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nel 1989

distribuzione gratuita

LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

I NOBILI VITTORELLI BIMESTRALE MONOGRAFICO DI CULTURA

N° 178/179 • MARZO-MAGGIO 2019


Comune di BASSANO DEL GRAPPA

Si ringraziano le famiglie Vittorelli e Chiminelli per la preziosa collaborazione

Comitato Genitori Scuola Media Statale Jacopo Vittorelli

Scuola Media Statale Jacopo Vittorelli Bassano del Grappa

Fondazione Pirani Cremona Bassano del Grappa

Viale Venezia, 4 - Bassano del Grappa


In copertina: il palazzo Vittorelli in una cartolina del 1910 circa, edita dalla Libreria Righetti di F.S. Giacomuzzi di Bassano Veneto. Raccolta Brotto Pastega. Nella facciata è visibile una serie di poggioli al piano nobile, dipinti in trompe l’oeil, a imitazione di quelli cinquecenteschi lapidei dei fianchi. Il poggiolo metallico della bifora centrale è ottocentesco.

I VITTORELLI. FASTI E SPLENDORI DI UNA FAMIGLIA BASSANESE La mia frequentazione con i Vittorelli è iniziata in prima media, proprio nella scuola intitolata al grande Jacopo: l’approccio alla Matematica non era stato particolarmente brillante e l’energica personalità dell’insegnante, temuta da generazioni di bassanesi, non aveva contribuito a migliorare la situazione. Pensai dunque di chiedere aiuto a Sergio Vittorelli, amico di mio padre, per potermi “rimettere in carreggiata”. Si trattò di una scelta felice, non solo per gli aspetti specifici, legati alle peculiarità della materia, ma soprattutto perché ebbi l’opportunità di conoscere un vero gentiluomo. Una persona raffinata e sensibile, paziente e preparata, con la quale rimasi a lungo in contatto. Anche ai tempi del liceo e dell’università, infatti, il giorno prima del compito in classe o dell’esame, una capatina da Sergio non mancava mai. Non tanto perché ne avessi effettivo bisogno (sono uscito dalle superiori e da Architettura con il massimo dei voti) ma per un confronto sereno e rassicurante. Da docente responsabile e sempre equilibrato, Sergio possedeva la rara virtù di sapersi rapportare ai ragazzi: autentico educatore e ottimo pedagogo. Retaggio familiare? Sicuramente, a leggere questa ponderosa monografia a carattere genealogico che Agostino Brotto Pastega ci ha voluto donare. Dal testo si evince che quella dei Vittorelli è stata una delle schiatte più illustri e influenti della città. E che il buon Jacopo, le cui Anacreontiche mi riportano alla mente un amico prezioso quale Giorgio Pegoraro (che talvolta le ricordava citando non a caso la moglie Irene), è stato degno esponente della sua famiglia. Tra i suoi discendenti ho l’onore di annoverare come amico, praticamente da sempre, Stefano Chiminelli, figlio di Giuliana e molto noto in città: recentemente, inoltre, ho avuto il piacere di conoscere pure Paolo Vittorelli. Desidero ringraziarli entrambi, di cuore, per la collaborazione offerta in occasione dell’uscita di questo numero. Andrea Minchio Direttore de L’Illustre bassanese

“La storia non finisce qua ma, con l’impegno di tutti, continuerà per molto tempo ancora per l’educazione degli alunni e il progresso civile e sociale del territorio”. Riprendendo dunque la chiusa del volume La Scuola Media di un territorio. Storia della “J. Vittorelli” di Bassano del Grappa, afferro il testimone e proseguo la corsa… l’eredità che mi è stata consegnata, assumendo la dirigenza dell’istituto, è ricca e composita e il mio compito si può riassumere così: - non disperdere ma incrementare le risorse esistenti; - privilegiare il capitale umano; - arricchire l’offerta formativa nella direzione di far acquisire competenze di cittadinanza planetaria. La Presidenza dell’I.C.1, collocata nella prestigiosa sede della Scuola Media “J.Vittorelli”, sede che compie a ottobre sessant’anni, non si configura come una torre eburnea da espugnare quanto piuttosto un crocevia di relazioni, capace di mantenere, consolidare, fondere il rigore deontologico professionale con l’apertura a nuovi orizzonti di solidarietà sociale, d’innovazione culturale oltreché metodologica, coltivando i saperi essenziali, stimolando e sostenendo la curiosità, la sensibilità, le inclinazioni personali, fornendo agli studenti quella coerenza nello stile di vita atta a favorire la coltivazione di ideali che oltrepassino la soglia del senso comune. Questo impegno assunto dall’I.C.1, ma che contrassegna tutte le Scuole come Istituzioni dedicate alla crescita e allo sviluppo integrale della Persona e del Cittadino, non può prescindere dal diritto di rivendicare il mantenimento di una collocazione territoriale nel cuore della città, poiché questo tratto distintivo è uno degli elementi fondanti del ruolo stesso che l’istituto ha rivestito nel corso di più generazioni, contribuendo di fatto all’elevazione del tessuto sociale della città. Luisa Caterina Chenet

Sul lato sinistro della foto di copertina si intravede ancora la banderuola con un cavallino, emblema dello Stallo Lazzarotto (ricavato negli spazi dell’ex giardino Vittorelli). Qui sostavano un tempo cavalli e carrozze, in seguito sostituiti da biciclette, moto e automobili (fino ai primi anni Ottanta). Sotto Giuliana Vittorelli, sorella di Sergio (docente per molti anni alla Scuola Media Jacopo Vittorelli), Anna e Paolo: quattro fratelli, fra gli ultimi discendenti del poeta Jacopo (ph. Lino Manfrotto, 1971).

Preside Scuola Media Jacopo Vittorelli e Istituto Comprensivo n.1

L’ILLUSTRE BASSANESE - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita … dal 1989 ANNO XXX n° 178-179 - Marzo/Maggio 2019 - Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 R.P. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Andrea Minchio - Redazione: Livia Alberton, Elena Trivini Bellini, Elisa Minchio Hanno collaborato: Agostino Brotto Pastega, Luisa Caterina Chenet, Paolo Chiminelli, Stefano Chiminelli, Marcello Zannoni e Sara Bellò Stampa: Stampatori della Marca - Riese Pio X (TV) - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © COPYRIGHT Tutti i diritti riservati EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)


LA STREPITOSA SAGA DEI NOBILI VITTORELLI

Da maestri callegari a possidenti, amministratori, notai, giureconsulti, storici, poeti, ecclesiastici, monache di rango e integerrimi magistrati 4

La più antica rappresentazione dello stemma dei Vittorelli, riprodotto da Francesco Chiuppani in Arme stemma, o Blasoni…, disegno a penna, prima metà del XVIII secolo. Bassano, Biblioteca Civica. Il caratteristico giglio appare sulla punta di un obelisco con base quadrangolare.

La vicenda umana della nobile famiglia Vittorelli è una delle più ragguardevoli e avvincenti di Bassano, dipanatasi attraverso mezzo millennio di storia documentata. Basti ricordare che dal suo seno uscì un’ininterrotta serie di notai - ben quindici - che, tra Seicento e Settecento, rogarono migliaia di atti di compravendite, liti confinarie, matrimoni, testamenti di cittadini bassanesi e non, nelle pubbliche piazze e nei loro studi di contra’ Rigorba (oggi via Jacopo da Ponte). È stato l’araldista Baldino Compostella il primo studioso moderno a ripercorrere per sommi capi la storia dei Vittorelli di Bassano e a predisporre anche uno schematico albero genealogico della famiglia, senza però segnalarne il vero capostipite. I Vittorelli, per la verità, escono dall’anonimato attorno alla metà del ’400 con Victorellus de Sancto Zeno. Nell’Estimo bassanese del 1462 il personaggio veniva tassato per Lire 0 e soldi 8. Si può quindi ipotizzare che egli fosse nato nel secondo o terzo decennio del ’400. Di evidente origine patronimica, il cognome assunse alternativamente le forme di Victorello e di Vettorello, sinché nel ’600 si cristallizzò nella forma definitiva di Vittorelli. Nel 1474 il capostipite risultava già deceduto e il figlio Paolo ricevette, nello stesso anno, l’in-

vestitura dal comune di Pove di un livello di due campi posti nella campagna di Cassola, in contrada di San Zeno. In questa circostanza, i Vittorelli risultavano già essere confinanti col nuovo fondo. Sei anni dopo, lo stesso Paolo addiveniva a un compromesso con i patrizi veneti Querini circa una possessione posta sotto il comune di Romano, in contrada delle Bonine. È questa la prima testimonianza nota di tale proprietà sulla quale poi sorgerà quel complesso dominicale dove il poeta Jacopo Vittorelli troverà spesso riparo dalle turbolenze dell’epoca e dai suoi stessi affanni. In quel di Pove la famiglia aveva radicamento e interessi ab illo tempore. I figli di Victorello, Paolo e Nicola Callegaro, ancora nel 1478 appaiono chiarificati de Sancto Zeno e il 17 gennaio, nel cortile della casa avita posta nella medesima contrada, procedevano ad assegnare la dote alla sorella Uliana, andata in sposa a un certo Giovanni di Dolzano Marcheti de Insula de villa Bassani. La dote era di lire 221, quindi non particolarmente cospicua, ma comprendeva “una veste di panno morello” con fregio dorato, un piccolo monile d’argento, sette cuffie di seta e uno specchio: segno questo di una condizione più che civile. Alcuni anni dopo, Paolo Vittorelli concedeva in affitto al cognato Marcheti sei campi, con domo de lignamine, posti sempre nella campagna di San Zeno. Lo stesso personaggio, nel 1484, trovava un accordo con Giovanni Battista Ghelfo, parroco di Pove, circa una lite insorta per il pagamento del quartese relativo ad alcuni suoi possedimenti in campanee Casolle. Alla fine del ’400 nella contrada di San Zeno esistevano ancora molte zone boscose e le aree messe a coltura, a parte quelle di proprietà comunale, erano suddivise fra poche nobili famiglie: si ricordano i già citati Querini, i Gradenigo, i Memo, i Da Rio di Padova e poi i Borromeo e, in ambito cittadino, i Bianchini, gli Apollonio, i Cardelin, gli Uguccioni, i Ghelfo e non ultimi i Vittorelli. Già il capostipite Victorello, attorno alla metà del ’400, aveva messo le basi per la creazione di un latifondo: i suoi figli, Paolo e Nicola, aumentarono progressivamente le proprietà. L’11 dicembre del 1487 Paolo Vittorelli dava in locazione a Giacomo Lupi ben 44 campi posti fra San Zeno


Foglio mappale n. 11 della Villa o Quartiere di San Zeno, da un antico catastico della seconda metĂ del XVIII secolo. Raccolta privata. Attorno alla piccola parrocchiale, in basso a sinistra, si concentrano le antiche proprietĂ  dei nobili Vittorelli e dei Lugo. In alto, a sinistra, appare un fondo di Giuseppe Vittorelli, padre del poeta Jacopo.


Francesco Chiuppani, Territorio di Bassano, disegno a penna, in Historia Bassanese, parte II, 1730 c. Bassano, Biblioteca Civica. Le ville di Pove, San Zeno e Cassola sono rappresentate da tre chiesette a nord e a sud di Bassano.

Lo stemma Vittorelli nello stemmario di Giambattista Baseggio Arme delle famiglie di Bassano, 1850 c. Bassano, Biblioteca Civica.

Beni di Polo Vittorello di Bassano nell’Estimo del 1519. Oltre a cinque campi a San Zeno, gli venivano tassati “un bo e una vacha”. Bassano, Biblioteca Civica.

e Romano, in parte lavorati e in parte boschivi, con casa, portico e forno. L’atto è importante perché elenca puntigliosamente tutti gli obblighi ai quali erano sottoposti gli affittuali. Gli interessi e le relazioni dei Vittorelli con la vicina Bassano dovevano già essere significativi se, il 4 maggio 1489, il citato Paolo otteneva dal Maggior Consiglio la carica di Capitano del Vignale, cioè di controllore della campagna bassanese. Egli appare come un personaggio dotato di notevoli beni al sole, piuttosto attivo nell’ambito delle compravendite fondiarie, ma ancora privo dell’attributo nobilitante della cittadinanza bassanese. Da un atto dotale della figlia Corona, promessa sposa a Daniele Piati con una dote arricchita da alcuni campi, apprendiamo che nel 1509 Paolo Vittorelli conservava la sua connotazione de Sancto Zeno, pur avendo la residenza in Borgo Margnan, come del resto i citati Piati. Lo storico Francesco Chiuppani, comunque, racconta che il personaggio già inalberava un proprio stemma, consistente in una specie di antenna-obelisco

con giglio su un alto basamento. Non ci è stato tramandato l’anno preciso nel quale i Vittorelli conseguirono l’ambita cittadinanza bassanese. Nell’Estimo del 1519 Paolo Vittorelli e i maestri calzolai Andrea e Vettore, figli del fratello Nicola, vengono definiti de Bassan. Quest’ultimi risultavano tassati per la loro industria con ben lire 1500, poi riviste in lire 1000, e per oltre 51 campi, posti fra San Zeno e Pove. Lo zio Paolo, invece, veniva tassato per 19 campi, per bo uno e una vacha e per una putina picola de suo fio. Appare evidente come l’attività artigianale dei due maestri calzolai avesse rimpinguato il loro patrimonio fondiario. Sarà tale considerevole aumento di ricchezza che, unito a uno stile di vita agiato, aprirà la strada al conseguimento della predetta cittadinanza. Oltre che una dimora stabile in città, i requisiti statuari richiedevano proprio questo. I fratelli Simioni di Rosà, ad esempio, inoltravano supplica per conseguire la cittadinanza il 2 gennaio 1542, adducendo il fatto di aver abbandonato del tutto l’esercizio rurale e di aver preso come mogli due cittadine di Bassano. Il 25 gennaio 1567 Giovanni Maria Baggio (o Del Bajo), dopo essere ritornato ad abitare da Rosà a Bassano, portava l’esempio della pecorella smarrita e ricordava la presenza dei suoi antecessori in Bassano per oltre trecento anni. Dello stesso tenore appariva anche la supplica di Nicolò Compostella (o De Compostellis), il quale rammentava di aver lasciato da molti anni l’esercizio rurale. Viceversa un ramo dei Brotto (i De Brotis detti Rizi), cittadini di Bassano già nel ’300 con case e numerosi orti in contrada Rigorba, dopo aver liquidato tali proprietà per risiedere stabilmente nelle loro antiche case di Rosà, San Pietro e Travettore, perdettero progressivamente le prerogative cittadine. Il primo documento notarile che attesti il conseguimento della cittadinanza bassanese da parte di un Vittorelli si riferisce ad Andrea, figlio di Nicola, e risale al 1514; per il fratello Vettore bisognerà invece attendere il 1524. Come spesso accadeva, il tener casa aperta a Bassano costituiva titolo preferenziale nel conseguimento della cittadinanza e per i Vittorelli si può dire che le due cose coincisero. Nell’abbozzare l’albero genealogico della famiglia


La villa di San Zeno in una cartolina dei primi anni del Novecento, edita dalla Libreria Sterni di Bassano. Raccolta Brotto Pastega. La villa di Pove in una cartolina dei primi anni del Novecento, edita dalla Libreria Sterni di Bassano. Raccolta Brotto Pastega.

Vittorelli, l’araldista Baldino Compostella fece, per le prime generazioni, un po’ di confusione. Da Paolo Vittorelli, che risiedeva come si è visto nel borgo del Margnan, non avrà origine il ramo principale, bensì dal fratello Nicola. Questi aveva abbandonato da tempo l’attività rurale, essendo un maestro calzolaio, cioè un artigiano patentato. Saranno i suoi tre figli, Antonio, Andrea e Vettore, calzolai come il padre, che getteranno le basi per quella che diventerà la residenza storica di famiglia e che in genere si suole definire “la casa madre”. Un primo nucleo doveva essere già acquisito sin dal 1514 se Margherita Marzochi (originaria di Mussolente dove i Vittorelli avevano delle proprietà) dettava il testamento in contrata Rigorbae, in domo habitationis infrascripti magistri Andreae Victoreli. Andrea era figlio del defunto marito Nicola e la testatrice lo nominava erede universale. La contrada Rigorba è l’attuale via Jacopo da Ponte e la casa menzionata non è altro che il primo nucleo del futuro palazzo Vittorelli. I tre fratelli affiancheranno alla prima residenza un appezzamento di terreno confinante con portico a due pilastri, nel 1519, e poi una parte di casa murata con canipam stupham et curtivum nel 1524. A partire da tale data si può ipotizzare una prima operazione di legatura di fabbricati diversi e di modesto livello. Parallelamente alla

ricchezza della famiglia cresceva anche il prestigio sociale: dal 1564 disponeva di un notaio di nome Altobello di Gaspare. Nello stesso anno Gaspare Vittorello veniva proposto come rappresentante del Quartiere Margnano, ottenendo solo quattro voti. Nel 1565 Antonio Vittorelli di Nicola otteneva il ruolo di conservatore del Monte di Pietà, nel 1568 il fratello Andrea faceva il suo ingresso nel Maggior Consiglio, mentre Nicola Vittorelli senior veniva eletto giudice sopra i pignoramenti e rappresentante del Quartiere di Roveredo, a nord-est di Bassano. Ormai anche la lucrosa attività artigianale, che aveva portato tanti benefici alla famiglia, non era più confacente al nuovo status. Anche se il notaio Altobello morirà nel 1571, verrà presto rimpiazzato dal fratello Vettore Vittorelli senior. Nel corso della sua plurisecolare storia la famiglia esprimerà uomini di legge, notai, ecclesiastici, molti dei quali con il vezzo della poesia. Come si è visto, nel 1514 Andrea Vittorelli possedeva già una casa in contrada Rigorba e il fratello Antonio, nel 1546, appare intestatario di un’altra abitazione sempre sulla stessa via, probabilmente contigua alla precedente. Sulla casa di Antonio si è trovato che pendeva un livello, affrancato solo nel 1554 dallo stesso. Due anni prima egli aveva venduto al notaio Andrea Verci, per 200 ducati, quella casa che in

7 Lo stemma moderno dei Vittorelli, come appare nell’Enciclopedia Storiconobiliare italiana di Vittorio Spreti, con la voce di Baldino Compostella. Milano, 1932. Lo stemma risulta partito d’oro e azzurro, a due stelle di sei raggi in capo, nell’uno e nell’altro, e un giglio in punta sulla partizione.


