in Italia, varietà “Thc zero”. I cannabinoidi, che si concentrano sulle infiorescenze e sulle foglie, sono solo la componente di maggior valore per il potenziale mercato della canapa. Ma non c’è parte di questa pianta che non si presti a una molteplicità di impieghi.

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2. Pietro Cappelletto, Le fibre naturali nell’industria della carta, relazione al convegno “Chimica Verde” organizzato da Legambiente a Terra Futura, Firenze, aprile 2004. 3. L. Dammer, M. Carus et al., Market Developments of and Opportunities for biobased products and chemicals, nova-Institute, 2013.

Il seme ha un eccellente valore nutrizionale che ottimizza le risposte del sistema immunitario. Ha un contenuto proteico del 20-25% con una combinazione unica di tutti i 9 amminoacidi essenziali, che consentono a loro volta la sintesi di ulteriori proteine, quali le immunoglobuline. Contiene, inoltre, una frazione grassa del 30-35%, costituita in prevalenza da una miscela di acidi grassi polinsaturi in proporzione ottimale per la salute umana: acido linoleico (omega6), acido alfalinolenico (omega3) e un 2-4% di acido gammalinolenico, precursore delle prostaglandine. Il seme di canapa non contiene Thc. La fibra ha consentito nei secoli di produrre tessuti robusti e traspiranti, vele resistenti alla salsedine, carte pregiate, tele. La parte legnosa dello stelo, il cosiddetto canapulo, è un materiale con ottime caratteristiche fisico-meccaniche e ottiche. Ha un potere di assorbimento di liquidi pari a 5 volte il suo peso, 12 volte in più della paglia e 3,5 volte del truciolare. Le sue proprietà igroscopiche, traspiranti e fonoassorbenti e la sua leggerezza ne fanno un materiale idoneo per molteplici impieghi: lettiere per cavalli e animali di affezione, materiale per bioedilizia (mescolato alla calce), pannelli rigidi per rivestimenti interni dei veicoli, mangime per ruminanti e così via. Dalle paste di canapulo l’industria cartaria otteneva carta per giornali con proprietà ottiche e fisico-meccaniche giudicate superiori, a parità di processo, a quelle del pioppo.2 Anche l’apparato radicale della canapa, grazie al suo notevole sviluppo ipogeo, ha un’importanza rilevante, sia agronomica per la lavorazione spontanea del terreno, sia per la decontaminazione di terreni inquinati (phytoremediation). Una bella masseria tarantina – la Masseria Carmine dei fratelli Fornaro – i cui terreni e il cui bestiame sono stati contaminati dalla diossina dell’Ilva (ha dovuto abbattere 600 pecore), sta sperimentando dal 2014 col Cra (Centro ricerche per l’agricoltura) le potenzialità decontaminanti della canapa. Persino le polveri che si producono separando meccanicamente fibra e canapulo possono trovare impiego, in quanto ricche di fitosteroli e di cere. I francesi, per esempio, le usano come ammendanti dei vigneti della Champagne in quanto ricche di potassio. La sfida che si impone oggi alla filiera della canapa è di imparare a valorizzare nel modo più efficiente tutti questi prodotti. E la sfida nasce innanzitutto in campo, dalla scelta dei terreni e dai modi di coltivazione. I nuovi mercati Sono diverse le ragioni alla base della rinascita che la canapa sta vivendo in tutto il mondo, dal Canada all’Australia e al Sudafrica. Prima di tutto la domanda crescente, favorita dalla pressione delle normative ambientali e dei consumatori, da parte di numerosi settori manifatturieri di materiali rinnovabili a ciclo breve (derivati da piante annuali

come la canapa e non da alberi), leggeri e più salubri della lana di vetro o delle fibre sintetiche. Ma anche la domanda di wellness, ossia di prodotti con elevate proprietà salutistiche e nutrizionali e di rimedi naturali adeguati per la terapia del dolore (meno dannosi degli oppiacei) e per la cura di gravi patologie congenite. Infine la ricerca di “nuove” specie (un ossimoro parlando di una coltura millenaria!) da inserire in rotazione con i cereali o altre colture da reddito, per migliorare le condizioni dei suoli e riparare ai danni delle monocolture. A trainare il mercato della canapa, dunque, sono soprattutto quattro settori: autoveicoli, bioedilizia, alimentare-salutistico, farmacologia. L’automotive è oggi considerato in Europa, e soprattutto in Germania, il settore più importante per l’impiego di fibre vegetali: in 10 anni il loro consumo nell’industria europea è aumentato del 60%.3 Predomina storicamente il lino, ma la domanda di fibre di canapa è raddoppiata. Le fibre sono impiegate per produrre “biocompositi”, materiali innovativi in cui predominano oggi le imprese olandesi. Da Hempflax (che trasforma 5.000 tonnellate annue di fibre di canapa per usi tecnici) a GreenGran, a Npsp che ha presentato all’Europarlamento nel settembre 2014 uno scooter elettrico con scocca in bioresina ottenuta da fibre di lino e canapa. In Italia, invece, l’industria dell’auto non ha svolto finora alcun ruolo nella promozione delle fibre vegetali, a parte qualche progetto del Centro ricerche Fiat sulla ginestra in Calabria. Nel nostro paese il rilancio della canapa è trainato dalla bioedilizia. In particolare da un semplice, innovativo materiale da costruzione – la calce-canapa – una miscela di calce naturale e canapulo mineralizzato, che si può utilizzare come rivestimento o come mattone. La calce-canapa consente notevoli risparmi energetici e garantisce alti livelli di comfort, grazie alle eccellenti proprietà termiche, deumidificanti e fonoassorbenti della canapa. Una delle prime case italiane in calcecanapa è stata realizzata nel Pisano, a Cascina, da Equilibrium, una società di Bergamo che insieme a Calce-Canapa® di Bologna è la nuova protagonista di questo segmento di mercato nel nostro paese. Verso la completa riabilitazione Dalla fine degli anni ’90 in tutta Europa e nel mondo le legislazioni proibizionistiche sulla Cannabis hanno iniziato ad attenuarsi. Persino negli Stati Uniti, con le leggi approvate da una decina di Stati per legalizzare le coltivazioni (in Colorado e Kentucky, e prossimamente in North Dakota, sono riprese coltivazioni pilota), con il Farm Bill di Obama del febbraio 2014 e con un pronunciamento della Camera Usa del maggio 2014 che impedisce finalmente alla Dea (Drug Enforcement Administration) di interferire e bloccare la coltivazioni di canapa industriale e terapeutica come ha fatto negli ultimi 80 anni. Ma in Italia e negli Stati Uniti, per un singolare


Policy L’utilizzo della canapa

FIBRA

CANAPULO

AUTOVEICOLI 4. “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa” Ddl approvato dalla XIII Commissione permanente (Agricoltura) della Camera dei deputati il 18 novembre 2015.

CANAPULO

FIBRA

parallelo, il completamento della normativa va a rilento. Grandi produttori storici di questa coltura, dopo averla abbandonata completamente per oltre mezzo secolo, oggi i due paesi vivono il paradosso di una libera circolazione di prodotti stranieri a base di canapa (il mercato americano è invaso di prodotti alimentari e salutistici del Canada), ma di forti limiti alla produzione nazionale. Ancora oggi chi coltiva in Italia varietà a uso industriale riconosciute dalla Ue, per la presenza del Thc, per quanto bassa, è esposto al rischio di denunce e sequestri. L’ultimo grottesco episodio ha coinvolto un piccolo coltivatore del viterbese che nel settembre 2015 ha scontato tre settimane di carcere e la gogna dai media (“scoperta coltivazione illegale di marijuana”) in base a un test inconsistente della polizia su un singolo esemplare di pianta. Un disegno di legge sulla canapa, che ha avviato da quasi un anno il suo iter di approvazione parlamentare,4 dovrebbe finalmente garantire la possibilità di coltivare, trasformare e commerciare in sicurezza la canapa a usi industriali in Italia. Anche negli Usa, dove la coltivazione attualmente è consentita presso enti pubblici o scuole e università, solo a scopi di ricerca e solo in quegli Stati che hanno legalizzato la coltivazione, attendono con impazienza il varo dell’Industrial Hemp Farming Act, arenato finora nelle secche del Congresso. Rinascita di Federcanapa

BIOEDILIZIA Dalla fine degli anni ’90 in tutta Europa e nel mondo le legislazioni proibizionistiche sulla Cannabis hanno iniziato ad attenuarsi.

SEME

INFIORESCENZE A BASSO THC

ALIMENTARESALUTISTICO

INFIORESCENZE A ELEVATO THC

FARMACOLOGIA

A dispetto della legge e dei suoi tempi, negli ultimi due anni sono esplose decine di iniziative locali e nel 2015 sono stati messi a coltura circa 2.000 ettari, secondo i dati Agea. In tutte le regioni italiane è un proliferare di sigle e nuovi gruppi. Alcune sono poco più che associazioni culturali, ma altre stanno investendo seriamente in coltivazioni e in tecnologie di raccolta e trasformazione. Due impianti di prima trasformazione degli steli di canapa sono già attivi: uno al nord a Carmagnola e uno al sud nei pressi di Taranto. E diversi altri sono in fase di realizzazione. Serie aziende sementiere stanno finalmente riproducendo il seme di antiche varietà italiche: Carmagnola, Fibranova, Eletta Campana. Ma è uno sviluppo ancora caotico, governato da scarse conoscenze e falsi miti. A partire dal mito che la canapa sia facile da coltivare perché rustica, perché domina le infestanti e non avrebbe bisogno di acqua e di nutrienti. Con il risultato di creare forti aspettative e cocenti delusioni. Da un ampio confronto, promosso dall’associazione Chimica Verde che ha coinvolto i principali attori di questa rinascita italiana, è maturata la decisione di dar vita il febbraio scorso a Federcanapa, federazione nazionale a tutela della canapa italiana. Il nuovo organismo aiuterà agricoltori e imprese nelle loro scelte sui metodi di lavorazione e sui mercati, dare indirizzi alla ricerca e alla politica nazionale e regionale. E soprattutto istituire un marchio a tutela di chi trasforma e vende prodotti di canapa coltivata in Italia e nel rispetto dell’ambiente.

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ŠFreevector – Elaborazione grafica

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Policy

Come distruggere le

TRASH ISLANDS di Roberto Giovannini

Ogni anno finiscono in mare 20 milioni di tonnellate di plastiche: danno vita a vere isole galleggianti dove si contano fino a 100.000 oggetti per chilometro quadrato. Oppure si depositano sui fondali. Con il rischio in entrambi i casi di finire nelle pance dei pesci. E anche nelle nostre. Roberto Giovannini, giornalista, scrive di economia e società, energia, ambiente, green economy e tecnologia.

Plastic Day: Marine litter, effetti, mitigazioni e soluzioni sostenibili, Università di Siena; www.unisi.it/plastic-day

La plastica non è tutta indistruttibile. Ma col passare degli anni e per la continuata inazione da parte degli stati rischiamo – oltre che di trovarla in mare a formare le famigerate “isole” – anche di trovarcela nella nostra catena alimentare. La straordinaria fortuna di questo materiale – plasmabile ma anche resistente e duraturo – ha reso la plastica onnipresente nella vita quotidiana. Ma l’incapacità di evitare che i prodotti in plastica finiscano nei fiumi e poi in mare ormai ha generato una vera e propria emergenza ambientale, di gravità sempre più preoccupante, che dev’essere assolutamente affrontata e in tempi rapidi. Parliamo del cosiddetto marine litter, traducibile in “rifiuti solidi marini”, ovvero l’inquinamento di mari e oceani causato dai rifiuti di origine antropica. Un fenomeno imponente ma che solo da pochi anni è indagato dal punto di vista scientifico. Gli scienziati – ma anche il sistema produttivo e le istituzioni – cominciano a interrogarsi alla ricerca di possibili soluzioni alla presenza e agli effetti dell’inquinamento da plastiche nell’ambiente marino Mediterraneo, delle possibili azioni di mitigazione e dell’uso sostenibile di

nuovi materiali biodegradabili. Un momento di confronto importante è stato il Plastic Day, organizzato lo scorso 8 marzo all’Università di Siena, una giornata dedicata alla riflessione cui hanno partecipato ricercatori del dipartimento di Scienze fisiche, della terra e dell’ambiente dell’Università senese in collaborazione con numerosi attori istituzionali regionali e nazionali, stakeholders ed esponenti del mondo della ricerca e dell’università. In realtà nel marine litter va inserito qualsiasi materiale solido durevole prodotto dall’uomo e abbandonato nell’ambiente marino. Oggetti dispersi nell’ambiente volontariamente, per incuria (pesca, trasporto marittimo, abbandono di materiale, attività sulle coste), o a volte contro la volontà umana (affondamenti di navi, disastri vari, tempeste, e così via). Quindi non c’è soltanto la plastica, ma anche gomma, carta, metallo, legno, vetro, stoffa e altro ancora. Materiali che in alcuni casi possono galleggiare sulla superficie del mare e talvolta essere trasportati sulle coste, in altri invece finiscono per depositarsi sui fondali. Con conseguenze – sempre negative – in tutti e due i casi. Inoltre alcuni di questi materiali nel tempo si degradano, diventando di dimensioni sempre più piccole per colpa

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materiarinnovabile 09. 2016 degli agenti naturali, quali luce, batteri, sfregamento, ossidazione, erosione. Il guaio è che i materiali fatti di plastica o gomma sintetica sono durissimi a morire. In pratica, non muoiono mai, tendendo piuttosto ad aggregarsi in orrende zuppe di materiali di scarto più o meno aggregati che alcuni chiamano “isole di rifiuti” (in inglese Garbage Patch o Trash Islands). In queste zone è possibile rilevare una concentrazione di rifiuti pari a 25.000-100.000 oggetti per chilometro quadrato, materiali che di tanto in tanto scendono verso il fondo anche per lo sviluppo sulla loro superficie di microrganismi come alghe, spugne o mitili. Ma avviene un fenomeno ancora peggiore: per l’azione fisica del mare e delle coste questi oggetti di plastica possono frammentarsi in “microplastiche”, particelle molto piccole (meno di cinque millimetri) che vengono ingerite soprattutto dagli organismi marini che filtrano l’acqua (i cosiddetti filtratori) e direttamente o indirettamente dai pesci, dai rettili, mammiferi e uccelli marini.

Presenza di rifiuti plastici nell’organismo di specie marine del Mediterraneo

3 TONNI SU 10

1 PESCE

SPADA SU 8

7 TARTARUGHE CARETTA CARETTA SU 10 (Coste tirreniche)

La situazione è preoccupante non solo negli oceani, dove, a causa delle correnti marine si sono formati da parecchi anni cinque enormi isole di residui plastici (in corrispondenza dell’Oceano Pacifico settentrionale e meridionale, Atlantico settentrionale e meridionale e tra Australia e India). Del resto, secondo stime recenti dell’Onu, dei 280 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno, ben 20 milioni finiscono regolarmente in mare. Ormai purtroppo anche il Mediterraneo e i nostri mari presentano gli stessi identici problemi. I risultati delle analisi realizzate dai biologi e dai ricercatori di Ispra, dalle Arpa regionali e dal Cnr, anche nell’ambito di programmi di ricerca europei, sono già allarmanti. Secondo una recente indagine di Goletta verde di Legambiente, del totale dei rifiuti galleggianti, il 95% è costituito da plastica: soprattutto teli (39%) e buste di plastica, intere e frammentate (17%). Il mare più denso di rifiuti galleggianti è il Tirreno centrale con 51 rifiuti per chilometro quadrato (la media è di 32). Le zone più dense sono quelle antistanti la costa tra Mondragone (Caserta) e Acciaroli (Salerno), dove sono stati contati 75 rifiuti per chilometro quadrato. In generale, il 54% dei rifiuti ha una presunta origine urbana e domestica; il 32% deriva da attività produttive e industriali. Come ha spiegato nel corso del dibattito Maria Cristina Fossi, ecotossicologa dell’Università di Siena, “tre tonni su dieci e un pesce spada su otto nelle diverse aree del Mediterraneo presentano rifiuti plastici nel proprio organismo”. Una tesi suffragata da uno studio portato avanti dall’ateneo toscano in collaborazione con l’Ispra da cui emerge che i nostri mari “hanno ormai le stesse concentrazioni di microplastiche delle grandi concentrazioni oceaniche”. Il problema è – ovviamente – ambientale e va a intaccare la biodiversità e la possibilità di sopravvivenza di numerose specie pelagiche a partire dalle balene e dalle tartarughe Caretta caretta (il 70% di quelle che frequentano le coste tirreniche ha presenza di plastiche nello stomaco). Ma anche i risvolti sanitari e i danni al tessuto produttivo non sono da sottovalutare: non solo i rifiuti danneggiano le attività di pescatori, i depuratori e altri impianti produttivi, ma non va dimenticato che ciò che ingeriscono i pesci finisce infatti per entrare anche nella nostra dieta. Molte di queste schegge, infatti, non sono distinguibili dal plancton di cui i pesci si nutrono. Così la plastica fa il suo ingresso nella catena alimentare e raggiunge quantità significative nei predatori più grandi: tonni, pesci spada e squali. “Oltre a danneggiare, fino a ucciderli, animali come le tartarughe, rilascia inquinanti come gli ftalati che interagiscono a vario livello con la salute degli organismi marini”, insiste Maria Cristina Fossi. Trovare una soluzione al problema – concordano tutti gli esperti intervenuti a Siena – è importante e urgente. Ma la ricetta non è semplice e come


