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nel 1989

distribuzione gratuita

LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

SERGIO SCHIRATO BIMESTRALE MONOGRAFICO DI CULTURA

N° 180 • LUGLIO 2019


Comune di Bassano del Grappa

Si ringraziano le famiglie Schirato e Chiuppani per la preziosa collaborazione

ASSOCIAZIONE COMITATO GENITORI DE FABRIS

Mostra d’Arte Contemporanea 21 settembre - 19 ottobre 2019


Copertina Lo scultore bassanese, davanti a una sua opera, in un’eloquente immagine di quindici anni fa (Bozzetto Studio di Fotografia - Cartigliano).

serGIo sCHIraTo la geometria come “chiarezza percettiva” È un numero particolare, questo, dedicato a un artista contemporaneo, sergio schirato, con alcune finestre su temi e situazioni diverse, per così dire, ma sempre riconducibili alla sua straordinaria figura. Ci preme anche ricordare ai lettori che, purtroppo, la monografia esce con il ritardo di qualche mese rispetto alla scadenza programmata in origine. ragioni tecniche non ci hanno infatti consentito di consegnarla per tempo all’apprezzato scultore bassanese, scomparso lo scorso mese di febbraio. Ci siamo dunque imposti di portare a termine questo lavoro e di saldare il debito morale nei suoi confronti, tanto più che si trattava anche di un amico prezioso, forse di poche parole ma dal pensiero profondo e al tempo stesso eclettico. Il testo biografico si basa su alcuni suoi appunti, piuttosto circostanziati, indicativi di quel rigore che lo ha sempre connotato tanto nella professione di docente e nell’attività artistica quanto nella vita di tutti i giorni. sintomatica una sua affermazione, rilasciata in occasione di una mostra, nella quale sosteneva che per lui “la geometria non è un ordine, una partenza, bensì una chiarezza percettiva”. la parte critica è stata curata da Carmen rossi, docente al liceo artistico di nove. emblematica pure la testimonianza del designer angelo spagnolo, a suo tempo giovane collega di sergio schirato. Ci è sembrato poi significativo destinare un po’ di spazio al Museo Civico “Umbro apollonio” di san Martino di lupari, partendo proprio da due opere dello scultore: una struttura dai contenuti di grande qualità che merita di essere visitata. le ultime pagine sono dedicate a un particolare predecessore di sergio schirato, del quale fra qualche mese si celebrerà il trecentesimo anniversario della morte, orazio Marinali. Un maestro del passato che, in questi tempi di canoviano ardore, è doveroso commemorare con il rispetto che si deve sempre ai grandi. Andrea Minchio Direttore de l’Illustre bassanese

I giovani hanno bisogno di essere educati alla cultura del bello, in un’epoca nella quale si dà poca importanza all’arte. Tutti gli abitanti delle nostre città e dei piccoli centri devono essere circondati dal “bello”, non fine a se stesso. si può costruire un ponte, un viadotto, una scuola, un ospedale, un qualsiasi edificio pubblico o privato unendo la bellezza alla funzionalità, senza lasciar prevalere una delle due a discapito dell’altra. In tal modo le strutture architettoniche che garantiscono la robustezza, la sicurezza e la durata nel tempo di un’opera devono essere realizzate in modo da non arrecare un danno estetico al paesaggio e all’ambiente circostante; anzi, se possibile, devono aggiungere un valore in più. la scuola, assieme alla famiglia, ciascuno nel proprio campo, ha il dovere di formare le future generazioni. Il liceo artistico “G. de Fabris” di nove assolve in modo puntale e preciso a questo compito, forte del fatto di essere ben inserito nel territorio bassanese e di accogliere studenti da numerosi comuni e da almeno tre province. al suo interno, dove è presente un ricco e prestigioso Museo della ceramica, che può acquisire una maggiore visibilità legandosi maggiormente alle realtà locali, le attività didattiche sono proficue e intense e vengono formati ed educati all’arte e, quindi, alla cultura della bellezza, tutti gli studenti, pronti a intraprendere percorsi universitari con vari sbocchi professionali. I docenti che lavorano al “de Fabris”, soprattutto i meno giovani, ricordano il “collega” sergio schirato, pittore e scultore, che ha lasciato una traccia indelebile con le sue opere e il suo insegnamento finalizzato all’educazione visiva: “serve educare lo sguardo alla ricezione di forme che non appartengono ancora al suo mondo”, come lo stesso professore affermava. Francesco Mistretta

Dirigente scolastico reggente del Liceo Artistico “G. De Fabris” di Nove

Sergio Schirato nel 2005 (Bozzetto Studio di Fotografia - Cartigliano).

NOTA Ove non specificato, le immagini delle opere presenti in questo numero provengono dai cataloghi delle seguenti mostre: “Sergio Schirato. Sculture Lineastrutturageometria” (Marostica, 1983); “Sergio Schirato. Colore - Arredo urbano” (Bassano, 1990).

L’ILLUSTRE BASSANESE - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita … dal 1989 ANNO XXX n° 180 - Luglio 2019 - autorizzazione del Tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 r.p. del 10-5-1989 Direttore responsabile: andrea Minchio - Redazione: livia alberton, elena Trivini Bellini, antonio Minchio, elisa Minchio, diego Bontorin Hanno collaborato: Carmen rossi, angelo spagnolo, pinuccia agostini, Giovanni Chiuppani, adriana Favarin, Francesco Mistretta, Vania sartori, Claudio schirato, paolo schirato, alessandro Todescan, sebastiano Vianello Stampa: stampatori della Marca - riese pio X (TV) - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © COPYRIGHT Tutti i diritti riservati EDITRICE ARTISTICA BASSANO piazzetta delle poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (VI)


Pagina a fianco Sergio Schirato, nel 2005, nella sua casa situata all’angolo di vicolo Gamba con piazza Terraglio (Bozzetto Studio di Fotografia - Cartigliano).

se dovessi riassumere con un’unica espressione la personalità di sergio schirato, non avrei dubbi e direi “gentiluomo”: è sicuramente questa, a mio avviso, la qualifica che meglio di ogni altra si presta a definirne la natura. prima ancora che un artista dal pensiero profondo, potente e intenso, sergio schirato è stato infatti una persona estremamente umana, aperta al dialogo e al confronto. Un uomo silenzioso e riservato, forse fin troppo, ma sempre presente e partecipe alla vita culturale cittadina; un docente autorevole, rispettato e amato dagli allievi, in quella straordinaria fucina di talenti che è stato, soprattutto nel periodo compreso fra gli anni sessanta e ottanta, l’Istituto d’arte “Giuseppe de Fabris” di nove. e poi una delle figure eminenti, affidabile e solido punto di riferimento, all’interno del CaB, il Circolo artistico Bassanese: un effervescente e innovativo laboratorio culturale, patrimonio della civitas, che al nostro territorio ha dato moltissimo (e del quale nel lontano 1992 anche L’Illustre bassanese si è occupato con un numero speciale). di lui ha parlato anche Bassano news, nel 2001, attraverso un’emblematica intervista di Carmen rossi e significativamente intitolata “la libertà che nasce dal rigore” (che riproponiamo in questa monografia). e recentemente, nel numero di Maggio/Giugno 2019, con la proposizione di una sua opera in copertina.

sergio schirato è nato il 19 settembre 1924, da pietro e santina rodighiero, in quel luogo magico che molti bassanesi chiamano ancora, con una punta di affetto e nostalgia, el pra’ (il prato santa Caterina). poco più di tre mesi prima, il 10 giugno, l’Italia aveva imboccato con il delitto Matteotti la tragica strada della dittatura fascista: un evento dalla portata drammatica che la famiglia schirato, come tante altre del resto, al momento forse non poté pienamente afferrare; anche perché sempre alle prese con quelle problematiche quotidiane e tremendamente concrete che assillavano, allora come oggi, le famiglie molto numerose. sergio era infatti il quinto di sette fratelli. prima di lui erano nati antonietta (1911-1985), lucia (1913-1992), silvio (1919-1989) e Ines (19221993); Guido (1926-2017) e rosanna (19312012) erano invece i più giovani.

serGIo sCHIraTo

Un artista profondo, un gentiluomo vero

a tre anni sergio venne mandato all’asilo, situato nelle immediate vicinanze della casa di famiglia e gestito dalle suore della congregazione delle Figlie di Sant’Anna: una struttura che esiste tuttora e che oggi, mutatis mutandis, offre accoglienza e assistenza ad anziani non più autosufficienti. da buon bassanese il piccolo frequentò poi la scuola elementare “Giuseppe Mazzini”, in Foro Boario, che ancora “odorava di nuovo” essendo stata inaugurata nel 1910, meno di vent’anni prima. alla domenica, come moltissimi suoi coetanei, sergio schirato si recava al patronato san Giuseppe (l’attuale Centro Giovanile) per l’ora di catechismo, alla quale faceva spesso seguito la proiezione di qualche film, magari con stanlio e ollio, regolarmente preceduta dal “cinegiornale” di regime. Infine qualche svogliato tiro al pallone: uno sport, il calcio, per il

Sopra Marco Moro, Castello di Bassano, particolare litografia, 1850. Nel dettaglio in primo piano, a fianco della chiesetta di San Rocco, la casa che in seguito venne acquistata dalla famiglia Schirato. Qui nacque anche Sergio, quinto di sette fratelli, il 19 settembre 1924.


