Bassano News

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Editrice Artistica Bassano

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PERIODICO DI CULTURA, ATTUALITA’

LUGLIO / AGOSTO 2022

editriceartistica

dal 1994

E SERVIZIO



SOMMARIO

Copertina L’originale mascherone in chiave d’arco sul prospetto fronte strada del rusticale di Ca’ Rezzonico (ph. Fulvio Bicego). Servizio a pag. 5.

News Periodico di Attualità, Cultura e Servizio

Anno XXVIII - n. 195 Luglio/Agosto 2022 Direttore responsabile Andrea Minchio EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - Bassano del Grappa © Copyright - Tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n. 4/94 R.P. del 2 giugno ‘94 Bassano News è patrocinato da Città di Bassano - Assessorati Cultura e Turismo Ideazione e direzione artistica Andrea Minchio Redazione Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio, Antonio Minchio, Chiara Favero Collaborazioni Associazione Scrittori Bassanesi “Il Cenacolo” Comune di Bassano del Grappa Museo-Biblioteca-Archivio Bassano del Grappa F. Bicego, E. Borsatto, S. Brazzalotto, A. Calsamiglia, C. Caramanna, A. Faccio, S. Falcone, L. Ferro, C. Ferronato, E. Gazzola, G. Giolo, L. Lancerini, A. Mangano, G. Marcadella, A. Martinello, A. Maturo, C. Mogentale, S. Mossolin, M. Muttin, F. Parise, D. Pianalto, M. M. Polloniato, C. Rossi, F. A. Rossi, O. Schiavon, P. Simonato, G. Spagnol, V. Trentin, V. Vicariotto, C. Zonta, Corrispondenti Erica Schöfer (dalla Toscana) Stampa CTO - Vicenza Distribuzione Bassano e comprensorio Per la pubblicità su queste pagine Tel. 0424 523199 - Tel. 335 7067562 eab@editriceartistica.it - info@editriceartistica.it Per consultare Bassano News in Internet www.bassanonews.it - www.editriceartistica.it www.facebook.com/bassanonews

p. 5 - Gens bassia Mauro Muttin e il restauro del rusticale di Ca’ Rezzonico p. 8 - Anniversari Danilo Andreose, scultore del ’900 p. 10 - Pianeta Casa Imposta di soggiorno, il nuovo modello p. 12 - I nostri tesori Canova e i Bassano, un binomio sorprendente p. 14 - Eventi Un tornio avveniristico all’ITIS p. 16 - Canova 200 Il monumento a George Washington p. 18 - La lezione del passato San Tommaso e Aristotele p. 20 - Art News Orizzonti d’autore tra visioni e materia p. 22 - Afflatus La gestione dei conflitti... p. 25 - Testimonianze Andrea Parini. Nove e la fabbrica dei talenti p. 26 - Uomini e sport Così parlò Carlo Zonta, l’alpinista p. 28 - Gustus Nel segno dell’asparago e della buona tavola p. 31 - Sì, viaggiare Romania, la terra di Dracula p. 32 - Renaissance “Vespizziamoci” tutti! p. 34 - Artigiani I servizi dell’Area Gestione d’Impresa

p. 36 - Tradizioni Le genti del Pedemonte in pellegrinaggio alla Madonna del Covolo p. 38 - Omaggio Antonio Maturo, un magistrato quasi ingegnere p. 40 - Il Cenacolo Solo per poeti e amanti p. 43 - Esercizi di stile “Effetto Capri”, fra sandali e pantaloni p. 44 - Le terre del vino I vini della Calabria (2) p. 46 - Tempi moderni Della serie “I nuovi lavori”. Il venditore digitale p. 48 - Scenari Il Medioevo nella terra di Ezzelino p. 51 - Personaggi Federico Parise. Un impegno instancabile a favore della nostra città p. 53 - Punctum dolens Il miracolo, interrotto, dei quattro moschettieri italiani p. 54 - Incontri Nino Balestra. Auto e nobildonne... p. 56 - Indirizzi utili p. 58 - Ars culinaria Gemelli saltati ai legumi e molluschi p. 61 - Sorprese Evaristo Borsatto. Filò. Affabulazione serotina in una famiglia patriarcale p. 62 - De Musica Andrea Gabrieli, autorevole esponente della Scuola veneziana

Sopra al sommario La spettacolare rievocazione di una battaglia del XIII secolo: si tratta di uno dei momenti clou delle Giornate medievali “Nella terra di Ezzelino”, in programma a San Zenone dall’1 al 3 luglio (ph. Gioacchino Sparrone). Servizio a pag. 48.

Qui sotto Evaristo Borsatto, poeta e scrittore, già amato docente al Liceo “G.B. Brocchi” di Bassano, è l’autore di Filò. Affabulazione serotina in una famiglia patriarcale, sua ultima fatica editoriale (pag. 61).

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Del coraggio, della competenza e della passione

MAURO MUTTIN e il restauro del rusticale di Ca’ Rezzonico

GENS BASSIA

di Andrea Minchio

Il migliore riconoscimento per la fatica fatta non è ciò che se ne ricava, ma ciò che si diventa grazie ad essa. L’arte migliore è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo.

Pur trovandosi nelle immediate vicinanze della villa, e parte integrante del complesso, è finora sfuggito agli occhi (distratti) dei bassanesi, anche a causa delle gravissime condizioni di degrado che, nel giro di pochi anni, lo avrebbero del tutto compromesso. Fortuntamente esistono ancora persone di grande sensibilità. È il caso del professionista che, contro ogni logica utilitaristica, ha deciso di acquisirlo, prendersene cura e salvarlo, restituendolo alla città nella sua ariosa eleganza.

Se Ca’ Erizzo costituisce una straordinaria emergenza architettonica a nord di Bassano, altrettanto si può dire (o anche molto di più) per la splendida villa Rezzonico, posta immediatamente a mezzogiorno della città: un complesso, quest’ultimo, di suggestiva magnificenza, eretto dall’omonima famiglia patrizia, nota in tutto il mondo pure per il superbo palazzo sul Canal Grande a Venezia e per avere annoverato fra le proprie fila nientemeno che un pontefice e altre importanti figure pubbliche (nella Serenissima come a Roma). Non è un caso che la storia ci abbia insegnato ad associare a questa dimora nomi illustri: dagli architetti che la concepirono e la trasformarono nel corso di tutto il XVIII secolo (fra i quali Massari e Gaidon) alle personalità che la abitarono o semplicemente vi soggiornarono. Ca’ Rezzonico è insomma uno dei simboli indiscussi di Bassano, un luogo dell’anima per così dire, nel quale oggi più che mai gli abitanti si riconoscono. Merito anche - e questo va assolutamente riconosciuto dell’impegnativo e felicissimo intervento di recupero che il lungimirante e intraprendente proprietario dell’immobile, Bernardo Finco, ha recentemente avviato con successo, aprendo inoltre l’avito “palagio” alla città. Per designare l’assieme nelle sue diverse articolazioni abbiamo utilizzato, non a caso, il termine “complesso”: parlando di Ca’ Rezzonico, infatti, si intende normalmente il massiccio corpo centrale, caratterizzato dalle quattro poderose torri angolari

(che richiamano la tipologia delle ville castello ma anche il nome completo della schiatta, “della Torre di Rezzonico”), dalle barchesse (anche se forse sarebbe meglio chiamarle foresterie), una delle quali inglobante la cappella dedicata a San Giovanni Battista, e dagli agili collegamenti fra l’uno e le altre. Così facendo, tuttavia, si trascura - e questa è una dimenticanza grave - l’arioso rusticale a tredici arcate situato a nord dell’antica

John Ruskin

proprietà: una “pertinentia” a tutti gli effetti, di grande eleganza e pregio architettonico.

Per chiarire le ragioni di questo “mistero” abbiamo incontrato l’architetto Mauro Muttin, di origini padovane ma ormai bassanese a tutti gli effetti. Nel 2018, con molto coraggio (e forse un pelo d’incoscenza), il professionista ha infatti acquisito l’immobile, all’epoca molto degradato e con preoccupanti

L’architetto Mauro Muttin, proprietario e coraggioso restauratore del rusticale di Ca’ Rezzonico.

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In alto, foto grande Un’immagine eloquente dell’arioso ed elegante porticato, scandito da tredici arcate a tutto sesto.


problematiche statiche, oltre che penalizzato da inestetismi e brutture dovute a interventi scriteriati e irrispettosi. “La storia dell’edificio, una vera e propria barchessa, è lunga e complessa. Ricordo, solo per citare un episodio, che negli anni Cinquanta il rusticale è stato fortemente danneggiato da un incendio che ha interessato in modo particolare la copertura e i solai intermedi della porzione più a ovest. Circa trent’anni dopo, in realtà, c’è stato un tentativo di recupero da parte di Luigi Borella, che aveva appena acquisito la proprietà. Purtroppo le strutture messe in opera erano sottodimensionate; ciò che ne ha in seguito innescato il parziale crollo. La cosa che comunque mi ha più stupito, iniziando il restauro, è stata la sapienza costruttiva di chi ha eretto l’immobile; per non parlare

Sopra, dall’alto verso il basso Il prospetto sud del rusticale, così come si presentava nel 2018. La pianta del piano terra prima dell’intervento di recupero con, evidenziate, le superfetazioni. All’interno del porticato erano state ricavate alcune abitazioni. Sotto Uno schizzo della cornice del tetto.

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poi della grande qualità delle parti originarie, soprattutto se confrontate con quanto è stato fatto successivamente”.

Fino a un paio d’anni fa l’edificio versava in condizioni di notevole degrado, tali da scoraggiare un qualsiasi intervento di recupero. “Invisibile”, abbandonato e dimenticato, sembrava davvero destinato a una fine ingloriosa. Bisognava innanzitutto avere una certa preparazione culturale per comprenderne il considerevole valore architettonico, già segnalato all’inizio degli anni Ottanta proprio da chi scrive. E poi la competenza, la passione e il coraggio, oltre che i mezzi, per affrontare un laboriosissimo ripristino. Mauro Muttin, al quale deve andare il ringraziamento di quanti amano profondamente la Bellezza, ci sta riuscendo. Non a caso questo servizio esce

in corso d’opera, testimoniando attraverso immagini eloquenti tanto lo status quo ante quanto la notevole complessità del cantiere. “Tutto ha avuto inizio quando Bernardo Finco, mio buon amico, mi ha confidato di essere interessato ad acquistare Ca’ Rezzonico, chiedendomi di valutare - da professionista la fattibilità dell’operazione. Già allora aveva però escluso l’opportunità di comperare anche il rusticale, in quanto il recupero avrebbe comportato un impegno elevato”. È stato in quel momento che è scattata una fatidica molla: nonostante le pessime condizioni del fabbricato e la prospettiva di un lungo e macchinoso lavoro di “riscatto”, l’architetto Muttin ha avvertito il dovere morale di mettersi in gioco e di prendere il classico toro per le corna.


GENS BASSIA A fianco Un’immagine emblematica del fabbricato, visto da sud-ovest, che testimonia il suo stato di degrado e di precarietà, prima dell’inizio dei lavori di recupero (2021).

“Con il consenso della Soprintendenza di Verona è stato possibile effettuare un doppio acquisto: Bernardo si sarebbe concentrato sugli immobili a sud (sostanzialmente villa, barchesse e qualche piccola adiacenza), il sottoscritto sul rusticale a nord. E così è stato. Aggiungo che nel mio caso si è trattato di una decisione dettata dal cuore. Nessun calcolo, solo il desiderio di salvare l’edificio, potendolo studiare a fondo per poi adottare le più rispettose e corrette modalità di intervento. Quasi una sorta di esercizio accademico. Naturalmente tutto questo, solo dopo averlo liberato da una montagna di materiale accatastato nei decenni e a seguito dell’abbattimento delle brutte tamponature che chiudevano le ariose arcate del porticato. In quanto a una futura destinazione d’uso, buio totale. Non ci ho ancora pensato, anche se escludo

già possibili obiettivi legati ai settori della ristorazione oppure dell’ospitalità”. Il grande pregio del fabbricato, unitamente alla sua localizzazione (adiacente a Ca’ Rezzonico, ora molto frequentata) e alla presenza - strategica - di un vasto spazio verde, suggerirebbe a nostro avviso una destinazione museale o culturale. Perché non considerare, per esempio, la possibilità di una sede staccata della Biennale? A pensare in grande qualche volta ci si azzecca: dopo decenni di abbandono e di oltraggi il “nostro” luminoso rusticale, scandito da tredici archi a tutto sesto (impostati su slanciati pilastri a base ottagonale, in stile toscano-etrusco), merita sicuramente un futuro ricco di successi. E di questo dobbiamo essere grati a Mauro Muttin, architetto coraggioso.

A fianco, da sinistra verso destra Tomaso Fiorini e Girolamo Tomasoni, Mappa, particolare, 23 luglio 1701. Nel disegno, allegato all’atto di acquisto della proprietà da parte di Giambattista Rezzonico, risulta già presente l’edificio, privo però del monumentale porticato a sud. Archivio di Stato di Venezia. Michelangelo Mattei e Michele Rizzi, Mappa, particolare, 20 gennaio 1768. Archivio di Stato di Venezia. Nel dettaglio risulta ben visibile il rusticale, con il nuovo porticato progettato dall’architetto veneziano Giorgio Massari verso il 1730. L’edificio nel Catasto Napoleonico del 1808. Sotto Il particolare di uno degli slanciati pilastri ottagonali, con capitelli e basamenti in stile toscano-etrusco.

La mano di un grande architetto nella storia dell’edificio Agli inizi del Settecento Giovanni Battista Rezzonico, esponente di una ricca famiglia di industriali e banchieri, espande i propri interessi in terraferma, arrivando a possedere verso gli anni Cinquanta oltre duemilacinquecento campi. Il suo legame con Bassano, inizialmente scelta come tranquillo luogo di villeggiatura, si concretizza con l’acquisto del fondo il 5 gennaio 1701. Nella mappa allegata all’atto risulta già presente una “piccola casa in muratura coperta”: non si tratta però della villa, la cui costruzione inizia nel 1703, ma del primo nucleo del rusticale oggetto del recente intervento di restauro. Verso la metà degli anni Trenta l’edificio, contestualmente allo sviluppo di tutto il complesso, viene integrato, ampliato e dotato del porticato a sud. Un’operazione nella quale chi scrive ha ravvisato la mano felice di Giorgio Massari, autore anche di una sontuosa rivisitazione architettonica della villa.

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Si festeggia quest’anno il Centenario della sua nascita

DANILO ANDREOSE Scultore del Novecento

GENS ANNIVERSARI BASSIA

di Claudia Caramanna

Docente di Disegno in alcune scuole cittadine, seppe unire all’amore per l’arte quello per la cultura, nell’accezione più ampia del termine. Fondatore, animatore e presidente del Circolo Artistico Bassanese, portò ai piedi del Grappa manifestazioni di alto livello, grazie anche alla feconda amicizia con Bruno Passamani. Importante pure il suo ruolo all’interno dell’Associazione Amici del Museo e fra le fila dell’amato Lions Club.

Scelgo un blocco di marmo e tolgo quello che non mi serve. Auguste Rodin

Cento anni sono passati dalla nascita di Danilo Andreose, che è stato un protagonista della scultura e un animatore della vita culturale di Bassano nel Secondo Dopoguerra. Nato ad Agna (PD) il 9 agosto 1922, si formò tra l’Istituto Pietro Selvatico di Padova e l’Istituto d’Arte di Venezia, passando poi all’Accademia di Belle Arti dove frequentò i corsi di Plastica di Arturo Martini e Alberto Viani. Una svolta decisiva fu impressa alla sua vita, a soli vent’anni, dall’inizio della collaborazione con la ditta di Igino e Franco Cavallini di Pove del Grappa, che lo portò a stabilirsi nella zona pedemontana e che rese progressivamente Bassano il suo centro gravitazionale. Da allora il legame con la città non si è mai interrotto e resta ancora molto vivo nei monumenti che si rintracciano in luoghi pubblici e privati cittadini. Basti ricordare, per tutti, la lastra in bronzo del Monumento ai Marinai d’Italia (1957) sul muro di cinta del Palazzo Pretorio o il blocco in marmo di Germinazione (1983) realizzato per la sede locale della Banca Popolare di Vicenza ma oggi nei Giardini Parolini. Affascinato dalla materia, iniziò molto presto a sperimentare

Qui sotto Danilo Andreose (1922-1987) con la testa in bronzo del baritono Tito Gobbi.

Nel testo Posta nel 1988 dal Lions Club di Bassano nel Giardino Parolini, l’opera Germinazione (1983) dialoga armoniosamente con il contesto. Sotto Forme convesse, 1983. Padova, collezione privata.

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tecniche diverse, spaziando dalla scultura del marmo alla modellazione della ceramica con Romano Carotti, alla lavorazione del bronzo e del legno. Grazie alle solide basi nel disegno e alle notevoli doti comunicative, parallelamente intraprese un percorso didattico che, partito dai corsi serali tenuti a Pove per giovani apprendisti e operai marmisti, approdò all’insegnamento presso il Liceo Scientifico e le Scuole medie cittadine. Sotto il profilo sociale e aggregativo, fondamentale fu il suo contributo alla fondazione del CAB

- Circolo Artistico Bassanese, dell’Associazione Amici del Museo e del Lions Club Host di Bassano del Grappa. Il forte legame con Bruno Passamani, direttore del Museo Civico tra il 1966 e il 1976, inoltre gli permise di promuovere importanti eventi espositivi, come la Mostra del Disegno Contemporaneo (1967) e la Mostra di Fortunato Depero (1970). Terminata l’attività didattica nel 1982, si dedicò interamente all’arte fino alla prematura scomparsa avvenuta nella sua amata Bassano nel 1987.



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Recentemente è stato approvato il nuovo modello di dichiarazione dell’imposta di soggiorno, da presentarsi in via telematica ai Comuni che l’hanno istituita, entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui si è verificato il presupposto impositivo. Il decreto dispone espressamente che la dichiarazione relativa all’anno d’imposta 2020 debba essere presentata unitamente alla dichiarazione relativa al 2021 (e cioè entro il 30.6.2022). L’obbligo riguarda i gestori delle strutture ricettive e, per le locazioni brevi (cioè a uso abitativo non superiore a 30 giorni, stipulate da persone fisiche al di fuori dell’esercizio dell’attività di impresa), i soggetti che incassano il canone o il corrispettivo. Il decreto in questione non incide sulle modalità di versamento dell’imposta di soggiorno, che restano disciplinate dallo specifico regolamento comunale. In breve, l’art. 4 del d.lgs. n. 23/ 2011 prevede a carico dei gestori delle strutture ricettive il pagamento dell’imposta di soggiorno e la presentazione della relativa dichiarazione. Con l’art. 4, comma 5-ter, d.l. n. 50/2017, l’obbligo in questione è stato esteso alle locazioni brevi e segnatamente a carico dei soggetti che incassano il canone o il corrispettivo. L’imposta o contributo è versato dai predetti soggetti, con diritto di rivalsa sui soggetti passivi, cioè sulle persone che alloggiano in una struttura ricettiva o nell’unità cui si applica la locazione breve. La predetta dichiarazione deve essere presentata, direttamente o mediante un intermediario, solo per via telematica utilizzando il modello approvato. Nella dichiarazione devono essere indicati per Comune i dati della struttura ricettiva, nonché quelli delle presenze e delle tariffe di imposta applicate. Vi è infine una sezione riservata ai versamenti; in particolare il campo “Importo annuale versato al Comune” deve essere sempre compilato. In caso contrario, la dichiarazione non viene accettata avvisando l’utente. L’importo deve essere cumulativo relativo all’intero anno indicato nella dichiarazione e alle strutture presenti nella dichiarazione.



Dopo il 1816 Antonio Canova acquistò a Roma una tela attribuita a Gerolamo dal Ponte...

I NOSTRI TESORI

CANOVA E I BASSANO Un binomio sorprendente

di Claudia Caramanna

Crediti fotografici: Archivio EAB, Wikipedia

Nel 1829 il quadro tornò in Veneto con altri oggetti appartenuti allo scultore possagnese e, circa vent’anni più tardi, entrò nel Museo di Bassano grazie al lascito del fratellastro Sartori-Canova.

A fianco Gerolamo Bassano, Apparizione di san Giovanni evangelista a Ludovico Tabarino, fine sec. XVI. Bassano del Grappa, Museo Civico, inv. 20, olio su tela, cm 111x82.

