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Š AM&D EDIZIONI Fotografi a di Anna Marceddu riproduzione riservata


IN RICORDO DI GIOVANNI LILLIU Vi offriamo in lettura la prima parte del volume “L’archeologo e i falsi bronzetti” con la biografia di Giovanni Lilliu, raccontata dallo stesso archeologo alla scrittrice Rossana Copez. LA VITA DI GIOVANNI LILLIU raccontata da Rossana Copez È una storia che comincia nel 1914. Quando scoppiava una guerra. Quella che ha ucciso milioni di giovani, al fronte, mandati a conquistare un pezzetto di stivale. Quando imperversava la “spagnola”, una sorta di influenza chiamata così forse perché bruciava il sangue nelle vene fino al delirio e fino alla morte. Quella che si è portata via tante altre vite, lontano dal fronte. È una storia che è una vita. È una vita dove c’è una città d’acqua in cui arrivi con un treno che pare lambito dalle onde della laguna dello stagno. È una vita dove accade che al canto mattutino del gallo risponde il ragliare degli asini. È una vita in cui, pur sognando un pianoforte in dono per una brillante laurea ricevi un luccicante fucile. È una vita che porta tra i ranghi degli Accademici dei Lincei chi ha ancora il gusto e la curiosità di “imparare tante cose”. Questa vita, che è una storia, me l’ha raccontata proprio lui, che l’ha vissuta. Seduto dietro il suo tavolo da lavoro, con le braccia conserte, lo sguardo a inseguire immagini nitide e sbiadite. Circondato da libri, e libri e libri. Io e lui, di fronte. La sua voce pacata a raccontare… Era freddo quel collegio dei Salesiani. A Lanusei. A soli sette anni e mezzo. Ci sono arrivato con una valigia grande il doppio di me e col corredo cifrato.


Un incubo: quel letto da rifare ogni mattina; un incubo: i geloni nei piedi e nelle mani. Ma così doveva essere. Fino all’adolescenza. Come si conveniva a un bambino “che può”. Per imparare: l’analisi logica, il latino, il freddo e la solitudine. Lì, a Lanusei. E poi il ritorno al paese: caldo nella casa e nel cuore, coi nonni… e col babbo. La mia mamma se l’era presa la spagnola, quando ero ancora un cucciolo di appena tre anni. Di lei neanche un ritratto. E dentro di me è rimasto solo il desiderio, inappagato, di dare un contorno a quel volto. Desiderio bruciante, come quella febbre che me l’ha strappata. Ma mi sembrava, comunque di sentirne la presenza, lì, al paese. I risvegli erano corali: campane all’unisono col canto del gallo, alle prime luci dell’alba. E blasfemi ragli d’asino in controaltare. Barumini: un universo totale. Lì è cominciata questa storia. Questa vita. Spesso in agosto si scendeva a Cagliari, coi nonni. Con la Reale: Isili-Villacidro-Sanluri… e poi la città d’acqua: la laguna di Santa Gilla vasta quanto un mare ai miei occhi di ragazzino, e il treno che sembrava ci corresse sopra, a turbarne l’immobilità. Era bello in città: una settimana di vacanza. A mangiare le brioches da Clavuot, quelle a forma di mezza luna, con la linguetta di crema sopra e poi altre paste e il gelato alla grotta Marcello, nella piazza Yenne. Il più buono di Cagliari. Io e la nonna, su e giù per il largo Carlo Felice, a piedi, ma preferibilmente con il tram, bianco come la città. Il nonno non sempre era con noi. Aveva da fare: cose da uomini, in banca. Parlava di interessi da ritirare. “Mah!” io mi chiedevo: chissà perché il nonno viene a Cagliari. Eravamo un trio perfetto, però, di fronte a un piatto di calamari fritti e di seppiette arrosto. Così ho conosciuto i sapori e gli odori di questa città.


