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Collana Araba Fenice – 21 –


Carmela Monteleone

Schegge‌ ‌di un copione ingabbiato Presentazione di Roberto Rubino

Libreria Editrice Urso


Š Copyright by Carmela Monteleone 2005 prima edizione Libreria Editrice Urso - Avola (SR)

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PRESENTAZIONE La nuova via dell’editoria siciliana passa per Avola. Ciccio Urso, gentiluomo avolese-netino e libraio dell’esagono mi ha presentato Carmela Monteleone quasi per caso, durante una mia fugace apparizione in piazza. “Scrive, sai?”, mi aveva detto durante l’uggia di un lontano mese d’inverno, evidentemente compiaciuto di questa sua indiscutibile funzione di “talent-scout” letterario. Poi una sera mi telefona Carmela, chiedendomi scusa per il disturbo: “Potrei farle leggere qualcosa?”. Da quel momento è nata una vera e propria collaborazione letteraria, ma si potrebbe meglio dire un approfondimento delle tematiche della sofferenza, del patire di ogni giorno. Carmela Monteleone sposa il suo disagio di vivere e lo porge garbatamente all’attenzione degli “altri”, per fornire una chiave di lettura che faccia luce sulla esistenza di ciascuno di noi. A una prima analisi potrebbe apparire un pensiero pessimista, privo di luce. Ma bisogna scavare. È un po’ come imbattersi in quei “Lied” di MahIer che di primo acchito non coinvolgono l’ascoltatore, per poi rendersi conto che la luminosità che sprigionano è fruibile, vera, scevra da additivi emozionali. La scrittrice definisce la vita come “un immenso tendone”, quasi fosse un circo dove ciascuno recita il proprio ruolo, bestia o domatore che esso sia. Dietro il nylon della tenda, la paura di vivere, materica, che si scontra con un’anima ferita, ma sempre disponibile a riprendere il volo. Sottofondo a tutte le liriche, c’è il “basso continuo” di una composizione orchestrale incisiva, la mancanza dei propri cari. L’umana carenza di affetti stride col percorso quotidiano, pur dissolvendosi nei gioiosi momenti vissuti con i propri nipoti e la particolare predilezione per il proprio fratello, sempre prodigo di 7


aiuto. Poi l’invito al silenzio, per rompere un frastuono fatto di “parole inutili”. L’autrice dispone abilmente le tessere del mosaico della vita, malgrado la “passione” offertale dai suoi dolori sia forte. C’è un progetto di fondo, razionale, inequivocabile, che la spinge ad appellarsi a un mondo, illusorio sì, ma nel quale deve pur esserci qualcuno pronto a bloccare la caduta libera di chi soffre. Le pagine sono intrise di sincero realismo: “Esco da casa/ e indosso la maschera/ che regala a chi m’incontra/ il volto del sorriso. Rincaso/ e appendo la maschera a un chiodo/ Mi specchio/ C’è il mio vero volto/pallido/cupo/fragile”. Carmela fornisce l’unica chiave di lettura gestibile in un’esistenza sempre più complessa da decifrare: accettarsi. Accettare se stessi perché non è stato ancora inventato, anche se una società spietata e avida di materia indurrebbe a pensare il contrario, “un microchip a forma di cuore che si possa programmare a proprio piacimento”, come se si cambiasse un canale per sfuggire alla pesantezza della quotidianità. La scrittrice-poetessa esterna dubbi, consegna frammenti da conservare nell’intimo della propria anima, spinge alla autoanalisi attraverso la forza di ogni parola. E riesce a farlo anche quando il tracciato autobiografico s’inerpica lungo la mulattiera di quelle storie comuni incontrate in un ospedale, in compagnia del proprio male, sperando che la vita non possa e non debba essere “una partita persa fin dall’inizio”. Roberto Rubino

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All’amico Emanuele Gangarossa… che mi ha insegnato ad avere spalle forti per sorreggere grandi pesi e all’amico Roberto Rubino… che mi ha insegnato ad afferrare la vita con i denti stretti gridando la verità.

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Nel teatro della mia mesta vita non riesco a gestire il dramma che popola l’immenso tendone. Ignara del prossimo ruolo da svolgere mi muovo lentamente e intimorita che la strada intrapresa sia solo piena d’assurde bestialità o addirittura inutile. Schivo i colpi meschini del nemico come meglio sa fare il mio essere e traccio un linguaggio restìo forse l’archetipo di un archivio impolverato, sperduto, rinnegato che nessuno mai toccherà. Il tendone è pieno di polvere. Quanti attori come me popolano la vita?

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Cosa mi darà il tempo beffardo se già io non so cosa donare a me stessa? Anche se inciampassi in qualcosa di buono tanto grande è la morte della mia anima che cieca rimarrebbe per paura di vivere. Un’orchestra suona note stonate, un pagliaccio piange all’ascolto di quel suono. I venti pur soffiando girano sempre al contrario. Scompigliano i miei capelli inutilmente, sfiorano il mio volto per svegliarmi un solo attimo dal torpore del sonno. Avrei molte cose da svelare, avrei molte cose da raccontare sui silenzi che popolano la mia pesante mente.

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Avvoltoi volteggiano sopra il mio cielo. Belli più che mai ma freddi e decisi. Ospiti inattesi di un destino fatto di pura disperazione. Attendono pazientemente che io mi muova. Scrutano attentamente la mia anima. Scendono in picchiata e sottovento mi sfiorano nell’anima, risalgono. Vanno via con la speranza di poter planare meglio per ridiscendere un’ultima volta, strappare l’anima definitivamente e fuggire lontano proprio come avvoltoi. La mia anima sanguina. In quei voli qualcosa deve essere accaduto.

