Page 1

Sommario Editoriale 2 Primo Piano 6 12

Dossier 20 29 39 46 54 61 Eventi & Idee 70 75 Il libro & I Libri 79 84 88 92 Profili 96

Ius soli: per tornare a progettare il futuro Matteo Truffelli Dalla Catalogna al Kurdistan, il sogno impossibile dei popoli avidi Fulvio Scaglione L’interesse decisivo Mauro Magatti Violenza, diritto e giustizia a cura di Giuseppe Dalla Torre L’errare dell’uomo: una prospettiva biblico-teologica Ottavio De Bertolis La violenza tra politica e diritto Luigi Ciaurro L’hate speech tra libertà di espressione e tutela della dignità Mattia F. Ferrero Forme del terrorismo moderno: le missioni suicide Consuelo Corradi La violenza di genere Leonardo Nepi La “violenza istituzionale” Nicola Selvaggi

1

Un faro di cultura e passione civile Gianni Borsa Essere Chiesa nella post-metropoli Vincenzo Rosito Ripensare la morte, nella luce di Cristo Raffaele Maiolini Domande antiche, attuali risposte Fabio Mazzocchio Il femminile e la costruzione dell’umano Marina Severini Lo stratega dello sviluppo italiano Paolo Trionfini Egidio Tosato: costituzionalista e costituente Fernanda Bruno

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 1

19/12/17 09:28


Editoriale

Ius soli: per tornare a progettare il futuro di Matteo Truffelli

2

I

l percorso verso le prossime elezioni politiche ha ormai decisamente preso avvio. Approvata la legge elettorale, è iniziata la danza, piuttosto sconsolante, della costruzione e della distruzione delle possibili alleanze elettorali. Schieramenti che quasi quotidianamente prendono forma o si dissolvono attraverso un confronto condotto con le modalità tipiche di quella campagna elettorale permanente che avvelena già da molto tempo la scena politica del nostro paese. Sono i riflessi di una politica in crisi profonda, quasi smarrita, incapace di ritrovare la strada per riguadagnare credibilità agli occhi dei cittadini, nonostante i tanti tentativi e i diversi protagonisti che si sono affacciati sulla scena anche negli ultimi anni. Ma se la personalizzazione e la mediatizzazione esasperata del confronto politico sembrano ormai fare inevitabilmente “parte del gioco”, continua a generare una sensazione di sconforto la riduzione di questioni cruciali e delicatissime per il futuro del nostro paese e per la promozione dell’umano a merce di scambio in trattative dal fiato corto, o a oggetto di operazioni strumentali e ideologiche, portate avanti nella speranza di occupare uno spazio politico o guadagnare qualche punto percentuale nelle urne. È in questo modo, ad esempio, che è stato condotto negli ultimi mesi il dibattito sul riconoscimento della cittadinanza ai figli delle migrazioni che nascono e crescono in Italia. Una questione enorme, che grida giustizia, ma che è stata confinata ormai, tra un dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 2

19/12/17 09:28


Matteo Truffelli

rinvio e l’altro, tra una ripresa improvvisa e una battuta d’arresto, a materiale buono per la campagna elettorale ormai alle porte. In questi mesi si è detto tutto quello che si poteva dire, in un senso o nell’altro, su una questione così importante e per certi versi così semplice. Si sono mobilitate associazioni, si sono pronunciati intellettuali, esponenti politici, persino personaggi del mondo dello spettacolo. Ma si sono anche moltiplicate le chiusure intransigenti, gli episodi di insofferenza, qualche piccolo ma preoccupante segnale di un ritorno in voga dell’intimidazione e della violenza politica. Sono certamente comprensibili i timori con cui tante persone guardano ai fenomeni migratori, così come il senso di smarrimento che è legittimo provare di fronte ai grandi cambiamenti della nostra epoca. Da sempre chi ci appare straniero ci spaventa, ci preoccupa, ci mette a disagio. E questo è tanto più vero in un tempo come il nostro, in cui la crisi economica e il senso di insicurezza hanno reso tutto più crudo e aspro. Non è difficile capire perché nel cuore e nella mente di molte persone la presenza nel nostro paese di tanti volti e tante lingue diverse possa suscitare diffidenza, rabbia, paura. Di fronte a tutto questo non c’è da scandalizzarsi, occorre, casomai, cercare di capirne le ragioni profonde, lasciarsi interpellare da esse. C’è anche bisogno, però, di un impegno collettivo per togliere la maschera alle tantissime mistificazioni che alimentano e ingigantiscono queste paure. C’è bisogno di mostrare le inaccettabili ingiustizie che vengono coperte in loro nome. Perché quando si parla di migranti e migrazioni è facile confondere le acque, mischiare notizie di cronaca nera e numeri sugli sbarchi, appelli all’identità nazionale (e religiosa) con accuse di buonismo perbenista, eruditi discorsi sul concetto di cittadinanza con primordiali affermazioni su chi viene prima nella scala delle priorità. Ed è ancor più facile risucchiare in questo vortice di problemi veri e grandi falsità anche i discorsi attorno al riconoscimento della cittadinanza a chi, di fatto, cittadino delle nostre città lo è già da tempo, a volte dalla nascita, ma non lo può dire perché non è un suo diritto. C’è bisogno allora di spiegare che la proposta di riconoscere la cittadinanza a chi è nato, vive e cresce qui, frequenta le scuole italiane e parla la nostra lingua non riguarda chiunque transiti dal nostro paese ma chi è inserito dentro un percorso di immigrazione stabile e regolare, vissuta attraverso i canali istituzionali dello Stato, in forza della lunga permanenza nel nostro paese del suo nucleo

3

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 3

19/12/17 09:28


Ius soli: per tornare a progettare il futuro

Editoriale

4

familiare. Occorre poi ripetere che questo tema non c’entra nulla con la quantità e le modalità degli sbarchi o con l’ignobile mercato di uomini e donne che ruota attorno a essi. Che non è realistico pensare che l’approvazione di una legge sul cosiddetto ius soli temperato possa provocare un aumento degli arrivi, soprattutto di donne in procinto di partorire, come a volte si sente dire: chi fugge dalla morte non lo fa in base a una qualche variabile strumentale, lo fa per sopravvivere. Occorre dire che il riconoscimento della cittadinanza non ha nulla a che fare con la percentuale, più o meno reale, di episodi criminali che coinvolgono cittadini stranieri, e che, soprattutto, non ha nulla a che fare con il terrorismo. Riflettere sul fatto che persino la constatazione che molti dei tragici avvenimenti che hanno insanguinato il nostro continente in questi anni siano opera di terroristi cresciuti nelle periferie delle città europee dimostra che il problema non è negare la cittadinanza ai giovani figli della migrazione, ma piuttosto quello di creare le condizioni perché intere generazioni di ragazzi e ragazze che abitano accanto a noi non si sentano “separati in casa”, favorendo in tutti i modi la maturazione di un reale senso di appartenenza comune: un’identificazione legata, appunto, all’idea di cittadinanza, fatta di diritti e doveri. Non ci dovrebbe essere bisogno, invece, di specificare che non si tratta nemmeno di aprire le porte a una “invasione islamica”: lo dicono i dati e lo dice, molto semplicemente, anche l’esperienza di chi fa l’insegnante, di chi ha figli che frequentano i primi cicli scolastici e li vede crescere insieme a bambini e ragazzi di ogni provenienza e di ogni tradizione. Non a caso, sono proprio loro, i nostri figli, i ragazzi, i giovani a insegnarci a vivere senza timori e senza pregiudizi la presenza in mezzo a noi di altri bambini e altri ragazzi provenienti dall’Africa, dal Sud America, dall’Asia. Sono loro i primi a domandarci perché questi loro coetanei debbano rimanere diversi da loro, non possano essere e sentirsi italiani, europei, cittadini del paese in cui abitano. Perché devono vivere nella precarietà, nell’incertezza del futuro, nell’impossibilità di sentire che le proprie radici affondano anche qui, nel terreno dove vivono. Domande semplici, a cui, per una volta, sembrerebbe esserci una risposta altrettanto immediata. Una risposta difficile, però, da far maturare dentro un’opinione pubblica scarsamente informata e, molto spesso, strumentalmente deformata. Ancora una volta, insomma, c’è bisogno, innanzitutto, di fare cultura, di alimentare un pensiero critico, consapevole, informato. dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 4

19/12/17 09:28


Matteo Truffelli

C’è bisogno di cambiare la narrazione predominante della realtà dell’immigrazione, aiutarci tutti insieme a guardare a essa come a un vero e proprio patrimonio del nostro tempo, una promessa di futuro, il segno di una realtà nuova che sta già prendendo forma. I nostri quartieri, i nostri paesi, le nostre parrocchie sono già piene di migliaia di “non cittadini”, di figli di questa o di altre terre che desiderano crescere, formarsi, fare amicizia, innamorarsi e trovare il proprio posto nel mondo qui, in Italia, o forse domani in un altro paese, esattamente come tutti i figli di genitori italiani. Una realtà davanti a cui non avrebbe senso chiudere gli occhi sperando che passi, ma che occorre invece saper inserire dentro la trama di un tessuto di legami solidali, incanalandola dentro la cornice di un consapevole senso delle istituzioni e di una cultura diffusa della legalità. Non si tratta di buonismo, né di ingenuità. Si tratta, al contrario, di coltivare il senso della storia, maturando la consapevolezza della necessità di stare dentro le grandi trasformazioni che da sempre ne caratterizzano il percorso senza limitarsi a celebrarle acriticamente, ma senza nemmeno accontentarsi di rifiutarle e imprecare contro di esse, illudendosi così di esorcizzarle. Il modo con cui affrontiamo il nodo del riconoscimento della cittadinanza a coloro che desiderano far parte di una comunità civile tenuta insieme da regole condivise e principi democratici ci dice, allora, qualcosa in più rispetto ai soli contorni della questione in gioco. Ci dice che tipo di società vogliamo essere. Una società che vive con lo sguardo rivolto a ciò che è stato, chiusa in se stessa, asserragliata a difesa dei propri privilegi dietro le mura rassicuranti dei propri diritti, e forse destinata proprio per questo a essere travolta dagli eventi, oppure una società che guarda in faccia la realtà, senza negare i problemi e le difficoltà che essa comporta, senza far passare per semplice ciò che invece è complicato, ma proprio per questo disposta ad assumere le sfide che ha davanti, farne un’opportunità per dare forma insieme a un futuro comune, trovare dentro di essa le strade per costruire una convivenza più giusta, più sicura, più pacifica. Ci dice, insomma, se vogliamo essere un paese che calibra le proprie scelte sulle opportunità dei più fragili o sui bisogni dei più forti, una nazione che intende rinunciare a quell’indole solidale che l’ha tratta in salvo in tutti i frangenti più drammatici della sua storia, o che saprà fare di questo suo tratto autenticamente identitario il terreno su cui riprogettare il proprio futuro.

5

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 5

19/12/17 09:28


Primo piano

Dopo aver tanto temuto nazionalismi e sovranismi, scopriamo che la vera tentazione oggi è quella degli indipendentismi. Osservando due casi di scuola, quello della Catalogna in Europa e quello del Kurdistan in Medio Oriente, si possono però fare scoperte curiose. Una lettura che offre interessanti termini di riferimento per la riflessione.

Dalla Catalogna al Kurdistan, il sogno impossibile dei popoli avidi 6

di Fulvio Scaglione

C

opiando da Engels che a sua volta ricordava Hegel, Karl Marx iniziò il suo Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte osservando che «tutti i grandi avvenimenti della storia universale […] si presentano per così dire due volte. Ha dimenticato [Hegel, nota dell’autore] di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa». Ecco. Nell’epoca in cui abbiamo imparato a temere populisti e sovranisti, e ancor più i sovranisti populisti, la legge hegelo-engelsiano-marxiana, applicata ai separatismi, colFulvio Scaglione pisce e affonda la fragile barchetta delle nostre ha lavorato a lungo per «Famiglia Cristiana», analisi. di cui è stato anche vicedirettore dal 2000 Di tragedia voltata in farsa abbiamo, oggi, alal 2016. Collabora con testate come meno due esempi. Uno assai vicino, la pre«Avvenire», «L’Eco di Bergamo», «Limes» e tesa indipendentistica della Catalogna. L’altro con testate online come «Linkiesta» e «Gli più lontano ma più compatibile con le nostre occhi della guerra». Ha scritto quattro libri: vicende di quanto vorremmo credere, quello Bye bye Baghdad, Frilli, Genova 2003; La del Kurdistan iracheno. La questione catalaRussia è tornata, Boroli, Milano 2005; I na, nella Spagna post-franchista, si agitava in cristiani e il Medio Oriente. La grande fuga, realtà da tempo ma era sempre rimasta sotto San Paolo, Milano 2008; Il patto con il il livello di guardia. La Costituzione approvadiavolo, Rizzoli, Milano 2016. ta in Spagna nel 1978 regalava alle diciassette www.fulvioscaglione.com Comunità autonome del paese una larga midialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 6

19/12/17 09:28


Questione economica e antichi retaggi È vero, nel 2012 la Corte costituzionale spagnola aveva annullato l’accordo, andato invece in porto per l’altra Comunità inquieta per definizione, quella basca, e i mugugni catalani non erano mancati. Ma alla fin fine si era delineato un patto tacito che teneva in piedi tutto: Madrid si teneva l’autorità, Barcellona lo status di assoluto privilegio (la Costituzione del 1978 lascia alle Comunità la decisione sulle materie di loro competenza e il governo centrale si occupa di quel che resta) che le regalava due grossi vantaggi. Da un lato la fedeltà alla causa autonomista forniva a maggioranze politiche eterogenee un eccezionale collante, garantendo ai catalani una continuità di governo all’interno dell’altro privilegio: il benessere. Negli anni del grande boom economico spagnolo, ovvero dalla fine del franchismo al 2008, la Catalogna è andata accumulando un ruolo di primissimo piano nell’economia nazionale. Con solo il 16% della popolazione ospita il 23% dell’apparato produttivo di Spagna e fa da motore al 25% delle esportazioni nazionali. Per non parlare del turismo, così abbondante che Barcellona ha finito per esserne invasa e stancarsene, come le recenti misure antituristiche dimostrano, a partire dal blocco alla costruzione di nuovi alberghi. Un mare di denaro che è stato distribuito con larghezza anche quando i tempi sono cambiati, la crisi globale ha cominciato a mordere, gli investimenti sono calati e la raccolta fiscale ha segnato il passo. Negli ultimi anni la Comunità autonoma catalana ha registrato un passivo di bilancio in media del 50% più alto di quello delle altre sedici Comunità autonome del paese. E secondo gli ultrà del governo centrale madrileno, parte di quel passivo si deve alla generosità con cui i soldi pubblici sono andati a irrorare radio, Tv, Università, centri del pubblico impiego, associazioni e gruppi vari, quelli che sono diventati poi i fedelissimi della causa indipendentista. Abbiamo parlato di soldi, ma… c’è materia ideale per questa causa? Sì, c’è. La Catalogna ha una tradizione di autonomia lunga secoli, stroncata però nel 1714, quando Filippo IV vinse la guerra

Fulvio Scaglione

sura di autogestione, che peraltro proprio la Catalogna era riuscita a rinegoziare nel 2006 sulla base di una accresciuta autonomia fiscale in base a un accordo che era stato approvato sia dal governo Zapatero sia dall’opinione pubblica catalana attraverso apposito referendum.

7

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 7

19/12/17 09:28


Dalla Catalogna al Kurdistan, il sogno impossibile dei popoli avidi

Primo Piano

8

per la successione e si sbrigò ad abrogare (nel 1716) ogni forma di autogoverno locale con i Decretos de nueva planta, vero manifesto del centralismo madrileno. Ma tutto questo può bastare per chiedere, nel 2017, l’indipendenza? Che cosa diremmo noi italiani se in Piemonte si sviluppasse un movimento per tornare al Ducato di Savoia o in Toscana per restaurare il Granducato? Resta il fatto che in Catalogna è finita com’è finita, con i dirigenti volati verso lo pseudoesilio in Belgio come personaggi di un’operetta mal scritta e male interpretata, nonostante la grande simpatia per misteriose ragioni raccolta presso le opinioni pubbliche europee, ma a causa dell’ostilità totale mostrata, al contrario, dalle istituzioni internazionali (per esempio l’Unione europea) e dagli altri Stati. La nascita per partenogenesi di uno Stato nuovo, cui avevamo assistito in forma di tragedia con il Kosovo, era finalmente diventata farsa. Ed è proprio qui il collegamento con il lontano e insieme vicino Kurdistan iracheno. Anche la causa curda raccoglie vaste simpatie, perché tra vaste sofferenze il «più grande popolo senza uno Stato», come si dice comunemente dei trentacinque milioni di curdi sparsi tra Iraq, Iran, Siria, Turchia e la diaspora internazionale, va cercando un focolare da almeno un secolo. Da quando cioè le potenze egemoni dell’epoca, Francia e Regno Unito, impegnate a inventare il Medio Oriente con il Trattato Sykes-Picot (1916), promisero di dargliene uno (Trattato di Versailles, 1919), per poi ritirare a tradimento la promessa (Trattato di Sèvres, 1923).

Dalla tragedia alla farsa del referendum Il fiero orgoglio nazionale dei curdi ha attirato sulle loro teste repressioni sanguinose e, per quanto riguarda il Kurdistan, anche i gas di Saddam Hussein. Però poi le cose sono cambiate. Il sottoscritto ha viaggiato in Kurdistan negli anni 2003 e seguenti, cioè durante e dopo l’invasione anglo-americana, e già allora Erbil, Suleimaniya e le altre città erano piccole oasi rispetto allo sfacelo del resto del paese. I curdi in Kurdistan facevano quel che volevano, si amministravano come volevano, vendevano il petrolio a chi volevano e le famiglie Barzani e Talabani si spartivano la regione e relativi beni a loro piacimento. Anche in quel caso l’eterna questione dell’indipendenza galleggiava su questo artificioso stato di grazia. Il governo centrale di Baghdad non aveva la forza di imporre alcunché, il governo regionale del Kurdistan non aveva interesse a forzare la mano. dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 8

19/12/17 09:28


Fulvio Scaglione

Finché, nel 2014, non è arrivato l’Isis. Invadendo e scompaginando l’Iraq, il Califfato ha offerto ai curdi iracheni l’occasione di allargare la propria sfera d’influenza sulla provincia di Kirkuk che, oltre a essere ricca di petrolio, era un tempo popolata da una maggioranza curda, poi sostituita da una araba a causa delle campagne staliniane di “arabizzazione” decise da Saddam Hussein. Da qui è partita la ripresa dell’ambizione indipendentista dei curdi iracheni, in particolare del presidente Barzani, convinti ormai di avere tutto ciò che all’uopo era necessario: in primo luogo un motore economico, poi anche un territorio ben delineato, una forza militare di tutto rispetto (i famosi peshmerga), il favore della popolazione. Ma anche qui, quella che era stata una gloriosa tragedia lunga un secolo si è voltata in farsa. Barzani ha convocato un referendum per sancire l’indipendenza e tutti l’hanno abbandonato. Com’era ovvio, i paesi che dalla nascita di uno Stato curdo pensavano di avere qualcosa da temere come Iraq (ovviamente), Iran, Turchia e Siria. Ma anche i grandi protettori di sempre, gli americani, che hanno subito detto di non riconoscere l’esito del referendum. E per finire anche parte dei curdi, in particolare i curdi siriani che, dall’enclave denominata Rojava, chiedono agli alleati americani e al presidente siriano Bashar al-Assad l’autonomia (non l’indipendenza, quindi) dentro uno Stato federale.

9

L’ambizione di chi sta meglio e vuole ancora di più E allora, tirando le somme: la voglia di indipendenza di Catalogna e Kurdistan, per quanto diversi possano sembrare i due casi, è la voglia di chi sta meglio e vuole stare ancor meglio. Di chi ha già più degli altri ed è convinto che, mollando la zavorra, potrà decollare verso vette mai raggiunte di benessere e felicità. Le motivazioni storiche, politiche e ideali possono esserci o non esserci. E d’altra parte come si giudica una motivazione storica o ideale? Chi decide che si tratta di una ragione valida e sufficiente e non di un pretesto, se non gli stessi che poi dovrebbero servirsene? Ma lo slancio vero parte dall’idea che se verserai meno tasse a Madrid o venderai il tuo petrolio in barba a Baghdad le cose andranno molto meglio. Per te, ovviamente. Gli altri qualcosa faranno. Cinismo? Forse. Più probabilmente, il realismo che dovrebbe derivare dall’osservazione delle ultime novità politiche davvero rilevanti. Un caso enorme di “indipendentismo” l’abbiamo avuto in Europa ben prima di quello su scala ridotta della Catalogna e dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 9

19/12/17 09:28


Dalla Catalogna al Kurdistan, il sogno impossibile dei popoli avidi

Primo Piano

10

lo abbiamo chiamato Brexit. Con quella svolta, il Regno Unito decise di rendersi indipendente dalle pastoie e dai vincoli accettati nel 1973 con l’ingresso in quello che allora si chiamava mercato comune. La narrazione del fronte del leave ha parlato di un Regno costretto a subire politiche invasive e negative come quelle sui migranti, legato a norme anacronistiche, vessato dall’occhiuta burocrazia europea annidata negli uffici di Bruxelles. Proprio come, sia detto tra parentesi, la narrazione degli indipendentisti in Catalogna avrebbe descritto i catalani come un popolo discriminato e oppresso. La realtà è che all’epoca della Brexit l’economia inglese era la più dinamica del continente: il suo tasso di crescita era il primo tra i paesi del G7 (davanti anche alla Germania), l’inflazione era inesistente (0,5%), il numero dei cittadini di altri paesi europei che avevano deciso di trasferirsi nel Regno Unito era ai massimi di sempre. Gli inglesi, quindi, non stavano male. Stavano bene, anzi, se paragonati agli altri europei. Ma volevano stare ancora meglio e si erano convinti che, se avessero abbandonato la compagnia, l’obiettivo sarebbe stato raggiunto. Non importa, qui, stabilire se, come ormai dicono quasi tutti, il dopo-Brexit ha mostrato un andamento esattamente contrario a quelle aspettative: crescita più lenta, inflazione più alta, stranieri in fuga. Conta invece ribadire che le manifestazioni di indipendentismo, oggi, sono segnate da un tratto avido (ferma restando la legittima ambizione dei popoli a essere rispettati e a vivere decentemente) che si rivela fatalmente illusorio. E come potrebbe essere altrimenti, in questo mondo? Su questo pianeta dominato dalle grandi nazioni e dai blocchi, disegnato dalle traiettorie dei patti commerciali internazionali e segnato da una progressiva concentrazione delle ricchezze e quindi dei poteri? L’ong Oxfam, che ha sede a Oxford ed è in realtà una federazione di organizzazioni non profit, pubblica ogni anno un rapporto dedicato alla concentrazione delle risorse. L’ultima edizione, quella uscita nel gennaio 2017, ci ha rivelato che nel 2016 otto persone disponevano di una ricchezza pari a quella della metà più povera della popolazione del mondo, che conta 3,6 miliardi di persone. Di quegli otto, sei sono americani (il finanziere Warren Buffett, Bill Gates fondatore di Microsoft, Mark Zuckerberg inventore di Facebook, Larry Ellison proprietario di Oracle, Michael Bloomberg finanziere, editore ed ex sindaco di New York, Jeff Bezos di dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 10

19/12/17 09:28


Fulvio Scaglione

Amazon), uno messicano (Carlos Slim, imprenditore e finanziere) e uno spagnolo (Amancio Ortega, proprietario di Zara). In un mondo così, dove la finanza ormai suborna la politica, la Cina occupa economicamente l’Africa, Usa e Arabia Saudita si confrontano con Russia e Iran e la Ue resta padrona del 20% delle transazioni commerciali globali, quanto successo si può avere andando da soli? Che idea può essere quella di trasformare una regione in uno Stato? Alla fin fine, che senso ha indebolirsi ancora rispetto a una realtà di pochissimi potentati? Tutto questo ha impedito alle cause del Kurdistan e della Catalogna di prendere anche solo il nerbo della tragedia e le ha confinate nel regno della farsa. Puigdemont che gioca all’esule negli uffici di Bruxelles e Barzani che si gioca con un referendum fuori tempo la credibilità di una vita spesa a difendere i curdi sono il simbolo perfetto di un’errata lettura dei segni dei tempi. Di una politica che s’immola sull’altare della propria retorica. Possiamo anche dire che si sono sacrificati per noi, per renderci un po’ più attenti ai fatti e un po’ meno concentrati sulle parole.

11

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 11

19/12/17 09:28


Primo Piano

L’eredità della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani rilanciata dal segretario del Comitato scientifico-organizzatore.

L’interesse decisivo 12

di Mauro Magatti

S

ettimane sociali dedicate al lavoro sono state organizzate solo in due occasioni. La prima volta nel 1945, mentre si scriveva quella Costituzione che poi arrivò a mettere proprio il lavoro a fondamento della nostra convivenza. La seconda fu nel 1970, subito dopo l’autunno caldo, mentre era in discussione lo Statuto dei lavoratori. In un momento in cui il paese traghettava verso Mauro Magatti una nuova stagione storica. Anche oggi, come è sociologo ed economista, docente di in quei due momenti, siamo in un passaggio Sociologia presso l’Università Cattolica del di fase. Sacro Cuore di Milano. Dirige il Centre for the La crisi del 2008, intervenuta mentre l’Italia Anthropology of Religion and Cultural Change era già in declino, ha fatto pagare un costo (ARC). Fa parte del Comitato scientifico del molto alto a tante famiglie, donne e sopratCortile dei Gentili. Oltre a numerosi articoli tutto giovani. Ora però il modello sta virando su riviste scientifiche italiane e straniere, tra di nuovo, anche se la destinazione non è ani suoi scritti: Cambio di paradigma. Uscire cora ben definita. dalla crisi pensando al futuro, Feltrinelli, L’Italia si trova davanti a un bivio: o cadere anMilano 2017; Una nuova borghesia cora di più nella spirale dello sfruttamento e produttiva, Guerini, Milano 2015; Generativi della disuguaglianza, subendo una digitalizzadi tutto il mondo unitevi! Manifesto per la zione sfrenata che pretenda di organizzare l’insocietà dei liberi (con C. Giaccardi), tera società come una grande fabbrica; oppure Feltrinelli, Milano 2014. incamminarsi verso un nuovo sentiero di svidialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 12

19/12/17 09:28


Mauro Magatti

luppo che, rilegando economia e società, metta al centro la creatività umana, arrivando a delineare una transizione migliore tra vita e lavoro resa possibile proprio dalle nuove possibilità tecniche. Per intraprendere la seconda strada, i giorni di Cagliari suggeriscono di seguire tre piste. In primo luogo, puntare su educazione e formazione. La “persona intera” è fatta di tante dimensioni (cognitiva, emotiva, manuale, sociale) che vanno tutte stimolate e curate, avendo cura di attivare sia il sapere teorico che quello pratico. Nella consapevolezza che, in una prospettiva di sviluppo sostenibile, l’inclusione è un principio economico. In secondo luogo, creare un ambiente favorevole a chi il lavoro lo crea e a chi lo esercita. Un obiettivo che in Italia appare ancora molto lontano: riduzione delle tasse, lotta alla burocrazia, sostegno agli investimenti. Tutti temi concreti su cui si deve cominciare a lavorare. Infine, rinnovare lo sforzo per l’umanizzazione del lavoro. Solo il lavoro che riconosce la dignità del lavoratore e lo ingaggia nella produzione di un valore (non solo economico) rende sostenibile la competitività e permette di fronteggiare la sfida della digitalizzazione. La buona notizia oggi è che, per fare la quantità di lavoro, occorre puntare sulla sua qualità: il che significa passare da un’economia della sussistenza – come fabbricazione e sfruttamento – a un’economia dell’esistenza – produttrice, cioè, di saper-vivere e di saper-fare –; è la via per salvare e insieme umanizzare il lavoro. Realizzare una tale conversione non sarà facile. Tanto più per un paese come l’Italia che viene da un lungo periodo di disorientamento. Ma è possibile semplicemente perché, seppure a frammenti, c’è già una parte della società italiana che si muove in questa direzione. La strada da fare è ancora molta, ma la direzione tracciata. La 48ª Settimana sociale dei cattolici che sono in Italia ci lascia tre insegnamenti importanti. In primo luogo, la gravità della fase richiede uno sforzo particolare. Se l’Italia vuole invertire il suo declino, occorrerà realizzare un patto intergenerazionale che miri a sciogliere una contraddizione che rischia di essere micidiale: chi ha il patrimonio non investe perché vuole proteggersi (gli anziani) e chi vuole investire non può farlo perché non dispone delle risorse necessarie e anzi è gravato dal debito accumulato (i giovani). Ciò significa proporre all’Italia un grande patto intergenerazionale basato sulla rinnovata

13

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 13

19/12/17 09:28


L’interesse decisivo

Primo Piano

14

centralità del lavoro così da far emergere il “bene comune” (vero e proprio inter-esse) che lega anziani e giovani: l’avvio di una stagione qualitativamente diversa di sviluppo (basata sulla centralità del lavoro) a vantaggio delle giovani generazioni come condizione per la sostenibilità della protezione degli anziani (che vivono più a lungo). Un’opportunità che richiede la creazione di nuovi strumenti (finanziari, fiscali, contrattuali, ecc.) per mettere in gioco il patrimonio (etimologicamente, il dono-del-padre) mobiliare e immobiliare accumulato in favore della ripartenza delle giovani generazioni. In secondo luogo, per procedere sulla strada tracciata, a essere decisivo è dotarsi di un metodo. Non si tratta di creare nuova burocrazia. Così come Cagliari non è stato un semplice convegno, ma un momento di un percorso, fatto con voci e registri comunicativi diversi, cominciato diversi mesi fa e che ci ha messo sulle tracce dei tanti che in Italia concretamente trovano nuove e buone soluzioni al tema del lavoro e della crescita. Un percorso che non termina con la fine dei lavori di Cagliari, ma sta proseguendo nelle diocesi e nelle città. Denuncia, ascolto, buone pratiche, proposte: questo è il nuovo metodo che va consolidato e che apre una nuova stagione della presenza del mondo cattolico in politica e nella società. Proprio sul punto finale, quello della proposta, si concentra il terzo e ultimo suggerimento della 48ª Settimana sociale. C’è bisogno di avanzare proposte precise in grado di fare i conti con la complessità della realtà. In tal senso, da Cagliari in poi si sta sviluppando un modo diverso, franco e puntuale, di dialogo con le istituzioni per chiedere l’assunzione di impegni chiari sui temi del lavoro, dell’inclusione sociale e della promozione dello sviluppo territoriale. La primavera che si annuncia col cambio di paradigma economico in corso va accompagnata e seguita. Nella consapevolezza che, come altre volte in passato, senza il contributo coraggioso della radice cattolica il paese non ce la farà. Non ce la può fare. È questa la responsabilità che la 48ª Settimana sociale lascia in eredità: l’umanesimo cristiano della concretezza è, oggi come ieri, il codice più appropriato per ricomporre fede e storia. (Articolo pubblicato anche su «Avvenire» del 29 ottobre 2017)

