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Tariffa R.O.C., Poste Italiane spa - Sped. in abb. postale, D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004, n. 46) art. 1, comma 1,DCB Forlì - Reg. Tribunale Forlì 6/9/2011 n. 410

Anno XLVI - N. 4 - dicembre - gennaio 2013/2014 • Abbonamento annuo euro 20,00 - Sostenitore euro 26,00

IN PRIMO PIANO

Arte e ideali: il busto di Garibaldi nel Municipio di Forlì.

MUSICA PER MOSTRE ANDAR

Un ponte di musica fra Forlì il Kosovo. Giovanni Pini: il colore valeepiù del segno

DOSSIER

Palazzo Romagnoli e le da sueMichelangelo collezioni d’arte. Wildt, l’anima e le forme a Klimt


52 domeniche con i bambini in Romagna Week end divertenti ed educativi a misura di ogni famiglia.

Le domeniche Più beLLe in Romagna con mamma e PaPà Quando si avvicina il fine settimana può capitare di non trovare idee per trascorrere una giornata diversa con tutta la famiglia: la guida propone suggerimenti su luoghi, musei, parchi

da visitare e da vivere grandi e piccoli insieme, in ogni stagione dell’anno. Per divertirsi e trovare idee e stimoli per una gita all’insegna della curiosità e della fantasia.

Per ordini e informazioni: Tel. 0543.798463 Fax 0543.774044 | info@inmagazine.it | www.inmagazine.it


SOMMARIO

IN PRIMO PIANO

editoriale

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Arte e ideali: il busto di Garibaldi nel Municipio di Forlì di Mario Proli

PROPOSTE 06

La vendetta postuma del pino.

Una legge contro il gioco d’azzardo

RESTAURI 07 Icaro e la bellezza ritrovata di Mara Bianchi

DOSSIER 08 Palazzo Romagnoli e le sue collezioni d’arte di Cristina Ambrosini

MUSICA 18 Un ponte di musica fra Forlì e il Kosovo di Stefania Navacchia

RACCOLTE 21 Presentato l’ottavo volume della Collana Quaderni Piancastelli di Paolo Rambelli

STORIA 22 La bicicletta di Gabriele Zelli

FORLì underground

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L’arcano e i fantasmi dell’opera di Mario Proli

In cauda venenum

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La vendetta postuma del pino di Ivano Arcangeloni

«IL MELOZZO» Già Periodico del Comitato Pro Forlì Storico-Artistica, Forlì Primo numero 14 marzo 1968 Direttore: Rosanna Ricci Edizioni In Magazine srl via Napoleone Bonaparte 50, 47122 Forlì tel. 0543 798463 - fax 0543 774044 Stampa: Montefeltro di Celli F. - Rimini Uscita trimestrale. Reg. al Tribunale di Forlì il 6/9/2011 n. 410 Redazione: Rosanna Ricci, Roberta Brunazzi, Mario Proli, Paolo Rambelli, Giorgio Sabatini, Gabriele Zelli. In copertina “Contadino che zappa” di Giuseppe Migneco. Hanno collaborato a questo numero: Cristina Ambrosini, Ivano Arcangeloni, Mara Bianchi, Vittorio Mezzomonaco, Stefania Navacchia.

La vicenda è nota a tutti ed ha fatto molto scalpore a Forlì: con un blitz agostano, neanche fossimo nella Berlino Est del ‘61, sono stati tagliati tutti i bellissimi pini di viale Bolognesi, ed avrebbero tagliato anche i bagolari di corso Diaz se i forlivesi non fossero insorti con lettere, appelli, manifestazioni spontanee. Alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale l’occasione è stata ghiotta per gli oppositori dell’attuale giunta, ed è con un certo stupore che abbiamo dovuto registrare la presenza in Consiglio Comunale di così tanti e così convinti amanti del verde urbano, di così stoici difensori della vita delle piante. Percorrere quel viale adesso, senza i suoi bei pini, lascia sgomenti. Non restano che le case, le tante facciate di palazzine nate in anni diversi senza armonia, senza un disegno coerente, senza una idea di città. Viale Bolognesi senza il decoro dei suoi bellissimi pini fa venire in mente il Maradagàl di Gadda: «Di ville!, di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato poco a poco un po’ tutti i vaghissimi e placidi colli delle pendici prealpine [...] Poiché tutto, tutto! era passato

pel capo degli architetti pastrufaziani, salvo forse i connotati del Buon Gusto». Tuttavia vedere tra gli strenui difensori del povero pino anche tanti politici che teorizzavano alla vigilia delle scorse elezioni amministrative, e continuano a vagheggiarlo in vista delle prossime, il diritto delle auto di scorazzare fin sotto la statua di Saffi, gente insomma che mi sembra più attenta ai diritti dell’automobile che a quelli degli alberi, mi ha lasciato un tantino perplesso. A difesa delle scelte comunali si possono citare gli “esperti”, anche in quota WWF, secondo i quali il pino in città è un albero problematico. Ma ciò non toglie che quei pini fossero molto belli. Ricordo che secondo un’amica veronese le forme composite delle chiome dei nostri pini erano la cosa più bella di Forlì, perché la facevano sentire vicino al mare, perché le trasmettevano una serenità ed una pace tutte mediterranee. Ed in quegli anni ormai lontani di pini in città ce n’erano proprio tanti. Poi tagliarono quelli di viale Vittorio Veneto, un bel po’ di quelli del piazzale del Lavoro, fecero tutte quelle nuove rotonde, e cambiarono alberatura sul viale. Allora senza tanto clamore, o almeno questo è quel che ricordo. (Segue a pag. 26)

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in primo piano

ARTE E IDEALI: IL BUSTO DI GARIBALDI NEL MUNICIPIO DI FORLÌ. di Mario Proli Tra le tappe della memoria forlivesi alle quali il 2014 ci conduce grazie al rito degli anniversari, un ruolo di rilievo va assegnato alla scultura che connota da 130 anni l’accesso al Palazzo Comunale: il busto di Giuseppe Garibaldi. Storia avvincente e singolare quella dell’opera d’arte e divenuta nel tempo uno dei simboli dell’identità democratica, sociale e patriottica della città. Il 2 giugno 1884, nel secondo anniversario della morte del Generale, una grande manifestazione caratterizzò lo scoprimento del busto nello scalone. Fu un giorno eccezionale sotto vari aspetti, sia in virtù di un’entusiastica partecipazione, sia sotto il profilo dell’ordine pubblico. Il rigido protocollo istituzionale non riuscì ad evitare che l’esuberanza politica si trasformasse in protesta. Da due anni il corpo di Garibaldi riposava nell’isola di Caprera. Il suo spirito, però, continuava ad alimentare fiamme ideali nella giovane nazione italiana e all’estero. Forlì fu una delle prime città a muoversi per immortalarne la presenza nello spazio pubblico. Su iniziativa e per volontà del Consiglio comunale, venne realizzata una effigie in marmo dallo scultore Ettore Ferrari (1845-1929) che fu collocata nello Scalone d’ingresso del Municipio come elemento centrale di un fregio sontuoso con lo stemma araldico cittadino (l’aquila imperiale) a far da corona. La manifestazione d’inaugurazione si svolse alla presenza di tantissimi militanti del movimento repubblicano e delle organizzazioni internazionaliste. Ben presto l’euforia sfociò in dimostrazione politica da parte di alcune frange che nel grande corteo incamminato verso il Comune inneggiarono alla rivoluzione e alla libertà per Amilcare Cipriani, suscitando l’intervento, sciabole in pugno, delle forze dell’ordine. Filippo Guarini, autore della cronaca coeva riportata nel Diario Forlivese (manoscritto custodito dalla Biblioteca comunale), annotò che gli animi furono placati a suon di “botte a dritta e a sinistra”. Dal suo racconto emerge che dopo lo scompiglio il corteo si ricompose e partecipò alla cerimonia ufficiale. Quindi la massa di persone si spostò, uscendo dalle mura cittadine per rendere omaggio alla Casa Gori-Zattini. Questo era il luogo

