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Collana Omnia –8–


Giovanni Stella

FRANZO GRANDE STEVENS NOVANTESIMO

Libreria Editrice Urso


Š 2018 by Giovanni Stella Via Cavour, 50 – 96012 Avola (SR) Tel./Fax 0931 831569 Cell. 339 1460447 guntba@tin.it Prima edizione 2018

Printed in Italy Libreria Editrice Urso www.libreriaeditriceurso.com info@libreriaeditriceurso.com


A mia figlia Mariagrazia, avvocato


Ordine degli Avvocati di Torino

*** Convegno: Deontologia e tutela dei diritti 90° compleanno dell’Avvocato Franzo Grande Stevens *** Franzo Grande Stevens Biografia Aragno editore Relazione dell’autore Giovanni Stella guntba@tin.it 3391460447

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Tu, poca, misteriosa vita, che posso dire di te? Se m’hai sempre esibito quest’area di bambolina truccata; se non hai fatto mai nulla per persuadermi d’essere vera... Odiabile, amabile vita! Crudele, misericordiosa. Che cammini, cammini. E sei ora fra le mie mani: un’arancia, una rosa. Ci sei, non ci sei più: una nube, un vento, un profumo... Vita, più il tuo fuoco langue più l’amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d’oro, non te ne andare.

(Preghiera, dietro le quinte – Argo il cieco ovvero I sogni della memoria – Gesualdo Bufalino)


Autorità, Signori Presidenti, Signore, Signori Avvocati, Signor Avvocato Franzo Grande Stevens, Immaginate un pomeriggio di primavera nella baia di Ortigia, una delle sette meraviglie del mondo, laddove – vuole la leggenda – Anadiomene nacque spontanea dalle spumose acque, or carezzate da barche più o meno grandi, e ai bordi, nella banchina due corpi, due cuori ed anime, conversano davanti uno sgriccio, limone spremuto in acqua seltz, con una punta di sale che ha effetto apotropaico. A pochi passi la Fonte Aretusa d’acqua dolce a pochi metri dal mare, dove un bassorilievo di Greco richiama il mito: Aretusa che fugge, Alfeo che la rincorre dalla Grecia e a Siracusa la raggiunge e, toccandola i due corpi si sciolgono per diventare fonte d’acqua dolce dove spontaneo sorge il papiro. In altra parte della città l’orecchio di Dionisio – più volte a Siracusa venne Platone – quindi il Teatro Greco che ogni anno ospita due tragedie, richiamando pubblico e critica da tutto il mondo. Ciò che dicevo come immaginazione invero era realtà. Chi vi parla – intruso fra Avvocati, ché altra è la mia professione, Dottore Commercialista, operatore di Diritto tributario – era con un Avvocato qui presente per concertare questo Convegno che non esito a definire un Simposio di platoniana memoria. Ci congedammo nel mentre una lunga fila di auto d’epoca inglesi ci passava a fianco. Così in quel luogo di Sicilia, Capo Sud d’Europa, Siracusa, che trasuda di grecità-sicula, dove anche gli Arabi, oltre ai Greci, traccia indelebile lasciato hanno. Or qui è Convegno sulla “Deontologia e tutela dei

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diritti”, siccome argomento trattato ampiamente nel libro autobiografico Vita d’un Avvocato, di Franzo Grande Stevens, che oggi compie novant’anni sotto gli auspici e gli auguri corali dei presenti e degli assenti. Sul tema convegnistico – le regole del gioco, l’etica nella professione forense e non solo, anche le altre professioni di Deontologia abbisognano – i relatori, da par loro, trattano l’argomento. Per quanto mi riguarda evidenzio che la Deontologia come Etica, è acqua nel deserto, che Aristotele designa come dottrina o riflessione speculativa sul comportamento pratico dell’uomo, mentre Socrate ritiene che il vantaggio dell’azione coincida con il bene individuale, che a sua volta si risolve nel bene universale. Il suo migliore allievo, Platone, traendone profitto, la pone al centro della sua filosofia consacrandola come fine dell’azione volta al Bene, attraverso la contemplazione delle Idee, indicandone il raggiungimento del massimo risultato col distacco dell’anima dal corpo. Il professionista, oltre ad essere interessato dall’etica quale uomo soggiace anche all’etica professionale, un’etica che implica un complesso di norme giuridiche attinenti la professione, quindi anche e soprattutto la sfera del diritto. È Kant ad operare la distinzione fra imperativi categorici (devi fare questo) e imperativi ipotetici (se vuoi raggiungere questo devi fare quest’altro), nonché tra imperativi autonomi (propri della morale) e imperativi eteronomi (che attengono al diritto). L’etica dunque come idea regolatrice del diritto, questo inteso come ordine (cioè pacifica convivenza, pace sociale, tra i cittadini di uno Stato) e come bene comune. Moralità e legalità kantiane differiscono soltanto per


