Bassano News

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Editrice Artistica Bassano

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PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’ NOVEMBRE / DICEMBRE 2022

editriceartistica

dal 1994

E SERVIZIO



SOMMARIO

Copertina Gioielli Favero in oro bianco e 12 carati di diamanti. Al gioielliere Mariano Favero e alla sua storia è dedicato il servizio a pag. 38.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVIII - n. 197 Novembre/Dicembre 2022 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ‘94

Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio, Antonio Minchio, Chiara Favero Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa F. Abbruzzese, I. F. Baldo, F. Bicego, A. Calsamiglia, C. Caramanna, A. Dissegna, E. Fabris, A. Faccio, S. Falcone, L. Farina, M. Favero, C. Ferronato, G. Giolo, C. Mogentale, S. Mossolin, P. Nosadini, F. A. Rossi, O. Schiavon, G. Spagnol, V. Vicariotto, A. Viero, G. Zambotto, M. Zannoni Corrispondenti Erica Schöfer (dalla Toscana) Stampa CTO - Vicenza Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it

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p. 5 - Gens bassia Ferro Fini. Due palazzi in uno p. 8 - Eventi Le “Stagioni Borghese” di Jacopo Bassano in mostra a Novi Sad p. 10 - Pianeta Casa Cinque priorità per l’immobiliare p. 12 - I nostri tesori Dedicato a Danilo Andreose p. 14 - Abitare Finstral. “Le nostre finestre sono tra le più sostenibili” p. 16 - Canova 200 Canova e il Monumento a Clemente XIV. Un favore di Giovanni Volpato p. 18 - La lezione del passato Leopardi e l’Anonimo del Sublime p. 20 - Vicentinità Arturo Rossato. Sulle orme di Zanella p. 22 - Afflatus Convincere, persuadere, comunicare... p. 25 - Punctum dolens Le incognite di un bosco sotto al Ponte Nuovo p. 27 - Schegge Ponteggiando a Lastebasse lungo i sentieri di confine p. 31 - Sì, viaggiare Gran Tuor del Giappone p. 32 - Renaissance Tutte le virtù del buon vecchio farro p. 34 - Artigiani Il sostegno di Confartigianato agli Alpini della solidarietà

p. 36 - Primo piano Io Canova. Genio europeo. In mostra non solo il grande scultore, ma anche l’uomo, il collezionista, il diplomatico p. 38 - Tradizioni Mariano Favero. Il disegno del gioiello attraverso l’alchimia delle pietre p. 40 - Il Cenacolo Le donne che ci piacciono. Annie Ernaux p. 43 - Esercizi di stile Bentornati, giochi da tavolo! p. 44 - Le terre del vino I vini della Puglia (2) p. 46 - Tempi moderni Cos’è l’email marketing, perché conviene e come farlo p. 48 - Omaggio L’ultimo saluto a Pietro Fabris, il “senatore” dei bassanesi p. 51 - Personaggi Lina Farina. Una stilista per Barbie p. 53 - Scenari Il destino di due condottieri. Eugenio di Savoia e Alessandro Farnese p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Focus Bassano e i suoi artisti. Il calendario p. 61 - In vetrina “Non si può morire di lavoro”. Il libro-denuncia di Raffaele Bortoliero p. 62 - Spigolature Un po’ di toponomastica canoviana a Bassano

Sopra al sommario, da sinistra Fulvio Bicego, nella chiesa di San Giovanni, davanti al Presepe di San Giuseppe. Il dipinto, opera di Francesco Vancolani, verrà restaurato con i fondi derivanti dalla vendita del Calendario 2023 “Bassano e i suoi artisti” (pag. 58). Una sala della mostra Io Canova. Genio Europeo, aperta al Museo Civico fino al 26 febbraio 2023. Si tratta di un vero e proprio evento culturale (pag. 36).

Il senatore Pietro Fabris, nostro illustre concittadino scomparso il 3 ottobre. Lo ricordiamo con le parole della figlia Elena (pag. 48). PRECISAZIONE In merito al servizio intitolato InnBottega, l’incubatore di idee di Federico Parise pubblicato nello scorso numero. a pag. 58, precisiamo che il negozio di Vicolo Bastion, 1 a Bassano, così come il marchio Dexter Vintage appartengono a Lorenzoni Srl e non sono riconducibili alle attività dello stesso Federico Parise.

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È la prestigiosa sede del Consiglio Regionale del Veneto e si caratterizza per una storia davvero singolare...

GENS BASSIA

FERRO FINI, DUE PALAZZI IN UNO

di Andrea Minchio

Fotografie: Ufficio Stampa Consiglio Regione Veneto; Archivio Eab

Si ringraziano per la cortesia l’assessore regionale Elena Donazzan, il vicepresidente del Consiglio della Regione Veneto Nicola Finco e il suo assistente Andrea Viero.

Guidata dal vicepresidente Nicola Finco e dal suo assistente Andrea Viero (assessore del nostro Comune), una delegazione di bassanesi ha visitato l’imponente struttura potendone così conoscere le intrecciate vicende. Quasi l’articolata trama di un romanzo, che si è concluso (felicemente) con l’acquisizione del complesso architettonico e il successivo accurato restauro.

Dalla sua aerea terrazza lo sguardo si posa immediatamente sulla sagoma inconfondibile della Salute, capolavoro supremo del Barocco veneto, grande impresa di Baldassarre Longhena. Ma è un attimo, perché subito dopo la luce abbagliante del bacino di San Marco, la stessa che sedusse i nostri pittori lagunari e pervase le loro tele, ci costringe a spingere l’occhio fino all’isola di San Giorgio e anche oltre. In un battibaleno ci troviamo così ad ammirare Palladio e a raggiungere il Lido.

Sotto di noi il Canal Grande brulica di vita e il (consueto) ininterrotto viavai di barche, vaporetti, gondole e motoscafi anima Venezia, coinvolgendo ancora una volta i nostri sensi con mille suoni e colori. Una vista mozzafiato, dunque, e una delle tante sorprese che riserva Palazzo Ferro Fini, prestigiosa sede del Consiglio Regionale del Veneto. Abbiamo usato l’espressione “palazzo”, ed è quella che viene comunemente impiegata, ma sarebbe più corretto declinarla

al plurale. Già, perché (come si evince dal nome degli antichi proprietari) i palazzi sono due: caratterizzati da storie differenti, vennero uniti sul finire del XIX secolo, acquisendo in questo modo una nota decisamente originale. L’opportunità di visitarli ci ha consentito di apprezzarne la bellezza e di conoscere le vicende che li hanno segnati. Già dalla prima osservazione delle facciate risultano lampanti le differenze. Quello dalle dimensioni maggiori (Palazzo Flangini Fini) si connota per

Sotto, dall’alto verso il basso Il “doppio prospetto” di Palazzo Ferro Fini e l’ufficio del presidente della Regione Veneto.

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Palazzo Morosini Ferro Manolesso Palazzo Flangini Fini

GENS BASSIA

Sotto e a fianco Luca Carlevarijs, Palazzo Fini sopra il Canal Grande, acquaforte (assieme e particolare), da Le fabriche e vedute di Venezia, 1703. Oltre al prospetto di palazzo Flangini Fini, a sinistra in primo piano nell’incisione, si distingue bene anche quello di palazzo Morosini Ferro Manolesso.

il bel prospetto rinascimentale, asimmetrico e maestoso, rotto da ariose polifore a tutto sesto e da due portali pressoché identici. L’altro (Palazzo Morosini Ferro Manolesso) è più stretto e si caratterizza per la presenza di diversi stili, mescolando elementi tardogotici con suggestioni classiciste di epoche successive. Se l’esterno dei palazzi è rimasto immutato nel tempo, come peraltro si evince anche dalle fonti iconografiche, gli interni hanno subito nel corso degli anni diversi rifacimenti. Dopo l’acquisizione dell’immobile da parte della Regione Veneto, sono stati avviati considerevoli lavori di restauro: un impegno che si è prolungato per oltre un decennio e che ha riportato gli edifici all’antico splendore, in linea con la tradizione della città lagunare e, allo stesso tempo, funzionali alle esigenze di una struttura amministrativa.

Sotto, dall’alto verso il basso Jacopo e Domenico Tintoretto, Ritratto del doge Michele Morosini, 1580 c. Venezia, Palazzo Ducale. Nato nel 1308 ed eletto doge nel 1382, Michele Morosini rimase in carica solo quattro mesi, prima di morire di peste. Proprietario di quello che divenne palazzo Ferro, ebbe fama di speculatore senza scrupoli. Di origini greche, Tommaso Flangini fu costruttore e primo proprietario di palazzo Fini. Ancor oggi la Comunità greca lo ricorda per la sua generosità.

Ripercorrere la storia del palazzo, così come si configura oggi, significa conoscere le vicende che hanno caratterizzato, in maniera distinta, le sue due specifiche componenti edilizie.

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Nel caso di Palazzo Flangini Fini, fu decisiva la figura di Tommaso Flangini (1579-1649), nato a Venezia da padre greco (di Corfù) e madre di origini cipriote (dalla quale ereditò il cognome). Laureatosi in Legge a Padova, egli prese in affitto la casa della famiglia Contarin, sul Canal Grande, all’epoca in condizioni di forte degrado. Grazie alle fortune accumulate dalla famiglia materna, nel 1638 poté acquistarla, assieme a un immobile adiacente, e abbatterla per costruire ex novo il palazzo che oggi conosciamo. La costruzione, alla quale lavorò il proto Piero Bettinelli (con cui Longhena aveva collaborato nel cantiere delle prigioni nuove), fu terminata nel 1640 e pare sia costata “fatica, sudori e dispendi” al committente, come risulta dai documenti. Alla sua morte l’edificio passò alla figlia che, in seguito, lo destinò con lascito testamentario alla Comunità greca veneziana. Nel 1662 il palazzo fu acquisito da Girolamo Fini, anch’egli avvocato (con ingenti sostanze) ed esponente di una famiglia greca giunta nella capitale lagunare da Cipro nel Cinquecento. Persona nota e

stimata a Venezia, Fini è ricordato pure per aver finanziato i lavori che portarono al compimento della facciata della vicina chiesa di San Moisè. Il palazzo rimase nelle proprietà della sua famiglia fino all’inizio dell’Ottocento: circa un secolo e mezzo, dunque, nel quale s’incrementò il prestigio della dimora, che venne arricchita con arredi e mobili preziosi, ma anche con opere d’arte. Degni di menzione, per esempio, sono gli affreschi e i quadri di Pietro Liberi, detto il Libertino (16141687), visibili al piano nobile. Nel 1850, quando Bianca Zane Fini lo lasciò ai figli, il palazzo era già stato diviso in diversi appartamenti, alcuni affittati, altri venduti. Quella di Palazzo Morosini Ferro Manolesso è invece una storia più antica. L’edificio fu acquistato nella seconda metà del XIV secolo da Michele Morosini, passato alla storia come uno speculatore senza scrupoli per aver comperato a basso prezzo le case dei veneziani in fuga dalla città durante la Guerra di Chioggia (1379-1380). Non a caso, quando perì di peste solo dopo quattro mesi dall’elezione a doge (dal 10 giugno al 6 ottobre


1382), qualcuno ne interpretò la morte come una punizione divina. La sua famiglia conservò la proprietà del palazzo, arricchito nel frattempo con opere di Tiziano, Tintoretto e Bassano, fino al 1740 circa, quando venne ceduto ai Ferro, veneziani di lontana origine fiamminga. Nel 1816 Zorzi Monolesso, nipote di Antonio Lazzaro Ferro, ereditò il palazzo, che poi cedette verso la metà del secolo. Un anno prima della proclamazione dell’Unità d’Italia (ma il Veneto era ancora austriaco), l’edificio venne comperato da Laura Moschini Ivancich, che ne cambiò la destinazione trasformandolo nell’Hotel Nuova York: una sorta di premessa al successivo acquisto del contiguo palazzo Fini e all’accorpamento dei due stabili. Cinquant’anni fa, nel 1972, la proprietà di Palazzo Ferro Fini passò alla Provincia di Venezia e in seguito alla Regione. Fondamentali, a quel punto, le modalità adottate nel successivo

restauro; un intervento accurato, volto a ripristinare l’originaria distribuzione dei locali grazie a un’accurata e minuziosa analisi filologica. Il risultato, oggi sotto gli occhi di tutti, ha regalato alla comunità veneta uno splendido luogo di rappresentanza, nel quale le funzioni legate alle necessità della macchina amministrativa regionale coesistono armoniosamente con quelle della conservazione e valorizzazione di un bene prezioso. Un patrimonio collettivo, la cui emblematica storia racconta di come - anche nel caso di due distinti edifici l’unione faccia sempre la forza.

Prima di lasciare la terrazza, lo sguardo si ferma sulla Punta da Mar e sulla luccicante sfera bronzea che corona la Dogana, a sua volta sormontata dalla statua della Fortuna. Ed è stata proprio una fortuna, per il gruppetto di bassanesi del quale faccio parte, conoscere le vicende di palazzo Ferro Fini. L’opportunità, dopo aver presen-

tato in Sala Cuoi un volume di Otello Fabris (Asparago & Contorni) su invito dell’Assessore Elena Donazzan, è stata offerta da due nostri rappresentanti in Regione, il vicepresidente del Consiglio Nicola Finco e il suo assistente Andrea Viero (assessore all’Urbanistica del Comune di Bassano). Vestiti i panni di Cicerone, ci hanno guidato nella visita, sala per sala, del sontuoso edificio. Un gesto, all’insegna della simpatia fra conterranei, di cui siamo loro riconoscenti.

I fasti del Grand Hotel Nuova York Dopo l’accorpamento e la destinazione ad albergo di lusso a opera di Laura Moschini (moglie dell’armatore Luigi Ivancich), i due palazzi furono oggetto di continui interventi di abbellimento. Fino all’avvento della Seconda Guerra Mondiale le loro sale - così come le camere, le suite e l’appartamento reale - accolsero ospiti illustri provenienti da tutto il mondo. Nel 1934 perfino Hitler, in occasione di un incontro con Mussolini, soggiornò al Grand Hotel Nuova York. D’altronde la scelta di trasformare in un albergo quelle che fino al 1872 erano

Il gruppetto di bassanesi in visita a Palazzo Ferri Fini, lo scorso maggio: con loro il vicepresidente del Consiglio regionale Nicola Finco (terzo da sinistra) e il suo assistente Andrea Viero (primo a sinistra). In queste pagine Alcune emblematiche mmagini dell’interno di Palazzo Ferro Fini e delle sue splendide sale. Qui sotto Così si presentava il palazzo all’epoca in cui ospitava l’Hotel Nuova York.

state due prestigiose dimore private si inquadrava perfettamente nel clima di rinnovamento che pervadeva Venezia nella seconda metà del XIX secolo. Dopo la perdita della sovranità a seguito del Congresso di Vienna e la lunga stasi durante la dominazione austriaca, caratterizzata da un grave ristagno economico, finalmente la città poteva riprendere a svilupparsi, anche in funzione di quel progressivo flusso turistico che comportava necessariamente significativi e notevoli interventi di riqualificazione architettonica e alla scala urbana.

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Ambasciatrici della cultura italiana in Serbia...

LE “STAGIONI BORGHESE” DI JACOPO BASSANO IN MOSTRA A NOVI SAD

GENS BASSIA EVENTI

di Andrea Minchio

L’esposizione, recentemente conclusa, è nata dalla sinergia tra l’Ambasciata d’Italia e l’Istituto Italiano di Cultura a Belgrado, la Galleria Borghese di Roma, la Città di Novi Sad e il locale Museo Civico. La rassegna è stata accompagnata da un elegante catalogo, curato dalla studiosa bassanesca Claudia Caramanna, nostra preziosa collaboratrice.

Claudia Caramanna, studiosa bassanesca, collaboratrice di Bassano News.

A fianco, da sinistra verso destra Jacopo Bassano, Primavera, particolare, Roma, Galleria Borghese, inv. 3, olio su tela, c. 1576-1577. Il Museo Civico di Novi Sad, distinguibile per la facciata tinteggiata di verde chiaro, sede della mostra. Seconda città della Serbia per importanza, dopo la capitale Belgrado, Novi Sad è il capoluogo della Voivodina e si trova, a nord, lungo le rive del Danubio.

Tra le iniziative organizzate a Novi Sad, città serba Capitale Europea della Cultura 2022, ha avuto grande rilievo la mostra Le Stagioni di Bassano della Galleria Borghese di Roma nella città di Novi Sad, che si è svolta tra il 6 settembre e il 30 ottobre scorso nel locale Museo Civico. Per l’occasione la Galleria Borghese ha prestato tre importanti tele di Jacopo Bassano, pervenute in collezione dalla seicentesca raccolta del cardinale Scipione Borghese e raffiguranti la Primavera (inv. 3), l’Autunno (inv. 11) e una Scena campestre (Inverno) (inv. 29). Le opere non sono del tutto sconosciute ai bassanesi. Le prime due furono esposte alla mostra sull’artista che si svolse in città nel 1992 per il quarto centenario della sua scomparsa e sono illustrate nel catalogo a cura di

Qui sopra La locandina dell’evento.

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Paola Marini e Beverly Louise Brown, mentre la terza non venne inclusa. L’Autunno è stato scelto come immagine di riferimento per la pubblicità dell’evento in Serbia e per la copertina del catalogo, curato dalla studiosa Claudia Caramanna, in cui Jacopo Bassano è presentato come il maggiore esponente di una famiglia di pittori che ha dominato la produzione artistica nella Terraferma veneta per circa centocinquant’anni. Nella pubblicazione sono riassunti, inoltre, i problemi legati alla ricostruzione storica dei cicli bassaneschi di quattro tele sulle Stagioni, che furono introdotti nella produzione di bottega dal caposcuola negli anni Settanta del Cinquecento e in seguito vennero ampiamente replicati dai figli e dagli epigoni. Nessuna serie, infatti, è giunta

completa ai nostri giorni e gli stessi tre dipinti della Galleria Borghese provengono da due gruppi diversi, parzialmente dispersi nel tempo. Ambasciatrici della cultura e delle tradizioni italiane, le opere hanno presentato in terra serba la ricchezza del nostro passato artistico nella particolare e attraente declinazione della pittura bassanesca, permettendo anche di fare emergere un’ennesima testimonianza del suo successo. Nelle collezioni del Museo Civico di Novi Sad, infatti, è conservata un’inedita Cena in casa di Simone, nella quale un anonimo pittore replicò lo schema del quadro attribuito a Francesco Bassano nella Galleria Colonna di Roma e che va a incrementare il già molto nutrito capitolo della grande fortuna dei Bassano nei secoli.



Cinque priorità per l’immobiliare

PIANETA CASA

A cura di Orazio Schiavon

In occasione della consultazione elettorale, Confedilizia ha diffuso un documento contenente cinque questioni che considera prioritarie per il settore immobiliare. Ora, naturalmente, rinnoveremo la segnalazione al nuovo Governo. Le nostre cinque priorità, e le possibili modifiche legislative per affrontarle, sono qui illustrate. Per noi, che viviamo la proprietà immobiliare ogni giorno, è tutto pressoché scontato e ci stupiamo di avere ancora necessità di spiegare quali problemi si pongano e quali soluzioni si possano prospettare. Ma per la politica non è così, e allora dobbiamo insistere, insistere, insistere. Confidando che una maggioranza politica chiara, e un Governo con una precisa identità, siano in grado di comprendere e di agire. g.s.t.

Delegato Confedilizia Vicenza per il territorio bassanese Servizio publiredazionale a cura di Editrice Artistica Bassano

ALCUNI SERVIZI DI CONFEDILIZIA A BASSANO

Consulenze in tutte le materie attinenti la casa: fiscale, condominiale, locatizia, legale, catastale... Assistenza contrattuale nella stipula dei contratti di locazione (con l’offerta della relativa modulistica) e di ogni altro contratto. Assistenza condominiale ai molti condòmini proprietari di appartamento anche in materia di adempimenti e agevolazioni fiscali, nonché corsi di formazione e aggiornamento per amministratori. Confedilizia notizie è un mensile, ricco di informazioni utili al condòmino, al proprietario di casa, al risparmiatore immobiliare. Preziosi risultano pure i suoi manuali, opuscoli e approfondimenti periodici. Cedolare secca calcolo e consulenza per gli adempimenti connessi all’applicazione della nuova imposta sostitutiva sugli affitti. Visure catastali e ipotecarie on-line su tutto il territorio nazionale, gratuite per gli associati.

