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Carlo Stasolla

Sulla pelle dei rom Il Piano Nomadi della giunta Alemanno

Prefazione di Leonardo Piasere


Tempi moderni


Sulla pelle dei rom

Il Piano Nomadi della giunta Alemanno Carlo Stasolla

con prefazione di Leonardo Piasere


La foto di copertina, realizzata durante lo sgombero del campo Casilino 900, è di Alessandra Quadri. Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purché non a scopo commerciale. © 2012 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

Analisi, notizie e commenti www.ilmegafonoquotidiano.it


Indice

Prefazione 7 di Leonardo Piasere Premessa

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Capitolo uno Le radici del Piano Nomadi di Alemanno

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Capitolo due “La zingara rapitrice”, Ponticelli, 10 maggio 2008

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Capitolo tre Da Ponticelli allo stato d’emergenza

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Capitolo quattro La «rivoluzione copernicana» di Alemanno

43

Capitolo cinque Attori e protagonisti del Piano Nomadi

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Capitolo sei I rom di Alemanno

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Capitolo sette Il costo del Piano Nomadi

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Capitolo otto Insediamenti informali e politica degli sgomberi

63

Capitolo nove Il Casilino 900 e i “campi tollerati”

75

Capitolo dieci I “villaggi attrezzati” del Piano Nomadi

85

Capitolo undici I Centri di Raccolta Rom (Crr)

95

Capitolo dodici La schedatura dei rom

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Capitolo tredici “Resistenza” rom

105

Capitolo quattordici I bambini rom e la scuola

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Capitolo quindici I 150 “nomadi lavoratori”

117

Conclusioni

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Prefazione di Leonardo Piasere - Università di Verona

Credo che il Piano Nomadi dell’amministrazione Alemanno entrerà nella storia dei rom, e non solo nella storia italiana dei rom. Entrerà nella storia dei rom come uno degli esempi della capacità metamorfica dell’antiziganismo. L’antiziganismo della tarda modernità è quello che ti confina in un lager proclamando che lo fa per il tuo bene. L’antiziganismo della tarda modernità non va per le spicce come si faceva in altri tempi, non ammazza rom e sinti a destra e a sinistra, non sputa loro direttamente in faccia chiamandoli “sporchi zingari”. No, li chiama “nomadi” e magari anche “Rom” (assolutamente con la “R” maiuscola), fornisce loro container e corrente elettrica, servizi sanitari e materiale scolastico. Assieme a vigilantes, telecamere a circuito chiuso e campi recintati. Ma guai a chiamarli “campi”, traduzione troppo letterale di “lager”: il termine bucolico di “villaggio” esprime meglio l’ipocrisia degli amministratori, e se poi sono “villaggi della solidarietà”, la coscienza segregatrice è proprio salva. In modo bipartisan. L’antiziganismo della tarda modernità è quello che attua gli sgomberi per il bene degli zingari, non perché li odia, è quello che preferisce l’impiego dell’associazionismo all’esercito, dei volontari alle squadracce, anche se, a volte, quando ci vuole, ci vuole: e poliziotti, statali e locali, che sfondano povere baracche turandosi il naso schifati e con la paura di prendersi i pidocchi, e ragazzacci che lanciano molotov, non mancano e non si tirano indietro. 9