la diversità della legislazione che unisce l’uno o l’altro impulso alla legge. Parole e idee del secolo scorso e anche di due millenni fa, ancora oggi attuali e palpitanti: del resto “sei ancora quello della fionda e della pietra,/uomo del mio tempo”, canta il verso di Quasimodo. Io dico soltanto che l’Avvocato Franzo Grande Stevens, se pur venendo da una costruzione artigianale della professione con studi composti da uno o poco più Avvocati, via via nel tempo, precedendo la Globalizzazione e nel solco della Meritocrazia – di cui ci parlò al Congresso della nostra Categoria nel 1991 a Firenze, nelle vesti di Presidente del Consiglio nazionale forense – ha modernizzato in modo che alla mia memoria richiama Charles Baudelaire, il quale, provvisto di grande cultura classica, con i Fiori del Male, il libro dei libri, atroce e calembour, diede alla poesia la Modernità ancora oggi ineguagliata. Torino, Roma, Milano, Londra, quattro sedi di Studio, oltre settanta collaboratori, studio legale associato unico in Europa per dimensioni che si confronta con gli studi legali statunitensi, uscendo vincente, poiché oltre oceano la cultura è pressoché giuridica sic et simpliciter, mentre qui l’Avvocato Franzo Grande Stevens è anche un bibliofilo, un Illuminista. L’avvocatura nasce quando l’uomo ha bisogno di difendersi, secondo legge, da una ingiustizia patita o insorgente, a ciò deputato alla difesa è l’Avvocato, missionario della Toga, l’abito talare che lo nobilita per chiedere e ottenere giustizia col solo uso della legge da un lato, del suo ingegno creativo a tutela del suo assistito, dall’altro. Ai giovani Avvocati, cui l’Avvocato Franzo Grande Stevens si rivolge stimolandoli a non aver paura di avere

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coraggio perché – così conclude la sua autobiografia – il “codardo muore tante volte prima della morte vera”, oggi come ieri e domani il compito è arduo e difficile: perché trionfi la giustizia occorre che l’Avvocato, nel rispetto della Deontologia, talora a costo della sua vita – l’Avvocato Fulvio Croce prima, l’Avvocato Lorenzo Appiani più di recente, Avvocati per passione, eroi per missione – facciano trionfare la verità, quella processuale, è ovvio, quell’altra essendo in potere del Creatore. L’Avvocato Franzo Grande Stevens porta il nome del nonno che, lasciata Avola, città esagonale, dal nome sdrucciolo, in riva all’Jonio mare, a pochi chilometri da Siracusa, si portò a Napoli e lì fece fortuna lavorando sodo e ritornando in Avola, saltuariamente, ivi comprò un feudo e vi costruì la bellissima “Villa Mimma”, ancora ora in perfetto stato, e tutte le estati, portava il nipote, a contatto con gli uomini di scorza dura, i contadini e i pastori, quelli della “Religione della famiglia”, di cui divenne sacerdote, che lo abituarono ai loro ritmi, mangiando i prodotti tipici dell’antica Sicilia, regione che, dice l’Avvocato Grande Stevens, meriterebbe il premio Nobel per la regione più bella del pianeta Terra. Lui è un flâneur del pensiero che vede il futuro e lo anticipa ante-litteram. E non per amore di patria, ma insisto nel dire che la Sicilia è una Bellezza unica che, come Narciso e Atlantide, rischia di sparire inghiottita dal Mediterraneo, al centro del quale essa è il cuore pulsante, come il Diritto e l’Economia, cuore pulsante e cervello sono, rispettivamente nell’uomo, nella società odierna. L’infanzia di Franzo Grande Stevens in Sicilia è “un verde paradiso degli amori infantili” (Baudelaire, ripreso da Bufalino), quegli amori che conducono: alla civiltà


contadina, dove la morale aveva la regola della “parola data”, a valere più di un atto notarile; al valore dell’onestà; al ricorso rado alla violenza, alla sfera mediana fra borghesia e classe operaia. Qui, dove la pronuncia fra il “pro” e il “contro” vince sulla città, qui dove si vive nella “clausura delle quattro mura”, in una stanza, la mia, che è un ossimoro doppio – “Tana/Trono/Trappola” – e si evoca il pensiero di Kafka “Come potrei vivere in un’area che non fosse quella del carcere?”. Qui dove gli scritti in riviste e giornali hanno breve durata per la caducità nichilistica degli stessi, a simiglianza di sinopia per la pittura o di calco a perdere nella scultura. Qui si considera che la vita è fatta di attimi, di minuti che si ripetono in noi e negli altri, essendo quella della specie umana forse una vita sola che si snoda in tante vite quanti sono gli uomini. E quando il nostro istante è presente è già passato, mentre se è futuro è una incognita, ma nel passato abbiamo – nella lotta costante contro il Tempo, una guerra vera e propria – il ricordo. E i momenti passati, o sono meritevoli di ricordo, quindi di farci Rivivere, Riessere in quegli istanti belli, o sono negativi, quindi da dimenticare. Pensare l’uomo deve: se solo lo “pensa”, il male è libero di farlo, ma se “agisce” nel male, è da censurare. Nelle libere professioni, questo è un argomento sempre di pregnante attualità. E infine se ci chiediamo perché scriviamo – in professione o in libertà di pensiero – fra le tante risposte possiamo dire “per lavarci il cuore”, ”per lasciare testamento di noi”, “per ricordare”, “per dimenticare”, “per essere felici”, “per divertirsi”, “per cercare la verità o per mentire”, ma è più