1) Superare la tassazione patrimoniale In Italia, dal 2012, vi è una patrimoniale ordinaria sugli immobili che grava, ogni anno, per circa 21/22 miliardi di euro su milioni di famiglie: l’Imu. Occorre iniziare a ridurre questo carico fiscale, che è - per definizione - progressivamente espropriativo del bene colpito (1). In prospettiva, si considera opportuno superare il sistema di fiscalità locale fondato sull’Imu e su altre imposte locali e introdurre un tributo collegato ai servizi apprestati dai Comuni, commisurato al beneficio apportato da tali servizi ai singoli immobili. Il nuovo tributo dovrebbe avere un carattere di corrispettività ed essere a carico dei residenti (proprietari e conduttori), ma anche dei non residenti e, comunque, dei soggetti che occupino l’immobile in via transitoria in relazione ad attività, lavorative o di diversa natura, svolte nei Comuni.

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Se molti proprietari sapessero cosa fa per loro Confedilizia, sentirebbero il dovere di correre a iscriversi. Taglia anche tu i costi per l’amministrazione della tua casa. VIENI IN CONFEDILIZIA!

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2) Rilanciare gli affitti commerciali La locazione di immobili a uso diverso dall’abitativo (commerciali, uffici, ecc.) da parte di persone fisiche è gravata - direttamente o indirettamente - da almeno 6 imposte: Irpef, addizionale comunale Irpef, addizionale regionale Irpef, Imu, imposta di registro

e imposta di bollo. Si tratta di un carico che, combinato con la lunga durata obbligatoria dei contratti (12 o 18 anni, a seconda delle attività) e con gli altri vincoli di una regolamentazione risalente a oltre 40 anni fa, da superare determina un forte ostacolo all’incontro fra domanda e offerta di immobili in locazione. Tale ostacolo sarebbe attenuato dall’introduzione di un regime di imposizione del reddito da locazione sostitutivo dell’Irpef, in analogia con quanto in essere dal 2011 per le locazioni residenziali. Contestualmente, appare indispensabile la cancellazione della regola che impone di sottoporre a Irpef persino i canoni non percepiti. 3) Riqualificare il patrimonio edilizio Il patrimonio edilizio italiano, che costituisce una ricchezza per tutto il Paese, necessita di cura e manutenzione nonché di essere reso sicuro dal punto di vista sismico ed efficiente sul piano energetico. Gli interventi legislativi adottati per soddisfare tali obiettivi si sono affastellati nell’arco di ben 25 anni (risale al 1997 l’introduzione della detrazione Irpef del 36% per le ristrutturazioni edilizie). È giunto il momento di riorganizzare questa copiosissima normativa, al fine di impostare un sistema stabile ed equilibrato di sostegno agli interventi finalizzati a riqualificare il nostro patrimonio immobiliare, anche in vista dell’approvazione della nuova direttiva Ue sul rendimento energetico nell’edilizia. Vi è poi il problema dei moltissimi immobili non utilizzati, spesso abbandonati, il cui recupero non può essere ottenuto attraverso miopi misure punitive, bensì con adeguate politiche di incentivazione. Per le abitazioni, in particolare, la proposta è quella di varare un regime fiscale di estremo favore - che potrebbe consistere nell’esclusione dalle imposte sui redditi e dall’Imu per un quinquennio, oltre che dall’imposta di registro in fase di acquisto per i soggetti, persone fisiche e imprese, che provvedano a riqualificare gli immobili in questione e a destinarli alla locazione.

4) Sviluppare il turismo con la proprietà diffusa L’Italia è un Paese naturalmente vocato al turismo, di cui è necessario sfruttare tutte le potenzialità per il bene dell’intera economia nazionale e per la rinascita di aree o singoli borghi altrimenti senza futuro. In questo quadro, occorre favorire lo sviluppo - accanto ai modi più tradizionali di ricettività turistica - di forme di ospitalità che si stanno affermando in risposta a specifiche esigenze che si sono presentate, a partire da quelle (come, per esempio, le locazioni brevi) che vedono protagonista la proprietà immobiliare diffusa, anche attraverso il nostro esteso patrimonio di interesse storico-artistico.

5) Tutelare l’affitto Occorre assicurare una maggiore tutela ai proprietari che concedono in locazione i loro immobili, in specie di tipo residenziale, che in tal modo svolgono una funzione economica e sociale fondamentale. Nella consapevolezza che molta parte del problema dell’insufficiente tutela non risiede nella normativa, bensì in prassi affermatesi nel corso degli anni, alcune modifiche legislative - come, per esempio, l’affidamento delle esecuzioni anche a soggetti diversi dagli ufficiali giudiziari e la possibilità di avvalersi dell’assistenza delle guardie giurate - potrebbero agevolare il raggiungimento dell’obiettivo, con effetti benefici in termini di allargamento della offerta abitativa. (1) - Riduzione dei “moltiplicatori Monti” (con la “Manovra Monti” del 2011 i coefficienti moltiplicatori della rendita catastale delle abitazioni sono stati portati da 100 a 160; dei negozi da 34 a 55; degli uffici da 50 a 80); - deducibilità dell’imposta dal reddito (renderla cioè deducibile, in tutto o in parte, dal reddito); - eliminazione dell’imposta, per un quinquennio, per gli immobili situati nei piccoli centri; - eliminazione dell’imposta per gli immobili non utilizzati (come minimo per quelli non utilizzati da almeno due anni); - eliminazione dell’imposta per gli immobili inagibili.



Aperta allo Spazio Corona (fino al prossimo 23 dicembre) la mostra Evoluzioni nella forma

I NOSTRI TESORI

DEDICATO A DANILO ANDREOSE

di Claudia Caramanna

EVOLUZIONI NELLA FORMA Spazio Corona Piazza Largo Corona d’Italia, 35 29 ottobre - 23 dicembre 2022 Orari Giovedì10-13 / Venerdì15-19 Sabato e Domenica 10-13 e 15-19 Organizzazione Promo BassanoPiù - MoMArt

Fortemente voluta dai figli dell’artista, l’esposizione propone una serie di opere dalle strutture rigorose, che ne traducono in modo essenziale il pensiero. Ma non mancano i colorati pastelli che lo scultore utilizzò per progettare sul foglio lo sviluppo nella terza dimensione...

Danilo Andreose, Cristo tra i lavoratori, Rossano Veneto (VI), Art-Eco, collezione Pietro Biasion, bronzo, 1979.

Lo scultore Danilo Andreose (1922-1987) in un emblematico scatto degli anni Ottanta del secolo scorso.

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Qual migliore modo di ricordare il centenario della nascita di un artista, se non organizzare una mostra che ne testimoni l’attività? Questo è stato il pensiero degli eredi di Danilo Andreose, scultore nato ad Agna, in provincia di Padova, il 9 agosto 1922 e prematuramente scomparso a Bassano il 19 marzo 1987, al culmine di una brillante carriera. E dove organizzare la mostra se non proprio a Bassano, che fu la sua città di adozione a tutti gli effetti? A questo scopo più di un anno fa Alessandra, Mimma, Francesca e Alvise Andreose hanno pensato a un’esposizione celebrativa della ricorrenza da organizzare nel luogo in cui il padre aveva trascorso tutta la propria vita adulta, eleggendolo a vera e propria seconda patria. I frutti del loro impegno sono oggi visibili nell’evento Evoluzioni nella forma. Danilo Andreose 1922/2022, visitabile dallo scorso 29 ottobre presso lo Spazio Corona, il cui allestimento è stato affidato a

Renzo Stevan e Mario De Marinis, mentre il catalogo, arricchito dalle fotografie di Fabio Zonta, è stato curato da Andrea Minchio e da chi scrive. Il cuore dell’esposizione è costituito da una ventina di sculture astratte, che appartengono alla collezione personale degli Andreose e che furono realizzate a partire dalla fine degli anni Sessanta, un decennio di profondo cambiamento nella produzione dell’artista. Dopo vent’anni di attività, si manifestava nel suo percorso artistico un’esigenza di “essenzializzazione formale”, secondo la calzante definizione di Bruno Passamani nel volume Andreose scultore 1922-1987 (1993), che lo portava ad allontanarsi dal mondo figurativo per intraprendere la strada dell’astrazione. Era l’evoluzione naturale di una ricerca iniziata nelle aule accademiche con i suoi maestri - Luciano Minguzzi, Arturo Martini, Alberto Viani - e sempre coltivata accanto agli impegni su

commissione e all’insegnamento dell’Educazione Artistica alla Scuola Media “Jacopo Vittorelli”. Con la maturità il lavoro sul blocco di marmo, con il bronzo o con il legno diventava predominante rispetto alla produzione in ceramica e si sganciava dal riferimento alla realtà per concentrarsi sul rapporto delle masse con lo spazio, sul bilanciamento o sulla rottura degli equilibri tra i vuoti e i pieni, tra le luci e le ombre. Quei materiali nobili, che Andreose non aveva mai abbandonato sul piano commerciale, ora erano esaltati nelle loro qualità intrinseche e utilizzati per finalità svincolate dalla committenza, bensì guidate da scopi esclusivamente estetici.

Si incontrano in mostra, dunque, affascinanti pezzi in marmo rosso di Asiago bocciardato e in porfido levigatissimo, sculture dal colore nero cupo del bronzo e in candido marmo di Carrara,


I NOSTRI TESORI

A fianco Danilo Andreose, Perla, Padova, coll. eredi Andreose, 1982. Marmo bianco di Grecia, cm 33x35x35. Fotografia di Fabio Zonta.

Qui sotto Danilo Andreose Fiamma, Padova, coll. eredi Andreose, anni Ottanta del XX secolo. Pastello su cartoncino, cm 70x50.

le cui forme rigorose traducono in modo essenziale il mondo interiore dell’artista e alle quali sono affiancati i pastelli multicolori da lui utilizzati per progettare sul foglio lo sviluppo nella terza dimensione. Attorno a questo importante nucleo di opere astratte sono disposti anche alcuni pezzi che appartengono alla sua produzione figurativa, come il grande pannello in bronzo con Cristo tra i lavoratori (1979) della collezione di Pietro Biasion, che è stato eccezionalmente prestato per l’occasione. Trovano spazio in mostra, inoltre, alcune sculture di piccolo formato provenienti

dal patrimonio, stratificato nel tempo, degli Andreose e che, perciò, appartengono a epoche diverse: piccoli personaggi in terracotta appartenuti ai presepi che il padre realizzava per diletto e talvolta regalava agli amici, giocolieri filiformi in bronzo, creazioni in ceramica, bozzetti. Si tratta in parte del materiale confluito nelle loro mani al momento della dismissione del laboratorio e costituito anche da disegni, schizzi, articoli di giornale, pubblicazioni realizzate in occasione di mostre personali, al quale si è cercato di dare spazio nei testi del catalogo, molto ricchi di novità sull'artista.

Per chi è curioso di saperne di più, prima o dopo la visita alla mostra, si segnala che l’11 novembre alle ore 18.30 si terrà una presentazione di Evoluzioni nella forma nel Teatrino delle Collezioni Costenaro in Palazzo Marco Polo (via Papa Pio X, 58 a San Giuseppe di Cassola). L’evento si inquadra nelle iniziative culturali promosse con cadenza mensile da Ivano Costenaro e dai suoi collaboratori. È gradita la prenotazione.

Sotto La copertina del catalogo, curato da Claudia Caramanna e Andrea Minchio, con fotografie di Fabio Zonta.

collezione@costenaroassicurazioni.it tel. 0424 382586 whatsapp 3791282153

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Fondamentale per Joachim Oberrauch, membro della direzione aziendale, un preciso requisito: la coerenza

ABITARE

FINSTRAL “Le nostre finestre sono tra le più sostenibili.”

Servizio publiredazionale a cura di Finstral SpA Auna di Sotto/Renon (BZ)

La presenza di finestre innovative influenza in modo decisivo il consumo energetico di un edificio, ma non basta solo un buon isolamento per avere un prodotto davvero sostenibile. Per questo motivo, sin dalla sua fondazione, Finstral ha scelto di percorrere altre strade rispetto al mercato. Come ci spiega in questa intervista Joachim Oberrauch.

Che significato ha la sostenibilità per un produttore di finestre come Finstral? “Per agire in modo sostenibile - spiega Joachim Oberrauch bisogna avere sotto controllo l’intero sistema. In Finstral seguiamo un modello di economia circolare. Non vogliamo solo realizzare finestre perfette, ma anche ridurre al minimo l’impatto ambientale della loro produzione. Ciò significa, per esempio, prevedere lo smaltimento ecologico di ogni singolo componente. Per questo ci occupiamo noi di tutto, dalla prima idea alla posa in opera. Solo così possiamo garantire un utilizzo efficiente delle materie prime e delle risorse energetiche nell’intero ciclo produttivo.

Qui sopra Joachim Oberrauch guida l’azienda di famiglia nella seconda generazione, seguendo la via della sostenibilità tracciata da suo padre e suo zio. Sempre verso la massima qualità. A fianco, sotto ai titoli Il moderno impianto di riciclaggio Finstral.

FINSTRAL SpA Via Gasters, 1 39054 Auna di Sotto/Renon (BZ)

STUDIO FINSTRAL BASSANO DEL GRAPPA Via Generale Basso, 14 Tel. 0424 383349 bassano@finstral.com www.finstral.com/bassano

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Gestendo l’intera filiera si possono definire e mantenere i propri standard di qualità... Esattamente, è proprio così! Nel campo delle finestre questo costituisce un vantaggio considerevole, perché sono formate da tanti componenti diversi. Finstral è uno dei pochissimi produttori a livello europeo a occuparsi di ogni singolo processo: dalla miscela del PVC secondo una speciale ricetta all’estrusione dei profili; dalla lavorazione del legno alla verniciatura dell’alluminio, fino alla produzione del vetro isolante e all’assemblaggio dei serramenti finiti. Senza dimenticare, naturalmente, la posa in opera. Le nostre finestre sono tra le più sostenibili e durevoli in assoluto proprio perché abbiamo il controllo di tutta la filiera.

Le finestre Finstral hanno una struttura modulare. Come influisce questo aspetto sulla sostenibilità? Invece di utilizzare i componenti standard presenti sul mercato, realizziamo direttamente gran parte degli elementi. Così possiamo combinarli perfettamente tra di loro e migliorare sempre i serramenti, con un uso efficiente delle risorse e un consumo energetico ridotto. I nostri profili, inoltre, sono progettati in modo tale che i materiali possano essere separati con facilità e destinati a processi di recupero differenziato. Per questo sono riciclabili al cento per cento. Un ulteriore vantaggio è che i profili Finstral sono più sottili rispetto a quelli degli altri produttori. Ciò è reso possibile dal fatto che incolliamo il vetro al profilo, anziché spessorarlo soltanto come fa gran parte della concorrenza. Visto che i profili non devono sostenere il vetro, possiamo sviluppare soluzioni

più slanciate ed eleganti. Questo accorgimento ci permette di ridurre di due terzi l’utilizzo dei rinforzi in acciaio, che prima andavano inseriti in tutti i profili in PVC. Grazie alla straordinaria modularità del nostro sistema, i clienti sono liberi di comporre su misura le proprie finestre.

Come si può continuare a sviluppare il tema della sostenibilità? Facciamo testare regolarmente i nostri processi nell’ambito delle certificazioni ISO: dalla gestione della qualità a quella ambientale, dal consumo energetico alla sicurezza sul lavoro. Qui è racchiuso un grande potenziale di ottimizzazione. Nel 2018 siamo riusciti ancora una volta a rendere più efficiente l’uso delle risorse. Oggi per produrre un serramento consumiamo il 4,5 percento in meno di PVC e il 5 percento in meno di vetro grezzo.



L’opera venne inaugurata nell’aprile del 1787

CANOVA E IL MONUMENTO A CLEMENTE XIV Un favore di Giovanni Volpato

CANOVA 200

di Stefano Mossolin

Qui sotto Antonio Canova, Monumento funebre di papa Clemente XIV, particolare, marmo di Carrara, 1787. Roma, Basilica dei Santi XII Apostoli.

Fu grazie ai buoni uffici dell’incisore bassanese, suo mancato suocero, che il giovane scultore poté ottenere l’importante commissione. L’opera piacque subito, anche se non mancarono le critiche...

Henry Moses, Monumento a papa Clemente XIV, incisione, prima metà del secolo XIX. Se così di rado avviene, che di un’opera grande si affidi ad un grande artista l’esecuzione, onde vadano a passo eguale l’importanza del lavoro e l’eccellenza di chi a compierlo è destinato; sommo giubilo deve provare ogni buon amatore delle belle Arti nel vedere ora un luminoso esempio di questa rara combinazione nel Mausoleo eretto al Sommo Pontefice Clemente XIV nella chiesa de’ Santi dodici Apostoli. Antonio D’Este

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Quello tra Giovanni Volpato e Antonio Canova non fu, come già raccontato nei numeri precedenti, solo un rapporto di grande amicizia e stima reciproca. Volpato, infatti, rappresentò per Canova una figura quasi paterna, il cui sostegno si rivelò spesso determinante. Come quando, per esempio, si adoperò per far ottenere al giovane scultore la commissione per la tomba papale di Clemente XIV Ganganelli. Apprezzato e ben inserito negli ambienti vaticani, dove poteva contare su conoscenze importanti, agli inizi del 1783 Volpato venne avvicinato da Carlo Giorgi. Questi chiese all’incisore bassanese di fargli da mediatore per tale rilevante commissione. Un breve ma efficace ritratto di questo personaggio può essere ricavato dall’Abbozzo di Biografia di Canova, nella quale Giorgi viene dipinto come un ignobile ma facoltoso mercante di campagna che, dopo aver accumulato grandi ricchezze durante il pontificato di Clemente XIV, intendeva in qualche modo “sdebitarsi” con lui. Sentita la favorevole opinione dell’amico pittore Gavin Hamilton - e dopo avere anche visto i primi disegni di Canova - Volpato favorì il contatto e Giorgi assegnò

a Canova l’incarico. Forse, proprio in questo modo, Volpato desiderò “risarcire” il mancato genero per il comportamento scorretto della figlia Domenica e la fine del loro fidanzamento. In seguito Volpato condusse Canova alla Basilica dei Santi XII Apostoli per individuare con lo scultore lo spazio più adatto alla collocazione del monumento. L’artista scelse la zona del coro, rifiutata però dai padri residenti della Chiesa che gli proposero di posizionare l’opera nei pressi della sacrestia, in una nicchia semibuia. Canova fu costretto ad apportare opportune modifiche ai disegni, rivedendo il progetto. Nel luglio di quell’anno Antonio Canova partì per Carrara, volendo acquistare di persona il marmo necessario. Nell’attesa che questo fosse predisposto, ne profittò per visitare Genova, città “che per molti anni avea rivaleggiato con la sua patria” (Antonio D’Este, Memorie di Antonio Canova, 1864). Rientrato a Roma in settembre, consegnò al nuovo papa il bozzetto - ormai ultimato - della tomba del suo predecessore. Pio VI approvò con entusiasmo. Il defunto veniva ritratto non nell’atto di benedire, ma seduto sul trono di Pietro, con una gestualità che ne esprimeva il duplice potere sacro e terreno. Alla statua del pontefice erano affiancate quelle della Pietà (sostituita poi dalla Temperanza) e della Mansuetudine. Fu proprio a partire da questo lavoro che Canova abbandonò i bozzetti di piccole dimensioni per realizzarli in scala reale, decidendo pure di realizzare calchi in gesso dei modelli in creta. Appena il marmo fu pronto, lo scultore affrontò il nuovo incarico con tale ardore da ammalarsi, facendo addirittura temere gli amici per la sua vita. Accettò così di trasferirsi a Tivoli per un

periodo di convalescenza. L’opera lo tenne strenuamente impegnato, con i suoi aiutanti, negli anni fra il 1784 e il 1786. All’inizio del 1787 il monumento era ormai quasi terminato. Ci furono però altre difficoltà. Respingendo l’idea di Canova di collocare l’opera a una certa distanza dalla parete (al fine di avere una migliore illuminazione), imposero di appoggiarla al muro: un altro boccone amaro per lo scultore che veniva così a perdere l’effetto al quale aveva puntato. Non volendo essere disturbato durante i lavori, fece “trincerare” il cantiere al fine di impedire ai frati di curiosare o fargli perdere tempo. O forse, anche, per mettere in atto una piccola vendetta. Nell’aprile del 1787 il monumento venne inaugurato. Antonio D’Este e altri amici si mescolarono alla folla per sentire i commenti e poi riferirli allo scultore. I pareri erano variegati, ma nel complesso favorevoli. Non mancarono però aspre critiche. All’angolo di un caffè in Piazza di Pietra venne affisso un biglietto con un invito: “Chi avesse trovato la gamba della Temperanza, la porti nella sagrestia de’ Santi Apostoli, che gli sarà data una buona mancia” (Memorie). Terminato il lavoro, ai diecimila scudi pattuiti, ne furono comunque aggiunti altri mille in omaggio dal soddisfatto Giorgi. Ammontando però a quasi settemila scudi il costo dei materiali, solo quattromila costituirono il guadagno netto: una ricompensa piuttosto scarsa per un lavoro tanto faticoso... In conclusione possiamo dire che quel monumento ha attraversato il tempo giungendo sino a noi, a testimonianza del genio canoviano e - in fondo - dell’affetto e della stima di Giovanni Volpato per il giovane scultore: un artista destinato a diventare il più grande del Neoclassicismo.