La famiglia Schirato al gran completo nell’orto di casa, in una fotografia del 1936 (14° anno dell’Era fascista). Da sinistra si riconoscono il papà Pietro, la mamma Santina, Sergio (con i calzoni corti), Antonietta, Guido, Ines, Rosanna (la più piccola), Silvio e Lucia.

Sotto, dall’alto in basso La casa degli Schirato, in Prato Santa Caterina, in una foto dei primi anni Sessanta e così come appare oggi.

Sotto Guido e Silvio Schirato, san Giorgio e il drago, mosaico in marmo su disegno di Sergio Schirato, 1958. Bassano, Prato Santa Caterina, civico 6.

quale il giovane non nutrì mai grande passione; a differenza dello sci che, oltre a lui, aveva invece irresistibilmente contagiato i fratelli schirato. Fino a qualche tempo fa i più anziani ne rammentavano ancora le gesta temerarie, quando d’inverno anche in città nevicava abbondantemente e non si conoscevano gli effetti devastanti dei mutamenti climatici: ardimentose discese su artigianali tavole di legno, che prendevano avvio dal colmo di via XX settembre (viale dei Martiri) e terminavano in prato con spettacolari derapate (e qualche improvvisata medicazione). ricordo che nella stagione fredda, anche in età matura, sergio schirato manteneva viva la sua grande passione per questa disciplina. Terminate le lezioni all’Istituto d’arte, infatti, amava spesso raggiungere le piste del lisser e di Valmaron, sopra enego. In più di un’occasione ho avuto il piacere di accompagnarlo nell’altopiano dei sette Comuni, a bordo della sua Ford Capri argentata, e di condividere con lui e altri ragazzi la gioia di entusiasmanti sciate. dopo aver frequentato “con poco profitto” (come

ebbe modo di scrivere in una nota autobiografica) la scuola Media “Giusto Bellavitis”, allora nei locali ristrutturati e rammodernati della vecchia Caserma “Fontico” all’interno della pieve di santa Maria in Colle, il giovane trovò lavoro in alcune ditte di ceramica, dapprima a Bassano e poi a nove, che raggiungeva in bicicletta. nel frattempo, però, aveva conosciuto una figura straordinaria, destinata a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua formazione artistica e in grado di affinarne la sensibilità e il senso estetico: il pittore enio Verenini. Grazie a lui il giovane si appassionò al disegno, aiutando inoltre a tempi alterni anche il padre e i fratelli nell’attività di famiglia. pietro schirato era infatti un valente terrazziere, che aveva dapprima lavorato in svizzera lisciando il cemento, per poi tornare in Italia e specializzarsi nella realizzazione di pavimenti in graniglia. alla veneziana e alla palladiana. la breve collaborazione con le aziende novesi, all’epoca ancora fedeli alla grande tradizione decorativa ottocentesca, aveva stimolato il giovane ad approfondire ulteriormente la propria


Sergio Schirato in azione durante una gara di slalom gigante negli anni Sessanta. Socio del CAI fin da ragazzo, egli praticò con ottimi risultati lo sci agonistico anche in età avanzata, militando sempre in club sportivi molto blasonati.

formazione, curando in particolare il disegno e la pittura, discipline per le quali era peraltro già portato. si teneva poi “in allenamento”, come ebbe modo di raccontare, eseguendo decorazioni di vario tipo in vecchie ville e palazzi a Bassano e dintorni, operando per conto della ditta Verenini e sempre sotto la guida attenta del suo titolare. Ciò non gli impediva naturalmente, alla domenica e nei giorni festivi, di dedicarsi allo sport: iscritto al CaI partecipava con regolarità alle gite sociali in montagna e frequentava assiduamente la palestra di roccia di Valle santa Felicita. In inverno, poi, praticava con grande entusiasmo e ottimi risultati lo sci agonistico: sono infatti numerosi i trofei vinti in occasione di gare e competizioni, anche molto impegnative e selettive, disputate sotto l’egida di club importanti. Una passione irrefrenabile, per così dire, che lo ha accompagnato fino in tarda età. nel 1942, su consiglio dell’amico enio Verenini, sergio schirato si iscrisse all’Istituto d’arte “ai Carmini” di Venezia: un’ottima scuola dove poté cimentarsi con profitto in diverse discipline fra le quali, predilette, la pittura, l’incisione e la scultura. “Mi trovavo davvero a mio agio - confidava agli amici - nonostante la frequenza fosse assidua e la sveglia quotidiana suonasse regolarmente alle quattro e mezza”. al sabato pomeriggio, nel poco tempo libero, doveva poi assolvere come i suoi coetanei all’obbligo di partecipare alle esercitazioni della Gioventù Italiana del littorio, imposte dal regime fascista. dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 fu inquadrato nell’organizzazione Todt, dapprima fra i lavoratori generici a Cismon del Grappa (impegnati a costruire sbarramenti anticarro) e poi nel reparto disegnatori a pergine Valsugana. Verso la fine del conflitto si salvò miracolosamente da un bombardamento alleato, volto ad abbattere un ponte ferroviario ai confini con il Trentino: “Fui leggermente ferito - raccontò in seguito agli amici - ma dopo appena tre giorni mi riportarono al lavoro, senza tanti complimenti. nel complesso si trattò di un’esperienza triste e inutilmente dolorosa”. durante questo periodo sergio schirato continuò comunque a studiare con immutata passione la storia dell’arte. alla fine del conflitto, superato

privatamente l’esame di seconda, poté così frequentare il terzo anno e passare con ottimi risultati al successivo corso di Magistero, iscrivendosi alla sezione di scenografia. spesso le lezioni si svolgevano al Gran Teatro la Fenice, dove gli studenti prendevano visione “in diretta” del lavoro scenico. per preparare la tesi finale il giovane bassanese si recava con regolarità alla Biblioteca Marciana, studiando su volumi preziosi e privilegiando l’opera dei Galli Bibiena, straordinaria famiglia di architetti, scenografi, pittori e quadraturisti attiva nei secoli XVII e XVIII. diplomatosi a pieni voti nel 1947, data la particolare attitudine per la progettazione e il “fare costruttivo”, venne indirizzato dal preside Giorgio Wenter Marini, professionista e docente di fama, a frequentare l’Istituto Universitario di architettura. “C’erano però da affrontare ancora cinque anni di studio - ha scritto sergio schirato nelle sue memorie - e non me la sono sentita di gravare ancora sulla famiglia, che già si era impegnata parecchio per me, anche a costo di sacrifici”. nell’autunno del 1946 si mise dunque a disposizione dei responsabili della Fenice, dopo aver brevemente collaborato in occasione della stagione lirica di Verona, per eseguire alcune scenografie sotto la guida di un valente professionista di Milano, il prof. Bruno Montonati. Questi gli insegnò in maniera pratica come si costruiscano “le variegate e impegnative scene” per le opere di lirica e per quelle di prosa.

Sopra Il giovane artista impegnato in un’ardita arrampicata in montagna. Sotto Sergio Schirato, in cravatta, con il fratello Guido (seconda metà degli anni Trenta).


