Page 1

Fondato editriceartistica - www.editriceartistica.it

nel 1989

distribuzione gratuita

LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

I TRENTO DE RIVALEYS e la nascita della Rosà BIMESTRALE MONOGRAFICO DI CULTURA

N° 181 • SETTEMBRE 2019


Comune di BASSANO DEL GRAPPA

Si ringrazia il dott. Valentino Trento per la preziosa collaborazione


Copertina: la sintesi dei contenuti di questo numero in una variopinta composizione di immagini.

L’epopea di una famiglia, la storia di una comunità e la nascita di un paese Se ritenete impossibile che al giorno d’oggi esista ancora qualcuno in grado di separarsi (almeno temporaneamente) da smartphone, tablet e altri congegni tecnologici, per poi isolarsi dal resto del mondo e rinchiudersi in archivi polverosi a consultare documenti ingialliti dal tempo, vi sbagliate di grosso. Persone simili, potremmo anche definirle “eroiche”, infatti ce ne sono, e fortunatamente non poche. Appartiene a tale “specie” umana pure lo studioso Stefano Zulian, che i nostri lettori hanno già conosciuto: passato attraverso mille peripezie, una vita avventurosa alle spalle, ben simboleggiata dalla roboante Guzzi California Special 1100 del 2001 con la quale si muove quotidianamente, egli ci propone in questa circostanza l’esito, evidentemente conformato alle necessità della testata, di una minuziosa ricerca genealogica compiuta per conto del dottor Valentino Trento, residente a Tezze sul Brenta: un lavoro su commissione, dunque, volto a indagare le origini e la storia di una precisa famiglia. Qualcuno si domanderà, anche legittimamente, se ciò si concili con le finalità che da trent’anni persegue l’Illustre bassanese. La risposta, senza tema di smentita, è affermativa: già, perché le vicende romanzesche che hanno accompagnato le diverse generazioni dei Trento de Rivaleys (anche il predicato nobiliare, di origine medievale, si deve a una scoperta di Stefano Zulian) s’intersecano profondamente con la storia del nostro territorio. E, in maniera specifica, con la nascita di Rosà; evento di non poco conto, dovuto allo spirito d’intraprendenza di un pugno di coloni, i rurales della Roxata, guardati con un misto di disdegno e preoccupazione dai bassanesi e capitanati da alcune industriose e solerti famiglie. Fra queste, appunto, anche quella dei Trento.

Nelle pagine che seguono veniamo invitati a compiere uno straordinario viaggio nel tempo e nello spazio, seguendo gli spostamenti dei primi Trento dal castello di Rivai, attuale frazione di Arsiè, a Feltre e a Bassano. Con loro assistiamo, vivendone le dirette ripercussioni in loco, al “passaggio” delle varie dominazioni che hanno segnato il Bassanese fra l’inizio del Trecento e il primo Quattrocento, quando finalmente - e a condizioni particolari - la città entra a far parte della Repubblica Serenissima. Partecipiamo alle dispute, anche molto accese, tra cittadini e coloni; seguendo gli sviluppi economici dell’intera area, prendiamo poi parte ai loro scontri con le corporazioni cittadine, tenacemente aggrappate ai propri privilegi, così come con i patrizi, beneficiati dal Comune nell’acquisizione di vaste proprietà e artefici di innovazioni che hanno cambiato, oltre alle tecniche agricole, anche la società del tempo. È un grande affresco, quello che emerge dallo studio di Stefano Zulian, il “motociclista-ricercatore”, che appassiona e seduce. Difficile non schierarsi dalla parte dei rurales e non soccorrerli nel loro sforzo per l’acquisizione di una meritata indipendenza. Andrea Minchio

A fianco Via Mazzini, poco a sud della chiesa di Sant’Antonio abate a Rosà, in una foto del primo Novecento: una strada che oggi è purtroppo percorsa ogni giorno da migliaia di veicoli.

In basso Una rosa rossa: il bel simbolo di Rosà non ha nulla a che fare con la roggia Roxata, grande opera idraulica che è stata invece il presupposto per la nascita dell’attuale comune.

Direttore de L’Illustre bassanese

L’ILLUSTRE BASSANESE - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita … dal 1989 ANNO XXX n° 181 - Settembre 2019 - Autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 R.P. del 10-5-1989 Direttore responsabile: Andrea Minchio - Redazione: Livia Alberton, Elena Trivini Bellini, Antonio Minchio, Elisa Minchio, Diego Bontorin Hanno collaborato: Stefano Zulian, Valentino Trento, Giuseppe Grandesso Stampa: Stampatori della Marca - Riese Pio X (TV) - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © COPYRIGHT Tutti i diritti riservati EDITRICE ARTISTICA BASSANO Piazzetta delle Poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)

3


Il tracciato della Via Claudia Augusta in una rappresentazione schematica. Passando per le Alpi, l’importante strada imperiale collegava il mondo romano con quello germanico.

Luoghi lontani e storie antiche: l’origine dei Trento fra il Tesino e l’altopiano di Rivai/Arsiè

L’effigie dell’imperatore Claudio (10 a.C. - 54 d.C.) in una moneta romana. Fu lui a completare la costruzione della grande arteria stradale (iniziata nel 15 a.C. dal padre Druso), imprimendole il proprio nome.

La nostra storia inizia in luoghi lontani da Bassano, ma forse tali solo per noi uomini moderni e non per chi, servendosi delle proprie gambe e di asini e cavalli, riusciva a sfruttare ogni sentiero lungo itinerari molto più diretti delle strade asfaltate. Abituati come siamo a percorrere la maggior parte delle attuali vie di comunicazione che si snodano su agevoli tracciati pianeggianti, facciamo fatica a comprendere la posizione di tanti borghi, spesso arroccati su impervie coste montane e oggi completamente tagliati fuori dagli abituali tragitti. Tutto in realtà si fa molto chiaro se si intuisce che, un tempo, non si trattava di un duro salire, scendere e risalire da un paese all’altro, ma di un comodo rimanere in quota. Il fondovalle era infatti considerato pericoloso e inospitale, e per questo poco transitato. La ricerca sull’origine della famiglia Trento, della quale ci occupiamo in questa monografia, ci porta appunto in quei luoghi antichi. E, nella fattispecie, nel Tesino e in quella parte della Bassa Valsugana che con esso si unisce presso Strigno. Nessuna ricerca genealogica, però, ci consente di studiare una qualsivoglia famiglia prima del XII secolo; e già l’arrivare a quell’epoca costituisce un risultato del tutto eccezionale. Non vi sono infatti documenti antecedenti, oltre al fatto che tra gli uomini di allora non era diffuso il concetto di cognome che abbiamo oggi. Questa carenza documentaria non impedisce tuttavia di poter conoscere la storia più antica del territorio che è stato patria della famiglia

indagata. Possiamo utilizzare cronache anteriori ai documenti ufficiali, come pure avvalerci degli studi condotti negli ultimi due secoli dai ricercatori e dei risultati relativi a scavi e ritrovamenti archeologici. Spesso in questa ricerca menzioniamo i toponimi di Feltre, Lamon, Strigno, Borgo Valsugana… Se fossimo vissuti tra i 1500 e i 2000 anni fa avremmo potuto transitare per queste località senza mai cambiare strada, perché il nascente impero romano (che da Giulio Cesare fino a Claudio reclutava i propri legionari fra gli uomini di queste terre) stabilì che “capitale” della Regio Rezia fosse la città di Augusta Vindelicorum, l’attuale Augsburg. Per arrivare velocemente fin lassù furono costruite due grandi arterie (le autostrade dei giorni nostri, ma gratis!) che presero il nome di via Claudia Augusta: una iniziava presso il Po nella zona di Ostiglia, non lontano da Mantova, e l’altra, quella che maggiormente ci interessa, partiva da Altino e giungeva a Feltre; da qui superava il Cismon presso Fonzaso e si portava in quota fino a Lamon, dove ancora se ne conservano tratti assai belli, per poi proseguire verso il Tesino e


Due belle immagini del ponte romano di Lamon (BL) lungo il tracciato della via Claudia Augusta.

ridiscendere verso Ausugum, l’odierno Borgo Valsugana, e la Brenta. Giunte a Trento le due direttrici si univano e la Claudia Augusta proseguiva per Merano e poi per Augsburg attraverso il passo di Resia. Era quindi questa via imperiale, con le sue diramazioni ancora in parte da scoprire, la grande autostrada dell’antichità per la quale qualche volta passavano i soldati ma, con un flusso immensamente maggiore, transitavano mercanti, lavoratori, artigiani e viaggiatori d’ogni sorta. Le località interessate dal percorso, dunque, furono per secoli attivissime, caratterizzate da una ricca vita socio-economica e costantemente informate di quanto avveniva al nord, così come sulle sponde dell’Adriatico. È interessante scoprire che la via imperiale, uscendo dall’altopiano del Tesino e affacciandosi verso la pianura, correva a fianco di un colle; qui ora si snoda la contrada dei Tomaselli, che ancora conserva i resti del castello di Strigno, appartenuto nel tardo Medioevo ai Castelrotto ma che la tradizione locale vuole fosse prima chiamato Colle dei Trento. È dal pieno Duecento che possiamo tentare di raccontare la storia della famiglia Trento, quando cioè dai documenti scopriamo che il nome/ cognome Trento fu particolarmente diffuso proprio in quell’area. Un dato, comunque, ci sembra subito chiaro: esso non rimanda alla città di Trento. Chi proveniva da quell’importante capoluogo veniva infatti detto Trentino e questo fu appunto il cognome di alcune famiglie. Quello dei Trento è invece radicato nel territorio del Tesino - Media Valsugana come una sorta di

terentium sigillo. L’opinione di chi scrive è che sia mutuato dal patronimico Terentio; ciò anche in considerazione del legame con la via imperiale e con alcuni vicini municipia, dove sono state rinvenute molte epigrafi che evocano questo nome preceduto dal prefisso gens. Erano in un certo modo della stessa “opinione” pure alcuni notai di Bassano che, nel Quattrocento e nel Cinquecento, traducevano il nome Trento con Terenzio - Terentium.

I Trento che vennero a Bassano portarono con sé il predicato “de Rivaleys” ovvero l’attestazione non di una semplice indicazione della loro provenienza, ma dell’appartenenza a una nobiltà di tipo medievale. Tale predicato tradiva probabilmente l’infeudazione di “Rivays”, reso nella forma che già troviamo nel ’300, ossia dell’attuale località di Rivai, frazione del Comune di Arsiè. In realtà con il nome di Rivai si inten-

È molto probabile che il nome/cognome Trento sia mutuato dal patronimico Terentio - Terentium.

In basso La “strada vecia” in località Tomaselli a Strigno, così come si presentava ancora nel 1970 (dal volume Strigno I signori di Castelrotto di Adone Tomaselli - 2005): un segmento dell’antica via Claudia Augusta, oggi purtroppo perduto a causa dell’urbanizzazione degli ultimi decenni e addirittura inglobato all’interno di un’area privata.


FONZASO ARTEN

Il sito del castello di Arsiè in un’elaborazione fotografica tratta da Google Maps. Eretto in posizione strategica, il maniero controllava parte della conca di Fonzaso e il basso corso del Cismon.

RIVAI

ARSIÈ

Sotto Il colle sul quale sorgeva il castello, visto dalla strada che conduce alla borgata di Tol. Purtroppo la fitta vegetazione impedisce oggi di individuarne le rovine.

dono tre piccoli siti distinti: Tovio, Soras e Tol. Cosa rendeva così importante quel luogo, al punto da essere utilizzato dai Trento come predicato, difficilmente oggi lo possiamo capire. Ma se partiamo da Tovio seguendo una stradina asfaltata, dopo un paio di chilometri si raggiunge una graziosa borgata dalla quale si può ammirare un meraviglioso panorama, con il Grappa a sud e - in basso - il corso del Cismon. A poche centinaia di metri dalle case, in direzione est, si trova una piccola elevazione che gli abitanti del luogo conoscono come Colle del Castel, anche se le mappe attuali lo rendono come Monte Col. Proprio lì si ergeva, fino al XV secolo, il castello di Arsiè: un fortilizio costruito su un colle di appena seicento metri d’altezza, dal quale si controllava perfettamente il corso del torrente Cismon, dall’uscita dal-

l’omonima valle fino a Fonzaso. Una via d’acqua d’importanza strategica, dunque, anche perché affluente della Brenta e conseguentemente legata all’economia di più territori. La prima persona della famiglia Trento documentata con il predicato “de Rivaleys”, nel 1370, è un tale Giovanni; ciò ci porta almeno alla metà del secolo, se non prima, per capire di quale tipo di infeudazione si trattasse. La chiusura dell’Archivio della Curia Vescovile di Padova ci ha impedito di approfondire la materia in quella sede, che conserva tutt’oggi (a differenza dell’analogo Archivio di Feltre) moltissimi fondi relativi all’epoca del “nostro” Giovanni de Rivaleys; ma è fuori di dubbio che egli ebbe modo di frequentare il castello di Arsiè o per meglio dire… di Rivaleys. Se chi legge vorrà un giorno visitare quel colle, vi troverà un luogo di grande fascino, ancor più se si tratta di un discendente dei Rivaleys. I ruderi del castello, soprattutto quelli dell’imponente mastio, furono oggetto nel primo Seicento di scavi amatoriali da parte di eruditi di Feltre, che trovarono - a loro dire - anche materiale di epoca romana. Purtroppo uno spesso strato di fogliame caduto per anni dai grandi faggi che, proprio in quel sito, formano un bosco nascondono le fondazioni e quanto a livello di calpestio può conservarsi del castello. Con le pietre asportate dall’edificio vennero costruite nelle vicinanze le case della borgata di Tol. È interessante rilevare che ancor oggi la gente del luogo si tramanda di padre in figlio il ricordo del castello.