Policy si vede non passa per un solo intervento. Sia perché i rifiuti vagano da costa a costa anche per migliaia di chilometri e necessitano quindi di interventi sovranazionali. Sia perché numerose sono le fonti di produzione dei rifiuti che vengono poi riversati in mare. Ovviamente un primo passo fondamentale è quello di aumentare la consapevolezza del problema, cambiando abitudini grandi e piccole e favorendo in tutti i modi possibili la riduzione degli apporti di materiale che può diventare marine litter. Per esempio, anche se secondo molte stime solo il 20% circa dei rifiuti deriva da attività svolte in mare, occorre modificare le procedure per lo smaltimento dell’attrezzatura da pesca, che va fatto correttamente a terra. Per quanto riguarda la riduzione dell’apporto di plastica, invece, si può certamente puntare su meccanismi che accentuino la responsabilità del produttore (per esempio modificando la composizione del packaging e incentivando la restituzione e poi il riciclaggio dei contenitori). Insomma, bisogna fare il possibile per ridurre la quantità di rifiuti, sposando finalmente l’approccio innovativo dell’economia circolare, aumentando la raccolta differenziata per minimizzare la quantità di residui riversati in mare. Una carta da giocare è il recupero organizzato e sistematico del marine litter, sia sui litorali sia al largo, ideando sistemi di raccolta della plastica galleggiante e di quella scesa nei fondali marini. E infine, ci potrebbe essere un’altra soluzione. Ovvero scommettere sulla produzione di bioplastiche, derivanti da polimeri di origine vegetale, in grado di biodegradarsi in tempi ragionevolmente rapidi. Su questo tipo di tecnologia in Italia scommette moltissimo Novamont, inventore del Mater-bi, plastica biodegradabile utilizzata per la produzione di buste di plastica ma già sperimentata anche per le “calze per mitili” da impiegare nella mitilicoltura. “Occorre però ribadire” spiega Francesco Degli Innocenti, responsabile Ecologia dei Prodotti e Comunicazione Ambientale di Novamont “che l’industria delle bioplastiche non considera la biodegradabilità come una ‘licenza di littering’. Tutti i prodotti devono essere progettati per qualche forma di recupero. La biodegradabilità permette il riciclo organico, utile in molti casi.” Secondo Degli Innocenti la biodegradabilità in mare è una proprietà interessante per quelle applicazioni in cui il rilascio accidentale è sicuro o molto probabile. In questi casi la biodegradabilità può diventare un mezzo per ridurre il rischio ambientale. “Quando c’è una plastica che gira in mare può essere ingerita da un animale e produrre un danno”, continua Degli Innocenti. “Il rischio che questo danno potenziale si realizzi si riduce quanto minore è la concentrazione delle plastiche in acqua e tanto minore è il tempo di permanenza. Il rischio quindi non si annulla, ma viene diminuito di molto. Le nostre prove, validate da Certiquality nell’ambito del Programma pilota

della Commissione europea “Environmental Technology Verification”, dimostrano che le bioplastiche Mater-Bi di nuova generazione sono in grado di biodegradare in meno di un anno.” Si può dunque facilmente immaginare la sorpresa di una parte del mondo scientifico dopo la pubblicazione nel novembre scorso di un rapporto dell’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), dal titolo Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, concerns and impacts on marine environments. Un rapporto che sostanzialmente bocciava le bioplastiche degradabili come soluzione al problema, visto che la biodegradazione dei polimeri usati avverrebbe sostanzialmente solo in condizioni industriali, e comunque non in condizioni marine. Dove, invece, le bioplastiche degradabili avrebbero un comportamento paragonabile a quello delle normali plastiche. “La diffusione di prodotti etichettati biodegradabili – si legge nel rapporto Unep – non ridurrà in modo significativo il volume di plastiche che finiscono negli oceani o i rischi fisici e chimici per l’ambiente marino”. E anzi: secondo l’agenzia dell’Onu l’etichettatura dei prodotti come “biodegradabili” paradossalmente aumenterebbe l’inclinazione delle persone a produrre e liberare i rifiuti nell’ambiente. La pensa in modo molto diverso il consorzio di ricerca Open-Bio, il progetto finanziato dalla Commissione europea per supportare azioni di standardizzazione, etichettatura e procurement dei prodotti biobased, ossia rinnovabili. In un recente documento in replica al rapporto Unep, Open-Bio ribadisce che la prevenzione del littering e la corretta gestione di tutti i rifiuti (compresi i biodegradabili) rimangono premesse irrinunciabili. Prevenzione, formazione e corretta gestione (compresi l’implementazione della raccolta differenziata e il riciclo organico delle plastiche biodegradabili) sono dunque tra le iniziative da attuare per contenerne la formazione. Tuttavia, nel merito, contrariamente a quanto riportato dall’Unep, le plastiche realmente biodegradabili possono avere un ruolo fondamentale nella tutela ambientale marina per realizzare quei prodotti professionali come, per esempio, le attrezzature per la pesca, la piscicoltura, quelle da spiaggia e via dicendo, ad alto rischio di dispersione. L’argomento resta di grande interesse e non solo in Europa, se si pensa che l’Astm, la Associazione americana per gli standard e l’Iso, l’Istituto internazionale di standardizzazione, hanno recentemente pubblicato nuovi metodi di prova per misurare la biodegradazione in mare. Il marine litter è insomma entrato in modo deciso nella corposa agenda dei problemi ambientali che devono essere affrontati in modo globale, visto che, come mostrato a Siena, i rifiuti di plastica viaggiano in modo sorprendente da un continente all’altro.

Unep, Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, concerns and impacts on marine environments; tinyurl.com/zzdabof

Consorzio di ricerca Open-Bio, www.biobasedeconomy. eu/research/open-bio/

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Focus vino

Quando il lusso va a braccetto con la di Sergio Ferraris

SOSTENIBILITÀ

Non solo residui di agrumi, mais, caffè, kiwi e nocciole: ora anche le vinacce di uva entrano nel processo produttivo della carta sostituendo fino al 15% della cellulosa. Risultato? Una carta pregiata in grado di valorizzare il contenuto di sostenibilità di un prodotto nel suo complesso, packaging compreso. Anche nel settore del lusso. Circolo su circolo. Si potrebbe chiamare così la nuova esperienza di up-cycling realizzata da Favini basata sull’utilizzo della vinaccia dopo il processo di distillazione per la produzione di carta: la nuova Crush Uva.

Ma è una storia, come tutte quelle che riguardano l’economia circolare, che deve essere raccontata con ordine e che inizia tra i vigneti veneti, noti per vini “storici” come quelli del Pinot e del Merlot, nei dintorni


Case Studies

dove si ottiene l’olio di vinacciolo utilizzato in gastronomia e cosmesi.”

Andrea Manzoli

Sergio Ferraris, giornalista ambientale e scientifico, è direttore responsabile di QualEnergia.it.

di Bassano del Grappa. Già perché è qui che il nostro grappolo d’uva, bianco o nero che sia, inizia il suo lungo viaggio: dal filare della vite alla carta. Saltando da un settore all’altro e producendo a ogni passo “valore a cascata” come direbbe il padre della blue economy, Gunter Pauli. Il primo passo è la raccolta dell’uva, seguito dalla spremitura per ottenere il mosto che si trasformerà in vino. Vino che è già parte dell’identità territoriale, il cui residuo, le vinacce, con l’innesto tra tradizione e innovazione, offre un prodotto diverso, la grappa, i cui sottoprodotti – è meglio chiamarli così – possiedono già da anni una propria vita. “La vinaccia che utilizziamo per la distillazione dei nostri prodotti (grappe, liquori, amari e aperitivi, ndr), dopo la lavorazione ha già da anni una nuova vita” ci dice Andrea Manzoli, direttore operativo della storica distilleria Nardini attiva dal 1779, 50 dipendenti, 3.800 ettolitri prodotti ogni anno con circa 10 milioni di euro di fatturato annuo. “È dagli anni ’70 che per noi la vinaccia con i suoi due componenti, buccia d’uva e vinaccioli, non è più un rifiuto. La prima viene utilizzata come mangime animale, mentre la seconda si invia agli oleifici,

Per dare un’idea di ciò che Nardini tratta in termini quantitativi bisogna pensare che la materia prima in entrata è rappresentata da 100.000 quintali di vinacce che hanno una resa, in termini di distillato, tra il 3,2 e il 3,8% negli impianti continui e del 4% in quelli discontinui che potremmo considerare storici. E la resa in termini di materia prima seconda, ossia il sottoprodotto, è del 20%. Una volta effettuata la distillazione si ottiene una vinaccia disalcolata che è introdotta in essiccatoio: qui è insufflata aria calda, fino a quando non viene essiccata con un’umidità inferiore al 10%, dopo di che si separa la buccia, che viene macinata, dal vinacciolo e si avvia la materia prima seconda a nuova vita. E il processo è rinnovabile. Già perché il 20% della materia prima seconda viene utilizzata per generare il calore necessario all’essiccamento che una volta esaurito questo compito serve per riscaldare gli uffici. “Alcuni anni fa per la produzione energetica usavamo la parte legnosa del vinacciolo proveniente dagli oleifici dopo l’estrazione dell’olio” prosegue Manzoli. “Poiché per l’estrazione dell’olio si utilizza un solvente sul fronte dei rifiuti abbiamo invece preferito utilizzare per la generazione del calore parte della buccia e dei vinaccioli a monte della disoleazione.” Questa decisione è però significativa circa il fatto che nelle nascenti filiere industriali dell’economia circolare ogni tassello deve avere un suo, preciso, posto. E per fare ciò è necessaria una visione di sistema che valuti la catena del valore, con le questioni ambientali, lungo tutte le nuove filiere. E non si creda, comunque, che tutto questo processo abbia uno scarso valore sul fronte strettamente economico. I 20.000 quintali di materia prima seconda prodotta ogni anno hanno un valore compreso tra i 15 e i 17 euro al quintale – tra i 300.000 e i 340.000 euro – che è in costante rialzo anche a causa della possibilità d’impiego energetico. Torniamo ora al nostro percorso: bucce e vinaccioli si trovano a un bivio. Cosmesi e allevamento, contro carta e magari energia. Ma in realtà non c’è una vera contrapposizione. “Il processo usato da Nardini non è così diffuso come si potrebbe pensare” afferma Achille Monegato, direttore settore ricerche di Favini. “Altri, la maggior parte dei distillatori, non essiccano la vinaccia, al massimo la usano per produrre biogas, o come ammendante, oppure la cedono umida, dopo averla disalcolata, uno stato che la rende inutilizzabile per la produzione di carta. Nardini ha capito che essiccando la vinaccia, questa avrebbe trovato una seconda collocazione e sarebbe diventata, come è stato, una nuova fonte di reddito.” Effettivamente fare sistema in un panorama di piccoli soggetti, come le distillerie, può essere un problema anche

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materiarinnovabile 09. 2016 perché pochi hanno le dimensioni necessarie per dotarsi di un forno per l’essicazione. “Noi vorremmo fare sistema con Nardini che è un’eccellenza e un brand forte” prosegue Monegato. “E con questa esperienza potremmo creare un altro mercato, attraverso l’utilizzo in cartiera della vinaccia disalcolata ed essiccata, incrementando il prezzo visto l’aumento di domanda. Allora si potrebbe innescare una nuova filiera, poiché i distillatori a questo punto troverebbero conveniente dotarsi di essiccatori.”

L’uva che diventa carta Crush Uva si inserisce nel panorama più vasto delle carte Crush prodotte da Favini con scarti e sottoprodotti delle lavorazioni agroindustriali. Queste materie prime seconde sostituiscono fino al 15% della cellulosa proveniente dalle piante: finora vengono utilizzati – e salvati dalle discariche – i residui di agrumi, ciliegie, lavanda, mais, olive, caffè, kiwi, nocciole, mandorle e per l’appunto uva. La carta Crush è certificata Fsc (Forest Stewardship Council), viene realizzata completamente con energie rinnovabili, è senza ogm e contiene 30% di riciclato post-consumo. In questa maniera ha una carbon footprint ridotta del 20% rispetto alle carte normali.

Il “dogma” è quello di usare materie prime, anche seconde, non intaccando sotto nessun aspetto il settore del food. Ossia nessun materiale destinato direttamente all’alimentazione deve essere impiegato per produrre carta.

Quindi filiere che si incrociano, ma con una sorta di delicatezza, con attenzione, perché i fattori in gioco quando si parla di sistemi industriali sono parecchi. La logica che usano a Favini, dove Crush Uva è solo una delle carte realizzate con materie prime seconde, è chiara. Il “dogma” è quello di usare materie prime, anche seconde, non intaccando sotto nessun aspetto il settore del food. Ossia nessun materiale destinato direttamente all’alimentazione deve essere impiegato per produrre carta. “Se tutto, processo e materiale, va già nella direzione dell’economia circolare allora è chiaro che la nostra strada non ha molto senso – continua Monegato – però se solo una parte del quantitativo esistente di un materiale, come nel caso della vinaccia, viene riutilizzata ecco che il nostro intervento ha un senso. E si innesca, così, anche un mercato”. Per quanto riguarda la percentuale di materia derivata dalla vinaccia, presente nella nuova carta di Favini, siamo al 15% cosa che migliora l’Lca (valutazione del ciclo di vita) del prodotto, anche perché in questa maniera si sostituisce materia


Case Studies prima pregiata con un sottoprodotto di un’altra filiera attuando un’operazione di up-cycling. La grande sfida di queste carte, che non hanno alcun problema sul fronte della gestione tecnica, poiché possono essere trattate come quelle normali nelle fasi di stampa e della cartotecnica, è di essere “capite” sotto il profilo per così dire “culturale”. La novità più apprezzata è quella dell’aspetto tattile e visivo: Crush Uva infatti si presenta con un colore grigio chiaro e con una puntinatura di fondo data proprio dai sottoprodotti utilizzati. “Fin dal principio, infatti, abbiamo deciso di non purificarla o sbiancarla con processi chimici aggiuntivi lasciandola così come è, con queste sue Info www.favini.com

Vinacce e dintorni Sul fronte di questa nuova filiera industriale bisogna considerare anche la tipologia della materia prima seconda necessaria alle distillerie: la vinaccia. La vinaccia da uva rossa ha una resa superiore, sia come buccia, sia come vinaccioli che sono di più. Il colore però interessa solo le cartiere e non ovviamente gli oleifici e i mangimifici. La vinaccia deve arrivare in distilleria entro 24 ore dalla spremitura pena la perdita delle sue caratteristiche peculiari e l’insorgenza di muffe. Per questa ragione la filiera deve essere breve, Nardini si approvvigiona tra il Brenta e il Piave, e il processo deve seguire i ritmi della vendemmia, prima il vitigno bianco come il Pinot e poi quelli rossi come il Cabernet e il Merlot. La vinaccia una volta arrivata in distilleria, tra agosto e fine d’ottobre, viene messa nei silos, pressata per levare l’aria e fatta fermentare in un ambiente anaerobico dove un fungo, il Saccharomyces cerevisiae, trasforma lo zucchero in alcool. Quindi si passa alla distillazione per tipologia di vinaccia. Ragione per la quale se una cartiera come Favini avesse bisogno di bucce bianche dovrebbe ritirarle tra ottobre e novembre, quando viene distillato il Pinot. E non è una cosa da poco incrociare, nei tempi e nei metodi, le filiere agricole e quelle industriali.

‘imperfezioni’ che diventano un messaggio.” La sfida, quindi, è offrire un materiale che consenta, al settore del vino, un salto sul fronte dell’immagine e del marketing, offrendogli nel concreto un esempio d’economia circolare. Ossia di confezionare il proprio prodotto con una carta che possiede al suo interno del materiale proveniente dal settore stesso. Ed è una sfida che è stata accettata da un soggetto appartenente a un segmento di sicuro non marginale: quello dello champagne. La carta Crush Uva, infatti, è stata scelta per il packaging della nuova linea di champagne “Naturally Clicquot 3” della maison francese Veuve Clicquot. “Il vino ha un richiamo forte e poter associare la nostra carta ai vini, oltretutto di grande qualità, rappresenta un tassello importante nel quale i nostri concetti sul riuso creativo dei materiali trovano un connubio ideale”, ci dice Eugenio Eger, amministratore delegato di Favini. Nel lavoro fatto da Favini con Veuve Clicquot l’obiettivo era creare un packaging per un nuovo prodotto che però doveva essere in linea con l’immagine ricercata e d’alto profilo dell’azienda francese che ha, sotto questo aspetto, delle specificità persino all’interno del settore dei produttori di champagne. “Veuve Clicquot non mira all’immagine scintillata e metallizzata tipica della maggior parte dei produttori di champagne, ma possiede un suo percorso specifico e unico che si discosta dagli altri” prosegue Eger. “Solo cinque anni fa sarebbe stato impossibile condurre un’operazione di questo genere. Sono rimasto veramente impressionato durante gli incontri con l’ufficio marketing di Veuve Clicquot: avevano osato tanto, avevano fatto un salto molto coraggioso nel modificare in maniera netta e drastica l’impostazione patinata della loro immagine”. L’impressione che si ha osservando il packaging di “Naturally Clicquot” è “che abbiano voluto percorrere un sentiero di unione tra l’alto della gamma che è caratterizzata dall’immagine più raffinata e la naturalità del nuovo prodotto”, prosegue Eger. “È evidente – aggiunge – che hanno percepito il fatto che la connotazione dell’ecosostenibilità diventa un elemento premiante anche nell’ambito del lusso e l’azienda francese si presenta come l’antesignana di una logica che potrebbe diffondersi anche in altri settori merceologici”. E osservando il packaging di “Naturally Clicquot” non si ha solo questa impressione. Uno dei quattro lati della scatola, infatti, è dedicato alla spiegazione, rapida ed efficace realizzata con infografiche, del processo con cui viene prodotta. La scelta è chiara. Valorizzare nel concreto il contenuto di sostenibilità nel suo complesso, packaging compreso. Ora la sfida è diffondere questa logica nel resto del settore vinicolo, a cominciare dalle etichette e dal materiale promozionale. E sviluppando una logica di marketing nella quale il contenuto, ecosostenibile, diventa messaggio. Anzi: il contenitore stesso per le sue caratteristiche ecologiche diventa parte fondante del messaggio.