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Esiste un legame tra i pittori Dal Ponte, attivi nel Cinquecento e nella prima metà del Seicento, e Antonio Canova, grande scultore vissuto tra Settecento e Ottocento e massimo esponente del Neoclassicismo? A prima vista nessuno, al di là della comune origine veneta e della presenza di opere degli uni e dell’altro nel Museo Civico di Bassano del Grappa. Se si esce dal campo dei confronti stilistici e ci si addentra nella storia del collezionismo, però, si scopre che Canova fu proprietario

per alcuni anni dell’Apparizione di san Giovanni evangelista a Ludovico Tabarino, una tela attribuita a Gerolamo Bassano che presenta caratteristiche alquanto singolari e che è arrivata in museo nel 1852 grazie al lascito di monsignor Giovan Battista Sartori- Canova. L’identità del cavaliere inginocchiato in preghiera davanti al santo è rimasta ignota fino al 1952, quando il restauro ne ha rivelato il nome “LODOVICUS TABARINUS” iscritto sul cartiglio in basso a sinistra. Nell’ambito

degli studi bassaneschi, però, non è mai stato chiarito chi fosse il personaggio, rimasto enigmatico nonostante l’interessante scoperta. Alcune informazioni emergono consultando i due volumi di Gabriele Farronato, attento studioso del territorio, dedicati alla Storia delle comunità di Fietta e di Paderno (1999; 2004). Tra le molte notizie pubblicate compare anche la trascrizione del testamento con il quale il nobile Odorico Tabarin da Castelcucco nel 1383 istituì un legato destinato alla costruzione e al mantenimento di due altari nella chiesa di Santa Maria Rossa a Paderno. I documenti ufficiali successivi testimoniano come la mansioneria, e quindi il ricordo del benefattore, siano perdurati nel corso dei secoli successivi, ma anche come il suo nome sia stato progressivamente alterato in “Ludovico”. Proprio con queste generalità modificate il personaggio appare raffigurato nel quadro del museo, con molta probabilità per volere di un committente locale, e poi anche in una replica bassanesca dal formato verticale ancora presente nella chiesa parrocchiale di Paderno e illustrata da Farronato, alla quale furono aggiunte in un secondo momento le figure di san Sebastiano e san Rocco ai lati e di san Francesco al centro. Farronato si è chiesto quali circostanze abbiano potuto portare nella famiglia Canova un quadro così fortemente legato a Paderno e ha ipotizzato un coinvolgimento di don Antonio Canova, già segretario di monsignor SartoriCanova ma dal 1846 curato di Fietta, che in qualche modo avrebbe potuto agire da tramite. Nonostante Paderno e Bassano


I NOSTRI TESORI

A fianco Gerolamo Bassano, Apparizione di san Giovanni evangelista a Ludovico Tabarino, particolare del cartiglio con l’identità del personaggio raffigurato.

Sotto Anonimo, copia da Gerolamo Bassano, Apparizione di san Giovanni evangelista a Ludovico Tabarino. Piuro (SO), Palazzo Vertemate Franchi, inv. 68, olio su tela, cm 95x68.

siano separate solo da una quindicina di chilometri, in realtà il viaggio della tela è risultato molto più articolato e lungo di quanto fosse possibile immaginare grazie alle ricerche della studiosa Dalma Frascarelli, che sono state pubblicate in un articolo dal titolo Il San Giovanni evangelista con Lodovico Tabarino di Gerolamo Bassano: dalla quadreria Ludovisi alla collezione Canova sulla rivista scientifica Storia dellʼArte (2014). Il quadro lasciò le terre della Serenissima prima del 1633, data in cui appare registrato nellʼinventario post mortem dellʼillustre pinacoteca riunita a Roma dal cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di papa Gregorio XV. Nel 1669 passò poi nella raccolta di Paolo Francesco Falconieri,

esponente di una nobile famiglia molto attiva durante il Seicento sul mercato artistico romano, e dopo il 1816 fu acquistato presso i suoi eredi da Antonio Canova. Venuto a mancare lo scultore nel 1822, la tela nel 1829 ritornò in Veneto assieme agli altri oggetti a lui appartenuti e, circa ventʼanni più tardi, entrò nel Museo di Bassano con l’importante lascito del fratellastro. Va segnalato che, in un momento imprecisato di queste peregrinazioni, ne fu realizzata una copia, conservata oggi in Palazzo Vertemate Franchi a Piuro e finora ignota agli studi bassaneschi. Eseguita forse dopo l’occultamento del nome del devoto, che non vi è trascritto, la copia si va ad aggiungere alle numerose

attestazioni della insospettabile fortuna dell’opera, tra cui va incluso indubbiamente l’apprezzamento di Canova.

A fianco Giovan Battista Lampi, Ritratto di Antonio Canova, 1806. Vienna, Liechtenstein The Princely Collection, inv. GE 356, olio su tela, cm 113x94

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Generosamente donato all’ITIS Fermi di Bassano...

UN TORNIO AVVENIRISTICO per il futuro dei nostri studenti

EVENTI

di Sofia Brazzalotto ed Emily Gazzola

Stagiste del Liceo “G.B. Brocchi” di Bassano del Grappa

In ricordo di Antonio Alban (fondatore di AGB nel 1947), la moglie Angela Mangano ha offerto alla scuola un macchinario di ultima generazione, destinato alla formazione di tecnici meccanici.

Lunedì 30 maggio 2022 è una di quelle date che rimarranno impresse a fuoco nella storia dell’ITIS Fermi: il dinamico istituto scolastico bassanese si è infatti arricchito di una preziosa dotazione tecnologica. Stiamo parlando di un avveniristico tornio a controllo numerico prodotto dalla giapponese Mazak, vero gioiello nel settore delle macchine utensili. Fin qui nulla di strano, almeno in parte, se non per il costo decisamente elevato. La vera bomba consiste però nel fatto che si tratta di una generosa donazione, voluta da Angela Mangano (già insegnante nel territorio), in memoria del marito Antonio Alban (1931-2018), fondatore nel 1947 di AGB, nota azienda operante nel settore della ferramenta per serramenti. In occasione della cerimonia di consegna ufficiale - quest’anno ricorre il 75° anniversario della ditta - molte le autorità intervenute, accolte in Aula Magna dal preside Mauro Lago. Evidente l’emozione di Angela Mangano, che ha ricordato ai presenti le motivazioni del nobile gesto: in primis la fiducia sempre riversata da Antonio Alban nei confronti

Qui sopra Angela Mangano, al centro, con - da sinistra - gli assessori comunali Giovannella Cabion e Mariano Scotton, il prof. Giuliano Zatta, Bepi Zampierin e il preside Mauro Lago. In alto, da sinistra verso destra Angela Mangano, durante il suo intervento, con il preside Mauro Lago accanto al tornio.

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degli investimenti in cultura e formazione. Un concetto, quello di valorizzare la fatica degli studenti in funzione di una crescita socio-economica, espresso anche da Elena Donazzan, assessore all’Istruzione della Regione Veneto, e poi ribadito dall’omologo provinciale Davide Berton. Significativi pure gli interventi degli assessori comunali Mariano Scotton (Istruzione) e Giovannella Cabion (Attività produttive e Cultura). Fra i presenti, anche Andrea Visentin, già presidente del Raggruppamento di Bassano di Confindustria Vicenza, e Sandro Venzo, presidente del Mandamento di Bassano di Confartigianato Vicenza. Quest’ultimo ha tenuto a ricordare ad Angela Mangano che il padre, prima di avviare un’attività in autonomia, aveva lavorato da Antonio Alban. Importante pure la partecipazione di Marco De Piccoli, direttore commerciale di Mazak Europe, e dei rappresentanti di genitori e studenti nel Consiglio d’Istituto. All’entusiasmo generale si è unito Mauro Lago, affermando che “la donazione rappresenta una testimonianza per i nostri studenti di come l’inventiva, la determinazione e il duro lavoro possano portare a risultati di straordinaria eccellenza”. Al termine della cerimonia, visita all’Aula di Meccatronica, con l’illustrazione della macchina in funzione, da parte del prof. Giuliano Zatta e di alcuni allievi. A tutti loro va riconosciuta una nota di merito per la consistente

mole di lavoro svolto per ospitare il nuovo tornio, rivoluzionando completamente il laboratorio. L’aula in questione era già stata in parte adattata per la collocazione di sei postazioni di meccatronica donate nel 2019 da Angela Mangano in memoria del marito. Il Consiglio d’Istituto ha voluto, in entrambe le occasioni, apporre sui macchinari una targa con il nome di Antonio Alban e dedicargli l’aula che ora ospita il tornio. Qualcuno si chiederà: perché proprio un tornio? Per ricordare simbolicamente il primo importante strumento del laboratorio di Antonio alla SS. Trinità, comperato di seconda mano a Marostica e utilizzato per realizzare cerniere e vari accessori. Sulla prima confezione di cerniere, una scatola di cartone, fu necessario stampare il nome dell’officina. Ancora minorenne e con il timore di non essere preso sul serio dai clienti, Antonio optò per la sigla AGB, acronimo di Alban Giacomo Bassano, ricordando e onorando in questo modo la figura del padre. Memoria storica della ditta, Bepi Zampierin ha a sua volta presenziato alla cerimonia: primo dipendente di Antonio (nonché grande promessa del calcio!), è stato testimone e protagonista del notevole sviluppo aziendale, assunto a soli quattordici anni dal fondatore appena diciannovenne. All’evento ha preso parte una piccola pattuglia di collaboratori e amici di Angela e Antonio: Giuseppe Bresolin, Piero Berlanda, Roberto Muraro, Alberto Battistello e Valerio Grigoletto.



Venne scolpito da Canova fra il 1817 e il 1821

Da Roma alla Carolina del Nord... Il monumento a George Washington

CANOVA 200

di Stefano Mossolin

La base del nostro sistema politico è il diritto della gente di fare e di cambiare la costituzione del loro governo.

L’artista di Possagno ritrasse il primo presidente degli Stati Uniti d’America ispirandosi alla figura di Lucio Quinzio Cincinnato, eroe della Roma repubblicana che si era distinto per il talento nel comando - in occasione della guerra contro gli Equi - e per le grandi qualità morali.

George Washington

Qui sopra Fabio Zonta, George Washington di Antonio Canova, stampa su carta cotone, cm 100x150. Ed. limitata.

In alto, a destra Angelo Bertini, Monumento a George Washington, incisione da un disegno di Giovanni Tognoli, 1819.

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Il 30 aprile 1789 George Washington prestò giuramento come primo presidente degli Stati Uniti d’America. Ogni gesto da lui compiuto in quella solennità creò un precedente. Con la mano sulla Bibbia, in piedi accanto alla balaustra del balcone della Federal Hall di Wall Street a New York, egli prestò solenne giuramento. Nei primi anni del suo mandato Washington dimostrò qualità non inferiori a quelle messe in campo durante la Guerra d’Indipendenza. Egli riuscì, in un periodo delicato,

a tenere gli Stati Uniti fuori da pericolosi giochi diplomatici con i Paesi europei. Nel 1792 fu rieletto all’unanimità. Scaduto anche il secondo mandato, nel settembre del 1796 egli comunicò ufficialmente la decisione a non ricandidarsi. Un gesto (Washington aveva allora 64 anni) forse dovuto pure alla stanchezza e all’indignazione per l’atteggiamento di alcuni senatori che avevano tentato di contrastarne la politica. Nel discorso d’addio esortò gli americani a restare uniti e compatti, a non stipulare alleanze a lungo termine con gli Stati europei e a dimostrare al Vecchio Continente l’autonomia degli Stati Uniti. Non molti anni dopo, nel dicembre del 1815, la Camera dei Comuni e il Senato della Carolina del Nord decisero di dedicargli una statua a grandezza naturale. Thomas Jefferson, succeduto a John Adams e terzo presidente americano, suggerì di interpellare Antonio Canova. Fu allertato l’ambasciatore Thomas Appleton, a Livorno, perché contattasse l’artista (che si trovava a Roma) e gli affidasse ufficialmente l’incarico. Alla commissione fu abbinata una copia in gesso del Ritratto del presidente, eseguito sul finire del XVIII secolo dall’italiano Giuseppe Ceracchi. Seppur molto preso dal lavoro l’artista accettò l’incarico e, nel 1817, si mise all’opera. Durante l’esecuzione del marmo si fece leggere la Storia della Guerra dell’Indipendenza degli Stati Uniti d’America di Carlo Botta. Canova ritrasse Washington identificandolo con Lucio Quinzio Cincinnato, eroe della Roma repubblicana che si era distinto per il talento nel comando e per le grandi qualità morali. Washington venne raffigurato seduto su uno scranno, nel momento in cui firmava la lettera

di rinuncia al potere. Nel modello in gesso tale lettera reca la scritta: Giorgio Washington Al Popolo degli Stati Uniti 1796 Amici e concittadini

Terminata non prima del gennaio 1821, sul finire di quell’anno la statua venne collocata nel Campidoglio di Raleigh, sede governativa dello Stato della Carolina del Nord. Il monumento fu particolarmente sfortunato, in quanto venne quasi del tutto distrutto una decina d’anni dopo, il 21 giugno 1831, nell’incendio del Campidoglio. Nel 1910, dono del Governo italiano, venne inviata negli Stati Uniti una replica del modello in gesso: replica che oggi è esposta al Museo di Storia della Carolina del Nord. Nel 1970 l’artista veneziano Romano Vio realizzò una copia in marmo fedele all’originale. Tale marmo fu collocato nella rotonda del Campidoglio di Raleigh: un tocco di genio canoviano che ancor oggi rende omaggio al primo presidente degli Stati Uniti.

The Tree of Liberty must be refreshed from time to time with the blood of patriots & tirants Thomas Jefferson



Filosofo e teologo domenicano, ha rappresentato un significativo spartiacque nella storia del pensiero occidentale

LA LEZIONE DEL PASSATO

SAN TOMMASO E ARISTOTELE

di Gianni Giolo

L’esistenza di Dio è evidente in se stessa, ma non per noi, Deve quindi essere dimostrata.

Attraverso lo studio della metafisica cercò di conciliare la fede con la ragione, convinto che chiedersi cosa sia l’essere significhi non solo cercare le cause sensibili, ma anche quelle soprasensibili e divine.

Tommaso d'Aquino

È uscito il libro di Luca Odini su San Tommaso, che rappresenta uno spartiacque nella storia occidentale, non solo dal punto di vista della fede ma anche

A fianco Carlo Crivelli, San Tommaso d’Aquino dottore della Chiesa, scomparto di polittico, tempera su pannello in legno di pioppo, 1476. Londra, National Gallery.

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della ricezione del patrimonio filosofico antico e della sua immissione nel pensiero cristiano. Fino al XII secolo è Platone il pensatore che più d’ogni altro viene letto e commentato. Complice senz’altro il suo interesse per la metafisica, che si presta bene a confluire nell’alveo della rielaborazione cristiana, Tommaso rivolge la sua attenzione non tanto verso Platone ma verso Aristotele. Tommaso si domanda: è possibile approdare a un ragionamento complessivo sulla realtà? È possibile farlo alla luce della rivelazione cristiana? La sua opera capitale è la Summa Theologiae che raccoglie insieme l’apporto della filosofia, frutto del pensiero umano, e della teologia, frutto della rivelazione divina. Il Dio di Platone era il demiurgo e creava il cosmo, il Dio di Aristotele non creava nulla perché per lui il mondo è eterno e non ha bisogno di un creatore; riteneva inoltre che Dio non può creare il tutto dal nulla: dal nulla non viene nulla. Per Tommaso invece Dio ha creato il cosmo dal nulla. Il filosofo-teologo sostiene che le verità della filosofia non devono essere in contrasto con le verità della fede. Qual è la natura dell’uomo? La fede ci dice che sopravviverà al corpo, Aristotele invece sostiene che l’anima è una forma del corpo e quindi, morto il corpo,

Giusto di Gand, Ritratto di Aristotele, tempera su tavola, 1472-’76. Parigi, Louvre (già nello Studiolo di Federico da Montefeltro a Urbino).

consegue necessariamente la morte dell’anima. Ma qual è la caratteristica della filosofia? Ricercare la cause e i principi della realtà. Ma chi fa questo di necessità deve incontrare Dio: Dio è la causa e il principio primo per eccellenza; dunque la ricerca delle cause sbocca naturalmente nella teologia. Chiedersi che cosa sia l’essere significa non solo cercare le cause sensibili ma anche quelle soprasensibili e divine. La ricerca di Dio non è solo un momento dell’indagine metafisica, ma il momento essenziale e definitorio della filosofia. La metafisica non ha uno scopo pratico, ma è la scienza libera per eccellenza, anzi la scienza delle scienze.



Nasce ad Asolo la prima Biennale Internazionale dedicata al gioiello d’autore contemporaneo

ART NEWS

ORIZZONTI D’AUTORE TRA VISIONI E MATERIA

di Carmen Rossi

Le immagini dei gioielli sono state gentilmente fornite da Thereza Pedrosa

Aperta fino al prossimo 24 luglio, la rassegna è stata ideata e curata dalla giovane gallerista italo-brasiliana Thereza Pedrosa, vissuta molti anni nella nostra città. Con 120 opere esposte, frutto del lavoro di 24 autori provenienti da 14 diversi Paesi, l’iniziativa si è subito distinta per la qualità e la varietà delle proposte. Le immagini che qui proponiamo ne sono una preziosa testimonianza.

Qui sopra, da sinistra verso destra Giovanni Corvaja, Mandala, spilla, oro, 2018. Ezra Satok-Wolman, L’impronta matematica di Dio, spilla, oro giallo 791, oro bianco 750, seta giapponese, 2012. Giampaolo Babetto, spilla, oro giallo 750, pigmenti, 2007. Riquadro in alto Il Museo Civico di Asolo.

Sotto La gallerista Thereza Pedrosa, ritratta nella sua casa in Olanda, posa con un anello di Gigi Mariani.

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Orizzonti d’Autore - Tra visioni e materia è il titolo della prima edizione della Biennale Internazionale dedicata al gioiello d’autore, inaugurata nelle sale del Museo Civico di Asolo il 7 maggio scorso, che rimarrà aperta fino al prossimo 24 luglio. La mostra è patrocinata dalla Regione Veneto, dall’Ambasciata del Canada in Italia, dall’Ambasciata dei Paesi Bassi in Italia, dal Consolato del Giappone a Milano e dal Consolato Generale della Repubblica Federale di Germania a Milano. “Lo scopo di questa Biennale - ci dice l’ideatrice e curatrice Thereza Pedrosa - è quello di far conoscere a un pubblico sempre più vasto il gioiello d’autore come forma d’arte contemporanea, con una mostra collettiva che espone il lavoro dei più rinomati maestri internazionali, alcuni dei quali hanno già opere esposte nei più prestigiosi musei del mondo, quali il Victoria & Albert Museum di Londra, il Musée des Arts Décoratifs di Parigi e il Metropoli-

tan Museum of Arts di New York”. Il visitatore avrà dunque modo di conoscere e di apprezzare, grazie alle complessive 120 opere esposte, il lavoro di ben 24 autori provenienti da 14 diversi Paesi: dall’Italia all’Olanda, dalla Spagna alla Turchia, dal Giappone alla Corea del Sud, dal Regno Unito al Canada. “Lo scopo della Biennale - prosegue Thereza - è tuttavia anche quello di creare una rete di relazioni e contatti internazionali tra autori, collezionisti, critici d’arte, esperti e appassionati di questo specifico settore”. Contemporaneamente alla mostra collettiva del Museo Civico di Asolo, nella Sala della Ragione è in corso una retrospettiva dedicata all’opera di Giampaolo Babetto, un maestro di fama internazionale e illustre esponente della storica Scuola di Padova, al quale è stato assegnato il Premio Archeometra alla Carriera per il Gioiello d’Autore, un riconoscimento istituito in questa Biennale,

destinato ai maestri che si sono distinti nel lavoro, divenendo importanti punti di riferimento per le successive generazioni. La retrospettiva di Babetto documenta gli oltre cinquant’anni della sua lunga attività non esclusivamente riconducibile al gioiello d’autore.