La chiesa di San Pietro a Lamon, posta sull'omonimo colle. Secondo la suggestiva ipotesi di alcuni studiosi l’edificio sorge laddove un tempo pare si trovasse un tempietto romano dedicato al dio Giove Ammone (dal quale deriverebbe il nome del paese). Ph. Walter De Bacco - Pro Loco di Lamon.

Verso la metà del XIV secolo le popolazioni dei villaggi sorti lungo il Cismon videro da vicino cosa volesse dire un grande esercito. Carlo IV, imperatore del Sacro Romano Impero in guerra contro gli Scaligeri, era sceso dal Tirolo e, dopo aver rapidamente occupato il Primiero, era entrato in Belluno e Feltre, città che non volle poi sottomettere alla sua diretta giurisdizione lasciandovi lo status quo, con i vescovi conti quali suoi vicari. Tolse però a quello di Feltre il potere temporale sul Primiero (che da allora e fino al XX secolo fece parte del Tirolo), assegnando in feudo quel territorio, ricco di miniere d’argento, a un laico di nome Bonifacio Lupi. Per la prima volta nella regione, vi immise suoi funzionari di lingua tedesca. La Bassa Valsugana, il Tesino e il Feltrino rimasero però ancora sotto una Signoria italiana, i Da Carrara, con Francesco il Vecchio che all’epoca era anche padrone di Bassano. Quando finalmente poté chetarsi il clamore delle armi, da Montagnana giunse a Feltre il vescovo Antonio de Nasseri; il quale, non trovando alcuna inventariazione delle proprietà della Chiesa in quell’ambito, ordinò al notaio Giovanni da Villalta, cancelliere di curia, di mobilitare gli araldi e lanciare le strida in ogni paese del distretto. Ciò, per invitare i possessori dei feudi dati in concessione dai suoi predecessori a recarsi a Feltre e a dichiararli, precisandone i confini e le relative gabelle a favore della chiesa feltrina. Tali feudatari erano registrati nella propria degania, che potremmo tradurre come territorio comunale. Solo in un caso il distretto oltrepassava

il Cismon; in quello della degania di Lamon. Il vescovo accampava diritti anche su un paio di monti sopra Arsiè, dalle cui comunità riceveva quale pagamento in natura pezze di formaggio. In tale contesto si trovava anche Rivai, che però ricadeva sotto la giurisdizione della diocesi di Padova. La prima degania che si presentò, il 22 febbraio 1370, fu proprio quella di Lamon, la più lontana, con un suo abitante. Dopo di lui, accompagnato da due lamonesi, l’8 marzo successivo giunse l’anziano Giovanni de Rivaleys, precisando di risiedere a Lamon. Egli descrive con precisione il manso del quale era stato infeudato: una proprietà fondiaria divisa in undici appezzamenti. Dal confronto con altre denunce veniamo poi a sapere che l’uomo possedeva sicuramente anche dei terreni a Lamon, peraltro non soggetti al vescovo. Va poi rilevato che fra le circa venti persone che si presentarono a Feltre per la degania di Lamon si trovavano altri piccoli feudatari con il nome/ cognome Trento, in gran parte confinanti con il “nostro” Giovanni. In ogni caso l’atto registrato nel 1370 costituisce di fatto la conferma di una precedente investitura. Quali fossero i pensieri del vecchio Giovanni e di suo figlio in quell’epoca segnata da una grande instabilità nel Primiero non ci è dato di sapere; certamente però era fondamentale valutare con lungimiranza la mossa migliore da fare e da quale parte schierarsi. Anche il Tesino, dove risiedevano loro parenti diretti (legati pure da rapporti di lavoro), s’era ribellato ai Carraresi; così come, peraltro, aveva fatto nel 1365 la Bassa Valsugana, ostile al vicario di quella schiatta, Biagio II da Strigno, che viveva in un castello eretto sul colle chiamato appunto “dei Trento”. Quando le comunità ribelli decisero di catturarlo, egli si diede provvidamente alla fuga. Da allora, e fin quasi ai giorni nostri, a carnevale le genti del Tesino ricordavano quella caccia al tiranno con una rievocazione storica: figuranti in costume fingevano di cercarlo nelle case di ogni paese, per poi individuarlo in un fantoccio a sua immagine e impiccarlo, dopo averlo fatto trascinare da un cavallo. Oggi tale rievocazione si svolge ogni cinque anni, in forma meno

Ernst Hähnel, Monumento a Carlo IV, bronzo, 1848. Praga, Città vecchia.

In basso Un momento del “processo” a Biagio II da Strigno, in occasione della rievocazione storica, un evento che si svolge ogni cinque anni in occasione del carnevale a Castel Ivano e nel Tesino. Visitvalsugana.it

7


Bernhard Metzeroth, Feste Vano im Suganer Tal (Castel Ivano nella Valsugana), incisione da un disegno di Carl Reiss, 1837. Collezione Andrea Minchio.

Per secoli Castel Ivano fu sede del potere amministrativo nella Bassa Valsugana.

8

L’elenco dei beni di Giovanni de Rivaleys, ricevuti in feudo dall’episcopato di Feltre. Dal Catastrum feltrino del 1370. Feltre, Archivio della Curia vescovile.

cruenta, interessando Castel Ivano e l’altopiano del Tesino: cortei, spettacoli e festeggiamenti si concludono con un singolare “processo” al vessatore. La prossima edizione avrà luogo dal 25 febbraio all’1 marzo 2020. Il castello venne distrutto e mai più ricostruito: le sue rovine, come abbiamo già detto, si trovano presso la contrada dei Tomaselli, purtroppo non ravvisabili perché coperte dalla vegetazione e del tutto dimenticate dagli uomini. Nella prima metà del Cinquecento, con la Valsugana ormai tutta inglobata nel Tirolo, i da Strigno tornarono a vivere in un palazzo nell’omonimo paese. E, guarda caso, vollero farsi chiamare proprio “da Castelrotto”! Prima di conoscere il momento in cui i Trento si stabilirono a Bassano, è utile comprendere come questo lignaggio si fosse diffuso verso la metà del Quattrocento. Le fonti consultate sono le stesse che ci hanno permesso di rintracciare l’anziano Giovanni Trento, cioè gli atti d’infeudazione del vescovo di Feltre successivi al 1370. Documenti che ci portano all’epoca della dominazione veneziana, con le conferme di antichi accordi e le nuove concessioni da parte del vescovo Giacomo Zeno, giunto a Feltre nel 1447. Dagli atti risulta che la diffusione di questo cognome era la seguente: nel Tesino era ancora presente, seppur limitatamente, mentre in terra feltrina lo troviamo ad Arsiè/Rivai, Fonzaso e Lamon, sempre in scarsa misura. Se ne riscontra invece una presenza notevole a Faller e poi in città, a Feltre, con famiglie importanti (quale per esempio quella dei notai Trento, con tanto di blasone). Scendendo a sud si trovano un grande gruppo a Bassano, lungo la Brenta (è quello nostro!), e un ramo nella zona di Pederobba/ Cavaso, vicino al Piave. Con il passare del tempo i Trento sono scomparsi da Arsiè, Pederobba/Cavaso, Feltre, Lamon e Fonzaso, in parte perché le famiglie sono emi-

grate e in parte perché hanno cambiato cognome. Il gruppo di Bassano, al contrario, è diventato nel corso dei secoli il più diffuso, mentre numerosi rappresentanti dei Trento vivono ancora tra i monti di Faller. Nell’antico Catastrum del 1370, come abbiamo visto, Giovanni Trento figura nella degania di Lamon. Circa settant’anni dopo nessun Trento appare più in quel luogo, almeno nei panni di feudatario del vescovo; a portare tale cognome è infatti solo la discendenza della famiglia con i nomi di Marco e Benvenuto. Nella degania di Servo si ritrovano però due rami dei feudatari Trento, discendenti proprio dalle famiglie un tempo presenti a Lamon e ora stabilitesi a Faller. Fra queste, anche quella dei notai di Feltre. Proprio da questo ceppo si staccò agli inizi del ’400 un Antonio, che si trasferì a Pederobba e poi a Cavaso. Cos’era avvenuto? Passati i turbolenti anni delle guerre, con l’avvento della Serenissima il vescovo di Feltre Giacomo Zeno (eletto a questa sede nel 1447) decise molto probabilmente di valorizzare il territorio di Faller; si rivolse quindi ai fidati Trento, che lasciarono Lamon per assumere la reggenza del feudo di Faller, dove esisteva una rocca dalla quale si controllava lo sbocco del Cismon dal lato est. Sul lato ovest, come sappiamo, c’era il castello di Arsiè/Rivai, dal cui feudo aveva mutuato il predicato de Rivaleys Giovanni Trento. Nella seconda metà del Trecento, in sostanza, s’era già persa la parentela diretta con le poche famiglie che portavano tale cognome nel Tesino e nella Bassa Valsugana; il nucleo più coeso e numeroso dei Trento si affacciava ora lungo il corso del Cismon tra Arsiè, Lamon e Faller. Proprio da questo, partendo da Faller, si staccarono i Trento di Feltre e di Pederobba/Cavaso. Il gruppo che mantenne nel tempo il predicato de Rivaleys scese fino a Bassano, diffondendo nel nostro territorio il cognome Trento.


L’albero genealogico della famiglia Trento de Rivaleys, con la rappresentazione grafica dei primi nove rami patrilineari oggetto della ricerca storica proposta in questa monografia. Dopo Girolamo, figlio di Simone seguono: Francesco - Girolamo - Francesco (n. 1614) - Girolamo (n. 1640) - Valentino (n. 1675) Giovanni (n. 1713) - Valentino (n. 1740) - Giovanni (n. 1769) - Valentino (n. 1793) - Sante Lazzaro (n. 1827) - Valentino (n. 1857) Sante Domenico (n. 1883) - Valentino (n. 1914) - Sante (n. 1942) - Valentino (n. 1977) - Giovanni (n. 2018).


Le Tre Venezie all’inizio del XIV secolo.

I TRENTO DE RIVALEYS

e la nascita della Rosà

Sotto Giovanni di Rigino, Statua equestre di Cangrande della Scala, marmo, 1340-’50. Verona, Castelvecchio. Secondo alcuni studiosi la paternità dell’opera è invece di Bonino da Campione.

Bassano all’arrivo dei Trento de Rivaleys È ora giunta la nostra storia all’epoca in cui un nipote di Giovanni de Rivaleys (quello che abbiamo trovato risiedere a Lamon nel 1370) arrivò a Bassano con tutta la sua famiglia. Diciamo subito che allo stato attuale della nostra ricerca il documento bassanese più antico nel quale compare ser Giovanni fu ser Trento de Rivaleys è del 1427. Da tale testimonianza si evince che a quel tempo alcuni suoi figli erano già sposati con donzelle di importanti famiglie locali, mentre altri erano in procinto di farlo. Quel che purtroppo manca, però, sono gli atti registrati dai notai tra la fine del Trecento e il primo quarto del secolo successivo. Cerchiamo comunque di approfondire la materia, avvalendoci anche dei molti documenti del Comune di Bassano che, com’è noto, nel 1404 entrò a far parte del dominio di Venezia. Sebbene i Trento non fossero presenti in questo territorio nel XIV secolo, qui si trovavano numerose famiglie che in seguito si imparentarono proprio con loro, formando un gruppo sociale assai legato.