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Focus vino

UN GRAPPOLO di Rudi Bressa

Rudi Bressa, giornalista ambientale e naturalista, si occupa di rinnovabili, economia circolare e sostenibilità.

di Barbera per riparare i denti

Dalle vinacce e dai semi dell’uva arrivano nuovi prodotti per la chirurgia, l’ortopedia e la cosmesi. Un esempio di come la bioeconomia diventa realtà, risparmiando risorse, valorizzando il territorio e innovando un intero settore. Ci sono tutti gli ingredienti perché diventi un caso di successo. Parliamo di Nobil Bio Ricerche, azienda piemontese con sede a Portacomaro in provincia di Asti e specializzata da più di vent’anni nel settore dei materiali da impianto per applicazioni odontoiatriche. Sì, perché l’azienda ha fatto

della ricerca e dell’innovazione il proprio cavallo di battaglia, ma con una marcia in più. Quella della sostenibilità e del recupero delle materie prime. In una parola bioeconomia. Nobil Bio Ricerche è infatti pronta a lanciare sul mercato un nuovo riempitivo osseo – quelli utilizzati


Case Studies

L’economia circolare si prefigge di ridurre i rifiuti e proteggere l’ambiente, ma presuppone anche una profonda trasformazione del modo in cui funziona la nostra intera economia.

nell’implantologia dentale – contenente polifenoli, estratti dai residui di vinificazione delle uve tipiche delle colline piemontesi. Grazie alle caratteristiche delle molecole polifenoliche, il riempitivo sarà in grado di stimolare la rigenerazione ossea, velocizzando i tempi di guarigione post-intervento, sia nel campo odontoiatrico sia chirurgico. Il settore vitivinicolo, in questo caso quello che si sviluppa nell’astigiano, diventa a un tratto non solo fonte di produzione di vini di rinomata qualità, ma una vera e propria miniera di materie prime. Perché da quello che finora è stato considerato uno scarto o comunque un sottoprodotto, è invece possibile ricavare tutta una serie di molecole fondamentali per quei processi che migliorano la salute umana e di conseguenza la qualità della vita. Economia circolare, quando lo scarto diventa risorsa Parliamo di economia circolare. Un’economia che estrae meno materie prime e che le recupera attraverso una capillare raccolta

e riciclo. Dove non esistono rifiuti, ma solo nuovi materiali da riutilizzare in settori sempre più innovativi e innovatori. “Se da un lato per le nostre applicazioni abbiamo bisogno di quantità esigue di vinacce, dall’altro si dimostra come le montagne di ‘rifiuti’ prodotti ogni anno siano in realtà vere e proprie miniere di materiali preziosi”, spiega Marco Morra, amministratore delegato di Nobil Bio Ricerche. “Si sta sviluppando una scienza molecolare del rifiuto. In questo modo si sta modificando la percezione del rifiuto, soprattutto alla luce di tutte le molecole che può contenere.” Non a caso la Commissione europea lo scorso dicembre ha adottato un nuovo pacchetto di misure per aiutare le imprese e i consumatori europei a effettuare la transizione verso un’economia circolare. “Il nostro pianeta e la nostra economia non sopravviveranno se continueremo a seguire i dettami del ‘prendi, trasforma, usa e getta’”, ha dichiarato il vicepresidente Frans Timmermans, responsabile per lo Sviluppo sostenibile in una nota. “Le risorse sono preziose e vanno conservate, sfruttandone al massimo il potenziale valore

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L’effetto dei polifenoli Percentuale di osso rigenerato 70%

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RIEMPITIVO ARRICCHITO CON POLIFENOLI

40% RIEMPITIVO STANDARD 30%

PLACEBO

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I polifenoli e la “lotta” all’invecchiamento I polifenoli non sono altro che molecole organiche naturali contenute in moltissime specie vegetali, dall’efficace azione antiossidante e di contenimento dei radicali liberi. Radicali liberi presenti all’interno delle cellule e prodotti per esempio durante gli stati infiammatori per combattere i patogeni. I Ros (Reactive oxygen species, ovvero specie reattive all’ossigeno, altro nome dei radicali liberi) spesso però attaccano anche le cellule sane, danneggiando i tessuti. Ecco allora l’invecchiamento della pelle, o patologie come la piorrea, riconducibili a un eccesso di produzione di radicali liberi. In questo caso la letteratura scientifica,1 lavora da anni per dimostrare come i polifenoli, contenuti anche nel vino, siano capaci di ridurre il cosiddetto stress ossidativo e fungere da prevenzione all’invecchiamento cellulare.

1. Xia E. Q., Deng G. F., Guo Y. J., Li H. B., 2010, “Biological Activities of Polyphenols from Grapes”, Int. J. Mol. Sci., 11, 622-646; doi: 10.3390/ ijms11020622. Palaska I., Papathanasiou E., Theoharides Tc., 2013, “Use of polyphenols in periodontal inflammation”, Europ. J. Pharmacol. 720, 77-83; doi: 10.1016/j. ejphar.2013.10.047.

economico. L’economia circolare si prefigge di ridurre i rifiuti e proteggere l’ambiente, ma presuppone anche una profonda trasformazione del modo in cui funziona la nostra intera economia. Ripensiamo il nostro modo di produrre, lavorare e acquistare: creeremo nuove opportunità e nuovi posti di lavoro. Il pacchetto odierno costituisce il quadro di riferimento generale che consentirà questa trasformazione. Propone un percorso credibile e ambizioso per una migliore gestione dei rifiuti in Europa, sostenuto da azioni che riguardano l’intero ciclo dei prodotti; contiene sia una normativa intelligente sia incentivi a livello Ue che aiuteranno le imprese e i consumatori – ma anche le autorità nazionali e locali – a guidare questa trasformazione.” È quanto ha deciso di fare Nobil Bio Ricerche, appoggiando non solo la ricerca, ma la creazione di Innuva, una vera e propria associazione di aziende locali per la promozione e l’applicazione dei polifenoli estratti dalla lavorazione delle uve, che oggi vengono essenzialmente buttati o utilizzati per produrre energia. “L’associazione nasce da una collaborazione tra Nobil Bio Ricerche e il Polo universitario Uni-Astiss”, racconta l’ingegner Giorgio Iviglia, ricercatore dell’azienda. “Si tratta di un progetto iniziato per diffondere le scoperte e le conoscenze acquisite non solo al mondo biomedicale, ma anche ad altri settori, come possono essere quello cosmetico o il nutraceutico, fino ad arrivare al tessile. Fondata due anni fa l’associazione ha lo scopo di unire tutte quelle aziende che fanno dell’economia circolare il loro business, per dare nuova vita ai sottoprodotti della vinificazione e ottenerne così di nuovi”. Innovazione e legame col territorio, certo. Ma con un’apertura al resto del settore industriale e della ricerca. “Con questa associazione vorremmo essere un esempio anche per altri movimenti che possano nascere sul territorio per il riutilizzo di sottoprodotti derivanti anche da settori diversi da quello vinicolo”, conclude Iviglia.

Info www.nobilbio.it


Case Studies Intervista

a cura di Rudi Bressa

Polifenoli Doc Marco Morra, amministratore delegato di Nobil Bio Ricerche

Alla Nobil Bio Ricerche il dottor Morra, assieme alla moglie, la dottoressa Clara Cassinelli, ha puntato su scienza, chimica e natura. Risultato: un innovativo riempitivo osseo e creme anti-invecchiamento a base di polifenoli derivati da uve di Barbera e Grignolino. Come siete arrivati a questo nuovo innovativo prodotto? “Come Nobil Bio Ricerche abbiamo deciso di sviluppare nuovi prodotti, sempre legati all’implantologia orale. In questo caso abbiamo deciso di sviluppare dei riempitivi ossei, capaci di promuovere la formazione di nuovo osso. Basandoci sulla letteratura scientifica esistente, ci siamo resi conto che esiste una buona mole di studi sugli effetti dei polifenoli sulla rigenerazione ossea. Da qui è nata quindi l’idea di sviluppare un riempitivo osseo che contenesse polifenoli recuperati, nel nostro caso, da residui di vinificazione. Si tratta di un campo di studi avanzato a livello mondiale quello sulle proprietà biologiche di queste sostanze e il nostro lavoro riflette questi studi.” Come può influire nel mondo dell’odontoiatria e della chirurgia questo nuovo prodotto? “Un prodotto del genere potrebbe accelerare i tempi richiesti nella rigenerazione ossea e di conseguenza ridurre i tempi – circa sei mesi – dell’operazione. In particolare pensiamo possa servire nei casi di pazienti che soffrono di parodontite, ovvero di perdita di tessuto del supporto dei denti. Sulla base delle evidenze scientifiche i polifenoli combattono i radicali liberi, una delle cause di questa patologia. Per questo pensiamo possa essere un materiale di elezione per queste persone.”

Oltre al settore odontoiatrico state lavorando anche nella cosmesi? “Sì. Sulla base dei risultati raggiunti in questo campo ci siamo appassionati alle proprietà dei polifenoli. Abbiamo quindi deciso di fondare Poliphenolia, azienda che sfrutta le proprietà di queste molecole nel campo delle creme anti-invecchiamento, recuperando i polifenoli dai residui di vinificazione. Nel nostro caso vogliamo lavorare su una solida base scientifica e collegare una particolare classe di polifenoli a un territorio specifico.” Una sorta di denominazione di origine controllata dei polifenoli? “Esatto. Tant’è che sulle confezioni delle nostre creme ci sarà un Qr code leggibile dai dispositivi elettronici che rimanderà allo specifico vigneto e allo specifico produttore. Questo per creare oltre alla tracciabilità, una sorta di business comune col territorio.” Quindi avremo una crema fatta col Barbera o col Grignolino? “In realtà sarà fatta con quello che rimane del processo di vinificazione, come bucce e semi. Infatti molte delle molecole finiscono nel vino. Noi estraiamo quel che rimane in base al determinato processo di vinificazione. Ecco che, su prove da noi effettuate, dal Grignolino possiamo estrarre molecole più piccole, che possiedono una facilità di diffusione maggiore e che andremo a utilizzare per esempio nelle creme per il contorno occhi.” Da un lato abbiamo la territorialità, come la zona dei vini piemontesi, dall’altro molta ricerca e sviluppo. È un binomio che funziona? “Sì. Non a caso le parole chiave che usiamo in Poliphenolia sono ‘creme anti-invecchiamento da scienza e territorio’. Scienza perché vogliamo distinguerci: parliamo di chimica, ovvero di conoscere queste sostanze e saperle utilizzare. Per quanto riguarda il territorio vorremmo arrivare a collaborare col resto d’Italia e del mondo, producendo una crema magari con le vinacce cilene, contenenti quindi quelle specificità territoriali. L’approccio è comunque studiare, capire e formulare la crema per sfruttare al massimo le caratteristiche che troviamo.” Il mondo dell’industria è pronto per questo tipo di prodotti? “Direi di sì, perché si tratta di un tema che si sta sviluppando molto. Sicuramente la sensibilità sta aumentando. In molti ci stanno lavorando. Noi vogliamo concentrarci sull’aspetto scientifico.”

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Focus vino

Territorio

DIVINO di Sergio Ferraris

Come comunicare e valorizzare l’eccellenza di un territorio e di un suo prodotto – il vino – con un packaging di qualità. All’insegna della sostenibilità. Valorizzare un prodotto e un territorio attraverso il packaging sostenibile. Questa sfida lanciata da Comieco diventa ancora più interessante se il territorio in questione è un sito Patrimonio dell’Umanità tutelato dall’Unesco, in un paese come l’Italia che ne detiene la maggiore quantità: 51 rispetto ai 48 della Cina che è al secondo posto. Parliamo del paesaggio vitivinicolo piemontese delle Langhe-Roero e Monferrato dichiarato Patrimonio dell’Umanità a metà del 2014. “È stato molto importante, dopo undici anni di lavoro, ottenere il riconoscimento dell’Unesco dell’identità economica e culturale di un territorio che ha messo assieme 101 Comuni in sei aree, per un totale di 10.000 ettari nella core zone e 76.000 nella buffer zone” dice Roberto Cerrato, direttore e site manager dell’Associazione per


Case Studies il Patrimonio paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, ente gestore del sito Unesco. “Subito dopo abbiamo avuto segnali di come sia cambiata, a livello mondiale, la riconoscibilità del Sud Piemonte. In aggiunta si è deciso di studiare una proposta per un packaging cellulosico sostenibile – rigorosamente a base di carta e cartone riciclato – per il settore vitivinicolo della zona, coniugando così la comunicazione delle eccellenze vitivinicole con quella di un territorio di pregio e con l’economia circolare.” “L’iniziativa è nata perché abbiamo ritenuto questa occasione molto interessante per sviluppare la comunicazione e la promozione della qualità del territorio, attraverso l’attività di un settore a sua volta d’eccellenza come quello vitivinicolo – afferma Carlo Montalbetti, direttore generale di Comieco, Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica. “Naturalmente si parte dal presupposto che il settore del cartone nel comparto specifico è piuttosto rilevante.” In effetti l’intero comparto enologico nazionale prevede l’utilizzo di circa 500.000 tonnellate l’anno di cartone per le scatole. Ed ecco, quindi, che anche l’imballaggio, non solo il vino, può diventare un ambasciatore del nostro paese. Buona parte del vino italiano, infatti, viene esportato. Nel primo semestre del 2015 il valore del vino che ha varcato i confini è stato di 2,5 miliardi di euro. E la stessa strada la percorre il Barolo la cui produzione per l’80% va all’estero. “Anche l’ecosostenibilità viaggia con il vino” prosegue Montalbetti. “Le scatole per i vini sono fatte per il 90% di carta e cartone provenienti dalla raccolta, in particolare da quella differenziata. Nell’arco degli ultimi dieci anni le loro grammature sono diminuite in maniera considerevole rispettando contestualmente tutti i requisiti di resistenza e sicurezza. Diminuzione che in questi anni ci ha fatto risparmiare 1,2 milioni di tonnellate di materia prima/seconda.” Per Comieco occuparsi di packaging all’origine non costituisce un’inversione di rotta. “È un’innovazione, non un cambio di direzione; da tempo il consorzio è molto attivo sui fronti della comunicazione e della sensibilizzazione che consideriamo strategiche” conclude Montalbetti. “E innestare un’azione di questo tipo, ecosostenibile, in un sito Unesco con queste caratteristiche ci è sembrata un’iniziativa molto valida. Non si è trattato solo di un’esperienza tecnica, perché quando si parla di imprese, territori, economie – classiche e circolari in questo caso – eccellenze, paesaggi, cittadini ed ecosostenibilità, l’approccio deve essere a 360 gradi, senza preconcetti e presunzioni, o modelli precostituiti di sorta. Esattamente come ha fatto la cooperativa E.r.i.c.a., impegnata da venti anni nella gestione dei rifiuti, la sostenibilità ambientale, la prevenzione dei rischi, il ciclo delle acque, energia, agricoltura biologica e comunicazione ecosostenibile. Capofila del progetto, E.r.i.c.a. oltre a condurre l’indagine

nei confronti dei produttori vitivinicoli, si è anche occupata della sua comunicazione. Partendo prima di tutto dallo studio delle sei componenti del sito, descritto nel dossier dell’Unesco con un volume di oltre mille pagine”. “Abbiamo accompagnato il territorio durante tutto il percorso della candidatura” dice Elena Berattino, ricercatrice al Siti (Istituto superiore sui sistemi territoriali per l’innovazione), creato dal Politecnico di Torino e dalla Compagnia San Paolo. “In questo processo abbiamo conosciuto tutti i soggetti presenti sul territorio. Durante un incontro internazionale è emerso quanto la Commissione europea ponga attenzione all’economia circolare e così è nata l’idea d’unire sostenibilità e packaging per ridurre i rifiuti e incrementare la comunicazione con Comieco ed E.r.i.c.a.” Delle sei zone tutelate quattro sono caratterizzate dall’intreccio tra vitigno, territorio e tecniche di vinificazione. Sono “la Langa del Barolo”, “le Colline del Barbaresco”, “Nizza Monferrato e il Barbera”, “Canelli e l’Asti spumante”, realtà riconosciute a livello internazionale. Le altre due, invece, rappresentano luoghi del vino e sono: “il Monferrato degli Infernot” – tipici locali sotterranei scavati a mano nella roccia arenaria, caratterizzati dall’assenza di luce

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e areazione diretta nei quali si conserva il vino imbottigliato – e “il Castello di Grinzane Cavour”, un pezzo di storia della viticoltura piemontese. “La prima riflessione fatta con Comieco sul progetto è stata sulla possibilità di valorizzare un territorio raccontandolo attraverso un suo elemento di sostenibilità” dice Enrico Di Nola, project manager della cooperativa E.r.i.c.a. “E per fare ciò è stato fondamentale coinvolgere gli attori attivi sul territorio e avviare uno studio sulle esperienze analoghe, o assimilabili, presenti nel mondo. Partendo dalle etichette, passando per l’incartamento e arrivando alle scatole per il trasporto e la vendita, il panorama dei produttori di vino che utilizzano la carta come imballaggio secondario – nella stragrande maggioranza dei casi il vetro è quello primario – è assai vario. Si va dall’etichetta di Churchill’s, in Portogallo, disegnata da Interbrand che riporta immagini aeree in bianco e nero delle colline della valle del Douro – la zona è anch’essa un sito Unesco vitivinicolo – e che diventano un simbolo grafico di grande impatto. Alle scatole per spedizione e vendita in cartone riciclato della statunitense Greenyard Winery, disegnate da Luis Espinoza che grazie alla forma esagonale possono essere assemblate e usate sia per l’esposizione, sia per la spedizione. Fino alla confezione della bottiglia di Waddesdon Wine The Rothschild Collection,

Gran Bretagna, su cui è stampata una mappa del castello storico e dei terreni limitrofi dove si produce il vino, disegnato da Paul Belford. Successivamente ci si è attivati per accertare quali fossero le reali esigenze delle aziende vitivinicole in fatto di packaging; con un questionario online, le cui domande riguardavano i due vini di punta di ogni cantina (in totale 98), si è definita una base conoscitiva sugli imballaggi, da cui è emerso che l’imballaggio primario è costituito al 99% dal vetro, mentre quello secondario è la scatola da sei bottiglie sulla quale si trova di solito il marchio della cantina e qualche altra indicazione. Abbiamo anche chiesto a un centinaio di produttori se fossero interessati o meno alla sostenibilità dell’imballaggio e al fatto che ci fosse una comunicazione sulla provenienza dei vini dal sito Unesco” conclude Enrico Di Nola. “E i riscontri sono stati molto positivi, anche perché dall’indagine fatta viene fuori che oltre alle informazioni ‘tipiche’, come quelle del nome del luogo di produzione del sito web del produttore e del QR code, su etichette e scatole generalmente non c’è molto altro. E solo in rari casi si trovano mappe, riferimenti grafici e fotografie che descrivono i luoghi e il territorio. Per la comunicazione la zona vitivinicola piemontese delle Langhe-Roero e Monferrato è un territorio ancora tutto da scoprire.