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 14

19/12/17 09:28


Dossier

Violenza, diritto e giustizia A cura di Giuseppe Dalla Torre

15

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 15

19/12/17 09:28


Introduzione

Dossier

16

I

nuovi volti della violenza. I contributi che seguono sembrano dominati da questo elemento: al di là di ogni sogno utopistico, al di là di più concrete aspettative, il tempo che viviamo mostra crudele il trionfo della violenza nelle vesti più inedite. L’esempio per eccellenza è quello del terrorismo a matrice religiosa che insanguina le nostre strade: paradosso – o provocazione – per la nostra età che si dice secolarizzata. Una violenza che, a differenza di altre, induce sgomento e panico a livello collettivo per l’imprevedibilità: è una guerra latente nella quale, a differenza dei conflitti del passato, il nemico non si distingue, non lo si vede, non si muove dietro a bandiere e con divise diverse dalle nostre, ma è come noi, è in mezzo a noi, mimetizzato ed evanescente. Ed ancora, il nuovo volto della violenza di genere, quello che con un orrendo neologismo – il quale, pur non volendolo, cela una certa inclinazione discriminatoria – viene chiamato “femminicidio”. Sarebbe interessante sapere in quale misura sia un fenomeno nuovo, o piuttosto un fenomeno che solo ora emerge; sapere se è legato o meno alla crisi della famiglia; sapere se è favorito o meno dal contesto culturale che denota le nostre società. Certo la percezione è quella di un fenomeno dilagante, con manifestazioni sempre più efferate, che interpella non solo i responsabili della vita pubblica ma tutti noi. Dunque, avendo messo alle spalle la stagione, lunga e sanguinosa, delle violenze di Stato e delle violenze allo Stato, con le relative ideologie ispiranti alla aggressività, sembrava di poter immaginare il ritorno ad una vita nella quale la violenza, pur inevitabile, era finalmente ricondotta nell’alveo tradizionale delle devianze nella vita sociale, contrastate dalla forza del diritto. Si trattava di un sogno immemore, perché la storia insegna che l’evolversi delle esperienze nel tempo conduce ineludibilmente alla nascita di nuove forme di violenza. Ma un sogno immemore anche perché il secolo che abbiamo alle spalle ha demitizzato l’idea di un diritto come dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 16

19/12/17 09:28


Giuseppe Dalla Torre

forza, legittimata dalla giustizia, che si oppone alla violenza. Le orge del positivismo giuridico che si sono manifestate nei totalitarismi novecenteschi, infatti, hanno messo a nudo con gli occhi di poi il potenziale di violenza che può essere contenuto nel diritto positivo. L’avvenuta scoperta delle tragiche esperienze dei lager e dei gulag ha mostrato, in maniera inconfutabile, quante lacrime e quanto sangue seguano la impropria identificazione di legalità e legittimità, di diritto e giustizia. La violenza ha volti nuovi; ma la violenza ha anche molte espressioni. A cominciare dalle guerre che travagliano varie parti del mondo: «Siamo già entrati nella terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli», ha detto papa Francesco con un’espressione che è diventata comune. Si tratta di conflitti cui gli Stati democratici assistono inermi e le Nazioni Unite manifestano tutta la loro inanità. C’è la violenza che è alle origini del grande fenomeno emigratorio, dalle dimensioni bibliche, data dai retaggi dei depredamenti coloniali e dai cambiamenti climatici provocati dall’uomo; ma anche la violenza – quotidianamente sotto i nostri occhi – che si consuma nei confronti degli immigrati, disperati in cerca di condizioni di vita più umane. Ci sono le nuove forme di violenza nei confronti della vita dei più deboli: i non ancora nati, i minori, i malati, gli anziani, su cui disserta la bioetica talora con conclusioni anch’esse aggressive. Torna, dopo l’“età d’oro” del welfare, col declinare dello Stato sociale, la violenza in quello sterminato campo che è il lavoro ed annessi. Paradossalmente, anche nel campo dei diritti umani, cioè di quelli che dovrebbero esserne i primari argini, dilaga la violenza. Uno fra tutti: la libertà religiosa. Gli analisti dicono che oggi, su dieci abitanti del pianeta, sette soffrono per violazioni della libertà di coscienza. È un mare sterminato, che ben si comprende solo che si guardi alla geopolitica. Ma la cosa più sorprendente è che, magari in forme criptiche o vellutate, anche nei nostri paesi demo-

17

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 17

19/12/17 09:28


Introduzione

Dossier

18

cratici e giustamente orgogliosi dei propri ordinamenti giuridici supergarantistici, si consumano violazioni della prima delle libertà. Basti leggere la giurisprudenza di vari Stati, o quella europea, in materia di porto di simboli religiosi in ambienti pubblici o in luoghi di lavoro, per – forse sorpresi – rendersene conto. A ben vedere contro i diritti umani c’è una violenza più sottile ed insidiosa, data dal loro sradicamento dalle antiche matrici giusnaturalistiche e dalla loro banalizzazione, che giunge talora alla giuridificazione dei desideri. Sicché i diritti umani finiscono per non essere più quelle spettanze da riconoscere ad ogni uomo, dappertutto, sempre, ma quelle riconosciute a chi ha la capacità di affermare se stesso su altri. Dunque la violenza riappare in un diritto non giusto. Ovviamente sarebbe stato impossibile, nel breve spazio di un Dossier, affrontare un mare così articolato e complesso di tematiche. Ci si è limitati ad alcuni profili, eminentemente teorici, di un fenomeno che accompagna l’umanità da sempre. Perciò l’apertura del Dossier è data da un saggio biblico-teologico di Ottavio De Bertolis, il quale mostra come la violenza abbia origine sin dall’inizio della storia umana, nel peccato che è la negazione del limite, il quale intacca le tre relazioni comunionali: con Dio (Adamo ed Eva), con il fratello (Caino e Abele), con la creazione (Babele). Sicché è solo nella ricostituzione delle relazioni – il famoso “gettare ponti” di papa Francesco – che si possono immaginare argini credibili ed efficaci al dilagare della violenza. Le necessarie distinzioni tra forza e violenza, il cui principio discriminatore è la giustizia, sono affrontate da Luigi Ciaurro, che le inquadra nel complesso rapporto fra Stato, politica e diritto. Si tratta di un rapporto non privo di ambiguità, nella misura in cui, come s’è più sopra accennato, Stato e diritto sorgono per arginare la violenza ma talora finiscono per servirsene. I contributi successivi analizzano alcuni nuovi profili della violenza. Il primo è quello che attiene all’hate speech, o linguaggio dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 18

19/12/17 09:28


Giuseppe Dalla Torre

d’odio: si tratta di un fenomeno in dirompente espansione, facilitato dai nuovi media, capace di generale episodi di intolleranza, discriminazione e violenza. Altro caso è quello della “missione suicida”, vale a dire l’attacco violento quasi sempre causato da motivazioni politico-religiose e compiuto in modo cosciente da una persona che sceglie la popolazione civile come obiettivo e adotta un metodo di aggressione che richiede la sua propria morte come aspetto essenziale dell’azione. Affacciatosi verso la fine del secondo conflitto mondiale con i kamikaze, è un fenomeno che – come bene mostra Consuelo Corradi – si è venuto affermando dopo l’attentato alle Torri gemelle del 2001, e che manifesta una distruttiva ricerca di trascendenza. Alla violenza di genere è dedicato il saggio di Leonardo Nepi, che dinnanzi alla problematicità del fenomeno individua linee di contrasto, tra l’altro smascherando il convincimento sempre più diffuso secondo cui alle sue radici sarebbe nientemeno che l’istituto matrimoniale, in quanto ritenuto come paradigmato sull’assoggettamento della donna all’uomo. Infine Nicola Selvaggi esamina quella particolare violenza istituzionale che, anche negli ordinamenti democratici, è nascosta – ma non troppo – nella afflittività del sistema sanzionatorio penale. Da tempo si parla di una riconsiderazione, funditus, delle pene, nel quadro di una visione criminologica volta alla riconciliazione tra autore del crimine e vittima, vero presupposto per la riparazione del male fatto, per l’emenda del reo e per la pacificazione sociale. Senza illusioni sulla reale possibilità di cancellare completamente un fenomeno che accompagna l’uomo dalle origini, perché è dentro l’uomo, i saggi raccolti nel Dossier inducono a pensare che non ci possa essere efficace contrasto della violenza a prescindere dalla preoccupazione di creare, mantenere, ricostruire relazioni. E qui la misura della relazione che è propriamente il diritto, come strumento non di potere ma di giustizia, ha molto da dire e da dare.

19

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 19

19/12/17 09:28


Dossier

Sin dall’inizio della storia umana, la violenza ha origine nel peccato che è la negazione del limite ed è intrinsecamente legata al desiderio. La paura della insoddisfazione del desiderio apre la via all’ingresso del male nel mondo. Le tre porte attraverso cui la violenza si affaccia e si consuma sono: il rifiuto di Dio e del fratello – ossia il rifiuto dell’Altro – e l’uso non più libero e liberante del creato.

L’errare dell’uomo: una prospettiva biblico-teologica di Ottavio De Bertolis

20

L

a violenza sembra essere il carattere distintivo del XX secolo: la violenza non intesa semplicemente come un’episodica connotazione degli individui o di alcuni particolari eventi, ma come violenza assoluta, elemento definente e connaturato agli individui. La violenza ci interroga sulla sua origine e, insieme a questo, sulla natura delle relazioni umane, sul rapporto fra l’io e l’altro, ma anche con il creato e, pertanto, sulla nostra origine. Negli individui la soddisfazione del rapporto con le cose non basta e si rende necessaria un’altra polarizzazione: il desiderio diventa umano. Si tratta, dunque, di cogliere Ottavio De Bertolis lo sviluppo della natura del desiderio e della è un sacerdote della Compagnia di Gesù natura dell’uomo nel suo cammino verso l’ue insegna Sacra Scrittura alla Facoltà di manizzazione, secondo il piano di Dio. Giurisprudenza della LUMSA di Roma. È Il valore di sé si può soltanto esperire nel riautore di molte pubblicazioni di Filosofia del conoscimento della relazione. Non è un prodiritto e di spiritualità, che rappresentano cesso lineare, tutt’altro. Proprio per questo i suoi interessi principali. Ricordiamo: l’io e l’altro ingaggiano una lotta: sono l’uno Elementi di antropologia giuridica, Esi, rispetto all’altro non in un’attesa estatica, ma Napoli 2010; L’ellisse giuridica, Cedam, in una lotta di conquista. La posta in gioPadova 2011; La moneta del diritto, Giuffrè co è quella dell’essere riconosciuti, del venir Editore, Milano 2012. Ha curato inoltre la messi nella condizione di far valere il proprio traduzione italiana dei primi quattro libri di io. In altre parole: s’insinua l’idea che non F. Suarez, De legibus ac Deo legislatore. c’è posto per entrambi i fratelli nel possesso dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 20

19/12/17 09:28


«Non è bene che l’uomo sia solo» Nei due racconti creazionali del libro della Genesi – pur diversi per stile e per linguaggio – si comprende che l’umano (l’Adam) potrà realizzare il suo essere immagine di Dio nel mondo attraverso la comunione2. Essendo egli per creazione un essere in due sessi, sarà chiamato a diventare uno per via di relazione3, così come Dio è uno e unico per natura assolutamente propria. L’immagine di Dio non emerge nell’umano come un fatto già pienamente compiuto, ma essa si realizza attraverso l’uso corretto della libertà. Questo processo di umanizzazione diventerà di fatto una divinizzazione secondo giustizia. L’immagine divina in noi si realizza adeguatamente solamente con il progressivo uso buono di questa libertà. La giustizia di Dio, però, non è tanto l’essere capace di libertà; quanto l’usare santamente della propria libertà, così come farà il Figlio, il solo giusto (cfr. Rm 8, 28-29)4. La piena immagine di Dio è, dunque, un compito da realizzarsi da tutti gli esseri umani, è l’intera umanità divenuta comunità umana. Questa realtà la esperiamo nel celebrare insieme i sacramenti e in modo particolare l’Eucaristia, dove domandiamo che per opera dello Spirito Santo la nostra realtà di dispersione, a causa dell’ingiustizia del peccato, sia ricondotta in unità per essere in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Questa interpretazione permette di comprendere il senso di una creazione consistente, non tanto nel far uscire le cose dal nulla, quanto nel fare bello (cosmizzando) un caos, separando, distinguendo, ordinando5, nominando e chiamando poi i viventi a cooperare, a loro modo, all’unità nel rispetto dell’alterità di Dio e del fratello (cfr. Gen 3, 20). Nel cogliere un rischio nella solitudine dell’umano, il Creatore inventa la bisessualità come garanzia della bontà e bellezza della creazione6. È in questo contesto del Principio che risuona il precetto del Signore offerto all’uomo sulla possibilità di mangiare

Ottavio De Bertolis

della terra-giardino. L’aver mutato la dimensione del dono in proprietà privata ha come conseguenza la violenza e l’ingiustizia che altro non è se non il rapporto alterato e misconosciuto con Dio, con l’altro da sé e con la terra. Il desiderio, il riconoscimento, il risentimento e la violenza sono quattro categorie utili per interpretare l’origine della violenza e dunque della perdita della giustizia1.

21

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 21

19/12/17 09:28


L’errare dell’uomo: una prospettiva biblico-teologica

Dossier

22

di tutti gli alberi del giardino per sostenere la vita7, ma di non gustare l’albero della conoscenza del bene e del male (Gen 2,9). In questo invito per la vita e la giustizia della creazione, Dio non rivela nulla di sé ma condivide con l’umano la sua sapienza, rivelando l’uomo all’uomo, e manifestandogli allo stesso tempo la possibilità di non-vita (la morte)8. Il precetto si apre col (rac)comandare all’umano di beneficiare di quanto gli è stato donato. Ed è su questo ordine positivo che s’innesta la proibizione per mettere un limite al saziarsi dell’umano. Rifiutare questo limite salutare porterà alla morte (cfr. Is 5). Dio mette in guardia l’umano dalla bramosia, che consisterebbe nel cedere alla tendenza totalizzante del desiderio, rifiutando che un limite lo strutturi e faccia emergere l’altro. Questo confine non è contrario alla vita, anzi le permette di svilupparsi armonicamente. Il desiderare è ciò che è alla base della relazione e che scatenerà, dopo aver ceduto alla tentazione, la lotta per il riconoscimento e, conseguentemente, l’ostilità fra l’io e l’altro nell’uso indiscriminato della terra-giardino. Rifiutare il limite comporta come conseguenza la strumentalizzazione dell’altro nelle tre relazioni fondamentali della creazione: Dio, il fratello e la terra. Questa è propriamente l’ingiustizia: aver pervertito il fine dell’ordine della creazione destinato alla santità attraverso la profanazione dell’altro. Il comando è, dunque, per la vita dell’altro da sé: sia esso Dio, il prossimo o il creato. La morte annunziata nel precetto del Signore non è tanto quella fisica ma quella della relazione; è pertanto il fallimento della comunione e della società, come del vivere santo sulla terra.

Accogliere il limite, per vivere in giustizia Senza relazione, senza socialità, senza orientamento alla santità l’umano muore e la parola, da comunicazione di verità e trasparenza del cuore (essere nudi senza vergogna), diventa luogo di dissimulazione e di menzogna (ebbero paura perché erano nudi); una coltre che nasconde la strumentalizzazione dell’altro. Vivere secondo giustizia significa, allora, acconsentire a qualcosa «in meno», privarsi della costola perché emerga l’altro, accettare di essere amati da Dio in modo diverso (Caino e Abele), lasciare che sia Dio a costruire una città (socialità), senza pretendere di costruirla dal basso (Babele/Gerusalemme). dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 22

19/12/17 09:28


Ottavio De Bertolis

Accogliere il limite permette di creare uno spazio in cui la vita potrà svilupparsi in modo pacifico e armonioso. Il comando di Dio enuncia una legge che struttura l’umano in quanto essere di desiderio, impegnandolo su un cammino di responsabilità. L’ordine di Dio è pertanto un segno discreto del suo amore e una condivisione di ciò che conosce essere buono per l’Adam e per la realizzazione di una vita bella e buona sulla terra-giardino (cfr. Sir 17,7); un’informazione liberante, un avvertimento salutare e una sollecitudine di comunione. Solamente quando, sotto la suggestione della tentazione diabolica, questa parola di vera amicizia si trasformerà nella coscienza della donna in «precetto» arbitrario, odiosamente avaro e competitivo (Gen 3,1-6), esso diverrà occasione e strumento di morte (Rm 7,7-13). Sarà proprio dopo la raccomandazione data all’Adam circa il buon uso del suo vivere nel giardino, che il Signore Dio sentirà che non è bene per l’Uomo essere solo e il bisogno di un aiuto «che gli stia di fronte» (Gen 2,16-18). La Bibbia vuole così suggerire che l’Uomo non è in grado di affrontare il problema mo- Rifiutare il limite comporta rale – cioè di comprendere la portata del suo come conseguenza la essere libero, e di trovare il suo equilibrio di strumentalizzazione fronte alla Legge – se non incontrando un dell’altro nelle tre relazioni suo tu umano. Dio giudica indispensabile fondamentali della creazione: rendere l’Uomo consapevole del bisogno di Dio, il fratello e la terra. questo tu, dopo avergli dato l’insegnamento Questa è propriamente normativo. Il problema del buon uso della l’ingiustizia: aver pervertito libertà si giocherà soprattutto nella relazione il fine dell’ordine della tra i vari esseri umani e prima di tutto tra creazione attraverso la l’uomo e la donna. Per accettare la legge, l’A- profanazione dell’altro. dam deve «umanizzarsi», diventando morale e interpretando, ordinando e limitando il proprio desiderio. In Genesi 2,8.15-16 il quadro di riferimento, a cui la narrazione biblica si ispira, è chiaramente quello dell’ospitalità. Nel giardino ubertoso in Eden l’Uomo è l’ospite di Dio. Questo concetto del vivere come ospiti è la condizione che Israele pellegrino ha, per primo, sperimentata come propria nella terra promessa. Ma è anche la cifra della Chiesa che comprende la stessa vita cristiana come ospitalità, offerta con il Battesimo9. Il ritenersi ospiti fa parte del limitarsi nella pretesa di occupare

23

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 23

19/12/17 09:28


L’errare dell’uomo: una prospettiva biblico-teologica

Dossier

24

una terra come padroni, dimenticando che essa è dono e benedizione per tutti. La raccomandazione di Dio è una solenne e liberante rivelazione fatta all’uomo della sua essenziale condizione creaturale, per salvaguardarlo dalla morte della relazione. Il limite che l’uomo non deve scavalcare è l’amore di Dio, ossia la siepe relazionale che sono le viscere di misericordia del Padre che circondano il giardino e che impediscono al deserto di prevaricare. Così l’ordine e il senso della presenza dell’Uomo nel mondo è ancorato al timore del Signore. Il timore del Signore custodisce nella verità anche la comunione tra l’uomo e la donna e poi tra i fratelli, dal momento che il loro incontro avviene secondo la intenzione amorosa del Creatore. In questo orizzonte di ordine e di armonia, entro il quale l’uomo si trova come ospite rispettoso di Dio e in relazione buona e giusta con la terra, egli incontra chi gli sta di fronte. Il timore del Signore, il rispetto dell’alterità, offre la possibilità di vivere la propria nudità senza arrossire, senza violare il senso e abusare della reciproca attrattiva (cfr. Gen 2,24-25). Il timore del Signore è il nome più esatto per tradurre la dimensione dell’amore per lui, sorretto dalla coscienza profonda di una differenza che non distrugge, né diminuisce l’intimità, ma la garantisce e le conferisce solidità.

Le vie della giustificazione I primi undici capitoli della Genesi raccontano in modo mitico e sapienziale una realtà che si verifica sempre e ovunque e che ha un carattere di universalizzazione. Dal capitolo terzo fino all’undecimo sono raccontate le tre porte attraverso cui entra il peccato nel mondo, producendo la distruzione della giustizia della creazione, che sono come «tre forme di peccato originale»: - il peccato dell’uomo e della donna nel giardino di Eden (Gen 3); - il peccato di Caino (Gen 4); - il peccato dei costruttori della torre di Babele (Gen 11,1-9). Il peccato dei progenitori nel giardino distrugge il senso di Dio, insinuando il dubbio che Egli voglia impedire all’uomo il progresso verso una piena umanizzazione e divinizzazione. La raccomandazione che annunciava la necessità di un limite per vivere secondo giustizia è percepito come un comando esecrabile, come un impedimento a vivere in modo autonomo dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 24

19/12/17 09:28


Ottavio De Bertolis

sintetizzabile nell’espressione: non c’è posto per me e per Dio nel giardino. Il peccato agito da Caino contro Abele è la non accettazione di essere amato in modo diverso dal fratello. La fraternità, che è il limite naturale per vivere nella comunione, viene percepita come un impedimento a realizzarsi compiutamente. Qui la tentazione prende la forma della pretesa di vivere soli sulla terra: non c’è posto per me e per il fratello nella terra promessa. Il peccato della torre di Babele è, invece, la pretesa tecnologica dell’uomo di costruirsi una città dal basso senza attendere che essa scenda dal cielo, da Dio, – come poi avverrà alla fine dei tempi secondo l’annuncio di Apocalisse 21. Il peccato dei costruttori della torre di Babele, essendo la pretesa di una socialità senza Dio, è quello più esteso collettivamente e che insidia maggiormente la giustizia della creazione. È il peccato dell’intera umanità ubriaca della propria tecnologia, che si riassume nel monumentale progetto architettonico di «farsi un nome» terrestre, attraverso l’invenzione del mattone – 25 un artefatto totalmente umano –, per toccare il cielo (Gen 11, 4). L’intenzione di erigere un monumento alla comunione umana («per non disperderci su tutta la terra») è buona solo in apparenza. Manca, infatti, la conversione al Signore, il quale solo «dà il nome» (Adam) all’uomo e alla donna (Gen 5,2), dimenticando che all’umanità è L’Adam deve “umanizzarsi” delegata la missione di «nominare» tutte le diventando morale e altre creature (Gen 2,19-20), ma di astenersi interpretando, ordinando e in questa operazione nei riguardi di Dio e limitando il proprio desiderio. dell’uomo. La raccomandazione di Dio Il contrappunto neotestamentario alla Tor- è una solenne e liberante re di Babele è l’inno cristologico di Filippesi rivelazione fatta all’uomo della 2,5-11 in cui si esalta l’unico modo filiale di sua essenziale condizione «farsi un nome»: ovvero quello di farsi nomi- creaturale, per salvaguardarlo nare dal Padre attraverso l’obbedienza keno- dalla morte della relazione. tica alla sua volontà. Babele non denuncia tanto il desiderio naturale dell’uomo di conoscere, ma il peccato degli esseri umani che, invece di «lodare il Signore», principio di ogni sapienza e di ogni dono, sembra siano presi dall’esaltazione tracotante (hýbris) di pensare di essere finalmente diventati degli dèi (Gen 11,6). Il risultato sarà una forma di diluvio che riporta la creazione nel caos: la confusione delle lingue. dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 25

19/12/17 09:28


L’errare dell’uomo: una prospettiva biblico-teologica

Dossier

Il piccolo racconto storico della Bibbia su Babele rappresenta un modello metastorico di ingiustizia verificatosi storicamente mille volte, come una costante dell’esistenza umana. Là dove manca il senso di Dio, la dimensione di ospitalità viene completamente ignorata ed esclusa dal progetto della socialità, interpretando in modo arrogante anche il rapporto con la terra, ossia dimenticando di far parte di essa10. La confusione delle lingue è la testimonianza del fallimento della comunione senza Dio. La replica della misericordia divina per riportare la creazione nella via della giustizia non sarà più confezionare abiti di pelle/ luce o imporre un tatuaggio di salvezza, ma nella genealogia e nella vocazione di Abramo, che lo separa dal suo paese e dalla casa di suo padre, appoggiandosi solamente sulla parola del Signore (Gen 11,10-12,3). La storia dei patriarchi può essere letta come una risposta progressiva di Dio ai tre peccati, e un ristabilimento della triplice relazione propria della creazione. 26 Abramo è l’uomo della Legge, della parola di Dio che cade teofanicamente su di lui, a cui obbedisce senza sapere nemmeno dove essa lo porti. Nella storia di Giacobbe prevale il rapporto tra il fratello eletto e l’altro, a cui giunge la benedizione attraverso il primo. In questo senso, questa storia è un adombramento della profezia, in cui la Parola arriva al popolo attraverso un Il sì del Figlio obbediente uomo, il profeta e, nella pienezza dei tempi, nell’ora della croce ricapitola in per mezzo del Verbo fatto carne, sapienza di sé ogni cosa per riconsegnarla Dio e giustizia di Dio. all’abbraccio del Padre. L’ultima figura della Bibbia non casualmente Nell’obbedienza del Cristo al è un uomo saggio, Giuseppe, la cui esperienprogetto del Principio si compie za umana è stata interamente purificata dalla nostra giustificazione e la Torah/Legge e dalla profezia. Nella figura risplende definitivamente la dell’uomo sapiente – Gesù – abbiamo una somma bontà e bellezza della profezia completa della riuscita della creacreatura umana ricondotta zione di Dio, riorientata alla sua bellezza e all’unità nella comunione a giustizia. immagine e somiglianza del Il libro della Genesi si chiude con la visione Figlio amato. di Giuseppe circondato dai suoi fratelli – le dodici tribù d’Israele – mediatore della salvezza per tutta l’umanità, che da lui riceve il pane nel riconoscimento: «Ci hai salvato la vita!» (Gen 47,25). dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 26

19/12/17 09:28


Ottavio De Bertolis

A immagine e somiglianza del Figlio Si può concludere che la giustizia di Dio si manifesta come misericordia e come superamento della violenza umana, quale negazione incondizionata dell’altro nella triplice dimensione della creazione. L’elemento di speranza che viene rivelato è che il “no” dell’uomo, manifestato storicamente attraverso la disobbedienza al precetto amorevole di Dio (Torah/Legge/Vita cristiana), viene racchiuso tra il “sì” di Dio detto in Principio e il “sì” del Figlio obbediente nell’ora della croce che ricapitola in sé ogni cosa per riconsegnarla all’abbraccio del Padre (cfr. Ef 1,3-10). Così «Cristo è al centro della salvezza, è mediazione perché totalmente rivolto al piano del Padre ma anche perché ha scelto di essere totalmente rivolto a noi, alla nostra umanità, affinché portiamo impressa nella nostra carne la scintilla della sua immagine che ci è stata donata dalla misericordia di Dio nell’atto della creazione»11. Nell’obbedienza di Cristo al progetto del Principio si compie la nostra giustificazione e risplende definitivamente la somma bontà e bellezza della creatura umana ricondotta all’unità nella comunione a immagine e somiglianza del Figlio amato.

27

Note 1 Per uno sviluppo di questo tema, che per i limiti imposti da questo saggio è impossibile trattare, si veda la grande produzione di René Girard sulla violenza, il sacro e il capro espiatorio. 2 Cfr. Gen 1, 27; Gen 2, 21-24; Gen 5, 1-2. 3 Nel secondo racconto della creazione si indica attraverso l’asportazione di una costola dall’umano assopito un’operazione divina particolarmente misteriosa e delicata che limita l’adam per far sorgere al suo orizzonte l’altro da sé. Fino a Gen 2,21, l’uomo non appare ancora sessuato, la sessualizzazione avviene per ambedue durante il sonno profondo e mistico dell’adam, il quale, risvegliandosi, si scopre uomo di fronte alla donna, che contempla estasiato. L’operazione misteriosa (sacramentale) del Signore Dio concerne, dunque, non la sola la donna, ma anche l’uomo. Secondo questa interpretazione, in Genesi 2,18-25 si racconta l’origine simultanea dei due sessi, l’uno di fronte all’altro, entrambi provenienti immediatamente dal Signore Dio con la loro alterità-comunione. La donna rivela all’uomo se stesso e l’uomo rivela alla donna se stessa. La corporeità dei due

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 27

19/12/17 09:28


L’errare dell’uomo: una prospettiva biblico-teologica

Dossier

28

è totalmente animata dal soffio di Dio, umanizzata per via di comunione. La bisessualità umana - come poi sarà la realtà dei due fratelli - è un mistero di giustizia. 4 Sulla giustificazione in Cristo si veda: M. Marelli, Tutto è Cristo, Society Edition, Roma 2017, pp. 31-46. La giustificazione in Cristo avviene per via sacramentale come un superamento della violenza per ricondurre l’umanità al disegno del Principio. Esso è il mistero della figliolanza e della fraternità, che sono i confini attraverso cui si realizza la vita e la relazione ed è impedito al deserto di prevalere. 5 L’ordinare è un orientare, ossia porre un fine verso cui tendere. 6 Sono i due elementi della giustizia che diventeranno il fine della giustificazione dell’umanità in Cristo: restituire all’uomo la bontà e bellezza originaria ammirata dal Creatore sin da Principio. 7 L’uomo, essendo creato, non è l’origine della vita e ha continuamente bisogno di attingere a questo dono nella condivisione di ciò che Dio è e di ciò che Dio offre. 8 In questa lettura del comando del Signore dato all’uomo nel giardino seguiamo gli studi di André Wénin. (Cfr. A. Wénin, Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi, EDB, Bologna 2008). 9 Cfr. M. Marelli, Tutto è Cristo, Society Edition, Roma 2017, pp. 68-78. 10 «Quando l’uomo acquisisce verso il cosmo uno sguardo positivista che gli fa perdere il senso della propria creaturalità, ponendolo al di sopra della natura e non più in essa, allora il cosmo oblia per lui la sua caratteristica teofanica». Cfr. M. Marelli, Era una notte incantevole. Dispense a uso degli studenti della Libera Università Maria Santissima Assunta, p. 9. 11 M. Marelli, Tutto è Cristo, Society Edition, Roma 2017, p. 13.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 28

19/12/17 09:28


L’articolo ricostruisce sinteticamente le principali visioni che hanno affrontato il complesso rapporto fra Stato, politica e diritto, da un lato, ed il fenomeno della violenza, dall’altro. A un realistico livello minimale si ipotizzano alcune proposte tecniche per un migliore rapporto fra il diritto stesso ed i consociati, onde attenuarne un diffuso senso di estraneità.