Quali elementi filosofici si ritrovano ne L’infinito?

LEOPARDI E L’ANONIMO DEL SUBLIME

LA LEZIONE DEL PASSATO

di Gianni Giolo

Qui sotto Gaetano Guadagnini, Ritratto di Giacomo Leopardi, incisione dal dipinto di Luigi Lolli, 1830.

Il concetto, elaborato tra il I e il II secolo a.C., venne ripreso da Pascal, Burke e Kant. Ma anche dal poeta recanatese, che lo interpretò con efficacia nella sua lirica più amata e conosciuta.

È uscito il libro Remo Bodei Leopardi e la filosofia (Mimesis) in cui si dimostra quanto il concetto di sublime di Edmond Burke, la cui opera del 1757 (Inchiesta sul Bello e il Sublime) era presente nella biblioteca recanatese, abbia influenzato l’Infinito. Per il l’autore inglese il sublime può essere definito solo in termini negativi: sublime è la notte o l’oscurità, il silenzio, il vuoto, la solitudine, l’infinito e soprattutto la morte. Per avere un’idea della differenza fra il sublime antico e quello moderno basta il confronto fra l’Anonimo del Sublime e il pensiero di Pascal: Dionisio Longino prova una “gioia superba” dinanzi allo spettacolo dell’universo, il filosofo francese invece paura e sgomento. Tutti gli elementi del sublime moderno si conservano e si potenziano nella prima parte della poesia e della riflessione del

Sopra al testo, da sinistra verso destra Henry Meyer, Ritratto di Blaise Pascal, incisione, 1810 circa. Johann Gottlieb Becker, Ritratto di Immanuel Kant, olio su tela, 1768. Marbach am Neckar, Schiller Nationalmuseum (Germania). Joshua Reynolds, Ritratto di Edmund Burke, olio su tela, 1769 circa. Londra, National Portrait Gallery. Sotto Caspar David Friedrich, Tramonto, olio su tela, 1830 circa. San Pietroburgo, Hermitage.

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Leopardi. Sebbene il recanatese non conoscesse Kant, l’Infinito corrisponde esattamente al “sublime matematico” del filosofo tedesco, che riguarda l’immensa grandezza della natura, mentre la Ginestra al “sublime dinamico”, che si riferisce alla sua potenza distruttiva. Quali sono gli elementi del sublime nell’Infinito leopardiano? L’infinito, l’eterno, la solitudine, il silenzio, la caducità, la perdita di ogni pensiero in contrasto con il finito: l’“ermo colle”, la siepe, lo stormire del vento “fra queste piante”, la stagione “presente e viva”, l’“ove per poco” che impedisce alla paura di vincere; la dolcezza del finale naufragio del pensiero che si perde. Tipici del sublime sono tanto l’atteggiamento contemplativo caratterizzato dalla immobilità (“ma sedendo e mirando”)

quanto la distanza di sicurezza rispetto all’infinito che, come il Dio biblico, ci annienterebbe. È la lontananza, l’irraggiungibilità a rendere tutto sublime. Nel 1825 il poeta rilegge l’Anonimo e sostiene che l’unico sublime - come dice Longino - è dato dalla poesia e dalla bellezza. “Il bello e il sentimento morale di esso è sempre sublime” (Zibaldone, 1829). Allora il sublime è quella potenza che ingrandisce l’anima del lettore e gli fa acquisire un concetto più nobile di se stesso. Ma lo spazio dell’Anonimo non è quello del Leopardi. Quello di Longino è aristotelico-tolemaico, lo spazio e il cosmo di Leopardi sono quelli dell’uomo post-copernicano. L’ingrandimento leopardiano dell’anima non si fonda sulla misura del cosmo classico, bensì sul silenzio degli spazi infiniti che sgomentavano Pascal.



Il giornalista e commediografo vicentino s’ispirò, nelle sue poesie, a quelle del celebre presbitero di Chiampo

VICENTINITÀ

ARTURO ROSSATO Sulle orme di Giacomo Zanella

di Italo Francesco Baldo

La sua fama è legata, in particolare, a due componimenti che ebbero grande successo: la commedia musicale Nina no far la stupida (1922) e la celebre canzonetta La Biondina in gondoleta (1926).

A fianco, da sinistra verso destra Il frontespizio della partitura de La Biondina in Gondoletta in un’edizione tedesca di Adolf Martin Schlesinger (con l’apporto di variazioni del compositore parmigiano Ferdinando Paër). Fra le interpreti della celebre aria, anche il soprano Angelica Catalani, che la eseguì a Berlino nel 1818. Lo spartito della canzone.

Un’intrigante interpretazione fotografica del lavoro di Rossato.

Qui sotto Un intenso ritratto di Arturo Rossato (Vicenza, 1882 - Milano, 1942), giornalista, commediografo e librettista.

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Il nome di Arturo Rossato, giornalista e commediografo (Vicenza, 1882 - Milano, 1942), è caro ai Vicentini perché egli fu sempre legato alla sua terra e ai suoi valori e personaggi, che celebrò e cantò in versi che affondano le radici anche in quelli del poeta Giacomo Zanella. All’inizio della sua carriera ebbe posizioni socialiste, collaborando con due importanti testate quali Avanti! e Il Popolo d’Italia. Legatosi dapprima a Benito Mussolini, quando era socialista e interventista, assunse in seguito posizioni critiche (cfr. Mussolini: colloquio intimo, Milano, Modernissima, 1922). Fin da giovanissimo compose poesie e novelle, ma la sua fama è legata a due celebri componimenti di grande successo: la commedia musicale in veneziano Nina no far la stupida del 1922 (musica di Piero Carmi) e la canzonetta La biondina in gondoleta del 1926. I due componimenti furono scritti in collaborazione con Gian Capo (Giovanni Capodivacca, Cervarese Santa Croce, 1 marzo 1884 - Milano, 21 dicembre 1934). Ancor oggi, tra i canali di Venezia, i turisti che in gondola ammirano la capitale lagunare possono udire

La Biondina in gondoleta, canzone che ricordano sempre con piacere. Dopo la guerra del 1915-1918, Arturo Rossato s’impose come prolifico autore di poesie, anche in vernacolo, e del romanzo L’elmo di Scipio (1919). Fu inoltre autore di libretti d’opera: Giulietta e Romeo e I cavalieri di Ekebù (musicati dal roveretano Riccardo Zandonai); Madonna Imperia e La bisbetica domata (rispettivamente con musiche di Franco Alfano e Mario Persico, ambedue napoletani). Con Gian Capo nel 1929 produsse la commedia Delitto e castigo. Una produzione importante, difficile da ricordare e che per la parte musicale è ristampata ancor oggi, è il romanzo Basso ostinato. Come abbiamo già accennato, Rossato fu anche autore di raccolte di poesie in veneto e in italiano, a partire da Bocoleti (1906), per poi proseguire con Stormi (1911), Sera (1926), La me tera (1934), Nuvole (1939) e molte altre ancora. Interessante, per la relazione che Rossato ebbe con Giacomo Zanella, è la sua ultima silloge, Nuvole, nella quale è attestato in due momenti il rispetto e l’ammirazione per il poeta

vicentino, autore di versi che Alessandro Manzoni stimava “tutti belli”. La silloge ricorda, a mo’ di “intestazione”, parti significative del sonetto XIV dell’Astichello, raccolta di liriche dello Zanella che costituisce il punto più alto e finale della sua ricerca poetica. Ecco quanto Arturo Rossato pose all’inizio della sua raccolta:

Agili nubi, com’è bello il vostro / Vario sembiante, quando innanzi al vento, / A somiglianza di fuggiasco armento, / Ite disperse per l’etereo chiostro, [...] Come il deserto fan le carovane, / Voi l’aria attraversate a torma a torma; / Né un color, né una faccia in voi rimane.

Il sonetto esprime nella fuggitiva sfera delle nuvole proprio il senso della vita e delle riflessioni che noi compiamo incontrando il variegato mondo. Nelle poesie di questa silloge, accompagnata anche da un Glossario VenetoItaliano, Rossato esprime il valore della “campagna”, della “zità”, degli “omeni”, delle “nuvole”...


Quasi riprendendo il modo zanelliano, egli accompagna i suoi componimenti, alla fine, con alcune parti dei Carmi di Catullo, tradotti in veneto. Vari i momenti descritti, e sempre con attenzione alle cose minute, quelle che tanto piacevano anche all’autore dell’Astichello. Così il senso della felicità, racchiuso nel profumo che “vien dai prà d’erba segà…”, della preghiera in un’“orazion” paesana, nella quale il Signore è ringraziato “per avermi regalà sto fogolaro” e anche “el bel camin de piera visentina” o, ancora, la polenta. Oppure i luoghi significativi di Vicenza (Ponte Pusterla, Ponte de le bele, Ca d’Oro, ecc.). Ma pure il ricordo, attraverso brevi tracce biografiche, di uomini illustri, fra i quali Ezzelino, Pietro Alighieri, Leonico Tomeo, Amerigo Capra, Apolloni, Goethe, Adolfo Giuriato, lo stesso Zanella, Tomaso Visentini “dai stinchi longhi” e molti altri. Personalità che l’autore delinea nei sonetti con tratto caratteristico. Ancora, nelle Nuvole, ecco che il loro “s-ciapo” “cala fumando dal monte Suman”. Pure le nubi cariche di pioggia suscitano “un’orazion”: “Grazie, Signore, de la pase bela / che vien dopo el dolor:”, magari - in questo caso - riferendosi a quello provocato dalla “traditora”, la “bruta lazarona” alla quale chiede “indrìo el me core”. Con sentimento pietoso ricorda “la croze de Bela Guardia”, posta sui Berici, che rievoca la morte di un soldato austriaco caduto durante la battaglia del 10 giugno 1848. Rossato chiude infine la silloge con “Don Bepi” (di cognome Cardelin): lo va a visitare un suo compagno di seminario che si è sposato, dato che era “un aseno”.

VICENTINITÀ

A fianco, da sinistra verso destra Beatus ille qui procul negotiis, Ritratto ideale del poeta Orazio, disegno in bianco e nero da un dipinto di Anton von Werner. La statua di Giacomo Zanella (Chiampo, 1820 - Cavazzale di Monticello Conte Otto, 1888) in piazza San Lorenzo a Vicenza. L’opera, realizzata in marmo di Carrara con basamento in marmo di Chiampo dallo scultore Carlo Spazzi (Verona, 1854-1936), fu consegnata alla città nel 1893.

I ricordi della quotidianità si mescolano con quelli dei classici, tra i quali Orazio (che però in zona “sa adore de seole”). E poi Manzoni, Virgilio e il Datur hora citato dallo Zanella nel primo sonetto dell’Astichello. Così, fra una reminescenza e l’altra, una dolce malinconia e un pianto trattenuto, viene sera e Arturo Rossato, il visitatore, si accorge che “no m’importa gnente del nome, de le musiche, dei versi e de la zente...”. Il poeta resta lì, ma rimpiange di non poter “più vèdare el ciel da la finestra” e sentire “l’incenso drento a la minestra”.

De le piere che Ciampo - el paeselo dove sì nato - dà per i palassi, gavevi i sfrisi, i spigoli e i spigassi sora el viso scavà con el scopelo.

E in fondo al core anca el tormento. Quelo che le fa destacar, vive, dai sassi morti, e la porta su: slongando i brassi cussì le zime va zercando el cielo.

Ma del torente che vien zo sbiumando dal vostro borgo e a zighi, a sguissi, a scosse el core incontro al mar sempre ciamando vu, poeta del povaro Asteghelo, gavì la vosse che no mor: la vosse che va lontana e zerca sempre el cielo.

Un filo diretto s’intreccia dunque tra i sonetti del minuto mondo di Zanella e i versi di Rossato, che riconoscono al cantore della conchiglia il suo valore; fin dalla nascita a Chiampo, “terricciola vicentina ricca di acque e di pietre” e al riposo nella villetta di Cavazzale-Monticello Conte Otto, dove si cerca il cielo e la quiete tanto agognata.

Sopra La villa di Giacomo Zanella a Cavazzale di Monticello Conte Otto. Il poeta la fece costruire nel 1878 ispirandosi all’architettura scamozziana. Sotto il frontone campeggia il motto Datur hora quieti (il tempo è affidato al riposo).

A fianco La copertina del romanzo L’elmo di Scipio, Corbaccio, 1934. Antiretorico e antibellicista, è un diario-romanzo nel quale l’autore, mussoliniano convinto e partito volontario per il fronte, racconta le proprie amare esperienze di guerra.

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Dobbiamo recuperare la fiducia nelle relazioni con gli altri...

AFFLATUS

Convincere, persuadere, comunicare in modo efficace, per vivere meglio e gestire i conflitti nel post-pandemia

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri (Cesare Pavese).

La Pandemia ha comportato grandi cambiamenti a livello dell’equilibrio psicologico e della capacità comunicativa delle persone, così come delle relazioni all’interno delle famiglie, nelle classi e nei team di lavoro. Routine, sicurezze, esperienze di condivisione e di crescita sono state altamente condizionate da periodi in cui la comunicazione è avvenuta tramite video o si è ridotta o interrotta. Non parliamo soltanto della comunicazione verbale, ma anche di quella non verbale (espressione del viso, gestualità, tono della voce, ecc.), che risulta al nostro cervello molto più vera che non quella verbale,

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

Il fallimento di una relazione

è quasi sempre un fallimento di comunicazione. Zygmunt Bauman

La lettera nel momento in cui la infili in una busta cambia completamente. Finisce di essere la mia e diventa la tua. Quello che volevo dire io è sparito. Resta solo quello che capisci tu. Cathleen Schine

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Annibale da Bassano, 14 int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.00/12.00 e 14.00/18.00 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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per cui ci fidiamo di una persona quanto più c’è coerenza tra i messaggi che giungono dal canale verbale e quello non verbale. L’uso di mascherine che celano il volto e alterano la voce, i canali multimediali utilizzati per necessità, l’impossibilità di condividere i momenti di relax alternati ai momenti di lavoro, l’essere presenti o meno fin dall’inizio in un percorso scolastico in una nuova classe con nuovi compagni, ... tutto ciò ha reso ogni cosa meno spontanea, più complessa, creando insicurezza nella comunicazione, portando molto spesso all’isolamento (IO) più che alla condivisione (NOI) ed esaltando così le

differenze invece che i punti in comune tra due persone. Ed ecco aumentare le tensioni e le incomprensioni, diminuire la tolleranza verso la diversità di pensiero o di azione altrui.

Dobbiamo recuperare fiducia nella relazione con l’altro attuando strategie di confronto più aperte, più pensate, più strategiche, per sopperire alle difficoltà nostre e altrui nel comunicare e superare la stanchezza che ci accompagna in questo fine anno 2022. Come fare? Siamo stati invasi da informazioni, preoccupazioni, eventi imprevedibili. Abbiamo bisogno di semplicità, di serenità, di ritrovare gioia e costanza nelle cose e nelle persone. Di seguito alcuni punti chiave nella relazione a due e poi nella relazione nel gruppo: 1) Ascoltare in modo attento e disponibile, desiderando conoscere il punto di vista dell’altro, le sue emozioni, il modo in cui interpreta ciò che accade e dunque ciò che probabilmente farà. 2) Permettere a noi stessi di accettare che l’altro è diverso da noi e che entrambi abbiamo diritto a provare stati emotivi e a interpretarli in modo diverso costruendo così le basi del rispetto reciproco. Entrambi possiamo non condividere un’azione o una decisione comune ma, se ci siamo rispettati vicendevolmente, più facilmente potremmo desiderare di raggiungere un accordo che sia vincente per entrambi. Usiamo dunque più frequentemente domande quali: Come ti senti in questa situazione?, Come interpreti questa situazione? E ascoltiamo le risposte, ponendo solo successivamente la nostra visione del mondo. 3) Collaborare non è mai facile ma il rispetto reciproco e una profonda conoscenza delle altrui motivazioni e delle proprie sono

la base per una negoziazione o un compromesso accettabili.

E se siamo in un gruppo di lavoro o in classe? Entrano allora in gioco le quattro dimensioni dell’intelligenza emotiva di Daniel Goleman: 1) Consapevolezza di sé: del proprio stato emotivo, e la fiducia in se stessi con buona capacità di autovalutazione; 2) Gestione di sé: delle proprie emozioni, essere trasparenti, adattabili, orientati al risultato, ricchi di iniziativa e di ottimismo; 3) Consapevolezza sociale: essere consapevoli di come funziona quel gruppo o quel contesto organizzativo e del proprio ruolo al suo interno; 4) gestione dei rapporti interpersonali: essere di ispirazione agli altri valorizzandone le potenzialità, favorire il cambiamento e la collaborazione nel gruppo, diventare abili nella prevenzione e gestione dei conflitti. Tali competenze possono essere acquisite e allenate, personalizzandole, attraverso una “Palestra della comunicazione efficace”, un training di gruppo on-line dove imparare cosa è più utile dire in certe situazioni (non cosa è più “giusto”, perché per ognuno di noi ciò che pensiamo “è giusto”!) per riuscire a portare a casa il nostro obiettivo comunicativo nel rispetto dell’altro, come si possono gestire i conflitti, come semplificarci la vita sfrondandola di comunicazioni inutili, insoddisfacenti, confuse. Rendere la propria comunicazione di qualità significa risparmiare tempo, ottenere più consenso o complicità nel rapporto con le persone che per noi sono importanti, ristabilire un nuovo equilibrio di coppia, in famiglia, sul lavoro. Per partecipare ai nostri incontri puoi scriverci a: formazione@centrophoenix.it




Altissime e prive di un saldo ancoraggio al terreno, troppe piante sono cresciute sul letto del Brenta. Possono costituire un rischio?

PUNCTUM DOLENS

LE INCOGNITE DI UN BOSCO SOTTO AL PONTE NUOVO

di Antonio Minchio

Fotografie di Fulvio Bicego

Sembra che nessuno se ne sia accorto. Eppure è difficile che la loro presenza passi inosservata...

Diciamocelo pure, senza tema di eccessivo campanilismo: il panorama che si gode dal Ponte della Vittoria (per tutti il Ponte Nuovo) è a dir poco spettacolare. Il Brenta, che qui conserva ancora il suo impetuoso carattere montano, la lignea struttura palladiana, elegante e gagliarda, i palazzi del Terraglio, con la loro leggiadra nota Liberty, la Pieve di Santa Maria in Colle e il Castello, solide memorie del Medio Evo, testimonianze che riportano alla mente il temibile Ezzelino e le sue gesta: una cornice immortalata da pittori, incisori, fotografi e turisti. Il brand di Bassano, ammirato nel mondo. Un quadro che viene ulteriormente valorizzato dallo sfondo irripetibile della Valle, chiusa dai pilastri montuosi del Grappa e dell’Altopiano dei Sette Comuni. Che meraviglia! Un autentico spettacolo. Ma... è proprio tutto rose e fiori? Quasi. Perché, a dir la verità, non manca qualche stonatura. A partire dallo stesso ponte che, visto da sotto (percorrendo via Macello), non si presenta al massimo della forma. Al di là di una serie di fastidiosi graffiti, si rileva infatti che la struttura in cemento è interessata da un visibile degrado. Ma è quanto si vede dal parapetto, subito sotto l’arcata occidentale, che desta preoccupazione. Alludiamo al boschetto che, nel suo crescere lento e continuo, ha ormai raggiunto dimensioni davvero ragguardevoli: una sorta di isola verde, tanto rigogliosa

La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo altrimenti il pianeta non si salva.