Il liceo l’ho fatto vicino a Roma, ancora dai Salesiani di Don Bosco: alla Villa Sora di Frascati, che non era come a Lanusei. Era una splendida villa cinquecentesca. Attrezzata di tutto. Una meraviglia. Studio pesante in un momento storico ancora più pesante: il fascismo guadagnava terreno di giorno in giorno. Ma i Salesiani erano certamente più liberali nell’educazione, rispetto ai nostri vicini di collegio: i Gesuiti, dove studiavano i figli dell’alta società. All’inizio il cibo era proprio buono, e si poteva perfino gustare il fumo di una sigaretta. Ma non per molto. Pian pianino la fame dell’Italia arrivava anche lì e il cibo della cultura non bastava a saziare liceali di 17 anni. Se si fruga nella biblioteca, ancor oggi, si può trovare un poemetto, in ottave, che per poco non mi costò la cacciata da Villa Sora. Lo scrissi io, divertito ed entusiasta per le rime che riuscivo a comporre. L’occasione era lodevole: la costruzione della cappella nuova del collegio. Ma La chiesa che sorge e la pancia che insorge non fu ritenuto verso edificante dai superiori che convocarono subito mio padre per calmare il mio spirito ribelle e irridente. Ma ormai era fatta: e in occasione di feste varie ero io il versificatore ufficiale, con l’apprensione di tutti. Arrivò presto l’esame di maturità, al Liceo Tasso di Roma. Eccellente. Una media del 9. In tutto… no, quasi… la trigonometria non era mia amica, ma fu comunque un “successone”. E poi l’Università. “Studia per diventare notaio, figlio mio” diceva mio nonno col pensiero al guadagno. “Un medico è il vero e solo dottore” esortava mio padre, insospettito e timoroso del mio interesse per la storia dell’arte. E io decisi. L’antichità era quella che mi affascinava. L’Archeologia il mio amore. L’approvazione in famiglia fu proprio tiepida. E mio


padre scuotendo la testa, ma rassegnato, andava borbottando “professori de is perdas beccias”. Si era nel 1932 e il fascismo imperversava ovunque, senza neppure il pudore di arretrare di fronte alla cultura. Guardavi al tuo fianco e potevi trovare un amico, ma spesso dietro di lui si allungava l’ombra di una spia dell’ovra. Militavo tra gli studenti cattolici della fuci, ma l’atmosfera era tesa e pesante, all’Università. Adunate fasciste col braccio teso: e io mi davo ammalato; e io avevo da fare; e io mi nascondevo. E io non c’ero. Mai. La laurea fu lodevole. Meritavo un bel regalo: desideravo un pianoforte. Ebbi in dono, da mio nonno, un luccicante fucile. Che è sempre rimasto luccicante e inutilizzato. Studiavo per la specializzazione: in archeologia punica. Facevo l’assistente volontario. Ricevevo da mio padre una somma di 400 lire al mese. Dovevano servirmi per vivere. Ma ci vivevo a malapena, perché Roma è città tentatrice: musei, mostre, teatri. Ero incantato, e subivo molto facilmente il fascino della tentazione. Concorsi per una borsa di studio: fui vincitore. Me l’assegnarono per Vienna. L’ambasciata italiana ci teneva a esibire bravi studiosi italiani, vicino al cuore del potere nazista. Ma la debolezza e la fragilità del mio fisico non ne vollero sapere e una brutta pleurite fu la mia salvezza. Niente Vienna. La Sardegna mi ridiede salute e affetti. Ero ancora ammalato quando le bombe, nel ’43, piovevano su Cagliari. Abitavo in compagnia di mio cognato. Ma sembrava di essere in prima linea, lì in quella casa non so più di chi, nel quartiere della Marina, affacciato sul porto in fiamme. Scappammo terrorizzati al nostro paesello. A Barumini. Ma non eravamo i soli. Nel ’43 la città distrutta non aveva più né la voglia e neanche la forza di schernire il paese di campagna. E sì che quella forza era antica! Mai, nella storia dell’isola ci fu rapporto tanto buono