A fianco e in basso Le case Vittorelli evidenziate nella veduta a volo d’uccello di Francesco e Leandro dal Ponte (1583-1610 c.). Bassano, Musei Civici. A destra Le proprietà dei Vittorelli evidenziate nella mappa del Catasto Napoleonico (1810 c.): ad Andrea di Giuseppe apparteneva il palazzo, mentre le altre abitazioni, il giardino e l’orto posti a sud erano suddivisi con i fratelli Vettore e Paolo Luigi (il canonico).

seguito sarà dei Lunardi e che ora è denominata “Palazzo Balestra” (in via Gamba). Antonio aveva sposato Pierina Floravanti da Camposampiero: di entrambi ci sono noti i testamenti. Il 4 maggio 1560, nella sua casa di contrada Rigorba, in quadam camera in solario habente prospectum meridiem versus, Antonio Vittorelli dettava il suo testamento al notaio Giulio Gosetti. Nominava eredi delle sue sostanze i figli dei suoi fratelli e cioè: Nicola, di Andrea, e Gasparo e Giovanni Pietro, di Vettore. Stabiliva inoltre un rigido fedecommisso per la discendenza maschile che, per la prematura scomparsa del predetto Nicola senza figli maschi, darà origine a un lungo contenzioso fra i suoi eredi e i figli di Gasparo.

Di tale contesa, la prima nota di una lunga serie fra i vari esponenti di casa Vittorelli, si parlerà ancora più avanti. Pierina Floravanti da Camposampiero, invece, stenderà un testamento nel 1560 e un successivo codicillo nel 1570. La donna manifestò chiare simpatie per la discendenza del cognato Andrea nominando beneficiaria delle sue sostanze una figlia di questi, Oliva Vittorelli, andata in sposa al notaio Baldassarre Bertagnoni Locatelli. È interessante notare come la testatrice chiedesse, in un primo momento, di essere sepolta in monumento Sancti Spiriti, nella chiesa di San Francesco, mentre nel codicillo del 1570 specificava che voleva essere tumulata in sepoltura nova illorum de Victorelis in ecclesia sancti


Il palazzo Vittorelli in via Jacopo da Ponte, visto da ovest. È ben evidenziata la particolare tipologia del portico, nata su un probabile impianto gotico. Le colonne tuscaniche su alto piedritto richiamano quelle coeve di casa Merlo in via Roma, sia nel materiale (pietra di Pove) sia nella forma. Sotto la finestra del primo piano (volta a ovest) si vede la lapide che segna la stanza ove nacque il poeta Jacopo Vittorelli. Il palazzo ospita oggi il noto Ristorante Pizzeria “Bella Capri”.

Francisci. Con la realizzazione di una tomba di famiglia nella chiesa di San Francesco, alla fine del settimo decennio del ’500, i Vittorelli completarono la loro ascesa sociale (iniziata un sessantennio prima). È sempre il solerte Francesco Chiuppani, con le sue annotazioni, a farci conoscere l’anno preciso della costruzione del nuovo monumento funebre. Egli riporta la notizia che sopra la pietra sepolcrale, in San Francesco, si leggeva la seguente iscrizione latina: Nicolaus Victorellus e Gaspar patrueles, hoc sibi, et posteriis monumentum preparavit 1569. Si vedeva pure scolpita l’arma familiare: un’antenna su un alto basamento, con due stelle a otto punte ai lati. Tale stemma doveva essere uguale a quello che già usava Gasparo Vittorelli, capitano del

Vignale, vissuto alla fine del ’400 e del quale si è già parlato. Nonostante l’araldista Compostella ritenesse la vera arma di famiglia quella che appariva nel monumento Vittorelli del 1745 in San Francesco, e cioè uno scudo partito d’oro e d’azzurro a due stelle di sei raggi in capo e un giglio in punta, lo stemma riportato dal Chiuppani va considerato il più antico e quello dal quale sono poi originate tutte le varianti. Sempre il Chiuppani specificava infatti che un secondo stemma, ritenuto dal Compostella uguale a quello del 1745, si vedeva scolpito nell’attuale via Marinali, proprio sulla facciata della cinquecentesca casa porticata posta di fronte al vecchio Tribunale, dove abitarono Paolo Vittorelli di Gasparo e poi la discendenza del fratello Vettore.

Veduta dall’alto di Palazzo Vittorelli con il corpo proteso sulla pubblica via. Dei cortili interni, entrambi con pozzo, è rimasto solo quello più piccolo. Le decorazioni ottocentesche a olio delle sottofinestre al primo e al secondo piano, con girali e finti poggioli, risultano ancora parzialmente leggibili.


A fianco La bifora del piano nobile con i profili in pietra rossa di Pove e la ringhiera ottocentesca che sostituì un poggiolo lapideo con i pilastrini a un solo fuso. Lo stretto corpo centrale del palazzo, con il timpano e i due poggioli secenteschi dotati di colonnine a un solo fuso.

Uno dei più interessanti e omogenei portici di Bassano, con passaggio pubblico: quello tardo-cinquecentesco dei Vittorelli, con quattro colonne tuscaniche su piedritti torniti e due pilastri quadrangolari a bugnato rustico.

Una terza variante riportata dal Chiuppani si riferisce alla discendenza di Gasparo e, in particolare, al canonico Pietro e all’avvocato Domenico, figli del notaio Andrea e della nobile Angela Tiozzo. Lo stemma si vedeva scolpito sul marmo sepolcrale nella chiesa conventuale di Santa Chiara, contigua a palazzo Vittorelli. È probabile che un’ulteriore variante fosse stata elaborata dai discendenti di Girolamo Vittorelli di Gasparo e di Luchina Bianchini, detti appunto, a seguito del loro matrimonio, Bianchini. La famiglia Bianchini aveva vasti possedimenti

in contrada delle Bonine, confinanti con quelli dei Vittorelli, e abitava in una poderosa casa domenicale della zona, conosciuta oggi come Ca’ Belegno. I Vittorelli detti Bianchini avranno tradizionalmente dimora in contrada delle Grazie, e precisamente a mezzogiorno della residenza dei Remondini. Nel corso del ’700 i Vittorelli di contrada Rigorba prenderanno l’abitudine di farsi seppellire al di là del viale delle Fosse, nella chiesa dei Riformati (ex Ospedale), a loro cara. Anche la casa, o meglio le case Vittorelli di contrada Rigorba, così come la tomba di famiglia in San Francesco, si possono ritenere in parte definite prima del 1570. Vi abitavano infatti i nuclei familiari di Antonio, di Andrea e di Vettore, tutti figli di Nicola Vittorelli. Proprio nel codicillo di Antonio, del 1566, si ha la conferma che nella sua dimora, volendo, si potevano apportare dei miglioramenti. Infatti, nominando usufruttuario della sua casa il nipote Nicola, Antonio precisava che se questi avesse realizzato dei mejoramenti si in poca quanto in grande quantità, gli altri suoi nipoti ed eredi non sarebbero stati tenuti a riconoscere tali lavori e nemmeno autorizzati a chiedere risarcimenti per eventuali pezoramenti. Istituiva anche un rigido fedecommesso per la linea maschile. Già il 9 settembre 1570, comunque, i nipoti Nicola di Andrea, Gaspare e Giovanni Pietro di Vettore si divisero l’eredità lasciata dallo zio Antonio.


Girolamo Tommasoni, Pianta del brolo e delle case Vittorelli dalla via Rigorba sino alla torre sud-est, disegno a penna e acquerello, 13 settembre 1688. Venezia, Archivio di Stato, Rason Vecchie. Vettore Vittorelli e i suoi fratelli con tale disegno supplicavano le autorità veneziane di poter acquistare la strada pubblica a fianco delle mura cittadine, per poter chiudere il loro brolo e costruire una casa domenicale (quella che appare nella fotografia qui sotto).

L’insediamento dei Vittorelli in contrada Rigorba avvenne dunque attorno al primo decennio del ’500, attraverso l’acquisizione di unità di piccolo cabotaggio e d’impianto, come minimo, quattrocentesco. La tipologia porticata dell’attuale palazzo Vittorelli, con in origine finestre centinate, si deve far risalire a tale secolo, anche se poi venne rimaneggiata nel ’500. Anche prima della rifabbrica ottocentesca, il vicino palazzo Lugo-Vinanti aveva sempre avuto al piano terra un percorso pubblico coperto, entro il quale Giambattista Verci ricorda di aver scorto un affresco con una Madonna di fattura quattrocentesca. Cos’è rimasto oggi dell’antico impianto quattrocentesco in palazzo Vittorelli? Sicuramente la cantina a ovest, con bocca di lupo verso la strada pubblica, e una parte della travatura del mezzanino o primo piano, dove risulta ancora leggibile una vivace decorazione policroma a tempera. I Vittorelli, sicuramente prima del 1570, posero mano alle loro case, unificando un po’ il tutto e ampliando la tipologia porticata, con scala e cortile all’interno. Proprio attorno a questo periodo alcuni membri della famiglia andavano assumendo cariche cittadine di rilievo. Nel 1565 Antonio Vittorelli veniva eletto all’ufficio di Conservatore del Monte di Pietà. L’anno prima, come già detto, il nipote Gasparo non aveva ottenuto i voti sufficienti per essere eletto fra i rappresentanti del quartiere

Rovedo, entro il quale era inclusa la contrada Rigorba e quindi anche la dimora dei Vittorelli. Con la stessa carica di Conservatore veniva eletto nel 1568 il cugino Nicola di Andrea, che assumeva pure il titolo di Giudice sopra i pignoramenti e di Stimatore delle carni. Nicola Vittorelli, nel 1574, era in grado di prestare alla Magnifica Comunità di Bassano 300 ducati aurei per fronteggiare un’affrancazione: la cifra venne totalmente restituita nel 1600 agli eredi aventi diritto. Il già citato Gasparo di Vettore, dal quale originerà il ramo più rappresentativo della famiglia, nel 1591 farà finalmente il suo ingresso in seno al Maggior Consiglio: purtroppo egli non farà a tempo ad assaporare granché la nobilitante prerogativa, perché morirà nello stesso anno. Da molto tempo il personaggio godeva di prestigio e considerazione presso la Fraglia dei Calzolai. Già nel “Capitolo” della stessa, in data 1548, egli risultava ricoprire la carica di Syndicus, mentre lo zio Antonio e il cugino Nicola, entrambi Magistri, appaiono fra i consiglieri assieme a due esponenti di Casa Dolzan. Sebastiano e Giuseppe Dolzan di Giovanni erano cugini di quella Cecilia Dolzan di Francesco che aveva sposato nel 1541 il predetto Gasparo Vittorelli. Le due famiglie erano dunque legate, oltre che dallo stesso lavoro, anche da vincoli di parentela. I Dolzan tenevano bottega di calzature e di panni sotto i portici in piazza e il Chiuppani

Lo storico ingresso del giardino Vittorelli a sud del palazzo, così come appariva all’epoca dello Stallo Lazzarotto (fine anni ’70).

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La semplice lapide che ricorda ai passanti il luogo dove nacque il grande poeta.


Le raffinate decorazioni a stucco stiacciato di gusto rococò della stanza posta a ovest del salone passante nel piano nobile, collocabili attorno alla seconda metà del ’700 e probabilmente commissionate dal padre del poeta Jacopo. Nelle decorazioni predominano girali di acanto, ghirlande decorative e serti di palme, mentre nei tondi in rosa antico si alternano strumenti musicali come nel caso del flauto di Pan e delle nacchere presenti nel tondo sottostante.

(p.g.c. Studio legale avvocato Salvatore Lo Giudice).

L’esemplare restauro dei locali al piano nobile di palazzo Vittorelli è stato curato a suo tempo, con passione e competenza, da Ottorino Tassello (al quale L’Illustre bassanese ha dedicato il numero di gennaio 2019).

ricorda che sulla facciata delle loro case era scolpito lo stemma di famiglia. Il ramo dei Dolzan al quale apparteneva Cecilia risiedeva in Campo Marzio, in una bella casa confinante a monte con palazzo Capello e a mattina con la via comune. La casa era in origine di Ser Victore de Brotis, appartenente a una famiglia legata da profondi e ripetuti vincoli di parentela con i Dolzan. La sorella Maria Brotto aveva sposato, nel 1479, il maestro calzolaio Filippo Dolzan e questi aveva finito coll’andare ad abitare nella casa del cognato in Campo Marzio. L’atto dotale di Cecilia Dolzan venne steso proprio in questa casa e prevedeva l’assegnazione di 180 ducati aurei, parte in vestiario e parte in appezzamenti di terreno. Gasparo Vittorelli è l’ultimo maestro calzolaio della famiglia e dal suo matrimonio con Cecilia Dolzan nacquero i figli Girolamo, Paolo e forse anche Cecilia e Laura. Rimasto vedovo attorno al 1564, il Vittorelli passò a nuove nozze con una certa Terenzia Gatto di Cittadella, che gli diede sicuramente i figli Andrea e Vettore. È probabile che alcuni esponenti di casa Vittorelli svolgessero attività di calzolai sotto l’accogliente portico della loro dimora in contrada Rigorba, mentre Vittore Vittorelli, padre del citato Gaspare, aveva acquistato da Francesco Polcastro, civis vincentie, una bottega a calegaria, posta sulla piazza del Comune. Il prezzo pattuito fu di 80 ducati aurei. L’atto di compravendita venne steso

nel 1570 e la definitiva affrancazione avvenne nel 1585. Dalla lettura dei documenti notarili risulta che l’intraprendente maestro calzolaio Gaspare conduceva, sempre nella contrada delle Biave o del Palazzo, un’altra bottega artigiana di proprietà di Bartolomeo Merzari. I Merzari, come si sa, erano imparentati con la famiglia Dal Ponte, avendo Elisabetta Merzari sposato Jacopo dal Ponte. Gasparo Vittorelli aumenterà notevolmente il patrimonio fondiario: affiancherà soprattutto nuovi possedimenti a San Zeno, in contrada delle Bonine. Le prime divisioni patrimoniali della generazione di Gaspare avvennero nel 1570, con il fratello Giovanni Pietro e il cugino Nicola di Andrea, senza però intaccare la casa di contrada Rigorba, che in questo periodo veniva anche denominata contrada Canaregii. Subito dopo la morte di Gasparo Vittorelli, i suoi figli di primo e di secondo letto si recarono dal notaio Caffetto, il 23 luglio 1591, per procedere alla divisione del patrimonio abbandonato. Bisogna precisare che Paolo Vittorelli, il secondogenito, era stato emancipato il 18 dicembre 1590 e il 20 dello stesso mese aveva ottenuto dal padre una casa dominicale con adiacenze per i coloni, corte, orto e brolo circondati da muro, più 62 campi, il tutto posto in teritorio Bassani in contrata Boninarum. In questo cospicuo fondo si può ravvisare il nucleo più antico dei Vittorelli nella


Due dei clipei marmorei incastonati in formelle rettangolari, collocati sulle lesene del salone al piano nobile (sec. XVII). Si tratta dei profili di imperatori e imperatrici romani, probabilmente recuperati nel mercato antiquariale da mons. Andrea Vittorelli.