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Ho un debito con te, Alessandra. Mi hai ridonato la serenità che un giorno mi fu tolta forzatamente. Ricordo lucidamente la mia sete di essere amata che riacquistai fra le tue carezze stentate per natura. Ti presentasti a me a un mese d’età ma già a due anni fosti capace di rimembrarmi la storia di Ulisse. Avida di passi nuovi avevi memorizzato dettagliatamente tutto. In quest’incredibile luce che vedo in te, adesso Ulisse è il nostro eroe preferito. Come potrò ripagarti per tale debito? L’unico credito che potrai riscuotere sarà il mio cuore pieno d’amore.

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Non mi è concesso negarlo sarebbe da ingrati. Ho altri debiti nella mia vita. Si chiamano madre e padre similitudine di forza e pazienza. Si chiamano Antonello e Valeria similitudini di vita e bontà. Si chiamano Andrea, Arianna, Annalisa e Agnese ancor troppo mocciosi per definirli. Si chiamano Michele e Valerio similitudini di onestà, rispetto, amicizia, bontà, coraggio, cuore, gioia, sorrisi. In tutto ho undici debiti ma sono pochi considerato che la morte si è accreditata mio padre e dopo ha preso anche mia madre.

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Le parole son follia, spazi vuoti senza senso. Sono il niente del tutto che si perde frettolosamente cercando l’essenza dell’essere. Ma essere cosa? Mi sembra di notare che chi parla non sa niente, chi invece tace, sa. Guardando tale percorso mi soggiunge la conclusione, che nella vita sia piÚ giusto fare parlare il silenzio. Rompete le parole: sono solo frastuoni inutili.

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Uscire di scena. È il solo mezzo per trovare la giusta regia. Qui in vita son gli altri a scrivere il copione. Si pensa di gestire tutto mentre si è padroni del niente. I grandi attori raggiungono la perfezione morendo. Lì, nessuno potrà cambiare le righe del tuo copione. Il gran finale ucciderà le scene che si è costretti a vivere.

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Illusoria è la preziosità della giovinezza se tu sei posta da altri su un precipizio e spinta nel vuoto continui a volare per anni. Tutto perde il suo valore, anche la beltà degli anni giovani. Sto ancora aspettando qualcuno che mi afferri per salvarmi da quel volo infinito.

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Esco da casa e indosso la maschera che regala a chi m’incontra il volto del sorriso. Rincaso e appendo la maschera a un chiodo. Mi specchio. Adesso c’è il mio vero volto: pallido cupo fragile. L’indomani sarà di nuovo come prima. Alternanza di volti mascherati e veritieri.

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Ciao Michele, mi regali un microchip di quelli a forma di cuore così che io possa programmarlo in base alla mia volontà? Costruiscilo per me. In fondo sei un ingegnere elettronico. Almeno finirò di essere umana e di soffrire maledettamente. I miei occhi sono stanchi di piangere, la mia anima è stanca di esistere. Mi regali un microchip a forma di cuore?

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Guardi delle immagini in tv… ti sembra di vedere un film mentre una voce in sottofondo parla a ciò che rimane della coscienza umana. Eppure parole e immagini sono nitide. Equilibri spezzati… Raziocini annullati… Scatti di follia omicida. Il mio cuore guardando ciò si muove a scatti perché non so che fine abbia fatto … il mondo… … la ragione… … il giusto essere…

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Il giorno che andrò via… lasciate che il mio corpo venga sepolto fra le rose della mia campagna. Il giorno che andrò via… lasciate che gli steli delle mie rose siano fatte di penne stilografiche. Il giorno che andrò via… lasciate che le farfalle volino attorno alla mia tomba, che gli uccellini mi salutino con i loro armoniosi canti, che le cicale mi facciano compagnia nelle lunghe notti estive. Cantate poesie e danzate versi … LIBERI… poiché quel giorno … andrò via… … silenziosamente…

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Stanotte ho sognato mio padre seduto accanto al mio letto. Il volto cupo e serioso. Lo sguardo mesto e lacrimoso. Gli occhi spalancati dalla paura. Piangeva la mia morte. Come può un uomo morto piangere una persona viva? Forse… piangeva la morte della mia anima. Come può un uomo morto vedere l’anima malata di una persona viva? E come possono i vivi non accorgersi di tale sofferenza? Una ragazza grida aiuto e solo il padre morto riesce a sentirla e a piangere per lei.

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È strano come l’uomo affidi la sua sorte ad un insieme di numeri la cui casualità a sua volta è affidata ad un presagio. Che essere strano l’uomo quando sa che già tutto è scritto nel libro della via.

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Avrei bisogno di un marinaio che guidasse la mia scialuppa. Uno di quelli esperti che seguono la rotta del mare con il solo istinto. La memoria diventa una mappa … arrotolata… … impolverata… con rotte che si spezzano davanti a maree infinite. Ho perso il mio battello … credo che presto… … sarò alla deriva…

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Una bambina di sette anni mi pone troppe domande. come posso rispondere se per ironia della vita ho lasciato a metà anche le mie risposte? Forse la finzione di una frase servirebbe a capire la sua ingorda voglia di sapere? No‌ sarebbe mentire spudoratamente di fronte all’innocenza.

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La mia mente come un reticolo su cui s’impigliano parole non dette … ma pensate. Il mio cuore a tale cospetto … sussulta… … balbetta… fino a creare un frastuono … inusuale… … chiassoso… … fastidioso… che porta solo scompiglio all’essenza di un essere già turbato dagli eventi della vita.

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E adesso… sto lì a pagare quel bacio … schivato… … negato… … sfuggito… volutamente dal mio essere. Lui e lì ferito nel suo orgoglio di un uomo che è stato rifiutato e quindi incapace di comprendere il mio silenzioso dolore.