come allora. Gli sfollati arrivavano di giorno in giorno sempre più numerosi. Con ogni mezzo. Con quelle facce patite per la fame, spaventate per le bombe. Arrivavano a Barumini così come in qualunque altro paese magari solo perché un lontano amico aveva detto che conosceva qualcuno che, chissà quando, gli aveva offerto ospitalità… oppure arrivavano a Barumini solo perché l’unico mezzo di trasporto in grado di lasciare la città nel momento della fuga portava lì. E allora Barumini fu davvero un universo completo: il paese si arricchiva di voci nuove, le più diverse, e offriva, generoso, una boccata di vita e di speranza a tutti. Molti non andarono più via e scelsero la vita di campagna, ricacciando nell’oblio della memoria le bombe e la città. Nascevano, grazie ai giovani, associazioni culturali dove si discuteva di come ricostruire il mondo. E si faceva teatro. E si faceva musica. La speranza e la forza di rinascere erano alle stelle. Anche se le bombe non avevano ancora finito il loro disastro. Anche se non molto lontano si stava ancora consumando il più grande eccidio della nostra storia. La nostra libera associazione organizzava conferenze dove stavano gomito a gomito studenti, contadini, donne e ragazze e richiamava da Cagliari intellettuali anche illustri. Lo stesso sovrintendente di allora, Raffaello Delogu, fu dei nostri. Ai dibattiti alternavano scampagnate e giochi per allontanare l’angoscia della guerra. E siccome eravamo quasi tutti giovani, erano inevitabili gli amori e le serenate. Anch’io conobbi l’amore: e Miriam è ancora con me. Da allora. La festa di Sant’Antonio di Tuili, fuori paese, era una grande festa e una grande occasione. Nella chiesetta tardo-gotica, dove stavano i minori francescani le nostre preghiere erano sentite e fervide. Ma altrettanto gagliarde erano le bevute tra un ballo tondo e l’altro. Il nostro gruppo vi andava su una carretta trainata da un asinello di mio padre che, al ritorno al paese, per fare la salita, aveva bisogno delle nostre spinte per


trascinare perfino se stesso. Ci si fermava poi, a notte alta, per una sosta, in un’altura fuori paese dove c’era “Sa funtana”, una specie di pozzo senz’acqua: luogo fatato su cui si raccontavano mille leggende. Ci si sedeva intorno, e, un po’ alticci, suonavamo mille melodie col mandolino e la chitarra, e si finiva di festeggiare Sant’Antonio. Mai avremmo immaginato che millenni prima altri uomini avevano intonato, seduti in circolo, forse esattamente dove stavamo noi, canti e melodie alla stessa luna piena in estate. Un anno dopo, quando oramai la guerra stava esaurendosi, il rientro in città eccitava gli animi di tutti. E il paese, così come allegramente si era svegliato, dolcemente ricadeva nel sonno. Si tornava a Cagliari con le masserizie, con le facce meno patite per la fame, anche se ancora spaventate per il ricordo delle bombe, ma con una grande curiosità di vedere “cosa era rimasto”. L’aria di desolazione era asfissiante. Io, come docente universitario, supplente di paletnologia del professor Pallottino, e quindi con la paga assicurata, potevo alloggiare in un vero e proprio appartamento: a casa del professor Zicca, lettore di spagnolo. Era un sotterraneo vero e proprio, in via Lamarmora, nel quartiere di Castello. Tra le rovine ancora fumanti. In mezzo ai topi. Ma era già una gran bella conquista. Con me alcuni compagni di vita o meglio di sopravvivenza. Professor Giusso, napoletano e filosofo, professor Forresu, docente di giurisprudenza e il caro Bustianu Dessanay, anche lui filosofo. Liberi, scapoli, affamati di cibo e di cultura. Mangiavamo poco e male, in genere in una trattoria squallida e tetra e poi bruciavamo presto quelle energie acquistate e conquistate, in interminabili passeggiate e ancor più interminabili discussioni di politica, su e giù per il Terrapieno. Eravamo però, devo confessare, soprattutto intenti a procurare da mangiare.