La violenza tra politica e diritto di Luigi Ciaurro

D

i primo acchito si potrebbe affermare che ogni branca del diritto prende in considerazione il fenomeno “illecito” della violenza, per cui ad esempio il diritto civile dà rilievo al vizio del consenso prodotto dalla violenza (art. 1435 del codice civile), così come il diritto penale sanziona «chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni» (art. 610 del codice penale). Anche l’uso legittimo della forza sembrerebbe rappresentare un oggetto tipico del diritto: dai limiti nel diritto penale all’esercizio della legittima difesa (art. 55 del codice penale) alle prescrizioni costituzionali sulla ammissibilità della guerra solo per scopi difensivi (artt. 11 e 52 della Costituzione). A tali disposizioni di diritto positivo, citate a titolo esemplificativo, potrebbero aggiungersi riflessioni più radicali circa il nesso fra diritto, sicurezza e legittimo uso della forza in chiave anti-violenza illecita, tornate in auge nel nuovo millennio dopo l’11 settembre ed i più recenti attentati Luigi Ciaurro riconducibili in modo diretto o indiretto all’I- è consigliere parlamentare del Senato sis (anche se necessario con la compressione di della Repubblica e docente a contratto alcuni diritti fondamentali: dal Patriot Act del presso la LUMSA di Roma. Autore di circa 2001 alle misure antiterrorismo straordinarie un centinaio di pubblicazioni a carattere adottate in Francia durante la presidenza Hol- scientifico, ha insegnato nelle Università di lande). Urbino, Cassino e Napoli Parthenope.

29

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 29

19/12/17 09:28


La violenza tra politica e diritto

Dossier

30

È sin troppo noto che già Thomas Hobbes (Leviatano, 1651) aveva fondato tutta la sua dottrina dello Stato sul valore della sicurezza, che in definitiva veniva rappresentata come il fine ultimo della stessa sovranità statuale: sottomissione al sovrano in cambio di sicurezza contro l’aggressione reciproca. Ne consegue che la sicurezza giuridica scaturisce dalla comune soggezione alla legge, allo scopo di superare il clima di timore reciproco nelle relazioni sociali. E non è un caso che il costituzionalismo francese (art. 2 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789) segni il passaggio della “sicurezza” da fondamento hobbesiano del potere a vero e proprio diritto naturale ed inalienabile, insieme alla libertà, alla proprietà, alla resistenza all’oppressione. Come sottolineato anche dalla dottrina italiana più esperta nella comparazione giuridica, «la sicurezza può qualificarsi come bene inscindibilmente legato alla vita, alla incolumità fisica, al benessere dell’uomo e alla qualità della sua esistenza, nonché alla dignità della persona. Da ciò ne deriva che la sua titolarità oltre che in capo allo Stato, nella forma di interesse a garantire una situazione di pace sociale, è riferibile a ciascun individuo A partire dagli anni Ottanta, come diritto a un’esistenza protetta, indispencon un vero e proprio sabile al godimento degli altri diritti di cui è rivolgimento rispetto al titolare in condizioni di sicurezza»1. Pertanto mondo classico, il fenomeno le attuali valorizzazioni del diritto essenziale della violenza ha assunto una alla sicurezza, quale presupposto per lo stesvalenza fisiologica – e quindi so godimento degli altri diritti fondamentali, non più patologica – ed una sembrerebbero vieppiù confermare un’istintifrequenza costante nell’ambito va contrapposizione fra il fattore giuridico e il dei rapporti intersoggettivi fenomeno della violenza. (tra Stati, tra individui, tra Stato ed individuo, tra uomo e donna), come emerge dallo stesso linguaggio comune, che connota in senso positivo termini quali la “grinta”, la “aggressività”, il “farsi rispettare”.

Ma si tratterebbe di una conclusione tanto semplicistica quanto fallace, che rischierebbe di concentrarsi su un aspetto limitato dell’ordinamento giuridico, senza però affrontare il tema nell’ambito di una visione complessiva del diritto inteso come fenomeno sociale. La tesi infatti che si vuole sostenere è che ormai da tempo le risposte tradizionali non sono più sufficienti e che una più matura coscienza democratica dei consociati esige un passo in avanti, vale a dire riforme coraggiose per un diritto più “partecipato”.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 30

19/12/17 09:28


Luigi Ciaurro

L’intreccio fra diritto e violenza Occorre partire da una considerazione certamente sin troppo banale, ma comunque necessaria. Soprattutto a partire dagli anni Ottanta, con un vero e proprio rivolgimento rispetto al mondo classico, il fenomeno della violenza ha assunto una valenza fisiologica - e quindi non più patologica - ed una frequenza costante nell’ambito dei rapporti intersoggettivi (tra Stati, tra individui, tra Stato ed individuo, tra uomo e donna), come emerge dallo stesso linguaggio comune, che connota in senso positivo termini quali la “grinta”, la “aggressività”, il “farsi rispettare”. A ciò si aggiungano, con particolare evidenza negli anni Novanta, l’enfasi sulla prevaricazione dialettica che inevitabilmente caratterizza i dibattiti televisivi, specie di tipo politico, e il carattere sempre più recessivo di qualità come la “mitezza”, la “ponderazione”, la “mediazione”, la capacita di “comprendere” le ragioni dell’altro; qualità tipiche della non-violenza. Al riguardo restano sempre valide le riflessioni di Sergio Cotta , il quale ha evidenziato anni addietro come la violenza si estenda universalmente nello spazio, nel tempo e nel campo di applicazione (vale a dire, indistintamente in tutti gli aspetti del vivere umano). A tal punto che ormai essa potrebbe essere definita una categoria tendenzialmente onnicomprensiva, in chiave sia sincronica che diacronica, e persino un parametro ermeneutico (forse quello fondamentale, specie nell’ambito del diritto), ossia il metro per interpretare le azioni umane. Ma proprio tale plurisignificanza ne ha favorito l’ambiguità e l’indeterminatezza da un punto di vista fenomenologico-strutturale: la violenza viene qualificata come mero atto d’imposizione fisica; o come mezzo ineluttabile per il miglioramento della vicenda umana; o ancora quale momento di indispensabile vitalismo attivo; infine, come caratteristica propria di ogni atto umano3. Non a caso quindi il concetto di violenza ha originato una serie di prospettive diverse e opposte tra loro, riassunte ad esempio da Chiodi4 nella differenza tra analisi della violenza empiriche (le teorie), speculative (le ideologie) e assiologiche (le retoriche). Si tratta di segni evidenti dell’assenza di una tensione verso il superamento, o comunque l’attenuazione del fattore violenza, considerata ormai inseparabile dalla condizione umana5. L’espandersi della violenza non poteva certo arrestarsi di fronte al fenomeno del diritto, che è mondo dell’uomo, e che, addirittura, è stato investito da una sorta di circolo della sterilità assiologica, il quale parte dal negativismo giuridico , si snoda attraverso la seco-

31

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 31

19/12/17 09:28


La violenza tra politica e diritto

Dossier

32

larizzazione del diritto7 e il conseguente effetto della sua riduzione a violenza (in quanto il diritto, svincolatosi da rifermenti valoriali, diventa procedura e mero instrumentum regni) e termina con il movimento del cosiddetto antigiuridicismo (un insieme eterogeneo di sentimenti e di ripudi verso la misura giuridica). La punta di diamante del movimento descritto è stata raggiunta negli anni Settanta dalla critica antigiuridica degli autonomi, che sfociava in una sorta di nichilismo giuridico, legittimante l’inadempimento nei confronti delle leggi, nonché l’abbattimento violento delle istituzioni8; con la giustificazione che si opponeva violenza a violenza. E in effetti la violenza sembrerebbe rappresentare il peccato originale del diritto: è noto che da alcune esegesi di vicende mitologiche è emerso che la violenza era ritenuta la madre del diritto9. Lo stesso Vico individuò nel «diritto alla violenza» il primo diritto affiorante nello stato primordiale ferino. Infine, Benjamin aveva addirittura identificato il diritto con la violenza, riferendosi sia alle sue origini che alle sue modalità di svolgimento10. Inoltre, e forse si tratta della corrosione più acuta subita dal diritto, il rapporto tra forza e diritto è diventato estremamente intimo (fino quasi all’indistinzione della commistione). È un rapporto - come noto - molto complesso ed articolato11, per cui ci limiteremo a citare le principali posizioni in merito: il diritto come forza, come regola della forza (Bobbio); la forza come contenuto delle norme (Kelsen), o come strumento di applicazione delle medesime. Più sottile la posizione di Cotta12, il quale - dopo aver distinto la forza (fenomeno misurato e proporzionato) dalla violenza (fenomeno immediato, discontinuo, sproporzionato, imprevedibile e di breve durata) - individua nel diritto la tipica attività collegata alla misura (di tipo interno, esterno e finalistico) incompatibile con la violenza (anti-misura) e distinta ma conciliabile con la forza (che può essere usata ai fini del diritto, come nel caso della sanzione penale). Tuttavia, Cotta - in uno scritto estremamente risalente nell’ambito della sua stessa produzione scientifica13 - aveva individuato nei fenomeni della guerra e della rivoluzione «violenze giuridicamente organizzate»; pur specificando che si tratta di fatti normativi (produttivi di norme) e non di fatti giuridici (contemplati dall’ordinamento), concludendo quindi che le ragioni per cui la normatività inerisce a tali fatti non sono determinabili dalla scienza del diritto. dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 32

19/12/17 09:28


Luigi Ciaurro

Infine, sull’onda di certo neo-marxismo giuridico, Chiodi14 descrive il potere politico come un sistema che si avvale dell’ideologia, della violenza e del diritto al fine di mantenere il dominio. In particolare, il diritto conterrebbe elementi sia ideologici (la norma primaria) che violenti (la norma secondaria). Quindi, il diritto non può sussistere senza violenza ed ideologia, a differenza di queste ultime che ne possono prescindere. Inoltre, Chiodi precisa che un contrasto tra violenza e diritto può essere di livello formale (perché quella azione violenta non è stata prevista dall’ordinamento); o di natura sostanziale (in quanto l’ideologia insita nell’atto violento si contrappone all’ideologia presente nella norma violata).

Ipertrofia delle leggi, violenza e fastidio per il diritto Tutte queste riflessioni, pur rilevanti dal punto di vista sia della filosofia del diritto che della teoria generale del diritto, tuttavia rischiano di chiudersi in prospettazioni formali ed astratte, ignorando la cosiddetta distretta esistenziale causata attualmente 33 al singolo dal diritto, per cui «di fronte alla legge che gli appariva onnipotente e terribile, indifferente alla sua precisa individualità, rigida ed astratta nella severità del suo comando, il singolo, impotente, povero ed isolato (secondo la drammatica raffigurazione di Tocqueville) è indietreggiato ed è andato errando in cerca di rifugio, barricandosi die- Sull’onda di certo neotro il diritto, il diritto che ciascuno porta con marxismo giuridico, Chiodi sé, che la realtà, che i fatti, che la vita portano descrive il potere politico con sé» . come un sistema che si avvale Lo stesso fenomeno dell’ipertrofia delle leggi dell’ideologia, della violenza e (la felice espressione è di Francesco Carne- del diritto al fine di mantenere lutti) costituisce una forma di violenza vera e il dominio. In particolare, propria nei confronti del singolo. Già Lopez il diritto conterrebbe elementi de Oñate, addirittura già sul finire degli anni sia ideologici (la norma Trenta, aveva evidenziato le difficoltà, persino primaria) che violenti per il competente della singola materia, a co- (la norma secondaria). Quindi, noscere tutte le leggi di specifico interesse; a il diritto non può sussistere maggior ragione il cittadino, anche per com- senza violenza ed ideologia, piere le più banali operazioni quotidiane, si a differenza di queste ultime troverà sommerso da una serie di disposizioni che ne possono prescindere. sparse in norme, a loro volta diffuse in una serie di atti normativi prodotti dalle fonti più disparate. Proliferazioni di norme, minuziose specificazioni contenute nelle fattispedialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 33

19/12/17 09:28


Dossier

La violenza tra politica e diritto

cie astratte comportano necessariamente un linguaggio giuridico impreciso, oscuro, a volte persino contraddittorio: ne è causa – lo sottolineava già decenni addietro autorevole dottrina giuscivilista (Pugliatti) – il fatto «che il legislatore abbia oggi, conformemente al celere ritmo della vita moderna e all’incalzare degli eventi di eccezionale portata che viviamo, esigenze di rapidità»; le quali tuttavia - aggiungeva - non debbono comportare «l’obbligo di rinunciare agli ausili della tecnica»16. Ma forse è nel giusto Chiodi nell’affermare che «quando si verifica un incremento del ricorso al diritto, con esasperazione della proliferazione normativa ed enfasi dell’intervento giurisdizionale, vi corrisponde generalmente il declino del consenso ideologico». L’uso del diritto, ridotto a mera strumentazione giuridica, viene incrementato dalla difficoltà per lo Stato di arginare i rapporti svoltisi ed emergenti dalla società civile. Ma si tratta di un circolo vizioso: le continue moltiplicazioni ed innovazioni nel campo del diritto comportano la perdita di fiducia nella stabilità legislativa, e quindi rendono ancora più difficile la regolamentazione della vita 34 associata, nonché meno efficace lo stesso strumento giuridico. Proprio l’espandersi di questa presenza, specie giuridica, dello Stato in ogni ambito dell’esistenza umana L’uso del diritto, ridotto a mera ha dialetticamente provocato il rivolgimenstrumentazione giuridica, to ancora una volta descritto lucidamente viene incrementato dalla da Cotta17: l’istituzione (anche e soprattutto difficoltà per lo Stato di giuridica) viene considerata non più fattore arginare i rapporti emergenti di garanzia ed ordine in antitesi alla violenza, dalla società civile. Ma si ma violenza essa stessa. A questa conclusione tratta di un circolo vizioso: ha contribuito anche «il concetto leniniano di le continue moltiplicazioni ordinamento come terrore organizzato, perché ed innovazioni nel campo del - come rilevato fra gli altri da Francesco Merdiritto comportano la perdita cadante18 – dal “discorso sulla violenza contro di fiducia nella stabilità le istituzioni” si è passati allo “interrogativo legislativa, e quindi rendono angoscioso sulla violenza delle istituzioni, su meno efficace lo stesso quello che è chiamato il cinismo delle istitustrumento giuridico. zioni”». Senza entrare nel merito della questione sul carattere strutturale (come sostenuto ancora da Chiodi) o meno della violenza nel sistema politico, tuttavia non si può negare che la mancanza di reali alternative (non solo politiche ma anche meramente culturali), ha provocato in passato negli stessi paesi occidentali c.d. “a democrazia avanzata”, da una parte il ricorso dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 34

19/12/17 09:28


Luigi Ciaurro

alla violenza per affermare, necessariamente in maniera extra-istituzionale, l’esistenza di una opposizione radicale; dall’altra la diffusione di una visione tronca del diritto, che appare in maniera sempre più accentuata un fenomeno estraneo e violento, nemico del singolo e tipico del lontano ed invisibile Palazzo. Ma una tale negazione dell’essenza fenomenologica del diritto non solo produce la descritta «istituzionalizzazione della violenza» (dall’ordinamento giuridico al singolo), ma anche la «intersoggettivizzazione della violenza» (dei singoli tra di loro al di fuori dell’ordinamento giuridico). Si tratta del fenomeno descritto in particolare da Bruno Romano19, il quale individua nella proposta marxiana di emancipazione l’origine della critica e della negazione del rapporto tra gli uomini organizzato giuridicamente: il cosiddetto umanesimo radicale avrebbe avviato un processo «che è simultaneamente di estinzione del diritto e di creazione della violenza come prassi emancipatoria». Infatti, «alla coesistenza dei singoli secondo la reciprocità del riconoscimento, che fa sorgere il diritto come relazione riconoscente» (sulla base di un principio unitivo-organizzante, fondato sulla misura giuridica nei rapporti intersoggettivi) si è sostituito un modello di vita comune basato sulla fattualità non giuridica della prassi (che esclude e nega l’altro nella sua alterità). Ma, al di là della questione sulle responsabilità o meno dell’umanesimo radicale fondato sul progetto di emancipazione, emerge con sempre maggiore vigore una spirale della violenza, proveniente dal diritto nonché svolgentesi anche al di fuori del diritto. Inevitabilmente, gli evidenziati disagi comporteranno la crisi del diritto, che si lega ed inserisce nell’ambito più vasto della crisi dell’individuo e dei valori20. Gli stessi modi di essere e di produzione del diritto ne fanno un fenomeno estraneo e violento nel suo imporsi al singolo: uno svilimento che ha determinato persino l’assenza dell’ideale giuridico dalla famosa mappa delle utopie di Ernst Bloch.

35

Per una politica del diritto non violenta Preliminarmente, è necessario precisare che con difficoltà si potrebbero prendere realisticamente in considerazione quelle teorie che, risolvendo radicalmente il problema del rapporto tra violenza e diritto, propongono l’instaurazione di una coesistenza di soggetti liberi, non regolata da norme giuridiche. Infatti, come ha opportunamente evidenziato Vittorio Mathieu21, una coesistenza dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 35

19/12/17 09:28


Dossier

La violenza tra politica e diritto

(alternativa alla regolamentazione giuridica) sulla base della volontà comune spontanea fondata sull’amore è possibile solo in ambiti ristretti (quali ad esempio le comunità dei cenobiti); altrimenti in sfere più ampie, diventa oppressione della libertà. Tramite un’opportuna tecnica del diritto potrebbe essere sviluppata la dimensione che Cotta ha definito della socionomia (intermedia tra l’autonomia e l’eteronomia della dicotomia kantiana), in cui l’io dell’individuo non scompaia nel noi della società politica. Infatti, attualmente la vicenda dell’uomo è caratterizzata dall’ansia di partecipare e di sfuggire alla morsa dell’inutilità e dell’inattività tipiche dello smarrimento individuale nella società di massa; un fenomeno sorto già decenni addietro, ma che di recente si è sviluppato in modo esponenziale grazie all’uso diffuso della Rete. Aumentando la tensione verso la decentrazione della creazione del diritto, per cui anche il singolo si senta ad essa partecipe (Voigt), si potrebbe tentare di pervenire almeno tendenzialmente ad una dimensione socionoma del diritto, aumentandone i modi di formazione e di sviluppo diffusi; non limitandosi ad una partecipa36 zione indiretta alla creazione del diritto (Kelsen), come quelle del voto elettorale per la formazione degli organi Aumentando la tensione verso la legislativi (relativamente alle norme generadecentrazione della creazione del li)22, e dell’azione giurisdizionale al fine dell’ediritto, per cui anche il singolo manazione della sentenza (riguardo le norme si senta ad essa partecipe, si individuali). potrebbe tentare di pervenire ad Senza pretendere di individuare ricette miuna dimensione socionoma del racolistiche e volendosi limitare ad indicare diritto, aumentandone i modi di qualche linea di tendenza, ad esempio, anformazione e di sviluppo diffusi. drebbe proseguita la ricerca di principi di diritto naturale da tradurre in disposizioni di valore costituzionale. Oppure potrebbe essere tentato un nuovo modo di legiferare attraverso una normazione per principi (che favorisca l’autonomia contrattuale dei privati e la competenza regolamentare a livello locale), o l’introduzione di numerose autorizzazioni legislative (vale a dire rinvii a concetti sociologici quali la buona fede, il buon costume, l’equità). Ancora: con il coraggio di invertire le tendenze in atto sempre più giacobine, optare per la non regolamentazione giuridica di determinate materie a favore della formazione spontanea di norme consuetudinarie e della creazione giudiziale23 - in caso di lacune - di norme collegate con i giudizi di valore dominanti nella società. Ma non è tutto. A livello costituzionale può ipotizzarsi la previsione di garanzie nei regodialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 36

19/12/17 09:28


Luigi Ciaurro

lamenti parlamentari onde dare finalmente attuazione concreta all’art. 71, secondo comma, Cost. relativo all’iniziativa legislativa popolare. Oppure al fine di rilanciare l’art. 50 Cost. concernente l’istituto della petizione, magari mediante un’opportuna valorizzazione della c.d. e-petition. E non vanno nemmeno sottovalutati gli effetti di quello che potrebbe essere definito un “rimedio minimo”: a maggior ragione nell’epoca della comunicazione telematica, una migliore e più fruibile redazione delle leggi, le quali negli ultimi tempi hanno raggiunto livelli intollerabili di difficoltà di comprensione anche per gli stessi addetti ai lavori, a causa del linguaggio usato, della stessa articolazione dei periodi contenuti negli enunciati normativi e - sempre più spesso - dalla concentrazione di molteplici contenuti normativi in un unico articolo suddiviso in decine e addirittura in centinaia di commi24. Per concludere in modo sintetico. Ad un livello macro attualmente la lotta del diritto contro la violenza appare concentrarsi su due fronti. Innanzitutto, in ambito nazionale, piena maturità ha raggiunto il diritto costituzionale, che in particolare ha via via considerato come fondamentali una gamma sempre più ampia di diritti individuali, ancorché i processi in corso possano incorrere nella “distretta” (o angustia) lucidamente evidenziata di recente da Marcello Pera . In secondo luogo, ma forse soprattutto, si è assistito ad uno sviluppo insperato del diritto internazionale, con la tendenza (squisitamente kelseniana) sempre più marcata a giurisdizionalizzare le controversie internazionali (prima affidate esclusivamente al ricorso alla forza bellica) e specialmente con la proiezione e protezione sovranazionale dei diritti umani, vero e proprio «portento dell’epoca moderna» (Italo Mancini).

37

Note 1 Cit. da T. E. Frosini, Il diritto costituzionale alla sicurezza, su www.forumcostituzionale, 2006. 2 S. Cotta, Perché la violenza?, Japadre, L’Aquila 1978, pp. 16-21. 3 La quadripartizione del testo è ripresa sempre da S. Cotta, premessa a AA.VV., Dimensioni della violenza, Japadre, L’Aquila 1982, p. 9.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 37

19/12/17 09:28


Dossier Cfr. G. Chiodi, Diritto e violenza. Uno schema interpretativo del loro rapporto, in Studi per Lorenzo Campagna, Giuffrè, Milano 1980, pp. 173-175. 5 Tale è ad esempio la posizione di S. Freud, Il disagio della civiltà ed altri saggi, Einaudi, Torino 1971, p. 295. 6 Per il quale si rimanda a I. Mancini, Negativismo giuridico, Quattroventi, Urbino 1981. 7 Su cui si rinvia a F. D’Agostino, Diritto e secolarizzazione, Giuffrè, Milano 1982. 8 Cfr. I. Mancini, La filosofia del diritto come ermeneutica, su «Hermeneutica», Urbino 1981, I, p. 13. 9 Cfr. F. D’Agostino, Per un’archeologia del diritto, Giuffrè, Milano 1979. 10 Cfr. W. Benjamin, Angelus novus, Einaudi, Torino 1982, pp. 8 ss. 11 Per il quale si rimanda a N. Bobbio, Teoria dell’ordinamento giuridico, Giappichelli, Torino 1960 (cfr. il paragrafo su diritto e forza). 12 Cfr. S. Cotta, Perché la violenza?, cit., pp. 67-71. 13 Cfr. S. Cotta, Per un concetto giuridico di rivoluzione, in Scritti di sociologia e politica in onore di L. Sturzo, Zanichelli, Bologna 1953, p. 492. 14 Cfr. G. Chiodi, op. cit., pp. 179 ss. 15 Cfr. F. López de Oñate, La certezza del diritto, Giuffrè, Milano 1968, p. 40. 16 Cit. da S. Pugliatti, Grammatica e diritto, Giuffrè, Milano 1978, p. 167. 17 Cfr. S. Cotta, Perché la violenza?, cit., pp. 19, 52, 98. 18 Cfr. AA. VV., Violenza e diritto, atti del 31° Convegno nazionale di studio: Roma, 6-8 dicembre 1980 / Unione giuristi cattolici italiani, Milano 1982, p. 158. 19 Cfr. B. Romano, Emancipazione e violenza, in AA. VV., Dimensioni della violenza, cit., pp. 99-157. 20 Cfr. F. López de Oñate, op. cit., p. 114. 21 Cfr. V. Mathieu, Libertà e diritto, in «Prospettive del mondo», I, 1976, n. 1, pp. 39-40. 22 Sulle difficoltà che hanno investito negli ultimi anni la nozione tradizionale di rappresentanza politica, anche per l’insorgere di fenomeni riconducibili ad una sorta di lex mercatoria o di formule politiche legate ad algoritmi, v. S. Staiano, Rappresentanza, su «Rivista Aic» 2017, n. 3. 23 Per una impostazione in questo senso v. G. Zagrebelsky, Il diritto mite, Einaudi, Torino 1992. 24 Come avvenuto persino nel caso della legge sulle unioni civili (v. la legge 20 maggio 2016, n. 76), pur così rilevante per i singoli consociati: un articolo unico, ben 69 commi, senza rubriche né titoletti a latere (a questo specifico riguardo sia consentito rinviare, se si vuole, a L. Ciaurro, Ddl unioni civili e criticità procedurali: 69 commi da raccontare, su «Rassegna parlamentare», 2016, n. 1, pp. 125 ss.). 25 Cfr. M. Pera, Diritti umani e cristianesimo, Venezia 2015, in particolare pp. 42 ss., il quale ha sottolineato i pericoli insisti nella c.d. “proliferazione dei diritti”: «i diritti generano diritti, i quali a loro volta generano altri diritti, con un processo di cui non è nota la fine, né se vi sia una fine», con il rischio finale di ingenerare conflitti non facilmente risolubili.

La violenza tra politica e diritto

4

38

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 38

19/12/17 09:28


C’è un rapporto tra l’hate speech, il linguaggio dell’odio, ed episodi di intolleranza, discriminazione e violenza? Solo una “comunicazione costruttiva” permette alle parole di essere strumento di pace e non di violenza.

