Bassano News

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Città di Bassano del Grappa Assessorato alla Cultura e al Turismo

PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’ SETTEMBRE / OTTOBRE 2022

dal 1994

E SERVIZIO



SOMMARIO

Copertina Antonio Canova, Venere e Marte, part., gesso, 1816-’22. Possagno, Museo Canova. Servizio a pag. 14.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVIII - n. 196 Settembre/Ottobre 2022 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ‘94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio, Antonio Minchio, Chiara Favero Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa F. Abbruzzese, I. F. Baldo, G. Bertizzolo, F. Bicego, G. Bucco, A. Calsamiglia, C. Caramanna, E. Celotto, A. Faccio, S. Falcone, C. Ferronato, G. Giolo, G. Marcadella, C. Mogentale, S. Mossolin, F. Parise, M. Piotto, E. Piva, C. Rossi, F. A. Rossi, O. Schiavon, C. Scrimin, A. Spagnolo, G. Spagnol, V. Vicariotto, M. Zannoni Corrispondenti Erica Schöfer (dalla Toscana) Stampa CTO - Vicenza Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia Bonus facciate! Così tempo e incuria hanno ridotto le pietre della nostra storia p. 8 - #amoibassano Vancolani copista di Bassano. Un restauro necessario p. 10 - Pianeta Casa Sulla riforma fiscale p. 12 - I nostri tesori Un centenario anche per Leandro Bassano p. 14 - Eventi Io, Canova. Genio europeo. Apre il 15 ottobre la grande mostra p. 16 - Canova 200 Canova e il Tempio di Possagno p. 18 - La lezione del passato Il complesso di Telemaco p. 20 - Primo piano Antonio Pigafetta... era vicentino? p. 22 - Afflatus Effetti neuropsicologici del Covid p. 25 - Omaggio Il debito di Bassano verso Bruna Scrimin p. 26 - Focus San Bartolomeo il Giovane, patrono della sicurezza nei cantieri? p. 28 - Art News Giuseppe Bucco. La Via Crucis, secondo me p. 31 - Sì, viaggiare Le città imperiali del Marocco p. 32 - Renaissance Riaprirà a breve il Corridoio Vasariano

p. 34 - Artigiani Riconoscimento alle imprese in attività associate da mezzo secolo p. 36 - Tradizioni Torna la festa di Latterie Vicentine p. 38 - De musica Festival Organistico del Pedemonte e del Canal di Brenta p. 40 - Il Cenacolo Per Agostino Brotto Pastega p. 43 - Esercizi di stile Gli occhiali. Per vedere, ma non solo p. 44 - Le terre del vino I vini della Puglia (1) p. 46 - Tempi moderni Quanto sfruttiamo... o siamo sfruttati dai social? p. 48 - Civitas Centro Storico. La parola a Erio Piva p. 51 - Personaggi Lorena Mantoan. La signora dell’Elephant p. 53 - Scenari Gli 007 del Papa. “Agenti” al servizio della pace p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Incontri InnBottega, l’incubatore di idee di Federico Parise p. 61 - In vetrina Due nuovi libri di Gabriella Bertizzolo p. 62 - Restituzioni Donata agli Amici dei Musei un’opera di Agostino Brotto Pastega

Sopra al sommario Le tre piazze del cuore di Bassano in una fotografia di Fulvio Bicego. A novembre è previsto il rinnovo del Consiglio di Quartiere Centro Storico. Ne abbiamo parlato con Erio Piva, già presidente di questo organismo e tuttora suo grande animatore, che sollecita una responsabile partecipazione (le candidature devono essere presentate in settembre). Servizio a pag. 48.

ERRATA CORRIGE Nello scorso numero, a pagina 8, nel testo dedicato allo scultore Danilo Andreose è stato erroneamente segnalato che l’opera Germinazione, oggi ai Giardini Parolini, era stata realizzata per la Banca Popolare di Vicenza. In realtà si trovava nello studio dello scultore ed è stata donata nel 1988 dal Lions Club Bassano al Comune, in ricordo dell’amico da poco scomparso.

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Così il tempo e l’incuria degli uomini hanno trasformato le pietre della nostra storia. Anche nei luoghi più frequentati

di Andrea Minchio

Nello scorso numero abbiamo descritto il caso di un felice recupero architettonico, quello cioè dell’imponente rusticale di Ca’ Rezzonico. Ora proponiamo ai lettori alcune (penose) situazioni di degrado che si trascinano ormai da decenni e che - a nostro avviso - difficilmente potranno essere risolte. Testimonianze di epoche passate che sbiadiscono nell’oblio e nell’indifferenza.

In questa pagina La chiesetta della Trinità in via Ca’ Rezzonico: “curioso” esempio di una facciata (malridotta), priva del retrostante edificio.

GENS BASSIA

BONUS FACCIATE!

Segnate da profonde crepe, prive in più parti dell’intonaco, scolorite, rinsecchite, ferite dall’incuria dell’uomo e dal trascorrere inesorabile del tempo, ecco riunite in queste pagine le facciate di alcuni edifici cittadini. Non solo piccole costruzioni, potremmo dire minime, come nel caso di qualche dimenticata chiesetta, ma anche luoghi di rappresentanza, allora simboli di potere e opulenza e oggi - invece di difficoltà e inettitudine. Gli anni passano impietosi, non conoscono la clemenza, ora assistiti pure da un clima

mutevole, sempre più spesso devastante. La scarsità di mezzi e di idee, il disinteresse, l’ignoranza, la superficialità di quest’epoca così travagliata certo non aiutano. E poi, sono davvero troppe le emergenze - sociali, economiche, lavorative, umanitarie, belliche per pensare di potersene prendere seriamente cura. Dunque, eccoci qua, a testimoniarne il degrado, a sublimarne la condizione attraverso alcuni scatti fotografici. Qualche anno fa - dieci, venti, trenta - forse si sarebbe potuto

fare qualcosa. Le risorse, almeno quelle, ci sarebbero state. Oggi non è più possibile. Sembra dunque che non ci resti, animati da una sorta di (languida?) voluptas dolendi, che assistere all’implacabile declino. L’estetica della decadenza. Tornano alla mente le pagine di John Ruskin dedicate alle Pietre di Venezia: il loro consumarsi, ridotte ormai a rovine dell’antica potenza che dominava i mari. Emblematico, a Bassano, il caso della minuscola chiesetta della Trinità, in via Ca’ Rezzonico:

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un oratorio pubblico, eretto sul finire del Seicento dalla nobile famiglia padovana dei Forzadura nelle vicinanze della propria villa. Con la costruzione del Collegio Vescovile Graziani, nei primi anni del XX secolo, l’elegante dimora patrizia (tuttora esistente) venne a trovarsi a ridosso del complesso, mentre dell’edificio sacro (probabilmente in gran parte già compromesso) rimase la facciata. Quasi del tutto priva dell’intonaco, con l’antica porta tamponata, il bel timpano spezzato (in ossequio al sobrio barocco veneto) e il frontone minacciato da un’irriverente vegetazione, resiste alle intemperie, grazie anche

Qui sopra, da sinistra verso destra La porta diamantata di piazzetta Guadagnin, dall’interno, e due dei balconi di Palazzo Pretorio. In alto, da sinistra verso destra Un dettaglio della facciata del Teatro Astra su viale dei Martiri. L’elegante timpano della chiesetta della Madonna del Caravaggio (qui sotto in una vista d’assieme) .

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all’ausilio di provvidenziali tubi Innocenti, anch’essi ormai provati dall’età.

Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix Si legge appena l’iscrizione incastonata nel timpano sinuoso della chiesetta dedicata alla Madonna del Caravaggio (all’imbocco di via XI Febbraio). Arsa dal sole del meriggio, poco

rispettoso dell’antica invocazione alla Vergine Maria, stenta a ricordarci la storia del piccolo e malandato edificio che venne innalzato da Caterina Brocchi nel 1710. La costruzione sorge non distante dal possente palazzo di famiglia. Ma un tempo, nei pressi, si trovava pure il Teatro Brocchi, sede di rappresentazioni e concerti, ma anche luogo deputato a ospitare il gioco e non solo: labile il confine fra sacro e profano.


GENS BASSIA

Qui a fianco L’ariosa scala coperta di Palazzo Pretorio: venne eretta nel 1522, bella (e ora trascurata) testimonianza della dominazione veneziana. Quando costruiamo, cerchiamo di pensare che costruiamo per l’eternità. John Ruskin

Alla sommità di via Mure del Bastion si apre la Porta dei Leoni, inglobata nel nucleo del Castello Inferiore: snobbata dai bassanesi, che la conoscono poco, è malconcia e abbruttita da alcune strutture di protezione. Era l’antico accesso alla città, prima ancora di Porta Dieda. Si spera che la Soprintendenza possa dare in tempi brevi, a proprietari e progettisti, una risposta su come procedere con i lavori di restauro: il recupero di un gioiello del nostro Medioevo non è forse così lontano.

È invece vicina la Corte dei Berri, a occidente delle Scuole Mazzini (anche se, in verità, la Corte dei

Berri si trovava all’interno del perimetro del Castello Inferiore). Anche qui lo spettacolo non è edificante: purtroppo le immagini parlano da sole. E pensare che, sotto a vari strati di intonaci, intervallati da brecce e fori di ogni tipo e dimensione, si trova il paramento murario del castello, in sassi e laterizio... Perché non riportare tutto a facciavista?

Del Teatro Astra parla già di frequente la cronaca quotidiana. L’Amministrazione Civica si sta muovendo per un accordo con i privati. L’edificio, progettato ai primi dell’Ottocento sul modello della Fenice, sopravvissuto a due

guerre mondiali e poi trasformato in cinema, affaccia sul viale dei Martiri, costantemente battuto dai venti della valle. Anche il bel prospetto, oltre a tutto il resto, ne subisce le gravi conseguenze.

Sopra, da sinistra verso destra Un dettaglio della Porta dei Leoni, in piazzetta dell’Angelo. Il fronte orientale dell’antico Castello Inferiore. Sotto Una porzione muraria di Palazzo Pretorio su piazzetta Guadagnin.

Palazzo Pretorio e piazzetta Guadagnin, i luoghi dell’antico potere cittadino (frequentati un tempo da illustri ospiti stranieri), versano in condizioni pietose. A due passi dal Municipio, paiono rivendicare la necessità di interventi inderogabili. Ma in passato è stato fatto poco e ora le emergenze sono ben altre. Deperiranno inesorabilmente. Mettiamoci il cuore in pace.

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Il pittore era in grande amicizia con il genio di Possagno

Vancolani copista di Bassano Un restauro necessario

#AMOIBASSANO GENS BASSIA

di Claudia Caramanna

Fotografie: Fulvio Bicego, Archivio Editrice Artistica I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano.

In occasione delle celebrazioni canoviane, con notevole tempestività Fulvio Bicego ha deciso di assegnare parte dei proventi del suo prossimo attesissimo Calendario al recupero dell’opera.

Pablo Picasso

Se si entra nella chiesa di San Giovanni Battista, in pieno centro a Bassano, e si solleva lo sguardo verso l’organo in alto a destra, si rimane interdetti: sotto uno strato di vernice alterata e di sporco sembra di vedere l’Adorazione dei pastori con i santi Vittore e Corona (1568) di Jacopo Bassano, meglio nota come Presepe di San Giuseppe. Eppure è ben noto che la pala fu destinata al Museo Civico nel 1859 e che è attualmente esposta nel Salone Dalpontiano.

Jacopo Bassano, Adorazione dei pastori con i santi Vittore e Corona, olio su tela, 1568. Bassano, Musei Civici.

Sotto ai titoli, da sinistra verso destra Francesco Vancolani, Adorazione dei pastori con i santi Vittore e Corona, copia da Jacopo Bassano, olio su tela, 1818 circa. Bassano, chiesa di San Giovanni Battista. La prima foto è degli anni Settanta del secolo scorso (archivio Agostino Brotto Pastega), la seconda è stata scattata recentemente e testimonia lo stato di elevato degrado dell’opera.

A fianco Il particolare della Madonna con il Bambino nel dipinto di Jacopo Bassano e nella copia di Francesco Vancolani.

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E allora? Il dipinto che si osserva in San Giovanni, in realtà, è una delle numerose copie che furono tratte da quell’opera famosa, considerata da Carlo Ridolfi ne Le Maraviglie dell’Arte (1648) come il massimo capolavoro dell’artista e riconosciuta anche oggi dagli studiosi come uno dei vertici della sua produzione. Di grandezza pari all’originale ma non centinata nella parte superiore, ovvero non finita in forma semicircolare, la replica in San Giovanni fu realizzata nel 1818 circa dal pittore bassanese Francesco Vancolani (1773-1822). Amico dei conti Roberti e protetto di Canova, l’artista è stato di recente protagonista di un numero de L’Illustre Bassanese (lugliosettembre 2020) curato dal compianto Agostino Brotto Pastega. Da quel prezioso testo si recupe-

rano le notizie essenziali sulla copia, che fu commissionata dal “Professore Orologiaio Macchinista” Bernardo Ferraro e molto lodata dalla critica. Emergono anche le complesse vicende che seguirono nel tempo e che la videro prima diventare proprietà del conte Giambattista Roberti, poi essere utilizzata per sostituire il dipinto di Jacopo nella chiesetta di San Giuseppe, quindi essere trasferita presso il Sacro Cuore di Gesù e, infine, nella sagrestia del duomo, dalla quale nel 1991 è pervenuta alla sede attuale. Come è ben noto, la chiesa di San Giovanni Battista è stata da poco riaperta al pubblico, dopo un lungo restauro che ha risanato la struttura e dato nuovo smalto all’arredo lapideo ma, per completare l’opera, è necessario ora occuparsi anche delle tele. Fulvio Bicego, piemontese follemente innamorato di Bassano nonché instancabile sostenitore del patrimonio cittadino, ha già deciso di intervenire destinando parte della vendita del suo prossimo Calendario al restauro della copia di Vancolani, il dipinto che mostra di avere maggiore bisogno. Un piccolo omaggio a un pittore bassanese di cui, come per Canova, quest’anno ricorre il secondo centenario dalla scomparsa.

L’appuntamento per la presentazione del Calendario 2023 dedicato a Bassano e ai suoi Artisti è fissato per il 30 settembre, ore 18.30 presso la Chiesa di San Giovanni Battista a Bassano.



SULLA RIFORMA FISCALE

PIANETA CASA

A cura di Orazio Schiavon

Rispetto al disegno di legge presentato dal Governo, il nuovo testo della riforma fiscale contiene, per quel che riguarda gli immobili, tre principali novità. La prima è l’eliminazione dell’automatico aumento della tassazione sui redditi da locazione abitativa (articolo 2). Nonostante la cosa non sia mai stata ammessa pubblicamente da promotori e sostenitori della riforma, il testo originario avrebbe inevitabilmente portato all’incremento della cedolare secca sugli affitti residenziali, considerata la volontà di impostare un’unica aliquota alternativa all’Irpef per i redditi finanziari e immobiliari, ipotizzata nel 23 o nel 26 per cento (le attuali percentuali della cedolare sono del 21 e del 10). Si tratta di un miglioramento importante. Ciò che va fatto, ora, è rimuovere la discriminazione nei confronti dei redditi da locazione a uso diverso dall’abitativo, per i quali pure va concessa la possibilità di optare per l’imposta sostitutiva, anche al fine di ridare fiato al commercio e di restituire decoro e sicurezza alle nostre città. La seconda novità è la nuova impostazione della revisione catastale (comma 2 dell’articolo 6) che, opportunamente, non dispone più l’attribuzione alle unità immobiliari di un valore patrimoniale ma prevede il criterio reddituale, pur in parte impropriamente derivando il reddito dal valore e con il pericoloso inserimento

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

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Il decreto aiuti bis sia, finalmente, lo strumento per far ripartire il meccanismo della cessione del credito riguardante gli incentivi per interventi sugli immobili, tra i quali il superbonus 110 per cento. Senza una norma che chiarisca definitivamente che i cessionari (almeno quelli successivi al primo) non incorrono in alcuna responsabilità, i crediti finora acquisiti non potranno liberamente circolare e, conseguentemente, proprietari e condominii non troveranno sul mercato imprese disposte ad avviare, e in alcuni casi

di una non meglio precisata “consultazione” della banca dati Omi (l’Osservatorio sul mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate): una banca dati che contiene, secondo quanto dichiarato dalla stessa Agenzia, “indicazioni di valore di larga massima” su compravendite e locazioni, che non si comprende che cosa abbiano a che vedere col catasto. L’ideale, va ribadito, sarebbe stato il mantenimento del solo comma 1 dell’articolo 6, quello che riguarda le regolarizzazioni catastali, ma Palazzo Chigi ha preteso che la delega comprendesse anche la revisione, insistendo nella forzatura compiuta già all’atto della presentazione del disegno di legge, il cui contenuto è in contrasto con la volontà espressa dal Parlamento nel giugno del 2021 proprio per via dell’inclusione della parte sul catasto. La terza novità è l’introduzione della “tutela del bene casa” nella norma riguardante il riordino delle cosiddette tax expenditures, vale a dire le deduzioni e le detrazioni Irpef (articolo 2). Si tratta di un principio importante, considerata la rilevanza che da un quarto di secolo hanno gli incentivi per gli interventi sugli immobili (dalla detrazione del 36% istituita nel 1997 al superbonus 110% introdotto nel 2020) e il fondamentale ruolo svolto anche da altre tipologie di deduzioni e detrazioni (interessi sui mutui, spese per restauro di im-

anche a proseguire, i lavori. Confedilizia invita Parlamento e Governo a varare modifiche realmente indirizzate a riavviare il sistema dell’acquisto dei crediti e nel contempo a contenere il contenzioso che potrebbe sorgere non solo tra i diretti interessati ma anche con l’Agenzia delle entrate. Negli ultimi mesi si è assistito a una serie di interventi normativi che hanno completamente ingessato il mercato della cessione del credito e le recenti aperture introdotte in favore delle banche, con riguardo ai crediti da esse acquisiti, non hanno sortito grande effetto. Per questo è necessario

mobili storico-artistici, ecc.). Naturalmente, al di là del “paletto” inserito nella delega, si tratterà poi di fare delle scelte di prospettiva e impostare un sistema di incentivi stabile ed equilibrato, sul quale peserà l’imminente approvazione della direttiva Ue sulle prestazioni energetiche nell’edilizia: se essa dovesse prevedere, come è nel testo approvato dalla Commissione, l’obbligo generalizzato di adeguare gli immobili a determinati standard energetici, la domanda da farsi è: chi paga? In attesa dell’esame del disegno di legge, sperabilmente non solo formale, da parte dell’Aula della Camera e di Commissioni e Aula del Senato, rimane il problema di fondo. Pensare a una riforma fiscale, per di più a fine legislatura e sotto forma di delega, con una maggioranza che va dalla Lega a Leu, è un controsenso. E la vaghezza, e la conseguente pericolosità, dell’articolato all’esame del Parlamento ne è la riprova. Come noto, in caso di legge delega le disposizioni direttamente incidenti su cittadini e imprese si hanno con i decreti delegati, che sono di fatto privi di controllo parlamentare. Se a predisporli è un Governo con una maggioranza così anomala, non vedere rischi è nascondersi la realtà. Giorgio Spaziani Testa Presidente Confedilizia (17 giugno 2022)

che si intervenga in modo risolutivo, anche eliminando il numero limitato di cessioni possibili, così consentendo agli istituti cessionari di liquidare i crediti che hanno accumulato, in modo da poter tornare sul mercato. La realtà è che, per arginare il rischio frodi, si è di fatto soffocato un sistema che aveva mostrato di funzionare e che stava portando a un’importante riqualificazione e messa in sicurezza del patrimonio edilizio privato. Ma ora, se non si inverte la rotta, si rischia di affossare completamente ogni residua aspettativa di rilancio dell’economia legata all’immobiliare.



Nel 2022, oltre a quello (arcinoto) di Canova...

UN CENTENARIO ANCHE PER LEANDRO BASSANO

I NOSTRI TESORI

di Claudia Caramanna

Fotografie: Fulvio Bicego, Archivio Editrice Artistica

Figlio di Jacopo, ottenne grande successo nell’ambiente veneziano e in quello internazionale. Cavaliere di San Marco, titolo conferitogli dal doge Marino Grimani, sarà ricordato attraverso il restauro della Pala del Rosario, in Duomo a Bassano. Un merito indiscutibile di alcuni privati che, in accordo con la Parrocchia di Santa Maria in Colle e la Soprintendenza, hanno deciso generosamente di sostenere il delicato intervento di recupero.

