Page 1

editoriale Il dovere di pensare di Pina De Simone primo piano Francesco e il nodo dei diritti umani di Giuseppe Dalla Torre

ANNO XVIII n. 69 GENNAIO-MARZO 2018

1

Beatrice Draghetti Giuseppe Elia Marco Ivaldo Paolo Nepi Paolo Trionfini Matteo Truffelli Ilaria Vellani

GENNAIO-MARZO 2018

dossier Azione cattolica e azione politica a cura di Paolo Trionfini e Ilaria Vellani L’impegno culturale ed educativo di Giuseppe Elia Territorio, territorialità e territorializzazione di Paolo Nepi La cura della vita democratica e la partecipazione di Marco Ivaldo La promozione delle donne di Beatrice Draghetti In cerca della Politica con la maiuscola di Matteo Truffelli eventi&idee L’Homo saecularis e l’età dell’inconsistenza di Piero Pisarra Ripensare la cittadinanza attraverso l’etica civile di Michele D’Avino il libro&i libri La scienza tra passione e mercato di Carlo Cirotto Costituzione e cattolicesimo democratico di Gian Candido De Martin Rileggere Albert Camus di Piergiorgio Grassi Il testamento politico di Robert Schuman di Roberto Nigido profili Alcide De Gasperi e il sogno europeo di Marco Odorizzi

Azione cattolica e azione politica AZIONE CATTOLICA E AZIONE POLITICA

Un futuro incollato al presente di Mario Brutti

«Dialoghi» Rivista trimestrale – Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1 – CNS/AC Roma ISSN 1593-5760 – Euro 8,00

1

Mario Brutti Carlo Cirotto Giuseppe Dalla Torre Michele D'Avino Gian Candido De Martin Pina De Simone Piergiorgio Grassi Roberto Nigido Marco Odorizzi Piero Pisarra


1/2018 Anno XVIII n. 69

Dialoghi è il trimestrale culturale promosso dall’Azione cattolica italiana, in collaborazione con l’Istituto “Vittorio Bachelet” per lo studio dei problemi sociali e politici, con l’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia “Paolo VI” e con l’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”. Dialoghi è uno strumento per leggere la società contemporanea in maniera non impulsiva e per cogliere le sfide dell’oggi. Nello stile di una fede, intellettualmente curiosa, che non si preclude alcun campo di riflessione e non teme il confronto. Dialoghi nasce dal lavoro del Comitato di direzione che porta avanti insieme un esercizio di discernimento ed elaborazione culturale, nel coinvolgimento di un’ampia rete di intellettuali e nel dialogo tra discipline diverse. Dialoghi è un aiuto a riscoprire la ricchezza di senso e di valore che è dentro la concretezza del tempo che viviamo. Una “provocazione” a guardare al futuro con speranza.

Direttore: Pina DE SIMONE Comitato di direzione: Andrea AGUTI, Luigi ALICI, Mario BRUTTI, Luciano CAIMI, Giacomo CANOBBIO, Carlo CIROTTO, Giuseppe DALLA TORRE, Gian Candido DE MARTIN, Pina DE SIMONE, Gabriele GABRIELLI, Roberto GATTI, Giovanni GRANDI, Piergiorgio GRASSI, Giuseppe LORIZIO, Armando MATTEO, Fabio MAZZOCCHIO, Francesco MIANO, Giuseppe NOTARSTEFANO, Donatella PAGLIACCI, Piero PISARRA, Enzo ROMEO, Gualtiero SIGISMONDI, Paolo TRIONFINI, Matteo TRUFFELLI, Ilaria VELLANI.

Paolo NEPI, Lorenzo ORNAGHI, Orazio Francesco PIAZZA, Antonio PIERETTI, Ernesto PREZIOSI, Paola RICCI SINDONI, Franco RIVA, Ignazio SANNA, Pierangelo SEQUERI, Domenico SIGALINI, Marco VERGOTTINI, Carmelo VIGNA, Francesco VIOLA, Stefano ZAMAGNI, Sergio ZANINELLI. Editrice: Fondazione Apostolicam Actuositatem sede legale: via Conciliazione 1, 00193 Roma uffici e redazione: via Aurelia 481, 00165 Roma www.editriceave.it Ufficio abbonamenti: abbonamenti@editriceave.it tel. 06 661321 – fax 06 6620207

Direttore responsabile: Piergiorgio GRASSI Redazione: Andrea DESSARDO, Antonio MARTINO dialoghi@azionecattolica.it Comitato scientifico: Pasquale ANDRIA, Renato BALDUZZI, Giuseppe BETORI, Giandomenico BOFFI, Francesco BONINI, Paolo BUSTAFFA, Giorgio CAMPANINI, Francesco Paolo CASAVOLA, Lorenzo CASELLI, Piero CODA, Francesco D’AGOSTINO, Attilio DANESE, Antonio DA RE, Cecilia DAU NOVELLI, Giulia Paola DI NICOLA, Franco GARELLI, Claudio GIULIODORI, Francesco LAMBIASI, Gildo MANICARDI, Ferruccio MARZANO,

Progetto grafico: Giuliano D’ORSI, Veronica FUSCO Redazione Ave-Faa Impaginazione: Veronica FUSCO – Redazione Ave-Faa Stampa: Arti Grafiche Picene s.r.l. – Pomezia (Rm) Reg. Trib. di Roma iscr. n. 133/2001 del 3/4/2001 Pubblicazione associata all’USPI (Unione Stampa Periodica Italiana) Tiratura: 2.400 copie Finito di stampare nel mese di marzo 2018


editoriale 5

primo piano 9

Il dovere di pensare di Pina De Simone Oltre la “fiera dei miracoli” vista in campagna elettorale, resta un’Italia da governare e il bisogno di tornare a pensare criticamente e insieme il futuro del nostro Paese.

Francesco e il nodo dei diritti umani di Giuseppe Dalla Torre Il discorso di papa Bergoglio al Corpo diplomatico accreditato in Vaticano. Tra diritti fondamentali violati e disattesi e “nuovi diritti” non di rado in contrapposizione tra loro.

15

Un futuro incollato al presente di Mario Brutti Il 51° Rapporto Censis. Ritratto di una società italiana che appare sconnessa, disintermediata, a scarsa capacità di interazione, a granuli via via più fini. Ancora lontano da un nuovo ciclo di sviluppo.

dossier 22

Azione cattolica e azione politica a cura di Paolo Trionfini e Ilaria Vellani Vi proponiamo alcuni contributi offerti al XXXVIII Convegno Bachelet, tenutosi nell’anno lungo delle celebrazioni del centocinquantesimo della fondazione dell’Azione cattolica, con l’intento di dare profondità storica alla riflessione sulle sfide che interpellano l’associazione. Cinque ambiti attraverso i quali il rapporto Azione cattolica e politica si declina nel nostro tempo, continuando la ricerca della costruzione di una società più umana.

28

L’impegno culturale ed educativo di Giuseppe Elia

36

Territorio, territorialità e territorializzazione di Paolo Nepi

44

La cura della vita democratica e la partecipazione di Marco Ivaldo

54

La promozione delle donne di Beatrice Draghetti

62

In cerca della Politica con la maiuscola di Matteo Truffelli


sommario

eventi&idee 72

L’Homo saecularis e l’età dell’inconsistenza di Piero Pisarra Roberto Calasso e il suo L’innominabile attuale. La denuncia dei tabù di una società che vive senza Dio; di un mondo secolarizzato che crede solo in se stesso e che ha rinunciato a “guardare oltre”.

76

Ripensare la cittadinanza attraverso l’etica civile di Michele D’Avino Il Forum nazionale di Etica civile. A Roma un incontro per rilanciare il percorso disegnato con il Patto di Milano e rinsaldare la rete dei sottoscrittori.

il libro&i libri 80

La scienza tra passione e mercato di Carlo Cirotto Recensione a Scienza, quo vadis? di G. Pacchioni

85

Costituzione e cattolicesimo democratico di Gian Candido De Martin Recensione a I cattolici democratici e la Costituzione di N. Antonetti, U. De Siervo, F. Malgeri

89

Rileggere Albert Camus di Piergiorgio Grassi Recensione a Un’utopia modesta. Saggio su Albert Camus di R. Gatti, M. Bartoni, L. Fatini

95

Il testamento politico di Robert Schuman di Roberto Nigido Recensione a Per l’Europa di R. Schuman (a cura di E. Zin)

profili 101

Alcide De Gasperi e il sogno europeo di Marco Odorizzi La profondità del pensiero dello statista trentino, tra i padri fondatori dell’Unione europea. Una fede incrollabile nell’uomo e nella sua possibilità di costruire sentieri di pace.

1/2018


editoriale

Il dovere di pensare

C

di Pina De Simone

hiudiamo questo numero all’indomani delle elezioni politiche in Italia. Si conclude un momento importante della vita del Paese, vissuto con una buona dose di disorientamento e di confusione. Qualcuno ha definito l’ultima campagna elettorale la “fiera dei miracoli”. Promesse fantasmagoriche, soluzioni strabilianti presentate come a portata di mano. Senza occuparsi della sostenibilità o della praticabilità della loro realizzazione. In campagna elettorale, si sa, tutto diventa possibile e soprattutto le paure trovano un canale in cui rimbalzare dando corpo a interpretazioni della realtà immediate e viscerali e a prospettive di soluzione altrettanto immediate e viscerali. È una strana epoca la nostra. Una interdipendenza crescente e la paura dell’altro si mescolano ad ogni passo. Gli interessi particolari si amplificano in un orizzonte che percepiamo sempre più globale ma che non riusciamo a capire e che ci spaventa. È il tempo di Internet e di una vita iperconnessa ed è il tempo di fondamentalismi di ogni genere. Possiamo sapere tutto di tutti con un semplice click e non sappiamo nulla veramente se non quello che altri ci vogliono far sapere. Alla straordinaria sovrabbondanza di notizie corrisponde la difficoltà a comunicare, a capire. Ed è forse questo all’origine della fatica del giudizio che viviamo un po’ 1/2018

5


editoriale Il dovere di pensare

tutti e che, nella nettezza di affermazioni gridate o ripetute quasi ossessivamente, negli slogan che semplificano la complessità dei problemi, ma anche nei tecnicismi di ogni genere, diventa negazione della possibilità stessa di elaborare un giudizio veramente pensato e ponderato. Può esserci però libertà senza conoscenza, esercizio di responsabilità senza pensiero? Oggi più che mai ci sembra di poter dire che, al di là delle formule di governo che verranno trovate, la speranza per il nostro Paese (e non solo...), la possibilità di un futuro più umano, passano attraverso il pensiero! Se possiamo sperare di vincere l’indifferenza su cui cresce la violenza di ogni genere; se possiamo sperare di sottrarci al gioco perverso degli interessi di chi vuole alimentare una guerra tra poveri, dobbiamo ricominciare a pensare: a pensare criticamente e a pensare insieme. Pensare criticamente, perché il pensiero è capacità di porre domande, non di dubitare di tutto in uno scetticismo paralizzante, ma di saper cercare ciò che conta, ciò che è al fondo e che muove i processi dentro cui siamo immersi. Il pensiero mal si concilia con la superficialità, perché esplora, scava, scandaglia le profondità di ciò che ci sta dinanzi e di ciò che viviamo. Non è un sistema precostituito di idee, ma è ricerca, volontà di capire, disponibilità a interrogare e a lasciarsi interrogare. Pensare vuol dire non lasciare che tutto scorra intorno a noi come se non ci toccasse. Vuol dire rifuggire da ogni forma di immobilità e di immobilismo, ricordando però che il pensiero ha bisogno della quiete e del silenzio, perché solo da questi può sgorgare veramente. Pensare criticamente non vuol dire lasciarsi andare ad una asettica e sterile analisi che si gloria della propria perizia. Vuol dire piuttosto riflettere, piegarsi sulla realtà in quanto vissuta, per coglierne il senso. È capacità di giudizio e di discernimento. Capacità di distinguere e di chiamare per nome: perché non è vero che tutto è sullo stesso piano in questa realtà sempre più simile a una schiuma indistinta e confusa. Pensare criticamente vuol dire scorgere le priorità, intuire il valore, perché è l’intuizione del valore ciò che ci rende veramente capaci di conoscere, e se questa non c’è possiamo dire di avere competenze tecniche, ma non di aver maturato un’autentica conoscenza del reale.

6


Pina De Simone

Pensare criticamente vuol dire lasciar battere al fondo del nostro interrogare la ricerca del bene, riconoscendone la trascendenza rispetto a noi stessi ma anche l’imprescindibile priorità. Ed è assunzione di responsabilità, perché la conoscenza non è mai fine a se stessa, ma è sentirsi implicati nella realtà: il pensiero non è mai sganciato dall’azione. Un simile pensare però, non è possibile se non come un pensare insieme. È soltanto nel confronto che possiamo conoscere, capire, imparare ad agire, un confronto che è fatto prima di tutto di ascolto: perché la verità è dialogica e relazionale. La campagna elettorale ha visto contrapporsi interpretazioni della realtà presentate ciascuna come indiscutibile verità. Assai poco è stato lo spazio per il confronto reale sulle questioni; un confronto che è stato sistematicamente evitato preferendo le parole d’ordine, la banalità dei discorsi, l’offesa e talvolta perfino la volgarità dei toni e delle parole. Il voto degli italiani ha espresso invece, al di là di tutto, un grande bisogno di ascolto, il desiderio di poter contare, di vedere presi sul serio la sofferenza e il disagio di tanti. Sarebbe grave se il punto di approdo fosse solo un cambio di guardia che non cambia, nella sostanza, il modo di fare politica. «Hanno dimenticato la strada che porta in mezzo alla gente», qualcuno ha detto in questi giorni. E forse il compito nuovo che si apre è proprio quello di ritrovare questa strada, ma di ritrovarla veramente, o di ridisegnarla in maniera nuova. Non con i toni della propaganda, con le grida degli arruffapopoli, con i paternalismi di qualsivoglia segno, ma con la volontà di chi vuole ascoltare ed accogliere, costruire in comune il bene comune, e soprattutto con una visione ampia, recuperando il gusto di idealità dimenticate. «Bisogna ad ogni costo salvare la speranza degli uomini in un ideale temporale, un ideale dinamico di pace sulla terra, nonostante sembri utopistico in partenza. Ed è troppo chiaro che oggi l’assenza di un simile ideale crea un tragico vuoto nel cuore dei popoli e dei governanti»: così scriveva Maritain nel 1966 in Le condizioni spirituali del progresso e della pace (in Approches sans entraves. Scritti di filosofia cristiana, tr. it. Città Nuova, Roma 1977). Il «tragico vuoto» di assenza di idealità, specie a livello politico, lo avvertiamo un po’ tutti. Non abbiamo bisogno di essere blanditi con promesse irrealizzabili, né di vederci restituite le nostre paure nell’incondizionata affermazione di interessi par1/2018

7


editoriale Il dovere di pensare

ticolari. Abbiamo bisogno di ritornare a sperare in una società più giusta in cui piuttosto che guardare con sospetto a chi ci sta a fianco si guardi insieme avanti verso uno sviluppo possibile. Abbiamo bisogno di ricominciare a credere che vivere insieme essendo diversi è possibile. Che non è necessario parlare tutti la stessa lingua, dire le stesse cose, avere la stessa fede, le stesse tradizioni, per potersi incontrare e riconoscere, per poter costruire insieme il Paese e rendere più umano il mondo. Abbiamo bisogno di capire che la guerra di tutti contro tutti non è una ineludibile ovvietà ma una distorsione della coesistenza umana, della fattiva cooperazione in vista di un bene senza recinti e senza scarti. È la pace, ossia la fraternità umana, ciò che è da riproporre e da perseguire, ma come un ideale in grado di orientare le scelte, i progetti, guidare l’acquisizione di competenze, lo sviluppo della ricerca, l’ideazione di nuovi modelli economici, l’azione politica. Ma per fare questo, come Maritain sottolineava in quel testo del 1966, occorre «un immenso compito di educazione», una cura dello spirituale, ossia una formazione della vita interiore che renda possibile pensare di più e pensare seriamente, ma che soprattutto renda capaci di pensare insieme, provando il gusto dell’«amicale disaccordo» che la ricerca della verità porta con sé. Noi di «Dialoghi» ci siamo. Il nostro desiderio è che la rivista diventi sempre di più uno spazio di confronto e di ricerca, uno spazio di pensiero condiviso che alimenti la capacità di pensare. Non per una élite, ma per tutti. Nella tradizione bella e significativa dell’Azione cattolica, che nei suoi 150 anni ha saputo fare cultura, e cultura di popolo, e che nella storia del nostro Paese ha vissuto l’“azione cattolica” – ossia l’impegno educativo, la testimonianza quotidiana negli ambienti di vita, il servizio ai più poveri, la tessitura di legami dentro la comunità ecclesiale e da un capo all’altro dell’Italia, il respiro internazionale – come “azione politica”: una politica con la P maiuscola, che non si è sottratta, e oggi più che mai non intende sottrarsi, al dovere di pensare.

8


primo piano

Nel suo discorso al Corpo diplomatico, papa Francesco ha rilevato come molti diritti fondamentali siano ancora oggi violati, disattesi. Ciò almeno in parte è dovuto al proliferare di una molteplicità di “nuovi diritti”, non di rado in contrapposizione tra di loro, e dalla difficile collocazione di questi tra universalità e particolarità.

Francesco e il nodo dei diritti umani

S

di Giuseppe Dalla Torre

emmai non lo fosse sempre stata, torna centrale la questione dei diritti umani. E non solo nel senso immediatamente percepibile e più ovvio. I mass-media, infatti, ci danno a flusso continuo notizie dalle quali risulta il permanente far strame, nelle più varie parti del mondo, di quelle spettanze inviolabili ed inalienabili che discendono dalla dignità dell’uomo e che deb- Giuseppe Dalla Torre bono conseguentemente essere riconosciute a è rettore emerito della Lumsa, dove tutti gli uomini. Solo per rimanere ad una di continua a tenere i corsi di Diritto canonico esse, la libertà religiosa, è noto che questa è e di Teologia morale. È presidente del lesa o addirittura violata per sette abitanti del Tribunale dello Stato della Città del mondo su dieci; si tratta di un fenomeno al Vaticano ed editorialista di «Avvenire». quale non si sottrae talora neppure l’Occiden- Tra le sue pubblicazioni: Lezioni di diritto te, pure così orgoglioso e sicuro delle proprie ecclesiastico, Giappichelli, Torino 2015; Lezioni di diritto canonico, Giappichelli, conquiste nel campo delle libertà. Il ritorno della centralità della questione dei Torino 2015; Dio e Cesare. Paradigmi diritti umani non è legato neppure all’inter- cristiani nella modernità, Città Nuova, rogativo, dibattuto da sempre, del loro fonda- Roma 2008. Per le edizioni AVE mento. Sappiamo quanto in materia si siano ha pubblicato La città sul monte. affrontati e confrontati giusnaturalisti e giu- Contributo ad una teoria canonistica delle spositivisti, ma senza risultato. Semmai oggi relazioni fra Chiesa e Comunità politica il problema appare più ampio e complesso. (1996, III ed. 2007). 1/2018

9


primo piano Francesco e il nodo dei diritti umani

Da un lato infatti il non-cognitivismo, che è penetrato come un agente cancerogeno nei tessuti del pensiero occidentale, insidia – con ogni altra certezza – l’idea che ci siano spettanze da riconoscere sempre, dappertutto e per tutti; che ci sia “una” dignità della persona umana, grazie alla quale tutti gli esseri umani sono accomunati nelle medesime, fondamentali, prerogative. Dall’altro lato, da culture esterne alla tradizione giudaico-greco-romana-cristiana si tende a negare l’universalità dei diritti umani, vedendo in essi null’altro che la manifestazione – appunto – di una tradizione culturale, una tra le tante: di conseguenza essi non sarebbero una categoria universale e pertanto non sono universalmente da riconoscere e garantire. Il ritorno della centralità della questione dei diritti umani è oggi legato ad ulteriori fattori, che contribuiscono a minare l’idea che essi costituiscano un terreno condiviso, sul quale potersi incontrare nonostante le diversità culturali, ideologiche, politiche. Un’idea che ha radici risalenti nel tempo, ma che ha preso il volo con le ali della speranza profetica, o se si vuole dell’utopia, alla fine del secondo conflitto mondiale, quando caddero i veli che avevano impedito di vedere – o che avevano costituito l’alibi per non vedere – la sofferenza e la morte programmaticamente organizzate nei lager e nei gulag. La visione che ne seguì, spietatamente documentata anche dai moderni mass-media, costituì la più forte sollecitazione ad elaborare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e altri documenti internazionali, nonostante l’insussistenza di un accordo sul fondamento di tali diritti e seguendo un criterio pragmatico, esperienziale, nella loro individuazione ed elencazione, secondo i saggi suggerimenti di Jacques Maritain.

Proliferazione, mutamento e limiti dei diritti La questione centrale, oggi, è quella della proliferazione dei diritti, del loro mutamento, dei loro limiti, della loro collocazione tra universalità e particolarità. È su tale questione che papa Francesco ha voluto incentrare il discorso pronunciato in Vaticano l’8 gennaio di quest’anno, nel consueto incontro annuale con i membri del corpo diplomatico accreditati presso la Santa Sede. Un discorso nel quale il pontefice ha tenuto a ribadire, sulla scia degli insegnamenti del Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et spes, che «nel rapporto con le Autorità civili, la Santa Sede

10


Giuseppe Dalla Torre

non mira ad altro che a favorire il benessere spirituale e materiale della persona umana e la promozione del bene comune». Dunque crisi dei diritti umani. La denuncia è chiara e circostanziata: «A settant’anni di distanza [dalla promulgazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo], duole rilevare come molti diritti fondamentali siano ancor oggi violati. Primo fra tutti quello alla vita, alla libertà e alla inviolabilità della persona umana. Non sono solo la guerra o la violenza che li ledono. Nel nostro tempo ci sono forme più sottili: penso anzitutto ai bambini innocenti, scartati ancor prima di nascere; non voluti talvolta solo perché malati o malformati o per l’egoismo degli adulti. Penso agli anziani, anch’essi tante volte scartati, soprattutto se malati, perché ritenuti un peso. Penso alle donne, che spesso subiscono violenze e sopraffazioni anche in seno alle proprie famiglie. Penso poi a quanti sono vittime della tratta delle persone che viola la proibizione di ogni forma di schiavitù. Quante persone, specialmente in fuga dalla povertà e dalla guerra, sono fatte oggetto di tale mercimonio perpetrato da soggetti senza scrupoli?». Ma, come s’è già accennato, la crisi non si pone solo sul piano fattuale, dell’esperienza. Essa ha radici più profonde e più gravi, che paradossalmente, quasi in una eterogenesi dei fini, affondano proprio in quella cultura dell’Occidente, il cui pensiero filosofico ha fatto emergere con nettezza la sussistenza di istanze garantistiche universali ed è stato un potente fattore di promozione della consapevolezza relativa nel corpo sociale. «Occorre tuttavia constatare – ha detto Francesco – che, nel corso degli anni, soprattutto in seguito ai sommovimenti sociali del “Sessantotto”, l’interpretazione di alcuni diritti è andata progressivamente modificandosi, così da includere una molteplicità di “nuovi diritti”, non di rado in contrapposizione tra loro». Si tratta di un fenomeno nuovo, dalle molte facce, certamente legato a quelle involuzioni in senso individualistico che sembrano marcare le società occidentali e che si esprime su due piani diversi. Il primo è quello dell’allargamento progressivo e sempre più accentuato del “paniere” dei diritti considerati umani, sia per l’assunzione al loro più alto livello di diritti tout court, che dovrebbero porsi semmai su un piano inferiore non presentando i profili della universalità e della immodificabilità che sono propri dei diritti umani, o che costituiscono solo la positivizzazione – 1/2018

11


primo piano Francesco e il nodo dei diritti umani

storicamente caratterizzata e parziale – di spettanze universali; sia per l’assunzione, a livello di diritti, di rivendicazioni che di per sé non avrebbero rilevanza giuridica. Il dilagante fenomeno della “giuridificazione dei desideri”, cioè del riconoscimento come diritto di ogni istanza, persino di ogni pulsione individuale, che caratterizza la nostra società malata di individualismo, è troppo noto per dovercisi soffermare in questa sede. L’altro piano del fenomeno denunciato dal Papa può cogliersi nella proliferazione dei diritti settoriali e particolari: delle donne, dei bambini, dei malati, dei diversamente abili, degli immigrati ecc. Trattasi di distinzioni in principio sacrosante, che però portate alle estreme tendono a svuotare completamente l’idea che sussistano diritti da riconoscersi a tutti, in ogni luogo e sempre, vale a dire appunto i diritti umani. Non piccola conseguenza di tale fenomeno è, a ben vedere, una erosione progressiva del principio di eguaglianza nella sua radicalità, che pure è principio relativo e non assoluto nella misura in cui impone di trattare in maniera uguale situazioni uguali, ed in maniera diversa situazioni differenti. Ma la denuncia di Francesco va oltre.

La colonizzazione ideologica dei più forti e dei più ricchi Il moltiplicarsi di “nuovi diritti”, che spesso confliggono tra di loro, «non ha sempre favorito la promozione di rapporti amichevoli tra le Nazioni, poiché si sono affermate nozioni controverse dei diritti umani che contrastano con la cultura di molti Paesi, i quali non si sentono perciò rispettati nelle proprie tradizioni socio-culturali, ma piuttosto trascurati di fronte alle necessità reali che devono affrontare». Ed ha aggiunto: «Vi può essere quindi il rischio – per certi versi paradossale – che, in nome degli stessi diritti umani, si vengano ad instaurare moderne forme di colonizzazione ideologica [corsivo nel testo originale] dei più forti e dei più ricchi a danno dei più poveri e dei più deboli. In pari tempo, è bene tenere presente che le tradizioni dei singoli popoli non possono essere invocate come un pretesto per tralasciare il doveroso rispetto dei diritti fondamentali enunciati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo». Dunque il Papa segnala un nodo rilevantissimo, perché gravido di pericolose conseguenze negative. Da un lato il pericolo di una nuova colonizzazione, più subdola e sottile di quella storicamen-

12


Giuseppe Dalla Torre

te conosciuta, che tende a sradicare i valori delle culture locali in nome di pretesi diritti umani, in una sorta di globalizzazione che schiaccia le identità e soffoca un legittimo pluralismo; ma soprattutto una nuova colonizzazione che, in nome di pretesi diritti umani, schiaccia reali diritti umani: si ricordi, con riferimenti a Paesi non occidentali, l’ormai annosa querelle relativa ai cosiddetti “diritti riproduttivi”. È da notare tra l’altro che dietro a queste azioni di neocolonialismo ci sono, anche, consistenti interessi economici: si pensi soltanto – con riferimento all’esempio di cui sopra – alle convenienze commerciali delle case farmaceutiche produttrici di contraccettivi. Dall’altro lato però c’è il pericolo che della rivendicazione delle proprie identità abbiano a servirsi quanti si muovono su strade oggettivamente lesive di diritti umani: l’esempio della rivendicazione delle proprie tradizioni culturali per sostenere la legittimità delle pratiche di mutilazione genitale femminile è sin troppo eloquente! Bisogna riconoscere con onestà intellettuale che non si sono raggiunte, a livello speculativo, convinzioni condivise in tema di conflitti tra diritti e di limiti ai diritti. I pronunciamenti delle Corti supreme e delle Corti internazionali al riguardo sembrano essere ancora ai balbettamenti, con il comodo ma ambiguo rifugio – in molti casi – nella giustificazione dell’esistenza di “margini di apprezzamento”, di “margini di tolleranza” relativamente a dati normativi, a pronunciamenti di autorità amministrative o giurisdizionali, a prassi concrete, che pure si discostano più o meno sensibilmente dal paradigma del diritto umano consacrato.

La centralità della dignità della persona Nel discorso pontificio non manca, né poteva mancare, il richiamo al fondamento dei diritti umani, insieme al richiamo delle ragioni dell’interessamento della Chiesa per una tematica che parrebbe appartenere propriamente all’ordine di ciò «che è di Cesare». «Per la Santa Sede, infatti, parlare di diritti umani significa anzitutto riproporre la centralità della dignità della persona, in quanto voluta e creata da Dio a sua immagine e somiglianza. Lo stesso Signore Gesù, guarendo il lebbroso, ridonando la vista al cieco, intrattenendosi con il pubblicano, risparmiando la vita dell’adultera e invitando a curare il viandante ferito, ha fatto 1/2018

13


primo piano Francesco e il nodo dei diritti umani

comprendere come ciascun essere umano, indipendentemente dalla sua condizione fisica, spirituale o sociale, sia meritevole di rispetto e considerazione. Da una prospettiva cristiana vi è dunque una significativa relazione fra il messaggio evangelico e il riconoscimento dei diritti umani, nello spirito degli estensori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo». E si aggiunge: «Tali diritti traggono il loro presupposto dalla natura che oggettivamente accomuna il genere umano. Essi sono stati enunciati per rimuovere i muri di separazione che dividono la famiglia umana e favorire quello che la dottrina sociale della Chiesa chiama sviluppo umano integrale [corsivo nel testo originale], poiché riguarda la “promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo […] fino a comprendere l’umanità intera (Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], 14)”. Una visione riduttiva della persona umana apre invece la strada alla diffusione dell’ingiustizia, dell’ineguaglianza sociale e della corruzione». In conclusione si può porre nuovamente un interrogativo non nuovo: l’intervento della Chiesa a sostegno dei diritti umani costituisce una, sia pur giustificabile, intromissione negli affari che sono “di Cesare”?; significa, peggio, una sorta di secolarizzazione del messaggio cristiano?; la Chiesa si trasforma in agenzia umanitaria? In realtà, come ha insegnato il Vaticano II, l’impegno della Chiesa per i diritti umani ha ragioni autenticamente inerenti alla missione sua propria: la salvaguardia dell’uomo, di tutto l’uomo, nella sua vocazione trascendente. Richiamando la nota pagina evangelica del tributo, si potrebbe dire che se le violazioni della dignità della persona umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, costituiscono una illegittima invasione da parte dei Cesari di questo mondo dello spazio che è proprio di Dio, allora quando la Chiesa si batte per i diritti umani si muove per salvaguardare le spettanze di Dio dalle pretese di Cesare.