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dove Garibaldi, proveniente dal ravennate e diretto verso il Granducato di Toscana, venne accolto in gran segreto il 15 agosto del 1849 durante la fuga dall’esercito austriaco e dalla reazione pontificia. L’edificio che ospitò la tappa forlivese della Trafila Garibaldina era situato, all’epoca, nell’immediata campagna, in una zona attualmente inglobata nel tessuto urbano. Oggi la casa non esiste più e l’area in cui sorgeva è riconoscibile grazie alla presenza di una targa nel condominio di viale Matteotti n. 75. Conclusa la spedizione oltre le mura, in quella “calda” giornata del 2 giugno 1884, il corteo rivoluzionario rientrò in città e si fermò davanti alla Caserma dei Carabinieri per inneggiare alla Repubblica e innescò altri scontri. Reputando responsabilità dell’accaduto all’assemblea cittadina, peraltro guidata in quel periodo da uomini espressione del mondo liberale e moderato, il Prefetto di Forlì decise di adottare il pugno di ferro sciogliendo il Consiglio Comunale. Lo spirito di Garibaldi animava sentimenti superiori all’aspetto celebrativo. Oltre ad essere un simbolo politico, infatti, il suo mito pulsava di passione e affetto fraterno. Profonda amicizia lo aveva unito ad alcuni forlivesi, primo fra tutti il Triumviro della Repubblica Romana, Aurelio Saffi, che insieme a Giuseppe Mazzini e Carlo Armellini aveva guidato il governo militare di quella straordinaria quanto sfortunata esperienza democratica. Il novero dei grandi amici comprendeva pure Achille Cantoni, stimato ufficiale in camicia rossa caduto nella battaglia di Mentana del 1867 e onorato d’essere scelto come protagonista dall’Eroe dei due mondi per il suo romanzo intitolato “Cantoni il volontario”. Il legame con Forlì era stato suggellato in modo formale con il conferimento della cittadinanza onoraria nel luglio 1860, mentre l’intitolazione al suo nome di spazi urbani (che variarono nel corso degli anni) ebbe il compito di evocarne la presenza nella quotidianità. Al medesimo obiettivo volgeva lo sguardo il busto nell’ingresso del Municipio, meticoloso nel proporre i caratteri condivisi dall’iconografia patriottica (sguardo autorevole e severo dell’età matura, barba morbida, capigliatura fluente, fazzoletto al collo, divisa militare…), intenso nell’evocare i valori di quel mito: coraggio, azione, giustizia.


Lo scalone del Palazzo Comunale di ForlĂŹ con il busto di Garibaldi.

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Proposte

UNA LEGGE CONTRO IL GIOCO D’AZZARDO.

Promossa da “Scuola delle Buone Pratiche - Legautonomie - Terre di mezzo”, con adesioni da tutta Italia, è partita anche a Forlì la raccolta di firme necessarie per presentare la proposta di legge di iniziativa popolare su “Tutela della salute tramite il riordino delle norme vigenti in materia di giochi con vincite in denaro - Giochi d’Azzardo e Gioco d’azzardo patologico”. La raccolta va completata entro il 30 marzo 2014. Con questo motivo è nato in città un Comitato che si occupa degli aspetti organizzativi. Al nucleo iniziale costituito da Comune di Forlì, Diocesi, Caritas e Acli, si sono aggiunti Cgil, Gruppo “Slot Mob Forlì”, Azione Cattolica. Da segnalare che la raccolta di firme ha registrato una partenza significativa in occasione dell’incontro svolto in novembre con il

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fondatore del “Gruppo Abele” e di “Libera” Don Luigi Don Ciotti. Particolare impegno è portato avanti nei quartieri e nelle comunità cittadine grazie alla convinzione e alla sensibilità di donne e uomini, associazioni, gruppi e parrocchie. La proposta di legge per la quale vengono raccolte le firme si articola attorno a cinque capisaldi: 1) tutela della salute (cura delle persone più fragili, divieto di gioco ai minori, assistenza ai familiari, regolamentazione della pubblicità); 2) facoltà del Sindaco, sentito il Questore, di autorizzare o meno l’apertura di sale definendo luoghi, orari e quant’altro; 3) contrasto alle infiltrazioni mafiose, ai flussi di denaro illegale e alle società anonime

con caratteristiche di opacità, applicando anche le leggi antimafia e la tracciabilità dei movimenti di denaro; 4) riduzione delle sedi del gioco con limitazioni per i giocatori; 5) obbligo di impiego di parte del fatturato in cure, prevenzione, formazione e ricerca. L’obiettivo è di coinvolgere e far partecipare il maggior numero di rappresentanze del mondo istituzionale ed associativo e tantissimi cittadini. La redazione del Melozzo si unisce a questo impegno invitando coloro che condividono finalità e ragioni della proposta di legge a recarsi per firmare i moduli predisposti presso l’URP del Comune di Forlì in Piazzetta della Misura n. 5.


RESTAURI

ICARO E LA BELLEZZA RITROVATA.

La statua di Icaro dopo il restauro.

di Mara Bianchi Da Icaro sono stati cancellati smog, firme e cuoricini, e quanto aveva offuscato l’orgoglio, la fierezza, lo “spavaldo coraggio” che quest’opera esprime. Il giovane corpo atletico, possente; i muscoli contratti mentre le mani serrano l’impugnatura delle ali nell’istante che prelude al volo, mentre lo sguardo è già rivolto al cielo. Un giovane pieno di speranza, e pronto a tutto per raggiungere il proprio sogno. Un significato sempre attuale. Proprio per il messaggio che racchiude, non poteva essere scelto un monumento diverso quale progetto per un cantiere didattico sperimentale con l’intento di assolvere un compito importante che è quello di educare i ragazzi, che saranno i futuri custodi del patrimonio culturale della città, a conoscerlo, ad amarlo e a rispettarlo, unici principi attraverso i quali potranno trasmettere a loro volta la storia della loro città. Ogni istituto scolastico è stato coinvolto con un programma che fosse corrispondente agli studi di pertinenza, questo al fine di associare all’attività scolastica quella pratica e di mostrare anche professioni che potranno essere oggetto di scelte del percorso lavorativo futuro dei ragazzi. Il progetto “Ali Nuove per la città: restauro conservativo del monumento di Icaro”, ha voluto perciò soprattutto essere un insegnamento ai ragazzi. Il percorso è stato duro e pieno di difficoltà. Mettere insieme più istituti, definire per ciascuno il ruolo appropriato e le esigenze di un cantiere soprattutto pubblico non è stata cosa semplice. Ma tutti hanno lavorato con tanto entusiasmo! Chi ha presenziato all’inaugurazione del monumento restaurato ha potuto “toccare” la soddisfazione e l’orgoglio dei ragazzi. La vita di cantiere ha dato loro un valore aggiunto che è quello del lavoro di squadra e della condivisione. I ragazzi hanno avuto a fianco professionisti capaci di coinvolgerli a fondo con responsabilità ed entusiasmo, come le immagini girate durante le lavorazioni hanno potuto mostrarci. Pazienti e tenaci anche sotto il sole cocente! La capacità di interpretazione del mito è emersa anche nelle opere artistiche realizzate. Disegni, sculture ciascuno frutto di un viaggio introspettivo all’interno di un Icaro riproposto con nuovi messaggi carichi di significato. Ho