Sulla pelle dei rom

L’antiziganismo della tarda modernità può essere ricco, molto ricco, e solidale, certo: mette a disposizione milioni di euro, milioni: per i campi recintati, per i vigilantes, per le associazioni che devono mantenere i propri membri altrimenti disoccupati, per opuscoli, video, conferenze, convegni, rimborsi. Ma anche per i rom: per tutti? Be’ no, impossibile! Solo per alcuni, solo per i buoni, per quelli che fanno quello che dico io, io che in fin dei conti tiro fuori i soldi, per quelli che si vendono per cavare dalla miseria per lo meno la propria famiglia e i propri parenti, per i collaborazionisti disposti ad accettare un posto che ti fanno credere essere di prestigio, per cercare di dimenticare almeno per un momento di sapere che comunque sempre uno sporco zingaro sei considerato. I collaborazionisti sono sempre esistiti, non c’è da scandalizzarsi per la loro presenza. Ma è segno finalmente di maturità politica quando un’associazione di rom caccia il collaborazionista rom. L’antiziganismo della tarda modernità è quello che si lascia vedere: non si realizza in lager segreti, da tenere nascosti (anche se non a tutti è permesso di entrare), ma in “villaggi” di cui ci si vanta, villaggi da esportazione. Fra gli altri, attirano gli sguardi di ricercatori postmoderni e postcoloniali giunti a Roma a frotte da vicino e da lontano (America, Francia, Inghilterra, Australia…), ai quali non sembra vero di trovare un esempio così trasparente di applicazione della foucaultiana biopolitica quale è insegnata nelle loro lontane Università, esempio bell’e pronto da spiattellare nei loro saggi peer reviewed, con un titolo pure preconfezionato ma accattivante per un’audience anglo-globalizzata: “Rom in Rome”! Meglio di così! Ma sono puntualmente irriconoscenti: nessuno ringrazia, con l’usuale nota a piè di pagina, Veltroni o Amato, Pecoraro o Alemanno o Maroni d’aver dato loro questa insperata e al contempo facile opportunità di dimostrare le ragioni di Foucault… La potenza di questo libro di Carlo Stasolla sta nella sua essenzialità, nella sua cruda esposizione, concatenazione e cronologia dei fatti. La potenza di questo libro sta nella sua dettagliata precisione, elencata da chi quei fatti li ha vissuti, li ha combattuti, ha avuto e continua ad avere il coraggio di denunciarli, cantando 10


Prefazione

spesso fuori da un coro di associazioni colluse o zittite a suon di sovvenzioni. Forse, solo il lettore più sensibilizzato leggerà con orrore il dispiegarsi di queste pagine, perché, come ha scritto Lorenzo Guadagnucci nel suo Parole sporche, «ciò che oggi condanna i rom, è la mancata elaborazione storica, culturale, sociale dell’antiziganismo». E per cominciare ad elaborare questa forma di razzismo che abbiamo criptato nelle nostre coscienze, invito anch’io, come fa lui e come hanno suggerito di fare altrove il gruppo dei “Giornalisti contro il razzismo”, di mettere, nella lettura del presente libro, la parola “ebreo” ogni volta che compare “rom” o “zingaro” o “nomade”. Prima si legga il libro, e poi si rifletta sull’effetto che farebbe di sentire parlare del “Piano Ebrei”; del “Centro di Raccolta Ebrei”; dei “villaggi della solidarietà per ebrei”; delle “prime elezioni di un campo ebrei d’Europa”; che “la gestione della pulizia del ‘villaggio attrezzato’ di Castel Romano è stata destinata ai presidenti delle cooperative ebree per ripagarli di aver accettato il trasferimento”; che “nel 2006 il Comune di Roma ha speso per i 5.200 ebrei regolarmente presenti, 15 milioni di euro. Circa 250 euro a ebreo al mese”; di sentire le parole dell’assessore Belviso: “noi non ci siamo mai impegnati sul fronte case che sarebbero certo la soluzione finale migliore, ma non riguarda il Piano Ebrei di Roma capitale”, dove l’espressione “soluzione finale” fa da sola accapponare la pelle; o le parole di quest’“ebrea” che vive in un centro di accoglienza fuori città: “Ho sentito che vogliono toglierci i bambini […] a me questo non potrà mai accadere, se ci provano scateno la fine del mondo”, forse sapendo che tante, tante, altre madri “ebree” in questi anni non sono state in grado di scatenare la fine del mondo, come ci aggiorna Carlotta Saletti Salza nel suo Dalla tutela al genocidio? – che effetto fa tutto ciò, appunto? Se riusciremo a liberare le nostre coscienze dalla mancata elaborazione di quell’antiziganismo che abbiamo succhiato dal latte delle nostre madri, questo libro ci apparirà quale è: un monumento alla denuncia della democrazia razzista di tanti benpensanti e un monumento alla denuncia del razzismo applicato di stampo post-fascista. 11


Sulla pelle dei rom


A Giorgia, il nostro piccolo tesoro, a tre anni dal nostro “arrivederci�


E poiché guerra genera guerra, da guerra finta nasce guerra vera, da guerra piccina guerra poderosa, non di rado sole accadere ciò che nel mito si racconta del mostro Idra. Erasmo da Rotterdam