L’hate speech tra libertà di espressione e tutela della dignità

S

di Mattia F. Ferrero

empre più va diffondendosi nel dibattito pubblico l’at39 tenzione verso l’hate speech (o linguaggio d’odio, per impiegare l’espressione italiana) e si susseguono le iniziative per contrastare tale fenomeno, in considerazione del nesso tra espressioni d’odio, da una parte, e atti di intolleranza, discriminazione o violenza, anche terroristica, dall’altra. Prima di trattare del rapporto esistente tra discorso d’odio e violenza, è bene, però, premettere che non esiste né a livello nazionale, né internazionale, una definizione condivisa di hate speech. In particolare, se è pacifico come tratto identificativo dell’hate speech il fatto di essere indirizzato nei confronti di uno specifico gruppo di persone che condivide una particolare caratteristica (come l’etnia, la nazionalità, la religione, il sesso, la disabilità), è, invece, piuttosto controverso quali Mattia F. Ferrero possano essere considerate espressioni di odio/ è avvocato e dottore di ricerca in diritto ostilità/pregiudizio, tali da costituire un discor- canonico ed ecclesiastico. Da oltre un so d’odio. Di conseguenza, al novero degli hate decennio partecipa a riunioni e progetti speech si può ricondurre una vastissima gamma dell’Organizzazione per la sicurezza e la di espressioni, che va dalla vera e propria istiga- cooperazione in Europa (OSCE) sulla libertà zione alla violenza contro uno specifico gruppo religiosa, la tolleranza e non discriminazione etnico o religioso, al mero impiego dei prono- e gli hate crime. È advisor per il segmento mi maschili e femminili, da taluni ritenuto non italiano del progetto internazionale Building rispettoso del divieto di discriminazione sulla a comprehensive criminal justice response base dell’identità di genere. to hate crime. dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 39

19/12/17 09:28


L’hate speech tra libertà di espressione e tutela della dignità

Dossier

40

Molte delle forme di discorso d’odio sono categorie note e risalenti: l’istigazione alla violenza, le offese, il vilipendio, la diffamazione, l’ingiuria; mentre una forma nuova, ma piuttosto diffusa, è la stereotipazione negativa, ovverosia l’accostamento generalizzato ad un gruppo di persone di una caratteristica negativa, tale da gettare una luce negativa sull’intero gruppo1. Un’altra forma di hate speech, di attualità anche nel contesto italiano, è il negazionismo della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, di recente previsto come reato dalla legge n. 115 del 20162. Vi sono, infine, categorie molto più fluide, come la marginalizzazione o la stigmatizzazione sociale, che – come si è detto – allargano molto il perimetro del potenziale hate speech. Ed è proprio l’indeterminatezza e potenziale infinitezza del concetto a far sì che vi siano perplessità, se non – a volte – aperta contrarietà, rispetto alla prevenzione ed al contrasto del discorso d’odio, poiché si teme che ciò si risolva in un’indebita limitazione della libertà d’espressione. Emerge, dunque, il punto critico, ed allo stesso tempo centrale, del tema: il rapporto tra esercizio della libertà d’espressione e possibili limitazioni alla stessa. Sul punto occorre considerare che la libertà di espressione – come affermato in una celebre e storica sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo3 – vale non solo per le informazioni o le idee che sono accolte con favore o considerate inoffensive o con indifferenza, ma anche per quelle che offendono, scioccano o inquietano lo Stato o una parte della popolazione. Tuttavia, come indicato dall’articolo 19 del Patto internazionale delle Nazioni Unite relativo ai diritti civili e politici, la libertà di espressione «comporta doveri e responsabilità speciali», sicché è universalmente riconosciuta la possibilità che tale diritto possa essere sottoposto a restrizioni, laddove esse siano necessarie al rispetto dei diritti o della reputazione altrui ovvero alla salvaguardia della sicurezza nazionale, dell’ordine pubblico, della sanità o della morale pubbliche, e rispondenti al canone di proporzionalità tra l’entità della restrizione ed il fine perseguito. A corollario di queste previsioni, l’articolo 20 del medesimo Patto stabilisce che debbano essere vietati dalla legge «qualsiasi propaganda a favore della guerra» nonché «qualsiasi appello all’odio nazionale, razziale o religioso che costituisce incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza». Queste limitazioni poste all’hate speech trovano fondamento nella considerazione che, benché non vi sia un rapporto causale deterdialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 40

19/12/17 09:28


Il cyberhate L’ampio rilievo che l’hate speech ha nel dibattito odierno deriva anche dal fatto che, con l’avvento di Internet, lo scenario è cambiato radicalmente. Infatti, fino a relativamente poco tempo fa, il linguaggio d’odio poteva esprimersi solo in manifestazioni pubbliche o mediante stampa, sicché la repressione dello stesso era molto agevole: il divieto o lo scioglimento della manifestazione, il sequestro degli stampati. Anche l’avvento della radio e della televisione non aveva mutato molto il contesto, dato che pure questi media erano e sono controllabili con facilità. Internet, invece, ha portato ad un cambio totale di paradigma, perché chiunque, senza investire alcun capitale, può aprire un sito Internet o un blog, pubbli- L’ampio rilievo che l’hate care un post su Facebook o caricare un video speech ha nel dibattito su YouTube, i cui contenuti non vengono con- odierno deriva dall’avvento trollati preventivamente da nessuno e che po- di Internet. Se fino a poco tenzialmente possono raggiungere una platea tempo fa il linguaggio d’odio mondiale. I social network, inoltre, consento- poteva esprimersi solo in no a qualsiasi messaggio di diventare virale (in manifestazioni pubbliche o grado, cioè, di essere visto in brevissimo tempo mediante stampa, sicché la da decine, se non centinaia, di milioni di per- repressione dello stesso era sone), con un effetto moltiplicatore che nessun molto agevole, oggi chiunque medium ha mai avuto in precedenza. L’autore può aprire un sito Internet o dei messaggi, infine, può facilmente occultare un blog, pubblicare un post su la propria identità, rendendo molto difficile la Facebook o caricare un video sua effettiva identificazione. su YouTube, i cui contenuti In un tale contesto, le possibilità per le au- non vengono controllati torità dello Stato di intervenire sul cyberhate preventivamente da nessuno.

Mattia F. Ferrero

ministico, la violenza motivata da odio o pregiudizio tendenzialmente non emerge ex abrupto, ma è il risultato di un contesto di intolleranza e discriminazione che conduce a, o perlomeno giustifica, la violenza contro un determinato gruppo di persone. Per quanto concerne, poi, il terrorismo, uno dei fattori che conduce alla radicalizzazione terroristica di un singolo individuo è l’esposizione a idee o narrative che legittimano il terrorismo, con la conseguenza che certi discorsi d’odio possono favorire tale radicalizzazione, mentre, per altro verso, situazioni di diffusa intolleranza e discriminazione (reale o percepita), originate anche da hate speech, rappresentano condizioni strutturali che possono portare a fenomeni terroristici motivati da sentimenti di rivalsa.

41

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 41

19/12/17 09:28


L’hate speech tra libertà di espressione e tutela della dignità

42

Dossier

(cioè il discorso d’odio su Internet) sono molto limitate, anche perché le società di Internet rifiutano di assoggettarsi a legislazioni o autorità giurisdizionali diverse da quelle scelte dalle medesime società4 e gli apparati tecnologici che materialmente erogano tali servizi sono situati all’estero (rimanendo, così, sottratti a misure cautelari reali). Ogni intervento coercitivo da parte delle autorità statali è, dunque, molto difficile, se non impossibile, salvo che non venga spontaneamente recepito dalla società interessata. Alla base di questa posizione delle società di Internet vi è sicuramente una motivazione ideale, nella convinzione che la Rete sia lo strumento per diffondere democrazia, libertà ed eguaglianza dando la possibilità a tutti di esprimersi e che, pertanto, ogni possibile limitazione sia pericolosa, ma vi è pure una motivazione commerciale, poiché i ricavi di tali società sono collegati alla diffusione dei messaggi da esse veicolati su Internet.

Le risposte all’hate speech Delineati, seppur sinteticamente, il contesto attuale e le sfide che esso pone, occorre valutare quali siano le possibili risposte all’hate speech. Con tutta evidenza la repressione penale non può e non deve essere l’unica via, dovendosi affidare la prevenzione ed il contrasto del discorso d’odio ad una pluralità Un ruolo fondamentale nella di azioni. prevenzione di espressioni e In primo luogo, un ruolo fondamentale nella atti d’odio è svolto dal contesto prevenzione di espressioni e atti d’odio è svolto educativo, poiché esso agisce dal contesto educativo, poiché esso agisce alle alle radici del fenomeno. Già radici del fenomeno. Già solo il mero fatto di solo il mero fatto di crescere crescere in un ambiente pluralistico, nel quale in un ambiente pluralistico, ciascun bambino o ragazzo ha l’opportunità di nel quale ciascuno ha esprimere la propria identità, così come la posl’opportunità di esprimere la sibilità di imparare l’uno dalla diversità dell’alpropria identità, così come la tro, è uno strumento formidabile per promuopossibilità di imparare l’uno vere la tolleranza e la non discriminazione sin dalla diversità dell’altro, è uno dalle più giovani generazioni. Risultano utili strumento formidabile per anche programmi volti a favorire la comprenpromuovere la tolleranza e la sione reciproca ed il rispetto per la diversità, non discriminazione. rispetto ai quali è bene, però, evidenziare il rischio che si fondino su un approccio del tutto relativistico (tale per cui qualsiasi opzione morale o religiosa avrebbe eguale validità e meriterebbe eguale rispetto), che potrebbe porsi in contrasto con le convinzioni morali e religiose dei genitori. dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 42

19/12/17 09:28


Mattia F. Ferrero

L’autoregolamentazione, poi, è considerata, soprattutto in ambito internazionale, lo strumento privilegiato per la prevenzione ed il contrasto del discorso d’odio, poiché con essa le persone si impegnano volontariamente a non impiegare un certo linguaggio, conformemente ad un codice etico o deontologico cui aderiscono, mentre la verifica del rispetto di tale impegno è affidata alla moral suasion esercitata dai vertici dell’ente o a sanzioni disciplinari irrogate dai competenti organi. L’efficacia dell’autoregolamentazione risiede pure nel fatto che le espressioni vietate da essa non sono solo quelle penalmente rilevanti (l’uso delle quali espone l’autore sia alla sanzione penale, sia a quella disciplinare), ma anche – e soprattutto – espressioni che, seppure non vietate dal diritto penale, costituiscono comunque hate speech, ampliando quindi l’azione di contrasto rispetto a quella che può essere svolta dallo Stato. L’ambito di applicazione dell’autoregolamentazione è molto vasto, poiché essa può essere adottata da società commerciali, ordini professionali, università, società sportive, ecc. È, tuttavia, nell’ambito politico che l’autoregolamentazione può svolgere un ruolo decisivo, poiché si tratta di un contesto nel quale interventi coercitivi da parte delle autorità statali o sono impediti da immunità costituzionali o, comunque, sono considerati un’extrema ratio, volendosi assicurare massima libertà ai rappresentanti dei cittadini. Allo stesso tempo, però, il discorso politico è quello che più facilmente può attecchire e guidare il comportamento degli individui, sicché il ceto politico ha una grande responsabilità nell’esercitare la propria libertà di espressione. Un’autoregolamentazione scelta dai partiti politici (nel senso di impegnare i propri iscritti ad un linguaggio rispettoso, tollerante e non discriminatorio) oppure prevista dai regolamenti degli organi elettivi, costituisce uno strumento molto valido per vincolare i leader politici ad un discorso politico responsabile. Un tema a sé è quello dell’autoregolamentazione dei media, che deve tener conto della complessità derivante dal progresso tecnologico. Infatti, l’autoregolamentazione dei giornalisti, siano essi della carta stampata, della radio o della televisione, è un istituto noto ed impiegato da tempo5. Sennonché, al giorno d’oggi, l’opinione pubblica non viene formata dai media tradizionali, ma da molteplici attori presenti su Internet, sottratti ai regimi regolamentati nazionali e per i quali operano persone che non sono giornalisti professionisti.

43

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 43

19/12/17 09:28


L’hate speech tra libertà di espressione e tutela della dignità

Dossier

In relazione a questi nuovi contesti, l’autoregolamentazione può funzionare solo nel momento in cui il soggetto che si impegna non è l’autore del contenuto, bensì la società che fornisce il servizio Internet impiegato dall’autore per diffondere il proprio messaggio. In tal senso è di particolare importanza ed interesse il Codice di condotta sull’illecito incitamento all’odio online che alcune grandi società di Internet (Facebook, Google, Microsoft e Twitter) hanno lanciato assieme alla Commissione europea, col quale si sono impegnate, tra l’altro, a predisporre regolamenti per i propri utenti in cui vengono vietati la promozione dell’istigazione alla violenza e a comportamenti improntati all’odio. In considerazione dell’enorme volume di messaggi presenti sulla rete, le società di Internet non possono individuare tutti i casi, ma devono basare la propria risposta sulle specifiche segnalazioni che ad esse pervengono da utenti, organizzazioni della società civile o attori istituzionali. Inoltre, i criteri da esse impiegati per stabilire cosa costituisca hate speech e cosa, invece, sia espressione della libertà di pensiero, non sono trasparenti e si prestano ad in44 terpretazioni arbitrarie. D’altro canto, si tratta di società commerciali che agiscono nei confronti dei propri clienti, nell’ambito di un rapporto contrattuale, per cui, a meno di Di particolare importanza ed non ripensare radicalmente la governance della interesse è il Codice di condotta Rete, è solo attraverso l’iniziativa delle società sull’illecito incitamento all’odio di Internet che si può agire sul cyberhate. online che alcune grandi Da ultimo è necessaria anche la risposta pesocietà di Internet (Facebook, nale, da impiegare come misura di ultima Google, Microsoft e Twitter) istanza per i casi più gravi. Al riguardo, con la hanno lanciato assieme alla Decisione quadro 2008/913/JHA del 28 noCommissione europea, col quale vembre 2008, l’Unione europea ha richiesto si sono impegnate, tra l’altro, che ciascuno Stato membro adotti una legia predisporre regolamenti slazione che punisca, tra l’altro, «l’istigazione per i propri utenti in cui pubblica alla violenza o all’odio nei confronti vengono vietati la promozione di un gruppo di persone, o di un suo memdell’istigazione alla violenza e bro, definito in riferimento alla razza, al coloa comportamenti re, alla religione, all’ascendenza o all’origine improntati all’odio. nazionale o etnica», ovverosia quelle ipotesi in cui è più visibile e prossimo il nesso tra le espressioni impiegate e la possibile violenza. Non prevedere una sanzione penale per tali fattispecie significherebbe condannare le potenziali vittime a subire la violenza, prima che intervenga la risposta punitiva dello Stato. dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 44

19/12/17 09:28


Per una comunicazione costruttiva Conclusivamente, occorre notare come troppo spesso il rapporto tra libertà di espressione e promozione della tolleranza e non discriminazione venga visto come un rapporto conflittuale, come se uno escludesse l’altra e viceversa. Bisogna, invece, considerare che l’hate speech non costituisce un esercizio della libertà di espressione, ma è un abuso della stessa, mentre le legittime restrizioni alla libertà di espressione sono volte ad assicurare a tutti diritti fondamentali, come quello alla vita, alla sicurezza e all’eguaglianza, quindi – in ultima istanza – a tutelare la dignità della persona umana. Come insegna papa Francesco, l’autentico e responsabile esercizio della libertà di espressione avviene mediante una «comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisce una cultura dell’incontro, grazie alla quale si può imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia»6. In tal modo, il pensiero di ciascuno, anche se scomodo o non condivisibile, contribuisce al pluralismo delle nostre società e permette che l’opinione pubblica si formi in maniera corretta e matura. Viene, così, a crearsi un clima di fiducia e rispetto reciproci tra comunità, nel quale le parole sono strumento di pace e sicurezza, non di violenza.

Mattia F. Ferrero

Occorre, poi, sottolineare come la risposta penale non si esaurisca nell’introdurre una previsione che punisce l’hate speech, ma richiede che i casi denunciati siano prontamente ed attentamente investigati ed oggetto di processo penale, qualora ne ricorrano i presupposti, e che le sanzioni irrogate siano effettive e dissuasive, poiché altrimenti la tutela offerta dallo Stato resta teorica ed illusoria.

45

Note 1 Si pensi ad espressioni quali: «Gli zingari sono tutti ladri» oppure «I musulmani sono tutti terroristi». 2 Non è possibile in questa sede esaminare le problematicità di tale legislazione, con riferimento sia alla scelta di fondo di perseguire penalmente il negazionismo, sia alla difficoltà di definire la condotta penalmente rilevante. 3 Il riferimento è alla sentenza Handyside contro Regno Unito del 7 dicembre 1976. 4 Usualmente leggi e giudici di uno stato degli Usa, dove la libertà di espressione incontra le minori limitazioni possibili. 5 Si pensi alla Carta di Treviso, del 5 ottobre 1990, per la tutela dei minori da parte dei mezzi d’informazione. 6 Papa Francesco, Messaggio per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 45

19/12/17 09:28


Dossier

Dopo aver brevemente descritto alcune forme dell’azione dei kamikaze, si propone una spiegazione del comportamento del soggetto-agente della violenza facendo cogliere come il fanatismo e il desiderio di morte del terrorismo moderno rappresentino una distruttiva ricerca di trascendenza e di appartenenza comunitaria.

Forme del terrorismo moderno: le missioni suicide

U

di Consuelo Corradi

46

na missione suicida è un attacco violento quasi sempre causato da motivazioni politico-religiose e compiuto in modo cosciente da una persona (un uomo, ma talvolta anche una donna) che sceglie la popolazione civile come obiettivo e adotta un metodo di aggressione che richiede la sua propria morte come aspetto essenziale dell’azione. Può infatti accadere che l’attentatore muoia senza raggiungere l’obiettivo prefissato ma, se sopravvive, l’insuccesso della missione è certo. L’interesse per lo studio delle missioni suicide Consuelo Corradi ha registrato un incremento soprattutto dopo è docente di Sociologia generale l’attentato dell’11 settembre 2001, ma questo nell’Università LUMSA di Roma. Studia genere di azioni veniva compiuto già da vari la violenza nel contesto della modernità, anni. Comprendiamo con difficoltà i fenomecome evento collettivo e nelle relazioni ni che contraddicono la concezione classica di di prossimità. Tra i volumi più recenti si modernità: un processo di secolarizzazione, ricordano Il nemico intimo. Una lettura razionalizzazione e relativa pacificazione intersociologica dei casi di Novi Ligure e Cogne, na. Le forme del terrorismo moderno hanno Meltemi, Milano 2005; Dalla modernità modificato questa comprensione prevalente. alle modernità multiple (a cura di, con D. Nell’accurata ricostruzione storica fornita Pacelli, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011); dal libro curato da Diego Gambetta (2005) e con S. Walby et al., The concept and le missioni suicide vengono presentate come measurement of violence against women un’innovazione del ventesimo secolo. Se and men, Policy Press, Bristol 2017. escludiamo l’iniziativa di un piccolo grupdialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 46

19/12/17 09:28


Consuelo Corradi

po di anarchici russi all’inizio del Novecento, le missioni suicide sono realizzate dai piloti dell’aviazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale, ma soprattutto, dal 1981 ad oggi, da organizzazioni terroristiche di diversi tipi in vari luoghi del mondo. Abbiamo dunque a che fare con un’azione che non ha precedenti nella storia dell’umanità e che è andata aumentando di intensità negli ultimi anni. La parola kamikaze viene utilizzata per la prima volta per indicare l’attacco sferrato dall’esercito giapponese contro le navi alleate nel fronte del Pacifico alla fine della Seconda guerra mondiale. Si trattò di una strategia militare giapponese che aveva come obiettivo quello di limitare la vittoria delle forze alleate, piuttosto che determinare la loro sconfitta. Da allora, la parola kamikaze è servita come abbreviazione per designare, in un contesto culturale e storico totalmente diverso da quello appena descritto, un o una “martire” che si uccide mentre colpisce l’obiettivo designato. La rilevazione effettuata da L. Ricolfi (2005) sulle missioni suicide palestinesi consente all’autore di concludere che esse non sono uno strumento ancillare di altre tecniche terroristiche ma rispondono a una logica propria che non può essere spiegata in un unico modo. Per le organizzazioni terroristiche che se ne servono, le missioni suicide alimentano il fervore della causa politica tra i militanti e nella popolazione di riferimento, e aumentano il prestigio dell’organizzazione nei confronti dei suoi rivali. Quando l’azione ha una strategia di lunga durata, il martirio di alcuni serve a tenere alto il morale di tutta l’organizzazione e della sua popolazione di riferimento. Questo tipo di azione ha come obiettivo colpire una audience tanto quanto colpire le vittime stesse. Questa audience è interna (cioè riguarda il gruppo allargato di cui l’organizzazione terroristica fa parte), ma anche esterna, dato che i “martiri” e gli organizzatori sono ben consapevoli del ruolo dei media nel dare forma all’opinione pubblica nei paesi democratici.

47

Il suicidio altruistico L’azione del martire che si uccide solleva una serie di questioni originali per l’analisi sociologica della modernità e del posto che in essa svolge l’azione individuale. In un contesto come quello della modernità secolarizzata (in cui la morte è un evento temuto, da rinviare il più lontano possibile nel tempo attraverso la cura ossessiva del corpo; un evento da nascondere, cancellare e, se possibile, anche dimenticare), colui o colei che sceglie la morte vodialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 47

19/12/17 09:28


Forme del terrorismo moderno: le missioni suicide

Dossier

48

lontariamente per una causa superiore solleva, quantomeno, una certa attenzione. Nel suo famoso studio Émile Durkheim ha proposto di classificare il suicidio in tre tipi diversi – egoistico, altruistico e anomico – a seconda del grado di integrazione dell’individuo che si toglie la vita nel gruppo di appartenenza. Il suicidio altruistico è concepito come l’azione di chi «aspira a spogliarsi del suo essere individuale per annientarsi in quell’altra cosa che considera la sua vera essenza» (Durkheim 1969, p. 274), cioè il gruppo di cui fa parte e che condiziona in modo totale il suo comportamento. Poiché per Durkheim le società moderne sono altamente individualizzate, il suicidio altruistico gli appare come tipico delle società primitive dove la vita del sé non ha spazio nella vita collettiva, ma viene riassorbita e fortemente integrata nel gruppo. Per questo, tale nozione è capace di spiegare una parte consistente del comportamento dei kamikaze, che è il risultato di una interazione continua tra socializzazione e individualizzazione, tra adattamento alle norme di una comunità e desiderio di emergere come individuo. Oggi la persona che commette il suicidio altruistico è consapevole di essere il soldato scelto di una piccola élite, il protagonista di un’azione drammatica, un eroe il cui comportamento verrà segnalato ad altri come esempio da seguire. Vediamo più nel dettaglio le riflessioni di Durkheim. Il suicidio altruistico viene contrapposto dal Nel suicidio altruistico, il sociologo francese al suicidio egoistico. Mentre destino di ognuno di questi quest’ultimo comporta un’eccessiva individuaindividui è strettamente lizzazione, che porta il suicida a prendersi il dilegato alla propria comunità; ritto di togliersi la vita, il primo deriva da un’inparadossalmente, è per dividualizzazione troppo scarsa che conduce il continuare a esistere come suicida a ritenere di averne il dovere. In quest’ulmembri di una comunità che timo caso l’individuo in quanto tale ha poco essi si tolgono la vita con posto nella vita collettiva, l’io non appartiene slancio di fede, entusiasmo e a se stesso e il polo della sua condotta viene a fanatismo. trovarsi al di fuori di sé, cioè nel gruppo del quale è parte. Per questo, Durkheim concepisce il suicidio altruistico come il compimento di un dovere «che reca lode a colui che vi rinuncia» (Durkheim 1969, p. 272). Gli esempi che egli porta per sostenere questa tesi sono tratti dalle società primitive: uomini anziani, che costituiscono un peso per il gruppo tanto da metterne a repentaglio l’esistenza, donne indiane che bruciano sulla pira funebre del marito, servitori alla morte dei dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 48

19/12/17 09:28


Consuelo Corradi

loro capi, seguaci di religioni primitive che si fanno murare vivi o si gettano tra le fiamme. Il destino di ognuno di questi individui è strettamente legato alla propria comunità; paradossalmente, è per continuare a esistere come membri di una comunità che essi si tolgono la vita con slancio di fede, entusiasmo e fanatismo. Anche la vita nell’esercito, un gruppo massiccio e compatto che inquadra l’individuo, produce per Durkheim casi di suicidio altruistico che egli chiama eroico: un gesto che è la «forma esagerata o deviata di una virtù» (p. 292). Lo spirito di abnegazione e la capacità di rinuncia ai quali è allenato il soldato possono facilmente condurlo a rinunciare alla vita. L’abnegazione porta al sacrificio. Se osserviamo oggi il comportamento dei kamikaze, vediamo che Durkheim aveva insieme torto e ragione. Torto, nel considerare il suicidio altruistico solo come fenomeno delle società primitive; ragione, nel mettere in rilievo lo stretto legame che intercorre tra individuo e gruppo. Abbiamo oggi un’azione eroica che non è realizzata sotto l’impeto del momento o quando il protagonista è preda delle passioni; è bensì un’azione attentamente pianificata e compiuta a sangue freddo. I dati disponibili indicano che gli individui con tendenze suicide non vengono selezionati per questo tipo di missione, la quale richiede autodisciplina, freddezza e un grande controllo della situazione al fine di avere successo. Nelle ricerche condotte fino ad ora, alcuni fattori convergono nel delineare il profilo tipico dell’attentatore suicida. L’attentatore è spesso un uomo tra i 25 e i 35 anni che si offre volontario per la missione. Il successo della L’organizzazione terroristica missione apporterà prestigio alla sua famiglia può usare in modo molto all’interno della comunità locale e, non di esplicito il linguaggio e i temi rado, denaro in compensazione per la perdita. simbolici del fondamentalismo È vero che quasi sempre i kamikaze apparten- religioso, ma il fatto che il gono a una religione diversa da quella delle codice è antico mentre il loro vittime (le Tigri Tamil contro il governo comportamento che vogliamo dello Sri Lanka, i palestinesi contro obiettivi spiegare è moderno indica israeliani, i militanti di Al-Qaeda e dell’Isis che l’elemento religioso è contro popolazioni occidentali), ma questo strettamente legato a una fatto non deve essere sopravvalutato. Le cre- matrice politico-ideologica. denze religiose si mescolano con motivazioni politiche, con il desiderio di vendetta per una situazione di oppressione e con un forte senso personale di rabbia e frustrazione. L’organizzazione terroristica può usare in modo molto esplicito il linguaggio e i temi simbolici del fondamentalismo religioso, ma

49

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 49

19/12/17 09:28


Forme del terrorismo moderno: le missioni suicide

Dossier

50

«il fatto che il codice è antico mentre il comportamento che vogliamo spiegare è moderno» (Holmes 2005, pp. 134-135) indica che l’elemento religioso è strettamente legato a una matrice politico-ideologica. Oggi, quando la carica ideologica dei movimenti e dei partiti politici dell’Ottocento e primi del Novecento ha perso terreno e si è svuotata di contenuti, la capacità coesiva della “classe sociale” viene sostituita con l’identità religiosa, etnica o nazionale.

Il soggetto della violenza Le osservazioni sul comportamento dei kamikaze ci costringono anche a rivedere il modo in cui la sociologia concepisce di solito il soggetto agente della violenza. M. Wieviorka è forse l’unico autore che abbia affrontato tale argomento in modo diretto e non da una prospettiva psicologica. Egli sostiene che la riscoperta de «il marchio del soggetto» getta oggi luce sul fenomeno della violenza e a tal fine elabora cinque figure di soggettività, definite a seconda del modo in cui il soggetto usando la violenza costituisce se stesso come principio di senso (Wieviorka 2005, pp. 283-310). La prima figura è il soggetto alla deriva per il quale la violenza è espressione di una perdita di senso, dell’impossibilità di divenire attore sociale in senso pieno inserendosi Gli attentatori dell’11 dentro una relazione sociale. Una situazione settembre hanno la certezza di di ingiustizia e di mancanza di riconoscimengovernare la loro esperienza to, dalla quale nascono rabbia, distruzione e e di vivere in modo conforme autodistruzione, produce violenza; l’esempio alle proprie scelte e questo portato dall’autore è la sommossa a Los Angeconsente loro di radicarsi les nel 1992 che nasce come risposta alle perin uno spazio e di andare cosse subite dall’afroamericano Rodney King oltre una situazione di vuoto da parte della polizia bianca. In questo caso, o perdita di significato. La la violenza definisce un soggetto che non troreligione è un rafforzativo va altre occasioni di azione che lo proteggano perché offre una pletora di dalla minaccia di de-soggettivazione (Wiesenso all’azione nel mondo. viorka 2005, pp. 292-293). La seconda figura è l’iper-soggetto che usa la violenza come arma gravida di senso per caricare di significato la propria vita, per trovare una nuova legittimità al suo agire. Non di rado è proprio il soggetto alla deriva che si trasforma in iper-soggetto come, per Wieviorka, è il caso dei piloti degli aerei nell’attentato dell’11 settembre; i protagonisti di questa figura della violenza hanno la certezza di governare la loro esperienza e di vivere in modo conforme alle proprie scelte e questo consente loro di dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 50

19/12/17 09:28


Consuelo Corradi

radicarsi in uno spazio e di andare oltre una situazione di vuoto o perdita di significato. La religione è un rafforzativo perché offre una pletora di senso all’azione nel mondo. La terza figura è il non-soggetto che si limita a eseguire degli ordini senza avere la piena coscienza di quello che fa, come ad esempio il boia. Per il non-soggetto la violenza è un’azione burocratica, possibile proprio perché la soggettività non è in causa. Vi è, non un vuoto di senso come per la prima figura, ma un deficit di soggettività; il non-soggetto si sottopone agli ordini di un’autorità, segue un comando, con il rischio di minimizzare la responsabilità delle sue azioni. La quarta figura è l’anti-soggetto che tormenta la vittima con una crudeltà fine a se stessa, al punto che i suoi atti possono essere spiegati solo con riferimento a una personalità disturbata che ne trae piacere. In questo caso possiamo parlare di personalità sadica che rifiuta di considerare la vittima che ha di fronte come essere umano. Infine l’ultima figura è il soggetto in sopravvivenza che usa la violenza per rispondere a una minaccia fondamentale riguardante il suo stesso essere sociale; alla precarietà di quest’ultimo si risponde con la violenza. Gli esempi forniti per questa figura riguardano le azioni distruttrici dei gruppi giovanili, per i quali la violenza esprime una forza di autoconservazione che un’organizzazione riuscita della personalità avrebbe canalizzato altrove. La tipologia proposta da Wieviorka è uno sforzo apprezzabile perché tenta di rispondere in modo diretto alla questione del soggetto agente della violenza. Tuttavia, consapevole o incosciente, sano di mente o disturbato, l’aggressore è sempre concepito come attore. Afferma Wieviorka che non vi sarebbe violenza se non ci fosse quella capacità creatrice mediante la quale il soggetto cerca di trascrivere se stesso nell’azione, cioè cerca di diventare un attore sociale. La nozione di attore «è indissociabile da quella di autofondazione e di autonomia, essa insiste sulla capacità creatrice dell’uomo, che non soltanto crea ma crea se stesso» (Wieviorka 2005, p. 304). La violenza sarebbe l’insuccesso, la perversione o il lato oscuro di tale capacità creatrice.