sempre pensato che i giovani devono essere interessati e coinvolti nei progetti della città. Come vengono organizzati incontri pubblici per presentare ai cittadini interventi sul patrimonio culturale, sull’urbanistica, o programmi di interesse comune, occorre predisporre incontri analoghi riservati ai giovani coinvolgendoli in un percorso partecipato, responsabilizzandoli anche attraverso l’espressione del loro pensiero. In tal modo li si induce alla conoscenza della città e alla consapevolezza di ciò che rappresenta il loro passaggio nel tempo. Nel

progetto “Ali Nuove” i giovani sono stati i veri protagonisti. È per loro che le imprese e i professionisti hanno prestato lavoro e insegnamento gratuitamente. E d’altronde anche il sindaco alla cerimonia di inaugurazione per il taglio del nastro ha messo la sua fascia tricolore ad una studentessa. E grazie al lavoro di tutti il progetto “Ali Nuove per la città”, ideato e coordinato dal Fondo per la Cultura del Comune di Forlì, è risultato tra i vincitori della prima edizione del Premio Cultura + Impresa promosso da Fedeculture.

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Dossier

PALAZZO ROMAGNOLI E LE SUE COLLEZIONI D’ARTE. di Cristina Ambrosini Domenica 22 dicembre 2013 è stata aperta al pubblico la nuova sede delle Collezioni del Novecento di Palazzo Romagnoli, in via Albicini, del cui restauro si è occupato l’architetto Andrea Savorelli. Nella suggestiva cornice dello storico edificio forlivese è finalmente possibile ammirare, in esposizione permanente, le eccellenze artistiche del secolo appena trascorso di proprietà delle raccolte civiche. Il progetto di allestimento delle opere e quello culturale sono opera di Cristina Ambrosini (Dirigente del Servizio Pinacoteca e Musei – Project Manager “Forlì città della cultura”) e di Orlando Piraccini (Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna). La scelta delle opere appartiene in parte al progetto “Novecento rivelato” attuato negli anni scorsi da Piraccini e Luciana Prati. Situato nel cuore della città vecchia, a pochi passi dai Musei San Domenico, Palazzo Romagnoli ospita al piano terra la straordinaria Collezione Verzocchi, nata dalla volontà di Giuseppe Verzocchi di celebrare il tema del lavoro, lo spirito imprenditoriale e la qualità dell’opera umana. Il percorso espositivo prosegue al primo piano dove trovano collocazione gli oli e le incisioni di Giorgio Morandi della Donazione Righini, le sculture di Adolfo Wildt legate alla figura di Raniero Paulucci de Calboli e “La Grande Romagna”, selezione di opere pittoriche e plastiche rappresentative del vasto e composito patrimonio novecentesco forlivese.

Il Palazzo

Il Palazzo Romagnoli-Reggiani prende il nome dalla famiglia Romagnoli di origine cesenate, che si stabilì a Forlì dal 1806 quando Lorenzo Romagnoli divenne prefetto della città durante il governo francese, e dalla famiglia Reggiani. Girolamo Lorenzo Reggiani sposò l’ultima discendente Virginia e assunse il cognome di Reggiani Romagnoli. L’edificio, venduto dalla famiglia nel 1965

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Sala 1, piano primo, La grande Romagna - Volta decorata con Diana e puttino alato, particolare.

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Dossier

Sala 1, piano primo, La grande Romagna - Volta decorata, particolare (in alto).

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Sala Wildt, piano primo - Parete decorata con puttini danzanti (in basso).


Sala II, piano terra, Collezione Verzocchi - Volta decorata (in alto).

Sala 5, piano primo, La grande Romagna - Volta decorata con Aurora e Fosforo, particolare (in basso).

al Comune, è stato a lungo destinato dall’Esercito a sede del distretto militare della Provincia di Forlì per la visita medica di leva. L’edificio nella sua veste attuale è il risultato dell’accorpamento di più unità immobiliari preesistenti che all’atto della sua ristrutturazione e valorizzazione, ordinata dal prefetto napoleonico Lorenzo Romagnoli, furono unificate in un’unica struttura architettonica. Nei sotterranei del palazzo sono state trovate, negli anni ’70, quattordici tombe del III secolo d.C., testimonianza della presenza di un sepolcreto formatosi in ambito urbano. Si può affermare pertanto che il Palazzo ha radici nella parte della città con una storia antica di oltre 1.600 anni. L’immagine di più antica datazione in cui è visibile il Palazzo è costituita dalla planimetria del 1694 di padre Vincenzo Coronelli. Il complesso edilizio era costituito dal fabbricato nobile, quello appena restaurato sulla via Albicini, e da altri corpi che si sviluppavano lungo le vie Bruno e Palmezzano. Successive testimonianze provengono dalla mappa di Forlì del 1789 di Giuseppe Missirini e dalla mappa del catasto Pio-Gregoriano del 1821. In contrasto al disadorno prospetto del Palazzo, gli ambienti interni si presentano con una inaspettata ricchezza decorativa. I soffitti del piano terra e quelli del piano nobile, al quale si accede dallo scalone monumentale, sono interamente decorati secondo uno stile “di transizione” tra il barocco e il neoclassico, in parte riconducibile alla bottega di Felice Giani. Gli ambienti del piano terra si sviluppano in una lunga sequenza di stanze senza corridoi con decorazioni in stile neoclassico, ma la grande ricchezza decorativa si trova soprattutto al primo piano dove sono presenti anche decorazioni liberty. Infine il Palazzo possiede anche un piano sottotetto sopraelevato nell’Ottocento, ma solo nella parte verso il cortile interno. I lavori di restauro dell’edificio hanno fatto propendere la scelta della destinazione del Palazzo a contenitore per esporre il prezioso patrimonio museale che necessitava di una sua sede esclusiva.

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Dossier

Sala VIII, Collezione Verzocchi - Giorgio de Chirico (Volos, Tessaglia, 1888 - Roma, 1978), “Forgia di Vulcano”.

La collezione Verzocchi

Situata al piano terra la collezione, donata dall’imprenditore forlivese Giuseppe Verzocchi al Comune di Forlì il 1° maggio 1961, in occasione della Festa dei Lavoratori, raccoglie settanta opere di artisti italiani di generazioni diverse e di diverse tendenze artistiche, da Guttuso a Donghi, da Vedova a De Chirico, da Depero a Sironi, accomunati, oltre che dal tema, dalla presenza sulla tela di un piccolo mattone refrattario, simbolo dell’attività imprenditoriale di Giuseppe Verzocchi (Roma 1887Milano 1970). La singolare impresa industriale di Verzocchi viene illustrata attraverso l’esposizione di tutti i dipinti e viene contestualmente narrata da una selezione di documenti, fra i quali fotografie, oggetti e testimonianze scritte. Una collezione, dunque, ricca di fascino. Giuseppe Verzocchi stesso, imprenditore forlivese che aveva creato una ditta di mattoni refrattari, ebbe l’intelligenza e la sensibilità di affidare ai maggiori artisti italiani del suo tempo l’incarico (fra l’altro assai ben retribuito) di realizzare un’opera sul tema “Il Lavoro”. Ma a due condizioni: tutti i dipinti dovevano avere la stessa misura (90 x 70 cm) e sull’opera doveva essere riprodotto, anche in piccole dimensioni, il mattoncino della sua azienda. Ciascun artista aveva ampia libertà di scegliere il linguaggio espressivo che riteneva più appropriato. Per raccontare brevemente chi era Verzocchi citiamo le sue parole: “Sono nato povero… ho lavorato e lavoro con tenacia, con amore, con fermezza ed è appunto per riconoscenza al lavoro… che ho invitato alcuni pittori italiani a trattare questo argomento nel loro linguaggio… scegliendo fra i pittori alcuni esponenti delle più varie e anche opposte tendenze affinché la raccolta, pur nell’unicità del tema, assumesse carattere panoramico.” Quando nel 1961 Verzocchi offrì alla città di Forlì la sua collezione di dipinti, donò anche un insieme di materiali cartacei composto da pubblicazioni relative ai “Refrattari Verzocchi” e dalla corrispon-

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Sala X, Collezione Verzocchi Fortunato Depero (Fondo TN, 1892 - Rovereto TN, 1960), “Autoritratto” (in alto).