Com’è ormai universalmente riconosciuto, il gioiello d’autore non è più necessariamente legato all’utilizzo di metalli pregiati né all’impiego di pietre dure e preziose; anzi, come spesso accade nell’arte contemporanea, sono utilizzati vari metalli, quali l’ottone, il ferro e il bronzo, talvolta anche del tutto inconsueti in quest’ambito, come la stellite e il titanio, o addirittura materiali tradizionalmente estranei al mondo del gioiello, quali la fibra di carbonio, il nylon, il silicone, il metacrilato, la plastica, la carta giapponese, la porcellana e persino la stoffa. Al posto delle pietre preziose, sono impiegati il vetro, il legno, piccole


riproduzioni fotografiche e anche materiali di recupero, senza che per questo venga meno il valore economico del gioiello. Il gioiello d’autore ha dunque ampliato notevolmente i propri orizzonti, recependo stimoli e suggestioni provenienti anche da altri ambiti artistici: pittura, scultura e design. Giova ricordare che molti artisti contemporanei si sono, a loro volta, applicati con vera passione al gioiello; basti citare i nomi di Salvador Dalì, Fausto Melotti, Alexander Calder, i fratelli Arnaldo e Gio’ Pomodoro e persino Lucio Fontana. È questo un mondo culturalmente molto vivace e in continuo fermento, che si è dovuto avvalere di nuove tecniche di lavorazione e cimentare con nuovi mezzi e tecnologie. Se infatti alcuni autori hanno recuperato e sviluppato tecniche orafe tradizionali molto antiche, come il niello, la filigrana e la granulazione, altri hanno esplorato nuove modalità di lavorazione, come la sinterizzazione e la fusione selettiva al laser. Altri hanno dovuto addirittura inventare macchinari adeguati a ottenere i risultati desiderati. Le idee hanno dunque spinto

sempre più in là la ricerca e ciò ha consentito di oltrepassare i limiti per vedere nuovi possibili orizzonti. In questa sede non possiamo dar conto delle singole ricerche di ciascun autore partecipante e quindi ci limiteremo a citare solo alcuni nomi. Tra gli stranieri presenti vi sono l’olandese Ralph Bakker, il canadese Ezra Satok Wolman, lo spagnolo Ramon Puig Cuyàs, l’inglese Jacqueline Ryan e l’ungherese Flora Vagi; tra gli italiani sono presenti Giovanni Corvaja, Barbara Paganin, Annamaria Zanella e le bassanesi Carla Riccoboni e Stefania Lucchetta. È interessante notare il gran numero di presenze femminili, tra le quali figura anche la giovane ideatrice e curatrice del progetto: Thereza Pedrosa.

zione dei Beni Culturali e poi la specialistica in Management, sempre all’Università Ca’ Foscari. Nel 2009 è stata assistant registrar alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, dove ha catalogato tutte le opere su carta del museo. Nel 2011 ha iniziato la sua attività di curatrice indipendente, organizzando mostre, progetti e cataloghi per artisti. Nel 2019, con Elinor Garnero, ha aperto ad Asolo la Thereza Pedrosa Gallery, in via Canova 323, prevalentemente rivolta al gioiello d’autore. Dopo aver vissuto alcuni anni in Svizzera e in Germania, si è trasferita in Olanda, dove attualmente vive e lavora.

Qui sopra, da sinistra verso destra Jacqueline Ryan, Coni ovali, spilla, oro, vetro smaltato, 2017. Barbara Paganin, Contenitori, collana, argento, porcellana, osso, avorio, polimetilmetacrilato, legno, oro, 2015. Ramon Puig Cuyàs, Esili architetture n. 1511, spilla, argento, turchese ricostruito, plastica, smalto su rame, 2014.

Sotto, da sinistra verso destra Ralph Bakker, Green Crock, collana, smalto, argento dorato, 2004. Stefania Lucchetta, Vertebrae 274, spilla, titanio, acciaio, 2021.

Thereza è figlia dell’artista brasiliano Bruno ed è nata nel 1985 a Rio de Janeiro. Si è trasferita a vivere in Italia con la famiglia nel 1990. È vissuta a lungo a Bassano, dove si è diplomata al Liceo Classico “G. B. Brocchi”; successivamente ha proseguito i suoi studi a Venezia, conseguendo dapprima la laurea in Conserva-

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In un momento storico e sociale difficile come quello che stiamo vivendo

AFFLATUS

LA GESTIONE DEI CONFLITTI Riconoscerli, evitarli, affrontarli, superarli...

di Carla Mogentale

direttore sanitario Centro Phoenix

Publiredazionale a cura del Centro Phoenix

Impegnarci per una buona comunicazione porta spesso a risultati decisamente superiori rispetto allo scontro, che invece ci lascia come unica alternativa perdenti.

La dottoressa Carla Mogentale, psicologa-psicoterapeuta, specialista del Ciclo di Vita.

La tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione. Carl Rogers

Esistono sempre tre discorsi dietro a ognuno dei discorsi che avete fatto: quello in cui vi siete esercitati, quello che avete realmente fatto e quello che avreste voluto fare. Dale Carnegie

CENTRO PHOENIX Srl Centro di Psicologia, Neuropsicologia, Riabilitazione e Psicoterapia Via Bassanese, 72/a 36060 - Romano d’Ezzelino (VI) Via Cogo, 103 int. 1 36061- Bassano del Grappa (VI) Via Valdastico, 100 36016 - Thiene (VI) Via Annibale da Bassano, 14 int. III 35135 - Padova Per informazioni, appuntamenti e collaborazioni professionali: tel. 0424 382527 nei seguenti orari di segreteria: dal lunedì al venerdì ore 8.30/12.30 e 14.30/17.30 segreteria@centrophoenix.it www.centrophoenix.net

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Dopo due anni di pandemia siamo stanchi, sfiduciati, frustrati, irritabili, privi di energia positiva. Le relazioni ne risentono pesantemente. Mai come in questo periodo storico vediamo persone licenziarsi da posti di lavoro prima apprezzati, sicuri e a tempo indeterminato, in cerca di una nuova qualità di vita. È un periodo storico ricco di conflitti, di scontri, di emozioni intense oppure di appiattimento emotivo e affettivo, come spesso ritroviamo in molti adolescenti. Cosa possiamo fare per migliorare le nostre relazioni? Perché su questo possiamo avere controllo. Non sulla pandemia, non sulle guerre, non sulle crisi economiche o sociali. È molto difficile comprendere gli altri, i loro problemi, i loro sentimenti e stati d’animo e comunicare con loro, se non siamo in grado di riconoscere questi aspetti prima di tutto dentro di noi. Molte volte il modo in cui trattiamo gli altri è il riflesso del modo in cui trattiamo noi stessi ovvero è l’esito delle storie che noi ci raccontiamo, di come ci descriviamo una realtà che viviamo, di come la interpretiamo. Troppe volte assumiamo degli atteggiamenti che non aiutano a risolvere i problemi. Per esempio: 1) ci focalizziamo sul problema, ingigantendolo, invece che sulla ricerca di una possibile soluzione, quando una domanda ottimale potrebbe essere “come voglio che la situazione cambi?”; 2) tendiamo a esagerare una situazione negativa leggendola come un disastro, una catastrofe, quando magari, una volta superata l’onda emotiva del momento, tutto può essere affrontato; 3) tendiamo ad aspettarci un evento negativo sull’onda dell’ansia e per il timore che accada. Per esempio,

“... e se non supererò l’esame?”, piuttosto che “Come posso prepararmi meglio per l’esame?”; 4) tendiamo a pensare per stereotipi aspettandoci pensieri, intenzioni, reazioni dell’altra persona in base alle nostre paure o preconcetti senza magari metterci in ascolto; 5) tendiamo a sostituire al “potrei” il “dovrei”, creandoci frustrazioni immotivate. Per esempio “a questa età dovrei essere già sposata”. Questi atteggiamenti possono poi rendere più difficile il comprendersi nel momento del conflitto con un’altra persona, poiché in qualche modo rischiamo di essere più attenti al nostro dialogo interiore che non al chiedere e verificare in modo neutro ciò che l’altro prova, pensa, vuole comunicarci. Quando comunichiamo con un’altra persona, affinché il messaggio venga compreso e porti al risultato desiderato, abbiamo bisogno di conoscere le reazioni mentali che esso produrrà in chi lo riceve. Dunque dobbiamo darci il tempo per conoscere a sufficienza la visione che l’altra persona ha della situazione che stiamo condividendo. Sicuramente il tono di voce, i gesti, prima ancora che le parole, possono aiutarci a comprendere l’altra persona, ma soltanto se non abbiamo pre-attivato le nostre difese o paure. Spesso agisce una sorta di aspettativa “magica” di essere compresi senza fare la fatica di porre domande, di attendere le risposte, di verificare se si è capito bene l’intento dietro alle parole che, ahimè, spesso escono sull’onda emotiva, verificando con il nostro interlocutore se abbiamo capito bene ciò che ci sta dicendo, offrendogli così la possibilità di “correggere il tiro” se non ha meditato a sufficienza prima di parlare! La base di qualunque confronto su

un tema delicato: 1) Dovrebbe partire da un esame su di sé rispetto ai cinque punti visti sopra (non esaustivi, ma che costituiscono una buona base di partenza) e poi... 2) Chiarirci l’obiettivo che vogliamo ottenere da questo confronto con l’altro e anche ciò che non vogliamo ottenere. Per esempio “voglio che l’altro capisca il mio disagio ma non voglio che pensi che non ho stima della sua persona per altri aspetti positivi che ha”. E poi... 3) Bisogna parlare! Cercando insieme la soluzione che fa comprendere a ognuno la posizione dell’altro, il rispetto reciproco presente, pur non condividendo necessariamente le azioni necessarie. E poi… 4) Questa è la base da cui si può partire per un compromesso o per una negoziazione tra le due parti, che porti ciascuno a essere più disponibile verso le posizioni altrui, e ciò aiuta a trovare una soluzione condivisa. Sì! Comunicare è difficile! Ma anche litigare lo è!

Impegnarsi per una buona comunicazione porta spesso a risultati molto superiori rispetto allo scontro che lascia come unica alternativa entrambi perdenti e spesso preclude soluzioni creative successive. E abbiamo tutti tanto bisogno di serenità e positività.




L’evento, svoltosi in aprile nel “Teatrino” di Palazzo Marco Polo, è stato animato da una numerosa e qualificata partecipazione

TESTIMONIANZE

ANDREA PARINI Nove e la fabbrica dei talenti

di Marco Maria Polloniato Fotografie di Mirco Vettore

Andrea Parini, assieme a Giovanni Petucco, è il capostipite della ceramica moderna a Nove e uno dei più importanti ceramisti italiani del ’900.

Con Ivano Costenaro, appassionato collezionista e padrone di casa, sono intervenuti Jacopo Parini, figlio del ceramista, Gianni Basso, collaboratore dell’artista, e Nadir Stringa, storico della ceramica molto apprezzato. Tanti gli aneddoti, fra i quali un episodio raccontato dal designer Angelo Spagnolo.

Pubblico numeroso per un tutto esaurito annunciato al quarto incontro culturale della rassegna “70+40+190=300 storie POP”, una conferenza dall’eloquente titolo Andrea Parini: Nove e la fabbrica dei talenti. La serata, dedicata alla figura dell’artista originario di Caltagirone, ha dimostrato quanto sia ancora vivo il suo ricordo e l’eredità artistica veicolata egualmente attraverso la scultura e la scuola. Ospiti della serata tre persone che di Parini hanno potuto delineare tratti differenti: il taglio familiare raccontato dal figlio Jacopo Parini, il ricordo in ambito lavorativo con il collaboratore Gianni Basso e un inquadramento a tutto tondo da parte dello storico Nadir Stringa. Vista la grande richiesta di partecipazione l’ultimo piano di Palazzo Marco Polo, ove trova posto la collezione permanente di 190 opere che coprono 70 anni di arte ceramica del territorio, è stato allestito con una doppia sala. I saluti iniziali da parte del padrone di casa Ivano Costenaro hanno messo in luce la ricchezza che gli insegnamenti di Parini hanno lasciato su tante generazioni di creativi, estimatori e conoscitori della grande statura artistica presenti. Nell’introduzione, estrapolata da un testo critico di Nico Stringa, è stato evidenziato che “Andrea Parini, assieme a Giovanni Petucco, è il capostipite della ceramica moderna a Nove e uno dei più importanti ceramisti italiani del ’900”. Jacopo Parini, dirigente d’azienda e team coach facilitator, ha delineato attraverso immagini inedite dell’archivio di famiglia il percorso di avvicinamento e permanenza del padre in territorio bassanese. Oltre vent’anni di direzione dell’allora Istituto Statale d’Arte “G. De Fabris”

di Nove a cui sono seguiti gli anni a Padova, Venezia e infine Gorizia, ma senza dimenticare il periodo felice vissuto nel bassanese. Numerosi gli aneddoti, fra i quali l’incontro con tanti artisti dell’epoca, in particolare l’episodio della visita a Lucio Fontana nel suo studio milanese. In quell’occasione l’amico artista disegnò quella che avrebbe dovuto essere una decorazione a rilievo da inserirsi nella casa ancora oggi sita in Riviera San Vito. Con altre parole, ma con altrettanto lucida memoria Gianni Basso, attivo presso la fabbrica Petucco e Tolio negli anni in cui Parini realizzò alcuni dei grandi pannelli murali oggi visibili in diverse località d’Italia, ha rievocato l’affabilità di un artista capace di dialogare in maniera costruttiva con le maestranze, riconoscendone il lavoro e la capacità collaborativa. Il preciso intervento di Nadir Stringa, autore fin dalla fine degli anni Sessanta di innumerevoli testi e pubblicazioni sulla storia della ceramica di Nove e Bassano, ha messo in luce alcuni riferimenti e motivi ispiratori del Parini. Stringa è stato anche autore del volume monografico redatto in occasione della mostra antologica organizzata nel 1983 a Nove. Oltre a proporre alcune immagini inedite di un Parini al lavoro su uno dei grandi vasi della serie degli “Scacchi”, lo storico novese ha messo in luce il recupero di due importanti opere oggi visibili a Gorizia. L’intervento di chiusura proveniente dal pubblico è stato da parte del prof. Angelo Spagnolo, in particolare il ricordo di quando, giovane studente della scuola novese, venne chiamato dal preside che stava realizzando proprio quelle cucche in porcellana, due delle quali sono oggi

Nico Stringa

parte della Collezione Costenaro. La conferenza, trasmessa in diretta facebook, è stata apprezzata anche da Vittorio Sgarbi che, la domenica successiva all’evento, è andato a visitare Jacopo Parini nella sua abitazione milanese per vedere alcune delle importanti opere ancora oggi custodite dalla famiglia. Giovedì 5 maggio il noto critico d’arte ha poi fatto visita alla Collezione Costenaro cogliendo il valore di una raccolta unica nel suo genere; Vittorio Sgarbi ha ribadito più volte, anche attraverso i media nazionali, l’importanza di Andrea Parini per la scultura figurativa del ’900 in Italia, tanto da avere acquisito la scultura intitolata Onoria dormiente (1941), oggi parte della Collezione Cavallini-Sgarbi.

Foto di gruppo per gli ospiti e gli organizzatori dell’evento a Palazzo Marco Polo (8 aprile 2022). Da sinistra: Marco Maria Polloniato, Nadir Stringa, Ivano Costenaro, Jacopo Parini, Gianni Basso ed Eleonora Zampieri.

Sotto, dall’alto verso il basso L’intervento di Jacopo Parini. Il folto pubblico presente nel “Teatrino”, sede della prestigiosa collezione di Ivano Costenaro.

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Fondamentale un approccio etico con la montagna e il recupero di valori che oggi paiono del tutto dimenticati

UOMINI E SPORT

COSÌ PARLÒ CARLO ZONTA l’ultimo (autentico) alpinista

di Andrea Minchio

Chi ha dato tanto alla montagna, chi per la montagna ha rischiato con tanta passione la vita, a questo amore resterà legato per sempre.

Dino Buzzati

È necessario arginare la moda imperante delle prestazioni frenetiche, che ignorano lunghe e nobili tradizioni senza spesso rispettare il contesto naturale che le ospita. Ci vorrebbe allora un ritorno alla filosofia delle origini. Ma il “pensiero unico”, anche in ambito sportivo, lo permetterà?

Sotto Carlo Zonta sulle Creste di San Giorgio (Monte Grappa / Canal di Brenta) in un passaggio individuato da lui nel 2002.

Fino a quando nell’alpinismo si manifesteranno fantasia, idealità e bisogno di conoscenza, quest’ultima rivolta soprattutto al proprio intimo, esso rimarrà vivo.

Walter Bonatti

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Orgogliosamente bassanese di Angarano, Carlo Zonta ha praticato l’alpinismo fin da giovanissimo. Istruttore nazionale e accademico del Cai, primo nostro concittadino ad accedere alla Scuola Centrale e alle Commissioni tecniche del sodalizio, nel tempo ha aperto un numero imprecisato di itinerari (sicuramente oltre centoventi), tanto in territorio nazionale quanto all’estero. Amico da lunghi anni di Reinhold Messner, ha condiviso con il noto scalatore sudtirolese una visione particolare dell’alpinismo, cioè l’idea - peraltro teorizzata da Paul Preuss - di un’arrampicata libera e affrontata nel totale rispetto della montagna. Insomma, un approccio più psicologico e tecnico alla scalata, che escluda il ricorso ai mezzi artificiali. Niente chiodi, quindi, e un uso limitato della corda, da impiegare in presenza di un compagno. E poi le basi, da coltivare con umiltà attraverso lo studio e gli insegnamenti di chi è già esperto. “Un tempo si cominciava dalle palestre - ne abbiamo una di ben organizzata a due passi dalla città, in Valle Santa Felicita - prima di iniziare ad arrampicare. Oggi si sta invece assistendo, almeno a mio parere, a una sorta di involuzione. Il fenomeno è nato con la massiccia frequentazione delle palestre artificiali. Contesti che ingannano, perché non rappresentano le condizioni di natura: gli appigli sono fissati alla parete in modo assolutamente sicuro e, soprattutto, manca il fattore meteo, che in montagna può generare situazioni molto diverse e spesso anche pericolose”. Una “moda” secondo Carlo Zonta, che ha portato piano piano alla progressiva scomparsa della

cosiddetta arrampicata media. “Non è un caso che le classiche vie delle Alpi comprese fra il 3° e il 5° grado siano attualmente trascurate. Un vero peccato, perché in questo modo si perde la consapevolezza delle nostre origini, quelle che hanno dato vita all’arrampicata sportiva. E si tratta di un vuoto grave, che è anche culturale oltre che tecnico e fisico, purtroppo distante dall’espressione di quella gradualità che onora e valorizza il contesto nel quale viene praticata. In compenso...”. In compenso? “Beh, ora stanno crescendo... gli extraterrestri, fenomeni che affrontano pareti anche molto impegnative come se dovessero correre i cento metri piani. Tempi ridottissimi, talvolta stabiliti senza l’ausilio della corda, vorrei dire anche con una scarsa sensibilità ambientale e senza un grande trasporto per la montagna. Eppure, in questa frenesia da prestazione, dettata dalla necessità di superare ogni ragionevole limite, talvolta qualcuno ci lascia le penne!”. Certo, confessa Carlo Zonta, anch’egli in qualche occasione ha ripetuto in tempi ristretti itinerari in solitaria. Come quella volta sul Campanile Pradidali (Pale di San Martino), quando è salito e poi disceso per la stessa via Castiglioni in sessantacinque minuti. Ma si trattava di situazioni particolari. E poi, nel suo caso, il rispetto per la montagna non è mai venuto a mancare. Una sorta di imperativo categorico. “Fra il 1968 e il 1981 ho gestito la Scuola di Alpinismo del Cai bassanese: un’istituzione, per così dire, che ho personalmente


UOMINI E SPORT A fianco, da sinistra verso destra Carlo Zonta sulla terza cengia del Pomagagnon (Cortina d’Ampezzo) verso la metà degli anni Sessanta. Lo scalatore, in spaccata, sulla via Buhl della Cima Canali, superata usando un solo chiodo (1966).

preso in mano trasformando i corsi roccia avviati nel 1947 da Giovanni Zorzi, il ragioniere. Si è trattato di un’esperienza gratificante e sempre coronata dalla riconoscenza dei miei allievi, con i quali ero solito stabilire un rapporto improntato a una sincera amicizia. Un rapporto visto con qualche gelosia dai colleghi istruttori, che già digerivano a fatica le solide relazioni che avevo intessuto con i maggiori rappresentanti dell’alpinismo internazionale...”.

Negli anni successivi lo scalatore bassanese ha continuato a tenere corsi nell’ambito del Cai di Thiene e di altre sezioni venete. Poi, scoccato il 1993, non ha più rinnovato la tessera del Club

Alpino Italiano. Non per questo, però, ha cessato l’attività, che è proseguita per un’altra decina di anni. Fino a quando, cioè, la salute glielo ha permesso. Le ultime arrampicate del vecchio leone sono avvenute nel 2002, vent’anni fa, prevalentemente sulle amate Dolomiti. Insomma a casa sua. Poi è finalmente giunto il tempo di organizzare i molti ricordi per trasmetterli ai giovani che si accingono a confrontarsi con la montagna. E, a proposito di memorie, vale la pena rammentare un’impresa del nostro Carlo in Uzbekistan. “Nel 1979 ho fatto parte di una spedizione in quel Paese, allora nell’orbita dell’Unione Sovietica. In quella circostanza, giusto per non farmi mancare nulla,

ho aperto in solitaria una via sul ghiaccio scalando il Pic Mir (5.000 metri), ai confini con la Repubblica Popolare Cinese. Un’esperienza indimenticabile, anche per lo straordinario rapporto umano sviluppatosi con alcuni pastori nomadi, con i quali ho condiviso momenti di autenticità”.

Sopra L’alpinista bassanese nella palestra di Valle Santa Felicita, in perfetta tecnica di opposizione durante un corso roccia (1970). Sotto Carlo Zonta in occasione di un trekking attorno all’Anapurna nel 1982.