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pregnante “si scrive per scriversi, parlando a noi stessi, per non morire, per prorogare la morte, come fece Shéerazade”, “per diventare scrittore postumo guadagnandosi l’immortalità”, considerando che se la morte va accarezzata nei suoi nodi più nascosti, la vita, in fondo, è assai bella, una sorta di miracolo vissuto, specie se proprio in Sicilia, dove cielo, mare, monti, il vulcano, le colline, il verde, i colori, gli odori... incantano come incantato hanno l’Avvocato Franzo Grande Stevens. Quegli anni di Sicilia, dell’Etna, misti a quelli di Napoli, nello studio Barra Caracciolo, del Vesuvio, dell’abate Diamare di Montecassino, dove entrò a otto anni lasciando la mano alla madre, inglese, sorella del Colonnello Stevens – “Qui Radio Londra” – che con Churchill, si adoperò per la sconfitta di Hitler. Da una miscela culturale e reale siffatta, in un soggetto che rappresenta un unicum nel Dna, non poteva non infoltire le schiere dell’avvocatura: Lui, il cui curriculum è dettagliato nella biografia breve e sintetica che ho avuto l’onore di presentare nel libro. Il 30 Aprile 1997 Avola gli conferì la cittadinanza onoraria. Quel mattino, il panciuto airone dalle ali di ferro, sorvolava Mongibello, il gigante, l’Etna. Passando a fianco del cratere, due giganti si trovavano al confronto: uno di pietra e lava, l’altro di umane fattezze e intelligenza che con occhio felino usava la vista, poi la memoria, quindi l’estasi dello sguardo... Il palazzo di città, ad Avola, era imbandierato come non mai e, come non mai, colmo di gente stipata in ogni luogo dentro e fuori le mura. Ricevendosi la cittadinanza onoraria – che dico? Effettiva, piuttosto – pronunciò un discorso riportato in biografia, in cui


l’abbraccio fra Ulisse e la sua Itaca costituivano l’elemento più cogente di fine millennio, poco prima dell’inizio del terzo, turbolento e incerto per la specie umana, come è ora Ulisse, dicevo e dico, poiché ritengo che il personaggio mitologico che più somiglia all’Avvocato Grande Stevens, è proprio Ulisse, per l’astuzia, l’arguzia, la capacità aldilà e oltre tutti gli altri nell’assumere decisioni che si riveleranno positive. Finita la cerimonia, con lui Presidente della Ciga Hotels, dove si mangia con le posate d’argento serviti da camerieri in livrea, andammo a mangiare a Frigintini, contrada di campagna nel modicano, presso un pastore che preparò la ricotta col siero solo per noi – Assumau! – e la moglie dal forno a legna ci servì, ‘mpanate, scacce, salsiccia, costate e peperoni, innaffiando il tutto con vino spillato direttamente dalla botte accanto, per concludere con il biancomangiare, budino di mandorla con scorza di limone e un agrume che l’Avvocato aveva accarezzato sull’albero, odorando il palmo della mano, nel mentre, a mia domanda, ci assicurava che anche Gianni Agnelli avrebbe avuto piacere a un pranzo siffatto, ostando gli impegni e il cerimoniale. La biografia breve – ché una biografia più esaustiva avrebbe richiesto un corposo volume – si apre con una foto storica: Piero Calamandrei – Padre della Patria, evocatore al bisogno del “Diritto Naturale”, mito dell’Avvocatura, autore del celeberrimo Elogio del Giudice fatto da un Avvocato, cui poi come controcanto Piero Pajardi, Presidente del Tribunale di Milano, replicò con l’Elogio dell’Avvocato fatto da un Giudice (che così si conclude: “Al limite dei limiti riesco a immaginare una Giustizia senza il Giudice, mai senza l’Avvocato”) – Ferruccio Parri e un giovanissimo Franzo Grande Stevens, ventottenne che, escono dal Tribunale

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di Milano, dove si era celebrato un processo a carico di Servello che aveva accusato Ferruccio Parri, Maurizio, nome in codice nella Resistenza, di collaborazionismo coi tedeschi. Pochi giorni prima del processo, giovani di destra avevano bruciato la libreria Rinascita. L’Avvocato Grande Stevens, che aveva preparato una memoria scritta per conto dell’Avvocato Galante Garrone, officiato della difesa, aveva adocchiato la scaletta che aveva avanti a sé Calamandrei: c’erano solo titoli di libri con i relativi autori. E così Calamandrei concluse il suo dire: “Signori del Tribunale, vi chiediamo scusa se vi abbiamo tediato con titoli di testi giuridici, ma noi i libri li leggiamo, non li bruciamo”. Enfant-prodige, F.G.S. nasce a Napoli il 13 settembre 1928. Laurea in legge con il massimo dei voti, Avvocato per esami 1956 al primo posto in Italia, Avvocato patrocinante in Cassazione: per esami nel 1958 al primo posto classificato in Italia. Autore di tre volumi: Vita di un Avvocato (Aragno Editore), Manualetto Forense (Edizioni Cedam), Società in accomandita per Azioni (Edizioni Zanichelli). Ha ricevuto il 30 marzo 2009 il premio delle “Eccellenze”, dallo stato di Israele, assieme a Rita Levi Montalcini. Cariche e incarichi numerosissimi per essere qui ricordati: basti pensare alla presidenza del C.N.F. e della Cassa di Previdenza. Al resto, dieci persone non sarebbero state in grado di assolvere. L’Avvocato Grande Stevens è noto soprattutto come “Avvocato dell’Avvocato”, lui sì, il re dell’avvocatura, o se si preferisce un papa laico, osservante la “Religione dell’Avvocatura”, l’altro, Gianni Agnelli, con cui intercorse un sodalizio lungo quarant’anni, mai la professione forense