Albert Einstein

quanto pericolosa. Ci domandiamo allora come sia possibile che nessuno se ne occupi. Eppure la cronaca di questi ultimi anni ci ha purtroppo abituati ad assistere a disastri ambientali, spesso legati a una scarsa cura del territorio. La mancanza di manutenzione, da un lato, e l’impressionante acuirsi dei fenomeni estremi, dall’altro, possono infatti portare a (prevedibili) catastrofi. Bisogna allora correre ai ripari, per esempio approfittando dei periodi di siccità (sempre più frequenti e drammatici) per mettere in sicurezza gli argini e gli alvei dei fiumi. Sappiamo tutti, ormai, che precipitazioni intense e nubifragi rovinosi possono abbattersi sulle nostre teste con maggiore frequenza

e violenza rispetto al passato. Le piante cresciute sotto al Ponte Nuovo, molto alte e prive di un saldo ancoraggio al terreno, concentrate peraltro in uno spazio ridotto, rappresentano un rischio concreto. Cosa potrebbe accadere nel caso di una furiosa brentana? Potrebbe la furia del fiume in piena abbatterle e trascinarle a valle, con tutte le conseguenze del caso? Le immagini che pubblichiamo parlano chiaro. A nostro avviso è dunque fondamentale che le autorità competenti intervengano “prima”. E ciò non significa alterare l’equilibrio ecologico del letto del Brenta, in uno dei tratti più conosciuti del suo corso, ma effettuare una bonifica mirata e consapevole.

Sopra e sotto Alcune immagini del boschetto sorto ai piedi del Ponte Nuovo, a nord e sud dell’arcata ovest. Alcune piante superano abbondantemente in altezza il parapetto della storica struttura, impedendo la visione del Ponte Vecchio e della Pieve di Santa Maria in Colle.

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Una bella passeggiata fra le province di Vicenza e di Trento

SCHEGGE

PONTEGGIANDO A LASTEBASSE LUNGO I SENTIERI DI CONFINE

di Fabio Abbruzzese Fotografie: Aurea Dissegna

È, in un certo senso, una proposta quasi “inedita” per i bassanesi, che sono soliti percorrere altri itinerari. Per questo vale davvero la pena prenderla in considerazione e dedicarle qualche (salutare) ora del proprio tempo, potendo così ritemprarsi e scoprire scenari ricchi di fascino a poca distanza da casa.

La Terra è un bel posto e vale la pena lottare per lei. Ernest Hemingway

La natura dipinge per noi, giorno dopo giorno, immagini di infinita bellezza. John Ruskin

Un’escursione interessante sui sentieri di confine, recentemente promossa da alcune associazioni del territorio, è quella che si può effettuare nell’Alto Vicentino, con partenza dalla piazza di Lastebasse, piccolo comune della Val d’Astico (situato a una quota di circa 592 metri). L’itinerario prende avvio dal giardino nei pressi della chiesa del paese, laddove sono visibili alcuni cippi di confine che un tempo delimitavano l’Italia dall’Impero Asburgico. Il percorso è stato pensato nell’ambito del Progetto “Acqua, Ferro e Fuoco”, finanziato dal GAL (Gruppo di Azione Locale) Montagna Vicentina. Il nome del progetto si ispira ai tre elementi che più di altri hanno caratterizzato questo territorio di confine:

- l’acqua, fonte di vita e risorsa economica imprescindibile, che ha permesso di azionare mulini, segherie, cartiere e magli, e oggi anche centraline idroelettriche; - il ferro, forgiato nell’antichità e tuttora lavorato negli insediamenti metallurgici della valle; - il fuoco, alimentato dai carboni dei boschi, che ha consentito di ottenere l’energia necessaria per alimentare gli opifici e i mezzi destinati alla movimentazione di merci e persone, anche militari durante la Grande Guerra. Il percorso è ad anello, lungo i sentieri ubicati al confine tra il Veneto e il Trentino, si snoda tra paesaggi suggestivi, attraversando il torrente Astico e alcune contrade del comune di Lastebasse. La durata complessiva della passeggiata è di tre ore, per una lunghezza di circa sei chilometri

e mezzo e un dislivello di cinquecento metri. La prima tappa è lungo la valle del torrente Civetta, ove si possono ammirare le omonime cascate, sempre ricche d’acqua (anche durante i periodi più siccitosi). Vi si giunge dopo circa dieci minuti di cammino nel bosco. A ridosso delle cascate sono state posizionate delle sculture lignee di animali, opere di un artista locale, e si scorgono alcune vasche, un tempo usate per la piscicoltura. Si trova, inoltre, un opificio, ora dismesso, che era alimentato dall’acqua del torrente. Le cascate appaiono all’improvviso; sono imponenti e costituite da una serie di salti, con l’ultimo getto che si tuffa in un laghetto creando un ambiente nebulizzato: in base all’orario, e per effetto

A fianco, da sinistra verso destra Il ponte ad arco in pietra a tutto sesto “La Lur”, realizzato sul torrente Astico in località Busatti, a monte del lavatoio. Le pietre sono squadrate e lavorate a mano dai lapicidi locali. La passerella pedonale lungo l’itinerario “Togni-Busatti”: opera di scavalco di un corso d’acqua minore, è stata inaugurata nel 2015 ed è costituita da un impalcato e due parapetti in legno, poggianti su spalle di pietra.

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Il cippo in pietra con l’anno d’inizio della costruzione del tratto di strada militare (1908), posta sulla sponda destra dell’Astico, che collegava la dogana austriaca di Busatti con quella di Casotto. Tale strada venne realizzata in alternativa a quella italiana, situata sull’altro versante del torrente.


SCHEGGE

A fianco Le spettacolari cascate della Val Civetta, così chiamate perché alimentate dall’omonimo torrente, affluente dell’Astico Foto: www.acquaferrofuoco.it Gal Montagna Vicentina

Sotto, da sinistra verso destra La vecchia “Calcara”, cioè la fornace nella quale venivano cotte - a una temperatura tra i 900 e 1200 °C - le rocce calcaree frantumate per ottenere la calce da utilizzare in edilizia. Nel forno di combustione si inserivano prima le fascine da incendiare, poi i tronchetti di legna sino a chiudere la bocca della fornace per impedire l’uscita del calore. L’interno del mulino in località Busatti. La macina, costituita da due pietre molatrici cilindriche ruotanti su un catino di pietra (nel quale erano posati i materiali da frantumare), veniva movimentata dall’energia idraulica del torrente Astico. Il lavatoio, chiamato in dialetto “La Lur”, ove le massaie pulivano i panni. Per alimentarlo, l’acqua dell’Astico veniva derivata a monte.

Qui sopra L’iscrizione, realizzata su una grande pietra lungo la strada militare, che ricorda gli artefici dell’infrastruttura, cioè i “Pionieri, Sezione 1/1 del Reggimento territoriale di Trento”, e l’anno di costruzione (1911).

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della rifrazione, qui è possibile ammirare l’arcobaleno. Si attraversano poi la Provinciale n. 350 e il torrente Astico, passando sul ponte Carotte, dal nome dell’omonima frazione: un toponimo di origine cimbra che fa riferimento a case rotte. È il primo ponte che si incontra lungo il nostro percorso. Si imbocca quindi una strada militare, realizzata dall’Esercito Italiano nel corso della Grande Guerra. Al primo bivio si prosegue lasciando sulla destra l’itinerario “Mariano”, attualmente interrotto da una serie di frane. Si attraversa il ponte Rozacar sull’Astico per tornare sul versante vicentino. La passeggiata si svolge ora all’interno di boschi, ove prevalgono l’abete rosso e il carpino nero, che regalano a tratti ampie vedute sulle montagne circostanti, cinte da vegetazione rigogliosa. Si arriva quindi alla

grande “Calcàra”, dopo avere attraversato il ponte del Tonèk e una passerella ciclo-pedonale in legno, realizzata nel 2015. La “Calcàra” è un’opera di archeologia industriale: un’antica fornace per l’ottenimento della calce. Scolpita su una pietra del muro di sostegno, appare l’iscrizione del Corpo Militare che ha realizzato la strada, cioè i “Pionieri, Sezione 1/1 del Reggimento territoriale di Trento”. Il sentiero che si percorre per l’ultimo tratto è denominato “Togni-Busatti” e, prima di giungere in località Busatti, si sviluppa a tergo di un “muro verde”, in pratica una struttura di contenimento paramassi. Il fondo è talmente ben curato da fare concorrenza ai prati dei campi da golf. La contrà Busatti è la più antica della comunità “Lastarolla”: per lunghi secoli ha ospitato il maso

più popoloso della parrocchia di Lavarone. La contrada si è sviluppata grazie all’ingegnosità dei “Busattari”, che hanno saputo trasformare l’acqua dell’Astico in forza motrice. Si possono dunque ammirare l’antica macina che utilizza l’energia del torrente e, nelle adiacenze, un ponte in pietra costituito da un’arcata a tutto sesto poggiante su spalle di pietra lavorata, opera dei lapicidi della zona. Percorrendo in discesa la strada adiacente all’Astico s’incontra, dopo circa cento metri, l’antico lavatoio denominato “La Lur”, utilizzato fino agli anni ’60-’70 dalle massaie locali per lavare la biancheria. Si torna infine sulla provinciale attraversando il “Ponte del Lavatoio”, di struttura analoga a quello “della Macina”Da qui si prosegue verso Lastebasse per la chiusura dell’anello.



Tutta la magia dei viaggi di Capodanno ed Epifania

Dal 29 dicembre 2022 al 2 gennaio 2023 CAPODANNO A LISBONA

Dal 29 dicembre 2022 al 2 gennaio 2023 CAPODANNO A MADRID

Dal 29 dicembre 2022 all’1 gennaio 2023 CAPODANNO TRA LE LUMINARIE DI GAETA

Dal 30 dicembre 2022 all’8 gennaio 2023 CAPODANNO IN OMAN

Dal 30 dicembre 2022 all’1 gennaio 2023 CAPODANNO IN TOSCANA

Dal 30 dicembre 2022 all’1 gennaio 2023 CAPODANNO ALLE TERME DI ROGASKA

Dal 30 dicembre 2022 al 2 gennaio 2023 CAPODANNO IN SICILIA ORENTALE

Dal 2 al 5 gennaio 2023 EPIFANIA IN LAPPONIA

Dal 6 all’8 gennaio 2023 PRESEPE VIVENTE A CIVITA DI BAGNOREGIO

VIENI A RITIRARE IL TUO NUOVO CATALOGO AUTUNNO INVERNO 2022/2023. TI ASPETTIAMO IN AGENZIA! CANIL VIAGGI Via Spin, 53 - Romano d’Ezzelino (VI) - Tel. 0424 30068 Lunedì / Venerdì: dalle 9,00 alle 12,30 e dalle 15,00 alle 19,00 - Sabato: dalle 9,30 alle 12,00


e la GRAN TOUR L’hanami fioritura DEL GIAPPONE dei ciliegi

SÌ, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

Ogni anno, nel Paese del Sol Levante, l’arrivo della primavera coincide con l’hanami, millenaria tradizione che consiste nell’andare per parchi e giardini ad ammirare lo spettacolo bellissimo e struggente della fioritura dei ciliegi.

Dal 25 marzo al 6 aprile 2023 Viaggio di 13 giorni

1° giorno - Sabato 25 marzo 2023 Venezia - Dubai Trasferimento in aeroporto a Venezia e partenza con volo di linea per il Giappone via Dubai. Pasti e pernottamento a bordo. 2° giorno - Domenica 26 marzo 2023 Dubai - Osaka - Kyoto Prima colazione e pranzo a bordo. Arrivo nel pomeriggio a Osaka e trasferimento a Kyoto, per molti secoli capitale del Giappone: città che ne rappresenta l’essenza, con tanto di geishe lungo le strade, soprattutto nel quartiere di Gion. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

3° giorno - Lunedì 27 marzo 2023 Kyoto Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Giornata dedicata alla visita di alcuni famosi e iconici templi di Kyoto. Si inizia dalla parte nord della città con lo spettacolare Kinkakuji, il Padiglione d’oro. Poi visiteremo il tempio Ryoanji, con il giardino zen e il bel parco. Nel pomeriggio ci sposteremo verso la zona ovest e ci addentreremo nell’intricata foresta di bambù di Arashiyama.

4° giorno - Martedì 28 marzo 2023 Kyoto Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Giornata dedicata alla visita della Kyoto tradizionale. Al mattino visita ai templi di Sanjusangendo e al complesso del Kiyomizudera. Al pomeriggio una splendida passeggiata per le storiche vie di Higashiyama ci porterà invece nel quartiere di Gion.

5° giorno - Mercoledì 29 marzo 2023 Isola di Miyajima - Hiroshima

Prima colazione e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Al mattino trasferimento con treno superveloce Shinkansen all’isola di Miyajima, con panorama sul portale del santuario Itsukushima che si erge maestoso in mezzo al mare. Al pomeriggio, a Hiroshima, visita al Parco della Pace e al Museo della Bomba, luoghi-simbolo per la storia dell’umanità. Rientro a Kyoto in tarda serata. Cena libera lungo il percorso.

6° giorno - Giovedì 30 marzo 2023 Castello di Himeji - Osaka Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Mattinata dedicata alla visita del Castello di Himeji, la più importante opera fortificata del Paese, recentemente riportata all’antico splendore. Al pomeriggio trasferimento a Osaka per un tuffo nel Giappone verace. Visiteremo la centralissima via Dotonbori, dove potremo provare ogni tipo di cucina giapponese, da quella ricercata allo street-food più informale: sushi, sashimi, tempura e ramen secondo la tradizione giapponese

7° giorno - Venerdì 31 marrzo 2023 Nara Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Al mattino visita allo stupendo complesso del santuario Fushimi-Inari e ai lunghi camminamenti incorniciati da migliaia di Torii, i portali sacri. Verso l’ora di pranzo ci sposteremo in treno a Nara, antica capitale, per ammirare il maestoso Buddha gigante del tempio Todai-ji. Breve passeggiata al santuario Kasuga Taisha con centinaia di antiche lanterne in pietra.

8° giorno - Sabato 1 aprile 2023 Kanazawa Prima colazione in hotel. Pranzo libero. Partenza per Kanazawa con treno espresso e visita alla città con mezzi

pubblici; in particolare al distretto Higashi-chaya, al famoso giardino Kenrokuen e alla via Nagamachi, con le case dei samurai. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

9° giorno - Domenica 2 aprile 2023 Shirakawago - Takayama Prima colazione in hotel. Pranzo libero. Al mattino partenza con autobus di linea per Shirakawago, Patrimonio mondiale dell’Umanità, famosa per le tradizionali casette con tetto in paglia. In seguito visita al distretto di Ogachimachi e alle tipiche costruzioni rurali di Gasshozukuri. Al pomeriggio proseguimento per Takayama e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

10° giorno - Lunedì 3 aprile 2023 Takayama - Tokyo Prima colazione in hotel. Pranzo libero. Al mattino visita a Takayama, con il caratteristico mercato mattutino, la via Kami-Sannomachi e la storica dimora dei governatori (Takayama jinya). Al termine trasferimento alla stazione e partenza per Nagoya con treno espresso. Da Nagoya proseguimento per Tokyo con treno Shinkansen. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

11° giorno - Martedì 4 aprile 2023 Takayama - Tokyo Prima colazione, cena e pernottamento in hotel. Pranzo libero. Giornata dedicata alla scoperta dei quartieri più importanti e caratteristici di Tokyo, a partire da Harajuku, epicentro della moda giovane e di tendenza: passeggeremo lungo Omotesando, la via del lusso, continuando poi attraverso il parco Yoyogi e il complesso del santuario Meiji-Jingu, verso Shibuya, quartiere frizzante ed eclettico. Davanti alla stazione ci fermeremo ad ammirare la statua del cane Hachiko.

12° giorno - Mercoledì 5 aprile 2023 Tokyo - Dubai Prima colazione in hotel. Pranzo libero. Al mattino visita allo storico quartiere di Asakusa, sulle sponde del fiume Sumida, e al grande tempio Senso-ji. Nel primo pomeriggio visiteremo la splendida area della baia di Tokyo, con lo skyline dei grattaceli della metropoli. Nel tardo pomeriggio trasferimento all’aeroporto e partenza con volo di linea per l’Italia via Dubai. Pasti e pernottamento a bordo.

13° giorno - Giovedì 6 aprile 2023 Venezia Prima colazione a bordo. In tarda mattina arrivo a Venezia e proseguimento in pullman alle località di origine. Quota individuale di partecipazione Euro 4.990,00 (entro il 30 novembre) Euro 5.390,00 (fino a esaurimento)

La quota comprende: - i trasferimenti da e per gli aeroporti; - volo aereo in classe economica; - tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 30/09/2022; - sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, bevande incluse; - visite ed escursioni come da programma; - abbonamento Japan Rail Pass e i mezzi pubblici e privati indicati da programma; - assicurazione medico bagaglio e annullamento; - accompagnatore. La quota non comprende: - i pasti liberi; - gli ingressi; - le camere singole (suppl. di euro 990,00). All’iscrizione acconto di euro 1.500,00

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È uno dei (gustosi) tesori della Garfagnana

TUTTE LE VIRTÙ DEL BUON VECCHIO FARRO

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

corrispondente dalla Toscana

Non riesco a sopportare chi non prende seriamente il cibo.

Fra le molte ricette che si possono fare con questo straordinario cereale spicca ovviamente la celebre zuppa, piatto forte e prelibato della cucina toscana.

Oscar Wilde

Antico lo è davvero, anzi è il più antico cereale che si conosca. Di cosa stiamo parlando? Ovviamente del farro, che era già presente in Italia all’età del bronzo. Non per nulla, è considerato il padre di tutti i frumenti! E non è un caso che il termine “farina” abbia la stessa radice latina: far, farris. Nell’antica Roma era uno dei cibi più pregiati e veniva perciò offerto assieme al sale, come ricompensa, ai soldati. Oppure, nei matrimoni, agli sposi quale augurio di abbondanza e prosperità. Anche sulla tavola degli Etruschi il farro non poteva mancare: veniva servito come pane cotto a legna con lenticchie, ceci e fave. La sua coltivazione presso quel popolo era assai diffusa. A tale proposito va riconosciuto quanto l’agricoltura etrusca fosse rinomata per le tecniche avanzate (come per esempio la rotazione biennale delle colture); tecniche che favorivano non solo una produzione di quantità, ma anche di elevata qualità.

Qui sopra La zuppa di farro, piatto rustico tipico della Garfagnana: una delizia da gustare con del buon pane casereccio e un filo d’olio extravergine d’oliva.

Sotto La piazza dell’Anfiteatro a Lucca, edificata sui resti dell’omonima struttura romana del II secolo d.C.

Il Farro della Garfagnana è un prodotto a Indicazione Geografica Protetta (IGP), che ha trovato nella provincia di Lucca e nella parte settentrionale della Valle del Serchio il suo habitat ideale. Essendo una pianta rustica, cresce bene in terreni poveri di alimenti nutritivi ed è per questo motivo che risulta a tutti gli effetti un prodotto biologico. Il farro viene infatti coltivato

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senza l’impiego di concimi chimici, fitofarmaci e diserbanti. In autunno si procede con la semina in una zona compresa tra i trecento e i mille metri, usando un seme vestito, il Triticum dicoccum (farro medio). La raccolta avviene in estate, con la preparazione per la vendita. E pensare che il farro ha rischiato di estinguersi! Fortunatamente i tecnici della Regione Toscana, che lo avevano censito, si sono accorti che era presente solo in poche migliaia di metri quadrati. L’intervento di salvataggio è avvenuto fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, con l’aumento della coltivazione. Nel 1996, grazie alla Comunità Montana della Garfagnana, è stato ottenuto il riconoscimento europeo di Indicazione Geografica Protetta che ne ha sancito il definitivo recupero. Dodici anni fa è nato il Consorzio Produttori di Farro della Garfagnana. Tutti i coltivatori ne seguono il

disciplinare di produzione secondo metodi biologici. In ogni confezione di farro della Garfagnana è presente un codice, tramite il quale si può conoscere il produttore e il luogo dove è stato coltivato. Le proprietà del Farro sono molteplici: contiene molta fibra, è una buona fonte di proteine, sali minerali e vitamine, ferro e selenio. Ma non è tutto. Sono infatti molte le ricette che si possono fare con il farro, a partire dalla famosa zuppa, tradizione della cucina toscana, al pane, ai biscotti, alle torte salate e ai dolci.... Naturalmente anche per la zuppa di farro esistono diverse versioni: è importante condirla sempre con un buon cucchiaio di olio extra vergine d’oliva toscano (o, per i bassanesi che ci leggono, anche di Pove del Grappa). Se invece la desiderate gustare nel suo habitat... la Garfagnana vi aspetta. Ovviamente.