campagna di San Zeno. Il secondogenito, quindi, nella divisione interveniva come coerede della dote materna, ossia di Cecilia Dolzan. Gli altri membri coinvolti erano il primogenito Gerolamo, il reverendo Andrea, il futuro notaio Vettore, le sorelle Cecilia e Laura, e la vedova Terenzia Gatto. In questa prima divisione venivano stabilite le singole parti di dote che toccavano ai vari interessati e gli obblighi di mantenimento per le sorelle Cecilia e Laura. Proprio in vista di una maggiore necessità di denaro liquido Gerolamo, Andrea e Vettore vendevano nell’agosto del 1591 una rilevante proprietà di famiglia a Francesco dal Ponte il Giovane. Si trattava di una casa dominicale con tutte le sue adiacenze e aggregata a ben 53 campi, posta in villa del Fossà in contrà delle Fellette. La liquidità doveva servire anche a sostenere le gravose spese necessarie per portare avanti la causa intentata alla vedova e alle figlie del cugino Nicola, morto senza figli maschi. Grazie al fedecommesso istituito dal loro zio potevano rivendicare una parte della sua casa toccata al predetto Nicola. Finalmente, doppo longo littigio, che aveva richiesto l’intervento del podestà di Bassano e di illustri giureconsulti di Padova e di Venezia, la vedova Elisabetta Locatelli e la figlia Caterina Vittorelli in Compostella cedevano ai figli di Gasparo Vittorelli, nel 1596, una parte della casa del defunto Antonio, più una serie di appezzamenti di terreno. Si trattava del lato ovest dell’attuale palazzo Vittorelli, comprendente la parte verso la strada, dotata di caneva sotto terra, di sala soprastante, entrata, soffitta e corte interna. Le parti si impegnavano anche, dividendo le spese, a realizzare quelle opere murarie divisorie, atte a sancire le diverse proprietà. Entro la prima metà del ’600, comunque, la dimora dei Vittorelli di contrada Rigorba apparterrà completamente e ininterrottamente alla discendenza di Gasparo, sino quasi alla metà del secolo scorso. Uno dei figli più giovani di Gasparo, di nome Vettore, diverrà notaio come il fratello Altobello e i suoi rogiti superstiti vanno dal 1605 al 1631. Egli sposerà Virginia Nosadini e il loro figlio Andrea continuerà nella professione paterna, proiettando così la famiglia fra le grandi dinastie bassanesi dedite tradizionalmente al

notariato. A questo punto è doveroso soffermarsi sul fratello del notaio Vettore, monsignore Andrea Vittorelli (Bassano, 1580 - Roma, 1653). L’illustre personaggio nacque dal secondo matrimonio del magister Gaspare Vittorelli (sindaco a più riprese della Confraternita dei calzolai) con Terenzia Gatto da Cittadella. Sull’esempio del cugino Giovanni, che si era fatto frate agostiniano nel convento di Santa Caterina di Bassano con il nome di fra Antonio, abbracciò anch’egli la vita religiosa, ma preferì compiere gli studi non a Vicenza (come avrebbe dovuto per appartenenza di diocesi) bensì nel prestigioso Seminario di Padova; qui finì sotto l’ala protettrice del cardinale Cornaro. Grazie alle buone entrature, completò la sua formazione a Roma, dove si distinse presto

13 Il fregio corrente sottotravatura con ameni paesaggi entro cartigli di gusto barocco (metà del XVII secolo).


Guglielmo Montin, Monumento funebre di mons. Andrea Vittorelli, biancone di Pove e marmi policromi intarsiati, 1745. Bassano, chiesa di San Francesco, fianco nord. L’impostazione barocca risente dell’influenza di Bernardo Tabacco.

ANDREAE VICTORELLO CIVI BASSANSI THEOL. PRAESTMO CANONICO PATAV. QUI ROMAE DIV CUM PIETATIS ET ERUDITIONIS LAUDE VERSATUS TANDEM AN. MDCLIII OBIIT IBIDEM IN PRAECLARIS INGENII MONUMENTIS AETERNUM SUPERSTES ANDREAS VICTORELLUS PROPATRUO BENEMERENTI P. AN. MDCCVL Trascrizione dell’epigrafe in latino del monumento, incisa a caratteri dorati su marmo nero.

nel campo della teologia morale e della storia ecclesiastica, arrivando a ottenere lusinghieri apprezzamenti da Urbano VIII. Per la sua modestia, e soprattutto per non nuocere agli amati studi, egli rifiutò la mitra offertagli dallo stesso papa e rinunciò a un ricco canonicato di Padova. Infaticabile estensore di testi di varia natura, si

procurò fama inoltre di archeologo eruditissimo, tanto che fu inviato a Benevento per decifrare alcune misteriose iscrizioni. Numerose anche le sue orazioni funebri, un po’ ridondanti secondo il gusto dell’epoca. Di lui scrissero Leone Alacci, il quale compilò anche un catalogo delle sue opere edite e inedite, Girolamo Maria Mazzucchelli, Carlo Denina, Girolamo Tiraboschi e Apostolo Zeno. Fra le sue opere più note si possono ricordare L’Istoria dei Giubilei Pontifici, il Trattato della custodia degli Angeli dedicato a Paolo V, le Aggiunte alle Vite dei Pontefici e dei Cardinali da Leone XI ad Urbano VIII dello spagnolo Alfonso Chacòn detto Ciacconio, dove inserì l’elogio fatto a Bassano da Iacopo Cavacio nella prefazione del suo Museo degl’Illustri Anacoreti, dimostrando così tutto l’attaccamento alla città che gli aveva dato i natali. Un’altra opera da lui molto curata fu la descrizione storicoartistica della cappella Borghese di Santa Maria Maggiore nelle Memorie della Beata Vergine Maria, delle quali consegnò personalmente una copia allo stesso Paolo V. Ancora in vita, gli venne dedicata una medaglia bronzea con il suo profilo sul recto, caratterizzato da una lunga barba e la scritta “ANDREAS. VICTORELLUS. BAS. ROMAE”, mentre sul verso furono inseriti l’arma Vittorelli e il cesareo motto “VENI VIDI VICI”. Il prelato morì improvvisamente a Roma nel 1653, ma i suoi legami con Bassano e con la famiglia furono sempre ben saldi, tanto che i suoi nipoti furono anche gli eredi. Dai documenti notarili noti sembra che egli, con i suoi danari, abbia notevolmente accresciuto il patrimonio familiare. Nel 1635, per esempio, il Molto Illustre e Molto Reverendo Monsignor don Andrea Vittorelli del quondam signor Gasparo pur cittadino di Bassano comorante nell’Alma città di Roma, tramite il nipote Andrea, acquistava dal cugino Gasparo Vittorelli di Paolo quella casa dietro San Giovanni della quale si è già accennato. In questa casa, confinante con quelle dei Da Roman e dei Miazzi, si era andato a insediare alla fine del ’500 Paolo Vittorelli, dopo che il padre Gasparo l’aveva emancipato assegnandogli il suo patrimonio. Egli aveva sposato la nobile Fiore Compostella, appartenente a quel ramo che abitava in via Nova,


Il frontespizio delle Gloriose Memorie della B.ma Vergine Madre di Dio di Andrea Vittorelli, pubblicate a Roma nel 1616. L’autore ne donò personalmente una copia a papa Paolo V, suo estimatore.

ora via Roma, e non è improbabile che la casa gli fosse giunta tramite appunto i Compostella. Paolo Vittorelli farà testamento nel 1622 nella sua casa dietro San Giovanni, nominando erede universale l’unico figlio Gasparo, che abbiamo visto, poco sopra, vendere la dimora paterna al cugino monsignore. Nel 1650 il prelato, tramite il nipote Paolo di Vettore, acquistava dai Bortolazzi una casa de muro con tutte le sue adiacenze, circondata da muro, e degli appezzamenti di terreno, posto il tutto in contrà delli Bortignoni o della Campagna. Su questo nucleo, poi, si affiancherà la nota villa di campagna dei Vittorelli con l’annesso oratorio gentilizio dedicato a San Pietro d’Alcántara, intestata nel Catasto Asolano del 1717 ad Andrea Vittorelli. Monsignor Andrea Vittorelli dovette aver lasciato un bel patrimonio ai nipoti, non solo in beni immobili ma anche in libri e oggetti d’arte. È molto probabile che quei clipei marmorei con teste di imperatori e di imperatrici romani, ascrivibili al XVII secolo, che si vedono murati nel salone passante del piano nobile di palazzo Vittorelli, li abbia reperiti lo stesso monsignore nel ricco mercato antiquariale romano. Sta di fatto che ancora nel 1660 erano insorte molte difficoltà per la spartizione dell’eredità fra i diversi nipoti. I figli di Vettore, infatti, furono

costretti a sborsare la ragguardevole cifra di 2000 ducati al cugino Domenico Vittorelli di Girolamo sopra detta heredità de’ mobili, stabili, avanzi, miglioramenti et usufrutti del defunto monsignore. In base a queste informazioni si può ipotizzare che sia stato lo stesso sacerdote a promuovere il completamento di palazzo Vittorelli, soprattutto nel coronamento superiore e nel piccolo attico sporgente con timpano, pensato proprio per conferire alla piatta regolarità della costruzione un centro visivo. Se infatti si va a scrutare bene la veduta a volo d’uccello di Bassano dei fratelli Dal Ponte (1583-1610 c.), si nota come la dimora dei Vittorelli fosse ancora un compatto parallelepipedo, privo di coronamento centrale. Nel 1745, quindi a quasi un secolo dalla morte dell’illustre monsignore, fu collocato sul fianco nord della chiesa di San Francesco di Bassano un monumento in suo onore con il busto scolpito dal bassanese Guglielmo Montin, come ricordò Giambattista Verci. L’effige venne derivata da un modello che si trovava da molto tempo nella casa di contrada Rigorba di Gerolamo Vittorelli: il committente dell’opera fu invece Andrea Vittorelli. Il busto appare sopra una mensola architettonica di gusto barocco, con l’arma dei Vittorelli soprastante, mentre sotto si staglia un’epigrafe su

Giovanni Panozzo, Santa Lucia tra la Beata Giovanna Maria Bonomo e San Luigi Gonzaga, particolare, olio su tela, 1907. Una delle pagine riguardanti la deposizione come teste di Caterina Vittorelli, badessa del Monastero di San Girolamo a Bassano, nella Positio super dubio, stampata a Roma dalla Tipografia Camerale Apostolica nel 1735 (Raccolta privata).


Un disinvolto e inedito scorcio del ponte di Bassano, visto dalla riva sinistra del Brenta, con un accenno della città, caratterizzata da torrioni e colombare (sec. XVII). Piano nobile di palazzo Vittorelli, sala sud-est.

In basso Caravaggio, Ritratto di papa Paolo V, olio su tela, 1605. Roma, Galleria Borghese. Il volitivo pontefice nutriva grande considerazione del bassanese Andrea Vittorelli.

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marmo nero imitante i modelli barocchi romani con elencati i titoli, la grande religiosità e le specialità letterario-teologiche e archeologiche del personaggio. Da casa Vittorelli, nel corso di svariati secoli, uscirono numerose donzelle che abbracciarono la vita monastica, in particolare clarisse e benedettine, accompagnate da ricche doti spirituali. Tra queste brillò per autorevolezza madre Caterina Vittorelli, monaca nel monastero benedettino di Bassano di San Girolamo, dove ricoprì anche il ruolo di abadessa dopo la beata Giovanna Maria Bonomo. Nel processo canonico di beatificazione della venerabile Bonomo costei venne chiamata a deporre come teste, riportando ricordi personali. Nello stesso processo testimoniò anche madre Scolastica Vittorelli, probabilmente sua nipote. Nel corso del Settecento ebbe un ruolo di grande rilevanza nel Bassanese anche don Francesco Vittorelli, emerito parroco di Rosà. Era figlio di Vittore del fu Girolamo e di Elena Locatelli e nel 1735, quando la madre gli costituì il patrimonio ecclesiastico per accedere agli ordini superiori era un promettente chierico. Fu lui a vedere parzialmente terminata la nuova e grandiosa parrocchiale di Rosà: nella sua dettagliata deposizione del 1768 assicurava infatti che già possedeva ultimati i sette altari previsti. L’affermazione in campo notarile di Vettore e il successo in ambito ecclesiastico del fratello uterino Andrea costituirono una vigorosa molla per l’unificazione della dimora di famiglia di contrada Rigorba, sia esternamente sia internamente. Le fasce correnti dipinte sottotravatura dell’ambiente del piano nobile posto a est e recuperate nell’ultimo restauro (1993), si possono collocare proprio in questo intervento di maggiore solennizzazione della dimora. Il prelato morì nel 1653 e tutto l’intervento può essere posto a monte di questa data. Le predette fasce correnti,

realizzate a fresco con tinte acquarellate, presentano all’interno larghe volute di girali d’acanto intervallate da medaglioni paesaggistici, incorniciati a loro volta da frondosi cartigli barocchi. In uno, in maniera molto dilettantesca, appare una veduta di Bassano con il Ponte. Tutto l’insieme mostra una modesta e provinciale derivazione da esempi aulici del repertorio decorativo romano. A circa un anno dalla morte del monsignore i fratelli Andrea, Paolo, Francesco di Vettore, procedevano alla divisione patrimoniale. Il suddetto Francesco risultava già abitare in quella casa dietro San Giovanni che era stata acquistata quasi vent’anni prima dallo zio monsignore, mentre, con la divisione in corso, ad Andrea notaio, sposato ad Angela Tiozzo, toccavano le possessioni di San Zeno e ali Bortignoni. A Paolo, sposato a Gasparina Lugo, andava la casa di contrada Rigorba. Nella descrizione, l’immobile conservava ancora la cantina e aveva corte, cisterna, stalla, teza e attrezzature varie per la lavorazione dei bachi da seta. In questo periodo gli intrecci matrimoniali dei Vittorelli interessarono le famiglie più in vista e di più antica storia di Bassano. Basti citare i ricordati Compostella, i Lugo, i Tiozzo. Già sullo scorcio del ’500 la famiglia aveva stretto rapporti di parentela con i Memo, nota famiglia del patriziato veneto, che aveva tradizionalmente possedimenti nella campagna di San Zeno, dove certo i Vittorelli non erano gli ultimi arrivati. Il 23 giugno del 1587 veniva steso l’atto dotale di Cornelia, figlia del magnifico Gasparo Memo, andata in sposa a Vittorello Vittorelli di Pietro. La discendenza di Gerolamo e soprattutto di Gaspare, come si è detto, si dedicherà al notariato per oltre duecento anni: l’ultimo notaio di casa, Bortolo Vittorelli di Vettore, si spingerà a rogare sino al 1796. Ben quindici sono i notai espressi dalla famiglia e tutti si contraddistinguono per la particolare chiarezza. Nel corso dell’Ottocento i vari membri si limiteranno ad amministrare il patrimonio rimasto, anche se alcuni ricopriranno cariche di rilievo in ambito civile. Vettore Vittorelli (1814-1888) avrà la carica di Presidente della Corte d’Appello e suo figlio Giacomo Andrea diverrà Prefetto di Venezia. Nel corso del ’600, comunque, alcuni


Anonimo, Veduta di Bassano, disegno a penna e acquerello, particolare 1760-’67. Bassano, Musei Civici. Si possono scorgere il convento dei Riformati, il viale delle Fosse, la torricella con a fianco il portello dei Riformati e la chiesa di Santa Chiara.

esponenti della famiglia si dedicarono ancora al commercio. Per esempio Paolo, figlio del notaio Andrea, nel 1691 era negociante in Bassano, pare nel settore della spetiaria. Da questo momento in poi si seguirà prevalentemente il ramo dei Vittorelli dal quale discenderà il poeta Jacopo, e cioè sempre seguendo la linea originata dall’avo Gasparo. Dal notaio Vettore “il Vecchio” nascerà il notaio Andrea, sposato alla ricca Angela Tiozzo. I due avranno quattro figli maschi: Domenico, ambasciatore a Venezia, Pietro canonico, Vettore “il Giovane” notaio, e Francesco frate domenicano. Come si vede le due anime della famiglia - quella notarile e quella religiosa erano ben bilanciate. Gli atti notarili di questo Vettore si spingono sino al 1702. Sposato alla nobile Elisabetta Rinaldi, ebbe con il figlio Giacomo Andrea il continuatore della tradizione notarile di famiglia: i suoi protocolli vanno dal 1719 al 1751. La generazione di Vettore

Vittorelli “il Giovane”, collocabile all’incirca nell’ultimo cinquantennio del ’600, accrebbe notevolmente il già cospicuo patrimonio fondiario della famiglia, soprattutto fra San Zeno e Romano, zone nelle quali i Vittorelli avevano per così dire il loro feudo. Gli atti notarili fondamentali di questi ripetuti acquisti e riguardanti circa 192 campi, con rustici annessi, sono disseminati nel Pedemonte. Dal punto di vista economico è questo il vero e proprio apogeo della famiglia. A conferma di ciò, due mappe conservate presso l’Archivio di Stato di Venezia, l’una recante la data 1688 e l’altra la data 1695, ci testimoniano come alla fine del secolo la famiglia Vittorelli fosse diventata proprietaria di tutta l’area in capo alla contrada Rigorba, al di qua e al di là della strada. Era addirittura proprietaria della torre incuneata nelle mura, a fianco della quale verrà aperto il cosiddetto “Portello dei Riformati”. Nella supplica del 1688 i fratelli Vittorelli chiedevano il permesso di poter acquisire una strada lungo la muraglia prospiciente l’attuale area della Corona d’Italia. In tale zona la famiglia aveva il suo giardino privato. Nella supplica del 1695, i Vittorelli chiedevano alle autorità veneziane di poter aprire una loggia con trifora, a mo’ di belvedere, proprio sopra il sunnominato “Portello dei Riformati”, perché, evidentemente, la torre a

L’interno dell’oratorio pubblico di Fellette, con la pala del patrono San Pietro d’Alcàntara che riprende quella più nota della chiesa dei Riformati di Bassano (andata purtroppo perduta). Anche per questo motivo si tratta di un dipinto di particolare pregio iconografico e religioso.