Sala IV, Collezione Verzocchi Luigi Bartolini (Cupramontana, AN, 1892 - Roma, 1963), “Le mietitrici” (in basso).

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Dossier

Sala VI, Collezione Verzocchi - Mino Maccari (Siena, 1898 Roma, 1989), “Scuola di pittura”.

denza tenuta con gli artisti per realizzare la raccolta sul lavoro, offrendo così un’immagine viva e nitida del panorama storico artistico dell’Italia della metà del Novecento. Si tratta di un corpus di ben 1.123 lettere, oltre a cartoline, biglietti, telegrammi; un carteggio preziosissimo, che consente di ricostruire la nascita e la formazione della collezione, ma mette anche perfettamente a fuoco la personalità straordinariamente aperta, dinamica, vivace di Verzocchi nel suo rapportarsi con il mondo dell’arte. Citiamo solo qualche nome degli artisti autori dei dipinti per capire la qualità di “Il Lavoro nell’arte”: Campigli, Cantatore, Carrà, Casorati, Cassinari, De Chirico, Guidi, Guttuso, Maccari, Migneco, Rosai, Moreni, Saetti, Sassu, Sironi, Soffici, Turcato, Vedova. La Collezione Verzocchi è qui esposta integralmente (manca solo il quadro I pittori di barche di Guido Cadorin, rubato durante un’esposizione milanese). I dipinti sono corredati dai “pensieri” e dai piccoli “autoritratti” richiesti ai singoli autori dal committente (presentati in lotti a rotazione, per ragioni conservative).

La Donazione Righini

La collezione Righini è composta da tre oli e sei acqueforti su rame e zinco del grande pittore e incisore bolognese Giorgio Morandi (1890-1964) e fu donata dai coniugi Righini alla Pinacoteca Civica forlivese il 15 marzo 1971. Si tratta di opere particolarmente rappresentative della produzione morandiana sia pittorica che grafica. I tre dipinti Il papavero (1958), Crisantemi (1960), Rose (1962) costituiscono, nel loro insieme, uno dei capitoli più alti dell’ultimo Morandi nei quali la pittura sembra aver perduto la sua essenza cromatica. Non meno importante è la serie delle acqueforti realizzate in un arco di tempo che va dal 1924 ( Vaso di fiori ) alla celeberrima Natura morta con cinque oggetti del ’56. Nella sala è esposto anche un busto in gesso con il Ritratto di Arturo Righini, opera dello scultore forlivese Luigi Galotti

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Sala Morandi, Donazione Righini - Giorgio Morandi (Bologna, 1890 - 1964), “Vaso di fiori. Il papavero”, 1958 (in alto).

Sala Morandi, Donazione Righini - Giorgio Morandi (Bologna, 1890 - 1964), “Paesaggio del poggio (Grizzana)”, 1927 (in basso).

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Dossier

Sala Wildt, piano primo - Adolfo Wildt (Milano, 1868 - 1931), “San Francesco d’Assisi”, 1926, particolare (a sinistra).

Le sculture di Wildt

Si tratta di un corpus di opere di assoluto rilievo realizzate da Adolfo Wildt (Milano 1868-1931), uno dei massimi scultori del Novecento. Le opere sono entrate nel patrimonio dei Musei Civici forlivesi in seguito alla donazione (assieme ad altre opere) effettuata nel 1931 per disposizione testamentaria del marchese Raniero Paulucci de’ Calboli, senatore e ambasciatore del Regno, nonché grande estimatore e committente dell’artista. La collezione comprende: il ritratto di Fulcieri Paulucci de’ Calboli (1919), Santa Lucia (1926), San Francesco d’Assisi (1926), una versione della Maschera del dolore o Autoritratto (1908-

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Sala Wildt, piano primo - Adolfo Wildt (Milano, 1868 - 1931), “La protezione dei bambini o Pargoli (La Carità)”, 1918 ca., particolare (a destra).

1909), Lux (1920), La fontanella santa (1921), La Protezione dei bambini (1918). La raccolta è generalmente considerata tra le più rappresentative della scultura di un artista a lungo trascurato dalla critica d’arte per la presunta vicinanza della sua opera alla retorica degli anni Venti e Trenta. L’opera di Wildt, improntata inizialmente da una poetica marcatamente romantica, si è poi allineata agli andamenti del gusto secessionista e della moda liberty, caratterizzata da accentuato simbolismo, fino all’adesione al movimento di Novecento. Del tutto originale l’impronta tecnica levigata e preziosa della scultura in marmo.


Sala 2, piano primo, La grande Romagna - Gino Ravaioli (Rimini, 1895 - 1982), “Trittico della Romagna”, 1924.

“La Grande Romagna”

La sezione “La Grande Romagna” raccoglie dipinti e sculture del ventesimo secolo, in larga parte sconosciuti al grande pubblico, qui riuniti in sei stanze. La sezione è contrassegnata dalla presenza del grande dipinto eseguito nel 1924 da Gino Ravaioli, intitolato Trittico della Romagna. Nelle sale sono esposte alcune opere (che saranno alternate periodicamente) dell’ingente patrimonio comunale d’arte del Novecento reso di recente pubblico grazie al progetto espositivo “Novecento rivelato”, comprendente sia raccolte monografiche dei principali artisti forlivesi (ad esempio Giovanni Marchini, Pietro Angelini, Carlo Stanghellini, Maceo Casadei), sia numerose opere di pregio acquisite negli anni tramite donazioni o in occasione di eventi espositivi Le opere sono divise in apposite aree tematiche: “Oltre il marmo” (con opere di Domenico Baccarini, Bernardino Boifava e Tullo

Golfarelli), “Il cenacolo forlivese e dintorni” (tra cui Giovanni Marchini, Carlo Stanghellini, Francesco Olivucci e Umberto Zimelli, Maceo Casadei e Gino Mandolesi. Per quasi 10 anni il cenacolo ha svolto una importante funzione di collegamento della realtà locale con le principali città d’arte italiane assicurando a Forlì una posizione di rilievo nel panorama artistico italiano della prima metà del ’900), “Emilia di Romagna” (tra cui Rezio Buscaroli, Ferruccio Giacomelli, Ferdinando Cavicchioli e Oreste Emanuelli), “La stagione dei premi” con artisti come Luciano Caldari, Umberto Folli, Osvaldo Piraccini, Carmen Silvestroni e Giulio Ruffini che hanno partecipato alla Biennale d’Arte Romagnola, ideata e promossa dalla pittrice Gianna Nardi Spada, la cui prima edizione risale all’anno 1951 ed è proseguita, fra alterne fortune, fino al 1979 (la XV edizione verrà realizzata due

anni dopo la scomparsa dell’organizzatrice) o al Premio Campigna, l’importante manifestazione d’arte di Santa Sofia la cui nascita risale alla metà degli anni ’50. Palazzo Romagnoli - via C. Albicini, 12 Orario: dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 13.00 martedì pomeriggio dalle 15.00 alle 17.30. Chiuso: lunedì, festività nazionali e 4 febbraio Ingresso libero Telefono: 0543 712627 0543 712609 - 0543 712602 Fax: 0543 712618 musei@comune.forli.fc.it www.cultura.comune.forli.fc.it

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Musica

Un ponte di musica fra Forlì e il Kosovo. di Stefania Navacchia Un’atmosfera insolita ha animato la vita musicale di Forlì negli ultimi mesi grazie a un’iniziativa dell’IPSIA (Istituto Pace Sviluppo Innovazione delle ACLI): stiamo parlando di “La musica: ponte culturale”, che ha promosso uno scambio tra la Giovane Orchestra dell’Istituto Musicale “Angelo Masini’ e gli allievi della Shkola e Muzikes “Lorenc Antoni” di Prizren in Kosovo.