In questo momento l’attenzione è tutta per Canova, ma il 2022 è un anno importante anche per altre ricorrenze. Se nello scorso numero di Bassano News i lettori hanno trovato un ricordo del primo centenario della nascita dello scultore Danilo Andreose e nelle pagine precedenti di questo

Sotto, a destra Leandro Bassano, Autoritratto, olio su tela, cm 61x49. Firenze, Galleria degli Uffizi, c. 1610.

La Madonna del Rosario nelle parole di Ridolfi “Habbiamo anco di più veduto nella Parocchiale del Castel Superiore di Bassano la tela del Rosario con numero d’Angeli, che dispensano corone e rose a’ divoti della Vergine, trà quali sono tolti dal naturale il Doge Marin Grimano, la Dogaressa sua moglie, il Padre del medesimo Cavaliere e la Moglie, & alcuni de’ Confrati”. Carlo Ridolfi, Le Maraviglie dell’Arte, 2 voll., Venezia, Presso Gio: Battista Sgava, 1648.

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numero si sono già segnalati i duecento anni dalla morte di Francesco Vancolani, ora si vogliono rammentare anche i quattro secoli dalla scomparsa di Leandro Bassano. Terzo tra i figli maschi di Jacopo e anch’egli pittore come il nonno, il padre, i fratelli, nacque in città il 10 giugno 1557 e poi si trasferì a Venezia nel 1588, dove morì il 15 aprile 1622. La fonte principale di informazioni sull’artista è la biografia che gli dedicò Carlo Ridolfi ne Le Maraviglie dell’Arte (1648), considerandolo tra gli eredi più dotati di Jacopo insieme con Francesco. Lo scrittore ne sottolinea la grande maestria nell’arte del ritratto e mette in evidenza come, attraverso tale abilità, fosse riuscito a inserirsi

nell’ambiente veneziano e internazionale. Individua il momento cruciale della sua carriera nella investitura a Cavaliere di San Marco concessagli dal doge Marino Grimani, attraverso la quale acquisì uno status elevato nella società del tempo. Di “humor malenconico” ma amante della musica e molto prodigo, non badava a spese per imbandire la tavola e arredare la casa, che era frequentata “da molti Signori”. Vestiva lussuosamente e, quando usciva, ostentava la collana d’oro con la medaglia di San Marco. Si faceva seguire, inoltre, da un corteo di aiutanti, uno dei quali aveva il compito di reggergli la spada dorata, mentre a un altro era affidata l’agenda per rammentargli i numerosi impegni. L’onorificenza ne cambiò lo stile di vita, ma anche le caratteristiche della firma, nella quale fu inserita molto spesso la parola “Eques”, ovvero Cavaliere. Per limitarsi ad alcune opere conservate nel Museo Civico di Bassano, si pensi al Matrimonio mistico di santa Caterina (inv. 33), già nella chiesa cittadina di Santa Caterina, e alla Madonna con il Bambino e i santi Francesco e Chiara d’Assisi (dep. 71), proveniente da Santa Chiara a Castelfranco Veneto, che sono entrambe firmate con il riferimento al titolo. Altrettanto accade nei due dipinti realizzati per il duomo di Santa Maria in Colle a Bassano: il Martirio di santo Stefano, su cui si legge “LEANDER BASS. / EQU. F.AT”, e la Trinità con Cristo risorto, la Madonna del Rosario, angeli e devoti, noto come Madonna del Rosario, che reca la firma


I NOSTRI TESORI

leggibile in chiesa a causa della disagevole collocazione. Osservare a distanza ravvicinata i devoti ai piedi della Trinità, per esempio, ha permesso di capire che tra la folla figurano molti più ritratti rispetto a quanti ne citi Ridolfi. Al doge Marino Grimani, a sua moglie Morosina Morosini, a Jacopo Bassano e a Cornelia Gosetti, moglie di Leandro, che sono menzionati dal biografo, si aggiungono molti altri volti caratterizzati ancora in cerca di identità, a partire dall’autoritratto dello stesso pittore che si riconosce nell’uomo con baffi e pizzetto alla sinistra di Jacopo Bassano. Momenti finali del lungo percorso di valorizza-

“LEANDER A PONTE / BASS.IS EQUES / F.” Come è stato già raccontato, il secondo dipinto da mesi è oggetto di restauro. Si tratta della fase finale della sistemazione complessiva dell’altare del Santissimo Rosario in cui è ospitato, che è iniziata nel 2020 per i trecento anni della scomparsa di Orazio Marinali. Ormai alle battute finali, l’intervento sulla tela ha

dato nuova forza al supporto attraverso la foderatura e nuovo smalto ai colori grazie alla rimozione dello strato di vernice alterata che ne offuscava la superficie. Lo spostamento temporaneo dall’abituale collocazione in duomo ha reso possibile, inoltre, ispezionarne zone marginali di solito coperte dalla cornice marmorea e iniziare a studiarne la complessa iconografia, poco

A sinistra Leandro Bassano, Trinità con Cristo risorto, la Madonna del Rosario, angeli e devoti, olio su tela, cm 206,5 x 386,5. Bassano del Grappa, Duomo di Santa Maria in Colle, post 1595. Nella pagina a fianco in alto Particolare della pala con i ritratti di Francesco (a sinistra), Jacopo (al centro) e con l’autoritratto di Leandro (a destra).

zione dell’altare iniziato due anni fa, il restauro e lo studio in corso della tela rappresentano la conclusione di una lunga avventura che ha visto unite le forze del territorio, e non solo, attorno a un importante monumento cittadino e che, cadendo nel 2022, rappresenterà anche la celebrazione più importante dell’arte di Leandro nel quarto centenario della sua scomparsa.

Qui sopra, da sinistra Alcuni protagonisti, fra sostenitori e tecnici, del recupero della pala: Chiara Zironi, Fulvio Bicego, Antonella Martinato, Andrea Minchio, Cristina Raga e Davide Bussolari nel laboratorio di restauro Artemisia, lo scorso mese di giugno.

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Aprirà il 15 ottobre, al Museo Civico, l’attesissima mostra...

IO, CANOVA. GENIO EUROPEO

EVENTI

di Antonio Minchio

Ciò che mi rende più impaziente è vedere l’effetto che l’opera produrrà sulle anime del pubblico.

Curato da Giuseppe Pavanello e da Mario Guderzo, con il coordinamento scientifico di Barbara Guidi, l’evento approfondisce aspetti finora mai trattati nell’ambito di un’esposizione.

Antonio Canova

Antonio Canova, Autoritratto, gesso, 1812. Bassano, Museo Civico. Sul testo Antonio Canova, Endimione dormiente, gesso su base di legno, particolare, 1819. Ravenna, Accademia di Belle Arti. Si ringraziano i Musei Civici di Bassano per la concessione delle fotografie.

CANOVA, artefice del rientro in Italia delle opere trafugate dai francesi Nel 1815 Ercole Consalvi, segretario di Stato dalla Santa Sede, affidò a Canova il compito di recuperare le opere trafugate dai francesi. Nonostante le accese opposizioni che lo scultore incontrò - e l’ansia che la missione a Parigi comportava -, l’artista seppe giocare d’astuzia e diplomazia. Così, mentre Dominique Vivant Denon (direttore del Louvre dal 1802) difendeva il bottino bellico con le unghie e con i denti, Canova trovò il sostegno di Hamilton, sottosegretario del Ministro degli Esteri britannico, di Wellington (trionfale vincitore a Waterloo) e del principe di Metternich, cancelliere austriaco. Scortato da un drappello di soldati austriaci e prussiani, egli fece incursione al Louvre recuperando buona parte delle opere indebitamente sottratte. Il 25 ottobre 1815 un convoglio di 41 carri trainati da 200 cavalli con 249 opere lasciò Parigi per raggiungere varie destinazioni in Italia. Nella mostra di Bassano l’impresa è testimoniata dal calco in gesso del Laocoonte dei Musei Vaticani, dalla Deposizione di Paolo Veronese, dalla Fortuna con una corona di Guido Reni e dall’Assunzione della Vergine di Agostino Carracci.

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Sicuramente la nostra città, al pari di alcune grandi capitali europee, può essere ritenuta uno dei luoghi più rappresentativi per la conoscenza del possagnese Antonio Canova (1757-1822), assurto ai massimi traguardi dell’arte mondiale. Furono infatti molti i rapporti che egli trattenne con i bassanesi: uno per tutti, con l’incisore Giovanni Volpato (nato in borgo Angarano), che a Roma lo accolse come un figlio. È dunque assolutamente logico e opportuno che proprio qui, ai piedi del Grappa, si concludano le celebrazioni ufficiali per i duecento anni della sua morte con un’ampia e originale mostra. Un autentico evento, in calendario dal 15 ottobre al 26 febbraio ’23 al Museo Civico, che restituirà un’immagine inedita dello scultore, svelandone le diverse sfaccettature: l’artista e il collezionista, certo, ma anche il protettore delle arti e perfino il diplomatico. Insomma, la personalità di un uomo che incise a fondo nel panorama culturale e politico fra Sette e

Ottocento. Un’epoca di grandi stravolgimenti, tra rivoluzioni e guerre che cambiarono il volto dell’Europa. Grazie a un’espressione artistica in equilibrio tra reale e ideale, avvicinando l’uomo al mito Canova puntava a ispirare azioni e sentimenti di armonia e pace: una speranza per il futuro! Curata da Giuseppe Pavanello e da Mario Guderzo, con il coordinamento scientifico di Barbara Guidi, la mostra Io, Canova. Genio europeo si colloca sotto l’egida del “Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario della morte di Antonio Canova” e approfondisce alcuni aspetti finora mai trattati nell’ambito di una rassegna, quali la formazione, la maturazione artistica e la partecipazione attiva alle vicende della storia europea e mondiale del tempo. Un racconto per immagini, che al patrimonio artistico e documentario presente a Bassano (dove si conserva uno dei fondi più ampi e rilevanti al mondo per lo studio del grande

scultore) affianca importanti prestiti nazionali e internazionali: fra questi, pure il marmo della principessa Leopoldina Esterhazy Liechtenstein, il gesso della Religione dei Musei Vaticani, il gruppo di Marte e Venere per Giorgio IV d’Inghilterra... Non mancano poi opere che evocano le frequentazioni di Canova e il contesto nel quale si trovò a vivere e operare: il Ritratto del Senatore Abbondio Rezzonico di Pompeo Batoni, il Ritratto di Maria Cristina d’Asburgo Lorena di Giovanni Battista Lampi, i bei dipinti di Tiepolo, Ercole de’ Roberti e Moretto da Brescia appartenuti allo scultore. O come i capolavori di Paolo Veronese, Ludovico Carracci e Guido Reni, che egli stesso riportò in Italia nel 1815 grazie a una coraggiosa missione diplomatica. In totale la mostra proporrà ai visitatori la bellezza di circa 150 opere, tra sculture, dipinti, disegni e documenti, provenienti da collezioni pubbliche e private italiane ed europee.



Accolto trionfalmente da una folla oceanica, l’artista giunse nella sua Possagno l’11 luglio 1819

CANOVA 200

Canova e il Tempio di Possagno La posa della Prima Pietra

di Stefano Mossolin

Voi vedete quindi che la chiesa da edificarsi non avrà nulla nella sua essenza che non sia antico.

I lavori terminarono nel 1830, anno in cui l’edificio fu benedetto. Il monumento costituisce una immortale testimonianza, oltre che del suo genio, del legame tra l’artista e il paese natale.

Antonio Canova (a Giannantonio Selva)

Canova perse così non solo una persona cara, ma anche l’architetto che avrebbe potuto fornirgli altri consigli preziosi, tanto a livello progettuale quanto esecutivo. Successivamente poté comunque avvalersi dell’aiuto degli architetti Pietro Bosio e Antonio Diedo.

A fianco Johann Anton Pock, Canova pone la Prima Pietra per la costruzione del Tempio di Possagno, olio su tela, 1819. Parma, Museo Glauco Lombardi.

Sotto, dall’alto verso il basso G. Terrazzoni, da disegni di G. Luciolli, Il Sacro Tempio eretto dal Marchese Antonio Canova, pianta, prospetto e sezione, acquantinte, 1824 circa. Raccolta privata.

* Lettere familiari inedite di Antonio Canova e di Giannantonio Selva, dal Premiato Stabilimento di G. Antonelli. Venezia, 1835, p.87.

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Sebbene il destino avesse portato Canova a trascorrere la maggior parte della vita lontano dalla sua Possagno, l’artista mantenne sempre un istintivo e fortissimo attacamento alla casa in cui era stato cresciuto dai nonni Caterina e Pasino, e al paese in cui aveva vissuto l’infanzia. Divenuto molto ricco in età matura, egli avvertì l’esigenza di sostenere con diverse azioni di carattere filantropico la comunità dalla quale proveniva. Con il ricavato della statua delle Tre Grazie (1812-1816), per esempio, istituì un fondo allo scopo di assegnare ogni anno tre doti ad altrettantre ragazze povere del paese, affinché non fosse loro preclusa l’opportunità di sposarsi. Tuttavia il gesto più significativo e generoso che egli compì a favore delle sue genti fu quello di progettare e finanziare la nuova chiesa parrocchiale, oggi conosciuta come Tempio Canoviano. Nell’agosto del 1818 l’artista, in una lettera all’amico Giannantonio Selva scrisse che da tempo la comunità di Possagno gli chiedeva se fosse disposto a dare un contributo per i lavori di sistemazione della vecchia

chiesa parrocchiale. E che, a fronte della difficile situazione dell’edificio, molto compromesso, s’era offerto di progettarne uno di nuovo provvedendo anche alle spese di costruzione. Poneva però la condizione che la comunità fornisse “gratuitamente la calce, i sassi e i macieri”*. Lo scultore chiedeva inoltre a Selva (noto per essere l’autore della Fenice di Venezia) di consigliarlo con la sua autorevole opinione di architetto. Tale progetto rappresentava per Canova non solo l’occasione di conferire alla comunità un dono prezioso, ma anche un riscatto morale, dato che il modello della Religione realizzato l’anno precedente era stato rifiutato dalla curia. E poi si trattava per lui di un autentico cimento, poiché lo scultore pensava a una costruzione che risultasse una sorta di connubio tra il tempio greco e il Pantheon di Marco Agrippa. Selva non si limitò ai buoni consigli, ma si adoperò pure per la scelta e l’ottenimento del terreno, riuscendo ad avere dalle autorità austriache la concessione per l’area: fu l’ultimo favore che egli fece all’amico, poiché morì poco dopo, nel gennaio del 1819.

Domenica 11 luglio 1819 l’artista giunse a Possagno, accolto da una folla oceanica: la gente era accorsa anche dai paesi limitrofi per assistere allo storico evento. E pure in quella circostanza egli diede prova della sua sensibilità disponendo che, a proprie spese, fossero imbandite mense pubbliche: tutti avrebbero così avuto modo di fare festa! Dopo la messa, accompagnato dal parroco Andrea Bellis e da altri notabili, Canova prese parte alla processione, seguito da un’immensa massa popolare. Per l’occasione era stata allestita una tenda laddove sarebbero state poste le fondamenta del Tempio. La Prima Pietra fu posata dal parroco, la seconda dal conte Girolamo Onigo, “Regio Vicedelegato di Treviso”. Canova, nell’uniforme di Cavaliere dell’Ordine di Cristo (titolo al quale lo aveva elevato Pio VII), fu il terzo a compiere il gesto, ripreso dal pittore boemo Johann Anton Pock presente sulla scena. A queste “pose” seguirono quelle di molte altre personalità, tanto che la cerimonia iniziata alle dieci del mattino proseguì fino all’una del pomeriggio. Si inaugurava così un grande cantiere, che avrebbe impiegato una numerosa manovalanza di Possagno e dintorni. I lavori terminarono nel 1830, anno in cui il Tempio fu benedetto: un monumento che costituisce un’immortale testimonianza non solo del genio canoviano, ma anche del legame viscerale tra l’artista e la sua amata Possagno.



A proposito di “inversione genitoriale”...

IL COMPLESSO DI TELEMACO di Massimo Recalcati

LA LEZIONE DEL PASSATO

di Gianni Giolo

Dalle branche di Morte, e lagrimando, Telemaco, gli disse, amato lume, Venisti adunque! Io non avea più speme Di te veder, poiché volasti a Pilo.

Oggi molti genitori abdicano alla funzione di padri, si assimilano ai figli e rinunciano al peso dell’atto educativo. E la figura del figlio-genitore impone loro di modellarsi intorno alle proprie esigenze.

Odissea, XVI 28-31 [trad. Pindemonte]

A fianco, da sinistra a destra Angelika Kauffmann, La tristezza di Telemaco, olio su tela, 1783. New York, Metropolitan Museum of Art. Henri Lucien Doucet, L’incontro di Ulisse con Telemaco, olio su tela, 1880. Parigi, Musée des BeauxArts (Petit Palais).

Dalla cultura greca derivano il complesso di Edipo, di Elettra e di Narciso. Il primo consiste nel concetto, originariamente sviluppato nell’ambito della teoria psicoanalitica da Sigmund Freud, che ispirò anche Carl Gustav Jung (fu lui a descrivere il concetto e a coniare il termine “complesso”), per spiegare la maturazione del bambino attraverso l’identificazione col genitore del proprio sesso e il desiderio nei confronti del genitore del sesso opposto. Il secondo, il complesso di Elettra, è una sorta di analogo femminile del primo. Il complesso di Narciso, narrato da Ovidio, rappresenta l’incapacità di amare gli altri e di guardare solo a se stessi. Lo studio dello psicanalista Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, analizza

William Hamilton, Calipso accoglie Telemaco e Mentore nella grotta, olio su tela, 1791. Collezione privata.

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un fenomeno oggi in atto: il complesso dell’autorità genitoriale, secondo Recalcati, è tramontato, anzi per usare un suo termine “evaporizzato”, perché alla differenziazione generazionale si è sostituita l’inversione generazionale di figli che fanno i padri. Si fa riferimento a quei genitori che abdicano alla loro funzione di padri, si assimilano ai figli e rinunciano al peso dell’atto educativo. Oggi domina la figura del figlio-genitore che impone ai genitori di modellarsi intorno alle proprie esigenze. Oggi campeggia il complesso di Telemaco che nel canto XVI dell’Odissea dice: “Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”. Telemaco guarda il mare, scruta l’orizzonte, aspetta che arrivi la nave di suo padre che porti la

giustizia a Itaca. Secondo lo psicanalista anche le nuove generazioni “guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni”. Ma nel nostro tempo tornano padri fragili, vulnerabili, insicuri. I figli aspettano che tornino dal mare padri-testimoni, capaci di gesti, di scelte, di passioni, in grado di testimoniare ai figli che la vita ha un senso. Ulisse torna non solo per cacciare i Proci, ma per ristabilire l’autorità genitoriale sia nei confronti della moglie Penelope che in quelli del figlio Telemaco. In altre parole le nuove generazioni aspettano dai padri “la donazione della testimonianza che umanizza la vita”. Il che significa “trasmettere la fede nei confronti dell’avvenire, la fede verso la loro capacità di progettare il futuro”.



Nel 1982, alla cerimonia di assegnazione del Premio Nobel, Gabriel Garcia Màrquez lo definì un “fiorentino”

PRIMO PIANO

ANTONIO PIGAFETTA... ERA VICENTINO?

di Italo Francesco Baldo

Naturalmente sì. E allora? È probabile che il celebre scrittore messicano abbia confuso il criado di Ferdinando Magellano con il viaggiatore fiorentino Amerigo Vespucci, navigatore, esploratore e cartografo, colui che diede al “Mundus Novus” il nome di “America”.

Sabato, a sei de settembre 1522, intrassemo nella baia de San Lucar, se non disdotto uomini e la maggior parte infermi. Il resto, de sessanta che partissemo da Maluco, chi morse per fame, chi fuggitte nell’isola di Timor, e chi furono ammazzati per suoi delitti. Dal tempo che se partissemo de questa baia fin al giorno presente avevamo fatto quattordici mila e quattrocento e sessanta leghe e più, compiuto lo circolo del mondo, dal levante al ponente. Luni, a otto de settembre, buttassemo l’ancora appresso al molo de Siviglia e descaricassimo tutta l’artiglieria. el cavalier Antonio Pigafetta [1524]

Sopra, da sinistra verso destra Antonio Pigafetta, che fu Cavaliere di Rodi (oggi di Malta), in un disegno del XIX secolo, dal busto conservato al Museo Civico di Vicenza. La scoperta dello Stretto di Magellano in un’incisione della seconda metà dell’Ottocento, tratta da un dipinto di Oswald Walters Brierly.