17 La classicheggiante chiesetta della casa di villeggiatura di Andrea Vittorelli a Fellette di Romano d’Ezzelino, dedicata al santo spagnolo Pietro d’Alcàntara e consacrata nel 1729. Di ragguardevoli dimensioni, l’edificio si trovava al centro di un fondo agricolo di oltre 86 campi. L’adiacente villa, tuttora esistente ma rimaneggiata, presenta un impianto molto semplice con sala passante centrale e copertura a due falde.


Girolamo Tommasoni, Piante delle case Vittorelli in via Rigorba (ora Da Ponte), disegno a penna e acquerello, 26 febbraio 1695. Venezia, Archivio di Stato, Rason Vecchie. Si tratta della supplica dei fratelli Vittorelli, rivolta alle autorità veneziane per potere aprire una trifora con poggiolo sulle mura cittadine, comunicante con la torresella e la casa oblunga di loro proprietà.

18 Il particolare del segno del tabellionato tracciato a mano dal notaio Vittore Vittorelli in un’annotazione storica del 1605. Bassano, Archivio di Stato.

fianco era abitata dalla famiglia. Il “Portello dei Riformati”, chiamato così perché dirimpetto vi era l’omonimo convento, poi inglobato nel vecchio Ospedale Civile, ancora nel 1608 aveva ottenuto il placet da Venezia per la sua apertura, sennonché ci furono delle aspre opposizioni da parte degli Uguccioni e di altre famiglie. Nel 1619 la lite era in corso e il portello appresso la Torre Vittorelli pare fosse ancora da farsi. L’inserimento di tale apertura nella veduta di Bassano dei fratelli Dal Ponte andrebbe quindi collocato dopo il 1619 e ciò comporterebbe un ampliamento del periodo di ritocco della stessa veduta. Riprendendo il profilo generazionale, dal matrimonio di Vettore “il Giovane” e di Elisabetta Rinaldi nacquero, oltre che il citato Giacomo Andrea, Domenico, colpito da una non meglio specificata indisposizione, una monaca in Santa Chiara, della quale non si conosce il nome, Laura in Zerbino Lugo, Angela in Giovanni Dalla Riva e Anna Maria in Pietro Ignazio Perli. La Rinaldi, nel 1730, trovandosi in stato vedovile sin dal 1704, dettava il suo testamento nel palazzo del genero Perli in Campo Fior, oggi via Verci. Innanzitutto chiedeva di riposare nella sepoltura di Casa Vittorelli in Santa Chiara, disponeva poi per la celebrazione di ben 1000 messe in suffragio dell’anima sua e di un legato per la figlia monaca. Alle figlie Laura in Lugo e Angela in Dalla Riva stabiliva, una volta tanto,

ducati 200, mentre all’altra figlia Anna Maria in Perli lasciava i suoi due brazzaletti di diamanti, considerando lo stato e fortune della Casa in cui coll’aiuto di Dio, et a mie persuasive, è stata collocata con dote molto maggiore delle altre sue sorelle. Nominava poi erede universale di tutti i suoi averi il figlio Giacomo Andrea con l’obbligo, dopo la sua morte, di passare al fratello Domenico 230 ducati annui e di trasferirlo presso la sorella Laura in Lugo, la quale abitava nel bel palazzo di via Marinali. Se ciò non fosse stato eseguito alla lettera, stabiliva tutta una serie di contromisure. Risulta fondamentale rileggere anche il testamento olografo di questo Giacomo Andrea, che è anche l’ultimo notaio del ramo di Jacopo Vittorelli. Sin dal 1746 egli aveva consegnato la sua cedola testamentaria al notaio Anselmo Pasqualini perché la conservasse fra gli atti e la pubblicasse dopo la sua morte. La cedola portava, come abitudine, tre sigilli in ceralacca con impresso lo stemma di famiglia. A seguito della morte del testatore, lo stesso notaio Pasqualini si premurava di pubblicare il testamento, il primo marzo 1761. Nell’appellarsi ai suoi particolari santi protettori è singolare che Giacomo Andrea non abbia invocato San Giacomo e Sant’Andrea, come sarebbe stato ovvio, bensì San Pietro d’Alcántara, Sant’Antonio di Padova e San Francesco di Paola. Guarda caso, il primo, il santo titolare dell’oratorio da lui eretto accanto alla sua casa di villeggiatura “alla Campagna”, altrimenti detta “ai Bortignoni”, sotto Romano. Nella paletta dell’oratorio, che ancor oggi si può ammirare in sito, anche se molto abrasa nel colore, ai piedi di San Pietro d’Alcántara stazionano proprio i sunnominati Antonio di Padova e Francesco di Paola. La devozione particolare della famiglia Vittorelli a San Pietro d’Alcántara non era casuale ma nata dalla consuetudine con il vicino convento dei frati Francescani Riformati dell’osservanza, consacrato sin dal 1610, oltre le Fosse. Paladino di una più stretta riforma vicina allo spirito del primo francescanesimo era stato proprio il grande asceta spagnolo, nato ad Alcántara, nell’Estremadura, nel 1499 e morto nel 1562. Nella chiesa di San Bonaventura, già dei Riformati, si poteva ammirare, entro un elaborato


Francesco Chiuppani, Pianta di Bassano, particolare, bulino, 1737. Bassano Musei Civici. Nel tondo è evidenziato il sito dove sorgevano le case Apollonio e dove prenderà forma l’Orfanotrofio Pirani.

altare ligneo seicentesco, una paletta di scuola veneziana del ’700, di buona fattura, con al centro San Pietro d’Alcántara e ai suoi piedi Sant’Antonio di Padova e San Francesco di Paola. Pur essendovi una sostanziale differenza di livello, le due palette, quella dei Vittorelli “ai Bortignoni” e quella dei Riformati a Bassano, denotavano una eguale impostazione e spirito devozionale. La chiesetta campestre voluta da Giacomo Andrea Vittorelli venne consacrata il 12 ottobre 1729 e di ciò rimane una nota nell’archivio parrocchiale di San Zeno. Nel suo testamento il Vittorelli, dopo aver nominato eredi universali i figli Giuseppe e Vettore si premurava, quanto più fervorosamente possibile, di assicurare il bisognevole decoroso nella chiesa campestre da me eretta in villa di Roman. Temendo l’estinzione della stirpe, obbligava eventualmente l’ultimo superstite a istituire una Mansioneria quotidiana, cioè la celebrazione di una messa quotidiana nell’oratorio. Non sapeva ancora che il pronipote Giuseppe di Vettore gli avrebbe dato una tale copiosa discendenza da far dire al Baseggio: Vittorelli, famiglia non estinguibile per la immensa quantità di rampolli di Giuseppe… Giacomo Andrea si preoccupava anche della sua anima: stabiliva di farsi seppellire nel luogo dei suoi maggiori in Santa Chiara e stabiliva tutta una serie di messe di suffragio presso la suddetta chiesa e presso le chiese dei Riformati e dei Cappuccini agli Ognissanti. Prescriveva inoltre clausole precise a beneficio dell’amata figlia Laura e nominava infine la moglie Giacinta Apollonio erede usufruttuaria assieme ai figli, definendola mia dilettissima et amatissima consorte, che ben lo merita, e sia essa arbitra, direttrice e governatrice. Il particolare carattere della moglie merita di essere messo in luce perché, così, si comprenderà meglio l’ambiente familiare nel quale si innesterà l’esistenza terrena del poeta Jacopo Andrea Vittorelli, non certo serena in alcuni periodi. Giacinta Apollonio proveniva da illustre e antica famiglia bassanese, che aveva dato alla città uomini di governo, notai ed ecclesiastici di notevole levatura. La figlia di Jacopo dal Ponte, Marina, sposò nel 1577 un Apollonio e da questi sortirono il pittore Giacomo e altri tardi continuatori dei modi bassaneschi.

La famiglia aveva tradizionalmente residenza dietro San Francesco e sepolture nell’omonima chiesa. L’attuale edificio annesso all’Istituto Pirani-Cremona sorse in un terreno della famiglia Apollonio, la quale non mancò di beneficiare la pia istituzione. Con Giacinta si estinguerà la dinastia degli Apollonio di San Francesco e il ricco patrimonio familiare confluirà in gran parte in casa Vittorelli. È lo stesso Chiuppani a ricordare, nella prima metà del ’700, l’estinzione della linea maschile degli Apollonio. Come si è visto, i rapporti fra il notaio Giacomo Andrea e la moglie Giacinta erano tenerissimi, non incrinati da screzi. Egli la nominava usufruttuaria e governatrice dei suoi beni, assieme ai figli Giuseppe e Vettore. Le cose incominciarono a prendere una diversa piega attorno al 1761, dopo la morte del notaio. La Apollonio andava creditrice nei confronti di casa Vittorelli della sua dote, ascendente a ducati 3048: una cifra ragguardevole. Era inoltre donna dotata di notevole acume negli affari, in grado di amministrare agevolmente il ricco patrimonio fondiario ereditato dal padre Antonio e sparso soprattutto fra Pove, Romano e San Zeno, proprio in contrada delle Bonine dove i Vittorelli avevano gli antichi possedimenti. Aveva ereditato anche l’antica casa di famiglia dietro San Francesco e con i propri denari appariva di sovente negli studi notarili bassanesi per acqui-

Jacopo Apollonio, Ascensione di Cristo tra Sant’Eulalia, San Giovanni Evangelista e San Cassiano (di Todi), prima metà del XVII secolo. Borso del Grappa, chiesa plebaniale di Sant’Eulalia.


La banale facciata ovest della “villetta” di Fellette di Romano d’Ezzelino venne trasformata nel 1790 in un elegante prospetto di tempio classico tetrastilo dall’architetto ingegnere Pietro Gaidon, probabilmente su incarico dello stesso poeta Jacopo Vittorelli. La fotografia, databile attorno ai primi anni Sessanta del secolo scorso, riproduce una situazione anteriore all’ultimo restauro.

Il prospetto sud della “villetta”, con ancora la pergola di vite e le basi in pietra delle piante di limone, in una situazione simile a quella in cui era frequentata da Jacopo Vittorelli. La muraglia che si vede sul lato destro venne innalzata per creare una netta divisione fra la proprietà dominicale e la masseria dei fittavoli. La facciata ovest del corpo padronale ai giorni nostri. Lo storico edificio ospita oggi la rinomata Trattoria Il Pavone.

stare nuove proprietà. Il figlio Giuseppe, già nel 1746, aveva sposato la nobile Caterina Salvioni e la nuova presenza in casa Vittorelli è probabile che abbia creato qualche contrasto. Giacinta Apollonio, a partire dal 1765, e forse anche da prima, iniziò a risiedere con la figlia Laura nella casa avita dietro San Francesco. Nel 1766 i dissapori con i figli avevano raggiunto un tale livello che fu necessaria l’interposizione di comuni amici per sopire i malumori e ricomporre i rapporti. Il 26 giugno veniva steso un protocollo d’intesa nel quale la vecchia madre, dimostrando il suo affetto nei confronti dei figli, donava loro l’intera sua dote, ma rivendicava come proprie le sostanze derivate dal testamento della madre Laura Como e tutte quelle sortite da suoi particolari investimenti. Anche la somma impiegata per recuperare da Laura Vittorelli, vedova di Zerbino Lugo, l’omonimo palazzo dietro San Giovanni era stata in parte fornita da Giacinta Apollonio. Nel 1765 ella aveva fatto venire nella propria casa dietro San Francesco il notaio per dettargli il suo testamento al riflesso della sua avanzata età. Annullando precedenti testamenti, chiedeva di essere sepolta nella chiesa del Pio Ritiro ossia Reclusorio (Pirani) contiguo alla sua abitazione, e lasciava ai figli Giuseppe e Vettore solo dieci once d’argento, pregandoli di non causar inquietudini di sorta alcuna alla signora Laura, loro sorella. Nominava infine erede universale la figlia Laura e, solo dopo la sua morte, i fratelli e i loro figli potevano recuperare il patrimonio soggetto a un perpetuo strettissimo fideicomisso. Nel mese di agosto dell’anno successivo l’anziana testatrice faceva stendere dallo stesso notaio

un codicillo obbligandolo, questa volta, ad andare nella sua casa di villeggiatura a San Zeno. Risulta interessante riportare la precisazione del sito che fece il notaio: in villa, ossia quartier di san Zen territorio di Bassano, contrada detta delle Bonine, salvo error del nome di detta contrada, nella casa dominicale di villa della infrascritta nobile signora testatrice, era di ragione Apollonio, ch’è annessa ad altra casa collonica, contornata a più parti da beni della medesimo testatrice, qual casa ha l’ingresso per un portone sulla strada a parte sera. La proprietà non poteva essere quella dei Vittorelli “alle Bonine”, dati i rapporti con i Vittorelli, e nemmeno quella “ai Bortignoni”: si trattava dunque di un’antica proprietà Apollonio, come diceva giustamente il notaio. Con ogni probabilità quella proprietà citata nel testamento del 1652 di Giobatta Apollonio. Nel documento si trova anche menzione di un costruendo oratorio domestico, che dovrebbe essere quello stesso visitato dal vescovo di Vicenza Corner nel 1768 e di proprietà appunto di Giacinta Vittorelli. L’oratorio, non comparendo nelle visite pastorali precedenti, è collocabile attorno al 1762, anno nel quale si ottenne la concessione del privilegio da Clemente XIII Rezzonico. Nel codicillo del 1766 non si trovano sostanziali differenze rispetto al testamento del 1765, mentre dieci anni dopo, nel 1776, la longeva Giacinta Apollonio precisava che la figlia Laura poteva disporre in vita delle sue sostanze a proprio piacimento, a eccezione dei campi e delle case di San Zeno e di Cassola che, alla sua morte, dovevano essere trasmessi ai fratelli di lei, Giacomo e Vettore.


Giacinta Apollonio morirà nell’inverno del 1776 a 84 anni e verrà sepolta, come ordinato, nella chiesa del Pio Ritiro, altrimenti detta delle Zitelle. Jacopo Vittorelli, il poeta, aveva dunque circa 26 anni e dei rapporti alterni fra il padre e la nonna doveva essere al corrente. Certamente, poco più che bambino, lui che era anche il primogenito, si sarà recato a trovare la nonna e la zia Laura nella loro casa dietro San Francesco, ricevendo in cambio magari dei dolci. Laura Vittorelli non avrà la longevità della madre, rimarrà nubile e morirà comunque a 74 anni, il 19 agosto 1791. Nel gennaio dello stesso anno aveva fatto testamento, chiedendo di essere sepolta nella chiesa dei padri Riformati: come già si è visto, le sepolture di casa Vittorelli nel corso del ’700 oscillavano fra le chiese di San Francesco, di Santa Chiara e di San Bonaventura. La testatrice lascerà i beni ai figli di suo fratello Giuseppe, cioè: Giacomo il poeta, don Antonio, Vettore, Andrea e don Paolo Luigi, il futuro arciprete di Bassano. In particolare destinava la casa dietro San Francesco al nipote prediletto don Antonio, con il quale conviveva, e così pure tutte le suppellettili sacre dell’Oratorio in villa di San Zeno. Dovrebbe sempre trattarsi dell’oratorio già Apollonio, del quale si è accennato, e che nella visita pastorale del vescovo vicentino Peruzzi del 1819 appare sotto il titolo della Beata Vergine Maria e passato in proprietà al reverendo Paolo Luigi Vittorelli, poco sopra citato. Dalle carte esaminate questo oratorio, oggi non più riconoscibile, doveva trovarsi prossimo alle proprietà Cremonese-Baroncelli, a ovest della

villa Vittorelli “alle Bonine”, nel ’900 detta “al Pavone”. Quindi l’inginocchiatoio Apollonio, oggi ai Bordignoni, proveniva da questo oratorio passato in proprietà ai fratelli del poeta. Rimane ora da focalizzare il cosiddetto complesso “al Pavone” con annesso oratorio. Un fondo con rustico “alle Bonine” appare descritto una prima volta in una mappa del 1587 e, in forma più precisa, in una mappa del Catasto Asolano del 1717. In quest’ultima si legge molto bene il tessuto viario, che sostanzialmente non è cambiato. Proprietaria era allora la vedova del notaio Vettore Vettorelli, certa Isabella Renaldi. La prima documentazione dell’esistenza di un oratorio campestre in questa tenuta la si ha con la visita pastorale del vescovo di Padova Carlo Rezzonico, nel 1746. La chiesetta era dedicata a Sant’Andrea Avellino, protettore contro le morti improvvise, e a Sant’Antonio di Padova, mentre proprietario del fondo risultava allora essere Andrea Vittorelli di Paolo. Il culto del santo in Bassano non era sconosciuto - il Verci ci ricorda che in duomo c’era un quadro a lui dedicato del Trivellini - e il nome Andrea era ricorrente poi nella famiglia Vittorelli sin dagli esordi della stessa. Sicuramente, il committente dell’oratorio deve essere stato questo Andrea Vittorelli: nel suo testamento del 1755, infatti, citava fra i suoi particolari protettori proprio Sant’Andrea Avellino e Sant’Antonio di Padova. Nell’introduzione dell’atto si trova precisato: In villa di Roman in mia casa ove abito. Egli dunque risiedeva stabilmente in campagna e la precisazione topografica non deve trarre in inganno,

Il prospetto ovest del corpo padronale e la facciata rococò dell’oratorio pubblico di Sant’Andrea Avellino (1745 circa) dei Vittorelli a Fellette, interpretata come un tempietto classico tetrastilo. L’altare rococò e la semplice parete interna d’ingresso dell’edificio.