In chiusura un auspicio... “Quello dell’inderogabile necessità di un approccio etico con la montagna, nel ricordo di quanti - molti, moltissimi hanno dedicato la loro vita all’alpinismo. È fondamentale recuperare quei valori umani che le logiche consumistiche dei nostri tempi hanno spesso calpestato o infranto”.

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Organizzata dall’ Union Européenne des Gourmets una “storica” degustazione a Campese

GUSTUS

NEL SEGNO DELL’ASPARAGO E DELLA BUONA TAVOLA

di Andrea Minchio

Ospiti di Desi Pianalto, Console Territoriale Veneto, e di Valentino Trentin, Console Nazionale, i partecipanti hanno avuto l’opportunità di assaggiare alcune vere prelibatezze della nostra terra. Fra loro molte autorità della blasonata associazione, ma non solo. Al termine del pranzo, qui raccontato portata per portata, grande soddisfazione: un successo per la gastronomia bassanese.

Una persona non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene. Virginia Woolf

Sopra, da sinistra verso destra Brillanti organizzatori del convivio svoltosi a Campese il 14 maggio scorso, Desi Pianalto e Valentino Trentin ricoprono importanti cariche nell’ambito dell’UEG (Union Européenne des Gourmets), essendo rispettivamente Console Territoriale per il Veneto e Console Nazionale. Una veduta del Ristorante Villa Damiani a Campese, immerso nel verde di un parco secolare. A fianco, nel testo Il luminoso salone al pianterreno, sede dell’incontro conviviale. Qui sotto Il risotto Vialone Nano “Riseria delle Abbadesse” mantecato agli asparagi bianchi di Bassano dop, forse la portata più ambita.

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Asparagi alla bassanese: è questo il tema, peraltro molto percorso in primavera ai piedi del Grappa, proposto ai propri associati dal Consolato Veneto dell’UEG (Union Européenne des Gourmets). La scelta di Desi Pianalto, a guida del blasonato sodalizio, è ricaduta sul Ristorante Villa Damiani a Campese, location particolarmente adatta per la presenza combinata di suggestioni storiche e ambientali davvero coinvolgenti. Il ritrovo è fissato per sabato 14 maggio, alle 12.30. Si parte con il classico aperitivo di benvenuto, nel parco secolare, a base di julienne di asparagi in tempura: un buon inizio, della giusta leggerezza, annaffiato da un Prosecco Brut docg Cantina Vettoretti, per lasciare il necessario spazio alla successiva degustazione, che dovrà essere attenta e rigorosa, come si conviene ai convivi dell’associazione. Abbandonate le delizie del giardino, raffrescato dalla presenza di un romantico laghetto, trasferimento nella barchessa

della villa: un ampio salone dalle luminose vetrate, in pratica una sorta di prolungamento coperto del verde, in osmosi con l’esterno. Tavoli rotondi da otto posti, ben apparecchiati, in attesa degli ambiti antipasti. Non prima, però, dei saluti di rito. Perfetta padrona di casa, Desi Pianalto presenta gli ospiti. Molte le autorità UEG presenti, a partire dal Presidente Nazionale Nino Masella, giunto apposta dalla Basilicata, al quale viene

rivolto un ringraziamento particolare. E poi i Consoli Nazionali Luigi Togn, Egidio Di Mase (responsabile dello sviluppo UEG in Sud Italia e nelle Isole) e Valentino Trentin (responsabile dello sviluppo UEG in Centro e Nord Italia, nonché fra gli organizzatori del convivio in quanto campesano doc). Significativa, inoltre, la presenza di Alan Bertolini, Console Territoriale per il Trentino-Alto Adige. Fra le autorità anche Otello


GUSTUS A fianco, da sinistra verso destra Quattro protagonisti dell’evento: il Presidente Nazionale UEG Nino Masella, il Console Nazionale UEG Luigi Togn, lo studioso di storia della gastronomia Otello Fabris e il wine communicator Nicola Menin.

Fabris, studioso di storia della gastronomia veneta e reduce dalla sua ultima fatica editoriale: il volume Asparago & Contorni, che tanto successo sta incontrando in libreria (presentato anche a Palazzo Ferro Fini, sede della Regione Veneto). Un’atmosfera festosa e un clima sereno, improntato ad amicizia e autenticità, accompagnano l’arrivo dei tre antipasti: cruditèe di asparagi e scampi marinati; punte di asparago al tartufo nero nostrano e parmigiano; mazzetto di asparagi e speck gratinati al porro e Asiago. Vino d’accompagnamento, illustrato dal cultore Marco Ferro con la supervisione di Diego Schiavoi (referente UEG per i vini), un Lugana doc Corte Sermana 2020, di color giallo paglierino, secco, fresco al palato, con sentori agrumati, molto equilibrato. Davvero ottimo, a detta di tutti. Con commenti lusinghieri sui piatti proposti. Non manca però qualche appunto, regolarmente trascritto su discreti libriccini (in uso a più di un gourmet). Nonostante un’umana curiosità, impossibile scorgere il contenuto di tali misteriose annotazioni... Ancora qualche istante, ed ecco l’arrivo trionfale della portata più attesa: risotto Vialone Nano “Riseria delle Abbadesse” mantecato agli asparagi bianchi di Bassano dop. Un’occhiata rapida all’espressione di Valentino Trentin ci conferma che il nostro apprezzamento è condiviso. Qui, normalmente, gli chef bassanesi si giocano la reputazione. Emilio Trevisani, titolare del ristorante, può tirare un sospiro di sollievo. La soddisfazione è generale. Non sempre accade in occasione dei ritrovi dell’UEG, fra le cui

fila i palati raffinati (ed esigenti) di certo non mancano. Ma la prova non è ancora finita. Ora tocca al secondo piatto: asparagi e uova alla bassanese. Le aspettative, anche in questo caso, non sono tradite: ottimi gli amati prodotti della nostra terra, morbidi e non filacciosi, perfetti per la salsetta a base di uova. Qualche discussione a tavola sulla scelta dei condimenti: scontati l’olio extravergine di oliva di Pove del Grappa e il sale, meno il pepe. Forti dubbi, invece, sull’aceto. Nel caso, ma la maggior parte è contraria, di vino (e solo qualche goccia). Accordo perfetto, viceversa, sul Ciampani Custoza Superiore 2019 della Cantina Adami: 13% vol. per un vino morbido, armonico, corposo e strutturato, dal bouquet gradevole, con note intense di frutta matura. Prima di passare al dessert, una tartelletta brisee con crema vaniglia semifreddo alla meringa e fragole glassate, Desi offre un po’ di spazio agli interventi. Ne approfitta Otello Fabris, anche nell’autorevole veste di presidente dell’Associazione Amici di Merlin Cocai, per qualche scampolo di storia,

sempre legata al territorio e alle sue tradizioni enogastronomiche. Al cospetto di Desi pure Alberto Calsamiglia, esperto di vini (su questa testata cura appunto la rubrica Le terre del vino) nonché presidente del Panathlon Club di Bassano, e Nicola Menin, brillante, colto e competente wine communicator, narratore di “storie” ambientate fra colline e vigneti, all’insegna di una silenziosa laboriosità che accomuna chi si prende cura della vite e dei suoi frutti.

Giusto il tempo di degustare il Passito Oro di Bac della Cantina Sandri Faedo, vino vellutato, dolce e molto fresco (ottenuto incrociando varietà di Gewürztraminer e di Trebbiano toscano), poi i saluti finali. Immancabili le foto ricordo, baci e abbracci (prudentemente filtrati da opportune mascherine). Il convivio è terminato e molti partecipanti possono rientrare alle rispettive destinazioni. Non però i gourmet incaricati di redigere, in chiave tecnica, la cronaca della degustazione: una storia diversa, sicuramente molto più circostanziata e mirata di quella raccontata in queste pagine.

Sopra, da sinistra verso destra Desi Pianalto con Emilio Trevisani, proprietario del Ristorante Villa Damiani, al termine dell’incontro. Valentino Trentin, Alberto Calsamiglia, presidente del Panathlon Club Bassano e titolare della rubrica “Le terre del vino” su questa testata, Otello Fabris e Desi Pianalto.

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L’UEG IN POCHE PAROLE L’Union Européenne des Gourmets è stata fondata a Torino il 3 aprile 1997 e poi ufficializzata a Vienna il 6 giugno dello stesso anno. Non ha finalità di lucro e si propone di far conoscere e apprezzare i vini, in modo particolare quelli italiani, le acqueviti, i liquori, gli alcoolici, i superalcolici, la birra, le bevande in genere e, dulcis in fundo, la buona tavola. Un obiettivo perseguito: a) presentando e divulgando vini e altre bevande in occasione di degustazioni e in concomitanza di simposi, repas e altri eventi; b) prendendo in esame vini, distillati e bevande, per proporli e promuoverli attraverso concorsi, discussioni, relazioni descrittive e illustrative; c) valorizzando prodotti gastronomici tipici, particolarmente quelli regionali e di nicchia; d) promuovendo visite a cantine, tenute, stabilimenti vinicoli, aziende agro-alimentari e ristoranti; e) appoggiando associazioni e gruppi di propaganda che lavorano a favore dei vini e che condividono la cultura del buon bere e del buon mangiare.


Tutti i viaggi del 2022, già confermati

Dall’8 al 14 agosto 2022 Una Germania cosmopolita e innovatrice DRESDA, BERLINO E LIPSIA La città simbolo della Germania oggi ha modificato radicalmente il proprio volto, diventando la metropoli più contemporanea d'Europa

Dal 10 al 15 agosto 2022 Sentieri a picco sul mare TREKKING A MARATEA Spiagge protette da archi, statue solenni e una natura selvaggia e inaspettata

Dal 12 al 15 agosto 2022 Una città colma di pregi e meraviglie PRAGA, UNA CITTÀ MAGICA Immergiamoci nelle magiche atmosfere dove convivono castelli e cattedrali, architettura cubista e moderne metropolitane

Dal 12 al 15 agosto 2022 Tra le bellezze di una terra senza tempo UMBRIA, IL CUORE VERDE D’ITALIA Meta prediletta per gli amanti della natura grazie ai paesaggi naturali che regala ai suoi visitatori

Dal 16 al 21 agosto 2022 Una città tutta da vivere BARCELLONA, GIRONA E MONTSERRAT Sinonimo di design visionari e spazi avveniristici, la città di Gaudì è caratterizzata anche dall’eleganza del Passeig de Gracia e dalla Sagrada Familia, senza dimenticare la celeberrima movida della Rambla

Dal 17 al 21 agosto 2022 Dove la forza di Madre Natura si manifesta in tutta la sua purezza ABRUZZO, UNA REGIONE UNICA Laghi dai riflessi cangianti, vette che sfiorano il cielo e larghe spiagge sabbiose, ma anche terra ricca di storia e cultura, costellata di borghi suggestivi e fortezze medievali

Dal 18 al 21 agosto 2022 Nel cuore dell’Europa LA FORESTA NERA Un viaggio nel tempo che ci consentirà di scoprire città e località ricche di storia, il cui aspetto è rimasto inalterato nel corso dei secoli Dal 19 al 21 agosto 2022 La Valle del tufo e i Butteri maremmani LA MAREMMA CHE TI EMOZIONA Uno splendido territorio dove sorgono borghi medievali della famosa valle del tufo

Dal 20 al 21 agosto 2022 Tirolo e le Alpi austriache LE CASCATE DI KRIMML E IL GLOSSGLOCKNER Una delle più belle regioni austriache, ricca di sentieri, imponenti cascate e meravigliosi punti panoramici

Dal 28 agosto al 4 settembre 2022 Vi entrerà nel cuore, penetrerà la vostra anima GRAN TOUR DELLA BASILICATA Qui città e natura si fondono in paesaggi mozzafiato, dove vivremo momenti indimenticabili scoprendo un mondo che si è mantenuto integro nei secoli

Dal 2 al 9 settembre 2022 Il paese più ricco di storia dell’Asia centrale GRAN TOUR DELL’UZBEKISTAN Un viaggio alla scoperta dell’antica Khiva, risalente all’VIII secolo lungo la Via della Seta; Bukhara, situata in un’oasi del deserto Kizil-Kum e Samarcanda, una delle più antiche città del mondo

Dal 3 al 9 settembre 2022 Un Paese che arricchisce di cultura, divertimento ed esperienza di vita PORTOGALLO E SANTIAGO DE COMPOSTELA Ricco di percorsi che sposano bellezze storiche e naturali, città d’arte e villaggi fermi nel tempo, meravigliose testimonianze, che meritano di essere apprezzate

Dal 26 al 28 agosto 2022 Una regione che ama essere esplorata VAL D’AOSTA I castelli medievali, l’eleganza di Courmayeur e gli scenari naturali del Parco del Gran Paradiso

È arrivato il nuovo catalogo Canil Viaggi 2022. Venite a ritirare la vostra copia in agenzia! VI ASPETTIAMO! CANIL VIAGGI Via Spin, 53 - Romano d’Ezzelino (VI) - Tel. 0424 30068 Lunedì / Venerdì: dalle 9,00 alle 12,30 e dalle 15,00 alle 19,00 Sabato: dalle 9,30 alle 12,00


ROMANIA, LA TERRA DI DRACULA

Tra castelli, monasteri affrescati e una natura incontaminata

SÌ, VIAGGIARE

di Alessandro Faccio

Servizio publiredazionale a cura di Canil Viaggi

Sotto, dall’alto verso il basso Il cosiddetto Castello di Dracula e una veduta aerea di Bucarest.

Una terra autentica, dalla grande bellezza paesaggistica, ricca di storia e avvolta in mille leggende.

Dal 12 al 19 agosto 2022 Viaggio di 8 giorni

1° giorno - Venerdì 12 agosto 2022 Italia - Bucarest Trasferimento in aeroporto partenza con volo per Bucarest. Arrivo, incontro con la guida e giro panoramico della capitale romena con la Piazza della Rivoluzione e la Piazza dell’Università. In serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

2° giorno - Sabato 13 agosto 2022 Bucarest - Cozia - Sibiu Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Sibiu. Sosta a Cozia per visitare il celebre Monastero, conosciuto come uno dei complessi storici e artistici più antichi della Romania. Pranzo in ristorante lungo il percorso. Arrivo a Sibiu e visita guidata al centro storico, protetto dalla cinta muraria più grande della Transilvana. In serata sistemazione in hotel per il pernottamento. Cena in ristorante tipico.

3° giorno - Domenica 14 agosto 2022 Sighisoara - Targu Mures - Bistrita Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Sighisoara. Sosta a Biertan, villaggio fondato da coloni sassoni e che fu per tutto il secolo XVI un importante mercato. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio arrivo a Sighisoara, città natale del celebre Vlad l’Impalatore, e visita della più bella e meglio conservata cittadella medievale della Romania. Breve giro panoramico della città di Targu Mures, rinomata per le piazze circondate da edifici dell’epoca della Secessione. In serata arrivo a Bistrita e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

4° giorno - Lunedì 15 agosto 2022 Bistrita - Monasteri della Bucovina Suceava Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per la Bucovina e intera giornata alla scoperta dei numerosi monasteri, patrimonio mondiale dell’Unesco. Visita al Monastero di Voronet, considerato il gioiello della Bucovina per il famoso ciclo di affreschi esterni che decorano la chiesa. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita al Monastero di Moldovita, circondato da fortificazioni e affrescato esternamente. Sosta a Marginea, villaggio noto per i ritrovamenti archeologici di ceramica nera risalente all’età del Bronzo. In serata arrivo a Suceava e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

5° giorno - Martedì 16 agosto 2022 Suceava - Le Gole di Bicaz Miercurea Ciuc Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Miercurea Ciuc. Visita del monastero Agapia famoso sia per il museo sia per i laboratori, dove è possibile ammirare il lavoro delle suore. Pranzo in ristorante. Al pomeriggio passaggio della catena dei Carpazi attraverso le Gole di Bicaz, il più noto canyon del Paese. In serata arrivo a Brasov e sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

6° giorno - Mercoledì 17 agosto 2022 Brasov - Castello di Dracula - Sinaia Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Brasov e visita a una delle più affascinanti località medioevali della Romania, con il Quartiere di Schei, la chiesa di Sfantul Nicola e la Biserica Neagrã, la più grande della Romania in stile gotico. Pranzo in ristorante.

Nel pomeriggio visita al Castello di Dracula, fra i più pittoreschi della Romania, edificato nel XIII secolo dal cavaliere teutonico Dietrich. Partenza per Sinaia, la Perla dei Carpazi, e in serata sistemazione in hotel per la cena e il pernottamento.

7° giorno - Giovedì 18 agosto 2022 Sinaia - Bucarest Prima colazione in hotel. Al mattino visita al Castello Peles, residenza estiva del re Carlo I, dove poter ammirare numerose statue, balaustre, vasi, fontane, nicchie e mosaici. Proseguimento per Bucarest e pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita alla capitale romena, denominata la Parigi dell’Est per gli ampi viali e i gloriosi edifici della Belle Époque. In serata sistemazione in hotel per il pernottamento. Cena in ristorante con spettacolo folcloristico.

8° giorno - Giovedì 18 agosto 2022 Bucarest - Italia Prima colazione in hotel. In tempo utile trasferimento all’aeroporto e partenza per l’Italia. Arrivo e trasferimento alle località di origine.

Quota individuale di partecipazione Euro 1.290,00 (fino a esaurimento)

La quota comprende: - i trasferimenti da e per gli aeroporti; - volo aereo in classe economica; - tasse aeroportuali e adeguamento carburante alla data del 31/10/2021; - sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi; - i pasti come da programma, acqua inclusa; - escursioni come da programma; - tutti gli ingressi previsti da programma; - assicurazione annullamento e medico bagaglio; - guida/accompagnatore per tutto il tour. La quota non comprende: - le camere singole (suppl. di euro 250,00). All’iscrizione acconto di euro 400,00

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In gita a Pontedera, nella Valdarno Inferiore...

“VESPIZZIAMOCI” TUTTI AL MUSEO PIAGGIO

RENAISSANCE

di Erica Schöfer

nostra corrispondente dalla Toscana

In occasione del 76° compleanno dell’intramontabile e amatissima Vespa è stato organizzato il “Vespa Sounds Cool”, un evento che ricorda come anche la musica (e non solo il cinema) abbia fortemente contribuito a farla diventare una vera e propria icona pop.

Sotto i titoli Una splendida Vespa 50 Special prima serie, dallo sgargiante colore giallo cromo (prodotta a partire dal 1969). Amatissima dai ragazzi negli anni Settanta e Ottanta, venne “rilanciata” nel 1999 da un celebre singolo del gruppo dei Lùnapop. Testo e musica furono scritti dal frontman Cesare Cremonini poco prima del suo esame di maturità. Sotto, dall’alto verso il basso Due notissime campagne pubblicitarie della Vespa: Vespizzatevi (1954) e Chi “Vespa” mangia le mele (1970).

Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi. Se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi...

Lùnapop, 1999

Fa innamorare ragazze e ragazzi di tutto il mondo, rivoluziona il modo di muoversi sulla strada, diventa icona di libertà per intere generazioni... Nasce nel 1946 dall’idea di Corradino D’Ascanio, brillante progettista che riesce a fondere creatività e ingegneria meccanica in un mezzo funzionale, aerodinamico e semplice... È l’inizio del mito, è il debutto della Vespa! Sentendone il particolare ronzio del motore e osservandone le forme sinuose, Enrico Piaggio esclama “Pare una vespa”. Il nome colpisce l’immaginario collettivo, tanto da far esplodere una vera e propria campagna mediatica in tutto il mondo.

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Già negli anni Cinquanta viene coniato lo slogan “Vespizzatevi”, che conquista grazie a iconici lanci pubblicitari anche Hollywood! Gregory Peck e Audrey Hepburn in Vacanze romane ne decretano il successo. Per gli appassionati, e non solo, il Museo Piaggio “Giovanni Alberto Agnelli” a Pontedera è un bellissimo modo di ripercorrere l’avventura della Vespa... Si tratta del più grande museo motociclistico d’Italia che, arricchendosi di anno in anno con sempre nuove collezioni, sta diventando uno dei maggiori d’Europa. Si trova in uno dei corpi più antichi del complesso industriale della Piaggio, proprio laddove l’azienda iniziò la sua storia. Cinquemila i metri quadrati, brillantemente ristrutturati, e oltre duecentocinquanta i pezzi esposti. La struttura accoglie esemplari unici (anche pezzi della produzione

ferroviaria e aeronautica nati dalla casa madre), tutti i suoi marchi, la collezione dei veicoli a due o tre ruote (come la simpatica Ape), le moto legate alla storia sportiva del Gruppo come Aprilia, Moto Guzzi e Gilera. Come non ricordare, poi, il mitico Ciao, oggetto di desiderio delle ragazzine degli anni Settanta e Ottanta! Chiaramente ciò che attrae in modo particolare è la straordinaria collezione - unica nel suo genere dei modelli Vespa, da quelli degli esordi (l’MP5, “Paperino” e l’MP6, nato dall’ingegno di Corradino d’Ascanio) agli scooter dei nostri giorni. Fra i diversi pezzi esposti, grande interesse suscita sempre la Vespa Salvador Dalì, assieme a tante altre Due Ruote firmate da artisti di tutto il mondo! Oltre alle collezioni permanenti il Museo dedica trecentoquaranta metri quadrati alle esposizioni temporanee, così da offrire continue novità. Per festeggiare le prime 76 candeline di questo intramontabile veicolo la struttura ospita fino al prossimo 8 ottobre il “Vespa Sounds Cool”: la musica e la Vespa sono infatti amiche di vecchia data. Attraverso canzoni e videoclip gli artisti le hanno infatti reso spesso omaggio facendola diventare una vera icona pop. E allora non resta che andare in vacanza e visitare questo bellissimo museo sulle note dei Lùnapop!