14


primo piano

Il 51° Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese. La società italiana appare sconnessa, disintermediata, a scarsa capacità di interazione, a granuli via via più fini. E la ripresa registrata in questi ultimi mesi sembra indicare, più che l’avvio di un nuovo ciclo di sviluppo, il completamento del precedente, senza ampliamento della base produttiva e dell’occupazione.

Un futuro incollato al presente

È

di Mario Brutti

naturale che da un Rapporto ormai talmente consolidato da aver superato il mezzo secolo di vita, siamo infatti alla 51ª edizione, ci si voglia aspettare, dopo un lungo e severo decennio di crisi, risposte a una domanda che riguarda non solo la robustezza e la continuità della ripresa economica, per altro condizionata da tanti fattori esterni – finanziari, geopolitici, di regolazione europea, di nuove traiettorie tecnologiche –, quanto la possibilità di ritrovare e di rinnovare quella forza costitutiva, che ha caratterizzato il più intenso periodo di sviluppo del paese. Il Censis al riguardo sottolinea gli elementi di successo di chi ha avuto la capacità di mantenere il paese tra i grandi dell’economia globale: – la contrazione dei consumi e degli investimenti ha portato le imprese a concentrarsi quasi esclusivamente sulla ripresa di capacità competitiva, col rafforzamento di tanti settori che nell’anno hanno Mario Brutti accelerato in fatturato e produttività (dall’a- è sociologo. Ha diretto l’area di ricerca groalimentare all’automazione, dai materiali Economia e Lavoro del Censis e il Servizio per le costruzioni ai macchinari, dalla nautica Studi dell’Associazione Sindacale Intersind. all’automobile, dall’ingegneria al design, dal Autore di numerosi studi è componente lusso alle assicurazioni); – nel mondo artico- del Consiglio scientifico dell’Istituto lato e complesso delle professioni, segnato da «Vittorio Bachelet». 1/2018

15


primo piano Un futuro incollato al presente

una riduzione delle opportunità e dei compensi senza precedenti, si è affermata la convinzione che il futuro professionale dipenda da reti basate sulle specializzazioni e sull’orizzonte internazionale, e chi ha investito in questa direzione oggi raccoglie i primi frutti; – nella gestione dei poli, delle reti e dei servizi infrastrutturali lo sforzo si è concentrato sulla capacità di estrarre valore dai flussi crescenti di persone e di mezzi in arrivo e in partenza, e i risultati positivi cominciano a emergere con una qualche chiarezza. Non si è avuta peraltro energia sufficiente ad affermare continuità e spessore di tutti quei processi che si muovono lungo linee parallele di intelaiatura in un tessuto condiviso e adeguatamente robusto, con un ulteriore e progressivo impoverimento delle funzioni attorno alle quali si forma e si organizza la società; – si sono indebolite le funzioni selettive esercitate dalla politica industriale e dalla politica di investimento dei grandi investitori istituzionali, dalle centrali di acquisto pubbliche e dai grandi committenti privati, con uno spostamento di azione verso interventi a pioggia con i bonus o i crediti di imposta, con numeri di venture capital sulle imprese innovative molto lontani dai migliori parametri internazionali, con programmi orientati alla rimodulazione lineare della spesa più che al sostegno del tessuto imprenditoriale; – funzioni di affidamento del merito di credito sono sempre più condizionate da base dati e algoritmi efficaci dal punto di vista della regolazione e della patrimonializzazione delle banche, ma troppo freddi nella relazione tra l’impresa e il suo contesto; – le riforme dell’apparato istituzionale per la scuola, il fisco, la sanità, la politica interna e internazionale, le politiche attive per il lavoro, gli incentivi per le imprese, il rammendo delle grandi periferie urbane, fino alle riforme di livello costituzionale sono tutte rimaste prigioniere nel confronto di breve termine e intrappolate nell’inconsistenza; – con la conseguenza che, non avendo sedi dove portare interessi, identità, istanze economiche e sociali, gli stessi soggetti della rappresentanza proseguono il loro arretramento – negli ordini professionali come nel sindacato, nelle organizzazioni datoriali come nelle casse private di previdenza e di assistenza – lasciando agire il frastuono comunicativo di presenza del leader. Da tale insieme di fattori il Censis deduce che siamo oggi una società meno impaurita del recente passato, ma anche meno solida; la società italiana ha compiuto un lungo ciclo di sviluppo

16


Mario Brutti

sociale silenzioso; uno sviluppo senza espansione economica, uno svolgimento senza ampliamento della base produttiva e dell’occupazione. Si tratta però solo di un primo avvio lungo un nuovo ciclo, mentre permangono irrisolte le molte lacerazioni del tessuto sociale: siamo un paese invecchiato che fatica ad affacciarsi sullo stesso mare di un continente di giovani; impotente di fronte a cambiamenti climatici e a eventi catastrofici che chiedono grandi risorse e grande impegno collettivo; ferito dai crolli di scuole e di ponti dovuti alla scarsa cultura della manutenzione; incerto sulla concreta possibilità di offrire pari opportunità al lavoro e all’imprenditoria femminile nelle aree a minore sviluppo; incerto nel dilagare di nuove tecnologie che spostano il senso comune della riservatezza, della proprietà dei dati e delle informazioni, della memoria. Un paese ancora incapace di vedere nel Mezzogiorno una riserva di opportunità preziose per tutti.

La frattura fra laureati e mondo del lavoro Una contraddizione fra tante merita, a giudizio del Censis, una sottolineatura specifica: quella fra laureati e mondo del lavoro, visto che, da un lato, la quota dei laureati è considerata troppo bassa per un sistema economico avanzato come il nostro, tanto è vero che l’Italia è al penultimo posto nell’Unione europea, prima solo della Romania, e, dall’altro lato, il nostro mercato del lavoro non riesce ad assorbirne a sufficienza: nel 2013 il tasso di disoccupazione dei laureati 25-34enni è stato pari al 15,3%, mentre solo il 12,5% delle assunzioni previste dalle imprese private era relativo a persone laureate, cui tra l’altro si chiedeva nel 67,3% dei casi una esperienza specifica nella posizione professionale da ricoprire. Come in un gioco di specchi i deficit dell’alta formazione e quelli del sistema economico e produttivo si amplificano e si alimentano l’uno con l’altro. Si capisce, allora, come da un’evoluzione così complessa e contraddittoria il Censis non riesca a intravedere altro che «un futuro incollato al presente»: perché se immaginare il proprio futuro è una parte essenziale dei processi di evoluzione sociale, il prezzo che abbiamo pagato in questo decennio è proprio il consumo, senza sostituzione, di quella passione per il futuro che esorta, sospinge, sprona ad affrettarsi, senza volgersi indietro. E questo, pur sapendo come lo spazio che separa il presente dal futuro è il luogo della crescita. 1/2018

17


primo piano Un futuro incollato al presente

Processi di liquefazione Cerchiamo allora di cogliere col Censis le ragioni di tale conclusione per un paese che in conseguenza, se non per risposta, alla recessione economica ha continuato a seguire «processi a bassa interferenza reciproca» di disarticolazione delle giunture che uniscono le varie componenti sociali, lasciando spazio a una liquefazione che rafforza contenitori isolati e a forte tenuta interna, ma ne riduce la capacità di correlazione esterna. In rapida sintesi sono processi di: – progressiva disintermediazione, affermando il dominio della relazione diretta tra rappresentante e rappresentato, tra produttore e consumatore, tra impresa e mercato, tra donatore e beneficiario, sottraendo forza ai soggetti e agli strumenti della mediazione, spazzando via gli intermediari, accorciando ogni catena di relazioni; – affermazione di consumi mediatici e di palinsesti informativi tutti giocati sulla presenza e rappresentazione individuali, con un linguaggio spesso involgarito per semplificazione e per convenienza; – incessante inseguimento da parte di una politica col fiato corto di un quotidiano “mi piace” nella personale verticalizzazione di presenza mediatica distratta da ogni forma di articolazione degli obiettivi e dei metodi per conseguirli, con programmi di governo del paese e delle città tanto annunciati quanto inattuati. Invero riguardo alla politica la fenomenologia rivelata dal Censis desta impressione, stante la dimensione colossale dell’onda di sfiducia che l’ha investita: l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel governo centrale, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, dalle regioni alle amministrazioni comunali. Siamo pervenuti a una sfiducia di carattere sistemico, il cui tocco corrosivo ha ormai raggiunto i gangli vitali della sfera socio-politica, se il 60% degli italiani si dichiara insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro paese e il 64% è convinto che la voce del cittadino semplicemente non conti nulla. L’“ascensore bloccato” Di fronte alla forza dirompente di linguaggi e contenuti populisti o neosovranisti e alle connesse soluzioni semplicistiche, per la gran parte impraticabili, ma che scaldano i cuori di tanti gruppi sociali in difficoltà a causa della crisi e della velocità delle dinamiche globali, i linguaggi della mediazione politica tradizionale bal-

18


Mario Brutti

bettano e soggiacciono al rancore di scena da tempo nella nostra società, con esibizioni di volta in volta indirizzate verso l’alto, attraverso i veementi toni dell’antipolitica, o verso il basso, a caccia di indifesi e marginali capri espiatori, dagli homeless ai rifugiati. È un sentimento che nasce da una condizione strutturale di blocco della mobilità sociale nella quale è coinvolto pesantemente anche il ceto medio, oltre ai gruppi collocati nella parte più bassa della piramide. Prevale, infatti, la convinzione che sia difficile salire nella scala sociale: lo pensa l’87,3% degli italiani che sentono di appartenere al ceto popolare, l’83,5% del ceto medio, ma anche il 71,4% del ceto benestante. Al contrario pensa sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, ma anche il 62,1% delle persone più abbienti. L’ascensore bloccato genera così anche una ingenerosità inedita finora, molto più marcata nei gruppi posizionati più in basso nella scala sociale, in linea con un neoprotezionismo che ha corso a livello globale: se il 47% degli italiani è favorevole ad aiutare rifugiati e profughi, ben il 45% è contrario, quota che sale al 53% tra gli operai e i lavoratori manuali, al 50% tra i disoccupati e addirittura al 64% tra le casalinghe. Non sorprende allora il mood generale sull’immigrazione extracomunitaria, che evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori molto più alti man mano che si scende nella scala sociale: si esprimono negativamente il 72% delle casalinghe, il 71% dei disoccupati e il 63% degli operai e dei lavoratori manuali. Se la crisi ha avuto effetti psicologici regressivi, la ripresa finora non è riuscita a invertire in modo tangibile e inequivocabile la rotta. La distribuzione dei suoi dividendi sociali appare finora inadeguata a riaprire l’unica via che potrebbe allentare tutte le tensioni: la mobilità sociale verso l’alto.

La questione classe dirigente In un contesto simile, incollando il futuro al presente, la società italiana ha resistito anche alla tentazione di porsi il problema della sua classe dirigente, di coloro i quali sono in qualche modo chiamati a dare visione e senso dello sviluppo, a fare cultura del futuro come progetto. Il disimpegno dal varo delle riforme sistemiche, dalla realizzazione delle grandi e minute infrastrutture, dalla condizione delle pe1/2018

19


primo piano Un futuro incollato al presente

riferie urbane, dalla politica industriale, dall’agenda digitale, dalla riduzione intelligente della spesa pubblica, dalla promozione della ricerca scientifica, dal dovere di una risposta alla domanda di inclusione sociale, ha prodotto una società che ha macinato sviluppo, ma che nel suo complesso è impreparata al futuro. Di questo la responsabilità spetta sì alla politica, ma anche alla più vasta classe dirigente per essere venuta meno al compito di preparare e immaginare il futuro, di garantire le condizioni di tenuta e coesione sociale, di ascoltare e di rispondere alla complessità del quotidiano. Venir meno a tale impegno, senza dotarsi di un immaginario potente, comporta, a parere del Censis, restare imprigionati nella trappola del procedere a tentoni, alla ventura, senza metodo e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso progredire del corpo sociale. Emergono da questo Rapporto, sempre puntuale e rigoroso nell’analisi fenomenologica, i limiti di uno spontaneismo lasciato a se stesso, risorsa preziosa che rischia di dissiparsi in mancanza di un quadro progettuale condiviso da una classe dirigente all’altezza del compito: ed è questo un salto di qualità nell’interpretazione con cui il Censis recupera le ragioni della sua costituzione, offrendosi a un nuovo protagonismo per un futuro da riprendere rapidamente a costruire.

20


Azione cattolica e azione politica

a cura di Paolo Trionfini e Ilaria Vellani

dossier


dossier Introduzione

N

el discorso tenuto il 30 aprile 2017, in occasione della celebrazione di apertura del centocinquantesimo anniversario della fondazione dell’Azione cattolica, papa Francesco, dopo aver ricordato la «storia bella e importante» che l’ha contraddistinta, ha esortato l’associazione a non rinchiudersi nell’«autoconservazione», ma a «fare memoria» autentica attraverso la rinnovata responsabilità di «gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo». Tra gli ambiti di impegno delineati, oltre al «servizio della carità», la «passione educativa» e la «partecipazione al confronto culturale», Bergoglio indicava vibrantemente l’«impegno politico», chiosando inaspettatamente: «Mettetevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella Politica con la maiuscola!» (il testo è stato pubblicato in https://w2.vatican.va/content/francesco/it/). Il richiamo, pur con la precisazione introdotta, ha conosciuto un forte impatto sull’opinione pubblica, che è scivolata in un’interpretazione corrente ritagliata sull’attualità più stringente, come se suonasse a monito di una situazione non più sostenibile. Senza voler iscriversi al partito degli esegeti accreditati del genuino pensiero bergogliano, non si può, tuttavia, liquidare sbrigativamente il contesto nel quale il discorso è stato pronunciato, che aveva sullo sfondo la ricorrenza anniversaria della nascita nel 1867 della Società della gioventù cattolica, prima espressione dell’Azione cattolica italiana. In una temperie culturale afflitta da eterno “presentismo”, è serpeggiante la tentazione di piegare strumentalmente ogni discorso pubblico, a prescindere dalla fonte e dal contesto, alle logiche (spesso avviluppate) dell’oggi. Almeno per non incorrere in questo rischio mistificatorio, il XXXVIII Convegno Bachelet, che si è tenuto nell’anno lungo

22


Paolo Trionfini e Ilaria Vellani

delle celebrazioni del centocinquantesimo della fondazione dell’Azione cattolica, ha inteso dare profondità storica alla riflessione sulle sfide che interpellano hic et nunc l’associazione, dischiudendo un futuro meno nebuloso. Solamente, infatti, affondando nelle radici di una tradizione che si è alimentata nella ricerca costante della costruzione di una società che non si potrebbe altrimenti definire che «più umana», come ricorda anche il presidente Matteo Truffelli, è possibile squarciare l’orizzonte dentro il quale oggi l’associazione è chiamata a offrire nuove risposte. In questa ottica, allora, il Convegno si è articolato in una prima sessione di ricostruzione storiografica del lungo percorso del rapporto tra «Azione cattolica e azione politica». Il titolo evocava un articolo scritto da Giuseppe Lazzati su «Cronache sociali» all’indomani delle prime elezioni per il Parlamento della Repubblica italiana, che si tennero il 18 aprile 1948, palesando una compattezza del mondo cattolico che in passato non era mai emersa. Lo scritto suscitò un vivace dibattito che coinvolse anche esponenti dell’Azione cattolica, impattando fragorosamente sull’opinione pubblica. Al di là dei risvolti, le argomentazioni proposte per spiegare la clamorosa affermazione del partito di ispirazione cristiana evidenziavano, invece, la compresenza di sensibilità e culture politiche differenti all’interno dello stesso tessuto ecclesiale. La suggestione, dunque, ha costituito lo spunto per indagare la complessità del rapporto dell’associazione con la politica, che ha conosciuto modalità, strumenti e ricadute anche significativamente diversi nella sua declinazione. Nella ricostruzione proposta, si è toccata – verrebbe da dire – tanto la politica con la maiuscola, quanto con la minuscola. Sotto il primo cono di luce, rientrano sicuramente l’impegno profuso 1/2018

23


dossier Introduzione

dall’Azione cattolica per il consolidamento dell’associazionismo professionale e per la maturazione di una coscienza internazionale, che non è stato possibile approfondire. Non è questa la sede per riprendere diffusamente la parabola storica tracciata dai contributi presentati nella prima parte del Convegno. Preme, piuttosto, richiamare la nota dominante che è emersa a uno sguardo meno rapsodico gettato sul cammino di questi centocinquant’anni: è stato solamente nell’immersione piena nella storia che l’associazione ha ritrovato, si può dire, se stessa. L’Azione cattolica, infatti, ha dovuto continuamente misurarsi con la tensione a concorrere alla costruzione di una comunità “abitabile” per tutta la nazione, senza snaturare la propria vocazione originaria di associazione ecclesiale. È stato un processo sicuramente non lineare, che, tuttavia, nella ricerca sempre aperta, è approdato alla «scelta religiosa», attraverso la quale il rapporto con la politica ha ritrovato il grado di maturazione più compiuto. Alla luce di questo lascito, nella seconda sessione del Convegno, sono stati messi a fuoco cinque ambiti attraverso i quali il rapporto tra Azione cattolica e politica si declina nel nostro tempo. La convinzione che sottende e perciò lega i contributi proposti al Convegno e ospitati in questo Dossier muove dal presupposto che la politica non costituisce – verrebbe voglia di dire semplicemente, ma se così fosse sarebbe una conquista irrinunciabile – il perseguimento del bene comune, ma rappresenta l’apertura alla storia, senza la quale il perno attorno a cui ruota il rapporto si incepperebbe prima ancora di potersi muovere. La riflessione di Giuseppe Elia arriva a individuare nell’apertura, anche come antidoto alla tentazione serpeggiante di «rifugiarsi fra

24


Paolo Trionfini e Ilaria Vellani

le mura rassicuranti delle nostre comunità ecclesiali», la risposta più adeguata, in una sorta di equivalente semantico, al progetto missionario di «uscita» invocato da papa Francesco. Per sostenerla – e non può dirsi un caso nella ricerca delle «cose nuove e cose vecchie» del «tesoro» associativo – occorre uno «stile» improntato alla «cultura del dialogo», la costruzione di una rete di relazioni non virtuali, l’edificazione di comunità solidali attraverso l’«interazione culturale» con le diverse espressioni della società, la tessitura di una nuova «cultura politica» che sappia rianimare un tessuto democratico sotto il segno dell’affermazione di una cittadinanza piena. Per parte sua, Paolo Nepi si è soffermato sulla categoria del «territorio» con le sue estensioni alla «territorialità» e alla «territorializzazione», sfuggendo al gioco lessicale che accompagna spesso il dibattito pubblico sul tema, per affrontarlo nelle molteplici implicazioni che il cambiamento portato dall’immigrazione, la globalizzazione e la rivoluzione digitale ha prodotto. L’effetto combinato di questi processi, se da un lato costituisce un «problema», dall’altro lato rappresenta una risorsa ineludibile per ripensare il territorio in chiave di «comunità, accoglienza, integrazione». Al fondo, la conclusione a cui arriva la messa a fuoco, nel richiamo ai valori fondanti della «buona politica», non si discosta ma anzi integra la suggestiva riflessione di Elia. Marco Ivaldo traccia un quadro penetrante dello stato della democrazia, che necessita di essere alimentata continuamente dalla partecipazione. Seppure la sintomatologia arrivi a manifestare un «disagio», una «sofferenza», se non una vera e propria «crisi», che è lucidamente diagnosticata, andando oltre le vulgate mediatiche, la cura suggerita non si arrende alla rassegnazione, in1/2018

25


dossier Introduzione

vocando come anticorpo la «democratizzazione della democrazia». Non si tratta, tuttavia, di un appello accorato che scivola nella retorica di maniera, ma della richiesta di un supplemento di responsabilità alle «agenzie educative», tra le quali, alla luce della sua storia, non può che essere annoverata anche l’Azione cattolica, affinché diventi sempre più e sempre più incisivamente «luogo di educazione alla vita democratica e alla partecipazione». Appoggiandosi ai quattro assi della «convivenza sociale» richiamati in Evangelii gaudium, come principi della «costruzione di un popolo» (la superiorità del «tempo», dell’«unità», della «realtà», del «tutto» rispettivamente sullo «spazio», sul «conflitto», sull’«idea», sulla «parte»), Ivaldo postula che, per la cura della crisi, serva un orientamento, sia del pensiero che dell’azione, che sappia assumere fecondamente lo scarto fra ideale e fattuale che qualifica la natura stessa della democrazia, «opera umana sempre imperfetta e sempre perfettibile». La conclusione sembra avvalorata da Beatrice Draghetti, la quale, in forma di testimonianza più che di dissertazione, ha rievocato il ruolo di promozione delle donne svolto dall’Azione cattolica a partire dal proprio vissuto esperienziale. Nella condivisione dell’itinerario associativo percorso, il punto di non ritorno è stata la percezione netta «di essere parte e di essere curate e coinvolte». Tra i molti richiami sollevati, Draghetti ha insistito particolarmente sulla formazione ricevuta, che le ha «insegnato», oltre al significato di essere «capo», nel senso della responsabilità assunta, anche la convinzione che la competenza, la dedizione, il disinteresse prevalgono anche nell’impegno politico, inibendo altre scorciatoie per «emergere come donna». Nell’intervento non sono mancate le sottolineature alle sfide che rimangono aperte

26


Paolo Trionfini e Ilaria Vellani

per l’associazione, riconducibili alla capacità di «disseppellire» la «resistenza di vita» delle donne e di trasmettere le «ragioni di vita e di speranza» alle nuove generazioni. Si tratta di un contributo «dal basso» per alimentare modalità nuove di cittadinanza e di appartenenza alla comunità. Su questa suggestione si è innestato idealmente Matteo Truffelli, il quale, nella ricerca delle condizioni per l’Azione cattolica per ritrovare la politica con la maiuscola, ha rovesciato la concezione predominante sulla necessità di avere «buoni politici» in favore della prospettiva di formare «buoni cittadini». In questo senso, l’associazione, per essere «all’altezza della sua storia», come soggetto capillarmente diffuso anche nei territori più periferici, deve operare per «ricucire il paese». L’Azione cattolica, inoltre, può concorrere fattivamente ad alimentare la «passione politica per tornare a pensare il futuro», in un paese che sembra sempre più rinchiuso nel presente, attraverso un investimento fruttuoso nel mutamento di una mentalità improntata alla sfiducia, la disillusione, la rassegnazione, l’indifferenza. Il presidente nazionale ha anche richiamato l’esigenza di continuare, se non rafforzare, l’attenzione alla formazione e all’accompagnamento di quanti scelgono di vivere un impegno più strettamente politico. L’ultimo richiamo è stato speso sulle modalità attraverso le quali l’associazione può “fare politica” in modo più “diretto”, attraverso proposte «buone per la vita del paese», in grado di raccogliere ampio consenso. In questa tensione, non si può che rovesciare la logica di chi vuole stare forzatamente al di «sopra delle parti», per collocarsi, invece, al di «sotto delle parti», assumendo la prospettiva visuale di chi si trova ai margini. 1/2018

27


dossier

Un impegno culturale che aiuti a vincere la tentazione di rifugiarsi fra le mura rassicuranti delle comunità ecclesiali può volgersi, oggi, in quattro direzioni: uno stile che costruisca una cultura del dialogo; relazioni di reale prossimità; la costruzione di un autentico tessuto democratico; la formazione di coscienze libere e responsabili.

L’impegno culturale ed educativo

I

di Giuseppe Elia

n Evangelii gaudium il capitolo concernente «le sfide del mondo attuale» passa in rassegna le molte criticità che contrassegnano il nostro tempo: l’economia dell’esclusione, l’idolatria del denaro, una finanza senza etica, l’«inequità» che genera violenza, l’esasperazione del consumo, il prevalere di ciò che è esteriore e immediato, il deterioramento delle radici culturali, il confinamento della Chiesa Giuseppe Elia all’ambito privato, l’indebolimento dei legami è il presidente nazionale del Meic. fra le persone... Ingegnere di formazione, ha fondato una La lettura di papa Francesco sembra inguasocietà che opera nel campo dell’acustica ribilmente pessimista, ma in realtà, muoventecnica, della sicurezza e dell’igiene do da questo scenario, egli disegna un futudel lavoro, della sicurezza dei prodotti, ro radicalmente diverso, e invita noi ad avere dell’ambiente e della qualità. Nel 2007 uno sguardo profetico. Parlando ad esempio ha costituito a Torino la rete Chicco di delle culture urbane – tema a cui dovremmo senape, uno spazio di discussione, di dedicare molta più attenzione – egli indica studio e di proposta in ambito ecclesiale. l’esigenza di uno «sguardo contemplativo» Ha collaborato ad alcuni testi scientifici, (espressione usata anche nel recente Messagha avuto responsabilità in associazioni gio in occasione della Giornata della pace), scientifiche e in organismi di normazione capace di individuare i segni della presenza di tecnica. Ha scritto circa 150 articoli e Dio nelle nostre strade e nelle nostre case. E memorie tecniche. più avanti aggiunge: «È necessario arrivare là

28


Giuseppe Elia

dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima della città». Di fronte alle tensioni e ai disagi egli annota che «vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza, in qualsiasi cultura, in qualsiasi città, migliora il cristiano e feconda la città»1. Nonostante queste esortazioni così esplicite, la tentazione di abbandonare il campo, di rifugiarsi fra le mura rassicuranti delle nostre comunità ecclesiali, è ben presente oggi e rappresenta il primo ostacolo che si frappone alla realizzazione del progetto missionario di «uscita» che Francesco affida alla sua Chiesa. Non possiamo ignorare che la complessità delle questioni, la rapidità di cambiamento dei processi, i mutamenti radicali indotti dalla globalizzazione, l’inattesa comparsa di problemi che si pensavano usciti definitivamente dalle nostre agende, la sensazione che si sia creato un abisso intergenerazionale, abbiano seminato smarrimento e una sorta di rintanamento, il bisogno di trovare, anche nella Chiesa, un rifugio che ci protegga. Eppure, come in altri momenti cruciali della nostra storia, serve uno sguardo lucido, la capacità di leggere le situazioni (per quanto difficile sia); serve la paziente ricostruzione di un tessuto di idee, di relazioni, di sperimentazioni; serve un generoso impegno culturale per affrontare questo frangente della nostra vita. Il campo è vastissimo, e mi limito a tratteggiare quattro aspetti.

Lo stile Credo che a nessuno sfugga che da lungo tempo ormai (e i dibattiti della campagna elettorale lo hanno evidenziato) nello spazio pubblico i toni delle affermazioni, più ancora dei contenuti, sembrano obbedire alla necessità di sopraffare l’altro, sempre e comunque considerato avversario, talvolta anche nemico. La ricerca di convergenze e di mediazioni non costituisce la prassi ordinaria, salvo quando si tratta di trarre qualche beneficio immediato (spesso elettorale), e in tal caso assume un carattere del tutto strumentale. È un processo di imbarbarimento, amplificato dai media, che facilmente si sposta nel corpo sociale, nelle relazioni fra gruppi, e che genera molte delle tensioni cui quasi quotidianamente assistiamo. Uscire da questo schema per affermare la necessità di recuperare una cultura del dialogo – parola oggi aborrita, perché considera1/2018

29


dossier L’impegno culturale ed educativo

ta sinonimo di cedimento e di compromesso – appare di conseguenza quanto mai urgente per rigenerare una coesione sempre più minacciata. Cultura del dialogo è anzitutto cultura del rispetto e dell’attenzione all’altro, ai suoi argomenti, anche in assenza di una corrispondente disponibilità all’ascolto. Una delle accuse che sempre più spesso viene fatta a coloro che non si adeguano alla prassi di intolleranza imperante è quella di essere “buonisti”, sempre alla ricerca di una conciliazione, pavidi, incapaci di difendere le proprie idee e i propri valori, alla fine perdenti. Ed è un’accusa che circola anche nello spazio ecclesiale, in cui alcune (non irrilevanti) aggregazioni e singoli credenti esprimono l’esigenza di porsi in modo frontale, soprattutto quando sono in gioco principi, che in un’altra stagione della Chiesa sono stati definiti non negoziabili. Eppure questa apparente debolezza, questa rinuncia ai toni forti è, su tempi lunghi, ma anche in questo frangente storico, la via maestra per capire i fenomeni sociali, è lo spirito con cui si possono evitare relazioni superficiali o puramente formali o di forza. Questo non significa ignorare l’esistenza di conflitti ma, riprendendo le parole di Francesco, «sopportarli, risolverli e trasformarli in un anello di collegamento di un nuovo processo»2. Il filosofo e teologo Giovanni Ferretti, parlando del dovere di rendere presente la fede cristiana nello spazio pubblico, individua alcune esigenze. Ne cito due, particolarmente significative nel nostro discorso: la prima è fondata sul fatto che egli ritenga che occorre «non presentarsi con uno stile autoritario, ma offrendo in dono una verità alla libertà», e ciò richiede una capacità di argomentare, di spiegare le proprie ragioni ascoltando quelle dell’altro, con lo stile di chi non si ritrae dal rapporto con gli altri, ma si pone in modo umile e senza voler imporre le proprie convinzioni; la seconda si basa sulla necessità di «utilizzare il linguaggio della verità che promuove l’umano [...] perché il linguaggio cristiano non dovrebbe rimanere nelle retrovie delle frontiere dell’umano, [...] ma esserne continuamente all’avanguardia»3.