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Esco dalla scena e guardo da spettatore i gesti di chi stava rubando il mio cuore. Verifico dopo un’infinita fatica che lui è ancora più ingarbugliato di me. Tutto mi è sufficentemente chiaro quanto basta per capire che è meglio… … andare via “anche” da spettatore.

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Ci sono gesti impercettibili agli occhi di chi ti circonda eppure sono piccole intese che nascono casualmente o volutamente per creare linguaggi di parole sussurrate solo nel pensiero… travasate nella lucentezza degli occhi… nascosti da un paio di occhiali da sole. Un’intesa di due anime che il resto del mondo ignora. Così la parola diventa un segreto … prezioso… … da nascondere… … da sussurrare… … da coltivare… In quel silenzio di cose non dette “nulla si perde”.

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Il sudore freddo di un tepore ormai lontano che la morte lentamente trascinava via dal tuo essere. Ma essere cosa? La madre che voleva la mano del figlio, la madre che voleva la mano della figlia, la nonna che cercava la nipotina, la madre che voleva le nostre carezze. Tu, che sei sempre stata restia a dare e ricevere carezze adesso ne hai volute tante… troppe… infinite… mentre la morte ti trasportava… ti rapiva… ti prosciugava… … da ogni sentimento… … tranne quello di essere… “madre” … ”infinitamente madre”… … fino all’ultimo respiro…

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Le ricordo ancora quelle gocce che scendevano lentamente dentro il tuo corpo. Gocce di sangue… gocce di piastrine… gocce di medicine… flebo che sarebbero dovute servire a fare il miracolo. Tu che ansimavi in quel letto sudato… tu che esternavi il tuo dolore… tu che speravi nella vita… tu che avevi le labbra baciate dalla morte… … tu… e solamente tu che mi hai cresciuta accudita quando stavo male. Adesso… per quel poco che sapevo fare ero io ad accudire te. Avrei voluto fare mille cose pur di non vederti con i denti stretti che ti divincolavi dal dolore. Avrei voluto che quelle gocce fossero un miracolo… avrei voluto… … per non vederti soffrire così atrocemente… … per averti sempre accanto a me…

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Mentre ero lì accanto a te, ho pregato quella croce che avevo al collo. L’ho stretta nel mio pugno ed ho pregato. Ci speravo nel miracolo, lo volevo il miracolo. mentre tu ansimavi nel dolore io mettevo fra le tue mani una piccola immagine di Padre Pio. Ho pregato anche lui. Ho pregato tanto. Adesso che queste preghiere non sono servite… Mi chiedo chi sono io perché meritassi quel miracolo. Perché Dio avrebbe dovuto “regalarmi questo miracolo”?

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Che strano destino quello di tuo figlio: dovere fare il medico per le persone a lui care. Prima suo padre poi sua madre adesso la sorella. Può la vita beffarti in un modo peggiore? Nessuno mai immaginerà quanto sia grande il suo dolore … eppure… è tutto lì nascosto nella sua “compostezza”.

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Valerio amico mio, ho imparato tanto da te ma il dolore ha posto la mia mente in un dimenticatoio assoluto. Ho imparato la vita… … il sorriso… … la gioia… … il rispetto… Ora mi guardo allo specchio e vedo me stessa vuota… insignificante triste sola desiderosa solo di dileguarmi nel nulla. Tu che leggi il dolore nei miei occhi, mi dici: “qualunque cosa possa renderti felice io sono disposto a farla”. Mi regali un po’ di fortuna?

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Schegge di vita ospedaliera

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2002 Storie comuni, storie che hanno un triste inizio e di cui non sai la fine. Ti guardi intorno ed in ognuno di quelle persone vedi una parte del “tuo specchio futuro”. Cosa sarà? Cosa accadrà di te? Il farmaco funzionerà? Maurizio mi ha detto: “L’importante la vita è viverla bene”. È vero. Emilio mi dice: “Questo è un centro universitario, anche se non salveranno noi, conserveranno il nostro DNA per le ricerche e per aiutare chi viene dopo di noi. Aiutare loro a prevenire la malattia”: Però che consolazione. Oserei dire: una missione umanitaria. Forse è questa la verità su tutto… “Aiutare gli altri con il nostro dolore?”. ///////

Adesso… sono qui in Calabria, nella terra che diede i natali a mio padre. Che strano gioco la vita… a me questa terra che cosa darà? Mi regalerà la speranza o il buio? Molte di queste persone che sono qui hanno una forza di volontà enorme. La mia è andata a farsi benedire. Mio fratello vuole che combatta. Spesse volte ho come la sensazione di lottare contro una tempesta. Che io ricordi l’uomo non ha mai vinto contro le forze della natura. Che sia già una partita persa sin dall’inizio?

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È sera, una delle tante sere che cadono in ospedale. Sono sola, ogni voce mi dà fastidio. Forse l’unica verità è che qui dentro si sentono troppe voci che gridano le verità nascoste dal dolore. Avrei voglia di fuggire per non scoprire “la mia verità”. ///////

Emilio ha ragione. Spesse volte, giornalmente, ci facciamo del male a vicenda senza accorgercene. Parliamo dei nostri malanni e cerchiamo di vedere un futuro inesistente. Il vero problema è che siamo “destinati al peggio”. Sarà il tempo a decidere su di noi. Allora si guardano gli altri malati e ci si chiede: “Mi accadrà di stare male a livello di Angela o meno?”. Angela è una creatura dolcissima e intelligente ma la vita l’ha crocifissa troppo… forse anche abbastanza. Ha iniziato da bambina il suo calvario…ha visto il miracolo del trapianto per dieci anni… una vita felice sognata in ogni momento e poi ha rivisto il buio… i sogni svanire nel nulla dopo il rigetto… ora è triste… silenziosa… sta male. ///////