Enio Verenini, autoritratto, affresco, 1948. Noto pittore, decoratore e restauratore, Enio Verenini fondò a Bassano in via Verci un’attiva bottega-laboratorio, nella quale ebbe modo di formarsi pure un giovanissimo Sergio Schirato. In alto, sopra al testo Gino Severini, Fregio dell’agricoltura, particolare, 1953. Roma, EUR, Palazzo dei Congressi. Alla realizzazione dell’opera collaborò, assieme ad alcuni colleghi “bravi e capaci”, anche Sergio Schirato. Sotto L’artista bassanese in un bel ritratto fotografico (1956 circa).

“lavorai parecchie settimane in una grande soffitta attrezzata per la pittura, potendo poi assistere al trionfale ritorno a Venezia del maestro arturo Toscanini, che inaugurò la stagione concertistica e operistica di quell’anno”. resosi però conto che l’attività di scenografo lo avrebbe occupato solamente alcuni mesi l’anno, sergio schirato (che nel frattempo si era ancor più perfezionato nelle arti figurative) decise di integrarla nei momenti di stasi con qualche lavoro di arredamento e decorazione. egli iniziò inoltre a cimentarsi con la scultura: “tentativi” ancora saltuari, ma appassionanti fin da subito. nel 1952, con una buona lettera di presentazione, ruppe gli indugi e partì alla volta di roma, seriamente intenzionato a realizzare il suo sogno di scenografo. per un paio di mesi, ogni giorno puntualmente, si recava a Cinecittà in cerca di lavoro. Ma senza fortuna: “C’era crisi perfino per gli operatori macchinisti, figuriamoci per gli scenografi!”. si adattò così a collaborare con uno studio pubblicitario della capitale nella realizzazione di pannelli decorativi per stand fieristici; a napoli, Milano, Verona, Bari… ovunque ve ne fosse bisogno. supportato dalla fiducia dei datori di lavoro, assieme ad alcuni colleghi “bravi e capaci”, eseguì la decorazione per la grande parete d’entrata del palazzo dei Congressi all’eUr, su bozzetto dell’artista Gino severini (1883-1966). Uno degli impegni più importanti, poi, fu quello della realizzazione in scala reale del palcoscenico del Teatro olimpico di Vicenza. la sede scelta per effettuare il lavoro fu “una chiesa sconsacrata” di Venezia. esclusa la parte superiore, con i bas-

sorilievi, tutto il resto venne trasportato al Teatro Old Vic di londra su speciali vagoni ferroviari. la compagnia era diretta da Guido salvini (1893-1965), affermato regista, docente e sceneggiatore fiorentino, fra i fondatori del Teatro d’arte di roma. “Ci dedicammo oltre due mesi, ma alla fine la soddisfazione fu grande, sia per me sia per i colleghi che ne avevano seguito le fasi costruttive”. al ritorno a roma, dopo la parentesi veneziana, l’artista bassanese continuò a realizzare scene per riviste e prosa; gli venne anche proposto un incarico di scenografo alla rai, che purtroppo comportava l’obbligatorietà di spostarsi avanti indietro fra roma e Milano e a fronte del quale era previsto un rimborso davvero molto modesto. Chissà? Forse tale opportunità avrebbe potuto preludere a una possibile carriera nella Televisione di stato. o forse no… Insomma, uno di quei bivi che si incontrano talvolta nella vita. Fatto sta che, poco convinto, il giovane rinunciò e rimase nella capitale lavorando per alcune imprese che gli offrivano “remunerazioni più che accettabili”. nei momenti di libertà si recava spesso a Villa Massimo a trovare l’amico scultore aldo Caron, povese, nello studio messogli a disposizione dal Ministero dell’Istruzione e nel quale operavano pure renato Guttuso ed emilio Greco. Qui aveva la possibilità di confrontarsi anche con illustri personalità artistiche, quali per esempio leonardo leoncillo e il pittore enzo Brunori, suo coetaneo: conversazioni nelle quali si analizzavano le tendenze in voga a quell’epoca e se ne ipotizzavano le successive evoluzioni. Con lorenzo Guerrini ed altri amici, tutti artisti, si trovava invece ogni domenica in piazza del


Lo scenografo e pubblicitario Sergio Schirato a passeggio in uno dei parchi di Roma (1953). Quinte di piazza, tempera su cartone, 1955. Collezione Erica Minchio Ghieri.

popolo. Incontri che si concludevano regolarmente con un aperitivo al Caffè rosati o al Canova e ai quali prendevano parte anche attori di teatro.

Una vita da bohémien, dunque, ricchissima di contenuti e con frequentazioni ai massimi livelli, ma purtroppo davvero poco gratificante sul piano economico. al punto che la continua e faticosa ricerca di incarichi per sbarcare il lunario lo indusse poco a poco a meditare sull’incertezza di quella situazione. a malincuore sergio schirato maturò la decisione di rientrare a Bassano; tanto più che gli era pervenuta la richiesta, da parte degli Istituti Filippin di paderno del Grappa, di insegnare disegno nelle varie sedi della scuola: a Thiene, Bassano, asolo e Villa Fietta. accettò la proposta e, tornato nel “borgo natio”, per tre anni si dedicò

con passione all’insegnamento in quella realtà. nel 1958 conobbe roberta Biagioni, di origini toscane, con la quale ben presto si fidanzò. assieme formavano una bellissima coppia, sempre presente agli eventi culturali e artistici del territorio. nel 1960 si sposarono nel duomo di santa Maria in Colle, a pochi passi dalla vecchia casa della famiglia di lui e da quella che sarebbe poi divenuta la loro abitazione (all’imbocco di vicolo Gamba). Con roberta, preziosa e fedele compagna di una vita, sergio visse anni felici, costantemente segnati dall’amore per l’arte. Un giorno, in occasione di un incontro con l’amico ceramista Cesare sartori, con il quale condivideva molti interessi culturali, venne da quest’ultimo invitato a trasferirsi all’Istituto d’arte di nove: una scuola estremamente innovativa

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Due immagini scattate al tempo del soggiorno romano di Sergio Schirato: in quella a sinistra l’artista bassanese è ritratto assieme ad amici e colleghi sulla scalinata di Trinità dei Monti; nella seconda, quasi in posa da divo di Hollywood, davanti alla berniniana fontana della Barcaccia.


grazie all’indirizzo conferitole da andrea parini, suo illuminato direttore: un artista a tutto sesto (e docente di storia dell’arte), che ridiede lustro alla tradizione ceramica novese, aggiornandola secondo le tendenze più avanzate, facendo del piccolo centro vicentino uno stimolante polo di ricerca e formando una generazione di ceramisti destinati al successo internazionale. Fra i suoi allievi figurarono infatti anche alessio Tasca, pompeo pianezzola, Federico Bonaldi, lo stesso Cesare sartori e molti altri. per sergio schirato la proposta rappresentava un’occasione davvero ghiotta per continuare a insegnare, confrontandosi con colleghi dinamici e creativi, e potere al stesso tempo portare avanti con serietà la propria sperimentazione. Così nel 1963, circa un mese dopo il celebre discorso di Martin luther King al lincoln Memorial di Washington (I have a dream), iniziò il suo primo anno all’Istituto d’arte. “Cominciava per me un’avventura straordinaria, sotto la direzione di valenti maestri e al fianco di amici carissimi quali alessio Tasca, Cesare sartori e pompeo pianezzola. persone con cui si discuteva tanto d’arte quanto di progetti e soluzioni per migliorare sempre più la nostra didattica”. nel 1965 e nel 1970, su invito nel Ministero della pubblica Istruzione, sergio schirato si recò a Firenze per frequentare alcuni corsi di aggiornamento di disegno dal vero. Un’esperienza molto utile e proficua, che gli consentì di stringere amicizia con l’architetto Giovanni Michelucci, noto per aver progettato la stazione ferroviaria di santa Maria novella a Firenze e la chiesa di san Giovanni Battista lungo l’autostrada del

sole, nei pressi del capoluogo toscano. sotto la guida del celebre professionista poté visitare, oltre a diversi musei (dove prese visione dei disegni originali di alcuni maestri del rinascimento), pure gli angoli meno conosciuti della città dei Medici. nel 1964, quando venne costituito il Circolo artistico Bassanese sotto la presidenza di danilo andreose, sergio schirato fu uno dei primi ad aderire: anch’egli riteneva infatti importante dar vita a un centro di sperimentazione che coagulasse al suo interno esperienze e visioni d’avanguardia. Un sodalizio, allora molto attivo e propositivo, che promuoveva iniziative di qualità e incoraggiava la discussione e la ricerca fra gli iscritti. Una delle primissime manifestazioni organizzate dal CaB - che sergio schirato ricorda nei suoi appunti - fu una collettiva ambientata all’interno della Basilica palladiana di Vicenza, conclusasi con grandissimo successo. nel frattempo l’artista continuava a dipingere, progettando contemporaneamente anche piccoli

Sopra, a sinistra, e nella pagina a fianco Due splendide immagini di Sergio e Roberta Schirato il giorno del loro matrimonio, avvenuto il 27 agosto 1960 in Santa Maria in Colle. Nella foto a lato, alle spalle degli sposi, si vedono la damigella Mara Caleo con il papà Alfredo, testimone di Roberta, e Giuseppe Casciano, cognato di Sergio e marito di sua sorella Ines (foto Lino Manfrotto).