La sfida è quella di instaurare un corretto dialogo fra le parti

I servizi dell’Area Gestione d’Impresa per migliorare il rapporto fra banca e azienda

ARTIGIANI

Servizio publiredazionale a cura dell’Ufficio Stampa di Confartigianato Vicenza Un banchiere è uno che ti presta il suo ombrello quando c’è il sole, ma lo rivuole indietro appena inizia a piovere.

Sono molti i fattori che connotano una relazione da sempre delicata. Fra questi, in particolare, la forza contrattuale, le dimensioni, l’affidabilità economica e patrimoniale dell’azienda, ma anche la scarsa attenzione e il poco tempo che essa dedica a controllare ciò che fa l’istituto di credito.

Mark Twain

Anche i migliori progetti necessitano di adeguate risorse per poter essere realizzati. Per questo il ruolo degli istituti di credito, se gestiti con lungimiranza e con una visione sociale, si rivela strategico nella crescita economica di una nazione. In alto, da sinistra Sandro Venzo, presidente del Mandamento di Bassano di Confartigianato Vicenza. Banca e impresa: un rapporto che può generare benessere

Confartigianato Vicenza Mandamento di Bassano Viale Pio X, 75 - Bassano del Grappa Tel. 0424 838300 bassano@confartigianatovicenza.it

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Tra gli aspetti più importanti per un’impresa c’è la relazione con la propria banca, un tema da sempre delicato di cui sono evidenti tanto la rilevanza quanto la fragilità. Ambiti in cui le aziende trovano a loro disposizione gli esperti dell’Area Gestione d’Impresa di Confartigianato Vicenza, pronti ad affiancarle. Quello con la banca è un rapporto caratterizzato da molti fattori: forza contrattuale, dimensioni, affidabilitàeconomica e patrimoniale dell’azienda, ma anche scarsa attenzione e poco tempo dedicato a controllare ciò che fa l’istituto di credito. “La sfida - spiega Sandro Venzo, presidente del Mandamento Confartigianato di Bassano del Grappa - è quindi quella di instaurare un corretto dialogo tra impresa e banca, mondi apparentemente distanti ma necessariamente vicini. Da qui l’azione di Confartigianato per un concreto supporto alle imprese tramite un servizio dedicato che tenga conto delle diverse variabili”. Per capire meglio tale dinamica l’Associazione ha condotto un

test su alcune banche: ne è emerso un quadro variegato e interessante, nel quale si èvisto come, per fare qualche esempio, la medesima banca applichi condizioni molto diverse a clienti simili (almeno apparentemente), oppure come banche diverse trattino in modo differente lo stesso cliente. Alla luce di ciò, Confartigianato ha avviato per i soci un servizio di assistenza nel rapporto banca-impresa, per accrescere la loro cultura finanziaria e ottenere un auspicabile risparmio di costi, oltre che fornire utili consigli sulle diverse forme tecniche di finanziamento, garanzie e investimenti. Il servizio dell’Area Gestione d’Impresa, in sintesi, prevede: analisi dei rapporti di conto corrente, monitoraggio trimestrale delle condizioni applicate, valutazioni su finanziamenti/ leasing e forme di affidamento piùidonee per l’operatività dell’impresa. Una newsletter, poi, fornisce indicazioni di comportamento e di attenzione su alcuni argomenti relativi ai rapporti con gli istituti di credito. Il servizio è utile

a imprese di qualsiasi dimensione o struttura. “Tutti hanno relazioni con gli istituti finanziari, ma non tutti hanno le competenze o il tempo necessari per affrontare un dialogo consapevole con la banca: è utile quindi l’aiuto di un intermediario di fiducia, che sappia utilizzare lo stesso linguaggio di chi sta dall’altra parte dello sportello”, aggiunge Venzo. Le imprese interessate possono richiedere maggiori informazioni anche nella sede del Mandamento di Bassano, oltre che nelle altre sedi di Confartigianato. Nel frattempo l’Associazione e UniCredit hanno sottoscritto un accordo contro il “caro bollette” con l’obiettivo di dare alle imprese un sostegno per far fronte a esigenze di liquidità derivanti dagli aumenti dei prezzi dell’energia. Confartigianato ha inoltre sottoscritto accordi con alcuni istituti di credito (a oggi: Volksbank, Crédit Agricole, Banca del Veneto Centrale con Banche Venete Riunite, e Gruppo Banca Sella), grazie ai quali i soci potranno così contare su condizioni di favore per l’accesso a diversi servizi bancari.



La manifestazione, che si è svolta lo scorso 28 maggio, ha riproposto un’antica tradizione devozionale

TRADIZIONI

Le genti del Pedemonte in pellegrinaggio alla Madonna del Covolo

di Giovanni Marcadella

L’uomo non può pensare alla propria vita se non come a un pellegrinaggio. Homo viator. Pellegrino dell’Assoluto. Giovanni Paolo II

Coinvolte le parrocchie del Vicariato di Crespano e quelle dei territori limitrofi. Tre i percorsi proposti dagli organizzatori per raggiungere il santuario, lungo suggestive arterie periferiche e tracciati sterrati. Un cammino rigenerante, nel segno di storia, natura, cultura e fede.

I pellegrini al santuario della Madonna del Covolo lo scorso 28 maggio. Posto a seicento metri di quota, sul versante meridionale del Grappa proprio sopra Crespano, l’attuale edificio venne progettato e realizzato dal possagnese Antonio Canova fra il 1804 e il 1809.

Qui sotto Una “Veduta generale del Santuario” del Covolo in una cartolina degli anni Cinquanta.

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Si racconta che verso la metà del XII secolo la Madonna sia apparsa a una pastorella sordomuta di Crespano, che durante un brutto temporale s’era rifugiata con le sue pecore in un covolo, ossia una grotta naturale. Nonostante il suo stato, ella udì la voce della Vergine Maria, che le chiese di andare in paese per dire a tutti che in quel posto desiderava una cappella dedicata alla sua devozione. In quel medesimo istante la povera fanciulla riacquistò la voce e l’udito e corse in paese a raccontare a tutti quanto le era successo. La gente di Crespano restò impressionata e costruì immediatamente la cappella, come la Madonna aveva chiesto. Piccola, scavata nella roccia, ma segno di grande devozione. E Maria dispensò grazie e benedizioni. Nei secoli, la cappella fu rima-

neggiata e ampliata, così nel 1541 e anche nel 1605. L’attuale costruzione, che ha l’aspetto elegante e solenne del tempio, è frutto della devozione mariana di Antonio Canova, il grande scultore e architetto di Possagno, che la realizzò tra il 1804 e il 1809, badando però di preservare sul fronte nord l’antica chiesetta incastonata nella roccia. Costruì l’importante rotonda con l’atrio classico sostenuto da colonne, come fece più tardi per il grandioso Tempio di Possagno. Nella valle, che è detta della Madonna, si trova la sorgente dei Tre Busi. La tradizione racconta che fu Maria stessa a far sgorgare l’acqua dalla roccia, toccandola con tre dita e ciò per sostenere il popolo impegnato nella costruzione della cappella. Fatti ed eventi testimoniano la fede

della popolazione di Crespano e di tutta la Pedemontana. Nel 1844, per consentire l’afflusso dei devoti al santuario, fu costruita l’attuale strada di tre chilometri, che dal centro del paese porta fino alla Madonna, grazie all’impegno di tanti volontari che provenivano dai paesi ai piedi del Grappa. Solo un anno più tardi un enorme masso si staccò dal monte e rovinò sulla chiesa, sventrandone la sacrestia e il presbiterio. La stessa statua della Madonnina fu portata via dalle acque, ma venne ritrovata intatta a valle e fu riportata lassù, nel suo sito di devozione. Un secolo dopo, nel 1937, si costruì il campanile con centinaia di pietre scalpellate e squadrate giù nel paese. Ci volle una fila di persone per trasferirle a passamano fino alla base del campanile, una


TRADIZIONI

fila lunga chilometri, tanto quanto è lunga la strada che porta al santuario. E la Madonna benedisse i suoi volonterosi devoti. Nel 1943, poi, pur trovandosi in stato di guerra (anzi, forse proprio per questo), quindici parrocchie dei Vicariati di Crespano e di Asolo eressero lungo la via che porta al Covolo i quindici capitelli dei misteri del Rosario. Maria non mancò al suo impegno: nonostante le tribolazioni e le angustie della guerra, riusciva a dare a tutti un cuore nuovo.

Si è sempre osservato che le parrocchie del Pedemonte del Grappa sono molto devote alla Madonnina del Covolo, anche quelle che stanno più a sud della fascia collinare, laddove comincia la pianura. Lo attestano molti fatti ed eventi, lo rivelano i numerosi pellegrinaggi che le parrocchie compiono periodicamente al santuario. Si dice pure, però, che ogni parrocchia va per sé, quasi gelosa della propria devozione. Non c’è in effetti nella storia recente del Covolo un pellegrinaggio che tutti coinvolga, un grande evento, nemmeno nelle più celebrate ricorrenze mariane. Manca forse l’idea di una data precisa e non è proponibile neppure quella dell’apparizione. Eppure nella storia meno recente, quella che anticipa l’evento della Grande Guerra, un pellegrinaggio delle genti del Pedemonte verso la loro Madonnina c’era ed era partecipato e vissuto. Sarà un’idea “bislacca”, un progetto presuntuoso, quello che ha animato il Vicariato di Crespano nell’appena trascorso fine-maggio? Cos’è avvenuto? Che si è pensato di riproporre dopo decenni di silenzio un’antica tradizione devozionale: le genti del Pedemonte in pellegrinaggio alla Madonna del Covolo. Un evento che c’è stato per davvero, sabato 28 maggio, e che

A fianco La mappa con, segnati, i diversi percorsi seguiti dai pellegrini per raggiungere il santuario della Madonna del Covolo. I vari gruppi sono partiti dal sacello di Santa Felicita a Romano d’Ezzelino, dalle chiese di Borso del Grappa o di Sant’Eulalia oppure - ancora dal duomo di Crespano.

ha coinvolto tutte le parrocchie del Vicariato di Crespano (Romano, San Giacomo, Fellette, Sacro Cuore, Semonzo, Sant’Eulalia, Borso, Crespano, Liedolo), assieme ad altre parrocchie vicine, come Mussolente, Casoni, San Zenone, Onè di Fonte, Fonte. Su tre percorsi, che hanno messo insieme, come valori in un crogiolo, elementi di natura, di paesaggio, di storia e di cultura, di devozione e di fede, i pellegrini si sono mossi di buon mattino, chi dal sacello di Valle Santa Felicita di Romano, chi dalla chiesa di Borso o da quella di Sant’Eulalia e chi, ancora, dal duomo di Crespano, lungo strade periferiche e tracciati sterrati, in contesti di natura e di paesaggio che hanno nutrito la pace dell’anima. Al santuario si sono trovate alfine duecento persone, nonostante il tempo incerto della mattinata e le previsioni meteorologiche, che davano temporali su tutta la scena. E lì, sul sagrato del tempio, la

Sotto, dall’alto verso il basso In cammino verso la meta, lungo la salita di tre chilometri che dal centro di Crespano porta al santuario. La messa è stata accompagnata da esecuzioni del coro Incanto e della corale di Fellette.

santa Messa è stata concelebrata da tutti i preti delle parrocchie partecipi e accompagnata dalle belle esecuzioni del coro Incanto e della corale di Fellette.

È stata una prima esperienza dopo decenni di silenzio - dicono gli organizzatori - forse ci aspettavamo più partecipazione, ma va bene lo stesso. Ognuno ha portato a casa una bella impressione e tanta, tanta serenità. Il cuore ha cantato, insieme alle lodi per Maria, anche l’armonica leggerezza dell’anima. Ed il prossimo anno ci saremo ancora: così dicono tutti, chi da patrocinatore, chi nell’organizzazione, chi da pellegrino o da alpino, che non si tira mai indietro. Andremo oltre i limiti di quest’anno. Coinvolgeremo tutte le parrocchie dell’Asolano e quelle della prima pianura e... allora sarà per davvero un grande pellegrinaggio, tutte le genti del Pedemonte alla Madonna del Covolo.

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Scomparso qualche mese fa, è stato per tredici anni Presidente del nostro Tribunale. Bassanese adottivo, in molti lo ricordano per le particolari doti umane e professionali

OMAGGIO

di Antonio Minchio

ANTONIO MATURO Un magistrato quasi ingegnere

La libertà scissa dalla giustizia è una mezza libertà, perciò difendere la propria libertà e basta costituisce un’offesa per la Giustizia. Oriana Fallaci

Destinato alla carriera militare, imboccò in seguito la strada della magistratura affiancando alla concretezza acquisita in Accademia un autentico spirito di servizio a favore della comunità.

Una vignetta dal Giornale del 125° Corso Allievi Ufficiali della Regia Accademia Artiglieria Genio di Torino. Con l’armistizio dell’8 Settembre ’43 il corso fu interrotto. Molti allievi di questa “strana covata” scelsero strade diverse dalla carriera militare. Fra loro, Antonio Maturo.

Antonio Maturo, Grande Ufficiale della Repubblica Italiana in una fotografia di qualche tempo fa. Vicentino doc, dopo aver militato nella Resistenza, nel 1949 si è laureato a Padova in giurisprudenza. Magistrato di Tribunale, poi d’Appello e successivamente di Corte di Cassazione, nel 1979 è stato nominato Presidente del Tribunale Civile e Penale di Bassano. Numerosi e prestigiosi gli incarichi svolti, che gli hanno valso il Diploma per i Benemeriti della Pubblica Finanza, conferito dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Nel 1992 la Città di Bassano gli ha conferito una Targa di Benemerenza. In alto, nel testo Antonio Maturo, allievo ufficiale alla Regia Accademia Artiglieria Genio di Torino nel 1942.

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Qualche mese fa ci ha lasciato il dott. Antonio Maturo, già Presidente del nostro Tribunale. Una vita lunga novantanove anni, la sua, dei quali quaranta trascorsi a Bassano. Ultimo di quattro figli, nacque a Vicenza nel 1922 da Lucio, ufficiale postale, e da Matilde Caldonazzo, proveniente da una famiglia di avvocati. Pur avendo in seguito fatto - per così dire - il periplo delle Venezie per i diversi incarichi professionali del padre (a Verona come a Pordenone e a Trieste), Antonio Maturo rimase sempre legato alla città natale. Allo scoppio della guerra venne accettato alla Regia Accademia di Artiglieria e Genio di Torino, la più antica d’Europa. La carriera militare, con tanto di studi di matematica, trigonometria e ingegneria (e qualche nozione di diritto), tra cannoni da puntare e ponti da progettare, pareva dunque scontata. Invece no. Perché, a un passo dalla nomina a ufficiale, il tragico avvento dell’8 Settembre ’43 cambiò anche il suo destino. In assenza di ordini il corso fu interrotto e gli allievi lasciati alla loro sorte. Allora, che fare?

Il primo obiettivo fu quello di rientrare a Vicenza dove, dopo diversi giorni di viaggio, il giovane Antonio giunse proprio nel corso di una retata dei tedeschi. Fortunatamente un funzionario delle poste, buon conoscente del padre, lo riconobbe e lo mise a timbrare la corrispondenza, spacciandolo per un suo collaboratore. Entrato poi nell’Organizzazione Todt, in parallelo all’attività ufficiale operò clandestinamente preparando documenti e e lasciapassare “falsificati” a favore di chi ne aveva bisogno. Al termine del conflitto, su consiglio del fratello Pio, dapprima magistrato e poi avvocato, seguì gli studi in giurisprudenza, che concluse rapidamente. Per qualche tempo i fratelli Maturo lavorarono assieme, nello studio legale che avevano aperto a Padova presso il Tribunale. Poi, superato il concorso in magistratura, Antonio venne destinato alla Procura di Vicenza. A quell’epoca il cursus honorum dei magistrati prevedeva che a inizio carriera si dovessero ricoprire vari ruoli in diverse località. Antonio Maturo fu mandato ad Arzignano dove, vuoi per lo spirito indipendente, vuoi per il carattere pratico e razionale, poté organizzare gli uffici cercando di ottimizzare e ridurre i tempi morti e le attese. Caratteristica, questa, che lo ha sempre contraddistinto, unitamente all’abitudine di tenere l’ufficio sempre aperto a chi ne avesse avuto bisogno... E se, per qualche particolare evenienza, l’ufficio fosse invece stato chiuso? I suoi familiari ricordano ancora i pomeriggi del sabato, quando apriva la casa alle visite di chi cercava un consiglio

pratico e veloce; non serviva alcuna raccomandazione, bastava semplicemente chiedere. Uno spirito “libero”, insomma, che al ritorno in un grande Tribunale, con il rischio di venire coinvolto in macchinose lentezze, preferì rimanere in Pretura. Così i due anni previsti dall’iter carrieristico diventarono ventidue. Fino a quando, nel ’79, si prospettò la possibilità di approdare a un Tribunale, ma nella veste di presidente... E così Antonio Maturo giunse a Bassano, città che ha sempre apprezzato anche perché qui, proprio davanti al monumento del Generale Giardino, aveva conosciuto la sua Mimma... A Bassano, peraltro, si sentì subito a casa, generosamente accolto e “adottato” fino a pochi mesi fa. Qui poté ritrovare vecchi amici, facendone inoltre tanti di nuovi durante i tredici anni del suo mandato. Grazie all’estro “ingegneristico” ebbe anche modo di snellire e rendere efficiente la macchina del Tribunale, pur con i limiti dettati da regole e procedure. Ma sempre con un obiettivo chiaro in testa e cioè quello di porre il cittadino al centro della sua azione.



“Eccomi dunque in piena eccelsa confidenza con la mia presenza, angelo impuro ch’amo”

IL CENACOLO

SOLO PER POETI E AMANTI

di Chiara Ferronato

In collaborazione con Il Cenacolo Associazione Scrittori Bassanesi

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) Sua madre fu una Medea che non lo uccise. Lui un Edipo che non si accecò. L’altra, la Medea del suo film, Maria Callas, egli non potè amarla. Ma con audacia singolare (non solamente per il suo tempo) Pier Paolo Pasolini acconsentì alla sua poesia di parlare di lui, del suo cuore, in dialetto friulano o nel perfetto italiano cui lo riconduceva la ricchezza della sua cultura, la profondità della sua ricerca intellettuale, il naturale linguaggio di chi nasce poeta (scriveva poesie a sette anni) e sa che la poesia lo travolgerà, perchè è la sua verità e la sua morte. E questa audacia - protagonista poi di ogni suo “intervento” nella società dello sbeffeggiato consumismo e dell’angoscioso moralismo, ci sembra, adesso che di passioni ne ve-

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 - Ostia, 2 novembre 1975).

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

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diamo poche, di interessi e di febbrili entusiasmi meno - ci fa credere che quella di Pier Paolo Pasolini sia stata sì una vita tragica, ma anche felice. (Ce lo dice Dacia Maraini, nel suo ultimo libro, terribile e bello: ”Caro Pier Paolo”). Cercava, nei ragazzi di vita (1955), nei Vangeli e nel Decameron (1964, 1971), nel fiore delle mille e una notte (1974) e nelle giornate di Sodoma (1975), nelle borgate di Roma (1962) e nei tratturi africani (Appunti per un’Orestiade africana, 1970), le risposte, incomprensibili quasi sempre, di un suo dio spettatore, che gli dicesse ciò che gli era stato proibito, ciò che gli era stato concesso. Con l’ultima, vacillante verità: che la poesia, come l’amore, non ha sesso. Chiara Ferronato

Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile... 25 aprile 1962

Al fratello

Tu vèvis rasòn, fradi, in chè sere -‘i ricuàrdi quànt che tu ti às dit: «Ta la tò man l’è il segn d’amôr e da la muàrt». Ridèvis tu, cossì, ma jo soi stât sicgûr. Cumò làssa che sùni la ghitàre e l’accompàgni il di.