Dal Mandamento di Bassano un defibrillatore e un contributo economico alla Protezione Civile ANA Montegrappa

ARTIGIANI

Il sostegno di Confartigianato agli Alpini della solidarietà

Servizio publiredazionale a cura dell’Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza

Il presidente Sandro Venzo: “Atto che rende merito all’impegno della Protezione Civile”.

L’opera umana più bella è quella di essere utile al prossimo.

Sofocle

A fianco Sandro Venzo con i volontari della Protezione Civile ANA Montegrappa.

Il presidente mandamentale Sandro Venzo.

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Convinti dell’importanza e della necessità di sostenere le attività di volontariato del territorio, che da anni si prodigano per aiutare e intervenire nelle situazioni di criticità, il Mandamento Confartigianato di Bassano ha accolto la richiesta della Protezione Civile Ana Montegrappa per il rinnovo del parco attrezzature in dotazione per gli interventi di carattere idrogeologico. Il sostegno del Mandamento si è concretizzato così nella la consegna di un defibrillatore e di un contributo per l’acquisto di radio portatili per un valore complessivo di circa duemila euro. “Il sostegno all’iniziativa - ha commentato il presidente del Mandamento di Bassano, Sandro Venzo - è un atto che rende merito all’impegno e allo spirito di abnegazione della Protezione Civile. Anche attraverso azioni come questa intendiamo richiamare i valori morali e civili, che si fondano sul lavoro e sulla partecipazione, e che da sempre fanno parte pure del corredo di Confartigianato. Tanto i nostri soci, infatti, quanto i volontari della Protezione Civile

hanno a cuore il proprio territorio, seppur da punti di vista diversi, con l’obiettivo comune della tutela e della sicurezza sua e di quanti vi abitano e lavorano”. Il defibrillatore consegnato alla Protezione Civile va a sommarsi a quelli installati, sempre su iniziativa di Confartigianato Vicenza, in altre aziende socie. Nel 2015 l’Associazione avviò infatti il progetto Imprenditori di cuore evoluto a inizio 2020 nella campagna “Creazione di una rete di defibrillatori. Opportunità di salvare vite” con il sostegno degli Spisal delle ULSS 7- Pedemontana e ULSS 8 - Berica. Ad oggi nel territorio provinciale sono 125 i dispositivi installati (alcuni direttamente interconnessi con il SUEM 118) per garantire maggior sicurezza nel luogo di lavoro tanto ai lavoratori quanto a chi frequenta l’azienda (dai fornitori ai clienti) e, se installati all’esterno dell’impresa, a disposizione anche dell’intera comunità. La consegna è avvenuta nella Ex Caserma Monte Grappa di Bassano, presente il presidente

del Mandamento, Sandro Venzo, i componenti di Giunta mandamentale Carla Lunardon, Nicola Cavazzon e Alberto Costa, il presidente ANA Sezione Montegrappa, Giuseppe Rugolo, con la rappresentanza del direttivo della Protezione Civile Ana Montegrappa.

“La generosità e l’attenzione dimostrata dal Mandamento di Confartigianato Bassano, con questo gesto concreto a sostegno del nostro impegno quotidiano - ha dichiarato il presidente Rugolo - vale come stimolo per mettere in campo azioni di prevenzione, di sicurezza, di aiuto e di sostegno, in tutte le situazioni che richiedono la nostra presenza, anche al fine di far sviluppare la consapevolezza del dono e della solidarietà alle nuove generazioni, con l’auspicio che si materializzi in termini di responsabilità e impegno comune. Questa donazione è quindi per noi importante, ma è anche un segno motivazionale che restituiremo attraverso l’impegno quotidiano nel sociale”.



A duecento anni dalla morte dell’artista, inaugurata lo scorso 15 ottobre la mostra Io Canova. Genio europeo

PRIMO PIANO

Non solo il grande scultore, ma anche l’uomo, il collezionista, il diplomatico...

di Antonio Minchio

Si ringrazia il Museo Civico di Bassano per la preziosa collaborazione

L’evento ne scandaglia a trecentosessanta gradi l’opera e la straordinaria personalità. Sensazionale: dall’Inghilterra è giunta a Bassano - per la prima volta in Italia - la Maddalena giacente, il suo ultimo capolavoro, casualmente ritrovato dopo quasi due secoli di oblio.

Pagina a fianco Pompeo Calvi (1806-1884), L’interno dell’atelier di Canova, 1880, olio su tela. Courtesy di Collezione privata.

Ad aver aperto i battenti - ha recentemente affermato il sindaco di Bassano Elena Pavan - non è stata “solamente” una mostra, inedita per il tema proposto e originale per l’allestimento, ma anche un museo moderno e sempre più accogliente: una realtà culturale di alto livello in grado di offrire, parallelamente al percorso espositivo, una serie di iniziative collaterali di grande valore. Fra queste, in particolare, un’innovativa offerta didattica destinata a un ampio numero di scuole, e non solo del Veneto. È anche per tale motivo che, sulla scorta di un giustificato orgoglio cittadino, siamo tutti chiamati a divulgare la mostra-evento Io Canova. Genio europeo, diventandone “ambasciatori” convinti e propositivi. D’altronde Bassano, lo abbiamo già scritto in precedenza, può da sempre vantare un rapporto privilegiato con l’universo

Antonio Canova, Maddalena giacente, 1819-1822, marmo, cm 75x176x84,5. United Kingdom, c/o Francis Outred Ltd. Collezione privata. François-Xavier Fabre (1766-1837), Ritratto di Antonio Canova, 1812, olio su tela applicata su tavola, Montpellier, Musée Fabre.

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canoviano. Basti pensare che l’abate Giovanni Battista Sartori, fratellastro dello scultore, suo “instancabile consigliere” ed erede universale delle sostanze dell’artista, decise di destinare alla nostra città una parte cospicua di esse. Un lascito fondamentale per ampiezza e importanza, che ha arricchito il Museo Civico con gessi, bozzetti, dipinti e un ingente patrimonio di disegni e manoscritti di inestimabile valore. Ecco perché, con Possagno e la sua Gipsoteca, Bassano riveste un ruolo strategico per lo studio di Antonio Canova: un punto di riferimento imprescindibile, del quale sono oggi componenti fondamentali anche l’Istituto di Ricerca per gli Studi su Canova e il Neoclassicismo e il Comitato per l’Edizione Nazionale delle Opere di Antonio Canova. Tornando alla mostra, va inoltre sottolineato come attraverso la sua (impegnativa) pianificazione si sia concluso un percorso avviato da tempo. Significativi, infatti, i diversi interventi promossi in preparazione dell’evento: dalla digitalizzazione dell’epistolario dell’artista al restauro del gesso di Ebe, dall’organizzazione di un convegno internazionale di studi alle novità sull’offerta dei Musei Civici. Ma anche azioni strutturali di riqualificazione degli spazi. Un evento nell’evento, per così

dire, è rappresentato dall’arrivo dall’Inghilterra del grande marmo della Maddalena giacente, opera riscoperta solo recentemente (e per questo oggetto di interesse da parte del mondo scientifico e della stampa internazionale) dopo quasi due secoli d’oblio. Si tratta dell’ultimo capolavoro di Antonio Canova, scolpito (poco prima della sua morte) per lord Robert Banks Jenkins primo ministro della Corona, in carica dal 1812 al 1827.

La mostra è suddivisa in tre grandi sezioni. La prima, L’uomo e l’artista, accoglie il visitatore ed è incentrata sulla sua formazione a Venezia e sul suo successivo trasferimento a Roma, laddove lo scultore poté confrontarsi con gli Antichi e lavorare per i primi (importanti) committenti. La seconda, Canova e l’Europa, descrive l’ascesa che lo portò a ottenere prestigiosi incarichi da parte degli esponenti dell’alta società del Vecchio Continente. La terza sezione, Canova nella storia, è dedicata al rapporto dello scultore con Napoleone Bonaparte e con la sua famiglia. Ma pure ai viaggi compiuti a Londra, per prendere visione dei marmi del Partenone (poi trasferiti al British Museum), e a Parigi, per recuperare le opere d’arte rubate dai francesi.



Ha iniziato cinquant’anni fa, impadronendosi di tecniche antiche. Poi ha conquistato le vetrine più blasonate del mondo

TRADIZIONI

MARIANO FAVERO Il disegno del gioiello attraverso l’alchimia delle pietre

di Andrea Minchio

Non ho mai odiato un uomo a tal punto da restituirgli i gioielli ricevuti in regalo.

Zsa Zsa Gabor

I diamanti sono i migliori amici di una donna.

Fin da subito ha preferito commercializzare solo pezzi di sua produzione. Una scelta che ha richiesto, al di là di un innato talento, coraggio e determinazione. Ma poi il mercato gli ha dato ragione.

Marilyn Monroe

Sopra Anelli oro bianco 18 carati in diamanti e pietre preziose.

Qui sotto Mariano Favero, gioielliere bassanese.

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A un primo sguardo possiamo immediatamente apprezzarne il rigore e la pulizia del disegno, la regola e l’equilibrio che ne governano le forme. Poi, quasi inconsciamente, emergono alcune inequivocabili suggestioni lagunari: la luminosità dei cieli di Venezia, i bagliori cristallini dei suoi grandi specchi d’acqua, i ricami marmorei che incorniciano le finestre dei palazzi. Reminescenze, per così dire, che ne determinano quell’essenza quasi impalpabile che è alla base delle sue creazioni. Già, perché i gioielli di Mariano Favero - pezzi unici che poi hanno conosciuto meritato successo nella ribalta internazionale - hanno in comune un’antica matrice. Oltre cinquant’anni fa il loro demiurgo, un ragazzo di Mussolente di belle speranze e dalla mano felice,

intraprendeva il suo percorso di studi artistici proprio nella sfavillante ex capitale della Serenissima. Merito, oltre che del diretto interessato, di due persone speciali: Amedeo Fiorese, insegnante di Disegno alla scuola media (in seguito divenuto un affermato scultore), che ne intuì il talento e gli consigliò di iscriversi all’Istituto d’Arte di Venezia ai “Carmini” per coltivarlo, e di sua mamma Noemi, che favorì tale opportunità, fiduciosa nelle doti del figlio. “Alle sei di ogni mattina - ricorda Mariano Favero - uscivo dalla nostra casa, a Casoni di Mussolente, inforcavo la bicicletta e mi recavo alla stazione di Cassola per prendere il treno. Solo verso gli ultimi anni ho potuto affittare una stanzetta presso una famiglia a Dorsoduro. Ai “Carmini”, vera fucina di artisti (fra i quali anche molti ceramisti del nostro territorio), il giovane Mariano poté avvalersi degli insegnamenti di Alberto Zucchetta, responsabile del laboratorio di oreficeria, maestro

orafo e “battioro”: un imprinting importante, avvenuto tanto nelle aule della scuola quanto - successivamente - nella bottega veronese del docente, dove il giovane iniziò a lavorare come talentuoso apprendista durante gli anni dell’Accademia di Belle Arti (che Mariano frequentò per un certo tempo). “Il nostro è stato un rapporto solido, improntato all’amicizia e durato a lungo. Da Alberto ho potuto capire i processi e le alchimie che si sprigionano in una vera bottega orafa. E poi ho imparato a conoscere a fondo le pietre, ad amarle, a impossessarmi delle tecniche per lavorarle...”. In realtà Mariano aveva già iniziato a produrre qualcosa di suo in precedenza, avendo attrezzato un piccolo laboratorio fra le pareti di casa. Fondendo i gioielli di famiglia (perfino la collanina della Prima Comunione!), sempre supportato dalla fiduciosa Noemi, aveva dato vita alle sue prime creazioni in oro e argento. Monili ai quali, in un secondo momento, ha cominciato ad aggiungere le pietre che acquistava direttamente nel mercato. “Fin da subito il mio è stato un approccio orientato all’eleganza e al bello, tant’è vero che nei primissimi anni Settanta ho anche esposto diversi lavori al Pick Bar, blasonato ritrovo del Circolo Artistico Bassanese”. Una prospettiva, dunque, lontana anni luce dalle esperienze del comparto orafo vicentino, volto invece alla produzione seriale di catene secondo i tempi e i metodi dell’industria. Nel 1973 Mariano Favero, tornato a Bassano e divenuto imprenditore a poco più di


A fianco, da sinistra verso destra Il collier Snow (Neve), in oro bianco e 70 carati di diamanti. Collier Persia in oro bianco, 30 carati di rubini e diamanti. Qui sotto Il prestigioso premio internazionale “Haute Couture”, conferito nel 2003 a Mariano Favero per la realizzazione del collier Snow.

vent’anni, ha aperto un laboratorio di gioielleria in via Zaccaria Bricito, con annesso negozio. Debiti, determinazione, passione per il lavoro, buon gusto e un bel po’ di testa: un mix vincente. E la clientela? “Inizialmente era costituita dai privati, che si recavano in negozio ad acquistare le mie creazioni; poi si è estesa ad altre gioiellerie, dapprima in Italia e in seguito all’estero, molto interessate a commercializzare quanto usciva dal mio laboratorio. Fin da subito, comunque, ho messo in vendita esclusivamente gioielli disegnati dal sottoscritto”. Quindi, sulla scia di un consenso crescente, è stata la volta delle fiere, da Vicenza a Basilea, fino ai grandi centri degli Stati Uniti: una progressione impressionante che ha portato il gioielliere bassanese ad affermarsi a livello internazionale, con una rete di gioiellerie sparse in tutto il mondo. Negli anni Ottanta, forse il periodo di massima espansione, l’azienda poteva contare su una sessantina di dipendenti. Il personale (in particolare la sezione di design) veniva formato direttamente da Mariano che, nonostante la considerevole mole di impegni amministrativi e gestionali, riusciva ancora a creare gioielli: molti pezzi unici, autentiche opere d’arte, caratterizzate dall’incastonatura di pietre preziose, che egli stesso si occupava di reperire girando tutto il pianeta. Diamanti, rubini, zaffiri, smeraldi, turchesi... attraverso una magica disposizione delle pietre, figlia di disegni nei quali il metallo - in preferenza oro bianco - assolve fondamentalmente a una funzione di supporto (importante, certo, ma

A fianco Anelli in rubini, zaffiri e diamanti della prestigiosa Collezione Continuativa 623.

sempre strumentale), Mariano sprigiona le sue inebrianti alchimie. È questo, in fondo, il segreto del nostro gioielliere; segreto che gli ha consentito di accedere a una clientela esclusiva e di esporre i suoi lavori anche in vetrine prestigiose. Per esempio da Harrods o da Selfridges a Londra, piuttosto che da Saks a New York. A testimonianza del fatto che, pur sofisticati nella loro concezione, non tutti i gioielli marchiati Favero hanno prezzi proibitivi. “Per anelli, collane e bracciali si parte da mille euro, ma alcuni pezzi unici possono anche costarne duecentomila...”. Dipende, nella maggior parte dei casi, dal valore delle pietre e dal loro numero. Può infatti accadere che il metallo non si veda nemmeno e che le pietre rivestano completamente il gioiello. A prescindere dalle fasce di prodotto, comunque, la vendita di ogni pezzo è sempre accompagnata da un certificato internazionale di autenticità, con la foto dell’oggetto, che ne riporta le caratteristiche: una garanzia

Sotto Gioielli in oro bianco e diamanti della Collezione Firmamento.

non scontata per chi acquista. Innamorato dell’arte bizantina e dell’antiquariato, anche nelle realizzazioni più rigorose e lineari Mariano Favero trasfonde l’esito delle sue passioni, che elabora attraverso un disegno virtuoso: un messaggio che ci trasmette il senso della Bellezza e che proviene da una vera scuola di buon gusto. A coglierlo, in primis, è suo figlio Matteo, che ne continua l’opera con altrettanto entusiasmo.

Limited Edition, pezzi unici in diamanti e zaffiri.

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Le donne che ci piacciono

IL CENACOLO

ANNIE ERNAUX

di Chiara Ferronato

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Premio Nobel 2022 per la letteratura Le donne che ci piacciono si tagliano i capelli, ciocche lanciate contro chi le vuole velate, le donne che ci piacciono non hanno nostalgie, del passato non vogliono fare eterna memoria (e non lasciano che si parli di loro come di esseri importanti, solo per giustificare che per loro hanno già scelto), le donne che ci piacciono sono Madame Curie, la vita è un laboratorio, o Madre Teresa, sulla porta dei “nulla”, non gridano e non sbraitano scandendo in varie lingue ciò che non avverrà. (Anche solo a sfiorarla, la felicità è laggiù, è solo un sogno mio). Ci piacciono le donne come Annie Ernaux che parlano e che scrivono, ma della loro vita, della vita che incontrano. “Che cosa cerco con ostinazione nella realtà? Il senso? O forse annotare i gesti, gli atteggiamenti, le parole delle persone che incontro mi dà l’illu-

Annie Ernaux, Lillebonne (Normandia), 1 settembre 1940. “Quella dell’identità è la sfida più complessa”.

Da “Passione semplice” Tutto quel tempo, ho avuto l’impressione di vivere la mia passione in modo romanzesco, ma non so ora in che modo la scrivo, se in forma di testimonianza, ossia di confidenza come si usa nei giornali femminili, di manifesto o processo verbale, o invero di commento testuale. Non faccio la cronaca di una relazione, non racconto una storia (che mi sfugge per metà) con una cronologia precisa, “venne 1’11 novembre”, o approssimativa, “trascorsero settimane”. Non esisteva per me in quel rapporto, io non conoscevo che la presenza o l’assenza. Affastello soltanto i segni di una passione, oscillando senza posa tra “sempre” e “un giorno”, come se un tale inventario mi possa permettere di raggiungere la realtà di quella passione. Non vi è naturalmente qui, nell’enumerazione e descrizione dei fatti, né ironia né derisione, che sono i modi di raccontare le cose agli altri o a se stessi dopo averle

Sotto Una scena del film La scelta di Anne. L’Événement (2021), adattamento cinematografico del romanzo L’evento di Annie Ernaux, Leone d’oro alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

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sione di essere vicina a loro. Io non parlo con loro, le guardo e le ascolto soltanto” (da Guarda le luci, amore mio). Féministe, intellectuelle, erede di quella grandeur che è come un ritmo che accoglie i cambiamenti, in un umanesimo perduto da ricomporre sempre, Annie Ernaux, con i suoi libri tradotti in Italia da una piccola casa editrice, “L’orma” (“Una donna”, “Memoria di ragazza”, “Gli anni”, “Il posto” “La donna gelata”, “La vergogna”, … libri scritti con mano veloce, lo stile è come un Improvviso di Chopin), insegnando, registrando sotterranei “momenti”, senza sottrarsi mai alla corrente o alle trasformazioni - rivelazioni del suo io protagonista, monologante, irreale a volte, rivoluzionario come un bacio, è tra le donne che ci piacciono. Queste sì. Altre, no. Chiara Ferronato

vissute, non di provarle sul momento. Quanto all’origine della mia passione, non intendo cercarla nella mia storia remota - quella che mi farebbe ricostruire uno psicoanalista o recente, né nei modelli culturali del sentimento che mi hanno influenzato sin dall’infanzia (Via col vento, Fedra o le canzoni della Piaf sono decisivi quanto il complesso di Edipo). Non voglio spiegare la mia passione - il che equivarrebbe a considerarla come un errore o una follia di cui ci si deve giustificare - ma semplicemente esporla. I soli fattori, forse, da tenere in conto, sarebbero materiali, il tempo e la libertà di cui ho potuto disporre per viverla.