Le relazioni Il dialogo presuppone l’esistenza di una relazione fra gli interlocutori, di una prossimità. Noi abbiamo spesso la convinzione che basti la nitidezza del nostro discorso o l’autorevolezza, per suscitare l’interesse e costruire dei processi di cambiamento virtuosi.

30


Giuseppe Elia

Siamo molto fiduciosi nei convegni, nei seminari, nei gruppi di studio, nei documenti, e tendiamo a moltiplicarli, ma sempre più la credibilità delle parole passa attraverso il filtro di gesti che ne confermano l’autenticità e la sincerità. Un serio impegno culturale non può prescindere da ciò che gli uomini e le donne con cui condividiamo il cammino vivono, sentono, soffrono, capiscono, sperano. Lamentarsi di non essere più capaci di dialogare con alcuni mondi – penso alla difficoltà della mia generazione a confrontarsi con i giovani – a causa di una loro deriva valoriale o esistenziale, è segno in realtà di una nostra debolezza, della miopia con cui osserviamo la realtà delle persone, di una lacerazione che va urgentemente ricucita. L’ecclesiologo Gilles Routhier, in un incontro avvenuto qualche mese fa, ha espresso questa esigenza in modo molto netto, mettendo anzi in luce che la dimensione relazionale è vitale per la stessa Chiesa, per il suo futuro e per la credibilità dell’annuncio evangelico in questo tempo: «In situazione missionaria – e in un certo senso lo siamo – la presenza Cultura del dialogo è del Vangelo del Regno non è innanzitutto isti- anzitutto cultura del rispetto tuzionale. È personale. È attraverso le persone e dell’attenzione all’altro, che il Vangelo si diffonde nella società e nel- ai suoi argomenti, anche in la cultura [...]. Perché essi [i cristiani] possano assenza di una corrispondente dare utilmente questa testimonianza, debbono disponibilità all’ascolto. Questo stringere rapporti di stima e di amore con que- non significa ignorare l’esistenza sti uomini, riconoscersi come membra di quel di conflitti ma sopportarli, gruppo umano in mezzo a cui vivono, e pren- risolverli e trasformarli. der parte, attraverso il complesso delle relazioni e degli affari dell’umana esistenza, alla vita culturale e sociale [...]. Il Vangelo non arriva come un meteorite, ma si inserisce in una conversazione con le persone con le quali i cristiani si sentono profondamente legate». E aggiunge: «Abituati alla socializzazione cristiana, abbiamo poca esperienza e abilità per diffondere il Vangelo in un mondo che lo conosce poco. Si procede dunque a partire da personale clericale (nel senso sociologico del termine, cioè a partire dalle persone che rappresentano l’istituzione) e da strutture solide, mentre bisognerebbe partire da relazioni di prossimità e di lavoro e da strutture flessibili, leggere e plastiche»4. Il tema è molto stimolante perché tocca in profondità la Chiesa, nelle sue espressioni istituzionali, ma pone interrogativi anche alle 1/2018

31


dossier L’impegno culturale ed educativo

nostre associazioni, mette in discussione le forme con cui oggi annunciamo il Vangelo e incontriamo le persone nei vari momenti della loro vita. La Chiesa in uscita non è uno slogan, un’infatuazione del momento, né solo la messa in agenda di iniziative verso le periferie degli esclusi e dei poveri, ma prima ancora un complesso e rigoroso lavoro di lettura della realtà, di comprensione delle povertà non solo materiali ma anche spirituali e morali, di sguardo attento alle attese che, pur in un generale clima di sfiducia, sono presenti, come segni positivi di questo tempo.

Comunità solidali La questione dell’immigrazione ha accentuato in modo esponenziale il tema del dialogo (o dello scontro) fra culture, come pure del dialogo interreligioso. È di tutta evidenza (e i dati statistici lo confermano) che l’Italia stia scivolando progressivamente verso un atteggiamento intollerante nei confronti dei migranti, motivato da timori di natura sociale ed economica, che molti provvedono ad ingigantire, e favorito dalla mancanza di strategia politica. La presenza di stranieri, percepiti come minaccia per il nostro benessere sociale, sembra quindi a molti non meritare la nostra solidarietà; è quanto mette in luce il sociologo Pierre Rosanvallon, in un recente saggio: «C’è un sentimento Perché ciascuno si senta del tutto nuovo nelle nostre società: l’impresparte viva di questo nostro sione che solo l’omogeneità possa fondare la paese, abbiamo l’esigenza che solidarietà»5. tutti i gruppi sociali possano Questo si collega a un aspetto che, apparenconcorrere, in una prospettiva temente meno visibile, suscita altrettanta intransculturale, alla progettazione quietudine: il dubbio (e in molti la convindi una società che si nutra zione) che popoli di altre culture possano delle molteplici espressioni contaminare in negativo la nostra o addiritculturali presenti. tura sopraffarla. È un pensiero che corre trasversalmente nelle nostre città ed anche, non senza qualche sorpresa, nelle nostre chiese. L’accoglienza dello straniero è allora in questa visione un cedimento, e la sua integrazione una illusione. Dovendo convivere con loro, si accetta (a fatica) la multiculturalità, l’idea che le loro culture si affianchino alle nostre, mantenendole ben separate (i muri non sono solo di cemento), in modo che i gruppi sociali proteggano la loro identità. Questa è però

32


Giuseppe Elia

una prospettiva miope, che non coglie quanto immobili – e la crisi della natalità che contraddistingue i paesi europei è un segnale molto eloquente – siano le nostre società occidentali, le quali potrebbero invece trarre dinamismo da apporti culturali diversi, attraverso interazioni e confronti. È davvero in salita oggi la strada del dialogo interculturale, ma va percorsa, senza essere ingenui, prendendo quindi sul serio le paure di tanti nostri concittadini, comprendendone le cause, ascoltando le loro ragioni. Del resto, questo clima intollerante è anche il frutto di errori nella gestione dei fenomeni migratori, che vanno riconosciuti e corretti. E non possiamo essere ingenui anche nel riconoscere le difficoltà del dialogo, i possibili conflitti, che appartengono alla fisiologia di ogni rapporto fra modi di pensare e di vivere differenti. Rimane il fatto che questa interazione culturale è davvero l’unica via praticabile per garantire coesione sociale, e per progredire in umanità. Anzi, abbiamo l’esigenza che tutti i gruppi sociali possano concorrere, in una prospettiva transculturale, alla progettazione di una società che si nutra delle molteplici espressioni culturali presenti: essere e sentirsi cittadini di questo nostro paese non attiene solo alla carta d’identità, ma assai più radicalmente alla consapevolezza di esserne parte viva, di contribuire al suo sviluppo. Ancora Rosanvallon sostiene: «Non possiamo ricostituire oggi delle istituzioni solidali senza una società che non sia anzitutto segnata dagli imperativi della cittadinanza. Per dirlo in altri termini, non possiamo formare una società più solidale se non ricostruiamo un tessuto democratico»6. È una prospettiva su cui merita investire molte nostre risorse culturali ed educative, per rianimare le nostre comunità esangui, sfiduciate, grette. Anche perché il problema che viene posto con massima evidenza nella relazione con le culture di altri paesi è in realtà più ampio, e riguarda tutte le forme della vita civile e sociale.

Cultura politica In questi ultimi mesi si è fatta molto più intensa l’iniziativa di credenti, che, a vario titolo e con differente collocazione ecclesiale, hanno manifestato l’esigenza di riaffermare, nello spazio politico, il ruolo dei cattolici soprattutto in relazione all’urgenza di dare risposta alle grandi domande di giustizia sociale. Senza pretendere di affrontare la complessità delle questioni sottese, 1/2018

33


dossier L’impegno culturale ed educativo

mi limito a sottolineare alcuni aspetti attinenti alla dimensione culturale del problema. Molto spesso, nelle analisi che sento fare, rinvengo una specie di nostalgia per una stagione in cui il cattolicesimo democratico e il cattolicesimo sociale avevano giocato un ruolo fondamentale nella costruzione del paese, e la speranza di poterla riproporre in forme aggiornate. Ho l’idea che in realtà questa non sia la via da seguire, perché mi sembra molto caratterizzata da uno sguardo rivolto al passato (delusi da un presente che ha disgregato le nostre speranze). Dobbiamo mettere in campo una creatività che sappia certo affondare le sue radici in una tradizione culturale e politica di grande spessore, ma che ridisegni modelli ed esperienze più aderenti a un mondo che è già radicalmente cambiato e che sempre più cambierà. Tutto ciò domanda, in via prioritaria e urgente, un ampio e lungo lavoro culturale. In questi decenni le nostre chiese locali hanno investito nelle scuole di formazione politica, con l’intento di preparare dei credenti a stare da protagonisti nei luoghi della politica. L’intento è stato meritevole e credo abbia Forse è tempo di riavviare un sortito qualche risultato positivo. Ma la sfida processo di impegno culturale, è assai più impegnativa e richiede anche altri prima che di azione politica, strumenti e altri progetti. Se in un’epoca dicon una iniziativa che parta da versa dall’attuale una generazione di politici un laicato credente che rimetta si è formata e ha imparato a servire il paese al centro la consapevolezza di con competenza e passione, questo è avvenudover contribuire a rinnovare le to attraverso un lungo cammino di studio e nostre città e le nostre comunità. di ricerca. Forse è giunto il tempo di riavviare un processo di impegno culturale, prima che di azione politica, uscendo dalla frenesia delle scadenze elettorali, con una iniziativa che parta da un laicato credente che rimetta al centro del suo impegno la consapevolezza di dover contribuire a rinnovare le nostre città e le nostre comunità. Non dobbiamo infine dimenticare che vi è da rigenerare, a questo fine e in linea con il grande progetto missionario cui Francesco ci sollecita, le nostre comunità ecclesiali. Forse mai come in questo frangente si scopre il valore profetico della scelta religiosa, nell’intuizione di Vittorio Bachelet e di quella generazione di responsabili dell’Azione cattolica. Criticata da molti perché è sembrata loro una rinuncia alla presenza nel mondo, in realtà, oggi più an-

34


Giuseppe Elia

cora di ieri, essa è il segno di una purificazione della fede, di una scelta di servizio al mondo umile e disinteressato, della formazione e valorizzazione di coscienze libere e responsabili. Sappiamo di abitare in un tempo nuovo, in cui, riprendendo il pensiero di un amico che vive con grande passione questa stagione ecclesiale, si aprono inediti orizzonti per la nostra Chiesa: una Chiesa povera e umile, che nelle mani ha solo il Vangelo, ma che sa di doverlo annunciare, dato agli altri perché appunto è un “buon annuncio”. La scelta religiosa, declinata in questa fase della nostra storia, acquista nuovi significati e si apre a nuove domande. Speriamo di esserne all’altezza.

Note Francesco, Evangelii gaudium, cap. II, 52-75. Francesco, Evangelii gaudium, cap. IV, 227. 3 G. Ferretti, Il grande compito. Tradurre la fede nello spazio pubblico secolare, Cittadella, Assisi 2013, pp. 139-153. 4 G. Routhier, Il “contagio” del Vangelo. La svolta missionaria secondo Evangelii gaudium, relazione tenuta il 5 giugno 2017 a Torino, in via di pubblicazione dalla rivista «Itinerari». 5 P. Rosanvallon, Quale redistribuzione? Le aporie della solidarietà, in «Vita e pensiero», 100 (2017), 6, p. 28. 6 Ivi, p. 31. 1 2

1/2018

35


dossier

Il territorio è una realtà materiale e immateriale, con alto valore sociale, economico, ma anche simbolico. Esso è, poi, anche una civitas, ovvero un tessuto dinamico di relazioni tra cittadini. Quello che oggi sembra urgente è la conoscenza del proprio territorio, cioè delle questioni sociali, della povertà crescente, delle diseguaglianze a cui purtroppo ci stiamo assuefacendo.

Territorio, territorialità e territorializzazione

S

di Paolo Nepi

ui concetti di territorio, territorialità, territorializzazione, in questi ultimi venti anni troviamo una crescente attenzione degli analisti e dei cultori di scienze sociali, ma anche degli studiosi attenti ai mutamenti della politica. Il primo termine indica uno spazio geografico definito da precisi confini, mentre gli altri due indicano piuttosto i processi e le dinamiche di carattere sociale e culturale che in quello spazio si verificano. Tra i tanti studiosi segnalo Aldo Bonomi, che al tema ha dedicato gran parte delle sue ricerche1.

Paolo Nepi già docente di Filosofia morale all’Università di Roma Tre, insegna Etica filosofica alla Pontificia Università Antonianum di Roma. Tra le sue pubblicazioni: La responsabilità ontologica. L’uomo e il mondo nell’etica di Hans Jonas, Aracne, Roma 2008; Individui e persona. L’identità del soggetto morale in Taylor, MacIntyre e Jonas, Studium, Roma 2000.

36

Il territorio come valore simbolico Partiamo da una premessa forte, di carattere fondativo. Il territorio, come spazio comune in cui vive la comunità degli esseri umani, è dunque una realtà materiale e immateriale, con alto valore non solo sociale ed economico ma anche simbolico. La letteratura più recente ha rivolto la sua attenzione a questo aspetto della condizione umana. Penso a due romanzi di grande successo degli ultimi due anni: L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio e Patria


Paolo Nepi

dello spagnolo Fernando Aramburu affrontano tematiche con forti implicazioni territoriali. Nel primo caso il territorio rappresenta il luogo del ritorno alle origini di un’adolescente, cresciuta in una famiglia diversa dalla sua famiglia naturale, che si trova a confrontare l’ambiente benestante della famiglia adottiva con la miseria materiale e ambientale di quella che le ha dato la vita. Nel romanzo di Aramburu è invece il contesto socio-politico dei Paesi Baschi, con la tragica presenza del terrorismo indipendentista, a fare da sfondo a una storia in cui il privato si intreccia continuamente con il pubblico. Ma è soprattutto nella cultura classica – non dimentichiamo mai una delle radici dell’umanesimo europeo che, attraverso il mito, aveva descritto aspetti fondamentali della vita – che troviamo spiegato il significato profondo dell’appartenenza a un territorio: il mito di Anteo, che ha avuto tante raffigurazioni nella pittura e nella scultura, e che Dante ricorda nel XXXI canto dell’Inferno. Anteo è un gigante invincibile, che solo Ercole riesce a sconfiggere con uno stratagemma. Anteo, figlio della madre Terra, infatti risulta imbattibile finché riesce a tenere il contatto con la madre. Quando Ercole lo solleva da terra, Anteo perde ogni vigore e viene facilmente soffocato da Ercole.

Flussi e luoghi Alla luce di questi concetti richiamerò solo alcuni fenomeni con cui la politica dei nostri giorni è chiamata a fare i conti. Il primo è la globalizzazione, con la connessa delocalizzazione delle attività produttive, che ha introdotto pesanti conseguenze nel mercato del lavoro. La globalizzazione ha infatti prodotto un’economia senza territorio (la Fiat era a Torino), mettendo in crisi i distretti industriali che erano stati pensati, a partire dagli anni Settanta, come risposta alla crisi delle grandi industrie di carattere nazionale. Un altro è l’immigrazione, che sottopone i territori a un processo di ridefinizione delle loro identità sociali, culturali e religiose. L’immigrazione produce un vero e proprio terremoto rispetto alle situazioni economiche e alle identità sociali, culturali e religiose degli spazi territoriali. Si tratta di due movimenti opposti, uno centrifugo ed uno centripeto, che avrebbero dunque bisogno di una politica capace di farli diventare complementari e sinergici come la sistole e la diastole del cuore. La sociologia descrive questa 1/2018

37


dossier Territorio, territorialità e territorializzazione

complementarità attraverso la dialettica flussi-luoghi2. Infine c’è da considerare la nuova sfida, per i territori, rappresentata dall’incombente rivoluzione industriale 4.0. Anche questa sarà, come le altre rivoluzioni, un’opportunità e un rischio. E sarà un’opportunità solo se sarà politicamente guidata nel rispetto del valore della persona e del primato del bene comune3. Da notare poi, anche solo per accenni, il cambiamento storico verificatosi a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso. Con qualche evidente semplificazione, si può dire che si è passati dal “territorio felice” degli anni Sessanta (lavoro per tutti, miglioramento delle condizioni economiche per tutti, con ricadute positive sulla famiglia e sulla sua stabilità...) a quello delle “tensioni territoriali” (perdita di lavoro, diseguaglianze crescenti, fragilità e instabilità della comunità familiare...). Mentre dunque nel periodo che ho definito del “territorio felice” la famiglia costituiva un potente elemento di coesione della comunità che viveva in quel territorio, oggi la famiglia rappresenta invece un soggetto che contribuisce al suo disgregamento e alla sua instabilità. Occorre dunque partire da una visione del territorio che rifugga da ogni forma retorica e idilliaca. L’Italia è un paese con caratteri di forte differenziazione: pensiamo solo alla difformità Nord/Sud, con grandi diseguaglianze di ogni genere (economiche, culturali...). Ho trovato sul sito web dell’Azione cattolica questa lucida descrizione: «L’Ac in Umbria si inserisce in un tessuto sociale e culturale dislocato su un territorio articolato e discontinuo: se si escludono il capoluogo Perugia e Terni, i centri di maggiori dimensioni, la popolazione risiede in un numero limitato di piccole città, numerosi borghi e castelli sparsi di antica formazione, spesso isolati perché edificati in posizioni facilmente difendibili, ospitanti ancora oggi piccole comunità, con forti connotazioni territoriali e storiche, legate alla tradizione»4.

Il territorio risorsa e problema Occorre pertanto parlare del territorio rifuggendo da ogni enfasi ottimistica, come se fosse il toccasana di tutti i problemi. Il territorio è anche il luogo primario degli intrecci tra affari e politica, e quindi lo spazio in cui si afferma la criminalità organizzata. Esistono certo anche a livello macrosistemico tali intrecci, ma la cultura dell’illegalità trova soprattutto nel territorio la prima e più

38


Paolo Nepi

estesa forma di organizzazione, come si può ricavare dalle ricerche di Ercole Parini5. Se navighiamo su Internet, alla voce Criminalità e territorio si possono trovare molte iniziative di enti locali al riguardo, che evidenziano tuttavia una lettura interessatamente miope del fenomeno. Si interpreta tutto in funzione della difesa da infiltrazioni mafiose, Nell’epoca della globalizzazione, e non si tiene conto che esse sono possibili il territorio costituisce dove esiste un terreno fertile. Anche in fisica lo spazio dove le filiere corte un’infiltrazione è possibile se esiste una qual- delle relazioni sociali riescono che fessura. E quindi non sono assolutamente a sconfiggere i molti lati sufficienti le misure di carattere repressivo e impersonali della società poliziesco. Occorre pertanto, e qui dobbiamo moderna e trovano consistenza sentirci chiamati in causa direttamente, con- nelle persone legate trastare modi di pensare e pratiche che possa- da rapporti significativi. no favorire la penetrazione malavitosa su un territorio. I territori hanno conosciuto pesanti casi di cattivi rapporti tra politica e affari. Basti pensare alle inique gestioni delle banche locali (anche Monte dei Paschi di Siena è in un certo senso un istituto locale). Il problema oggi più avvertito, e del quale si nutrono le speculazioni elettorali, è certamente la questione della sicurezza nel territorio. Nelle zone del mondo pericolose si può non andare, e le agenzie di viaggio hanno un elenco dei posti con una graduatoria che va dai sicuri agli insicuri, ma da qualche parte bisogna posare il capo. In ogni caso, soprattutto nell’epoca della globalizzazione, il territorio costituisce lo spazio dove le filiere corte delle relazioni sociali, da quelle familiari a quelle del vicinato e della comunità locale, da quelle politico-amministrative a quelle del mondo del lavoro e delle relazioni industriali, riescono a sconfiggere i molti lati impersonali della società moderna e trovano consistenza nelle persone legate da rapporti significativi. Pertanto anche la frase molto usata e abusata di papa Francesco, secondo cui «il tempo è superiore allo spazio», va bene interpretata, altrimenti ci porta a idealizzare la dimensione totalizzante di un processo che finirebbe per annullare tutte le differenze.

Politica e territorio: quale impegno per l’Ac? Darei per acquisito tutto ciò che diciamo oramai da quasi cinquant’anni sulla formazione della coscienza. Non perché non sia 1/2018

39


dossier Territorio, territorialità e territorializzazione

importante, ma perché non c’è niente che non sia già stato detto, e io non saprei dirlo meglio. Pongo solo due questioni, che sono però di tale importanza che meriterebbero, ciascuna, un intero convegno. La prima rimanda alla conoscenza del proprio territorio, che è uno dei capisaldi della tradizione educativa cattolica (basti pensare al trinomio «vedere, giudicare, agire»). Rischiamo tutti di sentirci dispensati da questo lavoro di conoscenza. Se è vero, in un certo senso, che «la realtà è superiore all’idea», dobbiamo però essere convinti che il modo umano di conoscere la realtà matura attraverso le idee, e che pertanto possono esserci anche modalità errate di rapportarci ad essa. Nel mondo della post-verità si registra un crescente distacco tra la realtà e i modi in cui viene percepita. Una ricerca internazionale ha messo in evidenza come in Italia, anche in seguito alla permanente crisi della politica, la demagogia finisca per imporre strumentalmente idee distorte su alcuni fenomeni sociali. Si pensa, ad esempio, che gli stranieri presenti siano il 30% (contro il 7%), i musulmani il 20% (contro il 4%), i disoccupati il 48% (contro il 12%), ecc.6. Anche i politici preferiscono sparare qualche facile slogan contro l’immigrazione, oppure gridare sulla necessità di abbassare le tasse, ovviamente senza dirci come gestire la spesa e il debito pubblico che abbiamo sulle spalle, piuttosto che misurarsi con i problemi dei luoghi da cui provengono, e che spesso conoscono a malapena. Anche perché, con la legge elettorale attuale, molti candidati, anziché espressione del territorio, sono stati catapultati nei collegi dalle segreterie di partito per le ragioni più diverse, a partire dal grado di fedeltà al capo, che però non sono quelle di renderli rappresentativi delle comunità locali. Conoscere il territorio significa anzitutto prendere coscienza delle questioni sociali della povertà crescente, delle diseguaglianze tra garantiti e non garantiti, a cui purtroppo ci stiamo assuefacendo. Si rischia a questo riguardo di cedere a quella che papa Francesco, nel suo linguaggio aspro e incisivamente provocatorio, ha chiamato la «globalizzazione dell’indifferenza»7. Dovremmo promuovere osservatori in grado di “coscientizzare” – qualcuno ricorderà Paulo Freire – le comunità locali su questi problemi. E inoltre, e direi soprattutto, occorrerebbe rafforzare quelle reti che già esistono nell’ambito dell’associazionismo cattolico, passando

40


Paolo Nepi

dal confronto competitivo al confronto cooperativo, e aiutare così anche i gruppi di Ac a dare al verbo “uscire” una qualche consistenza operativa. Oltre a questo compito primario, non dimentichiamo che abitare un territorio significa anche conoscere e custodire la memoria delle sue ricchezze artistiche, dato che in Italia non esiste borgo o cittadina, per non parlare delle grandi città, che non abbiano incomparabili tesori di bellezza. A questo proposito segnalo qualche incongruenza nel legittimo desiderio di conoscere le bellezze presenti a tutte le latitudini del nostro pianeta, da cui non è escluso neanche il nostro mondo. A una ragazzina di terza media, figlia di una famiglia passata troppo velocemente dalla austera civiltà contadina alla ricca borghesia orafa, che con orgoglio esibiva le sue conoscenze delle isole caraibiche e di altre pregevoli mete turistiche, mia moglie chiese se avesse mai visitato Firenze. E la sventurata, Manzoni mi perdonerà per questa indebita appropriazione, non rispose. Questa sorta di bulimia turistica da collezionisti dei luoghi visitati, rappresenta – a mio parere – una forma di assurdo provincialismo da combattere con ogni mezzo. La seconda questione presuppone il territorio come spazio comunitario. Riaffermiamo il principio che il territorio, oltre a essere uno spazio geografico, è anche una civitas, ovvero un tessuto dinamico di rela- Abitare un territorio significa zioni tra cittadini con eguali diritti e dove- misurarsi con i problemi ri. A questo proposito ricordiamoci sempre del luogo, prendere coscienza che l’Azione cattolica, in quanto realtà as- delle questioni sociali, sociativa, non esprime solo la natura comu- ma anche conoscere e custodire nionale della Chiesa, ma manifesta anche la la memoria delle sue ricchezze. vera e autentica dimensione antropologica. Essa deve servire innanzitutto a entrare nel mistero della salvezza donataci da Cristo, ma può alimentare tale tensione solo attivando tutte le potenzialità insite nell’essere umano, o meglio nella persona umana. Da questo punto di vista si tratta di invertire la rotta che ha assunto la cultura moderna, che ha esaltato l’individuo, e quando ha enfatizzato la comunità lo ha fatto spesso in modo errato, rovesciando l’individualismo nel totalitarismo. Ma un errore rovesciato, come ci ha insegnato Maritain, resta un errore. 1/2018

41


dossier Territorio, territorialità e territorializzazione

Il valore della relazione Tra queste due figure dell’errore commesso dalla modernità prevale oggi certamente il primo, ovvero l’individualismo: «Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è – ha sottolineato il papa in Evangelii gaudium, 2 – una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata». Con largo anticipo David Riesmann, in un testo ormai classico della sociologia, aveva parlato di «folla solitaria» già a partire dai primi anni Cinquanta8. Secondo recenti dati Istat, stiamo diventando un paese di single: a volte per necessità, sempre più spesso per scelAbitare un territorio significa ta. Sta addirittura espandendosi un business di recuperare il valore dell’amicizia iniziative e proposte per persone singole: cene, e della condivisione civica; spettacoli, intrattenimenti di vario genere... prendersi cura, assieme a tutti Sembra che sempre più persone preferiscano gli uomini di buona volontà, dei una malinconica solitudine alla fatica ma anproblemi della comunità, sola che alla gioia della compagnia. depositaria del bene comune. L’Italia «ha bisogno di sentirsi comunità, senza diffidenza. La mancanza di senso di comunità porta a diffidenza, intolleranza e a volte alla violenza». Lo ha detto il presidente della Repubblica il 5 febbraio 2018, parlando al Quirinale in occasione del conferimento delle onorificenze al merito, con un chiaro riferimento alle drammatiche vicende di Macerata, dove la follia razzista è esplosa risuscitando improprie, strumentali e fuorvianti recriminazioni su fascismo-antifascismo. E prima dei tragici fatti di Macerata, il cardinale Bassetti in apertura del Consiglio permanente della Cei ha detto: «C’è poi un’urgenza spirituale di ricucire ciò che è sfilacciato. Ricucire la comunità ecclesiale italiana, esortandola a interpretarsi nell’orizzonte della Chiesa universale. Ricucire la società italiana, aiutandola a vivere come corpo vivo che cammina assieme. Occorre riprendere la trama dei fili che si dipana per tutto il Paese con l’attenzione a valorizzarne le tradizioni, le sensibilità e i talenti. Ricucire significa, quindi, unire. Unire la comunità ecclesiale, unire il Paese: da Lampedusa ad Aosta, da Trieste a Santa Maria di Leuca»9. La quarta rivoluzione industriale sta aggiungendo, a quella già presente e connessa al consumismo, una nuova forma del processo: l’individualismo reticolare in cui la comunità è virtuale, ovve-

42


Paolo Nepi

ro in ultima istanza irreale. Anche a questo riguardo abitare un territorio significa recuperare il valore delle relazioni corte dell’amicizia e della condivisione, di un’amicizia non solo privata ma anche a forte valore civico, che significa prendersi cura, assieme a tutti gli uomini di buona volontà, dei problemi di quella comunità che, come ci ha insegnato la dottrina sociale della Chiesa, è la sola depositaria del bene comune. In questa prospettiva, anche i beni privati sono tali, cioè beni, solo se orientati intenzionalmente a un consumo non esclusivamente individuale. Solo ricucendo le reti territoriali della comunità locale sapremo anche affrontare l’emergenza dell’immigrazione e dell’integrazione. Comunità, accoglienza, integrazione: vedo particolarmente adatte a innescare questo processo virtuoso le realtà più piccole, dove i rapporti personali sono più intensi, dal momento che le grandi città tendono sempre più alla spersonalizzazione. Concludo, a proposito di questo impellente bisogno di comunità, con un pensiero che ho trovato nel racconto di un raffinato scrittore napoletano, Erri De Luca, che in Montedidio sintetizza una profonda verità antropologica, di alto valore filosofico e direi anche teologico: «Chi sta solo è meno di uno».