Bustianu recuperava prosciutti, andando e venendo dal paese con mezzi di fortuna; qualche pollo ci faceva gioire e poi pasta e uova che cucinavamo nel fornello della casa buia e umida di via Lamarmora, con l’amore di grandi cuochi, ma soprattutto con tutto l’appetito del mondo. Erano cene, oppure pranzi, consumati come riti religiosi. Qualche uovo a volte non risultava all’appello e furono necessarie ricerche. Scoprimmo che Giusso usava l’albume di quelle preziosissime uova per spalmarselo in testa: contro la calvizie incipiente. La vanità per lui era più forte della fame. Forresu, invece, aveva trovato il modo di mettere a tacere la pancia. Durante la notte, ma già vicino alle luci del mattino, cantava a squarciagola. Segno inequivocabile: era affamato. E poi arriva il ’45. E piano piano la città riprende a respirare. Ad opera di Nicola Valle nascono gli “Amici del libro”. Conferenze, dibattiti, mostre di pittura. I cagliaritani avevano deciso fermamente la rinascita della città. Ognuno di noi trova una sistemazione più confortevole. A volte mi chiedo se i miei compagni hanno ripensato a quel sotterraneo di via Lamarmora. E a quelle discussioni, tanto più accese quanto più accesa era la fame. Forse non dovrei aver alcun dubbio. Già alla fine del ’45, anno tormentato dalla fame e dai razionamenti, in Sardegna riprendono le lotte operaie: gli operai delle saline di Cagliari, delle saline di Macchiareddu, ferrovieri, minatori del Sulcis: per la paga, per le prospettive di sviluppo dell’isola. Il governo fa i conti senza la Sardegna e l’isolamento è molto forte. E nel ’46 agli operai rispondono i contadini: occupazione delle terre. Per la prima volta nella storia dell’isola contadini e pastori dialogano e vogliono affrontare insieme il problema Sardegna. Era anno di referendum istituzionale, anno di elezioni. In gioco: l’Italia. I partiti sardi riscoprono la vivacità della democrazia riconquistata e sono accomunati dall’esigenza


autonomistica. È stato un attimo, troppo breve, in cui su quel terreno tutti erano concordi. Nel frattempo l’Assemblea Costituente lavorava allo Statuto Sardo, che sarà approvato nel 1948. Non erano tempi da star chiusi in biblioteca: l’archeologia era il mio amore e la mia professione, ma qualcosa mi tirava lì, nella mischia e nella lotta. Ero cattolico e democratico e sentivo quasi visceralmente quanto l’autonomia della Sardegna fosse qualcosa per cui valeva lottare. All’interno della Democrazia Cristiana ho perseguito sempre il filone autonomistico, anche se in seguito qualcuno ci sentiva troppo odore di “masse popolari di sinistra”. Ma io mi sentivo più vicino ai contadini di Barumini che ai giochi di potere dei dirigenti del partito cagliaritano. Anche se divenni primo segretario cittadino, anche se poi sarò eletto consigliere regionale e ancora consigliere provinciale e poi comunale. Assessore: mai. All’interno della Democrazia Cristiana ho continuato a dire tutto ciò che pensavo, a battermi per ciò in cui credevo: l’unico modo per conquistarsi un posticino di emarginato nella più piccola minoranza. La politica mi ha lasciato soprattutto delusione. Ma mi ritengo, comunque, ciò che mi sono sempre ritenuto: un militante della cultura. Sebbene legato alla città, tornavo frequentemente lì dove c’era il mio cuore: al mio paese. Andavo spesso a “Sa funtana”, il luogo testimone delle più belle nottate in compagnia degli amici. “Sa funtana” era ancora il mistero. Il mistero e la leggenda. C’era chi credeva che da quella collina, dolce e tondeggiante come una mammella di femmina, partisse un cunicolo sotterraneo che rivedeva la luce a 3 chilometri di distanza: al castello di Las Plassas, un tempo presidio dei giudici e che con i ruderi delle sue antiche torri si stagliava nel cielo come a dominare la Marmilla. E c’era, ancora, ed erano i più, chi era convinto che lì sotto ci fosse sa musca macedda: un mostruoso insetto