51

Il sé, la comunità e la trascendenza L’aggressore è davvero un attore che si crea da sé? In quale misura azioni e aspettative razionali possono mescolarsi all’irrazionalità del male? Con la classificazione proposta tali domande non ricevono una risposta soddisfacente. È questo, a mio modo di dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 51

19/12/17 09:28


Forme del terrorismo moderno: le missioni suicide

Dossier

vedere, l’aspetto più debole della tipologia: la nozione di autonomia dell’attore. L’autonomia si riferisce alla responsabilità dell’attore nelle sue proprie scelte, a prescindere dalle motivazioni e dal tipo di razionalità che egli imprime all’azione. Tuttavia dobbiamo chiederci: quale tra le cinque figure proposte esemplifica l’autonomia dell’attore? Il soggetto alla deriva ha perso il senso della propria azione, l’iper-soggetto ha bisogno di trovare una nuova legittimità del suo agire, il non-soggetto si limita a eseguire gli ordini, l’anti-soggetto è mentalmente disturbato e il soggetto in sopravvivenza è minacciato nel suo essere sociale. L’autonomia dell’attore è - secondo Wieviorka - autofondata, ma la tipologia che egli propone non ne chiarisce i termini. Dobbiamo rivedere criticamente l’autonomia dell’attore come fondamento dell’individualismo. Per usare le parole di C. Taylor, il soggetto autonomo è un sé puntiforme che vive e compie le proprie scelte sulla base di un’auto-riflessività radicale e chiusa in se stessa (Taylor 1993). Questa figura corrisponde a un io distaccato, che si scioglie da ogni legame sociale ereditato dalla tradizione 52 storica e applica al mondo circostante un controllo razionale. Nelle figure di soggettività proposte da Wieviorka nessuna azione trae senso dall’appartenenza dell’attore a Dobbiamo rivedere qualcosa (una comunità, un movimento, una criticamente l’autonomia rete sociale) che sia più ampia del suo stesso sé dell’attore come fondamento interiore. La critica più importante che Taylor dell’individualismo. Per rivolge alla soggettività basata solo sull’auusare le parole di C. Taylor, tonomia dell’attore è che l’identità e l’agire il soggetto autonomo è un sé umani hanno sempre un fondamento morale puntiforme che vive e compie in quanto implicano scelte tra valori. Alla dole proprie scelte sulla base di manda «chi sono?» oppure «che cosa faccio?» un’auto-riflessività radicale il sé risponde sempre conferendo valore e sie chiusa in se stessa. Questa gnificato ad alcuni oggetti, ad alcune persone, figura corrisponde a un io ad alcune azioni piuttosto che ad altri. La dodistaccato, che si scioglie da manda e la risposta non sempre sono esplicite, ogni legame sociale ereditato ma la dimensione di riflessività è sempre predalla tradizione storica e sente. Il sé, insiste Taylor, è riflessivo proprio applica al mondo circostante un perché esiste in uno spazio di questioni mocontrollo razionale. rali e queste ultime riguardano l’identità. Vi è dunque un lato interno del sé che chiamiamo interiorità nel quale risuonano e vengono elaborate tali questioni, ma vi è anche un lato esterno che chiamiamo società o comunità, dove tali questioni nascono e vengono poste in modo collettidialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 52

19/12/17 09:28


Consuelo Corradi

vo. L’io si declina alla prima persona singolare, ma per nascere e fiorire ha bisogno del noi e del loro, ed è questo che lo rende un sé morale invece che semplicemente un attore che si crea da sé (Corradi 2016). L’io non è puntiforme; è un sé esteso che non si costituisce autonomamente, bensì nei termini di un riferimento esterno, di prescrizioni e regole eteronome e dell’autorità del sacro, cioè di un principio che trascende l’individuo stesso e che egli o ella ritengono non negoziabile. Ciò che lega gli individui ad una comunità è precisamente la forza della sua autorità morale. Per comprendere appieno il fanatismo e il desiderio di morte, che vediamo nella violenza dei kamikaze, dobbiamo ammettere che essi rappresentano una distruttiva ricerca di trascendenza e di appartenenza comunitaria. Il miscuglio improprio tra rivendicazioni ideologiche e sentimenti di appartenenza religiosa sostiene questa distruttiva rigenerazione del sé.

53

Bibliografia C. Corradi, Sociologia della violenza. Identità, modernità, potere, Mimesis, Milano 2016. E. Durkheim, Il suicidio. Studio di sociologia, Utet, Torino 1969. D. Gambetta (a cura di), Making Sense of Suicide Missions, Oxford University Press, Oxford 2005. S. Holmes, Al-Qaeda, September 11, 2001, in D. Gambetta (a cura di), 2005, pp. 131-172. L. Ricolfi, Palestinians, 1981-2003, in D. Gambetta, 2005, pp. 77-129. M. Wieviorka, La violence, Hachette, Paris 2005. Ch. Taylor, Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Feltrinelli, Milano 1993.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 53

19/12/17 09:28


Dossier

La violenza sulle donne ha mutato la propria natura: non più violenza collettiva di una società patriarcale, ma violenza privata degli uomini contro le donne all’interno di relazioni di coppia sempre più fragili e instabili. Emerge la necessità di azioni educative che insegnino il rispetto, tenendo nella dovuta considerazione la diversità fra i sessi, e della riscoperta del matrimonio non come istituzionalizzazione dell’autorità dell’uomo sulla donna, ma quale luogo dell’autentica realizzazione della coppia.

La violenza di genere

Q

di Leonardo Nepi

54

uando si parla di “genere”, il rischio di incorrere in equivoci è molto alto, per cui occorrono alcuni chiarimenti preliminari: bisogna cioè riflettere in prima istanza sul perché la locuzione “violenza di genere” sia utilizzata comunemente per identificare un problema ben preciso, che è quello della “violenza sulle donne”. Per utilizzare indifferentemente le due locuzioni occorre considerare il genere come un concetto legato al sesso e costruito su di esso, attribuendogli quindi un fondamento oggettivo e collegandolo alle implicazioni che l’essere uomo o l’essere donna comportano in determinati contesti storici e culturali.

Violenza di genere/violenza sulle donne Risulta infatti evidente che il fatto di vivere in un’epoca piuttosto che in un’altra, o in un’area geografica piutLeonardo Nepi tosto che in un’altra, ha delle conseguenze è docente di Bioetica presso la LUMSA molto rilevanti sulla costruzione dell’identità di Roma; ha conseguito il dottorato e del ruolo delle donne e degli uomini, sia in di ricerca in Storia e Teoria del Diritto termini di aspettative da parte della comunità, presso il Dipartimento di Giurisprudenza sia in termini di attribuzione di diritti e doveri dell’Università degli Studi di Roma “Tor da parte dell’ordinamento giuridico. Vergata”. Borsista del Centro universitario Il cosiddetto “patriarcato”, cioè la struttura cattolico, per l’editore Giappichelli di Torino sociale, economica e giuridica che vede solha pubblicato nel 2017 la monografia tanto nel padre di famiglia il soggetto titolare Violenza sessuale e soggettività sessuata. di una pienezza di diritti e doveri, è accusato dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 54

19/12/17 09:28


Leonardo Nepi

di essere la causa principale della violenza sulle donne, soprattutto con riferimento alle relazioni familiari e di prossimità per le quali si parlava anni fa di “violenza maritale” ed oggi di “violenza domestica”. Preso atto che il declino del patriarcato non ha comportato il declino della violenza, constatiamo che la violenza sulle donne è riuscita a modulare le proprie caratteristiche adeguandosi ai mutati contesti sociali e culturali. Infatti, nel patriarcato tradizionale la questione della violenza sulle donne è regolata nell’ambito dei rapporti tra gli uomini, per cui il “possesso” della donna da parte dei maschi di una famiglia è una questione sociale che riguarda l’onorabilità del nome familiare e la legittimità della paternità. Il patriarcato limita la libertà femminile non soltanto sul piano dei rapporti individuali, ma attraverso un sistema sociale che mira a tutelare anzitutto la rispettabilità degli uomini nello spazio pubblico. Le forme odierne di violenza sulle donne sembrano invece più legate a dinamiche di coppia, che pur riguardando i rapporti tra i sessi, investono in particolare i rapporti tra gli individui: il gesto violento non è più finalizzato alla sottomissione della donna in quanto essere subordinato all’uomo in un contesto sociale che valorizza esclusivamente la soggettività maschile, ma trova le sue ragioni profonde nell’ossessione e nella gelosia, che si traducono in un desiderio di possesso sul piano individuale. Si può dunque ritenere che la violenza sulle donne sia ancora oggi una reazione all’acquisizione di libertà femminile, ma principalmente su un piano individuale e nel contesto di una relazione sentimentale emotivamente molto intensa, anche se contrassegnata da grande fragilità. Tale coinvolgimento emotivo nel modello patriarcale non è elemento necessario, dal momento che i valori centrali sono rappresentati dalla reputazione e dall’onorabilità della famiglia e le libertà individuali sono spesso limitate in virtù della tutela dell’ordine familiare e sociale1. L’emancipazione della donna, associata alla possibilità di programmare la maternità, ha spostato il legame con gli uomini dalla dimensione pubblica delle relazioni familiari a quella privata, emotiva e sentimentale. La sfida posta dalla violenza sulle donne non riguarda pertanto soltanto il piano giuridico o penalistico, anzi, la violenza stessa deve oggi essere affrontata con appropriati strumenti educativi sui temi dell’affettività e della sessualità.

55

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 55

19/12/17 09:28


Dossier

La violenza di genere:

Differenza sessuale ed uguaglianza La violenza di genere tipica delle società occidentali contemporanee si scaglia contro una donna determinata e non contro la femminilità genericamente intesa, per cui appare acquisita un’importante consapevolezza a livello sociale e culturale, che è quella della piena soggettività della donna e della sua uguaglianza rispetto all’uomo. Si registrano tuttavia aspre polemiche nel momento in cui, accanto ed oltre al riconoscimento della libertà femminile e dei diritti delle donne, si propone di superare la distinzione maschio/femmina per raggiungere un elevato livello di parità ed uguaglianza tra i sessi. Se, infatti, appare condivisibile educare le nuove generazioni al superamento di stereotipi sessisti ed alla promozione della parità e dell’uguaglianza tra i sessi, è problematico proporre il superamento delle differenze sessuali e volgere lo sguardo verso il modello dell’androginia, che si ispira alle teorie gender sulla arbitrarietà e sulla malleabilità del genere rispetto al sesso2: il conflitto tra i sessi, secondo questo modello, verrebbe superato soltanto abbattendo le differenze e mettendo in discus56 sione l’identità sessuale, sia quella femminile caratterizzata dalla maternità e, per questo, soggetta all’abuso e La violenza di genere tipica alla subordinazione; sia quella maschile cadelle società occidentali ratterizzata da aggressività e competitività. Al contemporanee si scaglia superamento della distinzione sessuale concontro una donna determinata seguirebbe quindi l’ottenimento della piena e non contro la femminilità parità tra i sessi, con il declino della violenza genericamente intesa, per cui e della subordinazione femminile. Tale imappare acquisita un’importante postazione, derivante dal costruzionismo soconsapevolezza a livello sociale ciale che ha tematizzato la separazione tra sex e culturale, che è quella della e gender, ritenendo il gender una costruzione piena soggettività della donna sociale e culturale, in quanto tale prodotta e e della sua uguaglianza rispetto modificabile dal contesto in cui si vive, pone all’uomo. le premesse per la teorizzazione estrema del decostruzionismo postmoderno, con l’annullamento e la dissoluzione dell’identità sessuale e della soggettività sessuata ad opera dell’individuo3. La perdita di qualsiasi riferimento oggettivo e naturale nella sfera della sessualità rappresenta senza dubbio una frontiera avanzata del relativismo postmoderno, che focalizza il dibattito giuridico sui diritti individuali, perdendo di vista beni relazionali che tradizionalmente hanno ricevuto tutela giuridica, a partire dalla famiglia fondata sul matrimonio e sulla differenza sessuale. La prodialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 56

19/12/17 09:28


Leonardo Nepi

blematicità di questa impostazione è stata evidenziata in diverse sedi: l’identità sessuale non è infatti accidentale e mutevole, ma è una determinazione sostanziale della persona che rimane costante nello spazio e nel tempo. Piuttosto convincenti sono allora i tentativi di declinare nuovamente la differenza sessuale, adeguandola ai mutamenti intervenuti nella società e nella cultura contemporanea, per coniugare identità individuale ed uguaglianza tra i sessi: anche riconoscendo che la differenza sessuale porta la donna ad avere caratteristiche e comportamenti orientati all’accoglienza e alla cura della vulnerabilità, mentre l’uomo sarebbe più orientato all’utilizzo della forza, alla competizione e alla conquista, si ammette infatti che i mutamenti sociali e culturali possano portare la donna ad essere più aggressiva e competitiva, così come l’uomo contemporaneo ad essere maggiormente orientato all’accudimento, senza per questo arrivare a mettere in discussione l’identità sessuale individuale. Si cerca così di evitare la radicalizzazione delle differenze sessuali che conduce al conflitto, senza tuttavia negare la definizione dell’identità sessuale. La propensione alla cura che deriva dalla maternità stessa può essere condivisa con l’uomo, se inserita in una relazione di coppia duttile e in un contesto sociale e culturale favorevole all’integrazione e alla complementarietà tra i sessi. L’etica della La perdita di qualsiasi cura, caratteristica femminile, può quindi es- riferimento oggettivo e sere condivisa dagli uomini senza trasformarsi naturale nella sfera della in una forma di subordinazione4. sessualità rappresenta Tale impostazione ha numerosi pregi, primo senza dubbio una frontiera fra tutti quello di sottolineare la complemen- avanzata del relativismo tarietà e l’interdipendenza tra i sessi distin- postmoderno, che focalizza guendo tra differenze naturali e differenze il dibattito giuridico sui socio-culturali, evitando così scenari di inco- diritti individuali, perdendo municabilità o di conflitto irriducibile tra gli di vista beni relazionali che universi maschile e femminile. Pari dignità tradizionalmente hanno e relazione sono gli elementi costitutivi del- ricevuto tutela giuridica, a la soggettività sessuata, che consentono una partire dalla famiglia fondata relazione tra uomini e donne impostata giuri- sul matrimonio e sulla dicamente secondo criteri di simmetria e reci- differenza sessuale. procità. Al tempo stesso, la complementarietà tra i sessi non comporta una completa malleabilità della identità sessuale, evitando così l’estremizzazione del concetto di gender e la dissoluzione dell’identità stessa. Affermare che esiste la differenza sessuale non significa pensare che tra uomini e donne ci sia inco-

57

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 57

19/12/17 09:28


Dossier

La violenza di genere

municabilità, anche se dialettica e conflitto sono fenomeni che possono darsi nel rapporto tra i sessi in forme a volte molto aspre.

58

Il valore della famiglia e del matrimonio La necessità di superare rigidità e stereotipi alla ricerca di duttilità, nella definizione dei ruoli maschile e femminile, può condurre a ritenere superata la forma istituzionalizzata per eccellenza di regolazione dei rapporti tra i sessi, cioè il matrimonio, attraverso il quale due persone di sesso diverso si legano in una comunione di vita aperta alla filiazione. Senza dubbio, il principio della parità e della simmetria tra i coniugi ha tardato ad affermarsi, dal momento che per secoli il marito è stato visto come l’autentico detentore del potere/dovere di custodia e protezione della moglie e dei figli. Tuttavia, da sempre la famiglia ha rappresentato una forma giuridica di conciliazione generativa della differenza sessuale, i cui pregi hanno ricevuto ampio riconoscimento da parte di ogni cultura, società e ordinamento giuridico. Matrimonio e famiglia sono oggi messi in discussione per molteplici ragioni, alcune delle quali legate al tema della violenza sulle donne: il rischio che corriamo, dando un’interpretazione sbagliata del fenomeno, è quello di individuare nel matrimonio un’istituzione oppressiva nella quale le donne accettano di essere sottomesse al potere maschile in cambio di protezione e sicurezza. Questo assoggettamento, che le tutelerebMatrimonio e famiglia sono be dalle minacce esterne, esporrebbe al conoggi messi in discussione per tempo le donne al rischio di abusi perpetrati molteplici ragioni, alcune all’interno delle mura domestiche5. delle quali legate al tema Nei legami familiari è sicuramente presente della violenza sulle donne: il un elemento di tensione e conflittualità, che rischio che corriamo, dando a volte può sfociare nella violenza, ma non un’interpretazione sbagliata bisogna confondere questa conflittualità con del fenomeno, è quello di gli elementi fondamentali della familiarità, la individuare nel matrimonio cui struttura rimane orientata alla coesistenza un’istituzione oppressiva armonica tra i sessi e tra le generazioni. Il connella quale le donne accettano flitto rappresenta la conseguenza della dipendi essere sottomesse al denza reciproca e della prossimità tra le persopotere maschile in cambio di ne ed è quindi strettamente connesso ai limiti protezione e sicurezza. dell’essere umano, ma non costituisce la cifra del legame familiare e coniugale6. La necessità di contrastare fenomeni di violenza che si realizzano anche all’interno delle mura domestiche non deve farci perdere la fiducia nei dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 58

19/12/17 09:28


Leonardo Nepi

confronti dei tanti uomini e donne che vivono e costruiscono rapporti stabili, autenticamente relazionali e generativi. La famiglia, in questo senso, non rappresenta un’istituzione limitante per la donna, nella quale essa incontra una condizione di soggezione: le relazioni familiari possono e devono essere impostate secondo criteri di pari dignità e rispetto reciproco. Non bisogna pertanto confondere il limite del conflitto al quale la famiglia va incontro, così come ogni altra esperienza umana coesistenziale, con la sua essenza. Negare l’inclinazione umana alla familiarità significherebbe negare la natura relazionale propria dell’essere umano e la sua capacità di stabilire relazioni durature e profonde. In realtà il conflitto, ed anche il conflitto tra i sessi nell’ambito della famiglia, «è una possibilità reale della coesistenza, indotta dalla coesistenza stessa, ma non ne è né la giustificazione, né la finalità; è la prova – come già si è accennato – della finitudine dell’uomo, dell’impossibilità in cui egli si trova di attingere con le sue sole forze ad una dimensione di autentica e sincera pacificazione universale. L’illusione che attraverso l’abolizione della famiglia si 59 possa giungere all’abolizione della conflittualità equivale alla pretesa eterna della misantropia, per la quale solo l’abolizione della coesistenza garantirebbe all’uomo la serenità e quindi la pace»7. Nei rapporti tra i sessi il Nei rapporti tra i sessi il conflitto è alimen- conflitto è alimentato da tato da un’idea sbagliata di libertà individua- un’idea sbagliata di libertà le, nella quale uomini e donne si ritengono individuale, nella quale portatori di istanze assolute e reciprocamen- uomini e donne si ritengono te incomunicabili. Il diritto assume invece, portatori di istanze assolute e istituzionalizzando il legame familiare e ma- reciprocamente incomunicabili. trimoniale, il paradigma della non violenza e Il diritto assume invece, della coesistenza tra i sessi ed individua nella istituzionalizzando il legame giustizia il principio regolatore delle relazio- familiare e matrimoniale, il ni tra i soggetti. Papa Francesco definisce la paradigma della non violenza famiglia come «società naturale fondata sul e della coesistenza tra i sessi matrimonio»8 e la stessa definizione si trova ed individua nella giustizia nella Costituzione della Repubblica italiana il principio regolatore delle all’articolo 29. Occorre prendere sul serio la relazioni tra i soggetti. preferenza che da secoli questo istituto riceve, non soltanto come sacramento o valore morale, ma anche come valore giuridico e ricchezza per la società intera. La famiglia può subire trasformazioni importanti nel corso degli anni, come quella che ha determinato la fine del modello patriarcale nel quale dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 59

19/12/17 09:28


Dossier

La violenza di genere

il padre tutelava moglie e figli in maniera autorevole, spesso anche autoritaria. Tali mutamenti sul piano culturale e sociale, che hanno prodotto importanti riforme del diritto di famiglia, non hanno alterato però la struttura fondamentale del matrimonio su cui la famiglia si fonda, che è il dono di sé al coniuge, per creare un’unione caratterizzata dal rispetto reciproco e dall’uguale dignità dei coniugi stessi.

60

Note 1 C. Corradi (a cura di), I modelli sociali della violenza contro le donne, FrancoAngeli, Milano 2008. 2 L. Palazzani, Sex/gender: gli equivoci dell’uguaglianza, Giappichelli, Torino 2011. 3 J. Butler, Undoing Gender, Routledge, New York 2004, tr. it. La disfatta del genere, Meltemi, Roma 2006. 4 Per un approfondimento si veda L. Palazzani, Cura e giustizia. Tra teoria e prassi, Studium, Roma 2017. 5 In questo senso si veda C. Pateman, The Sexual Contract, Stanford University Press, Stanford (CA) 1988, tr. it. Il contratto sessuale, Editori Riuniti, Roma 1997. 6 S. Cotta, Il diritto nell’esistenza. Linee di ontofenomenologia giuridica, Giuffrè, Milano 1991, pp. 122-129; F. D’Agostino, Una filosofia della famiglia, Giuffrè, Milano 2003. 7 F. D’Agostino, Una filosofia della famiglia, cit., p. 68. 8 Francesco, Amoris Laetitia, 52.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 60

19/12/17 09:28


Per giungere ad un modello davvero rinnovato del nostro sistema penale, occorre realizzare compiutamente il principio di umanità della pena, guardato non solo come ratio ispiratrice di una rinnovata visione della conseguenza giuridico-penale ma anche nei suoi più immediati riflessi sulla struttura della responsabilità penale.

La “violenza istituzionale” di Nicola Selvaggi

S

criveva alcuni anni fa Mario Sbriccoli che la storia del diritto penale è la storia di una lunga e faticosa emancipazione dall’idea di “vendetta”; aggiungeremmo noi: anche dal carico di “prevaricazione” (e di violenza) che da sempre rischia di accompagnarla. L’affermazione, naturalmente, coglieva e coglie ancora oggi nel segno, perché la stessa legittimazione del diritto penale, quale disciplina giuridica, da sempre si collega all’esigenza di fissare una corona di principi e di tecniche preordinati ad assicurare che l’elaborazione del “castigo” – istanza profonda e forse insopprimibile dell’agire umano – proceda sotto il presidio della razionalità e dell’umanità.

Il «problema penale» Di qui muove, com’è a tutti noto, anzitutto l’esigenza di sottrarre alla vittima ogni potestà punitiva, strettamente intesa, per affidarla invece ai pubblici poteri; e sempre di qui origina l’esigenza, consacrata dal pensiero illuministico e dall’opera di Cesare Beccaria in particolare, di far progredire la scienza criminalistica come “scolpitura” dei limiti propriamente attribuibili allo ius puniendi; favorendo così, assieme alla promessa di abbandonare final-

61

Nicola Selvaggi è docente di diritto penale presso l’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria e svolge attualmente le funzioni di consulente presso la Commissione Giustizia del Senato. È autore di monografie e articoli scientifici sui temi del diritto penale economico, della responsabilità da reato dell’ente e della riforma del sistema penale. Segnaliamo il recente Strutture del diritto penale internazionale, Giappichelli, Torino 2017.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 61

19/12/17 09:28


La “violenza istituzionale”

Dossier

62

mente lo “splendore dei supplizi”, l’idea della pena quale “extrema ratio”– come conseguenza da somministrare nei limiti dello stretto necessario – e del diritto penale (anche) quale “Magna charta del reo”. Sebbene esistano letture secondo le quali il pensiero settecentesco avrebbe soltanto aperto «ad una sostituzione complessiva degli oggetti del sistema penale»1 suggellata, con il tramonto dei “supplizi”, attraverso la «nascita della prigione»2, dall’estinzione dell’azione punitiva sul “corpo” e dall’insorgere di meccanismi che agiscono invece sull’“anima”3, a noi sembra, invece, che alle radici della moderna scienza penale si rinvengano senz’altro l’esigenza di fissare un limite razionale al potere punitivo dello Stato, per evitare che sconfini nell’arbitrio, e soprattutto le premesse per concepire il superamento della “sofferenza” quale contenuto necessario dell’intervento punitivo. Occorre però chiedersi in che termini questo processo virtuoso possa dirsi oggi effettivamente compiuto. Una risposta esauriente, seppure limitata all’evoluzione del sistema penale italiano nel contesto europeo, richiederebbe una sintesi che il presente scritto non può abbracciare. È certo però che la traiettoria storica, così come i più recenti sviluppi della legislazione, nel segnalare I più recenti sviluppi della importantissimi avanzamenti, non manchino legislazione penale non ancora di far risaltare gravi insufficienze e mancano di far risaltare talvolta pericolosi “ritorni”: dal persistente gravi insufficienze e talvolta uso simbolico del diritto penale, espressione pericolosi “ritorni”: dal di una politica dell’utile più che del “giusto”, persistente uso simbolico del alla frequente anticipazione dei contenuti diritto penale, espressione propri della pena nel procedimento – elevato di una politica dell’utile a tecnica privilegiata del controllo sociale – più che del “giusto”, alla attraverso l’applicazione delle misure cautelari frequente anticipazione dei (vere punte di lancia dell’odierna penalità); contenuti propri della pena dall’elaborazione in termini talvolta anconel procedimento – elevato ra oggettivi delle sfere di responsabilità, ove a tecnica privilegiata del le istanze di prevenzione generale sembrano controllo sociale – attraverso talvolta prevalere sui canoni dell’imputazione l’applicazione delle misure correttamente “personalizzata”, alle condiziocautelari. ni che caratterizzano l’attuale condizione carceraria, nodi salienti e tuttora certamente non sciolti indicano che il “problema penale” è forse ancora lontano dall’aver trovato una soddisfacente composizione. dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 62

19/12/17 09:28


Nicola Selvaggi

L’umanizzazione del diritto penale Nel considerare le migliori piste intraprese dalla scienza giuridica, dalla legislazione ed anche dalla giurisprudenza, ci sembra, andando con ordine, che la prospettiva più significativa sia quella che punta a realizzare compiutamente il principio di umanità della pena, guardato non solo come ratio ispiratrice di una rinnovata visione della conseguenza giuridico-penale che qualifica la nostra disciplina, ma anche nei suoi più immediati riflessi sulla struttura della responsabilità penale. A nostro avviso, se ben inteso, si tratta di un fondamentale cambio di paradigma dalle implicazioni consistenti, che possono imprimersi lungo tutto l’arco del fenomeno punitivo. Muoviamo allora dai significati che possono discendere, prima ancora che sul sistema delle sanzioni in senso stretto, sul modo stesso di concepire la responsabilità penale. Al riguardo, un fondamentale progresso – a nostro avviso – può identificarsi già nel passaggio da una concezione della norma esasperatamente “imperativistica” ad una visione che valorizzi la sua funzione di “orientamento”. Mentre la prima impostazione tende a far risaltare la violazione formale, concependo l’individuo come una struttura che accentra “meccanicamente” l’imputazione, e dunque fatalmente strumentalizzata al fine della riaffermazione solenne dell’ordinamento e delle “pretese di osservanza”, l’altra favorisce invece la corretta collocazione della persona nel rapporto con l’ordinamento, rispettandone la dignità. Il destinatario del precetto, infatti, non dovrebbe essere concepito come un ricettore passivo di modelli di comportamento, ma al contrario come «chi prende una posizione responsabile»4 di fronte ai valori che quei modelli rappresentano – anzi come un soggetto che comunica in posizione di parità con l’ordinamento5 – con la conseguenza di dover esser posto in un sistema di certezza garantita d’azione e dunque in condizione, almeno entro limiti accettabili, di rivivere il precetto normativo, comprenderlo e darne attuazione6. Questa visione della norma penale come “orientamento” illustra il vincolo “originario”, per l’ordinamento, di fondare la pena, o la conseguenza maggiormente afflittiva – comunque denominata – sulla possibilità di conoscenza del precetto e sulla effettiva rimproverabilità dell’autore; evitando automatismi coercitivi e, in sintesi, l’idea di un’afflizione nel segno della prevaricazione dell’istituzione sull’individuo7; imponendo così di circoscrivere il

63

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 63

19/12/17 09:28


Dossier

La “violenza istituzionale”

giudizio di responsabilità soltanto a quei fatti che sono l’esito di libere scelte di azione. Nel momento di posizione della norma non dovrebbe dunque guardarsi al fatto, produttore delle conseguenze giuridico-penali, senza enucleare una significativa derivazione del medesimo dalla condotta del soggetto responsabile: a meno di voler infliggere una punizione puramente «esemplare», perché la minaccia della sanzione valga da vero orientamento, chi la subisce deve comunque essersi trovato col fatto in un rapporto tale che esso risulti di sua “appartenenza”. Il giudizio di responsabilità, in definitiva, non può non scaturire dall’accertamento che il destinatario del precetto si è autonomamente e liberamente orientato in senso difforme. Se si prescindesse dagli effettivi presupposti anche soggettivi dell’orientamento, infatti, si finirebbe con il degradare il centro dell’imputazione a puro oggetto, valorizzandone quasi l’impiego in ossequio di una ragione puramente “strumentale”, come fosse il “mezzo” di una riaffermazione emblematica, una sorta di sacrificio celebrato mediante l’applicazione della sanzione. E qui, davvero, si affermerebbe una logica “violenta”, del tutto irriducibile al ruolo e alla centralità dell’uomo rispetto al diritto e allo Stato.