Dal 1267 al 1322 Bassano fu sottomessa al Comune di Padova. Si tratta di un periodo storico che interessa di riflesso anche noi, perché proprio allora iniziò ad affermarsi in città una famiglia del Tesino, quella dei Bovolino, a testimonianza dei rapporti economici che intercorsero con le

genti di quell’altopiano fino alla caduta della Serenissima. Anni nei quali emigrarono a Bassano diverse famiglie definite “feltrine”, provenienti in realtà dalla zona di Arsiè. Dopo la conquista di Bassano nel 1322 da parte degli Scaligeri, che mantennero il controllo della città fino al 1339, la famiglia Bovolino si impose ancor più tra quelle della classe dirigente locale; alla quale si aggiunsero gruppi provenienti da Grigno o con il predicato “da Grigno”. Negli atti pubblici tali famiglie compaiono come conduttrici di beni comunali, in primis di vigne, come già avveniva nella pieve di Santa Maria in Colle da parte di schiatte blasonate; si pensi per esempio ai Compostella oppure ai Brotto (quest’ultimi originari, secondo chi scrive, dalla Bassa Valsugana). Da notare che proprio queste due famiglie, i Compostella e i Brotto, saranno poi legate a doppio filo con i Trento, al momento della loro venuta a Bassano. Alla Signoria degli Scaligeri si sovrappose nel 1339 quella dei da Carrara, riunendo sotto un unico Domino (e ciò non era mai accaduto prima, a eccezione del periodo finale ezzeliniano) pure i territori di Belluno e Feltre, con il Tesino e la Bassa Valsugana. Fu anche grazie a questa particolare situazione che Francesco da Carrara il Vecchio diede corpo, verso il 1365, a un grande progetto che cambiò il destino di territori non più abitati dall’Alto Medioevo in poi, ossia quell’enorme estensione


Giusto de’ Menabuoi, I miracoli di Cristo, affresco, particolare 1375-’78. Padova, Battistero del Duomo. Fra le persone oranti figurano parecchi membri della famiglia da Carrara: alla sinistra di Francesco il Vecchio (vestito di rosso) anche Francesco Petrarca e Fina Buzzaccarini, moglie del Signore di Padova.

di campi incolti e destinati al pascolo che costituivano la “campagna” fra Bassano e Cittadella: riutilizzando in parte antiche rogge di epoca romana ed ezzeliniana, egli fece scavare il canale della Roxata: un corso d’acqua che prendeva vita dalla Brenta presso il convento di San Fortunato, raggiungeva Cittadella (dove riempiva il fossato a ridosso delle mura) e si ributtava nuovamente nel fiume presso San Giorgio in Bosco, in località Bolzonella. Per quel canale si potevano anche far fluitare le merci. In parole povere, era stata creata una grande arteria strategica, da poter utilizzare senza particolari preoccupazioni poiché tutta all’interno dello stesso stato. Sfortunatamente gli imminenti conflitti fra Padova e Venezia ne consentirono lo sfruttamento per breve tempo. Nel 1388 Bassano venne infatti ceduta al Ducato di Milano, governato da Gian Galeazzo Visconti, principale alleato dei veneziani. La destinazione principale dell’agro bassanese rimase perciò in gran parte a pascolo, esclusa solo una piccola zona a sud delle mura cittadine coltivata a vigneti: forse la principale ricchezza del luogo, dovuta ai terreni ghiaiosi che consentivano la produzione di vini di medio livello ma d’alta resa (sempre che non grandinasse, ovviamente: da sempre una maledizione per le nostre terre). Fin che poterono i Carraresi tentarono la riconquista della città, appoggiati anche da famiglie bassanesi, oramai legate per molteplici interessi

(anche attraverso matrimoni) alla Signoria e al contesto padovano. Cittadella tornò sotto ai da Carrara e questo impedì l’utilizzo del canale della Roxata: si creò così una situazione di tensione costante, che portò Gian Galeazzo Visconti ad assumere decisioni eccezionali. Egli stabilì infatti che a Bassano fosse presente un podestà inviato da Milano, ma pure che negli Statuti cittadini venisse inserito il mero e misto imperio (una delega a esercitare cioè in autonomia alcuni poteri). Bassano si trovava quindi a essere sovrana nelle questioni relative alla giustizia criminale: un “regalo” che la rese - per la prima volta nella sua millenaria storia - simile a un piccolo stato indipendente. Va ricordato che sotto i Visconti venne alla ribalta la famiglia Brotto, che di lì a pochi anni si unì a quella dei Trento de Rivaleys. Il nome di Andrea Brotto, figlio di Achemino/ Giacomino, risulta fra i primi registrati in tanti atti del Consiglio comunale, uomo di fiducia della comunità quando si trattava di questioni delicate. Come quelle, per esempio, che riguardavano il rinnovo del feudo vescovile di Vicenza sulle pievi di Bassano e Angarano oppure le controversie giurisdizionali con Feltre. È inoltre interessante scoprire come per il duca di Milano i distretti di Bassano, Feltre e Belluno, con il Tesino e la Bassa Valsugana, fossero intesi quali un’unica “entità”, seppur con podesterie diverse. Come Francesco da Carrara, anche il duca

Agostino Brotto Pastega, Una brentana distrugge parte della diga viscontea nell’estate del 1402, tempera veneziana, 1998. Collezione Bonotto Hotel. L’imponente struttura era dotata di due torri disposte sulle sponde del fiume (tant’è vero che venne definita “ponte castello”) e poggiava su pilastri in legno con l’imposta di paratie mobili. Le cronache dell’epoca ricordano che l’opera fu ultimata giusto il giorno prima che il Signor Brenta, sbadigliando seccato, distruggesse in poche ore tutto con una favolosa brentana, la cui portata era forse ignota agli ingegneri milanesi.

Gian Galeazzo Visconti, conte di Virtù, xilografia tratta da “Arte e Natura”. Vallardi Editore, 1894.


Il nome di Ser Giovanni de Rivaleys compare nel più antico libro d’estimo del Comune di Bassano. Archivio Storico del Comune di Bassano.

12

di Milano pensò a opere grandiose, che però realizzò indebitandosi (visto che i sudditi si pagano…) oltre ogni sua possibilità. Nel nostro territorio egli ideò, com’è noto, la Calà del Sasso, ancor oggi la scalinata più lunga d’Europa (che collega Valstagna con l’Altopiano dei Sette Comuni), e il celebre Vallo, voluto a fini strategici contro Padova: un’opera faraonica consistente nella costruzione di un ponte in pietra a paratie mobili e nella deviazione della Brenta attraverso un canale diretto a Vicenza. Disegno che andò in fumo a causa della terribile brentana del 6 agosto 1402 e della morte del suo ideatore (per peste, il successivo 3 settembre). Poco meno di due anni dopo, il 10 giugno 1404, il rettore veneziano Francesco Bembo faceva il suo ingresso a Bassano rilevando la città e il relativo distretto dal capitano visconteo Fregnano da Sesso, dai due castellani Bettino Begoni e Giovanni de Curte (rispettivamente dei castelli superiore e inferiore) e da Antonio da Pontecurone, capitano del ponte. Da quel momento e fino all’8 settembre 1796, quando Napoleone entrò vittorioso in città, su Bassano sventolò sempre amato il vessillo della Serenissima.

Ser Giovanni de Rivaleys e i suoi figli: una nuova famiglia a Bassano Nel 1427 il maestro speziale Vittore fu Vittore della Rocca di Arsiè assisté al matrimonio di quello che chi scrive ritiene essere stato il più giovane dei tre figli di ser Giovanni de Rivaleys, ossia Giacomo. Questi aveva sicuramente più di venticinque anni (era quindi maggiorenne per le leggi del tempo) quando sposò la benestante Giacomina, figlia del defunto Giovanni da Grigno. In quell’anno risultavano già coniugati anche i suoi fratelli: Trento, il primogenito, e Paolo. Questa notizia, considerata inoltre l’importanza delle famiglie dalle quali provenivano le loro mogli, induce a credere che Giovanni de Rivaleys fosse giunto nel Bassanese all’epoca del dominio visconteo. Probabilmente egli reputò favorevole il nuovo contesto geopolitico, per così dire, in quanto - come abbiamo visto - il duca di Milano tendeva a promuovere una sorta di “unione” di Bassano con Feltre. Non a caso, sempre in epoca viscontea, erano pervenute in territorio bassanese per accasarsi alcune ragazze, figlie di fratelli di ser Trento de Rivaleys (padre di Giovanni): per esempio Lucia, figlia di Girardino de Rivaleys e già vedova di un uomo di Solagna, che si risposò nel 1401 con Zanino di Mengo, originario di Oliero ma residente dentro le mura di Bassano. Da ser Vittore de Rivaleys discese invece Nicola, molto legato ai cugini Giovanni e Margherita; quest’ultima, poi, sposò uno degli uomini più ricchi di Pove, Bartolomeo de Albertoni, divenuto in seguito cittadino bassanese. Non deve sorprenderci il fatto che in paesi quali Solagna e Pove risiedessero famiglie davvero molto benestanti. Solagna, così come di riflesso il confinante villaggio di Pove, era allora (e fin dalla fondazione a opera degli Ezzelini) uno dei punti d’attracco più importanti lungo la Brenta. Sotto i veneziani, poi, divenne ancor più centrale da un punto di vista economico, grazie al mercato del legname che veniva fatto fluitare per chilometri e chilometri dal Primiero fino alla laguna. Secondo il punto di vista di chi scrive, diversi dati portano a ritenere che proprio durante il breve periodo del dominio visconteo si crearono le condizioni per nuovi investimenti, spesso sug-


gellati da matrimoni di comodo fra le famiglie interessate. Come nel caso dei de Rivaleys che, a seguito di tali accordi, si attestarono in terra bassanese. Non tutti, però. Gerardino e Vittore rimasero nel Feltrino, ed è probabile che da loro sia disceso il grande gruppo dei Trento che ancora alla metà dell’Ottocento viveva ad Arsiè in una propria contrada nei pressi della pieve. Tornando al nostro Giovanni, abbiamo trovato che risiedeva con i familiari in una casa posta nella villa di Bassano nel quartiere del Cassero. Per villa, da non confondere con la città (o come si diceva allora con il termine Terra di Bassano, indicando ciò che si trovava dentro alle mura), si intendeva un ampio territorio posto a sud dell’abitato, coltivato per un buon tratto e confinante a mezzogiorno con un enorme pascolo incolto: la Campagna di Bassano. Il quartiere del Cassero si trovava presso il convento benedettino di San Fortunato, che nella prima metà del Quattrocento conosceva una fase di rinascita, anche grazie alla vicinanza del canale della Roxada. Un’importantissima via d’acqua - come già detto - che sotto il governo veneziano s’era ora in procinto di riattivare.

Proprio nella casa in villa di Bassano Giovanni accolse le spose dei figli Trento e Paolo: si trattava di due giovani provenienti da famiglie della più alta nobiltà locale. Il primogenito, Trento, prese infatti in moglie Benedetta Brotto, figlia di Pietro e nipote di quell’Andrea che per tutto il periodo visconteo figurò tra i primi cives di Bassano. Come risulta dai documenti, Andrea si occupò di Benedetta anche in punto di morte (nel 1410), quando la ragazza non era ancora sposata, per farle avere una dote pari a quella della sorella Antonia. Paolo si accasò invece con una rappresentante del più antico dei casati bassanesi: Margherita Compostella di Guglielmo, sorella di Bassiano. A completare i matrimoni in seno alla famiglia Trento seguirono quelli di Giacomo, nel 1427, e di Caterina, nel 1431; quest’ultima si coniugò con Nicola Rebellato di Giacomo, capostipite dell’attuale schiatta dei Rebellato a Bassano, benestante con casa propria e gestore per conto

Il fronte meridionale del complesso del convento di San Fortunato, a sud della città.

Il convento nel Catasto Austriaco (Quartiere Villa. Fogli I e II): non sono poche le abitazioni sorte nei pressi della struttura. Fra queste, si potrebbe forse individuare il nucleo originario della prima casa dei Trento de Rivaleys. Archivio di Stato di Vicenza, Sezione di Bassano.

Storiche abitazioni lungo via SS. Fortunato e Lazzaro, nelle vicinanze del convento. Nonostante le condizioni di grave degrado, danno ancora l’idea di quale fosse un tempo l’aspetto della borgata: un luogo di grande fascino, oggi però del tutto urbanizzato e velocemente percorso da automobilisti frettolosi.


Agostino Brotto Pastega, Il primo Leone di San Marco nella facciata della casa di Bartolomeo dell’Amico, tempera veneziana, 1998. Collezione Bonotto Hotel.

Jacopo e Domenico Tintoretto, Ritratto del doge Michele Steno, olio su tavola, anni ’70 del secolo XVI. Venezia, Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio. Fu sotto il suo governo (1400-1413) che Bassano passò sotto la Serenissima. In basso Paolo Mercuri, Mercante veneto del secolo XV, incisione tratta da Camille Bonnard, Costumi de’ Secoli XIII, XIV e XV. Calcografia di Ranieri Fanfani, Milano, 1832.

14

dei patrizi veneti Morosini di centinaia di campi incolti, da bonificare e rendere produttivi. È immaginabile che, sullo scorcio degli anni Venti del XV secolo, i Trento fossero venuti a conoscenza di quanto stava avvenendo nelle loro terre d’origine. Durante una tregua del conflitto fra la Casa d’Austria e Venezia, le città di Belluno e Feltre avevano proditoriamente chiesto protezione all’imperatore Sigismondo, il quale aveva provveduto a inviare in quei luoghi un contingente di cavalieri ungheresi (avvalendosi dell’aiuto del patriarca di Aquileia, suo vicario). I paesi di Arsiè, Lamon, Fonzaso e Servo ne avevano approfittato per staccarsi per sempre da Feltre. Le ragioni che avevano spinto bellunesi e feltrini a optare per l’Austria risiedevano probabilmente nella scarsa fiducia verso uno Stato di mercanti, quello della Serenissima, potente nei domini “de mar”, ma forse non adeguato a governare le loro terre. Una valutazione sbagliata, come dimostrò poi la storia, poiché Venezia poteva invece contare su una classe dirigente abile e preparata. In ogni caso gli accordi tra la capitale lagunare e il Tirolo erano in via di definizione. Poco dopo si stabilì infatti che il Feltrino e il Bellunese sarebbero rimasti italiani, mentre rimaneva ancora da fissare l’assetto della Bassa Valsugana e del Tesino (che conservavano per il momento amministratori di lingua italiana). La mai sopita diffidenza verso Venezia era però destinata a lasciare il segno. Così, raggiunta finalmente la pace con l’imperatore, Venezia ordinò di rendere inutilizzabili tutti i castelli

costruiti tanto lungo la pedemontana del Grappa quanto nel Feltrino. Fu allora che venne definitivamente distrutto pure il già degradato castello di Arsiè ovvero de Rivay.

La morte di Giovanni de Rivaleys, mentre a Bassano fa la sua comparsa un nuovo ceto dirigente Nonostante avesse operato affinché i suoi figli si accasassero con esponenti di famiglie importanti, il vecchio Giovanni dimostrò sempre una certa indifferenza verso la vita cittadina. E come lui, fecero anche i suoi discendenti. Un atteggiamento che forse si può comprendere se si ricorda l’origine della famiglia, quella cioè di feudatari medievali: la terra era tutto per loro, non certo l’arena dei consigli comunali. Giovanni de Rivaleys morì verso il 1436: egli poté quindi conoscere le trasformazioni della società bassanese del tempo. Nei primi due decenni del governo veneziano parecchi nomi nuovi erano entrati a far parte del Consiglio cittadino, formato da trentadue rappresentanti eletti annualmente, dei quali otto per quartiere.