Case Studies L’analisi quindi ha preso due strade, diverse e parallele. La prima riguarda le esigenze di ottimizzazione e sostenibilità dell’imballaggio cellulosico per le quali Comieco ha messo a disposizione alcuni strumenti in suo possesso: la ‘checklist per la progettazione ambientale e sociale degli imballaggi in carta e cartone’ svolta dall’Università Iuav di Venezia e le ‘Linee guida per le buone spedizioni contro lo spreco alimentare: dall’imballo al sistema di trasporto’ sviluppata da Slow Food in collaborazione con Dhl Express. La seconda riguarda l’utilizzazione delle superfici del packaging quale strumento di comunicazione per la valorizzazione dell’identità e della sostenibilità del territorio e per la comunicazione del prodotto. A tal proposito lo studio ha anche avanzato una serie di proposte su quello che il packaging può offrire in termini di comunicazione.” “Questa iniziativa è un ulteriore passo in avanti che ci ha fatto scoprire la possibilità di essere riconoscibili attraverso il packaging – conclude Cerrato – come del resto fanno altri territori nel mondo con vini meno pregiati dei nostri, ma più identificabili grazie al packaging. Tutto il lavoro svolto ha come obiettivo, oltre alla sostenibilità e alla comunicazione, quello che non ci siano costi aggiuntivi per le aziende vitivinicole ma benefici per tutto il territorio”.

Info www.comieco.org

“Abbiamo partecipato all’iniziativa mettendo a disposizione la nostra base associativa – afferma Andrea Ferrero, direttore del consorzio tutela Barolo e Barbaresco, che ha 500 associati che producono circa 6o milioni di bottiglie l’anno, con un fatturato di oltre 250 milioni di euro – E il fatto che si tratti di packaging sostenibile è un plus importante poiché molte aziende si stanno avvicinando alla filosofia della sostenibilità. Questo al di là della questione dell’Unesco, anche se è importante”. Secondo il consorzio potrebbe essere oltre il 70% delle aziende rappresentate ad aderire all’iniziativa anche perché ciò di cui si sente la mancanza nella zona Unesco è la presenza di una comunicazione più vasta e centralizzata, magari a livello nazionale. In questo senso il packaging sostenibile potrebbe essere una leva interessante per questi vini che sempre più spesso sono prodotti in cantine che fanno efficienza energetica e usano fonti rinnovabili. Ora la parola passa a loro, alle aziende produttrici dei vini. Per verificare se dalla carta progettuale si può passare al cartone dei vini, tutti gli attori coinvolti ritengono sia necessaria una fase di disseminazione: l’idea è quella di lanciare l’iniziativa al Festival nazionale dell’ecologia e dell’economia circolare in programma ad Alba dal 20 al 22 maggio 2016.

Slow Food, “Linee guida per le buone spedizioni contro lo spreco alimentare: dall’imballo al sistema di trasporto”, tinyurl.com/hhzh29t

Festival nazionale dell’ecologia e dell’economia circolare, Alba 20-22 maggio 2016; festivalecologia. wordpress.com

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A TUTTA GOMMA Milano-New York andata e ritorno: questa la distanza che coprirebbero – se messi in fila – gli pneumatici recuperati ogni anno da Ecopneus. Il 59% viene trasformato in nuovi materiali utilizzati nella pavimentazione di campi da calcio e palestre o in infrastrutture stradali e arredo urbano. Ma anche nell’edilizia, come dimostra la riqualificazione della chiesa dell’ex Enaoli di Rispescia.


Case Studies

di Emanuele Bompan

Dallo stridere sull’asfalto al silenzio ovattato di una chiesa. Una curiosa parabola, quella delle gomme riciclate nell’ultimo progetto di Ecopneus, società senza scopo di lucro per la gestione dei Pfu (pneumatici fuori uso), costituita dai sei principali produttori di pneumatici operanti in Italia – Bridgestone, Continental, Goodyear Dunlop, Marangoni, Michelin e Pirelli – cui nel tempo si sono aggiunte altre 55 aziende di produzione o importazione. Tutto è partito la scorsa estate quando Ecopneus, in collaborazione con Legambiente e grazie alla progettazione e al coordinamento di Vie en.ro. se Ingegneria, ha promosso la riqualificazione acustica della chiesa dell’ex Enaoli di Rispescia, provincia di Grosseto, impiegando anche pannelli realizzati con materiali derivati da pneumatici riciclati. L’intervento nella chiesa, collocata all’interno del Centro nazionale per lo sviluppo sostenibile di Legambiente “Il Girasole”, uno dei luoghi di sperimentazione e promozione di tecnologie innovative, ha mostrato – dopo una serie di studi – le potenzialità della gomma riciclata per la riqualificazione acustica degli edifici. Infatti, prima della correzione acustica, l’edificio aveva tempi di riverberazione tre volte superiori ai valori ottimali, ovvero in media 3,35 secondi alle frequenze di 500-2000 Hz. Con il risultato di ottenere suoni confusi e, quindi, uno spazio pressoché inutilizzabile per conferenze ed eventi. Partendo dalla gomma riciclata da Pfu, utilizzata anche in combinazione con altri materiali, sono stati ricavati 8 pannelli curvi, caratterizzati da un lato completamente fonoassorbente e da uno riflettente, che sono stati posizionati su una struttura mobile su ruote. Sul soffitto, invece, sono stati appesi ai travetti della copertura 36 pannelli fonoassorbenti curvi, senza però nascondere le capriate lignee e il soffitto in laterizio. Per completare il tutto si sono utilizzati anche pannelli vegetali (Smart Acoustic Green) composti da Cladonia arbuscula, una specie originaria dei paesi scandinavi, che riesce a vivere bene in ambienti chiusi, poco luminosi o addirittura in assenza di luce. Il risultato è stato sorprendente, con performance sopra ogni aspettativa. La riverberazione è scesa a 0,96 secondi nella configurazione di massimo assorbimento acustico. E la festa di Legambiente è stata un successo.

Questo della chiesa di Rispescia non è che l’ultimo progetto d’innovazione sostenuto da Ecopneus per dimostrare il valore della gomma riciclata in varie applicazioni. Nei mesi scorsi sono stati inaugurati molti interventi: un’area gioco di 400 metri quadrati, il “Mondo di Peppa Pig”, nel parco divertimenti bergamasco di Leolandia. Poi le nuove traversine Greenrail, che riducono del 50% i costi di manutenzione delle linee ferroviarie e aumentano la durata del prodotto (50 anni contro i 30/40 del calcestruzzo). E ancora: la diffusione di pavimentazioni equestri, fondamentali sia per il benessere dell’animale sia per quello del fantino, grazie anche alla riduzione del rischio d’esposizione a silicosi, una malattia polmonare legata alle polveri di sabbia. Una gomma per tutte le stagioni “Il progetto sviluppato nel parco di Legambiente mostra chiaramente il valore di un prodotto riciclato, adottato in un contesto dove si valorizzano le sue qualità uniche e le sue performance”, spiega l’ingegner Giovanni Corbetta, direttore generale di Ecopneus. “Nell’economia circolare impiegare materiali in settori dove non si valorizzano le proprietà distintive non ha senso. Noi riceviamo molte proposte da imprese, inventori e R&D. Ma che spesso impiegano la gomma come un materiale secondario, che può essere sostituito da altri. Non è questo in cui noi crediamo”. Oggi Ecopneus punta su tre settori dove l’economia circolare della gomma mostra le sue massime potenzialità e sfrutta le tipicità della materia: lo sport e l’outdoor (campi da calcio, campi gioco, race-track, palestre), infrastrutture stradali (gomma mescolata con i bitumi) e infine il segmento dell’edilizia, in particolare la rigenerazione urbana e l’isolamento acustico. D’altronde la “materia prima” non manca. Ogni anno solo Ecopneus recupera circa 250.000 tonnellate di Pfu, l’equivalente in peso di circa 30 milioni di pneumatici da autovettura. Una cifra importante: se messi uno fianco all’altro, gli pneumatici formerebbero una striscia di oltre 13.000 km, due volte la distanza Milano-New York. La filiera della società impiega complessivamente 100 imprese, incluse 15 per il recupero energetico.

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materiarinnovabile 09. 2016 Tutti gli usi della gomma riciclata per riqualificare l’edilizia Prodotti anti calpestio per l’isolamento acustico dei solai Sono sistemi che si basano sull’interposizione tra lo strato superficiale e la struttura di base (il solaio) di uno strato di materiale elastico (normalmente tra i 2 e i 20 mm di spessore) che consente di “rompere” la loro configurazione solidale. Prodotti da intercapedine per l’isolamento acustico delle pareti L’interposizione di uno strato di gomma nell’intercapedine delle pareti in muratura, soluzione più adatta per interventi di nuova costruzione, permette di attenuare le perdite di isolamento provocate dalle risonanze di intercapedine. In genere si utilizza un materassino in granuli di gomma riciclata (spessore 20 mm). Prodotti per lo smorzamento dei fenomeni di vibrazione di macchinari per l’industria, impianti idraulici e meccanici e delle loro componenti; prodotti per l’isolamento delle fondazioni degli edifici Per ottenere l’attenuazione di queste

vibrazioni, è necessario che il materiale resiliente abbia ottime proprietà elastiche e di smorzamento, oltre a una buona resistenza meccanica sotto carico. Queste caratteristiche fanno della gomma riciclata un’importante risorsa per la produzione di antivibranti. Basamenti antivibranti in gomma riciclata, oltre a garantire elevati valori di elasticità, permettono di ottenere ridotte altezze di montaggio dei macchinari garantendo un ingombro minore nei locali.

Info www.ecopneus.it

Fasce tagliamuro Solitamente venduti in rotoli di larghezza compresa tra 5 cm e 70 cm – minore rispetto ai rotoli anticalpestio – questi prodotti si utilizzano per separare il solaio dai tramezzi con uno strato resiliente. In questo modo le vibrazioni e i rumori che normalmente attraversano le componenti solide per passare da un ambiente all’altro sono attenuate dallo strato elastico. L’effetto smorzante di questa tecnologia contribuisce anche a evitare la propagazione del suono tra i due strati di cui sono composte le pareti doppie.

Come gli pneumatici entrano nelle case Se l’uso della gomma come granulato, polverino o frantumato ha raggiunto una certa popolarità nel segmento sport/aree gioco (43% del mercato) e negli asfalti e arredi urbani (31%), nell’edilizia c’è ancora molto da fare. Oggi, infatti, solo il 4% del totale di materiale da riciclo viene impiegato per case e edifici. Ma il successo del progetto della chiesa nell’area ex-Enaoli svela interessanti opportunità. “Abbiamo confermato che la gomma è perfetta come isolante acustico e antivibrante”, spiega Daniele Fornai, responsabile Sviluppo impieghi e normative di Ecopneus. Un settore con forti potenziali di crescita che vede in Italia almeno quattro produttori di pannelli acustici in gomma riciclata, con un know-how che altri paesi europei ci invidiano. Infatti, una buona parte dei pannelli prodotti in Italia (vedi box) trovano impiego all’estero a conferma del valore del prodotto made in Italy. “L’Italia sta diventando un leader di settore, vista la qualità dei pannelli”, continua Fornai. “Si stanno realizzando prodotti multistrato, capaci di gestire problematiche acustiche e termiche anche complesse, specie in edifici industriali e civili”. Sebbene spesso ignorata, nelle città italiane la questione acustica rimane centrale. Secondo Ispra ben il 42,6% delle sorgenti di rumore oggetto di controllo, negli anni passati, ha presentato almeno un superamento dei limiti normativi. Ma il mondo dell’ingegneria e del real estate fa spallucce.


Case Studies “Maggiore è il valore del Pfu più facile sarà dissuadere chi abbandona gli pneumatici o li brucia illegalmente.”

I problemi acustici sono stati tenuti in scarsa considerazione persino dai consorzi delle certificazioni di edilizia sostenibile. Qualcosa però sta cambiando. “Nella versione #4 del protocollo Leed realizzato da US Green Building Council, l’associazione statunitense che promuove la sostenibilità in edilizia, la parte acustica ha acquisito una rilevanza che prima era specifica solo per gli edifici scolastici. All’interno del protocollo, infatti, c’è un criterio – Acoustic Performance – che prevede una verifica sui rumori di fondo del sistema Hvac (riscaldamentoraffreddamento, nda), sull’isolamento acustico e sul tempo di riverberazione” spiega l’architetto Paola Moschini, Leed AP della società di consulenza sulla sostenibilità Macro Design Studio. “Un segnale che mostra la crescente attenzione verso il benessere acustico non solo da parte di architetti e progettisti ma anche da parte dei sistemi di valutazione della sostenibilità più importanti e conosciuti al mondo”. Futuro di gomma Dunque se si continueranno a sfruttare le performance della materia, la domanda di gomma riciclata da Pfu è destinata a crescere. “Noi guardiamo con attenzione al settore residenziale, dove i volumi possono diventare realmente importanti” precisa Corbetta. Con significativi ritorni ambientali. “Maggiore è il valore del Pfu più facile sarà dissuadere chi abbandona

gli pneumatici o li brucia illegalmente. Come il rame: chi butta via il rame?”. Certo la gomma da Pfu, come tanti altri materiali derivati da scarti, è contesa tra cementifici e società di recupero materiale. Attualmente, considerando i quantitativi effettivamente recuperati, il 41% dei Pfu raccolti viene usato per recupero di energia, mentre il 59% è trasformato in nuovi materiali come granuli e polverini di gomma e acciaio. Il recupero energetico è più semplice e ha una domanda costante. “Chi effettua recupero energetico cerca sempre combustibili alternativi, anche tra i rifiuti. Ma noi preferiamo il recupero dei materiali”, continua Corbetta. “Perché lo richiede la legge ma anche per favorire un’economia circolare, tenendo elevato il valore della gomma riciclata. Questo servirà in futuro a sostenere anche un ciclo produttivo integrato (con le società produttrici di pneumatici): i polverini di gomma ricavati dal trattamento degli pneumatici fuori uso potranno essere usati sempre di più nelle mescole per nuove gomme per auto e autocarri”. Al momento, infatti, il ciclo integrato non è completo a causa di un processo di devulcanizzazione non del tutto efficiente. “Ma siamo fiduciosi che nei prossimi anni migliorerà significativamente”, aggiunge ancora Corbetta, certo dei rapidi progressi della ricerca. Le caratteristiche e le prestazioni uniche della gomma ne fanno un materiale troppo prezioso per essere usato come “banale” fonte di energia.

Le caratteristiche e le prestazioni uniche della gomma ne fanno un materiale troppo prezioso per essere usato come “banale” fonte di energia.

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COMBUSTIBILI: la battaglia dei cementifici

Per molti ambientalisti utilizzare i rifiuti negli stabilimenti di produzione del cemento vuol dire allontanare l’obiettivo zero rifiuti. Mentre – secondo Aitec – l’uso dei combustibili solidi secondari già oggi evita l’emissione di oltre 300.000 tonnellate di CO2 l’anno.

di Roberto Rizzo

Roberto Rizzo è un giornalista scientifico esperto di tematiche energetiche e ambientali e dal 2010 insegna al Master di Giornalismo Scientifico della Sissa di Trieste.

Uno degli obiettivi di Materia Rinnovabile è aprire spazi di confronto e discussione anche su temi difficili e delicati, sui quali il mondo ambientalista e quello dell’industria si possono trovare su fronti opposti. L’utilizzo nei cementifici di combustibili alternativi derivati dai rifiuti è senz’altro uno di questi. Chi vorrebbe indirizzare tutti gli sforzi all’eliminazione di inceneritori e discariche per raggiungere l’obiettivo “rifiuti zero” vede nell’uso dei rifiuti nei cementifici una maniera surrettizia per promuoverne la produzione e il recupero di energia, ritenendo invece che questa dovrebbe essere disincentivata in ogni modo. Sul fronte opposto c’è chi considera più opportuno usare i rifiuti nei cementifici, cioè in impianti industriali costantemente sotto controllo, piuttosto che spedirli in discarica. E, in ogni caso, i forni dei cementifici hanno bisogno di un combustibile (e alle comunità dovrebbero interessare le emissioni al camino, non la tipologia di combustibile utilizzato). D’altra parte, la Commissione europea nel documento tecnico delle Bat (best available techniques) per la produzione di cemento scrive: “Diversi tipi di rifiuti possono sostituire le materie

prime e/o i combustibili fossili nell’industria di produzione del cemento, contribuendo in tal modo al risparmio di risorse naturali”. Su una cosa tutti sembrano comunque d’accordo: il cementificio non è certo la soluzione per la chiusura del ciclo integrato dei rifiuti. Ma potrebbe rappresentare un contributo, al momento non sfruttato? I gestori dei cementifici risparmierebbero senz’altro sui costi di acquisto del combustibile (quanto risparmierebbero dipende dal rifiuto acquistato e dalle caratteristiche locali del mercato). Ma quanto ci guadagnerebbe la collettività? Perché usare i Css? In un cementificio il 60% delle emissioni di CO2 deriva dalla decarbonatazione del calcare, che è formato da calcio, carbonio e ossigeno. Per questo processo occorre fornire calore, necessario per dissociare il calcare in ossido di calcio e anidride carbonica. Se le emissioni di CO2 dovute alla decarbonatazione sono incomprimibili, è però possibile intervenire per ridurre il 40% restante, proveniente dall’utilizzo dei combustibili fossili nel forno.