Note Tra i tanti studi, vedi Territorio e politica, Einaudi, Torino 2013. Ved. A. Bonomi, Territorio e politica, cit., e le suggestive riflessioni di P. De Simone, Non perdere mai la voglia di camminare, in «Dialoghi», 17 (2017), 3, pp. 2-5. 3 Ved. G. Gabrielli, Una rivoluzione che possiamo piegare al bene comune, in «Dialoghi», 17 (2017), 3, pp. 93-98. 4 M. Stella, Ac Umbria. Tra storia e territorio, in http://azionecattolica.it/ac-umbriastoria-e-territorio. 5 Come, ad esempio, in Mafia, politica e società civile. Due casi in Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli 1990. 6 N. Pagnoncelli, Ma gli italiani votano di testa o di pancia?, in «Vita e pensiero», 100 (2017), 6, pp. 100-104. 7 Francesco, Vinci l’indifferenza e conquista la pace, 1° gennaio 2016, in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20151208_ messaggio-xlix-giornata-mondiale-pace-2016.html. 8 La folla solitaria, il Mulino, Bologna 1956. 9 Il testo, pronunciato il 22 gennaio 2018, in http://www.chiesacattolica.it/wp-content/ uploads/sites/31/2018/02/22/Prolusione-del-Cardinale-Presidente.pdf. 1 2

1/2018

43


dossier

La dimensione democratica è una qualità intrinseca della esperienza che l’Azione cattolica intende realizzare. Oggi però la situazione di “crisi” della democrazia interpella fortemente l’associazione e per continuare a prendersi cura della democrazia si possono rileggere i “quattro principi della convivenza sociale” che l’esortazione Evangelii gaudium enuclea: il tempo è superiore allo spazio, l’unità prevale sul conflitto, la realtà è più importante dell’idea, il tutto è superiore alla parte.

La cura della vita democratica e la partecipazione

L’

di Marco Ivaldo

Azione cattolica italiana ha un interesse strutturale a promuovere la «cura della vita democratica e la partecipazione». Ciò nasce dalla sua stessa missione. Nell’art. 11 dello Statuto leggiamo a questo proposito che l’Azione cattolica italiana «intende realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica». La dimensione democratica viene qui determinata come una qualità intrinseca della esperienza che l’Azione cattolica intende realizzare sia nella comunità cristiana che nella società civile. Si può sostenere che l’interesse alla democrazia come forma della vita politica, in particolare l’interesse a una democrazia che sottolinei e valorizzi il momento e il movimento del “prendere parte” dei cittadini alla “cosa comune” (alla res Marco Ivaldo publica) – cioè che enfatizzi la partecipazioè docente di Filosofia morale e di Filosofia ne – rappresenta un carattere fondante della pratica presso l’Università degli studi pratica educativa che l’Azione cattolica mette «Federico II» di Napoli. Tra le ultime opere: in opera. In corrispondenza con questo punto Ragione pratica. Kant, Reinhold, Fichte, di vista proverò nel seguito a illustrare alcuni ETS, Pisa 2012; Fichte, La Scuola, Brescia aspetti o problemi della democrazia oggi che 2014; Filosofia e religione. Attraversando mi sembrano interpellare l’Azione cattolica Fichte, La scuola di Pitagora, Napoli 2016. come “agenzia educativa” per la cura della vita

44


Marco Ivaldo

democratica e della partecipazione. Non posso assolutamente fornire un quadro esaustivo, e potrò solo richiamare, dopo il momento descrittivo e interpretativo, alcune prospettive di impegno.

Le (nuove) sfide alla democrazia È diffusa la coscienza che la democrazia si trova oggi di fronte a sfide nuove, rispetto alle quali fatica a trovare non soltanto risposte, ma già anche approcci adeguati. Si parla di “disagio”, o di “crisi”, o di “fragilità” della democrazia. L’idea che la democrazia, unita al libero mercato, si sarebbe necessariamente affermata come forma globale della vita politica dopo la auto-dissoluzione dei regimi del cosiddetto socialismo reale è stata contraddetta dai fatti. Non esiste un determinismo storico che garantisca un esito luminoso della storia universale. Disastrosa si è poi rivelata l’idea che la democrazia sia quello che Hegel chiamerebbe un (mero) prodotto dell’intelletto, precisamente che essa rappresenti un modello di società esportabile, che possa venire applicato senza mediazioni su regimi autoritari o totalitari, magari facendo precedere o accompagnando la sua realizzazione dall’impiego della forza militare. La democrazia suppone e richiede certamente alcuni principi, come richiamerò anche nel seguito, ma questi principi non danno vita a un modello astratto di convivenza, bensì devono venire ritrovati e realizzati a partire dalla concreta e plurale esperienza storica. La vita democratica è in realtà una complessa formazione storica, che può dispiegarsi solo nascendo dall’esperienza e grazie alla autodeterminazione del popolo interessato; essa postula inoltre un certo dinamismo a livello economico e sociale. Come aveva già intuito Kant, una costituzione repubblicana può diffondersi da uno Stato ad altri Stati solo in grazia dell’attrazione che essa riesce a esercitare sui cittadini di questi ultimi; ciò richiede pratiche inclusive, che si avvalgano di scambi e comunicazioni, più che di esclusioni, chiusure e aggressività. Aspetti di difficoltà, anzi di sofferenza della democrazia si palesano anche nelle aree di più solida tradizione democratica quale è, o dovrebbe essere, l’Unione europea, quell’Unione che – vorrei affermarlo subito – rappresenta l’orizzonte entro il quale soltanto può venire sensatamente ri-pensata e ri-formulata la nozione politicamente essenziale della sovranità del popolo. In settori della 1/2018

45


dossier La cura della vita democratica e la partecipazione

pubblica opinione e delle élites si affaccia ambiguamente l’idea che la democrazia – per fronteggiare fenomeni complessi come le migrazioni e le ripercussioni che queste avrebbero sulla sicurezza e il tenore di vita dei cittadini di uno Stato – dovrebbe ricevere iniezioni di autoritarismo e addirittura ammettere restrizioni dello stato di diritto. Regimi autoritari e nazionalisti si rivelerebbero più efficaci dei regimi democratici-liberali per rispondere in maniera efficiente alle sfide della globalizzazione. Con buona pace delle tendenze La democrazia si trova qui messa in questione neoautoritarie, di una educazione per la sua efficacia a proteggere i contraenti alla democrazia è parte del patto sociale di fronte a fenomeni causati essenziale l’idea che la vita della dalle dinamiche globali, e rispetto ai quali una democrazia in senso moderno è chiusura sembra ad alcuni più vantaggiosa di strettamente legata alla difesa una apertura, che si coniughi con la complessa dello stato di diritto e della ricerca di modi per governare tali fenomeni costituzione repubblicana. stessi. In verità la democrazia, il governo del démos – come è suggerito per via contraria anche dall’esperienza delle cosiddette democrazie popolari – non è separabile dalla esistenza e dalla custodia dello stato di diritto e della costituzione repubblicana. Di una educazione alla democrazia fa perciò parte essenziale – con buona pace delle tendenze neoautoritarie – l’idea che la vita della democrazia in senso moderno è strettamente legata alla difesa dello Stato di diritto e della Costituzione repubblicana.

La sfiducia dei cittadini Il disagio della democrazia si palesa anche per un’altra circostanza: la fiducia che i cittadini nutrono verso la democrazia rappresentativa e le sue istituzioni è – come sappiamo – sempre più bassa. Orbene, questa crisi di fiducia è espressione di un’effettiva situazione critica della democrazia contemporanea rappresentativa. Alcuni studiosi mettono in luce che la sfiducia dei cittadini è conseguenza, e sintomo insieme, di un processo di «regressione oligarchica della democrazia», ovvero di un processo di «de-democratizzazione», innestato dallo spostamento verso l’alto dei centri direzionali rilevanti, per cui le decisioni politiche emigrano dalle sedi più ampie e partecipate e si ritirano in luoghi meno accessibili, per lo più riservati a ristretti gruppi oligarchici1. Sono tendenze che sembrano andare in questa direzione lo svuotamento – o comun-

46


Marco Ivaldo

que la restrizione – della competenza e del ruolo dei parlamenti a favore degli esecutivi, e l’imporsi di una versione leaderistica e personalistica dei poteri di governo; lo sganciamento degli eletti dagli elettori, con la conseguente formazione di una “casta” politica separata; lo svuotamento del dibattito interno dei partiti, che da luoghi di analisi collettiva della realtà e di formazione dell’opinione politica relativa alla “cosa comune”, cioè alla res publica, divengono (quando ancora esistono) comitati elettorali a servizio del gruppo dirigente e del leader. Naturalmente in questa enfatizzazione del ruolo dell’esecutivo esiste una verità interna che va custodita, richiama cioè la necessità che la democrazia si realizzi come “democrazia governante”, capace di assumere decisioni effettive e di porle in pratica – cosa che è condizione indispensabile per fronteggiare le sfide globali prima richiamate, e per scongiurare che cresca nella pubblica opinione il credito accordato a soluzioni autoritarie e populiste delle crisi in atto. Si tratta in realtà di separare democrazia e oligarchia, ovvero di democratizzare il potere (che è il modo più idoneo per rafforzarlo, come ha colto Hannah Arendt) favorendo le modalità di partecipazione orizzontale dei cittadini alla discussione delle questioni comuni, ma allo stesso tempo dotando i parlamenti e i governi degli strumenti per dibattere e assumere decisioni in tempi ragionevoli e in modi efficaci. È interesse essenziale della democrazia l’esistenza di un governo ragionevole e ponderato di fenomeni complessi come l’accoglienza dei diversi, l’inclusione dell’altro, la realizzazione della convivenza solidale fra culture e religioni diverse in uno stesso spazio territoriale e politico. Per questo è necessario realizzare “buone mescolanze” tra il momento orizzontale della partecipazione e quello verticale del governo e delle istituzioni della rappresentanza, “mescolanze” che naturalmente non sono affatto bell’e pronte, ma sono ardue da inventare e che richiederebbero una cultura politica forte, non appiattita sul “fatto quotidiano”, e capace di un approccio olistico, globale, che oggi manca.

Il ruolo dei partiti A questo proposito è necessario aprire una riflessione seria, cioè dialettica e non soltanto storico-sociologica, sul ruolo dei partiti: tra il partito espressione dell’ideologia (come si ama rappresentare 1/2018

47


dossier La cura della vita democratica e la partecipazione

i partiti tradizionali della cosiddetta “prima repubblica”) e il partito come comitato elettorale a servizio del ceto politico (o addirittura come partito “proprietario”) sono pensabili altre versioni del ruolo dei partiti, che enfatizzino la dimensione popolare e la funzione conoscitiva della realtà che può e deve venire esercitata dai partiti stessi. I partiti sono associazioni di popolo, sono luoghi in cui dovrebbe formarsi una conoscenza reale della realtà sociale, economica e culturale di un determinato territorio, oltre che la selezione e la formazione del personale politico. Inoltre: la forma di partecipazione e di comunicazione che è resa possibile da partiti che si pongano come strutture aperte di soggettivazione politica non mi sembra sostituibile dalla partecipazione e comunicazione attraverso la Rete. Il web può in effetti facilitare la partecipazione politica perché rende più Lo spazio politico e le istituzioni agevole la creazione di collegamenti e reti fra della democrazia vanno intesi soggetti che condividono determinate procome attualizzazioni moderne blematiche o che vogliono impegnarsi sugli dell’antica agorà, come lo spazio stessi fronti; ma allo stesso tempo il web può del conflitto e della discussione suscitare, anzi suscita, l’illusione che la parin vista della ricerca di buone tecipazione virtuale sostituisca quella reale: mediazioni che ottimizzino i esiste invece una fisicità della partecipaziovalori umani condivisi. ne politica e dei processi di discussione e di soggettivazione politica che non può venire abolita senza perdere la natura stessa della politica, che è l’essere-in-comune di concreti individui, che si realizza attraverso processi di argomentazione e di reciproca pattuizione (accordi) rispetto alla “cosa comune” (res publica) da parte di individui che sono portatori di concreti bisogni, interessi e pretese. Punto di partenza dell’orientamento democratico è infatti, seguendo Habermas, l’idea che ciascuno ha diritto a che le sue pretese e i suoi interessi vengano trattati in modo paritario e siano resi compatibili con quelli degli altri attraverso un processo di deliberazione pubblica razionale e imparziale. Ora, questo processo discorsivo richiede di mediarsi attraverso modalità di comunicazione reale, face to face, e non soltanto virtuali. L’educazione alla vita democratica deve realizzarsi perciò come formazione del cittadino alla partecipazione al discorso politico pubblico. Lo spazio politico e le istituzioni della democrazia andrebbero intesi come attualizzazioni moderne dell’antica agorà, come lo spazio del conflitto e

48


Marco Ivaldo

della discussione in vista della ricerca di buone mediazioni che ottimizzino i valori umani condivisi, pur rimanendo diverse le antropologie di partenza degli agenti.

Tra populismo e tecnocrazia Desidero richiamare un’altra linea di tendenza che sembra sollecitare di fatto la disaffezione alla politica. Si tratta della percezione della crescente inadeguatezza delle arene democratiche nazionali per affrontare i problemi che trascendono la capacità di incidenza dei singoli Stati. Questa percezione va di pari passo con la circostanza che il governo delle dinamiche globali è stato e viene in misura non piccola assunto di fatto da istanze e agenzie sovranazionali che dettano agli Stati le regole “virtuose”, dalla cui osservanza dipende il finanziamento del loro debito pubblico da parte di chi controlla i flussi finanziari globali. Questo comporta che su molti temi decisivi la dialettica democratica appaia come “sospesa” e ai governi nazionali (qualunque sia il loro colore) venga lasciato un ridotto margine di manovra. D’altro lato, anche quando non sono esautorate, le democrazie nazionali devono confrontarsi con problemi che sfuggono alla loro capacità di controllo e di gestione, dai movimenti migratori ai flussi della comunicazione globale, dai problemi dell’approvvigionamento energetico agli spostamenti di capitali in senso reale. Di fronte a questa impasse la politica democratica si trova schiacciata fra due (false) alternative: il populismo (intendo questo termine nella sua accezione europea) e la tecnocrazia. Il populismo è una prospettiva politica che vuole scavalcare la dialettica democratica destra/sinistra – e la mediazione delle istituzioni della rappresentanza – sulla base di una proposta che può avere una molteplicità di versioni, ma che deve essere in grado di intercettare e di strumentalizzare lo scontento, la rabbia e il risentimento di ampi strati della popolazione, prospettando a fini di (facile) consenso pseudosoluzioni come ad esempio la cacciata dei migranti, l’uscita dall’euro, il non pagamento del debito, l’abolizione di leggi o misure supposte impopolari, ecc... Al populismo si oppone la tecnocrazia, che pretenderebbe di scavalcare anch’essa la dialettica destra/sinistra spacciando per scelte tecniche inevitabili quelle che sono linee politiche e ideologiche ben determinate (e stabilite in definitiva al di fuori dei confini nazionali). Di fronte a questa (falsa) alternativa la politica democra1/2018

49


dossier La cura della vita democratica e la partecipazione

tica è chiamata a ritrovare se stessa, agendo nella direzione di una democratizzazione della democrazia, che vada in senso contrario alla chiusura oligarchica, al populismo, alla tecnocrazia. L’insufficienza del livello politico “domestico” (o nazionale) di fronte ai problemi globali non può affatto venire compensata da pulsioni nazionaliste e cosiddette “sovraniste”, che puntano sulla auto-chiusura degli Stati e dei loro confini come pratica di (illusoria) immunizzazione rispetto alle crisi globali. Il punto decisivo – il punto oggi discriminante – è quello di fare l’Unione europea (che costituisce il più significativo progetto politico globale dopo la Seconda guerra mondiale), e di farla sia democratizzandola, in vista di una Europa dei cittadini europei, e non di astratte burocrazie, sia dotandola del potere e della competenza necessari, e questo attraverso la cessione di gradi di sovranità da parte degli Stati membri in vista di creare un vero governo europeo. A tale scopo è richiesta la capacità di rischiare per un’idea necessaria, quella capacità che soltanto fa la “grandezza politica”. L’enciclica Laudato si’, al numero 178, stigmatizza «il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati». Rispondendo a interessi elettorali, spiega il testo, i governi non si azzardano facilmente a irritare i cittadini con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. Questa miope costruzione del potere frena ad esempio l’inserimento di una agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi. Si dimentica così – incalza l’enciclica – che «il tempo è superiore allo spazio», che siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere. Quella che l’enciclica chiama la «grandezza politica» si mostra quando, in momenti difficili, si agisce sulla base di grandi princìpi e pensando al bene comune a lungo termine. L’Europa e naturalmente anche l’Italia hanno estremo bisogno di «grandezza politica».

Formare alla democrazia La democrazia postula la formazione di cittadini che vivano sotto buone leggi. Questa formazione del cittadino è compito della famiglia e della scuola, ma è oggetto anche dei mezzi di comunicazione e di esperienze associative quale è l’Azione cattolica. Punto decisivo su cui dovrebbe insistere la cura per la democrazia – per

50


Marco Ivaldo

l’essere in comune dei cittadini sotto buone leggi – riguarda i princìpi. Il fine della associazione politica, di quella che i greci chiamavano polis, è lo sviluppo e la fioritura della persona umana, con il seguito di diritti (e di corrispondenti doveri) che questa fioritura comporta. Questo sviluppo della personalità non è separabile dalla corresponsabilità di tutti i popoli nei confronti dei problemi planetari e dalla responsabilità della generazione presente verso le generazioni future, come ha richiamato Hans Jonas. La fioritura della persona è allora qualcosa di diverso dalla autoaffermazione degli interessi materiali individuali, alla cui tutela dovrebbe limitarsi l’azione dello Stato, come è nella concezione liberale tradizionale. La fioritura della persona è possibile solo in un contesto relazionale, che la dottrina sociale della Chiesa, ma non solo essa, chiama «bene comune»: l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri della società di tendere alla propria perfezione, cioè alla propria vera realtà, in modo effettivo. Fra queste condizioni deve essere considerato anche un rapporto armonico con la natura, alla luce del principio maggiore per il quale tutto è in relazione e gli esseri umani sono parte della natura stessa, anche se ne eccedono grazie alla libertà e all’intelligenza. Occorre concepire la democrazia come un ordinamento politico nel quale si stringono insieme le procedure e le finalità, la partecipazione paritaria di tutti alle decisioni politiche Occorre concepire la democrazia e i fini di sviluppo umano e di cooperazione come un ordinamento politico solidale per la soluzione degli “affari comuni”, nel quale si stringono insieme comuni in definitiva non solo ai con-cittadi- le procedure e le finalità. ni ma all’intero genere umano. Alla sfera dei La politica ha quale scopo princìpi della democrazia appartiene perciò la relazione che chiamiamo anche una dimensione finalistica, e non sol- bene comune. tanto procedurale (le regole) o sostanziale (i diritti). La politica democratica ha quale scopo la relazione che ho chiamato bene comune, e deve porsi il problema di eliminare gli ostacoli o le limitazioni che rendono impossibile l’effettuarsi reale della relazione. L’articolo 3 della nostra Costituzione sostiene a questo proposito – come è noto – che è compito della Repubblica «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Da questo deriva che non si comprende la democrazia se non la si intende come 1/2018

51


dossier La cura della vita democratica e la partecipazione

quella forma di ordinamento politico che porta in sé lo scarto fra ideale e fattuale, e la tensione a mettere in questione quelle fissazioni o cristallizzazioni del potere e dei poteri che spezzano la relazione e che producono in definitiva uno svantaggio per i meno favoriti. Di una pratica formativa democratica fa però parte non soltanto il tema dei princìpi, ma anche il tema dei mezzi della democrazia, ovvero delle forme e delle istituzioni della vita democratica. Sappiamo che i mezzi non sono mai a parte rispetto ai fini, non sono mai “meri” mezzi, ma sono i fini stessi in condizione di realizzazione, ovvero sono strutture dinamiche di approssimazione ai fini. Penso che di un’educazione alla vita democratica e alla partecipazione faccia allora parte integrante il tema che ho chiamato dei mezzi della democrazia, e perciò anche della loro possibile e/o necessaria adeguazione e ri-adeguazione ai fini della democrazia stessa, ovvero la loro modificazione/trasformazione alla luce dello scarto fra ideale e fattuale che ho adesso richiamato.

I «quattro princìpi della convivenza sociale» In coerenza con la sua tradizione di associazione educativa, e tenendo fermo il principio della distinzione dei piani, l’Azione cattolica già opera e può sempre meglio operare come luogo di educazione alla vita democratica e alla partecipazione. Aggiungerò che in questa cura formativa possiamo trarre ispirazione da, e valorizzare adeguatamente, i «quattro princìpi della convivenza sociale» che l’esortazione Evangelii gaudium enuclea come princìpi della costruzione di un popolo: il tempo Non si comprende la democrazia è superiore allo spazio, l’unità prevale sul conse non la si intende come quella flitto, la realtà è più importante dell’idea, il forma di ordinamento politico tutto è superiore alla parte (cfr. nn. 221-233). che porta in sé lo scarto fra Non posso adesso offrire una spiegazione ideale e fattuale, e la tensione a adeguata di questi princìpi nella loro portata mettere in questione quei poteri filosofica. Mi limito a osservare che si tratta che producono uno svantaggio di princìpi ermeneutici e performativi “relaper i meno favoriti. zionati a tensioni bipolari”; si tratta cioè di princìpi che offrono schemi di interpretazione e di intervento sulla realtà, prima che norme generali o descrizioni particolari di fatti empirici. In particolare essi delineano un approccio aperto alla storicità, nella tensione fra pienezza e

52


Marco Ivaldo

limite, un approccio che assume il conflitto senza subirlo o cristallizzarlo, che valorizza la tensione bipolare che esiste in atto fra idea e realtà, fra le nostre rappresentazioni e il mondo, che tiene aperta la prospettiva della totalità assumendo e superando, senza annullarle, le parti e le differenze. Con questi quattro princìpi viene in definitiva proposto un approccio “dialettico” al mondo, fondato su «opposizioni polari» (Guardini) che costituiscono il nostro rapporto con la realtà, e che non si risolvono in una sintesi speculativa, ma offrono un orientamento per interpretare e modificare il mondo, un orientamento del pensare e dell’agire che si presenta particolarmente idoneo per assumere produttivamente quello scarto e quella tensione fra ideale e fattuale che – come ho sottolineato – qualifica la natura stessa della democrazia, opera umana sempre imperfetta e sempre perfettibile.

Nota Mi sono ispirato, in alcuni passaggi della mia elaborazione, al libro di S. Petrucciani, Democrazia, Einaudi, Torino 2014. 1

1/2018

53


dossier

Attraverso la testimonianza della propria storia associativa e famigliare l’autrice rievoca il ruolo di promozione delle donne svolto dall’Azione cattolica. La formazione ricevuta le ha insegnato, oltre al significato di essere capo declinato nel senso della responsabilità assunta, anche la convinzione che la competenza, la dedizione, il disinteresse devono prevalere anche nell’impegno politico, inibendo altre scorciatoie per emergere come donna.

La promozione delle donne

Q

di Beatrice Draghetti

uando mia madre era incinta di me, faceva la presidente delle Donne di Azione cattolica in parrocchia. Lei era del 1918. Anche mio padre stava negli Uomini di Ac. Un mio amico una volta mi disse al riguardo che io non solo avevo fatto tutta la carriera prevista dalla struttura femminile dell’Ac di allora (angioletti, piccolissime, beniamine, aspiranti...), ma avevo battuto un record, essendo stata anche “sacro feto”. Mia madre aveva fatto la quinta elementare, era casalinga e lavorava in casa come sarta. Leggeva al babbo, che aveva fatto la scuola professionale, i verbali delle adunanze di Ac per sapere se si capivano. Mio padre e mia madre si volevano molto bene: comandava lui, ma si avvertiva la profonda Beatrice Draghetti sintonia con la mamma. dopo aver insegnato per molti anni A tavola si parlava di quasi tutto, la vita entranelle scuole medie, è stata assessore va in casa, mia madre mi è sempre sembrata all’Istruzione, all’Edilizia scolastica e alla alla pari con il babbo. Si parlava molto delFormazione professionale (1996-2004) la parrocchia, nel senso che si percepiva che e poi presidente (2004-2014) della era anche affare loro, anzi nostro, di famiglia. Provincia di Bologna. Dal 1986 al 1992 Non si parlava mai male o contro il prete, si è stata responsabile nazionale coglieva che comunque in qualsiasi situazione dell’Azione cattolica dei ragazzi (ACR). la parrocchia era di tutti, e in particolar modo

54


Beatrice Draghetti

dell’Azione cattolica: si dovevano sempre cercare le soluzioni e dare una mano al prete. Mia madre era una presidente di Ac che a lungo in estate, negli anni Sessanta, si è resa disponibile a essere una delle donne che tenevano in piedi i campi scuola parrocchiali ante litteram: me la ricordo che lavava a mano strofinacci, tovaglie, e anche la biancheria del prete. Lo faceva per servizio e per permettere a noi figli di fare anche un po’ di montagna: in casa nostra le vacanze non potevano essere mai troppo lunghe. Ricordo però, assieme a un po’ di invidia e al disappunto, che quei soggiorni organizzati dalla parrocchia erano solo per i ragazzi e i giovanotti dell’Ac. Mi recavo su in montagna con la mamma, che andava a servire, e con le bambole per giocare, perché non potevo mescolarmi ai maschi, ma passavo molto tempo a guardarli, dalla casa di fronte, mentre giocavano e facevano varie attività. Mangiavo nella stessa colonia, ma in una saletta a parte, assieme ad un altro “essere” di genere femminile e dopo cena, quando era prevista l’ora delle stelle, in genere divertentissima, io per non rinunciarvi mi accontentavo di stare sotto lo stipite della porta che dava sul salone della serata e seguivo tutto così, abbastanza scomoda. A nessuno è mai venuto in mente di dirmi che potevo andare in mezzo agli altri di genere maschile. Erano evidenti i margini dell’Ac per migliorare in questo campo.

Un modo di essere e stare nella Chiesa A me è sempre sembrato che non ci fosse altro modo di essere e stare nella Chiesa, in parrocchia, che non nel modo di Ac, che ho conosciuto fino ai 23 anni in esclusiva versione parrocchiale e non diocesana, come spesso succedeva in comunità gestite da religiosi, abbondanti di personale e di opportunità, in un quartiere periferico molto popoloso, che non ti faceva avvertire la nostalgia di cercare altro e altrove. Davvero in quel contesto mi è stato regalato il mondo, che ha conosciuto un capovolgimento di modalità di lettura e di incontro a partire dalla stagione del Concilio, in cui si leggevano in canonica – con i padri dehoniani, che avevano trovato nel Concilio il loro pane quotidiano – i documenti man mano che uscivano e spesso la delegata giovanissime invitava anche noi, anche me, che spesso non capivamo quello che dicevano, ma percepivamo di essere 1/2018

55


dossier La promozione delle donne

parte e di essere curate e coinvolte. Ho un ricordo particolare: il momento del passaggio dalla messa in latino a quella in italiano, supportato dall’illuminato magistero del cardinale Lercaro e salutato positivamente anche da noi ragazzette che facevamo latino al liceo e che ci sbellicavamo dalle risate a sentire come alcune vecchiette in chiesa storpiavano l’Ave Maria (Avemariastiesus, Santamariastiamen...). In casa mia, no, il rosario in latino tutte le sere lo si recitava bene: l’Azione cattolica aveva insegnato anche questo. Ingaggiata presto a fare catechismo ai piccoli, a stare nel coro, a recitare in teatro per gli intrattenimenti parrocchiali, a occuparmi di altri, oltre che di me, l’Ac mi ha insegnato e mi ha fatto sperimentare che essere cristiani e parte di una comunità non era una palla al piede né un posto da cui andarsene prima possibile, ma condizione di libertà per poter gustare tutto. L’Azione cattolica mi ha L’associazione mi ha regalato gli amici, moltisinsegnato e mi ha fatto simi di loro ci sono ancora, e ci si frequenta: la sperimentare che essere ricchezza più bella, mai venuta meno, oltre al cristiani e parte di una comunità volersi bene, è la sensazione che si può contare non era una palla al piede né un sempre gli uni sugli altri e, dentro a prove anposto da cui andarsene prima che molto dure che la vita ha riservato ad alcupossibile, ma condizione di ni, non ci si sente mai giudicati, ma piuttosto libertà per poter gustare tutto. accompagnati e nel caso sostenuti. Poi è venuto il gruppo giovani degli anni Settanta, finalmente misto, per ridere, per fare vacanza insieme, per crescere nella fede, con il catechismo, gli itinerari, il coro, i tanti impegni di volontariato, anche e soprattutto fuori dalla parrocchia. Andavamo nel quartiere, nei doposcuola, nei ricoveri per anziani; in estate ci spargevamo a Taizé, a Spello, qualcuno più intraprendente e fortunato anche nel... Terzo Mondo, perché in gruppo ci si contagiava a leggere Arturo Paoli, Carlo Carretto, Paulo Freire e veniva voglia e coraggio di provare a sperimentarsi. E ci si innamorava anche, nel gruppo: tante coppie, tanti matrimoni, quelli della mia generazione hanno proprio tutti tenuto, ancora adesso è bello vedere questi ex giovani divenuti anziani e ancora complici. Io per un po’ non ho capito perché non mi sposavo: ero in minoranza, ma ho sempre capito che ogni vocazione è importante, si trattava di trovare la mia; e il cammino serio fatto in Ac, la mia famiglia, la compagnia di amici, l’assistenza premurosa e personale dei preti me l’hanno fatta trovare e capire.