In seguito, però, le cose cominciarono a mutare. Il Consiglio cittadino tese a chiudersi in se stesso, composto da una precisa cerchia di famiglie che, in forma quasi ereditaria, si “passavano” i posti alla morte di un consigliere. Sotto i Visconti, grazie al diritto di mero et mixto imperio, due famiglie in particolare assunsero una straordinaria importanza: quelle dei Brotto e dei Compostella. Con Venezia esse


Una tavola di “Storia del costume”, raffigurante maggiorenti veneti della prima metà del secolo XV, tratta dal Münchener Bilderbogen ed edita nel 1880 a Monaco da Braun & Schneider.

decisero però di rinunciare alla partecipazione attiva alla vita pubblica: una scelta forse dovuta alle stesse motivazioni di quelle dei Trento. Facendo leva sugli statuti approvati dal duca di Milano, anche con la Serenissima Bassano mantenne uno status privilegiato. Caso davvero unico in tutta la Terraferma veneta per un centro di medie dimensioni, la nostra città era stata elevata al rango di podesteria autonoma, cioè non dipendente da un capoluogo ma direttamente da Venezia. Asolo, per esempio, era una podesteria, ma per quanto riguardava le cause criminali e altri aspetti amministrativi era soggetta a Treviso; idem per Cittadella, con Padova, e Marostica, con Vicenza. Se le famiglie legate ad antiche consuetudini medievali (come quelle dei Trento, dei Brotto e dei Compostella) rimasero per così dire in disparte, alla fine degli anni Venti del secolo XV ai seggi del Consiglio cittadino (che si rinnovava ad agosto) sedevano ora i rappresentanti di una nuova classe dirigente, residenti all’interno delle mura e pienamente inseriti nella società con l’orgoglio dei cives. Cittadini intraprendenti e appartenenti alle corporazioni, così come notai e mercanti.

La pace portata da Venezia favorì ben presto il sopraggiungere in territorio bassanese di diverse famiglie facoltose, provenienti da altre zone della repubblica e stimolate dall’opportunità di interessanti investimenti. La nuova classe dirigente cittadina, inoltre, incoraggiava sempre più una razionale utilizzazione del cospicuo patrimonio fondiario del comune. Campi incolti da tempi immemorabili, perché normalmente destinati al solo pascolo, venivano ora dati in affitto a scadenze di ventinove anni: una formula che potremmo definire “perpetua”, dato che era trasmissibile di generazione in generazione. Per fare un esempio, ai patrizi veneti Morosini del ramo della Trezza furono concessi in un solo blocco ben duecento campi, e a prezzi annuali d’affitto irrisori. Tale tipo di gestione, “tra amici”, suscitò come prevedibile forti conflitti anche all’interno del ceto dirigente, che si divise in gruppi. Bassano non doveva chiedere a Venezia come gestire i suoi beni, ma non poteva neppure “rega-

larli” e ignorare che ciò, prima o poi, avrebbe determinato un coinvolgimento dello Stato, chiamato in causa dai contrasti di chi viveva di quei pascoli e di chi invece desiderava impiegare diversamente la risorsa agricola. D’altra parte tali investitori, che puntavano a coltivarli, finivano per portare un sicuro beneficio alla comunità. Non dimentichiamo che Bassano aveva ottenuto anche il privilegio di poter gestire un proprio fontico, nel quale venivano raccolti i cereali destinati ai panifici locali; ciò senza dovere, come avveniva per quasi tutte le realtà sottomesse a Venezia, acquistarli dal patriziato veneto. Producendo direttamente nel proprio territorio grano, segala e quant’altro, la nostra città poteva così realizzare notevoli risparmi a vantaggio di tutti. Il principale obiettivo di chi investiva nei terreni incolti era quello di trasformarli in vigneti. Fin dal Medioevo, peraltro, era questa la più antica forma di coltivazione nel Bassanese. Dagli aridi e ghiaiosi campi in prossimità della Brenta si otteneva un vino di media qualità ma, per quell’epoca, di elevatissima resa: se in altre zone del Veneto in un campo trovavano forza sufficiente a crescere tre vigne, qui - come risulta dai documenti - già nella prima metà del ’400 ne potevano prosperare quattro o cinque: un numero destinato a salire addirittura a sei verso la fine del secolo. Una possibile opportunità di ricchezza, dunque, della quale anche i nostri de Rivaleys tennero ovviamente conto. Si sottolinea che tutto questo veloce allivellare grandi proprietà, bonificando e rendendo fertile

15


16

1

2

3

4

5

6

Lo sviluppo urbanistico di Bassano si è concretizzato nel corso dei secoli secondo diverse “regole” compositive, come evidenziano questi disegni, eseguiti dal prof. Sergio Los nel 1988 nell’ambito di una ricerca sull’architettura civica svolta all’Università IUAV di Venezia. Da “Bassano nei secoli della sua formazione”, S. Los, Il disegno della città - La formazione della città nei secoli XIII e XIV, pagg. 71-112. Comitato per la Storia di Bassano, Tipografia Minchio 1991. All’arrivo dei Trento de Rivaleys a Bassano, nella prima metà del Quattrocento, la città aveva già acquisito una sua ben definita fisionomia (illustrazione n. 6).


e produttiva la campagna a sud di Bassano fu una positiva conseguenza della costruzione del canale della Roxata. Difficilmente Francesco I da Carrara, suo ideatore, avrebbe però potuto immaginare quanto in futuro quest’opera si sarebbe rivelata fondamentale per lo sviluppo del territorio. Dopo la morte del padre, ser Trento de Rivaleys diede vita, unendo le sue forze a quelle dei Brotto e dei Compostella (e a quelle dei Baggio, parenti recentemente acquisiti) al “borgo dei Trento”, proprio lungo il canale: una denominazione che si conservò per ben due secoli.

La famiglia di ser Trento e la nascita dell’omonimo borgo Molto prima che Francesco il Vecchio portasse a termine il progetto della Roxata, e prima ancora che venisse fondata Cittadella (nel 1220), la più importante via di comunicazione fra Bassano e Padova correva decisamente più a occidente della successiva Via Nova. Tale arteria era diretta verso Fontaniva, dove si trovavano un superbo castello e un importante porto sulla Brenta. Solo da quel piccolo centro dell’Alta Padovana si poteva iniziare a navigare regolarmente sul fiume, seppur con piccole imbarcazioni; più a nord, infatti, il corso d’acqua aveva ancora un carattere torrentizio e non era sufficientemente profondo e sicuro. Nel Medioevo questa antica strada era conosciuta come Via de Fontaniva, ma nel suo tratto vicino al castello di Bassano la si chiamava anche Cal dea Taja: espressione che potrebbe forse ricordare l’abbattimento di parte di quel bosco che, almeno fino al Trecento, ricopriva una vasta area a sud di

Bassano. Dal XV secolo assunse poi, nella sua interezza, la qualifica di Via Zattiera (Sarcera o Sartiera, in dialetto), denominazione peraltro ancora in uso ai primi del Novecento, perché strada di collegamento tra Fontaniva e Bassano per gli zattieri. Ovvero per quegli uomini che, affrontando mille peripezie e pericoli, facevano fluitare il legname (raggruppato appunto in zattere) destinato a Venezia. La risalita avveniva poi in barca fino a Fontaniva; da lì si proseguiva a piedi fino a Bassano. Ebbene, proprio all’intersezione fra il canale della Roxata e la Cal dea Taja/Via Zattiera, nel 1439 ser Trento de Rivaleys aveva già eretto una casa. Non un’abitazione con il tetto di paglia, come allora avveniva nella maggioranza dei casi, ma con la copertura in coppi e all’interno di un sedime di sei campi a frutteto e vigne. Sebbene vivesse ancora con la famiglia nei pressi del convento di San Fortunato (in contrà Cassaro, nella Villa di Bassano), dai documenti possiamo dedurre che egli si fosse deciso a investire le sue sostanze nelle vicinanze della Roxata.

Il canale della Roxata dal punto in cui parte fino a Rosà in una mappa del XVI secolo. Archivio di Stato di Venezia. Il disegno illustra, nella parte finale, il percorso della roggia Moranda fino a Rossano.

17

Francesco dal Ponte il Vecchio, Pietà con i santi Sebastiano e Rocco, particolare, 1529. Oliero, chiesa parrocchiale. Nello splendido dettaglio, una tipica zattera della Brenta carica di botti.


Un dettaglio della mappa all’incrocio della Cal dea Taja con la Roxata, laddove cioè si è formato il borgo dei Trento. Il luogo come si presenta oggi in una ripresa aerea (da Google Maps) e il canale all’altezza del cosiddetto ponte Baggi. In basso La ricostruzione delle vesti descritte nel contratto di matrimonio di Maria Trento del 1448, in un disegno di Edda Zonta.

18

Certamente, però, era ancora legato alle terre dalle quali i Trento provenivano: egli ottenne infatti un prestito mascherato, vendendo i suoi beni presso la Cal dea Taja (con diritto di riscatto in ventinove anni) a tale Bartolomeo Rubini fu Giovanni dal Tesino. Era questi uomo di primo piano nella vita politica ed economica di allora, infeudato fra l’altro dal vescovo di Feltre di una casa-torre a Castello Tesino, confinante con Almerico Trento, uno degli ultimi rappresentanti della schiatta rimasti in quei luoghi. Il Rubini e i suoi figli figurano anche come intermediari nei mercati della legna e del vino, da e per il Tesino, ed è significativo che i de Rivaleys potessero contare, a Bassano, su finanziatori provenienti dalla loro stessa terra. Informazioni significative si possono poi ricavare dai contratti di sòccida, attraverso i quali si evince che diversi pastori dell’Altopiano dei Sette Comuni, così come della Destra Brenta, affidavano centinaia di capi ai de Rivaleys; a testimonianza del fatto che costoro disponevano di cospicue proprietà terriere. Attualmente quello che fu il borgo dei Trento corrisponde alla contrada dei Baggi. Laddove passa il canale della Roxata si trova oggi la frazione di Travettore, in comune di Rosà. Il nucleo di tale insediamento, aggiungiamo, oltre che dai Trento venne formato dai Baggio e dai Brotto. Le loro famiglie furono le prime in assoluto a essere nominate nei documenti dell’epoca come quelle “della Roxata”, in anticipo di qualche decennio dalla costruzione, a Rosà, della parrocchiale di Sant’Antonio abate. Dunque una scelta felice, quella compiuta da ser Trento: il borgo poté infatti svilupparsi a cavallo dell’incrocio fra il canale, ora funzionante a pieno regime, e l’antichissima strada pubblica, che con l’avvento di Venezia veniva sempre più percorsa dagli zattieri. I fratelli di ser Trento,

forse in quanto cadetti, optarono invece per altre soluzioni. Risulta infatti che il più giovane, Giacomo, fosse domiciliato all’interno delle mura cittadine, probabilmente a seguito del matrimonio con una bassanese. Anch’egli mantenne però i contatti con i luoghi d’origine della famiglia: nel 1439, per esempio, fu fideiussore (mettendo cioè risorse personali a garanzia di una sòccida della durata di quattro anni su cento pecore) a favore di Donato fu Simone da Lamon. Dalle informazioni in possesso di chi scrive, inoltre, emerge che Giacomo de Rivaleys si allontanò ben presto da Bassano. È poi certo che nel 1483 due suoi figli, Filippo e Pietro, rientrarono nella nostra città per affidare la cura dei loro interessi a una persona del luogo. Dai documenti emerge che a quell’epoca abitavano a Montegalda, nella parte sud-orientale dell’attuale provincia di Vicenza. Il secondogenito Paolo, come abbiamo detto, aveva sposato una Compostella; egli si occupò della gestione dei beni dei Morosini. La sua discendenza perse però il cognome Trento, acquisendo quello dei Rivaggio. La sua famiglia, comunque, rimase saldamente legata al borgo presso la Roxata. Verso la metà del Quattrocento ser Trento de Rivaleys e sua moglie Benedetta Brotto avevano (almeno) sei figli, quattro maschi e due femmine: Giovanni, Bartolomeo, Francesco, Antonio, Maria e Margherita. Maria, probabilmente la primogenita, andò in sposa a un maestro artigiano specializzatosi nella lavorazione dell’argilla, Andrea, figlio di Odorico da Pordenone detto il Furlano. La ricchezza della dote, descritta con precisione nei documenti, ci ha permesso di ricostruire idealmente - attraverso l’interpretazione di un’artista - le vesti indossate in occasione del suo matrimonio: una “fotografia”, per così dire, di quasi sei secoli fa.


Antonio Tempesta detto il Tempestino, Giugno, acquaforte della serie dei Dodici mesi, particolare, 1599.