64

Il principio di umanità della pena nell’attuale sistema sanzionatorio Va da sé che l’idea della norma come orientamento, se correttamente intesa, favorisce anche la comprensione dell’esatto significato con cui la finalità rieducativa è assunta Il giudizio di responsabilità in primo luogo dalla nostra Costituzione; e, non può non scaturire soprattutto, rafforza l’ancoraggio dell’intero dall’accertamento che il sistema al criterio di moderazione e umanità destinatario del precetto si è nel ricorso alla pena. autonomamente e liberamente Questo punto, oggi senz’altro più che in pasorientato in senso difforme. Se si sato, sembra trovare sviluppi incoraggianti prescindesse da ciò, si finirebbe nella più recente legislazione. con il degradare il centro Com’è noto, dinanzi ai recenti impulsi prodell’imputazione a puro oggetto venienti dalle giurisprudenze sovranazionali e “strumentale”, come fosse il nazionali, nel tempo diventati assolutamente “mezzo” di una riaffermazione pressanti nel senso di un ripensamento “alla emblematica, una sorta di radice” del sistema penale, in specie per quel sacrificio celebrato mediante che riguarda la centralità della pena detentiva l’applicazione della sanzione. o carceraria, si è imposto al legislatore italiano dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 64

19/12/17 09:28


Nicola Selvaggi

il passaggio ineludibile di riesaminare a fondo tutte le possibili strategie di alleggerimento o, più in generale, di razionalizzazione dell’ordinamento sostanziale e processuale; venendo in rilievo da un lato i meccanismi di deflazione in senso stretto penitenziaria; dall’altro lato, l’esigenza di un’articolata politica di “depenalizzazione” da concepirsi come finalmente indirizzata ad un contenimento (auspicabilmente) “definitivo” del diritto penale ed in questo senso – per lo meno rispetto agli interventi espressamente richiesti dalla sentenza CEDU Torreggiani e da attuarsi immediatamente – quale programma a più lungo periodo. Nel primo senso ha dunque operato il legislatore con interventi non sempre supportati da una progettazione reale e di ampio respiro; trattandosi, per vero, di assecondare anzitutto l’esigenza di “svuotare le carceri”, almeno temporaneamente, onde evitare gli annunciati esiti connessi al sovraffollamento carcerario. Va detto comunque che, oltre al riconoscimento dei meccanismi riparatori per coloro che abbiano sofferto del sovraffollamento, il legislatore, in tempi più recenti, ha imboccato la strada di una riforma senz’altro più radicale e impegnativa; come dimostrano, in particolare, i criteri di delega, formulati nella c.d. legge Orlando, riguardanti da un lato la revisione del sistema del c.d. “doppio binario” – nel senso più precisamente di un suo superamento, almeno nel caso dei soggetti imputabili e se- Oltre al riconoscimento dei mi-imputabili – dall’altro l’intero ordinamen- meccanismi riparatori per to penitenziario, al dichiarato fine di assicurare coloro che abbiano sofferto del un’esecuzione della pena (finalmente) in linea sovraffollamento carcerario, con i principi e le finalità dichiarati in primo il legislatore ha imboccato luogo dalla nostra Carta fondamentale. di recente la strada di una Sotto altro profilo, come già accennato, il le- riforma senz’altro più radicale gislatore si è mosso negli ultimi anni preve- e impegnativa, come dimostra dendo, accanto all’attività di sfoltimento delle la c.d. legge Orlando, al ipotesi di reato previste nel codice o nella le- dichiarato fine di assicurare gislazione complementare (la c.d. depenaliz- un’esecuzione della pena zazione “in astratto”) altri strumenti, senza (finalmente) in linea con i dubbio a spiccata vocazione deflattiva, ma principi e le finalità dichiarati con proiezioni sul sistema nel suo complesso in primo luogo dalla nostra e quindi effetti di contenimento che, in ulti- Carta fondamentale. ma analisi, possono ricadere favorevolmente anche sul problema del sovraffollamento carcerario. Nella prospettiva che stiamo esaminando, che guarda all’esplicazione del principio di umanità della pena, viene in rilievo in

65

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 65

19/12/17 09:28


Dossier

La “violenza istituzionale”

primo luogo l’istituto della sospensione con messa alla prova che, secondo la disciplina dell’art. 3 della legge 67/2014, può essere richiesta nei procedimenti per reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché per i delitti indicati dal comma 2 dell’art. 550 c.p.p.; ben oltre, dunque, il ristretto ambito della “giustizia minorile” per il quale era stata concepita, la messa alla prova si estende sino ad acquisire una portata generale, sia pure nei limiti individuati dalla legge. In sintonia con l’esigenza, sopra evidenziata, di evitare che nella deflazione si esauriscano tutte le ragioni del meccanismo, la disciplina della messa alla prova valorizza dunque aspetti e contenuti chiaramente ispirati anche alla c.d. giustizia riparativa; in modo così da realizzare non soltanto esiti utili in termini di concreta riduzione del sistema ma anche interventi nella prospettiva della tutela dei beni giuridici. Significativa, per altro verso, è anche l’introduzione, attraverso l’articolo 131 bis c.p., della non punibilità per la «particolare te66 nuità del fatto», che si accorda bene con le istanze di moderazione (nel ricorso alla pena) del sistema, favorendo una visione complessiva che valorizza l’idea della sanzione propriamente criminale quale “extrema ratio” anche nella dimensione Se la tendenza alla concreta. rieducazione, nel rappresentare Un adeguato sviluppo di questa visione poil nervo forte del sistema, si trebbe inoltre segnalare il rilievo del princitraduce in un vincolo anzi tutto pio di proporzione, quale diretta implicazionei confronti del legislatore ne, nei termini che si diranno con carattere alla costruzione del reato di sintesi, della finalità rieducativa della pena quale “unità di disvalori con- e del principio di umanità della pena medecostitutivi”, non si può negare sima (o, in termini ancora più generali, di che la medesima tendenza umanizzazione del diritto penale). In effetti, dovrebbe suscitare implicazioni gli attuali assestamenti del sistema sembrano ulteriori in primo luogo attestare un’evoluzione nel senso che la “proallorquando il peso specifico porzione”, non più intesa come una generale del fatto, nel caso concreto, si e talvolta lontana “risonanza” – lo dimostrapresenti trascurabile. no i continui e perspicui riferimenti della più recente giurisprudenza, ad esempio in materia di “pena illegale” – andrebbe concepita (in qualche misura analogamente, mutatis mutandis, a quanto avvenuto sulla scorta della giurisprudenza costituzionale con riferimento al principio di offensività) ad un livello “astratto”, che è proprio delle scelte dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 66

19/12/17 09:28


Le prospettive della giustizia riparativa In questo contesto in continua evoluzione e dagli esiti ancora incerti, resta infine da valutare se e in che termini possano radicarsi ulteriormente quei modelli in cui prevale, sull’esigenza strettamente punitiva, quella, invece, improntata a mediazione, conciliazione e riparazione. Rinviando sul punto alle principali e più autorevoli riflessioni sul tema8, a noi sembra che proprio in questa giustizia «senza spada», preordinata a realizzare “riparazioni” e “riconciliazioni” ma non “supplizi” o (almeno in via principale) “prigioni”, ove si realizza uno scenario – potremmo dire “mite” – in cui effettivamente predomina il processo “dialettico” e la ricerca di un linguaggio condiviso9, potrebbe finalmente consumarsi il vero cambio di paradigma ed il congedo (forse definitivo) dalla pena come “male” e come “afflizione”; con le parole di Gustav Radbruch, non un semplice miglioramento del diritto penale ma piuttosto, se possibile, «qualcosa di meglio del diritto penale».

Nicola Selvaggi

legislative, ed uno “concreto” che spetterebbe di tradurre al giudice, comunque nello spazio e con i criteri ‘fattuali’ individuati dal legislatore, non investendo più la formulazione dell’incriminazione. Com’è stato osservato, se la tendenza alla rieducazione, nel rappresentare il nervo forte del sistema, si traduce in un vincolo anzi tutto nei confronti del legislatore alla costruzione del reato quale “unità di disvalori con-costitutivi”, non si può negare che la medesima tendenza dovrebbe suscitare implicazioni ulteriori in primo luogo allorquando il peso specifico del fatto, nel caso concreto, si presenti trascurabile; a ciò naturalmente aggiungendosi quanto possa suggerire la non abitualità del comportamento, sotto il profilo della (prevedibile) non adeguatezza allo scopo della pena criminale.

67

Note 1 Così G. Campesi, L’«individuo pericoloso». Saperi criminologici e sistema penale nell’opera di Michel Foucault, in “Materiali per una storia della cultura giuridica”, a. XXXVIII, n. 1, giugno 2008, p. 123. 2 M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 1993, pp. 79 ss., 113 ss.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 67

19/12/17 09:28


Dossier «Se non è più al corpo che si rivolge la pena nelle sue forme più severe, su che cosa allora stabilisce la sua presa? La risposta dei teorici – quelli che aprono, verso il 1760, un periodo non ancora chiuso – è semplice, quasi evidente, sembra scritta nella domanda stessa. Non è più il corpo, è l’anima. Alla espiazione che strazia il corpo, deve succedere un castigo che agisce in profondità sul cuore, il pensiero, la volontà, la disponibilità», in Sorvegliare e punire, op. cit., p. 19. 4 Un «soggetto deliberativo» – si potrebbe dire – nel senso illustrato da K. Günther, Schuld und kommunikative Freiheit, Klostermann, Frankfurt a.M. 2005, pp. 245 ss.; il collegamento profondo tra legalità come “orientamento” e autodeterminazione del soggetto è già il “nocciolo” del pensiero illuministico: sul punto, si veda A. Cadoppi, voce Giurisprudenza e diritto penale, in Dig disc. pen., Aggiornamento, Utet, Torino 2016, pp. 420-421. 5 Per la valorizzazione del significato del principio di colpevolezza quale diritto di protezione del singolo nei confronti dello Stato, guardando quindi alla prospettiva del destinatario delle leggi penali, di recente, D. Pulitanò, Personalità della responsabilità: problemi e prospettive, in A. M. Stile, S. Manacorda, V. Mongillo, I principi fondamentali del diritto penale tra tradizioni nazionali e prospettive sovranazionali, ESI, Napoli 2015, p. 304; questo profilo era pure segnalato da C. Roxin, Sinn und Grenzen staatlicher Strafe, in Strafrechtliche Grundlagenprobleme, Berlin 1973, pp. 20-21. 6 G. Vassalli, voce Colpevolezza, in Enc. giur., Treccani, Roma 1988, pp. 6 ss. 7 In questi termini, A. Fiorella, voce Responsabilità penale, in Enc. Dir., XXXIX, Giuffrè, Milano 1988, pp. 1289 ss. 8 L. Eusebi, Su violenza e diritto penale, in E. M. Ambrosetti (a cura di), Studi in onore di Mauro Ronco, Giappichelli, Torino 2017, pp. 122 ss; Mannozzi, voce Giustizia riparativa, in Enc. dir., Annali, X, Milano, 465 ss. 9 G. Mannozzi, La giustizia senza spada. Uno studio comparato su giustizia riparativa e mediazione penale, Giuffrè, Milano 2003, spec. pp. 339 ss.

La “violenza istituzionale”

3

68

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 68

19/12/17 09:28


Dialoghi04-2017.indd 69

19/12/17 09:28

en Pr lib ti& of ro Id ili & ee IL ib ri

Il

Ev


Eventi&Idee

Il Premio Capri San Michele voluto da Raffaele Vacca da più di trent’anni è punto di riferimento della cultura italiana. Occasione di confronto del pensiero contemporaneo, esemplare nel volere sempre coniugare i valori della cultura e della fede. Nel ricco album dei premiati troviamo Giuseppe Lazzati, Joseph Ratzinger, Jacques Delors, Jorge Mario Bergoglio. Di recente, il riconoscimento all’esperienza editoriale di «Dialoghi».

Un faro di cultura e passione civile di Gianni Borsa

70

U

n premio per «dare la possibilità di incontro agli amanti della letteratura, per parlare e sentir parlare di libri»; «e soprattutto un’opportunità per sottolineare il bisogno di formare interiormente se stessi, di costruire rapporti personali con la nostra epoca e con l’eternità, di istituire e rafforzare relazioni costruttive fondate sulla conoscenza». C’è, in questa frase di Raffaele Vacca, il senso, l’obiettivo, la mission del Premio Capri San Michele, che dal 1984, puntualmente ogni anno, consegna riconoscimenti ad autori, libri, riviste, nel segno della cultura. E proprio «cultura» è la parola più ricorrente nel dialogare con il professor Vacca. Che – spiega – significa «lettura del proprio tempo, conoscenza senza confini, esperienza di vita, dialogo, così pure amore per i libri e le riviste, veicoli della conoscenza stessa». Vacca richiama la scuola, l’università, i “cenacoli”, convegni e conferenze. Non cita di frequente Internet, anche se riconosce la validità e l’utilità dello strumento. L’“inventore” del Premio Capri San Michele è a suo modo un “cantore del Gianni Borsa libro”, del leggere, delle pagine sfogliate, megiornalista, è corrispondente da Bruxelles ditate, custodite, rimesse nel circolo della vita. per l’agenzia di stampa Sir. Dirige il mensile Rese “popolari”, «cioè per tutti». «Segno» dell’Azione cattolica italiana e la Perché – risulta chiaro ascoltando le convinrivista storica «Impegno» della Fondazione zioni di Raffaele Vacca – la cultura, “alta” o «Don Primo Mazzolari». “popolare” che sia, arricchisce l’umanità, fedialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 70

19/12/17 09:28


Le radici nella terra e nella cultura dell’isola Il Capri San Michele – promosso dall’“Associazione di varia umanità”, con sede nell’antica Torre Anacaprese – è giunto, nel 2017, alla XXXIV edizione. La premiazione, svoltasi il 30 settembre ad Anacapri, tradizionale sede del Premio, ha visto tra i protagonisti la rivista «Dialoghi», trimestrale di attualità, fede e cultura promosso dall’Azione cattolica italiana in collaborazione con l’Istituto «Vittorio Bachelet» e l’Istituto «Paolo VI» ed edito dall’Ave. L’occasione fa nascere la curiosità di andare a scoprire l’origine del premio, il suo percorso nel tempo, il profilo attuale e la sua presenza nella cultura nazionale. Ed è lo stesso Raffaele Vacca a raccontare in un testo scritto (ora in www.premiocaprisanmichele.it): «Avevo undici anni quando a Capri si riunirono i delegati delle Società Europee di Radiodiffusione, per fondare un premio che si pensava potesse essere il Premio Capri, e invece diventò il Premio Italia, ed ha avuto ed ha, di anno in anno, sede diversa. Il convegno si svolse dal 13 al 18 settembre 1948» al Grand Hotel Quisisana. Il giovane Raffaele nota un certo movimento attorno alla struttura alberghiera e non può fare a meno di andare a buttare un’occhiata. «Soffermandomi davanti all’ingresso dell’albergo mi domandai che cosa potesse essere il premio, seminando inconsapevolmente in me stesso qualcosa che avrei coltivato con gran cura». Riprende: «In seguito Eugenio Aprea mi rivelò che di un premio a Capri si era già parlato due anni prima, e precisamente nel luglio del 1946, quando, durante una riunione che si svolgeva nel gabinetto del sindaco, il prof. Tricò della Rai di Napoli ipotizzò un “Premio letterario Capri”». Si era parlato di grandi nomi in giuria: Benedetto Croce, Curzio Malaparte, Alberto Moravia, Orio Vergani, Elio Vittorini. Fissata per l’aprile 1947, l’iniziativa non si tenne mai.

Gianni Borsa

conda l’esistenza, costruisce ponti, apre al futuro. «Il nostro intento fin dall’inizio – confida il professor Vacca – era di portare la cultura isolana di Capri a dialogare con la cultura italiana. Un patrimonio culturale, quello di Capri, immerso nella cattolicità. Pensavamo: Capri nel mondo, il mondo a Capri!».

71

Iniziativa culturale che regge la sfida del tempo «Alcuni anni dopo, mentre frequentavo il liceo classico a Sorrento, studiando la letteratura greca, appresi del concorso istituito o reso stabile nel 534 a.C. da Pisistrato nelle Grandi Dionisie. dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 71

19/12/17 09:28


Un faro di cultura e passione civile

Eventi&Idee

72

A quel concorso, al quale parteciparono anche Eschilo, Sofocle, Euripide, erano ammessi – prosegue Vacca – tre poeti, i quali presentavano ognuno tre tragedie e un dramma satiresco o quattro tragedie. Cinque giudici assegnavano i tre premi in gara, oltre a una corona d’edera. In seguito ogni volta che mi soffermavo su quel concorso, ripensavo a un premio caprese, che, dandomi grande coraggio, annunciai di voler fondare nell’agosto del 1978, ma che, con Marta Muzi Saraceno, potei iniziare, in sordina, nel luglio del 1984». L’avventura del Capri San Michele da allora prosegue con puntualità. «Nelle prime edizioni fu la stessa giuria – afferma il professor Vacca – che indicò direttamente l’opera che principalmente soddisfaceva questa finalità. Poi essa fu scelta fra quelle candidate dagli editori». Quindi una puntualizzazione: «Le opere finora premiate sono armonizzate fra loro e costituiscono un cammino che rivela dove si era e dove si è, in modo da poter determinare con chiarezza dove andare». La cultura, messa nero su bianco sulla pagina di un volume o di una rivista, in un buon “pezzo” di giornale oppure, oggi, spesso consegnata al web, diventa guida alla scoperta del passato da cui apprendere, bussola nel cammino contemporaneo, luce per aiutare a scorgere i prossimi passi. «Quanto bisogno di cultura abbiamo oggi!», si lascia scappare Raffaele Vacca. Il quale ha radici ben piantate nella sua isola e al contempo guarda oltre il mare. «Un’isola non isolata», nel pensiero e nell’azione di Vacca. Il Premio regge la sfida del tempo, invita a scrivere e a leggere, pone di anno in anno sotto i riflettori opere «che aiutano a camminare in questo nostro tempo». Il cardinale Paul Poupard, già presidente onorario della giuria, ha affermato: «Il premio Capri San Michele, istituito dall’Associazione di varia umanità che ha sede in Anacapri, rimane uno dei punti di riferimento della cultura italiana nella esemplarità delle sue scelte, nell’obiettività del giudizio e nella testimonianza a sempre voler coniugare i valori della cultura e della fede, arricchendo la ricerca e promuovendo il dialogo». Anacapri, sede del Premio, ospita dunque annualmente, verso la fine di settembre, la cerimonia finale di premiazione; il giorno prima si svolge l’ormai tradizionale convegno per riflettere su un tema definito osservando la realtà e il tempo presente. Nel tempo dell’industria culturale e della cultura di massa è ancora possibile una cultura alta o d’élite?: questo il tema del convegno svoltosi il dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 72

19/12/17 09:28


Pagine che aiutano a interpretare il tempo presente Per le prime edizioni era quindi la giuria a scegliere l’opera da premiare: fu così, ad esempio, nel 1984 con I fatti loro di Gillo Dorfles, nel 1985 con La “nuova cristianità” perduta di Pietro Scoppola, nel 1986 con La bisaccia del pellegrino di Alberto Monticone (primo dei volumi Ave destinatari del riconoscimento). In seguito fu chiesto agli editori di presentare le candidature di proprie pubblicazioni. Di volta in volta sono state istituite sezioni del Premio in funzione dei titoli proposti: nell’elenco delle sezioni figurano, tra le altre, arte, ambiente, attualità, costume, etica, letteratura, narrativa, poesia, psicologia, ragazzi, scuola, spiritualità, storia. Negli anni sono nati premi speciali, fra i quali: “Premio Grotta azzurra”, “Giornalismo”, “Speciale Editoria”, “Intercultura”, “Rivista”, “Gilbert Clavel”, “Mons. Nicola Saverio Gamboni”, “Impegno per l’isola” (assegnati anche ad alcune pubblicazioni Ave). I titoli premiati rimandano di frequente alla cultura cattolica italiana tra la fine del Novecento e l’esordio del nuovo millennio; valorizzano contributi sulla convivenza civile, la democrazia, la politica, studi sulle scienze sociali oppure la filosofia, la teologia, l’educazione… Tutte riflessioni e ricerche che aiutano ad uscire dagli schemi, si fondano sulla capacità speculativa, sulla creatività. Fra i premiati, nel corso degli anni, troviamo Giuseppe Lazzati (collana «Quaderni di San Salvatore», Ave), Guido Carli (Pensieri di un ex governatore), Joseph Ratzinger (Svolta per l’Europa), Giuseppe Dossetti (Conversazioni), Enrico Berti e Giorgio Campanini (curatori del Dizionario delle idee politiche, Ave), Jacques Delors (Nell’educazione un tesoro), Paolo Prodi (Una storia della giustizia), Vittorio Possenti (Religione e vita civile), Paola Bignardi (Esiste ancora il laicato?, Ave), Mary Ann Glandon (Tradizioni in subbuglio), Walter Kasper (Chiesa cattolica), Jorge Mario Bergoglio (Guarire dalla corruzione). Nel 2017 il Premio Capri San Michele è andato a L’Italia dei sentieri Frassati, curato da Antonello Sica e Dante Colli (pubblicato dal Club Alpino Italiano).

Gianni Borsa

29 settembre scorso. «Caratteristica dei convegni del Premio – chiarisce Vacca – è un incontrarsi di amici dello spirito, del vero e della bellezza, che conversano su un tema prefissato, riguardante un fondamentale aspetto della situazione contemporanea, ascoltando attentamente e parlando con spontaneità e responsabilità, senza pretese competitive e senza quella di avere l’ultima parola».

73

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 73

19/12/17 09:28


Un faro di cultura e passione civile

Eventi&Idee

74

«Una fede che si lascia interrogare dalla storia» La giuria del Premio è attualmente presieduta da Lorenzo Ornaghi e composta da Grazia Bottiglieri, Ermanno Corsi, Vincenzo De Gregorio, Marta Murzi Saraceno e Raffaele Vacca (presidente onorario del Capri San Michele è Francesco Paolo Casavola, succeduto al cardinale Poupard). La XXXIV edizione ha assegnato, come si ricordava, il Premio Capri San Michele – Sezione Riviste a «Dialoghi». La cerimonia, svoltasi appunto il 30 settembre 2017, ha visto presente la direttrice della rivista, Pina De Simone, docente di Etica e di Filosofia delle religioni alla Facoltà Teologica dell’Italia meridionale. «Il Premio, che ci rende davvero orgogliosi, ci sprona – ha affermato De Simone alla notizia dell’assegnazione del riconoscimento – ad andare avanti in un percorso cominciato diciassette anni fa con la direzione di Luigi Alici prima, di Luciano Caimi e di Piergiorgio Grassi poi, e che ora continua, attraverso l’impegno appassionato e competente del Comitato di direzione, nella costante ricerca intellettuale e nella tessitura di dialoghi, appunto, che ci rendano capaci di fare cultura da credenti». È, secondo la direttrice, «la sfida bella e avvincente che l’Azione cattolica ha scelto di vivere, anche attraverso questa nostra rivista, di una cultura popolare alta, di una fede che si lascia interrogare dalla storia e dalla vita comune e che per questo diventa fermento, spazio aperto di confronto e di ricerca per tutti». Partecipando al convegno di Anacapri del 29 settembre, Pina De Simone ha ulteriormente esplicitato ruolo e compito di una rivista come «Dialoghi». «Offrire criteri di lettura del reale è possibile se recuperiamo il rapporto tra il pensiero e la vita, e una rivista può fare molto in tal senso. C’è oggi bisogno di un pensiero che non sia astratto, che non sia sganciato dalla vita ma che ci aiuti a vivere, a maturare una capacità di discernimento e di giudizio e a scoprire la ricchezza di senso e di valore che è dentro la concretezza dell’esistenza. Procedere in tale direzione contribuisce a promuovere una cultura alta ma non d’élite perché rivolta a tutti, fatta di contemplazione, di gratuità e di responsabilità». Un’“idea di cultura” che certamente incontra gli intenti del Premio Capri San Michele.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 74

19/12/17 09:28


I residenti in città sono ormai la maggioranza all’interno della popolazione mondiale. È cambiato il volto della “questione” urbana, i bisogni e desideri che individui e comunità sono chiamati ad armonizzare e definire. Un processo che coinvolge la Chiesa chiamata a confrontarsi con i nuovi contesti della socialità globale.

Essere Chiesa nella post-metropoli di Vincenzo Rosito

D

a sempre le scienze sociali studiano la città non come 75 luogo fisico, ma come processo incentrato sulla creatività e sulla condivisione. L’urbano non può essere compreso ricorrendo ad aspetti puramente formali e categorici, esso rappresenta uno dei più radicali e universali processi collettivi. Infatti, come tutti i processi umani, anche l’urbano necessita di uno sguardo attento sia alla gradualità che ai segni di rottura epocale. Inoltre esso si esprime costantemente nelle forme di un’interazione cooperativa e conflittuale allo stesso tempo. Per tali ragioni l’urbano è in grado non solo di includere o escludere gli attori sociali, ma di definire la fisionomia dei soggetti stessi. La dimensione oppositiva e agonale che contraddistingue Vincenzo Rosito l’espressione diversificata del dissenso è parte è docente di Filosofia teoretica presso integrante dell’urbano. Lì dove questo aspetto la Pontificia Facoltà Teologica «San viene sminuito o sottovalutato, lì dove l’arti- Bonaventura - Seraphicum». È autore, tra colazione del disagio viene interdetta o ane- le altre pubblicazioni, dei seguenti volumi: stetizzata, decade una componente vitale del Lo spirito e la polis. Prospettive per una processo di urbanizzazione. Useremo d’ora in pneumatologia politica, Cittadella, Assisi avanti questo termine per sottolineare la na- 2016; La partecipazione salvata. Teologia tura non meramente formale e simbolica della politica e immagini della crisi, Cittadella, città, ma per rimarcarne le componenti dina- Assisi 2013; L’ordine della reciprocità. Il miche, dialettiche e collettive. ruolo del dono e dello scambio nella religione Parlare oggi di urbanizzazione in modo criti- e nelle istituzioni, Cittadella, Assisi 2012.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 75

19/12/17 09:28


Essere Chiesa nella post-metropoli

Eventi&Idee

76

co e propositivo significa ricordare agli uomini e alle donne del nostro tempo che esiste un «diritto alla città», che il contesto urbano è molto più di un contenitore di residenti e di flussi. Quella urbana è a buon diritto una “questione” poiché interessa bisogni e desideri che individui e comunità sono chiamati ad armonizzare e definire. Dare una forma urbana a ciò che l’uomo desidera essere è uno dei diritti maggiormente schiacciati dell’omologazione globale. Il diritto alla città è infatti «molto più che un diritto di accesso, individuale o di gruppo, alle risorse che la città incarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme alle nostre esigenze. Inoltre, è un diritto più collettivo che individuale, dal momento che reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un potere collettivo sui processi di urbanizzazione»1.

Il rapporto Un-Habitat e il mutamento dell’idea di città Recentemente la dimensione urbana è tornata a far parlare di sé in seguito alla pubblicazione di alcune indagini statistiche. Non si può prescindere dall’ormai celebre rapporto di Un-Habitat del 2010 in cui si attesta che i residenti in città sono per la prima volta la maggioranza all’interno della popolazione mondiale2. Più che un punto di svolta, questo dato rappresenta un vero è proprio punto di partenza per le scienze dell’urbanizzazione. Muovendo da un assunto quantitativo, occorre adottare un approccio qualitativo per comprendere la cosiddetta svolta urbana (urban turn), per poter verificare se la popolazione mondiale è veramente entrata nella cosiddetta età urbana (urban age)3. È necessario capire se l’epoca delle grandi città comporti un parziale o radicale mutamento dell’idea di città. Occorre appurare se la rete delle metropoli globali, disegnando una nuova geografia planetaria, determini anche l’ingresso in un orizzonte post-urbano. Molti studiosi rispondono positivamente a questa domanda facendo notare che le categorie tradizionali con cui era possibile identificare la città novecentesca (estensione e densità di popolazione), non sono più in grado di esprimere la complessità dei recenti agglomerati urbani4. Le nuove megalopoli globali non sono semplicemente più estese e densamente abitate rispetto a quelle del secolo scorso. Esse costituiscono veri e propri sistemi regionali integrati ovvero post-metropoli. «Le configurazioni urbane oggi riconoscibili si costituiscono come campi di forza evolutivi di ristrutturazione socio-spaziale, in cui passato, presente e futuro si dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 76

19/12/17 09:28


L’urbanizzazione come terreno dialettico Il processo di urbanizzazione globale interessa la vita delle Chiese e delle comunità religiose. La tesi che vorrei brevemente esporre è che l’urbanizzazione costituisce oggi un terreno dialettico e argomentativo in cui confluiscono questioni che fino a non molto tempo fa ricadevano nel campo della globalizzazione da un lato e della secolarizzazione dall’altro. Potremmo dire che l’urbanizzazione costituisce un nuovo territorio di vita e di ricerca in cui le Chiese sono chiamate a confrontarsi con l’orizzonte dei mutamenti planetari e con le trasformazioni del religioso nei nuovi contesti della socialità globale. I flussi economici e comunicativi determinano nuove condizioni non solo per la vita urbana, ma anche per quella di molte comunità cristiane che, avendo nella parrocchia un’importante struttura pastorale, non possono ignorare i processi di frammentazione e di segregazione degli spazi urbani. Sempre più le nostre città sono estesi agglomerati regionali, sistemi integrati e multipolari in cui la mobilità e il tempo hanno la precedenza sulla dimensione residenziale o meramente spaziale. Bisogna non solo dare un nome a chi viene escluso dai nuovi servizi di mobilità urbana, ma avere una particolare sollecitudine anche per chi vive all’interno di enclave sociali, etniche e culturali, rinunciando all’idea di poter costruire una città plurale e inclusiva. Nell’epoca dell’urbanizzazione regionale e delle global cities6 le componenti tradizionali della città rischiano di implodere e frammentarsi. La differenziazione sociale, portato indiscusso della secolarizzazione, produce schegge di omologazione e di omogeneità al posto di città organiche e integrate7. Ecco perché bisogna

Vincenzo Rosito

intrecciano costantemente. E in cui ogni tentativo di individuare confini appare ormai datato. Sia quando i confini siano quelli dell’urbano, sia quando siano quelli metropolitani o regionali, o quando ancora siano quelli che identificano un fuori rispetto a un dentro – il rurale come il suburbano. I processi in corso infatti si collocano in un gioco continuo di riscrittura delle geografie ereditate dal passato, in cui il paradigma della crescita appare una chiave analitica sempre meno significativa, così come quello della concentrazione. L’urbano contemporaneo è infatti l’esito di processi contemporanei e interrelati di urbanizzazione concentrata, diffusa e differenziale (concentrated urbanization, extended urbanization e differential urbanization)»5.

77

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 77

19/12/17 09:28


Essere Chiesa nella post-metropoli

Eventi&Idee

78

ritornare ad attraversare la città, riscoprendo oggi le ragioni del monito profetico del cardinal Martini: «Attraversate la città contemporanea, con il desiderio di ascoltarla, di comprenderla, senza schemi riduttivi e senza paure ingiustificate, sapendo che insieme è possibile conoscerla nella sua varietà diversificata, nella rete di amicizie e di incontri, nella collaborazione tra i gruppi e le istituzioni»8.