Sopra Il particolare della Victoria, la caracca sulla quale Antonio Pigafetta concluse il suo viaggio di circumnavigazione del globo. L’immagine è tratta dalla mappa dell’Oceano Pacifico del cartografo fiammingo Abramo Ortelio (1589).

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Quest’anno, l’ 8 settembre, si celebrano i cinquecento anni del ritorno della spedizione ideata da Ferdinando Magellano che, con il concorso finanziario di Carlo I d’Asburgo, re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero, della Banca di Burgos (in realtà l’arcivescovo di Burgos), dei banchieri Fugger e Welser, di Cristóbal de Haro e di altri, aveva cercato un passaggio a sud-ovest per raggiungere le “isole delle spezie”, cioè le Molucche. La via ideata da Magellano teneva conto dell’impossibilità delle navi spagnole di raggiungere il sud-est asiatico costeggiando l’Africa. La ragione di ciò va ricercata nel trattato di Tordesillas del 7 giugno 1494, stipulato tra i re Ferdinando II d’Aragona, Isabella di Castiglia e Giovanni di Trastàmara (Giovanni d’Aragona, 1478-1497), principe delle Asturie (ereditario dei regni di Castiglia e di Aragona), e Giovanni II

del Portogallo, sotto il volere di papa Alessandro VI Borgia. Tale trattato intendeva porre fine alle contese coloniali tra Spagna e Portogallo, dopo la scoperta delle Americhe e l’espansione in oriente delle due potenze. Fu fissata una linea di delimitazione a circa duemila chilometri a ovest delle Isole di Capoverde: i territori situati a est di questa linea, conosciuti e sconosciuti, vennero attribuiti al Portogallo, quelli a ovest alla Spagna. Il trattato, che era stato preceduto dalla Bolla Inter Caetera del 4 maggio 1493 (sempre di papa Alessandro VI), non poneva però fine al contenzioso, che riguardava soprattutto le Isole Molucche e che ebbe termine solamente con la capitolazione di Saragozza, avvenuta nel 1529. L’intento di Magellano riuscì, anche a gran sacrificio di uomini e mezzi: delle cinque navi partite da Siviglia il 10 agosto 1519 solo la caracca Victoria tornò in

patria portando un buon carico di spezie, particolarmente chiodi di garofano, al porto di partenza. Sappiamo del viaggio grazie anche ad Antonio Pigafetta: vicentino? In realtà, in una recente edizione spagnola del testo pigafettiano, La primera vuelta al mundo. Relaciòn de la expediciòm de Magallanes y Elcano, a cura di Isabel de Riquer, pubblicata a Madrid da Alianza editorial, El libro de Bolsillo, nel 2019, p.19, leggiamo: “Antonio Pigafetta, un navegante florentino que acompañà a Magallanes en el primer viaje alrededor del mundo, escribìo a su paso per nuetra América meridional una crònica rigurosa que sin embargo parece una aventura de la imaginaciòn...”. Questa sorprendente notizia fu data da Gabriel Garcia Màrquez: “Ante el rey de Suecia y la familia real, la Academia Sueca, los premiados aquel año y los embajadores de todo el mundo,


Gabriel Garcia Màrquez recibìo el 8 diciembre de 1982 el Premio Nobel de Literatura. Abriò su discurso con un homenaje dedicado a Antonio Pigafetta y a su libro breve y afascinante, en el cual ya se vislumbran los germanos de nuestras novelas de hoy” (“L’8 dicembre 1982 Gabriel Garcia Màrquez ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura alla presenza del re di Svezia e della famiglia reale, dell’Accademia di Svezia, dei vincitori del premio di quell’anno e degli ambasciatori di tutto il mondo. Ha aperto il suo intervento con un omaggio dedicato ad Antonio Pigafetta e al suo breve e affascinante libro, in cui si intravedono già i tedeschi dei romanzi di oggi”). L’inizio del discorso di Marquez fu però questo: “Antonio Pigafetta, un navigatore fiorentino che accompagnò Magellano nel primo viaggio attorno al mondo, scrisse - al suo passaggio per la nostra America meridionale una cronaca rigorosa che tuttavia sembra un’avventura dell’immaginazione. Raccontò di aver visto maiali con l’ombelico sul dorso, e alcuni uccelli senza zampe, le cui femmine covavano sulle spalle del maschio, e altri simili a pellicani senza lingua i cui becchi sembravano cucchiai. Raccontò che aveva visto un animale con testa e orecchie di mula, corpo di cammello, zampe di cervo e nitrito di cavallo. Raccontò che al primo indigeno che incontrarono in Patagonia mostrarono uno specchio, e che quel gigante eccitato perse l’uso della ragione per la paura della propria immagine”. In realtà un ricordo e nulla più, ma resta quel “navegante florentino”... Sembra davvero strano che lo scrittore colombiano naturalizzato messicano non sapesse che Antonio Pigafetta non solo non

era “fiorentino”, ma neppure “navigante”. Nella spedizione “MagellanoElcano” (così come è definito il viaggio dagli spagnoli per il fatto che Magellano fu ucciso nel corso della missione, portata poi a termine dal castigliano Juan Sebastián Elcano con la nave Victoria), Antonio Pigafetta era sovrasaliente/criado, cioè soprannumerario e uomo di fiducia di Magellano, che il vicentino ebbe modo di apprezzare (a differenza di Elcano). A dire il vero, di Antonio Pigafetta e della sua vita - e soprattutto della sua scomparsa - abbiamo poche notizie e fa ancora fede il testo di Antonio Ciscato, Antonio Pigafetta viaggiatore vicentino del secolo XVI. Note biografiche (Vicenza, Stab, Tipografia Fratelli Giulian, 1898). Tuttavia da diverse altre fonti sappiamo che era anche chiamato “Antonio Lombardo”, ma la ragione di questo cognome non è nota. Che fosse “vicentino” lo desumiamo sia dal fatto che era del seguito del vicentino Francesco Chiericati, protonotario apostolico e nunzio alla corte di re Carlo nel 1519. Ma anche da una notizia, dataci da Pietro Pomponazzi che, nel marzo del 1523, indica di aver ricevuto una lettera da un amico vicentino, identificato come Antonio Pigafetta dallo studioso Bruno Nardi. Ma più ancora fa fede della “vicentinità” di Pigafetta la richiesta al Senato veneziano (formulata nell’agosto del 1524) del privilegio di stampa per la sua relazione. Il vicentino era in realtà già stato a Venezia il 7 novembre 1523 e nella sala del Gran Consiglio, al medesimo, aveva narrato le vicende del viaggio, come scrive Marin Sanuto nei suoi Diarii: “Vene in Colegio uno vicentino nominato il cavalier errante ferier di Rhodi, qual è stato tre anni in India per veder, et riferite a

PRIMO PIANO

bocha di quelle cosse, che tutto il colegio stete con grande atention ad aldirlo; et disse mezo il viazo... et da poi disnar fo dal doxe et riferite zercha quelle cosse longamente, sì che soa Serenità e tutti chi l’adite rimaneva stupefati di quelle cosse sono in India”. Infine possediamo una lettera di Francesco Chiericati alla marchesa di Mantova Isabella d’Este (del 10 gennaio 1523), nella quale egli scrive: “Spero che fra pochi giorni V. Eccellenza avrà grande spasso e passatempo in sentire quel mio servitore (vicentino) che venuto dal circuito di tutto il mondo, raccontare tutte quelle grandi et admirande cose che ha visto e scritto per quel viaggio”. Nell’autunno in un’altra lettera aveva scritto, sempre a Mantova: “Le significo che il mio servitore vicentino, che mandai di Spagna in India, è ritornato in Spagna ricchissimo con le più magne et ampie cose del mondo. Et ha portato uno Itinerario dal giorno che partì di Spagna fino a quello del suo ritorno, che è cosa divina”. Tutto ciò taglia la testa al toro: Antonio Pigafetta è vicentino! Probabilmente Marquez deve averlo confuso con il viaggiatore fiorentino Amerigo Vespucci (Firenze, 9 marzo 1454 - Siviglia, 22 febbraio 1512), navigatore, esploratore e cartografo, colui che diede al “Mundus Novus” il nome di “America”. Peraltro fu il cartografo tedesco Martin Waldseemüller a usare l’espressione“America” al femminile, dal nome latinizzato Americus Vespucius, per indicare il nuovo continente in una mappa del 1507, contenuta nella Cosmographiae Introductio. Waldseemüller ritenne che l’appellativo si riferisse alle terre toccate dalle esplorazioni del Vespucci. Viva quindi Antonio Pigafetta… vicentino doc!

Ignoto, Ritratto di Ferdinando Magellano, olio su tela, inizi secolo XVII. Newport News, The Mariners’ Museum.

Gabriel García Márquez (Aracataca, 1927 - Città del Messico, 2014), autore di Cent’anni di solitudine (1967), è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1982.

Qui sotto Jodocus Hondius il Vecchio, Mappa dello stretto di Magellano, 1628 c.

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Quali le conseguenze a medio e a lungo termine?

AFFLATUS

Effetti neuropsicologici del Neurocovid: una realtà silenziosa e ancora poco conosciuta

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Gli studi più recenti evidenziano determinate sintomatologie. Vediamo di conoscerle da vicino.

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Chi perde la sua individualità perde tutto. Mahatma Gandhi

Nessun uomo entra mai due volte

nello stesso fiume, perché il fiume non è mai lo stesso, ed egli non è lo stesso uomo. Eraclito

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Annibale da Bassano, 14 int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 e 14.30/17.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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Una letteratura scientifica sempre più ampia a livello internazionale sta determinando con maggiore definizione quali sono gli effetti neuropsicologici determinati dall’infezione da Covid-19. È ormai chiaro che alcuni sintomi neurologici permangano oltre le 6-12 settimane dalla conclusione dell’infezione, anche nei casi nei quali non vi siano state situazioni di particolare gravità a carico del sistema respiratorio o cardiaco. Vengono segnalati problemi di memoria, attenzione e velocità di elaborazione delle informazioni (Fotuhi M. e coll., 2020; Kumar S. e coll., 2021), come cambiamenti di personalità, nel comportamento, nella cognizione o nella coscienza, spesso, ma non necessariamente, uniti a un alto livello di sintomi da stress post traumatico e a un livello significativamente alto di sintomi depressivi. Nella fase post malattia, la prevalenza del disturbo post traumatico da stress sembra essere intorno al 32%. Come reagisce una persona alla persistenza di stanchezza, difficoltà di concentrazione, difficoltà di memoria a breve termine, difficoltà nel concludere i compiti iniziati... ecc..., quando prima queste azioni erano assolutamente date per scontate e perfette e permettevano sia una vita normale sia una capacità produttiva nella norma di quella persona? Sicuramente ai sintomi di cui sopra, per i quali è necessaria una valutazione neuropsicologica e un trattamento riabilitativo neuropsicologico mirato, che porta velocemente al recupero di gran parte della funzionalità cognitiva, si devono aggiungere stati di ansia, di insicurezza, di perdita di riferimenti sicuri. Tali situazioni possono comportare anche reazioni comportamentali e prese di decisioni basate più sull’impulsività e sulla paura nell’affrontare un cambiamento di sé non compreso

e non definito, non sentendosi più in grado di affrontare la complessità delle proprie mansioni oppure della vita stessa. La pandemia ha avuto un impatto psicologico molto importante su tutti noi, cambiando la nostra visione del mondo e il nostro senso di sicurezza e di prevedibilità. Gli effetti di questi cambiamenti psicologici si vedranno nelle scelte attuali e a medio/lungo termine anche sotto forma di cambiamento di valori di vita, magari in senso positivo, con una ricerca di ritmi diversi, di un equilibrio vita lavorativa-vita familiare differente, e una ridefinizione personale dei propri obiettivi futuri. È oltremodo importante, comunque, che queste scelte e queste visioni del mondo appoggino su una piena consapevolezza delle proprie potenzialità e non sulla mancata conoscenza di difficoltà reali neuropsicologiche facilmente risolvibili in tutto o in gran parte. Siamo infatti esseri umani e dunque difficilmente possiamo scindere componenti fisiche da componenti psichiche motivazionali relazionali sociali ecc. e sulla percezione di noi stessi e degli eventi costruiamo l’immagine di noi stessi e le nostre stesse credenze e convinzioni! Se guardiamo ai dati più recenti delle review scientifiche sull’argomento (Dressing, Bormann e al., 2021), i sintomi neurocognitivi cronici dopo l’infezione rilevati in studi condotti in vari Paesi sono: - nebbia cerebrale; - perdita della vigilanza, cioè della capacità di sostenere l’attenzione per eventi rari (Zhao, Shibata e altri, 2022); - perdita di memoria verbale o visuo-spaziale (18-40%); - problemi di attenzione (16-34%); - affaticamento (60-70%); - difficoltà nel trovare le parole; - difficoltà a carico delle funzioni esecutive, quali pianificazione, decisione, gestione della complessità

nell’accesso e nell’utilizzo di informazioni già acquisite e presenti in memoria (Voruz e al., 2021); - difficoltà nell’eseguire più compiti in contemporanea; - difficoltà a livello della memoria episodica (ovvero nel ricordare quando e/o dove è accaduta tutta una serie di eventi); - deficit di vigilanza e motivazione; - anomalie nel sonno.

E al lavoro? Gli studi più recenti e più ricchi di casi studiati riportano un affaticamento nel corso di un compito che richiede attenzione e impegno, affaticamento che compare anche dopo solo nove minuti (Zhao, Shibata, 2022)! Già i primi studi del 2021 riportavano come nel 39% dei pazienti analizzati si rilevava una disabilità rilevante sul lavoro a causa di questi sintomi. L’urgenza dunque di intervenire su chi presenta i sintomi segnalati precedentemente è oltremodo importante perché la persona che si sente rasserenata per aver superato l’infezione da Covid-19 potrebbe non ritrovare più se stessa competente o con lo stesso carattere o tono dell’umore precedente all’infezione. Ciò potrebbe essere scambiato facilmente come una normale conseguenza a uno stato di pandemia e di stress acuto, ma l’incidenza delle problematiche neuropsicologiche e potrebbe essere un ulteriore fattore di rischio per problematiche legate al tono dell’umore e a stati di ansia e stress prolungati nel tempo, comportando, quest’ultimi, sindromi da stress cronico che la psico-neuro-endocrino-immunologia segnala essere poi causa di ulteriori difficoltà a carico del sistema immunitario o della capacità in genere di reagire in maniera ottimale a nuove situazioni complesse che la vita può presentare.




Con il marito Sandro Scrimin ha animato (e sostenuto) il mondo della cultura, dell’arte e del sociale nella nostra città

OMAGGIO

IL DEBITO DI BASSANO VERSO BRUNA SCRIMIN

di Andrea Minchio

Scomparsa ad agosto, è stata un esempio luminoso anche per l’universo femminile, che dal suo operato può continuare a trarre insegnamenti preziosi e sempre attuali. Nella storica libreria, così come nella frequentatissima galleria d’arte, ha impresso la sua straordinaria e affascinante personalità.

Salvaguardate il vostro diritto di pensare, perché anche pensare male è meglio di non pensare affatto. Ipazia di Alessandria

A fianco, da sinistra verso destra Bruna Pellizzari Scrimin, giovanissima, nel 1950 e, in libreria, con l’editrice Inge Feltrinelli nel 1988. Qui sotto Con Enzo Biagi, assieme all’amica Elide Bellotti e al marito Sandro.

Lo scorso agosto ci ha lasciati Bruna Pellizzari Scrimin. Un colpo al cuore per il mondo della cultura, del quale è stata un’indiscussa protagonista a Bassano e nel nostro Veneto. Una figura straordinaria, la sua, vero “monumento cittadino”, come ha efficacemente affermato più di qualcuno. Animata, nella sua figura esile e minuta, da un temperamento vivace, vigoroso, volitivo e tenace, con il marito Sandro (scomparso qualche anno fa) ha scritto la storia della città. In ogni ambito: nella cultura e nel sociale, certo, ma anche nell’imprenditoria, grazie a uno spirito intraprendente e illuminato. In molti la ricordano nella sua bella libreria, la libreria per antonomasia a Bassano, dapprima nella sede di via Roma e poi in quella di piazza Garibaldi. Dinamica, pronta, preparata, acuta, lo sguardo intenso. Sempre. E poi nella Galleria, luogo della cultura e degli incontri, del sapere

e del divulgare, dell’arte e della creatività. Spazio civico per eccellenza, valore aggiunto pure per le istituzioni, anticipate spesso nei programmi grazie a iniziative al passo con i tempi e fortemente coinvolgenti. Nei locali di via Vendramini Bruna ha ospitato decine e decine di incontri del Cenacolo, accogliendo con Chiara Ferronato scrittori, poeti, filosofi, cantanti, musicisti, pensatori... Animatrice sollecita e premurosa al fianco di Sandro, silenziosa al punto giusto, pronta a intervenire con parole sempre ponderate, a volte anche con qualche battuta: un umorismo, il suo, intelligente e acuto, spesso accompagnato da una benevola ironia. Ma Bruna si è distinta anche, e in modo determinante, in seno alla Cooperativa Avvenire, della quale è stata fondatrice e attiva presidente: una presenza a dir poco basilare, essenziale. Dopo la perdita di Sandro, ha saputo tenere viva quella solida

tradizione di buon gusto e di sobrietà che ha sempre accompagnato le loro azioni. E della quale, in quest’epoca urlata e spesso sguaiata, avvertiamo fortemente la mancanza. Una Weltanschauung, quella di Bruna e Sandro, improntata anche a una concezione cristiana liberale e progressista, aperta dunque a istanze e sollecitazioni rinnovatrici.

È grande, quindi, intenso e soprattutto comune a ogni nostro concittadino il sentimento di gratitudine che Bassano prova nei confronti di Bruna. Un esempio pure per l’universo femminile, così spesso sotto attacco in questi tempi, che dal suo operato può trarre fior di insegnamenti... Per chi scrive, Bruna e Sandro sono stati degli autentici maestri, persone alle quali deve moltissimo. Tanto sul piano umano quanto su quello professionale. E dir loro grazie, con tutto il cuore, è davvero ancora troppo poco.

Sotto Bruna Pellizzari Scrimin, nel 1984 in libreria, posa con bambini e ragazzi dietro al Portale del club dei curiosi.

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Dall’analisi “tecnica” dell’affresco dedicato all’edificazione dell’Abbazia di San Nilo emergono particolari significativi...

FOCUS

San Bartolomeo il Giovane, patrono della sicurezza nei cantieri?

di Fabio Abbruzzese

È fondamentale garantire adeguate tutele agli operatori del settore: ecco, in estrema sintesi, un messaggio che si può ricavare osservando la grande opera del Domenichino all’interno della Cappella Farnese a Grottaferrata. Dettagli importanti, che meritano la giusta attenzione.

Il lavoro è misura di libertà, di dignità, rappresenta il contributo alla comunità. È strumento di realizzazione di diritti sociali. È motore di rimozione delle disuguaglianze, tema essenziale dopo la pandemia che le ha aggravate e ne ha create di nuove. Premessa di tutto è la sicurezza sul lavoro.

Sergio Mattarella [1 maggio 2022]

Sopra, da sinistra verso destra Giovanni Corner, Domenico Zampieri detto Domenichino, incisione dall’autoritratto del pittore, sec. XVIII. Domenichino, Edificazione dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata, affresco, 1608-’10. Grottaferrata, Abbazia di Santa Maria, Cappella Farnese. Qui sotto Domenichino, Ritratto di Monsignor Giovanni Battista Agucchi, olio su tela, 1602. York Art Gallery.

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Qualche mese fa ho avuto l’opportunità di ammirare, a Grottaferrata vicino a Roma, l’Abbazia di San Nilo. La visita è stata particolarmente interessante perché ha riservato una vera sorpresa: la Cappella Farnese, affrescata dal Domenichino (Domenico Zampieri, Bologna, 1581 - Napoli, 1641). Una splendida opera pittorica, che si rivela preziosa perché costituisce anche un’importante fonte documentale non solo sull’edificazione dell’abbazia, ma pure sulle problematiche inerenti la sicurezza nei cantieri. La struttura originaria della chiesa risale al 1004. Nel 1930 è stata restaurata mantenendo inalterata la facciata esterna, con il rosone e le finestre in marmo traforato. L’atrio, che poggia su quattro colonne di pietra e due pilastri di mattoni, custodisce un mosaico raffigurante Santa Maria Madre di Dio. A fianco della chiesa si erge lo slanciato campanile coevo.