56


Beatrice Draghetti

È stato bello in genere il rapporto con il prete, con l’assistente: di fatto alla pari, nel comune battesimo ricevuto e nel rispetto timoroso della specifica chiamata di ciascuno, preoccupati reciprocamente a custodire il dono ricevuto. Così si poteva diventare anche amici, nella scoperta gioiosa che del prete una donna può essere figlia, sorella, madre e amica in un arricchimento reciproco. Per puro caso, ma sappiamo che il caso è la via che Dio usa quando vuole restare anonimo, nell’anno della maturità gli orali protrattisi fino alla fine di luglio mi fecero perdere l’appuntamento del campo estivo parrocchiale e dovetti accontentarmi di una proposta diocesana per responsabili, alla quale andai malvolentieri e dove mi tirai il collo per orientarmi anche tra i discorsi... In quell’occasione, mi ricordo, resistetti all’invito che mi fu rivolto alla fine del campo ad entrare a far parte dell’équipe diocesana giovani e tornai convintamente in parrocchia per tutti gli anni dell’università.

«Mi hanno detto che avete bisogno» Alla vigilia della laurea accettai di sostituire la ragazza con cui facevo catechismo in parrocchia, trasferita lontano per l’insegnamento, a cui sempre in un campo diocesano avevano chiesto la disponibilità a dare una mano all’équipe diocesana Acr: gli amici ricordano e mi ricordano che mi presentai una sera nell’ufficio dell’assistente Acr in Centro diocesano, dove non avevo mai messo piede, dicendo quasi per giustificare la mia presenza: «Mi hanno detto che avete bisogno». È cominciato così un viaggio nuovo, bello, senza ritorno, aprendosi una trafila che mi ha portato ad assumere responsabilità associative diocesane e nazionali, certo nella trepidazione del compito ma anche nella naturalezza, sostenuta da contesti davvero di grande qualità. Ricordo che quando diventai presidente diocesana a 29 anni – mi nominò il cardinal Poma – scherzosamente la mitica Maria Dutto, presidente dell’Ac di Milano e tanto altro, mi disse: «Eh, cara, se ti hanno dato questo posto, è perché non è più prestigioso per un uomo...». In realtà la formazione e le varie esperienze in Ac mi hanno insegnato il significato di essere “capo”, l’ottica di insieme, la convinzione che competenza, dedizione, disinteresse, in genere, hanno la meglio e non devono esserci altre scorciatoie per emergere come donna: non ci sei e ti impegni perché qualcuno te lo concede, ma perché 1/2018

57


dossier La promozione delle donne

fai fiorire una chiamata, per poi assumere la tranquillità anche nel concludere il tempo della responsabilità diretta e lasciare ad altri. La scoperta più forte fu quando, chiamata a diventare assessore in Provincia nel 1996, senza che io avessi fatto gavetta all’interno di un partito o in qualche precedente impegno politico, constatai che l’allenamento complessivo l’avevo già fatto in Ac, che andare in giro ad incontrare sindaci era come quando mi recavo dai presidenti parrocchiali, che lo sguardo di insieme era l’approccio più vantaggioso, che le preoccupazioni sono prima di tutto le persone e le comunità, che vanno ascoltate e accolte per poter risolvere i loro problemi, che non ci sono nemici ma idee diverse, che la coerenza e la rettitudine non sono negoziabili, che serve sapienza nel leggere e capire quello che succede; semmai ho dovuto imparare a leggere delibere e ad applicare regolamenti, ma quello si fa anche presto ad imparare. La successiva elezione a presidente della Provincia nel 2004 ha permesso a qualche amico di sottolineare che in Ac avevo proprio imparato a comandare, al punto di non essere capace di fare altro. Una fatica specifica in verità l’ho avvertita negli anni della responsabilità amministrativa, soprattutto agli inizi, che imputo in parte anche allo scarso allenamento in questo campo fatto all’interno della vita associativa: in un contesto di forte pluralismo ideologico e culturale e di disomogeneità di La scoperta più forte fu quando vissuti delle persone con cui mi sono trovata chiamata a diventare assessore a lavorare, assieme al gusto dell’esperienza di in provincia, senza che avessi tante nuove e belle amicizie fuori dai circuiti fatto gavetta, in qualche soliti (i comunisti non sempre mangiavano i precedente impegno politico, bambini...), ho sperimentato qualche difficolconstatai che l’allenamento tà ad argomentare con tutti su temi vari, difcomplessivo l’avevo ficoltà a servirmi di riferimenti e di linguaggià fatto in Ac. gi universalmente comprensibili, in grado di superare le barriere delle affermazioni solo di principio, che in genere contrappongono le parti e le persone. Ho visto che così ci si inibivano percorsi comuni, possibili invece quando si sanno utilizzare anche le ragioni della ragione. Ricordo benissimo il fastidio che provavo in Consiglio provinciale quando qualche componente di tradizione cattolica, per sostenere le proprie posizioni, interveniva appellandosi a versetti di Vangelo o al magistero dei vescovi e del papa, senza alcuno sforzo di media-

58


Beatrice Draghetti

zione e di traduzione laica di principi fondamentali, chiudendo di fatto ogni possibilità di incontro e soprattutto di sintesi. In questo ambito l’Ac a livello di base avrebbe forse potuto e dovuto fare di più, almeno per l’esperienza che ne ho fatto io.

Luoghi per fare esperienza dell’esistenza Non ho mai smesso di aderire all’Ac, ma debbo ammettere che è da molto tempo che non incontro pienamente l’associazione sui miei passi, nel senso di luogo di una qualche esperienza sistematica ancora di crescita e di confronto a misura dell’età e della situazione. Certo non mancano convegni, iniziative sporadiche a cui partecipo anche per affetto e riconoscenza, quasi in una sorta di impegno di restituzione del molto che ho ricevuto. Indubbiamente anche l’Ac, dentro ai tanti travagli che ha condiviso con la Chiesa, ha fatto l’esperienza dell’inceppamento di alcuni ingranaggi rispetto all’aggancio con la complessità dell’oggi. Quante volte ho pensato: proprio adesso, nel tempo della maturità che ormai si chiama vecchiaia, di fronte a domande e attese inedite e drammatiche dell’umanità dentro a cui ci muoviamo, soprattutto di fronte all’incapacità di declinare progetti ampiamente condivisi, si fa fatica a trovare luoghi dove continuare a irrobustirsi, per essere presenze significative e annunciatori ascoltabili di buona notizia e dove invitare anche chi vorrebbe incontrare e conoscere le ragioni dei credenti. Non riesco per esempio a scrollarmi dalle orecchie la richiesta recente di un carissimo amico mio coetaneo che si dichiara non credente, dopo una lunga militanza giovanile in parrocchia nel nostro gruppo giovani e il rifiuto poi di quello che in quel contesto gli avevano insegnato: «Invitami, Beatrice, quando da cristiani vi trovate e ragionate sulle cose della vita e sulla complessità del mondo attuale». Io non so dove invitarlo. E questo è un grandissimo problema, da cui anche l’Ac deve essere sollecitata. Penso che questa sia un’esigenza diffusa da parte di cristiani adulti e responsabili, che non conosce differenze di genere, tra uomini e donne parimenti, anche se variamente coinvolti a custodire nel loro impegno quotidiano la dignità di ogni persona. A questo riguardo mi permetto il riferimento a un passaggio di un libro di Carlo Molari1, dove si parla dell’esigenza di luoghi che offrano esperienze globali di esistenza, in cui sia possibile cogliere 1/2018

59


dossier La promozione delle donne

gli orizzonti unitari della gioia e della sofferenza, le ragioni della forza e della debolezza, l’importanza della salute e della malattia. Mentre è facile che in ogni ambiente ci si stia solo per una dimensione della propria vita, per una capacità o specializzazione, è necessario offrire ambienti di esperienza globale, nei quali si possa stare solo perché si esiste e perché si deve diventare persone.

L’idea di generazione e la trasmissione della speranza Due aspetti ancora, per concludere, voglio evidenziare, come prospettive che possono maturare tra le donne, ma con una consapevolezza di tutti, rispetto ai quali l’Ac penso che possa impegnarsi. Il primo riguarda il profilo della generazione. Per le donne l’idea di generazione non può essere legata o relegata essenzialmente alla nascita del figlio, è importante riconoscere che può coincidere piuttosto con l’attitudine e la scelta di “dare vita ai giorni”, nella determinazione costante di valorizzarne le potenzialità e il dono di grazia. Questa prospettiva può consentire intanto di incoraggiare e sostenere le risposte urgenti e necessariamente nuove ai tanti bisogni inediti dentro cui la storia, particolarmente oggi, ci immerge, con il rischio di esserne travolti nell’impotenza e nella rassegnazione. Sicuramente la consapevolezza della capacità e della volontà generatrice e rigeneratrice delle donne può far emergere la straordinaria e varia ricchezza già e normalmente proL’impego per l’oggi è portare dotta dalle donne e da loro garantita, in ogni all’emergenza il potenziale ambiente ma soprattutto nelle famiglie, anche di vita delle donne, la loro quando sembra che ogni risorsa e ogni prospetcapacità di resistenza tiva siano tramontate e non disponibili. Penso e di trasmissione delle ragioni al rapporto con i figli, gli anziani, i malati, gli di speranza. amici, i poveri. Particolarmente nei tempi faticosi delle crisi di vario nome, il “genio” femminile riesce a mettere in piedi l’impensabile e a districarsi nella gabbia delle ristrettezze economiche, morali, culturali, di tempo, trovando le vie per respirare e far respirare. Questa resistenza di vita avviene spesso nella sofferenza, ma soprattutto si sviluppa nella solitudine, a video e sonoro spenti, senza confronti, senza sostegni, senza riconoscimento. Penso che sia obbligatorio dar voce e luce a questa vitalità, in genere fuori da schemi e da slogan, spesso semplice, lontanissima dai contorcimenti autistici e inconcludenti dei dibattiti attuali. Portare all’emergenza, disseppellire tale potenziale di

60


Beatrice Draghetti

vita mi sembra che sia un imperdibile contributo dal basso rispetto alle soluzioni che sempre meno la politica e le istituzioni sembrano offrire. È un contributo di cui far tesoro, da trasformare in modalità nuove di cittadinanza e di appartenenza alla comunità. Dare voce alle donne mi sembra che oggi significhi soprattutto dare voce a questo silenzio operoso ed efficace delle donne. L’Ac potrebbe essere il luogo e lo strumento che provochi questo “scoperchiamento” e favorisca la conoscenza, la condivisione, dia significato di speranza a tanta rigenerazione in atto. L’altro profilo riguarda la responsabilità della trasmissione ampia delle ragioni di vita e di speranza tra adulti e giovani e, dentro a questa, la specifica responsabilità della trasmissione della fede, che almeno per le nostre generazioni aveva una culla e un alveo particolarmente favorevoli in famiglia, certo con la collaborazione di tutti i componenti, ma che nel rapporto con le mamme e le nonne trovava una speciale efficacia. I piccoli che progressivamente venivano portati nella comunità cristiana erano persone che già possedevano un alfabeto cristiano e riferimenti di testimonianze coerenti nella quotidianità. Non c’è dubbio che questa opportunità sia oggi decisamente indebolita, a causa della fragilità degli adulti, per un’inconsapevolezza riguardo ai compiti propri della vocazione di ciascuno, ma contemporaneamente anche a causa della denutrizione dei più giovani, che spesso a fatica la comunità cristiana riesce a recuperare e colmare. Provare a ricomporre la catena della trasmissione, attraverso un’alleanza da trovare e ricostruire con le donne, soprattutto con le più giovani, che a differenza di noi – ed è un debito che dobbiamo pagare – sono spesso senza rete su molti fronti. E sono figlie, sono nipoti nostre: non è che possiamo girarci dall’altra parte. Ci saranno pur strade da imboccare anche oggi... Di solito il finale è lieto, ma non so se questa mia conclusione lo sia. Penso che certamente possiamo dire di essere liete nella speranza, anche per il tantissimo che abbiamo ricevuto e che continuiamo a ricevere, ma altrettanto certamente dobbiamo avvertire l’inquietudine provocata da queste spine nel fianco per provare ad aprire ancora strade. Nota 1

C. Molari, Per un progetto di vita, Borla, Roma 1985, pp. 70-71.

1/2018

61


dossier

L’Ac si è sempre spesa nel tentativo di contribuire alla costruzione del bene comune. È stato, ed è, un processo di maturazione che ha portato a una progressiva presa di coscienza della propria identità e responsabilità. Oggi c’è bisogno di persone che compiano ogni sforzo per cercare terreni comuni su cui incontrare chi la pensa diversamente; che ritrovino il desiderio di pensare insieme il futuro; che spingano la politica a farsi carico del bene comune.

In cerca della Politica con la maiuscola*

L’

di Matteo Truffelli

Azione cattolica italiana si è sempre spesa in maniera significativa, lungo tutta la sua storia, dentro le vicende che hanno segnato il percorso dell’Italia, nel tentativo di contribuire alla costruzione del bene comune. Lo ha fatto in molti modi diversi, attraverso forme e strumenti differenti, su piani di impegno che sono variati a seconda del contesto ecclesiale, politico e culturale. Perché in ogni stagione l’Ac si è Matteo Truffelli sempre sentita chiamata a concorrere reè il presidente nazionale dell’Azione sponsabilmente alla edificazione di una socattolica italiana. È docente di Storia delle cietà più giusta, più libera, più solidale, più dottrine politiche all’Università degli Studi di umana. E per questo si è sempre trovata a Parma. Tra le sue pubblicazioni scientifiche: fare i conti con la necessità di trovare l’eL’ombra della politica. Saggio sulla storia quilibrio più adeguato tra la propria natura del pensiero antipolitico, Rubbettino, Soveria di associazione ecclesiale e la partecipazione Mannelli 2008; La «questione partito» dal alla costruzione della comunità civile, indifascismo alla Repubblica. Culture politiche viduando le forme più corrette per portare nella transizione, Studium, Roma 2003. il proprio contributo. Ha curato gli Scritti politici di don Primo Mazzolari (EDB, Bologna 2010) e gli Scritti civili e gli Scritti ecclesiali di Vittorio Bachelet * In questo articolo sono anticipati alcuni spunti sviluppati nel vo(AVE, Roma 2005). lume dell’autore La P maiuscola, in uscita presso l’editrice Ave.

62


Matteo Truffelli

Per essere «all’altezza della nostra storia» È stato, mi pare di poter dire, un processo di maturazione che ha portato a un approfondimento continuo e a una progressiva presa di coscienza della propria identità e delle sue implicazioni. Un processo che però non può, e forse non potrà mai, dirsi compiuto. È una tensione permanente, una ricerca continua che prosegue anche oggi e che non può considerarsi esaurita. Perché occorre sempre di nuovo riflettere e discutere per capire meglio, insieme, a che altezza si colloca la distinzione tra la missione evangelizzatrice dell’Ac e l’impegno cui essa è chiamata sul piano politico, seppur in senso lato. Il tentativo di capire in che modo una realtà come l’Azione cattolica può e deve contribuire alla costruzione del bene comune implica dunque lo sforzo di calibrare e ricalibrare ogni volta il proprio agire in corrispondenza con i cambiamenti del contesto storico dentro cui l’associazione è chiamata a essere, per capire quali siano le forme più adeguate, le modalità più opportune e gli strumenti più coerenti con cui abitare il proprio tempo. Non c’è una soluzione semplice fissata una volta per tutte, non c’è un equilibrio stabile a cui rimanere ancorati senza interrogarsi sulla realtà dentro cui siamo immersi. Oggi, per «vivere all’altezza della sua storia», come le ha chiesto papa Francesco durante l’incontro in piazza San Pietro dello scorso 30 aprile, l’Ac deve prendere sul serio l’invito-provocazione ascoltato quel giorno: «Cari soci di Azione Cattolica», ha detto il papa, «come è accaduto in questi centocinquanta anni, sentite forte dentro di voi la responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l’impegno politico, – mettetevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella Politica con la maiuscola! – attraverso anche la passione educativa e la partecipazione al confronto culturale». Una frase che va sicuramente contestualizzata – come sempre, del resto – per cercare di non attribuirle significati diversi da quelli che più verosimilmente erano nelle intenzioni di chi l’ha pronunciata. Basti pensare, ad esempio, che solo due giorni prima, a chi avanzava l’ipotesi che l’impegno politico dei credenti dovesse avere come strumento un partito politico cattolico, lo stesso Francesco aveva risposto in modo molto chiaro che rimanere ancorati a una simile prospettiva avrebbe significato «vivere nel secolo scorso». Non sappiamo, naturalmente, se quella domanda e la successiva 1/2018

63


dossier In cerca della Politica con la maiuscola

risposta abbiano contribuito a spingere il papa a inserire un inciso nel suo intervento del 30 aprile per sottolineare il valore e il significato dell’impegno politico dei credenti laici. E poco importa, in effetti, sapere se è così. Di certo, però, con quell’inciso Francesco non intendeva suggerire un ritorno al passato, la riscoperta di formule e modalità di presenza che hanno fatto la storia del nostro paese, della nostra Chiesa e anche dell’Azione Il “mettetevi in politica”, cattolica, ma che appartengono, appunto, «al “nella Politica con la maiuscola!”, secolo scorso». pronunciato da Francesco è D’altra parte, il richiamo rivolto dal papa a l’invito a vedere e a farsi carico tutti i soci di Ac non costituisce qualcosa di delle reali condizioni e dei sorprendente, sia rispetto alle consideraziobisogni autentici del proprio ni del magistero ecclesiale in merito alla retempo, delle persone nella loro sponsabilità laicale sia, soprattutto, rispetto concreta esistenza. all’esperienza e alla natura stessa dell’Azione cattolica. In fondo, il papa ha ricordato ai soci di Ac che, in quanto fedeli laici, non devono mai perdere di vista la propria prioritaria vocazione a essere testimoni del Vangelo nel mondo e per il mondo. Non c’è dubbio, però, che si è trattato di un richiamo forte e significativo, tanto più che è stato formulato a braccio: come una richiesta, potremmo dire, scaturita dal cuore. Un richiamo che ci interpella come associazione, non solo come singoli aderenti. Si tratta, allora, di domandarci insieme cosa può significare, oggi, come associazione, “fare politica” nella prospettiva indicata da Francesco.

Ricucire il paese Chiediamoci allora cos’è la «grande politica», cosa intenda il papa quando parla di «politica con la maiuscola». La prima risposta che mi sembra possibile dare, semplice fino al limite dell’ingenuità ma forse non inutile, è che la politica con la maiuscola è la buona politica. La politica, cioè, che sa vedere e sa farsi carico delle reali condizioni e dei bisogni autentici del proprio tempo, delle persone nella loro concreta esistenza. Per poter pensare la politica con la maiuscola e cercare di capire come portare un contributo significativo a essa occorre allora, probabilmente, prendere le mosse dalla realtà del nostro tempo, del contesto in cui viviamo. Senza alcuna pretesa, naturalmente, di offrire un quadro esaustivo

64


Matteo Truffelli

di esso, ma più semplicemente di individuare qualche chiave di lettura su cui costruire il filo di una riflessione. Il nostro sembra un paese sostanzialmente fermo, ripiegato su se stesso, incapace di prendere in mano il proprio destino perché sempre più diviso e rancoroso, sempre più impaurito e sfiduciato, sempre più carico di diseguaglianze. Con una politica che appare avvitata su se stessa e sempre meno capace di alzare lo sguardo oltre l’immediato tornaconto per proporre un progetto di futuro. Una partitocrazia senza partiti avvolta in dinamiche di personalizzazione e mediatizzazione esasperate, da cui si ricava la sensazione che sia sempre più ristretta la cerchia di chi prende le decisioni, sia negli organi di partito che in quelli istituzionali, a scapito ovviamente del tasso di democraticità, che si nutre di confronto e di controllo. Più di ogni altra cosa l’Italia appare divisa: lacerata da contrapposizioni strutturali, incomprensioni e interessi di parte. È la realtà su cui di recente ha richiamato l’attenzione anche il cardinale Bassetti, indicando la necessità di «rammendare il tessuto sociale dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità». Fare «grande politica» significa anche, allora, capire come essere fattore coagulante dentro il paese. Un compito avvertito in modo particolarmente forte dall’Azione cattolica, che da sempre lega tra loro le persone, i gruppi e i territori. Questo significa anche aiutare gli italiani a non rimanere schiacciati da un modo di concepire il confronto pubblico che riduce sempre tutto a un referendum pro o contro qualcosa o qualcuno. Banalizzando ogni questione, appiattendo e semplificando tutto. Una logica che trasforma ogni discorso in una contesa per tifoserie da stadio, portando con sé quel linguaggio carico di ostilità e disprezzo che sta avvelenando ogni confronto politico, culturale e valoriale nel nostro paese. Con un tasso di strumentalità spaventoso. Non si tratta di sfuggire il conflitto, che è parte del confronto tra interessi, passioni, visioni differenti. Dobbiamo però stare dentro queste dinamiche e aiutare tutti a starci dentro con lo stile, il linguaggio e la lungimiranza di chi lavora per «sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Eg 228). Il nostro paese ha bisogno di persone coraggiose che compiano ogni sforzo per cercare i terreni comuni su cui poter incontrare 1/2018

65


dossier In cerca della Politica con la maiuscola

chi la pensa diversamente, invece che sfidarsi in battaglie ideologiche tra diverse visioni del mondo, dell’uomo, della società. Un’urgenza che ci spinge innanzitutto a scegliere di fare della nostra associazione uno spazio di discussione e di approfondimento delle questioni, da mettere a disposizione di tutti. Per offrire a chiunque l’opportunità di misurarsi seriamente con i problemi, per capirli meglio e perciò formarsi un giudizio maggiormente consapevole. Vogliamo essere uno spazio di dialogo e di comprensione dei problemi a disposizione di tutti. Affrontando le questioni senza ricorrere agli strumenti, ai toni e ai gesti tipici della contrapposizione politica, ma al contrario mettendo a servizio di chiunque la nostra abitudine all’ascolto delle ragioni degli altri, il nostro bisogno di non accontentarci delle risposte semplici. Nutrendo tali occasioni di incontro e confronto attraverso la proposta di strumenti informativi e formativi, di materiali di approfondimento, di opinioni e argomenti per formarsi e formulare giudizi. Ci sembra questo il modo migliore e più necessario, oggi, per fare “cultura politica”: offrire spunti di riflessione e di comprensione, elementi di valutazione e occasioni di discussione. Proprio per questo, non vogliamo affrontare i tanti temi del nostro tempo avendo come obiettivo principale quello di esprimere un’opinione in merito o, come si dice spesso, “prendere posizione”. La nostra preoccupazione non deve essere tanto quella di dire ad altri cosa pensare, ma fare tutto il possibile per spingere e aiutare chiunque a pensare, e a farlo in maniera critica e consapevole. Non è una facile scappatoia, un modo per sottrarci alla responsabilità di prendere parola. Al contrario, è un modo difficile, faticoso, poco gratificante ma responsabile e responsabilizzante di stare dentro il confronto. Perché ciò di cui più sembra aver bisogno oggi il nostro paese è di essere abitato da cittadini capaci di giudicare e impegnarsi rifuggendo strumentalizzazioni ideologiche e manipolazioni di parte. Rifiutando una politica ridotta a slogan e ricette miracolose. L’Italia ha bisogno di cittadini che reclamino una politica capace di rompere gli schemi da talk show. Che siano coscienti del fatto che non tutte le fonti di informazione valgono allo stesso modo. E che accettino il fatto che una volta che ci si forma un’opinione occorre metterla a confronto con le opinioni degli altri. C’è biso-

66


Matteo Truffelli

gno di cittadini che siano avvertiti che quasi mai, nella realtà, le cose sono semplici e nette, bianche o nere. Che sappiano coltivare l’arte del dubbio.

Passione politica per tornare a pensare il futuro Molti italiani sembrano invece desiderare qualcuno che offra loro certezze, piuttosto che dubbi da coltivare, e sembrano nutrire più timori che speranze nei confronti del futuro. È la seconda caratteristica del nostro tempo che richiamavamo all’inizio. La società italiana e la politica che la rappresenta sembrano intrise di un senso di precarietà che le spinge a chiudersi su se stesse e a coltivare egoismi collettivi e individuali, invece che scommettere sulle proprie risorse, a partire dalla creatività e dalla tradizione solidale che da sempre contraddistinguono l’Italia. È questo un altro grande nodo del nostro tempo: ritrovare la capacità e il desiderio, come comunità civile e come sistema politico, di pensare insieme il futuro per costruirlo insieme. Un’altra nostra responsabilità, allora, è quella di contribuire a spingere la politica a recuperare respiro progettuale, alzare lo sguardo da terra e cercare di immaginare l’orizzonte. Sta anche a noi incoraggiare la politica a non rinchiudersi nell’amministrazione degli affari correnti o nella tutela degli interessi particolari. Non si tratta di guardare con nostalgia alla politica delle “grandi narrazioni”, ma L’Ac vuole essere uno spazio di ritrovare il senso di un impegno che non di dialogo e di comprensione può esaurirsi nella gestione dell’esistente, deve dei problemi a disposizione di guardare oltre. Tornando a desiderare di esse- tutti, perché è responsabilità di re capaci di aprire nuove strade di progresso ciascuno contribuire a spingere e di umanizzazione. Anche questo significa, la politica a recuperare respiro probabilmente, fare «politica con la maiusco- progettuale, alzare lo sguardo la»: continuare a insistere sulla necessità che il da terra e cercare di immaginare nostro paese torni a scommettere sul proprio l’orizzonte. futuro. A partire da un autentico investimento su quelle realtà in cui il futuro prende forma: la scuola, l’università, i percorsi di formazione e di introduzione al lavoro, le esperienze di educazione, i luoghi di socializzazione e gli spazi di integrazione delle differenze. Questo chiede anche di saper fronteggiare il senso di sfiducia e disillusione che in questa stagione moltissimi italiani provano nei 1/2018

67


dossier In cerca della Politica con la maiuscola

confronti della politica. Guardiamo al “palazzo” con un crescente senso di diffidenza e indifferenza. L’astensionismo elettorale, sulla cui gravità ha richiamato di recente l’attenzione anche il presidente Mattarella, ne è un’espressione eloquente, e non è la sola. Anche papa Francesco ce lo ha ricordato molte volte e in molte maniere: il vero ostacolo alla costruzione del bene possibile, oggi, è l’indifferenza. Quell’insieme di atteggiamenti che «vanno dalla negazione del problema» alla «rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche» (Ls 14). È questo il vero avversario da combattere per creare le condizioni favorevoli alla «politica con la maiuscola». Ancora più e ancor prima che buoni politici, si potrebbe dire in maniera forse un po’ provocatoria, al nostro paese occorrono buoni cittadini. Cittadini appassionati, generosi, maturi. E da questo punto di vista un’associazione come la nostra non può che avvertire tanta responsabilità. Spetta a noi formare e accompagnare L’Italia ha un bisogno enorme cittadini coscienti delle proprie responsabilità di politici che sappiano portare e felici di esercitarle. alla vita pubblica un contributo L’esperienza che si vive in Ac rappresenta da di rigore morale, di spessore questo punto di vista una grande risorsa. Le culturale e di dedizione autentica forme della vita associativa, con le sue regole al bene comune. Non ha e le sue fatiche, i cammini formativi, l’edubisogno invece di “uomini soli cazione alla cura per le persone e per le cose, al comando”, convinti di poter l’abitudine alla partecipazione e alla lettura capire e decidere tutto da soli. condivisa della realtà, rappresentano tutte opportunità straordinarie di maturazione per divenire cittadini appassionati. Al tempo stesso, non possiamo non avvertire anche l’importanza di un’attenzione più specifica per la formazione e l’accompagnamento di coloro che scelgono di vivere un impegno più strettamente politico. L’Italia ha un bisogno enorme di politici che sappiano portare alla vita pubblica un contributo di rigore morale, di spessore culturale e di dedizione autentica al bene comune. Non ha bisogno invece di “uomini soli al comando”, convinti di poter capire e decidere tutto da soli. Ha bisogno di persone serie, che non spaccino soluzioni semplici per questioni complesse. Donne e uomini che conservino il senso della gratuità, vivendo la politica come servizio a termine. Politici così non sono un’utopia. Ce ne sono tanti, ne

68


Matteo Truffelli

conosciamo tanti, e di tanti sappiamo di poter dire con orgoglio che appartengono o sono cresciuti in Ac. Ma politici così non spuntano dal nulla e, soprattutto, non devono rimanere soli nel loro impegno. Alla nostra associazione spetta perciò il compito di contribuire a formarli e di accompagnarli. Spetta a noi anche essere per loro uno spazio di crescita umana, di scambio di idee, di cura della vita spirituale, di riscoperta continua delle ragioni del proprio servizio. A chi si dedica all’attività politica dobbiamo offrire la certezza di avere un porto a cui fare ritorno per trovare spazi di fraternità, occasioni per verificare e ripensare le questioni e le scelte con cui si devono misurare, opportunità per mettere a confronto punti di vista differenti ma nutriti da una stessa sensibilità culturale ed ecclesiale.