esercitò. Noto anche il nostro quale Presidente della Juventus. Gianni Agnelli era un viveur, un tombeur de femmes, uomo pieno di carisma e di dettagli: dall’orologio sopra il polsino, alla cravatta fuori dal maglione, agli scarponcini in camoscio marrone (una necessità cagionata dall’incidente che ebbe in gioventù in Costa Azzurra, che lo lascio claudicante)... L’Avvocato Grande Stevens, lontano sempre dai riflettori veste da sempre una eleganza sobria, di quelle che Yves Saint Laurent, riferito a un abito diceva che per essere perfetto doveva “passare inosservato nel metrò per essere ammirato da Maxim’s”. Agnelli si svegliava alle sei del mattino, alle sette cominciava a telefonare a tout le monde: da Kissinger, con cui correvano grandi rapporti di amicizia, a Jaqueline e John Kennedy, ai giocatori della Juventus, la sua squadra del cuore. Più avanzava negli anni, più gli si ammosciava la “R” di già arrotata sin dalla nascita. In una lectio magistralis, resa alla Sorbonne di Parigi, disse di dovere tutto quanto possedeva al “Diritto di successione” e al “Diritto di proprietà”. Ereditò una fortuna, per mantenere e accrescere la quale, si avvalse anche delle consulenze di Franzo Grande Stevens e di Gianluigi Gabetti, il primo nominato anche suo esecutore testamentario. Era solito dire che, se gli avessero affidato la gestione della tabaccheria all’angolo, l’avrebbe fatta fallire in 48 ore. Era uomo di grande genialità e apertura mentale: voleva partecipare allo “scudo stellare”, che Regan ideò, progetto che poi abortì. Agnelli era solito parlare per metafora e comunque per

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frasi a effetto. “Mi piace il vento perché non si può comprare”. Curioso di vedere da vicino la guerra nel Vietnam, corse il rischio di cadere sotto il fuoco delle mitragliatrici: un Icaro scampato. Nipote del Senatore Agnelli, creatore della Fiat, di lui porta il nome e ne ha seguito le orme durante vita. “Ci sono uomini che parlano di donne e uomini che parlano alle donne”, io appartengo a questi ultimi. Ma teneva alla “sacralità della famiglia”. La sua vita fu costellata da molte gioie, ma anche da fortissimi dolori, fra i quali la tragica morte in giovane età del figlio Edoardo, cultore di filosofia orientale, i cui rapporti col padre non erano sempre idilliaci. Un colpo, questo, che mai il suo cuore e il suo animo superarono. E come avrebbero potuto? Officiò l’Avvocato Grande Stevens, allora ventinovenne, di una causa: “Mi hanno detto che lei è bravo. Mio nonno affidò la sua prima causa a un Avvocato di Napoli: gli portò fortuna. Io adesso officio lei”. Inutile dire che ebbe fortuna tutta la vita il tandem AgnelliGrande Stevens, il primo sempre sotto le luci dei riflettori, spesso suo malgrado, l’altro divinità in ombra, sempre in studio dalle 07,30 a notte, restio a interviste e pubblicità di sorta. “L’avvocato, dice F.G.S., non deve avere memoria nel senso che ogni episodio, azione, parola col suo cliente e con i terzi, viene custodito nella parte della memoria riservata”. La vita ha speso, per celebrare la “Religione dell’Avvocato” come un rito bello e misterioso. Spesso Agnelli piombava nello studio dell’Avvocato Grande Stevens per farsi raccontare fatti, episodi, aneddoti, del Risorgimento del cui Istituto l’Avvocato è Presidente. Ma l’ Avvocato Grande Stevens non è stato e non è solo


il Presidente, prima effettivo ora onorario, della Juventus e il legale della Fiat, di Gianni e di tutta la famiglia Agnelli, ai quali ha fornito strumenti giuridici di mantenimento dell’unità familiare, stante la numerosa famiglia. E dunque Ifil-Sapaz-Exor..., tutti strumenti legali che consentono di lavorare e accumulare, nel rispetto delle leggi, gli interessi familiari. Strumenti, che alla bisogna, ha utilizzato per altri gruppi familiari di grossa entità italiana ed estera. Con Marchionne – uomo che Umberto Agnelli gli presentò – parlavano di lavoro, si, ma anche di Illuminismo, di Voltaire, di Rousseau, di Machiavelli... Non solo la Fiat (che almeno tre volte ha salvato) e gli Agnelli, ma anche altri grossi gruppi industriali, finanziari e familiari ha curato e cura. Durante “Tangentopoli” la stesura di un suo “Codice di comportamento”, fece sì che non vi furono provvedimenti restrittivi della libertà in Fiat, caso forse più unico che raro. Con Michele Ferrero uomo creativo fattosi da sé, cattolico fervente, fu un rapporto intenso umano e professionale. Ferrero si trovò a gestire l’azienda di famiglia a 24 anni per la morte del padre. Poi in età matura assistette alla morte del figlio morto di infarto fulminante. L’azienda Ferrero si espandeva giorno dopo giorno grazie ai prodotti che personalmente Michele creava a casa a Montecarlo dove aveva fatto installare i macchinari. Un giorno Agnelli chiese a F.G.S. di presentargli Michele Ferrero, Uomo semplice ma di notevoli capacità. L’Avvocato Grande Stevens, non senza difficoltà, stante la riservatezza di Ferrero, organizzò l’incontro, e Ferrero, sciolto il ghiaccio, consegnò ad Agnelli un plico contenente un progetto di una utilitaria chiamata “Cittadina”, che consentiva di spostare lateralmente le ruote facilitando il