Note 1 D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città. Neoliberismo, urbanizzazione, resistenze, Ombre Corte, Verona 2016, p. 8. 2 Un-Habitat, State of the World’s Cities 2010-2011. Bridging the Urban Divide, United Nations Human Settlements Program, London-Washington 2010. 3 Cfr. N. Brenner, C. Schmid, The “Urban Age” in Question, in “International Journal of Urban and Regional Research” 3 (2014), pp. 731-755. 4 Oggi al mondo ci sono «più di trenta megalopoli con oltre otto milioni di persone, che formano regioni metropolitane o complessi di città, come le definì Paolo VI. La maggior parte è situata nel sud del mondo, dove vi è una maggiore crescita demografica, ma nessuna in Europa. Le previsioni demografiche per il 2020 dicono che nove città avranno più di venti milioni di abitanti, tra le quali le cinque più numerose saranno Città del Messico (35,5 milioni), Shanghai (35), Pechino (31), San Paolo (28) e Bombay (25). Tre in Asia, due in America Latina, nessuna in America del Nord né nell’Unione europea. Il Distretto Federale di Città del Messico sarà la maggiore città del mondo», C. M. Galli, Dio vive in città. Verso una nuova pastorale urbana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2014, p. 76. 5 A. Balducci, V. Fedeli, F. Curci (a cura di), Oltre la metropoli. L’urbanizzazione regionale in Italia, Guerini e Associati, Milano 2017, p. 18. 6 Cfr. S. Sassen, Le città nell’economia globale, il Mulino, Bologna 2010. 7 «Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro! Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana!», Francesco, Discorso ai partecipanti al primo incontro mondiale dei movimenti popolari, Città del Vaticano, 28 ottobre 2014. 8 C.M. Martini, Attraversava la città. Risposta al sinodo dei giovani. Milano, 23 marzo 2002, Centro Ambrosiano, Milano 2002, p. 32.

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 78

19/12/17 09:28


Le riflessioni di von Balthasar sulla “teologia della finitezza” e sull’auspicata futura perfezione delle creature di Dio. In due saggi inediti, si pone il lettore innanzi al cuore delle questioni sollevate dall’escatologia cristiana: come pensare, alla luce della rivelazione di Gesù, i temi della morte, del giudizio, del paradiso, del purgatorio e dell’inferno?

Ripensare la morte, nella luce di Cristo di Raffaele Maiolini

I

l teologo svizzero Hans Urs von Balthasar (1905-1988) è stato certamente uno dei teologi più grandi del XX secolo e, nella sua immensa produzione, per tutto l’arco della sua vita si è dedicato ai temi escatologici, arrivando a scrivere ben quarantadue contributi (tra testi e articoli). Eppure, nonostante questa messe enorme di produzione (pressoché totalmente tradotta in italiano), il testo inedito Escatologia nel nostro tempo (1955)1 mantiene una sconcertante attualità. Non solo, infatti, vi sono annunciati e delineati tutti i temi propri dell’escatologia di Balthasar e il suo modo peculiare di indagare il tema (quindi, ha un indubbio valore per la comprensione della genesi e dello sviluppo del tema nella produzione balthasariana); ma – ancor più – proprio il fatto che questo testo sia la versione rielaborata di una conferen- Raffaele Maiolini za tenuta nel 1954-1955 permette al è sacerdote e insegna Teologia lettore di entrare subito e sintetica- fondamentale all’Istituto «Paolo VI» del mente nel cuore delle questioni che Seminario e all’ISSR di Brescia, Introduzione – secondo il grande teologo svizzero alla Teologia all’Università Cattolica, sede – si pongono con l’escatologia cri- di Brescia. Tra le pubblicazioni ricordiamo stiana: come pensare, alla luce del- i voluti curati con G. Canobbio e F. Dalla la rivelazione di Gesù, i temi della Vecchia per la Morcelliana di Brescia: La morte, del giudizio, del paradiso, del giustizia (2017), Il potere (2014), Il diavolo purgatorio e dell’inferno? (2013), La vita nello Spirito (2012), La La proposta del teologo svizzero è di- rinascita del paganesimo (2011).

79

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 79

19/12/17 09:28


Ripensare la morte, nella luce di Cristo

Il libro&I Libri

80

datticamente articolata attraverso quattro passaggi fondamentali che mostrano sia la novità balthasariana del modo di trattare la questione (rispetto all’impostazione tradizionale del tempo), sia i capisaldi che saranno poi approfonditi nella sua successiva riflessione2.

Lo scandalo della morte

Il primo aspetto è il punto di partenza antropologico dello scandalo della morte (cfr. in particolare pp. 9-27)3. Balthasar afferma che «ci sono due e in definitiva non più di due visioni della morte. La prima vede in essa una sopravvivenza, sia pure mutata o superiore, di ciò che c’era prima» (p. 79); «la seconda visione […] cerca nell’eternità, in Dio, la verità della vita temporale vissuta una volta per tutte. E soltanto questa è la visione cristiana» (p. 80). Di fronte, dunque, a tutte le interpretazioni «mitiche» (p. 80), che provano ad addolcire la «durezza e definitività» (p. 12) della morte pensando a una «“vita dopo”» (p. 80) come “semplice” passaggio in cui l’anima («parte immortale, non soggetta alla morte», p. 14) si separa e si stacca da un corpo mortale, Balthasar sottolinea tutto lo scandalo della morte (è l’uomo che muore, tutto l’uomo), rivendicando «due cose» che (anche) nella percezione cristiana della morte «sono scomparse: la definitività dell’istante e l’uomo fatto di carne e sangue» (p. 81). Ci sarebbe dunque un grave difetto antropologico nella modalità normale in cui anche il cristianesimo rischia di pensare e vivere la morte, quale “immortalità dell’anima” rispetto alla “mortalità del corpo” (introducendo un dualismo più platonico che cristiano); difetto che ha un contraccolpo teologico mortificante la bellezza e lo scandalo dell’annuncio cristiano che parla non tanto di immortalità dell’anima, bensì di risurrezione della carne, «che andrebbe molto meglio qualificata globalmente come risurrezione dell’essere umano» (p. 32).

Il deciso cristocentrismo

Il secondo aspetto è il deciso cristocentrismo dell’escatologia balthasariana, in quanto unico punto prospettico adeguato per affrontare tutti i temi escatologici da un punto di vista – appunto – cristiano (cfr. in particolare pp. 27-47)4. Rispetto a una riflessione teologica che al tempo considerava «le cose ultime come luoghi, come tempi e condizioni isolate dell’aldilà» (p. 88) (si potrebbe parlare di una escatologica “cosmologica”), Balthasar pensa a tutta l’escatologia «come l’incontro con il Dio vivente» (p. 88) ricentrata sulla persona di Gesù (si potrebbe parlare di un’escatologia personale-cristologica), perché «Cristo è la chiave che dischiude tutto» (p. 33). Per tale ragione, dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 80

20/12/17 10:42


tutta l’escatologia (morte, giudizio, paradiso, purgatorio, inferno) per essere profondamente cristiana deve essere rigorosamente cristocentrica: «L’uomo, morendo, va a Dio. Dio è la sua verità e perciò il suo giudizio e quindi la sua eterna salvezza o perdizione» (p. 27)5. Il terzo aspetto è la portata specifica – dal punto di vista qualitativo – dell’annuncio cristiano sull’escatologia, legato alla possibilità di «sperare per tutti»6 alla luce della centralità e interpretazione dell’articolo del Credo del descensus ad inferos (cfr. in particolare pp. 47-62), secondo una duplice indicazione. Innanzi tutto, Balthasar sottolinea la serietà degli “inferi”: «la cosa migliore non è assolutamente la platonica “dottrina dell’immortalità”» (perché se così fosse, non sarebbe necessario l’intervento della grazia di Gesù, visto che “naturalmente” l’anima sarebbe dotata di una vita propria dopo il distacco dal corpo), bensì il «kerygma veterotestamentario dell’esserci e dello stato dell’uomo nella morte, ammantato nella plastica descrizione dello Sèôl» (p. 42), laddove l’uomo è posto “in attesa” (e in previsione) della risurrezione di Cristo. In seconda battuta, alla luce dell’incontro con Adrienne von Speyr, Balthasar afferma che nel descensus ad inferos vi è l’attestazione dell’amore di Dio che in Gesù giunge all’estremo, fino agli inferi stessi, abitandoli come Dio Salvatore. Questa «dichiarazione di solidarietà del Redentore con tutti i dannati» (p. 57) è per Balthasar il motivo che porta a poter/dover sperare per tutti i peccatori: in Gesù «non c’è nessuna morte che non possa essere recuperata, nemmeno la più dannata» (p. 58), perché se «la redenzione non è il superamento dell’inferno visto come la morte eterna che minaccia il peccatore (e chi non è peccatore?), non è nulla e non ha prodotto nulla» (p. 52). Proprio «lo svuotamento dell’Hádes, in cui era caduta l’umanità, la cancellazione di questa realtà eterna, è il fatto elementare che rende veramente il cristianesimo la religione della redenzione» (p. 64)7.

Raffaele Maiolini

«Sperare per tutti»

81

Tra tempo e eternità

Il quarto aspetto è un po’ la conseguenza di tutta l’impostazione cristiana, che conduce ad una rilettura (meno rigida e oppositiva) tra tempo e eternità (cfr. in particolare pp. 63-71). Alla luce «dell’unione ipostatica dell’Uomo-Dio e della sua risurrezione» (p. 63), del fatto cioè che «Dio discende nel tempo, l’uomo sale all’eternità» (p. 35), Balthasar trae due conseguenze. La prima è che non è (più) possibile pensare l’eternità come «qualcosa di rigido e immobile, che è defidialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 81

19/12/17 09:28


Ripensare la morte, nella luce di Cristo

Il libro&I Libri

82

nito come pura opposizione al tempo» (p. 69), in quanto «l’eternità è “contemporanea” ad ogni momento dell’esserci temporale dell’uomo»; per questo «la vita eterna di Dio, nel cui spazio deve entrare la creatura per mezzo della grazia di Cristo, non può essere compresa come una semplice “continuazione”, sia pure migliorata, della vita temporale» (p. 63). La seconda è che, alla luce dell’esperienza di Gesù, si deve dire che il tempo ha un suo spazio/luogo nell’eterno, perché l’Eterno (Dio) si è impegnato – nel Figlio incarnato – nel tempo: il Figlio eterno, nella sua incarnazione, passione e morte, «ha vissuto qualcosa che non ha già vissuto come Dio», iscrivendo «nello spazio della vita eterna un’esperienza temporale» (p. 40). Davvero notevole, dunque, questo testo che offre al lettore italiano di oggi la possibilità e la necessità di ritornare a pensare la morte (anche perché «tutto il progresso della scienza non ci ha portato via neppure una briciola del mistero della morte», p. 79), interrogandosi con «passione e intensità», «oltre il tempo, sull’eterno», senza accontentarsi troppo facilmente «dell’ordine dell’aldiquà» (p. 76). Nello stesso tempo – come è facilmente evincibile anche da queste brevi note – Balthasar ha la grande capacità di cogliere la singolarità cristiana spingendo la riflessione e la proposta molto più in là rispetto anche al modo comune cristiano di intendere l’escatologia: il cristianesimo non è (e non deve essere ridotto) ad una «“religione dell’aldilà”», perché esso è «la religione nella quale l’aldiquà è eterno» (p. 82): «La risurrezione della carne è l’unico salvataggio dell’esistenza terrena in Dio. Nessun “dopo” e nessun “aldilà”, ma questa vita vissuta diventata eterna» (p. 84). È l’esistenza cristiana come «un essere posti nell’evento della risurrezione (di Cristo)» (p. 37) che interessa a Balthasar; con tutta la forza e la provocazione che la morte e risurrezione di Gesù segnano nella storia del mondo.

Note 1 H. U. von Balthasar, Escatologia nel nostro tempo. Le cose ultime dell’uomo e il cristianesimo, Queriniana, Brescia 2017 (orig. 2005). Il testo è la raccolta di due inediti: il saggio del 1955 Escatologia nel nostro tempo (pp. 7-71) e il più breve Le cose ultime dell’uomo e il cristianesimo (pp. 73-96), presumibilmente anch’esso del 1955. I due testi balthasariani sono accompagnati da una acuta Postfazione di J.-H. Tück (pp. 97-107), dalla pre-

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 82

19/12/17 09:28


Raffaele Maiolini

sentazione della Prefazione al testo della conferenza che venne espunta dal dattiloscritto finale dall’autore stesso (pp. 109-111), oltre che da una preziosa Bibliografia con tutti i contributi escatologici balthasariani in ordine cronologico e una selezione di bibliografia secondaria sull’escatologia balthasariana (pp. 113-119). 2 Per questa ragione il saggio Escatologia nel nostro tempo farà da referente primo in questa nostra presentazione, seppur integreremo (a differenza della Postazione di Tück che segue solo il primo saggio) con spunti e approfondimenti del saggio Le cose ultime dell’uomo e il cristianesimo, soprattutto laddove il discorso o la chiarezza espositiva fossero migliori. 3 Tale aspetto è affrontato anche nel saggio Le cose ultime dell’uomo e il cristianesimo alle pp. 75-84. 4 Tale aspetto è affrontato anche nel saggio Le cose ultime dell’uomo e il cristianesimo, sviluppando – in particolar modo – una reinterpretazione del giudizio (cfr. pp. 84-88), del purgatorio (cfr. pp. 88-92) e del paradiso (cfr. pp. 92-96). 5 L’affermazione non è dissimile dalla celebre sintesi balthasariana di due anni più tardi: «Dio è la realtà ultima della creatura. In quanto conquistato è il cielo, in quanto perduto è l’inferno, in quanto ci esamina è giudizio, in quanto ci purifica è purgatorio [...]. Lo è però così com’è rivolto al mondo, cioè nel suo Figlio Gesù Cristo, che è l’aspetto rivelato di Dio e quindi il compimento delle “ultime cose”»: H. U. von Balthasar, Lineamenti dell’escatologia (1957), in Id., Verbum caro. Saggi teologici I, Jaca Book-Morcelliana, Milano-Brescia 2005, p. 264. 6 Secondo il titolo della nota raccolta di alcuni saggi balthasariani dedicati all’escatologia: cfr. Id., Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 1977. 7 Coerentemente, Balthasar reinterpreta anche il purgatorio: «Teologicamente è spiegabile solamente come conseguenza del passaggio del Redentore nello Sèôl […]. Il purgatorio è lo Sèôl messo in movimento verso il paradiso» (pp. 53-54).

83

Il libro Hans Urs von Balthasar Escatologia nel nostro tempo. Le cose ultime dell’uomo e il cristianesimo Queriniana, Brescia 2017

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 83

19/12/17 09:28


Il libro&I Libri

Affrontando problemi inerenti alla trasmissione del testo, alla traduzione e alla interpretazione degli scritti di Aristotele che la tradizione riconosce con il titolo di Metafisica, il filosofo Berti sottolinea il tratto problematico del pensiero aristotelico: la metafisica non è né teologia, né ontologia, ma scienza delle cause prime.

Domande antiche, attuali risposte di Fabio Mazzocchio

84

T

ra le operazioni intellettuali più affascinanti e, nello stesso tempo, complesse c’è quella di tradurre un testo antico, distante da noi per sensibilità, linguaggio, contesto, idee. Questa lontananza, non solo cronologica, amplifica notevolmente le difficoltà di capire bene cosa il testo voglia comunicarci nel suo intento originario e cosa possa veramente, ancora, essere tradotto con la nostra lingua attuale. Queste evidenze valgono ovviamente per ogni opera del passato, ma vale ancor di più se l’oggetto della traduzione è il più importante, complicato e articolato libro della storia del pensiero occidentale. Stiamo parlando di quella raccolta di testi di Aristotele che la tradizione riconosce con il titolo di Metafisica. A questa fatica si è avvicinato dopo decenni di studi aristotelici anche lo storico della filosofia Enrico Berti. Uno dei più noti interpreti del pensiero classico e in particolare proprio di Aristotele. Nel piccolo saggio, che qui segnaliamo, dal titolo Tradurre la Metafisica di Aristotele, ci parla proprio di Fabio Mazzocchio questo difficile intento traduttivo. Nel 2017, è docente di Filosofia morale presso infatti, per l’editrice Laterza, l’Autore ha publ’Università di Palermo. Coordina il Centro blicato la sua traduzione del testo aristotelico. Studi dell’Azione cattolica italiana. Tra le sue Traduzione molto innovativa in alcune scelte pubblicazioni, segnaliamo il volume Esporsi filologiche e per la originalità che tentiamo all’altro. Percorsi della ragion pratica qui di segnalare. nell’età post-secolare, Edizioni Meudon, Berti parte dalla constatazione che monuPortogruaro (VE) 2014. mentali edizioni critiche del testo aristotelico dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 84

19/12/17 09:28


La Metafisica tra traduzioni e commentari Qual è il problema di fondo? Alla base dell’interpretazione corrente del testo di Aristotele vi sono delle traduzioni e dei commentari che hanno, a dire di Berti, traviato l’originario senso generale della riflessione presente nei libri che compongono la Metafisica. In particolare, per ricostruire il testo originario, ci si è avvalsi di due famiglie di manoscritti. La storia delle traduzioni del testo ha fatto prevalere l’uso della famiglia cosiddetta β, sulla famiglia α. Gli studi più recenti sono abbastanza concordi nel ritenere i testi della famiglia β influenzati per alcune parti dal commento di Alessandro di Afrodisia (autore greco del II-III sec.) e per altre parti di Michele di Efeso (pensatore bizantino dell’XIXII sec.). Questo fatto è molto rilevante, perché questi studiosi davano una lettura del testo di Aristotele di tipo onto-teologica: la metafisica si presenterebbe come scienza dimostrativa ontologica che culmina in una teologia razionale. Quest’interpretazione – in particolare quella alessandrina – influenzò molto, come ben dichiara Berti (p. 9), i neoplatonici, i filosofi medievali e la stessa modernità, sino a Gentile e Heidegger. La tradizione, dunque, si è orientata prevalentemente a concepire il testo aristotelico, e più ampiamente il suo pensiero, come una sorta di operazione teologica. Fino a strutturare una «concezione di Dio come atto puro» (p. 16) di marca chiaramente neoplatonica e idealistica. Questo processo, come detto, inizierebbe con la platonizzazione operata da Alessandro che attribuirebbe ad Aristotele, tecnicamente, «una concezione partecipazionistica e gradazionistica dell’essere e della verità» (p. 22), ripresa dalla filosofia arabo-medievale e poi da Tommaso. Contro questa ipotizzata “teologizzazione” di Aristotele, Berti muove le sue critiche attraverso un’edizione che, rivedendo parti importanti del testo, sia attraverso il confronto con i manoscritti della famiglia α, sia proponendo traduzioni diverse di alcuni pas-

Fabio Mazzocchio

patiscono ormai il trascorrere del tempo, fa riferimento infatti alle opere di Ross e Jaeger, insigni studiosi di filosofia e filologia, che notoriamente risultano essere il riferimento privilegiato per i commenti e le traduzioni più recenti. La convinzione di Berti è quella che «l’opinione generale sulla tradizione manoscritta della Metafisica è oggi cambiata» (p. 7), basta leggere i lavori di studiosi che nella seconda parte del Novecento si sono accostati all’esegesi dei testi aristotelici.

85

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 85

19/12/17 09:28


Domande antiche, attuali risposte

Il libro&I Libri

86

saggi, ci consegna un Aristotele centrato sul concetto di «filosofia prima come scienza delle cause prime», non esclusivamente della “causa prima”, «di tutti i generi di causa, sia della causa materiale che della causa formale» (p. 56). Per operare questa torsione interpretativa Berti, ovviamente, ha dovuto affrontare, come ben espone nel suo breve saggio, problematiche plurime relative al testo originario, alla traduzione di termini e proposizioni, all’interpretazione più adeguata. Questioni, dunque, che espongono ad un rigoroso lavoro filologico e a un’opera difficile sul piano ermeneutico. «La Metafisica è un testo pesante, difficile e oscuro» (p. 20), dove ogni termine fa problema, e gli eventuali significati tradotti generano una storia di travisamenti ed effetti diversificati, che ci propongono un Aristotele forse non fedele al suo dettato. Berti si sofferma ad esempio su due termini greci comunemente tradotti con pensiero e teoria, per dimostrare come si sia affermata una traduzione prevalente che ci consegna un’interpretazione che potremmo definire idealistica.

La Metafisica e i modi della ricerca filosofica e teologica Sul piano dell’esegesi generale della dottrina esposta da Aristotele si trovano ulteriori problemi irrisolti. Berti, ad esempio, cita l’interpretazione del c.d. motore immobile nel senso prevalente di causa finale. L’autore, invece, protende per una lettura differente: «Il motore immobile non solo possa, ma debba essere concepito come causa non finale, bensì efficiente, non dell’essere, ma del movimento del cielo» (p. 39). La grandiosità dei quattordici libri della Metafisica sta nell’aver di fatto orientato, e per molti versi, determinato, il modo stesso di concepire la ricerca filosofica e teologica degli ultimi due millenni. Si tratta di una pietra miliare nell’edificio della cultura mondiale e, specificamente, occidentale. È quasi impossibile non pensare a multiple versioni interpretative di un testo del genere. Persino singole affermazioni hanno generato lunghe controversie e dispute filosofiche. La grandezza di un testo forse sta proprio in questa eccedenza di sensi e significati che genera, oltre che dalle dottrine espresse e sviluppabili. La tradizione del pensiero filosofico occidentale, per dirla con Kant, ha avuto nel sapere metafisico e nella sua propria strutturazione tematica e argomentativa la regina di tutte scienze. Essa ha determinato la linea prevalente della concettualizzazione filosofica, con ampie ricadute in altri campi dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 86

19/12/17 09:28


Fabio Mazzocchio

del sapere (etica, politica, cosmologia, psicologia, fisica). L’atteggiamento metafisico, in buona sostanza, si è articolato come un domandare radicale circa l’intero della realtà, il senso generale delle cose e persino dell’integralità dell’esperienza umana, provando a spiegarne l’origine, i principi e le cause. È una storia fatta di critiche, di superamenti, di alterni successi epocali. Oggi, in una fase culturale dichiaratamente post-metafisica, sentiamo non solo l’assenza di questa modalità del pensare, ma la necessità di un ritorno alle domande perenni su cui la metafisica (non solo quella aristotelica) si è esercitata. Gli strali kantiani contro la metafisica e il tentativo di superarla, in fondo, erano rivolti, come lo stesso Berti in vari modi ci ha spiegato altrove, alla deformazione che questo sapere aveva subito in età moderna, per via di un processo di formalizzazione matematica e fondazionale. La traduzione di Berti, e il piccolo saggio di cui stiamo parlando, ripropongono la necessità di un confronto con Aristotele, in primis, e successivamente con le questioni metafisiche generali. Queste questioni, in particolare, hanno ancora la capacità di amplificare la nostra articolazione concettuale e ci fanno scoprire la necessità di riferirsi a speciale interezza di sfondo. Utile per capire più in profondità l’umano ed il reale in cui la vicenda umana viene giocata. Come lo stesso Berti in altri lavori ha proposto, una metafisica è ancora possibile nonostante tutti i tentativi storici di oltrepassarla. Una metafisica problematica che, strutturata attorno all’interrogazione radicale circa il principio delle cose, riconosce però un vincolo significativo nella finitezza del nostro pensare.

87

Il libro Enrico Berti Tradurre la Metafisica di Aristotele Morcelliana, Brescia 2017

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 87

19/12/17 09:28


Il libro&I Libri

Un’originale riflessione su come l’“anomalia femminile”, con la sua capacità di accogliere l’inatteso, di tracciare solchi e aprire spazi di incontro, possa rappresentare un modello diverso di approccio alla vita e di costruzione dei legami.

Il femminile e la costruzione dell’umano di Marina Severini

88

L

a costola perduta, ultimo testo di Francesco Stoppa, psicoanalista membro della Scuola di psicoanalisi dei Forum del Campo lacaniano, mette al centro il tema del femminile puntando sulle sue risorse; «la costola perduta» (il riferimento è ovviamente al celebre racconto biblico della creazione di Eva) rappresenta quella perdita originaria che permette la possibilità di legami umani aperti, vitali. Stoppa ripercorre alcuni fondamentali passaggi di Freud e di Lacan (che a lungo si sono occupati della problematica identità femminile), ne segue le tracce puntualmente e lo fa prendendo appoggio sulla sua ipotesi che è in qualche modo anche un omaggio alle donne. L’autore afferma infatti che la donna «è una figura della vita» e in quanto tale risulta fondamentale per la «costruzione dell’umano» che, aggiunge, è «un’operazione squisitamente femminile». La differenza tra i sessi e la specificità femminile sono argomenti molto dibattuti e sempre all’ordine del giorno; il tema conserva una sua attrattiva perché ci riguarda tutti e la psicoanalisi che, in quanto pratica clinica, è in presa diretta con il campo Marina Severini dell’umano, se ne è inevitabilmente interessata è psicoanalista, membro della Scuola fin dall’inizio. Freud ha cominciato a costruire di psicoanalisi dei Forum del Campo la sua teoria e ha inventato il dispositivo Lacaniano, e responsabile ICLeS analitico ascoltando perlopiù donne isteriche (Istituto di specializzazione in psicoterapia), e più in generale il lamento di ciò che non va sede di Macerata. nella relazione tra i sessi; ha elaborato ipotesi su dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 88

19/12/17 09:28


ciò che conduce alla formazione dell’identità maschile e femminile e via via ha colto come l’identità femminile fosse particolarmente problematica. «Che vuole una donna?» è l’interrogativo che Freud ci ha lasciato sull’argomento; da lì è partito Lacan per tentare una risposta, rimettendo in questione non poco del pensiero freudiano sulla femminilità. La costola perduta riprende vari punti dell’articolazione psicoanalitica ed è un’ottima occasione per ripensare alcune questioni, innanzitutto la questione donna-madre. Stoppa sottolinea che donna e madre «non sono concetti sovrapponibili» e dicendo questo tocca uno dei punti dove Lacan si discosta maggiormente da Freud, che invece pensava alla maternità come alla realizzazione piena della donna. La cosa aveva una sua logica (oltre a essere anche radicata nel tempo e nel mondo culturale in cui Freud viveva): delle diverse strade che una bambina può imboccare a partire dalla famosa invidia del pene, solo una è, secondo Freud, quella della realizzazione femminile ed è la strada che fa sì che una donna acconsenta a essere l’oggetto del desiderio (essere dunque il fallo) per un uomo e attraverso questo passaggio ottenga un sostituto fallico, il bambino. Ora, il fatto di tenere separati i concetti di donna e di madre è la proposta di Lacan che Stoppa riprende per sottolineare il rischio di chiusura inglobante connesso a una relazione a due dove la madre potrebbe godere del possesso del suo oggetto fallico. Con espressione felice, Stoppa parla della «sana insensatezza di amarlo come altro da sé». Insomma il troppo, fosse anche il troppo amore, può essere nocivo. E allora cosa può consentire a una donna di non essere tutta madre? Il suo essere donna appunto, e cioè il fatto che il figlio non occupi tutto il suo mondo e che sia quindi abitata da altre mancanze, da altri desideri. Non tutta madre, si potrebbe dire. Per tornare all’equazione freudiana tra madre e donna, c’è da dire che essa ha una sua logica, se teniamo presente che il riferimento al fallo è la bussola che Freud usa per distinguere i sessi: da un lato le donne che soffrono della mancanza perché non ce l’hanno e lo vogliono (invidia del pene), dall’altro gli uomini che soffrono della minaccia di castrazione (ce l’hanno e temono di perderlo). Tutto sembra filare liscio, ma... c’è un ma, perché Freud si accorge che con questa bussola non ne viene a capo, non arriva ad esplorare quello che definisce un «continente nero». Il fallo come unico riferimento

Marina Severini

La questione donna-madre

89

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 89

19/12/17 09:28


Il femminile e la costruzione dell’umano

Il libro&I Libri

90

non gli permette di risolvere «l’enigma della femminilità». Il fallocentrismo, che tanto gli è stato rimproverato dalle femministe, si rivela a lui stesso insufficiente. E allora l’interrogativo «che vuole una donna?» si presenta interessante per un duplice motivo: da un lato Freud mostra come tutto quello che fin lì ha scoperto a proposito della donna non è sufficiente, in quanto, come lui stesso dice, si tratta di un sapere «lacunoso»; dall’altro perché l’accento viene messo non più sulla donna vista dal lato maschile (tutta nell’economia fallica), ma su cosa sarebbe propriamente un desiderio femminile.

Il «godimento supplementare»

Francesco Stoppa tocca a più riprese questo argomento, in modo particolare quando, citando Lacan, parla del «godimento supplementare». Perché supplementare? Perché si aggiunge al godimento fallico. Il godimento fallico è a misura di soggetto, è improntato in un’economia di avere e mancanza che sono due significanti inseparabili; quella fallica è l’economia del godimento non solo sul piano erotico ma sul piano del potere, della gerarchia, del successo. Lacan riformula la questione della differenza tra i sessi parlando di due tipi di godimento, uno tutto fallico (maschile) e l’altro non tutto fallico, detto per questo «supplementare». Il godimento fallico non è certo proibito alle donne, viviamo in un mondo dove l’emancipazione femminile è tale per cui le donne (anche se non ancora in modo paritario) occupano posti che in altri tempi erano solo maschili, posti di potere ad esempio. Solo che per l’uomo il godimento fallico ha valore identificante, mentre «per la donna non è la stessa cosa [...], fare come gli uomini non fa una donna. Di qui i conflitti soggettivi [...] tra l’appropriazione fallica e l’inquietudine sulla vita di donna» (Colette Soler, Quel che Lacan diceva delle donne, Franco Angeli, Milano 2005, p. 57). Il godimento non tutto fallico non è a misura di soggetto ma lo oltrepassa, non si contabilizza e non è traducibile in sapere, è dunque un «fuori senso» che si può provare ma rimane imprendibile; e inoltre, come Stoppa giustamente nota, «non siamo di fronte a un fenomeno a cui tutte le donne sarebbero naturalmente soggette o di cui possono reclamare l’esclusiva». Lacan ad esempio colloca alcuni mistici nell’ambito di chi ha accesso al godimento detto «supplementare». Possiamo dire che si tratta di una lettura della differenza tra i sessi che non passa né per l’anatomia né per le identificazioni: il femminile riguarda la possibilità di accesso a un dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 90

19/12/17 09:28


Marina Severini

godimento “altro” rispetto a quello fallico. E inoltre è un godimento che non unifica, non fa legame, al contrario singolarizza; è questo che Francesco Stoppa mette in rilievo quando sottolinea «il valore civile dell’alterità introdotta dalle donne nell’ordine del mondo», e aggiunge «dovremmo essere loro grati [...] per il fatto di non esistere come insieme in sé concluso [...], per il non rientrare in alcun universale», per la loro «impredicabile singolarità». È in questo senso, credo, che Stoppa fa del femminile una risorsa, politica e civile, per la costruzione dell’umano, se crediamo che la dissidenza nei confronti del pensiero unico sia un valore e se pensiamo che «il fuori-senso», «il tratto più inassimilabile della vita», abbia diritto di cittadinanza nel campo dell’umano.