Mio fratello mi telefona. Non ha più l’entusiasmo di quando mi condusse qui. Adesso è cupo e silenzioso. Ha percepito che neanche al CNR esiste un farmaco miracoloso. Sta male nell’anima. Spesse volte mi chiedo cos’è rimasto del suo spirito dopo tutte queste sofferenze. Ci sono tre infermieri che mi fanno distrarre, ma è come una caramella che si scioglie subito e finisce. 37


Così sono fuori dall’ospedale. Vi ho trascorso ventidue giorni. Una bella vacanza in un albergo a cinque stelle. Alla fine di questa vacanza ho rivisto mio fratello che è venuto a prendermi e a parlare con i dottori. Povero fratello. Ha perso molti chili. I suoi capelli sono diventati brizzolati. Non ride più e mi guarda con gli occhi di chi è impotente di fronte a tutto. Vorrebbe fare tanto, molto, ma la malattia ha il suo peso. Mi guarda e pensa (lo leggo nei suoi occhi): “Ma lei ha capito ciò che l’aspetta?”. Direi di sì… purtroppo. I dottori mi hanno detto mille cose… anche come morirò… ma hanno aggiunto che non esiste nessuna cura al mondo per questa malattia. Affermano che la mia morte avverrà da giovane e non da vecchia. Qui sono così… ti dicono tutto in faccia… anche ciò che non vorresti sentire. La cura che mi hanno dato? È tutta sperimentale… come la vita… Ritorno a casa… ho un mare di pillole da prendere e per ricordarle tutte devo creare uno specchietto con nomi e orari. Ma a cosa serviranno tutte queste medicine se nel mezzo non esiste quella per guarire? Guarire da cosa? Dalla malattia che sta logorando i miei reni o da quella che sta uccidendo la mia anima… il mio sorriso… l’arcobaleno della mia vita? Guarire… salvare cosa? Che fine hanno fatto le mie sensazioni? Riesco a sentirle solo quando sono di fronte ad una persona che mi offre la sua dolcezza. Da sola non sorrido… poi incrocio i suoi occhi… il suo sguardo… e come per magia dimentico persino di essere malata… quel sorriso è la chiave di tutto. Il mio essere è di una semplicità spaventosa… mi basta “quel” sorriso per sentirmi viva… dimenticare le mie croci e respirare una vita normale. 38


La vita mi fa credito regalandomi giornate in cui sorrido, cuori pieni di gioia, piccole attenzioni che illuminano i miei cupi occhi e li rendono splendenti note di una musica soave e leggiadra che mi fa volare per spazi infiniti dolcezze che accarezzano la mia vita cullandola come si fa con una bimba appena nata … e son felice di tutto ciò… E passeggio per strada con una forza di vivere che va oltre ogni limite della mia malattia. E le godo a pieni polmoni queste giornate… … queste ore… … questi attimi… che hanno il sapore dell’infinito e nonostante so che dureranno poco… … eppure sono felice grazie a quel sorriso…

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2003 Stranezze, incertezze, sogni svaniti nel nulla… e rivedo le persone che ho conosciuto nei vari ricoveri ospedalieri, foto flash limpidi e a volte agghiaccianti. Una signora che sembra vecchia, invece ha soli quarantanove anni, cammina come un robot. Ha tutta l’ossatura rigida a causa della malattia renale. È scheletrica. Mancherà poco alla sua morte. Una bimba di sette-otto anni aspetta il trapianto del rene. Intanto fa dialisi. A volte sorride… ma solo a volte e sogna di tornare a giocare come i bambini normali. Una ragazza di ventuno anni circa è gravemente malata da quando ne aveva quattordici. Aspetta solo un miracolo. La malattia le sta mangiando i reni e il midollo osseo. Non ride mai e volge lo sguardo sempre dal lato opposto da dove sono le persone. Un ragazzo senza gambe che vive sulla sedia a rotelle, ha una doppia condanna. Per far sopravvivere la parte restante del corpo fa dialisi. Una signora a cui i medici hanno detto che la sua malattia è ereditaria, fa dialisi… ma sta lì a pensare… a vedere il suo presente proiettato nel futuro dei suoi figli… per quella croce ereditaria. //////

Un mio “amico” mi ha detto che io devo combattere per i miei nipotini. Gli ho fatto vedere una foto di loro. Mi ha detto che sono un dono di Dio. Ha ragione. Qualcosa mi rimane ancora… e sono loro… i miei nipotini. Alessandra pacata e intelligente. 40


Andrea biricchino ma dal cuore grande e generoso. Arianna selvaggia e indomabile ma dolce e affettuosa. Annalisa piccola e indifesa. Qualcosa mi rimane ed è per loro che devo combattere. Alessandra devo ancora raccontarti molte storie, mica esiste solo quella di Ulisse… anche se lui rimarrà il nostro eroe preferito. Andrea mi piacerebbe regalarti la jeep che tanto sogni. Arianna sei così vivace che mi confondi. Annalisa sei così timida che ti guardo intimorita. Ma vi amo tutti perché avete colorato la vita di questa zia triste e malata. Io… … povera mela marcia… … di dentro… … ho ancora un cuore…

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2004 DOLCEMENTE Io, piccola farfalla dalle ali bucate ho tentato di spiccare mille voli ed altre mille volte son caduta. Io, piccolo delfino inseguito da famelici pescatori ho tentato di scivolare fra le tempeste marine invano son fuggita lontano per approdare in porti che ritenevo sicuri ma che beffardi erano in verità. Ora mi ritrovo senz’ali e tutta ferita e cerco disperatamente un metodo per sopravvivere all’assurdo dell’universo. Un sorriso … forse… è la chiave di questo caos. Dolcemente lo raccolgo fra le mie mani lo pongo sui miei occhi lo nascondo nel mio cuore … e respiro… … di quel sorriso… Dolcemente lo vivo nelle mie azioni lo nutro dei suoi sguardi lo sento ogni qual volta incrocio i suoi occhi. 42