Da “L’altra figlia” La scena del racconto risale alle vacanze del 1950, l’ultima estate dei grandi giochi da mattina a sera, con le cugine, qualche ragazzina del quartiere e alcune bambine di città in vacanza a Yvetot. Giocavamo alla bottegaia, a


fare le grandi, ci costruivamo case nei numerosi anfratti del cortile del negozio dei genitori, utilizzando casse di bottiglie, cartoni, vecchi tessuti. A turno, ciascuna cantava, in piedi sull’altalena, Il fait bon chez vous Maître Pierre e Ma guêpière et mes longs jupons, come nei concorsi radiofonici. Ci allontanavamo di nascosto per raccogliere le more. I genitori ci vietavano di giocare con i ragazzi con la scusa che preferivano passatempi più violenti. La sera ci separavamo, sporche fino al midollo. Mi lavavo braccia e gambe, felice di poter ricominciare da capo l’indomani. L’anno dopo tutte le ragazze si sarebbero disperse, o avrebbero litigato, mi sarei annoiata e non avrei fatto altro che leggere. Vorrei attardarmi a descrivere quelle vacanze, rimandare. Fare il racconto di questo racconto significherà lasciarsi alle spalle il fuori fuoco del vissuto, come risolversi a sviluppare una pellicola conservata in un cassetto per sessant’anni senza mai stamparla. È un tardo pomeriggio domenicale, all’inizio della stradina che costeggia il retro della drogheria e del bar dei genitori, la rue de l’École, così chiamata per via di un asilo privato che pare fosse lì all’inizio del secolo, vicino al piccolo giardino di rose e dalie protetto da un’alta rete metallica lungo il muretto affacciato su una scarpata di erbacce. Dall’altra parte, una siepe fitta e alta. Mia madre è immersa da non so quanto tempo in una conversazione con una giovane donna di Le Havre che trascorre le vacanze con la figlioletta di quattro anni a casa dei suoceri, gli S., una decina di metri più avanti in rue de l’École. Probabilmente è uscita dal negozio, che in questa stagione non chiude mai, per continuare a chiacchierare con la cliente. Io sto giocando vicino a loro assieme alla bambina. Si chiama Mireille, ci rincorriamo. Non so che cosa mi abbia allertato, forse la voce di mia madre, tutto a un tratto più bassa. Mi sono messa ad ascoltarla, quasi senza respirare. Del suo racconto riesco a restituire soltanto la

sostanza, e quelle frasi che hanno attraversato gli anni fino a oggi, che si sono propagate in un istante su tutta la mia vita di bambina come una fiamma muta e senza calore, mentre io continuavo a danzare e volteggiare lì vicino, a testa bassa per non destare sospetti. [Qui, ora, mi pare che le parole squarcino una zona crepuscolare, mi afferrino, e sia la fine.] Racconta che oltre a me hanno avuto un’altra figlia e che è morta di difterite a sei anni, prima della guerra, a Lillebonne. Descrive la pelle della gola, il soffocamento. Dice: è morta come una piccola santa riporta le parole che le hai detto prima di morire: sto andando dalla Madonna e dal buon Gesù dice mio marito è diventato matto quando ti ha trovata morta rientrando a casa dal lavoro alle raffinerie di Port-Jérôme dice non è come perdere il proprio uomo di me dice lei non sa niente, non abbiamo voluto rattristarla Alla fine di te dice era più buona di quella lì Quella lì, sono io.

Da “L’evento” È passata una settimana da quando ho cominciato il racconto di questo evento, senza nessuna certezza di continuarlo. Intendevo soltanto assicurarmi di voler davvero scriverci sopra qualcosa. Un desiderio che mi prendeva ogni volta che lavoravo a un altro libro, quello su cui sono da ormai due anni. Opponevo resistenza, senza potermi impedire di pensarci. Assecondare veramente quel desiderio mi terrorizzava. Ma mi dicevo anche che non potevo morire senza aver fatto nulla di quanto mi era accaduto. Se una colpa c’era, sarebbe stata quella. Una notte ho sognato di tenere tra le mani un libro che avevo scritto sul mio aborto, ma in libreria era introvabile e nessun catalogo ne faceva menzione. La copertina, in basso, recava la dicitura ESAURITO in caratteri maiuscoli. Non sapevo come interpretare quel sogno, se dovevo scrivere il libro o se farlo era inutile.

Sopra, dall’alto verso il basso Le copertine dei libri Passione semplice, 1992 (l’unico libro di Annie Ernaux tradotto e pubblicato da Rizzoli), L’altra figlia, 2016 (L’Orma Editore), L’evento, 2019 (L’Orma Editore).

Qui sotto La testata del quotidiano Le Monde, dove negli anni ’80 Annie Ernaux scrive articoli “vivaci” di politica e di femminismo.

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Riesumati da cantine e soffitte oppure freschi di acquisto stanno conoscendo una nuova primavera...

ESERCI DI STILE

BENTORNATI, GIOCHI DA TAVOLO!

di Federica Augusta Rossi

La vita deve essere vissuta come un gioco.

Dal Senet, con il quale si dilettavano i faraoni dell’antico Egitto, al Monopoli. Breve carrellata sui passatempi che hanno divertito, nel corso dei secoli, diverse civiltà e culture.

Belli i tempi in cui ci si sedeva attorno al tavolo e si squadernavano tabelloni e plance, si posizionavano birilli e pedine, si gettavano dadi con gesti a effetto, si distribuivano finte banconote, si schieravano armate o si acquistavano ferrovie! Quei tempi sono tornati. A dire il vero non sono mai tramontati. Riesumati da cantine e soffitte o freschi di acquisto, i giochi da tavolo stanno conoscendo una nuova primavera. E, a proposito di stagioni, sono proprio i più giovani ad avere riscoperto il fascino di questo tipo di divertimento. Cicli e ricicli della storia o effetto pandemia poco importa: riunirsi tra amici o in famiglia per contendersi un albergo, indagare su un delitto o comporre parole di senso compiuto piace anche alle nuove generazioni. Da che mondo è mondo, socializzare sfidandosi in modo tutt’altro che cruento è stato un ottimo mezzo per trascorre piacevolmente del tempo in compagnia. Lo facevano già nell’antichità gli egizi. Il gioco di Senet, una sorta di antesignano del backgammon, era il preferito dai faraoni, i soli, assieme ad altri eruditi, a praticarlo. Dell’antico intrattenimento apprezzavano la forte componente aleatoria, che contribuiva a rafforzare la fiducia nella fortuna e la convinzione dell’esistenza del destino, tipiche della cultura dell’epoca. Scacchiera, pedine e legnetti, assieme a suppellettili, cibo e gioielli facevano spesso parte del corredo funerario. D’altronde, si doveva pur contare su qualche diversivo nel lungo e incerto viaggio verso l’aldilà. Tutto incentrato sulla contrapposizione tra il bene e il male, il gioco ideato in India nel secondo secolo prima di Cristo: rappre-

sentava le scale come simbolo positivo di ascesa verso il bene, mentre i serpenti costituivano un chiaro riferimento al male. Ogni civiltà e cultura ha creato i propri divertimenti: i vichinghi, per esempio, svilupparono una sorta di gioco degli scacchi dove la strategia militare contrapponeva due partecipanti che si contendevano la vittoria partendo però da una situazione di disparità. È una simulazione della caccia il gioco diffuso nel nord Europa e soprannominato “La volpe e le oche”. La strategia la faceva da padrona e, come quello vichingo, appartiene alla famiglia dei giochi a forza diseguale. Semplicemente basato sulla fortuna, invece, il tradizionale gioco dell’oca. Tante caselle allineate lungo un percorso a spirale la cui forma attuale si deve a Francesco de’ Medici, che nel XVI lo diede in dono a Filippo II re di Spagna. È merito di una donna l’invenzione della prima versione del gioco da tavolo più diffuso in Occidente: il Monopoli. Si deve infatti a Elizabeth Magie l’idea di “The landlord’s game”. Apparso per

la prima volta a Washington DC nel 1903, prevedeva quaranta caselle distribuite su un tabellone quadrato dove i giocatori si contendevano proprietà di vario genere facendo lo slalom tra tasse, multe da pagare e la detenzione. Tutt’altro che ludico, però, l’intento dell’inventrice: inteso come mezzo di comunicazione socio-politica, il gioco voleva far riflettere sulle implicazioni negative dell’accumulo di denaro. Facendo leva sulla sensazione di grande frustrazione vissuta da chi perdeva il denaro e veniva espropriato dei propri terreni, Magie voleva riconoscere come giusto il frutto del proprio lavoro ma contemporaneamente sostenere che ciò che si trova in natura, la terra soprattutto, dovesse essere diviso in modo equo. Purtroppo Magie non fece fortuna con la sua invenzione. Una trentina di anni più tardi, invece, accadde a Chares Darrow che perfezionò e commercializzò l’invenzione di quella donna colta e di idee progressiste che lavorava nell’Ufficio lettere perdute della capitale.

Platone

Qui sopra “La febbre dell’oro”, una divertente versione del classico gioco dell’oca firmata da Jacovitti: un simpatico passatempo che si ispira anche alle avventure dell’infallibile pistolero Cocco Bill e che è stato prodotto dalla Clementoni a partire dal 1972. Collezione Erica Minchio.

Qui sotto Una scacchiera in legno del gioco di Senet, Nuovo Regno, XVIII dinastia (1539 a.C. - 1292 a.C.). Torino, Museo Egizio. Si trattava di un passatempo molto apprezzato dai faraoni. Non a caso è stato rappresentato anche in un dipinto murale nella tomba della regina Nefertari.

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Il sole, il mare (con ben ottocento chilometri di coste) e le terre fertili della regione hanno fatto la loro fortuna...

LE TERRE DEL VINO

I vini della Puglia (2 parte)

di Alberto Calsamiglia

a

Famme pòvere ca te fazze ricche (Fammi povera e ti farò ricco, disse la vite al contadino).

Diversi doc prodotti nelle antiche Apulie, apprezzati nel mondo, hanno ricevuto premi importanti. Eppure molti di essi sono quasi sconosciuti. Un motivo in più per approfondire, calice alla mano.

Proverbio pugliese

Qui sopra Vigneti di Primitivo di Manduria.

> Segue dal numero precedente

Si racconta che don Tommaso Schiavoni-Tafuri fosse così legato al proprio vino che lo faceva gustare solo a pochi e selezionati amici. Quando poi la fillossera distrusse i vigneti del Roussillon, dove veniva prodotto un terzo dei vini transalpini impiegati anche per il taglio, i francesi scelsero in sua sostituzione il Primitivo di Manduria, facendone così nascere la vocazione di vino da taglio e portando notevoli guadagni ai produttori pugliesi. Il Primitivo assunse quindi la prerogativa di vino da esportazione conosciuto per questo in tutto il mondo. In realtà sembra che già Lorenzo il Magnifico lo servisse nei suoi banchetti d’onore e che Venezia, nella guerra contro i Turchi, si rifornisse di tale vino proprio a Brindisi. Nel 1887 l’ampelografo Giuseppe di Rovasenda (1824-1913) lo descrisse così: “Il Primitivo,

Sotto La Saletta delle Cretaglie nel Museo della Civiltà del Vino Primitivo, all’interno della Cantina Produttori Vini di Manduria.

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coltivato in terra di Bari, matura la sua uva molto precocemente e può dare un buon vino. E, in qualche località, anche un vino liquoroso”. È questa la prima indicazione di vino prodotto con uve passite, analogo al nostro Docg odierno. La storia del Primitivo si perde comunque nella notte dei tempi: veniva infatti commercializzato già dai Fenici, poi lo fu anche dai Greci che colonizzarono il nostro Meridione a partire dal VII secolo a.C. In epoca romana si parlava di vinum merum per indicare il vino puro e sincero, mentre il vinum era la bevanda miscelata con acqua e miele allo scopo di renderla più dolce e pastosa. Tale espressione si diffuse in tutto il mondo; il vocabolo merum si è invece conservato solo nei dialetti pugliesi, che designano con mieru il vino di pregio. Vinum merum è il vino storico della Puglia, noto ai Romani dopo

la vittoria su Pirro (275 a.C.) e la loro conseguente occupazione di tutta quella regione. Nell’ode VI dei Carmina, Orazio paragonò i mera tarantini al più ricercato dei vini romani, il Falerno della Campania: “Più di ogni altro angolo della terra / mi sorride quello dove il miele non è da meno di quello dell’Imetto / e l’olivo gareggia con quello del Venafro / dove Giove alterna lunghe primavere a tiepidi inverni / e l’Aulone amico del fertile Bacco non ha minimamente da invidiare alle uve di Falerno”. Anche Plinio il Vecchio, nella monumentale Naturalis Historia, citò Malvasia, Negroamaro e l’uva di Troia, descrivendo anche Manduria, principale centro di produzione e città “viticulosa”, cioè piena di vigne. Ne parlarono, e bene, pure Marziale e Varrone. Tradizioni che vengono celebrate dalla Cantina Produttori Vini di


Manduria nel Museo della Civiltà del vino Primitivo, ricco di una biblioteca con oltre cinquemila volumi. Si spazia dalle opere di Catone e Varrone al saggio dell’oculista napoletano Gennaro Barracano del 1853, “Sulla malattia delle viti: memoria”, e alle produzioni più recenti. Sono inoltre raccolte oltre quaranta tesi di laurea con studi sul mondo economico delle cantine e del territorio. Il binomio perfetto Puglia/vino è quindi evidente e giustificato: la vite, con l’olivo, caratterizza il panorama regionale e ne è una risorsa fondamentale. Il sole, il mare (ottocento chilometri di coste), le terre fertili hanno fatto la fortuna dei vini delle Apulie, rossi, rosati e bianchi, coltivati prevalentemente ad alberello, proteggendo i grappoli dal sole e consentendo alla vite di usare al meglio le risorse del terreno. Dopo le quattro primizie finora citate, troviamo ancora 29 vini certificati con la Doc, tra i quali riveste un ruolo fondamentale il Negroamaro. Vitigno a bacca rossa, famoso per la gradazione importante e oggi egregiamente lavorato, ci consente di apprezzare un grande vino, corposo, strutturato, che necessita di invecchiamento per poter pienamente sviluppare tutte le sue sfumature. Classico vino da taglio, dopo quasi un anno di maturazione in botte, si evolve nella personalità divenendo un eccellente prodotto dal profumo intenso e avvolgente, non solare come il Primitivo, ma vigoroso, con fragranza di prugna e olivo. Un vino decisamente particolare! Le sue origini sono incerte, sembra che il nome risalga a niger (nero in latino) e a mavros (nero in greco): dunque nero-nero, come il suo intenso colore. Alcuni studiosi fanno risalire il suo nome a radici territoriali: Niuru Maru (nero amaro) in dialetto salentino. Probabilmente

è davvero un vino autoctono, al punto che la denominazione è stata utilizzata persino da una band che ha voluto identificarsi con il proprio territorio. Da questo grande rosso molte cantine ottengono splendidi vini rosati. Attenzione: il rosato non vuol dire vino rosso mescolato con il bianco, ma si tratta del prodotto di una cura particolare. È detto anche il “vino di una notte” perché tale è il tempo in cui deve rimanere nei tini. La Puglia è dunque una delle principali zone di produzione dei rosati e proprio qui, nel 1943, venne prodotto il primo rosato d’Italia: il FiveRoses delle Cantine Leone de Castris, Negroamaro 100%, metodo classico. Ancora oggi è in produzione, con il suo colore brillante, i suoi profumi di fiori e la sua bollicina persistente.

Diversi doc pugliesi, apprezzati nel mondo, hanno ricevuto premi e riconoscimenti ovunque, eppure molti di essi sono quasi sconosciuti. Chi ha bevuto un Cacc’è Mitte di Lucera? Un Alezio, un Nardò, un Vino di Squinzano o di Leverano? Tutti vini dal profondo legame con il territorio di origine e con aspetti qualitativi di eccellenza. “Nondum matura est, nolo acerbam sumere”: la celebre favola di Fedro con quel bel e irraggiungibile grappolo d’uva è il simbolo della Cantina Ariano e figura sull’etichetta del Sogno di Volpe Rosso - San Severo Doc, primo vino a denominazione di origine controllata della Puglia (1968), dal gradevole profumo fruttato. Vitigno Montepulciano, maturato almeno sei mesi in bottiglia, si presenta con un colore rosso rubino e un sapore piacevolmente asciutto. Diverso è il Salice Salentino Riserva Doc della cantine Cantele, prodotto in purezza, cioè esclusivamente con uve Negroamaro, con invecchiamento di 24 mesi,

LE TERRE DEL VINO

di cui almeno 6 in botti di legno. Vino molto strutturato, dal colore rosso intenso, ha note olfattive dense e fruttate. La gradazione, superiore ai 12 gradi, suggerisce la degustazione a temperatura ambiente, accompagnata da una grigliata di carne. Poi capita di trovare, tra le tante etichette proposte, una Verdeca Valle d’Itria Igp della cantina I Pastini, ottenuto in purezza e di grande pregio. Verdeca è un diffuso vitigno a bacca bianca. I grappoli, giunti a maturazione, mantengono ancora un chiaro colore verde, dal quale prende nome il vino con caratteristiche di acidità, sapidità e freschezza; ha un colore giallo paglierino con riflessi verdolini.

Un grappolo d’uva di Negroamaro: vitigno a bacca nera, viene coltivato soprattutto nelle province di Brindisi, Taranto e Lecce. Si tratta di un vino a tutto pasto, che si accompagna a carne rossa, selvaggina, formaggi stagionati. Può comunque sposarsi anche con piatti di pasta al forno, come per esempio le lasagne.

Abbiamo visto che la Puglia ha prodotto il primo spumante rosè, sicché non sorprende che il culto delle bollicine sia diffuso in questa regione e che molte cantine abbiano seguito tale vocazione. A San Severo la Cantina 7 Campanili produce un brut metodo classico secco, equilibrato e vivace, mentre la Cantina D’Araprì, nei suoi mille metri quadrati di sotterranei nel centro storico (risalenti al 1600), invecchia i suoi spumanti metodo classico per almeno tre anni al buio e al fresco, nei locali che furono la prigione di Morelli e Silvati, eroiche figure del nostro Risorgimento.

Sotto Una xilografia acquerellata ottocentesca della Statua di MartePirro, ospitata ai Musei Capitolini di Roma. In merito al valoroso re dell’Epiro, si ricorda come a seguito della sua sconfitta da parte dei Romani, quest’ultimi occuparono la Puglia e impararono subito ad apprezzarne il Vinum merum, cioè il suo vino pregiato.

Per concludere, così com’è noto il modo di dire veneto “bere un’ombra” (dalla tradizione veneziana di gustare il vino in piazza San Marco, sotto al campanile per stare al fresco), allo stesso modo pare che a Brindisi, da dove salpavano i pellegrini e i crociati alla volta della Terrasanta, sia nata la consuetudine di bere del vino prima di affrontare la pericolosa trasferta con l’augurio di tornare vittoriosi: fare cioè un “brindisi!”.

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Ancor oggi è una forma di comunicazione molto efficace

Cos’è l’email marketing, perché conviene e come farlo

TEMPI MODERNI

di Stefano Falcone Imprenditore nel Digital Business

Ha il vantaggio di un prezzo altamente concorrenziale e di un’estrema facilità d’uso. Ma una buona strategia imporrebbe che si utilizzasse di pari passo con i social media... abbonati o iscritti. Tali email possono anche condividere messaggi generali, quali per esempio gli auguri per una festa ricorrente oppure gli auguri per il compleanno di un iscritto. Uno degli obiettivi dell’email marketing è quello di consentire alle aziende di mantenere i loro clienti informati e di adattare i messaggi a uno specifico segmento di destinatari, con il solo limite di rischiare di stancare e allontanare i clienti con continue e fastidiose email di spam. I due maggiori vantaggi di questa forma di comunicazione sono il prezzo e la facilità d’utilizzo. Il prezzo è altamente concorrenziale rispetto ad altri tipi di marketing: questo è infatti il modo più economico per pubblicizzare un’azienda e i suoi prodotti o servizi. La facilità d’uso è tale da consentirne l’accesso, l’utilizzo e il monitoraggio anche alle più piccole imprese.