91

Il libro Francesco Stoppa La costola perduta. Le risorse del femminile e la costruzione dell’umano Vita e Pensiero, Milano 2017

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 91

19/12/17 09:28


Il libro&I Libri

La biografia di Sergio Paronetto, uno dei più brillanti intellettuali cattolici del Novecento, protagonista nella sua breve vita dell’economia italiana tra le due guerre. Un ritratto basato su una vasta documentazione inedita, ricca di novità per la ricerca storiografica su momenti cruciali nella storia del movimento cattolico e del paese.

Lo stratega dello sviluppo italiano di Paolo Trionfini

92

I

l corposo saggio restituisce – è il caso di rimarcarlo, senza voler relativizzare la necessaria provvisorietà del «mestiere di storico» – una biografia compiuta di Sergio Paronetto. È senza dubbio questo il punto di forza del puntuale lavoro di scavo compiuto da Tiziano Torresi, il quale, attingendo da una ricchissima serie di archivi e da una vastissima collezione di periodici pressoché tutto il materiale documentario disponibile, è riuscito a mettere a fuoco un profilo esaustivo, fino ad ora rimasto nel cono d’ombra di una storiografia perlomeno distratta. Lo studioso, innestandosi nel filone del genere Paolo Trionfini della biografia, che sta conoscendo una nuoè direttore dell’Isacem-Istituto per la storia va fioritura, non si è limitato a indagare la didell’Azione cattolica e del movimento mensione pubblica, ma ha affondato in modo cattolico in Italia “Paolo VI”. Attualmente convincente la ricerca anche sugli aspetti, per assegnista di ricerca all’Università di così dire, privati di questa singolare personalità. Parma. Tra le sue opere segnaliamo: Storia Si colloca a questo livello, infatti, la chiave di dell’Italia repubblicana (1945-2014) (con G. lettura utilizzata, nella convinzione che il ruoVecchio), Monduzzi, Milano 2014; La laicità lo di fine e penetrante «intellettuale» e di acuto della Cisl. Autonomia e unità sindacale negli e solido «stratega dello sviluppo» di Paronetto, anni Sessanta, Morcelliana, Brescia 2014; per appoggiarsi alle categorie evocate nel sotErmanno Gorrieri (1920-2004). Un cattolico totitolo, sia stato alimentato da una profonda sociale nelle trasformazioni del Novecento formazione, da una ricca spiritualità e da una (con M. Marchi e M. Carrettieri), il Mulino, stimolante rete di relazioni intessuta. Bologna 2009. La minuziosa ricostruzione, peraltro, concorre dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 92

19/12/17 09:28


ad aggiungere un tassello non marginale nell’approfondimento degli snodi della formazione della «classe dirigente» cattolica tra le due guerre mondiali e della transizione dal fascismo alla democrazia. Gli otto capitoli nei quali si compone il volume si sviluppano in senso diacronico con un taglio che conosce un andamento narrativo, prendendo le mosse dall’ambiente familiare in cui maturò Sergio, fino al 1928, l’«anno decisivo» della sua vita, come appuntò nel diario finora inedito. Risale a questo momento il trasferimento a Roma e l’inizio degli studi universitari, durante i quali si iscrisse alla Fuci. Torresi affronta di petto il nodo del rapporto con la dittatura di Mussolini, sottraendosi alle letture acritiche che hanno alimentato i giudizi stentorei sull’antifascismo della generazione fucina degli anni Trenta. A suo dire, l’«esemplarità» di Paronetto non si può ricondurre a motivazioni politiche, ma va ricompresa all’interno del campo specifico d’impegno della Fuci di Montini e di Righetti, protesa alla formazione delle coscienze, in una sfida alternativa alla pedagogia instillata dal regime. Sotto questo angolo visuale, il saggio arricchisce le conoscenze fino ad ora ereditate sull’esigente iter formativo degli universitari cattolici, arrivando, quindi, a confrontarsi con la duplice crisi che investì l’associazione agli inizi degli anni Trenta. È di notevole interesse una lettera scritta da Paronetto dopo la ricomposizione dello scontro tra Chiesa e regime del 1931, che fu interpretata dal giovane studente come un «compromesso» dai «termini sempre ambigui e incerti», che rendeva evidente la non «compatibilità morale e anche intellettuale tra fascismo – come è ora – e vero cattolicesimo». Il giudizio formulato lascia trasparire l’insoddisfazione e la perplessità con le quali gli ambienti fucini accolsero l’accordo, prefigurando oltretutto il senso più profondo della crisi del 1933, che investì il circolo romano nel quale era iscritto Paronetto, prima di portare alle dimissioni di Montini da assistente centrale.

Paolo Trionfini

Il trasferimento a Roma e la Fuci

93

La critica al capitalismo e il ruolo dello Stato

L’esito delle tensioni interne, infatti, è legato strettamente al ridimensionamento dell’autonomia scaturito dal «compromesso» del 1931, che ridisegnava anche i rapporti tra centro e periferia. Paronetto fu una delle vittime di questa polarizzazione, che determinò l’uscita dalla Fuci e il passaggio al neonato Movimento laureati di Azione cattolica, proprio in coincidenza con l’inizio dell’esperienza all’Iri. L’intreccio tra la ricerca culturale acquisita all’interno della nuova dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 93

19/12/17 09:28


Lo stratega dello sviluppo italiano

Il libro&I Libri

94

associazione e l’impegno professionale nell’Ufficio studi dell’ente spinsero Paronetto a elaborare una peculiare cultura economica che si concentrò su tre orizzonti: un nuovo approccio alla dottrina sociale cattolica, il rapporto tra l’uomo e la tecnica, il corporativismo. All’ombra delle riflessioni condotte, l’esponente valtellinese approdò alla convinzione della necessità di ammodernare il sistema capitalistico attraverso il ruolo dinamico dello Stato, sganciandolo dalle rigidità ideologiche dei sistemi totalitari. Come mette in luce Torresi, l’approdo all’agognata «terza via» non fu agevole, nel crogiolo della fuoriuscita dalla «grande depressione» seguita alla crisi economica del 1929. Recuperando documentazione inedita, lo studio arriva a delineare il ruolo specifico di Paronetto, che si guadagnò la stima e la fiducia dei vertici dell’Iri, approfonditesi nel delicato passaggio del 1937, quando essi dovettero affrontare il progetto di trasformazione da struttura di emergenza a ente permanente. La ricostruzione proposta assegna alle settimane di cultura religiosa la fisionomia di «laboratorio di teologia per laici», che allo scoppio della guerra, attraverso il coinvolgimento più pregnante del «cenacolo» di intellettuali che andava costruendo una trama di relazioni feconde, divennero anche uno spazio privilegiato per il progetto di «successione cattolica» al fascismo.

Il legame con Montini e Camaldoli

Torresi si sofferma sugli incontri animati nella sua abitazione di via Reno, ai quali parteciparono esponenti di primo piano della «prima» e della «seconda» generazione, per non lasciarsi sorprendere nelle retrovie dal precipitare degli eventi. Paronetto finì per diventare il tramite imprescindibile dei cenacoli che nella congiuntura bellica cominciarono a radunarsi senza un rapporto diretto. Il dirigente dell’Iri fu anche la personalità che riuscì ad imprimere una linea «maggiormente combattiva» al Movimento Laureati per «chiarire i problemi dell’oggi in modo da essere preparati per il domani». Paronetto – come rileva Torresi, battendo una pista di ricerca fino ad ora solamente abbozzata – fu anche l’estensore del documento Forze vive dell’economia italiana, che fu sottoposto all’attenzione di Myron Taylor, l’inviato speciale del presidente Roosevelt presso la Santa Sede, il quale, nella sua missione, sondò anche la situazione in vista del futuro assetto dell’Italia. Nel corso del 1943 s’infittirono gli incontri che ruotavano attorno allo «stato maggiore» di Montini, al quale il dirigente dell’Iri era legato da un vincolo inscindibile, per ritrovare la strada della polidialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 94

19/12/17 09:28


Paolo Trionfini

tica. L’autore delinea nitidamente il ruolo esercitato da Paronetto – attraverso lo scritto consegnato a De Gasperi sulle problematiche della transizione al post-fascismo, il contributo offerto per la stesura delle Idee ricostruttive della Democrazia cristiana, l’elaborazione di una parte rilevante del programma economico del partito – nell’attraversamento del guado. In questa cornice prese forma la settimana di Camaldoli, che mise in moto, con il decisivo apporto di Paronetto, i passaggi che avrebbero portato alla redazione del testo passato alla storia con il nome di «Codice». A lui si deve, oltretutto, la Presentazione nella quale si intravede il peculiare approccio del dirigente dell’Iri, teso alla mediazione dei principi tramite il metodo «storico-politico», che riconduceva alla necessaria «concretezza». Non si riuscirebbe a comprendere adeguatamente i successivi impegni per le prospettive della ricostruzione del paese, se non si ponderasse il retroterra culturale dal quale muoveva Paronetto. Su questo sfondo, Torresi chiarisce anche il peso specifico delle simpatie mostrate nei confronti della Sinistra cristiana, che si innestavano sullo sguardo critico con il quale l’esponente valtellinese osservava – ormai dal letto sul quale l’aveva inchiodato la malattia che l’avrebbe portato alla morte nel 1945 – le modalità di realizzazione del progetto democristiano. Nondimeno questa tensione denotava l’inesauribile propensione a lavorare per il futuro, che è la cifra attorno alla quale si può racchiudere la sua vicenda biografia, attentamente ricostruita da Tiziano Torresi.

95

Il libro Tiziano Torresi Sergio Paronetto. Intellettuale cattolico e stratega dello sviluppo il Mulino, Bologna 2017

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 95

19/12/17 09:28


Profili

Giuspubblicista di alto valore scientifico e di forte rigore morale, Egidio Tosato si segnala non solo per l’apporto alla scienza giuridica, ma anche per l’attiva e preziosa partecipazione all’elaborazione della Carta costituzionale italiana, oltre che per l’impegno accademico e politico sempre conforme ai valori cristiani.

Egidio Tosato: costituzionalista e costituente di Fernanda Bruno

96

N

asce il 28 giugno 1902 a Vicenza, città che amava profondamente, dove ritornava spesso e dove ha voluto riposare per sempre. Nel periodo universitario è fra i fondatori del Circolo di cultura tra studenti universitari di Vicenza – il cui scopo era quello di fare degli studenti «dei cristiani convinti e dei professionisti competenti» - federato poi alla Fuci. Nel 1923, al Congresso nazionale della Fuci svoltosi ad Assisi, presenta la relazione Cattolicesimo e neoidealismo. Aspetto giuridico-sociale, molto apprezzata, in cui analizza il pensiero di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile e, anche alla luce del proprio credo filosofico e religioso, mette in guardia dai rischi derivanti dal neoidealismo. Laureatosi nel 1924 in Giurisprudenza presso l’Università di Padova, inizia la sua attività accademica come assistente ordinario presso la cattedra di Diritto costituzionale di cui era titolare Donato Donati, insigne figura di maestro e punto di riferimento per molti giuristi. Libero docente nel 1932 e poi vincitore del concorso per professore straordinario di Diritto amministrativo e di Fernanda Bruno Scienza dell’amministrazione, insegna Diritto è stata docente di Diritto pubblico amministrativo nella Facoltà di Giurisprudencomparato presso l’Università di Roma za dell’Università di Cagliari e successivamente “La Sapienza” e incaricata di Diritto Istituzioni di diritto pubblico nell’Istituto supubblico comparato presso periore di Scienze economiche e commerciali la Pontificia Università Lateranense. dell’Università di Venezia. Conseguito l’ordinadialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 96

19/12/17 09:28


Fernanda Bruno

riato nel 1937, è chiamato nel 1939 a ricoprire la cattedra di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università statale di Milano, succedendo a Santi Romano e a Giuseppe Menotti De Francesco. Tra le opere più significative di Egidio Tosato negli anni Trenta-Quaranta occorre ricordare il suo primo lavoro Le leggi di delegazione (Cedam, Padova 1931), in cui tratta uno degli aspetti più preoccupanti del problema del rafforzamento dell’esecutivo, cioè «il fenomeno di evasione della funzione legislativa dal potere legislativo verso il potere esecutivo». Come scrive nell’introduzione, la materia è stata trattata in termini rigorosamente giuridici e «nello svolgimento è stata bandita ogni considerazione di carattere politico». Tuttavia avverte che i risultati dell’indagine potranno essere utili per il politico, perché «può darsi che una migliore informazione giuridica induca a talune rettificazioni nel campo della valutazione politica». Importanti sono anche altri lavori del periodo padovano, che ebbero riscontri molto favorevoli nel mondo scientifico, quali La cittadinanza delle persone giuridiche e I criteri per la determinazione della cittadinanza delle persone giuridiche, entrambi apparsi nel 1932, i quali affrontano un tema particolarmente difficile e complesso con implicazioni che riguardano il diritto internazionale privato; nell’anno successivo è pubblicato lo studio Il riconoscimento degli enti morali nella teoria degli atti amministrativi, considerato espressivo della sua piena maturità metodologica. A questi lavori ne seguirono altri fra i quali Interesse materiale e interesse processuale nelle giurisdizioni amministrative di legittimità e Sulla natura giuridica delle leggi tributarie.

97

Periodo precostituente e costituente

Egidio Tosato, ben conosciuto ed apprezzato nel mondo accademico e in quello dell’associazionismo cattolico, è fra le persone che per la loro competenza specifica la costituenda Democrazia cristiana consulta per arrivare alla elaborazione di un programma «il meno imperfetto possibile». Nell’Archivio Spataro si rinviene uno scritto di Tosato dell’8 agosto 1943 in cui anticipa quello che sarà il leitmotiv di molte sue proposte alla Costituente: la riduzione del numero dei partiti come condizione prima per un governo stabile. Come è noto, in quel periodo, nella consapevolezza che la democrazia è una “scuola”, vi è un’attenzione particolare del mondo cattolico alla formazione politica, attestata dalle varie scuole di preparazione sociale, dal ciclo di conferenze su tematiche politico-sociali organizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dall’attività di studialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 97

19/12/17 09:28


Egidio Tosato: costituzionalista e costituente

Profili

98

dio svolta dall’Icas. Tosato non è estraneo a queste attività; in specie egli partecipa come relatore alla XIX Settimana sociale dei cattolici d’Italia con la magistrale stimolante relazione Garanzia delle leggi costituzionali, in cui mette in guardia dai pericoli dell’assolutismo sia monarchico sia democratico e, collegandosi al dibattito sul moderno costituzionalismo liberal-democratico, individua nella garanzia giurisdizionale «la condizione imprescindibile affinché il governo della maggioranza non si tramuti nella dittatura della maggioranza e la minoranza non venga perseguita, calpestata e soppressa». Tosato fa parte della Commissione Forti (precisamente della seconda Sottocommissione “Organizzazione dello Stato”) predisposta dal Ministero per la Costituente e nel giugno del 1946 viene eletto deputato all’Assemblea costituente (nella lista nazionale della Democrazia cristiana). Egli partecipa attivamente ai lavori dell’Assemblea costituente e in specie a quelli della seconda Sottocommissione della Commissione per la Costituzione (Commissione dei Settantacinque) nel ruolo di relatore per il potere esecutivo. Nel corso della discussione in seconda Sottocommissione sulla forma di governo propone che il presidente del Consiglio venga designato dalle Camere, sulla base di una lista predisposta dal capo dello Stato previa consultazione delle forze politiche. Questa designazione, cui segue la nomina presidenziale, equivale a fiducia parlamentare; per ottenere la rimozione del presidente del Consiglio così nominato occorre una mozione di sfiducia approvata a maggioranza assoluta e – questo è un punto importante – al fine di impedire le lunghe crisi governative, tanto dannose per il funzionamento delle istituzioni, il primo firmatario della mozione diventa il nuovo presidente del Consiglio. Tosato dovrà abbandonare questa proposta, ma cercherà comunque di salvarne i principi ispiratori per evitare il ripetersi di degenerazioni parlamentaristiche, emerse ampiamente nel periodo prefascista e ben conosciute anche in altri paesi, e per soddisfare le esigenze sempre più pressanti di stabilità, unità ed efficienza dell’esecutivo. Al riguardo occorre tener presente la relazione sul capo dello Stato e sul governo ed il conseguente articolato. Nel disegno costituzionale qui delineato il capo dello Stato non ha una funzione meramente simbolica ma svolge un ruolo di controllo e di garanzia del regolare funzionamento delle istituzioni. Proprio per evitare che il capo dello Stato si trovi in posizione di dipendenza rispetto al Parlamento, ne propone l’elezione da parte di un collegio elettorale costituito non solo dalle due Camere ma anche da membri ad esse estranei, presidenti delle assemblee e delle deputazioni regionali, così

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 98

19/12/17 09:28


da permettere un collegamento tra Stato e regioni. Merita notare che l’inserimento dei rappresentanti regionali nel collegio elettorale presidenziale rispondeva al disegno di Tosato di uno Stato regionale con accentuazione quasi federale. Quanto poi al governo, Tosato così spiega nella relazione: «Occorre che il Governo governi e non si trasformi in una commissione parlamentare». E nello schema presentato, il primo ministro non è un primus inter pares, ma è il solo responsabile della politica generale del gabinetto ed ha tutti i poteri necessari per contrastare le tendenze centrifughe e la politica per ministeri ed assicurare l’unitarietà d’azione tanto difficilmente raggiungibile in governi di coalizione, soggetti nella formazione e nella “vita” ai giochi delle forze politiche. Come sottolinea in uno scritto pubblicato su «Cronache sociali» nel 1947 (Legittimità del governo), «il governo di coalizione è estraneo alla natura, al significato e alla logica del governo parlamentare, rispetto al quale rappresenta un episodio eccezionale e anormale, giustificato, generalmente, dallo stato di guerra». Questa posizione è però largamente minoritaria e fortemente criticata dalle varie forze politiche; non mancano atteggiamenti discordi neppure nell’ambito democristiano. La proposta viene mutilata in Sottocommissione ed ulteriormente in Assemblea nonostante Tosato difenda strenuamente la specificità della posizione e dei poteri del primo ministro. In Assemblea costituente, poi, dal momento che le sue proposte tendenti ad assicurare un capo di governo forte sono state accolte solo parzialmente e che la fine dell’intesa tripartitica ha reso drammatica la situazione politica, egli cerca di rafforzare, quasi per compenso, la posizione del presidente della Repubblica. Precisamente, per rendere quest’ultimo libero dalle forze partitiche, Tosato si spinge a proporne l’elezione popolare diretta nell’ipotesi in cui nessun candidato alla presidenza abbia ottenuto dopo il terzo scrutinio i due terzi dei voti. Come è noto anche questa proposta non viene accolta. Cadono pure altri congegni di stabilizzazione del governo relativi, ad esempio, alla regolamentazione della mozione di sfiducia attribuita all’Assemblea nazionale, cioè all’istituto formato dalle due Camere riunite. Il risultato finale sarà pertanto lontano dalle aspettative che avevano comunque accompagnato l’approvazione dell’ordine del giorno Perassi, in base al quale il sistema parlamentare doveva essere disciplinato «con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’a-

Fernanda Bruno

«Occorre che il Governo governi»

99

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 99

19/12/17 09:28


Egidio Tosato: costituzionalista e costituente

Profili

100

zione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo». Sebbene il disegno istituzionale di Tosato sia stato modificato prima nella Commissione dei Settantacinque e poi in Assemblea, in quanto le esigenze politiche o meglio partitiche, oltre che i timori di ritorni autoritari, inducevano ad altre soluzioni, tuttavia proprio grazie alla sua opera non si è consacrata nella Costituzione italiana una forma di governo parlamentare estremamente fluida.

Periodo repubblicano

Terminata la fase costituente Tosato è eletto deputato nella I e nella II Legislatura nelle liste della Democrazia cristiana; ricopre la carica di presidente della Commissione Interni della Camera dei deputati fino al 1949, quando è eletto vicepresidente della Camera e successivamente nel 1953 è eletto presidente della Commissione Giustizia, segnalandosi per la competenza e per la serietà di impegno. Inoltre è nominato sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia nel VI e nel VII governo De Gasperi ed è Ministro della Pubblica Istruzione nel I governo Fanfani. Lasciata la politica Tosato ritorna pienamente all’insegnamento e agli studi. Nel gennaio 1962 è chiamato nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma, dove insegna prima Diritto costituzionale italiano e comparato e poi Istituzioni di diritto pubblico, caratterizzandosi per la chiarezza e la lucidità delle lezioni e per la disponibilità al dialogo nel pieno rispetto della dignità degli studenti. Molto stimato dai colleghi, è eletto direttore dell’Istituto di studi giuridici e in seguito preside della Facoltà di Scienze politiche, distinguendosi per le sue doti di grande equilibrio. Riguardo agli scritti del periodo repubblicano, molto interessante è il saggio Sovranità del popolo e sovranità dello Stato del 1957, che bene attesta la sua concezione democratica e garantista nella valorizzazione della personalità e della sovranità del popolo. Particolare menzione merita anche lo studio pionieristico Sul principio di sussidiarietà dell’intervento statale del 1959, nel quale precisa che questo principio «svincola dalla morsa reciprocamente esclusiva dell’individualismo liberale e del collettivismo socialista». L’attenzione alle autonomie locali, già emersa in Assemblea costituente, si riscontra nel lavoro su La regione nel sistema costituzionale del 1964, ove sottolinea che ogni regione «potrà svolgere una parte notevolissima nel processo di rinnovamento e di progresso sociale, non solo a vantaggio proprio, ma anche nell’interesse generale».

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 100

19/12/17 09:28


Riguardo al funzionamento delle istituzioni, inoltre, nell’intervista rilasciata al giornale «Il Popolo» il 23 dicembre 1977 (Per l’esecutivo occorre stabilità, a cura di Domenico Sassoli), Tosato deplora che l’Italia abbia un governo parlamentare che «nella realtà politico-costituzionale è e non può non essere che istituzionalmente debole, anche perché, nella prassi, si è cercato in tutti i modi di limitare i poteri del Governo». In altri studi, poi, pur recriminando le carenze del testo costituzionale, Tosato avanza comunque proposte dirette a migliorarlo. Così nello scritto Saranno possibili riforme marginali (Prospettive nel mondo, n. 43, 1980) suggerisce una diminuzione del numero dei componenti delle due Camere. Altre volte ritorna, con amarezza, sui pericoli che minano il corretto funzionamento delle istituzioni, quale ad esempio la tendenza egemonica dei partiti. Così in uno dei suoi ultimi lavori, Rapporti fra persona, società intermedie e Stato del 1982, rimarca che le deviazioni partitocratiche, aggravate dall’esasperazione del multipartitismo, come tutte le degenerazioni oligarchiche, costituiscono un pericolo per la libertà e per la democrazia. E nella pagina, preparata per la consegna della raccolta degli Scritti in suo onore, ancora lamenta la fragilità dei nostri governi derivante «dall’eccessivo pluralismo partitico dominante nelle Camere del Parlamento, dal conseguente necessario ricorso a governi di coalizione fra partiti che difficilmente trovano un solido ubi consistam, e destinati perciò a crisi continue, che si traducono nella crisi della compagine statuale, nel suo distacco dalla società civile...». Infine nella voce Stato, nell’Enciclopedia del diritto, pubblicata postuma, frutto di ampi e approfonditi studi comparatistici, Tosato ribadisce che «il riconoscimento della personalità e dei diritti umani, dell’uomo prima ancora che del cittadino, in tutte le direzioni compatibili con l’interesse generale, rientra fra gli interessi primari che l’autorità statale è chiamata a perseguire». Pertanto esattamente sulla lapide posta sulla sua casa natale a Vicenza, in occasione del Convegno promosso dal Comune di Vicenza in suo ricordo, è scritto che autorevoli sono i suoi «apporti di dottrina e di pensiero al disegno di uno Stato democratico fondato sui valori della persona, della società civile e delle autonomie».

Fernanda Bruno

Troppi parlamentari e ingerenza dei partiti

101

****

Antologia

[...] Si constata e si riconosce ormai generalmente – contraddizioni isolate, molto teoriche e poco realistiche, non sono tali da infirmadialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 101

19/12/17 09:28


Egidio Tosato: costituzionalista e costituente

Profili

102

re l’opinione dominante – che il funzionamento del governo parlamentare è poco, per non dire affatto soddisfacente quando e dove le forze politiche sono divise e organizzate in un numero notevole di partiti. La condizione ideale del governo parlamentare è l’esistenza di due soli partiti, aventi la possibilità di avvicendarsi al potere, a seconda che l’uno o l’altro di essi sia il partito della maggioranza. Quanto più la realtà politica si avvicina a questa condizione, tanto più il Governo risulta stabile, unitario, efficiente; inversamente, quanto più la realtà politica si allontana da questa condizione ideale, tanto più il Governo risulta instabile, eterogeneo, inefficiente. La situazione politica italiana è caratterizzata da un considerevole frazionamento di forze politiche, divise e suddivise in numerosi partiti politici, più o meno diversi, più o meno opposti fra di loro. Se, nonostante ciò, la Sottocommissione ha deliberato di adottare la forma di governo parlamentare, ma di adottarla con quei dispositivi costituzionali che valgano ad ovviare ai più gravi inconvenienti che essa, nella situazione data, naturalmente presenta, il compito che si tratta di assolvere appare oltremodo arduo. Non voglio pensare alla quadratura del circolo, ma non posso nemmeno accarezzare delle illusioni. Comunque, i suggerimenti che mi permetto di presentare all’esame della Sottocommissione sono i seguenti: a) In ordine alla formazione del Governo (art. 19). Dato che, rebus sic stantibus, e per quanto è prevedibile, i governi in Italia saranno di necessità, almeno normalmente, formati dalla coalizione di due o più partiti, sembra consigliare affidare la scelta del Primo Ministro al Capo dello Stato, e non, direttamente, alle Camere. L’intervento diretto di queste ultime non servirebbe né a semplificare, né a facilitare, e neppure ad orientare la scelta più opportuna. Sembra invece necessario disporre che il Capo dello Stato nomini e revochi i Ministri su proposta del Primo Ministro, e ciò al fine di permettere, per quanto è possibile, al Presidente del Consiglio, una certa libertà di scelta dei suoi collaboratori. Questa, sia pure praticamente limitata, libertà, può favorire, nella eterogeneità della compagine governativa, l’unità dell’azione del governo, e, quindi, la stabilità del Governo stesso. b) In ordine all’organizzazione del Governo. Occorre che il Governo governi e non si trasformi in una Commissione parlamentare. L’unità dell’azione di governo è un’esigenza che scaturisce dalla nozione stessa di governo dello Stato, e vale per tutti i governi, compresi quelli di coalizione. Essa costituisce la condizione prima della stabilità governativa. Di qui la necessità, del resto ormai generalmente

dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 102

19/12/17 09:28


Fernanda Bruno

riconosciuta, che il Governo abbia un capo, che il Primo Ministro non sia soltanto un primus inter pares, ma abbia tutti quei poteri che sono indispensabili per assicurare precisamente l’unità d’azione di tutti i Ministri nell’attuazione del programma approvato dal Parlamento. Sono queste le considerazioni che determinano, anche nella terminologia, il rilievo dato alla figura del Primo Ministro (art. 19 ss.) e in particolare l’affermazione della sua responsabilità per quanto riguarda la politica generale del Governo, con l’indicazione degli essenziali poteri di cui deve essere fornito di fronte a tutti i Ministri (art. 20). In base a queste disposizioni il Primo Ministro dovrebbe assumere una posizione sua propria, caratteristica diversa da quella di tutti gli altri Ministri, tale da permettergli di essere veramente, com’è necessario, colui che dirige, coordina e unifica l’azione governativa. E affinché la figura del Primo Ministro non possa snaturarsi, affinché il Primo Ministro non devii da quelle che sono le sue naturali funzioni, ho ritenuto opportuno introdurre una esplicita disposizione secondo la quale il Presidente del Consiglio non possa assumere un dato Ministero se non ad interim (art. 20). In base allo stesso ordine di idee ho ritenuto inoltre necessario fare un esplicito riferimento agli uffici della Presidenza del Consiglio, che rappresentano l’indispensabile strumento dell’azione del Primo Ministro e che una legge dovrà quindi adeguatamente ordinare e organizzare (art. 21).

103

(Da Relazione di Egidio Tosato, presentata alla II Sottocommissione, sull’articolato predisposto dal Comitato di studio sul potere esecutivo, pubblicata in La nuova Costituzione italiana. Progetto e relazioni, Studium, Roma 1947, pp. 173-181). dialoghi n.4 dicembre 2017

Dialoghi04-2017.indd 103

19/12/17 09:28


Titolo

Profili

Dialoghi04-2017.indd 104

19/12/17 09:28


Una storia che continua Dialoghi è uno strumento di discernimento ed elaborazione culturale. Offre criteri di lettura del reale, avvalendosi del contributo di studiosi qualificati nelle più diverse discipline. Dialoghi è un’occasione per riscoprire la ricchezza di senso e di valore che è dentro la concretezza dell’esistenza umana. Dialoghi è una provocazione a guardare al futuro con speranza, coltivando intuizioni e recuperando visioni, tra memoria e progetto.

Dialoghi è la tua rivista. Continua a seguirci con l’attenzione e la passione di sempre.

Dialoghi04-2017.indd 105

19/12/17 09:28


Millions discover their favorite reads on issuu every month.

Give your content the digital home it deserves. Get it to any device in seconds.