Teneramente lo custodisco come uno scrigno e sto attenta che le tempeste non lo portino via. Così mi sono accorta che quel sorriso è l’unico scudo che mi ripara dagli uragani. Dolcemente continuo a guardare quegli occhi e a sorridere come non mai. Dolcemente custodisco quel sorriso e ne sono orgogliosa, perché desidero che mi accompagni anche nei giorni in cui sarò legata ad una macchina per sopravvivere. Io, piccola farfalla orfana di padre e di madre ho ritrovato uno spicchio del mio sorriso che la morte aveva trascinato via forzatamente, ho sbucciato la mia tristezza ed ho visto i suoi occhi dentro i miei. Silenziosamente mi sono seduta ed ho iniziato a specchiarmi in quella dolcezza. 43


17 Giugno 2004 Non so cosa sia esattamente… è come un vuoto che si è creato all’improvviso in me… così… inaspettatamente… mi ritrovo con una sensazione che mi attanaglia la gola, mi toglie il respiro, mi blocca il pensiero. È stato come se stessi percorrendo una strada tranquillamente, all’improvviso mi ritrovo a cercare una parte di me che ho smarrito non so dove e per quale oscuro motivo. Ho paura, una forte paura. Il silenzio mi aiuta a pensare per capire. Così mi accorgo di sentirmi stordita, frastornata, confusa. Ho solo paura di sbagliare anche nella più stupida delle decisioni. Mi sento come se nessuno mi ascoltasse… come se intorno a me ci fossero pietre laviche al posto di anime… di cuori. Ho perso la sensazione dell’umano. Percepisco il vuoto, la paura, la fobia di vivere, il terrore del futuro. Quel futuro in cui il restante 30% della funzionalità renale cesserà ed io sarò costretta ad essere legata ad una macchina per sopravvivere. Si, sopravvivere in questa giungla priva d’umanità è un problema. Eppure un po’ di umanità l’avevo trovata. Ed era un’umanità che mi dava voglia di vivere, di reagire, di combattere la mia malattia. Involontariamente o volutamente, mi accorsi che lui mi aveva aiutato ad accettare la mia malattia, a saperci convivere, a beffarla, a prenderla con filosofia, a riderci sopra, a viverci come se fosse una parte normale di me stessa, senza che pesasse. Forse era colpa del suo ridere, delle sue battute intelligenti e sensibili, del suo modo educato e raffinato di farmi vedere la vita, del suo sorriso sincero e disponibile, dei suoi occhi dolci che tutte le volte che incrociavano i miei occhi, mi davano forza e coraggio. Sì, mi accorgo che la sua presenza è stata fondamentale, basilare, ha ossigenato i miei pensieri, dato vita alle mie sensazioni, ha creato il mio linguaggio, è stato un sostegno che ero sicura di tro44


vare giornalmente… e quella sicurezza… mi dava forza. Se c’era un pensiero dubbioso sulla qualunque cosa, lui mi dava sempre la risposta giusta, mi rassicurava nel percorso: sapevo che c’era, che potevo incontrarlo giornalmente, affidarmi a lui. Oserei dire che era il bastone di questa ragazza orfana e malata. Ho sorriso grazie a lui. Ho sorriso di cuore. Ho vissuto sorrisi che nascevano dolcemente e liberamente dall’anima… così senza nessuno sforzo… con naturalezza… con la spontaneità della vita, dei pensieri, del cuore. Vivevo la vita serenamente nonostante la presenza costante della malattia perché c’era la sua presenza. Adesso che non lo vedo più, mi ritrovo sola e piena di paura, senza più lui che mi indichi cosa fare e come sorridere… e sento un vuoto intorno a me… mi accorgo di aver perso una parte di me stessa perché è andata via insieme a lui… come rapita. Mi volto, mi cerco, mi osservo, mi ascolto e percepisco solo la sensazione del vuoto, di un abisso indefinito, come un corridoio buio che collega due entità così diverse quanto comuni. Un corridoio buio in cui il tempo è finito ed ha finito tutto. Un corridoio buio in cui la clessidra ha fatto scendere tutta la sua sabbia e il tempo andato è diventato solo un fugace ricordo scolpito nell’anima al cui pensiero, nel tornare dentro i ricordi, ti conduce a sorridere da sola come quando un bimbo sorride con gli angioletti. E ti rimangono dei manifesti appesi a una parete, delle frasi ridicolamente simpatiche e piene di vita, dei sorrisi languidi e spontanei. Delle frasi “non dette ma pensate”… mentre la clessidra si è fermata decretando la fine di “quel tempo”… ma solo di quel tempo. 45


09/11/04 È arrivato il momento che io e Antonello volevamo fosse il più lontano possibile. Invece sono trascorsi due anni. Ora s’inizia la dialisi. Definizione mia personale di dialisi: “mezzo per allungare un’agonia che ti condurrà alla morte. Senza di essa sei fottuta. Se hai fortuna vai al trapianto e se hai la camicia il rigetto non avviene” Ma la vita si è dimenticata di regalarmi la camicia… e allora che ne sarà di me? ///////

A farmi compagnia nella stanza con me, c’è solo la signora Cristina. Ha ottantacinque anni. Lei però la dialisi la fa da cinque mesi. Mi mancano i miei genitori. Soffro di solitudine. Ho paura di non avere abbastanza forza. ///////

Ieri sera ho telefonato al mio amico. Lui mi dà sempre la forza giusta. Lui ha sempre un consiglio saggio da darmi. Così mi ha detto: “Ci sono esperienze che non vorremmo mai vivere, ma la vita ce le impone. Allora l’unica cosa che rimane da fare è organizzarsi per vivere tutto con calma, pazienza e serenità”.