Case Studies

Quella cementiera è un’industria energivora: per produrre una tonnellata di clinker servono da 3.200 a 4.200 MJ (megajoule: il joule è l’unità di misura dell’energia, del lavoro e del calore); il combustibile fossile prevalentemente usato nei cementifici italiani è il pet coke (o carbone petrolifero), una tipologia di carbone prodotto durante la raffinazione del petrolio (in Italia viene importato prevalentemente da Stati Uniti, Canada e Venezuela). In media ogni anno il settore cementiero italiano consuma 2,3 milioni di tonnellate di combustibile fossile non rinnovabile. Tanto per fare un esempio un cementificio che produce 800.000 tonnellate di clinker l’anno necessita di 80.000 tonnellate di pet coke, per un costo complessivo intorno agli 8 milioni di euro ai valori di mercato attuali del petrolio (i costi per l’energia termica ed elettrica rappresentano all’incirca il 40% del costo di produzione del cemento). Salati anche i costi di carattere ambientale. In base ai fattori di emissione di anidride carbonica per combustibile dell’inventario nazionale Unfccc, il pet coke emette circa 100 t/TJ (terajoule) di CO2 contro le 56 t/TJ del gas metano e le 76 t/TJ dell’olio combustibile. E qui entrano in gioco i combustibili alternativi, in particolare i combustibili solidi secondari (Css): Cdr (combustibile derivato dai rifiuti), gomme e plastiche (il materiale di scarto, chiamato plasmix, del processo di produzione della plastica riciclata), pneumatici fuori uso, fanghi da trattamento delle acque reflue essiccati. I Css sono ricavati dal trattamento di rifiuti speciali non pericolosi e il vantaggio ambientale maggiore risiede nel loro contenuto di biomassa, grazie a cui si possono limitare le emissioni di CO2 (questo perché la materia organica ingloba carbonio e lo restituisce quando viene bruciata: il bilancio finale è dunque in pareggio). Secondo Aitec (Associazione italiana tecnico economica del cemento) l’uso dei combustibili alternativi nei cementifici italiani, ai livelli attuali di utilizzo nel nostro paese, consente di evitare l’emissione di oltre 300.000 tonnellate di CO2 l’anno. Ma qui nascono anche le grane, perché per buona parte del mondo ambientalista prima di tutto arriva il no, senza se e senza ma, al recupero energetico perché questo significa, comunque, favorire la produzione di rifiuto, mentre il ricorso alla discarica e poi il recupero energetico dovrebbero gradualmente ridursi. “Visto che c’è una gerarchia di priorità in tema di rifiuti dettata dall’Unione europea (nell’ordine: prevenzione, riutilizzo, riciclo, recupero di energia e discarica), piuttosto che gettarli in discarica, sarebbe meglio usarli come

fonte di energia in maniera controllata e rispettosa dell’ambiente” obietta Daniele Gizzi, environmental manager di Aitec. “Non si capisce perché dire no a priori ai Css se questi combustibili aiutano a raggiungere gli obiettivi europei, e in particolare mi riferisco al 5% di rifiuti in discarica al 2030.” Allarme sociale “La cosa paradossale – prosegue Gizzi – è che per la produzione del cemento in tutta Europa e anche in Italia si utilizzano già oggi materiali recuperati in sostituzione delle materie prime: ceneri e gessi chimici, polvere di allumina, scarti di lavorazione dell’industria siderurgica, di quella mineraria e chimica. Si tratta di materiali che possono sostituire parzialmente le materie prime (calcare e argilla), entrano in alcuni casi comunque nel forno e contribuiscono alle emissioni. Nel 2014, in Italia questi materiali hanno sostituito il 6,6% (in massa) delle materie prime: valore in linea con la media europea. Invece, quando si parla di bruciare rifiuti nasce l’allarme sociale. Tutti hanno in mente la Terra dei fuochi, o gli inceneritori,

In media ogni anno il settore cementiero italiano consuma 2,3 milioni di tonnellate di combustibile fossile non rinnovabile.

1,2,3 Rapporto di sostenibilità di Aitec (2009-2014) EMISSIONI SPECIFICHE IN ATMOSFERA (kg/t clinker)

-25%

-15%

Ossidi di Azoto (NOx)

-32%

Ossidi di Zolfo (SOx)

Polveri (PM10)

ECONOMIA CIRCOLARE

11 Mln t

rifiuti utilizzati in sostituzione delle materie prime

1,8 Mln t

combustibili alternativi derivati da rifiuti utilizzati

LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI

1,35 Mln t

CO2 evitate grazie all’utilizzo di combustibili alternativi

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materiarinnovabile 09. 2016 Come si produce il cemento

Combustibili alternativi utilizzati in Italia

La produzione del cemento avviene in forni rotanti industriali, lunghi anche decine di metri e larghi circa sei. Qui calcare e argilla vengono cotti insieme a una temperatura di fiamma di circa 2.000 gradi. Si forma così il clinker, un minerale artificiale che esce dal forno a circa 1.500 gradi e viene raffreddato ad aria. Al clinker vengono poi aggiunti gesso e ceneri provenienti dalle centrali termoelettriche, l’impasto viene macinato e si ottiene, come risultato finale, il cemento. Per produrre il calcestruzzo, il conglomerato che serve per realizzare opere edili e infrastrutturali, al cemento si aggiungono acqua e ghiaia. Il cemento, quindi, è il legante nobile del calcestruzzo e ne rappresenta la parte più costosa perché la sua produzione richiede impianti industriali. Ma a differenza di quanto si potrebbe pensare non esiste un’unica tipologia di cemento: ce ne sono ben 27, tutte con caratteristiche chimico-fisiche differenti e i cui criteri di conformità sono definiti dalla norma Uni En 197-1. In Italia l’industria cementiera ha scelto l’Istituto per le tecnologie delle costruzione del Cnr (Centro nazionale delle ricerche) come ente terzo di controllo del rispetto di tale norma. “Nel nostro paese oggi sono in funzione una quarantina di cementifici, ma a causa della crisi del mercato assistiamo alla razionalizzazione del parco impianti con l’inevitabile chiusura dei forni meno performanti” afferma Daniele Gizzi. “Ritengo che arriveremo ad avere sul territorio un numero sicuramente inferiore di forni, ridimensionato su una domanda che dal 2007 a oggi si è praticamente dimezzata a causa della crisi del mercato edilizio.”

t/anno

Info www.aitecweb.com

2014

2012 2013 2014

17

2. 00

1 18 0

.2 6

7 19 0

.4 8

1

309.000 t quantità totale alternativi

13,3% tasso di sostituzione calorica

50 Pneumatici fuori uso

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4

13

04 8.

Plastiche, gomme

Fanghi da trattamento acque reflue

ma ovviamente bruciare rifiuti a 1.500 gradi (2.000°C di temperatura di fiamma) in un impianto industriale le cui emissioni al camino sono sotto controllo dell’Arpa è un discorso ben diverso”. Ed esempi di una gestione dei rifiuti che va nella direzione prospettata da Aitec ce ne sono. Come quello della provincia di Cuneo, dove la cementeria presente sul territorio utilizza il Css. Il combustibile proviene da impianti locali di trattamento dei rifiuti urbani prodotti dai comuni della provincia, dove non è presente nessun impianto di incenerimento. Il coinvolgimento sin dalla nascita del progetto nel 2001 di tutti i soggetti interessati (amministrazioni, aziende private, cittadini, associazioni ambientaliste ecc.) ne ha consentito la realizzazione condivisa con tutto il territorio. Ma replicare iniziative analoghe a livello locale si sta rivelando sempre più complicato. “E qui si apre un altro fronte caldo: quello dell’iter

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Solventi non clorurati

8 5

37 6.

Altri rifiuti liquidi

83

69 .3

13

10

6

13

27

2

.0

00

Oli usati / emulsioni oleose

3.

6.

34

2

5 6

62

94 6.

.8

14

.1

09

CDR

.6

.6 15

19

.9

15

85

32

.8

55

39

.5

40

91

.5

.8

72

18

63

.1 9

7

235.000 t di CO2 evitata (biomassa)

10

76

Farine e grassi animali

Fonte: www.aitec-ambiente.org.

autorizzativo. I cementifici sono soggetti ad Aia (Autorizzazione integrata ambientale) regionale o provinciale e per iniziare a usare combustibili alternativi devono chiedere una modifica della propria Aia. In base ai dati Aitec, in Italia il tempo medio per ottenere tale autorizzazione è di 5 anni, rispetto ai 6-18 mesi di Francia, Germania e Spagna. Riteniamo che uno dei motivi per cui la penetrazione dei combustibili alternativi nei cementifici italiani sia ferma al 13% (la metà della media europea) derivi anche dal fatto che i nostri imprenditori non presentano neanche la domanda di modifica dell’Aia perché sanno quanto lungo e farraginoso sarà l’iter”. Combustibili alternativi e ambiente Un altro elemento che Aitec porta a sostegno dell’uso dei Css nei cementifici è l’impatto sull’ambiente di questi combustibili. Per legge,


Case Studies i cementifici possono usare i Css come alternativa al pet coke secondo ben precise specifiche che devono essere rispettate dai fornitori di Css. “Dovendo produrre cemento, un materiale dotato di marchio Ce e dovendone garantire la qualità, i forni da cemento necessitano di un livello di qualità e raffinatezza del combustibile usato ben superiore a quello degli inceneritori” spiega Gizzi. L’Associazione ha commissionato al Politecnico di Milano una ricerca con l’obiettivo di analizzare gli articoli pubblicati sulle riviste tecnico-scientifiche internazionali relativi alle emissioni inquinanti nei cementifici che usano combustibili alternativi e sulla qualità del cemento prodotto. L’Associazione ha anche fornito i dati di tre anni di emissioni dei cementifici dei propri soci. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che non è rilevabile nessuna differenza significativa tra le emissioni dei combustibili fossili e dei combustibili alternativi. In alcuni casi è stato misurato un miglioramento dei valori di NOx (ossidi di azoto) in concomitanza con l’uso di combustibili alternativi (la produzione di NOx nei cementifici è generalmente maggiore

rispetto agli inceneritori perché la combustione avviene a temperature superiori: 2.000 gradi rispetto a circa 900). Un altro inquinante che suscita, a ragione, molto allarme è la diossina, che viene prodotta nelle combustioni in presenza di cloro. “Siamo spesso al di sotto dei livelli di misurabilità delle diossine perché facciamo di tutto per minimizzare l’ingresso di cloro nei forni” spiega Daniele Gizzi. “Il cemento infatti non può essere commercializzato se la concentrazione di cloro è superiore allo 0,1% e i sali di cloro rischiano di condensarsi, addensarsi sul refrattario (la superficie interna del forno) per poi danneggiarlo. Relativamente alle polveri, è nostro interesse recuperarle per reimmetterle nel processo produttivo: oggi si usano filtri a tessuto che consentono un abbattimento e un recupero compreso tra il 95 e il 99% delle polveri emesse. Per quanto riguarda i metalli pesanti, questi non volatizzano e vengono inglobati nel clinker. Infine, tengo a ricordare che i cementifici non producono ceneri o scorie da trattare, a differenza di quanto avviene negli inceneritori.”

Tasso di sostituzione calorica. Il confronto con l’Europa (2012) GERMANIA

REP. CECA

POLONIA

REGNO UNITO

61%

54%

45%

44%

MEDIA UE27

FRANCIA

SPAGNA

ITALIA

36%

30%

26%

10%

Fonte: Wbcsi – Csi Cembureau 2012.

Css classificazione Uni En 15359 e Dm 22/2013 END OF WASTE

PARAMETRI

UNITÀ DI MISURA

Pci

WASTE

CLASSI 1

2

3

4

5

Mj/kg t.q

≥ 25

≥ 20

≥ 15

≥ 10

≥3

Cl

% s.s

≤ 0,2

≤ 0,6

≤ 1,0

≤ 1,5

≤3

Hg

mg/Mj t.q

≤ 0,02

≤ 0,03

≤ 0,08

≤ 0,15

≤ 0,50

Per essere ‘End of Waste’ il Css deve rientrare nella classe 3 (Pci, Cl) e 2 (Hg) es. Css [3,3,2], [3,2,1] ecc.

I Css e il decreto ministeriale “End of Waste” Il decreto ministeriale 22/2013 ha normato il settore dei Css in base a tre caratteristiche chimico-fisiche: potere calorifico inferiore (Pci), contenuto di cloro e contenuto di mercurio. L’elemento innovativo del decreto è che determinati Css, con qualità energetiche e ambientali superiori, se usati in cementifici con capacità nominale superiore a 500 tonnellate/giorno di clinker e centrali termoelettriche con potenza maggiore a 50 MW non vengono più considerati rifiuti, ma diventano a tutti gli effetti equivalenti a combustibili convenzionali. Il decreto applica quindi il concetto di “End of Waste”, su cui l’Unione europea è già intervenuta in passato per rottami metallici, vetro e rame. “Il decreto ha suscitato delle critiche per noi pretestuose in Italia e a livello europeo” afferma Gizzi. “In alcuni paesi europei c’è il timore che in Italia si apra il mercato dei Css, visto che buona parte dei Css qui prodotti vengono bruciati nei cementifici europei. Questo avviene in Germania, Belgio, Paesi Bassi, Austria, paesi che ricevono Css prodotto in Italia, prevalentemente da impianti del Nord, ma non solo. A oggi, dopo circa tre anni dalla pubblicazione del decreto, solo tre cementifici in Italia hanno ottenuto un’Aia per un ‘End of Waste’. Il Css che diventa ‘End of Waste’ deve essere registrato al regolamento Reach e per ora una sola azienda lo ha fatto. Ma non lo sta producendo perché in Italia non c’è domanda.”

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27 milioni

DI MESSAGGI

Su una nave da crociera si consumano circa 4 milioni di lattine ogni anno. Dal 2007 a oggi ne sono state recuperate 27 milioni, pari a 334 tonnellate di alluminio. Ma si può fare di più: parte la seconda fase della campagna “Message in a can” promossa da CiAl e Costa che coinvolge il Comune di Savona e l’Autorità portuale.


Case Studies

di Roberto Giovannini

“Message in a can”, www.cial.it/news/ message-in-a-can/

A pensarci bene, considerando che stiamo parlando di una montagna di lattine di alluminio raccolte pazientemente una dopo l’altra dall’ormai lontano 2007 a bordo delle navi di Costa Crociere, sono numeri che fanno davvero impressione: sono in tutto la bellezza di 27 milioni di barattoli, ovvero 334 tonnellate del prezioso metallo. Quanto basta per costruire 37 carrozze di treni ad alta velocità, oppure 221.000 lampade da scrivania, o 43.500 cerchioni per automobili, o 722.000 macchinette da caffè da tre tazzine, o 300.000 padelle professionali da cinque millimetri di spessore, o 33.400 biciclette simili alla famosa Ricicletta, la city bike in alluminio riciclato. Tutto merito di “Message in a can” – un “Messaggio in una lattina” – la campagna di raccolta promossa da CiAl (il Consorzio imballaggi alluminio) e Costa Crociere. Ora, giunto alla boa dei nove anni, il programma evolve e si moltiplica, coinvolgendo l’Autorità portuale e la cittadinanza di Savona. E soprattutto punta a mobilitare i social media. La nuova fase dell’iniziativa per la raccolta e il riciclo delle lattine delle bibite a bordo delle navi da crociera che fanno scalo nella città ligure è stata presentata nelle scorse settimane proprio a Savona. “Il progetto di raccolta differenziata e riciclo delle lattine in alluminio a bordo delle navi, avviato con successo alcuni anni fa grazie alla collaborazione tra CiAl e Costa Crociere – ha commentato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – ha portato i suoi risultati e benefici, sia in termini ambientali sia economici. È la dimostrazione concreta di quanto sia necessario mantenere alta l’attenzione sulle tematiche connesse con la prevenzione alla formazione del rifiuto in ogni contesto, incluso quello di un settore così importante come quello marittimo. Si tratta di un’esperienza positiva, da cui prendere spunto per favorire un sistema sempre più efficiente di gestione dei rifiuti su navi, traghetti e porti, turistici e commerciali”. Ovviamente il ministero

ha concesso il suo sostegno e il suo patrocinio al programma. Tre sono le attività principali della nuova stagione di “Message in a can”: oltre al riciclo dell’alluminio proveniente dalle navi, una campagna di sensibilizzazione diretta ai cittadini di Savona per donare alla citta arredi urbani realizzati in alluminio riciclato e una di mobilitazione sui social media. A partire dal 1° marzo e fino al 30 giugno, sarà affissa presso le abitazioni e gli esercizi commerciali di Savona una locandina che spiegherà come effettuare una corretta raccolta differenziata degli imballaggi in alluminio. Se in questi quattro mesi di campagna la raccolta aumenterà almeno del 25% rispetto allo stesso periodo del 2015, CiAl e Costa Crociere doneranno a Savona tre panchine – prodotte proprio con alluminio riciclato – che andranno ad arredare uno dei parchi urbani della città. Infine, dal 1° marzo al 6 giugno “Message in a can” arriverà sui canali social. Agli utenti di Instagram e Twitter verrà richiesto di condividere uno scatto fotografico con l’hashtag #messageinacan. La fotografia dovrà rispondere al tema “affida a una lattina il tuo messaggio per salvare il pianeta”. Chi realizzerà lo scatto giudicato migliore vincerà una crociera Costa per due persone nel Mediterraneo. Mentre a ognuna delle tre menzioni speciali andrà una “Ricicletta”, la city bike in alluminio riciclato di CiAl. Il progetto fin qui ha dato risultati davvero lusinghieri: la modalità di raccolta e riciclo dell’alluminio proveniente dalle navi Costa a Savona rappresenta un modello di eccellenza nel settore marittimo. Dall’inizio del progetto, la quantità di alluminio recuperata è più che raddoppiata, passando da 23,2 tonnellate nel 2007 a 48,6 nel 2015. Per un totale di 334 tonnellate di alluminio raccolte, equivalenti, appunto, a 27 milioni delle classiche lattine da 33 centilitri. Tutto parte dall’organizzazione del sistema di recupero dell’alluminio: a bordo delle navi

