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Giuseppe Narducci

Calciopoli

La vera storia Prefazione di Marco Travaglio


Tempi moderni


Calciopoli La vera storia Giuseppe Narducci

con prefazione di Marco Travaglio


Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purchÊ non a scopo commerciale. Š 2012 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it

Analisi, notizie e commenti www.ilmegafonoquotidiano.it


Indice

Prefazione 7 Pallisti e pallonari di Marco Travaglio Nota dell’editore

25

Capitolo uno L’indagine

31

Capitolo due Cosa si intende per reato di frode sportiva

37

Capitolo tre Le regole per le designazioni arbitrali

43

Capitolo quattro Perché parliamo di associazione per delinquere

47

Capitolo cinque Le tracce di una associazione operante già prima del 2004

59

Capitolo sei Moggi, Giraudo e i designatori arbitrali

69

Capitolo sette Il caso Paparesta

77


Capitolo otto Il reperimento delle schede segrete

85

Capitolo nove Le prove per l’attribuzione delle schede segrete

91

Capitolo dieci Le figure di Maria Grazia Fazi e Massimo De Santis

119

Capitolo undici I sorteggi alterati

129

Capitolo dodici Le riunioni riservate del sodalizio

151

Capitolo tredici L’ influenza sulle carriere arbitrali e sul sistema televisivo

171

Capitolo quattordici Le partite in contestazione

179

Appendice Imputazioni, condanne e assoluzioni

239

Imputati e imputazioni

241

La sentenza del 14 Dicembre 2009 del Giudice di Napoli E. De Gregorio

263

La sentenza dell’ 8 Novembre 2011 del Tribunale di Napoli 9° Sezione Penale

265


Prefazione

Pallisti e pallonari di Marco Travaglio

Ci voleva proprio, questo libro di Giuseppe Narducci, per rinfrescare la memoria agli smemorati di Calciopoli. E non mi riferisco tanto ai tifosi che, per definizione (me compreso, quando ancora lo ero), ragionano con la pancia e non con la testa. Ma ai giornalisti, ai commentatori, agli “esperti” veri o presunti e ai dirigenti del calcio italiano, che sono o sarebbero tenuti a rispettare le regole: quelle della correttezza, della deontologia, della completezza dell’informazione, e anche del codice penale e di quello sportivo. Scrivo questa prefazione poche ore dopo la vittoria dello scudetto da parte della “mia” Juventus: lo scudetto numero 28, che però i dirigenti e molti tifosi bianconeri spacciano per il numero 30, incuranti del fatto che due campionati furono giustamente sanzionati dalla giustizia sportiva (e anche penale) perchè viziati dalle gravissime irregolarità e illegalità di Calciopoli. Sono felice di questo scudetto numero 28 (gli altri due sono quelli della vergogna ed è meglio dimenticarli): felice perchè è stato conquistato sul campo, senza favoritismi né moggismi, così come fui felice che la “mia” Juventus nel 2006 venisse retrocessa per espiare le sue colpe. Colpe che erano sotto gli occhi di tutti i vedenti ancor prima che uscissero le intercettazioni dello scandalo, anche se pochissimi cronisti, commentatori e osservatori osavano scriverlo sui loro giornali e dirlo nei programmi Tv (Moggi controllava militarmente anche quelli). Quelle intercettazioni fui il primo a pubblicarle, sulle pagine di Repubblica con cui all’epoca collaboravo. Ma, per conoscere 9


Calciopoli. La vera storia

il sistema Moggi, non ebbi bisogno di leggerne le trascrizioni: mi era bastato seguire le partite della mia squadra del cuore con occhi non foderati di prosciutto, per rendermi conto che molte delle vittorie travolgenti dell’èra Moggi-Giraudo-Umberto Agnelli avvenivano altrove, fuori dal campo, prima ancora del fischio d’inizio: frutto del doping e dell’abuso di farmaci (come poi dimostrò il processo intentato dal procuratore torinese Raffaele Guariniello al capo dello staff medico bianconero Riccardo Agricola e all’amministratore delegato Antonio Giraudo, salvati dalla prescrizione in Cassazione), ma anche del controllo padronale e capillare su arbitri, procuratori, dirigenti federali, giornalisti, moviolisti e addirittura sui vertici di altri club (come poi dimostrarono le sentenze della giustizia sportiva e poi di quella penale). Chi fosse Moggi, poi, l’aveva stabilito un altro processo, celebrato ai tempi in cui Moggi era direttore generale dell’altro club pallonaro subalpino: il Torino Calcio. Un processo che dimostrò come “Lucianone” fosse solito allietare le trasferte delle terne arbitrali sotto la Mole prima e dopo le partite di coppa Uefa con la dolce compagnia di ragazze squillo da lui ingaggiate (quella volta Moggi se la cavò grazie a un buco nella legge sulla frode sportiva, reato punito soltanto se commesso nell’ambito di competizioni organizzate dal Coni e non dall’Uefa). Eppure, nonostante quell’indecente pedigree, o forse proprio per quello, nel 1994 Umberto Agnelli e Antonio Giraudo lo arruolarono come direttore generale del club più blasonato d’Italia, con tanti saluti allo “stile Juventus”. E lui ricominciò a vincere alla sua maniera: con la frode, solo in forme più sistematiche e spudorate (la famigerata “Cupola”) grazie alla potenza della Real Casa zebrata. Raccontai tutto quel che vedevo e sapevo in un libro, Lucky Luciano, pubblicato da Kaos in tempi non sospetti, nel 1998, a sei mani con due giornalisti sportivi che non vollero firmarlo per non rovinarsi la carriera (questo significava, e forse ancora significa, mettersi contro Moggi). Naturalmente, per motivi di decenza, smisi di tifare per la mia squadra del cuore e mi misi in sonno, in attesa che arrivassero i carabinieri. L’attesa durò 12 10