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Guardo la dialisi peritonale che fa la signora Cristina. Marianna, la mia addestratrice, mi spiega i vari procedimenti mentre prepara la signora. Anche nella dialisi è tutta questione di organizzazione. Il mio amico ha sempre ragione. ///////

Il mio amico ha aggiunto una frase simpaticissima che ha fatto ridere anche mio fratello. Ha detto: “A te do una forza di volontà pari al 90% della situazione. Il restante 10% lo concedo a tuo fratello… ma giusto perché è un medico e un giorno posso finire nelle sue mani”. In verità ha detto una grande menzogna. Io non ho tutta questa forza di volontà… ma è una dolce menzogna che serve a darmi il coraggio di andare avanti e tentare di tirarla fuori dal tunnel in cui si è nascosta.

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10/11/04 Così è arrivato il giorno in cui i chirurghi si diletteranno con me nell’arte del taglio e del cucito mettendomi quel tubicino che serve a fare la dialisi peritoneale. È mattino, qui c’è solo il rumore degli infermieri. Si vedono delle persone che arrivano per iniziare la solita giornata di dialisi… la solita metodologia di sopravvivenza. Ho paura. ///////

In questo tipo di malattia c’è troppa sofferenza per viverla da sola… da orfana. Rossella lo ha capito. Mi manda ms in continuazione con il cellulare. Non mi lascia sola, mi consola. È persino venuta a trovarmi. Le voglio bene perché ha un cuore grande, generoso e pieno d’amore. Anche Graziella mi telefona e mi racconta eventi per tenermi allegra. Valeria è dolcissima. Nella è piena di speranze future e mi è sempre vicina, pensa già al trapianto. ///////

La signora Cristina stanotte ha avuto tanto dolore. Ha detto che si è messa a pregare Dio per attenuarle la sofferenza. Ma non ha funzionato. Strano, vero? Ma non dicono che Dio ci ascolta sempre e in tutto? 48


16/12/04 E così sono a casa. Mi hanno addestrata perché diventassi autonoma nella dialisi e imparassi tutto il procedimento e le regole in modo impeccabile. I miei addestratori sono stati Marianna e Salvo. A parte cosa fare mi hanno insegnato la lezione più importante: “Fare di essa un gioco per poterlo vivere con la massima serenità”. Loro non lo sanno perché di questo non ne ho mai parlato, ma sono stati basilari in questo periodo così delicato. Il mio cervello sarebbe potuto impazzire senza la loro presenza… mi hanno regalato il sorriso. È difficile comunicare ciò che provo per loro… forse perché per natura è difficile comunicare di per sé… li conosco da sedici giorni ma voglio bene entrambi. Marianna è più pacata, più seria, più mammona, sempre disponibile forse a volte troppo apprensiva ma è il suo modo di volere bene. Salvo scherza in continuazione per alleggerire il peso della malattia e regalarti sorrisi e frasi che ti danno la voglia di vivere ma sul suo lavoro è di una professionalità unica e vuole il meglio di quello che è l’apprendimento. Guai a commettere un errore. Se accade l’errore sono rimproveri infiniti e pesanti… ma servono solo per il tuo bene. Sono diversi… ma va bene così… tutto ha un suo equilibrio che ti aiuta a reagire meglio.

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31/12/04 Festa di fine anno a casa da mio fratello. Ballo, rido e mi diverto. Anto e Valery sono felici di vedermi stare bene. La dialisi funziona. Anto dice che il dottor Randone con la peritonale ha fatto miracoli su di me… su tanti altri… anche su tanti bambini. 04/02/05

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Ho paura e sono confusa. Il dottore pensa di prepararmi per il trapianto, così nella mia confusione telefono al mio amico. Quell’uomo è incredibile, sa trovare sempre le parole giuste per ogni situazione. Mi dice: “A ognuno di noi Dio dà una croce ma nel contempo dà delle spalle forti per reggerla. È come se il peso fosse proporzionato alla nostra forza di volontà”. Mi dice anche di usare la mia sensibilità solo per creare artisticamente ciò che amo e non per deprimermi e soffrire. Dice che noi artisti respiriamo un ossigeno differente, migliore, superiore alla gente comune. È un ossigeno che ci dà la capacità di vedere ciò che sfugge all’uomo normale e da quel vedere, nascono le sensazioni che portano a creare una poesia, un dipinto, un componimento musicale, una scultura. Ecco… è per creare e migliorare il mio lato artistico che devo usare la mia sensibilità. Dalla sofferenza deve nascere la volontà di reagire, combattere, sperare, sognare i cambiamenti che la scienza medica ci permette di attuare. 50


Nessun incontro è casuale nella vita. Tutto è già stabilito. Se Dio ha posto quest’amico nel mezzo del tragitto più faticoso della mia vita… non è un caso. Adesso so che lo ha fatto per pormi di fronte ad un uomo saggio e quella saggezza è la voce di Dio. Il mio amico è solo un mezzo che Dio utilizza per un Suo progetto su di me… e su di lui… per migliorare entrambi nelle nostre anime. Adesso comprendo che la mia malattia è stata un mezzo per perfezionare ancora di più la sua saggezza. Tutto era già scritto fra le righe della vita. Dio mi ha fatto conoscere quest’uomo perché mi aiutasse nella mia malattia. Perché mi aiutasse ad accettarla, a capirla, a trovarne il lato positivo, a viverla serenamente, a conviverci senza la paura di odiarla. Ed è con queste righe che voglio dirgli “grazie”. Perché è giusto parlare adesso che attendere la fine del tutto per poi vivere nel pentimento di aver taciuto ciò che avresti potuto dire. Perché il tempo fugge… … e non sai cosa accadrà domani… … allora è giusto… … dire grazie… adesso… … dire grazie a chi mi ha insegnato… … che la positività è la mappa che ci guiderà…