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Gli artisti Alessio Tasca, Enio Verenini e Cesare Sartori nel 1957, durante un viaggio nell’Italia Centrale. Amici di Sergio Schirato, ne apprezzavano la personalità e il rigore con il quale conduceva la propria ricerca estetica. Cesare Sartori, in particolare, si adoperò perché accettasse la proposta di una cattedra all’Istituto d’Arte di Nove.


A fianco eclissi, ottone sbalzato, lucido-bocciardato, cm 95x95, prima metà anni Sessanta. Collezione Eva Maria Schöfer Minchio.

Sopra dall’alto Vestigia del passato, olio su tela, 1955 circa. Collezione Giovanni Chiuppani.

Girasoli, intaglio su legno e foglia d’oro, 1966 circa Collezione Eva Maria Schöfer Minchio.

Sotto La fedele riproduzione in legno (in scala 1:30) di un torchio tipografico del 1854 conservato nel piccolo museo di Editrice Artistica: venne realizzata da Sergio Schirato per la storica ditta bassanese nel 1998.

modelli di sculture in polistirolo, che andava poi a realizzare a Carrara presso un laboratorio di marmi “ben attrezzato per tale lavorazione”. per le prime sculture in anticorodal (una speciale lega composta da alluminio, silicio, magnesio e manganese) l’artista predisponeva un modello in legno; si serviva poi di un’attrezzata fonderia di Cittadella per portare a termine il lavoro. “per i bassorilievi in bronzo, dopo avere preparato i modelli in gesso, mi recavo alla Fonderia artistica Fracaro arte di Vicenza. le sculture in ferro laminato, ottone oppure acciaio venivano realizzate in varie officine del nostro territorio, in grado di eseguirne la piegatura e la saldatura. a quelle in vetro provvedeva invece la premiata Vetreria Marconi di piazzetta dell’angelo, gestita dalla famiglia Mechilli. Un discorso a parte meritano le opere in legno, che venivano “prodotte” direttamente da sergio schirato: lo scultore, dopo averne disegnato gli elementi, utilizzava diversi attrezzi per realizzarli nelle dimensioni desiderate. allo scopo aveva anche installato nel suo laboratorio una sega a nastro e una macchina levigatrice. Il passo successivo consisteva nell’unire i vari pezzi, per poi verniciarli e ultimarli con i ritocchi del caso. nel 1968, grazie al fondamentale supporto della moglie roberta, anch’ella appassionata d’arte,

aprì in via schiavonetti (al civico 16) la Galleria Punto Quadrato. l’inaugurazione fu un evento: la collaborazione da subito instaurata con la nota Galleria Marconi di Milano, specializzata in arte moderna e contemporanea, consentì infatti di esporre opere di Gianfranco pardi, emilio Tadini, lucio del pezzo e Valerio adami. poco tempo dopo i coniugi schirato ospitarono la personale di Mario schifano e quella di Bruno Cassinari. “Contemporaneamente il prof. Bruno passamani, allora direttore del nostro Museo Civico, allestì a palazzo sturm un’importante mostra dei dipinti di Bice lazzari e mi propose di tenere delle visite guidate, chiedendomi anche di agevolare il più possibile la comprensione dell’arte contemporanea nelle persone che via via giungevano all’esposizione: un impegno e un onore, che mi consentirono di conoscere da vicino la grande pittrice veneziana. Con lei e con suo marito diego nacque poi un’amicizia vera e duratura: spesso d’estate mi recavo con roberta a trovarli a roma, dove risiedevano. ogni nostro incontro era foriero di spunti, nuove idee e bei progetti”. l’attività di gallerista si sommava dunque a quella di docente e di artista. per sergio schirato furono due anni intensi, ricchi di impegni, incontri e soddisfazioni. oltre alle mostre in calendario, ogni quindici giorni allestiva raffinate esposizioni


Grande linea, legno di pero, cm 50x60x35, 1974. Mistilinea obliqua a, ferro dorato, cm 55x70x30, 1975.

di oggetti particolari, in ceramica e in vetro. purtroppo, però, ben presto questa esperienza si concluse: “Con grande rammarico, dovetti chiudere la Galleria. Bassano rimaneva ancora indifferente a opere artistiche di un certo livello. C’era, sì, qualche collezionista, ma in generale

l’atteggiamento dei miei concittadini si manteneva tiepido e piuttosto disinteressato. Il boom economico aveva portato il benessere pure nella nostra città ma, in generale, la preparazione culturale e la sensibilità verso il bello non erano cresciute proporzionalmente”. Una delusione, inutile negarlo, fortunatamente ben controbilanciata dalla soddisfazione che ogni giorno gli riservava l’insegnamento. amato dai ragazzi, a scuola il prof. schirato era una persona sobria e solo all’apparenza austera; in realtà, si rivelava sempre disponibile al confronto con gli allievi anche negli anni “caldi”, successivi ai moti studenteschi del sessantotto. Tuttora in parecchi ricordano con affetto l’inconfondibile timbro della sua voce: da attore di teatro, calda e rassicurante, mai alterata. l’assidua frequentazione di mostre e rassegne, in particolare a Venezia e in altre città d’arte, gli forniva continui stimoli per raggiungere quella “indipendenza stilistica” che perseguiva da tempo, necessaria per abbandonare il retaggio della sua formazione di scenografo, senza però dimenticare i fondamenti culturali sui quali essa si poggiava. Fu così che poco a poco diede vita a numerose sculture, che destarono sempre più interesse nei colleghi artisti e nei critici. Quest’ultimi lo esortavano ad allestire qualche

In basso, a sinistra Brenta, tempera su carta, 1979. Collezione Paolo Schirato. Sotto Bice Lazzari (1900-1981), autoritratto all’età di 29 anni, olio su tela, 1929. Roma, Archivi Bice Lazzari. Sergio e Roberta Schirato conobbero la nota pittrice veneziana nel 1968, in occasione di una sua mostra a palazzo Sturm. Ne divennero grandi amici, così come del marito di lei, Diego.


A fianco, da sinistra Senza titolo, marmo nero del Belgio e marmo di Carrara, metĂ degli anni Settanta. Collezione Alessandro Todescan.

Senza titolo, marmo bianco di Carrara, metĂ degli anni Settanta. Collezione Alessandro Todescan.

Sotto, da sinistra ara prismatica, legno colorato, cm 59,5x24,5x21, 1989. prismi Triangolo, legno colorato, cm 49x23x21,5, ara Cubica, legno colorato, cm 60x18,5x25,5, 1989.