All’interno, sul lato destro, si apre appunto la Cappella Farnese del Domenichino. Il pittore svolse a Roma trent’anni della sua attività artistica. Ai suoi esordi ebbe modo di lavorare nella bottega di Annibale Carracci il quale, riconoscendone le qualità, gli presentò importanti figure della Città Eterna e, in particolare, eminenti prelati e cardinali attivi nel primo decennio del XVII secolo. Tra i suoi committenti spiccano il cardinale bolognese Girolamo Agucchi e suo fratello monsignor Giovanni Battista. Per il tramite di tali personaggi, nel 1608 Domenichino venne incaricato dal cardinale Odoardo Farnese di affrescare proprio la cappella dell’Abbazia di San Nilo. La parete di destra della sala illustra la Vergine nell’atto di offrire ai Santi fondatori il Pomo d’oro, simbolo di amore costante. Sul lato sinistro del presbiterio, San Nilo guarisce un fanciullo ossesso e, sempre su questo lato,

egli incontra l’imperatore Ottone III nei pressi di Gaeta. Al di qua delle colonne che delimitano il presbiterio è rappresentata la grande scena dell’Edificazione dell’Abbazia. L’affresco mostra in primo piano San Bartolomeo il Giovane, che si sistema gli occhiali sul naso per mettere a fuoco il disegno del sacro edificio. L’architetto che illustra il progetto ha le sembianze del maestro del Domenichino: Annibale Carracci. Si tratta di un omaggio che il pittore offre al suo mentore per averlo introdotto nella Roma che conta, quella che gravita cioè attorno ai cardinali e alla curia. La fama di Annibale Carracci si era diffusa a Roma grazie al dipinto di Santa Margherita nella cappella della chiesa di Santa Caterina dei Funari. Sua prima opera pubblica romana, essa riscosse anche l’ammirazione di Caravaggio che, “dopo essersi fermato lungamente a riguardarlo,


si risolse, e disse: mi rallegro che al mio tempo veggo pure un pittore” (Giovan Pietro Bellori, 1672). Sul lato sinistro dell’affresco un mastro artigiano prende le misure di un blocco di pietra; alle sue spalle un lapicida sta scolpendo un blocco di marmo, aiutato da un paio di garzoni. In secondo piano due maniscalchi battono il ferro sull’incudine per ferrare un cavallo. Sull’edificio in costruzione, nello sfondo, sono all’opera due squadre di operai; la prima è addetta al sollevamento dei materiali da costruzione mediante una carrucola, la seconda sta realizzando le strutture di elevazione dell’edificio sacro. Si può facilmente notare la mancanza di opere di protezione dal pericolo di caduta dall’alto, con particolare riferimento al cantiere sul lato destro, ove è anche impiegata una scala di legno per accedere alle parti più elevate della costruzione. Sul lato destro due operai stanno spostando un blocco di marmo lavorato a bassorilievo, facendolo scorrere su rulli di legno, mentre un terzo li aiuta usando una leva. Ma la scena più interessante per noi è quella che si svolge in secondo piano, sul lato destro. San Bartolomeo il Giovane è rappresentato mentre compie il

miracolo di fermare con la mano una pesante colonna in procinto di abbattersi su un operaio: un carico pesante che potrebbe investire pure le persone alle sue spalle (forse due preposti che discutono sui lavori). Il pittore mostra anche che la caduta della colonna è causata dalla rottura della fune utilizzata per la sua movimentazione. Questo miracolo mette in luce l’inosservanza di due importanti precetti della sicurezza: 1) il controllo dell’integrità della fune prima del suo utilizzo o il suo erroneo dimensionamento; 2) durante la movimentazione della colonna non devono essere eseguite lavorazioni nelle zone adiacenti e devono invece essere impediti la presenza e il passaggio di addetti. L’affresco ci aiuta dunque a capire che anche nei secoli scorsi la sicurezza nei cantieri era un aspetto importante. E ciò, a causa dei molteplici incidenti - gravi se non addirittura mortali - che spesso si verificavano nel corso dei lavori.

Dopo l’anno Mille, non essendo avvenuta la fine del mondo, l’attività cantieristica riprese con molto fervore a seguito del periodo di stasi dovuto alla paura dell’Apocalisse.

È peraltro risaputo che a quei tempi non esistevano i dispositivi di protezione individuale e collettiva, dei quali disponiamo invece oggi. Inoltre le macchine da cantiere erano limitate a poche tipologie quali argani, carrucole, verricelli, leve, carri per il trasporto dei materiali. Vi era poi un grande numero di operai, con i conseguenti pericoli dovuti all’affollamento e alle interferenze fra le lavorazioni che si svolgevano contemporaneamente. L’affresco documenta l’attività di ben sei cantieri (che si sviluppano in simultanea) e il confronto tra il progettista e il committente, rispettivamente il Carracci e San Bartolomeo il Giovane che, com’è noto, vissero in epoche differenti. Insomma il concetto del tempo è volutamente relativo. Non a caso, nella stessa scena si possono osservare San Bartolomeo (vissuto a cavallo dell’anno Mille), un bel paio di occhiali (la cui invenzione pare risalire al XIII secolo), la costruzione dell’Abbazia (avvenuta nell’XI secolo) e la presenza di Annibale Carracci (vissuto nel XVI secolo). Il miracolo potrebbe far elevare San Bartolomeo il Giovane a patrono e protettore degli operai dei cantieri edili. Dall’analisi dei dati relativi agli infortuni sul lavoro in Italia, e in particolare di quelli mortali, risalta la drammaticità di tale fenomeno, evidenziata più volte dal Presidente della Repubblica nelle sue esternazioni. Il 28 aprile di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale per la Salute e Sicurezza sul lavoro. Se San Bartolomeo il Giovane venisse effettivamente considerato il Patrono della Sicurezza nei cantieri temporanei e mobili, credo che ciò potrebbe costituire un ulteriore segnale di attenzione nei confronti di tale problematica. E poi... chi più di lui potrebbe rivestire questo ruolo?

FOCUS

A sinistra La facciata della chiesa dell’Abbazia di Grottaferrata, con il nartece e lo slanciato campanile: la struttura originaria, ancora integra, risale al 1004. L’interno, un tempo romanico, è stato trasformato nel 1754 in stile barocco.

Qui sopra Fondata dai monaci Nilo e Bartolomeo il Giovane sul luogo di un’apparizione della Vergine Maria (laddove sorgeva una villa romana), la chiesa dell’abbazia ospita la splendida Cappella Farnese con gli affreschi del Domenichino. Sotto Il francobollo emesso il 29 dicembre 1955 dalle Poste Vaticane, in occasione del IX Centenario della morte di San Bartolomeo il Giovane.

San Bartolomeo il Giovane Nato a Rossano Calabro nel 981 da famiglia nobile, San Bartolomeo il Giovane manifestò fin da ragazzo interesse per la vita monastica. A dodici anni, nel monastero di Montecassino, conobbe San Nilo e, attratto dalla sua personalità lo seguì sino alla morte. Nell’anno Mille lo accompagnò a Roma per incontrare l’imperatore Ottone III. Durante il viaggio la Madonna apparve ai due monaci presso Grottaferrata, chiedendo loro di erigere proprio in quel luogo un tempio e un monastero. Bartolomeo curò la realizzazione dell’Abbazia e, dopo la consacrazione della chiesa nel 1024, si dedicò alla scrittura di inni religiosi. Gli agiografi riferiscono di miracoli compiuti in vita e dopo la morte, avvenuta a Grottaferrata nel 1055.

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L’artista assegna alle Mani, che divengono protagoniste, il compito di accompagnare il fedele lungo il cammino devozionale

ART NEWS

GIUSEPPE BUCCO La Via Crucis, secondo me

di Andrea Minchio

La croce non è un palo dei romani, ma il legno su cui Dio ha scritto il suo vangelo.

Si tratta di un’inedita interpretazione del percorso sacro, “rivoluzionaria” anche nell’adozione del gres porcellanato. L’opera, costituita da tredici formelle, si trova nella chiesa di Valle San Floriano.

Alda Merini

Qui sopra, dall’alto verso il basso L’interno e la facciata della luminosa chiesetta di Valle San Floriano. Di origini molto antiche, è stata rimaneggiata più volte, fino a portarla all’attuale configurazione. Sotto, da sinistra verso destra Giuseppe Bucco, artista e imprenditore, fondatore con Flavio Cavalli di Lineasette, è l’autore della Via Crucis della chiesetta di Valle San Floriano. Emanuele Bucco, figlio di Giuseppe: oggi è lui alla guida di Lineasette.

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Linda ed essenziale nelle sue forme classicheggianti, la chiesetta di Valle San Floriano si trova incastonata nel verde delle colline di Marostica. Per raggiungerla bisogna superare una lunga e ripida rampa, tale da impegnare e mettere a seria prova i muscoli dei ciclisti più preparati. Non a caso il celeberrimo Anello della Rosina si snoda a poca distanza. Ed è proprio in questo luogo magico che, in un assolato pomeriggio di fine giugno, il designer e artista Angelo Spagnolo ha fissato il nostro incontro, con l’obiettivo di “scoprire” la singolare Via Crucis realizzata da Giuseppe Bucco. L’interno della chiesa, radioso ed estremamente curato (merito del parroco Riccardo Betto e del solerte Fernando Bertacco, sacrestano tuttofare), stupisce per le superfici candide, quasi lucenti. Qualche istante di pausa, giusto il tempo di godere della frescura donata dalle spesse mura dell’edificio, ed ecco unirsi a noi Adalgisa Zanotto, moglie di Giuseppe e appassionata di poesia. È lei, nell’attesa del successivo incontro con il marito (che ci attende nella sua

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bella casa), a fornirci qualche primo elemento sulla Via Crucis; che non è una riproposizione in chiave moderna del percorso devozionale così come tutti lo conoscono, ma un’originalissima e intensa interpretazione personale dell’artista. Giuseppe Bucco ha infatti scelto di assegnare alle Mani, allegoria dell’umana fragilità e protagoniste dell’opera, il compito di raccontare, stazione dopo stazione, la sofferenza di Cristo; quella stessa atavica e profonda sofferenza, cioè, che

da sempre affligge i mortali. In totale tredici formelle in gres porcellanato, che l’artista ha concepito e poi amato una a una. La visione non è fissa, ma in divenire, come peraltro lo è sempre il cammino della vita. Di Gesù solo qualche accenno, a parte la raffigurazione del suo volto nell’incontro con la Veronica (V): sta a chi osserva ricostruire il percorso verso il Calvario. Perché, appunto, sono le mani - che potrebbero anche essere le nostre - a raccontare,


ART NEWS

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a coinvolgerci, a interpellarci... A metterci davanti alle nostre miserie, specchi dell’anima. Un lavoro diverso da quelli della tradizione ceramica (e non solo), come ha ricordato Marco Maria Polloniato in occasione della presentazione ufficiale lo scorso 17 giugno, sia per l’originalità della rappresentazione, sia per l’adozione di un materiale “rivoluzionario” quale il gres. In quella stessa circostanza Mario Guderzo ha collegato idealmente l’opera di Giuseppe Bucco alle dodici xilografie della Grande Passione di Albrecht Dürer, così come alle tele di Tintoretto nella Scuola Grande di San Rocco o a quelle di Giandomenico Tiepolo in San Polo, sempre a Venezia. Tutte realizzazioni nelle quali sono stati introdotti personali elementi di novità nella narrazione della Via Crucis.

Mentre Adalgisa prepara una rinfrescante limonata, Giuseppe ci accoglie nella cucina di casa. È il momento di conoscere qualcosa di più della sua storia. Sostanzialmente un intreccio, ci spiega, fra arte, sperimentazione, ricerca e attività d’impresa. Nel lontano 1977 ha dato vita con Flavio Cavalli, amico ed ex compagno di scuola all’Istituto d’Arte di Nove, a Lineasette. Da subito l’idea è stata quella di formulare una proposta nuova

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A differenza della tradizionale Via Crucis, costituita da quattordici stazioni (l’ultima delle quali relativa alla Deposizione del corpo di Cristo nel sepolcro), nell’opera di Giuseppe Bucco il percorso si articola attraverso tredici formelle. L’ultima è dedicata alla Resurrezione del Salvatore. In basso, a fondo pagina La sede di Lineasette, a Marostica

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V - Incontro con la Veronica Per consolare tanta sofferenza, Veronica non parla, ma deterge il sudore: è un gesto semplice e carico di affetto. Dona tenerezza, cura, sollievo. Incoraggia. VI - Incontro con le pie donne Non piangete. Gesù esce dal suo dolore per accogliere, comprendere, consolare. Come a dire: “Non fermatevi nella disperazione, uscite, accogliete, confortate, incoraggiate!”. Le mani cercano il contatto fisico. Nella carezza di Gesù nessun confine tra anima e corpo. VII - Seconda caduta Sperimentiamo cadute che ci lasciano senza fiato. Ci sentiamo incapaci di reagire. Abbiamo dato tutto. Combattuto a oltranza... ora basta! VIII - Spogliazione Nel dolore c’è spesso chi infierisce, qualcuno che cerca di spogliarci. Di lasciarci nudi. C’è chi pensa solo ai propri interessi. IX - Crocifissione La Croce, la sofferenza non è subita, ma vissuta e donata... La mano viene offerta per essere inchiodata... non è costretta, ma consegnata.

X - Gesù muore in Croce Schiacciato, abbandonato... Gesù non ha più relazioni con Dio, con l’umanità, con la terra. Restano solo un corpo e una croce, sempre presente... Non c’è apertura, né verso il cielo, né verso la terra... XI - Deposizione dalla Croce Tutto è finito. La tenerezza di riporre un corpo, i ricordi di lutti... L’ultimo gesto verso una persona cara... Un momento solenne, personale, non pubblico. XII - Sepolcro Spingiamo con forza la pietra sul sepolcro. Vogliamo chiudere, eliminare ciò che ci mette in crisi. Nel farlo siamo orfani, tristi, senza speranza. Seppellire i sogni, le sofferenze, le esperienze fatte, il non capire, il sentirsi traditi... XIII - Resurrezione Dio ama. Accoglie tutti e tutti attira a sé. Ciascuno cammina lungo il suo raggio... Tutto acquista senso. Una mano è attirata verso l’alto, l’altra si rivolge a noi e c’invita a seguirla. Il Movimento della grazia. Risorgiamo se ci aspettiamo.

LA SPIEGAZIONE DELLE FORMELLE (nelle parole del loro artefice)

I - Giudizio Spesso ci ergiamo a giudici, a volte ci sentiamo giudicati. Ci mescoliamo alla folla, non vogliamo responsabilità, ci lasciamo influenzare. Mormoriamo... Dov’è la giustizia? Cosa ci conviene? Il grande indice rappresenta la potenza a volte arrogante del giudizio, della sentenza. II - Prima caduta La sofferenza e i nostri limiti ci schiacciano, diventano enormi. Nonostante tutto cerchiamo di risollevarci. La mano non cede, si aggrappa alla forza, alla volontà, alla speranza... III - Incontro con Maria L’amore sorregge, comprende e ringrazia. Non ha bisogno di tante parole, fa gesti concreti. L’abbraccio è fisicità. Nonostante la sofferenza, Gesù va oltre: accoglie, consola, sostiene. Maria nel silenzio comprende e nella carezza condivide, ringrazia, rinforza. Sono ambedue alla stessa altezza. IV - Simone aiuta a portare la Croce Simone, una persona qualsiasi, senza viso né corpo... Solo una mano. Si fa prossimo, aiuta, non si tira indietro, si fa carico delle necessità.

nella tradizione della ceramica, utilizzando il gres porcellanato. “La ricerca è stata per noi un chiodo fisso, tanto sui materiali ceramici quanto sulle forme espressive nel campo del design. L’ottica? Quella di congiungere l’eccellenza tecnica con la propensione alla creatività!”. All’inizio non è stato certo facile ottenere il giusto mix per lavorare in modo ottimale - “dominandolo” il gres porcellanato, ma dopo qualche anno i risultati si sono visti. E piano piano Lineasette, grazie a una raffinata produzione di oggetti d’arredo e di design, si è imposta con forza sui mercati

internazionali. Merito anche di collaborazioni importanti, come quella con Angelo Spagnolo, un amico e un mentore. Oggi, dopo quarantacinque anni di attività, l’azienda (che ha sede in uno storico edificio progettato da Sergio Los, l’ex fabbrica Alcyone)

è guidata da Emanuele Bucco, figlio di Giuseppe. “A causa delle mie difficoltà fisiche ho progressivamente ridotto l’impegno in ditta. Con Emanuele opera ora una validissima designer, Laura Pelosio. Entrambi, assieme, stanno facendo un ottimo lavoro!”.

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Tutti i viaggi del 2022, già confermati (per i mesi di settembre e ottobre) Dal 14 al 18 settembre 2022 Molise, un piccolo mondo antico LE ISOLE TREMITI E LA COSTA DEI TRABOCCHI Una perla rara che ha saputo conservare antiche tradizioni di un mondo ormai scomparso

Dal 21 al 25 settembre 2022 Sperlonga, Gaeta e le isole di Ponza e Ventotene LA RIVIERA D’ULISSE Il nome di Riviera d’Ulisse si perde nel mito della maga Circe e di Ulisse, che si ritiene sbarcato qui con i suoi compagni

Dal 25 settembre al 2 ottobre 2022 Ricchi di storia e di bellezze naturali ALBANIA E MONTENEGRO Gli imponenti castelli medievali, le eleganti chiese bizantine e le antiche moschee albanesi si fondono nello scenografico contrasto tra le incantevoli acque dell’Adriatico e le gigantesche montagne del Montenegro

Dal 3 al 10 ottobre 2022 Le isole del mitico regno di Atlantide MADEIRA E PORTO SANTO Foreste lussuriose, eleganti città coloniali e la remota spiaggia dorata di Porto Santo

Dall’8 al 15 ottobre 2022 Un paese ricco di storie GIORDANIA Saremo di fronte alla maestosità della natura del Wadi Rum, sul Monte Nebo e ad ammirare il fascino misterioso della meravigliosa Petra, la rosa del deserto

Dal 12 al 16 ottobre 2022 La meta perfetta SICILIA ORIENTALE Vi porteremo alla scoperta della costa orientale da Taormina a Ragusa, passando per le meraviglie di Catania, Siracusa e Noto Dal 19 al 23 ottobre 2022 Natura, leggende e ironia nell’allegra città dei controsensi COSTA AMALFITANA, POMPEI, NAPOLI E IL VESUVIO E poi Montecassino la mistica, Amalfi la romantica, Pompei la misteriosa, e la Reggia di Caserta, meraviglia dell’architettura

Dal 24 al 31 ottobre 2022 Un paesaggio incantevole, navigando sulle tranquille acque del Nilo IL CAIRO E LA NAVIGAZIONE SUL NILO Il fascino dei templi sopravvissuti all’uomo e alla storia, i miti e le leggende di divinità e faraoni, e il corso del Nilo, la miglior guida attraverso i luoghi più belli dell’Egitto

Dal 3 al 10 novembre 2022 Nel grembo della fede VIAGGIO IN TERRA SANTA Per i cristiani la Terra Santa è il luogo di pellegrinaggio per eccellenza che riconduce alla sorgente della fede. Terra di Gesù dove la Parola si è fatta carne e storia

Dall’11 al 13 novembre 2022 Rocche a lume di candela e botteghe artigiane CIOCIARIA, INSOLITA E MISTERIOSA Piccoli borghi abbracciati da antiche mura che sembrano galleggiare fra le nuvole e che racchiudono chiese e palazzi appartenuti a nobili famiglie

Dal 17 al 20 novembre 2022 Stupore e diversità A SPASSO PER PALERMO Nel giro di pochi metri si passa dalla maestosità del Teatro Massimo ai vicoli sgangherati e veraci del Capo, si entra nell’antico mercato della Vucciria e dietro l’angolo sorge la rinascimentale e splendida fontana Pretoria

Dal 20 al 27 novembre 2022 Dove mare, vulcani e natura creano paesaggi spettacolari TENERIFE, L’ISOLA DELL’ETERNA PRIMAVERA Sembra quasi un paradiso terrestre, con le sue spiagge di sabbia bianca e fine, i paesaggi vulcanici e la cordialità della gente del posto. Un’isola meravigliosa dove trovare la serenità che altrove non si riesce a raggiungere

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LE CITTÀ IMPERIALI DEL MAROCCO

Rabat, Meknes, Fes e Marrakech

SÌ, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

La loro bellezza è stata opera dei vari re che hanno costruito palazzi dal grande valore architettonico per dare un’aura elegante e regale alla capitale.

Dall’8 al 15 ottobre 2022 Viaggio di 8 giorni

1° giorno - Sabato 8 ottobre 2022 Italia - Casablanca Trasferimento in aeroporto e partenza con il volo per Casablanca. Cena a bordo. Arrivo in tarda serata e trasferimento in hotel per il pernottamento.