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All’amore (???) Quel bacio schivato, sfuggito, ignorato per paura… per rispetto di me stessa… sarà uno dei tanti rimpianti unito alle parole che il mio cuore avrebbe voluto dirti, sussurrarti dolcemente mentre tu, scherzando, fingendoti un clown, mi stringevi a te. Quel bacio che ora sogno… anche ad occhi aperti… è lì, rimasto impigliato fra il timore d’amare e la paura di osare. Quel bacio che ora vorrei… per amore… per desiderio… per comando del mio cuore… per farti comprendere quanto ti amo… per trasmetterti ciò che è dentro la mia anima. C’è freddo, c’è molto freddo… e quel bacio servirebbe a riscaldare la mia anima… a farla sentire viva… a donare un arcobaleno a questa mesta vita. Quel bacio che si somma alle parole dette da te… ed è proprio in quelle parole fatte del mio silenzio e del tuo osare… che quel bacio si perde… si nasconde… si tortura di rimanere solo l’illusione di un bacio perduto. Quel bacio di cui adesso parlo, qui sfacciatamente fra queste righe per farti capire quanto lo avrei desiderato e per farti comprendere di averlo schivato… … solo… … per paura d’amare… … per paura di vivere… Così la notte mi addormento sognando quel bacio. In fondo cosa rimane ad una ragazza in dialisi, se non i sogni come mezzo di evasione da una realtà pesante e gravosa? Quei sogni che parlano di una vita… che è solo un sogno. Quei sogni che sono la chiave per evadere da un mondo indesiderato… … e fra quei sogni… … ho posto il tuo bacio… …da me schivato… 52


09/02/05 Stasera mi hai chiesto di non pensarti, di non sognarti, di non crogiolare il mio pensiero… perché dici che tu sei difficile da capire. Eppure mi domandi: “mi vuoi bene o mi ami?” Non capisco perché avrei dovuto risponderti visto che ti sei rifugiato nella tua corteccia. Quel rifugio che hai creato per nascondere i tuoi sentimenti. Alla fine ho voluto… quasi offenderti… farti sentire quanto erano grandi le tue recite dicendoti una verità che tu non immaginavi avrei osato dirti. Ebbene sì, mi sono innamorata e non me ne vergogno, né lo nascondo come fai tu… perché l’amore è il più importante dei sentimenti. Non m’importa se tu ti sei nascosto dietro una maschera ben costruita e studiata accuratamente. Non m’importa se mi hai chiesto di non sognarti. Il pensiero è l’unica cosa che rimane ad una ragazza condannata ad essere malata cronica… e quel pensiero non potrà ucciderlo neanche la tua maschera.

Sia data libertà al sogno visto che la vita mi ha privato di tutte le mie realtà… e in quei sogni lascerò quel bacio impigliato a metà… quasi per ripicca… per una vendetta… verso la tua recita.

È notte fonda. Ormai da diverse ore piove a dirotto e tira un vento violento e pieno di ululati. Piango per amore. Vorrei che la mia anima annegasse in questa pioggia o che il vento me la strappasse dal cuore. 53


È notte fonda e i miei pensieri vagano per strade illusorie e irrealizzabili.

È notte fonda e qualcuno crede di aver risolto tutto con una telefonata… ed io, sono rimasta lì ad ascoltare sconvolta… a recitare la parte di chi è forte, di chi ride, di chi scherza su questo sentimento… lui era contento di aver risolto tutto con una telefonata… si camuffava ancora di più e mi diceva di smetterla con questo gioco. Quale gioco? I sentimenti sono forse un gioco? Che strano gioco creato da lui che ha avuto per protagonista la mia anima… i miei sentimenti… i miei sogni d’amore. Ma d’altronde che poteva farsene di me… piccola mela marcia. Ma sì… ha ragione… in fondo a che sarei servita nella sua vita? È notte fonda… una delle tante notti della mia vita fatta di solitudine… dolore… sogni… È… “solo notte fonda”… … e poi… nient’altro nient’altro nient’altro…. … che notte fonda…

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24/02/05 Che strano… mi ricordo che eri stato tu ad iniziare… eppure adesso… non so perché… hai fatto in modo che fosse tutto figlio della mia fantasia… mi chiedo quale fantasia quella umana o quella da scrittrice? Così, ora sono lì, di fronte a te… alle tue condizioni… per almeno poterti parlare, vedere, ascoltare la tua voce… quanto basta per far sopravvivere la mia anima… che tu hai fatto finta di non saper leggere veramente… o se lo hai fatto… per paura… per mascherare tutto. Così, ora sto lì, di fronte a te… con in mezzo il patto d’amicizia che mi hai fatto suggellare ed io per non perdere quella tua presenza momentanea… che rincuora il mio essere… ho accettato passivamente e a malincuore… recitando la parte di chi è d’accordo con il tuo pensiero. Eppure lo so che tu non hai detto la verità… ne sono certa perché riesco a leggere i tuoi occhi… e su di essi c’è scritta una verità contraria alle parole pronunciate oggi da te. Il tuo negare fa male alla mia anima… è peggio della mia malattia… perché i dolori dell’anima sono i peggiori… sono quelli che ti tolgono la voglia di reagire, di vivere, di trapiantarti… sono quelli che ti tengono sveglia la notte… che ti creano lacrime nascoste al mondo intero e tirate fuori nella solitudine completa… che fanno nascere quella depressione che uccide il sorriso… sono quelli che ti fanno crogiolare fra mille pensieri di cose da te dette ma negate… sono quelli che la notte ti fanno prendere la penna in mano e riempire i fogli bianchi con parole che servono a svuotare me stessa, a tirare fuori ogni mio pensiero taciuto, soffocato, imbavagliato… sono quelli che servono a scrivere quelle parole non dette ma pensate… 55