Tu avevi ragione, fratello, in questa sera (io ricordo) quanto tu hai detto: «Nella tua mano c’è il segno d’amore e della morte». Ridevi, tu, così, ma io sono stato sicuro. Ora lascia che suoni la chitarra e l’accompagni il giorno.

È il fratello Guido, che il 7 febbraio del 1945, venne ucciso, con altri sedici partigiani della Brigata Osoppo, da partigiani comunisti unitisi a Tito. Aveva diciannove anni.


Il pianto della scavatrice

Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L’anima non cresce più. Ecco nel calore incantato della notte che piena quaggiù tra le curve del fiume e le sopite visioni della città sparsa di luci, echeggia ancora di mille vite, disamore, mistero, e miseria dei sensi, mi rendono nemiche le forme del mondo, che fino a ieri erano la mia ragione d’esistere. Annoiato, stanco, rincaso, per neri piazzali di mercati, tristi strade intorno al porto fluviale, tra le baracche e i magazzini misti agli ultimi prati. Lì mortale è il silenzio: ma giù, a viale Marconi, alla stazione di Trastevere, appare ancora dolce la sera. Ai loro rioni, alle loro borgate, tornano su motori leggeri - in tuta o coi calzoni di lavoro, ma spinti da un festivo ardore i giovani, coi compagni sui sellini, ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori chiacchierano in piedi con voci alte nella notte, qua e là, ai tavolini dei locali ancora lucenti e semivuoti. Stupenda e misera città, che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini, le piccole cose in cui la grandezza della vita in pace si scopre, come andare duri e pronti nella ressa delle strade, rivolgersi a un altro uomo senza tremare, non vergognarsi di guardare il denaro contato

IL CENACOLO

con pigre dita dal fattorino che suda contro le facciate in corsa in un colore eterno d’estate; a difendermi, a offendere, ad avere il mondo davanti agli occhi e non soltanto in cuore, a capire che pochi conoscono le passioni in cui io sono vissuto: che non mi sono fraterni, eppure sono fratelli proprio nell’avere passioni di uomini che allegri, inconsci, interi vivono di esperienze ignote a me. Stupenda e misera città che mi hai fatto fare esperienza di quella vita ignota: fino a farmi scoprire ciò che, in ognuno, era il mondo. Una luna morente nel silenzio, che di lei vive, sbianca tra violenti ardori, che miseramente sulla terra muta di vita, coi bei viali, le vecchie viuzze, senza dar luce abbagliano e, in tutto il mondo, le riflette lassù, un po’ di calda nuvolaglia. È la notte più bella dell’estate. Trastevere, in un odore di paglia di vecchie stalle, di svuotate osterie, non dorme ancora. Gli angoli bui, le pareti placide risuonano d’incantati rumori. Uomini e ragazzi se ne tornano a casa - sotto festoni di luci ormai sole verso i loro vicoli, che intasano buio e immondizia, con quel passo blando da cui più l’anima era invasa quando veramente amavo, quando veramente volevo capire. E, come allora, scompaiono cantando.

Sopra, dall’alto verso il basso La locandina del film Accattone (1961), scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini. L’opera, girata nei luoghi simbolici della periferia romana, ha segnato il suo esordio nella regia. Lo scrittore con Maria Callas, sul set di Medea (1969). Qui sotto La copertina di Carne e cielo, selezione di poesie di Pier Paolo Pasolini (raccolta Chiara Ferronato).

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Sinonimo di bellezza e mondanità, l’isola ha ispirato creazioni di grande successo internazionale

ESERCI DI STILE

“EFFETTO CAPRI”, FRA SANDALI E PANTALONI

di Federica Augusta Rossi

L’unica vera eleganza è nella mente; tutto il resto deriva da questo.

Diana Vreeland

Dai calzari dell’imperatore Tiberio, reinterpretati secondo un’antica tradizione locale, ai fantasiosi Capri pants: in spiaggia come in occasione di serate eleganti, in estate come in inverno, capi che conservano il fascino di un tempo rinnovandosi con i giusti accessori.

Voglia di estate, di sole, di mare. E il pensiero corre veloce e leggero verso i luoghi simbolo dell’estate italiana. Capri, ad esempio, con i suoi fondali dai colori turchini, le grotte in cui l’incanto è di casa, gli alberghi esclusivi e quella moda, esportata ben oltre il Golfo di Napoli, che tutto il mondo ci invidia. A partire dai sandali. Rigorosamente fatti a mano, secondo tradizioni tramandate di generazione in generazione. A risalire la storia in cerca delle origini si fa un bel balzo indietro, fino all’antichità, quando a calzarli era l’imperatore Tiberio. Da allora, i tratti essenziali della calzatura sono rimasti invariati: continua ad avere una suola rigida e stringhe sottili che si allacciano alla caviglia, lasciando il piede scoperto. Quello che è mutato, invece, è il ruolo che riveste nello stile di chi la indossa. Non più solo pratica e leggera protezione per il piede, ma vero e proprio accessorio glamour. Merito, come spesso accade, del vip che ne ha “nobilitato” l’utilizzo. La colpevole, si fa per dire, sembra essere stata Diana Vreeland, direttrice di Vogue America e quindi imperatrice della moda. Sbarcata a Capri negli anni Quaranta, scoprì che gli artigiani dell’isola producevano gli stessi calzari che in quei giorni aveva visto riprodotti nei mosaici di Pompei. Fu amore a prima vista e fu subito moda. Da lì a diventare accessorio immancabile per le star di Hollywood il passo fu breve. Impossibile non imitare le esponenti del jet-set mondiale che animavano le estati capresi. Una su tutte, Jackie Kennedy, universalmente riconosciuta come esempio di stile e di eleganza. In vacanza sull’isola, era solita indossare i sandali

abbinandoli ad ampie e lunghe gonne con lo spacco o a pantaloni che finivano appena sopra la caviglia. Da allora gli artigiani si sono sbizzarriti. Sul caratteristico plantare costituito da strati di cuoio cuciti tra di loro vengono fissate listarelle in pelle con ornamenti tra i più svariati. Dalle piume variopinte, ai coralli e alle pietre preziose, l’antica calzatura è oggi un gioiello ai piedi delle donne che apprezzano la comodità ma non rinunciano all’eleganza.

A proposito di eleganza, c’è un altro must have che ha legato il proprio destino all’isola: i Capri pants. Pantaloni con lunghezza a tre quarti e un piccolo spacco laterale sul fondo. Ideati nel 1948 da Sonja de Leenart, designer e stilista che a dispetto delle proprie origini prussiane ha saputo lanciare attraverso la moda femminile del Dopoguerra i primi segnali di emancipazione, da allora hanno stregato le donne più belle. A partire, ancora una volta,

dalla vedova Kennedy, passando per Brigitte Bardot, Doris Day e Marilyn Monroe. È però grazie a Audrey Hepburn se questi pantaloni dalla linea sexy hanno fatto impazzire le star mondiali. Impossibile restare indifferenti di fronte alla raffinatezza esibita dall’attrice americana in Vacanze romane e in Sabrina. Merito delle Sorelle Fontana e di Hubert de Givenchy che portarono sul grande schermo la collezione della de Leenart. Ispirando, di fatto, anche chi a Capri non ha messo mai piede. A distanza di oltre settant’anni i Capri pants si confermano un pantalone dalla grande versatilità. Dalla spiaggia alle serate più eleganti, dall’estate all’inverno hanno conservato tutto il fascino di un tempo, rinnovandosi anno dopo anno con i giusti accessori. Un blazer, un sandalo gioiello, un cappello, un foulard, una camicia maschile o una clutch d’artista: basta un dettaglio per sentirsi belle come, se non addirittura di più, delle icone del secolo scorso.

Sotto L’imperdibile panorama di Capri dal Monte Solaro (589 metri s.l.m.).

Qui sopra Audrey Hepburn, vera icona di stile ed eleganza, amava indossare spesso i Capri pants: un capo d’abbigliamento molto caro anche a Jackie Kennedy e Marilyn Monroe (sotto).

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Da sempre le coste che affacciano sul Tirreno, come sullo Ionio, sono vocate alla viticoltura. Oggi, però, con risultati di tutto rilievo

LE TERRE DEL VINO

I vini della Calabria (2 parte)

di Alberto Calsamiglia

a

L’acqua faci mali e lu vinu faci cantari (l’acqua fa male alla salute e il vino rende allegri.

In questa regione il vino è stato per lungo tempo considerato un vizio delle classi popolari e più povere. Entrava infatti nella dieta dei contadini, che lo producevano con metodi antichi.

Proverbio calabrese

La tenuta Pittaffo della Cantina Librandi, nella zona settentrionale della Doc Cirò (presso Crucoli): una piccola e suggestiva vallata affacciata sul mare, che ne influenza positivamente la produzione.

> Segue dal numero precedente

Ecco poi il Cirò Rosato Doc, prodotto tagliando le uve di Gaglioppo (al 90%) con quelle di Trebbiano toscano e/o di Greco bianco. Ha un colore rosato lucente, con odore gradevole e caratteristico, secco, armonico, di buon corpo al palato e con una gradazione attorno ai 13 gradi. Dopo sette-otto mesi di botte viene imbottigliato; trascorso almeno un anno e mezzo, è pronto per il consumo. Ideale l’abbinamento con i salumi tipici della regione quali il capocollo, la pancetta e la soppressata di Calabria Dop, o con antipasti caldi e minestroni. Infine anche il Cirò Bianco Doc fa il suo figurone. È prodotto mediante il taglio di uve di vitigni Greco bianco (all’85/90%) e Trebbiano toscano (10/15%). Ha un colore giallo paglierino e un profumo di frutta matura. Il suo sapore è asciutto, di discreto

A fianco Una bottiglia di Balbium Calabria Terre di Balbia (2009), rosso corposo ottenuto dall’assemblaggio di Gaglioppo e Magliocco. Va gustato con paste saporite al ragù di carne, carni alla brace, tagliate con rosmarino, arrosti speziati. Info: Enogastronomia Baggio, Bassano.

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corpo e piacevolmente acidulo. La gradazione è intorno ai 12 gradi e, come per la maggior parte dei vini bianchi, non è longevo. Trascorsi cinque mesi di botte, va imbottigliato e consumato dopo un anno. Si serve fresco, con piatti di pesce oppure con carni bianche. Cantina di riferimento del territorio è certamente la Librandi: sei tenute, 232 ettari di vigneto, 2,5 milioni di bottiglie prodotte, delle quali il 40% esportato nel mondo. Qui tutte le tipologie di Cirò vengono appassionatamente prodotte assieme ad altre eccellenze, come il Melissa Doc. L’amore per la terra, la storia e la tradizione hanno portato la famiglia Librandi a dar vita a un’illuminata azienda produttrice, che ha saputo recuperare vitigni autoctoni diffondendo e valorizzando il vino calabrese. Davvero lunga è la serie di riconoscimenti e premi ottenuti, fra i quali i tre bicchieri

Vini d’Italia 2022 Gambero Rosso grazie allo strepitoso Cirò Rosso classico superiore riserva Doc Duca San Felice. Altra cantina di riferimento è la Statti di Lamezia Terme, sulla riva tirrenica, opposta al territorio del Cirò. In un clima meno caldo e più umido, il Gaglioppo viene coltivato su spalliere, in modo tale che i grappoli siano meglio esposti al sole. Di pregio è il Lamezia Riserva Doc, Gaglioppo 100% con diciotto mesi di botte e altri dodici di bottiglia, colore scuro impenetrabile e gusto secco e corposo. Oltre al Cirò troviamo altri undici vini che possono vantare la Doc, distribuiti soprattutto nelle zone dello Ionio meridionale e del Cosentino. Nella Riviera dei Gelsomini, chiamata così per la presenza della pianta dal meraviglioso profumo, alla quale si affiancano coltivazioni di bergamotto e di eucalipto, eccelle il Bivongi Doc (che prende il nome dall’omonimo comune). È un vino leggero (12 gradi), molto apprezzato, tratto da vitigni di Gaglioppo, Greco nero, Nero d’Avola e dall’autoctono Castiglione. Troviamo anche il raro Greco di Bianco Doc, prodotto esclusivamente nel comune di Bianco. È un vino passito ricavato da uve che, prima di essere spremute, vengono fatte appassire al sole su graticci di canne, su essiccatoi o su rocce roventi, dove poi si asciugano, riducendosi a un terzo del loro peso. Il vino ottenuto ha un colore giallo ambrato, il profumo di albicocca, miele e arancia e un


sapore dolce e morbido. La sua gradazione alcolica minima, di 14 gradi, e la grande capacità di invecchiamento ne fanno un bicchiere da meditazione, perfetto con dolci a base di mandorle e con pasticceria secca. La zona offre anche un Calabria Igp, interessante come il Terra di Gerace Calabria Rosso delle tenute Barone Macrì, un Greco nero mescolato con il Nerello Mescalese, dal bel colore rosso rubino con un intenso profumo di ciliegia e di petali di rosa, in bocca fresco ed elegante, delizioso con i formaggi. C’è anche chi, come nel caso della cantina Nesci, produce spumanti: il Maga di uve 100% Nocera rosato Igp Palizzi, fruttato, corposo con un lieve gusto di albicocca, ottimo come aperitivo. Dopo una rapida occhiata al litorale, con ampie spiagge di sabbia che si alternano a scogliere rocciose (luoghi prescelti dalle tartarughe marine Carretta carretta per la nidificazione), ci spostiamo sul Tirreno nel Cosentino. Qui, tra l’Altopiano della Sila e il Massiccio del Pollino (protetti dai relativi Parchi nazionali), tra la piana di Sibari e altri paesaggi di grande bellezza, troviamo un territorio che ultimamente regala vini di ottima qualità. Fra questi si ricordano i Doc Pollino, Donnici, San Vito di Luzzi, Colline dei Crati, Esaro e Condoleo, molti dei quali con menzione di Riserva, Passito, Vendemmia tardiva e Novello. In questo contesto, tuttavia, il vino di elezione è il Magliocco, spesso a torto confuso con il Gaglioppo. Il Magliocco è noto sin dall’Ottocento. Si tratta di un vitigno che dà uve cariche di colore e che matura a metà ottobre. Ne esistono due varietà: il Magliocco Canino, che dà vini secchi, e il Magliocco Dolce, prodotto in provincia di Cosenza, di grandi potenzialità e di lunga vita (compresa la versione rosè). Molto gradevole il Doc Terre

di Cosenza, Colline dei Crati Magliocco riserva vigna Sauco 2016, della cantina Serracavallo, premiato dalla Guida vini buoni d’Italia 2022 perchè è in realtà un Magliocco dolce preappassito sulla pianta. Conservato per trenta mesi in barrique di rovere e poi per almeno dodici in bottiglia (dove può durare oltre dieci anni), ha un colore rosso scuro, un profumo di frutti di bosco e di liquirizia; denso in bocca, lascia un intenso gusto di frutta matura. Meraviglioso l’abbinamento con la cioccolata. Altro valido Magliocco rosso, secco e fermo, è quello della cantina Campoverde, il Pollino Magliocco Campoverde, inserito nella Guida vini quattro calici con questa descrizione: “Caratterizzato dal giusto tenore zuccherino e alcolico e da buona acidità fissa, la quale contribuisce ad esaltarne i profumi e a mantenerli nel tempo”.

Abbiamo visto che è impensabile immaginare che in tutti questi secoli si sia bevuto lo stesso Cirò. Una volta lo si gustava principalmente nelle feste. Sembra che uno studio governativo di fine ’800 abbia elencato più di duemila cantine nella regione e che abbia lamentato il consumo di vino, abbinandolo a un antichissimo gioco conosciuto come patruni e sutta (padrone e sottopadrone), frequente nelle taverne. Si trattava di una specie di scopa a squadre. Giocata la partita a carte, i perdenti pagavano abbondanti consumazioni di vino: il padrone (scelto in base alle migliori carte avute nella partita) e il sottopadrone decidevano chi dovesse bere e quanto. Il risultato non poteva che essere una bella compagnia, certamente brilla se non proprio ubriaca, dove si creavano forti tensioni tra i giocatori, che l’alcol ingigantiva a dismisura. In una nota della Gran Corte della Vicaria del 26 giugno 1756 si ammoniva: “Il gioco di padrone

e sottopadrone è dell’istessa maniera, ma queste due sono le persone che dispongono del chi deve bere. Onde coloro che in tal gioco, anche vincendo, son privati per altrui strano capriccio del bere, resi corrivi, danno in escandescenze tale che privati del vero lume della ragione promuovono delle risse per cui sortiscono ferite, e anche omicidi; anzi, col tenersi dette bettole e casini aperti quasi che le notti intere, maggiormente nella continuazione delle crapule si fomentano le occasioni a’ disordini, all’offesa del Sommo Iddio, e a tutte le altre discolezze che possano immaginarsi, specialmente allorché sienvi donne che in tali luoghi per lo più si conducono o vi fan dimora”. Visti i disordini causati il gioco venne proibito (anche se ci risulta sia ancora praticato...).

Sopra Quando è vinificato in purezza il vitigno del Magliocco (sovrano soprattutto nel Cosentino) genera un vino elegante, morbido e con un’ottima capacità d’invecchiamento. Per gustarlo al meglio, occorre servirlo a temperatura ambiente e farlo riposare circa mezz’ora in decanter prima della mescita.

In Calabria il vino è stato per lungo tempo considerato un vizio delle classi popolari e più povere. Entrava nella dieta dei contadini, che lo producevano con metodi antichi. Per fortuna la viticultura calabrese sta cambiando in meglio, anche se con grave ritardo rispetto ad altre regioni del Paese, e cerca di recuperare il divario rivalutando le uve tipiche del territorio e modernizzando l’intero processo di produzione.

Diffuso nel Mezzogiorno, Patruni e Sutta è un gioco di carte (solitamente si usano quelle napoletane), al quale possono partecipare, a squadre, dalle quattro alle otto persone. Lo scopo principale, oltre al divertimento, è quello di bere il più possibile senza pagare. Ovviamente sempre a spese dei perdenti.

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È oggi più che mai indispensabile adeguare le tradizionali figure professionali al cambiamento in atto

TEMPI MODERNI

Della serie “I nuovi lavori” IL VENDITORE DIGITALE

di Andrea Minchio

Il più importante segreto nell’arte del vendere è quello di scoprire ciò che il cliente vuole e aiutarlo poi a ottenerlo.

Per competere ad armi pari con una concorrenza internazionale sempre più agguerrita, le nostre imprese devono aggiornarsi e supportare con strumenti efficaci la forza commerciale.

Frank Bettger

Stefano Falcone, al lavoro con un iPad, in un’immagine scherzosa che ne sottolinea il forte coinvolgimento emotivo nell’attività di esperto e specialista in Digital Business.

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Si dice spesso che il mondo sta cambiando. L’utilizzo di nuove tecnologie è sempre più pervasivo, e non solo in ambito professionale: tutti i settori subiscono infatti una profonda trasformazione dettata dal digitale. Così le aziende, per mantenersi competitive sul mercato globale, devono necessariamente adeguare la componente del marketing. In molte realtà imprenditoriali, soprattutto nell’area commerciale, risultano dunque indispensabili un cambio di paradigma e un adeguamento infrastrutturale: opzione che in parecchie aziende non è stata ancora completamente portata a termine. Per raggiungere i mercati esteri, in particolar modo, si tende a utilizzare sempre più strumenti e mezzi digitali; e ciò perché gli stessi clienti li adoperano per ottenere maggiori informazioni,

ovviamente funzionali allo sviluppo del proprio business.

Dunque, esigenze sempre maggiori per poter competere a livello internazionale. Esistono però figure professionali in grado di rispondere alle sollecitazioni del mercato? In effetti cominciano a farsi spazio diversi operatori all’altezza della situazione. Penso, per esempio, al Digital sales manager e al Digital export manager (Dem). Si tratta di veri professionisti che da remoto, quindi dal loro ufficio, ricercano ed entrano in contatto con i clienti già presenti nel portafoglio aziendale ma, soprattutto, con quelli potenziali. Utilizzano l’e-commerce? No, non operano attraverso l’e-commerce che - com’è notoè un altro canale di vendita, più

vicino all’esperienza e all’uso del consumatore finale. In questo caso il Digital export manager (espressione che potremmo anche tradurre in italiano con Venditore digitale per l’estero) s’interfaccia con clienti cosiddetti business. Quale tipo di formazione deve avere un Digital export manager? Il Dem dovrebbe disporre di competenze trasversali: oltre alle abilità commerciali, che diamo per scontate, è indispensabile la conoscenza delle lingue di più Paesi (ma anche dei loro usi e costumi) e soprattutto avere dimestichezza con gli strumenti digitali e informatici. La scuola fornisce un’adeguata preparazione in questo senso? Trattandosi di figure nuove, con competenze multidisciplinari,


Esistono infatti social media, come per esempio Linkedin (di proprietà della Microsoft), impiegati principalmente nello sviluppo di contatti professionali: essere presenti e saperne fare un utilizzo appropriato consente di raggiungere obiettivi importanti con prassi differenti e spesso più veloci e ampie rispetto a un sistema tradizionale.