nascosto sotto terra e che un giorno, se disturbato, moltiplicandosi a dismisura, avrebbe invaso campi e villaggi divorando tutto con furia distruttrice. Quasi un flagello biblico. Negli anni ’50 io ero un archeologo a tutti gli effetti e quell’altura e “Sa funtana” si imponevano alla mia attenzione in modo prepotente. Intuivo facilmente la presenza di un nuraghe, sia perché il terreno era coltivato a orzo e non a grano, segno che il terreno mal sopportava coltura profonda, sia perché ormai era chiaro ai miei occhi esperti, che “Sa funtana” altro non era che la parte alta di un nuraghe. Ma cosa nascondeva ancora quel monticello naturale e quei filari di pietra che ci facevano da comodo sgabello per le giovanili serenate? La mia razionalità si specchiava in un’antica emozione, e mi sono accostato, da studioso sì, ma con un certo timore a frugarne il segreto. Che sotto ci fosse qualcosa era certo. Ma non che ci fosse più di quanto l’immaginazione popolare e infantile credesse. Fu così che “il professore de is perdas beccias” cominciò a saggiare il terreno… Iniziava una vera avventura… a tratti mi sembrava quasi sacrilega… ma alla fine si rivelerà una conquista. Il primo scavo creava un’attesa, che il secondo prontamente appagava… e così via. A quel punto ero ben determinato a spingere il più lontano possibile la ricerca. Con i fondi dell’autonomia regionale, in quel clima di speranza e ricostruzione, si apprestò un vero cantiere. Il paese intorno, si comportava come un coro diversificato, tra soprani e contralti. Ironici i contadini, che ci immaginavano alla ricerca di chissà quale tesoro. Diffidenti i proprietari, che temevano un attacco alla loro terra. Ma una cosa era ben chiara nelle menti di tutti: a volere gli scavi ero io, uno del paese. Un antico legame mi univa sia al più umile contadino, sia al ricco proprietario: legame antico e complice. Decisero di stare a guardare.


Intorno a me 40 operai, con paghe misere, ma eccitati dal fascino dell’avventura. Io mi sentivo un Ulisse che incita i compagni a superar le colonne d’Ercole “per seguir virtute e conoscenza”. A capo dei 40 (numero magico secondo la mistica pitagorica dei numeri, che permette di varcare le soglie dei templi sotterranei) un capomastro: “Conca bia”, che riusciva a ottenere disciplina con la sua autorevolezza. Tipo strano “Conca bia”: sindacalista comunista e insieme membro della confraternita. Forse quel suo soprannome stava proprio a indicare che era di intuito vivace e pronto. Comunque fu un collaboratore eccellente. Ciò che venne alla luce pian pianino bastò perché l’ironia e la diffidenza si mutassero in curiosità e attenzione. Gli operai coi racconti di ciò che vedevano coi loro occhi, né insetti mostruosi, né sotterranei per nobili fuggiaschi, destavano persuasione e infine partecipazione. Alla luce non venne solo il nuraghe, già supposto, ma un villaggio intero di capanne tutto intorno. Da Cagliari arrivavano allievi di archeologia a vedere, a dare una mano, ad ascoltare la grande voce delle pietre. Quello stesso nuraghe presentava delle anomalie, aveva un ingresso sopraelevato, c’erano mensoloni di difficile spiegazione, insomma mentre si vanificava il mistero antico de “Sa funtana”, se ne affermava subito un altro. Per la prima volta venne usato in Sardegna il metodo stratigrafico e, come una Ilio sarda, si apriva ai nostri occhi lo spettacolo di un villaggio nuragico in tutta la sua complessità: case, forni, bacili, resti di cibo… In quelle pietre, ancora da leggere, da sistemare, da interpretare, si intuiva la storia non solo di Barumini ma di un intero popolo. Quelle pietre portavano la firma di un popolo grande e muto. Dopo ben cinque anni di scavo avevamo trovato un luogo dove individui preistorici scomparsi avevano chiacchierato, pregato, cantato. Esattamente dove io e i miei amici ventenni avevamo chiacchierato, pregato, cantato. Ma forse è senz’altro un bene non scoprire troppo presto quello che per noi sarà un giorno il centro dell’esistenza. Quell’altura morbida e sinuosa aveva accumulato su di