2° giorno - Domenica 9 ottobre 2022 Casablanca - Rabat Prima colazione e pranzo in hotel. Al mattino incontro con la guida e giro orientativo di Casablanca con la Piazza Mohamed V, la Moschea Hassan II e la Corniche, con i suoi eleganti ritrovi. Nel pomeriggio partenza per Rabat e visita della città con il Palazzo Reale (esterno), la Casbah degli Oudaia, la Torre Hassan e il Mausoleo di Mohamed V. in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

3° giorno - Lunedì 10 ottobre 2022 Rabat - Meknes - Fes Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Meknes, via Tiflet e Khemisset. All’arrivo visita guidata della città con la Porta Bab El Mansour, gli antichi granai, le scuderie, la Moschea Moulay Ismail e il bacino di Agdal.

Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita delle rovine romane di Volubilis e della città santa di Moulay Idriss. Arrivo in serata a Fes e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

4° giorno - Martedì 11 ottobre 2022 Fes Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo in ristorante. Intera giornata dedicata alla visita di Fes con il Palazzo Reale (esterno), il Quartiere Fes El Djedid, visita e spiegazioni storiche delle Madrase di Bou Anania e Attraine, il Museo Dar Batha, la Moschea Karaoine (esterno) e i souk con le concerie e tintorie di pelli. Dopo cena giro panoramico in pullman della città.

5° giorno - Mercoledì 12 ottobre 2022 Fes - Beni Melall - Marrakech Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Ifrane, Khenifra e Beni Mellal. Sosta per il pranzo lungo il tragitto. Nel pomeriggio proseguimento per Marrakech e in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

6° giorno - Giovedì 13 ottobre 2022 Marrakech Prima colazione e pernottamento in hotel. Pranzo in ristorante. Intera gior-

nata dedicata alla visita della città di Marrakech e in particolare il Palazzo Bahia, le Tombe Saadiane, il Museo Dar Si Said; i giardini della Menara, i souks e la celebre Piazza Djemaa el Fna. Cena in ristorante con spettacolo folcloristico.

7° giorno - Venerdì 14 ottobre 2022 Marrakech - Valle di Ourika Casablanca Prima colazione in hotel. Al mattino partenza la Valle di Ourika, un luogo che possiede un fascino incredibile con i suoi villaggi di tufo arroccati sui fianchi della montagna e i campi coltivati a scacchiera: una grande varietà di frutta e verdure illumina la valle, come un tappeto di vegetazione con meli, pruni, ciliegi, mandorli e fiori selvatici. Pranzo in corso di escursione. Nel pomeriggio proseguimento per Casablanca e in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

8° giorno - Sabato15 ottobre 2022 Casablanca - Italia Prima colazione in hotel. Al mattino ultime visite a Casablanca e in tempo utile trasferimento all’aeroporto e partenza per l’Italia. Arrivo e trasferimento alle località di origine.

Sopra, da sinistra verso destra Casablanca, Marrakech, Rabat e Fes.

Quota individuale di partecipazione Euro 1.290,00 (fino a esaurimento)

La quota comprende: - i trasferimenti da e per gli aeroporti; - volo aereo in classe economica; - tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 31/10/2021; - sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi; - pullman e guida/accompagnatore parlante italiano per tutto il tour; - i pasti come da programma, bevande incluse; - escursione serale in pullman; - cena tipica con spettacolo folcloristico; - gli ingressi ove previsti; - assicurazione medico bagaglio e annullamento; - accompagnatore. La quota non comprende: - le camere singole (suppl. di euro 250,00). All’iscrizione acconto di euro 400,00

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La “passeggiata” più originale e sorprendente di Firenze

RIAPRIRÀ A BREVE IL CORRIDOIO VASARIANO

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

corrispondente dalla Toscana

Il disegno è un’ apparente espressione e dichiarazione di ciò che si ha nell’animo.

Venne realizzato nel 1565 per volere di Cosimo I de’ Medici e attraversa il cuore della città.

Giorgio Vasari

Qui a Firenze non si vede l’ora che riapra una delle più affascinanti e originali “passeggiate” al mondo: quella del Corridoio Vasariano. Si tratta, com’è noto, di un lungo passaggio sopraelevato e coperto che affaccia direttamente sul cuore della città: un percorso (detto del Principe) che parte da Palazzo Vecchio, attraversa gli Uffizi, passa il Lungarno degli Archibusieri, corre sopra il Ponte Vecchio, accerchia la torre dei Mannelli, prospetta sulla Chiesa di Santa Felicita, raggiunge l’incantevole giardino dei Boboli e approda infine a Palazzo Pitti. L’appuntamento con la sua attesa riapertura è ormai vicino, anche se purtroppo le date vengono continuamente posticipate a causa dei ritrovamenti di reperti antichi e per il protrarsi dei lavori di manutenzione e allestimento. Per ora sappiamo che sarà percorribile in una sola direzione, dagli Uffizi verso Palazzo Pitti; oppure, per chi optasse per il tragitto da Palazzo Vecchio, anche per il Percorso del Principe: lo stesso che facevano i granduchi per spostarsi da Palazzo Vecchio, sede

Sopra, dall’alto verso il basso Il Corridoio Vasariano nel Lungarno e sul Ponte Vecchio. Il passaggio all’interno degli Uffizi. Qui sotto La partenza del percorso (lungo circa un chilometro) da Palazzo Vecchio.

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del governo, alla loro residenza di Palazzo Pitti. In tutto, circa un chilometro! Si potrà inoltre scegliere se uscire a Boboli, all’altezza della Grotta del Buontalenti, o proseguire all’interno di Palazzo Pitti, in prossimità della Galleria Palatina. Il Corridoio venne realizzato nel 1565 per volere di Cosimo I de’ Medici, in occasione del matrimonio del figlio Francesco con Giovanna d’Austria. A progettarlo ed eseguirlo fu scelto, come si evince dallo stesso nome della struttura, Giorgio Vasari (1511-1574), architetto, pittore e grande divulgatore (noto in tutto il mondo per il trattato sulle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani): un’opera concepita per consentire ai granduchi di muoversi al coperto e in sicurezza sopra le affollate vie di Firenze, avendone al contempo anche il controllo, senza essere notati. Sotto la direzione di Vasari i lavori vennero ultimati con una efficienza incredibile: in pochi mesi, infatti, il passaggio fu pronto. L’architetto incontrò comunque alcune difficoltà, soprattutto con la famiglia Mannelli, proprietaria dell’omonima torre all’estremità del Ponte Vecchio, che si oppose con tutte le forze al passaggio del Corridoio nella sua proprietà. Vasari fu costretto ad aggirarla tramite un sistema di beccatelli. Cosimo I fece spostare dal Ponte Vecchio anche le botteghe dei macellai, che non offrivano uno spettacolo gradevole. Al loro posto sorsero i piccoli negozi orafi che tuttora abbelliscono il celebre ponte. E, in effetti, è proprio da qui che si

gode di uno splendido panorama sull’Arno e sul Ponte di Santa Trinita, grazie alle finestre fatte aprire da Mussolini nel 1939. Oltrepassato il fiume, il Corridoio regala ancora altre emozioni, come il suggestivo affaccio attraverso una grande apertura - chiusa da grate - sull’interno della chiesa di Santa Felicita: da un balcone si poteva tranquillamente assistere alla messa senza alcun pericolo. All’altezza della Torre degli Ubriachi, nell’Oltrarno, si trovava poi una zona molto povera, il Borgo Pitiglioso (pidocchioso), che venne rapidamente bonificata. L’arrivo al Giardino dei Boboli e a Palazzo Pitti, infine, è proprio da non perdere!

Chiuso nel 2016 per ragioni di sicurezza, il Corridoio garantirà una completa accessibilità per tutti e, per la prima volta, sarà dotato pure di un impianto di climatizzazione e riscaldamento (con attenzione alla riduzione dell’impatto ambientale). Verranno riaperte le 73 finestre collocate lungo il percorso, molte delle quali erano state oscurate a protezione dei dipinti (che verranno invece spostati in una sala dedicata, all’interno degli Uffizi). Percorrere il Corridoio Vasariano offrirà dunque un susseguirsi di meravigliosi affacci su Firenze. Un apposito spazio sarà destinato agli affreschi cinquecenteschi, realizzati per volere del Vasari, che un tempo decoravano la parte esterna delle volte all’altezza del Ponte Vecchio. Dulcis in fundo: verrà anche esposta una trentina di sculture antiche.



L’encomio del presidente Sandro Venzo: “Un esempio per i più giovani di tenacia e impegno”

ARTIGIANI

Riconoscimento alle imprese in attività associate da mezzo secolo

Servizio publiredazionale a cura dell’Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza Le cose migliori si ottengono solo con il massimo della passione.

Un traguardo importante, quello raggiunto da trentasei aziende del territorio, che ha portato grande valore economico e che è stato ottenuto con intraprendenza, innovazione e professionalità...

Goethe

Comuni del Mandamento, gli assessori regionali Elena Donazzan e Manuela Lanzarin, l’europarlamentare Mara Bizzotto e il deputato Germano Racchella.

Foto di gruppo per i premiati nella barchessa nord di villa Morosini Cappello a Cartigliano. Alla cerimonia di consegna degli attestati erano inoltre presenti numerose autorità del nostro territorio.

Sotto Il presidente mandamentale Sandro Venzo. Fra le aziende attive e iscritte a Confartigianato da cinquant’anni, anche la ditta fondata da suo padre.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Mezzo secolo di attività e iscrizione a Confartigianato: è questo il traguardo raggiunto da trentasei aziende del Mandamento di Bassano, alle quali è andato il plauso pubblico nel corso della cerimonia di consegna degli attestati di benemerenza, ospitata nella villa Morosini Cappello di Cartigliano Èla prima volta che si premiano queste particolari Nozze d’oro, allo scopo di mettere giustamente in evidenza l’importanza dell’artigianato nel nostro territorio. “Con la loro attività e il loro impegno queste imprese hanno dato un grande contributo allo sviluppo del benessere nel Bassanese”: questo il commento del presidente mandamentale, Sandro Venzo, che ha evidenziato il grande valore economico, l’intraprendenza, l’innovazione tali realtà. “A loro - ha poi aggiunto Venzo va quindi un ringraziamento e plauso da parte di tutti, con un riconoscimento che vale una vita di dedizione e passione per il lavoro artigiano e che può essere d’esempio e stimolo per molti giovani che intendessero intraprendere questa strada”. Alla cerimonia erano presenti il presidente provinciale di Confartigianato, Gianluca Cavion, molti sindaci dei

LE AZIENDE PREMIATE Bassano del Grappa - A.T.B. di Cocco Christian & C. sas (impiantista) - Autoservice F.lli Mattana sas di Roberto Mattana (autofficina) - Adesiv srl (prod. colle sintetiche) - Ceramiche Acquatonda di Cadore Daniela- Luca & C. snc (prod. ceramiche) - Giorgio Comacchio (meccanica) - Ego Hairdressing di Michele Battaglia, Enrico Fietta & C. snc (acconciatura) - I Giacobbo parrucchieri di Giacobbo Jonny e Helen Maria snc (acconciatura) - Giovanni Gnesotto (prod. mobili)

Cartigliano - Ceramiche Bravo di Enrico Bravo & c. snc (prod. ceramiche) Cassola - Cenere Vittorino snc di Cenere Aldo, Valter & C. (impresa edile) - Gio’ Anna snc di Canilli Anna Maria & C. (confezioni) - Sami snc di Pagnon Cristian & C. (impiantista) - Panificio Garlani snc di Garlani Pierangelo & C. (prod. pane e dolci) Mussolente - Giuseppe Sella (impiantista)

Romano d’Ezzelino - Bianchin Pietro (barbiere) - Carrozzeria Ezzelina di Cusinato Antonio e Luigi snc (carrozzeria) - Carrozzeria Lessio srl (carrozzeria) - Venzo stampi srl (costruzione stampi)

- Essegi snc di Merlo Giancarlo e Alberto (riparazione e assistenza macchine per la pulizia)

Rosà - Antica Orologeria e Oreficeria Parolin 1885 di Bordignon Francesco & C. snc (orologeria e oreficeria) - Bonamin Valentino snc di Bonamin Giovanni (carpenteria metallica) - Ceramiche d’arte F.l. snc di Campagnaro Fabrizio & Loriano (prod. ceramiche) - Ebanart srl (lucidatura e laccatura mobili) - F.lli Bordignon snc di Bordignon Francesco (falegnameria) - F.lli Campagnolo snc di Campagnolo Francesco & F.lli (produzione mobili) - Falegnameria Vellardi srl (produzione mobili); - La.Ver.Mec. srl. (costruzione di parti ed access. bici) - Aurora Lago (acconciatrice) - Moletta Mobili sas di Moletta Moreno & C. (produzione mobili) - Pul.Met srl (rettifica lappatura) - Cidonio snc di Cidonio Leonardo e Felice (costruzione stampi) Rossano Veneto - Giorgio Ambroso (orologiaio)

Solagna - Artistica Marmi di Todesco Gabriele & C. snc (lavorazione marmi)

Tezze sul Brenta - Ambrosi Fratelli snc di Ambrosi Stefano Simone Antonio (riparazione attrezz. agricola) - Autocarrozzeria Zanon Antonio (carrozzeria) Valbrenta - Segheria Frison Franco snc di Frison Ettore e C. (lavorazione del legno)



È grande attesa per il taglio della Forma Gigante del Formaggio della Transumanza...

TRADIZIONI

Domenica 2 ottobre 2022

di Matteo Piotto Fotografie: Enrico Celotto

TORNA LA FESTA DI LATTERIE VICENTINE

Servizio publiredazionale a cura di Officine micrò

L’evento è finalizzato a valorizzare degnamente tradizioni secolari. Come quelle dell’alpeggio e della transumanza. Quest’ultima, per le importanti relazioni che attiva tra comunità, animali ed ecosistemi, nel 2019 è stata inserita nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale Unesco.

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A distanza di due anni dall’ultima edizione, la Festa di Latterie Vicentine torna ad animare via San Benedetto 19 a Bressanvido. La data da segnare in agenda è quella di domenica 2 ottobre 2022: a partire dal mattino, il piazzale della sede della cooperativa vicentina ospiterà un fitto calendario di appuntamenti per tutti, con eventi dedicati a bambini, famiglie e appassionati di buon cibo. Si tratta indubbiamente di una manifestazione di successo che, nel corso degli anni, si è consolidata al punto da diventare parte integrante del palinsesto della Festa della Transumanza di Bressanvido. La transumanza, ricordiamolo, è riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.

Ogni anno migliaia di persone, a partire dalle trecento famiglie dei soci, dai dipendenti e dai collaboratori della cooperativa, partecipano alle numerose attività in programma: degustazioni guidate di formaggi e abbinamenti con vino e birra, workshop di caseificazione, spettacoli, concerti, e laboratori didattici per bambini, visite guidate agli stabilimenti di una delle più grandi cooperative lattiero-casearie del Veneto.

Il momento più importante rimane l’attesissimo taglio della Forma Gigante del Formaggio della Transumanza, prodotta nei mesi precedenti da ben 11 casari. In questo caso l’espressione “gigante” non è di certo esagerata: la forma, pesante oltre mille chilogrammi e dal diametro di due metri, si

ottiene infatti da 11000 litri di latte. Come da tradizione, dopo il taglio ufficiale della prima fetta da parte del presidente Alessandro Mocellin, il formaggio viene distribuito al pubblico. Il ricavato della vendita viene quindi devoluto in beneficenza ad alcune realtà del territorio. “La Festa della Transumanza - spiega Alessandro Mocellin costituisce l’evento più atteso dell’anno e consiglio a tutti di parteciparvi almeno una volta nella vita, poiché regala emozioni straordinarie, indescrivibili...”. La transumanza segna la fine del periodo dell’alpeggio. Al termine dell’estate le mandrie scendono a valle per tornare alle stalle: un momento di festa per tutta la comunità, ripreso a Bressanvido dagli allevatori della Fattoria


TRADIZIONI

Pagiusco, soci di Latterie Vicentine. Da rilevare che la transumanza di Bressanvido è la più lunga d’Italia, con centinaia di capi in movimento e un percorso di circa ottanta chilometri diluito in tre impegnativi giorni di cammino: un’iniziativa unica! Una tradizione antica tanto quanto quella dell’alpeggio, praticato da secoli, in particolare nell’Altopiano dei Sette Comuni: ogni anno, da maggio a settembre, gli allevatori conducono le vacche in montagna, nelle malghe, dove trascorrono poi tutti i mesi estivi. È una pratica molto importante, con benefici che riguardano non solo il benessere degli animali, liberi di pascolare in zone incontaminate: l’alpeggio rappresenta anche un’importante azione di tutela del territorio. Le tante attività dei malgari, infatti, comprendono la pulizia dei prati e dei sentieri dalle erbe infestanti, così come varie opere di esbosco e diversi altri lavori che contribuiscono alla prevenzione del dissesto idrogeologico. Da molti anni Latterie Vicentine è impegnata nel sostegno e nella valorizzazione delle malghe: un servizio che si esplica anche attraverso la raccolta del latte in zone impervie e difficili da raggiungere, tanto per salvaguardare

la tradizione quanto per supportare le piccole stalle di montagna che altrimenti scomparirebbero. “Ho trascorso in malga trent’anni della mia vita e i ricordi più belli dell’infanzia riguardano proprio quello straordinario contesto. Per questo - prosegue il presidente Mocellin - ritengo doveroso da parte della nostra cooperativa sostenere il duro e prezioso lavoro dei malgari, valorizzandolo grazie a progetti mirati”. Il latte raccolto quotidianamente nelle malghe dei soci di Latterie Vicentine viene trasportato negli stabilimenti di Bressanvido, dove è lavorato e trasformato in due formaggi unici: l’Asiago Dop Fresco 7 Malghe e l’Oro di Malga. Due prodotti che conservano i profumi della montagna, dal colore giallo intenso, con gli aromi delle erbe e dei fiori dei pascoli: caratteristiche organolettiche derivanti dall’alimentazione dei bovini, liberi di nutrirsi di essenze foraggere pregiate, diverse a seconda delle zone di malga di provenienza. L’Asiago Dop Fresco 7 Malghe ha una stagionatura di trenta giorni e una pasta semicotta; l’Oro di Malga matura circa in dodici mesi e ha una pasta cotta. Entrambi sono esclusivi della cooperativa vicentina: la produ-

zione, limitata, viene esaltata proprio dall’unicità della materia prima. La valorizzazione delle malghe rientra in un progetto di ampio respiro che da anni vede la cooperativa impegnata in servizi di sostenibilità che favoriscono la riscoperta di identità, cultura e tradizioni locali. Oltre a iniziative radicate nel territorio come la Festa della Transumanza, Latterie Vicentine sostiene le aziende agricole associate che propongono attività didattiche rivolte alle scuole e alla comunità. L’educazione delle nuove generazioni è il miglior investimento possibile in tutti i tipi di sostenibilità. La raccolta quotidiana del latte da piccoli produttori - in montagna ma anche in collina e pianura - a prescindere dalla quantità, favorisce lo sviluppo locale. I formaggi di Latterie Vicentine sono prodotti esclusivamente con il latte raccolto nelle aziende agricole dei soci, distribuite per la maggior parte nel Vicentino: si tratta di prodotti tipici che promuovono una zona ben definita perché utilizzano e trasformano materie prime locali, garantendo uno sviluppo virtuoso del benessere economico e sociale del territorio.

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Prende il via a ottobre la prima (e già ricca) edizione...

Festival Organistico del Pedemonte e del Canal di Brenta

DE MUSICA

di Giovanni Marcadella

Ai miei occhi e alle mie orecchie l’organo è il re di tutti gli strumenti. Troppo per quel che faccio, troppo poco per quel che potrei fare.

Otto concerti in altrettante splendide chiese del territorio, per una duplice finalità: far conoscere la ricchezza del patrimonio organistico del territorio e iniziare una campagna di ricognizione.