La difficoltà non sta nel credere alle nuove idee, ma nel fuggire dalle vecchie. John Maynard Keynes

Spesso grandi imprese nascono da piccole opportunità. Demostene

A fianco Per Stefano Falcone, esperto e specialista in Digital Business, l’email marketing rimane tuttora un’ottima opzione per promuovere ed espandere una qualsiasi attività.

Sotto Un cowboy impegnato nel servizio di Pony Express in una stampa di fine Ottocento. Tale attività consentì di veicolare per qualche anno la posta prioritaria in Nord America divenendo il mezzo di comunicazione più diretto prima dell’avvento del telegrafo.

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Cos’è l’email marketing? Rispondere a questa domanda potrebbe sembrare semplice e immediato: l’invio di pubblicità tramite email! La risposta, però, non è così scontata come potrebbe apparire. Se provassimo infatti ad articolarla un pochino, potremmo dire che l’email marketing consiste “nell’uso della posta elettronica per promuovere prodotti e/o servizi al fine di sviluppare relazioni con potenziali clienti”. Si tratta essenzialmente di posta diretta e mirata a terzi, realizzata elettronicamente (email) anziché mediante l’utilizzo del servizio postale tradizionale. Vediamo dunque di spiegare nel dettaglio cos’è l’email marketing, quali sono i vantaggi e i metodi per praticarlo in maniera efficace, confrontandolo inoltre con altre forme di marketing. Analizziamo

poi anche gli svantaggi, gli errori più comuni e perché, in conclusione, valga la pena di affidarsi a dei professionisti. Le aziende inviano ogni giorno decine, se non centinaia, di email di natura differente: conferme d’ordine, risposte alle domande dei clienti... In effetti, però, ogni messaggio inviato a un cliente per posta elettronica potrebbe anche essere considerato una forma di email marketing, tranne che in rarissimi casi. L’email marketing è un segmento dell’internet marketing, che comprende il marketing online tramite siti web, canali social, blog e altro ancora. Va poi detto che esistono varie forme di email marketing, che possono includere newsletter con aggiornamenti sulla società, promozioni di vendite e offerte esclusive per

Come funziona l’email marketing? Una delle attività più comuni e di successo è oggi quella di inserire un’opzione di iscrizione alla newsletter al sito web: fare cioè in modo che un numero crescente di persone e di clienti possa aderire alla newsletter aziendale. Sarà così possibile raggiungere un’utenza sempre maggiore e più semplice indirizzare i clienti anche alla newsletter dai profili di social media dell’azienda ampliando la comunicazione e favorendone lo sviluppo. Tutto ciò sembra d’immediata comprensione e di facile attuazione, al punto da indurre a una rapida conclusione: “Che bello! È così semplice che posso fare tutto da solo”. Certo, in teoria è possibile... ma in pratica altamente sconsigliabile: se si vuole infatti evitare il rischio che, seppur ricevute, le email non


TEMPI MODERNI Una buona strategia

imporrebbe che l’email marketing andasse di pari passo con i social media.

vengano lette o - peggio ancora siano cestinate ed eliminate dalla mail list, conviene affidarsi a dei professionisti del settore. Saranno loro a studiare le migliori strategie e a creare contenuti di elevata qualità, con il risultato di aumentare notevolmente la probabilità che le comunicazioni via email vengano notate e prese seriamente in considerazione.

Cos’è una newsletter? Detto semplicemente, una newsletter è un messaggio inviato via email in modo ricorrente a una lista di iscritti per tenerli aggiornati. La newsletter ha una grafica e un layout ben preciso, che solitamente è conforme allo stile comunicativo dell’azienda che la invia. Ce ne possono essere di diversi tipi: si può trattare di un’email promozionale progettata per evidenziare l’ultima novità di un brand e/o dei suoi prodotti, oppure può includere contenuti editoriali. Importante: la newsletter deve essere inviata nel rispetto della normativa sulla privacy. Una newsletter regolare costituisce un modo semplice ed efficace per inviare aggiornamenti sulla natura dell’azienda, sui prossimi eventi e sulle offerte speciali. Attraverso software dedicati è possibile inoltre programmare email promozionali personalizzate e automatizzate, rivolte a nicchie

di clienti (per esempio a quanti non hanno effettuato acquisti di recente o a coloro che comprano solo determinate categorie di prodotti).

Email marketing: ma è ancora attuale? Può sembrare strano che alle soglie del 2023, quindi nel pieno dell’era dei social, ci venga consigliato di utilizzare l’email quale strumento privilegiato di marketing. Tuttavia esistono dati statistici che dimostrano come questa forma di comunicazione rimanga importante. Studi sulle principali piattaforme di email marketing indicano che questo tipo di marketing restituisca una media di quaranta euro per ogni euro speso. I sondaggi rilevano inoltre che il 59% dei clienti è influenzato dalla posta elettronica quando si tratta di decisioni di acquisto. Si stima che l’email marketing abbia un tasso di conversione del 2,3%, rispetto all’1% per i social media. Il vantaggio della posta elettronica rispetto ai social media è che i clienti hanno maggiori probabilità di vedere un’email rispetto a un post. Postare qualcosa sui social non implica che quanti vorremmo raggiungere vedano il messaggio. L’email, invece, rimane in una casella di posta fino a quando non viene letta (o cancellata). Anche se, in sintesi, una buona

Le statistiche dimostrano come questa forma di comunicazione rimanga importante.

strategia imporrebbe che l’email marketing andasse di pari passo con i social media.

Ricapitolando, cos’è dunque l’email marketing? Una soluzione efficace e collaudata, che nel tempo ha dimostrato di essere solida e affidabile, adatta a qualsiasi tipo di azienda e a ogni prodotto/servizio. Può considerarsi, qualsiasi siano gli obiettivi, il modo migliore per trasmettere a più persone possibile, e, in contemporanea, un messaggio diretto e funzionale allo scopo. Le email inviate, peraltro, non devono necessariamente perseguire il tentativo di vendere qualcosa. Possono e devono essere utilizzate anche per condividere il feedback dei clienti, come le storie di successo, le recensioni migliori, ecc. Oppure anche per costruire un rapporto continuativo di fedeltà, condivisione e crescita. Un altro utilizzo è quello di creare messaggi educativi per aiutare i clienti, gli iscritti o gli abbonati, ad avere migliore comprensione del prodotto o del servizio. Nel futuro, dunque, le campagne di email marketing non saranno abbandonate o superate, ma lavoreranno ancor più in sinergia con le quelle di social media marketing per implementare e ottimizzare l’impegno e l’obiettivo comunicativo di ogni azienda.

Qui sopra Una carrozza postale inglese della seconda metà del XIX secolo.

www.stefanofalcone.info

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Nella lettera della figlia Elena...

L’ultimo saluto a Pietro Fabris, il “senatore” dei bassanesi

OMAGGIO

di Elena Fabris

Si è spento lo scorso 3 ottobre fra le braccia dei suoi cari. Straordinario, e sempre accompagnato da un sentimento di umana e concreta solidarietà, il suo impegno a favore della città, della regione e della stessa nazione. La sua scomparsa segna un drammatico punto di svolta, anche politico, nella vita della nostra comunità. Alla quale mancheranno i suoi consigli preziosi e quell’approccio, equilibrato e disponibile al confronto, che ne ha caratterizzato tutta l’opera.

Cominciate con il fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile.

Francesco d’Assisi

Vivere con semplicità e pensare con grandezza. William Wordsworth

Caro papà,

Qui sopra, da sinistra L’assessore regionale Pietro Fabris accoglie al Municipio di Bassano il Presidente del Senato Francesco Cossiga, in occasione di una sua visita alla nostra città. Con lui, il sindaco Toni Basso e l’assessore allo Sport Luigi D’Agrò (1985). Un’immagine recente di Pietro Fabris, in servizio volontario all’interno di una casa di riposo. Qui sotto Sorridente e sempre disponibile all’incontro: così i bassanesi ricorderanno il loro “senatore”.

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in questi giorni abbiamo toccato con mano l’affetto e la stima di quanti ti hanno conosciuto, che ringraziamo di cuore. È stato per noi di grande conforto! Tante persone hanno ricordato quanto tu ti sia speso per la tua città come sindaco, in Regione e a Roma, nel mondo della cultura e del volontariato: ti piaceva dire che soffrivi di “bassanite acuta”! Onori ma anche oneri, impegno costante senza risparmio per dare risposte ai bisogni del territorio. Sapevi ascoltare e consigliare, trovavi l’aspetto positivo in ciascuno. Eri orgoglioso del fatto di essere figlio di un operaio, di essere cresciuto in via Bonaguro tra gente semplice e ricca di umanità. Grazie ai sacrifici dei nonni e alle tue innegabili doti intellettive, avevi conseguito il diploma di ragioniere. Anche se i tuoi sogni di studente brillante erano altri, non avevi rimpianti: quel diploma era spendibile da subito nel mondo del lavoro per aiutare la famiglia. Oscar Pozzobon, per te un

secondo padre, intuì e fece maturare le tue doti. Trovavi sempre degli scampoli di tempo tutti per noi: la favola, inventata da te, alla sera, il giocare a carte insieme, il condividere il tuo amore per la lettura, l’arte gotica, la musica, il cinema, passione quest’ultima che ti ha unito ancora di più ai tuoi fratelli Antonio, Saverio e Luciano, il piccolo di casa. Mi ricordo la tenerezza affettuosa che avevi nei confronti del nonno negli anni della sua lunga malattia, sempre paziente e sorridente. “Famiglia” consideravi gli ospiti delle nostre case di riposo, che chiamavi tutti per nome. Anche quando non eri più il loro presidente, il venerdì andavi a rallegrarli con le diapositive dei nostri viaggi. Un servizio svolto sempre con grande passione, come tutto quello che facevi. “Famiglia” era la tua contrada, “famiglia” i tuoi amici (e quanto contava per te l’amicizia!), quelli con cui eri cresciuto al Patronato San Giuseppe, nel Gruppo della Montagna, nella dottrina cristiana,

nell’Azione Cattolica, nel cineforum, accompagnato da preti in gamba che hanno segnato in positivo un’intera generazione. Il tuo impegno politico è nato così, su richiesta dell’arciprete Dal Maso (la parabola dei talenti da far fruttare la sentivi proprio tua!). La tua fede, che hai condiviso con la mamma, la tua àncora, e con noi, era forte, profonda, alimentata dalla preghiera vissuta apertamente, ti ha dato una marcia in più soprattutto nell’attenzione agli altri indipendentemente dal colore politico e dal censo. Una sensibilità speciale, la tua, per quanti si trovavano in difficoltà e hanno potuto godere del tuo aiuto generoso. Eri un uomo del fare: progettavi e realizzavi. “Famiglia” è stata la tua città che amavi moltissimo e hai servito fino alla fine. Domenica hai abbracciato Pietro, Beatrice, Chiara e Giovanni Paolo, i tuoi amatissimi nipotini, e lunedì ti sei spento tra le nostre braccia a casa. Elena




Ha vestito - con fantasia e passione - oltre ottanta bambole

LINA FARINA Una stilista per Barbie

PERSONAGGI

di Elisa Minchio

Sotto Lina Farina, in occasione della mostra tenuta a settembre in Chiesetta dell’Angelo. In quella circostanza ha esposto oltre ottanta sue creazioni.

La recente mostra alla Chiesetta dell’Angelo, organizzata dall’Inner Wheel di Bassano a settembre, ha ottenuto un successo davvero insperato. Merito dell’ingegno e della creatività di una donna che ha saputo donare alla celebre bambola (nelle sue molteplici versioni) una collezione di abiti degni dei maestri della moda.

Si chiama in realtà Catterina Busnardo (con due “t” a causa di un errore di trascrizione), ma così non la conosce nessuno. Per tutti è infatti Lina Farina (dal cognome del marito Silvio) o, ancor più semplicemente, Lina. Penultima di sette fratelli, nata a Mussolente all’inizio della guerra (con mamma Placida incinta proprio in quel terribile frangente), Lina si è trasferita a Bassano con la numerosa famiglia alla fine del conflitto. In città, infatti, suo padre Giacinto aveva stabilito la sede della propria impresa edile. Alunna del “Mazzini” come gran parte dei suoi coetanei, a quell’epoca risiedeva in via Marinoni. Ancor oggi rammenta nitidamente le messe domenicali alle quali prendeva parte da bambina, talvolta a San Francesco, in centro, ma molto più spesso in una casa a tre piani lungo viale Venezia. Le chiese di San Marco e di San Giuseppe non esistevano ancora e così ci si “arrangiava” in questo modo. “Ricordo che papà si recava spesso in osservazione al cantiere di San Marco, manifestando il suo interesse per la nuova costruzione all’architetto Gino Ferrari, progettista dell’edificio”. Non aveva ancora vent’anni, Lina, quando si è sposata con Silvio Farina, l’amore della sua vita, quello con la A maiuscola: “Ero minorenne, papà dovette firmare per me!”. Con Silvio si creò un’alchimia davvero unica nonostante il notevole impegno che il marito riversava nel lavoro, gestendo con i fratelli una nota officina del territorio. “Quella stessa officina - spiega Lina con orgoglio - che oggi è portata avanti, all’insegna di una solida tradizione familiare, da tre dei miei figli: Gianfranco, Michela e Alessandro. Mentre Paolo e Alberto si occupano di

altro. Sempre con successo”. Cinque ragazzi, dunque, quattro maschi e una femmina, con i quali ha sempre giocato molto: una complicità importante, che prosegue tuttora immutata con i nipoti (nove) e i pronipoti (sette). Nel 1973 Lina e Silvio si sono trasferiti a Pove del Grappa: quasi un colpo al cuore per lei, profondamente innamorata di Bassano. Una scelta giustificata, però, da una necessità di spazio, data la progressiva crescita numerica della famiglia. Un fattore per nulla trascurabile, che l’ha anche portata - come tutte le mamme - a occuparsi pure dell’abbigliamento della figliolanza e a lavorare ai ferri... “È successo tutto con la nascita di Gianfranco, il nostro primogenito. Grazie ai preziosi insegnamenti di Marisa Bosio, della quale sono amica da sessant’anni, ho iniziato a cimentarmi con i ferri. Dalle mie mani uscivano quasi d’incanto maglioncini, berretti, guanti, sciarpe..., una parte certo non indifferente del suo guardaroba. E così è stato anche con gli altri bambini. I ferri, del resto, mi piacevano, li trovavo congeniali al mio carattere, funzionali alla mia fantasia, all’estro che covava silenzioso in me. Una passione che mi prende tuttora”. E infatti, anche oggi, i ferri sono parte integrante della sua vita. Al punto che Lina tiene corsi, sempre molto frequentati, in un noto negozio di abbigliamento e merceria del centro. E poi c’è sempre da “servire” la folta schiera di nipoti e pronipoti. Insomma, un bel daffare!

E veniamo - finalmente - ai vestiti delle Barbie: la recente mostra in Chiesetta dell’Angelo ha ottenuto un notevole successo. Com’è nata questa passione? “Premetto subito che mia figlia Michela non giocava con le bambole. A casa, dunque, non

se ne vedevano proprio. È stato solo con l’avvento dei nipoti che le Barbie hanno fatto irruzione fra le mura domestiche. Un bel giorno (in realtà era una giornata uggiosa), facendo ordine in salotto m’è capitato di vederne una, abbandonata a se stessa e perdipiù nuda. Mi ha fatto pena. Allora ho pensato - credo sia stata una di quelle intuizioni che capitano raramente nella vita di confezionarle un abitino. Ne ho parlato con mia sorella, che in quel momento mi aveva raggiunto al telefono: mi sembrò preoccupata, ricordo che mi consigliò di consultare uno psicologo. Salvo aggiustare il tiro all’indomani, quando mi disse che mi invidiava perché è raro, a sessant’anni, avere ancora certi istinti infantili...”.

Quasi un invito a proseguire... “Infatti, una sfida per me! Così, armata di uncinetto (più adatto dei ferri), ne ho vestite subito tre o quattro e le ho presentate a Silvio. Inaspettatamente mi fece i complimenti (sei un’artista!) invitandomi a proseguire. Da quel momento - eravamo nei primi anni Duemila - ho vestito oltre ottanta Barbie con capi tutti diversi l’uno dall’altro. Per non parlare degli accessori (borsette, cappelli, scarpe) realizzati con lo stesso ardore creativo degli abiti”. E poi? “Poi è arrivato quel vulcano di Gabriella Zambotto, che ha visto la mia collezione e si è attivata per organizzare la mostra dello scorso settembre: un evento curato dall’Inner Wheel di Bassano per sostenere il Progetto Spazio Donna (che si occupa di prevenire e contrastare la violenza sulle donne e sui loro figli minori). Così, attraverso la loro eleganza, le mie Barbie hanno potuto lanciare un importante messaggio di solidarietà!”.

Uno splendido tailleur giallo, disegnato e realizzato all’uncinetto da Lina Farina: un capo luminoso, dedicato alla memoria dell’amato marito Silvio, scomparso recentemente.

Qui sotto Gabriella Zambotto, presidente dell’Inner Wheel di Bassano.

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Oggi pressoché ignoti all’italiano medio, sono ricordati con ammirazione e gratitudine all’estero...

SCENARI

Il destino di due veri condottieri ALESSANDRO FARNESE ED EUGENIO DI SAVOIA

di Giorgio Spagnol Analista di politica internazionale

Il primo servì la Spagna quale comandante dell’Armata delle Fiandre e contribuì a dare un assetto politico all’Europa del XVI secolo, il secondo pose fine alla lunga guerra ottomano-austriaca con la straordinaria vittoria di Zenta (1697). A entrambi furono tributati gli onori che solitamente si riservano ai Grandi.

Da grandi conquistatori quali erano stati al tempo della Roma repubblicana, gli italiani cominciarono a perdere lo spirito guerriero da quando, duemila anni fa, delegarono ad altri popoli il compito di difendere Roma. Già Cesare, per le sue conquiste, aveva dovuto rimpolpare le sue legioni di Galli, formidabili guerrieri di sangue celtico cui mancavano due prerogative: la disciplina e l’organizzazione. Cesare gliele diede. E da quel momento divenne il padrone d’Europa. I suoi successori, stanchi di conquiste, si chiusero dietro una Linea Maginot (estesa dal Mare del Nord fino al Bosforo) che alla fine venne travolta dai barbari invasori. Il mongolo Attila, proveniente dall’Asia, sul limes incontrò generali romani di etnia barbara. Da allora gli italiani non furono più soldati, ma marinai al servizio delle Repubbliche marinare (Venezia, Genova, Pisa e Amalfi) che provvidero a distruggersi tra loro, mentre gli eserciti di terra dei nostri Stati e Signorie, eccettuato l’indipendente Piemonte, furono composti da mercenari al comando, perlopiù, di condottieri stranieri. L’unico ad accorgersi dei deleteri effetti che tutto ciò avrebbe avuto sul carattere degli italiani, anche sul piano politico, fu Niccolò Machiavelli, che dedicò la sua vita pubblica e di scrittore a invocare la costituzione di milizie italiane, rimettendoci il posto di segretario comunale di Firenze. Così, per far diventare l’Italia una Nazione, essendo l’esercito piemontese insufficiente a scacciare la potente Austria, Vittorio Emanuele e Cavour dovettero ricorrere a quello francese.

Vorrei comunque ricordare due grandi condottieri italiani: Alessandro Farnese ed Eugenio di Savoia - pressoché ignoti all’italiano medio - che furono ai loro tempi grandissimi generali. Purtroppo, per diventarlo, ebbero bisogno, il primo dell’esercito spagnolo, il secondo di quello austriaco. Sagace politico e abilissimo condottiero, Alessandro Farnese si mise al servizio di Filippo II di Spagna. Nel 1571 catturò il tesoro della flotta ottomana nella battaglia di Lepanto. Fu poi nominato governatore generale delle Fiandre riuscendo a riportare importanti e spettacolari successi e conquistando Maastricht nel 1579, Bruges nel 1583 e Anversa nel 1585. Nel 1586 ereditò il titolo di duca di Parma e Piacenza, ma Filippo II non volle privarsi del suo prezioso apporto. Dopo il disastro dell’Invencible Armada, Farnese dovette difendere ancora le Fiandre dai calvinisti e la lega cattolica francese da Enrico IV, che batté sotto le mura di Parigi (1589). Liberata Rouen nel 1591, morì in conseguenza d’una ferita riportata in combat-

Qui sopra Tiziano, Ritratto di Filippo II di Spagna, olio su tela, 1550 circa. Madrid, Prado. A fianco, da sinistra verso destra Otto van Veen, Ritratto di Alessandro Farnese, olio su tela, 1585. Bruxelles, Musei Reali delle Belle Arti del Belgio. Johann Kupetzky, Ritratto del Principe Eugenio di Savoia, olio su tela, inizi del XVIII secolo. Vienna, Castello del Belvedere, Kunsthistorisches Museum.

timento a Caudebec-en-Caux. Eccellente cavaliere, era sempre in prima linea. Il duca di Parma era adorato dai soldati, di cui sapeva guadagnare la fiducia sia col temperamento di capo, sia col suo gran cuore e i sentimenti paterni. Non tollerava insolenze, rapine e brigantaggio. Era soprattutto intransigente sul rispetto dovuto alle donne. Quanto alla figura di statista, egli era uno spirito lucidissimo e pratico al contempo. I suoi successi politici furono

Karl von Blaas, La Battaglia di Zenta, olio su tela, particolare, 1863. Vienna, Castello del Belvedere, Kunsthistorisches Museum.

