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Come pensi si potrebbero promuovere questi eventi musicali?

“Al di là delle singole strategie di marketing la questione centrale rimane sempre la stessa: la qualità. E, visti i tempi, aggiungerei la qualità al giusto prezzo. Magari pensiamo che occorra chissà quale sforzo per ottenere un aumento di pubblico, mentre potrebbe bastare un po’ di coraggio nelle scelte gestionali, magari con un occhio alla tecnologia…”. E magari anche la TV può dare una mano… Trovo interessante l’iniziativa che vede la lirica in prima serata, alla Rai con Antonella Clerici…

“L’idea è interessante e utile per attrarre un pubblico diverso a questo tipo di spettacoli. Ma, come per il celebre concerto dei tre tenori a Caracalla di vent’anni fa, bisogna saper distinguere. Una cosa è l’evento singolo creato per fini com-

botteghino. Lo scopo è in realtà un altro: da quando la lirica è diventata una cosa pubblica ha cominciato ad essere un fenomeno sociale, un luogo di aggregazione. Noi facciamo uno spettacolo che è portatore di altri valori, attorno ai quali le persone si uniscono. Penso, ad esempio, allo spirito risorgimentale che ha ispirato gente che oggi si riconosce come italiana. Dopo lo spettacolo il pubblico ci ringrazia perché in quelle due ore ha provato emozioni, riflettere su di sé, si confronta con la bellezza. Parafrasando il cileno Alejandro Jodorowsky, si può dire che ‘le persone vanno a teatro per incontrare l’ignoto che è in loro’. La sensazione che si vive dall’interno è che noi artisti potremmo fare di più e meglio, e vorremmo che questa cosa fosse compresa non solo per una ragione economica, ma anche etica, ci-

L’Opera regala emozioni e bellezza merciali, altra cosa è la quotidianità. L’Opera è molto più articolata, fatta di orchestrali, macchinisti, attrezzisti, figuranti, impiegati... È una macchina complessa dove il solista è il centravanti ma la squadra degli altri professionisti è quella che gli permette di fare goal”. Il mondo della lirica e il teatro riusciranno mai ad auto finanziarsi?

“Il criterio economico va visto nel senso più ampio, valutando anche l’indotto. Da sempre l’Opera è in perdita… il criterio da valutare non è quello economico riferito al

vile. La scarsa capacità progettuale e l’eccessiva emotività che cambia troppo rapidamente gli obiettivi di chi è chiamato a dirigere questo settore fanno sì che alla fine manchi tranquillità gestionale. Le programmazioni del Metropolitan di New York o di un qualunque teatro in Germania sono in genere pluriennali. In Italia no, perché non si ha la certezza del finanziamento, non è semplice l’accesso ai capitali privati e non c’è una normativa chiara ed efficace per la gestione di chi in teatro vive e lavora”. IN

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Forlì IN Magazine 3/2011  

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