Wolfang Amadeus Mozart

L’Associazione Amici degli Archivi di Vicenza e Bassano del Grappa questa volta sconfina. Non le basta occuparsi - come fa da anni con il Corso di Lettura dei documenti medioevali - di formazione nella ricerca archivistica e nella lettura, trascrizione e interpretazione di antiche pergamene; non le basta avvicinare gli studenti e i cittadini alla storia letta sui documenti e nei luoghi ove si è formata. Oggi essa allunga lo sguardo, esce dagli ambiti vasti dell’archivio e della storia e s’infila in un pertugio particolare, che con la nostra storia ha comunque tanto a che fare; e con la nostra cultura pure, quella che sospinge dal profondo, dalle cose vere, perché radicate nella tradizione. Parlo di un’arte molto particolare e di un’espressione musicale che fu dotta e sopraffina, ma anche popolare nello stesso tempo, l’arte organaria, che ha riempito le cattedrali e anche le piccole chiese di paese di armonie, di contrappunti, di virtuosismi delicati o anche sfacciati, talora, di suggestioni avvolgenti, di devozioni ispirate. Parlo di organi superbi per sonorità, delicatezza, potenza, duttilità espressiva, caratteri riuniti tutti in una macchina, che interpreta da sempre le voci e i timbri sonori che l’uomo vorrebbe possedere e governare in una volta. E riesce effettivamente a farlo con questa macchina “divina”, che si esprime per mezzo della tecnologia più raffinata e innovativa, e riesce a essere in tal modo strumento dalla voce antica e anche moderno diapason, su cui trova la sua misura

Sopra, dall’alto verso il basso L’elegante volantino del Festival. L’organo di Santa Maria in Colle a Bassano, opera del veneziano Francesco Antonio Dacci junior (1751-1804), ultimato nel 1796.

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perfino la voce della più recente gioventù. Non è vero, in effetti, che l’organo elettronico è stato ed è ancora la base sonora dei gruppi musicali degli ultimi decenni? Con questa particolare vocazione gli Amici degli Archivi propongono, assieme a diverse parrocchie del territorio, che custodiscono organi di particolare pregio storico, musicale e artistico, un festival, che vuole essere e diventare un evento di tutto il nostro Pedemonte e del Canal di Brenta; un festival organistico, che dia voce a questi organi, che sono preziosissimo patrimonio di chiese e comunità ecclesiali spesso ignare di averlo, spesso incuranti. Ma esso c’è, esiste: ci sono organi che non hanno avuto alcuna manutenzione da decenni, organi che hanno perfino perduto la voce. Ci viene comunicato che in qualche chiesa sperduta in grembo a comunità parrocchiali che neppure più esistono, un organo, che affonda radici addirittura nel lontano Seicento, giace in totale abbandono, forse addirittura in rovina. Un’approfondita manutenzione di queste macchine “divine”, un eventuale restauro - estrema ratio per la sua salvaguardia - viene a costare centinaia di migliaia di euro, quasi quanto la loro stessa costruzione. Pensiamo all’impegno, al sacrificio economico che è costato a un’antica comunità realizzare quel suo strumento. L’ha voluto per dar voce al proprio sentimento e alla preghiera. Ora, noi avremo il coraggio e la spudoratezza di dimenticare? di trascurare? E di imbarcarci in

un’impresa manutentiva che ha costi elevatissimi, quando basterebbe una costante, piccola attenzione per non spendere tanto e per assicurare il giusto rispetto all’impresa veramente immane dei nostri predecessori e al loro spirito? Ci muoviamo su due direttrici assieme ad Asolo Musica, con il Rotary Club Bassano Castelli, con l’adesione delle parrocchie incluse nell’attuale progetto, con il patrocinio dei Comuni interessati e dell’Unione del Commercio, della Regione Veneto, del Ministero per la Cultura, e con il sostegno di istituti finanziari e di privati. La prima, che è il Festival stesso, per far conoscere a tutti la ricchezza del patrimonio organistico sul territorio e la sua alta qualità. Sarà un Festival del Pedemonte (possibilmente, in futuro, di tutto il Pedemonte Trevigiano e Vicentino) e del Canal di Brenta, che s’annuncia e spera di vivere e radicarsi accanto ai già esistenti e apprezzati festival organistici di Treviso, di Vicenza, di Verona. Ma c’è pure una seconda direttrice, su cui si muoverà il progetto. Riguarda la conoscenza, che è il primo passo della tutela di questo e d’ogni altro patrimonio, per cui sarà avviata quanto prima una campagna di ricognizione sul territorio, in collaborazione con i Conservatori Musicali e con la Soprintendenza per il Patrimonio Storico del Veneto. Due finalità, dunque: far conoscere e apprezzare questi strumenti “divini” e, per questo, il Festival Organistico; raccogliere informazioni in dettaglio su un territorio più vasto possibile.



Per Agostino Brotto Pastega (1951-2022)

IL CENACOLO

Kostantinos Kavafis (1863-1933)

di Chiara Ferronato

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

“… si spegneva la lampada e lasciai che si spegnesse”

Agostino Brotto Pastega (Cassola, 20 aprile 1951- 29 giugno 2022).

Kostantinos Kavafis (Alessandria d’Egitto, 29 aprile 1863 - 29 aprile 1933).

Caro Agostino, ti scrivo per dirti che ci manchi. A dire il vero ci sei “mancato” sempre, perché non venivi mai da nessuna parte, mai a una presentazione, mai a un concerto, mai a un convivio letterario. Avevi fatto tua la poesia di Kostantinos Kavafis: “E se non puoi la vita che desideri…”: ma questo di te, del tuo escluderti dalle cose che facevamo, non ci ha mai irritato, anzi, ci faceva sorridere. Del resto, con noi, con Barbara, con me, con le tue colleghe di scuola tu ridevi e sorridevi sempre, parlando di cose leggere e divertenti. Invece di cose tu, Agostino, ne hai fatte moltissime e importanti e i colori dei tuoi quadri e le parole delle tue ricerche hanno attraversato, come un unico racconto, la tua e la nostra realtà. Come Kostantinos Kavafis che amava starsene disteso sul divano, al buio, nella sua casa di Alessandria d’Egitto, e ascoltare le voci che filtravano dai balconi, nella quieta luce di profumate candele,

tu sceglievi i tuoi silenzi, mantenendo intatta la tua solitudine nei giorni della tua malattia e adeguando ad essa anche la tua fine. Ma credo si aggirassero attorno a te (mentre la tua voce, per noi, era quella di Andrea ed Elena), come un controcanto al silenzio, le “figure” di quanti tu hai rincorso, tra palazzi e case, per recuperarne archiviati legami, familiari segreti, ricreare affinità che poi erano, alla fine, il tuo modo di parlare di altri, con gli altri. Una volta ti chiesi se tu volessi venire a sentire qualcosa di noi, non ricordo cosa. (Considerando che conoscevamo la risposta, ci pareva brutto non invitarti...). Quel giorno, però, sorridendo, mi dicesti, va bene, ma mi metto in fondo. (Forse era per “Gabriel”). Adesso, caro Agostino, ti scrivo per dirti che sei sempre “in fondo”, per noi. Ma in fondo là, dove, a ben guardare, non manca niente di ciò che vogliamo salvare, tenerezze, incontri, parole amate. Là, in fondo al cuore. Chiara

Color grigio

Per quanto sta in te

Rimirando un opale a metà grigio, mi risovvengo d’occhi belli e grigi ch’io vidi (forse vent’anni fa) … ...

La copertina de Il mio viaggio in Grecia di Kostantinos Kavafis. Garzanti, 2020.

Per un mese ci amammo. Poi sparì, credo a Smirne, a lavorare. E poi non ci vedemmo più.

Si saranno guastati gli occhi grigi - se vive - e il suo bel viso. Serbali tu com’erano, memoria. E più che puoi, memoria, di quell’amore mio recami ancora, più che puoi, stasera.

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E se non puoi la vita che desideri cerca almeno questo per quanto sta in te: non sciuparla nel troppo commercio con la gente con troppe parole e in un viavai frenetico. Non sciuparla portandola in giro in balia del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti, sino a farne una stucchevole estranea.


Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze. I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere, non sarà questo il genere di incontri se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, né nell’irato Poseidone incapperai se non li porti dentro se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti - finalmente e con che gioia toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta; più profumi

Agostino Brotto Pastega, Mezzanotte in soffitta, tempera veneziana, 1999. Spesso, durante una visita turistica, ci troviamo di fronte a monumenti antichi e opere d’arte che suscitano lo stupore e il desiderio di immortalarli. Ma, andando oltre la facciata, ci interroghiamo sulla loro storia o sulla funzione per cui furono progettati? Con questo dipinto l’autore invita l’osservatore a decifrare il significato più profondo dei capolavori che costituiscono il vanto delle città venete: la Basilica di San Marco, gli automi dei due Mori, la Basilica palladiana di Vicenza, il Ponte degli Alpini a Bassano, la Villa Barbaro a Maser, nel trevigiano, il Prato della Valle a Padova, una delle piazze più estese d’Europa...

inebrianti che puoi, va in molte città egizie impara una quantità di cose dai dotti. Sempre devi avere in mente Itaca raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio; senza di lei, mai ti saresti messo in viaggio: cos’altro ti aspetti?

“La tempera veneziana riunisce in una soffitta atemporale i monumenti ricordati a mo’ di plastici di cartapesta o di giocattoli-automi. Dal finestrone proviene una luce fredda, lunare. Sul lato opposto, un intruso illumina con a sua lampada la scena. Si viene così a creare un evidente dualismo fra le tenebre e la luce, la vita e la morte, il giorno e la notte, l’estate e l’inverno. Sono le stagioni dell’uomo che mutano le stesse sembianze dei monumenti”.

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Agostino Brotto Pastega

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Sembra che i primi esemplari siano stati costruiti sull’isola di Murano da sapienti maestri vetrai

ESERCI DI STILE

GLI OCCHIALI Per vedere, ma non solo

di Federica Augusta Rossi

Strumenti sempre più performanti a favore della nostra vista e, allo stesso tempo, accessori dalla spiccata connotazione identitaria. Ma quando - e da chi - sono stati inventati?

Leonardo Del Vecchio ci aveva visto giusto. E parlando di lenti e occhiali, il geniale e altruista patron di Luxottica ha dimostrato di avere avuto lo sguardo assai lungo. Ora che dipendenti, parenti e amici lo compiangono e i coccodrilli di mezzo mondo hanno snocciolato i numeri del suo impero da record, umili origini comprese, viene spontaneo riflettere un po’ sui protagonisti della sua fortuna. Tutti hanno posseduto almeno un paio di occhiali. Se non da vista almeno da sole. Ma quando sono nati e chi ha li ha inventati? Come al solito gli antichi ci danno indizi utili. Qualche riferimento emerge tra gli scritti dei filosofi latini, che indicavano le sfere di vetro o i prismi di smeraldo come strumenti di supporto per chi aveva difetti di vista. Ma già prima, nell’antica Grecia, Archimede si era dedicato allo studio delle leggi della rifrazione. L’utilizzo, e la conseguente diffusione, delle lenti si sviluppò solo nei secoli successivi, in ambiente ecclesiastico. Più precisamente nei monasteri, da sempre custodi del sapere occidentale. Era lì che ferveva l’intensa attività di lettura, scrittura e copiatura. Non c’è allora da stupirsi se, oltre alla cura dello spirito, sia stata avvertita come necessità primaria anche la salvaguardia e il sostegno della vista. Nel tredicesimo secolo fa quindi la sua comparsa la lapides ad legendum, la cosiddetta pietra di lettura: lente convessa in cristallo di rocca che fungeva da ingranditore. La sua invenzione e il suo utilizzo si devono allo scienziato arabo Ibn al-Haytham, le cui opere furono tradotte in latino proprio dai monaci. Da lì all’intuizione dell’occhiale il passo fu relativamente breve, rendendo di fatto l’invenzione di queste preziose protesi tra le

prime cinque scoperte in ordine di importanza per l’evoluzione dell’uomo, dopo quella del fuoco e della ruota. Sembra addirittura che i primi esemplari siano stati costruiti sull’isola di Murano, dove le mani sapienti di mastri vetrai lavoravano lenti convesse che poi incastonavano in due cerchi di legno uniti in corrispondenza del naso. È veneto anche un altro primato: la più antica rappresentazione di una montatura con lenti. La affrescò nel 1352 nel seminario vescovile di Treviso il pittore Tommaso da Modena. Per ammirare invece il più antico esemplare di pince nez - risalente al 1400 - bisogna recarsi all’abbazia di Wienhausen in Bassa Sassonia. Realizzato in legno di bosso e provvisto di rivetto è ancora dotato di lenti. Da allora tecnica ed estetica hanno fatto notevoli balzi in avanti e l’occhiale, da fondamentale supporto per le persone con problemi di vista, è diventato

anche un accessorio dalla spiccata connotazione identitaria. Impossibile, ad esempio, separare Lina Wertmüller dalla sua bianca montatura: “Una volta incontrai gli occhiali bianchi. Un colpo di fulmine. Solari, balneari, regalano subito un clima di festa. Fanno parte del mio arredamento personale. Ne ordinai 5mila in una fabbrica”, aveva rivelato la regista festeggiando i 90 anni. Difficile anche immaginare Robert Redford o Tom Cruise senza i loro Ray-Ban. O Sandra Mondaini senza le sue lenti king size. Oppure John Lennon privo dei suoi piccoli occhiali tondeggianti. O John Belushi con lenti trasparenti anziché nere come la pece. Poi ci sono star della musica come Elton John che in quanto a montature stravaganti si è confermato il più pirotecnico del mondo dello spettacolo. Altro che “quattr’occhi”. Ora c’è persino chi ne indossa da vista, ma senza lenti graduate, pur di sfoggiare un nuovo look.

Dan Aykroyd e John Belushi nel film The Blues Brothers (1980), entrambi attrezzati di occhiali scuri, da duri, indossati anche di notte.

In alto Tommaso da Modena (1326-1379), affresco, particolare di un monaco amanuense con occhiali, 1352 circa. Treviso, Seminario Vescovile.

Sotto Robert Redford, in un’immagine giovanile, con gli immancabili Ray-Ban (in questo caso specchiati).

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Reduce dalla guerra di Troia, Diomede portò con sé i germogli di una vite, che poi piantò sulle rive dell’Ofanto...

LE TERRE DEL VINO

I vini della Puglia (1 parte)

di Alberto Calsamiglia

a

Face chiù meracule na votte de vine ca na chiese de Sante (fa più miracoli una botte di vino che una chiesa di Santi).

Anche in questa splendida regione, come in altre del Meridione, si è passati dai vini da taglio alle produzioni tipiche locali e alla sperimentazione di nuovi gusti da proporre al mercato.

Proverbio pugliese

Eccoci nel “Tacco d’Italia”, 865 chilometri di coste con il mare più pulito della Penisola, poche montagne dove la cima più alta è sul monte Cornacchia, a 1.151 metri di quota, e tanta terra da dedicare alla produzione del vino (e dell’olio), così da renderla la seconda regione italiana di produzione vinicola, dietro solo al nostro Veneto (con undici milioni di ettolitri). Quasi dieci milioni di ettolitri sono stati prodotti nel 2020 in Puglia negli 87.000 ettari

Qui sopra Grappoli d’uva di Nero di Troia.

In alto, da sinistra verso destra Alberto Calsamiglia, titolare di questa rubrica, in uno scatto fotografico del compianto amico Tony Arduino. Vigneti in prossimità di Castel del Monte, fortezza fatta erigere da Federico II di Svevia a partire dal 1240 (probabilmente sulla base di un suo progetto).

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coltivati (1% in montagna, 30% in collina e 69% in pianura) che vantano 4 Docg (Denominazione di origine controllata garantita), 29 Doc (Denominazione di origine controllata) e 6 Igt (Indicazione geografica tipica). Le Docg sono riservate ai vini riconosciuti Doc da almeno dieci anni, che siano di grande pregio e che abbiano ottenuto rinomanza commerciale sia nazionale che internazionale; annualmente vengono analizzati anche nell’imbottigliamento per controllare i requisiti previsti dal Disciplinare che, se non rispettati, fanno decadere il prestigioso riconoscimento. Per ben due volte la Puglia è stata una sorta di capitale d’Italia: dal 1223 al 1250 Foggia fu la residenza preferita da Federico II di Svevia, che spostò la sua capitale da Palermo e vi fece costruire una serie di palazzi imperiali e un sistema straordinariamente efficace di fortezze e castelli, tra i quali quelli di Gioia del Colle (adibito poi a residenza regale) e di Castel del Monte, divenuto

patrimonio Unesco e patria di tre Docg. Federico II è a noi particolarmente caro, essendo lo “stupor mundi” stato suocero del nostro Ezzelino III da Romano, cui concesse in moglie nel 1238 Selvaggia, la sua giovanissima figlia riconosciuta. Nel 1943, dopo sette secoli, all’alba del 9 settembre, il re Vittorio Emanuele III fugge da Roma per riparare a Brindisi, lasciando il nostro esercito nel caos ed eleggendo questa città a capitale del regno (il “Regno del Sud”). Resterà tale per pochi mesi; nella primavera 1944 verrà scelta come capitale Salerno. Si narra che il poeta e suonatore di cetra Arione di Metimna, che la leggenda colloca a Corinto nel VI secolo a.C., partì ricchissimo da Taranto per la sua Grecia su una nave, ma fu gettato in alto mare dall’equipaggio per derubarlo. Un delfino lo caricò e lo portò in salvo a riva. Come autore, egli sviluppò il ditirambo, canto che celebrava Dioniso, divenuto poi la musica della vendemmia. La sua immagine, immersa in grappoli d’uva, è stata trovata su una moneta brindisina del IV secolo a.C., quando Roma non era ancora arrivata nelle terre pugliesi (dove il vino, aromatizzato e mescolato con il miele, era già conosciuto e amato).

Anche in Puglia, come in altre regioni del Sud, si è passati dai vini da utilizzare per il taglio di altri vini alle produzioni tipiche locali, alla sperimentazione di nuovi gusti da proporre al mercato.


Oltre 400 chilometri da nord a sud, dal Tavoliere foggiano fino a Santa Maria di Leuca, i terreni calcareo-sabbiosi, calcareo-tufacei, argillosi-sabbiosi sono occupati da viti pugliesi, prevalentemente a uva nera, che sempre più si stanno affinando e qualificando. Tra le eccellenze spicca certamente la Docg Castel del Monte Nero di Troia, vino rosso invecchiato, per il 90% vitigno Nero di Troia, il restante 10% da vitigni a bacca nera coltivati nel medesimo territorio (la zona della Murgia Centrale, nelle province di Bari e di Barletta-Andria-Trani). Vino rosso corposo e armonico di 13 gradi, deve essere invecchiato almeno due anni, di cui uno in botte di legno, la cui resa massima non può superare il 70% (da un quintale di uva si ottengono al massimo 70 litri di vino), pena la perdita della Docg.

La leggenda racconta che Diomede, reduce dalla guerra di Troia, portò con sé diversi blocchi di pietra della città distrutta e alcuni germogli di una vite che, raggiunto l’Adriatico, fu piantata sulle rive dell’Ofanto, dando il nome alla vite. Il Nero di Troia, vinificato in purezza, ha caratteristiche uniche e facilmente riconoscibili: sentore di ciliegia e di ribes, mescolati con il tabacco. Fu il preferito di Federico II, che apprezzava molto i vini corposi. Risulta che a metà dell’Ottocento esistessero in Capitanata impianti sperimentali di uva di Troia, definita una varietà robusta, resistente alla siccità, coltivata a ceppo basso e in riga, sistema che i romani dicevano “humilis sine adminiculo” e che oggi si inquadra come “vigna a sistema latino”. Possiamo certamente affermare che questo vigneto, oggi, rappresenta il terzo vitigno a bacca nera della regione, preceduto solo dal Primitivo e dal Negroamaro. Un ottimo bicchiere

da abbinare ai primi piatti con ragu e grigliate di carne. Molto simile a questo vino è l’altro Docg Castel del Monte Rosso riserva. Stessi luoghi di coltivazione, versione secca, ma solo 65% di Nero di Troia con il restante 35% di altri rossi del territorio. Stesso invecchiamento e stessa gradazione. A differenza delle varietà a bacca nera che giungono a maturazione molto presto, questo è decisamente più tardivo, matura infatti in ottobre e ha un’ottima capacità di invecchiamento. L’uva risulta essere molto speziata, con piacevoli sentori di mora, ciliegia e tabacco. Per la sua degustazione si raccomanda di aprire le bottiglie con ampio anticipo e di bere il Castel del Monte Rosso a temperatura ambiente, accompagnandolo preferibilmente a gusti forti come l’agnello e il cinghiale. Sempre nella Murgia, nei pressi della rocca federiciana da cui prende il nome, troviamo la Docg (dal 2011) Castel del Monte Bombino nero, che in realtà è un vino rosato, secco, delicato e fruttato. È composto per il 90% dal vitigno Bombino e ha gradazione di 12 gradi. La caratteristica di questo vino è la vinificazione in bianco; dopo una notte in cella frigo, bisogna separare prontamente la vinaccia (parte solida della spremitura) dal mosto che così mantiene la colorazione rosata. Un processo necessario, perché il suo succo risulterebbe altrimenti molto acido. Il vitigno parrebbe originario della Spagna, dal cosiddetto “Bovino” (nella lingua iberica la lettera v viene pronunciata b), poi convertito in italiano con “bombino”.