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Numerosi sono stati i sostegni istituzionali, burocratici e economici al progetto, a partire dagli assessorati alle Politiche giovanili, alla Cultura e alle Politiche internazionali del Comune di Forlì e dall’ambasciata italiana in Kosovo. Sotto il profilo materiale aiuti fondamentali sono venuti da Simona Micheletti, l’on. Marco Di Maio, Paolo Rambelli, il Leo Club di Forlì, Centro Italiano Femminile di Forlì, l’Accademia Benigni di Bertinoro e Massimo Mercelli.

Lo scambio si è collocato in una più ampia progettualità che da anni vede impegnata l’Ipsia di Forlì e ha condotto anche a una conoscenza diretta della realtà sociale e culturale del Kosovo e della vera e propria venerazione che il suo popolo ha per la musica italiana. Questa è stata una delle constatazioni che ha portato la responsabile del progetto, Maria Teresa Indellicati, a proporre l’iniziativa e, verificata la disponibilità, a realizzare la collaborazione tra le due scuole. Gli allievi del “Masini” sono partiti per la prima tappa di questa esperienza la mattina di lunedì 7 ottobre alla volta di Prizren accompagnati da Pier Luigi Di Tella, direttore della scuola, e Fausto Fiorentini, a cui è affidata la direzione dalla “Giovane Orchestra”. Nei tre giorni del soggiorno i ragazzi forlivesi, la cui età è compresa tra i 13 e i 17 anni, sono stati ospiti dei loro colleghi coetanei e hanno tenuto due concerti, il secondo dei quali insieme all’Orkestra Rinisë “Lorenc Antoni”. L’esperienza orchestrale, uno dei punti di forza della didattica del “Masini”, è stato il perno di questo primo incontro. Come suggerisce il titolo del progetto, tuttavia, la musica è stata un “ponte” che ha condotto i giovani verso un’esperienza dal profondo significato umano e sociale che ha dato la possibilità di venire a diretto contatto con abitudini e soprattutto con una nazione in cui la presenza militare è ancora percepibile e i segni della guerra sono ben visibili. Più basati sulla musica da camera e sul canto sono stati invece i tre concerti che si sono svolti il 7 e l’8 dicembre durante il soggiorno forlivese degli allievi della Shkola e Muzikes “Lorenc Antoni” (a causa di problemi burocratici i ragazzi sono arrivati con un giorno di ritardo). Non sono mancati tuttavia momenti nei quali le due orchestre hanno suonato anche insieme come nel concerto di Gala di domenica 8 dicembre nel refettorio del Museo San Domenico. Si sta lavorando affinché “il ponte tra i popoli” venga attraversato anche nel 2014, anno per il quale si sta pianificando un progetto che potrebbe essere incentrato sulla formazione dei docenti e sull’assegnazione di borse di studio: il cammino è aperto.


Le giovani orchestre degli Istituti Musicali di Prizren e Forlì durante i concerti organizzati per lo scambio culturale.

Le emozioni che risuonano Il valore umano e sociale dello scambio tra l’Istituto “Angelo Masini” e la Shkola “Lorenc Antoni” emerge dalle parole di Fausto Fiorentini, direttore della Giovane Orchestra “Masini’ che ha accompagnato i ragazzi forlivesi durante tutta l’esperienza. Ci racconta le sue emozioni? “Siamo partiti avendo nella mente e nel cuore il tema ‘La Musica... un Ponte tra i popoli’ e la musica è stata davvero un felicissimo mezzo per far incontrare ragazzi di nazionalità, cultura e formazione diverse richiedendo loro impegno ‘professionale’ ma anche apertura mentale e predisposizione

d’animo ad essere subito amici dei ragazzi da incontrare. In poco tempo la curiosità iniziale è diventata rapporto di comunanza e fraternità sfociata poi in sincero sentimento di amicizia.” Cosa ha percepito nei suoi allievi? “Il luccichio di emozione che ho visto nei loro giovani occhi al momento della partenza. La loro emozione è stata la mia emozione.” Cosa avete imparato musicalmente? “È stata l’opportunità di confronto con una cultura e una tradizione musicale diversa dalla nostra; ma la lezione della quale faremo tesoro è la constatazione di come, in un paese come il Kosovo, umiliato e impoverito da una guerra che ha riservato sofferenza in

ogni strato della popolazione, alla musica sia sempre rivolta un’attenzione viva e costante e di come, tutelando le istituzioni, si assicuri a tutti la migliore educazione musicale. A differenza dell’Italia dove non manca nulla ma si continua a denigrare la cultura in generale e la musica in particolare.” E umanamente? “Nei due incontri si è fatta tanta musica insieme in più occasioni, ma alla fine di tutto ha prevalso il rapporto umano. L’impegno e il piacere di assicurare agli ospiti il più soddisfacente soggiorno è stato reciproco e ha dato vita a un rapporto davvero fraterno tra tutti i ragazzi che, ne sono sicuro, durerà nel tempo.”

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Raccolte

Presentato l’ottavo volume della collana Quaderni Piancastelli.

Un almanacco del 1842 conservato nelle Raccolte Piancastelli.

di Paolo Rambelli È stato presentato mercoledì 11 dicembre 2013 presso la Sala Zambelli della CCIAA di Forlì-Cesena l’ottavo volume della collana editoriale “Quaderni Piancastelli”, edita da il Mulino su iniziativa della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e del Comune di Forlì per promuovere la conoscenza dei materiali conservati in quella che viene unanimemente riconosciuta come una delle più importanti collezioni italiane: le Raccolte Piancastelli. Capaci di oltre 55.000 volumi (tra cui incunaboli e cinquecentine dei tipografi romagnoli), 900 manoscritti, 80.000 autografi dal XII al XIX secolo, 20.000 stampe e disegni e 173.000 documenti manoscritti e a stampa (oltre alla quadreria con dipinti dei maggiori artisti romagnoli del Rinascimento, e la raccolta numismatica con 5.000 monete, in prevalenza romane di età imperiale), le Raccolte Piancastelli costituiscono, come ha scritto Augusto Campana, “un patrimonio che da solo rappresenta buona parte di ciò che in Italia e fuori fa testimonianza della storia e cultura della nostra regione”. Carlo Piancastelli non fu però solo un collezionista, ma anche uno studioso, come testimoniano il suo “studio di bibliografia romagnola” Pronostici ed almanacchi, pubblicato a Roma nel 1913 e ora riedito a cura di Lorenzo Baldacchini, professore di bibliografia e biblioteconomia presso l’Università di Bologna, con le integrazioni previste dallo stesso Piancastelli per una seconda edizione che non vide mai la luce. “Pronostici e Almanacchi - come ha ricordato Elide Casali, massima studiosa italiana nell’ambito dell’almanacchistica, nella prefazione al volume e anche al pubblico accorso particolarmente numeroso alla presentazione - non è solo una raccolta bibliografica, ma un primo tentativo di disegnare un discorso storico, scientifico e letterario sulla cultura e la letteratura delle stelle in senso lato, in Romagna dal Medioevo all’alba del Novecento, in un abbozzo culturale ancora incompleto, momento della fascinosa ricerca della ‘poesia

cosmica’, del bello e del sublime condotta sulla letteratura, le arti visive, la musica“. Il prof. Baldacchini si è quindi soffermato sulla capacità di Piancastelli – in questo volume come nella sua opera di collezionista – di far dialogare la cultura “alta” con

quella “popolare”, l’ambito delle scienze con quello del folklore, accostandone la figura a quello di un altro grande collezionista – e di un’altra grande raccolta libraria – come Aby Warburg e la sua Kulturwissenschaftliche Bibliothek.