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Info www.cial.it

La vita infinita dell’alluminio L’alluminio è un metallo che viene usato in mille modi. Per esempio, grazie alle sue caratteristiche di leggerezza e resistenza alla corrosione sta giocando un ruolo crescente in un settore ad alto impatto ambientale come il trasporto. Basti pensare che se negli anni ’50 e ’60 in un’automobile c’erano in media 40 chili di alluminio, oggi questa quantità è più che raddoppiata e si producono ormai telai e carrozzerie completamente in alluminio. Certo è che si tratta di una materia davvero ideale per sviluppare in modo compiuto una prospettiva di economia circolare. Intanto, per un semplice discorso di costi: non manca certo la materia prima per produrre alluminio – la bauxite è infatti molto diffusa, anche se non in Italia – ma il nodo critico sono i costi produttivi di lavorazione. Per produrre un chilo di alluminio occorre molta energia, ovvero 13 chilowattora. Usando invece il materiale riciclato e recuperato si ottiene un risparmio energetico elevatissimo, pari come detto al 95%, per non parlare del risparmio in termini di emissioni di anidride carbonica (9 tonnellate di CO2 per ogni tonnellata di alluminio prodotto). E inoltre bisogna ricordare che l’alluminio può essere riciclato al 100% infinite volte senza mai perdere le sue caratteristiche originali. Una buona notizia per un paese come l’Italia, che non dispone di miniere di bauxite. I numeri sono chiarissimi: nel 2014 grazie al riciclo di 47.100 tonnellate di imballaggi di alluminio è stata evitata l’emissione di 402.000 tonnellate di CO2, ed è stata risparmiata energia per oltre 173.000 tonnellate equivalenti di petrolio. Da dieci anni nel nostro paese l’attività di raccolta e di recupero dell’alluminio da imballaggio è affidata al Consorzio imballaggi

alluminio, che come slogan e come obiettivo si è dato il motto “Zero discarica, 100% recupero”. Una linea che ha così visto l’allargamento graduale a molte delle fonti possibili, prevedendo, accanto alla raccolta differenziata, l’affermazione di nuove modalità e opzioni di recupero dell’alluminio: in impianti di Tmb (Trattamento meccanico biologico) anche per la produzione di Cdr (Combustibile derivato dai rifiuti), di tappi e capsule da impianti di trattamento del vetro e in impianti per il recupero delle scorie da incenerimento. In questo campo il lavoro del CiAl ha dato risultati spettacolari: nel 2014 è stato recuperato addirittura il 74% dell’alluminio da imballaggio avviato al consumo, per un quantitativo pari a 47.000 tonnellate. Un sistema regolato da una serie di accordi di convenzione tra CiAl e Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) che regolano la gestione e la valorizzazione dei rifiuti di imballaggio in alluminio provenienti dalla raccolta differenziata. Ai Comuni viene infatti riconosciuto un contributo economico particolarmente interessante, rispetto ai quantitativi di rifiuti di imballaggio in alluminio raccolti e conferiti, a cui si va ad aggiungere un ulteriore beneficio economico e ambientale derivante dal mancato conferimento in discarica. Tuttavia l’imballaggio costituisce solo una componente minoritaria dell’alluminio in circolazione: c’è ancora molto da fare, infatti, per sfruttare quelle che potrebbero essere definite le “miniere urbane” di alluminio secondario, e che sono purtroppo ancora molto ricche: la perdita apparente complessiva, da usi urbani e industriali, di alluminio è infatti di circa il 40%.


Case Studies

Non c’è niente di meglio del caso delle lattine in alluminio il cui riciclo consente un risparmio pari al 95% dell’energia necessaria a produrre nuovo metallo.

esistono numerosi punti di raccolta dei rifiuti, sia per i passeggeri sia per l’equipaggio, distribuiti nelle aree svago, nei bar e nei ristoranti, sui ponti esterni, ma anche nelle aree dove il personale di bordo lavora e si riposa. Inoltre ci sono raccoglitori specifici per le lattine di alluminio, che vengono compattate direttamente a bordo, grazie a un macchinario in dotazione a ogni nave della flotta, che le schiaccia in piccole balle. Arrivati nel porto di Savona, le balle di alluminio vengono stoccate da SV Port Service, fino al ritiro da parte di CiAl. Qualche cifra: considerando solo il 2015, nel porto di Savona sono passate 11 navi Costa, per un totale di 233 scali, con una movimentazione complessiva di circa un milione di passeggeri. Va precisato che il corrispettivo economico riconosciuto da CiAl per il materiale conferito viene erogato direttamente da Costa al personale che, a bordo delle navi, si occupa delle operazioni di recupero dell’alluminio dopo la raccolta, di eventuale pulizia del materiale e della compattazione in formati utili all’ottimizzazione dello stoccaggio sulle navi e presso la piattaforma di conferimento nel porto di destinazione. “Se guardiamo i numeri, le nostre navi sono delle piccole città, costituite da circa 6.000 persone – ha spiegato Stefania Lallai direttrice Sostenibilità e relazioni esterne di Costa Crociere – il progetto che presentiamo è un perfetto esempio di

collaborazione tra diverse realtà, che ci ha portato a recuperare un materiale estremamente prezioso”. “Ma c’è un dato che risulta particolarmente interessante: in crociera sì è in vacanza e si è più rilassati. Abbiamo registrato che se normalmente una persona consuma circa 30 lattine l’anno, qui la quantità sale fino a 100”, ha aggiunto Gino Schiona, direttore generale CiAl. Parliamo quindi di 4 milioni di lattine l’anno, numeri che hanno un grosso impatto sulla riduzione di energia ed emissioni. “Il nostro obiettivo di lungo termine – ha insistito Lallai – è estendere questo messaggio di sostenibilità all’intera città di Savona e a un pubblico sempre più ampio, affinché diventi un comportamento acquisito nella vita quotidiana di tutti noi”. “L’Autorità portuale di Savona – ha commentato il presidente della stessa Autorità portuale Gian Luigi Miazza – è orgogliosa di questa iniziativa che si colloca all’interno della propria politica di attenzione alla disciplina della gestione dei rifiuti prodotti all’interno dell’area portuale di Savona-Vado. Nel 2007 è stata realizzata un’isola ecologica che oggi può contare sull’autorizzazione allo stoccaggio di 79 diverse tipologie di rifiuti, realizzando una raccolta differenziata sul totale dei rifiuti prodotti che negli ultimi anni è stata dell’87%”.  “Per un nuovo e rinnovato sviluppo dell’economia globale – ha sottolineato Gino Schiona – le parole d’ordine sono risparmio energetico e uso efficiente delle risorse. Il riciclo dei rifiuti consentirà di ridurre con regolarità l’impiego di materia prima in tutti i paesi sviluppati. E, per spiegare il fenomeno non c’è niente di meglio del caso delle lattine in alluminio il cui riciclo consente un risparmio pari al 95% dell’energia necessaria a produrre nuovo metallo. E questo è forse il principale messaggio contenuto nella lattina per bevande in alluminio. Un messaggio forte e importante. Di partecipazione e condivisione. Di tutela ambientale e sociale e garanzia per uno sviluppo e una crescita realmente sostenibili. Insomma la lattina come emblema di imballaggio in grado di conciliare le esigenze di consumo con quelle di rispetto dell’ambiente”.

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In Italia il

VETRO fa girare 1,4 miliardi di euro di Marco Gisotti

Marco Gisotti è giornalista professionista e divulgatore, dirige l’agenzia di studi e comunicazione ambientale Green Factor.

Dossier Il riciclo del vetro e i nuovi obiettivi europei per la circular economy, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Assovetro; tinyurl.com/j5wj2vy

In Europa produzione e riciclo valgono 125.000 posti di lavoro. In Italia il 77% degli imballaggi di vetro viene recuperato e i 3 milioni di tonnellate di materia prima non utilizzata comportano un risparmio di 316 milioni di metri cubi di metano e un taglio di 1,9 milioni di tonnellate di CO2. Ma ancora oggi 512.800 tonnellate di vetro finiscono nell’indifferenziata.

Se l’economia tradizionale stenta ad andare avanti e qualche volta si ferma, il vetro continua a girare e con esso l’economia circolare. Non si tratta di un facile gioco di parole, ma della rappresentazione esatta dell’industria degli imballaggi in vetro in Italia e in Europa. Basta qualche cifra per capire che si tratta di un settore in salute. Secondo il recente rapporto Il riciclo del vetro e i nuovi obiettivi europei per la circular economy, realizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile per conto di Assovetro, un settore portante dell’economia italiana: 20.200 gli occupati, 1,4 miliardi di Pil e con il 70% degli investimenti green. Se poi guardiamo oltre i confini nazionali, produzione e riciclo del vetro in Europa hanno generato 125.000 posti di lavoro – pari a 9,5 miliardi di euro del Pil europeo – e hanno ridotto del 48% l’utilizzo di materie prime. In parole povere, un ottimo esempio di economia circolare. “Da un chilo di rottame di vetro – si legge nel rapporto – si produce un chilo di vetro, se invece si utilizzano materie prime vergini (sabbia, soda, calcare, dolomite e feldspato) è necessario un input di circa 1,17 chili. Il riciclo del vetro permette di contenere il consumo di risorse naturali, di diminuire gli effetti dannosi derivanti dall’attività estrattiva e di ridurre i consumi di energia e quindi le emissioni di gas serra del processo produttivo. Tutto il rottame di vetro che le vetrerie hanno utilizzato nel solo 2014 (comprendente le materie prime seconde da gestione convenzionata e indipendente, gli scarti dell’industria del vetro piano e il rottame dovuto a scarti della produzione) ha permesso di ridurre l’uso di materie prime tradizionali per 3.020.000 tonnellate”. In Italia cresce la raccolta differenziata del vetro

– ormai arrivata al 77% – e con questa anche le quantità riciclate, in barba – si potrebbe dire – alla crisi economica che certo non ha favorito l’aumento dei quantitativi di bottiglie e vasetti immessi sul mercato italiano. Negli ultimi cinque anni presi in esame nella ricerca – dal 2010 al 2015 – il riciclo è passato dal 68,3% al 70,3%. Si tratta di due punti percentuali che però hanno significato una maggiore disponibilità della materia rinnovabile per la produzione di nuovi contenitori in vetro. Dal punto di vista energetico, poi, le 3.020.000 tonnellate di materia prima non utilizzata hanno significato un risparmio di qualcosa come 316 milioni di metri cubi di metano e minori emissioni per circa 1,9 milioni di tonnellate di CO2. “Il vetro – spiega Marco Ravasi, presidente della Sezione vetro cavo di Assovetro, – è un materiale che realizza alla perfezione il concetto di economia circolare che si basa

Riciclaggio degli imballaggi in vetro 1.000 ton 1.596

1.570

1.568

2011

2012

1.615

1.471

2010

Fonte: Conai, CoReVe.

2013

2014


Case Studies Riciclo dei rifiuti di imballaggi in vetro e obiettivi al 2050 e 2030

Confronto tra il riciclo pro capite dei rifiuti di imballaggio in vetro nel 2014 e stima del riciclo al 2025 e 2030 per macro area geografica

migliaia di ton e %

kg/ab

1.953

Riciclo 1.615

1.723

Riciclo 2014 40,7

85%

34,9

35,9

Obiettivo 2030

32,7 28,8

75%

Tasso di riciclo 70%

Obiettivo 2025

24,6

25,8

22,7 16,6

2014

2025

2030

2014

2025

2030

2014

NORD Fonte: elaborazione Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Il vetro è un modello di riferimento per l’economia circolare che punta a ridurre il prelievo di materie prime dall’ambiente, a minimizzare la produzione di rifiuti, a valorizzare la durata dei prodotti e il loro riutilizzo.

Info www.assovetro.it

2025

2030

2014

CENTRO

2025

2030

SUD

Fonte: elaborazione Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

su produci-consuma-riproduci e permette di avere sempre contenitori che hanno caratteristiche identiche a quelli originali. Ora di fronte ai nuovi obiettivi europei sarà necessario aumentare e migliorare le raccolte differenziate e rafforzare l’innovazione nel settore per ottenere rottami di qualità che alimentino un ciclo virtuoso”. Visti i target di riciclo previsti nel recente pacchetto Ue sull’economia circolare che prevedono una percentuale del 75% al 2025 e dell’85% al 2030, il monito che arriva da Assovetro è quello di fare di più. Ancora oggi si stima che più di 512.800 tonnellate di vetro finiscano nei rifiuti indifferenziati, per non dire delle perdite che si registrano negli impianti di selezione e trattamento dei rottami di vetro. Qui almeno 150.000 tonnellate di scarti, per un 90% vetro, vanno a finire in discarica per colpa della scarsa qualità dei processi di raccolta. Occorre fare di più. In che termini, però? Per rispettare gli obiettivi di riciclo degli imballaggi in vetro rispetto ai rifiuti di vetro prodotti, il riciclo nazionale degli imballaggi in vetro, a parità di immesso al consumo, dovrà arrivare rispettivamente a 1.725.000 tonnellate nel 2025 e 1.953.000 tonnellate nel 2030. Il che significa, in termini di riciclo pro capite, 28,4 kg/abitante alla prima scadenza e 32,2 kg/ abitante alla seconda. E ipotizzando che la quantità totale di vetro nei rifiuti rimanga costante. “Lo sforzo per il raggiungimento di questi obiettivi – spiega il rapporto – sarà diverso per le diverse aree del paese. Il contributo maggiore sarà richiesto al Sud che, per raggiungere l’obiettivo del 2025, dovrà recuperare i ritardi rispetto al resto del paese incrementando di 6,1 kg/abitante il riciclo pro capite realizzato nel 2014 e di 3,1 kg/abitante per raggiungere l’obiettivo al 2030. Il Centro dovrà incrementare il riciclo pro capite di 4,2 kg/ abitante per centrare l’obiettivo al 2025 e di 3,9 kg/ abitante per quello al 2030. Meglio il Nord al quale è richiesto un incremento del riciclo di solo 1 kg/

Confronto tasso di riciclo dei rifiuti di imballaggio in vetro nel 2014 e proiezioni al 2025 e 2030 per macro area geografica 85% 75% Riciclo 2014

72,9%

63,9%

54,9%

Obiettivo 2025 Obiettivo 2030

NORD

CENTRO

SUD

Fonte: elaborazione Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

abitante per il 2025 e di 4,8 kg/abitante per il 2030. In termini percentuali nelle regioni meridionali il tasso di riciclo per raggiungere l’obiettivo del 2025 dovrà crescere del 20%, dell’11% al Centro. Più virtuoso il Nord che dovrà migliorare di soli 2 punti percentuali”. Per Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile che ha curato lo studio, il vetro rappresenta dunque il modello ideale per il futuro economico europeo. “Dalla ricerca emerge – spiega Ronchi – che il vetro, che può essere riciclato più volte e reimpiegato per rifare lo stesso tipo di prodotti, è un modello di riferimento per l’economia circolare che punta a ridurre il prelievo di materie prime dall’ambiente, quindi a minimizzare la produzione di rifiuti, a valorizzare la durata dei prodotti e il loro riutilizzo, a rimettere in circolo i materiali massimizzando il riciclo dei rifiuti e azzerando lo smaltimento di rifiuti in discarica”.

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GRANULI di successo

Grazie a una filiera efficiente e capillare, in Toscana si recupera il 95% della raccolta differenziata. Avviando a nuova vita plastiche, alluminio, acciaio, vetro e cartoni poliaccoppiati. di Marco Gisotti

Gran parte di quanto viene raccolto in modo differenziato in Toscana – carta, vetro, plastica, poliaccoppiati, acciaio, alluminio – viene avviato verso un nuovo ciclo di vita minimizzandone gli impatti sull’ambiente.

Nel 1986 in Italia nasceva il ministero dell’Ambiente. Allora l’intera legislazione ambientale era ancora qualcosa di estremamente vago. I rifiuti si raccoglievano, e per lo più si mandavano in discarica: le parole recupero, riciclo, riutilizzo o riuso erano termini pionieristici. Fu solo undici anni dopo, con il decreto Ronchi, che si diede ordine per la prima volta al sistema e si cominciò a parlare di riciclo. Ma nel 1986 c’era già chi cominciava a darsi da fare in questo senso. Per il recupero del vetro, per esempio. In Toscana quell’anno fu fondata a Empoli una società il cui nome richiamava proprio questa attività: Revet, “recupero vetro Toscana”. Poi con l’avvio del decreto Ronchi (Dlgs 22/97), la società si è messa al servizio del recupero tout court, grazie anche alla visione strategica della Regione Toscana e agli ingressi di soci pubblici come le aziende toscane di gestione di igiene urbana, che ancora oggi credono nel progetto. Al punto di averlo fatto diventare un perno della buona gestione del ciclo integrato dei rifiuti che si è concretizzata in questo territorio.

Successivamente Revet si è spostata a Pontedera, dove oggi sono localizzati i due impianti principali. Il primo – destinato a essere dismesso in futuro – per il multimateriale pesante; il secondo, di nuova concezione, per quello leggero. Oggi la Regione Toscana può vantare una rete e una filiera dedicata al riciclo particolarmente efficienti e diffuse. I diversi impianti permettono di arrivare a un recupero pari al 95%. In pratica, gran parte di quanto viene raccolto in modo differenziato in Toscana – carta, vetro, plastica, poliaccoppiati, acciaio, alluminio – viene avviato verso un nuovo ciclo di vita minimizzandone gli impatti sull’ambiente. Ce lo ricorda Toscanaricicla, la prima campagna condivisa degli operatori del settore nella regione: carta e cartoncino affluiscono nelle cartiere della Lucchesia; gli imballaggi in vetro vengono rifusi nelle vetrerie di Empoli; le plastiche miste riciclate a Pontedera e trasformate in profili per l’arredo urbano e granuli adatti alla stampa di altri riprodotti in plastica; i cartoni per bevande in poliaccoppiati vengono riciclati in un impianto in provincia di Lucca, mentre acciaio e alluminio sono valorizzati in fonderie dislocate nel nord Italia.