Per l’ultimo, il Primitivo di Manduria dolce naturale (Docg dal 2011), ci spostiamo nella penisola salentina, nelle province di Taranto e Brindisi, parte sudorientale del tarantino, e nella costa ionica fin quasi alle Murge.

Come indica il Disciplinare, si tratta di un vino dolce, 100% di uve Primitivo dal colore rosso intenso, che sono state lasciate appassire naturalmente. La gradazione arriva quindi a 16 gradi. Perfetto perciò nell’abbinamento con la pasticceria secca e con altri dolci asciutti. A metà del Settecento si è cominciato a documentare l’importanza di questo vigneto. Don Francesco Indellicati (17871831), della chiesa di Gioia del Colle, notò - tra le diverse vigne coltivate - che questa giungeva a maturazione prima delle altre e che produceva un succo di colore nero molto gradevole. Oltrettutto la si poteva vendemmiare già in agosto. Selezionata la vite, cominciò a produrla separatamente dalle altre, in monocoltura, dandole il nome di Primativo o Primaticcio, oggi divenuto Primitivo; vite che si espanse velocemente nelle zone di Altamura e Acquaviva delle Fonti, per poi trovare uno splendido sviluppo nelle terre salentine. Risulta che la contessina Sabini di Altamura, sposando Don Tommaso Schiavoni-Tafuri di Manduria, portò dalla sua terra natale alcune barbatelle dell’amata vigna, che il marito seppe poi sviluppare e coltivare alla perfezione, visto che nelle sue terre il Primaticcio guadagnava molto in gradazione alcolica e acquisiva un colore più rosso.

Il cetrista Arione di Metimna in una incisione settecentesca ripresa da un bassorilievo dell’olandese Artus Quellin il Vecchio (1609 -1668).

Qui sotto Nel 2020 sono stati prodotti in Puglia quasi dieci milioni di ettolitri su una superficie vitata di 87.000 ettari.

Isaac Taylor, Atena consiglia a Diomede, che ha appena ucciso Reso, di ricongiungersi ai Greci, incisione, 1805.

> Continua nel prossimo numero

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Qualche pratico consiglio di sopravvivenza

Quanto sfruttiamo... o siamo sfruttati dai social?

TEMPI MODERNI

di Stefano Falcone Imprenditore nel digital business

Se si considerano i social come canali nei quali comunicare qualcosa, senza farsi influenzare dal numero dei like che si ricevono, si può gestire uno strumento davvero importante e utile.

Con il tono giusto si può dire tutto, con quello sbagliato nulla: l’unica difficoltà consiste nel trovare il tono. George Bernard Shaw

Quanto sfruttiamo... o siamo sfruttati dai social? La domanda ha effettivamente una sua ragione, perché la linea di demarcazione è piuttosto labile, non facile da individuare. Da un lato, infatti, siamo noi a utilizzare i social, beneficiando delle loro immense potenzialità; dall’altro però, magari senza nemmeno rendercene conto, prestiamo il fianco a possibili impieghi speculativi.

Prima di iniziare a pubblicare, la domanda da porci è: a cosa servono i social?

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Notizia di questi giorni: una nota star dì Hollywood, con un seguito di milioni di follower, ha deciso di abbandonare i social per la salvaguardia della sua salute mentale. Non riusciva a reggere il peso dei giudizi negativi (ma anche di quelli positivi) che venivano dati su di lei. D’altronde il fenomeno è noto e può colpire chiunque frequenti con una certa visibilità la rete. Si tratta di opinioni e pareri

rilasciati frettolosamente, spesso superficiali o privi di fondamento, che - per quanto si cerchi di essere impermeabili - possono incidere (anche pesantemente) sul nostro sistema nervoso. Ne sanno qualcosa gli psicologi.

Cosa fare allora? Come difendersi? È il caso di abbandonare i social, non pubblicare più nulla e limitarci a restare spettatori degli altrui post? Si ironizza spesso sul fatto che, in un certo senso, un utente social guarda dal “buco della serratura”, osserva silenziosamente - quasi nell’ombra - ciò che gli altri propongono o gli vogliono proporre. Peraltro lo stesso utente può decidere di “scendere in campo”, mostrando qualcosa di sé e della sua vita. Prima di iniziare a pubblicare, però, la domanda che dobbiamo porci è a cosa servano i social. Sembra banale, ma se ci daremo

una risposta attendibile e sincera, forse potremo prendere dal mondo digitale quanto di buono esso offre. In primis una stupefacente e facile opportunità di connessione con gli altri. Se infatti cominceremo a considerare i social come canali nei quali comunicare qualcosa di noi, senza farci influenzare dal numero di like che riceveremo, forse saremo in grado di gestire uno strumento che per noi stessi è davvero importante. Un esempio? Siete proprio sicuri che i vostri amici conoscano dettagliatamente il lavoro che svolgete e la vostra professionalità? Oppure il vostro pensiero su determinate questioni piuttosto che le vostri opinioni, gusti, passioni? Desiderare far conoscere ad altre persone tutto o parte di ciò che fa parte del nostro bagaglio di conoscenze (luoghi, emozioni, esperienze), e volerlo condividere e “donare” è sicuramente un bel


TEMPI MODERNI

In fin dei conti anche noi siamo un brand.

gesto. Attenzione però: non dobbiamo aspettarci nulla in cambio se lo facciamo saltuariamente. Se invece pubblichiamo con coerenza e frequenza quegli aspetti che aiutano gli altri a sapere qualcosa di più, la riconoscenza arriva. Questo è sicuro. Il digital, come detto, è davvero un ottimo strumento per fare ciò. Ma se invece ci “mettiamo alla berlina”, esponendoci così al giudizio altrui (spesso soggettivo), allora il “gioco” può diventare un po’ pericoloso.

Un’altra domanda che dobbiamo porci è se si possa utilizzare lo stesso linguaggio in tutti i social. La risposta è no. Ogni canale è infatti seguito e praticato da un determinato pubblico. Ne consegue che la comunicazione è differente. Facebook, per esempio, è frequentato da persone con età superiore a quella degli utenti di Instagram, network che privilegia

le immagini e, in particolare, i video. Qui si possono trovare sempre più reel, cioè video brevi, che si possono guardare a schermo intero sul cellulare o mobile. Oggi le persone prediligono il mobile al computer o al tablet: su questo dispositivo un testo lungo e con immagini poco attrattive determina sicuramente un interesse inferiore. Questo tipo di comunicazione è ancora più spinta su TikTok: l’età media dei suoi frequentatori si abbassa ancora e si interagisce solo attraverso i video. Il discorso si ribalta su Twitter, sul quale converge un target di persone interessate a leggere notizie, testi brevi e immagini esplicative. LinkedIn è il canale professionale per eccellenza, dove si possono trovare notizie e condividere approfondimenti con gli addetti ai lavori: è trasversale e il linguaggio utilizzato è diverso da quello degli altri social.

Per sfruttare appieno le potenzialità offerte dal digitale è necessario adottare un linguaggio adeguato; ma la cosa più importante è scegliere il canale più in linea con il nostro “stile” e le nostre esigenze. Per farlo dobbiamo però avere un “posizionamento”, allo stesso modo di come si opera con i marchi di prodotti. In fin dei conti anche noi siamo un brand: si parla in questi casi di Personal branding, materia di studio e applicazione trattata. Se desideriamo farci riconoscere ed essere apprezzati per alcune nostre caratteristiche, è quindi su questi elementi che dobbiamo concentrare il nostro piano di comunicazione.

www.stefanofalcone.info

Con una programmazione precisa degli argomenti da affrontare potremo “sfruttare” al meglio la forza del digitale, facendo in modo di essere meno “sfruttati”.

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A novembre il rinnovo del Consiglio di Quartiere

FOCUS CENTRO STORICO La parola a Erio Piva

CIVITAS

di Antonio Minchio

Fotografie: Fulvio Bicego, Sofia Brazzalotto ed Emily Gazzola

Servono forze fresche e competenti, in grado di interfacciarsi con serietà, disponibilità e determinazione con l’Amministrazione Civica. Anche perché la situazione richiede uno sforzo non indifferente, soprattutto se si vuole restituire a Bassano la leadership di un tempo.

La democrazia permette di votare per il candidato che dispiace meno. Robert Byrnee

Erio Piva, autentica anima del Consiglio di Quartiere Centro Storico, del quale è stato per più mandati presidente. Suo l’invito a presentare candidature serie e coraggiose in occasione delle elezioni di novembre.

ELEZIONI PER IL RINNOVO DEL CONSIGLIO DI QUARTIERE CENTRO STORICO Le candidature vanno presentate presso la Sede di Quartiere in via Matteotti, 43 a Bassano dove potranno essere compilati e consegnati gli appositi moduli Martedì 6 - 13 - 20 settembre dalle 18.30 alle 20.00 Giovedì 8 - 15 - 22 settembre dalle 10.00 alle 12.00 Sabato 3 - 10 - 17 settembre dalle 10.00 alle 12.00

Con un successivo avviso saranno resi noti i nomi dei candidati, l’ubicazione del seggio e l’orario di votazione.

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Domenica 6 novembre i residenti del Centro Storico saranno chiamati a eleggere i propri rappresentanti in seno al Consiglio di Quartiere. Un appuntamento significativo, in considerazione del fatto che si tratta - com’è noto di un organo intermedio fra i cittadini e il Comune: luogo deputato, quindi, a individuare ed evidenziare le varie problematiche (non poche!) che affliggono, alcune ormai da anni, il cuore di Bassano. Ne abbiamo parlato con Erio Piva, l’anima di questa istituzione (ne è stato generosamente alla guida per diversi mandati), allo scopo di “fotografare” l’attuale situazione.

“Premetto subito che è importante mantenere sempre aperto un propositivo canale di comunicazione con l’Amministrazione Civica. Il confronto con il sindaco e gli assessori è indispensabile e deve poggiare su solide basi. Servono competenza, spirito di osservazione, disponibilità a collaborare e, non ultime, buone idee. L’obiettivo è nobile e merita sicuramente un po’ di applicazione, poiché si tratta di operare a favore del benessere della comunità. Mi piace ricordarlo

soprattutto a quanti intendano candidarsi. Abbiamo già fissato le date per presentare le candidature, operazione da compiere nella nostra sede di via Matteotti 43 (sotto la Loggetta Comunale) e ci aspettiamo una buona e valida partecipazione. Il contributo dei volontari è fondamentale”.

Ne approfittiamo per chiedere come vede oggi, dopo tanto impegno alla guida del Consiglio di Quartiere, la situazione di Bassano? “La nostra città ha perso diversi treni. Penso alla Provincia, ma anche alla cosiddetta Area Vasta: opportunità, ma anche necessità vitali. Non a caso Bassano ha visto progressivamente diminuire la sua importanza. Se prima era il centro di un territorio, attualmente è uno dei tanti paesi che ne fanno parte. Una città chiusa in se stessa, stretta fra i comuni che la circondano. Dispiace dirlo. Ed è quasi inutile rivangare su quanto è accaduto - o meglio non è accaduto - nel corso degli anni. La vocazione turistica ovvia in parte a questa situazione. Manca però, al di là dei molti plateatici (forse anche troppi) una seria

politica di promozione. Il turismo mordi e fuggi va bene. Ma la città avrebbe i numeri per puntare più in alto. Giunti ormai al termine della bella stagione possiamo forse dire di poter ancora contare su OperaEstate, anche se i fasti di un tempo sono tramontati”. Una visione un po’ fosca... “Non abbiamo saputo centrare gli obiettivi strategici. E manca tuttora una seria visione di città. La conseguenza? Una scarsa disponibilità economica che limita le possibilità di intervento a favore dei residenti. C’è quindi bisogno - anche nel nostro Consiglio di Quartiere - di buona volontà, di forze fresche: persone coraggiose e competenti che amino Bassano e che siano in grado di affrontare le sfide di quest’epoca complicata. Non possiamo più permetterci errori e nemmeno peggioramenti. Un esempio? Il caso di via Pusterla, nel tratto di competenza del nostro quartiere: un brutto biglietto da visita per i turisti che giungono da Prato Santa Caterina. E pensare che tempo fa era stata in parte riqualificata (con tanto di spiaggetta)...”.




Carattere aperto ed energico al tempo stesso, ha saputo imprimere alla sua profumeria lo sprint di un negozio raffinato e apprezzato

PERSONAGGI

LORENA MANTOAN La signora dell’Elephant

di Andrea Minchio

Il profumo? Un accessorio basilare, indimenticabile, non visto: preannuncia il tuo arrivo e prolunga la tua partenza.

Fondamentale, agli esordi della sua carriera professionale, l’esperienza alla Calzoleria Vulcano. Ma, ancor di più, l’aver lavorato in via Da Ponte, un tempo l’arteria commerciale più importante della città: un luogo speciale nel quale “i negozianti si aiutavano reciprocamente, quasi si fosse trattato di una grande famiglia”.

“All’estremità meridionale di via Marinali si trovava, prima della guerra, la villa Michiel, con splendidi affreschi di Noè Bordignon. L'edificio venne distrutto da un bombardamento degli Alleati e quell’area, rimasta vuota, fu adibita negli anni Cinquanta a cinema all’aperto. In seguito l’Impresa Pozzobon eresse in quel luogo il Condominio Estivo, così chiamato proprio in ricordo delle proiezioni avvenute nelle belle stagioni. La costruzione non era ancora ultimata quando mio suocero, Silvio Brian, prese in affitto gran parte del pianterreno per farne la sede del suo ingrosso di articoli da profumeria e chincaglieria”: Lorena Mantoan ripercorre con noi un frammento di storia bassanese. Fondatrice e titolare della Profumeria Elephant, è molto conosciuta e apprezzata a Bassano, tanto per l’indiscussa professionalità quanto per la prorompente carica umana. “Ho aperto questo negozio nel 1977, quattro anni dopo avere sposato Dario, figlio di Silvio e anch’egli molto noto in città per essere (dal 1964) il frontman dei Lollardi, storico complesso rock bassanese. Fondamentale è stata per me, oltre alla collaborazione di mio marito, la disponibilità

da parte di suo padre a cedere una porzione dell’ingrosso, consentendomi così di ricavare lo spazio necessario per dar vita alla profumeria”. Un gesto generoso, sicuramente, ma anche una scelta azzeccata e un “investimento” per il futuro. Perché in effetti Lorena - seppur ancor molto giovane - disponeva già di una discreta grinta e di una valida preparazione commerciale. “Per parecchi anni avevo lavorato come commessa alla Calzoleria Vulcano, in via Da Ponte: un negozio di buon livello, con articoli importanti. Ma tutta quella centralissima arteria, in realtà, è stata per me una palestra di vita. Si trattava di una sorta di via Monte Napoleone in scala ridotta. Basti pensare alla boutique di Titta Cenere, per me un maestro prodigo di consigli (come quello di fotografare il cliente prima che apra bocca, intuendone il carattere e anticipandone i gusti). Oppure alla Gastronomia Venzo, allora gestita dal vecchio titolare (in seguito giunsero Antonia e Lino Santi). E poi al Bar Breda, ritrovo della crema cittadina, alla Libreria Bassanese di Mario Bernardi, ai negozi Zizola, Giubilato e Cadore. E, appunto, anche all’ingrosso di mio suocero prima che si trasferisse in via Marinali”. Insomma una “contrada fatale” per Lorena, che qui conobbe Dario: “Era studente di Ragioneria al Vaccari (in palazzo Vinanti), come tanti altri amici, e mi aveva adocchiato... Ci mettemmo assieme, ci mollammo e poi tornammo nuovamente assieme: ormai possiamo dire che lo siamo da cinquant’anni!”.

E l’Elephant? “La sua apertura - cosa dapprima impossibile per l’ingrosso - ci consentì di commercializzare

Coco Chanel

marchi importanti, che fino a quel momento erano stati appannaggio esclusivo della Profumeria Fontana (in piazza Libertà) e della Profumeria Lunardon (in via Da Ponte). Antonio Urbani, padre di Andrea, si era invece specializzato in articoli per parrucchieri”. Per offrire alla clientela prodotti d’alta gamma - fragranze e cosmetica - erano però necessarie una buona formazione specifica e una location adatta... “Mi misi a studiare con diligenza. Affidai poi l’arredamento del negozio a Massimo Vallotto e, in epoca successiva, a Ezio Veronelli: due professionisti che seppero interpretare - in tempi diversi - le mie esigenze. Per il nome, invece, mi ispirai a quello di un albergo di Salisburgo, dove ogni anno Dario e io ci recavamo in occasione del celebre festival musicale”. Oggi, possiamo dirlo senza tema di smentita, Lorena e l’Elephant sono praticamente una cosa sola. “È vero, e posso tranquillamente dire di aver dedicato tutta la vita al lavoro. Ma, in realtà, non solo all’Elephant”. Cioè? “Mi piace ricordare che nel 1995, autentico anno di svolta per me, ho dato vita con quindici colleghi a Ethos, un consorzio di profumerie che fin da subito ha voluto attribuire estrema importanza al requisito dell’etica professionale. Un’avventura, per così dire, nella quale mi sono buttata anima e corpo, con risultati allora del tutto insperati. Sono trascorsi ventisette anni e di strada ne abbiamo fatta davvero parecchia: attualmente Ethos raggruppa 118 ragioni sociali, con ben 309 punti vendita. Si tratta, in effetti, del gruppo più importante e grande d’Italia in questo settore. Scusate se è poco!”.

Lorena Mantoan sulla soglia della Profumeria Elephant, in via Marinali. Nel testo Lorena, con il marito Dario Brian (grossista di articoli da profumeria e cosmetica, molto noto anche per il ruolo di frontman nella rock band bassanese dei Lollardi), in occasione di un viaggio a Copenaghen nel 1970. Qui sotto Un’immagine molto cara a Lorena, tratta dal suo album dei ricordi: la famiglia di suo padre Gino, figlio di un colonnello di origini siciliane che aveva combattuto sul Grappa durante la Prima Guerra Mondiale.

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Nel 1566 Pio V istituì un formidabile servizio di intelligence

SCENARI

GLI 007 DEL PAPA “Agenti” al servizio della pace

di Giorgio Spagnol Analista di politica internazionale

Grazie alla raccolta e all’analisi delle informazioni provenienti dalle 183 Nunziature apostoliche sparse nei cinque continenti, la Chiesa ha una visione d’insieme del sistema-mondo articolata e lucida, che la mette spesso in grado di leggere in anticipo scenari e dinamiche dell’era contemporanea.

Nell’intervista concessa lo scorso 2 maggio al Corriere della Sera Papa Francesco, riflettendo sulle cause della guerra in Ucraina, ha parlato dell’“abbaiare della NATO alle porte della Russia” che avrebbe spinto Putin a reagire e a invadere l’Ucraina. Il 14 giugno, nel corso di una conversazione con le riviste dei gesuiti, Papa Francesco ha inoltre dichiarato: “Dobbiamo allontanarci dal normale schema di Cappuccetto rosso: Cappuccetto rosso era buona e il lupo cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro”. Nel mondo occidentale, senza giungere a definire il Papa un filo-putiniano, alcuni dubitano della sua competenza nell’esprimere giudizi su eventi politicomilitari, dimenticandosi invece che la Santa Sede è non solo una potenza spirituale e diplomatica, ma anche l’epicentro di una importante rete informativa che ha pochi eguali nel contesto internazionale e che le permette un’approfondita conoscenza degli affari globali. Il papato, una delle istituzioni più antiche del mondo, ha da sempre un doppio ruolo: autorità spirituale-religiosa nonché attore fondamentale della scena politica internazionale. I Papi, nel corso dei secoli, dovevano rispondere alle sfide sistemiche che più volte hanno minacciato la posizione della Chiesa. Grazie a una rete composta da semplici sacerdoti, alti prelati e comuni laici, il servizio di intelligence più affidabile della storia è nato nel 1566 per volontà di Papa Pio V: teologo, inquisitore, domenicano instancabile e promotore della Controriforma. Prima missione degli “agenti del Papa” è stata quella di sostenere nell’ascesa al trono d’Inghilterra

la cattolica regina scozzese Maria Stuarda contro la protestante Elisabetta I. Nel Seicento viene costituita una rete di protezione e controllo per prevenire l’operato degli agenti francesi al soldo dei cardinali Richelieu e Mazzarino. Più di recente, a inizio Novecento, Papa Pio X organizza il Sodalitium Pianum per contrastare le infiltrazioni moderniste nella Chiesa. Infine, si può definire a metà strada tra il pastorale, il politico e l’intelligence l’operato della Santa Sede in Polonia (1975-1986), con Giovanni Paolo II a favore di Solidarnosc. La Santa Sede dispone attualmente di un capillare apparato di raccolta informativa. Alla Segreteria di Stato Vaticana e agli organi collegati rispondono le Nunziature apostoliche (183 sparse nei cinque continenti), che svolgono compiti di diplomazia ordinaria.