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Storia

LA BICICLETTA. di Gabriele Zelli Dopo un’iniziale diffidenza dovuta al fatto che il velocipede, come veniva chiamato, fu considerato oggetto di lusso “dei padroni”, e quindi incompatibile con la morale proletaria, gradualmente il mezzo fece breccia nel cuore e nella pratica dei partiti e delle organizzazioni operaie, artigiane

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Stampa raffigurante un velocipede (1895).

e contadine. Non a caso nelle famose e tragiche giornate milanesi del 1898, quando i moti popolari furono sanguinosamente repressi dal tristemente noto generale Bava Beccaris, gli insorti crearono una rete di collegamenti facilitati e velocizzati, appunto, dalla bicicletta. La repentina contromossa delle autorità militari fu quella di vietare l’uso dei velocipedi con la minaccia di se-

questro del mezzo, dell’arresto e del deferimento ai tribunali militari. I primi che si mossero per l’uso proletario della bicicletta, furono i repubblicani, che definirono l’attività ciclistica, come scriveva il periodico “Il Pensiero Romagnolo” nel 1902: “occasione per stringere maggiormente i vincoli di amicizia e fratellanza tra i compagni di fede e per diffondere ovunque l’idea repubblicana”. Nel 1904 i ciclofili repubblicani si riunirono in assemblea a San Marino, “con una marcia faticosa e irta di pericoli, nella quale vi furono gravissime cadute che non ebbero per singolare coincidenza conseguenze funeste”. Dopo questo incontro si registrò tutto un fiorire di associazioni e circoli, con la preminenza di Forlì che organizzò il primo gruppo di velocipedi verdi. Settecento delegati si riunirono, invece, a Imola, nel settembre 1912, per il primo congresso dei ciclisti socialisti romagnoli e un anno dopo, sempre a Imola, si svolgeva il congresso nazionale di fondazione dei ciclisti rossi con delegati provenienti da nove regioni del centro-nord. Per un movimento proletario era però d’obbligo distinguersi con un mezzo a due ruote ugualmente proletario ed ecco che l’“Avanti!” propagandò l’acquisto e la diffusione dell’omonima bicicletta con i relativi pneumatici “Carlo Marx”: “Gli iscritti alla squadra dei ciclisti rossi dovranno tutti adottare, di mano in mano che si presenterà l’occasione di rinnovare o acquistare una bicicletta, il ciclo Avanti”, che poteva essere pagato in cinque rate mensili. Inoltre, la maglietta di “ordinanza” doveva essere rigorosamente rossa, in sostituzione erano concessi un distintivo o una fascia rossa con la scritta della sezione di appartenenza. L’attività dei ciclisti socialisti divenne sempre più importante anche da un punto di vista politico e organizzativo, perché le due ruote rappresentavano spesso l’unico mezzo per raggiungere paesini sperduti, per fare da staffetta durante gli scioperi e le manifestazioni e per incrementare il servizio d’ordine. Durante la “settimana rossa” il ruolo delle biciclette fu fondamentale, tanto che la stam-


Lo scrittore Alfredo Panzini con la sua bicicletta (a sinistra).

pa borghese li bollò come disfattisti e il settimanale sportivo “Lo Stadio” così esprimeva le sue preoccupazioni: “All’evoluto ciclista scarlatto si inculcherà l’avversione alla guerra, l’odio per il servizio militare e magari la scaltrezza necessaria per avere la meglio negli scioperi di protesta”. Nel 1900 il criminologo Cesare Lombroso diede alle stampe un testo dal titolo “Il ciclismo nel delitto” dove sosteneva: “nessuno dei nuovi congegni moderni ha assunto la straordinaria importanza del biciclo, sia come causa che come strumento del crimine”, a tal punto che “se una volta si pretendeva (invero con un po’ di esagerazione) di trovare nella donna il movente di ogni delitto virile”, in quegli anni secondo Lambroso andava ricercato nel desiderio da parte dei giovani, “soprattutto della buona società”, di detenere una bicicletta. Non sappiamo quanti mezzi circolavano nel 1900, conosciamo i dati del 1920: 1.100.000 esemplari di biciclette, 41.000 auto, 38.800 motociclette, 23.000 tra camion e autocarri. Nell’estate del 1908 sia La Gazzetta del-

lo Sport sia il Corriere della Sera lanciarono, ognuno per proprio conto, l’idea di un Giro d’Italia. Ad appoggiare il Corriere ci furono addirittura il Touring Club e la ditta Bianchi. Il 24 agosto il direttore della Gazzetta, Eugenio Camillo Costamagna, affiancato dal giornalista forlivese Tullo Morgagni, annunciò in prima pagina che nella primavera del 1909 si sarebbe corso il primo Giro d’Italia, con un tracciato di tremila chilometri e premi per 25.000 lire. Il Corriere fu costretto ad accodarsi. La partenza ebbe luogo poco prima delle tre di notte di giovedì 13 maggio 1909. Dalle cronache della Gazzetta dello Sport: “Sono le 2.53. I piedi premono, i garretti scattano, il piccolo esercito di ciclisti si stacca. La folla scoppia in un lungo ululato di ammirazione, di entusiasmo, di augurio, di gioia. Un lampo, una luce bianchissima, abbagliante, che tutto avvolge e illumina come pieno meriggio. La schiera ciclistica sembra per un istante lunghissima, infinita, enorme”. L’arrivo della prima tappa avvenne a Bologna dopo avere percorso un tracciato lun-

Illustrazione di una gara di velocipedi, Parigi, 1868 (a destra).

ghissimo. All’ippodromo Zoppoli il gruppo giunse solo a notte inoltrata. Alla vista degli atleti la folla, che si era radunata fin da mezzogiorno, perse il controllo e invase la pista, confondendo così l’ordine d’arrivo dei ciclisti. Il vincitore, Dario Beni, impiegò quattordici ore e sei minuti per percorrere 397 chilometri. La stanchezza, gli incidenti e le strade impervie spinsero molti corridori al ritiro oppure a chiedere un passaggio alle auto al seguito. Dalle cronache della Gazzetta: “Gajoni ci chiama disperatamente, ma non possiamo esser pietosi. Ceccarelli si sente male e vuol prendere la ferrovia, ma il poveraccio non ha i soldi: gli do venti lire. Alla sommità della salita troviamo l’amico Banfi: domanda sorridendo con che treno si parte per Napoli, poi dice di voler ritornare a Chieti, perché la tappa è troppo dura”. Nel 1931 per la prima volta fu fatta indossare al capoclassifica la maglia rosa, che pubblicizzava la Gazzetta dello Sport e che lo rese riconoscibile alla folla che seguiva la gara. Primo a indossarla, il 10 maggio, fu Learco Guerra.