Stare sotto le parti Non basta però formare e accompagnare cittadini appassionati e consapevoli o coloro che si impegnano in prima persona dentro i processi della politica. C’è anche un altro piano d’azione a cui una realtà come l’Ac si sente chiamata. Un piano di intervento più diretto, potremmo dire, che consiste nell’elaborare e formulare proposte buone per la vita del paese, attorno a cui raccogliere il consenso più ampio possibile. Argomentandone le ragioni in modo per così dire totalmente “laico”, non sulla base di principi validi ed evidenti per noi ma discutibili e infondati per altri. Avendo sempre ben presente, inoltre, che non c’è questione che possa essere pensata e affrontata singolarmente, a prescindere da tutto il resto. Che non possiamo cioè assolutizzare un aspetto della realtà sociale, economica, politica, ma anche etica e antropologica, senza farci carico dell’insieme, della globalità. Mi sembra che sia da leggere anche in questo senso il principio enunciato in Evangelii gaudium secondo cui il «tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari» (Eg 235). Questo non significa, però, livellare tutto, considerare ogni cosa sullo stesso piano, con la stessa importanza. Il modello del tutto, ci ricorda Francesco, non è quello della «sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità» (Eg 236). Guardare alla 1/2018

69


dossier In cerca della Politica con la maiuscola

realtà con un approccio “poliedrico” ci consente, anzi ci invita a “fare delle differenze”: non tutte le situazioni e i problemi hanno la stessa rilevanza, non tutte le condizioni in cui vive l’umanità sono equivalenti. E uno sguardo che muova dalle sfaccettature della realtà non può che portarci a privilegiaOccorre privilegiare le parti più re le parti più deboli. deboli, assumere la prospettiva Non si tratta, dunque, di essere preoccupati visuale di chi si trova in basso, di collocarci “al di sopra delle parti” per rimadi chi è vittima e non ha voce. nere equidistanti. Si tratta, casomai, di collocarci “sotto le parti”. Nel senso di assumere la prospettiva visuale di chi si trova in basso, di chi è vittima, di chi ha meno voce per far valere le proprie ragioni e meno strumenti per difendere i propri diritti. Non però per interesse di parte, ma perché, a ben vedere, il bene comune è un prodotto in cui il moltiplicatore è dato dal tasso di riduzione delle diseguaglianze.

70


eventi&idee il libro&i libri profilo


eventi&idee

Ne L’innominabile attuale Roberto Calasso denuncia i tabù di una società che vive senza Dio; un mondo secolarizzato che crede solo in se stesso e che ha rinunciato a “guardare oltre” alla ricerca di qualcosa che dia significato alla sua esistenza; dove gli stessi conflitti presenti nella società non hanno più come oggetto qualcosa che sta al di fuori e al di sopra, ma la società stessa.

L’Homo saecularis e l’età dell’inconsistenza

C’

di Piero Pisarra

era una volta l’uomo vedico. Che nasceva con quattro debiti: verso gli dèi, verso i veggenti, verso gli antenati e verso gli uomini in genere. Era immerso in un ritmo ciclico di morte e rinascita, integrazione e disintegrazione, ascesa e declino. E in un mondo di «forme fluttuanti», dove tutto, però, era connesso, e compito del veggente, dell’illuminato, del sanny āsin, era conoscere le connessioni. Al centro, stava il sacrificio, la realtà sacrificale, che permetteva di ristabilire temporaneamente l’equilibrio sempre traballante del cosmo. Poi venne Homo saecularis, che non aveva, anzi Piero Pisarra non riconosceva, debiti con nessuno, che tenè giornalista e sociologo, ha insegnato deva a negare o a occultare la dimensione sacriall’Institut Catholique di Parigi (alle ficale, e l’equilibrio precario tra uomo e cosmo facoltà di Scienze sociali e di Filosofia) e si ruppe. Al ciclo di morte e rinascita subentrò all’ESSEC, École supérieure des sciences la storia, malattia da cui non si guarisce, e il économiques et commerciales. Ha diretto il surrogato di questa, l’attualità, che macina tutsettimanale «Segno7». Per l’Editrice Ave ha to, nello stesso tritacarne, notizie insignificanti pubblicato Il giardino delle delizie. e drammi epocali. Homo saecularis cominciò Sensi e spiritualità, Roma 2009. Collabora con l’espellere ogni traccia di divino o di sacon il quotidiano «La Croix» e con cro dal mondo precedentemente incantato. il mensile «Jesus». Da saecularis si fece anche faber, con la volontà

72


Piero Pisarra

di piegare il mondo alla tecnica, di controllarlo, addomesticarlo, sfruttarlo. Ereditò la hybris dell’Ulisse dantesco, si inoltrò in terreni proibiti, oltre le colonne d’Ercole della conoscenza, perché «fatti non foste…». Pretese di controllare la materia. Costruì ordigni sempre più potenti. Si fece apprendista stregone. E da lui nacquero due gemelli: il turista e il terrorista. Entrambi obbediscono a uno schema rigido, a sequenze prefissate, a mere procedure: sono due facce della nostra «età dell’inconsistenza». Detta così sembra una favola. E in parte lo è. Anzi un mito. Ma Roberto Calasso, che a distanza di trentacinque anni propone con L’innominabile attuale (Adelphi, Milano 2017) il seguito o il complemento del fascinoso La rovina di Kasch (Adelphi, Milano 1983), non si lascia facilmente imbrigliare nella parodia. È letterato troppo fine, un bibliotecario borgesiano nella sterminata foresta di miti, di storie e di sogni dell’umanità. L’ultimo uomo vedico, maestro di connessioni. Perché non a tutti è dato mettere in luce, con la stessa lampante evidenza, il legame tra i Veda e Talleyrand, tra gli Aztechi e i giansenisti di Port-Royal-desChamps. «Tout se tient», «tout est en tout», direbbero i suoi maestri mitografi, gli scalatori del Monte Analogo caro a René Daumal. Se ne può sorridere, ma soltanto dopo aver ammirato la suprema eleganza dello stile, gli aforismi fulminanti, il brio con cui disegna mappe che ai nipotini sospettosi di Homo saecularis sembrano improbabili e para-scientifiche. O da cui emana il foetor gnosticus che altri, non meno sospettosi, scorgono anche nelle opere di René Guénon, Louis Dumont, Ananda K. Coomaraswamy, per citare i rappresentanti più noti del pantheon para-esoterico eretto da Calasso in una nicchia dorata delle edizioni Adelphi. Ma c’è di più. Anche se le risposte sconcertano, le domande colgono quasi sempre nel segno, indicano impietosamente le contraddizioni su cui si è costruito ciò che chiamiamo Occidente, incidono con il bisturi nella carne di Homo saecularis e lasciano affiorare la sua falsa coscienza, il rimosso, il non-detto su cui si fonda il pensiero secolare. Se l’uomo vedico – specie che, se mai esistita, si è estinta da tempo – riconosce i suoi debiti, Homo saecularis tende invece ad allentare tutti i vincoli, se non a cancellarli (L’innominabile attuale, p. 44). Non ha debiti con gli dèi, ma sacralizza la società, ne fa un feticcio. È la «superstizione della società» alla base della sociologia 1/2018

73


eventi&idee L’Homo saecularis e l’età dell’inconsistenza

funzionalista di Durkheim e soci (ivi, p. 21). Ma, attenzione: il secolarismo umanista non si sviluppa dopo e contro le religioni, esso stesso è «una forma di religione, che solo in tempi recenti ha raggiunto una espansione planetaria» (ivi, p. 51). E come ogni religione, anche il secolarismo ha i suoi bigotti: buonisti e filantropi della domenica, militanti di molte cause. Perché «il mondo secolare ignora la grazia, ma continua a sentire un acuto bisogno di salvarsi. E l’unica via è quella dei meriti, che vanno dall’educazione di bambini nativi e al salvataggio delle tartarughe e culminano in una “donazione”» (ivi, p. 68). Ed eccoci al nodo centrale del pensiero di Calasso: l’antica questione della teodicea, nelle due versioni, quella dei teologi cristiani («Si Deus est unde malum?») e quella di Leibniz («Si [Deus] non est, unde bonum?»). In filigrana, queste domande percorrono tutte le pagine del libro, facendo affiorare la vera ossessione dell’autore: l’inconsistenza del mondo. Perché Calasso è un porcospino. Il paragone non sembri irriverente. L’immagine del poeta greco Archiloco, ripresa dal grande maestro del pensiero liberale Isaiah Berlin, è stata applicata dallo stesso Calasso a René Girard e alla sua idea del capro espiatorio e del sacrificio mimetico capace di canalizzare la violenza sociale: «La volpe sa molte cose, ma il porcospino sa una sola grande cosa» (La rovina di Kasch, p. 205). La «sola grande cosa» del porcospino Calasso, declinata in massime memorabili e scintillanti figure di stile, è quella stessa degli analogisti alla Daumal, maestri di connessioni (oggi parleremmo di link), per i quali il mondo si manifesta soltanto come reticolo di simboli: «un senso acutissimo della precarietà». Per i veggenti vedici la consapevolezza della precarietà si accompagnava alla convinzione che «ogni attimo della durata doveva essere strappato – con la violenza, con la costanza, con la precisione del sacrificio –, prima che il sole si arrestasse» (ivi, p. 178). A Calasso resta il sacrificio della letteratura, anzi la letteratura come sacrificio, come ultima offerta di parole, di simboli, di analogie, capaci di scostare – a tratti – il velo che ricopre la realtà. Si sorvola così sulle forzature che ormai non bastano a épater le bourgeois (i turisti e i terroristi messi sullo stesso piano), sulle infondate, per non dire amene, spiegazioni sociologiche (la diffusione della pornografia in rete come causa scatenante del terrorismo islamico), sul gusto della boutade che talvolta prende

74


Piero Pisarra

la mano all’autore. Opera letteraria e non in primo luogo saggio filosofico o antropologico, L’innominabile attuale si colloca agli antipodi di un trattato sistematico e dev’essere letto per ciò che è. E per la domanda che resta a lettura conclusa: che cosa ha perduto Homo saecularis, che cosa abbiamo perduto recidendo ogni legame con il sacro? Per rispondere, gli analogisti guardano a Oriente, verso un Oriente mitico, quello dell’uomo vedico o della conoscenza esoterica. Dimenticando che quello dei Veda e delle religioni antiche è un mondo incantato, gravato da molti altri debiti che non i quattro di cui parla anche Calasso: un mondo, quello delle società arcaiche, in cui la prossimità con gli spiriti della natura e degli antenati è, sì, rassicurante, ma anche soffocante come una prigione. Questo mondo idealizzato, un paradiso alla Gauguin in cui, però, non è penetrato il verme della corruzione e della morte, fa il paio con la fola di tanti studiosi secolaristi su un paganesimo libero nei costumi e senza i sensi di colpa e la pruderie dei cristiani: favola che non regge a una seria analisi storica (e di cui, gliene va dato atto, Calasso non parla). Forse non è inutile aggiungere che la secolarizzazione – le cui origini, secondo la lectio del pensiero weberiano e non solo, sono da ritrovare nel giudaismo prima e nel cristianesimo poi – si afferma come processo di liberazione, di affrancamento dalle forze oscure del fato o del caso. E che poi sia diventata anche altro, fino a trasformarsi essa stessa in superstizione, fa parte di quella eterogenesi dei fini alla quale anche il mondo sociale talvolta non sfugge. Là dove il pensiero cristiano si discosta radicalmente dalla visione degli analogisti – e anche da quella di Calasso – è nel giudizio sulla storia e sul mondo: un mondo sottratto alla schiavitù dell’eterno ritorno, del fato e del caso, dove l’autonomia della persona sfugge all’implacabile legge del branco, del gruppo, della tribù, della famiglia, aspirando a una non illusoria libertà.

1/2018

75


eventi&idee

A circa un anno dal Forum nazionale di Etica civile, si è tenuto a Roma lo scorso 27 gennaio un incontro per rilanciare il percorso disegnato con il Patto di Milano e rinsaldare la rete dei sottoscrittori.

Ripensare la cittadinanza attraverso l’etica civile

L

di Michele D’Avino

e ragioni e le condizioni economiche e sociali che fanno della città il luogo dell’essere assieme, della convivenza plurale tra gli esseri umani, sembrano oggi profondamente indebolite. Le comunità nelle quali viviamo sono sempre più divise da nuovi muri e recinti di filo spinato, confini materiali ed immateriali che lacerano le città, creando ferite profonde sul piano dei diritti fondamentali della persona, delle prospettive Michele D’Avino di futuro e sviluppo umano, delle politiche è segretario generale dei comuni di pubbliche. Monteriggioni e San Quirico d’Orcia. Sembra allora sempre più difficile ricucire Avvocato e dottore di ricerca in Governo insieme tutte le componenti della civitas, redell’Unione europea, politiche sociali e stituire un volto umano alle città, valorizzare tributarie, dal 2011 dirige l’Istituto di diritto le dinamiche dell’integrazione e del dialogo, internazionale della pace della cura condivisa dell’ambiente e del terri«G. Toniolo» dell’Azione cattolica italiana. torio, della partecipazione democratica e reHa curato per l’Editrice AVE: Alla scuola di sponsabile alla costruzione del bene comune. Giuseppe Toniolo. La fede al servizio del Uno sforzo tanto più difficile quanto necessabene comune (Roma 2013), Immigrazione: rio. È questa la prospettiva propria dell’etica sfida per una nuova Italia (Roma 2014) civile: tornare ad abitare la città come spazio e La pace necessaria (Roma 2017, condiviso e plurale, fondando eticamente il con U. De Siervo). modo di essere e vivere insieme.

76


Michele D’Avino

Una prospettiva che appartiene già a quanti si impegnano per costruire un presente e un futuro migliori nelle proprie realtà territoriali, realizzando buone pratiche di cittadinanza attiva, di solidarietà ed accoglienza, di giustizia e riconciliazione, di sostenibilità e rinnovamento degli stili di vita. Un mondo vasto e silenzioso fatto di individui, associazioni, istituzioni, mondo del lavoro e dell’impresa, organizzazioni religiose e del terzo settore che costituiscono espressione concreta e viva dei valori che fondano la convivenza umana. Un enorme patrimonio, connotato sul piano etico e civile, che merita non solo di essere conosciuto, ma anche rafforzato e valorizzato, a partire dalla capacità di costruire sinergie ed alleanze per il bene comune, in un progetto più ampio e condiviso. L’intuizione di avviare un percorso di partecipazione e di dialogo intorno alla dimensione dell’etica civile è stata lanciata dalla Fondazione Lanza e condivisa dall’associazione Cercasi un fine, dall’associazione Incontri, dal Centro Studi «Bruno Longo», dall’Istituto di formazione politica «Pedro Arrupe», dalla Focsiv e dalle riviste «Aggiornamenti sociali» e «Il Regno». Ai soggetti promotori, da ultimo, hanno aderito anche l’Opera «La Pira» e l’Azione cattolica italiana, attraverso l’Istituto di diritto internazionale della pace «Giuseppe Toniolo» e il Centro studi. Il percorso avviato ha raccolto riflessioni e buone pratiche diffuse sull’intero territorio nazionale, con esperienze e proposte condivise on line, in uno stile di massima partecipazione e di confronto aperto. Sono stati svolti seminari territoriali a Padova, Palermo, Firenze e Bari sui temi dell’ambiente, della comunicazione, della religione e della politica, ritenuti strategici per una rinnovata etica civile nel paese. In ciascun seminario sono confluite iniziative concrete e una serie di proposte di impegno. Il percorso ha condotto così al Forum nazionale di Etica civile, tenutosi a Milano (1-2 aprile 2017) e conclusosi con la sottoscrizione di un Patto per l’etica civile, che contiene le intuizioni fondamentali e le principali proposte operative formulate dai partecipanti. Un orizzonte di lavoro che ha raccolto anche l’apprezzamento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nel messaggio inviato al Forum, Mattarella ha sottolineato come la città sia oggi «crocevia delle sfide più importanti per una rinnovata coscienza civica che possa fornire le fondamenta dello stare insieme» e ha 1/2018

77


eventi&idee Ripensare la cittadinanza attraverso l’etica civile

ribadito la centralità di una prospettiva civile, quale fondamento di «una comunità che possa dirsi giusta, pacifica e stabile». Il Patto, infatti, esprime chiaramente la condivisione della volontà di tutti i sottoscrittori di «operare responsabilmente nei rispettivi ambiti di azione sulla base della rinnovata consapevolezza delle dimensioni dell’etica civile». L’obiettivo è quello di tessere una rete sempre più ampia e partecipata per l’esercizio di una cittadinanza che sia eticamente ispirata, capace di attingere a tradizioni ed esperienze diverse, interpretare la complessità del momento presente e proporre pratiche rinnovate di convivenza. Il metodo è quello laboratoriale dei “cantieri”, animati dai soggetti promotori e aperti a tutti coloro che ad essi vorranno portare il proprio originale contributo. I temi sono quelli che caratterizzano le molteplici dimensioni dell’etica civile: la politica come risposta condivisa alle domande fondamentali delle nostre città, la città come spazio d’incontro e di dialogo tra diversi, la cittadinanza quale appartenenza ad una comunità più ampia di quella nazionale e fondata sui diritti e doveri fondamentali della persona umana, la formazione all’ecologia integrale, l’economia solidale e orientata al contrasto della disuguaglianza e della povertà, la comunicazione responsabile come strumento di formazione di coscienza civile. Ad alcuni mesi dal Forum nazionale di Etica civile si è svolto a Roma, il 27 gennaio scorso, ospitato dall’Azione cattolica italiana, un nuovo incontro della rete dei soggetti promotori del Forum sul tema Comunicare per costruire la città. Un’occasione preziosa per rilanciare il percorso disegnato con il Patto di Milano e rinsaldare la rete dei sottoscrittori. In apertura ha portato il suo saluto Beatrice Covassi, capo della Rappresentanza della Commissione dell’Unione europea in Italia, che ha ricordato come oggi l’Europa si trovi a dover fronteggiare sfide di portata epocale: globalizzazione, migrazioni, terrorismo. Di fronte a queste sfide l’Europa è chiamata ad avviare seri processi di riforma, mettendo in campo la propria capacità di essere luogo d’incontro delle diversità e generando nuove opportunità per i paesi membri e i cittadini del continente europeo. È quanto già avvenuto sul piano delle politiche sociali, attraverso l’adozione del pilastro sociale europeo da parte del Consiglio dell’Ue. Ma il futuro dell’Unione europea necessita altresì della partecipazione consapevole dei suoi cittadini. Occorre pertanto riappropriarsi

78


Michele D’Avino

della dimensione europea della cittadinanza, mettendo al centro quei valori comuni che la contraddistinguono, come il rispetto della dignità umana, la solidarietà, l’inclusione, la tolleranza, il rispetto della diversità. Ad approfondire il tema della comunicazione quale fattore di costruzione della città sono stati gli interventi di Michele Sorice, docente di Sociologia della comunicazione e Innovazione democratica presso la Luiss, e di Giuseppe Riggio sj, caporedattore di «Aggiornamenti sociali». Per Sorice le città sono laboratori e luoghi della sperimentazione delle relazioni. Luoghi dove l’innovazione è possibile se le persone sono capaci di porsi in una relazione dialogica con l’altro. La comunicazione, infatti, è elemento strutturante della società contemporanea e, se si svolge in condizioni di parità tra gli interlocutori, allora può dar luogo a forme di innovazione democratica ed identità plurali, in cui ciascun soggetto è libero di appartenere contemporaneamente a più mondi diversi, senza negare la sua peculiare identità. Padre Riggio si è soffermato sulle connessioni che intercorrono tra “comunicare” e “comunità”. Comunicare, infatti, è già costruire la città perché, comunicando, le persone escono dalla propria autosufficienza per aprirsi alla relazione con gli altri, anche quando sono portatori di culture e visioni del mondo diverse. La comunità diventa allora esperienza di dono reciproco, ma anche responsabilità condivisa, inverando l’etimo della parola stessa, dal latino cum-munus. Affinché una tale esperienza di comunità possa realmente realizzarsi occorre tuttavia sovvertire i modelli comunicativi e relazionali attualmente predominanti. Nessuna comunità potrà dirsi pienamente tale se a prevalere sarà lo stile dei «monologhi di contrapposizione», in cui ciascuno porta avanti la propria posizione, senza alcun tentativo di dialogo con l’altro. Per Riggio bisogna promuovere, invece, il paradigma della «lentezza», che permette la creazione di spazi utili all’ascolto e al confronto, e quello della «parzialità», che valorizza l’apporto conoscitivo degli altri come essenziale per la costruzione della comunità. Su tali presupposti il cammino del Forum di etica civile guarda avanti. In un tempo in cui le contrapposizioni e gli scontri sembrano prevalere rispetto alle ragioni etiche dello stare insieme, la sfida dell’ascolto reciproco apre a nuove possibilità di un progetto comune più ampio, democratico, inclusivo, solidale e responsabile. 1/2018

79


il libro&i libri

Il saggio proposto ci aiuta a capire i meccanismi della ricerca scientifica contemporanea. Un sistema in cui passione e rigore si scontrano con le dure leggi di mercato. Con conseguenze e rischi, come l’aumento di frodi, plagi, ma soprattutto con una produzione scientifica abnorme e spesso di scarso rilievo. Come uscirne? Riscoprendo la figura dello scienziato responsabile.

La scienza tra passione e mercato di Carlo Cirotto

A

coloro che si pongono domande sul significato che la scienza è venuta assumendo negli ultimi tempi è raccomandata la lettura di questo agile testo scritto da Gianfranco Pacchioni ed edito da Il Mulino. Pacchioni, esperto in chimica teorica e computazionale, è il prorettore per la ricerca dell’Università di Milano Bicocca e si è distinto per il suo pluriennale, costante e competente impegno nel mondo della scienza. Carlo Cirotto Il libro fa parte della collana «Farsi un’idea» e, è stato docente di Biologia dello sviluppo a lettura avvenuta, non si può che apprezzare all’Università dell’Aquila e di Citologia la sua collocazione editoriale. L’autore infatti e Istologia all’Università di Perugia. riesce a dipingere, con pennellate magistrali, Si è occupato dei processi dello sviluppo un quadro vivace, convincente ed esauriente embrionale in sistemi biologici di differente dello stato della ricerca a livello planetario. complessità. Ha pubblicato oltre E c’è anche una sorpresa che coglie piaceun centinaio di articoli, due testi di citologia volmente il lettore fin dalle prime pagine: la e alcuni volumi divulgativi. Per l’Editrice gradevolezza dell’esposizione. Chissà perché, AVE ha scritto, con R. Balduzzi e I. Sanna, da un uomo che passa la sua vita negli austeri Le mani sull’uomo. Quali frontiere per laboratori delle scienze dure viene spontaneo la biotecnologia?, Roma 2005. aspettarsi che scriva con uno stile anch’esso Dal 2008 al 2014 è stato austero e duro, un po’ pesante da leggere e anpresidente nazionale del Meic. che difficile da penetrare. Il testo del nostro

80


Carlo Cirotto

autore invece scorre piacevolmente ed è capace di suscitare interesse anche nel lettore più allergico alle faccende della scienza. Quella che si incontra, però, non è una scienza resa piacevole perché trasformata in una sorta di romanzo. Le osservazioni e i ragionamenti proposti dall’autore sono supportati da numeri e grafici, che danno concretezza alle affermazioni pur senza appesantire il testo né renderlo in alcun modo indigeribile. Pacchioni insomma si dimostra conoscitore profondo delle questioni che riguardano la scienza ma anche divulgatore provetto, capace di aiutare efficacemente il lettore a “farsi un’idea”. Il nostro autore è uno dei molti ricercatori e docenti universitari che hanno fatto esperienza di due modi diversi di fare ricerca: quello che era in uso fino ai primi anni Novanta del secolo scorso e quello che si è affermato in questi ultimi due decenni, dominato dall’estesa informatizzazione e reso nervoso dal clima di competizione accelerata che la globalizzazione ha portato con sé. Lo spartiacque tra il modo vecchio di fare scienza e quello nuovo è localizzato nell’ultimo decennio del secolo scorso. È in quegli anni che la tecnologia digitale ha fatto irruzione tanto sul versante dell’automazione delle apparecchiature di ricerca quanto su quello della comunicazione fra ricercatori. L’irruzione ha avuto conseguenze pesanti in tutti e due i casi e si commetterebbe un grave errore se si ritenesse importante il primo e trascurabile il secondo. Infatti, se è importante poter contare su una tecnologia efficiente, è altrettanto essenziale poter rendere pubblici gli esiti dei propri esperimenti. La comunicazione tra ricercatori è un aspetto fondamentale della struttura conoscitiva propria della scienza. Ogni scienziato di qualsiasi paese deve poter riprodurre gli esperimenti descritti dai colleghi e all’occorrenza fondarvi nuovi filoni di indagine. Ciò vale soprattutto per la ricerca “di base” la cui motivazione è la volontà di strappare alla natura i suoi segreti senza necessariamente avere come meta immediata un qualche sbocco utilitaristico. Ben diversa è la ricerca “applicata”, che ha come finalità quella di trasformare in metodiche e apparecchiature utili le acquisizioni della scienza di base. In questo ambito l’esigenza di comunicare i risultati entra spesso in rotta di collisione con la necessità – più che legittima – di difendere con brevetto la nuova scoperta. Come era la ricerca di base prima dell’arrivo del nuovo millennio? Il nostro autore – con l’autorevolezza di chi ha lungamente per1/2018

81


il libro&i libri La scienza tra passione e mercato

corso le strade che vanno dalla formulazione dell’ipotesi alla verifica sperimentale e, infine, alla pubblicazione – non esita ad affermare che a caratterizzarla erano «pazienza, studio, perseveranza, convinzione, determinazione e tante altre cose ancora» (p. 20). Requisiti che presupponevano una dedizione completa a tutto l’iter della ricerca senza pressioni che non fossero quelle imposte dalle proprie dinamiche interiori. La pubblicazione dei risultati, poi, richiedeva particolare cura. Avveniva, per lo più, su riviste a diffusione internazionale che, prima di accettare l’articolo, lo sottoponevano al giudizio di due o tre esperti del settore (la cosiddetta peer review). Tutto richiedeva tempo e dalla progettazione della ricerca alla pubblicazione potevano trascorrere anche degli anni. C’era tempo per studiare, pensare, approfondire, progettare. Poi, con l’avvio del nuovo millennio, tutto è cambiato. La ricerca è stata finanziata più abbondantemente; molti nuovi paesi hanno fatto il loro ingresso nella comunità scientifica; il numero di riviste specializzate ha fatto un balzo considerevole; le comunicazioni tra gruppi di ricerca sono divenute più rapide grazie alla digitalizzazione e all’istituzione di sterminate banche-dati. Tutto ciò ha determinato l’instaurarsi di una competizione spasmodica tra ricercatori che si sono visti costretti ad aumentare la frequenza delle pubblicazioni per non soccombere alla concorrenza di altri colleghi più produttivi. C’è un detto che esprime bene questa atmosfera di competizione: «publish or perish», pubblica o muori. Morte non fisica, s’intende, ma fine della carriera e della speranza di un futuro nella ricerca. È quanto mai triste questo clima stressante di corsa alla pubblicazione. Toglie il respiro e spesso non lascia neanche il tempo necessario all’elaborazione dei dati acquisiti. Quanti dati sono ottenuti e subito pubblicati! Quasi tutte le redazioni delle riviste scientifiche ne sono subissate e incontrano continue difficoltà a far distinzione tra dati attendibili e riproducibili e dati inattendibili o addirittura falsi. Il contrasto tra l’abbondanza di dati e la povertà della loro elaborazione risulta particolarmente evidente in quei settori della scienza il cui impianto teorico attende ancora di essere completato. Ne è un esempio la biologia, in cui l’insieme dei dati raccolti è sempre più imponente, l’aspetto applicativo è continuamente ampliato sotto la pressione degli interessi industriali, ma gli aspetti conoscitivi di fondo risultano alquanto marginalizzati.