A fianco arco, marmo nero del Belgio, cm 67x65x9 e.b., 1977. Collezione Eva Maria Schöfer Minchio. Sotto nel Triangolo, legno d’ebano, cm 39x74x25, 1990. Collezione Giovanni Chiuppani.

esposizione personale, offrendosi di recensire la sua particolare produzione. la sua prima mostra fu però una collettiva, alla quale partecipò con il suo “antico” maestro enio Verenini. l’evento si svolse nella sala della Grotta azzurra, in via Matteotti a Bassano, ed ebbe come presentatore il prof. Gino Barioli, direttore del Museo Civico dal 1955 al 1960: “Fu un’esperienza molto apprezzata dal pubblico e dalla critica che mi indusse - sempre spronato da amici pittori, scultori e critici - a proporre le mie opere a diverse gallerie d’arte: insomma l’inizio di un lungo e fortunato iter espositivo”.

nel 1981 su richiesta dei tecnici del Comune di Bassano, allora presieduto dal sindaco sergio Martinelli, sergio schirato entrò a far parte come membro effettivo della Commissione di edilizia e ornato. Un incarico che lo vide all’opera fino alle dimissioni, nel 1995, a fianco di professionisti con i quali finì ben presto per stringere amicizia. animato dalla consueta serietà, si impegnò con profonda consapevolezza in questa mansione: lo contraddistinsero il senso estetico, unitamente all’innata oculatezza e, anche, a quello spirito pratico che aveva maturato - attraverso il lavoro manuale - nell’attività di sperimentazione. Fra le persone con le quali stabilì una buona intesa e un rapporto di solida collaborazione, figurava sicuramente il geometra Giuseppe palaro, “valido tecnico e buon conoscitore della normativa in materia di urbanistica”. nello stesso periodo l’artista bassanese, abituale “frequentatore” della Biennale di Venezia, diede alla luce moltissime opere, traendo ispirazione anche dalle tendenze espressive internazionali. Contestualmente le sue sculture, sempre più apprezzate, venivano proposte in qualificati spazi

espositivi e in occasione di rassegne e mostre, personali e collettive.

nel 1989 il rotary Club Bassano, nella persona del suo presidente renato Fincato, gli commissionò una grande scultura da collocare nel piazzale delle nuove poste, trasferitesi dalla vecchia sede di via Verci nella moderna struttura in piazza paolo VI (tra viale XI Febbraio e via ognissanti). Un lavoro importante e di grande visibilità, che sottolineava quanto ormai sergio schirato godesse di una notevole considerazione. e non solo nell’ambito del collezionismo e del mercato d’arte. dopo aver predisposto un modello in scala e ottenuto le necessarie autorizzazioni a procedere, lo scultore si mise al lavoro. passati solo alcuni mesi l’opera, denominata Prisma rosso, era terminata e pronta per lo scoprimento. a testimoniarne l’importanza, alla cerimonia intervenne una folla numerosa con molte autorità: assieme al sindaco Giovanni Tasca erano presenti pure quelli delle due città gemellate di Mühlacker e Voiron. Tuttora la scultura fa bella mostra di sé al centro di un piccolo spazio verde, connotando in modo originale e ben riconoscibile il contesto urbano nel quale è posta. I suoi colori sono però sbiaditi e necessiterebbero di una rinfrescata.

nel 2001 l’artista venne invitato con altri otto colleghi bassanesi e novesi alla collettiva “di ferite, cicatrici, memorie”, ospitata nella chiesetta dell’angelo, curata da Flavia Casagranda con la supervisione di Giuliana ericani, direttrice del Museo Civico, e dedicata alla memoria del grande psicoanalista salomon resnik. due anni dopo, in occasione della Settimana delle Arti, l’Istituto “G. de Fabris” di nove gli

15 Fra gli oggetti di design progettati da Sergio Schirato, anche questi raffinati bicchieri in vetro soffiato, con motivi ornamentali orizzontali e verticali (metà degli anni Settanta). Proprietà Eva Maria Schöfer Minchio


Senza titolo, legno di pero, cm 59x94x80, 1974. Collezione Erica Minchio Ghieri. Pagina a fianco prisma rosso, 1989. Bassano, piazza Paolo VI. L’opera venne donata alla Città dal Rotary Club Bassano, sotto la presidenza di Renato Fincato.

Sergio Schirato al lavoro, in una fotografia del 1983.

dedicava la personale “Con linee e Volumi”, curata da Carmen rossi, critica d’arte e docente nella stessa scuola. Un omaggio importante e un ritorno graditissimo nella struttura dove aveva insegnato per molto tempo.

negli appunti che ci ha lasciato, sergio schirato insiste molto sull’importanza di visitare i musei, da lui particolarmente amati perché “attraverso le opere esposte consentono di osservare l’evoluzione dei popoli, le trasformazioni della società e i mutamenti del gusto, senso estetico compreso”. anche i viaggi costituivano per lui e roberta una splendida opportunità di apprendimento e crescita culturale. dopo aver visitato l’europa, i coniugi schirato si sono recati in Turchia, Marocco, siria, libano, Israele: “straordinarie, in nordafrica, le testimonianze romane, con i grandi teatri all’aperto, le vie consolari, gli archi di trionfo e i templi”. Furono in egitto in diverse occasioni, poi nello Yemen (“un’autentica sorpresa visiva, per costumi e architetture: un paese dove archi e finestre arabescate si trovano anche nei remoti villaggi degli altopiani”). Infine in libia, percorrendo itinerari non battuti dal turismo, alla ricerca di quelle vestigia che ancora in tarda età esercita-

vano su di lui e conseguentemente sulla sua arte stimolanti e benefici influssi.

Tanti anni fa sergio schirato ebbe modo di illustrare a ruggero remonato, che lo interrogava, la sua visione dell’arte: “per me - raccontò all’amico studioso - la geometria non è un ordine, né una condizione di partenza; si tratta piuttosto di una chiarezza percettiva, attraverso la quale è possibile formulare verità conoscitive, accettate ma sempre in continua evoluzione. la struttura che ne determina le infinite forme e la costruzione deve considerarsi un invito ad analizzare proprio tale chiarezza. Forme elementari, semplici e precise, possono infatti assumere connotazioni imprevedibili, in una sorta di inaspettata metamorfosi, quando la nostra indagine percettiva ne esplora gli aspetti e i significati più reconditi”. In queste parole ritroviamo l’essenza del lavoro di una vita dedicata all’arte e alla ricerca. paul Valéry disse che “la più grande libertà nasce dal più grande rigore”. Un concetto che ci sentiamo di condividere e al quale sergio schirato, scomparso il 17 febbraio 2019, fece sicuramente sempre riferimento. Andrea Minchio


Copriradiatore, bozzetti, china e inchiostri colorati su carta velina. Collezione Andrea Minchio. “Il disegno geometrico è il risultato di un processo mentale ideativo che inizia sempre con degli schizzi e termina con il disegno definitivo. Colpisce la pulizia formale dei suoi piccoli bozzetti a penna e/o a matitaâ€?.

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SERGIO SCHIRATO Il segno come espressione

attilio Marcolli in un suo celebre saggio scrive che, come il rappresentare, “l’esprimere a sua volta è il modo di manifestare e significare le cose vedute. purtroppo l’espressione è stata spesso confusa, nell’educazione artistica, con l’autoespressione, ovvero con la pura e semplice ‘espressione di sé’, dei propri sentimenti o stati d’animo, considerati come sinonimi di personalità. Ciò ha impedito di comprendere il concetto di espressione, e per di più ha suscitato molti malintesi”1. Come premessa alle mie riflessioni su schirato, mi è sembrato opportuno citare le considerazioni che Marcolli fa sull’espressione, sul fatto cioè che essa non debba essere riconducibile tout court a una figurazione di sentimenti ed emozioni, dato che, proseguendo nel suo ragionamento, Marcolli sostiene che anche un sasso, come un qualsiasi altro corpo inanimato, è espressivo, in quanto la sua stessa forma “manifesta”, attraverso la sua rotondità o spigolosità, il materiale di cui è costituito, la sua origine geologica e persino la sua storia individuale, come, ad esempio, l’acqua che lo ha levigato. Ho preso spunto da Marcolli perché egli è stato uno dei principali punti di riferimento teorico e pratico di schirato. Questa premessa mi serve per sgombrare subito il campo da molti luoghi comuni, puntando l’attenzione su altri aspetti dell’arte. Infatti, dal momento in cui l’arte si è svincolata dalla descrizione della realtà esterna (o interna), la strada si è aperta verso altri orizzonti, ad esempio verso un coinvolgimento più “attivo” dell’osservatore, sollecitandone l’immaginazione o la maggiore sua attenzione a livello percettivo. percezione non intesa come pura sensorialità, cioè relativa esclusivamente al coinvolgimento dei sensi, ma come coscienza globale che coinvolge l’intelletto e che può mettere in discussione persino la coscienza stessa di realtà. In questo ambito concettuale può benissimo essere inserita la serie di piccoli bozzetti e dipinti chiamati da schirato Invarianze, frutto di un procedimento di figurazione basato su un singo-

Invarianza, bozzetto, tempera su carta, 1999. Collezione Carmen Rossi.