sé migliaia di anni. Barumini fa festa. Barumini si riconosce un’identità, spesso supposta, mai accertata. Ma ora eccolo lì il monumento a testimonianza della memoria del passato: Il nuraghe, o meglio Su nuraxi e il suo villaggio. Non un coccio né un sasso fu sottratto. Il paese lo difese come una creatura, anche se era l’incontrario storicamente, e lo difenderà sempre. Da chiunque. Ero felice. Barumini era davvero un universo totale. Come lo sentivo da fanciullo. E io ne avevo scoperto la storia più antica, superba e prestigiosa, grazie alla quale si poteva riscrivere il passato di quasi tutta l’isola. Il passato dell’isola e della civiltà nuragica che lo ha caratterizzato aveva, dopo la grande scoperta de Su nuraxi, un tempo un po’ più preciso, un tempo che diradava il fumo denso dell’indeterminatezza… Era come ricostruire l’albero genealogico di un popolo, abilissimo nell’architettura megalitica, ma che ci aveva fatto il dispetto di non lasciare un solo rigo di scrittura. L’attività di quegli anni fu febbrile: scrivere, sistemare, pubblicare e divulgare. Vennero perfino la regina d’Inghilterra e l’ambasciatore dell’Afghanistan a conoscere il mistero svelato de “Sa funtana”. Quasi in contemporanea vivevo un’altra avventura e un’altra scoperta: si scavava nell’isola di Maiorca. Nostri vicini di casa, i lontani antenati delle Baleari costruivano i talayots, simili ai nostri nuraghi, anche se leggermente diversi negli interni e negli arredi. Anche quello fu, oltre che esperienza di studio, grande esperienza di vita: con i grandi archeologi spagnoli e con gli operai, in genere andalusi o delle zone più povere della Spagna, comunisti nonostante il dittatore Francisco Franco. Occorreva prudenza e cautela, le parole andavano soppesate, in quel clima ancora torbido di dittatura, che da noi era, per fortuna, già un ricordo, ancora vivo e angosciante, ma comunque un ricordo. Nell’arco di 5 o 6 campagne di scavi ci sembrava di


ripercorrere strade già battute e di rivivere rapporti già vissuti… tanto tanto tempo prima. Ancora lo scrivere, lo studiare, il divulgare fu il mio impegno quotidiano di quegli anni: libri, riviste, giornali mi permettevano di espandere il discorso sulla cultura sarda e di continuare a perseguire l’idea autonomistica che mai mi ha abbandonato. Una ventata di giovinezza ritrovata alla fine degli anni ’60: a manifestare contro le lottizzazioni, contro i tentativi di cambiare il volto dell’isola di Mal di Ventre, a difendere, anche con i giovani extraparlamentari, pezzetti di Cagliari minacciati dalla speculazione, a difendere quella che ancora ci permette di avere un’identità: la lingua sarda. Al mio fianco ho quasi sempre trovato i giovani, spesso intellettuali aperti e rigorosi studiosi, e a volte anche politici sensibili alla cultura della Sardegna. E poi nel ’90 mi hanno nominato membro dell’Accademia dei Lincei, dove illustri studiosi tengono delle conferenze sui più svariati campi del sapere e si possono imparare davvero tante cose… … E poi ancora nel ’93 a Barumini, in assemblea popolare, a difendere quel nuraghe e quel villaggio dalle pastoie della burocrazia miope e poco accorta, insieme a quella stessa popolazione che quel nuraghe ha rispettato e amato nell’arco di tanto tempo… e poi… Questa è una storia dove ci sono fontane che non sono fontane; è una storia dove si cantano dei versi blasfemi e dove al canto mattutino del gallo risponde il ragliare degli asini. Questa è la vita di un uomo che ha avuto il privilegio di godere di una cultura contadina e insieme del dono della scienza. È la vita di un uomo che ha osato tuffarsi nella vertigine di un tempo lontano. Lontano forse più di 1500 anni prima della nascita di Gesù Cristo. Rossana Copez ©riproduzione riservata


Nella seconda parte del volume Lilliu ricostruisce il piÚ clamoroso giallo archeologico della Sardegna: il rinvenimento degli idoli sardofenici, falsificati in uno stile mostruoso e bizzarro. I falsari ingannarono autorevoli studiosi sardi, italiani ed europei che avevano ammirato e studiato con gusto romantico i bronzetti, moltiplicatisi a centinaia tra il 1819 e il 1883, fino a quando furono espulsi dal museo di Cagliari perchÊ falsi e bugiardi. Il volume contiene l’immagine dei falsi bronzetti e la descrizione dettagliata di ciascuno di essi.

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Giovanni Lilliu - L'archeologo e i falsi bronzetti  

IN RICORDO DI GIOVANNI LILLIU, il grande archeologo sardo, vi offriamo in lettura la prima parte del nostro volume “L’archeologo e i falsi b...