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parcheggio. Agnelli confidò la sua incompetenza nella progettazione, ma passò il progetto a Ghidella, che lo troncò per i costi troppo elevati. Con il “Mon Cheri” prima, il “Pocket Coffee” poi, si presentò il problema del brevetto. Ferrero temeva che l’idea fosse copiata e F.G.S. tirò l’asso dalla manica. Conosceva una convenzione internazionale alla quale tutti i paesi aderenti riconoscevano validità ai progetti registrati in ogni nazione aderente alla convenzione. Fra questi l’Egitto, sicché fece depositare il brevetto per dei “Mon Cheri” al Cairo: il cioccolato e la Piramide! Per la “Nutella” si presentò il problema di acquisire piantagioni particolari in diverse parti del mondo da cui estrarre una componente, e anche in questo di supporto notevole fu la consulenza di F.G.S. Per i “Rocher” furono necessari sei anni di prove. Il gruppo Ferrero ha stabilimenti in tutto il mondo. Così come coi Ferrero, con i Lavazza, l’Avvocato Grande Stevens ha fornito le sue prestazioni professionali. Con la Compagnia di San Paolo operò in modo tale da salvarla. Con lo IOR del Vaticano curò alcune questioni delicate risolvendole. Il Papa Giovanni Paolo II, Wojtila, lo impressionò per l’appetito: “Anche due porzioni per la torta”. Nei confronti della Fondazione del Piemonte per l’Oncologia e dell’International University College of Turin si spese in energie positive. Molto lavorò all’estero. – In Russia dovette risiedervi per un certo periodo di tempo sia per assistere la Fiat, per la fabbrica che impiantò colà, sia per i contratti relativi alla mostra di tutte le industrie


Italiane che si tenne a Mosca. Parla cinque lingue fra cui il Russo. – In Brasile fu costituito uno studio associato con Uckmar, Mignoli, Verme, Pati, Rossi. Con Gianni Agnelli chiesero e ottennero dal Governo Brasiliano un vasto territorio brullo, oggi sede dello stabilimento di produzione auto più grande al mondo: si producono 900.000 auto l’anno. – In Canada curò investimenti immobiliari a Toronto e Montreal. Nelle vene di F.G.S. scorre il sangue di colui che fu il filosofo storico, giurista, fra i più importanti esponenti dell’Illuminismo Italiano, Pietro Giannone, nato a Ischella, città che diede nel 2004, la cittadinanza onoraria a F.G.S. con la consegna delle chiavi. L’Avvocato pronunciò un discorso lirico su Giannone, riportato nella biografia. Ha dato e dà lustro alla fondazione “Bersezio”. L’uomo, il professionista, il pater familias. Tutto ha curato e cura con precisione certosina, ma la Famiglia, la sua cura, gli affetti per primi sono presenti anche visivamente in una foto sul suo scrittoio, dove con moglie, figli e nipoti apprezza la gioia del dovere e del piacere della famiglia. Gianni Agnelli – un monarca incastonato nella Repubblica, che aveva casa anche al Quirinale, di fronte alla Presidenza della Repubblica, con una torretta più alta di quella quirinalizia – alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, ha donato alla città di Torino, una parte della sua pinacoteca. Franzo Grande Stevens ha testato che la sua collezione di Maioliche di Castelli d’Abruzzo, più bella e più grande di quella dell’Hermitage di San Pietroburgo, sia donata alla

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città di Torino, “perché l’arte è patrimonio di tutti”. La cittadina Castelli in data del primo agosto 2018, venuta a conoscenza di ciò, ha conferito la cittadinanza onoraria a F.G.S. Poi c’è il “Caso Grande Stevens” avanti la Corte di Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo, che con corposa e motivata sentenza del 4 marzo 2014, ha accolto i ricorsi di Grande Stevens e altri, dichiarando non doversi procedere nel procedimento penale istaurato a loro carico in applicazione del principio del Ne bis in idem. “Ci sarà un giudice a Berlino” è il titolo dell’editoriale apparso in prima pagina in Il Sole–24 Ore del 30 marzo 2014. L’espressione è riferita ad un mugnaio prussiano che vistosi espropriare dell’intero grano prodotto nell’anno così si indirizzò ai soldati del Re. Il fatto si inquadra nell’operazione di mercato posta in essere per non far perdere agli Agnelli il controllo della Fiat, salvandola per la seconda volta (la prima fu nella vendita delle azioni ai libici di Gheddafi negli anni 70), la terza con la fusione con la Chrysler in America – F.C.A. ora – con la benedizione, anche economica, di Obama. L’operazione si è completata con il trasferimento della sede operativa ad Amsterdam e di quella fiscale a Londra. Il contratto di equity swap, come definito dal Tribunale di Torino ha natura prevalentemente finanziaria e consiste in un contratto c.d. “derivato” costituito da una scommessa. Contratto che evita una O.P.A. (Offerta pubblica di acquisto) e di ciò venne informata la Consob, che contestò la violazione dell’art. 187 ter del T.U.F. (Testo unico della finanza) per non aver informato il pubblico di tale contratto, operando, a giudizio della Consob, una manipolazione di mercato e comminando pene severe per cinque milioni di