Economia e società al tempo di ser Trento de Rivaleys Possiamo capire quanto ricchi di opportunità fossero quegli anni (siamo verso la metà del ’400) dagli estimi nei quali venivano registrati i residenti della comunità di Bassano: tanto chi viveva dentro le mura, i “cittadini”, quanto chi un po’ alla volta iniziava a popolare la campagna. Nel 1431 si contavano circa 1500 famiglie: tredici anni dopo, nel 1444, il numero era salito a 2500. Sotto Venezia, come abbiamo visto, si svilupparono al massimo le due principali fonti economiche del territorio: l’allevamento ovino e la coltura della vite. Dalla lavorazione della lana si cominciarono a ottenere i panni destinati ai capi di abbigliamento: ciò portò all’arrivo di esperti artigiani, in maggior parte bergamaschi (quindi appartenenti allo stato Veneto). È bene ricordare che all’epoca erano ben trenta le fasi di lavorazione per passare dalla tosatura della pecora al panno per il sarto. Alla richiesta sempre più elevata di materia prima si provvedeva aumentando l’utilizzo dei pascoli comunali e, al tempo stesso, favorendo gli scambi commerciali con il Tesino, dove la pastorizia era molto praticata. In primavera i pastori scendevano dai monti per recarsi fino a Venezia; il ritorno avveniva risalendo la Brenta, con una tappa obbligata nel Bassanese, dove il latte munto durante la permanenza veniva per consuetudine lasciato alla comunità locale. Ser Trento, probabilmente aiutato dal padre e in società con Bassiano Compostella (cognato di Paolo), investì in una cava d’argilla, materia molto richiesta dai fornaciai; fece poi costruire apposite tezze (grandi stalle aperte sui lati, con copertura in legno) a servizio dei pastori. Presso il canale della Roxata iniziarono a poco a poco a giungere coloni specializzati, forniti quindi di mezzi e braccianti; costoro sottoscrivevano contratti d’affitto di lunga durata con i cittadini bassanesi e con i patrizi veneti. Fu così che anche la campagna meridionale, praticamente fino ai confini con Cittadella, venne popolata da molte famiglie. Dai Cusin, giunti da Caldogno, derivarono fra le altre i Marcon, i Meneghetti e i Gerolimetto; da San Michele di Valrovina arrivarono invece gli Zanon, da Cismon i Simioni,

da Gallio i Fraccaro, dal Feltrino gli Alessi… Nei documenti del Comune di Bassano queste persone sono indicate con la qualifica di “rurali”. Distinte dai cittadini, esse formarono via via una nuova comunità, molto coesa e del tutto estranea alla società che viveva “dentro le mura”. La crescita demografica nella campagna rese necessaria l’istituzione di una figura in grado di rappresentare le nuove contrade o ville: una persona alla quale facessero capo pure gli uomini del luogo destinati a combattere per Venezia in caso di bisogno. Tale figura, vale a dire il rappresentante del quartiere de extra, distinto dall’omologo de intus, era chiamato Capite Centonarium, cioè Capo della Centuria. Il primo delegato eletto per il quartiere di Cassaro fu il nostro Trento de Rivaleys, persona dunque di riferimento per tale contesto. Come lui, pure i suoi discendenti fruirono di questa carica, anche dopo essersi trasferiti nel borgo presso la Roxata.

La discendenza di ser Trento de Rivaleys: l’anno 1465 Un anno importante nella “saga” dei Trento de Rivaleys fu il 1465: proprio allora ser Trento vide infatti sua figlia Margherita sposarsi con Matteo Perdomello. E, forse non a caso, la dote venne stimata appena dopo la restituzione del prestito mascherato da vendita, concessogli a suo tempo da Bartolomeo Rubini. La casa presso la Roxada era divenuta nel frattempo la “pietra di fondazione”, per così dire, di un gruppo di abitazioni in borgo Trento. Nonostante oltre alle figlie egli avesse avuto anche quattro maschi, attorno ai sessantacinque anni egli scelse di lasciare il suo patrimonio immobiliare (case, campi, vigne e frutteti) solo a Bartolomeo e Francesco. Non si trattò però di un testamento, ma di un atto deliberato tramite il quale li emancipava del tutto, lasciando loro la piena proprietà dei suoi beni. Perché? Dagli atti consultati risulta che Giovanni, il primogenito, fosse scomparso, forse deceduto. Molto defilato era invece l’altro figlio, Antonio, che però rimase nel borgo. Trento de Rivaleys, evidentemente, optò per Bartolomeo e Francesco al fine di garantire alla famiglia una discendenza

19


Il punto preciso nel quale si è formata Rosà, vale a dire all’incrocio della Via Nova con la Roxata. Il centro di Rosà in una foto aerea dei giorni nostri (da Google Maps).

20 Pagina a fianco, in alto Il centro di Rosà, laddove s’incrociavano la Via Nova e il canale della Roxada, nel Catasto Austriaco del 1838. Contrassegnata dalla lettera A, si distingue nettamente la chiesa di Sant’Antonio abate. Archivio di Stato di Vicenza, Sezione di Bassano.

sicura. Studiando la suddivisione dei beni scopriamo che la casa natale e le pertinenze finirono a Bartolomeo; il quale, pur ricevendo sostanzialmente tanto quanto Francesco, divenne il vero erede di Trento. Oggi possiamo dire che quella di Trento fu una mossa vincente e una scelta felice. Bartolomeo visse infatti almeno quindici anni più del fratello, divenendo una sorta di patriarca per la famiglia; vera persona di riferimento tanto per i de Rivaleys, quanto per il ramo che adottò come cognome la forma italianizzata di Rivaggio. Va rilevato che le condizioni per l’ottenimento dei beni erano precisissime. Trento e la moglie Benedetta Brotto, oltre a continuare a vivere nella casa vicino a quella di Bartolomeo, ogni anno avrebbero dovuto ricevere dai figli prestabilite quantità di cibo, legna e vestiario. Si tratta dunque di un documento assai raro, a ben vedere, perché allora difficilmente venivano adottate formule previdenziali; la normalità, infatti, era rappresentata dai testamenti. Riassumendo, nel 1465 ser Trento diede in sposa l’ultima figlia, finì di restituire il prestito all’amico del Tesino e divise i suoi beni. Visse poi almeno altri dieci anni con l’amata Benedetta, morendo poco prima di Antonio, che risulta già morto nel 1479. Dagli atti di quegli anni veniamo poi a sapere che era deceduto anche suo fratello Paolo, mentre la moglie di quest’ultimo, Margherita Compostella, visse ancora per molto tempo. Un ramo della famiglia, il suo, dedito alla gestione delle grandi proprietà terriere dei Morosini e dei Capello e per diverse altre generazioni unito ai de Rivaleys. Paolo ebbe almeno cinque figli, tutti sposati: Pietro, Lorenzo, Filippo, Antonio e Nicola. A proposito di Filippo, va detto che iniziò con

lui il progressivo abbandono del cognome Rivaggio, sostituito da soprannomi che porteranno alla nascita di nuovi cognomi, come per esempio quello, oggi ben presente a Bassano, dei Cerantola. Tornando ai figli di ser Trento, possiamo comprendere l’importanza dell’atto del 1465 confrontando su una mappa le proprietà soggette a oneri a favore del Comune di Bassano registrate nell’estimo del 1562. Ebbene tutte le abitazioni risultavano occupate dai figli di Bartolomeo e di Francesco, e dai loro discendenti. Sono dunque questi i due grandi rami che diedero vita alla maggior parte delle famiglie tutt’oggi esistenti, che portano il cognome Trento a Bassano.

Il centro di una nuova comunità Alla seconda metà del XV secolo si colloca la nascita di un nuovo polo aggregativo, riguardante come abbiamo visto tutti i residenti nella campagna bassanese attraversata dalla Roxata; il primo insediamento che ne prese il nome fu proprio quello dove si stabilirono i Trento con i Brotto e i Baggio. Il principale riferimento religioso per costoro era stato fino allora la chiesa di San Francesco, con il suo convento dentro le mura cittadine. Consapevoli di un’ormai acquisita identità, in seguito essi ottennero alcuni terreni comunali, funzionali alla costruzione di una propria chiesa dedicandola a Sant’Antonio abate. La scelta del luogo ricadde laddove il canale incrociava la Via Nova, costruita nel XIII secolo per unire il castello di Bassano con quello di Cittadella. Già pochi anni dopo la dedizione a Venezia era stata ripristinata la norma, in uso sotto i Carraresi e poi ratificata dalla cosiddetta Sentenza Arimondo, secondo la quale la manu-


Il centro di Rosà e l’antica strada comunale (ora via Roma) in alcune emblematiche immagini dei primi del Novecento. Si distingue nettamente la roggia Moranda, derivazione della più antica roggia Roxata e scavata nel 1517. Quest’ultima, nel suo corso in centro a Rosà, è detta Munara.

tenzione del canale da quel punto e verso sud fosse di competenza di Cittadella, mentre da lì a nord dei bassanesi. Con il progressivo popolamento della campagna quella precisa località venne considerata un punto di confine per uomini e terreni, distinti fra quelli “della Roxata di sopra” e “della Roxata di sotto”. Si trattava dunque di un sito già noto quando la campagna era ancora incolta e disabitata; ora diventava centrale e anche fondamentale per l’evoluzione sociale di una nuova comunità. La chiesa, naturalmente, venne costruita con il pieno consenso del Comune di Bassano, che non solo donò quel terreno ma ne mantenne pure il patronato, senza fornire quindi possibilità di intromissione da parte dell’arciprete, per esempio quando si votava un nuovo rettore; questi doveva essere eletto da una rappresentanza di 16 rurali della Roxata e 16 cittadini. Peraltro proprio nel volgere di quegli anni Sessanta, il Comune di Bassano dava così facendo una chiara risposta politica all’arciprete Benedetto Novello, con il quale i rapporti erano tesi. Va ricordato che a quei tempi il Comune era proprietario non solo della chiesa pievana di Santa Maria in Colle, ma anche di ogni suo suppellettile; e che lo stesso comune eleggeva e pagava il pievano, come se fosse in pratica un suo dipendente. Al vescovo di Vicenza spettava la conferma delle scelte: non certo un atto automatico, specialmente quando erano in corso liti sulle decime o sul quartese. A determinare una guerra di carte in quegli anni furono le diverse posizioni sulla riscossione di quest’ultimo (cioè la quarantesima parte di quanto nasceva da alberi da frutto, vigne e coltivazioni). Nel Bassanese, dopo la vendemmia, venivano portati all’arciprete numerosi carri di mastelli di vino novello. Da qualche anno al vignale storico, che si estendeva fin dal Medioevo per pochi


Il doge Agostino Barbarigo in un’incisione della metà del XIX secolo e nel ritratto postumo eseguito da Jacopo e Domenico Tintoretto verso gli anni ’70 del secolo XVI (Venezia, Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio). Fu lui a ricevere Bartolomeo Trento, in missione a Venezia per la gente della Roxata.

chilometri a sud delle mura, s’erano aggiunte le nuove vigne e le coltivazioni avviate dai rurali “sopra e sotto la Roxata”. Costoro, tra i quali i nostri Trento, avendo ricevuto dal Comune terre incolte su cui non si esigeva il quartese (divenute fertili e produttive grazie al loro lavoro) si rifiutavano di corrispondere tale onere. Per contro i cittadini bassanesi sostenevano che il quartese dovesse provenire anche dalle grandi possessioni dei coloni della Roxata: con quel vino - dicevano - si potevano pagare ben più sacerdoti che non i pochi mantenuti con il loro sudore. Nel 1475 le autorità veneziane avviarono allora un processo con un’indagine che prevedeva una serie di domande, alle quali furono chiamati a rispondere in primis i carrettieri che nel corso degli anni avevano curato il trasporto del vino. Furono prodotti anche alcuni memoriali, tanto dal pievano quanto da rappresentanti del Comune e da esperti amministrativi. Alle fasi dell’istruttoria non parteciparono invece i rurali, se non come soggetto del contenzioso. Dalla memoria di prè Benedetto Novello si possono cogliere i sentimenti dei cittadini nei confronti di quel nuovo piccolo mondo che stava nascendo lungo la Roxata. Il sacerdote cita pure i nomi dei patrizi Morosini e Dolfin, così come quelli dei Trento, di Avanzo Compostella e fratelli, di Giacomino Brotto e fratelli, di Baldassare Baggio e soci, di Nicola Rebellato e soci. Tutte persone direttamente imparentate con i Trento, “[…] Li quali tutti hanno grandi possessioni et infinità di campi al dito luogo della Roxada”.