Prefazione. Pallisti e pallonari

anni, ma alla fine i carabinieri arrivarono. La Juventus pagò un prezzo altissimo, ma giusto: cancellati gli ultimi due scudetti, retrocessione in serie B (la prima della storia) e un lungo purgatorio che s’è concluso solo quest’anno con l’arrivo di Antonio Conte, un allenatore preso fra gli ultimi campioni che vincevano sul campo ai tempi di Boniperti e Trapattoni. Ricordo perfettamente quando, nell’aprile del 2006, riuscii a procurarmi il faldone di intercettazioni che la Procura di Torino aveva trasmesso nell’autunno del 2005 alla Federcalcio e all’Uefa, perchè attivassero la giustizia sportiva. Ma, dopo mesi, quel faldone era rimasto chiuso nei cassetti romani della Figc, regno incontrastato del custode del sistema Franco Carraro, forse nella speranza di riuscire a tirare a campare almeno fino al termine del campionato e dei Mondiali di Germania, previsti per il mese di giugno: Moggi avrebbe dovuto parteciparvi come capo della delegazione azzurra; Lippi come commissario tecnico; l’arbitro internazionale Massimo De Santis come rappresentante dell’Italia in giacchetta nera. Invece, grazie a un colpo di fortuna (e alle voci nate dall’improvvisa cacciata di Pierluigi Pairetto da designatore arbitrale Uefa), misi le mani sul dossier. E iniziai a pubblicarlo ai primi di maggio su Repubblica, seguito a ruota dagli altri giornali. Erano le intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura di Torino fra il 10 agosto e il 27 settembre 2004, nell’àmbito di un fascicolo aperto per associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva: telefonate dei massimi vertici della Juventus con i capi del calcio italiano e con i designatori arbitrali, per avere fischietti amici e pilotare i risultati delle partite a vantaggio della squadra bianconera e dei club alleati, a tutto scapito dei “nemici”. Mattatore assoluto Moggi, seduto al vertice di una vera e propria “cupola” in grado di condizionare partite, campionati, arbitraggi, calciomercato, organi di controllo, stampa, televisione e persino ampi settori del mondo politico e delle forze dell’ordine. L’inchiesta torinese, condotta da Guariniello, era approdata all’archiviazione dopo che l’ufficio dei Gip, con un grave errore 11