“Il risultato è un’immagine piana che, tuttavia, evoca la tridimensionalità, grazie al completamento mentale dell’osservatore, che aggiunge all’immagine ciò che manca”.

In basso Copriradiatore, legno di ciliegio, 1985. Proprietà Alessandro Todescan.

lare principio costruttivo: dipingere un solido geometrico in prospettiva eliminandone alcuni lati. Il risultato è un’immagine piana che, tuttavia, evoca la tridimensionalità, grazie al completamento mentale dell’osservatore, che aggiunge all’immagine ciò che manca. In questa singolare operazione il riguardante diviene parte attiva della visione. schirato medita e indaga continuamente sull’ambiguità della visione, giocando sull’ambiguità percettiva tra figura e sfondo, secondo i principi della psicologia della Gestalt. egli parte sempre dall’indagine spaziale: le due dimensioni della pittura prendono avvio da un’idea di profondità, così come le tre dimensioni della scultura prendono vita dalle superfici piane. le sue opere chiamate Metageo sono delle “nature morte” composte da un insieme di figure geometriche costruite in base a un procedimento inverso rispetto alle Invarianze: indicano il trapasso da una figura piana a un solido, dal triangolo al cono, dal quadrato al cubo, dal cerchio alla sfera. Il nome significa “metamorfosi geometrica”, ma anche “metafisica geometrica”, per sottolineare una certa filosofia sottesa in questa operazione. Il mio pensiero va al magnifico

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Metageo, bozzetto, acquerello su carta, 1980. Collezione Paolo Schirato.

“Metageo: il nome significa metamorfosi geometrica, ma anche metafisica geometrica”.

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racconto fantastico di edwin a. abbott intitolato Flatlandia, ambientato in un mondo piatto abitato esclusivamente da figure geometriche piane, dove un giorno irrompe una sfera che sarà causa di molti guai per il Quadrato protagonista2. schirato, così come abbott, riesce a rendere poetico il mondo della geometria. egli amava ribadire che per lui la geometria era soprattutto una questione di “chiarezza percettiva”. Il disegno geometrico, infatti, è il risultato di un processo mentale ideativo che inizia sempre con degli schizzi e termina con il disegno definitivo. Colpisce la pulizia formale dei suoi piccoli bozzetti a penna e/o a matita. Il fine era raggiungere l’equilibrio, per ottenere il quale schirato si avvaleva della “sezione aurea”, cioè di quel calcolato rapporto di proporzione che, secondo euclide, produceva una forte valenza estetica. In tutte le sue opere, ogni singola parte è legata al tutto, a tal punto che se si modificasse una singola parte si modificherebbe il tutto. per questo si può considerare “classica” tutta l’opera di schirato. Come per gli antichi, equilibrio è armonia e armonia è bellezza. egli ha studiato le molteplici possibilità dei vari materiali utilizzati (ferro, acciaio, ottone, rame, marmo, cristallo, plexiglas e legno naturale o dipinto) e la loro capacità di piegarsi ad angolo retto o d’incurvarsi secondo delle linee direttrici spaziali pluridirezionali, sviluppando così la tensione dinamica della linea, verso l’alto o verso il basso, considerando le giunture di raccordo gli snodi da cui partire. non si tratta, tuttavia, di opere cinetiche, poiché il movimento è solamente suggerito. le linee sono tracce dinamiche proiettate nello spazio, sprigionano una forza vitale e producono una spinta; esse sono senz’altro eredi delle linee-forza futuriste (basti pensare alla scultura del 1916 di Balla Linee di forza del pugno di Boccioni, in ottone verniciato di rosso), tuttavia, sono assolutamente prive dell’aggressività e della violenza futurista, in quanto il fine di schirato è raggiungere l’equilibrio. la ricerca di equilibrio vale anche per gli accostamenti cromatici, basati sulle riflessioni e sugli studi sul colore di Johannes Itten; basterebbe leggere il capitolo dedicato alla “spazialità del

colore” per capire l’importanza dell’influenza esercitata da tale maestro su schirato3. I colori di schirato sono saturi e stesi a campitura piana. I loro toni degradanti sviluppano figure geometriche, generano dei prismi colorati, ottenuti mediante una rotazione spiraliforme delle forme geometriche stesse. Chissà se anche questi dipinti sono stati suggestionati dalle varie versioni delle Compenetrazioni iridescenti (1912) di Balla. Certo è che, se Balla ha sviluppato il dinamismo cromatico mediante figure geometriche che percorrono la tela da sinistra verso destra, schirato sviluppa il movimento delle sue figure nella profondità. Chi ha conosciuto personalmente sergio schirato sa che la sua cultura artistica era vasta, profonda, coerente e salda, rivolta in modo particolare a tutti gli artisti astratti e ai costruttivisti russi, che egli amava citare nelle sue piacevoli e garbate conversazioni. Carmen Rossi

NOTE 1) attilio Marcolli, L’Immagine-Azione. Espressione Rappresentazione, Firenze, sansoni, 1981, p. 2. 2) edwin a. abbott, Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni (pubblicato anonimo a londra nel 1882). Traduzione italiana di Masolino d’amico per adelphi, 1993. edwin a. abbott fu un erudito reverendo inglese (londra 1838-1926), famoso pedagogo e letterato. 3) Johannes Itten, Arte del colore, Milano, Il saggiatore, 1982.


struttura rosso-nero, legno colorato, cm 37x31,5x18, 1989.

SERGIO SCHIRATO RITRATTO DI UN COLLEGA Conversazione con Angelo Spagnolo

“Cercavamo di insegnare agli allievi a ricercare la bellezza nelle forme semplici, naturali o geometriche, secondo le indicazioni dei maestri del Bauhaus”.

angelo spagnolo è stato per molti anni collega di sergio schirato; entrambi sono stati insegnanti all’Istituto d’arte “G. de Fabris“ di nove, l’uno di Discipline Plastiche e l’altro di Educazione visiva e Disegno dal vero.

Che ricordi hai di Schirato, come persona e come insegnante? schirato era un uomo scrupoloso, schivo, distaccato e riflessivo. È stato il collega con il quale mi sono rapportato di più durante i miei anni d’insegnamento. anche se avevamo circa vent’anni di differenza, condividevamo alcuni principi che ritenevamo essere fondamentali nella nostra ricerca, come l’importanza data alla manualità, l’attenzione per il dettaglio e la precisione: dalla scelta corretta della punta della matita per il chiaroscuro alla precisione nella stesura del colore. Tenevamo entrambi alla padronanza tecnica. Il nostro era un fare ragionato.

Dal punto di vista didattico cosa vi accomunava? In classe ci piaceva puntare sul lavoro di squadra, cercavamo di insegnare agli allievi a ricercare la bellezza nelle forme semplici, naturali o geometriche, secondo le indicazioni dei maestri del Bauhaus, che furono per noi una continua fonte di studio e d’ispirazione, come Joseph albers e Johannes Itten. ovviamente eravamo interessati a tutta l’arte contemporanea, approfondita anche grazie alla nostra frequentazione di mostre. dei grandi maestri del novecento ci interessavano anche gli apporti teorici e didattici, non solamente le opere. penso a Kandinsky, a Klee e a Itten, poiché pure loro, come noi, avevano svolto al Bauhaus l’attività di insegnanti. al contrario di me, però, schirato si cimentava anche in personali riflessioni teoriche che poi pubblicava. Cosa vi accomunava sul piano artistico? la continua ricerca del giusto equilibrio della composizione, tanto quanto lo studio delle varie possibilità combinatorie di forme, materiali e colori basato sui contrasti: tra pieni e vuoti,

superfici piane e tridimensionali, lisce e ruvide, lucide e opache, colori primari, secondari e complementari. I nostri studi personali diventavano temi d’insegnamento. I saggi di riferimento sulla Teoria della Forma e del Colore erano gli stessi, si prestavano sia all’insegnamento di discipline plastiche sia di educazione Visiva.