Case Studies In questa geografia il gruppo Revet si occupa di raccogliere, selezionare e avviare al riciclo cinque materiali – plastiche, alluminio, acciaio, vetro e cartoni poliaccoppiati (come il tetrapak) – che arrivano dalle raccolte differenziate della Toscana e dalle attività industriali e manifatturiere regionali. Attività che l’azienda svolge per mezzo dei propri impianti, infrastrutture e logistica e grazie anche a centri satelliti dislocati nella regione. Ma Revet si occupa anche della raccolta e della selezione per il riciclo degli scarti che arrivano dalle attività delle industrie locali e delle attività commerciali, rispondendo in maniera strutturale ed efficace a ogni domanda del territorio. E facendo fronte anche al quadro normativo e legislativo in continua trasformazione e aggiornando le proprie tecnologie e processi. Nel 2015 Revet ha recuperato 16.000 tonnellate di scarti dalla Regione: il 65% vetro, 30% plastiche e il rimanente 5% alluminio, acciaio e poliaccoppiati. La raccolta differenziata, infatti, è l’aspetto più visibile per i cittadini. È in quel passaggio che, in un certo senso, i rifiuti cessano di essere scarto. È la riapertura delle “miniere”: il luogo concettuale di estrazione della materia con la quale creare nuovi materiali e nuovi prodotti, anche se la “miniera” è il prodotto stesso a fine vita. In definitiva è la chiusura del cerchio di quella che chiamiamo economia circolare, molto vicina e a imitazione dei cicli biologici, dove la fine di un ciclo è la premessa per quello successivo. In natura ogni deposito di rifiuti è destinato a essere riprocessato. Non c’è scarto che in un tempo più o meno lungo non sia convertito, smontato o ridotto e quindi reintrodotto in natura.

Una delle novità più importanti che ha segnato la fase più matura di questi trenta anni di vita di Revet riguarda proprio le plastiche.

Se immaginassimo la filiera dei rifiuti alla stessa maniera ci accorgeremmo che il passaggio immediatamente successivo alla raccolta differenziata è la chiusura del cerchio, perché ricomincia da qui il processamento dei materiali che, ognuno secondo la propria specificità, li porterà a essere la base per nuovi materiali e quindi produzioni. Da un altro punto di vista si potrebbe dire che la raccolta differenziata per i cittadini rappresenta la punta di un iceberg, sotto al quale c’è una montagna di processi industriali che hanno bisogno di mezzi, competenze, professionalità specifiche e impianti dedicati per riuscire a reimmettere le materie nei cicli produttivi. Ed è quanto accade nella filiera industriale del riciclo creata da Revet in questi trent’anni. La prima fase è quella della selezione finalizzata al riciclaggio. I materiali raccolti in maniera differenziata dai cittadini o prelevati dalle aziende, una volta scaricati nei capannoni di Revet, vengono sottoposti a diversi processi di selezione al fine di ottenere materiali omogenei e imballati, pronti a essere avviati al riciclaggio negli impianti di Revet Recycling o delle altre imprese del settore.

All’arrivo il materiale passa alla macchina “aprisacco”, il cui nome già spiega la sua funzione: grazie a una vera e propria dentatura metallica apre i sacchetti e i libera i materiali contenuti all’interno. Ma non “morde” soltanto: la macchina aprisacco, infatti, dosa la giusta quantità di materiali che passa nel primo rullo e che termina, poi, la sua corsa in un vaglio a tamburo rotante. Qui avviene già una prima selezione: grazie a una serie di fori di varie dimensioni si separano i materiali più ingombranti da quelli di dimensioni medie fino ai più piccoli e fini. I materiali più grandi, quindi, sono avviati verso una selezione finale che avviene manualmente, mentre quelli di media grandezza continuano il loro percorso alla volta delle selezioni successive. Plastiche, alluminio e poliaccoppiati, prevalentemente tetrapak, che sono materiali definibili “leggeri”, vengono aspirati e condotti verso l’impianto di selezione del Css. Per separare il vetro e l’acciaio si usano, invece, calamite che attraggono il metallo e la banda stagnata. Il vetro, a sua volta, subirà un’ulteriore selezione manuale; a questo punto del processo, infatti, viene caricato e portato alla Revet Vetri a Empoli – azienda indipendente e autonoma anche se socia di Revet – dove dopo essere sottoposto a un’ultima pulizia è poi inviato al “pronto forno” in vetreria. In maniera analoga i barattoli in acciaio vengono condotti alla fonderia per il riciclo. Altrettanto articolato il viaggio dei materiali leggeri. L’alluminio, per esempio, viene separato grazie a una macchina a induzione che sfrutta il principio di Gauss, quindi viene imballato e spedito in fonderia per essere riciclato. Plastiche e poliaccoppiati vengono separati grazie a selettori meccanici e ottici. In questo modo si ottengono balle omogenee, per esempio di tetrapak, pronte per essere spedite in un impianto specifico in provincia di Lucca dove si riesce a riciclare l’intera fibra cellulosica del tetrapak (quasi il 75%). Le plastiche richiedono una maggiore attenzione perché vanno prima selezionate per tipo (Pet, Hdpe, Ldpe, Pp, Ps ecc.) e per colore (Pet trasparente, azzurrato, colorato) e solo dopo possono essere avviate al riciclo verso le aziende consorziate del sistema Corepla. E una delle novità più importanti che ha segnato la fase più matura di questi trenta anni di vita di Revet riguarda proprio le plastiche, anzi la frazione più critica di esse. La macchina messa in moto da Revet Recycling può dialogare, nel senso di avere rapporti commerciali, con oltre 600 aziende toscane che lavorano le materie plastiche. “A questa vasta platea di realtà manifatturiere – spiegano dall’azienda – si rivolge Revet Recycling, offrendo loro un materiale che coniuga tutte le caratteristiche dei polimeri vergini con la sostenibilità ambientale: dopo un’accurata selezione e pulizia, infatti, le plastiche eterogenee delle raccolte differenziate toscane, vengono triturate e riciclate, ottenendo

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materiarinnovabile 09. 2016 un granulo a base di polipropilene e polietilene – che può essere masterizzato e compoundato – adatto per lo stampaggio a iniezione o a soffiaggio di qualsiasi manufatto, anche di alta gamma” (il compounding è il processo di lavorazione, sia chimico sia meccanico, attraverso il quale a partire da polimeri diversi si ottengono nuovi materiali plastici, ndr).

Roberto Rizzo, “Ecco come si passa da un bicchiere di plastica allo scooter”, Materia Rinnovabile n. 6/7, ottobre-dicembre 2015; tinyurl.com/j6brpf6

Come spesso accade la soluzione di problemi complessi comporta certamente più fatica, ma conduce a maggiori soddisfazioni. È un po’ quello che è accaduto con il caso del plasmix, che oggi rappresenta oltre il 55% in peso degli imballaggi plastici raccolti, ed è la frazione più critica delle plastiche. Di solito è destinato al recupero energetico. Revet, creando Revet Recycling, è riuscita invece a capitalizzarlo in altro modo e a reimmetterlo nel ciclo produttivo.

L’impianto di Revet Recycling, infatti, trasforma questa frazione in densificato e granuli. Il densificato è adatto alla produzione, per esempio, di profili per gli arredi esterni; i granuli, invece, sono adatti allo stampaggio di qualunque manufatto plastico, anche di alta gamma. Del successo del plasmix, che dalla dimensione locale toscana ha lanciato Revet verso i mercati internazionali, con richieste che superano persino l’attuale produzione, ne abbiamo parlato già su Materia Rinnovabile 6/7. A significare, anche, che quella di Revet è una realtà che per tipologia e risultati ha davvero pochi esempi simili nel resto della penisola. A Pontedera, infatti, non si stancano di dire che si tratta di un modello da esportare. E dopo trent’anni è difficile non essere d’accordo.


Case Studies Intervista

a cura di Marco Gisotti

Sensibili ma ambiziosi Alessandro Canovai, presidente di Revet Spa e Revet Recycling

Eliminare l’Iva sui prodotti riciclati non solo consentirebbe un abbattimento dei costi per il consumatore finale, ma sarebbe anche giusto visto che su quei materiali – durante il loro ciclo di vita – il versamento dell’Iva è già stato assolto almeno una volta.”

Info www.revet.com www.revet-recycling.com

“L’anniversario di Revet – spiega Alessandro Canovai, presidente da pochi mesi ma già perfettamente integrato – è la testimonianza di quanto in Toscana la sensibilità verso il recupero e il riciclaggio abbia radici lontane. Revet nella sua storia ha avuto diversi assetti: partita come società privata ora è a prevalente capitale pubblico. Oggi, diciamo così, è il momento per una Revet 2.0: i suoi soci, per lo più concessionari di servizi pubblici, sono diventati concessionari dei servizi del ciclo completo dei rifiuti. Anche perché la Toscana ha iniziato con un percorso multimateriale pesante per poi dirigersi, più recentemente, verso un modello monomateriale.”

lei di che tipo di incentivi ci sarebbe bisogno? “A parte favorire in ogni modo gli acquisti verdi, sarebbe necessario intervenire sull’Iva. Eliminare l’Iva sui prodotti riciclati non solo consentirebbe un abbattimento dei costi per il consumatore finale, ma sarebbe anche giusto visto che su quei materiali – durante il loro ciclo di vita – il versamento dell’Iva è già stato assolto almeno una volta.”

La chiave del successo di Revet è la plastica: su questo filone avete creato anche Revet Recycling... “La filiera delle plastiche oggi in Toscana serve l’86% dei cittadini. Puntiamo a completare il servizio e migliorare la capacità di selezione dei materiali con l’apertura di due nuovi impianti – quello di Prato e il potenziamento di Pontedera – per poi rivolgerci all’area Sud della Toscana. L’obiettivo è sempre la massima valorizzazione dei prodotti. La scelta di creare Revet Recycling, per le plastiche di più difficile riciclaggio, è stata vincente. Non solo sotto il profilo dei processi e delle tecnologie impiegate ma anche per la frontiera di mercato che ha aperto: in pratica oggi abbiamo richieste doppie rispetto alla nostra attuale produzione. Il core business di Revet Recycling è, infatti, diventato quello della vendita dei granuli che ha oltrepassato anche i confini nazionali. L’ambizione ora è quella di riuscire a trasformare i granuli in manufatti in maniera autonoma e qui in Toscana. Chiudendo, in un certo senso, l’intera filiera. In questo ci aspettiamo un aiuto anche dalle nuove regole sul green public procurement.”

Anche la comunicazione deve stare al passo dei tempi. E se una volta i rifiuti erano una cosa di scarso appeal, oggi è di moda potersi vantare di avere uno scooter realizzato con plastica riciclata, oppure di indossare un vestito da sera in poliestere realizzato a partire dalle bottiglie dell’acqua minerale, come ha fatto l’attore inglese Colin Firth alla cerimonia degli Oscar. Comunicare, infatti, è fondamentale. Significa, nel caso dei rifiuti, educare i cittadini alla raccolta differenziata e dimostrare, numeri e fatti alla mano, come vengono finalizzati i loro sforzi. Così acquista grande importanza anche un logo, specie se deve dire ‘io ci sono e ci sono da trent’anni’. Ecco quindi, che per ricordare la nascita di Revet a Empoli nel 1986, è stato deciso di utilizzare per tutto il 2016 un logo commemorativo. “Il logo del trentennale, in realtà, contiene già la nuova versione di logo che Revet utilizzerà a partire dal 2017 – spiegano dall’azienda – con un nuovo font dal carattere più moderno e industriale e con una costruzione più armonica dell’insieme, che ha portato a correggere tutte le proporzioni e a rivisitare le tre frecce. Restano invece inalterati i colori in modo da garantire allo sguardo d’insieme una continuità naturale con il passato, garanzia di una immediata riconoscibilità del marchio da parte di tutti i toscani”.

Questo salto, però, è avvenuto grazie a una intensa attività di ricerca. Il che significa nuove competenze e nuove professionalità... “La Ricerca & Sviluppo è certamente la parte più importante. Il plasmix richiede infatti una ‘formula di cucina’ che sappia lavorare bene con i laboratori di ricerca sul territorio e si avvalga di esperti di tecnologia dei materiali. In Revet nel 2008 lavoravano poco più di un centinaio di persone: oggi siamo 157 e a questi andrebbe aggiunto un certo numero di lavoratori dell’indotto. E le professioni e le competenze in questo senso sono importanti, per non dire determinanti.” Dopo il collegato ambientale si aprono dei nuovi spiragli per il settore, ma secondo

Un logo per i 30 anni

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Il villaggio

DEI MATERIALI Intervista a Emilio Genovesi Come sta cambiando il nostro rapporto con i materiali innovativi e le nuove tecnologie. Sempre piĂš focalizzato sul valore della sostenibilitĂ .


Case Studies

Emilio Genovesi, Ceo di Material ConneXion Italia dal 2007, è stato direttore generale di Domus Academy. Dal 2007 cura una rubrica dedicata ai temi del design e della strategia d’impresa per un importante quotidiano italiano. È stato project leader del Biodiversity Park, padiglione tematico in ExpoMilano2015.

a cura di Marco Moro Materials Village – Milano 2016, tinyurl.com/zmey55c

Se c’è un luogo dove l’attenzione e la curiosità dei progettisti rischia puntualmente il collasso per eccesso di stimoli, questa è la Design Week di Milano, in programma tra il 12 e il 17 aprile. Affermatasi come principale evento globale per il mondo del design e del progetto in generale, la manifestazione milanese presenta anche quest’anno un programma pressoché sconfinato di eventi, dove migliaia di oggetti (e di idee) vengono simultaneamente proposti in una competizione tra location sempre più distribuite all’interno della città. La ricerca continua di nuovi spazi modifica ogni anno la mappa di questa “metropoli temporanea del design”, ma alcuni punti fermi rimangono, come luoghi di ancoraggio (almeno per qualche ora) sicuri in un paesaggio fluido e mutevole. Tra gli attracchi più solidi c’è da anni Supertudio Più, ed è esattamente qui che Material ConneXion Italia propone un luogo dedicato ai materiali, le sostanze con cui le innumerevoli idee che circolano durante la Design Week vengono realizzate. Pensato come punto d’incontro e di confronto per (e tra) progettisti, aziende produttrici di materiali e aziende che ne sono potenziali utilizzatrici, l’edizione 2016 di Materials Village si caratterizza anche come luogo dove riflettere sui trend e i fenomeni globali che agiscono sul nostro rapporto con le risorse materiali, focalizzandosi sull’innovazione sostenibile. Le parole di Emilio Genovesi, Ceo di Material ConneXion Italia, a proposito di questa scelta sono estremamente chiare: “Il tema della sostenibilità ambientale è diventato così importante da essere quasi imprescindibile in qualsiasi evento in cui si parli di innovazione, in particolare nei materiali. L’innovazione non è più pensabile disgiunta dalla sostenibilità.” Innovazione che oggi corrisponde anche a indirizzi di politica economica, come avviene per la bioeconomia e l’economia circolare, trend che promettono di incidere fortemente sul rapporto tra attività produttive e risorse e, quindi, anche sulla cultura progettuale. Nella percezione

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materiarinnovabile 09. 2016 di chi è parte del maggior network internazionale per la ricerca e la consulenza sul tema, questi trend stanno già agendo in modo significativo? “Diciamo che si tratta di un processo inesorabile, da cui non si torna indietro; e tuttavia è ancora un processo lento. I principi della bioeconomia e dell’economia circolare sono ancora dei desiderata più che delle realtà in grado di incidere significativamente sui processi produttivi. C’è senz’altro un forte sviluppo degli ‘acquisti verdi’, dove però si riscontra ancora una buona dose di incertezza rispetto ai criteri, basti pensare alla pletora di certificazioni ambientali legate all’edilizia, pur con una certa

Info it.materialconnexion.com

convergenza (a livello internazionale) verso il sistema Leed. Dall’esperienza della nostra banca dati possiamo dire che sono sempre di più i semilavorati, per esempio tessuti, prodotti seguendo criteri di economia circolare, ma si tratta di singoli materiali, non di oggetti complessi, dove deve invece intervenire una progettazione che tenga conto del fine-vita del prodotto. In questo senso, in Italia, un esempio non nuovissimo ma ancora all’avanguardia è quello di Valcucine.” Qual è, nella vostra visione, il maggior ostacolo alla diffusione di prodotti realizzati con materie prime seconde o con materie prime rinnovabili? “Il problema principale è di ordine economico: le materie prime rinnovabili allo stato attuale si trovano schiacciate tra un delta-costo eccessivo e un mercato che non ne riconosce il valore. Anche perché nei periodi di crisi la sostenibilità ambientale è percepita come un lusso, non come una priorità, e così si perdono delle opportunità importanti. Il petrolio a 30 dollari al barile, per esempio, è un problema per l’affermazione delle materie plastiche di origine vegetale, perché allontana gli investimenti e drena fondi importanti per la ricerca su nuove tecnologie che renderebbero i biopolimeri più competitivi. Insomma, è un circolo vizioso che andrebbe spezzato, magari attraverso un uso più deciso di politiche di incentivo pubblico.” L’interesse, la spinta all’innovazione sostenibile, si manifesta oggi più dal lato della domanda (progettisti, aziende dei

Material Connexion, la banca dei materiali Material ConneXion® è il più grande centro internazionale di ricerca e consulenza sui materiali innovativi e sostenibili. Fondata nel 1997 da George Beylerian a New York, con la prima library di materiali fisici, oggi è presente con diverse sedi anche in Europa e in Asia. Material ConneXion Italia è attiva dal 2002 nel campo della consulenza, promozione e formazione per ogni tipo di realtà produttiva e progettuale sviluppando una significativa esperienza nel supporto strategico di aziende, nei settori più diversi. Nella sede di Milano ospita una library fisica di oltre 4.000 materiali, di cui circa 2.500 permanentemente esposti.