Ma in quegli uffici arrivano regolarmente anche i rapporti dei vescovi di tutto il mondo, che coordinano una struttura gerarchica fondata su diocesi, parrocchie e oratori, struttura che porta la Chiesa negli angoli più remoti del pianeta. Per non parlare dell’Opus Dei, delle ONG cattoliche, dei mass media (Osservatore Romano, Vatican News, Nigrizia, Asia News), della Caritas e della vasta galassia di istituti, università e organizzazioni caritatevoli e sanitarie sparse per il mondo. A seguito della raccolta e analisi di tali informazioni la Chiesa ha una visione d’insieme del sistemamondo articolata e lucida, che più volte la mette in grado di leggere in anticipo scenari e dinamiche dell’era contemporanea. L’informazione capillare che raggiunge il Vaticano è quindi alla

Qui sopra, dall’alto verso il basso Marcus Gheeraerts il Giovane, Ritratto della regina Elisabetta I d’Inghilterra, particolare, olio su tela, 1595. Londra, National Portrait Gallery. Philippe de Champaigne Ritratto del cardinale Richelieu, particolare, olio su tela, 1638. Londra, National Gallery.

Sotto ai titoli, foto grande Palma il Giovane, Ritratto di Papa Pio V, olio su tela, 1568 circa. Chianciano Terme, Museo d’Arte.

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SCENARI A fianco Un preṡentat’arm delle Guardie Svizzere: il più antico corpo militare permanente al mondo (venne istituito nel 1506) presta servizio nella Città del Vaticano, ma pure in occasione dei viaggi del Papa nei vari Paesi del mondo.

base di un complesso pensiero strategico che gli ultimi pontefici, da Paolo VI in poi, hanno strutturato posizionando il Vaticano come ponte tra Oriente e Occidente. Il Servizio di Intelligence del Vaticano (SIV), che fa capo alla Gendarmeria Vaticana, non ha nulla da invidiare al Mossad israeliano, alla CIA statunitense, all’FSB russo e all’MI6 inglese. Sarebbe quindi un errore fatale sottovalutare la portata, l’esperienza e le capacità di quello che molti esperti e storici considerano il servizio di intelligence più discreto e più vasto al mondo. Si dice che il leggendario cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal abbia affermato in un’intervista che “il servizio di spionaggio migliore e più efficace al mondo appartiene al Vaticano”. Troneggiando su Piazza della Minerva a Roma, quello che potrebbe sembrare solo uno dei tanti antichi palazzi romani ospita la Pontificia Accademia Ecclesiastica. In quel luogo

Qui sopra, da sinistra verso destra Lech Wałęsa, fondatore di Solidarnosc, primo sindacato indipendente nella cortina di ferro, portato in trionfo dai colleghi nel 1989. L’abbattimento, a colpi di piccone, del muro di Berlino il 9 novembre 1989.

Sotto Iosif Stalin in un manifesto propagandistico. Segretario generale del Comitato centrale del PCUS, minimizzò il ruolo della Chiesa cattolica nelle vicende internazionali: “Quante divisioni ha il Papa?”.

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vengono inviati i preti della Chiesa cattolica per essere formati e divenire membri di uno dei corpi diplomatici d’élite più preparati al mondo: i Nunzi Apostolici, principali raccoglitori di informazioni per la Santa Sede. Nel 2008 lo Stato della Città del Vaticano è entrato a far parte dell’Interpol, cioè della più grande associazione internazionale di forze di polizia del pianeta con sedi in 192 Paesi. Da allora il Vaticano ha accesso a enormi risorse e database attraverso i suoi nuovi contatti. “Quante divisioni ha il Papa?”. Questa fu la domanda sarcastica di Stalin alla richiesta di Churchill di non lasciare che gli sviluppi interni in Polonia turbassero le relazioni con il papa. Con questa dichiarazione sprezzante, volta a minimizzare il potere della Chiesa negli affari internazionali, Stalin non avrebbe potuto essere più lontano dalla verità. Alla fine della Guerra Fredda, infatti, proprio il ruolo della

Chiesa negli affari internazionali si è ampliato. La notevole presenza di diplomatici pontifici nel mondo ne ha consolidato il ruolo di preziosi membri della comunità internazionale, in possesso di una delle merci più preziose: informazioni accurate e sempre tempestive. Ed è in questo contesto che il ruolo del Vaticano nell’agevolare il raggiungimento di un cessate il fuoco nel conflitto ucraino va sostenuto e incoraggiato dai vari attori geopolitici. Il Vaticano ha sempre tenuto aperti i canali diplomatici con Mosca. La dirigenza vaticana ha ripetutamente dichiarato la propria disponibilità a fornire ogni possibile assistenza per raggiungere la pace e porre fine alle ostilità in Ucraina. L’apertura della Russia verso il Vaticano è figlia anzitutto della posizione di equilibrio che fino a oggi la Santa Sede ha mantenuto sul conflitto in Ucraina.



INDIRIZZI UTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GUARDIA DI FINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POLIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

URP - Informagiovani Comune di Bassano del Grappa

POLIZIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Piazzetta Guadagnin, 13 Tel. 0424 519555 - 0424 519165

0424 507911 0424 519404

POLIZIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FUOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PUBBLICI

AGENZIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MUSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. ULSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 U.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MUNICIPIO Via Matteotti, 35 0424 519110 U.R.P. Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519165

POSTE E TELECOMUNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBUNALE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CULTURA

MUSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MUSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAZZO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAZZO BONAGURO Via Angarano 0424 502923

MUSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MUSEO DEI CAPPUCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MUSEO DELL’AUTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MUSEO HEMINGWAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 18/09-20/09 12/10-14/10 ALLE DUE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 20/09-22/09 14/10-16/10 ALLE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 31/08-02/09 24/09-26/09 18/10-20/10 ALL’OSPEDALE Via J. da Ponte, 76 0424 523669 16/09-18/09 10/10-12/10 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 04/09-06/09 28/09-30/09 22/10-24/10 COMUNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 10/09-12/09 04/10-06/10 28/10-30/10 COMUNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 08/09-10/09 02/10-04/10 26/10-28/10 POZZI Via Scalabrini, 102 0424 503649 12/09-14/09 06/10-08/10 30/10-01/11 RAUSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 02/09-04/09 26/09-28/09 20/10-22/10 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 06/09-08/09 30/09-02/10 24/10-26/10 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 22/09-24/09 16/10-18/10 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 14/09-16/09 08/10-10/10 01/11-03/11



Uno spazio dal respiro metropolitano nel cuore di Bassano

InnBottega, l’incubatore di idee di Federico Parise

INCONTRI

di Elisa Minchio

Apparentemente si tratta di un negozio (originale), dove è possibile acquistare del pane a lievitazione naturale, sorseggiare un buon caffè o consumare un ricco brunch, In realtà è un luogo di incontri e sperimentazioni, una sorta di artistica installazione che ha il potere di coinvolgere e contagiare.

Abbiamo parlato di Federico Parise nello scorso numero: a lui, persona nota in città, è stata dedicata - non a caso - la rubrica Personaggi. E il servizio non è passato inosservato. Tant’è vero che più di un lettore ha chiamato in redazione per conoscere maggiormente la sua figura e le idee che sta portando avanti. La prima espressione che ci viene in mente, riferendoci al suo pensiero e alle sue azioni, è quella di “rivoluzionario”. Un rivoluzionario positivo, beninteso, che del suo spazio InnBottega ha fatto un luogo di sperimentazione e di incontri: il “pretesto” per lanciare progetti civici, percorrendo strade nuove e spesso mai affrontate in città con uno spirito così frizzante.

In questa pagina Momenti di “straordinaria” quotidianita in InnBottega.

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È difficile tenere il passo di Federico (e non solamente in senso figurato): in negozio “spopolano” infatti deliziose leccornie - così come il pane a lievitazione naturale ottenuto da semplici farine locali - e, allo stesso tempo, maturano idee e suggerimenti volti a promuovere la nostra città. Della quale lui, marosticense doc, ha finito per innamorasi perdutamente.

Coraggiosa la scelta della location, all’angolo fra vicolo Bastion (minuscola arteria cittadina lunga ventisei metri) e salita Brocchi: prima del suo arrivo il portico del Condominio Caravaggio languiva. Negozi chiusi, vetrine tristi. Una scommessa vinta, quella di trasformare quel malinconico spazio in un ambiente dinamico e vivace. Chi l’avrebbe detto! D’altronde l’uomo, che è tenace e volitivo, ha l’estro degli artisti. Potremmo perfino azzardarci a dire che InnBottega è una sorta di singolare “installazione”. E, dopo quasi dodici anni di attività, il bilancio è decisamente positivo, con una clientela eterogenea che va “dagli studenti bighelloni alla nobil signora bassanese”. Una frequentazione, viene da dire, radical-chic, con gli avventori catturati dalla contagiosa intraprendenza di Federico e del suo gruppo di lavoro. “Ci sono anche loro - spiega il diretto interessato -, ragazze e ragazzi che hanno sposato la mia filosofia: Rita, Reda, Giulia e Valentina!”. Un team fortemente coinvolto e responsabile, perché operare all’interno di un incubatore di idee richiede impegno. Per non parlare, poi, della genesi di attività

e servizi correlati. Come nel caso dell’adiacente Dexter Vintage, negozio di modernariato da poco inaugurato, o de Ledicola, riaperta con spirito ingegnoso proprio dinnanzi al Tempio Ossario. Senza omettere, infine, l’attrezzata “officina” per il noleggio e la riparazione di biciclette, rigorosamente muscolari, avviata a metà di via Marinali. “Una storica contrada per la quale mi sto battendo (come un leone n.d.r): merita di rinascere, ricca di emergenze artistiche com’è! Con via Verci e via Roma, fa parte del tridente di accesso alla città da sud, ma delle tre è a mio avviso la più attraente. Per questo ho in cantiere un progetto stuzzicante. Per ora, tuttavia, preferisco non anticipare nulla (sono un po’ scaramantico). Non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco!”.




Autrice sensibile e versatile, ci regala una preziosa accoppiata...

GABRIELLA BERTIZZOLO In due libri l’impegno e il tormento della poetessa bassanese

IN VETRINA

di Elisa Minchio

Muoiono i poeti, ma non muore la poesia perché la poesia è infinita. Come la vita.

Aldo Palazzeschi

La raccolta Approdi di-versi si apre con un’originale mail di Eleonora Duse a D’Annunzio. In Umberto Galvan viene invece tratteggiato un toccante ricordo del marito, colpito dal Covid. Gabriella Bertizzolo, bassanese, ha frequentato il Liceo-Ginnasio “G.B. Brocchi”, per poi laurearsi in Lettere Moderne a Padova. Docente nella Scuola Secondaria di Primo Grado, per un lungo periodo ha partecipato ai convegni di Ipotesi Cinema, fondata dal regista Ermanno Olmi, e alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. In seguito ha frequentato il laboratorio teatrale triennale Theama di Vicenza.

Fra le sue pubblicazioni A tavola con l’Asparago di Bassano (poesia conviviale, 1990), Antonio Baggetto (ne “L’Illustre bassanese”, 1992). Per le Edizioni del Leone Versi in gabbia (1995) e Antiche fessure (Premio Città di Fucecchio, 1997). Per Genesi Editrice Mesti riverberi (Premio Antonio Discovolo, 2000), Tutto era inizio (2001), Il fruscio dell’attesa (2003) e Racconti dal Lido (2020), con prefazione di Mario Brenta. Per Marsilio Editori Argonauta (2007). Per Leonida Editore Figlio di Mercurio (2013), libro vincitore, per l’inedito, del Premio Internazionale “G. Cingari” e del Premio Nazionale di Calabria e Basilicata. Suoi racconti e poesie compaiono in varie antologie. È presente nel sito Italian Poetry.

APPRODI DI-VERSI Poesie

Si tratta della settima raccolta di poesie di Gabriella Bertizzolo, personalità poliedrica e immaginifica: in quest’ultima preziosa silloge, tuttavia, la proposta dell’autrice bassanese si differenzia sensibilmente dalle precedenti produzioni, articolate e composite ma compattate da un estenuante percorso esistenziale e da una ossessiva ricerca formale. Ora, quasi completamente esaurito quello slancio, sorta d’inarrestabile furor scribendi, ecco nascere trentasette nuove poesie suddivise per sezioni in base ai diversi temi affrontati (con riferimenti a Dante e alla devastante pandemia): il frutto di un lavoro compiuto a più riprese, sofferto e ponderato. Ma anche segnato da una certa pacatezza, nella rassegnata accettazione delle avversità dell’esistenza. Emblematica ed efficace, anche al fine di una migliore lettura dei testi, la scelta - da parte di Gabriella Bertizzolo - di collocare all’inizio di ogni sezione vuoi propri scatti fotografici di soggetti ad hoc, vuoi oli su tela di Alarico Macor, a sfondo sacro e funereo. Gabriella Bertizzolo, Approdi di-versi. Editrice Artistica, 2022. Euro 12,00

UMBERTO GALVAN L’uomo con il metro in tasca

Un intenso atto d’amore, delicato e devoto, nel ricordo struggente del marito: è questo, in sintesi, il tema - doloroso - affrontato dall’autrice. Il libro (Dignità di stampa al Premio I Murazzi 2021) è suddiviso in due parti, entrambe essenziali: la prima consiste nella cronaca della morte (annunciata) del compagno di sempre, causata da un virus letale; la seconda ne ricostruisce la vita a ritroso, dalla morte alla nascita, nella logica di una catartica rigenerazione. Gabriella Bertizzolo rievoca la figura del suo Umberto, stimato e noto imprenditore edile vicentino, in un’opera che diviene un mirabile esempio di educazione sentimentale e che fornisce continui spunti di riflessione sui valori profondi degli affetti che sorreggono ogni architettura di esistenza umana. E questo, senza dimenticare gli impegni della partecipazione sociale alla vita di comunità, da sviluppare con generosità e con gioia finché il destino lo consente. Un romanzo biografico che diviene anche una forma di proposizione mediatica con un valore etico meditato e ricco di suggerimenti preziosi.

Gabriella Bertizzolo nel suo studio.

Sotto, dall’alto verso il basso Le copertine dei due libri, entrambi pubblicati nel corso del 2022 e introdotti dalla stessa autrice.

Gabriella Bertizzolo, Umberto Galvan. L’uomo con il metro in tasca. Genesi Editrice, 2022. Euro 15,00

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In ricordo dell’illustre studioso, recentemente scomparso

Donata agli Amici dei Musei un’opera di Agostino Brotto Pastega

RESTITUZIONI

di Antonio Minchio e Carmen Rossi

Un beau geste, soprattutto per il valore simbolico, da parte del parroco di Cassola, don Galdino Antonio Canova, al quale la piccola scultura in argilla era stata regalata dallo stesso autore nel 2019. Un modo nobile per iniziare a ricordare, anche concretamente, la figura dell’appassionato ricercatore e divulgatore, nei confronti del quale anche Bassano è debitrice.

Vuoi vivere felice? Viaggia con due borse, una per dare, l’altra per ricevere. Goethe

Qui sopra La delegazione dell’Associazione degli Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano del Grappa in visita alla Parrocchia di Cassola. Si riconoscono, da destra verso sinistra, il presidente dott. Marcello Zannoni, la prof. Barbara Fasoli, don Galdino Antonio Canova e l’arch. Andrea Minchio. In primo piano, l’opera di Agostino Brotto Pastega generosamente donata al sodalizio culturale. In alto, da sinistra Assieme e particolare della Sacra Famiglia di Agostino Brotto Pastega.

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Capeggiata dal presidente Marcello Zannoni, una piccola delegazione dell’Associazione degli Amici dei Musei e dei Monumenti di Bassano del Grappa si è recata lo scorso agosto dal parroco di Cassola, don Galdino Antonio Canova. Una visita con un alto valore simbolico, poiché legata a una significativa donazione da parte del curato allo storico sodalizio culturale della nostra città: si tratta infatti di un delicato gruppo plastico modellato in argilla dall’arch. Agostino Brotto Pastega e raffigurante una Sacra Famiglia, che lo stesso autore gli donò nel 2019. La scultura è dunque passata in proprietà agli Amici dei Musei, che dovranno ora individuare una adeguata collocazione per l’opera. In merito alla donazione, va chiarito che non si è certo trattato di una casualità. In occasione dei funerali del compianto Agostino Brotto Pastega, svoltisi alla fine di luglio, il dott. Zannoni aveva infatti espresso proprio a don Galdino il desiderio che almeno qualche pezzo delle straordinarie

collezioni artistiche dell’illustre studioso potesse essere destinato alla Città di Bassano. Dictum factum, con generosità e sensibilità il parroco ha prontamente accolto la proposta: un gesto che speriamo possa costituire un esempio da seguire. Ad accompagnare il presidente degli Amici dei Musei a Cassola sono stati altri due cari amici di Agostino Brotto Pastega: Barbara Fasoli, insegnante e per lunghi anni collega dello studioso, e Andrea Minchio, editore e direttore responsabile de L’Illustre bassanese (testata alla quale lo stesso Brotto Pastega era legatissimo, avendo peraltro pubblicato una cinquantina di monografie). In merito alla Sacra Famiglia donata agli Amici dei Musei, risulta illuminante l’analisi iconografica proposta da Carmen Rossi, storica dell’arte e socia dell’associazione. Analisi che abbiamo il piacere di riportare qui sotto. A.M.

“Il soggetto è eseguito in base a una composizione piramidale all’apice della quale è posta la testa dell’anziano San Giuseppe, le cui mani poggiano sulle spalle di Maria che regge Gesù Bambino dormiente disteso tra le sue braccia. I volti dei due adulti sono frontalmente disposti lungo lo stesso asse con gli occhi aperti e rivolti verso un ideale osservatore. La loro intensa espressività tradisce dolore e mestizia, anziché dolcezza e tenerezza come, al contrario, ci si aspetterebbe da una tradizionale iconografia di Sacra Famiglia. Gli occhi chiusi del Bambin Gesù alludono al sonno eterno, prefigurando il suo futuro ruolo di redentore. In epoca rinascimentale non era raro imbattersi in iconografie raffiguranti delicate e dolcissime Madonne con Bambino nelle quali sono celati dettagli evocativi del tema della morte: un lenzuolino/

sudario, una lignea culla/cassa funebre, la presenza di un cardellino, il cui nome deriva dallo spinoso cardo/corona di spine, l’eburneo pallore del visetto di un inerme Gesù abbandonato nel sonno eterno. Riferimenti questi, che si possono ritrovare in molte Madonne con Bambino di Giovanni Bellini. Nel gruppo scultoreo di Agostino Brotto Pastega Maria addirittura presenta un’intensa espressione di orrore e spavento, con gli occhi aperti e sbarrati, inconcepibili in una qualsiasi rappresentazione della maternità. San Giuseppe, situato all’apice dell’ideale piramide, occupa il posto privilegiato riservato di solito a Sant’Anna, madre di Maria (nella cosiddetta iconografia della Sant’Anna Metterza) o riservato a Dio Padre (nell’iconografia della Trinità assieme alla colomba dello Spirito Santo). Dopo aver esaminato con attenzione il gruppo plastico di Agostino Brotto Pastega sono giunta alla stessa conclusione di don Galdino, e cioè che l’autore abbia voluto unificare due distinte iconografie: quella della Sacra Famiglia, attraverso la fusione dei “due” padri “in uno”, ovvero natura umana e divina di Cristo e quella della Pietà in cui la Madonna non esprime amore e dolcezza bensì dolore per il sacrificio del figlio. Nella Pietà Vaticana, Michelangelo aveva “prefigurato” il futuro sacrificio di Cristo sovrapponendo due tempi cronologici diversi, ovvero raffigurando una giovanissima Madonna con in braccio il figlio adulto assimilando tra loro l’iconografia della Madonna con Bambino con quella della Pietà. Ritengo che Agostino Brotto Pastega, appassionato cultore e conoscitore d’arte, abbia consapevolmente con quest’opera voluto esplorare il tema della Sacra Famiglia tramite una sua personale inconsueta interpretazione. C.R.