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materiarinnovabile 03. 2015

Le attività industriali, gli stati membri e le regioni, sarebbero pronti a investire, a condizione di sapere per certo che vi sarà un quadro stabile, di supporto e a lungo termine.

Vi sono alcuni principi di base ai quali dovremmo tutti aderire: per esempio e soprattutto, non prelevare dalla natura più di quanto essa sia in grado di rigenerare.

investimenti, e ciò di cui gli investitori hanno bisogno sono stabilità e un contesto privo di incertezze. Dobbiamo convincere gli investitori che avranno a disposizione un periodo di tempo accettabile, in un contesto di condizioni favorevoli e di supporto, per poter recuperare i propri investimenti e creare nuovo mercato. Dobbiamo introdurre queste forme di sostegno perché noi, come società, pensiamo che l’economia circolare sia qualcosa che va sostenuta e di cui dobbiamo fare maggiormente utilizzo. Ovunque vado nell’Unione europea, dalla Finlandia all’Austria, alla Germania, alla Spagna e altrove, queste sono il tipo di richieste che sento. Le attività industriali, gli stati membri e le regioni, sarebbero pronti a investire, a condizione di sapere per certo che vi sarà un quadro stabile, di supporto e a lungo termine. Al momento comunque manca chiarezza su molte questioni fondamentali negli stati membri riguardo a molti aspetti critici, come l’ILUC (cambiamento indiretto di destinazione d’uso dei terreni, ndR) e come ciò che si intende davvero per gestione ‘sostenibile’ delle risorse. Se vogliamo approfittare di uno dei nostri punti di forza in quanto Unione, ossia il mercato unico, abbiamo bisogno di risoluzioni e accordo su questi aspetti. Esistono già alcuni strumenti per aiutare i prodotti più sostenibili a raggiungere i mercati, ma al momento nell’economia circolare i nostri obiettivi sono troppo a breve termine. Molti investimenti importanti realizzati oggi nell’economia circolare non diventeranno redditizi entro il 2020, ma più probabilmente entro il 2030 o il 2040. Le misure di sostegno che offriamo devono riflettere questo aspetto e dobbiamo essere pronti a rassicurare l’Ue e i leader internazionali della sostenibilità che il quadro di condizioni che abbiamo creato sarà favorevole a chi investe qui.” Vede un possibile ruolo in questo senso del pacchetto di investimenti di 315 miliardi di Juncker e dell’iniziativa Innovfin della European Investment Bank? “Sono convinto che abbiamo bisogno di ogni forma di finanziamento, ma di certo dobbiamo riuscire ad accedere al capitale privato. Il modello Juncker, che prevede finanziamenti privati a sostegno dei finanziamenti pubblici, è il modello che vedo applicato ovunque, dagli Stati Uniti ai paesi in via di sviluppo. Semplicemente oggi non ci sono abbastanza fondi pubblici. Ciò significa che dobbiamo utilizzare con saggezza i nostri soldi pubblici per avere un effetto moltiplicatore e incrementare la quantità di denaro con cui possiamo lavorare.” Un’economia circolare nell’Ue può incoraggiare approcci regionali alla produzione e all’utilizzo sostenibili? “Non penso che dovremmo concentrarci su un modello che funziona per tutti allo stesso modo. D’altra parte vi sono alcuni principi di base ai quali dovremmo tutti aderire: per esempio

e soprattutto, non prelevare dalla natura più di quanto essa sia in grado di rigenerare. Poi possiamo lasciare che le diverse regioni elaborino un proprio modello di economia rinnovabile e circolare, sempre nel rispetto di questo principio. Se sfruttiamo in modo eccessivo creiamo del debito ambientale e, come ho già detto, penso sia necessario essere concordi su cosa sia sostenibile per evitare la frammentazione del nostro mercato unico. Negli stati membri vedo però che queste preoccupazioni vengono condivise, e vi è un approccio concertato per affrontarle in modo responsabile, tenendo conto delle differenze e delle peculiarità locali.” La consultazione pubblica sull’economia circolare inizierà a giugno, e all’orizzonte abbiamo la Conferenza delle Parti sui Cambiamenti Climatici, la COP 21, a Parigi. Come pensa che l’economia circolare possa tenere conto della grande sfida dei cambiamenti climatici, specialmente in vista della minaccia per il nostro ambiente e per la biodiversità? “Sono convinto che la proposta dell’economia circolare tenga seriamente in considerazione i cambiamenti climatici sotto molti aspetti. I nostri colleghi della DG Clima stanno lavorando a stretto contatto con noi alla proposta dell’economia circolare, concentrandosi con particolare intensità sull’utilizzo di materiali secondari piuttosto che primari ogni qual volta è possibile nel caso di alluminio o vetro. Ma noi crediamo che avere ecosistemi forti e una sana biodiversità sia ancora la migliore politica di adattamento che abbiamo per affrontare la minaccia dei cambiamenti climatici. Siamo tutti consapevoli della connessione tra i tentativi di mitigare i cambiamenti climatici e lo sviluppo dell’economia circolare e, fatto importante, non lavoriamo più a compartimenti stagni. Lavoriamo insieme per vedere le cose nel loro complesso e vedere oltre, proponendo approcci di tipo olistico alle sfide che dobbiamo affrontare in tutti i settori di policy rilevanti.” Che cosa dovrebbero fare le industrie biobased oltre a contribuire alla consultazione della Commissione a giugno, per dare un contributo in direzione dello sviluppo di un’economia circolare e trarne giovamento? “Tre cose: comunicare, comunicare e comunicare. Molte persone si pongono ancora quesiti molto semplici: cosa significa bioeconomia? Come possiamo assicurarci quantità sufficienti di cibo? Come possiamo creare un contesto di sostenibilità? È poi è anche importante comprendere come funziona la fine del ciclo di vita. Che cosa può e dovrebbe essere riciclato e cosa no. In alcuni ambienti si pensa che chi produce combustibili da biomassa non sia un “riciclatore”, e forse questa cosa va approfondita. Nella nostra economia abbiamo bisogno di materiali, ma anche di energia.

Materia Rinnovabile #3  

Bioeconomia, Economia Circolare, Green e Blue Economy, Sharing Economy: Materia Rinnovabile è il magazine internazionale che racconta i camb...

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