Adesso sono io che mi sono rinchiusa nel mio silenzio ed ho mascherato tutto con l’accettazione di questo patto d’amicizia che tu hai voluto ma che io rifiuto perché forzato, inutile e insensato. Quale amicizia potrebbe esistere fra me sincera e tu che reciti? Adesso sono io che sto qui a negare… a recitare… a far finta di essere felice… a fare la parte di chi è forte ed ha superato tutto e vive ciò che rimane di questa storia… tranquillamente. Adesso sono io a soffrire… mentre prima eri tu per colpa di quel bacio schivato… e nel silenzio nulla si perde. Allora lascerò che sia il silenzio a parlare al tuo posto… almeno in questo silenzio… ascolterò la verità “vera” e non quella falsa che tu hai voluto raccontare per nascondere i tuoi sentimenti.

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05/04/05 Come al solito hai risolto tutto con una telefonata, chissà perché questi discorsi non li affronti mai di presenza? Come al solito sei lì, che a modo tuo, con le tue ragioni ed il mio eterno torto, ti sei discolpato di tutto ciò che hai fatto. Come al solito credi che adesso, dopo il tuo parlare sia tutto a posto. L’unica verità è che non avrei mai dovuto parlarti dei dolori della mia anima, aprirti il mio cuore, tirare fuori la mia sincerità. I dolori dell’anima sono di chi li possiede… nessuno può comprenderli… sono tuoi e di nessun altro… nessuno può leggerli veramente né addentrarsi in essi… nessuno può percepirli… e anche se ne parli… nessuno li ascolta veramente. Viviamo in un mondo dove l’individuo cozza con tanta di quella forza da comprendere solo il male ed avere la cecità verso il bene… e se fai del bene sei solo calpestato… se sei un bastardo vai avanti tranquillamente. Questo è il nuovo comandamento che l’uomo ha inventato. In fondo anche la Bibbia ce l’ha insegnato che bene e male camminano di pari passo. Ma l’uomo ha fatto in modo che sopra ogni cosa ci fosse il male. Spesse volte può accadere che durante il tuo tragitto incroci una persona che lo rappresenta… ma che crede di essere nel bene… come te… e allora rimani lì ad ascoltare il suo parlare… a scandire nella tua mente le sue parole per tentare di capire dove sta il bene… ma ti accorgi che alla fine c’è solo l’inganno ben costruito con astuzia verso chi invece come me, si nutre giornalmente della sincerità. Alla fine ti accorgi che è impossibile risolvere il male e che chi lo attua è solo un personaggio crudele. Così ti verrebbe il desiderio di perdere la tua anima e di diveni57


re bastardo come chi lo attua… gente che al posto del cuore ha pietra lavica… ti servirebbe per non soffrire… per difenderti da chi come un avvoltoio ti ha strappato l’anima. E rimani lì, a pensare se cambiare il tuo essere o rimanere come sei e soffrire… e ti rimane in eterno questo dubbio che insieme al dolore dell’anima ti lacera il corpo e la mente… lentamente… eppure così velocemente da farti giungere prima… alla fine dell’essere. MA ESSERE COSA? E ti accorgi che il dolore dell’anima è così grande e lacerante che neanche il sorriso di una bimba di sette anni, che ami pazzamente, riesce a farti reagire… e ti accorgi che se accade ciò… la tragedia che c’è in te non è più una tragedia ma una catastrofe di dimensioni così grandi che neanche le tue spalle sanno reggerne il peso. E ti accorgi di essere un corpo con un’anima morta che tre volte al giorno si attacca ad una sacca piena di medicine che ti servono per sopravvivere… e ti accorgi di essere quasi un robot… che fa tutto in automatico senza più un’anima viva. MA ALLORA CHI SONO VERAMENTE? Forse solo la vittima di un copione incompleto che il destino ha ingabbiato ed altri hanno distrutto invece di completarlo. MA ALLORA CHI SEI TU VERAMENTE? Non certo il mio amore… non lo sei mai stato “credo”… altrimenti non mi avresti trattata così… in te vedo solo un falco che ha saputo strappare profondamente la mia anima. Che strana visione che ho di te! Ma perché hai scelto di essere un falco e non un essere umano? Perché se conoscevi già la mia sofferenza? Come sempre… nella mia vita… su ogni risposta cade il “silenzio”. 58


Biografia Di origine siculo-calabrese, Carmela Monteleone vive ad Avola dove, come l’ha definita il suo amico giornalista Roberto Rubino, scandisce il ritmo della sua vita fra la dialisi, lo scrivere e le persone che la sostengono in questa dura battaglia. Ha vinto numerosi premi letterari. Fa parte dell’Accademia Nazionale “Ruggero II di Sicilia” e del Centro Studi “Restivo” di Palermo. È presente in varie antologie e riviste letterarie. Ha pubblicato “Le urla del tuo mare” (Premio speciale della giuria “Il Golfo” di La Spezia), “La fiaba dell’uomo con gli occhi nel cuore” (con la ristampa della seconda edizione) e “La donna della bettola e altri racconti notturni” (Diploma di Benemerenza dell’“Accademia Ruggero II di Sicilia”). Ama sognare ad occhi aperti camuffando la sua sofferenza con dei sorrisi, che servono a dimenticare l’incertezza del suo futuro.

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INDICE

Presentazione Schegge di vita ospedaliera Biografia

pag. 7 “ 35 “ 59

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Finito di stampare presso GEPAS - Avola nel mese di Agosto 2005 per conto della Libreria Editrice Urso

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Schegge... di un copione ingabbiato  
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