Un buon generale non solo vede le strade della vittoria, ma sa anche quando la vittoria è impossibile.

Polibio

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Il valore dei soldati è posto nella capacità del comandante.

Publilio Siro


SCENARI

facilitati anche dal fatto ch’egli era un vero poliglotta per i suoi tempi. Oltre alla lingua materna, conosceva il latino, il tedesco, il francese, il fiammingo e parlava bene lo spagnolo. Con la riconquista dei Paesi Bassi meridionali egli ha fatto del Sud un’entità autonoma, ed è quindi il creatore del Belgio moderno. Il suo ruolo è scritto per sempre nella storia.

Qui sopra, da sinistra verso destra Jacob van Schuppen, Il principe Eugenio di Savoia, olio su tela, 1718. Amsterdam, Rijksmuseum. Edouard von Engerth, Il principe Eugenio invia un corriere all’imperatore dopo la vittoria a Zenta, olio su tela, 1860 c. Collezione privata. Sotto L’incrociatore pesante Prinz Eugen, unità della Kriegsmarine tedesca attiva durante la seconda guerra mondiale. Preda bellica al termine del conflitto, venne in seguito utilizzato dagli americani come bersaglio per prove nucleari presso l’atollo di Bikini.

Alla corte degli Asburgo, Eugenio di Savoia fu la nemesi dei turchi già nell’epica Battaglia di Vienna del 1683 e salvò Torino nel 1706 dall’assedio francese,

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entrando di diritto nel pantheon dei grandi condottieri della storia, distinguendosi per la sua formidabile astuzia tattica e strategica. Si trovava sempre in prima linea durante la battaglia, rischiando più volte la vita assieme ai suoi uomini. Venne ferito ben tredici volte divenendo una leggenda. Non a caso la Kriegsmarine tedesca denominò in suo onore un incrociatore pesante, il Prinz Eugen, attivo durante il secondo conflitto mondiale. Alla corte dell’imperatore d’Austria, Leopoldo I d’Asburgo, Eugenio ottene il comando dell’esercito conducendo in battaglia 50mila soldati mal equipaggiati contro 100mila soldati turchi. Sulla carta la sconfitta era inevitabile. Ma, grazie a un’abile strategia, l’11 settembre 1697 Eugenio inflisse all’Impero Ottomano 30mila perdite, mentre le truppe del principe sabaudo persero poco più di 400 soldati. La vittoria fu memorabile e le gesta di Eugenio

di Savoia diventarono mitiche. Nel 1706, mentre 45.000 soldati del Re Sole cingevano d’assedio Torino, 20.000 uomini dell’esercito imperiale asburgico, guidati dal Prinz Eugen, travolsero come fiumi in piena accampamenti e compagini francesi liberando Torino dal cappio dell’assedio. Nel 1737, alla sua morte, l’imperatore gli tributò solenni onoranze funebri. Abile riformatore dell’esercito imperiale, vero precursore della guerra moderna, egli fu uno dei migliori strateghi del tempo. Con le sue vittorie e la sua opera di politico assicurò agli Asburgo la capacità di imporsi in Italia e nell’Europa centrale e orientale. È un vero peccato che questi due nostri grandi condottieri abbiano dovuto espatriare per avere successo (nemo profeta in patria?). Ma, in fondo, non c’è troppo da stupirsi: è infatti quello che accade tuttora ai nostri ricercatori, negletti nel loro Paese e invece apprezzati all’estero!



INDIRIZZI UTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GUARDIA DI FINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POLIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

URP - Informagiovani Comune di Bassano del Grappa

POLIZIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Piazzetta Guadagnin, 13 Tel. 0424 519555 - 0424 519165

0424 507911 0424 519404

POLIZIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FUOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PUBBLICI

AGENZIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MUSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. ULSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 U.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MUNICIPIO Via Matteotti, 35 0424 519110 U.R.P. Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519165

POSTE E TELECOMUNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBUNALE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CULTURA

MUSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MUSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAZZO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAZZO BONAGURO Via Angarano 0424 502923

MUSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MUSEO DEI CAPPUCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MUSEO DELL’AUTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MUSEO HEMINGWAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 05/11-07/11 29/11-01/12 23/12-25/12 ALLE DUE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 07/11-09/11 01/12-03/12 25/12-27/12 ALLE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 11/11-13/11 05/12-07/12 29/12-31/12 ALL’OSPEDALE Via J. da Ponte, 76 0424 523669 03/11-05/11 27/11-29/11 21/12-23/12 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 15/11-17/11 09/12-11/12 COMUNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 21/11-23/11 15/12-17/12 COMUNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 19/11-21/11 13/12-15/12 POZZI Via Scalabrini, 102 0424 503649 23/11-25/11 17/12-19/12 30/10-01/11 RAUSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 13/11-15/11 07/12-09/12 31/12-02/01 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 17/11-19/11 11/12-13/12 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 09/11-11/11 03/12-05/12 27/12-29/12 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 01/11-03/11 25/11-27/11 19/12-21/12



Presentato in anteprima a San Giovanni il Calendario 2023 di Fulvio Bicego. Ed è stato subito un successo!

FOCUS

BASSANO E I SUOI ARTISTI

di Andrea Minchio

Sotto, da sinistra verso destra Fulvio Bicego, ideatore dei celeberrimi Calendari bassanesi. Foto di gruppo con gli artisti, il sindaco e altre autorità cittadine.

La nuova edizione raccoglie le opere di un gruppo di quotati pittori del territorio. Ognuno di loro ha voluto rendere omaggio alla città - alla sua maniera - con un’originale interpretazione.

Ci risiamo. E, ancora una volta, possiamo dire che Fulvio Bicego ha fatto centro! Non a caso, per il suo impegno di servizio a favore della comunità, l’Amministrazione Civica gli ha conferito proprio all’inizio di quest’anno il Premio “Un gesto per la città”. Tutto merito dei suoi magnifici calendari, che alla componente estetica e creativa (alimentata da temi sempre nuovi e appassionanti) associa un’irrinunciabile funzione socio-culturale. Ormai i bassanesi lo sanno, grazie anche all’indubbia capacità comunicativa di Fulvio Bicego: il traguardo, un tempo impensabile, del raggiungimento dei 100.000 euro da devolvere in azioni solidali (ma pure finalizzate al recupero di opere d’arte) è stato ampiamente superato. Ora, come era prevedibile e a dispetto del difficile momento, si va comunque avanti. E a tutta forza, naturalmente. Lo scorso 30 settembre, in una gremitissima chiesa di San Giovanni, è stata infatti ufficialmente presentata l’edizione 2023. Con il nuovo calendario, che ci accompagnerà per tutto l’anno prossimo, Fulvio Bicego ha

Sotto, dall’alto verso il basso La copertina del calendario 2023 e la pagina del mese di maggio, realizzate rispettivamente da Nico Venzo e Andrea Bizzotto.

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inteso rendere omaggio alla città avvalendosi della fantasia di un manipolo di pittori, fortemente coinvolti nell’iniziativa: Andrea Bizzotto, Gabriele Bordignon, Tristano Casarotto, Walesky Negrello, Silvia Pellegatti, Manola Saretta, Angelo Sartor, Nico Venzo e Alessandra Zaltron. Tutti assieme appassionatamente, dunque, riuniti sotto il titolo “Bassano e i suoi artisti”. Cambiano ovviamente le tecniche e i formati, così come la scelta dei soggetti e le loro interpretazioni, ma rimane salda l’adesione di ognuno di loro al tema prefissato. Emblematica la proposta espressa in copertina dallo scultore Nico Venzo, decano fra gli autori: un felice ritratto - olio su tavola dell’indimenticato Gino Pistorello. L’illustre poeta è ripreso a mezzo busto, sullo sfondo del Ponte Vecchio e delle sue amate montagne. Foglio dopo foglio, mese dopo mese, possiamo poi ritrovare - presentate a pennellate sempre diverse - immagini di grande atmosfera: la statua marinaliana di San Bassiano (Zaltron); il bel prospetto di Ca’ Priuli Rosso

(Sartor); la torre-campanile di Santa Maria in Colle (Casarotto); il Ponte Vecchio, ripreso da un arco immaginario (Bordignon); un Dottore della Chiesa sulla facciata di San Giovanni (Bizzotto); il Castello degli Ezzelini (Negrello); il Brenta e il suo Ponte (Zaltron); il Municipio in una rappresentazione quasi metafisica (Pellegatti); la Porta Aureola, oggi delle Grazie (Negrello); l’antica Pieve dalla Torre di Ser Ivano (Sartor); il Monumento ai Ragazzi del ’99 (Casarotto); le memorie di tempi passati lungo il fiume (Saretta). “Il duplice obiettivo dell’iniziativa - spiega l’artefice di tutto questo, colui che ha composto e diretto la squadra - è quello di finalizzare il ricavato delle vendite al restauro del Presepe di San Giuseppe di Francesco Vancolani, conservato proprio in San Giovanni (copia d’inizio ’800 della celeberrima opera di Jacopo Bassano), e alla accordatura delle campane della chiesa di Santa Croce, il cui suono è oggi terribilmente stonato!”. Ma non è tutto, perché Fulvio Bicego ha altri propositi ancora... “Ebbene, lo confesso: entro il 2026 punto a raggiungere il traguardo dei 130.000 euro. Le premesse ci sono. Fortunatamente posso contare su una formidabile rete di sostenitori e sulla generosità dei bassanesi. I tempi non sono facili, ma non bisogna fermarsi. Andare avanti è doveroso anche per lanciare messaggi positivi: la solidarietà non conosce crisi!”. Impossibile non dargli ragione!




Raccolte in un libro di Raffaele Bortoliero - per non dimenticare le toccanti testimonianze dei genitori delle vittime

IN VETRINA

NON SI PUÒ MORIRE DI LAVORO Storie di giovani vite spezzate

di Elisa Minchio

Ci volevano il coraggio e la determinazione del professionista bassanese per affrontare un tema così drammatico: dopo aver studiato a fondo i fatti, l’autore ha saputo interpretare i sentimenti dei parenti e degli amici di otto ragazzi periti in tragiche circostanze.

A un anno esatto dall’uscita di Lavoro, carbone e morte, pubblicazione che ricostruisce la drammatica epopea dei lavoratori italiani nelle miniere del Belgio, Raffaele Bortoliero torna ad affrontare, in un nuovo libro, un tema di angosciosa e scottante attualità: quello cioè della mancata sicurezza nei luoghi di lavoro. S’intitola infatti Non si può morire di lavoro. Storie di giovani vite spezzate la sua ultima e dolorosa fatica editoriale. Un’opera, quindi, che tratta un argomento delicato e spinoso attraverso il racconto di otto storie di ragazzi tragicamente scomparsi. Grazie alle meste testimonianze dei genitori di Mattia Battistetti, Andrea Soligo, Luana D’Orazio, Marco Celant, Roberto Morelli, Davide Chini, Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, raccolte in tutta Italia, l’autore documenta l’assurdità di morti che avrebbero potuto - e soprattutto dovuto! - essere assolutamente evitate. Un invito accorato, il suo, da padre e professionista affermato, ad approfondire il tema, ad andare avanti, a non demordere, sollecitando le istituzioni ad applicare le leggi con il dovuto rigore e il mondo delle imprese a munirsi di maggior cultura e

sensibilità in materia di sicurezza. “C’è ancora tanto, troppo da fare - ricorda il dott. Bortoliero per eliminare questa piaga. Ritengo infatti indispensabile incentivare nuovi progetti pensando anche di premiare le aziende che fanno della sicurezza sul lavoro un punto fondamentale nello sviluppo della propria attività”. Se la prima parte del libro è dedicata alla ricostruzione degli eventi che hanno condotto alla scomparsa degli otto ragazzi, la seconda riporta una serie di lettere e commenti di alcuni rappresentanti delle istituzioni. La pubblicazione è stata ufficialmente presentata lo scorso 12 ottobre a Ca’ Rezzonico (il salone della villa è stato messo gentilmente a disposizione da Francesca e Bernardo Finco). Alla cerimonia, che ha visto la

Alcuni momenti della presentazione del libro a Ca’ Rezzonico, lo scorso 12 ottobre. A fianco, da sinistra Raffaele Bortoliero, al centro nelle foto, fra il giornalista Emanuele Borsatto (moderatore) e Andrea Minchio (editore), e con la dott. Livia De Sandre (Inail Bassano).

partecipazione di un folto pubblico, hanno preso parte anche alcuni parenti delle vittime: persone profondamente segnate che, nella circostanza, hanno fornito una triste e accorata (ma anche indignata) testimonianza. Pochi giorni dopo, il 20 ottobre, Raffaele Bortoliero ha portato il libro a Pistoia, dove è stato presentato dapprima in Palazzo comunale al cospetto del sindaco Alessandro Tommasi e in seguito all’Istituto Professionale De Franceschi Pacinotti, del quale era stata allieva Luana D’Orazio.

Qui sopra Il salone di Ca’ Rezzonico, gremito durante l’importante evento.

In alto La copertina del libro di Raffaele Bortoliero Non si può morire di lavoro. Storie di giovani vite spezzate, Editrice Artistica, 2022. Euro 16,50

Nei prossimi mesi il commercialista proseguirà la sua opera di sensibilizzazione in altre città italiane: a Napoli, per esempio, è già in via di definizione un incontro con l’autore, aperto a tutta la città.

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Com’è stato ricordato il grande scultore, figlio del nostro territorio, attraverso l’intitolazione di una via cittadina?

SPIGOLATURE

UN PO’ DI TOPONOMASTICA CANOVIANA A BASSANO

di Paolo Nosadini

Il desiderio di dedicargli uno spazio adeguato, per onorarne degnamente la memoria anche nel tessuto urbano, ha conosciuto nel tempo alterne vicende. Vediamo dunque cos’è accaduto...

Qui sopra I due accessi, da sud e da nord, di via Canova, laterale di viale Monte Grappa: nata come strada privata, è lunga circa un centinaio di metri e si percorre in una sola direzione di marcia. Curiosamente, parallela a questa strada corre la via intitolata a Ottone Brentari: il destino dell’illustre studioso, autore della monumentale Storia di Bassano è così accomunato a quello del grande artista. Alla memoria di entrambi la Città ha destinato spazi periferici, ancorché tranquilli e molto vivibili. Qui sotto Giovanni Elia Morghen, Ritratto di Antonio Canova, acquaforte, 1780 circa.

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In occasione dei duecento anni dalla morte del celebre artista di Possagno, lo scorso 15 ottobre è stata inaugurata al Museo Civico la mostra Io, Canova. Genio europeo. Nel 2015 ebbi modo di pubblicare un volume sulla Toponomastica cittadina, dalla seconda metà dell’Ottocento sino al 2014. Tra le molte vie considerate ve n’è una intitolata proprio al grande esponente del Neoclassicismo scultoreo, personalità che nel territorio conosciamo bene e che l’esposizione ha ulteriormente studiato e contribuito a divulgare. Un artista, peraltro, la cui fama ha varcato già alla sua epoca i confini della Serenissima per assurgere a una dimensione internazionale. Ma, si chiederà il lettore curioso, com’è stato ricordato Canova nella toponomastica della nostra città? A Roma, per esempio, via Antonio Canova si trova in posizione centralissima, fra via Margutta e il Mausoleo di Augusto. E da noi, a Bassano? Nella toponomastica cittadina il nome di Canova ebbe alterne vicende. Il 28 novembre 1900 il Consiglio Comunale, stravolgendo purtroppo tutte o quasi le antiche denominazioni presenti nel centro storico, abolì gli appellativi di contrada (oggi via) e calesello (oggi vicolo), dedicando i nomi delle strade a personaggi illustri:

si sono così ricordati Bartolomeo Gamba, Giusto Bellavitis, Zaccaria Bricito e tanti altri. Certo non venne dimenticato Antonio Canova al quale, pur non essendo bassanese di nascita, si volle denominare l’attuale piazzetta dell’Angelo, come si legge nella citata delibera: “La Piazza dell’Angelo (in fondo a Via Roma) si chiamerà Antonio Canova per ricordare un uomo nato in un Paese vicino alla nostra Città e di fama mondiale”. Al momento della discussione, però, il consigliere comunale Giuseppe Luigi Ferrari ebbe a dire che il nome di Canova “non sia da darsi a tale località (piazzetta dell’Angelo), per cui si propone rimanga il nome di Piazzetta dell’Angelo”. Venne così respinta, all’unanimità, la proposta della Giunta Comunale. E così la denominazione all’illustre scultore non ebbe compimento. Nel 1923, con delibera di Consiglio Comunale del 25 aprile, finalmente venne dedicato al Canova l’attuale viale XI Febbraio, come recita il provvedimento: “Al nome di Antonio Canova il viale che parte dal piazzale del nuovo Duomo (Tempio Ossario), attraversa Via Ognissanti e va a sboccare all’estremità sud della Via Principe Amedeo (via Beata Giovanna), in località detta i Pilastroni”. Tale denominazione fu rimossa con la deliberazione del podestà Guido Dal Sasso il 22 ottobre 1930 che così recita: “Il Viale di Circolazione, dalla Chiesa di S. Luigi (Caravaggio) ai Pilastroni: Viale XI Febbraio, data storica del Trattato Lateranense che segna la riconciliazione della Chiesa con lo Stato”. Purtroppo, forse per non sminuire la data della Conciliazione firmata l’11 febbraio 1929 tra lo Stato italiano e la Santa Sede, si preferì lasciare la denominazione come è attualmente in vigore. La delibera di Consiglio Comunale

del 19 febbraio 1951, infine, relegò il nome di Canova a una strada laterale di viale Monte Grappa; alla nuova prima strada, cioè, fra viale Monte Grappa e via Col Fagheron (oltre il quadrivio del Termine). In questo quartiere, dove sono sono ricordati tanti nostri illustri concittadini, il nome del sommo scultore non poteva mancare. Povero Canova, una strada corta, stretta, dimenticata! Ma questo poco importa. Canova, il novello Fidia, rimane sempre uno dei più grandi scultori in assoluto e l’attuale mostra al Museo Civico ravviva ancora una volta, come è già avvenuto in molte altre esposizioni, i fasti del sublime figlio della nostra terra veneta.

Per concludere, dovendo a breve pubblicare (spero!) un libro su uno dei più importanti direttori del nostro Museo Civico, Paolo Maria Tua, riporto quanto ebbe a dire l’archeologo Ettore Ghislanzoni, quando lesse i quattro articoli apparsi su Il Gazzettino del 1949, scritti dal Tua stesso e intitolati Bricciche Canoviane: “Ho letto i suoi articoli intorno ai colloqui del Canova con Napoleone. Interessanti davvero. Piace, particolarmente in questi tempi, constatare come un uomo, come il Canova, un artista e italiano, aveva l’animo di dire con sincerità il suo pensiero anche su fatti importanti, e ad un sovrano, come Napoleone, che conscio della sua grandezza, non amava molto sentir dire pensieri che erano diversi dai suoi. Ma il Canova, nonostante si sia voluto diminuire il suo valore, era un genio, che ha pur dato l’impronta ad un’arte, che potrà non piacere ad alcuni, pure ha la sua importanza. Ma oggi in Italia genialità artistica non c’è, mi pare che si vada barcollando di qua e di là, ammirando e prendendo a modello le stramberie e le brutture create a nord, ad oriente e ad occidente”.