Pittore veneto, Il Crocifisso tra Sant’Antonio di Padova e Sant’Andrea Avellino, olio su tela, 1745 circa. Fellette, oratorio Vittorelli (ora in deposito all’Istituto Pirani Cremona).

Qui sopra Pittore veneto, Sant’Antonio di Padova con la basilica ai suoi piedi, olio su tela, 1745 circa. Fellette, oratorio Vittorelli (ora in deposito all’Istituto Pirani Cremona).

perché allora molto vaga e comprendente anche tutta la zona di Romano di Sotto e parte della campagna “alle Bonine”. Il fondo gli era giunto probabilmente tramite una permuta, o con la zia Rinaldi o col cugino Giacomo Andrea. Andrea chiederà di essere sepolto nell’arca di famiglia in San Francesco, con l’abito da Cappuccino o da Riformato. Non avendo figli nominerà eredi universali i pronipoti Giuseppe e Vettore di Giacomo Andrea, dopo però la morte dell’amatissima sorella Lucietta in Cerati. Ecco spiegato perché nella visita pastorale del 1774 del vescovo Giustiniani appare proprietaria del fondo e dell’oratorio la signora Lucia Vettorelli Cerato. Fra i due vicinissimi oratori campestri Vittorelli corrono dunque poco meno di vent’anni di distanza. Il primo di cui si è parlato venne benedetto nel 1729, mentre del secondo si trova menzione solo a partire dal 1746. La differenza cronologica si rispecchia anche in quella stilistica: a un’impostazione monumentale, di ascendenza ancora barocca, si contrappone un’intimità e una grazia prettamente rococò, nell’oratorio del Pavone per capirci. Anche l’unico altare all’interno presenta un disegno e una cromia rococò. I festoncini in stucco, il motivo della conchiglia sommitale, il fascio di palmette nel paliotto e le riquadrature, sempre in

stucco, appartengono proprio a tale stile, così come il festoncino fiorito sopra la porta esterna e le aggraziate piccole lesene joniche. L’oratorio al Pavone era riccamente ornato di suppellettili, aveva la sua sagrestia ben guarnita ed esibiva alcune tele a olio, però di modesta qualità, fra le quali spiccavano quella dell’altare dedicata a Sant’Andrea Avellino e quella con Sant’Antonio di Padova. Le tele, presenti nell’oratorio sino al 1972, sono ora custodite nell’ex Orfanotrofio Pirani. Lucia Vittorelli, figlia del quondam nobile signor Paolo e relita del quondam nobile signor Agostin Cerato, se ne andrà alla bella età di novant’anni circa, nel 1779, lasciando libero campo ai pronipoti Giuseppe e Vettore di Giacomo Andrea. I due fratelli, così, si trovarono in poco tempo a dover sostenere le spese di mantenimento di due oratori a poca distanza l’uno dall’altro. Quello dedicato a San Pietro d’Alcántara “ai Bortignoni” era stato eretto dal loro padre, quello di Sant’Andrea Avellino “alle Bonine” era stato edificato dal loro prozio Andrea Vittorelli di Paolo. Ecco quindi spiegata l’incongruenza di due oratori Vittorelli vicinissimi. Se Andrea Vittorelli avesse avuto discendenza le due proprietà, con annessi oratori, avrebbero avuto storie diverse. Se si aggiunge poi l’oratorio già Apollonio esistente in zona, nel 1768 di proprietà di Giacinta Apollonio in Vittorelli, si intuisce come la cosa dal punto di vista documentaristico fosse ingarbugliata. Dal dicembre 1779, dunque, il fondo con l’oratorio campestre di Sant’Andrea Avellino trasmigrava nelle mani di Giuseppe e Vettore Vittorelli, rispettivamente, padre e zio del poeta Jacopo. Furono loro a collocare nel 1781, sul lato destro della casa dominicale, una piccola edicola facente funzione di campanile, con una campana bronzea della rinomata ditta di Pietro e Antonio Colbacchini di Angarano. Forse, ciò si rivelò necessario alla luce di una maggiore fruizione religiosa dell’oratorio da parte della popolazione del posto. Non bisogna dimenticare però che la campana poteva servire anche per scandire le fasi lavorative nei campi, per annunciare l’approssimarsi di maltempo o di pericoli vari. Tale campana, oltre alla data “1781” e all’iscrizione della fon-


Il famoso salotto letterario di Giustina Renier Michiel alle Procuratie Vecchie in una stampa della prima metà dell’Ottocento. Dopo alcuni tentennamenti, la patrizia veneta aprì le porte del suo cenacolo a Jacopo Vittorelli, che ne divenne in breve uno dei principali animatori. Marianna Pascoli Angeli, Ritratto di Giustina Renier Michiel, olio su tela, 1823. Venezia, Museo Correr.

deria, reca impresse a bassorilievo le sagome del Crocefisso, di San Bartolomeo, della Beata Vergine Maria con bambino e la scritta Laus Dei Semper. Stranamente, manca la citazione del santo titolare dell’oratorio. Poiché Andrea Vittorelli risiedeva stabilmente “alle Bonine”, contemporaneamente all’innalzamento dell’oratorio fece porre mano anche alla casa dominicale. Il suo impianto era sicuramente cinquecentesco se non più antico: egli ricavò da una modesta costruzione, agganciata alle case dei coloni, un corpo padronale: un casino semplice ma dignitoso e adeguato al rango della famiglia. Una maggiore aulicità venne poi spesa per l’affaccio a ovest, verso la strada pubblica. Come la facciata della chiesetta, il lato ovest della casa si arricchì di quattro paraste tuscaniche reggenti un classico timpano, con finestre e porta negli intercolumni. Un grande disco in stucco poi troneggiava al centro del timpano. E così, in maniera geniale, quello che era il semplice fianco anonimo di una casa padronale fu trasformato da Pietro Gaidon nella facciata armoniosa di un tempio classico tetrastilo (1790). Le superstiti pavimentazioni veneziane degli ambienti interni, la presenza della pietra rosata locale riconducono sempre alla metà del ’700 e il tutto a una personalità in campo progettuale di ambito eminentemente bassanese. Si potrebbe anche azzardare il nome dell’architetto Giovanni Miazzi o dei maestri muratori Giacomo Bauto e Francesco Miazzi, visto che tutti erano presenti in quel di San Zeno per la rifabbrica della chiesa parrocchiale, avvenuta proprio attorno allo stesso periodo di costruzione dell’oratorio. Con la generazione di Giuseppe Vittorelli e della relativa sua consorte, Caterina Salvioni figlia dell’illustrissimo signor dottor Marc’Antonio, si è giunti ai genitori del poeta Jacopo. I due vennero uniti il 27 aprile 1746 nella chiesetta della Beata Vergine del Caravaggio, vicino al palazzo dei Brocchi. Si trattò di un matrimonio di alto rango, nobili entrambi, furono sposati dall’arciprete Giovanni Andrea Verci ed ebbero come testimoni i notai Paolo Scolari e Anselmo Pasqualini. Compare d’anello fu il nobile Guerrino Roberti, vicino di casa dei Vittorelli. Nei due anni immediatamente successivi al matrimonio nacquero

due bambine, presto morte, alle quali fu imposto il nome di Giacinta, come la nonna paterna Apollonio. II 10 novembre 1749, nell’antico palazzo di famiglia in contrada Rigorba, nasceva finalmente il primo maschio, Giacomo Andrea come il nonno, in seguito meglio conosciuto come Jacopo Vittorelli “l’Anacreonte italiano”. A ricordo dell’avvenimento, venne murata una piccola lapide proprio sul lato della camera dove nacque il poeta con la semplice scritta Qui nacque Jacopo Vittorelli. Il bimbo venne battezzato il giorno successivo ed ebbe come padrino il nobile signor Ippolito Renier. Il caso volle che, una volta adulto e approdato a Venezia, al poeta si aprissero le porte di casa della nobildonna Giustina RenierMichiel, animatrice dell’ultimo vero salotto veneziano, detta la Dogaressa. La Renier, solo in un secondo tempo, apprezzò pienamente l’opera del Vittorelli. Infatti scrisse al Pindemonte: “… vi ho pure ogni sera il celebre Vittorelli… Ed è dunque celebre chi solo ha saputo dire con grazia dei nienti? Sapete che a me egli ispira un senso vero di vergogna per lui? Un uomo oserà pretendere l’immortalità per pochi versi diligentemente composti?”. Un giudizio affrettato, che subito dopo venne completamente rivisto dalla nobildonna. Proseguendo nella carrellata di nascituri della coppia, nel 1750 vedeva la luce un’altra figlia di nome Giacinta, nel 1751 Antonio e nel 1753 Vettore. I genitori potevano dirsi soddisfatti: sennonché i figli si succedettero in numero impressionante, sino a 16. L’ultimo sarebbe nato il 21 dicembre del 1765: Jacopo aveva già 16 anni. La madre aveva all’epoca 42 anni e si era sposata a poco più di 22: morì comunque anziana,

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Ritratto giovanile di Jacopo Vittorelli, con una vistosa stempiatura, naso camuso e codino alla francese. Antiporta delle Rime di Giacomo Vittorelli con una lettera dell’abate Giambattista conte Roberti. Bassano, 1784. Raccolta privata. In basso Particolare del Sommarione relativo a un catastico della “Villa di San Zeno” (seconda metà del XVIII secolo). Sono ancora indicati come proprietari numerosi membri della famiglia Vittorelli. Raccolta privata.

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nel 1806, a 84 anni. Dei suoi sedici figli ne sopravvissero solo sette: Jacopo, il poeta, don Antonio, che andrà ad abitare con la zia Laura, Vettore, Andrea, Giacinta e don Paolo Luigi, futuro arciprete di Bassano, e una suora. Il padre di tanta copiosa prole non aveva voluto continuare la tradizione notarile della famiglia e impersonava ormai il classico nobile di provincia, dedito ai piaceri di una vita in apparenza tranquilla. Si dilettava di poesia, dividendo il suo tempo fra le sporadiche apparizioni in seno al Consiglio cittadino e le molte villeggiature nei suoi possedimenti fuori Bassano. Già con la madre Giacinta i rapporti erano stati tesi, soprattutto attorno agli anni ’70, e ben presto quelle sparse nubi che avevano oscurato il suo rapporto materno si fecero dense e minacciose con l’avanzare in età dei figli. Giacomo Andrea Vittorelli, che d’ora in poi chiameremo Jacopo, dopo aver trascorso due anni in un collegio bassanese, venne mandato nel 1761 al Collegio dei nobili a Brescia, uno dei più rinomati dei Gesuiti e presso il quale trovò il suo primo grande estimatore: l’abate bassanese Antonio Golini, in seguito arciprete di Bassano. Il poeta rimase nove anni in tale istituto e, quando nel 1770 circa ritornò definitivamente nella città natale, aveva alle spalle una vasta cultura letteraria e un raro maneggio del verseggiare, anche se non era certo un latinista e il greco non lo conosceva. L’insegnamento gesuitico rivolto ai laici mirava a instillare il senso dell’autorità, della veridicità dei principi dogmatici e dell’alta funzione dell’istituto familiare, il tutto verniciato da una diffusa eleganza di modi. Jacopo, manifestando una naturale inclinazione per la poesia, trovò il suo ambiente ideale: primeggiò sin da subito nelle annuali Accademie, alle quali assi-

steva una capricciosa fauna di dame e di nobili cavalieri. Per l’esercitazione poetica del 1770 Jacopo venne nominato Principe dell’Accademia e ciò gli dette il diritto di portare sotto il ritratto lo stemma di famiglia. Durante l’estate il giovane poeta si trasferiva dal convento di Sant’Antonio, in città, a Santo Stefano, in campagna. In quella del 1765 Jacopo scriveva al padre: “Signor Padre presto appenderò ad un salice la mia cetera, perché si riposi alquanto. Diamine è ben giusto, che anch’ella riposi! Per questi due mesi starò lontano da Apolline, ma forse mi presterà il Dio Pane la sua zampogna per cantar o armenti o pastori”. Lo ringraziava inoltre per le camicie, i colletti, le calze e il denaro ricevuti, ma si doleva di non aver ricevuto il tabacco e di ciò, scrisse, “bisogna rassegnarsi”. Da Santo Stefano di Brescia, il 17 settembre 1767, inviava al padre un sonetto per delle nozze che questi gli aveva richiesto, manifestandogli tutto il suo ossequio, ma anche la scarsa convinzione di ciò che aveva scritto: “… e che mai poteva io dire di queste nozze, che nasceranno forse degli eroi? Narrar forse qualche prerogativa degli sposi. Eccolo pertanto”. Nell’estate del 1770 Jacopo faceva dunque ritorno alla sua Bassano e il Golini così scriveva al padre: “Alla consegna del suo e mio Giacometto sento veramente staccarmisi il cuore; né so in simili casi d’aver provato più forte dolore”. Jacopo aveva 21 anni, non bello ma colto, elegante, nobile, appartenente a una prestigiosa famiglia bassanese e in più contornato dall’aura del poeta, egli divenne ben presto il boccone più ambito dei salotti locali. Non vi era occasione nella quale non venisse invitato: nozze, battesimi, monacazioni, feste in città e in villa, banchetti


Angelo Balestra, Ritratto dal vero di Jacopo Vittorelli. disegno a lapis, 1835. Raccolta Mario Baruchello. In calce si legge “Angelo Balestra fece anno 1835” e poco sotto “Al Mecenate / Nob. Co. Giambattista Roberti / L’Autore / D.D.D.” Questo splendido disegno, di rara naturalezza, servì per diverse traduzioni calcografiche.

vari. I salotti dei Remondini, dei Roberti, dei Parolini, lo vedevano protagonista. Gli era particolarmente cara in questo periodo Elisabetta Salvioni Parolini (anche la madre del poeta era una Salvioni) che morì prematuramente nel 1792, a soli 26 anni. Qualche mese prima Jacopo le aveva scritto, chiamandola affettuosamente Bettina. Sfrontato quanto un mugnaio, ma schietto, le chiedeva un calamaio di porcellana a tre pezzi, con guantiera, non per la sua disadorna camera veneziana ma per farne dono a un Signore al quale aveva intenzione di chiedere un avanzamento del suo stato. Nella bella e panoramica villa dei Roberti in Angarano Jacopo si recava spesso ad animare il salotto di casa nelle terse serate estive, soprattutto da quando l’abate Giambattista

Roberti era tornato a Bassano, dopo la soppressione dell’ordine gesuitico avvenuta nel 1773. Oltre all’abate e al Verci egli trovava anche le quasi coetanee Laura Negri-Roberti, apprezzata cantante, e Francesca Roberti in Franco, nota con il pseudonimo di Egle, la poetessa arcade. In questi ambienti Jacopo sapeva manifestare una graffiante arguzia, certamente figlia del galante e a volte svenevole spirito di fine Settecento, la quale però si arrestava di fronte al mistero della morte, vista dal poeta con gli occhi di un romantico e, allo stesso tempo, con la sensibilità di un antico romano. La morte dell’amato amico abate Roberti avvenuta nel 1786, proprio quando la contesa con il padre aveva raggiunto l’acme, lo colpì profondamente, forse perché già lontano, a Venezia. Scrivendo al

Francesco Roberti, Ritratto dell’Anacreonte Italiano Giacopo Vittorelli, litografia, 1835. Questo ritratto del poeta con l’evidente “frontin” (parrucchino) appare nell’antiporta delle Anacreontiche di Giacopo Vittorelli con la vita dello stesso scritta da Francesco Caffi. Venezia 1835.