Il prudens vir Bartolomeo Trento de Rivaleys Nella ricerca genealogica che è alla base di questa pubblicazione è sicuramente centrale la figura di Bartolomeo Trento; non solo per la relativa abbondanza delle fonti in cui compare, ma anche per il ruolo che egli rivestì nella nascente comunità rosatese. Negli anni 1475-’77 i consiglieri del Comune di Bassano, forti del loro numero e del fatto di costituire una sorta di gruppo chiuso, avevano iniziato a dare a livello (cioè in affitto perpetuo) cospicue zone dell’agro bassanese per cifre molto modeste. Così operando, però, finirono per minare la secolare disponibilità di terreni a pascolo,

ledendo soprattutto gli interessi dei rurali della Roxata. Essendo poi la lana sempre più richiesta dai mercati, i cittadini bassanesi diedero vita alla Fraglia dei lanari; con lo scopo lodevole di garantire la massima professionalità degli operatori, ma anche con l’obiettivo di formare un cartello che impedisse agli “esterni” (fra i quali i rurali della Roxata) di far loro concorrenza. Un proposito volto a soffocare una nuova realtà sociale che, seppur compresa nel Comune di Bassano, tendeva ad assumere con il passare del tempo iniziative autonome. Per quanto riguarda la viticoltura, è interessante rilevare che i produttori bassanesi disponevano di un proprio fondaco con negozio a Venezia; per contratto il suo utilizzo era volutamente precluso a “quelli della Roxata”. Accadde così che nel 1476 i rurali occuparono con le proprie bestie le terre comunali da poco concesse ad alcuni cittadini; e, non paghi, si rivolsero poi a Venezia per far valere le proprie ragioni. Nessuno di loro, fra quanti avevano intrapreso iniziative imprenditoriali nel settore laniero, s’era infatti associato alla corporazione bassanese; e ciò, nonostante il Consiglio comunale avesse in un secondo momento resa obbligatoria l’adesione anche a chi lavorava i “panni bassi” (destinati ai capi d’abbigliamento più ordinari), e quindi ai rurali della Roxata. Da tale iniziativa, sulla quale Venezia preferì non pronunciarsi accettando però che i rurali si presentassero autonomamente, comprendiamo che nel borgo l’attività laniera era presente; ma, soprattutto, che i rosatesi - come li chiameremo d’ora in poi - ormai puntavano decisamente verso una maggiore indipendenza da Bassano. Non a caso in quegli anni il Consiglio cittadino istituì la carica del Capo centonario anche per i residenti nel borgo della Roxata e, in seguito, pure per quelli della Granara, termine medievale con il quale si designava il territorio che dall’attuale Travettore giunge a Tezze sul Brenta. Le dispute relative alla produzione laniera, tuttavia, non si placarono; anzi proseguirono ancora per anni. In alcuni atti comunali del 1487 compare, con la qualifica di Prudens Vir, anche il nostro ser Bartolomeo Trento. Nella comunità della Roxata figura fra i cinque benestanti che sotto-


Il testamento di Bartolomeo Trento, redatto nel 1498. Archivio di Stato di Vicenza. Sezione di Bassano.

scrissero a nome dei rosatesi una fideiussione per il pagamento degli avvocati che li rappresentavano a Venezia contro l’Arte della lana. Con lui, a dimostrazione di uno speciale legame parentale, erano della partita anche lo zio Giacomino Brotto e il cugino Vittore. Fra i Capi centonari della Roxata, peraltro, apparvero spesso i rappresentanti di queste famiglie, compresi quelli del ramo di Paolo de Rivaleys. Bartolomeo confermò le sue qualità di “uomo saggio” anche in una complessa vicenda legata alla chiesa di Sant’Antonio abate. Nel 1483, infatti, egli fu - con il fratello Francesco - fra i pochi capifamiglia che, riuniti assieme ai patrizi Dolfin all’interno della parrocchiale, decisero di cacciare il rettore ed eleggerne un altro. Oramai anziano, Bartolomeo Trento visse un momento di gloria fra il 1492 e l’anno successivo, quando l’arciprete di Bassano Benedetto Novello chiamò in causa addirittura la Santa Sede: egli accusò infatti i fedeli rosatesi (e anche i consiglieri bassanesi) di impedirgli di fatto di assumere decisioni circa la nomina del curato di Sant’Antonio, volendo con ciò sancirne la dipendenza dalla pieve di Santa Maria in Colle. Il papa conferì l’incarico di indagare, ed emettere poi una sentenza, al vescovo di Padova; questi, però, in una disputa tra potere civile e spirituale all’interno dello Stato Veneto contava ben poco. Poteva invece emettere, come avvenne, la scomunica: niente più battesimi e funerali per quei fedeli che non avessero rispettato le decisioni della Chiesa! La vicenda, in ogni caso, doveva passare anche per le magistrature veneziane. Della vertenza si occuparono quindi due diversi tribunali. E più protagonisti, tra i quali perfino due vescovi. Per rappresentare la Roxata - e di fatto anche il Comune di Bassano, che si riteneva nella condizione di esercitare pieno potere su quella chiesa - vennero nominate solo sei persone; fra loro, anche Bartolomeo de Rivaleys. Ad affiancarlo, pure i parenti Francesco Baggio

fu Giuliano e l’esperto Vittore Brotto. Tra gli atti del Comune di Bassano si trovano i rendiconti delle spese sostenute da costoro per le trasferte a Vicenza e Venezia. A Bartolomeo fu affidato il delicato incarico di relazionarsi al vescovo del capoluogo berico, accompagnato solamente dal fedele Baggio. Assieme ad altri compagni, e più volte, fu invece nella capitale della Serenissima (anche di fronte al doge). Nel 1502 il Comune di Bassano, sempre avverso ai rurali della Roxata, istituì la figura di propri rappresentanti nelle varie località del suo grande territorio. Per la Roxata di sopra venne eletto Bartolomeo Trento de Rivaleys, unico assieme a un Compostella al quale veniva riconosciuto il titolo di ser, a testimonianza di una manifesta importanza sociale nell’ambito del nascente Comune della Rosà. Al suo successo pubblico faceva purtroppo da contraltare lo stato di salute dell’amato fratello Francesco, vedovo, ammalato e costretto a letto; nel 1493 questi dettò testamento disponendo di essere sepolto nella chiesa di Sant’Antonio abate, divenuta il duomo di Rosà.

Le famiglie del borgo dei Trento e le loro discendenze all’alba del Cinquecento Alla fine del Quattrocento risiedevano ancora nel vecchio borgo fondato dai Trento tre distinte famiglie. Quella di Bartolomeo, quella del fratello e la casata dei Rivaggio, discendente da Paolo Trento. Dalla famiglia di Bartolomeo, non essendosi perpetuato il nome Trento, la ricerca genealogica ci restituisce le figure di Giovanni Battista, Simone, Pietro e delle sorelle Bona e Benedetta. Della moglie di Bartolomeo conosciamo il nome, Giacoma, anche se da alcuni particolari è possibile pensare fosse una Baggio. Nel 1500 Simone sposò Giacoma Brotto del fu Natale, con una dote ben al di sopra della media di allora. Le sorelle, entrambe più anziane di lui, erano già maritate: Bona, fin dal 1487, con Scalco Zampiero da Cartigliano; Benedetta, dal 1495, con Pietro Ferronato da Romano. Nel testamento del 1493 di Francesco, fratello di Bartolomeo, troviamo registrati i seguenti figli, vivi e maggiorenni: Giovanni, Giorgio, Antonio, Bartolomeo e Caterina. Nel 1499 i quattro maschi giunsero alla divisione dei beni ereditati.

In basso Volti e fogge della fine del Quattrocento nell’opera pittorica di Giovanni Bellini. Sotto, dall’alto in basso Sacra conversazione, particolare di Santa Caterina, 1490. Venezia Gallerie dell’Accademia. Ritratto di giovane uomo, particolare, 1489 circa. Berlino, Staatliche Museen.


Pierre-Jules Jollivet, La Battaglia di Agnadello, olio su tela, 1837. Reggia di Versailles.

In basso Alberto Parducci, Picchiere veneziano del 1495, disegno, 1986.

24

Le proprietà furono riportate su quattro fogli, che poi vennero sorteggiati a caso dando la precedenza al più giovane, Bartolomeo, e lasciando per ultimo il più anziano, Giovanni. Nell’elenco dei beni è nominata una “casa del fuoco”, forse in riferimento a un immobile andato in parte incendiato. Verso i primi anni del Cinquecento Antonio, probabilmente a causa di scelte sbagliate, si trovò oberato dai debiti contratti con alcuni mercanti di vino; in difficoltà economica egli vendette i suoi beni presso il borgo natale e si trasferì a Santa Croce Bigolina, divenendo forse il capostipite delle famiglie Trento di quella zona. Per quanto riguarda la famiglia Rivaggio, alla morte del padre sappiamo che era composta dai figli Pietro, Lorenzo, Filippo, Antonio e Nicola, tutti sposati e con numerosa discendenza. I primi tre gestivano le grandi proprietà dei patrizi veneti Morosini, divenuti praticamente padroni assoluti della campagna tra Cartigliano e Travettore, e dei Cappello, le cui terre si trovavano invece a Fellette e Casoni di Mussolente (oltre che presso la Roxata di Sotto). Dal ramo di Filippo (detto Malfatto) nacquero figli che portarono e diffusero il cognome di Cerantola. Del fratello Nicola riportiamo qui i nomi dei cinque figli, individuati nella ricerca: Paolo, forse il primogenito, Bartolomeo (detto Mio), che per primo si emancipò dalla famiglia, Cristoforo, Giovanni e Bernardo. Quest’ultimo aveva accettato nel 1497 l’incarico di Capitano del Vignale (responsabile delle guardie comunali che si occupavano del controllo delle campagne), potendo contare sulla disponibilità di uomini armati e a cavallo; un incarico destinato a fallire per le troppe collusioni tra controllori e controllati. Risulta che anche Bernardo avesse contratto debiti con mercanti di vino, attivi a Venezia come intermediari dei bassanesi. Il mercato del vino, con le limitazioni imposte ai prodotti dei rurali, era ancora più difficile di quello della lavorazione della lana e si basava sui rapporti, sempre piuttosto tesi, tra mercanti e produttori. Fatto sta che nel 1498, sommerso dai debiti, Bernardo Rivaggio fu ucciso da un giovane mercante veneziano, residente a Bassano: Benetto Tacchio di Antonio.

Per la mentalità dell’epoca tale delitto avrebbe potuto dar luogo a gravi conseguenze e a una vera e propria faida. I Tacchio proposero allora, come consentiva la legge, di firmare un atto di pace, attraverso il quale si impegnarono a sostenere i figli e la vedova di Bernardo. A firmarlo per Benetto, bandito dalla Serenissima, fu il padre Antonio: la pace fu poi resa pubblica con un rogito notarile. Per i fratelli Rivaggio fece da fideiussore l’amico Rolando della famiglia dei Pilati del Margnano; Bartolomeo Mio si avvalse invece dell’omonimo Bartolomeo Trento. Il quale, a riprova del clima assai teso, nel 1498 dettò il suo testamento. Nel frattempo la carica di Capo Centonario della Roxata era stata suddivisa nei due distinti territori della Roxata di Sopra (dalla chiesa di Sant’Antonio fino a ovest di Travettore) e della Roxata di Sotto (la restante parte della campagna fino al confine con Cittadella). Giova ricordare che nella Roxata di Sopra i Trento detennero a lungo e ripetutamente tale carica, almeno fino alla fine del ’400. Furono infatti Capi Centonari negli anni 1484, 1488, 1489, 1490, 1491, 1495 e 1498. Se si pensa al ruolo svolto da Bartolomeo, da Francesco e dai loro successori nella vita pubblica a favore dei rurales della Roxata, risulta chiara l’importanza della famiglia al volgere del secolo. Con l’approssimarsi della Guerra di Cambray, però, questo status era destinato a cambiare.

Simone, l’ultimo dei de Rivaleys Proprio nel momento di maggior contrasto fra cittadini bassanesi e rurales scoppiò il conflitto lanciato dal Papato contro la Serenissima. Le note vicende della guerra, con l’iniziale sconfitta di Agnadello del 14 maggio 1509 ai danni dei veneziani e la successiva perdita di quasi tutta la terraferma, incisero in diversa maniera nel nostro territorio, a seconda che si trattasse dei cittadini bassanesi o della gente di campagna. Malgrado le gesta eroiche dei valligiani del Canal di Brenta contro l’esercito di Massimiliano I d’Asburgo, tedeschi e spagnoli entrarono a Bassano giungendo dalla parte del Piave. Le truppe imperiali furono accolte con favore dalla nobiltà locale, alla quale il patriziato veneziano dava ben poche opportunità di partecipare


Albrecht Dürer, Ritratto dell’imperatore Massimiliano I, olio su tavola, 1519. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

all’azione di governo. I saccheggi e le uccisioni alle quali si abbandonò la soldataglia con l’appoggio di alcune famiglie di notabili bassanesi lasciarono ferite profonde in quanti vivevano al di fuori delle mura, fedeli alla Repubblica e fiduciosi in un ritorno del Leone marciano. Rimasta ormai solo con Padova e assediata da più parti, Venezia riuscì quasi miracolosamente a resistere fino a quando, con la diplomazia e le armi, riuscì a capovolgere a proprio vantaggio una situazione disperata e a tornare padrona dei propri domini nella terraferma. Gli invasori abbandonarono così Bassano che, fino all’8 settembre 1796 (quando Napoleone entrò vittorioso nella nostra città), conobbe un lungo periodo di pace. L’appoggio fornito dalle comunità rurali alla Serenissima, al contrario dell’atteggiamento tenuto da molti cittadini invece favorevoli al Cesare asburgico, favorì le genti della Roxata, che nel 1519 ottennero il diritto di eleggere in vicinia con i voti dei capifamiglia “un proprio sindico ovvero

rappresentante da loro scelto”, seppur con l’obbligo di riunirsi nell’aula del Consiglio bassanese. Si trattò di un momento storico significativo pure per Simone Trento de Rivaleys, l’ultimo rappresentante della casata a fregiarsi del titolo di “ser”. Pur disponendo di buone risorse economiche e di un indubbio prestigio sociale, egli non poté arrestare la progressiva decadenza del borgo fondato dalla sua schiatta. L’istituzione di un sindico e di un gruppo di amministratori eletti dai capifamiglia della Rosà (chiamata Università della Rosà perché univa le contrade e i borghi sorti lungo il canale della Roxata), non era certo l’obiettivo al quale in passato avevano mirato i suoi antenati: dalla mentalità ancora di tipo medievale, i Trento credevano infatti nella bontà di un rapporto di rappresentanza diretto, discendente da un’autorità. Anche per questo motivo avevano avvertito il dovere morale di ricoprire, per esempio, il ruolo di Capi Centonari. Ora il mondo era cambiato, con le casate patrizie del nostro territorio che avevano acquisito sempre maggior potere. Da un lato c’era chi ne traeva vantaggio, gestendone le proprietà; dall’altro chi - come i Trento - cercava invece di mantenere una propria autonomia, avviandosi però verso una lenta decadenza. Ad esse, perdipiù, s’era aggiunta una nuova famiglia, divenuta punto di riferimento per la Roxata, dopo l’edificazione di un grande edificio presso la chiesa di Sant’Antonio (oggi palazzo Casale, sede della Biblioteca Civica). Si trattava dei Botton, ricchi commercianti giunti a Bassano da Parma durante la dominazione viscontea e divenuti nobili, presenti anche a Padova e a Treviso dove alcuni loro rappresentanti eserci-

In basso, da sinistra Due immagini del palazzo eretto dalla famiglia Botton nei primi anni del XVI secolo a pochi passi dalla chiesa di Sant’Antonio Abate a Rosà. Attualmente l’edificio, oggetto di un recente restauro e noto come palazzo Casale, ospita la Biblioteca Civica.