Com’era arrivato Schirato all’insegnamento? Qual era l’ambiente culturale scolastico di allora? schirato era stato chiamato ad insegnare a nove da pompeo pianezzola, allora direttore, oltre che insegnante, dell’Istituto d’arte. In quegli anni, i direttori delle scuole d’arte potevano ingaggiare gli insegnanti per “chiara fama”; per le materie artistiche non esistevano le graduatorie ministeriali. schirato aveva lavorato molti anni a roma come scenografo e decoratore con Gino severini. a nove l’ambiente scolastico era molto libero e informale, schirato si distingueva per il suo rigore metodologico.

Cosa ti piace ricordare di lui? la personale che gli è stata dedicata all’Istituto d’arte di nove nel 2003, un “ritorno” a scuola che lo ha molto gratificato. e poi la sua gentilezza e la piacevolezza delle nostre conversazioni; così come il suo sincero interesse per il mio lavoro di ceramista e designer. Mi spronava a perseguire nel metodo che mi ero faticosamente costruito negli anni. C’era affinità di pensiero. apprezzavo i suoi suggerimenti. era assiduo frequentatore delle attività culturali. la sua visita, inaspettata, alla mia mostra di Marostica del 2016 mi ha fatto molto piacere.

Carmen Rossi

In basso ebano I, ebano su base in marmo di Carrara, cm 58x20x12, s.d., primi anni Novanta? Collezione Angelo Spagnolo.

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Configurazione su r/a, legno di rosa, cm 125x84x33, 1982.

In basso dinamismo-cromatismo, tempere su carta, 1990. Collezione Paolo Schirato.

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SERGIO SCHIRATO Alcune recensioni e testi critici

sagome rettangolari, leggermente uncinate alle estremità o mozze; squadrate, slanciate, stele nude e lucide, di bronzo dorato, di candido marmo, di masselli di alluminio, di acciaio; forme snelle, leggere come ali che scattano nello spazio, assi di legno levigate, con spigoli, gole, solchi, modanature, tagli e venature sanguigne, gli uni accanto agli altri in successione verticale od orizzontale, lungo una zigzagante traiettoria o a guisa di geometrica raggiera; grandi pannelli lignei, ondulati con scanalature e rilievi, segnati da ombre e da luci; sono queste le immagini che si riverberano nell’operazione artistica di sergio schirato. Un vasto complesso di sculture‑oggetti, che per la loro accattivante resa stilistica vanno al di là della scultura, intesa nell’accezione tradizionale del termine, qualificandosi non solo per la matura coscienza estetica dell’artista, ma anche per la sua eccellente bravura artigianale, che sa sfruttare e dominare vari materiali, piegandoli al suo volere. la loro insolita armonia neoplastica afferra subito i nostri sensi in modo convenzionalmente fenomenologico, per liberarli e distenderli in un clima imperturbabile di suggestione e di silenzio. schirato si è reso conto da tempo che per essere moderni, non basta essere soltanto “tecnicamente” à la page, ma bisogna anche trovare nell’arte una dimensione nuova che esprima veramente la nostra “autenticità”. […] partito come pittore da un “figurativismo” aperto a varie sollecitazioni lessicali, dall’intonazione intimistica delle prime opere a quella espressionistica e metafisicheggiante del periodo successivo, sergio schirato ha proceduto per la sua strada

con costante impegno e serietà, lontano dal chiasso del mercato e dalla vanità pubblicitaria. Con lo spirito di un anacoreta, si è raccolto in solitudine, con lo sguardo spalancato su orizzonti lontani, tutto intento a far crescere dalle sue forme qualcosa di nuovo; consapevole di portare avanti un discorso difficile, sempre più sottile e personale. le sue sculture sono articolate in una forma che ci obbliga a un atteggiamento di pura contemplazione. rispetto all’ambiente in cui vivono, si evidenziano come forme eleganti, privilegiate, organizzandosi in maniera aperta e plurisignificante, tale da stabilire un nuovo rapporto con lo spettatore. […] nei loro slanci distaccati, nelle


obliquo con arco d, legno di acero, cm 104x50x38, 1975. Collezione Editrice Artistica Bassano.

loro ritmiche scansioni, nella loro risplendente architettonicità, obbediscono a una funzione ottico‑percettiva‑psicologica, divenendo da qualunque parte si guardino oggetti‑sculture, facenti parte dello stesso ambiente in cui sono state situate e nel quale vivono. alla loro oggettiva funzionalità presiede una razionalità lucida e complessa, nella quale confluiscono esperienze diverse, componenti conoscitive, fantastiche, riflessive, intuitive. […] egli realizza una nuova espressività, vibrante e luminosa, in uno spazio nuovo, dove le forme si configurano suggestivamente in un’architettura ascensionale e s’inseriscono, con il loro misterioso accento, dentro un tranquillo “lebensraum”, caratterizzandosi e qualificandosi a livello estetico. Mario Gorini, dicembre 1973

È plausibile l’ipotesi che nella ricerca artistica contemporanea ci sia una caduta di equilibrio formale. l’oggetto verrebbe a un certo punto negato nelle sue autonome ed equilibrate componenti, per affermare la supremazia “letteraria”, “concettuale” del progetto. ora a questa deformazione della funzione creativa dell’artista, reagiscono coloro che pongono al centro delle operazioni estetiche la forza catalizzatrice di una scelta strutturale. […] Questo è soprattutto evidente nella nuova scultura, che avvalendosi di tecniche e materiali inusitati, o nobilitati dal nuovo destino della forma, ripropone il problema dell’equilibrio strutturale come scelta inequivocabile di un sistema di segni collegato al presente. le opere di schirato fanno pensare all’elaborazione di una ricerca di questo tipo. Tra i materiali che è abituato a usare e a formare, egli ha da tempo prediletto il legno duro (l’ebano, il pero, l’aframosia, l’acero e così via). I suoi modelli di polistirolo espanso, leggeri e quasi aerei, prefigurano solo come traccia improbabile la durezza angolare, la segmentazione, l’iter derivante dal materiale ligneo. In realtà, l’equilibrio si realizza nell’identificazione con la materia, che l’artista ottiene valutando il rapporto tra peso intrinseco del legno e “peso” della struttura, tra oggettività materiale e oggetto segno. […] schirato lavora in funzione di un ideale baricentro della forma; si pone un problema di equilibrio e opera in

direzione di quest’ipotesi estrema: cancellare la materia identificando con essa la forma, la struttura portante dell’oggetto. Guido Montana, ottobre 1974

la vicenda di sergio schirato fa capo a un’atmosfera costruttivistica che intorno a lui ebbe uno spicco non ancora sufficientemente approfondito. si pensa ai tempi esaltanti del futurismo storico che gravitò fra Trento e rovereto con depero, luciano Baldessari, Iras Baldessari, adalberto libera, Gino pollini, assieme ad altri fermenti avanguardistici palesi in Fausto Melotti, in Carlo Belli, autore nel 1933 di un memorabile e pungente

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Una bella immagine di Roberta Biagioni Schirato ai tempi in cui gestiva la Galleria d’Arte punto Quadrato, in via Schiavonetti a Bassano.


Enio Verenini, Pompeo Pianezzola, Bruno Breggion e Sergio Schirato, ospiti di Incontri Scrimin Galleria nel 2005, in occasione della collettiva “Quelli del treno”: arte e cultura, in ricordo degli studi giovanili all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

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“Kn”, e anche in Tullio Garbari, “l’angelo in borghese”, come lo definì appunto il Belli. si è indotti così ad immaginare un sottofondo innovatore, le cui ramificazioni si ripercossero sulle attività creative di coloro che seguirono fino ai nostri giorni prestando ad esse stimoli e conferme. a ciò si potrebbe inoltre includere una diffusa operosità artigiana, in passato di notevole livello, che va dalla stampa alla ceramica. ebbene, schirato ha fatto tesoro di tutto questo patrimonio e l’ha utilizzato con rara sapienza per creare un’opera che portasse l’impronta viva della modernità: non esiste cioè nel suo lavoro passiva ripetizione di modi tradizionali; piuttosto egli confronta i dati e le esigenze del presente con lo spirito insito nei modelli antichi al fine di conseguire un livello pari dove non si smentiscano degradi né le opere di ieri né quelle di oggi. se, come pare assodato, il vigore creativo suscita il nuovo, l’inedito, allo stesso grado dell’antico e ad esso si aggiunge con autorevolezza e significanza proprie, l’ambizione dell’artista, non potrà essere altra che quella di firmare un suo contributo alla catena ininterrotta della storia. In questo senso schirato può giustamente far valere meriti indiscutibili. Umbro Apollonio, maggio 1978 […] schirato credo che rientri senz’altro nel tipo di mentalità di cui Max Bill è un grande maestro; schirato ha il coraggio di rompere con una situazione romantica, dolce, che tende a un ricupero emotivo più che a un ricupero razionale, per proporre invece dei luoghi di misurazione.