Giuseppe Bortignoni, Ritratto di Jacopo Vittorelli (da un disegno di Angelo Balestra), bulino, 1836. Raccolta Paolo Sartori. Gaetano Bonatti, Ritratto di Jacopo Vittorelli (da un disegno di Angelo Balestra), bulino, 1836 circa. Raccolta Brotto Pastega. In entrambi i ritratti il poeta appare ormai provato dagli anni, con parrucchino e zimarra dall’alto bavero di velluto. In basso Domenico Conte, Ritratto dell’abate Giambattista Roberti, incisione su disegno di Francesco Roberti, Bassano, Museo Civico.

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Gamba chiamò l’abate Roberti “quella sempre cara e venerabile ombra… e se questi faggi e questi olmi… potessero favellare udirete quanto io mi lagni con essi d’averlo perduto e come io affettuosamente lo chiami”. Nel sonetto dedicato a un parroco residente in “una rocca dove abitava Eccellino” (la canonica Santa Maria in Colle) tenebrosamente delineò: Qui viene l’orrido spettro a mezza notte e va girando e sospirando intorno fin che s’apre l’abisso, e lo ringhiotte. E ancora, rivolgendosi all’amico Giuseppe Bombardini, implorava, una volta morto, di condurre la sua spoglia al vigneto… “e là si chiuda”. Il vigneto a cui allude il poeta è quello annesso alla sua “villetta di San Zeno”. Sulla facciata meridionale della residenza di campagna, sino a non tanti anni fa, sporgeva un’ombrosa pergola di uva frambola, sotto la quale il poeta spesso componeva. Forse, proprio a causa delle tante contese familiari, egli agognava la pace campestre, lontana dagli affanni e in sintonia con le semplici cose della vita, quelle stesse già così magistralmente evocate dal Petrarca, poeta del quale era un grande estimatore. Al nipote dell’abate Roberti, il conte Tiberio, mandava una lettera da Venezia l’11 ottobre 1786, addolorandosi per la grave perdita: “Io avrei recato volentieri alquanti rami di mesto cipresso al tumulo sempre onorato e acerbo del vostro buon zio”.

La lettera ci permette anche di comprendere meglio il suo diffuso pessimismo, dovuto soprattutto ai laceranti dissapori familiari: “io avrei ricomposto in qualche parte l’animo mio, che ora è in procella attesa la bestialità di quello sciocco ed ammoliato di Andrea (suo fratello minore). Poteva egli aggiungere la più grave a tante altre domestiche calamità. Gittando uno sguardo pietoso sull’avvenire, parmi di vedere una folla di miserabili pronipoti che vanno gridando… Insomma dove non regna la pace non regna Iddio e quindi tutto va in precipizio”. Il fratello Andrea si era sposato improvvisamente il 9 ottobre 1788, nel pieno della bufera familiare, con la nobile Antonia Tattara: quindi il giorno del matrimonio ci permette anche di datare la lettera. Verso questo Andrea il padre Giuseppe manifesterà sempre una certa predilezione e lo stesso poeta finirà coll’occuparsi amorevolmente del figlio Giacometto, suo nipote, al di là dello sfogo iniziale. Va registrato, a onor di cronaca, che nel 1782 vi era stato il chiacchierato matrimonio di Vittore, il fratello più giovane di Jacopo, il quale, a soli 22 anni e alle tre di notte del 30 gennaio, aveva voluto sposare la nobile Gaetana Baggio in pericolo di morte, nella sua stessa camera. Il permesso vescovile era stato concesso il 9 gennaio. In seguito, la Baggio guarì ed ebbe occasione anche di dare alla luce ben sei figli. Del fratello più giovane Jacopo parlò in più occasioni in modo poco lusinghiero: perché gli aveva rifilato delle calze all’apparenza nuove e


Francesco Roberti, Ritratto di Jacopo Vittorelli, disegno a penna, 1820 circa. Bassano, Museo Civico. Il poeta, dal pronunciato naso aquilino, porta un caratteristico berrettone di lana a fiocco (che indossò fino alla morte e che ancora nel 1914 era conservato in Museo), cravatta a cresta e zimarra dall’alto bavero.

invece tutte rammendate, perché non gli restituiva i prestiti e quindi non si fidava, perché usava maldestramente il suo “roccolo” di San Zeno e perché gli aveva anche intentato causa. Il padre Giuseppe, ancora nel suo testamento del 1796, avrà modo di lagnarsi di questo matrimonio, da lui definito capriccioso et estemporaneo, e che lo obbligò a incontrare spese grandiose per ricevere in casa il figlio con la consorte, peraltro proveniente da quella ricca famiglia Baggio che abitava vicino alla chiesa della Misericordia (detta della Beata Giovanna). È in questa occasione che venne completamente ammodernato il piano nobile di palazzo Vittorelli, come abbiamo visto, tutto rivestito di superfici marmorizzate e di stucchi rococò: anche i medaglioni seicenteschi è probabile che siano stati riadattati durante i lavori. Un ambiente familiare non sereno, dunque, già dai tempi della nonna Giacinta. Il padre Giuseppe, infatti, nel suo testamento del 1796 precisava di aver sostenuto sin dai primi anni della sua amministrazione acerrimi littigi. Jacopo, invece, si trovava in sintonia con il fratello don Antonio, di soli tre anni più giovane, che era andato ad abitare con la zia Laura. Certamente anche la sua vita salottiera, durata quasi tre lustri, non giovò al ménage familiare. I due fratelli maggiori forse temevano un dissesto della casa - non certo imputabile ai soli matrimoni estemporanei di Vettore e di Andrea - e così fecero il grande passo: ricorsero alle autorità

veneziane per togliere al loro padre la patria potestà e quindi il governo della casa. In base al Memoriale prodotto da Jacopo e don Antonio, e a precise informazioni in loco, il Consiglio dei Dieci decretava il 24 aprile 1787 la reclusione nella fortezza di Palmanova del povero Giuseppe Vittorelli. Nel decreto veniva precisato che “il personaggio si rende non solo incomodo alla Società, ma minaccia, opprime e pone fino in pericolo le vite de’ propri figli”. Vi si ordinava inoltre di tradurlo alla fortezza “colla scorta di publica Milizia ed in modi addatati al suo civil carattere e di farlo ben sorvegliare onde evitare la fuga.” Con la Ducale del 22 giugno 1787, però, il malcapitato veniva reintegrato nel suo originario stato. La cosa che sorprende maggiormente è che nel mese di agosto del 1786 Jacopo, tramite il suo procuratore Gallo di Venezia, otteneva dal padre 80 ducati per le spese occorrenti nella “propria diffesa contro esso suo padre”. La sua indigenza era tale che non aveva nemmeno i soldi per proseguire nella causa intentata al padre e per difendersi dallo stesso: evidentemente Giuseppe aveva presentato il suo Memoriale, coadiuvato in questo dall’amico notaio Girolamo Trivellini, che non mancherà di ringraziare nel suo testamento. A distanza di tanto tempo è quasi impossibile stabilire le reciproche colpe e sarebbe anche ingeneroso. Sia il padre, nel suo testamento, sia il figlio, nelle sue lettere e in alcune poesie, si proclamarono innocenti: è doveroso quindi riportare obiettivamente i due punti di vista senza prendere partito. Il poeta compose un lamento quasi foscoliano a specchio del suo sentire: “Odimi per pietade! Un lustro è scorso che dal paterno sen vivo lontano, e gemo e piango e mi querelo invano gridando notte e dì: Padre soccorso!”. Alludendo al suo soggiorno veneziano, compose ancora: Io resto in Adria, come ai fati piace Esule, ohimè dalle paterne ville A pianger la mia sorte, e a chieder pace. La vera e propria rottura con il padre deve essere avvenuta attorno al 1782, quando Jacopo aveva 33 anni, e nel 1789 il contenzioso giudiziario durava ancora. A un amico, che l’anno prima gli aveva chiesto dei versi, rispondeva che a causa

Uno dei registri canonici dell’archivio parrocchiale di Santa Maria in Colle, fatto rilegare con dorso in pergamena dall’arciprete Paolo Luigi Vittorelli nel 1810. Sotto Una mappa secentesca della fortezza veneziana di Palmanova (tratta dal Civitates orbis terrarum e disegnata dal cartografo Georg Braun) e la severa Porta Cividale, accesso nord-orientale alla città friulana. Qui fu rinchiuso dal 24 aprile al 22 giugno 1787 Giuseppe Vittorelli, padre del poeta.


Sopra, da sinistra Pietro Menegatti, Ritratto di Ippolita Vittorelli, nata a Venezia e moglie del pittore Francesco Roberti, olio su tela, 1839. Bassano, Museo Civico. Sebastiano Chemin, Ritratto di don Luigi Vittorelli, fratello del poeta olio su tela, 1789. Bassano, Museo Civico. Sotto, da sinistra a destra Antonio Bosa, Busto di Girolamo Ascanio Molin, marmo di Carrara, 1810 c. Bassano, oratorio della villa Giusti del Giardino a Santa Croce. La facciata sud di villa Giusti. già Molin, in una fotografia del primo ’900.

di certi Attestati presentati dal padre pretendere una cosa simile era come chieder luce alla notte, date le angustie del suo spirito. Dopo le molte contese e le peripezie belliche nel maggio del 1815 finirà coll’esclamare: “Cotesto mondo è una vera gabbia di matti, e io ne sono stucco e ristucco”. Alla fine della vita il poeta farà, nell’ultimo testamento del 1834, un bilancio complessivamente negativo della sua esistenza. Scriverà infatti con amarezza: “… quest’anima mia finalmente la pongo sotto l’intercessione di Maria Vergine, che notte e giorno son solito d’invocare, e della quale intercessione ho sperimentato visibilmente insigni favori nelle travagliose vicende di un’amarissima vita”. Nel 1784 usciva la sua prima raccolta di rime stampata dalla Tipografia Remondiniana con, nel frontespizio, un clipeo bacellato entro il quale si stagliava il profilo del poeta dal naso aquilino e dall’incipiente calvizie. A Giuseppe Remondini,

l’editore, scriveva che le copie delle sue “Rime” gli bastavano, altre sarebbero state superflue perché non poteva goderne il frutto e lo pregava, piuttosto, di pagare un suo debito contratto nei due trascorsi anni, perché il padre gli aveva negato tutto il necessario per vivere e per ricoprirsi: “Altro non resta che io mangi me medesimo”, concluse. Una figura, a suo dire, di francescana memoria. Per lo stesso Remondini risanato compose un’ode a ricordo dell’estrazione delle cateratte, fatta con successo dal giovane medico-chirurgo Pietro Sacchi, arrivato fresco da Pavia e antenato del più noto pittore Bortolo Sacchi. Con il suo poetare Jacopo non poteva certo sperare di sbarcare il lunario, tanto peggio con le sue esigenze e in certi ambienti, e poiché carmina non dant panem, pensò bene di darsi da fare. Già a Brescia aveva avuto modo di farsi notare dal cardinale Molin e nell’estate del 1787, proprio quando suo padre tornava riabilitato, conobbe a Santa Croce di Bassano il patrizio Girolamo Ascanio Molin, villeggiante nei suoi possedimenti in quella località. Il Molin portò a Venezia il trentasettenne poeta bassanese in difficoltà, lo inserì nella brillante Accademia, che aveva come teatro le sfavillanti sale del suo palazzo a San Stin, e gli procurò l’impiego di “Straordinario Collazionista per uso dei nuovi codici veneti civili e criminali sotto la immediata ispezione dell’eccelso Consiglio dei Dieci”. Il poeta mantenne la carica, simile a quella di un revisore, per dieci anni, sino alla caduta della Serenissima. Venezia stava vivendo ormai un crepuscolo d’oro: fra le sale dei suoi palazzi, stracolmi di oggetti d’arte, si aggirava una società cosmopolita, avvezza ai francesismi, spesso dissoluta, ma ricca di fermenti culturali. Antonio Canova, altro straordinario regalo di Venezia morente, si era trasferito da poco a Roma per abbracciare il verbo neoclassico, mentre Francesco Guardi e Giandomenico Tiepolo mettevano in scena, in forma spettacolare, le feste, i ricevimenti, le mascherate nei palazzi veneziani, nei ridotti e nelle ville di campagna, templi di una sonnolenta villeggiatura. In quest’arco di tempo Jacopo ebbe modo di stringere una duratura amicizia con Ippolito Pindemonte, sinceramente ricambiata, e con il


Qui sotto La targa posta a ricordo del munifico dono dell’arciprete di Bassano e vicario foraneo Paolo Luigi Vittorelli.

quale condivise allegre ore nei teatri e nelle feste mascherate veneziane. Agli amici Pietro Martinato e Bartolomeo Gamba, invitandoli a Venezia, forse un po’ esagerando scrisse: “Ho stabilito che abbiamo a fare una vita dissoluta e scandalosa: questo è il tempo che si aprono i teatri, che è dolce il barcollar per le isole circostanti, e che Venezia insomma è bellissima. Mai come in questo periodo, dopo secoli di pacifica dominazione, i sudditi della terraferma si sentivano figli della Serenissima e a casa loro a Venezia”. In una calda estate, durante il suo soggiorno veneziano, si doleva con un amico di non aver trovato un compagno con il quale dividere la spesa e ammazzare la noia di un viaggiar solitario e di non aver potuto quindi vedere le belle cose di Padova. Il viaggio programmato doveva iniziare

a Venezia con il burchiello e concludersi a Padova, con la classica contemplazione delle molte ville riflesse sulla verde superficie del Brenta e allora tutte animate per la villeggiatura in corso. Parlando dell’imbarcazione scrisse: “Il burchiello offre comoda stanza e a vilissimo prezzo, ma il suo lento andare fa morir dall’inedia”. Il primo di giugno 1796 moriva il padre Giuseppe, all’età di 76 anni, e con questa dipartita si chiudeva un periodo amaro della vita del poeta, ormai sulla soglia dei cinquant’anni. Ritornato a Bassano per le esequie, nello stesso giorno le truppe francesi entravano in Verona. Il padre aveva dettato il testamento il 24 agosto 1791 nel suo mezadino novo, ammodernato forse nei già citati lavori del 1782 circa. Egli nominava erede dei beni di San Zeno e Cassola,

Disposta perimetralmente in una sala a pianta pentagonale (inglobata nell’antica torre nord della pieve di Santa Maria in Colle), la biblioteca voluta nel 1814 dall’arciprete Paolo Luigi Vittorelli - e donata alla Città - è ricca di migliaia di volumi: circa 4.000, fra i quali 400 edizioni del Cinquecento, 800 libri del Seicento e almeno 100 pubblicazioni remondiniane. Si tratta della summa culturale di una comunità: qui si possono ancora consultare testi religiosi della cristianità (compresa la Patristica ), così come i classici della letteratura greca e latina oppure Dante, Petrarca e Boccaccio, Tasso e Guarini. Migliaia sono gli autori, che danno vita a una biblioteca composita: un “territorio dell’anima” attraverso il quale è possibile ricostruire una strategica visione della società bassanese dei secoli scorsi, della sua classe dirigente e della sua intellighenzia. Sebastiano Chemin, Ritratto dell’arciprete Paolo Luigi Vittorelli, olio su tela, 1804 c. Bassano, Sacrestia di Santa Maria in Colle.


L’elegante lapide che ricorda i lunghi soggiorni trascorsi da Jacopo Vittorelli nella sua “villetta”: venne inaugurata nel 2004 (testo e disegno di Agostino Brotto Pastega).

Agostino Brotto Pastega, La corte della villetta di Jacopo Vittorelli, acquerello, particolare, 1998. Raccolta privata. Il poeta, ormai anziano, appare nella quiete della sua proprietà “alle Bonine”, con il nipote Giacometto, il fattore, il parroco di San Zeno e la governante.