L’imponente facciata della chiesa di Sant’Antonio Abate. Edificata negli anni Sessanta del XV secolo, era inizialmente piccola e semplice. Ricostruita e ampliata più volte, si presenta oggi così come la progettò l’architetto bassanese Giovanni Miazzi.

25


Jacopo Bassano, Madonna in trono con il Bambino, i santi Lucia, Matteo con l’angelo, Francesco e il podestà Matteo Soranzo, la figlia Lucia e il fratello Francesco, 1536. Bassano, Musei Civici. Sotto Lucas Cranach il Vecchio, Ritratto di Martin Lutero, olio su tavola, 1528. Fortezza di Coburgo.

tavano la professione di notaio. Furono soprattutto i Botton a fornire il necessario supporto ai rurales per staccarsi definitivamente da Bassano. Verso il 1514 i Morosini, i Dolfin, i Capello e i Diedo decisero di dar vita a un consorzio di privati detto della Roxata attraverso un importante progetto presentato alla Dominante. Si trattava di potenziare l’antico canale triplicando la portata dell’acqua che, fino a quel momento, veniva “cavata” dalla Brenta nei pressi del convento di San Fortunato e convogliata fino a circa un chilometro a ovest di villa Dolfin. Da quel punto il canale sarebbe stato poi diviso con dei partitori in tre rogge: la vecchia Roxata, in parte riscavata, e le due nuove, dette Moranda e Dolfinella. La realizzazione del progetto costituì un fatto molto importante per il territorio, anche da un punto di vista sociale, perché da lì a pochi anni, forti delle immense proprietà allivellate all’infinito e a prezzi irrisori, i consorziati introdussero in modo massiccio la pratica dell’agricoltura (optando in primis per la coltivazione del granoturco); fu allora che nacque la figura del contadino che abbiamo conosciuto fino ai tempi dei nostri nonni, ben diversa da quella degli allevatori e dei vignaioli che l’aveva preceduta. Nel progetto fu coinvolto anche Simone Trento. Dai documenti si viene a sapere che prima della

guerra aveva acquistato delle proprietà nella zona di Mussolente e che, nel 1512, venne eletto rappresentante per i rosatesi dei Guastatori (oggi diremmo soldati del Genio) con l’obbligo di prestare servizio per tre mesi nella fortezza della Scala a Primolano. Indicativo della sua tempra è pure un episodio del 1514, quando assieme a Guarniero Baggio si trovò a chiedere al podestà di Bassano - anche a nome di Domenico Cusin e Zuanne Simioni - la restituzione di una somma pagata per una tassa straordinaria. Restituzione che egli ottenne senza problemi, dando così luogo a un precedente significativo nei rapporti tra Comune e rurales. Nel 1517 il Comune di Bassano riuscì a ottenere da Venezia che i lavori di realizzazione delle nuove rogge non gravassero finanziariamente sui propri cittadini. Per compensare i legali che lo avevano rappresentato, dovette però imporre una tassa una tantum ai proprietari dei terreni sui quali era previsto lo scavo. Simone Trento figurò fra coloro che pagarono di più, alle spalle solamente dei patrizi; e ciò a testimonianza di un’indubbia ricchezza fondiaria. Alcune sue proprietà ricadevano infatti proprio nelle zone di esecuzione dell’opera. Tutto lasciava presagire sviluppi positivi. In realtà, però, non fu così. Risulta infatti che nel 1522 Simone avesse una


Ego sum papa, xilografia francese della metà del XVI secolo. Tratta da una pubblicazione riformista luterana, l’incisione fa riferimento a papa Alessandro VI.

controversia con la potente famiglia dei Maggi, proprietari di una “posta da mulino” laddove iniziava il corso della Roxata. Nel 1527, poi, si scontrò con un tale di nome Gomarolo e, tre anni dopo, addirittura con il cognato Pietro Ferronato. In età matura, infine, egli tentò di mettersi alla guida dell’Università della Roxata. A questo proposito va ricordato che il doge aveva dato precise disposizioni per il buon governo della Roxata e che il 17 dicembre 1536 vennero convocati nell’aula magna del Comune di Bassano i capifamiglia di quella villa, su mandato del podestà Matteo Soranzo. Questi doveva applicare quanto previsto nella ducale che aveva da poco ricevuto: eleggere cioè “un sindico per la Roxata e 12 consiglieri aiutanti dello stesso per un anno”. I presenti erano meno di duecento; davvero pochi, dunque, probabilmente a significare il disinteresse, o la contrarietà, da parte di parecchi rurales. A candidarsi furono in tre, Antonio Baggio, Bernardino Baggio e Domenico Compostella, ma al primo turno nessuno di loro venne eletto. Passarono però al “ballottaggio”, come da indicazioni del podestà, i primi due, fra i quali risultò vincitore Antonio Baggio, che subito giurò sui Vangeli. Seguì poi un’ulteriore votazione, afferente ai dodici consiglieri proposti dal “sindico” fra i quali anche il nostro Trento, che risultò nulla. Cosa sorprendente, il numero dei fagioli utilizzati risultò infatti maggiore rispetto a quello dei votanti. Si procedette allora a una seconda tornata e il numero dei fagioli aumentò ulteriormente. Si trattava senza dubbio di sabotaggio. Furente, il podestà sospese la seduta. Il 7 gennaio 1537, circa venti giorni dopo, i capifamiglia furono nuovamente convocati. Il podestà, annullata la precedente votazione, decise di estrarre a sorte i nomi dei consiglieri, portandoli a trenta e mettendo personalmente nell’urna “tantissimi fasioli”. La fortuna non arrise a Simone Trento. Tornando alle notizie genealogiche, interessa sapere che da Simone e da sua moglie Giacoma Brotto nacquero tre figli: Girolamo, Bartolomeo e Sebastiano. E pure una figlia. Si può ritenere che Simone si sia in seguito risposato con una vedova. Infatti nel 1574 una tale di nome Domenica, che affermò di essere “figlia del fu

Simone Trento”, dettò testamento lasciando le sue poche sostanze ai fratelli, che però facevano Carlassare di cognome. Il clima tra Simone e i suoi figli si deteriorò a tal punto che egli, nel testamento, non riconobbe loro alcun diritto, lasciando tutti i beni ai nipoti. Da allora il nome “Simone” non comparve più negli atti. Per quanto riguarda invece il borgo dei Trento, sarebbe errato imputare la decadenza di tale località solamente a valutazioni e investimenti sbagliati da parte di Simone. La società rurale stava cambiando rapidamente appiattendosi su due posizioni: quelle del contadino e del “Siòr Paròn”, cioè del patrizio veneto, fautore della massiccia introduzione dell’agricoltura e perciò responsabile della progressiva scomparsa di altre secolari forme di economia.

Nel fuoco del dibattito teologico del pieno Cinquecento Mentre nel 1517 presso il borgo dei Trento si assisteva ai lavori di ampliamento del canale della Roxata, l’ex monaco agostiniano Martin Lutero dava inizio alla Riforma protestante. Tra i primi italiani ad aderire alle sue idee si ricorda il bassanese Simone Negri, nato nel 1500 da famiglia aristocratica e poi divenuto monaco con il nome di Francesco. Nel 1546 egli pubblicò la Tragedia intitolata Libero Arbitrio (Liberum arbitrium, tragoedia Francisci Nigri Bassanensis), in coincidenza con l’inizio del Concilio di Trento: un testo teatrale feroce e mediocre, volto a integrare le accuse rivolte dai riformati al cattolicesimo romano e a fornire strumenti utili alla controversia e al proselitismo. Com’è noto la protesta luterana, oltre che essere al centro di un infuocato dibattito teologico, fu anche la bandiera per episodi di violenza. Uno di questi vide nel 1525 Venezia preoccupata spettatrice: in Valsugana, già allora Tirolo italiano, la gente dei paesi si unì ai minatori della Val di Fiemme (di origine tedesca) e ai rustici delle Valli di Non e di Sole per compiere un “grande assalto” ai danni della città di Trento e del suo principe vescovo. La rivolta venne repressa grazie all’intervento dell’esercito professionista del Lanzichenecchi, diretto a Roma. Si trattò forse di una delle ultime

In basso Will Lammert, Monumento a Thomas Müntzer, 1956. Mühlhausen, Thüringen. Pastore protestante, Thomas Müntzer fu tra i capi dei ribelli nella Guerra dei contadini. Nella sua Confutazione ben fondata (1524), egli scrisse: “Guarda, i signori e i prìncipi sono l’origine di ogni usura e d’ogni ladrocinio […]. E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: Non rubare. Ma ciò non vale per loro. Riducono in miseria contadini e artigiani; e per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca”.


Albrecht Dürer, I quattro cavalieri dell’Apocalisse, xilografia 1497-’98. Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle.

28

fasi della Bauernkrieg (Guerra dei contadini) che, soprattutto nei Paesi di lingua tedesca dell’Europa centrale, aveva dato luogo a rivolte popolari di particolare violenza, risolte a volte con accordi diplomatici a volte con spargimenti di sangue e il ricorso a eserciti, sia cattolici sia protestanti. Per la vicinanza alle terre tedesche, tali idee cominciarono a circolare fra gruppi di “eretici” costituiti da religiosi, nobili e notai, ma anche da artigiani e mercanti, desiderosi di divulgare le proprie convinzioni e fare proselitismo. Nello Stato Veneto il centro propulsore di questo credo, di chiara ispirazione anabattista, fu Asolo, con tanto di vescovi e sacerdoti. Pure a Cittadella, poco distante, il movimento attecchì seriamente. Nel 1546 un gruppo di giovani anabattisti di Asolo sfidò in un pubblico confronto, nella chiesa di San Severo, il prete di Semonzo, paese di provenienza di uno di loro, per dibattere sulla corretta interpretazione delle Scritture. Quel sacerdote, di nessuna preparazione teologica (com’era ancora permesso), si affidò al “dottore e nobile Francesco Botton”, che viveva a Rosà. Al termine della disputa, con il popolo che di volta in volta commentava e applaudiva, quest’ultimo si convinse che il pericolo non era di tipo religioso e denunciò allo Stato Veneto per sedizione il gruppo di Asolo; dando così il via alla prima grande repressione dei movimenti eretici nelle nostre terre. Entro la fine di quel decennio il movimento anabattista, già in crisi per l’adesione all’antitrinitarismo di una sua parte, venne infatti soppresso attraverso arresti, processi, pubbliche abiure e sentenze di bando. A differenza di quella di Stato, si ricorda che l’Inquisizione Romana, puntando sul recupero delle anime, concedeva al reo il perdono, una volta espressa l’abiura; nei casi di un secondo processo, tuttavia, vi era la concreta possibilità della pena di morte. Più feroci erano invece le Inquisizioni statali perché il reato verso Dio ricadeva in quello della lesa maestà, con possibile pena di morte al primo errore. Il dibattito teologico, tuttavia, rimase aperto fra quanti si ispiravano a posizioni meno radicali e più aperte al confronto. Ciò avvenne anche,

all’inizio degli anni ’60, nel borgo dei Trento. Qui si formò infatti un piccolo circolo luterano, del quale facevano parte prè Giulio Baggio, Cristoforo Baggio (detto il Venezian) e Pietro Rivaggio, figlio di Cristoforo e nipote di Paolo. Prè Giulio Baggio prestava allora servizio presso la chiesa di Oliero (dopo essere stato brevemente a Cavaso) e arrotondava i suoi guadagni con il lavoro di notaio. Cristoforo Baggio era agli inizi di una lunga carriera come commerciante nel settore della lana e risiedeva al di fuori delle mura cittadine, presso la Porta del Lion. Il mercante Alessandro Gecchele, che in seguito figurò fra i grandi martiri della causa protestante, viveva invece in una casa lungo la Roxata, poco a est delle terre dei Dolfin. Dalla villa di Bassano, ma con casa entro le mura e terreni confinanti con quelli dei Baggio, proveniva poi il notaio Gregorio Zonta; bassanese era pure il mercante Iseppo Navarini, specializzato nella tratta del ferro, in continuo contatto con il Primiero e il Bellunese per l’approvvigionamento della materia prima. In questo gruppo, così eterogeneo, emerse ben presto la figura di Piero Rivaggio, più preparato in teologia e già noto nel Bassanese per aver sostenuto una pubblica disputa con un frate accorso appositamente da Venezia; confronto svoltosi nel palazzo dei Morosini a Cartigliano. Dai processi, che costituiscono la fonte delle nostre notizie, si apprende che possedeva molti libri e che li prestava volentieri. Alessandro Gecchele abbandonò l’Italia per congiungersi alle comunità anabattiste di lingua italiana in Moravia, dove lo raggiunsero alcuni giovani di Tezze delle famiglie Ciscato e Lago. Il loro allontanamento, tuttavia, non era dovuto solo a ragioni spirituali e religiose, ma anche al fine meno nobile di evitare il carcere (a seguito di risse con feriti). Sta di fatto che quanti poi tornavano nel nostro territorio dopo il soggiorno in Moravia, finivano spesso per chiedere ospitalità proprio a Piero Rivaggio. Inevitabile che tutto questo fermento determinasse un clima sempre più pesante. A ciò si aggiunse la notizia che in quel Paese straniero era recentemente giunto anche un “super ricercato”: il bassanese Francesco Negri,


L’ordine di arresto dei luterani bassanesi, fra i quali anche Pietro Rivaggio, emesso dai Capi del Consiglio di Dieci il 6 gennaio 1569. Archivio di Stato di Venezia. Bernardo Celentano, Il Consiglio dei Dieci, 1861. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

fuggito dalla Svizzera dove s’era scontrato con alcuni fanatici seguaci di Calvino. Difficile non intravedere in questo gruppo un rischio per la stabilità del territorio… Bandito dall’Inquisizione di Vicenza, il notaio Gregorio Zonta, preferì andarsene lasciando molte delle sue sostanze ad amici non sospetti. Il rosatese Alessandro Gecchele, rientrato in Friuli come missionario, venne arrestato e consegnato a Roma, dove nel 1574 fu impiccato e bruciato. Contro il circolo del Rivaggio non intervenne però l’Inquisizione Romana, ma direttamente lo Stato Veneto. Il 6 gennaio 1569 i Capi del Consiglio di Dieci emisero l’ordine di arresto immediato per una decina di uomini di quel gruppo. Dagli atti successivi sappiamo che il Rivaggio era già morto; la retata, con il sopraggiungere nella notte delle guardie del podestà, fu comunque vissuta come un momento drammatico per la comunità.