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FORLì underground

L’Arcano e i fantasmi dell’Opera. di Mario Proli Quella sera, una calda sera d’estate, l’arena di piazzetta della Misura ospitava un evento d’eccezione. A sancire il tutto esaurito di pubblico era il Coro Gospel, gruppo forlivese con repertorio spiritual, pop e rock. È noto che piazzetta della Misura, ai piedi della torre con l’orologio, si estende nell’area dove un tempo aveva sede il Teatro comunale, austero tempio della cultura di impostazione settecentesca, con platea e ordini di palchi. Sanno inoltre i forlivesi che l’edificio venne distrutto dai nazisti nel novembre del 1944, allorché prima di ritirarsi dalla città minarono e fecero crollare la torre; la quale, sfasciandosi al suolo, condivise il suo tragico destino con ciò che stava sotto, mescolando mattoni e stucchi in un mosaico di macerie. Lei, la Torre, fu ricostruita. Lui, il Teatro, no. Al suo posto sorge la piazzetta ove quella sera, piena com’era per il Coro Gospel, si trovò a passare quel bieco individuo denominato “Arcano difensore delle inviolabili memorie”, o più semplicemente l’Arcano. Subdolo, presuntuoso, convinto di possedere ragione assoluta, mai disposto al confronto, costui se la prende con coloro che, a suo avviso, offendono la purezza della tradizione e li punisce infliggendo maledizioni che colpiscono nel sonno. Solo una cosa funge da antidoto agli incubi ed è quando il “presunto offeso” si ribella al maleficio. Avvolto in un pastrano nero malgrado l’afa, l’Arcano serpeggiava fra le persone stipate tentando di attraversare la folla, fino a quando s’imbatté in un muretto che sbarrava il passo. Andò nel panico. Il Coro aveva appena terminato “Think”, leggendario pezzo di Aretha Franklin, e stava attaccando “Somebody to love”, manifesto della fratellanza universale dei Queen. E lui non riusciva a oltrepassare l’ostacolo. I calzoni tiravano al cavallo, la mantella limitava i movimenti, il sudore inzuppava gli abiti. Puzzava forte ma non se ne dava cura. L’unico problema per lui, in quel momento, era il muretto… sul quale notò una epigrafe. Vi era scritto “Quest’area mutilata dalla tempesta degli eventi bellici

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continuano SUL MELOZZO le storie SURREALI AMBIENTATE NELLA forlì CONTEMPORANEA.

fu luogo d’incontro e di splendore artistico il massimo Teatro della comunità”. Constatò che vi si erano esibiti Rossini, Mascagni, la Duse e anche il grande tenore forlivese Angelo Masini. “Che sacrilegio!”, pensò. Pareva impossibile che sulle vestigia di un luogo sacro alla tradizione potessero trovar credito musiche estranee all’italica cultura. La rabbia sciovinista si sommò all’angoscia da cul de sac. Doveva sbloccare la situazione e con mossa a porcospino poggiò la schiena sulla balaustra, vi rotolò sopra e cadde dall’altra sponda dove venne immediatamente soccorso da un addetto dell’organizzazione. A prendersi cura di lui era un uomo distinto, giovanile d’aspetto, cordiale, col capo rasato. Gli domandò se si era fatto male. “No!” urlò l’Arcano, che diede una spallata all’addetto e fuggì. Tracciando ampie falcate corse nel covo sotterraneo dove fu accolto dall’inconfondibile odor di muffa. Appiccò fuoco al calderone e in pochi minuti un brontolio idraulico anticipò gli sbuffi degli alambicchi. Quindi celebrò un rito, gettando nel liquido fumante fogli di pentagramma e polvere di tiglio della Villa Gesuita, già dimora di Angelo Masini. Prese una copia dello stemma del Comune di Forlì e concentrando il pensiero sull’addetto che l’aveva soccorso rivolse contro di lui il maleficio. Mentre il vapore saturava la stanza l’Arcano pronunciava parole incomprensibili alternando sussurri e scatti impulsivi. Continuò fino a quando tutto il fumo defluì nell’aria di città, attraverso gli sfiatatoi del covo. In quel mentre, a concerto finito, l’addetto era tornato a casa e già i sonnecchi echeggiavano nella dimora. Dormiva e in sogno gli apparve un uomo grassoccio, con panciotto grigio e camicia bianca. “Avete altro a dirmi?” domandò a voce alta quel tale. “Io? Nulla!” rispose sorpreso, nel sogno, il sognante. “Allora sono agli ordini vostri” cantò lo sconosciuto ed esclamò “Or ora!”. Così dicendo lo abbracciò e gli azzannò l’orecchio, affondando i denti con un morso degno di Mike Tyson. L’addetto si svegliò terrorizzato. Tutto il mattino rimase scosso. Al pomeriggio fece ca-

polino un cauto ottimismo. La sera raccontò l’incubo agli amici in palestra e il suo umore tornò sereno. Nulla presagiva di ciò che avrebbe vissuto nella notte imminente. Come le palpebre ebbero calato il sipario, il sogno accese i riflettori su un figuro barbuto in cappotto bordato di pelo. Il tizio stava staccando una mela da un albero e cantava con voce bellissima: “Siccome abile arciero ti tiene ognun de’ tuoi, sul capo di tuo figlio pongasi questo pomo”. Innalzò il frutto rivolgendo uno sguardo di sfida a un uomo che sembrava indossare una specie di “Loden” verde che teneva in mano una balestra. L’uomo barbuto ordinò: “S’annodi il figlio suo!”. A quel punto comparvero due sgherri in armatura che presero l’addetto-sognatore, lo legarono e appoggiarono la mela sulla sua testa. Di fronte a lui l’uomo in Loden prendeva la mira e si lamentava della sventura di dover scoccare il dardo. “Chi è lo sfortunato fra noi due?” protestò l’addetto che implorava clemenza: “Non tirare, non tirare, non tirar…”. Prima che fosse scoccata l’ultima vocale il dito del balestriere aveva fatto vibrare la corda e nell’urlo onirico si celebrò un brusco risveglio. Pure in questo caso il trascorrere delle ore alleviò il peso dell’angoscia che svanì durante la partitella serale di calcetto, disputata con gli amici fra i pali della porta. Parò tutto. Si coricò con l’autostima a palla, molto tranquillo. A notte fonda udì un fremito. Sembrava un frusciar di foglie; poi pareva un carezzar di spazzole da jazz sui timpani, quindi rullate di batteria progressivamente accelerate. Un tramestio incalzante tolse ogni dubbio. Erano zoccoli, calpestio di cavalli lanciati al galoppo e sospinti da una musica imponente. L’aveva sentita in un film sulla guerra del Vietnam, quando arrivavano gli elicotteri americani. Ma in quel sogno apparvero in groppa ai destrieri bellissime donne-guerriero, mezze nude, con lance ed elmi alati. La galoppata lo travolse e di lui non rimase che un riflesso. Si svegliò con la solida convinzione d’aver un problema. Prese appuntamento dal medico, al quale raccontò dei sogni. “Sembra che il suo inconscio abbia un conto aperto con l’Opera” disse il medico guardando il computer. “Vede - e indicò l’esito di una ricerca fatta con “Google”