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Eugenio Silvestri, Ritratto di Ippolito Pindemonte, acquaforte, 1828 circa. Durante il suo soggiorno veneziano Jacopo Vittorelli strinse una duratura amicizia con il poeta veronese, con il quale condivise allegre ore nei teatri e nelle feste mascherate.

pervenutigli dalla defunta madre, l’amoroso e obbediente figlio terzogenito Andrea, il quale doveva aver cura dello zio Vittore (essendo rimasta in casa la sua parte e avendo questi sempre cooperato al “bene et avantaggio” della famiglia). Dei rimanenti suoi beni nominava eredi in parti uguali Jacopo, don Antonio, Andrea, Vittore, don Paolo Luigi, Giacinta: all’altra figlia monaca in Santa Chiara - dove chiederà di essere sepolto - non lasciava nulla proibendolo le leggi. Egli non mancava però di accennare ai gravi attriti con Jacopo e Antonio e di elencare tutti i suoi sforzi per aver dato a ognuno dei suoi figli uno stato civile o religioso più che dignitoso. Rammentava al prediletto figlio Andrea di ricordarsi dell’amico notaio Girolamo Trivellini, che l’aveva assistito nella disavventura giudiziaria e aiutato durante i due mesi trascorsi da esule negli Stati Pontifici per non finire nella fortezza di Palmanova, a seguito degli “architettati criminosi riccorsi” dei figli. A difesa “del suo onore e a rossore dei suddetti”, precisava di essere stato costretto a stampare, con l’assenso del Tribunale, tutti i documenti che gli toglievano ogni macchia. Concludeva con il dire: “A fronte però di tutto sono Padre, e di tutto mi scordo, perdonandogli di vero cuore, desiderandogli anche presso il Signore Dio Nostro il perdono, in segno di che lascio a cadauno de’ miei figli la paterna benedizione”. Alla sua affettuosissima consorte Caterina Salvioni lasciava una cospicua rendita e i mobili, le gioie, le perle, gli argenti di casa. Per la verità, già nel lontano 1784, proprio quando prendevano avvio le liti con i figli, aveva predisposto un testamento

segreto in favore della moglie, trascritto poi negli atti del notaio Guerrino Lugo. La meteora napoleonica e il disordine economico familiare aprivano un altro doloroso capitolo nella vita del poeta. Scrivendo al nuovo capofamiglia di casa Vittorelli, probabilmente Andrea, lo invitava a stare accorto per aver egli accettato l’eredità “col benefizio”. Aggiungeva ancora: “Ecco ciò che nasce per non venir a consultar chi ne sa… Il testamento è inefficacissimo. Io mi sfiato per voi altri”. Vi è in questa lagnanza un che di manzoniana memoria. Sin dall’8 settembre 1796, durante la battaglia di Bassano, le truppe francesi si erano comportate come locuste nella campagna circostante, spingendosi anche a San Zeno, in quel “delle Bonine”. Il Sale scrive che “la soldataglia, nelle case dei contadini e nei palagi circonvicini, rapinava e distruggeva un po’ tutto, accanendosi con il mobilio, le invetriate, le statue, gli addobbi: alla fine bruciavano e lasciavano delle spelonche”. Il Brentari riporta che, oltre palazzo Roberti, i soldati francesi avevano occupato anche il palazzo e il giardino dei Vittorelli. Jacopo aveva trovato scampo a Padova presso un fratello, dove godette di una mirabile tranquillità anche in mezzo alle convulsioni del Globo. Trascorse poi, dal 1798 al 1801, un periodo a Venezia, indi si divise nuovamente fra Padova e Bassano, sua patria, dove ricoprì dal 1820 alla morte l’ufficio di Censore alle stampe. Quando il primo febbraio 1814 venne innalzato a Bassano lo stemma dell’imperatore austriaco, il Nostro si dibatteva sempre in difficoltà economiche. All’amica Giustina Renier-Michiel


Gli stemmi delle tre linee Vittorelli riprodotte nel codice araldico di Gio.batta Baseggio Arme delle famiglie di Bassano, 1850 c. Bassano, Biblioteca Civica. Nelle note il Baseggio segnalava che il primo Vittorelli entrato nel Consiglio cittadino fu Nicolò nel 1578 e che, attorno alla metà dell’Ottocento, le due linee dei Vittorelli che avevano le tombe in San Francesco e in Santa Chiara erano estinte. La famiglia fu confermata nobile con SS.RR. nel 1821-’22.

scriveva nel novembre dello stesso anno: “Tuttavia la settima parte (cioè la sua quota di eredità) bastato avrebbe a farmi trarre una commoda vita, se enormi Prediali, desolatrici tempeste, e perfino truppe accampate ne’ miei poderi, non mi avessero posto fuor d’equilibrio”. Egli si trovava già nella sua villa alle Bonine, sotto Romano Basso. Qualche tempo prima aveva scritto al fratello canonico, mons. Paolo Luigi: “Avendo io fisso il chiodo di voler pure in acconcia maniera rabberciare il casino” - e poco dopo - “… vorrei lasciare in pace il sorgo e adoperarlo ad accomodare San Zeno”. Il suo intervento nella villa fu dunque solo di riparazione di quanto era stato distrutto dalle soldataglie. Il complesso di San Zeno, con altri fondi annessi, era giunto al poeta sin dalla divisione del 14 dicembre 1796, nella quale, dopo le solite contese con i fratelli, si era convenuto di “ballottare” quattro parti relative alle proprietà fuori Bassano e di lasciare indiviso, per il momento, il palazzo di città. Nel “Sommarione dei Possessori del Catasto Napoleonico”, infatti, la “casa di villeggiatura con casa da massaro annessa” appaiono già trasferite in proprietà a “Giacomo Vittorello quondam Giuseppe”. Con la spartizione del 1798 gli toccherà anche gran parte del palazzo ma, nel 1809, preferirà cedere la sua quota al fratello Andrea in cambio di un’annua rendita vitalizia. In definitiva preferiva la quiete campestre di San Zeno e la sicurezza di una rendita che non l’impegno della grande casa in città. Dopo essere entrato in possesso delle proprietà di San Zeno, Jacopo fece presto a intuire che “l’inerte e gottoso fattore dottor Prospero Compostella” non faceva i suoi interessi; perciò dette incarico al fratello don Paolo Luigi di tenere in un cassettino i conti e i proventi delle sue campagne e di tradurre “in vernacolo i suoi ordini al gastaldo provvisorio, finché non ne trovava uno esperimentato nell’agricoltura”. Allo stesso fratello, da Padova, scriveva sovente, informandosi del tempo, dei raccolti, consigliandolo di accelerare o di ritardare le vendite, di sorvegliare i suoi coloni, dei quali non si fidava. Era ossessionato “dal numero senza numero dei carezzi (ruberie) di certi Feronati”. Anzi, chie-

deva espressamente di far riporre il sorgo nel suo granaio, non fidandosi di quella “gente, contro la quale ho l’animo di cattivo umore”. Scriveva ancora al fratello: “Quando uno ha preso il vizio di carrezzare è impossibile il distoglierlo. Io vorrei che i miei quattro campetti mi bastassero da poter vivere onestamente col farli ben lavorare, per non essere costretto a fare un vitalizio che mi triplicherebbe la rendita, ma che priverebbe i nipoti di tutto il mio”. Non gli sfuggiva niente: dava disposizioni circa la legna da riscaldamento per il suo soggiorno in villa durante l’autunno; amava cacciare e non voleva che il suo “roccolo” venisse usato male, chiedeva informazioni sull’ottimo tabacco del suo orto, faceva ritardare il pagamento della grassa (letame) ai Ferronati perché voleva essere lui presente, dava via libera per la vendita del pol-

Sotto Luigi Rossi, Ritratto dal vero di Jacopo Vittorelli, litografia Deyé, 1829 circa. Raccolta privata.


L’antico Borgo Leon, visto dai Pilastroni, in una cartolina del primo Novecento (quando l’attuale via Beata Giovanna era ancora intitolata al “Principe Amedeo”). Qui, nel 1819, in un “casino” preso in affitto, visse per qualche tempo Jacopo Vittorelli con scarsa soddisfazione.

32 Il frontespizio del Viaggio o Guida di Bassano, Possagno ed Oliero, opera dell’avvocato Domenico Vittorelli. Bassano, Tipografia Baseggio, 1833.

lame e faceva delle richieste precise circa le lenzuola, i rami, il menarrosto, i secchi ecc., che i fratelli potevano prestargli. In seguito però, per queste cose, eviterà accuratamente di ricorrere ai fratelli. Se il raccolto era andato bene esordiva col dire: “Sia ringraziato il Signore che ha voluto benedire la mia piccola aja”, oppure usciva con facezie simili: “Senza del menarrosto non si mangiano gli uccelli, ergo fatelo fabbricare.” Per ringraziamento inviava al fratello un superbo vino di Cipro, “costato veramente da superbo”. Dopo i danni perpetrati dalle soldataglie, dava ordine di fornire di nuove invetriate la sua villa e sempre al fratello Luigi chiedeva candidamente “polpette di persico di San Zuanne e musetti di buona qualità” per un pranzo offerto agli amici. Dopo che il fratello fu eletto alla carica di arciprete di Bassano nel 1809, incominciò a rivolgersi per incarichi simili all’amico Giuseppe Bombardini, più giovane di lui di circa trent’anni ma di eguali idee conservatrici e filo-austriacanti. Ormai la sua famiglia era costituita dall’amato nipote Giacometto e dal fido domestico Gasparo Ceccon, con la sua relativa famiglia. Il poeta, pur avendo guadato ormai da tempo il nuovo secolo, era pur sempre figlio del ’700 e di una nobile casa: quindi continuava a comportarsi come tale. Per i suoi trasferimenti in villa

doveva predisporre tutta una serie di preparativi, con quel comfort che confaceva al suo stile di vita. Si preoccupava, per esempio, di aver a San Zeno un discreto cuoco, che però non sapeva pettinare, e lui invece aveva bisogno di un parrucchiere in grado di sistemargli “el frontin” (parrucchino) per nascondere la calvizie. Un esempio di tale sua inclinazione a considerare gli aspetti frivoli della vita sono i poemetti Il tuppè, Il naso, Lo specchio. Amava i componimenti brevi e la sua voce soleva dire essere un “chitarin da due corde”. In autunno, se tutto non era predisposto secondo le sue esigenze, rimandava o rinunziava alla villeggiatura. Oltre al piacevole intrattenimento con ospiti più o meno illustri, si dedicava con vera passione alla caccia con il fucile e all’uccellagione con la rete, che teneva nascosta perché non la usasse da solo il nipote Vittorino. Nella pace della sua villetta il poeta visse anni abbastanza sereni, angustiato dall’impossibilità di poter tornare con un impiego di rispetto nella sua amata Venezia, componendo alacremente per se stesso e per gli amici. A pochi poeti capitò in vita di godere di una fama che varcava i confini nazionali: illustri personaggi, alcuni di sangue reale, si recarono a fargli visita o chiesero di lui notizie e i tanti ritratti e le molteplici edizioni delle sue rime, anche non autorizzate dall’autore, sono una testimonianza concreta della sua celebrità. Le sue Anacreontiche, si scrisse, “passarono di bocca in bocca, dai palazzi alle capanne… e, dopo i versi del Tasso, nessun altro in Italia ebbe tanta popolarità”. Francesco Schröder, quando compilò nel 1830 il profilo della famiglia Vittorelli per il suo “Repertorio Genealogico delle famiglie confermate nobili e dei titolati nobili esistenti nelle province venete”, a proposito del Nostro scrisse: “È poeta vivente di chiarissima fama”. A volte, i parroci dei paesi circonvicini gli “prestavano” dei sacerdoti perché officiassero nel suo oratorio privato e, quando ciò non avveniva, Jacopo ricorreva addirittura al Viceprefetto di Bassano per avere “un bucefalo che lo accompagnasse o di tratto o di galoppo in città, in tempo per non isgarar coll’ora della Messa”. Settantenne, scriveva a Giuseppe Bombardini a


Il vicolo di San Donato in Angarano, sul quale prospettava l’ultima casa abitata dal poeta e dove questi morì in una stanza al pianterreno, con “tre finestre volte a mattina”.

Venezia, raccontandogli di essersi trasferito a Bassano per l’inverno a causa delle limitazioni senili: “Ho preso in affitto un casino nel Borgo del Lion, ma il vento dell’inverno e sopra tutto il pericolo di sdrucciolare o per neve o per pioggia ha fatto che m’intanassi in un bugigattolo, anzi che correre in braccio a qualche fatale avventura”. Ma anche questa ennesima sistemazione in una nuova casa lo vide passeggero e insoddisfatto. La diffusione del tifo a Bassano lo costrinse a riparare con il nipote Giacometto e tre figlioletti del suo domestico in canonica presso il fratello: il Ceccon aveva preso il contagio e la moglie aveva voluto rimanere con lui. L’arciprete Paolo Luigi Vittorelli, il più giovane del fratelli di Jacopo, morirà a Padova nel 1826, lasciando il poeta nello sconforto e senza più un autorevole riferimento. A lui è legata la splendida biblioteca della canonica, capolavoro dell’ebanisteria bassanese datato 1814. Con munifico legato testamentario l’arciprete Vittorelli volle donare al Comune la sua realizzazione, unitamente ad altri oggetti di pregio. Il poeta, più invecchiava e più tendeva a essere irritabile, sospettoso, e a comportarsi quasi come un bambino. In una delle ultime lettere scritte al Bombardini concludeva con il dire: “Gasparo mi sgrida e io chiudo la lettera. Addio, Addio!” In seguito alla malattia del nipote, bloccato a

San Zeno, scriveva sempre al Bombardini: “Mio nipote va peggiorando sempre più, egli è una crudelissima fiera. Io non dormo, né mangio e mi querelo e sospiro continuamente e sento di giorno in giorno a mancar la vita. Per carità rispondete. Addio”. L’ultima sua casa abitata fu quella in Angarano, ubicata appena imboccato il vicolo che porta alla chiesetta di San Donato, presa in affitto dal consigliere comunale Antonio Marinoni, omonimo del pittore. Ormai il poeta dal suo rifugio usciva sempre meno, assistito amorevolmente dal domestico. In cambio egli educò e mantenne i suoi sette figli, facendo entrare il maggiore nel Seminario di Padova, dove contava non poche conoscenze. Alcuni professori del Seminario, conosciuti sin dai suoi soggiorni padovani, gli avevano tradotto nell’austero latino dell’istituto molte sue rime. L’abate Giuseppe Trivellato realizzerà tutta la traduzione latina a fronte delle sue rime, nella nota ed apprezzata edizione del 1825, particolarmente seguita dal poeta. Negli ultimi anni in Jacopo aumentò il sentimento religioso. In una lettera del 10 ottobre 1834 scrisse: “Io vivo ancora, ma come si può d’anni 85 che stanno per compiersi, e non immemore del gran passaggio a cui mi avvicino”. Nel 1832 era stato costretto a chiedere un prestito con relativo mutuo al signor Rocco Cantele, forse per sostenere le spese della sua numerosa famiglia. Nello stesso anno aveva dettato a persona fidata, stante il grave disagio nello scrivere, le ultime volontà con le quali istituiva erede universale il nipote Giacomo ma lasciava la sua “possessione di San Zeno” al domestico Gaspare Ceccon, a titolo di legato per costituire con la rendita il patrimonio ecclesiastico del primogenito del Ceccon. Nel gennaio del 1834 fece stendere l’ultimo suo testamento ad altra persona e alla presenza di tre testimoni. In quest’ultimo atto il poeta revocava ogni altra precedente disposizione e lasciava la sua “Campagna di campi trenta circa, con Casino e brolo, posta in Roman Basso” al nipote Giacomo, con l’obbligo di pagare i debiti verso i signori Agostinelli, Cantele e il conte Mora. Alla sua cameriera Elisabetta Ceccon destinava 50 ducati annui e come erede universale residuario istituiva il

In alto Il frontespizio delle Rime di Jacopo Vittorelli nell’edizione del 1837 curata da Giovanni Silvestri, direttore della Tipografia dei Classici Italiani a Milano. A due anni dalla morte del celebre autore si avvertiva la necessità di ricordarne, assieme alle opere, anche la vita. Sotto Una delle ultime immagini di Jacopo Vittorelli, tratta da Vicenza e il suo territorio facente parte della Grande Illustrazione del Lombardo Veneto (1861).


Una rara foto d’epoca del tempietto dei Remondini (ramo delle Grazie) nel cimitero di Santa Croce. Qui fu sepolto il poeta, dopo che gli vennero estratti il cuore e la lingua.