Calciopoli. La vera storia

di sottovalutazione, aveva deciso di non rinnovare l’autorizzazione alle intercettazioni proprio nel momento in cui – a fine settembre del 2004 – la stagione agonistica entrava nel vivo: gli episodi accertati nei mesi estivi, pur gravi e indicativi del sistema Moggi, non costituivano reato in quanto si riferivano a partite amichevoli del pre-campionato. I magistrati, comunque, decisero che gli episodi accertati non potevano non interessare alla giustizia sportiva e nel settembre 2005 trasmisero il dossier alla Figc, all’Uefa e poi alla Procura di Roma, che nel frattempo aveva avviato un’indagine sulla “Gea World”. Si trattava di una società che “gestiva” centinaia tra calciatori, allenatori e dirigenti facente capo a un’agguerrita pattuglia di “figli di papà”: Alessandro Moggi, figlio di Luciano; Chiara Geronzi, giornalista del Tg5 e figlia di Cesare, il banchiere di Capitalia; Giuseppe De Mita, figlio del politico democristiano Ciriaco; Francesca Tanzi, figlia del finanziere-bancarottiere Calisto, già patròn del Parma; Andrea Cragnotti, figlio del finanzierebancarottiere Sergio, già presidente della Lazio; Davide Lippi, figlio di Marcello, ex allenatore bianconero e allora commissario tecnico della Nazionale; Riccardo Calleri, figlio di Gianmarco, ex presidente della Lazio e del Torino. Un caso di scuola di conflitto d’interessi. Gli appuntamenti fra Lucianone e il superbanchiere Geronzi, di solito, li fissavano i rispettivi rampolli. Secondo gli investigatori, fu proprio grazie a questo colossale conflitto d’interessi che il presidente della Roma Franco Sensi, inizialmente riottoso al sistema Moggi, ma indebitato fino al collo con la sua Italpetroli nei confronti di Capitalia, fu indotto a cedere la guida del club alla figlia Rosella, ben presto risucchiata nell’orbita geronzianmoggiana, e a sacrificare uno strenuo oppositore della “cupola”: il direttore sportivo Franco Baldini. C’è un po’ di tutto, in quelle bobine. C’è il folklore: Moggi che chiama il telegiornalista Aldo Biscardi («amore», «angelo»), il quale gli rinfaccia una scommessa vinta e mai pagata: Lucianone è costretto a ricordargli di averla già onorata con «un orologio da 40 milioni». C’è il controllo militare sui designatori arbitrali: 12


Prefazione. Pallisti e pallonari

da un lato il torinese Pierluigi Pairetto, che Moggi al telefono chiama «Pinochet»; dall’altro il livornese Paolo Bergamo, nome in codice «Atalanta». Ci sono le istituzioni, dalla Figc all’Uefa, piegate a interessi di parte: per sistemare gli amici e soprattutto per avere arbitri malleabili, in campionato e in Champions League. E ci sono addirittura le riunioni in casa di Antonio Giraudo, amministratore delegato della Juventus, con Lucianone e i due designatori. Visto dal buco della serratura, Moggi è la copia conforme del suo stereotipo leggendario: trafficone, spregiudicato, amico di tutti e di nessuno, sempre al telefono per “aggiustare” tutto. Ora col bastone, ora con la carota. Si sceglie “à la carte” gli arbitri preferiti per le partite della Juventus: i due designatori prendono nota e obbediscono. Il direttore generale della Juventus è in grado d’influire sulle loro carriere, e su quelle dei fischietti, non solo intervenendo sui dirigenti del calcio, ma anche controllando capillarmente uno stuolo di giornalisti sportivi, della carta stampata e della tv. Compresi i “moviolisti” incaricati di analizzare le scelte arbitrali e di condizionare così i giudizi sugli eventuali errori. Chi sbaglia a vantaggio della Juve e dei suoi amici viene coperto e salvato. Chi invece sbaglia contro, o fa semplicemente il suo dovere se ne pente amaramente: viene attaccato dai giornalisti moggiani e punito dagli organi federali. Moggi istruisce i commentatori televisivi a uno a uno, prima che vadano in onda. Una sera il mezzobusto di una Tv privata lo chiama per sapere come trattare l’arbitro Trefoloni che «ha regalato un rigore alla Lazio». E Lucianone: «Bisogna trattarlo bene». Poi c’è l’ex arbitro Fabio Baldas, “moviolista” del Processo di Biscardi su La7, che ha appena inaugurato la “patente a punti” per gli arbitri. Anche per lui, istruzioni dettagliate: «Allora – raccomanda Moggi – te devi salvare Bertini, Dattilo e Trefoloni... Sul Milan puoi battere quanto ti pare». Il moviolista fa notare che due dei tre arbitri hanno commesso errori e «qualcosina dobbiamo tirar via a Trefoloni e Dattilo, magari un punto. Dimmi tu cosa devo fare e io nei limiti del possibile faccio». Ma Moggi, inflessibile: «A Dattilo, Trefoloni e Bertini 13