- le parole chiave tratte dai suoi sogni portano a siti di musica classica e melodramma. Lei ha vissuto scene di tre capolavori: Cavalleria Rusticana di Mascagni, Guglielmo Tell di Rossini e Valchiria di Wagner. Il perché? Non lo so”. Neppure l’addetto lo sapeva. Mentre tornava a casa passò davanti al Liceo Musicale “Angelo Masini” e notò un opuscolo sulle attività della scuola. Sulla facciata era stampato il volto del tenore che sembrava volesse dirgli qualcosa. Lo tenne come un amuleto, una specie di Angelo custode (il nome si prestava benissimo). Quella notte lo spirito di Angelo Masini gli fece visita. Portava un cappello piumato, indossava una giubba con fronzoli e le gambe erano insaccate in una imbarazzante calzamaglia rossa. “Lei chi è?” domandò l’addetto che non lo aveva riconosciuto. “Sono Angelo, Masini Angelo, nei panni del Duca di Mantova”. Parlarono a lungo, di musica e città, di politica e impegno sociale, di Parigi e di Mosca, della Spagna e di Terra del Sole. Nella cittadella era nato il tenore e fino a quel paese passeggiava spesso l’addetto. Masini rivelò che il carattere del Duca di Mantova, il cattivo del Rigoletto, gli stava stretto e che per riscattare il peso dei compromessi fatti sul palcoscenico e nella vita aveva deciso di dedicare parte delle sue ricchezze agli altri. Da quel patrimonio era nato il Liceo Musicale, ed era contento che nel suo nome venissero formati giovani nel repertorio classico ma anche nel jazz e negli stili moderni. L’alba li sorprese. Nel frattempo un fischio come di pentola a pressione ruppe il silenzio nel covo dei malefici. L’acqua ribolliva su un fuoco che nessuno aveva acceso e pressava le valvole chiuse degli alambicchi. Dall’abitazione l’Arcano vide del fumo uscire dal rifugio e si precipitò a vedere cosa stava accadendo. Come aprì la porta fu accolto da un’esplosione che sprigionò un asfissiante vapore viola. Prese a correre ma la nuvola lo braccò, spingendolo verso la torre civica che trovò aperta. L’Arcano si asserragliò all’interno ma il fumo lo raggiunse costringendolo a correre lungo le scale, tante volte quante sono le scale musicali esistenti. E sono tante: maggiori, minori, pentatonali, esatonali, blues ed etniche. Salita e discesa. All’ultimo scalino dell’ultima scala il vapore sparì e l’Arcano, esausto, fece perdere traccia di sé.

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In cauda venenum

La vendetta postuma del pino. di Ivano Arcangeloni (Segue da pag. 3) Si vorrebbe fare qualcosa di simile su viale Bolognesi: forse tra una decina d’anni, quando gli aceri piantumati saranno qualcosa di più di un esangue arbusto, chi oggi piange la scomparsa del pino apprezzerà il look del viale. Ma dieci anni sono tanti, e le elezioni incombono, così il calcolo, dal punto vista elettoralistico, non torna. Del resto che la faccenda sia stata gestita male, se non malissimo, credo sia fuor di dubbio. Ammettiamo che quei pini creino molti problemi, perché se nevica i rami si rompono ed è un disastro, perché le radici sollevano l’asfalto, e così via. Quindi tagliamo e ripiantumiamo. Va bene. Ma non si poteva farlo gradualmente? O, se si doveva fare tutto in una volta, non si sarebbero potuti piantumare immediatamente i nuovi alberelli? Perché lasciare il viale nudo per tutti questi mesi? Anche a voler guardare l’operato dell’amministrazione con occhio benevolo, non si può negare che la gestione del verde urbano nel centro storico è stata poco attenta. Se anche il saldo complessivo, tra alberi piantumati ed alberi eliminati, è significativamente all’attivo, è però anche vero che molti, se non tutti, i nuovi piantumati sono stati collocati in zone periferiche, o nel piccolo ghetto del “vivaio nuovi nati”. Un albero tagliato in centro vale più di un albero piantumato in periferia. E questo un buon amministratore dovrebbe saperlo. Io, poi, sarei ben più radicale dei nostalgici tardivi ed un po’ opportunisti dei pini di viale Bolognesi: pianterei un filare di tigli in via delle Torri, vieterei le auto in via Giorgio Regnoli, e al centro (sì, al centro!) della strada metterei dei castagni, oppure dei melograni, e così via. Sono così belle le piazze con gli alberi. Peccato che in Italia vadano così poco di moda. Ma se il Comune ha sbagliato, c’è qualcosa nel rabbioso manifestarsi dell’opposizione cittadina che deve farci riflettere almeno tanto quanto quegli errori. I cittadini non si sono limitati a protestare, ad inondare di mail i giornali locali e le caselle di posta elettronica degli amministratori, ma hanno rivendicato a gran voce il diritto ad “essere interpellati” nel merito del progetto comunale. Non è sufficiente che il pro-

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cesso decisionale sia in Italia particolarmente lento e contorto: non bastano i veti incrociati di consigli, giunte, commissioni, comitati. La gente, non i cittadini, proprio la gente, pretende di più. Pretende di decidere direttamente, e non più “per delega”. La gente pretende che la decisione di tagliare i pini sia presa dalla gente stessa, e non (più) dai suoi rappresentanti, per quanto democraticamente eletti. Ed in che modo dovrebbero prendersi queste decisioni? Ma in piazza! Semplice, ed immediato. C’è una gran voglia di piazza, reale o virtuale. Una voglia, perniciosa e pericolosa, di adunate e di decisioni prese seguendo l’onda delle emozioni, o le urla di chi ha la voce più grossa, o i tweet del guru del momento. Il clima che si respirava nel confronto cittadino sul piano alberi, organizzato in piazzetta della Misura per dare risposta al malcontento popolare, era un po’ questo. Semplici cittadini o personalità politiche locali che prendevano, nella maggioranza dei casi, la parola per fare un piccolo show, leggendo comunicati scritti giorni prima, esibendosi in reprimende della politica comunale, senza ascoltare nessuno, senza dialogare con nessuno. Eppure quella è sembrata una prova di “democrazia”. Come se gli applausi o i fischi del pubblico non possano

essere manipolati e controllati dai pochi che hanno più faccia tosta, che hanno meno sensibilità democratica di altri, che non si premurano di lasciar parlare chi la pensi diversamente. La sfiducia nella classe politica, la crisi dell’idea di “rappresentanza” è così drammatica, che sembra vera “democrazia” solo l’adunata di massa. Le adunate di piazza sono fatte per il sostegno alla idea, rigorosamente singolare, e quando va proprio male perfino maiuscola. Rappresentanza significa questo: che coloro che eleggi, che mandi al “palazzo” in tua vece, possano discutere e confrontarsi e possibilmente dialogare, e poi prendere decisioni, assumendosene come è ovvio la responsabilità. Ma intanto si decide, si sceglie, si progetta una città nuova, e gli elettori potranno col voto esprimere la loro contrarietà o meno alle scelte della politica. Oppure si possono raccogliere firme per indire un referendum, si veda l’esempio bolognese, o in piazza si può gridare il proprio dissenso. Ma non si può pensare che la piazza sia il luogo del fare politica. O che lo sia il web. La storia dei pini di viale Bolognesi sembrerebbe dimostrare che anche Forlì è pronta alla transizione verso questa “nuova” forma di “democrazia”. Ma forse, e per fortuna, mi sbaglio...


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1 febbraio-15 giugno 2014 Orario di visita: da martedì a venerdì: 9.30 - 19.00; sabato, domenica, giorni festivi: 9.30 - 20.00 - Lunedì chiuso. 21 aprile e 2 giugno apertura straordinaria. La biglietteria chiude un’ora prima.

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Melozzo 04/2013-14  

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