I costi? Sono decisamente inferiori rispetto a quelli che si sosterrebbero per pagare trasferte all’estero o per partecipare a fiere in vari Paesi. Peraltro, a proposito delle fiere, non è detto che un potenziale cliente si fermi allo stand di una determinata azienda o si dimostri interessato ai suoi prodotti. La strategia digitale permette invece una seria programmazione.

attualmente sono poche le scuole in grado di offrire un simile background. Per acquisire le giuste conoscenze è necessario frequentare corsi professionali di aggiornamento. Stiamo infatti parlando, lo ribadisco, di ruoli innovativi e destinati a un rapido e progressivo sviluppo, proprio per la loro componente strategica. Oggi, per le aziende impegnate nel confronto con la concorrenza straniera, è cruciale poter fare affidamento su professionisti in grado di interagire con una clientela sempre più smaliziata ed evoluta, soprattutto sul fronte digitale.

Quali sono allora le modalità per competere con successo? È importate disporre di motori di ricerca professionali per mappare il mercato, in altri termini più tecnici. È poi necessaria una chiara individuazione dei potenziali

clienti, dividendoli per segmenti e categorie, in modo molto rigoroso e cercando di capire quanto potrebbero valere. E poi avere ben chiaro il campo in cui si deve operare. Costruire una strategia, in questo caso digitale, è essenziale, perché permette di capire cosa fare nel breve e medio-lungo periodo. Può capitare, soprattutto nel caso dei mercati esteri, che manchi questo approccio strategico: visto che si conoscono poco, si cerca di iniziare in qualche modo, per poi crescere. Ma, alla lunga, ciò non consente una visione completa dello scenario. E il rischio è quello di perdere il focus. E poi? Il resto, quello che viene dopo, non si discosta molto dal tradizionale lavoro di vendita; la differenza è che la conoscenza e la relazione con i clienti si sviluppano quasi del tutto in modalità digitale.

Detta così, la cosa sembra piuttosto semplice, facile... Tutt’altro. Si tratta invece di un lavoro articolato e complesso: non bastano infatti specifiche competenze professionali. È importante dotarsi anche di un sistema infrastrutturale adeguato, che sia in grado di supportare numerosi dati e informazioni, gestito per cliente e per Paese. Ovviamente in modo dinamico e integrabile con l’Intelligenza Artificiale, che può aiutare molto le performance di raggiungimento degli obiettivi prefissati.

La rivoluzione digitale ha portato a un forte sconvolgimento delle tradizionali attività commerciali. Ma questo non è un male, anzi! Se si possiedono le necessarie conoscenze e competenze, oltre a un adeguato sistema infrastrutturale, è possibile connettersi con il mondo e perseguire, con costi decisamente inferiori, obiettivi strategici.

Insomma, un cambiamento che rivoluziona il ruolo del “vecchio venditore”... In effetti è così. Ma è importante che attorno a tale cambiamento dell’area vendite - epocale anche le altre funzioni aziendali siano in grado di adeguarsi e di fornire il giusto supporto. Come sempre, è la squadra che vince!

www.stefanofalcone.info

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Rivivere il nostro Medioevo NELLA TERRA DI EZZELINO

Una manifestazione da non perdere: a San Zenone, dall’1 al 3 luglio

SCENARI

di Antonio Minchio

Fotografie: Gioacchino Sparrone

Organizzato dall’Academia Sodalitas Ecelinorum, l’evento si configura come un appuntamento canonico (biennale) nelle nostre zone, un “classico” perfettamente in linea con le molte e valide iniziative dell’inarrestabile sodalizio. Che non si limita “solamente” a questo... spettacolare Focoleria!”. Ogni anno, alla fine di agosto, si colloca un’altra seguita iniziativa dell’Academia: la rievocazione dell’eccidio della famiglia di Alberico, ambientata sul Colle Castellaro nei pressi dell’antica Torre. L’evento è preceduto da una suggestiva passeggiata nel bosco, a lume di fiaccola, con diversi quadri scenografici dislocati lungo il percorso.

Sopra, da sinistra verso destra I tornei a cavallo e la ricostruzione di battaglie medievali sono fra i “piatti forti” della manifestazione.

Qui sotto Nell’illustrazione sono riportate le principali attività della nutrita “tre giorni” di San Zenone.

INFORMAZIONI Tel. 335 1359044 - 347 0501370 Per il banchetto medievale di venerdì 1 luglio è necessaria la prenotazione.

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Correva l’anno di grazia 1259 quando, prigioniero nel castello di Soncino, a seguito delle ferite riportate in battaglia moriva il terribile Ezzelino III da Romano (rifiutando orgogliosamente i sacramenti e le cure). Meno di un anno dopo, in una orribile strage che coinvolse tutta la famiglia, periva a San Zenone anche suo fratello Alberico. Un salto di oltre sette secoli ci porta al 1999, quando un gruppo di intraprendenti volontari - tutti rigorosamente di San Zenone degli Ezzelini - dà vita all’Academia Sodalitas Ecelinorum. Il loro intento, attraverso l’atto costitutivo ufficiale (2001), è quello di ricordare un importante frammento di storia del territorio mantenendone viva la memoria. Un obiettivo ambizioso, che si sceglie di perseguire attraverso una duplice formula: da un lato rappresentare gli eventi storici mediante rievocazioni in costume, suggestive ed emozionanti ma sempre supportate dal rigore scientifico, dall’altro organizzare conferenze e giornate di studio, destinate agli approfondimenti, al fine di incentivare la ricerca. S’inquadrano perfettamente nel primo filone le Giornate medievali “Nella terra di Ezzelino”, un appuntamento biennale molto atteso da appassionati e non che,

dopo il forzato fermo dovuto alla pandemia, torna alla grande nei prossimi giorni. “La manifestazione - spiega Antonia Martinello, presidente dell’Academia - si svolgerà a San Zenone da venerdì 1 a domenica 3 luglio. Inizieremo la sera del primo giorno, nella cornice di villa Marini Rubelli, con Alla tavola di Alberico, banchetto medievale di gala caratterizzato da un menu del XIII secolo. Ma saranno soprattutto il sabato e la domenica a calamitare l’interesse e la curiosità del pubblico. L’apertura ufficiale è prevista alle ore 18 del 2 luglio nella cosiddetta Piana degli Armeni (a villa Albrizzi Marini), dove sarà collocato l’accampamento, con la colorata presenza di musici, sbandieratori, artigiani, giocolieri, dame e cavalieri. Sarà poi il turno del Torneo cortese (20.30) e, per la prima volta a San Zenone, del Torneo a cavallo con giochi di fuoco (22.00). Per domenica (apertura alle 10.00) sono previsti anche un Mini torneo di Tiro con l’arco storico e di Tiro con l’ascia. Non mancheranno momenti didattici, per esempio sulla vita militare dell’epoca, il mercato medievale e alcune dimostrazioni. E poi tornei a cavallo, scene di battaglia, falconeria... fino alla conclusione (ore 22.00) con una

A fianco dello storico gruppo fondatore opera una cinquantina di soci, impiegati nelle varie attività. Molto nutrita è in particolare l’arceria, costituita da una ventina di elementi e coordinata da un maestro istruttore di tiro con l’arco storico. “Fra i nostri compiti istituzionali - interviene Paola Simonato, segreteria dell’Academia - figura molto altro ancora. Mi piace per esempio ricordare che gestiamo, per conto del Comune di San Zenone, il Museo Multimediale Antica Pieve, all’interno della chiesa plebaniale e della sottostante cripta medievale (secolo XII): una realtà alla quale è affidata la narrazione della storia locale attraverso pannelli descrittivi, nuove tecnologie (touch screen e simulazioni in 3D) e laboratori didattici. Non dimentichiamo, poi, le produzioni video realizzate in collaborazione con il pool di associazioni “Terre Ezzeline”, quali il film Terre di tiranni o santi? (2020) o il cortometraggio 1260. Fine di una stirpe (2022), entrambi visibili su Youtube”. In conclusione, pare di capire che questa sorta di inarrestabili promotori delle tradizioni medievali nel nostro territorio, virtuali “eredi” di Ezzelino e di Alberico, non conosca la parola “riposo”. Un dinamismo, il loro, che si materializza in iniziative concrete, sempre appassionanti e contagiose.




“Senso civico” e “comunità”, le sue parole chiave

FEDERICO PARISE

PERSONAGGI

Testi e fotografie di Sofia Brazzalotto ed Emily Gazzola

Un impegno instancabile a favore della nostra città

Stagiste del Liceo “G.B. Brocchi” di Bassano del Grappa

Molte le iniziative messe in campo, con determinazione e fantasia, a latere della sua attività. Un vulcano sempre in movimento, particolarmente sensibile alla promozione del territorio. Ma anche vicino alla divulgazione di una cultura davvero “aperta” e alle diverse problematiche dei giovani.

I suoi colleghi di lavoro lo definiscono metodico, testardo e intraprendente. Incapace di starsene con le mani in mano, di frequente Federico Parise è indaffarato tra le vie di Bassano e nei dintorni di vicolo Bastion, dove si trova InnBottega, locale di sua proprietà. Sin dall’infanzia, la sua attitudine al dinamismo viene coltivata da numerosi viaggi e da una naturale curiosità nei confronti del mondo. Dopo il diploma all’Einaudi, Federico ha lavorato un anno per l’azienda Alpetrans di Marostica come autotrasportatore, per poi dedicarsi definitivamente alla ristorazione, passione introdotta in famiglia nel 1898 dal bisnonno Evaristo. Nel lavoro, prioritaria per lui è l’attenzione alla qualità tanto del cibo che offre quanto del servizio che riserva ai consumatori. “Quando incontri un cliente, hai quattro secondi per capire cosa desidera: devi captarne l’umore e metterlo a suo agio”, afferma con convinzione. La scrupolosità per i dettagli è una dote che ha sviluppato per compensare la dislessia e la disgrafia, lacune che lo accompagnano fin da bambino. Peculiare in Federico è anche l’impegno costante nel promuovere Bassano, città che ritiene casa sua, attraverso numerosi investimenti per il ripristino di aree urbane trascurate e l’introduzione di progetti innovativi. Nel 2016 ha promosso la rivitalizzazione di via Marinali, limitando per un fine settimana il flusso delle auto in modo da collocare lungo il passaggio una serie di isole verdi e stand, presso cui consumare street food. L’obiettivo, purtroppo a lungo andare abbandonato, era quello di restituire alla storica via bas-

sanese un ruolo di rilevanza nel quadro cittadino. Un anno più tardi, per iniziativa di Federico è stato fondato Bassano Km Quadro, associazione inizialmente composta da trentadue affiliati tra bar e ristoranti, con il fine di promuovere la città per mezzo di campagne che richiamassero l’attenzione, di residenti e visitatori, sulle attività sconosciute a Bassano. “L’iniziativa è ancora attiva ma, al contrario di quella che era la mia idea originale, da inclusiva è diventata esclusiva”. E questo è il motivo per cui Federico ha scelto di uscire dal Direttivo. Legato a un altro suo progetto è stato il tentativo di fare dell’ex Caffè Italia, presso Porta delle Grazie, un Infopoint (Salotto dell’accoglienza) per i turisti. Tale proposta, inviata a una dozzina di amministratori comunali, non ha tuttavia ricevuto (finora) il riscontro sperato. Federico, comunque, non si è ancora dato per vinto. “Se non ho niente da fare mi invento qualcosa”, ci ha spiegato il titolare di InnBottega, che anche durante la pandemia ha trovato il modo per mandare avanti la propria attività con le consegne a domicilio. Un servizio, ora usufruito anche da altri esercizi (distanti fino a cinque chilometri dal centro), nato dalla necessità di operare secondo modalità rispettose dell’ambiente, con veicoli elettrici di produzione locale, ma senza perdere in competitività. Un’attività, peraltro subito molto apprezzata, che lo ha successivamente portato alla creazione di Rapidù, azienda specializzata proprio in tale ambito. L’ultima trovata di Federico riguarda la storica edicola in piazzale Cadorna che ha voluto riattivare, poiché ritiene che

La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio, devi muoverti.

Albert Einstein

queste strutture siano parte integrante della cultura nazionale e che dovrebbero quindi godere di maggiore considerazione.

Federico Parise, intraprendente titolare di InnBottega e Rapidù. Convinto assertore del “modello milanese”, si augura che un simile paradigma possa essere esteso anche a comuni di dimensioni inferiori quali per esempio Bassano.

Ma dove trova l’energia per sostenere una vita così frenetica e impegnata? “In alcuni momenti della mia esistenza non posso sentire rumori o musica. La cosa che faccio più spesso nel tempo libero è andare in bicicletta, un hobby che trovo rigenerante. Mi piace andarci da solo durante le ore notturne, quando l’attività umana si spegne e si sentono i suoni della natura o semplicemente il silenzio”. Il suo rapporto con i giovani? “Intenso e positivo. I giovani sono il mio futuro. Allora perché non seguirli con attenzione? Ho imparato a conoscerli proprio in bottega, al mattino, prima che si recassero a scuola. Mi sono confrontato, mi hanno illustrato il loro punto di vista. Ho capito che rischiavo di diventare obsoleto. Non li emulo, ma mi ispiro alle idee che portano avanti. Non si impara solo dagli adulti, si impara molto anche da loro”.

Qui sotto L’edicola di piazzale Cadorna, nei pressi del Tempio Ossario, recentemente messa a nuovo da Federico Parise: uno spazio concepito secondo uno stile internazionale e contemporaneo, dove si possono rinvenire quotidiani, libri usati ed edizioni originali. Ma anche mille altre particolarità.

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Adriano Olivetti, Enrico Mattei, Felice Ippolito e Domenico Marotta...

PUNCTUM DOLENS

IL MIRACOLO, INTERROTTO, DEI 4 MOSCHETTIERI ITALIANI

di Giorgio Spagnol Analista di politica internazionale

Nella prima metà degli anni Sessanta il nostro Paese eccelleva nei settori strategici dell’informatica, del petrolio, del nucleare e della medicina. Merito, in gran parte, di quattro figure straordinarie. Peccato, però, che il sogno di una nazione dalla forte leadership internazionale si sia infranto quasi all’improvviso...

Agli inizi degli anni ’60 la lira ottiene per ben due volte l’Oscar della moneta dal Financial Times mentre l’Italia vanta poli di eccellenza scientifico-tecnologici in quattro settori strategici: informatico, petrolifero, nucleare e medico. Adriano Olivetti, Enrico Mattei, Felice Ippolito e Domenico Marotta sono quattro personaggi che hanno le carte in regola per elevare il Paese al rango di potenza mondiale. Quattro imprenditori-intellettuali, protagonisti del miracolo italiano, usciti di scena tra il ’60 e il ’64 per morte prematura oppure in circostanze ambigue, sospette... Nel giro di pochi anni i casi Olivetti, Mattei, Ippolito e Marotta provocano il rapido declino: - della rivoluzione informatica italiana, che aveva portato alla progettazione del primo PC e dei primi microprocessori al mondo; - dell’autonomia energetica del Paese, che si sta realizzando con l’ENI; - del CNEN, che colloca l’Italia al terzo posto mondiale per la produzione di energia elettrica di origine nucleare; - dell’Istituto Superiore di Sanità, che fa dell’Italia uno dei primi tre produttori di penicillina e il Paese in cui vengono a fare ricerca i premi Nobel stranieri per la medicina. Adriano Olivetti, che avvia la produzione di un piccolo calcolatore chiamato P101, il primo computer da tavolo, 16 anni prima di IBM, muore improvvisamente e inspiegabilmente nel 1960 a bordo di un treno. Nel 1962 muore Enrico Mattei durante l’atterraggio a Linate sul suo aereo privato: è un attentato, determinato da un’esplosione pianificata con l’innesco attivato all’uscita del carrello per l’atterraggio. Anche il settore nucleare, in forte espansione, è penalizzato: Felice Ippolito, dopo una feroce

campagna di stampa, viene arrestato nel 1964 per “sperpero di denaro”. Stessa sorte, nel 1964, capita a Domenico Marotta, colpito da un’inchiesta culminata con un mandato di cattura. Come avviene per Ippolito, il caso Marotta si scioglierà nel corso del dibattimento con l’assoluzione dello stesso. Il mercato della penicillina, non italiano, è salvo. Tirano un bel sospiro di sollievo le compagnie petrolifere internazionali e pure l’IBM, mentre l’Italia viene fortemente penalizzata e ridimensionata nel nucleare. Con due morti e due arresti in settori strategici l’Italia del boom inizia un progressivo tramonto. Con il declino di informatica, idrocarburi, nucleare e sanità, perde di colpo competitività in campo scientifico, politico ed energetico. Ne segue la colonizzazione politica, culturale e produttiva alla quale ancora oggi siamo sottoposti dal potere di Paesi e potenze concorrenti.

Il sogno italiano, dunque, si infrange e il nostro Paese viene relegato a un ruolo subalterno. Dal 1991 al 2001 sulla Penisola si scatena una valanga di privatizzazioni (banche e imprese). Con la liquidazione di ENI e IRI si riporta la nazione alle condizioni del Dopoguerra: quelle di un Paese minore nel contesto internazionale.

Un modello di sviluppo economico e sociale basato sulla ricerca scientifica viene obliterato, aprendo la strada al regresso di un Paese allora all’avanguardia e oggi fanalino di coda tra quelli più sviluppati, proprio per scarsità d’innovazione e ricerca. L’articolo 9 della Costituzione Italiana recita così: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. Sono ormai decenni che la politica si disinteressa di ricerca scientifica, umiliando spesso il rigoroso lavoro svolto da molti scienziati e ricercatori, creando uno spaventoso esodo a senso unico di tante eccellenze italiane verso istituzioni di ricerca straniere: una “fuga di cervelli”. Quanto può sopravvivere così la ricerca in Italia? Quali sono le strategie per rimanere un Paese competitivo? Perché in Italia la Cenerentola Ricerca Scientifica fatica a diventare una Principessa, al pari di Francia, Germania, Spagna e Svezia? Il dato drammatico è che l’Italia investe meno di altri Paesi in Ricerca e Sviluppo. Il Governo deve tenere in considerazione che la Scienza è la forma più alta di democrazia, in quanto libera da ogni giogo di autorità. I nostri giovani hanno diritto a un futuro radioso e il settore della ricerca scientifica è sicuramente uno dei più promettenti.

Sopra, da sinistra verso destra Adriano Olivetti (1901-1960), Enrico Mattei (1906-1962), Felice Ippolito (1915-1997) e Domenico Marotta (1886-1974).

Qui sotto La copertina del numero 45 de La Domenica del Corriere (novembre 1962). Nell’illustrazione di Walter Molino, gli istanti che precedettero la sciagura aerea nella quale persero la vita, con Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale del Time-Life.

Che cosa era Enrico Mattei? Un avventuriero? Un patriota? Uno di quegli italiani imprendibili, indefinibili, che sanno entrare in tutte le parti, capaci di grandissimo charme come di grandissimo furore, abili nell’usare il denaro ma quasi senza toccarlo, sopra le parti ma capaci di usarle, cinici ma per un grande disegno.

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Giorgio Bocca


Un romanzo dall’intreccio “rivoluzionario”...

NINO BALESTRA Auto e nobildonne di un altro secolo tra fantasia e realtà

INCONTRI

di Andrea Minchio e Luiz Lancerini

Stagista del Liceo “G.B. Brocchi” di Bassano del Grappa

Pubblicato dalla Libreria dell’ASI (Automotoclub Storico Italiano), il libro ha incontrato l’interesse degli appassionati delle quattro ruote. Ma anche degli amanti delle buone letture.

Autore di diverse pubblicazioni, fra le quali ci piace ricordare la ponderosa Enciclopedia del motorismo, mobilità e ingegno veneto (scritta in collaborazione con Stefano Chiminelli e Carlo Alberto Gabellieri), Nino Balestra, nostro concittadino benemerito, è noto per il suo impegno nella promozione della cultura motoristica (e non solo). Nel 1991 - con un gruppo di esperti e appassionati come lui - ha dato vita al Museo dell’Automobile Bonfanti Vimar, splendida realtà che ha portato lustro al territorio, ottenendo una serie interminabile di prestigiosi riconoscimenti internazionali. In molti ricordano ancora le avvincenti esposizioni temporanee ospitate in quella particolare struttura, che le valsero per più anni consecutivi la fama di miglior Museo del settore in Europa.