Calciopoli. La vera storia

va dato un punto in più: anziché 20, 21! Poi ci sentiamo dopo la trasmissione». Le telefonate immortalano un mondo di politici, giornalisti, dirigenti e calciatori, tutti in fila, anzi in ginocchio davanti a Lucianone, in attesa di un favore, una raccomandazione, una parola buona. Una miniera inesauribile di piccoli e grandi scandali che vanno molto al di là dei luoghi comuni sul tentacolare Lucianone, che gli italiani scoprono essere in ottimi rapporti perfino con molti politici, a partire dal ministro dell’Interno Beppe Pisanu (che chiede e ottiene il salvataggio della Torres Sassari in serie C1) e da quello dell’Ambiente Altero Matteoli (tifosissimo bianconero). Non potendo proseguire con le intercettazioni, alla Procura di Torino non resta che archiviare il caso. La richiesta firmata il 19 luglio 2005 dal procuratore Marcello Maddalena e poi accolta dal Gip è comunque durissima, tanto con i vertici juventini quanto con quelli arbitrali: «Anche se non sono emersi fatti penalmente rilevanti, lo scenario è quantomai inquietante. È inquietante che la salute di un giocatore sia considerata meno importante di un positivo risultato sportivo in quello che è pur sempre un giuoco. Ma soprattutto è inquietante che un dirigente di società come il Moggi possa, da un lato, puntualmente ottenere dai vertici arbitrali le designazioni a lui gradite nei casi in cui il sistema lo consente (come per le amichevoli) e dall’altro vantarsi, parlando con dirigenti della federazione, di poter «far cacciare» uno dei due designatori arbitrali [...] Le possibilità di influire su Pairetto là dove il sistema lo consente non sono millanteria, ma dato reale, preciso e provato (almeno in un’occasione) in maniera indiscutibile [...]. Una situazione anomala che merita l’attenzione dei competenti organi della Figc». Sembra finita lì, ma Calciopoli è soltanto all’inizio, perché il 12 maggio cominciano a uscire a raffica le telefonate intercettate dai Carabinieri del Ros di Roma per conto della Procura di Napoli (Pm Giuseppe Narducci, autore di questo libro, e Filippo Beatrice) durante tutta la stagione 2004-2005. Stralci delle conversazioni sono contenuti negli inviti a comparire recapitati ai 14


Prefazione. Pallisti e pallonari

41 indagati. Investigando su un caso di calcio-scommesse, infatti, i Pm partenopei hanno (parallelamente quanto inconsapevolmente) portato a termine il lavoro lasciato a metà dai colleghi torinesi. Così, dai nuovi “ascolti”, il fronte di Calciopoli si allarga. E, a far compagnia alla Juventus, entrano nello scandalo anche il Milan, la Lazio, la Fiorentina e altre società ancora. Fra le migliaia di telefonate, la più inquietante è quella in cui il dirigente bianconero concorda col designatore Bergamo i sorteggi arbitrali a vantaggio della sua squadra, ma anche di quelle alleate. I magistrati di Napoli scoprono che molte “combine” arbitrali del duo Moggi-Giraudo sono sfuggite alle intercettazioni perchè i dirigenti della Juventus hanno fornito a designatori e arbitri loro complici decine di schede telefoniche Sim estere, dunque “criptate”, per comunicare lontano da orecchi indiscreti. Un sistema che il Gup di Napoli Eduardo de Gregorio, condannando Giraudo con rito abbreviato nel 2009, definirà «molto importante per raggiungere gli obiettivi», in quanto le Sim criptate «costituivano il mezzo necessario agli imputati per colloquiare in modo sicuro con riguardo, in special modo, alle griglie arbitrali nonchè, in prossimità di partite di calcio, con gli arbitri che dovevano dirigerle. Nel periodo in cui fu in vita l’associazione per delinquere, fu accertata la disponibilità e l’uso di 29 schede straniere da parte di alcuni dei coimputati. D’altra parte il possesso e il conseguente uso di schede segrete deve essere considerato, oltre che come predisposizione di un minimum di mezzi comuni, come sintomo, insieme ai precedenti, di appartenenza all’associazione e del vincolo associativo tra i possessori e gli usuari». Sia Paparesta sia Bergamo ebbero a disposizione quelle Sim, come hanno dichiarato il padre dell’arbitro e il designatore stesso, e – ricorda il Gup – «lo stesso Moggi, nel suo pur lungo interrogatorio, non ha trovato elementi ed argomenti per negare il fatto di aver parlato di rilevanti cose calcistiche con più coimputati e con grande frequenza usando schede non identificabili. Quale fosse il contenuto dei colloqui tra imputati facendo uso delle utenze riservate non è dato, ovviamente, sapere a causa di detta 15


Calciopoli. La vera storia

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«Scrivo questa prefazione poche ore dopo la vittoria dello scudetto da parte della “mia” Juventus: lo scudetto numero 28, che però i dirigenti e molti tifosi bianconeri spacciano per il numero 30, incuranti del fatto che due campionati furono giustamente sanzionati dalla giustizia sportiva (e anche penale) perché viziati dalle gravissime irregolarità e illegalità di Calciopoli. Sono felice di questo scudetto numero 28 (gli altri due sono quelli della vergogna ed è meglio dimenticarli): felice perché è stato conquistato sul campo, senza favoritismi né moggismi, così come fui felice che la “mia” Juventus nel 2006 venisse retrocessa per espiare le sue colpe». Dalla prefazione di Marco Travaglio

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