euro, oltre a pesanti pene accessorie. L’instaurarsi del processo penale diede luogo – afflittiva essendo la pena pecuniaria – alla eccezione che non potevasi operare una condanna penale ulteriormente afflittiva: ecco il ne bis in idem. In tal senso la Corte di Giustizia Europea con quella storica sentenza posta a base di ogni analogo procedimento. Dottrina e Giurisprudenza italiane con Convegni e articoli in riviste giuridiche hanno ritenuto ineccepibile la sentenza della C.G.E., che fa scuola, richiamata in questioni analoghe. Stare in studio in via del Carmine nella stanza dell’Avvocato Franzo Grande Stevens è un privilegio di pochi: quei mobili, quei libri, quei quadri, quei busti, quelle foto – in primis quella sul suo scrittoio della famiglia al completo – che nella biografia brevemente si descrivono sono un fascinum, poi c’è Lui, che è l’unicum: il Dialogo con Lui è quello che Goethe definì stare “più in alto dell’oro e della luce”. Sono attimi fuggenti di un presente che non esiste – mentre parliamo è già passato – eppur conclama sacramentandola la moviola del Tempo, distruttore, come assumeva Baudelaire di uomini e cose, impenetrabile solo al bronzo, come disse Ovidio. Come che sia, quel giorno è rimasto impresso nella mia mente, come i graffiti di Altamira e Lescaux, opera di un cavernicolo che diede inizio alla scrittura e alla scultura, conclamando un ricordo che affondando gli occhi nella memoria, rivivo, e lo consegno ai posteri a futura memoria. Se l’una e l’altra resisteranno. Avola – Torino, 13 settembre 2018

Giovanni Stella

guntba@tin.it

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Per il Novantesimo di Franzo Grande Stevens

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Terra incantata e magica di riti e di miti, “Arca di sasso che naviga sulle onde dei millenni”(Bufalino), “Isola a tre punte”(Consolo), “Sicilia come metafora”(Sciascia), “Sicilitudine”(Pirandello), alimento di Isolitudine, Trinacria di meduseo effetto, che scansar deve il novello Perseo con elmo, scudo e spada, Regione meritevole del Nobel (Grande Stevens), novella Atlantide, come Narciso destinata a sparire per troppa Bellezza di grecità e baudelairiana memoria intrisa. Qui il sangue dei Greci scorre e degli Arabi la dominazione è rimasta. Qui un bimbo prodigio trovò l’habitat, l’humus per crescere più di altri. A Tangi, podere, e “Villa Mimma”, ancor ora splendore jonico, d’estate crebbe. La ciurma dei contadini, uomini di dura scorza, la “religione della famiglia”


celebrando, minuzzagghia cchê favi, pipi ardenti, pane di casa, innaffiando dal vino della minzalora, ai loro lavori, al loro linguaggio, alle loro azioni, di quel futuro genio cura si presero. Franzo, come il nonno, Grande Stevens, di madre inglese, del Colonnello “Qui radio Londra” sorella, a Napoli nacque: miscela partenopeo-siculo-inglese si creò. Bambino di otto anni, la mano della mamma a Montecassino lasciò, per abbracciare dell’abate Diamare lo studio nella via del dovere e del sacrificio, via posta poi a Esempio ai giovani, via che da dovere si trasformò in piacere, in gioco, questo essendo – così disse il filosofo – la cosa più seria della vita. Primeggiando di esame in esame, Messia della “religione dell’Avvocato”, custode della “religione della Famiglia”, del genio intellettivo e creativo, l’assoluto è. Come Baudelaire, il classico innestò sul nuovo e “modernizzò”, come Ulisse, di genio e furbizia

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capacità e forza: “dense come fiocchi di neve”(Iliade, 111-222) le sue parole scendono. Ai giovani rivolto: “Fatti non fosti a viver come bruti ma per seguir virtude e canoscenza” (Dante, Inferno, XXVI, 119-120), L’Italia, l’Europa e oltre dominò e ancor domina. La sua vita è l’Esempio massimo di genialità e positività nelle grandi cose del lavoro, egli semplice e umile nel dialogo con i simili... Novanta le candele che oggi spegne, l’appuntamento corale e umano è al Secolo, per tutti insieme cento spegnerne, poi una accendere, ai giovani passando il testimone: “Vivi come se dovessi morire subito, pensa come se non dovessi morire mai”. Così sia. Avola – Torino, 13 settembre 2018

Giovanni Stella


Sicilia, terra mia...

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Avola è il mio posto delle fragole, il mulino da dove scrivo a me stesso lettere che mai spedirò, il mio osservatorio privilegiato di quell’immenso teatro che è il mondo e della strana avventura che vi si svolge, la vita; l’Itaca che mai ho lasciato, la cassapanca ove custodisco, ben riposti, i ricordi di infanzia. È l’Isola nell’isola, che culla e alimenta la mia isolitudine, alla quale non saprei rinunciare. Così come impossibile mi riesce rinunziare ai difetti di questa terra di Sicilia – che esista o no debbo ancora verificarlo – perché, a furia di viverli, fra immaginazione e realtà, mi appartengono interamente. Avola, tassello di un vasto e ricomposto mosaico, una piccola parte di esso, eppure l’essenza del tutto. Scrigno che racchiude preziosi tesori, lontani ricordi…, dunque Sicilia. Terra intrisa di contrasti, di ossimori, perché essa stessa ne è sede e teatro, genesi e nascituro, vita e morte. C’è una Sicilia stupida (babba) e ce n’è un’altra intelligente (sperta), una sofferente e una vendicativa, la parte buona e quell’altra cattiva, la luce la penetra, la speranza e la dannazione. Sicilia “come metafora” e “come trappola”, giardino e clausura, riso e pianto, allegoria e realtà. Quella stessa che si scinde, per poi ricomporsi in due parti uguali e contrarie. Al pari dell’uomo che sente il conflitto permanente delle due componenti che in lui convivono, volte costantemente alla scissione e alla ricomposizione, in un equilibrio precario ma ribelle, perciò anarchico, per divenire lotta e passione, ma poi armonia e quiete: essenze del dolce-amaro gioco della vita.