Qui sopra, da sinistra verso destra Nino Balestra in un ritratto fotografico di qualche anno fa. Il pilota bassanese alla guida di una Merzario A4 F1, vettura con la quale nel luglio del 1989 conquistò la pole position per le Storiche nel Gran Premio d’Inghilterra a Silverstone. Sotto La copertina di Cani Neri Candide Gardenie. Auto e nobildonne di un altro secolo. Edizioni ASI Service srl, 2021 - Euro 15,00.

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Recentemente, dopo numerosi saggi e articoli di carattere tecnico e culturale, il gioielliere-giornalista bassanese, è tornato alla ribalta con un libro che è stato definito dagli appassionati addirittura “rivoluzionario”. Finora non si erano infatti mai viste, inserite nella trama di un romanzo, storie di corse e automobili del passato. Con Cani Neri Candide Gardenie. Auto e nobildonne di un altro secolo, libro che intreccia più di un colpo di scena con vicende ambientate nella Belle Époque, questo “primato” viene centrato appieno. Ripercorrendo gli eventi narrati dal conte “Rebus”, l’autore ci porta indietro nel tempo, affascinandoci con un’ambientazione romantica: è l’epoca che apre le porte all’era delle prime automobili. Fatti e situazioni reali si incrociano con elementi di fantasia, sullo sfondo di una

storia popolata da donne di gran fascino e da gentiluomini con la passione per la velocità, in un caleidoscopio di amori e di avventure. Nino Balestra, in un simile contesto, trova pure l’occasione per raccontare le gesta della contessa Albrizzi, prima donna pilota, audace pioniera delle corse automobilistiche nel nostro territorio. In una magica combinazione di elementi, l’autore sfodera uno uno stile godibile, animato da brio e vitalità: con tocco delicato e brillante al tempo stesso, riesce a coinvolgere sia i tecnici più esigenti che gli amanti dei buoni libri. La lettura scorre infatti veloce, come le splendide vetture descritte nella pubblicazione, tenendoci incollati alle pagine. Si tratta in effetti di un capolavoro di originalità, che incanta sia i “fanatici” delle quattro ruote sia quanti avvertono la nostalgia per un mondo ormai lontano e del quale rimangono solo poche sfumate tracce. Pubblicato nel 2021 da Edizioni ASI Service, il libro si snoda su oltre 130 pagine. Forse, al momento di impaginare, si sarebbe potuto adottare un corpo maggiore ma, dato il suo indubbio successo, riteniamo che a tale piccolo neo si possa rimediare nelle prossime edizioni.



INDIRIZZI UTILI

PRONTO INTERVENTO

SOCCORSO Dl EMERGENZA 113 PRONTO SOCCORSO CARABINIERI Pronto Intervento Comando Compagnia Via G. Emiliani, 35 Comando Forestale Pronto Intervento Via Trentino, 9

118

112 0424 527600

0424 504358 1515

GUARDIA DI FINANZA Via Maello, 15 0424 34555

POLIZIA DI STATO V.le Pecori Giraldi, 56

URP - Informagiovani Comune di Bassano del Grappa

POLIZIA LOCALE Via J. Vittorelli, 30

Piazzetta Guadagnin, 13 Tel. 0424 519555 - 0424 519165

0424 507911 0424 519404

POLIZIA STRADALE Via Ca’ Rezzonico, 14 0424 216611 VIGILI DEL FUOCO 115 Via Ca’ Baroncello 0424 228270

SERVIZI PUBBLICI

AGENZIA DELLE ENTRATE Via M. Ricci, 8 - 1° p. 0444 046246

I MUSEI DI BASSANO

ARCHIVIO Dl STATO Via Beata Giovanna, 58 0424 524890

Museo Civico Fra i più antichi del Veneto, è sorto nel 1828 in seguito al legato del naturalista Giambattista Brocchi ed è costituito da Museo, Biblioteca e Archivio. Museo della Ceramica Museo Remondini Il Museo della Ceramica ospita una raccolta di maioliche, porcellane e terraglie, composta da 1200 pezzi. Nel Museo Remondini si trova una ricca collezione di stampe antiche. Sezione naturalistica del Museo Palazzo Bonaguro Il Palazzo ospita l’esposizione Mondo animale. Conoscerlo per proteggerlo. www.museibassano.it

AZ. ULSS n. 7 PEDEMONTANA Ospedale “San Bassiano” Via dei Lotti, 40 0424 888111 Emergenze Autolettighe 118 Guardia medica 0424 888000 U.R.P. 0424 888556 Consultorio familiare Via Mons. Negrin 0424 885191

CAMERA Dl COMMERCIO Largo Parolini, 7 0424 220443 CENTRI PER L’IMPIEGO Largo Parolini, 82 0424 529581

CROCE ROSSA

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0424 529302

I.A.T. Informazioni e Accoglienza Turistica - Bassano del Grappa Piazza Garibaldi, 34 0424 519917

IL GIORNALE Dl VICENZA Largo Corona d’ltalia, 3 0424 528711

I.N.A.I.L. Via O. Marinali, 79

0424 217411

I.N.P.S. Via C. Colombo, 70/94 0424 887411

MUNICIPIO Via Matteotti, 35 0424 519110 U.R.P. Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519555

INFORMAGIOVANI e CITTA’ Piazzetta Guadagnin, 13 0424 519165

POSTE E TELECOMUNICAZIONI Piazza Paolo VI, 2 0424 213230 Via Angarano, 149 0424 503926 Via Passalacqua, 70 0424 513112

PRO BASSANO Via Matteotti, 43

0424 227580

SPORTELLO IMMIGRATI Via Verci, 33 0424 526437

TRIBUNALE DI VICENZA Sportello Cittadino Imprese di Bassano del Grappa Via O. Marinali, 32 0424 528424

ARTE E CULTURA

MUSEO CIVICO - BIBLIOTECA Piazza Garibaldi, 34 0424 519901

MUSEO CERAMICA - REMONDINI Palazzo Sturm 0424 519940

CHIESETTA DELL’ANGELO Via Roma, 80 0424 227303

PALAZZO AGOSTINELLI Via Barbieri 0424 519945

PALAZZO BONAGURO Via Angarano 0424 502923

MUSEO DEGLI ALPINI Via Angarano, 2 0424 503662

MUSEO DEI CAPPUCCINI Via San Sebastiano, 42 0424 523814

MUSEO DELL’AUTOMOBILE “L. BONFANTI-VIMAR” Romano d’Ezzelino 0424 513690 MUSEO HEMINGWAY Via Ca’ Erizzo, 35 0424 529035 FARMACIE

L’orario dei turni si intende dalle 8.45 del primo giorno alle 8.45 del secondo

AGOSTINELLI Via del Cristo, 96 0424 523195 08/07-10/07 01/08-03/08 25/08-27/08 ALLE DUE COLONNE Via Roma, 11 0424 522412 10/07-12/07 03/08-05/08 27/08-29/08 ALLE GRAZIE Via Passalacqua, 10/a 0424 35435 14/07-16/07 07/08-09/08 31/08-02/09 ALL’OSPEDALE Via J. da Ponte, 76 0424 523669 06/07-08/07 30/07-01/08 23/08-25/08 CARPENEDO Piazza Garibaldi, 13 0424 522325 18/07-20/07 11/08-13/08 COMUNALE 1 Via Ca’ Dolfin, 50 0424 527811 30/06-02/07 24/07-26/07 17/08-19/08 COMUNALE 2 Via Ca’ Baroncello, 60 0424 34882 22/07-24/07 15/08-17/08 POZZI Via Scalabrini, 102 0424 503649 02/07-04/07 26/07-28/07 19/08-21/08 RAUSSE dott. MARIO Piazza Libertà, 40 0424 522223 16/07-18/07 09/08-11/08 ROMITO dott. MASSIMO Via Mons. Rodolfi, 21 0424 566163 20/07-22/07 13/08-15/08 TRE PONTI Via Vicenza, 85 0424 502102 12/07-14/07 05/08-07/08 29/08-31/08 XXV APRILE Viale Asiago, 51 0424 251111 04/07-06/07 28/07-30/07 21/08-23/08



Un abbinamento fantasioso per un prelibato piatto estivo

GEMELLI SALTATI AI LEGUMI E MOLLUSCHI

ARS CULINARIA

di Elisa Minchio

È una ricetta che nasce dall’incontro di terra e mare, particolarmente adatta alla bella stagione.

La vita è una combinazione di magia e di pasta. Federico Fellini

Credo sia un artista chiunque sappia fare bene qualcosa. Cucinare, per esempio. Andy Warhol

A proposito di lenticchie. E non solo Abbinare i legumi ai molluschi potrebbe apparire un’impresa velleitaria. Un accostamento quantomeno ardito. E invece... A questo punto viene proprio da dire: “provare per credere!”. E noi, prontamente, presentiamo una ricetta che da tale unione genera un piatto assolutamente prelibato. Partiamo subito con il dire (a quei pochi che non lo sanno) che i legumi sono grandi semi di piante appartenenti alla famiglia delle Fabaceae. E che, in gastronomia, vengono utilizzati tendenzialmente come verdura, potendo essere consumati freschi, secchi, surgelati o conservati. Insomma degli autentici jolly, da impiegare con una buona dose di fantasia.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE - 400 g di Gemelli - 4 cl di olio extravergine d’oliva - 60 g di sedano verde - 40 g di cipolla - 160 g di lenticchie - 80 g di fagioli bianchi - 1 dl di salsa di pomodoro - 100 g di cozze - 200 g di calamari - 1/2 dl di vino bianco - 1 spicchio d’aglio - 1 peperoncino - sale, pepe VINO CONSIGLIATO Jassara Spumante brut Rosé Certificato biologico

(Cantina Le Vie di Angarano delle Sorelle Bianchi Michiel)

La ricetta è liberamente tratta dal libro Butta la pasta a cura di Marco Valletta. La fotografia è di Vip Comunication - Maurizio Parravicini © Pasta Zara - Editrice Artistica, 2006

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Sulle lenticchie, in particolare, si può aggiungere che si tratta di legumi molto nutrienti, già utilizzati in tempi antichissimi. Nella Bibbia si narra addirittura che Esaù vendette il suo diritto di primogenitura al fratello Giacobbe per un piatto di lenticchie: un episodio clamoroso che ci porta, ancor oggi, a codificare tutto ciò che prevede l’uso delle lenticchie in gastronomia come “alla Esaù”. Per quanto attiene ai fagioli bianchi, peraltro molto dietetici, va detto che sono noti per il sapore delicato e le notevoli proprietà benefiche per la salute (sono un’ottima fonte di vitamina B). In merito infine alle cozze e ai calamari (i peoci e i totani della tradizione veneziana), pensiamo che i lettori già li conoscano bene, autentiche delizie della tavola.

La ricetta Lasciare a bagno le lenticchie per almeno 6 ore. Fare lo stesso con i fagioli bianchi per un tempo maggiore, di almeno 12 ore. Tritare finemente la cipolla e il sedano, per poi farli rosolare in padella con l’olio. Aggiungere i legumi e coprire con il pomodoro e poca acqua. In una padella a fondo largo, scaldare l’olio e trifolare con poco aglio sia le cozze che i calamari. Bagnare con il vino e condire con sale, pepe e peperoncino. Cucinare la pasta in abbondante acqua bollente e salata, poi scolarla al dente e saltarla in padella con i molluschi. Unire poi la salsa a base di legumi e lasciare asciugare bene. Servire sul piatto guarnendo con una cialda di grana alle erbe aromatiche.




In libreria il suo ultimo originale lavoro...

EVARISTO BORSATTO Filò. Affabulazione serotina in una famiglia patriarcale

IN VETRINA

di Elisa Minchio

E ancore più mi dispiace che non potrò portarli, come feci con i miei figli, a vedere i ruscelli dove mi recavo a pescare spinarelli, perché sono stati tutti sostituiti con tubi e i pochi uccelli non trovano così neanche una goccia d’acqua.

La pandemia, la fuga dalla città e il rifugio in un paesino di montagna. E poi, al termine di una giornata di fatiche, il recupero di una tradizione ancestrale per raccontare e raccontarsi. In molti lo ricordano, con affetto e rispetto, nella sua veste di docente di Italiano e Latino al Liceo “G.B. Brocchi” di Bassano. Altri ancora, e non sono pochi, quale generoso e sempre attivo vicepresidente de Il Cenacolo degli scrittori bassanesi, al fianco di Chiara Ferronato e dei coniugi Sandro e Bruna Scrimin. Ma per qualcuno, dotato di buona memoria e amante delle belle letture, Evaristo Borsatto (perché è proprio di lui che stiamo parlando) è l’autore di Commedia, ovvero antologia di quasi una vita (Esca, 1994): un’originale opera poetica studiata per essere letta a ritroso, con il frontespizio in fondo al volume, e stampata su carta di tre diversi colori (bianco, verde e arancione). Ma, soprattutto, un lavoro ispirato a una rigorosa intransigenza morale, tale da richiamare toni di indignazione dantesca. Se attraverso quella fortunata pubblicazione l’autore ricordava lo spirito del Sommo Poeta, con Filò. Affabulazione serotina in una famiglia patriarcale (Eab, 2022), sua ultima fatica, Evaristo Borsatto suggerisce una singolare analogia con il Decamerone di Boccaccio. L’ambientazione è infatti quella di un soggiorno in un paesetto di montagna: una pausa forzata, dovuta all’imperversare del Covid.

Nelle prime pagine l’autore si mette a ragionare sulle cause e le modalità di diffusione della pandemia, poi si concentra nel racconto dei giorni trascorsi, in completo isolamento, da una famiglia che si ritrova giocoforza a recuperare consuetudini dal sapore quasi patriarcale. Un’atmosfera sospesa, nella quale gli anziani genitori condividono con i figli, le nuore e i nipoti una scansione rallentata del tempo. Lo sfondo delle montagne del Trentino, sulle quali si staglia sovente un cielo terso e luminoso, la solitudine del cascinale, che accoglie la minuscola comunità familiare (fuggita dalla città per evitare il contagio, così come i dieci giovani fiorentini delle novelle boccaccesche), lo scorrere delle ore nelle attività legate a una laboriosa quotidianità, ecco tutto ciò fa da sfondo pacato al momento cruciale della giornata, la sua conclusione condivisa e partecipata: il filò! Un ritrovo serotino, nel quale l’ancestrale tradizione contadina del raccogliersi nella stalla prima della notte, per raccontare e raccontarsi, viene declinata qui in chiave moderna. Al calar del sole si aprono i cuori e, di volta in volta, si affrontano temi sempre diversi. Ognuno, a turno, esprime il proprio pensiero, bambini compresi. Che si tratti di racconti o di letture, piuttosto che di

Evaristo Borsatto

problematiche legate all’attualità e alla politica, a tutti è consentito esporre il proprio punto di vista. Serenamente, senza affanni, in una sorta di significativo e oggi più che mai necessario esercizio di democrazia.

Evaristo Borsatto è nato a Cartigliano il 10 marzo 1943. Dopo aver frequentato per qualche tempo il seminario, si è laureato in Lettere Classiche all’Università di Padova. Ha insegnato dapprima al Liceo Scientifico “J. Da Ponte” e poi al Liceo Classico “G.B. Brocchi”. Vasti e vari i suoi interessi extraprofessionali, legati alla scrittura, alla lingua e alla letteratura; a partire dall’originale tesi di laurea, incentrata su un attento studio della terminologia veneta e friulana della bachicoltura. Importante, poi, il suo impegno nella stesura di una decina di monografie presenti nei volumi sulla Cultura popolare vicentina, editi da Neri Pozza. Con Esca, come accennato, ha pubblicato nel ’94 Commedia, ovvero antologia di quasi una vita. Recentemente, con l’uscita di Filò. Affabulazione serotina in una famiglia patriarcale è tornato a “favoleggiare”. E non è detto che a questa prima “affabulazione” non ne seguano altre, magari a sfondo ancor più autobiografico.

Evaristo Borsatto, poeta e scrittore, già amato docente di Italiano e Latino al Liceo “G.B. Brocchi” di Bassano. Qui sotto Filò. Affabulazione serotina in una famiglia patriarcale (Eab, 2022), ultima fatica di Evaristo Borsatto. L’efficace immagine in copertina è tratta da una tempera dell’autore.

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Fu autore, nel 1585, di quattro cori per l’Edipo Tiranno eseguiti all’inaugurazione del Teatro Olimpico di Vicenza

DE MUSICA

ANDREA GABRIELI Storia, in pillole, di un autorevole esponente della Scuola veneziana

di Luigi Ferro

Pianista, compositore, docente di pianoforte e organizzatore di eventi musicali

Inizia, con questo numero, un’agile panoramica dedicata alle tradizioni musicali della nostra regione. A curarla, con grande passione e competenza, è il Maestro Luigi Ferro.

A fianco Andrea Gabrieli (1533-1585) in un ritratto che lo raffigura nel pieno della maturità.

Sotto, dall’alto verso il basso All’inaugurazione del teatro Olimpico di Vicenza (3 marzo 1585) fu proposto l’Edipo tiranno di Sofocle, nella versione italiana di Orsatto Giustiniani, con l’esecuzione di quattro cori composti da Gabrieli ed editi postumi. La prima pagina di Cando pinso al turmendo da Il primo libro delle Grechesche del 1564 (parte del basso). Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, Musiksammlung.

Conosciuto anche come Andrea da Cannareggio, Andrea Gabrieli nacque a Venezia nel 1533. Sono incerte le notizie sugli anni giovanili anche se, probabilmente, fu allievo di Adriano Willaert, fondatore della Scuola veneziana. La sua prima opera a stampa, a noi pervenuta, è il madrigale dal titolo Piangete occhi miei, lassi, contenuto in una raccolta di Vincenzo Ruffo (1554). Il 6 giugno 1555 Andrea Gabrieli era organista nella chiesa di San Geremia a Venezia, incarico che gli era stato assegnato dai sei membri del Capitolo dopo averne accertate l’integritas e la sufficentia, e per il quale percepiva lo stipendio di 24 ducati annui. Durante un viaggio in Baviera, al seguito del duca Alberto V di Wittelsbach, la sua fama crebbe a tal punto che fu invitato a tornare a Venezia venendogli riconosciuto,

Ideate da Antonio Molino miscelando veneziano, greco, dalmata e istriano, le grechesche sono canzoni d’autore appartenenti al genere popolaresco.

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con decreto del 3 novembre 1566, un rimborso di 15 ducati per molte spese fatte in viazo per venir alla servitù della Chiesa di San Marco. Grazie ad alcune frammentarie notizie contenute in due documenti di recente scoperta, conservati all’Archivio di Stato di Venezia, dal 1566 il Maestro risulta affittuario di due alloggi, uno destinato a sé, l’altro alla sorella Paola e ai nipoti Giacomo e Giovanni. Tali documenti avvalorano l’ipotesi che Andrea si fosse assunto la responsabilità del mantenimento dei familiari, forse a seguito dei dissesti finanziari che avevano coinvolto il cognato Pietro Di Fais. Da quel momento i nipoti presero il cognome dello zio e Giovanni, che fu uno dei suoi migliori allievi ereditandone lo stile, gli incarichi e i beni materiali, ne ricambiò l’impegno curando per lungo tempo la stampa dei suoi lavori e dichiarandosi herede de suoi beni esterni, così de’ beni interni. L’attività musicale di Andrea Gabrieli fu molto legata a eventi celebrativi, fra i quali spiccano i festeggiamenti organizzati dal doge Luigi Mocenigo in occasione della storica vittoria di Lepanto (1571) e l’inaugurazione del Teatro Olimpico di Vicenza (1585): in quella circostanza compose quattro cori per la tragedia Edipo tiranno di Sofocle, recitata nella versione italiana di Orsatto Giustiniani; è probabile, tuttavia, che il Maestro non fosse presente

alla rappresentazione dell’opera poiché il 3 marzo 1585, data dell’avvenimento, le sue condizioni di salute - come si desume da alcune informazioni contenute nell’atto di morte - sarebbero state assai precarie. Andrea Gabrieli aveva ormai raggiunto l’apogeo della sua carriera artistica. Alla fine del 1584 gli era stato affidato il posto di primo organista alla Cappella ducale, in sostituzione di Claudio Merulo, ma la morte lo colse per febre et catarro, il 30 agosto 1585. Gabrieli fu un esponente di rilievo della Scuola veneziana e del panorama musicale italiano della seconda metà del Cinquecento. Il complesso più rilevante della sua opera è costituito dalla produzione di musica sacra in cui supera i principi tradizionali della tecnica fiamminga e si orienta verso una declamazione più naturale, accogliendo con geniale intuizione nuovi elementi di sonorità e di colore timbrico. Ma anche la produzione profana fu riconosciuta dai suoi contemporanei, tanto da essere presente nelle migliori raccolte a stampa del tempo. Pregevoli risultati egli conseguì, inoltre, nel genere popolaresco delle grechesche, forma muscale a tre voci, in cui la musica aderisce con efficacia a quell’originale linguaggio gergale ideato da Antonio Molino, singolare miscela di veneziano, greco, dalmata e istriano.