82


Carlo Cirotto

Quella che è stata definita «rivoluzione digitale» ha rapidamente influenzato il mondo della ricerca non solo nei paesi di antica tradizione scientifica, ma anche in quelli che hanno solo di recente intrapreso la via della modernizzazione (Cina e Corea, ad esempio) e ha determinato un costante aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo. Pacchioni riporta alcuni numeri. Nel 2013 gli investimenti in ricerca hanno raggiunto i 1700 miliardi di dollari, il doppio di quelli registrati dieci anni prima. Sono concentrati essenzialmente nell’Est e Sud-Est asiatico, nel Nordamerica e in Europa. Gli Stati Uniti rimangono i più grandi investitori con il 27% della spesa mondiale; segue a ruota la Cina con il 20%. È interessante anche l’andamento nel tempo di questo processo; mentre dal 2000 al 2013 la spesa totale dei paesi asiatici è passata dal 25% a quasi il 40% del totale mondiale, in Nordamerica e in Europa il valore percentuale è andato calando. La crescita impetuosa degli investimenti in ricerca ha fatto schizzare in alto anche il numero dei ricercatori. Le stime attuali dicono che tale numero ha superato i dieci milioni: un ricercatore ogni settecento abitanti del pianeta. La Cina è passata da 804.000 ricercatori nel 1995 a 3.250.000 nel 2013, un aumento di quattro volte in meno di vent’anni. Publish or perish! Si è già fatto cenno a questo ordine perentorio che ossessiona i ricercatori e li getta nella mischia ogni giorno. Ma dove pubblicano i risultati delle loro ricerche i dieci milioni di ricercatori del mondo? Evidentemente le riviste edite in forma tradizionale non bastano più. Alle preesistenti versioni cartacee si sono affiancate ben presto le versioni on line e, in alcuni casi, hanno finito per sostituirle del tutto. Va da sé che la quasi totalità delle riviste di nuova fondazione è pubblicata esclusivamente on line. I numeri che Pacchioni riporta sono, anche in questo caso, molto eloquenti. Nel 1964 erano state censite seicento riviste scientifiche. Nel 1996 il numero era salito a 11.000, mentre nel 2012 le riviste attive erano 28.100. L’aumento annuo è avvenuto ad un tasso del 3,5%. Un fenomeno che risale ai primi anni di questo secolo ed è senza dubbio legato alla dematerializzazione della comunicazione, è quello delle riviste open access. La versione on line delle riviste ha aperto la strada a questa forma assolutamente nuova di editoria, il cui impatto deve essere ancora del tutto compreso. Open access, 1/2018

83


il libro&i libri La scienza tra passione e mercato

che significa letteralmente «ad accesso aperto», è una nobile iniziativa basata sull’idea che i risultati del lavoro di ricerca, fatto in genere con soldi pubblici, debbano essere resi disponibili a tutti senza dover sottostare agli elevati costi di abbonamento richiesti dalle case editrici tradizionali. Fin da subito l’iniziativa ha avuto un grande successo: nell’ottobre 2016 sono state censite 9.159 riviste open access, con un incremento di quasi il 50% rispetto a sei anni prima. Agli autori viene chiesto di contribuire alle spese di gestione con una cifra per lo più compresa tra i 1.000 e i 2.000 euro. Tenendo presente il basso costo della gestione informatizzata, la nobile iniziativa si è ben presto rivelata un vero e proprio affare tanto da indurre editori poco scrupolosi e interessati solo ad accaparrarsi clienti, ad adottare criteri di pubblicazione molto permissivi, in cui il processo di revisione dei lavori è mantenuto a un livello minimale, quando non del tutto reso assente. Non a caso simili riviste sono dette «riviste pirata». I numeri esorbitanti dei ricercatori attivi sul pianeta e degli articoli scientifici da loro pubblicati fanno sorgere il dubbio espresso a chiare lettere dal nostro autore nel titolo del capitolo 6: Siamo troppi? Si potrebbe rispondere di no, perché lo sviluppo tecnologico-digitale esige ricerche sempre nuove e sempre più numerose. Ma il dubbio dell’autore è riferito ai ricercatori interessati alla scienza di base. Ce ne vorrebbero di meno, conclude, magari di miglior livello e meglio salvaguardati dallo stress. Una cosa è certa: la tendenza alla crescita generalizzata non potrà continuare a lungo. Chi potrebbe dargli torto?

IL LIBRO Gianfranco Pacchioni Scienza, quo vadis? Tra passione intellettuale e mercato Il Mulino, Bologna 2017

84


il libro&i libri

Tre saggi raccolti in un volume proposto dall’Istituto Sturzo danno conto dell’impegno dei cattolici democratici alla Costituente e del loro adoperarsi per affermare una concezione dello Stato democratico e della stessa democrazia intesi non semplicemente come insieme di procedure, bensì come realtà che traggono la loro ragion d’essere da profonde ispirazioni culturali e si esprimono in indirizzi sociali solidali e pacifici.

Costituzione e cattolicesimo democratico

N

di Gian Candido De Martin

ella prospettiva dei settant’anni della Costituzione, l’Istituto Sturzo ha raccolto in un unico volume tre significativi saggi – già pubblicati in tomi distinti nel 1998 da Il Mulino in occasione dei cinquant’anni della Carta repubblicana, con una densa introduzione di Gabriele De Rosa –, ora opportunamente aggiornati, specie quello di Ugo De Siervo su I cattolici democratici e le scelte della Costituente. Una riproposizione che aiuta a riflettere su questioni che – pur approfondite nel volume in distinti studi monografici di autori di discipline diverse – si integrano armonicamente nell’offrire un quadro ricostruttivo del travaglio politico e culturale vissuto nella stagione della Costituente, stimolando al tempo stesso interrogativi e raffronti tra la situazione di allora e quella della attuale vita costituzionale del nostro paese. Imprescindibile, in primo luogo, il puntuale e magistrale affresco storiografico di Francesco Gian Candido De Martin Malgeri per comprendere il dramma del no- è professore emerito di Diritto pubblico stro paese soprattutto nel breve ma complesso alla LUISS «G. Carli» di Roma e presidente e cruciale periodo intercorso tra la Liberazione dell’Istituto «V. Bachelet» per lo studio dei di Roma (giugno 1944) e la Costituente, in cui problemi sociali e politici – attraverso vari governi e molteplici tensioni dell’Azione cattolica italiana.

1/2018

85


il libro&i libri Costituzione e cattolicesimo democratico

politiche – è maturata tra l’altro la scelta istituzionale per la forma repubblicana nel referendum del 2 giugno 1946, con una frattura sostanziale rispetto al precedente ordinamento monarchico e fascista, ma nel rispetto di una legalità formale che ha evitato conflitti insanabili, grazie anche al ruolo abile ed equilibrato di Alcide De Gasperi. Il contributo di Nicola Antonetti si incentra invece, a tutto tondo, sulle radici storico-culturali delle opzioni valoriali che hanno contraddistinto la nascita della Costituzione, intesa come “conquista” della civiltà moderna e punto di approdo irrinunciabile di un sistema democratico. In questa prospettiva vengono messi in rilievo, in particolare, gli apporti politico-culturali di figure e correnti di pensiero significative di matrice cattolica, distinguendo peraltro tra il ruolo della prima generazione dc, costituita dagli ex popolari, e quello della seconda generazione, espressiva dei mondi dell’Università e dell’Azione cattolica, nonché della Resistenza. Emerge in questo quadro il valore del popolarismo sturziano e del pensiero di Capograssi nell’elaborazione di un diritto costituzionale fondato su una concezione personalistica e pluralistica della società, così come il contributo determinante per gettare le basi del nuovo ordine socio-politico di tre documenti prodotti nell’arco di neppure tre anni: le Idee ricostruttive della Dc di De Gasperi (luglio 1943), il Codice di Camaldoli elaborato tra l’estate del 1943 e il 1945 da un gruppo di intellettuali cattolici coordinati da Sergio Paronetto, sostanzialmente poi ripreso dalle principali relazioni della XIX Settimana sociale dei cattolici italiani nell’ottobre del 1945. Maggiormente incentrato sul dibattito e sulle scelte della Costituente è il saggio di Ugo De Siervo, giuspubblicista che fin dagli studi giovanili ha dedicato specifica attenzione sia alle dinamiche e ai lavori preparatori che ai significati e alla portata (almeno potenziale) delle opzioni contenute nella Costituzione entrata in vigore l’1 gennaio 1948, la quale rappresenta non solo un rilevantissimo fatto politico-culturale, ma costituisce una fonte giuridica che delinea i caratteri dello Stato sociale di diritto e sta al vertice del sistema di norme preordinate a regolare la convivenza, con un atto solenne di fiducia sul senso e valore di principi comuni. L’analisi di De Siervo da un lato chiarisce la discontinuità tra il modello costituzionale liberale ottocentesco e la Carta repubblicana, che si ricollega a nuove tendenze del costituzionalismo europeo, non nazionalista ma aperto alla collaborazione internazionale e in

86


Gian Candido De Martin

nuce anche all’integrazione europea; dall’altro evidenzia l’apporto assai rilevante di costituenti di matrice cattolica (Mortati, Dossetti, La Pira, Fanfani, Lazzati, Moro e altri ancora) nelle scelte fondamentali riguardanti la fisionomia della Repubblica, il suo volto pacifista, la garanzia di diritti personali e collettivi nell’ambito di una democrazia non solo formale o procedurale, ma impegnata a dare effettività e pari opportunità di sviluppo della personalità di ciascun cittadino, in una prospettiva di sussidiarietà e solidarietà, contrassegnata anche da un largo riconoscimento di autonomie territoriali e sociali, nell’ambito di un’unità plurale, non statocentrica. Tutte analisi e ricostruzioni che inducono a considerare la Costituzione del 1948 come «un grande tornante della storia nazionale», anche perché frutto di una reale – seppur non certo facile – ricerca in Assemblea costituente di principi e valori unificanti tra culture politiche assai diverse (cattolica, marxista, socialdemocratica, liberale, azionista), che hanno saputo condividere un percorso non breve di dibattito (diciotto mesi) riuscendo per molti versi ad affrancarsi dalle forti tensioni tra i partiti, con il risultato di una Carta innovatrice, che può essere considerata la Costituzione di tutti, non di una maggioranza. In tal senso, una lezione di metodo che dovrebbe ancor oggi avere valore e indurre ad evitare scorciatoie di riforme costituzionali perseguite da maggioranze contingenti e non suffragate da obiettivi comuni e da un effettivo largo consenso. Per concludere, due sintetiche riflessioni, in certo modo obbligate, a margine di questo bel volume, da segnalare anche per la sua persistente attualità. In primo luogo c’è da chiedersi quanto si sia realizzato di quella Costituzione così innovatrice e se sia tuttora adeguata dopo settant’anni, considerate le profonde trasformazioni politiche intervenute (basti pensare alla scomparsa dei partiti che l’avevano approvata). Il bilancio è con tutta evidenza in chiaroscuro, poiché per un verso può certo dirsi che la tenuta costituzionale del sistema e il rispetto delle regole della convivenza democratica si siano consolidati, con passi avanti sostanziali sul piano sia della realizzazione di taluni essenziali diritti personali (di libertà) e sociali (vedi istruzione, sanità e previdenza), sia dell’ammodernamento di strutture di governo e di servizi pubblici, con un ruolo utile anche del giudice costituzionale per garantire legittimità e coerenza degli interventi rispetto alle previsioni della Carta. Ma è indubbio, per altro verso, che vi siano molte previsio1/2018

87


il libro&i libri Costituzione e cattolicesimo democratico

ni inattuate e potenzialità inesplorate, se non talora contraddette: basti pensare alle difficoltà delle politiche familiari o di quelle ambientali, alle disattenzioni per la funzione sociale della proprietà, alle crescenti diseguaglianze, per non dire delle diffuse incoerenze e resistenze nel dare vita ad autonomie responsabili. Di qui la necessità di interventi per dare piena effettività alla Costituzione, più che per riformarla, anche se ciò non vuol dire che non vi siano esigenze di varia manutenzione, da considerare anzi fisiologiche, e anche di modifica di taluni punti per migliorare il funzionamento della macchina pubblica, garantendo comunque l’equilibrio tra i poteri in un sistema parlamentare. In secondo luogo, ci si potrebbe chiedere se oggi ci siano cattolici democratici in grado di essere fermento e punto di riferimento per la vita costituzionale come quelli che hanno concorso a fondare le scelte in Costituente. Una questione complessa, questa, che qui si può solo accennare, a prescindere dalle discussioni e incertezze (talora pretestuose) sul significato e sulla latitudine della categoria dei cattolici democratici. Una questione che deve comunque fare i conti con un contesto culturale radicalmente diverso, sia perché manca (ovviamente) la spinta rinnovatrice di allora, carenza alla quale si somma la delusione per le occasioni mancate per concretare parti essenziali di quel disegno lungimirante sullo sviluppo democratico della convivenza, sia perché il mondo cattolico frammentato appare oggi sempre più distaccato – e talora irrilevante – nel dibattito pubblico, non in grado di esprimere proposte politiche di respiro e tenuta adeguata alle sfide sul tappeto, con una sintesi utile tra esigenze di rappresentanza e partecipazione democratica e di governabilità. Fors’anche perché non viene dedicata sufficiente attenzione – anche nel mondo cattolico – alle esigenze di formazione ad una adeguata cultura costituzionale, che è indispensabile per poter esercitare sul serio una cittadinanza attiva e concorrere in modo competente ed efficace alle scelte per il bene comune possibile. IL LIBRO Nicola Antonetti, Ugo De Siervo, Francesco Malgeri (a cura dell’Istituto Luigi Sturzo) I cattolici democratici e la Costituzione Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2017

88


il libro&i libri

Una ricca monografia dedicata allo scrittore, filosofo, saggista e drammaturgo francese. Un invito a rileggere in profondità un pensatore originale, che si è confrontato a lungo con i drammi dell’esistenza individuale e collettiva, alle prese con le insanabili contraddizioni della storia, cercando di tenere insieme teoria e prassi.

Rileggere Albert Camus

P

di Piergiorgio Grassi

er quasi due decenni Albert Camus (1913-1960) è stato tra i maggiori protagonisti della scena culturale e politica francese nel secondo dopoguerra. Nel 1945 era caporedattore, a Parigi, di «Combat», il quotidiano dell’omonimo movimento di resistenza al nazifascismo e al regime collaborazionista del generale Pétain. Come scrive un suo attento interprete, Jean Grenier, nella introduzione alle Opere. Romanzi, racconti, saggi edite nella collana «I classici» di Bompiani (Milano 1988): «Camus aveva trent’anni: un romanzo, Lo straniero, e un saggio, Il mito di Sisifo, avevano fatto sensazione. Si rappresentava la sua opera teatrale Il malinteso […]. Nei giorni della liberazione diventa il Piergiorgio Grassi simbolo del mondo appena nato e che si spe- è stato docente di Filosofia della religione e rava fosse più giusto e felice. Camus aveva la di Sociologia della religione nell’Università possibilità straordinaria che la sua giovinezza di Urbino. In questa Università ha diretto l’Istituto superiore di scienze religiose «I. coincidesse con quella della storia» (p. VII). I suoi interventi nel dibattito politico erano Mancini». Condirettore di «Hermeneutica» attentamente seguiti e dividevano l’opinione e già direttore di «Dialoghi», ha tra le sue pubblica. Come quello che lo oppose al ro- ultime pubblicazioni: Trascendenza fra i manziere cattolico François Mauriac, edito- tempi, Morcelliana, Brescia 2011 e Laicità rialista de «Le Figaro», su come realizzare l’e- e pluralismo religioso, Pazzini, purazione di coloro che avevano appoggiato Verucchio 2013. 1/2018

89


il libro&i libri Rileggere Albert Camus

il passato regime. Più aspro e gravido di conseguenze lo scontro con Jean-Paul Sartre dopo la pubblicazione de L’uomo in rivolta (1951), scontro che Sartre trasformò in un processo pubblico sulle pagine de «Les temps modernes», la rivista, allora assai diffusa e influente, da lui diretta. Camus era accusato di aver tentato di sgretolare il mito di Stalin e della rivoluzione sovietica. Gran parte degli intellettuali francesi cosiddetti impegnati (engagés) consideravano la tirannia sovietica una fase necessaria della storia verso un futuro di piena emancipazione. Spaventato dalla violenza in Algeria, tenne nel 1956 un acceso discorso pacifista ad Algeri chiedendo che l’esercito francese e il Fronte di liberazione nazionale ponessero fine agli atti di violenza contro i civili. Suscitò ancora una volta polemiche e contrapposizioni. Isolato ormai dal ceto intellettuale parigino, Camus era stato oggetto di critiche, talvolta ingiuste e pretestuose, anche quando gli era stato conferito il premio Nobel per la letteratura (1957). Nel discorso tenuto alla consegna del premio e in una conferenza più tarda nel vasto anfiteatro gremito di studenti dell’Università di Uppsala, aveva riaffermato, contro i detrattori, la sua visione dell’arte e il compito dell’artista che «non può mettersi al servizio di coloro che fanno la storia, ma è al servizio di coloro che la subiscono» e pertanto l’arte non è un lusso menzognero, l’occasione di una fuga dagli orrori della storia, una specie di divertissement, per usare un termine di Pascal, autore che gli era particolarmente caro al punto da affermare che «ogni filosofia la quale non arrivi a rispondere a Pascal è inutile». Osserva Roberto Gatti che Pascal rappresentava l’alternativa alla prospettiva che Camus andava delineando: simile è l’esistenza dell’uomo percepita e descritta come assurda, ma nell’autore de Les pensées, l’assurdo viene mantenuto «entro la scelta di fede, non anestetizzandolo attraverso il salto, ma accettando di confrontarsi con la contraddizione, la sproporzione, la dismisura quale cifra della condizione umana» (p. 163). Camus si era allontanato da Parigi, da tempo ammalato e deluso dalle incomprensioni e dagli attacchi, e si era trasferito, in volontario esilio, in Provenza, a Lourmarin. Poco tempo dopo, il 4 gennaio del 1960, trovò la morte assieme al suo editore Michel Gallimard in un incidente d’auto vicino a Montereau, a cento chilometri da Parigi. Tra i rottami della vettura, schiantatasi con-

90


Piergiorgio Grassi

tro un platano, venne ritrovato un manoscritto, la stesura originaria de Il primo uomo, pubblicato molto più tardi (nel 1994) a cura della figlia Catherine. Si tratta di una narrazione fortemente autobiografica che ripercorre parte della sua vita: l’infanzia algerina, la povertà della famiglia, il padre mai conosciuto, morto in guerra, la madre molto amata, analfabeta e silenziosa. «Un romanzo di formazione a ritroso» che offre elementi precisi per comprendere la genesi della sua arte e che avrebbe aperto probabilmente una nuova fase della sua riflessione. La tragica morte a soli quarantasette anni, ha smorzato gran parte delle polemiche, mentre è iniziata una sistematica ricognizione delle sue opere con la pubblicazione dei Taccuini, in cui le note e gli appunti documentano i passaggi cruciali del suo itinerario intellettuale. Le opere maggiori vengono ristampate perché Camus è considerato un classico, nel senso che, pur appartenendo al passato recente, serve anche per l’oggi, per pensare il nostro tempo e, a chi sa interrogarlo, offre significati inediti e utili alla prassi. Non si contano, ormai, i saggi critici e gli articoli dedicati a Camus. La monografia che porta il titolo Una utopia modesta con scritti di Roberto Gatti, di Marta Bartoni e di Laura Fatini (ETS, Pisa 2016), spicca per alcune caratteristiche. Ciascuno degli autori ha portato le sue competenze: in filosofia politica, Gatti; sulle vicende dell’esistenzialismo, Bartoni; Fatini sul teatro, lei che, tra l’altro, ha messo in scena, come regista, il dramma Lo stato d’assedio dello stesso Camus. Pur essendo stata scritta a più mani, la monografia mostra indubbiamente solidità e coerenza, grazie al fatto che il progetto di ricerca e successivamente gli elaborati sono stati oggetto di confronto e di discussione tra gli autori. Non vi sono perciò sovrapposizioni, le scansioni della biografia intellettuale sono ben marcate e la visione del mondo elaborata dallo scrittore franco-algerino è indicata suggestivamente come «utopia modesta», alternativa alle utopie radicali che hanno generato i totalitarismi del Novecento. Ciò che lega le tre ricerche è la domanda, mediata da Nietzsche, se sia possibile e come sia possibile vivere in un mondo in cui Dio è stato dichiarato morto. E di conseguenza si assiste all’andare a zero delle categorie di fine, di mondo sovrasensibile, di essere, di unità e così via. «Come vivere in questo mondo però (e qui Camus critica Nietzsche), evitando di cadere nel quietismo dell’amor 1/2018

91


il libro&i libri Rileggere Albert Camus

fati e impegnandosi invece nella ricerca di una morale che sappia fare a meno di Dio, senza adagiarsi comodamente nell’atteggiamento nichilista (Camus non ha dubbi: la teoria dell’amor fati è nichilista sino all’osso)». L’obiettivo, perseguito con determinazione, è allora quello di dare consistenza razionale ad una prospettiva di etica della rivolta in «un’epoca che è stretta tra la violenza indiscriminata, da un lato (i lager dell’orrore nazista e stalinista), e la passività di fronte al nostro essere soli al mondo» (p. 7). Nelle Lettere ad un amico tedesco Camus confessava di continuare a credere «che questo mondo non abbia una finalità superiore», ma di avere piena consapevolezza che «in esso qualcosa ha un senso e questo qualcosa è l’uomo, perché è il solo essere vivente che esige di averlo. Questo mondo ha dunque […] la realtà dell’uomo e nostro dovere è di fornire all’uomo le ragioni per lottare contro il suo stesso destino». Eppure Camus, nella prima fase della sua produzione, quando l’Algeria era ancora un territorio d’oltremare della Francia – ma già incubava la volontà di indipendenza del popolo algerino –, manifestava (Il rovescio e il dritto, 1937 e Nozze, 1938) il bisogno di identificarsi con la natura: con il sole che splende sulle rovine dell’antica Tipasa e con il mare Mediterraneo che invita a immergersi e ad abbandonarsi ad esso, con il fascino del deserto pietroso. «Le immagini della natura – scrive Bartoni –, lungi dall’assumere una valenza limitatamente estetica e decorativa, servono a materializzare una condizione originaria della quale ha lungamente goduto e alla quale il Camus della maturità – dell’esilio – sembrerebbe talvolta voler ritornare: il sole cioè la luce che infiamma il paesaggio e lo dona allo sguardo; il mare, cioè il desiderio di indistinzione e di simbiosi con la totalità materna; il deserto cioè l’affrancamento dall’umano e dall’ordinario. Tutto ciò consente l’identificazione con il mondo e con la vita» (p. 41). Ma il godimento della felicità immediata, generata dal sentimento panico nel rapporto con la natura, che si sottrae al furore della storia, senza responsabilità verso gli altri nel combattere i mali del mondo, si trasforma, dapprima, nella percezione dell’assurdo in cui l’uomo si trova gettato, consapevole ormai che non vi è appartenenza al mondo e a se stessi; che l’esistenza è sbilanciata tra l’infinità delle aspirazioni e la finitezza delle possibilità, culminando nella vanità di tutti gli sforzi. Sono gli anni dell’apparizione de Lo

92


Piergiorgio Grassi

straniero (1942) e de Il mito di Sisifo (1943) e della dichiarazione di insignificanza dell’esistere, della necessità di muoversi in superficie sfuggendo ogni profondità: «Non credere nel senso profondo delle cose è la caratteristica dell’uomo assurdo». Questa estraneità – nota Bartoni – gli proveniva anche dallo studio della tradizione neoplatonica e dallo gnosticismo che Camus aveva incontrato negli studi universitari e nella elaborazione della sua dissertazione di laurea. Il riferimento più importante restava però Nietzsche con la sua prospettiva nichilista che Camus intendeva superare, come mostrano La peste (1947), romanzo politico, grande metafora del male, in specie del nazismo, e i saggi de L’uomo in rivolta (1951). Qui vengono in primo piano non solo le questioni storico-politiche, ma soprattutto la giustificazione filosofica di un’etica che si «svincoli dal concetto della morale dell’equivalenza» affermato ne Il mito e che, di conseguenza, possa evitare l’esito nichilistico cui tale concetto può portare. Si tratta di fare i conti sino in fondo con Nietzsche e di andare oltre Nietzsche, che era giunto a dichiarare la divinizzazione della fatalità e il moto di rivolta, con i quali l’uomo rivendicava il suo essere proprio, per scomparire poi nell’asservimento assoluto dell’individuo al divenire. L’uomo in rivolta, invece, non chiede la vita, ma le ragioni della vita. Camus cerca di tenere insieme il mondo della natura e quello della storia, una polarità costitutiva della condizione umana. Una natura cui tornare durante e dopo gli impegni nella lotta per affermare la dignità dell’uomo. Che è la vera novità della sua prospettiva. Nel saggio assai contestato de L’uomo in rivolta (e nel romanzo La peste) dura è la polemica contro i totalitarismi e le ideologie che li ispirano, sottolineando la pretesa illegittima di ridurre la realtà ad una costruzione astratta, che non tiene conto della realtà. Ciò che conta davvero, per Camus, è l’uomo concreto che mangia, beve e veste panni. Solo un’etica e una politica della rivolta possono garantirne la dignità. Un’etica che faccia sempre i conti con il possibile e il fattibile nelle più svariate circostanze; che sia fondata su un concetto di natura umana non fissista, in grado di fondare una prassi tra soggetti che dialogano, che comunicano in vista di una società che tenga in massimo conto il valore della persona, accomunate tutte da un unico destino (l’assurdo). Una politica che sia attenta alle questioni concrete, ai limiti e alle possibilità che si aprono. Si tratta quindi di un’utopia modesta, che non evita 1/2018

93


il libro&i libri Rileggere Albert Camus

la domanda sull’immane potenza del negativo che pesa sulla realtà degli uomini. Emerge in definitiva la diffidenza per una visione della politica come ideologia o come pura tecnica. Gatti osserva che la politica «quando è sistema dottrinale richiede […] la fedeltà nei suoi sostenitori, quando diventa tecnica può fare a meno di ogni consenso, limitandosi a imporre la logica dell’efficienza, della produttività, dell’ordine statico: costringe e sacrifica la ricchezza della vita» (p. 151). Camus ha anche una rilevante produzione teatrale, che è in sintonia con il maturare del suo pensiero, interrotto dalla tragica fine. Per dirla con Fatini, che analizza con acutezza le opere (da Caligola, da Il malinteso a Lo stato d’assedio, sino a I giusti), il palcoscenico è stato il logico prolungamento della sua attività di scrittore e l’ambito privilegiato di un artista deciso a prendersi cura del mondo. Fra tutte le arti, infatti, l’opera teatrale è quella che «più delle altre necessita della collettività, del noi che si sostituisce all’io» (p. 190). Sotto molti profili questa monografia dedicata a Camus è un invito a rileggere in profondità uno scrittore e pensatore originale, che si è confrontato a lungo con i drammi dell’esistenza individuale e collettiva, alle prese con le insanabili contraddizioni della storia, cercando di tenere insieme teoria e prassi. E tuttavia – nota ancora Gatti – «non ha voluto essere etichettato come filosofo esistenzialista perché ha visto nell’esistenzialismo […] un ennesimo esercizio di filosofia astratta, diretta in primo luogo contro altre filosofie, priva della volontà e della capacità di ispirarsi umilmente all’esperienza vissuta, nella sua concretezza, nelle sue contraddizioni, nella sua ricchezza inesauribile, nella sua quotidianità» (p. 153).

IL LIBRO Roberto Gatti, Marta Bartoni, Laura Fatini Un’utopia modesta. Saggio su Albert Camus Edizioni ETS, Pisa 2016

94


il libro&i libri

Il grande politico francese è uno dei padri fondatori dell’Unione europea. La traduzione e ristampa del suo scritto Pour l’Europe è l’occasione per riassaporare un pensiero che ancora oggi illumina il futuro del vecchio continente: un’Europa costruita soprattutto dai cittadini, un’Unione fondata sulla diversità delle sue culture e forte dei suoi valori.