Questa ricerca ha dunque consentito di svelare una notizia inedita sul dissenso religioso nelle nostre terre, e cioè che uno dei suoi “centri culturali” gravitasse presso la Roxata e il borgo dei Trento. L’introduzione dei nuovi dettami elaborati dal Concilio di Trento, conclusosi pochi anni prima, portò finalmente un po’ di chiarezza. Prè Giulio Baggio e Iseppo Navarini, ritenuti dei moderati, furono presto rimessi in libertà. A proposito del dibattito spirituale che coinvolse quella località, è significativa la testimonianza contenuta nel testamento di una giovane, vedova di un cugino di Piero Rivaggio: dubitando della religiosità dei suoi parenti, precisò di voler essere sepolta “al buon modo antico”, da vera cattolica. Aggiunse poi che avrebbe maledetto in eterno i cugini del marito, se questi non avessero accudito come propria, la figlia che stava lasciando.

L’addio al borgo dei Trento Nel 1554 il Comune di Bassano incaricò i suoi funzionari di censire la popolazione visitando e registrando con precisione ogni casa, incluse quelle dell’Università della Rosà. Il messo inviato nel borgo dei Trento si limitò tuttavia a riportare quanto gli riferì l’eretico Piero Rivaggio: “Qui siamo in 38!”. Nel 1562 il Comune dispose di formare l’estimo per conoscere con esattezza quali fossero i beni immobili, anche soggetti a livelli di antica data, che ricadevano su proprietà pubbliche. Data a quell’anno l’unica descrizione (per quanto parziale) del nostro borgo: dall’elenco risulta che in quel luogo erano rimasti solo i discendenti di Francesco e Bartolomeo, figli di Trento. Comprendiamo inoltre che alcune famiglie dei Trento erano ancora nei pressi della Roxata, ma laddove fu poi costruita l’attuale villa Zanchetta. Da questi luoghi se n’erano andati in gran parte pure i Brotto; tranne il nucleo che stava cambiando il proprio cognome in Visentin. Delle tre antiche famiglie fondatrici del borgo, alla fine, permase solo quella dei Baggio. Non a caso il toponimo “Baggi” esiste tuttora. Tale progressivo abbandono fu puntualmente annotato in quella “manna” di informazioni che sono i Registri dei battezzati, morti e matrimoni, divenuti obbligatori in ogni parrocchia dopo il Concilio di Trento e introdotti nella Serenissima nel 1576. Attraverso di essi scopriamo che tra il 1576 e il 1599 nell’estesa parrocchia rosatese (che arrivava fino ai confini con Cittadella) ben venti famiglie portavano il cognome Trento. Fra costoro, pure i discendenti di Girolamo, figlio di Ser Simone, e cioè Biagio, Marco, Giacomo, Battista e Francesco (quest’ultimo, antenato diretto di Valentino Trento de Rivaleys). Nel 1630 rimanevano a Travettore ancora cinque di queste famiglie; più nessuna dal 1650 in poi.

29


Il luogo, a nord del ponte dei Baggi, dove ancora nel primo Ottocento rimanevano edifici del borgo Trento. Archivio di Stato di Vicenza, Sezione di Bassano.

Qui sotto Il dottor Valentino Trento in una fotografia recente.

Sotto, dall’alto in basso Lo stemma della famiglia Trento de Rivaleys (anteprima dall’edizione 2020 del Libro d’Oro delle famiglie nobili e notabili). La rivisitazione in chiave moderna dello stemma araldico medievale.

La società di questi luoghi, com’è noto, era profondamente mutata. Padrone assolute delle terre rosatesi erano le tre famiglie patrizie dei Morosini, dei Dolfin e dei Capello, proprietarie di quasi tremila campi (circa la metà di quelli affittati o venduti dal Comune di Bassano entro l’anno 1600). Vent’anni prima era peraltro nato, staccandosi per sempre da Bassano, il Comune rurale della Roxata, l’attuale Rosà, ufficialmente riconosciuto da Venezia. Sul fronte economico si stava imponendo la bachicoltura, nuova fonte di ricchezza per i più scaltri artigiani e mercanti. E proprio in questo settore emerse in modo straordinario una famiglia povese di umili origini, quella degli Zambelli, che alla metà del ’600 venne qualificata come la più ricca di Bassano. Proprio agli Zambelli offrì le sue competenze nel campo della mercatura Girolamo, figlio di Francesco fu Simone. Ancora benestante (come si evince dalla dote di una sua nuora) e attivo nel settore dell’allevamento, egli si mise al servizio degli Zambelli, trasferendosi con la famiglia presso le loro case. Negli stessi anni il cugino Biagio vendeva le

sue proprietà nel borgo dei Trento a una famiglia proveniente da San Zenone e giunta colà nella prima metà del ’500: i Rainati detti Bizzotto. Andandosene da quel borgo che avevano faticosamente costituito e in seguito amato, gli ultimi Trento smisero di usare il predicato de Rivaleys. Una lunga storia, caratterizzata da due secoli di vita in quel borgo, sparì dalla documentazione e rimase solo nei ricordi sfumati degli anziani. Tramandata di generazione in generazione, era giunta fino ai giorni nostri. Il dottor Valentino Trento, che l’aveva ascoltata fin da bambino, ha permesso di ricostruirla attraverso questa lunga e profonda ricerca. Alla sua conclusione, egli ha avvertito l’esigenza morale di riportare in auge il titolo di “barone e signore de Rivaleys” (come da perizia araldica del conte dott. Enzo Modulo Morosini), in memoria degli avi che molti secoli fa partirono da lontano alla volta delle nostre terre. Stefano Zulian


L’Illustre bassanese. Trent’anni fa è nato un nuovo modo di proporre la cultura Il venti settembre 1989, affiancato dal professor Giambattista Vinco da Sesso, allora direttore responsabile e co-fondatore della testata, consegnavo al sindaco di Bassano Gianni Tasca la prima copia de L’Illustre bassanese. La monografia, curata dal botanico Giuseppe Busnardo e dedicata al naturalista Alberto Parolini, inaugurava di fatto - attraverso una formula innovativa e originale - un nuovo modo di proporre la divulgazione culturale nel nostro territorio e, forse, in tutt’Italia. Nemmeno noi, a quell’epoca, pensavamo tuttavia di dar vita a un periodico così apprezzato, tanto dalla gente comune quanto dai ricercatori e dagli studiosi. E meno ancora che il giornale avrebbe poi avuto uno sviluppo davvero straordinario. “Un bocconcino appetitoso - scrisse qualche mese dopo Giandomenico Cortese sulle pagine de Il Gazzettino - che fa venire l’acquolina in bocca ai golosi, non solo bassanesi. È destinato a incidere nel mondo variegato della nostra società, agile nella forma, intelligente nell’intuizione, stuzzica curiosità e voglia di conoscenza. Appare fin dai primi numeri come un amico discreto che vuole accompagnarci alla scoperta di un tesoro di testimonianze spesso trascurate, che sono la linfa vitale della storia e dell’effervescente panorama culturale bassanese”. Parole profetiche, come si è dimostrato in seguito. E come appare dall’evidenza dei numeri. In trent’anni di onorata carriera L'Illustre bassanese ha infatti pubblicato 181 monografie ordinarie e 35 speciali; detto in soldoni, senza mettersi a fare i conti con precisione, circa 5.000 pagine di “storia patria”. Un contributo importante, dunque, anche alla luce della qualità (nei contenuti testuali così come negli apparati iconografici), sempre impressa attraverso quel formidabile connubio di rigore metodologico e approccio divulgativo che rimane il principale e irrinunciabile requisito della testata: una delle “regole” stabilite fin da subito da Giambattista Vinco da Sesso, alle quali cerchiamo di tener saldamente fede pure oggi, a cinque anni dalla sua scomparsa. Merito, anche e soprattutto, di una redazione attenta e preparata, e di collaboratori colti e sensibili: uno “squadrone” che qui desidero ringra-

ziare con tutto il cuore. A partire, oltre che da mia moglie Elena, da Livia Alberton, moglie del “Direttore”, sempre presente fin dalla genesi della testata, studiosa esemplare, consigliera preziosa e insostituibile, garante della bontà di quanto di volta in volta viene proposto ai lettori. Una menzione d’obbligo merita pure Agostino Brotto Pastega, autore di un numero ponderoso di monografie; davvero “troppe” per trovare il tempo per contarle. In fondo anche lui, come me, è cresciuto con L’Illustre bassanese, affinando il suo gusto di uscita in uscita e offrendo alla comunità uno straordinario patrimonio di informazioni (molte delle quali assolutamente inedite). Eccoci qui, dunque, a celebrare un anniversario importante, che è quasi una festa civica: va infatti ricordato che i nostri lettori prendono spesso parte attiva alla vita della rivista, suggerendo temi e argomenti, partecipando alle presentazioni e identificandosi con passione nella testata. Sono loro, in fin dei conti, a decretarne il successo. Andrea Minchio

La consegna della prima copia de L’Illustre bassanese, il 20 settembre 1989, al sindaco di Bassano Gianni Tasca da parte di Andrea Minchio (alla destra del Primo Cittadino) e di Giambattista Vinco da Sesso.

31 Due “storiche” monografie. Il n. 1 (settembre 1989), dedicato al naturalista Alberto Parolini e scritto dallo studioso Giuseppe Busnardo: l’inizio di una lunga avventura editoriale. Lo speciale n. XXXIV, “Attualità di Andrea Palladio” (maggio 2018), frutto del lavoro di un’equipe di docenti universitari volto a orientare il dibattito sul restauro del Ponte di Bassano verso un approccio filologico in chiave palladiana. Purtroppo, a nostro avviso, i suggerimenti e le indicazioni proposte nel testo non sono state accolte dalle autorità competenti.


Il centro di Rosà, con la chiesa di Sant’Antonio abate, in una foto dei primi anni del ’900.

Cassola Via Santa Rita, 8 - Tel. 0424 534010 www.atct.it

Rosà Via A. Manzoni, 32 - Tel. 0424 581079 www.bizzottoscaffalature.it

Bassano del Grappa Via Motton, 9 - Tel. 0424 36410 www.bizzotto.com

Negozio indiretto

Rosà Via Mazzini, 176 - Tel. 0424 581114 www.coma-zt.it

Bassano del Grappa Via Bortolo Sacchi, 5/7a (zona Terzo Ponte) Dal lunedì al venerdì / Ore 8.00-12.30

Rosà Via Roma, 195 - Tel. 0424 580435 Autofficina F.lli Pasin Facebook

San Zeno di Cassola Via Monte Verena, 5 - Tel. 0424 570628 www.imballaggipegoraro.it

Bassano del Grappa Via Jacopo da Ponte, 34 - Tel. 0424 522537 www.palazzoroberti.it

Mussolente Via dell’Industria, 23/a - Tel. 0424 568311 www.meccanotecnicaveneta.it

Romano d’Ezzelino Via S.G. Barbarigo, 40 - Tel. 0424 031000 ww.parolinracing.com

Cartigliano Via delle Industrie, 90 - Tel. 0424 590655 info@sacesas.it

Rosà Via del Lavoro, 16 - Tel. 0424 539983 www.tecnoacciai.net

Rosà Via A. Manzoni, 12 - Tel. 0424 580007 www.ursus.it

SRL

Belvedere di Tezze sul Brenta Via Rossano, 66 - Tel. 0424 512791 www.packing90.com

Servizi di Informatica Assicurativa

Bassano del Grappa Largo Parolini, 96 - Tel. 0424 216111 www.siaworld.com

Profile for Editrice Artistica Bassano

L'Illustre bassanese  

[n.181] I Trento de Rivaleys e la nascita della Rosà

L'Illustre bassanese  

[n.181] I Trento de Rivaleys e la nascita della Rosà

Advertisement