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Sicilia, isola nuda, bella da sé, in grembo portante tesori di inaudita bellezza, platonica e baudelairiana, a descrivere i quali, come pure a menzionare i suoi figli illustri, si riempirebbero interi volumi. Culla di civiltà dalle radici millenarie, trinacria medusea, terra di mitologie e di riti; eppure ad onta della sua età, ancora una fanciulla in fiore. La Sicilia, isola sempre più isola, mai abbastanza tale, e terra, patria, civiltà, cultura, bene e male insieme: fusione di tante, tantissime cose, eppure una cosa sola. La separa dallo stivale uno stretto, magnifico dono della natura, che, quando vado verso Scilla vorrei vedere congiunto dal ponte, mentre al ritorno verso Cariddi vorrei con le mie stesse mani, rendere sempre più largo. Sicilia è la scoperta della sopravvivenza di mestieri creduti scomparsi. È la visone accattivante che si propone all’ignaro visitatore, della fanciulla che si tinge la forbice degli occhi e il viso, indossa minigonna, calze a rete e scarpe con tacchi a spillo, sale sulla Harley-Davidson, per abbracciare il torace del ragazzo che guida e sparire. Il tutto sotto lo sguardo impietrito ed impenetrabile della nonna, vestita a lutto da capo a i piedi, che dorme nella stanza accanto a quella della nipote e veglia finché non la sente rincasare, baciandola solo durante il sonno. È il ricordo della civiltà delle botteghe (le putìe) del sarto, del barbiere, del falegname, del fabbro, dell’oste, del calzolaio, perciò anche della bottega di ‘Ntoni, che, fra colpi di trincetto e di martello, iniziava noi giovinetti alla scoperta dell’eros, parlandoci di donne qui, dove parlar di donne – ricordava Vitaliano Brancati – è meglio delle donne stesse…


Sicilia è il ricordo dei giorni dell’infanzia, di quei giorni che furono (a anche di quegli altri allora sognati, che mai saranno), trascorsi fra persone care – che via via vediamo scomparire precedendoci nel viaggio del mistero –, fra cose piacevoli in parte irrimediabilmente perdute, che solo i ricordi della memoria riescono a far rivivere, proprio come in un inesauribile Museo d’ombre o Museo della memoria. Sicilia è la terra dei paradossi, che meglio rendono l’idea del concreto, dove finzione e realtà hanno un confine così labile da confondersi, e, dunque fondersi. Nessuno sa né può capire, se qui non ha radici, quanta essenza, stia dentro l’uomo di Sicilia, nel suo essere e sentirsi tale, nella sua rassegnata sottomissione al dolore, nella tua atavica sofferenza, nel suo occulto (ma non troppo) desiderio di trasgressione della regola, legale o morale che sia. Il detenuto apprezza più di ogni altro il gusto della libertà, poiché ne è privato, così come il vegliardo ama quella gioventù, un tempo sottovalutata, dopo averla vista irrimediabilmente svanire. Il siciliano apprezza il gusto della trasgressione, per godere, oltre i margini della legalità il piacere del proibito. È questa una componente primaria di quella cultura araba, qui radicata, che si avverte, ma non si vede, perché vedere non si deve. Provate a trovarvi nei vicoli stretti e sinuosi, posti nel cuore antico di ogni città o paese dell’Isola: uomini e donne appaiono, scompaiono, riappaiono come un sequenza scenica, quasi come in un gioco d’ombre cinesi, e ciascun intruso, senza che se ne accorga, in ogni suo passo e vigilato,

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controllato, pedinato. Essere siciliani significa prima di tutto, in ogni caso, essere un po’ diversi dagli altri, qualunque sia il senso che a questa diversità si voglia attribuire. Significa anche godere di una condizione di lusso e di privilegio, perciò vivere una dimensione della realtà anch’essa diversa, nel bene come nel male. Ma essere siciliani vuol dire anche, qui dove si è nati dispensare poco riso e tante lacrime: qui, chini su questa terra della quale ci innamorammo con il primo vagito – che, consentendoci di vivere, cominciava anche a farci morire – e che mai potremmo cessare di amare.

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Non si finirebbe mai di parlare della Sicilia, villaggio e continente al tempo stesso. Allora, per concludere, qualche piccolo suggerimento a quanti hanno in animo di visitare questa terra. Non perdevi le albe e soprattutto i tramonti: sono da brivido! Girate a zonzo nelle città e nelle campagne, al mare o in collina: tutto – dai colori agli odori, dalla natura agli uomini – vi sembrerà il frutto di una terra incantata e magica. Ai crampi allo stomaco rispondete con un pane appena tirato fuori da un fino a legna tagliato a metà e farcito con olio d’oliva, origano, pepe rosso, e una fetta di formaggio pecorino. O fatevi indicare qualche trattoria dove in cucina c’è ancora la nonna o almeno si trovano le sue ricette. Fermatevi presso una delle tante bancarelle all’aperto per gustare, secondo la stagione, e comunque sempre accarezzati dal sole tutto l’anno, una fetta d’anguria o una succosa arancia, oppure per addentare una mela, che vi