Il testamento politico di Robert Schuman

I

di Roberto Nigido

n occasione del sessantesimo anniversario dei trattati di Roma, Edoardo Zin ha curato la traduzione in italiano, la redazione delle note esplicative e la ristampa in Italia del libro Pour l’Europe, nel quale Robert Schuman raccolse nel 1963, pochi mesi prima della morte, le idee essenziali che avevano guidato l’azione condotta durante la sua vita a favore dell’Europa unita. L’edizione è preceduta da una suggestiva prefazione di Romano Prodi ed è completata da una breve biografia di Schuman e dal testo della storica dichiarazione del 9 maggio 1950 che porta il suo nome. Le note esplicative illustrano brevemente e intelligentemente fatti e personaggi citati nel libro, che potrebbero non essere noti al lettore meno esperto della storia europea degli ultimi secoli. Edoardo Zin è un convinto europeista, cattolico, profon- Roberto Nigido do conoscitore ed estimatore del pensiero e è stato direttore generale degli Affari dell’azione di Robert Schuman, del quale sta economici del Ministero degli Affari esteri, seguendo la causa di beatificazione presso la ambasciatore a Ottawa e a Buenos Aires, capo della Rappresentanza permanente Congregazione dei Santi. Il grande statista europeo è giustamente con- presso l’Unione europea a Bruxelles, siderato il padre dell’Europa comunitaria per consigliere diplomatico del presidente aver proposto e promosso presso gli altri paesi del Consiglio e del presidente della fondatori, in quanto ministro degli Esteri del- Repubblica. 1/2018

95


il libro&i libri Il testamento politico di Robert Schuman

la Francia, il primo progetto concreto di integrazione: la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Il progetto, elaborato da Jean Monnet e subito condiviso da Robert Schuman, che era l’unica personalità politica francese al corrente fino alla presentazione al governo di Parigi, è stato alla base di tutti quelli successivi realizzati o tentati per far avanzare l’integrazione europea. Come Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, la sua convinzione europeista era animata e sostenuta da solida fede cristiana. Al pari di De Gasperi, trentino, e di Adenauer, renano, era uomo di frontiera, come egli stesso si definisce, essendo cresciuto in Lorena, allora parte della Germania. Anche gli altri padri fondatori dell’Europa unita erano uomini di frontiera: il belga Paul-Henri Spaak, l’olandese Johan Beyen, il lussemburghese Joseph Bech; di quella frontiera tra l’Europa germanica e quella francese che i duchi di Borgogna avevano cercato senza successo di fondere in uno stato unitario dalle Fiandre alle Alpi, che contribuisse all’equilibrio tra Francia e Germania ed evitasse scontri diretti (ma anche non naturali intese troppo strette) tra i due paesi. Il problema di un rapporto equilibrato tra Francia e Germania in un più generale contesto europeo rimane irrisolto. Italia e non a caso Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo hanno cercato di risolverlo favorendo nei primi anni Settanta l’ingresso della Gran Bretagna nelle Comunità europee, senza conseguire il risultato sperato. La Gran Bretagna non ha voluto giocare la partita degli equilibri complessivi perché ha continuato a sentirsi estranea nell’Europa continentale e, dopo un breve periodo iniziale di maggior coinvolgimento, ha preferito occuparsi solo dei suoi specifici problemi. Schuman riteneva d’altra parte «non concepibile che un governo britannico e un parlamento britannico ammettessero decisioni prese al di fuori di essi». Dopo oltre quaranta anni di difficile coabitazione di Londra nell’Europa comunitaria, il referendum britannico del 2016 ha confermato questa profetica valutazione. Il filo conduttore del libro è la necessità di promuovere la pace e il benessere dei popoli europei attraverso la cooperazione basata sulla solidarietà e sulla fiducia reciproca: il metodo è quello della rinuncia da parte degli Stati a poteri sovrani da affidare a una autorità comune, della solidarietà e della continua, intelligente mediazione tra gli interessi nazionali. Un’attenzione particolare è riservata al rapporto tra integrazione europea, democrazia e cri-

96


Roberto Nigido

stianesimo: tutte visioni fondate sul principio della solidarietà e del rispetto degli altri. Leggendo il testamento politico di Schuman, a oltre cinquanta anni di distanza, si è colpiti dalla straordinaria attualità del suo pensiero e dalla concretezza della sua azione politica. Le motivazioni che Schuman pose alla base della costruzione europea nel 1950 sono tutte ancora valide: mettere fine alle guerre che hanno insanguinato i rapporti tra gli Stati europei durante gli ultimi secoli e resistere, uniti, ai tentativi di egemonia provenienti allora dall’Unione sovietica. Fuori dalle istituzioni europee le guerre potrebbero oggi ricominciare, quanto meno sul piano commerciale; mentre al pericolo che si profila nuovamente da Mosca (anche a causa dei gravi errori e delle insensate provocazioni dell’Occidente) si è aggiunto quello ben più consistente, in prospettiva, proveniente da Pechino. La Cina ha ora messo apertamente in programma l’egemonia su tutta l’Asia; è inevitabile pensare che, una volta raggiunto questo obiettivo, voglia estendere il progetto al resto del mondo. Mentre il rapporto con gli Stati Uniti, con i quali gli europei condividono molti dei valori fondanti della propria civiltà, è diventato meno sicuro a partire dalla fine della guerra fredda ed è entrato ora in una strada dove la sintonia tra le due sponde dell’Atlantico non può più essere data per scontata. A queste motivazioni se ne aggiungono altre non meno fondamentali di carattere economico, che non sono poi tanto diverse da quelle allora evocate da Schuman per la difesa dei valori europei anche su questo piano. Il mondo si è da tempo trasformato in una competizione a tutto campo (sul piano demografico, economico, scientifico, tecnologico, finanziario, militare) tra giganti. Agli Stati Uniti si è aggiunta con prepotenza la Cina; l’India sta seguendo, tallonata da Indonesia, Brasile, Nigeria; mentre il Giappone mantiene il suo status di grande paese industriale, commerciale, finanziario e forse anche (nuovamente) militare. Di fronte a questi colossi nessuno Stato europeo, nemmeno la Germania, può fare il peso. Cooperare e integrarsi per i paesi europei non è una opzione, ma una esigenza assoluta. Il frazionamento politico, secondo Schuman, è «un assurdo anacronismo». La cooperazione consente di rendere ottimali, per le economie di scala che produce, gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica, così indispensabili alle nostre imprese per rimanere competitive, e le concentrazioni 1/2018

97


il libro&i libri Il testamento politico di Robert Schuman

produttive e finanziarie finalizzate agli stessi scopi. Così come dovrebbe facilitare la messa in atto di una politica comune di difesa sempre più urgente di fronte ai nuovi rischi globali; mentre una compiuta politica estera comune potrà essere attuata solo quando l’Europa avrà assunto un assetto più solidamente federale, nel quale le decisioni potranno essere prese non all’unanimità ma dalla maggioranza degli Stati. Schuman scriveva lucidamente nel 1963 che «i tempi non sono ancora maturi per un tale trasferimento di competenze». Oggi la situazione non è mutata; anche se si è dimostrato possibile svolgere con l’unanimità dei consensi specifiche, ma limitate, azioni comuni di politica estera. L’appartenenza all’Unione europea assicura all’Italia la capacità (e impone l’obbligo) di attuare quelle trasformazioni regolamentari, economiche e finanziarie necessarie per stare alla pari con una realtà internazionale in sempre più rapida evoluzione e sempre più competitiva. Il nostro paese ha dato costanti prove di non farcela da solo. Senza la guida dell’Europa l’Italia non sarebbe stata capace di liberarsi gradualmente, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, della camicia di forza di regolamentazioni nazionali superate, del peso di monopoli pubblici e privati e dell’ingerenza dello Stato in tutti i settori dell’economia, che ne limitavano le potenzialità di sviluppo. Senza l’euro e le sue regole l’Italia sarebbe da tempo fallita finanziariamente. L’introduzione dell’euro ha obbligato governi e parlamenti italiani a cercare di mettere finalmente ordine nelle finanze dello Stato (l’opera è solo iniziata); ha messo al riparo le imprese italiane dagli effetti negativi delle svalutazioni competitive e delle relative contromisure dei nostri concorrenti; ha assicurato prezzi stabili per le importazioni necessarie alla nostra economia e il valore nel tempo di risparmi e pensioni. L’Europa ha realizzato il mercato interno e la moneta unica, ma l’integrazione economica non è stata completata: del resto, per Schuman, «l’integrazione economica non è concepibile, in una lunga prospettiva, senza un minimo di integrazione politica». L’esperienza, non del tutto soddisfacente, dei primi quindici anni di unione monetaria ha dimostrato che il governo europeo della moneta deve essere affiancato dal governo europeo dell’economia, come era stato raccomandato nel 1989 dagli ideatori della moneta unica. Perché il coordinamento delle politiche economiche deciso a Maastricht, e pur rafforzato recentemente, non basta.

98


Roberto Nigido

I presidenti delle istituzioni europee hanno già presentato opportune proposte in merito; e Francia e Germania sono già andate abbastanza avanti, anche se ovviamente su basi provvisorie e per ora non coincidenti, nella elaborazione dell’idea di un ministro delle Finanze europeo, di un bilancio europeo e di un Fondo monetario europeo. Ma è indispensabile che queste nuove attività siano affidate a istituzioni sovranazionali, secondo la visione di Schuman, per evitare tentazioni egemoniche dei paesi più forti. È ugualmente indispensabile che tutti i paesi membri rispettino gli impegni presi, fino a quando non vengano modificati. Il motivo principale per cui il processo di completamento dell’unione economica si è arrestato va cercato nel mancato rispetto di obblighi fondamentali in materia di disciplina di bilancio da parte di alcuni paesi, tra cui l’Italia, e nella conseguente reazione degli altri che si sono sentiti ingannati. Per lavorare tutti insieme a beneficio di tutti la fiducia reciproca è essenziale, come Schuman non si stanca di ricordare nel suo libro. A questo stadio incompleto del processo di integrazione economica, quale è la strada per procedere con successo? Affidiamoci ancora una volta alla saggezza, concretezza e senso politico di Schuman, al quale le «dure lezioni della storia hanno insegnato a diffidare dei progetti troppo ambiziosi». L’Unione va innanzitutto salvaguardata dalla attuale, abbastanza diffusa anche se non generalizzata, sfiducia dei cittadini europei, mettendo in atto le politiche che sono state loro promesse quando sono state inserite nei trattati. In questa fase le fughe in avanti non sono produttive perché, per realizzare queste politiche, non sono necessarie almeno per il momento ulteriori modifiche di natura costituzionale. L’unione economica può essere completata, la politica estera comune migliorata e quella di difesa avviata con un numero di partecipanti all’inizio inferiore alla totalità dei paesi membri, facendo ricorso alle cooperazioni rafforzate ora previste dal Trattato e nell’ambito delle istituzioni esistenti. L’esperienza ha dimostrato infatti che per attuare nuove politiche non è più possibile procedere sempre con l’accordo di ventisette paesi: lo conferma il documento approvato lo scorso anno dai capi di Stato o di governo in occasione della celebrazione a Roma del sessantesimo anniversario della firma dei trattati. Per l’unione economica la cooperazione rafforzata esiste già nell’ambito dell’Eurozona; per la difesa i lavori sono stati 1/2018

99


il libro&i libri Il testamento politico di Robert Schuman

avviati recentemente tra ventitré paesi nell’ambito di una «cooperazione strutturata permanente». È inevitabile porsi la domanda di quale sia il destino dell’Europa unita, sempre che il processo di integrazione proceda positivamente. Schuman parla ripetutamente di Europa federale, ma non ne definisce i contorni, anche se afferma che nel nuovo edificio «il sovranazionale poggerà su basi nazionali, perché non si tratta di fondere degli Stati, di creare un super-Stato, essendo gli Stati europei una realtà storica». L’autore di questa nota è convinto, e ritiene che ne sarebbe convinto anche Schuman, che sia necessario completare l’edificio che è stato progettato finora, ma che è ancora a metà costruzione, e dimostrarne in concreto l’utilità ai cittadini europei, prima di pensare alla forma del tetto.

IL LIBRO Robert Schuman (a cura di Edoardo Zin) Per l’Europa Editrice AVE, Roma 2017

100


profili

La profondità del pensiero dello statista trentino, annoverato tra i padri fondatori dell’Unione europea. La sua opera e la sua biografia si rivelano testimoni delle tragedie del secolo breve, ma anche di una fede incrollabile nell’uomo e nella sua possibilità di costruire sentieri di pace.

Alcide De Gasperi e il sogno europeo

«C

di Marco Odorizzi

i sono dei momenti nei quali si resta soli con Dio e colla propria coscienza. Allora tutto quello che si è e si è stati affiora alla superficie, vi prende alla gola, vi stampa in fronte uno stigma indelebile, vi afferra la volontà e ve la incammina per il sentiero, che è magari aspro o tortuoso, ma che è il vostro»1. Siamo nel bel mezzo degli anni del consenso degli italiani al fascismo. Alcide De Gasperi sta vivendo uno dei periodi più oscuri della sua parabola biografica. La sua fede nella libertà e nella democrazia non va- Marco Odorizzi cilla, ma presenta un conto molto caro. Dopo è laureato in Scienze storiche e forme della diciassette mesi di carcere tra 1927 e 1928, memoria presso l’Università degli Studi di il futuro statista si trova per la prima volta Trento. Nel 2014 inizia a collaborare con la ai margini della storia, espulso da quell’are- Fondazione Trentina «Alcide De Gasperi», na pubblica in cui era entrato giovanissimo, in qualità di curatore del Museo Casa De quando appena trentenne aveva varcato le Gasperi; dal 2016 ne è direttore generale. soglie del Reichsrat, il Parlamento austriaco, È membro del comitato d’indirizzo della dove era stato chiamato a rappresentare la sua Fondazione Museo Storico del Trentino, terra trentina. Eppure è proprio contemplan- del comitato di coordinamento del festival do questo scenario di umiliante sconfitta che «Siamo Europa» e del comitato redazionale De Gasperi, mosso dalla ricorrenza del tren- dell’Edizione nazionale dell’epistolario di tennale dell’ordinazione episcopale di Cele- Alcide De Gasperi. 1/2018

101


profili Alcide De Gasperi e il sogno europeo

stino Endrici, dell’eroe eponimo della sua formazione, trova la determinazione per alzare lo sguardo oltre le ingiustizie subite e distillare un nuovo inizio dalle delusioni di un decennio. Sono tante le parole che di lì innanzi avrebbero lastricato il sentiero che Alcide De Gasperi avrebbe sentito suo. Alcune già da tempo risuonavano nei suoi pensieri: democrazia, giustizia, pace. Altre sarebbero comparse più avanti lungo il cammino, saldandosi alle altre come tasselli irrinunciabili. Non è facile stabilire quando «Europa» divenga una di esse, ma certo è che è nel turbinio del dopoguerra che De Gasperi troverà in questa parola lo strumento che poteva fare della sua strada quella di molti, dando compimento alla missione di una vita. Per dirla con le sue parole, «l’occasione che passa e che non tornerà più»2. Vi è dunque davvero poco di casuale nel modo in cui De Gasperi concepì, costruì e difese l’avventura europea: l’ultima battaglia di un uomo che aveva vissuto molto, attraversando tre epoche, sedendo in tre diversi Parlamenti, servendo con pari dedizione un grande impero dinastico, una piccola monarchia lanciata sul binario totalitario e una giovane repubblica democratica, gravata dal peso dell’eredità fascista3. Eppure sta proprio nell’incontro tra il bisogno di lasciarsi alle spalle il passato e, allo stesso tempo, nell’esigenza di non dimenticarlo, che nel progetto europeo si sprigiona una forza creativa, un denso amalgama di idealità e vita, che ci conduce direttamente alle pieghe più vissute della stessa biografia degasperiana.

Solidarismo cristiano In primis la lezione del solidarismo cristiano, che ci riporta agli anni lontani del Trentino asburgico, quando il futuro statista muoveva i primi passi in una scena pubblica dominata da un profondo senso comunitario, irrobustito dal trionfo della sensibilità sociale promossa dal grande pontificato leonino e da una capacità organizzativa che si rivelava nel successo senza eguali del movimento cooperativistico trentino. De Gasperi era nato il 3 aprile del 1881 a Pieve Tesino, un villaggio di confine incastonato tra montagne impervie e boschi rigogliosi, figlio di una famiglia di modeste origini. In quella terra di contadini di montagna che all’alba del nuovo secolo vedeva addensarsi in lontananza le nubi del primo conflitto mondiale, egli aveva intessuto una rigorosa educazione

102


Marco Odorizzi

familiare con una serie di incontri fortunati, che lo avevano introdotto nei gangli vitali del movimento cattolico trentino: leader dell’Associazione degli studenti cattolici trentini, dopo la laurea conseguita a Vienna sarà chiamato a dirigere, a soli ventiquattro anni, «La Voce cattolica», il giornale più letto nel Tirolo italiano, per approdare nel torno di pochi anni prima nel Consiglio comunale di Trento e poi, il 17 luglio 1911, al Parlamento imperiale di Vienna. L’epoca dell’impegno battagliero volto a difendere un senso di giustizia e di attenzione agli ultimi, che non si arrestava di fronte ai profili frastagliati dei monti trentini, allargandosi ad abbracciare l’intero consorzio umano, al di sopra di recinti ideologici e confini politici. La lezione di quegli anni, come ricorderà De Gasperi, «era un appello che scuoteva la coscienza, richiamava la responsabilità personale, diceva al giovane: “orsù, punta i piedi, concentra le forze, nuota controcorrente. Dio ti ha fatto persona libera e responsabile, non seguire pecorilmente il gregge dei più: sii tu, tutto d’un pezzo, e battiti come puoi e con tutte le forze per la causa del bene”»4. Un approccio che sopravvivrà ai tornanti della storia successiva, divenendo perno portante di una nuova concezione delle relazioni internazionali. Parlando di Europa, agli inizi degli anni Cinquanta egli sottolineerà che «una cosa sola è essenziale. Questa sola esige tutti i sacrifici, questa sola esige i compromessi, esige compromessi personali, familiari, nazionali. Questa cosa è il senso unitario del consorzio umano, questo senso di fratellanza universale, al di sopra delle nazioni e della politica, che è l’eredità e il patrimonio del cristianesimo»5. Su questo piano si realizzò la singolare convergenza di idee e di formazione religiosa di De Gasperi con Adenauer e Schuman, entrambi cattolici ed entrambi con esperienza formativa vicina a quella di De Gasperi.

Identità multiple Un secondo tema che balza all’occhio è quello delle identità multiple, che condurrà De Gasperi ad accogliere l’idea del federalismo pragmatico come obiettivo europeo. Dal 1881 al 1918 corrono trentasette anni: la metà esatta della vita dello statista. Anni vissuti da suddito asburgico, appartenente alla minoranza degli italiani d’Austria. Trentino, italiano e suddito imperiale: per De Gasperi già 1/2018

103


profili Alcide De Gasperi e il sogno europeo

allora diversi livelli identitari possono convivere, come piani distinti del medesimo edificio. Ma solo a un patto: che il piano superiore non collassi su quello inferiore, soffocandolo. Per De Gasperi “nazionalità” e “Stato” restano concetti non necessariamente sovrapponibili. Si capisce quindi che ogni irredentismo non poteva rientrare nelle sue prospettive. Rifiutando la polemica tra nazionalismi contrapposti, egli esaltava piuttosto il valore delle autonomie locali come strumento di difesa dallo Stato centralistico e come stimolo ad una responsabilità diffusa che facesse delle masse popolari le protagoniste e non strumenti della storia. «Trentino, italiano, suddito imperiale»: parole che si compongono all’alba del nuovo secolo, ma riecheggiano molti anni dopo nella formula «trentino, italiano, europeo». Poteva scordare il valore della libertà e della diversità chi era nato parte di una minoranza nazionale, aveva assistito alla bufera nazionalista e nel Ventennio fascista aveva pagato la coerenza con le proprie idee, dissonanti da quelle della maggioranza, con il carcere e l’emarginazione?

Miti positivi Un terzo ed ultimo punto è infine l’idea che, pur muovendosi spesso tra le strettoie e le avversità della storia, le comunità debbano tendere verso miti positivi. De Gasperi, che pure aveva visto per due volte gli Stati europei volgere le armi l’uno contro l’altro in guerre fratricide, ci ricorda che nonostante tutto «non abbiamo il diritto di disperare dell’uomo, né dell’uomo individuale, né dell’uomo collettivo; non abbiamo il diritto di disperare della storia, poiché Dio è al lavoro non solamente nelle coscienze individuali, ma anche nella vita dei popoli»6. L’Europa di De Gasperi era allora un appuntamento con la storia, un nuovo paradigma: «Se volete che un mito ci sia ditemi un po’ quale mito dobbiamo dare alla nostra gioventù per quanto riguarda i rapporti tra Stato e Stato, l’avvenire della nostra Europa, l’avvenire del mondo, la sicurezza, la pace, se non questo sforzo verso l’Unione? Volete il mito della dittatura, il mito della forza, il mito della propria bandiera, sia pure accompagnato dall’eroismo? Ma noi allora creeremo di nuovo quel conflitto che porta fatalmente alla guerra. Io vi dico che questo mito è mito di pace, questa è la pace»7. Ecco perché quando nel secondo dopoguerra il processo d’integrazione europea mosse i primi passi, De Gasperi c’era. Accla-

104


Marco Odorizzi

mato alla guida del suo Paese, egli non trascurava certo l’interesse nazionale, tanto più che nelle istituzioni comunitarie l’Italia avrebbe trovato un freno prudenziale allo strapotere politico delle altre potenze europee. Ma non si trattava solo di oculato calcolo diplomatico. La prima mossa fu la creazione della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio. L’idea era semplice: mettere in comune tra gli Stati alcuni interessi economici fondamentali, così da evitare che le competizioni nazionali potessero tornare a dividere il continente. Ma appena tenuta a battesimo la Ceca nel luglio del 1952, De Gasperi già si trovava a ripetere con insistenza che «se noi non costruiremo altro che delle amministrazioni comuni senza che vi sia stata una volontà politica superiore, vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali s’incontrano, si precisano e si animano in una sintesi superiore, noi rischiamo che questa attività europea compaia al confronto delle vitalità nazionali particolari senza colore, senza vita ideale; potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e fors’anche oppressiva»8.

Dal funzionalismo al costituzionalismo Dal funzionalismo si doveva passare al costituzionalismo, dall’interesse economico a quello politico. L’occasione parve presentarsi quando la minaccia della guerra fredda stimolò il presidente del Consiglio francese René Pleven a proporre la costituzione di un esercito comune europeo. Una necessità dettata da drammatiche esigenze esterne poteva tramutarsi nell’innesco di un autentico progetto di unità politica: la Comunità europea di difesa (Ced). Non un mega-Stato che prendesse il posto degli Stati esistenti, il che avrebbe vanificato la convinzione degasperiana che solo nella piccola dimensione batte il cuore della partecipazione pubblica. «Unità nella diversità»: era piuttosto questo il motto che compare negli scritti dello statista, ben prima che nel 2000 venisse adottato ufficialmente dall’Unione europea. Grandi speranze e grandi amarezze. Il progetto della Ced, che aveva acceso le visioni di De Gasperi, si sarebbe infatti arenato il 30 agosto 1954 di fronte alla bocciatura dell’Assemblea nazionale francese. Allo statista, che il 19 agosto precedente raggiungeva il termine della sua intensa parabola terrena tra le montagne di casa, a Sella Valsugana, era risparmiata la beffa, non la tristezza di 1/2018

105


profili Alcide De Gasperi e il sogno europeo

vivere i suoi ultimi giorni dall’ombra dell’imminente fallimento. Iniziava così il divorzio tra la dimensione politico-ideale e quella economica dell’integrazione europea, che costituisce ancora un grave vulnus nella legittimazione delle istituzioni comunitarie. Sia come sia, al cospetto del presente quella di De Gasperi resta la testimonianza di un uomo capace di mettersi al servizio di un progetto comune con lo slancio e la determinazione che ancora risuonano nelle sue parole: «Parliamo, scriviamo, insistiamo, non lasciamo un istante di respiro; che l’Europa rimanga l’argomento del giorno»9.

**** Antologia Roma, 4 novembre 1950 Discorso agli europeisti10 Ho accolto volentieri e con un senso di intimo convincimento l’invito rivoltomi a partecipare a questa riunione e di aderire con la mia firma alla campagna per l’Europa unita e per la pace che con tanto slancio avete condotta e state ora per concludere. È con profondo convincimento che io, come privato cittadino e come italiano, vengo qui tra voi per esternare in forma concreta l’aspirazione che io, noi tutti e tanti italiani sentiamo, sia pure in forme diverse, all’unione o alla federazione dell’Europa; il bisogno che noi sentiamo in modo così perentorio di giungere ad una forma unitaria di questa nostra Europa per consolidarne le conquiste sociali e le forme democratiche per le quali lavoriamo così duramente e per assicurarne così la pace. C’è anzitutto un bilancio da fare. Ciò che fu il sogno di grandi statisti e pensatori nel passato è divenuto in breve scorcio di anni una realtà – sia pure in embrione, sia pure in una forma assai imperfetta, ma sempre una realtà. Ed è qui a poche centinaia di metri da noi, dove in seno agli organi del Consiglio d’Europa gli esponenti più autorevoli delle nazioni europee proseguono in forma ufficiale e formale i loro lavori per attuare questa esigenza così profondamente sentita in ciascuno dei loro paesi. Noi qui invece rappresentiamo l’opinione pubblica, rappresentiamo la volontà dei popoli, che agisce e continua, non mai soddisfatta, ad agire sui governi e sui parlamenti e impone loro la discussione dei problemi e l’attuazione, nelle forme possibili, dei nostri progetti.

106


Marco Odorizzi

Ed è qui la questione: ho detto all’inizio che noi e tutti gli europeisti sentiamo in forme diverse l’esigenza e il modo dell’unione. Ed è bene che vi sia questa diversità di opinione, di metodo, di programma strutturale, poiché attraverso la discussione e l’esame delle varie possibilità, potremo anzitutto affinare noi stessi e potremo con l’esperienza fissare quanto vi è di essenziale per lo scopo comune. Bene vengano quindi le diverse concezioni dell’Europa unita, che si esprimono nei vari movimenti; ma guardiamoci, se vogliamo essere uomini e europeisti responsabili, dall’irrigidirci sul raggiungimento immediato di determinate formule o strutture. Collaboriamo insieme tutti per risolvere l’innegabile difficoltà e fissare le migliori formule (anche perché non ci si dica che quando già l’Europa sarà unita, gli europeisti non lo saranno ancora). […] Per unirsi occorre, è evidente, che ciascuno faccia concessioni e rinunce, ma ognuno ha posizioni da difendere, alcune forse che con più chiaro discernimento del comune pericolo non sarebbe tanto difficile da abbandonare, altre invece che sono la risultante di situazioni geografiche e politiche effettivamente non sempre modificabili a breve termine. Ed allora occorre aggirare questi ostacoli. […] Il contatto con le difficoltà rende realisti; è il nostro compito affiancare e stimolare l’opinione pubblica che a sua volta agisce sui Parlamenti e sui Governi. Ma guardiamo in faccia e studiamo bene gli ostacoli e le difficoltà; siamo tattici; se necessario, evitiamo qualche volta di insistere sul raggiungimento, come meta immediata, di ideali giudicati o dimostratisi per il momento irraggiungibili e in cui l’opinione pubblica, e quindi anche i Governi, non ci seguirebbero. Studiamo invece altre possibilità e proponiamole; sennò rischieremmo noi stessi, non già di promuovere, ma di contribuire all’insabbiamento dei nostri progetti, creandovi o incoraggiandovi le opposizioni. Il nostro compito e le nostre responsabilità sono immani. Noi vogliamo veramente la pace e, mentre diciamo di volerla, lavoriamo per unire l’Europa; altri, mentre dicono anch’essi di raccogliere firme per l’abolizione della bomba atomica e per assicurare la pace, lavorano per dividere il mondo. Essi lavorano contro la pace nel modo più esplicito ed efficace, cioè facendo la guerra; guerra interna con le agitazioni politiche e il sabotaggio della produzione e della ricostruzione, guerra esterna che è guerra guerreggiata di aggressione armata. 1/2018

107


profili Alcide De Gasperi e il sogno europeo

Questa campagna si chiude, queste firme verranno presentate al Parlamento, ma ciascuno di noi ha il dovere di continuare a promuovere il fine che ci anima, e per il quale ormai governi e popoli lavorano. Continui ciascuno di noi, lo spirito teso alla forma di Europa che più lo ispira, ma la mente intenta invece a studiare la migliore, la più pratica e la più immediata attuazione di quel suo ideale, a proclamare e sempre ripetere lo slogan che ci ha animati sin dall’inizio: pace nell’Europa unita.

Note G. Fortis, La figura e l’opera di Sua Altezza nei ricordi di un discepolo, in «Vita Trentina», VIII (15 marzo 1934), p. 11; lo pseudonimo cela chiaramente la penna di De Gasperi. L’articolo si trova edito in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. II, tomo 2, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 1865-1870. 2 Discorso tenuto a Strasburgo all’Assemblea del Consiglio d’Europa il 10 dicembre 1951, edito in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. IV, tomo 3, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 2471-2474. 3 La bibliografia degasperiana è varia e ampia. Per quanto concerne il tema europeo imprescindibile è il contributo di D. Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, Il Mulino, Bologna 2004. Per una panoramica complessiva sulla figura dello Statista si rimanda invece all’utilissimo G. Tognon (a cura di), Su De Gasperi. Dieci lezioni di storia e di politica, FBK Press, Trento, 2013. 4 G. Fortis, La figura e l’opera di Sua Altezza nei ricordi di un discepolo, op. cit., p. 10. 5 Discorso pronunciato a Sorrento al Convegno delle Nuovelles Equipes Internationales il 14 aprile 1950, edito in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. IV, tomo 3, cit., pp. 2265-2268. 6 Discorso tenuto a Bruxelles nell’ambito delle Grandes conférences catholiques il 20 novembre 1948, edito in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. IV, tomo 2, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 1146-1156. 7 Intervento al Senato della Repubblica, 15 novembre 1950, edito in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. IV, tomo 1, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 659-667. 8 Discorso tenuto a Strasburgo all’Assemblea del Consiglio d’Europa il 10 dicembre 1951, edito in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, op. cit. 9 Discorso tenuto alla Tavola rotonda d’Europa, il 13 ottobre 1953 a Roma, edito in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. IV, tomo 3, op. cit., pp. 2709-2720. 10 Edito in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. IV, tomo 3, op. cit., pp. 2285-2286. 1

108


editoriale Il dovere di pensare di Pina De Simone primo piano Francesco e il nodo dei diritti umani di Giuseppe Dalla Torre

ANNO XVIII n. 69 GENNAIO-MARZO 2018

1

Beatrice Draghetti Giuseppe Elia Marco Ivaldo Paolo Nepi Paolo Trionfini Matteo Truffelli Ilaria Vellani

GENNAIO-MARZO 2018

dossier Azione cattolica e azione politica a cura di Paolo Trionfini e Ilaria Vellani L’impegno culturale ed educativo di Giuseppe Elia Territorio, territorialità e territorializzazione di Paolo Nepi La cura della vita democratica e la partecipazione di Marco Ivaldo La promozione delle donne di Beatrice Draghetti In cerca della Politica con la maiuscola di Matteo Truffelli eventi&idee L’Homo saecularis e l’età dell’inconsistenza di Piero Pisarra Ripensare la cittadinanza attraverso l’etica civile di Michele D’Avino il libro&i libri La scienza tra passione e mercato di Carlo Cirotto Costituzione e cattolicesimo democratico di Gian Candido De Martin Rileggere Albert Camus di Piergiorgio Grassi Il testamento politico di Robert Schuman di Roberto Nigido profili Alcide De Gasperi e il sogno europeo di Marco Odorizzi

Azione cattolica e azione politica AZIONE CATTOLICA E AZIONE POLITICA

Un futuro incollato al presente di Mario Brutti

«Dialoghi» Rivista trimestrale – Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1 – CNS/AC Roma ISSN 1593-5760 – Euro 8,00

1

Mario Brutti Carlo Cirotto Giuseppe Dalla Torre Michele D'Avino Gian Candido De Martin Pina De Simone Piergiorgio Grassi Roberto Nigido Marco Odorizzi Piero Pisarra

Dialoghi 2/2018  

Trimestrale culturale promosso dall'Azione cattolica italiana

Dialoghi 2/2018  

Trimestrale culturale promosso dall'Azione cattolica italiana

Advertisement