Case Studies

settori protagonisti della Design Week) o dal lato dell’offerta (produttori di materiali)? “È difficile dare una risposta perché si tratta dei due lati della stessa medaglia. Nel settore dei materiali per interior e architettura notiamo proposte interessanti e sperimentazioni da parte di aziende medio-piccole, mentre le grandi aziende adottano policy ambientali più generali, dettate dalle normative e rivolte più ai processi produttivi e agli impianti che non al prodotto finito. Per quanto riguarda il progetto, senz’altro sono in aumento i concorsi di architettura che premiano l’utilizzo di materiali o sistemi costruttivi sostenibili.” Se doveste indicare alcuni ambiti in cui l’innovazione sostenibile si sta affermando più velocemente e/o con maggiore diffusione quali segnalereste? “Da un lato i settori in cui la vita del prodotto è più breve: il packaging, i contenitori per gli alimenti e i disposables in genere, perché il materiale ecosostenibile ha una ricaduta positiva sulle fasi di dismissione. Dall’altro, all’opposto, i settori dove il prodotto è di più lunga durata, ovvero architettura e costruzioni, perché si tratta di manufatti il cui impatto si proietta su un lasso temporale molto lungo e che quindi richiedono un approccio progettuale rivolto al futuro.” Material ConneXion svolge, dal 1997 a livello internazionale e dal 2002 anche in Italia, un’attività di censimento e documentazione dell’innovazione nel campo dei materiali. Quali sono i principali cambiamenti

che avete potuto osservare in questo arco temporale? Cosa vi aspettate per il futuro? “Quando Material ConneXion è nata, l’innovazione materiale veniva caratterizzata principalmente dalla performance, con un approccio molto americano. A partire dai primi anni Duemila in poi, abbiamo assistito a uno spostamento verso contenuti estetico-sensoriali della materia, il che ha anche influito sulla scelta di Milano, centro creativo di moda e design, come primo avamposto europeo di Material ConneXion. Oggi senz’altro la sostenibilità domina come valore imprescindibile. Il futuro sarà sempre più rivolto a processi, trattamenti e funzionalizzazioni della materia più che a nuovi materiali tout court, grazie all’impulso dato dalle nanotecnologie.”

Nei periodi di crisi la sostenibilità ambientale è percepita come un lusso, non come una priorità, e così si perdono delle opportunità importanti.

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Rubriche Capitale naturale

È inestimabile ma non lo vedono Gianfranco Bologna è direttore scientifico e Senior Advisor di Wwf Italia. Segretario generale della Fondazione Aurelio Peccei, che rappresenta il Club di Roma in Italia.

Sustainable Development Goals, sustainabledevelopment. un.org/sdgs

Parliamo del collegato ambientale alla legge di stabilità, approvato poco prima di Natale. In particolare dell’articolo 67 che spicca per la sua dimensione innovativa: istituisce infatti il Comitato nazionale per il capitale naturale i cui lavori (tra cui l’elaborazione di un rapporto aggiornato sullo stato del capitale naturale del nostro paese) sono inseriti nel processo di programmazione economica nazionale. È senza dubbio un importante passo avanti che affianca l’Italia a realtà simili già nate o che stanno nascendo in diversi paesi. Per esempio in Gran Bretagna dal 2012 esiste e opera un Comitato nazionale per il capitale naturale formalizzato dopo la pubblicazione del rapporto nazionale “The Natural Choice: Securing the Value for Nature” con lo scopo di fornire un supporto indipendente di esperti al governo britannico sullo stato del capitale naturale della nazione. Presieduto dall’economista della Oxford University Dieter Helm, il Comitato ha già pubblicato tre rapporti sullo stato del capitale naturale nel Regno Unito per gli anni 2013, 2014 e 2015, oltre a numerosi lavori collaterali, scatenando così un efficace dibattito parlamentare su come valutare e rendicontare l’importanza del capitale naturale nazionale. Finalmente, dunque, la normativa italiana va nella direzione di considerare il valore della natura in maniera centrale e non marginale e casuale, come tuttora avviene. Il futuro delle nostre società, infatti, non può prescindere dal considerare con attenzione nei meccanismi economici che governano le azioni di governi e aziende, i sistemi naturali che si sono evoluti da oltre 3,5 miliardi di anni. Si tratta di una straordinaria ricchezza che offre quotidianamente e “gratuitamente” allo sviluppo e al benessere delle società umane, una serie di servizi fondamentali: dai regimi idrici alla formazione dei suoli, dal mantenimento dei cicli biogeochimici alla composizione chimica dell’atmosfera, dalla ricchezza della biodiversità alla fotosintesi. Questa inestimabile ricchezza – il nostro

capitale naturale, appunto – dovrebbe essere messa al centro dei modelli di sviluppo economico. Al contrario le nostre società agiscono sui sistemi naturali con una straordinaria pressione. Non solo sottraendo e depredando risorse, ma anche impostando processi produttivi che immettono una massa ingente di rifiuti difficilmente metabolizzabili da parte degli stessi sistemi naturali. Così facendo abbiamo assottigliato drammaticamente il capitale naturale essenziale per il nostro futuro e che ci può ancora garantire un percorso di minore insostenibilità negli anni a venire – come indicato nell’Agenda 2030 con i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile approvata all’ultima Assemblea generale Onu. Non è un caso che la legge di cui parliamo preveda anche la realizzazione di una Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile. Il capitale naturale non può continuare a essere invisibile ai modelli economici, ma deve essere considerato fondamentale per l’umanità. Ecco perché oggi si cerca di individuare le modalità per “mettere in conto” la natura e così attribuirle un valore. Che non può essere quantificato solo in termini monetari perché il valore delle strutture, dei processi, delle funzioni e dei servizi dei sistemi naturali va ben oltre una tale mera rendicontazione. Si tratta di una straordinaria sfida per il futuro di noi tutti. Dobbiamo assolutamente raccoglierla.


Rubriche

Profondo blu

Le alghe preferiscono i tessuti Ilaria Nardello è direttore esecutivo del Centro europeo risorse biologiche marine (Embrc), l’infrastruttura europea per la ricerca scientifica e applicata sulla biologia e gli ecosistemi marini.

AT~SEA project, www.atsea-project.eu

Sioen Industries, grande industria belga specializzata nella produzione di tessuti tecnici, ha avviato in Norvegia un impianto sperimentale per la coltivazione industriale di alghe. Mettendo insieme le forze di altri sei partner europei – l’irlandese Ocean Harvest, la spagnola Tecnored, la belga Devan Chemicals, l’olandese Hortimare, la francese Eurofilet e J2M, anche questa belga – Sioen ha dato il via a un progetto innovativo, a Solund. A maggio è già prevista la prima raccolta, ma il progetto – che per ora interessa un ettaro di superficie marina – punta a quadruplicare nel corso del prossimo anno. E soprattutto a iniziare a proporre la vendita di soluzioni chiavi in mano ​​ di questi impianti, con il marchio At Sea Technologies. Unendo la capacità di trovare soluzioni innovative degli specialisti del tessile, biologi ed esperti delle applicazioni algali nel campo della nutrizione e benessere, con le capacità di produzione di uno dei principali attori del settore, At Sea Technologies promette di essere una rivelazione nell’ambito della coltivazione di alghe su scala industriale. In effetti i loro brevetti per i materiali di supporto alla coltivazione di alghe marine hanno portato alla Sioen Industries il premio innovazione Techtextil 2015, nella categoria Nuovi materiali, insieme a Centexbel, il centro di competenza tessile del Belgio. Tutto è iniziato con il progetto europeo FP7 At Sea, coordinato da Sioen Industries, dedicato allo sviluppo di tessuti tecnici avanzati, progettati per dimostrare la fattibilità tecnica ed economica della coltivazione di alghe in mare aperto. Obiettivo: creare una fonte sostenibile per produrre estratti algali sempre più richiesti per la produzione di super alimenti, mangimi, prodotti biochimici e biomateriali, o per le bioenergie. L’idea da dimostrare era ottenere un aumento significativo della produzione grazie all’introduzione di un supporto bidimensionale nelle tecniche di coltivazione, tradizionalmente basate sull’uso di linee o corde. La sfida è stata generare tessuti bidimensionali provvisti di superfici adatte a creare un habitat idoneo alla crescita delle alghe, ma al tempo

stesso resistenti e capaci di sopportare le condizioni ambientali degli ambienti costieri marini nord atlantici. E anche in grado di impedire la crescita di vegetali indesiderati o molluschi. Questi tessuti possono essere tagliati in grandi strisce o stuoie, dello spessore di un millimetro: su di esse le giovani alghe crescono, mantenute a una profondità di due metri sotto la superficie del mare, finché non raggiungono un metro o due di lunghezza, e quindi vengono raccolte, in primavera. L’impiego del tessuto nella coltivazione delle alghe permette di ottenere fino a 16 kg di alghe per metro quadrato, cioè da tre a cinque volte la resa della coltivazione con metodi tradizionali. L’aspetto più interessante di questa storia va al di là dell’evidente merito di un progetto di ricerca a sostegno di uno spin-off dal potenziale economico altissimo, in linea con le ambizioni europee della Blue Growth. Grazie a questa innovazione, infatti, si incentiva la coltivazione, contribuendo indirettamente alla tutela della popolazione delle alghe naturali e a evitare l’esaurimento di una risorsa blu sempre più richiesta su scala globale.

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Pillole di innovazione

Come è dolce riandar per questo mare Federico Pedrocchi, giornalista di scienza. Dirige e conduce la trasmissione settimanale Moebius in onda su Radio 24 – Il Sole 24 Ore.

Go Sailing, for a Change, www.gs4c.com

Andar per mare ha cambiato sempre molte cose nella storia della nostra specie. Coniugando questo dato storico in un acronimo contemporaneo si può scrivere GS4C, Go Sailing for a Change. D’accordo, potrebbe esserci troppa enfasi in questa connessione. GS4C è una giovanissima azienda basata a Milano e la storicità del mare come agente di cambiamento è un riferimento forse troppo ampio? Perché i grandi cambiamenti di che cosa sono fatti, a guardar bene? Fu una piccola imbarcazione che abbandonò per la prima volta la vela quadra e montò un albero e un pezzo di stoffa che consentiva di prendere il vento di traverso e andar dritti. E il primo sommergibile – che tendeva a essere un po’ troppo sommerso, a dire il vero più simile a un non-emmergibile – aveva un’elica che andava a pedali. Allora, questa è la storia che racconto adesso. Vanno per mare un sacco di barche con scafi costituiti da fibre in carbonio o vetroresina. Materiali “spreconi” perché gli scarti che si generano in cantiere sono tutti da buttare, e quando le imbarcazioni esauriscono il loro ciclo di vita, sono da buttare, ovviamente, anche quelle. Stiamo per parlare di tecnologie che hanno a che fare con l’economia circolare. È così, e quindi la vicenda cresce subito di importanza. La mission è costruire scafi ad alta sostenibilità. GS4C sta portando avanti questa proposta, con una imbarcazione da 6,5 metri, classe mini650, appartenente a una tipologia di gare oceaniche in solitaria. La costruisce con fibre minerali, per la precisione con fibre di basalto. Lava, quindi. C’è un modo per lavorarla che conduce a un materiale molto stabile e dalle prestazioni standard. È un materiale completamente riciclabile, quindi niente scarti all’inizio e recupero dello scafo a fine vita. Perché quante gare impegnative fa una barca da regata? Se si tratta di roba come la Coppa America può anche bastarne una. Ma è allo scenario generale che bisogna guardare: se ho uno scafo non riciclabile, lo butto via; se è recuperabile ecco che mi rientra una quota significativa dei fondi investiti.

Perché GS4C investe in una gara da regata? Perché c’è molta attenzione su questi eventi, e quindi sono un buon battistrada per l’innovazione in genere. È un ragionamento corretto e che speriamo vincente e scalabile. Ci sono, infatti, tutte le imbarcazioni da diporto, ma anche altri settori – lontani dal mare – nei quali le fibre minerali (o quelle vegetali, il bambù per dirne una: le potenzialità sono notevoli) consentono economie virtuose. Le pale eoliche, per esempio. In Italia ce ne sono già 6.000 che stanno superando il loro tempo di vita. Se le costruissimo con fibre di basalto i vantaggi sarebbero evidenti, visto che una pala di 24 metri, costruita in vetroresina, produce 500 chili di materiale di scarto. La società milanese sta costruendo una rete di competenze e di altre aziende, con l’obiettivo di diffondere questa tecnologia ad alta sostenibilità nei tanti settori dove può essere utilizzata. Nell’automotive, per esempio, o per molte attrezzature sportive. Queste fibre alternative certo costano di più del vetroresina: ma è qui che si deve sciogliere quel sortilegio per cui si guarda ai costi immediati e non a un ciclo più ampio che ha bisogno di uno sguardo più lungo per mostrare i suoi vantaggi economici. E poi, certo, ci sarebbe anche questa urgenza della sostenibilità, che ha conseguenze economiche non da poco. Quello che voglio dire è che, quando per andare da Piombino a Olbia si dovesse ricorrere a dei mezzi cingolati per via di un eccesso di evaporazione, bé, il settore delle barche da diporto un poco ne risentirebbe, ecco.


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3° SIMPOSIO SULL’URBAN MINING E SULLA CIRCULAR ECONOMY 23-25 Maggio 2016 - Ex Monastero di Sant’Agostino, Bergamo costs : industry : takeback programs : recycling : sustainability : materials costs : policy sustainability industry : sustainability : separate collection : costs : industry : ciclo della materia : recycling : economy costs : pollution : materials : legal aspects : costs : separate collection : takeback programs : filiere del ricircolo takeback programs : filiere del ricircolo : technology : ecopoint : policy : ciclo della materia : recycling costs resources : costs : filiere del ricircolo : legal aspects : ecopoint : case study : sustainability : technology : industr industry : policy : ecopoint : reuse : sustainability : filiere del ricircolo : costs : separate collection : costs industry : separate collection : ciclo della materia : recycling : economy : pollution Università takeback programs : filiere del ricircolo : technology : ecopoint : ciclo della materia di Bergamo legal aspects : materials : life cycle analisys : resources : costs : sustainability : industry : costs sustainability : reuse : ciclo della materia ecopoint : technology : industry : policy : ecopoint : sustainability filiere del ricircolo : policy : ecopoint : technology : industry : costs : policy : ecopoint : SYMPOSIUM ON URBAN MINING pollution industry : sustainability : separate collection : costs : industry : ciclo della materia : technologa Università pollution : materials : legal aspects : costs : separate collection : takeback programs : reuse

SUM2016

con il SUPPORTO SCIENTIFICO di:

Università di Bergamo • Università di Padova Berlin University of Technology (DE) • Catholic University of Leuven (BE) BOKU University, Vienna (AT) • University of Southampton (GB) Hamburg University of Technology (DE) • The University of Hong Kong (HK) Tongji University, Shanghai (CN) • Tsingua University, Beijing (CN) Vienna University of Technology (AT)

ORGANIZZATO da:

di Padova

IWWG - International Waste Working Group

PROMOSSO da:

Assessorato Ambiente Energia e Sviluppo Sostenibile - Regione Lombardia

Presentazione

Dopo lo straordinario successo della seconda edizione, che ha visto la partecipazione di oltre 200 delegati provenienti da 40 paesi diversi, si svolgerà la terza edizione del SUM - Simposio sull’Urban Mining e sulla Circular Economy. Il SUM 2016 si terrà dal 23 al 25 maggio 2016 nella suggestiva cornice del Monastero di Sant’Agostino. Il Simposio si focalizzerà sul concetto dell’Urban Mining e sulla necessità di guardare oltre la raccolta differenziata e l’attuale approccio basato sulla responsabilità del consumatore, con maggiore recupero di risorse e migliore qualità, con maggiore tutela dell’ambiente, con il coinvolgimento della responsabilita’ dei produttori, con minori costi per la collettività. Il Simposio durerà tre giorni e sarà organizzato in sessioni orali, una sessione poster e una visita tecnica guidata a un impianto di selezione materie plastiche

Temi del Simposio

Il Simposio tratterà i seguenti argomenti: Fonti e caratterizzazione di materiali e risorse energetiche nello spazio urbano Rifiuti solidi domestici, commerciali, industriali, RAEE, fanghi di depurazione, liquami civili e industriali, rifiuti di demolizione, scarti del cibo, pneumatici, ecc.) • Rifiuti da autoveicoli dismessi Tecniche di separazione alla fonte • Criticità dell’attuale sistema di raccolta differenziata Programmi di restituzione al produttore (Take back programs) • Centri di riuso (Ecopoint, Tip shops, Banche rifiuti, ecc.) Tecnologie di estrazione di materiali e risorse • Landfill mining Trattamenti di valorizzazione di materiali e risorse • Filiere del ricircolo e mercati Aspetti economici e finanziari • Aspetti normativi e legali Bilanci ambientali (Analisi di ciclo di vita) Casi di studio

Invio dei lavori e pubblicazioni

La data per l’invio dei lavori è ufficialmente scaduta il 15 Febbraio 2016. Gli autori interessati a presentare un lavoro possono ancora inviare il proprio articolo secondo le modalità indicate al seguente link: http://urbanmining.it/call-for-papers Tutti i lavori presentati, compresi i paper selezionati per la sessione poster, saranno pubblicati negli Atti del Simposio, con un ISBN dedicato. Inoltre tutti i lavori accettati saranno selezionati per la pubblicazione, a seguito di review, su un numero speciale di “Waste Management” , la rivista scientifica con l’IF più alto (3.220) nel settore, pubblicata da Elsevier.)

Informazioni

Per ricevere assistenza o per ulteriori informazioni sul Simposio si prega di contattare la Segreteria Organizzativa: Eurowaste srl, Via Beato Pellegrino 23, Padova / tel: +39 049 8726986 / info@eurowaste.it / papers@urbanmining.it Informazioni dettagliate sono inoltre disponibili all’indirizzo www.urbanmining.it


Fondazione Cariplo fa filantropia con la passione per l’arte, la cultura, la ricerca scientifica, il sociale e l'ambiente. Oggi è concentrata sul sostegno ai giovani, al welfare di comunità e al benessere delle persone, realizzando progetti insieme alle organizzazioni non profit. Dal '91 ad oggi la Fondazione ha sostenuto oltre 30 mila iniziative donando 2,8 miliardi di euro.

Materia Rinnovabile #9  

Bioeconomia, Economia Circolare, Green e Blue Economy, Sharing Economy: Materia Rinnovabile è il magazine internazionale che racconta i camb...

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