somiglierà a quella di Adamo… Dissetatevi ad una fontanella o cercate un chiosco per farmi servire uno sgriccio: limone spremuto in uno spruzzo si acqua seltz, con l’aggiunta di una punta di sale, che ha anche un effetto apotropaico. Se vi trovate in difficoltà rivolgetevi ad un anziano: porrà al vostro servizio la proverbiale ospitalità siciliana senza nulla chiedervi, nemmeno il vostro nome, ed avrà già dimenticato il vostro volto prima che cerchiate di ringraziarlo invano: sarà già spirito. Ma soprattutto inforcate bene gli occhiali della mente per ammirare quel che la Sicilia è propensa a lasciar vedere agli intenditori: i suoi tesori nascosti. Non stupite dunque se, andando in cerca, magari in qualche bottega-museo, d’antichi oggetti (una minzalora, gli abiti di velluto appartenuti a qualche mafioso, una lupara…), finirete senza volerlo, strada facendo, con l’essere ammaliati dalla voce e fulminati dalla forza degli occhi di qualche leggiadra fanciulla del posto; o con ritrovare Proserpina “se ritrovarla vuol dire sapere d’averla perduta; se sapere dov’è vuol dire averla trovata”. Oppure con l’imbattervi in Alfeo e Aretusa, abbracciati e fusi alla fonte che porta quel nome. Càpita più spesso di quanto non osiate immaginare.

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Sine titulo Lontano ti sono Terra mia, tu che Patria mi sei e abbandonarti non voglio né posso. Oggi nella citta sabauda, nobile elegante salotto, una fiaccola accesa s‘è. Quel tuo figlio – illustre e generoso, geniale e assoluto, vetta inarrivabile, che fanciullo amasti e allevasti alla cultura dell’onore del coraggio e della gioia del dovere percorrendo del sacrificio la via – oggi conta diciotto lustri. Altri ancora ne conterà, e, auspicabilmente, noi con Lui. Lontano ti sono mia Terra, e non poco me ne dolgo. Sì, lontano, per poco per poco tempo ancora. Domani il panciuto airone dalle ali di ferro da Te mi riporterà, accarezzar facendomi Mongibello

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pria di abbracciarti, o prezioso frutto di un Dio misterioso. Eppure ancor non so se esisti o se frutto sei di un magnifico sogno; se resisterai al maremoto che sciagura porta, o memoria di Atlantide che inghiottita fu... O se, come Avola, tuo luogo, mio borgo natio, esito di terremoto antico – 1693 – rinascer puoi in geometrico disegno esagonale, frutto d‘ingegno di Frate Italia: “Matrice” e Palazzo Pignatelli Aragona Cortés si fronteggiano, settecentesca la fattura. Atavico è il tuo dolore O Patria, eppur Bellezza assoluta sei. Un ossimoro l’esistenza tua: bene-male, giardino-clausura, riso-pianto, allegoria-realtà vita-morte... Altro dir d’uopo non m‘è. Qui nell’azzurro Jonio e nel fratello Mediterraneo che tempestosi come due innamorati, nell‘isola di Capo Passero, a Capo-Sud d‘Europa, si fondono e perciò si confondono.


Tu il cuore sei dei popoli che il mar lambiscono nel Sud d‘Europa nel Nord d‘Africa, dove Il sogno mediterraneo d’un nuovo Continente a consacrar Ludovico Corrao e Schifani segnarono e alta issarono la bandiera sulla Trinacria di meduseo effetto di capir non sa o non può. A me i natali donasti e mai tradita t’ho; solo fughe brevi al lavor legate, ovvero incursioni nella Ville lumière, il solo loco che a par tuo amo. Da te lontano il cuor mi duole e di spezzarsi tenta, ma io gli parlo – o tenero cuore che fanciullo restasti incapace di crescere! – e lo rabbonisco. Or che del tramonto l’ora s’avvicina e gli alberi delle foglie si spogliano e a terra cadono ed io a piedi nudi – come un novello Prévert cantore d’amore – le calpesto,

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imputridite dall’acqua piovana. Delle quattro stagioni è l‘Autunno quella che più amo veramante, ché all‘Inverno mi consegna, che col suo mantello d‘ussaro mi accoglie.

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Di quando in quando Mongibello si sveglia, magma e lapilli spande, anche lontano, e fin qui arrivano: fastidiosa cenere, che se facile è scuotersene, difficile toglierla in toto. E tu – o Madre di Brancati, Bufalino, Capuana, Consolo, Grande Stevens, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Verga, Vittorini... – le mie misere spoglie allor raccogli nel tuo seno, accanto al Padre mio, ch’è il mio vero Dio. Tu, Madre vera e sofferente sei luce e lutto al tempo stesso; nel Pianeta spandi la Bellezza tua, che impareggiabile è, e, ancorché afasia mi colga come d’oltralpe l’Assoluto, lascia che il mio canto a Te di parole mute


costellato sia. Torino, 13 settembre 2018

Giovanni Stella

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Indice

Ordine degli Avvocati di Torino Convegno: Deontologia e tutela dei diritti 90° compleanno dell’Avvocato Franzo Grande Stevens Relazione dell’autore

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Per il Novantesimo di Franzo Grande Stevens

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Sicilia Terra mia...

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Sine titulo

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Edizione non venale Tiratura n. 300 esemplari numerati. Riservati da n.1 a n. 150 agli amici di Franzo Grande Stevens e da n. 151 a n. 300 agli amici di Giovanni Stella Esemplare N. ________

Finito di stampare presso Gepas per conto della Libreria Editrice Urso nel mese di settembre 2018

Franzo Grande Stevens – Novantesimo  

Capita raramente che qualcuno scriva un libro per un suo amico che abbia compiuto novant’anni. L’ha fatto Giovanni Stella per Franzo Grande...

Franzo Grande Stevens – Novantesimo  

Capita raramente che qualcuno scriva un libro per un suo amico che abbia compiuto novant’anni. L’ha fatto Giovanni Stella per Franzo Grande...

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