Penso alle nuove povertà che danno molta visibilità, penso che è bello sentirsi buoni, usando i soldi degli italiani. È il potere dei più buoni, costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni. È il potere dei più buoni che un domani può venir buono per le elezioni. Giorgio Gaber


Premessa

Nella mitologia greca Idra, nata da Echidna e Tifone, era un mostro con un corpo di drago, sette teste e artigli letali, una potentissima coda e fiato velenoso. Combatterla nel tentativo di ucciderla era praticamente impossibile: infatti, secondo la leggenda, dal punto dove sgorgava il sangue di una sua testa recisa, immediatamente ne nasceva un’altra. La funzione principale del mito è quella di fissare un modello delle varie azioni umane, e quando pensiamo ai diversi progetti socio-assistenziali che negli ultimi decenni le alterne amministrazioni della città di Roma hanno messo in campo per dare una risposta al cosiddetto “problema zingari”, non possiamo non ricordare Idra, simbolo di un male stupido e lucido che si perpetua oltre il tempo e l’apparente sconfitta. Per dare corpo a tale tesi facciamo un salto nella storia. Nel 1773, nel Regno Austro-Ungarico, vengono emanate leggi relative all’istruzione e all’educazione dei bambini rom. L’imperatrice Maria Teresa decide che tutti i bambini rom siano tolti alle famiglie e rinchiusi in appositi istituti dove possano ricevere «una buona educazione all’ungherese». È uno dei primi casi in Europa di assimilazione forzata della popolazione rom. Le famiglie rom, esasperate dalla durezza dei provvedimenti, ridotte in miseria, senza tende, cavalli né carri, senza vestiti né cibo, si danno al brigantaggio. Qualche anno dopo, la politica di Maria Teresa, ripresa dal figlio Giuseppe e rivelatasi fallimentare, viene abbandonata. 19


Sulla pelle dei rom

La sottrazione dei bambini rom ai genitori, introdotta per la prima volta dal dispotismo illuminato di Maria Teresa d’Austria, si sviluppa in chiave moderna nella Svizzera del XX secolo e, attraverso l’attività dell’organizzazione Pro Juventute (fondazione paragovernativa), viene istituita l’Opera di soccorso dei bambini della strada. La modalità scelta è quella di sottrarre i bambini Jenische svizzeri alle loro famiglie per affidarli a internati religiosi, ospedali psichiatrici e famiglie di contadini. Dal 1926 al 1972 più di 500 bambini vengono tolti alle rispettive famiglie. Negli anni Settanta tale politica diventa oggetto di critiche internazionali e viene anch’essa abbandonata. Nel cuore dell’Europa la testa di Idra è stata tagliata più volte, ma non sorprende il suo ricrescere ancora fino ai nostri giorni. Il 17 marzo 2011, due secoli dopo gli editti di Maria Teresa, l’assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale, Sveva Belviso, commentando un intervento delle forze dell’ordine nel campo di via di Salone volto ad allontanare alcuni minori dai loro genitori dichiara: «[I bambini rom] li metteremo in protezione fino a quando le famiglie non dimostrino mutate le condizioni di vita e di potersene occupare. Laddove si dimostri una negligenza volontaria da parte dei genitori chiederemo al Tribunale di togliere la potestà genitoriale e mandare i figli in affidamento ed eventualmente anche in adozione. [...] Abbiamo dato mandato [...] di effettuare un attento monitoraggio nei campi abusivi e di segnalare all’Assessorato e ai servizi sociali i casi in cui i minori siano costretti a vivere in condizione di deprivazione morale e materiale, di degrado e precarietà. [...] All’evidenza, l’Amministrazione, in qualità di pubblica autorità, interverrà in base dell’art. 403 del codice civile affidando il minore ai servizi sociali».1 Non basta. Il 21 giugno 2011, nel corso dello sgombero di un insediamento informale avvenuto in via Marchetti, l’assessore 1  Iltempo.it, Bimbi rom, Belviso: “Salviamoli dai genitori aguzzini”, 17.03.2011, http:// www.iltempo.it/roma/2011/03/17/1244291-basta_salviamoli_genitori_aguzzini.shtml