Un ritratto del bassanese monsignor Zaccaria Bricito (1802- 1851). Fu lui, futuro arcivescovo di Udine, a celebrare in Duomo, il 19 giugno 1835, le esequie solenni di Jacopo Vittorelli. In basso Domenico Passarin, Busto del poeta Jacopo Vittorelli, gesso, 1836. Bassano, Museo Civico. Lo scultore dà qui una versione ideale del poeta, coronato d’alloro, evocante l’iconografia dantesca.

domestico Ceccon, al suo servizio per ben 31 anni. Al maestro Luigi Vinanti, fondatore dell’omonimo collegio e da lui sempre trattato con particolare benevolenza, lasciava ogni diritto di stampa e di ristampa delle sue opere inedite ed edite, nonché tutti i suoi manoscritti, lettere, dediche ecc. Alle due del mattino del 12 giugno 1835 il poeta chiudeva gli occhi, concludendo così la sua esistenza terrena; causa clinica dichiarata “affezzione cattarrale”. Nello stesso giorno veniva pubblicato il suo testamento dalla Imperial Regia Pretura. Prima della sepoltura gli furono estratti il cuore e la lingua, mentre il corpo fu parzialmente imbalsamato. Le prime esequie si celebrarono nella chiesa della SS. Trinità; indi, con l’assistenza di 14 sacerdoti, la salma fu portata a Bassano il 18 giugno e il giorno seguente si svolsero le esequie solenni in Duomo, con la partecipazione di moltissimi sacerdoti e l’orazione funebre dell’arciprete Zaccaria Bricito. Fu poi sotterrato nel cimitero comunale di Santa Croce nell’arca della famiglia Remondini, contrariamente alla sua indicazione poetica. Forse, quel sacro rispetto che il Vittorelli aveva per le spoglie mortali altrui non venne riservato alle sue se, addirittura, gli estrassero il cuore: la cosa non gli sarebbe certo piaciuta. In una delle sue più sentite anacreontiche aveva così musicato: Non t’accostare all’urna Che il cener mio rinserra Questa pietosa terra È sacra al mio dolor. Si tratta della stessa quartina che Giosuè Carducci volle pronunciare con riverenza, quando si trovò di fronte all’urna contenente il cuore di Jacopo Vittorelli, conservata nel Civico Museo. Il 27 luglio 1835 il notaio Giovanni Battista Maello si recava nella camera in vicolo San Donato, dove poco più di un mese prima era spirato il Vittorelli, e qui redigeva l’atto di donazione del domestico Ceccon con il quale quest’ultimo, spontaneamente, cedeva al Signor Giovanni Antonio Amatori il calamaio dell’insigne poeta. Dalla descrizione si evince che si trattava di un’opera pregevole in bronzo, del XVIII secolo probabilmente, costituita da tre

cariatidi alate a mo’ di sirene, reggenti un globocalamaio con inciso, sul labbro superiore, il nome Jacopo Andrea Vittorelli. Ai piedi delle sirene si intrecciavano delfini a doppia coda. L’Amatori era stato chiamato a presenziare all’ultimo testamento del poeta e può darsi che la donazione fosse un segno di riconoscimento per altre sue prestazioni. Nella prima metà dell’Ottocento ebbe una qualche rinomanza l’avvocato Domenico Vittorelli, abile verseggiatore, ricordato per operette come la Storia di Bianca de’ Rossi (1832) o la Guida di Bassano, Possagno e Oliero (1833). A pochi anni dalla morte del poeta i suoi nipoti, figli di Andrea, e la madre Antonietta Tattara si videro costretti ad alienare quel palazzo di famiglia in contrada Rigorba che era appartenuto ai Vittorelli per quasi trecentocinquant’anni. Fortunatamente questo dolore fu risparmiato al poeta. L’8 novembre 1843, infatti, il palazzo cessava di appartenere ai Vittorelli e passava in proprietà a un certo Marco Molini. Invece la possessione di San Zeno, altrimenti detta di Romano Basso alle Bonine, e alla quale il poeta aveva dedicato tanta attenzione, passava, come si è visto, nelle mani del solo nipote


Il senatore conte Giacomo Andrea Vittorelli in posa ufficiale con la spada e le decorazioni di Cavaliere Gran Croce della Corona d’Italia e di San Stanislao di Russia, Gran Ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro e della Legione d’onore del Montenegro (1914 circa). Bassano, Biblioteca Civica.

Giacomo, figlio di quel suo fratello Andrea che in gioventù ebbe modo di definire “sciocco”. Questi, l’anno successivo alla morte dello zio, convolò a nozze con la ricca ma non nobile signorina Angela Tonon. Dei figli della coppia sopravvisse a tutti il cavaliere Andrea, nato il 27 agosto 1837, sposato ad Anna Gosetti, e morto novantenne il 20 gennaio 1927. Costui, nel suo testamento, nominava eredi universali delle sue sostanze, in parti fra loro uguali, i tre istituti cittadini della Casa di Ricovero, dell’Orfanotrofio femminile Pirani e dell’Orfanotrofio maschile Cremona, incaricandoli di alcuni legati. Pronipote di Jacopo Vittorelli, egli morì nell’antico palazzo dei Cortellotti di Borgo del Leon, che aveva acquistato nel 1874. Una sua ava, guarda caso Caterina Vittorelli di Andrea, aveva sposato nel 1679 il nobile Antonio Cortellotti. Fra le altre disposizioni testamentarie di Andrea Vittorelli vi era quella che lasciava il suo orologio a pendolo e tutti i suoi anelli, compreso quello con lo stemma di famiglia, all’amico Valerio Nardini. All’arciprete delle Fellette lasciava tutte le preziose reliquie dell’oratorio di Sant’Andrea Avellino “alle Bonine”, mentre ad Andrea

Vittorelli, figlio di suo fratello Giuseppe, destinava l’orologio del Ferracina. In seguito ad accordi fra i tre istituti beneficiati, il complesso di Romano Basso venne destinato all’Istituto Pirani-Cremona, che ne è tuttora proprietario e che ai più è noto come “Trattoria Il Pavone”. Nonostante la proprietà sia ormai circondata dalla vicina zona industriale, la casa dominicale, la contigua casa del massaro e l’oratorio conservano ancora un’atmosfera che riporta ai tempi del poeta. La corte padronale, verso la strada, era originariamente riparata da un’alta mura di sasso e, forse, all’interno proiettava già la sua ombra ristoratrice quel giovane cedro del Libano che oggi ha raggiunto forme imponenti. Chissà? Lo stesso Jacopo con i suoi colti amici avrà trascorso sereni meriggi autunnali sotto la sua ombra, sorseggiando un bicchierino di rosolio o gustando un sorbetto. È quindi auspicabile una conservazione rispettosa di questo sopravvissuto lembo di Arcadia bassanese in grado di evocare ancora il profilo ricurvo e segaligno del vecchio poeta.

Uno fra i numerosi personaggi della famiglia che brillarono per le alte cariche pubbliche ricoperte, vanto anche della stessa città, fu a cavallo del ’900, il nobile Giacomo Andrea Vittorelli (1851-1918) di Vettore. Laureatosi in Giurisprudenza a Padova, in seguito fu funzionario pubblico a partire dai primi anni ’80 sino al 1918, anno del decesso. Egli viene annoverato fra gli influenti uomini di fiducia del presidente del Consiglio Giovanni Giolitti; ricoprì inoltre importanti cariche quali: Prefetto di Venezia (1904-1907), Torino (19071915) e Firenze (1915-1917). Nel 1911 fu nominato Senatore del Regno, nel 1914 ottenne da Vittorio Emanuele III la concessione del titolo di conte, con successione maschile all’infinito, mentre nel 1917 entrò nel Consiglio di Stato. Una fotografia ufficiale lo ritrae in posa, ancora secondo la vecchia moda ottocentesca del ritratto pittorico, in alta uniforme con preziosi fregi dorati e le varie Croci al Merito conseguite, fra le quali quella di Cavaliere del Regno Sabaudo. Agostino Brotto Pastega

Una variante novecentesca dello stemma partito della famiglia Vittorelli, iscritta nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana e nell’Elenco Ufficiale Nobili Italiani con il titolo di “nobili di Bassano”.

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Antonio Bosa, Erma del poeta Jacopo Vittorelli, marmo, 1834. Bassano, Museo Civico. Lo scultore imposta il busto alla maniera romana, senza abbellimenti.


L’albero genealogico della famiglia Vittorelli. Nella pergamena (ruotata di 90° per ragioni di spazio), non è stato ancora inserito il nome di Nicolò di Alessandro di Paolo, nato il 18 giugno 2012, per ora l’ultimo discendente di Jacopo (Raccolta Paolo Vittorelli).

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L’antica Contrada dietro il Palazzo, fra le principali arterie cittadine, venne intitolata a Jacopo Vittorelli con delibera del Consiglio Comunale del 28 novembre 1900. Sindaco della città era allora Antonio Giaconi Bonaguro (da Paolo Nosadini, Camminando per Bassano del Grappa, Bassano, 2015).

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La facciata principale della Scuola Media Statale Jacopo Vittorelli, disposta lungo piazzale Trento e prospiciente un altro storico plesso scolastico: le Scuole Elementari Mazzini.

In basso La bandiera del Regio Istituto Tecnico “J. Vittorelli” .

UNA SCUOLA CITTADINA DEDICATA AL GRANDE POETA BASSANESE

Testo tratto dal volume La Scuola Media di un territorio. Storia della “J. Vittorelli” di Bassano del Grappa

A cura di Franco Scarmoncin - Testi di Antonietta Noschese, Lucia Verenini e Cristiana Vianello Editrice Artistica Bassano - Tassotti Editore 2014

L’intitolazione Lunedì 25 febbraio 1935 il Podestà del Comune di Bassano del Grappa, Giacomo Bertizzolo, deliberò di dar corso all’intitolazione dell’Istituto Tecnico Inferiore pareggiato della città (in seguito chiamato Scuola Media), dedicandolo al poeta bassanese Jacopo Vittorelli. Con questo provvedimento accoglieva la richiesta avanzata dagli insegnanti dell’Istituto stesso che, nella seduta del consiglio dei professori del 7 gennaio precedente, avevano proposto di dedicare la loro scuola al famoso letterato bassanese. Nel verbale di quell’assemblea si sottolineava che il Regio Ginnasio era già intitolato allo scienziato G. B. Brocchi e la Regia Scuola di Avviamento ad un altro illustre bassanese, Giusto Bellavitis; si motivava poi la proposta con queste affermazioni: “l’Istituto non à avuto (sic) ancora una speciale denominazione” e “nel corrente anno il giorno 12 giugno sarà celebrato in Bassano il primo centenario della morte di Jacopo Vittorelli, bassanese (1749-1835), Poeta insigne, ricordato in tutti i Trattati di Storia della Letteratura Italiana e che, a buon diritto, per sobrietà di stile, per delicatezza di forma e pro-

fondità di sentimento, merita di essere chiamato l’ultimo degli Arcadi e il primo dei Rinnovatori”. Questa la nuda cronaca dell’atto di battesimo dell’unico istituto scolastico a tutt’oggi intitolato al noto poeta arcade, ma, dietro l’apparente semplicità, l’evento celava qualcos’altro. In verità, la richiesta presentata dal preside Lelio Spagnolo, a nome degli insegnanti, si inseriva in un più ampio progetto di celebrazioni cittadine già previste e volute dalle autorità comunali, intenzionate a valorizzare il patrimonio culturale locale. Nella ricorrenza del primo centenario della sua morte, come affermò il Podestà nella delibera per il pagamento delle spese sostenute, “Bassano non poteva esimersi dalla commemorazione del suo illustre figlio” e “fu necessario organizzare una manifestazione degna dell’insigne Cittadino, che grandemente onorò la sua Patria”. Per tener fede a tale impegno non solo venne intitolato l’Istituto Tecnico Comunale Pareggiato al nome del poeta, ma nell’atrio della scuola fu collocata una lapide, realizzata dalla Ditta Girolamo e Antonio Zanchetta di Pove, che venne inaugurata con solenne cerimonia domenica 9 giugno. Alle ore 10.00 di quel giorno, nell’Istituto, tutto addobbato di vessilli tricolori e di festoni di alloro, con alunni e alunne in divisa dell’Opera Nazionale Balilla schierati ai lati della lapide, al suono della marcia reale e del canto Giovinezza, presenti i parenti del poeta e molte autorità, ebbero inizio le manifestazioni programmate dal Comune per le celebrazioni del centenario della sua morte. Seguì poi, nel Civico Museo, il discorso commemorativo tenuto per le numerose personalità, convenute da Vicenza, Padova e Venezia, dal prof. comm. Attilio Simioni, preside del R. Istituto Tecnico Commerciale di Padova e illustre storico, curatore della pubblicazione delle poesie del Vittorelli. […].

Il nuovo edificio […] Alla fine del secondo conflitto mondiale anche Bassano si trovò ad affrontare i problemi della ricostruzione e dell’incremento demografico. L’Amministrazione municipale, in piena sintonia con lo sforzo della Nazione, tesa a garantire maggiore benessere ai suoi cittadini, si impegnò nella realizzazione di molte opere pub-


Un disegno progettuale della nuova Scuola Media Statale Jacopo Vittorelli a firma dell’architetto romano Ciro Cicconcelli, autore del moderno edificio (da un numero del Prealpe del 1958).

bliche, anche con il concorso dei privati, e favorì la nascita di tante attività […]. In questo clima di rinnovamento sociale Bassano si adoperò per ampliare e migliorare tutte le scuole; fu allora che alla Scuola Media “J. Vittorelli”, passata da circa 400 alunni nel 1945 a 558 nel 1958, si decise, con grande coraggio, di garantire una moderna sede, costruita ex novo sopra un terreno comunale del Foro Boario adiacente ai Giardini Parolini, utilizzato spesso in quegli anni dai giostrai. Il 22 giugno 1957 il neo eletto deputato on. Rino Borin annunciava con soddisfazione alla stampa bassanese che i lavori erano stati affidati alla ditta Tessarolo Giuseppe & C che, pur di aggiudicarsi l’appalto, aveva offerto un ribasso dell’11 per cento e accettato l’impegno di completare l’opera entro 280 giorni […]. Come previsto, i lavori proseguirono a ritmo serrato e alla fine del 1958 il sindaco Pietro Roversi annunciava con orgoglio alla città che erano completate tutte le opere, fortemente volute dalla Giunta “che non ha esitato ad impegnare il bilancio comunale e a contrarre ingenti mutui per assicurare alle nuove generazioni il fondamentale bene dell’istruzione” e “per consegnare alla custodia vigile e gelosa dei presidi, dei professori, degli alunni queste scuole perché ne facciano strumento di un proficuo impegno di arricchimento culturale e spirituale che è sicura garanzia della nostra città” […]. Il 7 gennaio 1959, come disse il Sindaco, segnava una tappa importante nella realizzazione del piano di rinnovamento dell’edilizia scolastica voluto dall’Amministrazione comunale; nello stesso anno, infatti, essa provvedeva ad ampliare con 10 nuove aule, dotate di un moderno impianto di riscaldamento, la sede della Scuola di Avviamento in via Beata Giovanna, in modo da rendere più funzionale la vita dell’Istituto, allora necessariamente smembrato, con classi staccate al Patronato S. Giuseppe e all’Istituto S. Cuore. A sottolineare l’innegabile sforzo economico sopportato da Bassano per la formazione e l’educazione della coscienza civica delle future generazioni, venne a inaugurare entrambe le opere il ministro Mariano Rumor. La cerimonia fu programmata per l’inizio del nuovo anno scolastico 1959-’60, consentendo all’im-

presa edile Tessarolo di provvedere durante l’estate a completare tutte le rifiniture previste dal progetto: si voleva infatti mostrare alla cittadinanza in tutta la sua imponenza un’opera che era considerata una delle più moderne e funzionali di tutta la Provincia. Domenica 11 ottobre 1959, poco dopo le ore 11.00, il ministro giunse accompagnato dal sindaco e, nonostante la pioggia battente, li attendeva una notevole folla assiepata lungo i giardini prospicienti l’edificio: erano presenti molte autorità della Provincia e quelle civili, militari e religiose di Bassano; c’erano i presidi e gli insegnanti di tutte le altre scuole della città, tra cui il direttore didattico con le scolaresche delle scuole elementari. Il cronista ricorda che in rappresentanza delle famiglie Vittorelli, residenti a Bologna e a Bassano, assisteva alla cerimonia Sergio Vittorelli, futuro insegnante dello stesso Istituto; era presente anche un alunno particolare, Paolo Vittorelli, il più giovane discendente del poeta a cui la scuola era stata intitolata. La lapide posta nel 1935 nella vecchia sede fu trasferita in quell’occasione all’ingresso del nuovo edificio. A causa del maltempo il discorso del ministro Mariano Rumor fu breve, ma “affettuoso” come disse il cronista. Dopo aver manifestato vivo compiacimento per le opere realizzate e per quelle programmate dalla città, egli illustrò brevemente le motivazioni politiche che in quegli anni animavano la creazione di tante nuove strutture per l’istruzione dei giovani […].

Il lascito Vittorelli […] Nel 1998, in ricordo dell’amore per Bassano e della celebre musicalità dei versi del poeta, gli ultimi suoi discendenti, residenti a Milano, e Sergio Vittorelli, docente presso la scuola a lui intitolata, offrirono un lascito alla Scuola Media “Jacopo Vittorelli” per istituire una borsa di studio annuale a favore di alunni promettenti nel campo della musica […].

In basso Il prof. Sergio Giuseppe Vittorelli, pronipote del poeta e docente della Scuola Media Vittorelli in una foto del 1989. Nato il 18 marzo 1932 da Jacopo e Maria Brotto, dopo aver frequentato le scuole cittadine Sergio Giuseppe Vittorelli si è laureato in Scienze Biologiche a Padova (1974). Negli anni successivi ha alternato studio e lavoro, insegnando come supplente negli istituti del Bassanese (fra i quali i licei “Da Ponte” e “Brocchi). Dal 1982 è stato docente di Matematica nella scuola intitolata al suo antenato, dove ha lavorato fino al 1997. Uomo di cultura e amante della musica, è scomparso il 2 dicembre 2007, lasciando un buon ricordo nel cuore di tutti i bassanesi.


Ritratto di Jacopo Vittorelli, incisione da L’album. Giornale letterario e di belle arti, 1 agosto 1835.

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L’Illustre bassanese  

[n.178/179] I nobili Vittorelli

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