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Premessa

Belviso rilancia: «Le donne rom si sono impegnate a sottoscrivere un documento con il quale si impegnano a far vivere i figli in luogo sicuro, accettando, in caso di un nuovo controllo che ne accertasse la situazione di indigenza, di far andare i bimbi in protezione ai servizi sociali comunali».2 Nello stesso 2011, 32 minori rom vengono sottratti alle rispettive famiglie per essere collocati in strutture socio-assistenziali del Comune di Roma. L’antica idea di sottrarre coattivamente i bambini a un gruppo etnico, al fine di “salvarli” da condizioni sociali giudicate inaccettabili dalla società maggioritaria, malgrado il giudizio negativo già espresso dalla storia, rivive e riprende forma in maniera gratuita e illegittima. Poco importa se l’articolo del Codice Civile, a cui si appella l’assessore comunale, è una norma del 1942, ampiamente superata nello spirito dal diritto post costituzionale. L’esempio sopra citato dimostra come, seguendo il mito dell’eterna Idra, l’attuale Piano Nomadi del Comune di Roma, presentato il 31 luglio 2009, non abbia rappresentato nulla di nuovo e di innovativo. Esso è stato semplicemente “figlio” delle politiche sociali degli anni e dei secoli passati e probabilmente sarà “padre” di quelle che verranno decise nei prossimi anni. Le teste mozzate di Idra ricrescono e le mostruosità sociali prodotte, che un giorno le generazioni future sapranno giudicare con indignazione, si ripetono con incredibile somiglianza nelle forme e nei contenuti. Tutto questo nel silenzio generale e nella colpevole indifferenza della maggioranza delle forze politiche, delle comunità cristiane e della società civile. D’altronde in ogni politica di emarginazione sociale, l’ignoranza, ma ancor più l’assuefazione, giocano sempre un ruolo chiave.

2  www.fabriziosantori.com, Nomadi, al via sgombero campo abusivo via Marchetti, 21.06.2011, http://www.fabriziosantori.com/modules.php?name=News&file=article& sid=10064

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Capitolo uno

Le radici del Piano Nomadi di Alemanno

Il trattamento che negli ultimi trent’anni la città di Roma ha riservato alle comunità rom e sinte, riassume emblematicamente l’incapacità della città, in primo luogo dei suoi amministratori, di accogliere, aprirsi e trasformarsi positivamente nel rapporto con la diversità. Quello che ne scaturisce è il racconto di storie di chiusura, di diffidenza, di paura, la narrazione di una politica sociale discriminatoria e segregativa. Emerge prima di tutto una “storia di potere”, scritta da chi detiene la cultura e i media e ha la responsabilità delle scelte operative. La storia del popolo rom è anzitutto scritta dai persecutori e dalle loro azioni. Da questo punto di vista è una storia ferma in una rappresentazione dell’“universo zingaro” e dei pregiudizi che lo compongono, rimasti inalterati nei secoli. Quella dei rom è una presenza considerata come fastidiosa e sconcertante, ma tuttavia radicata, non fosse altro perché riconosciuta sul nostro territorio, in maniera conflittuale e irrisolta, da più di 600 anni. Ai rom il potere di autonominarsi è stato tolto da molti secoli e i nomi con cui vengono designati sono caratterizzati dal disprezzo. La società dominante ha avuto in mano il potere sulle parole facendo proprio il potere di chiamare i rom secondo le “forme di pregiudizio” che si sono precostituite. Dagli anni Ottanta si è cercato di uscire dalla difficoltà di approccio nei confronti dell’“universo zingaro” attraverso l’ambiguità, ossia sostituendo la figura del rom con la figura del “nomade”, arrivando cioè a definire una 23


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«Mettete, nella lettura del presente libro, la parola “ebreo” ogni volta che compare “rom” o “zingaro” o “nomade”. Prima si legga il libro, e poi si rifletta sull’effetto che farebbe di sentire parlare del “Piano Ebrei”; del “Centro di Raccolta Ebrei”; dei “villaggi della solidarietà per ebrei”; delle “prime elezioni di un campo ebrei d’Europa”; che “la gestione della pulizia del ‘villaggio attrezzato’ di Castel Romano è stata destinata ai presidenti delle cooperative ebree per ripagarli di aver accettato il trasferimento”; che “nel 2006 il Comune di Roma ha speso per i 5.200 ebrei regolarmente presenti, 15 milioni di euro. Circa 250 euro a ebreo al mese”; […] che effetto fa tutto ciò?». Dalla prefazione di Leonardo Piasere

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