Queste sue sculture, queste sue grafiche sono luoghi di misurazione; di misurazione di che cosa? Innanzitutto degli spessori mentali, culturali, suoi personali, cioè un’introspezione alla ricerca di qualche cosa che gli consenta di capire la realtà e di capire se stesso; ecco perché misurazione. Il problema dell’approfondimento del proprio modo di sentirsi, del proprio modo di vivere, problema del disegno e dello spazio; questo disegno dello spazio, questa geometria non resta fredda logica, è manipolata in qualche modo da un artista e quindi non rimane calcolo mentale e basta, il calcolo razionale non si traduce soltanto in una messa a punto di proposito di carattere geometrico, matematico, ma diventa combinazione e scombinazione di elementi geometrici al fine di creare immagini, di provocare costruzioni, giochi d’immagini o costruzioni di immagini in ciascuno che guarda, che vive, che gioca. Quindi da un’apparente freddezza e logicità, si esce e si comincia a entrare nel fatto plastico e in questa proposta di elementi che giocano tra loro e che consentono anche al nostro pensiero di avanzare, di ricostruire la realtà, di riproporre una visione diversa. […] schirato individua nella geometria tradizionale, ma anche nel suo superamento, elementi che consentono al pensiero umano di andare oltre le categorie ormai rigide, marmorizzate, fossilizzate con le quali purtroppo da troppo tempo si ragiona. Giorgio Segato, dicembre 1981

lo studio di sergio schirato in un’ampia soffitta a cui si accede da una ripida scala. Un sottotetto suggestivo: dalle piccole finestre si vede il sus-


nastro-linea, ferro nichelato (particolare), cm 101x37x37, 1975.

seguirsi di una miriade di tetti modulati dai coppi arancioni di argilla e, fra squarci, il panorama di Bassano del Grappa. È il tipico luogo in cui si va per appartarsi, ove un prolungato isolamento, indisturbato, permette di “fare” senza più barriera tra il sogno e la realtà, la fantasia e la produzione, l’estasi e il progetto. per un artista schivo e solitario, questo studio è anche un rifugio, ove molte tensioni e contraddizioni svaniscono per dare spazio alla memoria e alle aspirazioni, che possono così fluttuare e dipanarsi in tutte le direzioni, senza più reticenze. Questo studio è diviso in due ambienti: il primo, che è anche l’accesso, è il luogo di produzione dell’opera d’arte; il secondo è il luogo di deposito delle opere finite. Qui sono depositate, con le opere, tutte le fasi attraversate dall’artista, l’intreccio dei fili conduttori e delle memorie, e nel suo insieme forma il Software. entrando, non si ha la sensazione d’entrare in una personale galleria d’arte, ma neppure in un magazzino di opere; sembra invece di entrare in un teatro pietrificato, metallizzato, legnificato. la sensazione è certo quella che hanno provato gli archeologi quando si sono rivelati negli scavi ambienti abitati da persone che, per quanto morte, sono in posizioni ancora vive, in movimento, che esprimono l’attimo d’un movimento fermato per sempre, che ricorda come “der augenblick ist die ewigkeit” (L’attimo è l’eternità) di Goethe. sono tante, tantissime sculture (in legni pregiati, in marmi o metalli bronzei, acciaiosi o alluminosi, in plastiche), che hanno tutte in comune una postura di movimento, una lamina che sale in verticale o in obliquo, una piegatura e una curvatura che imprime un cambiamento di direzione

spaziale, uno sbalzo dal lungo sbraccio. […] ritornando nel luogo di produzione dello studio, nello Hardware, ci si avvede così che non è fondamentale il legno o il marmo, il bronzo o il polistirolo: il materiale è importante solo per la maggiore o minore dose di peso e di equilibrio che trasmette al corpo o di preziosità del vestito, dell’abito che splende per lucentezza, per rigature, per modanature. Infatti non si tratta di strutture, così legate ai materiali; sono invece immagini di strutture, definite come un corpo danzante con un braccio proiettato, una gamba sollevata, il baricentro spostato dall’obliquità, lo sbalzo curvo o corrugato. Attilio Marcolli, luglio 1983

Quando un artista giunge alla piena maturità ‑ spesso inevitabilmente attraverso varie e talora contrastanti stagioni creative, ‑ volendo tracciare almeno un primo bilancio di una ormai lunga attività, si finisce in genere per cercare in essa un filo conduttore […]. non si dovrebbe mai dimenticare che l’artista, specialmente se animato da una genuina inclinazione alla sperimentazione, pur sempre e costantemente prova, verifica e spesso corregge il tiro. sarebbe quindi un errore saggiare la coerenza di sergio schirato sul piano dei soli esiti formali, nei quali pure è ravvisabile una qualche non gratuita continuità; con ben maggior ragione e possibilità di puntuale riscontro, nella sua opera risultano costanti infatti la concezione e la prassi della scultura, e del resto anche in qualche misura del disegno e della pittura, innanzitutto come individuazione di specifici problemi plastici dalle cui risoluzioni si sviluppano temi a loro volta generatori di nuovi problemi. […] lo stesso schirato del resto tenne in passato a precisare: “la geometria è per me non un ordine, una partenza, bensì una chiarezza percettiva”. Ha cioè, più che una funzione archetipica, una funzione sintattica. le sue forme pure più che un patrimonio di immagini “a priori” della mente sono i nessi attraverso i quali le parti istituiscono una relazione con il tutto, strutturano in definitiva la complessità e varietà degli stimoli visivi e tattili nell’unità dell’opera secondo un processo di decantazione formale. Manlio Onorato, ottobre 1990

Fermacarte, vetro brunito e ottone, ø cm 8,5, 1983. Collezione Elena Trivini Bellini.


spirale Triangolo, acrilico su tela, cm 100x100, 1990.

SERGIO SCHIRATO La libertà che nasce dal rigore

“Nelle varie opere pittoriche dedicate alle spirali sono partito da un angolo, così le linee sono diagonali e dinamiche”.

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Nell’ampia soffitta della sua casa Sergio Schirato ha ricavato lo spazio per il suo atelier e quello per il deposito delle sue opere eseguite nel corso di più di cinquant’anni di attività. L’atelier sembra un laboratorio di falegnameria in cui i vari strumenti sono ordinatamente raccolti e allineati intorno e sopra a un tavolo di lavoro. Grandi sculture sono sparse ovunque, mentre le più piccole sono collocate su alti piedistalli e protette da drappi di cellophane. Enormi “quadri a rilievo” sono appesi alle pareti, mentre i dipinti sono accatastati e accuratamente avvolti entro fogli di carta. Schirato ci parla del suo lavoro mentre toglie i drappi di cellophane e svolge i suoi dipinti dalla carta.

nelle mie opere sono sempre partito dal punto e dalla linea. all’inizio, in qualche lavoro, il punto interrompeva la monotonia della linea, ma ora non più; la linea, anche se talvolta può flettersi per disegnare una curva, va poi verso l’alto: il verticalismo c’è sempre. In ogni mio lavoro applico la “sezione aurea”, un rapporto geometrico di origine antica, utilizzato anche per la costruzione del partenone; in qualsiasi opera del passato dove c’è equilibrio c’è la sezione aurea, perché essa era il mezzo per rappresentare l’armonia universale.

Oltre che scultore, lei è pittore… la scultura inizia sempre da un’opera grafica, da un disegno e, nel mio caso, anche da un piccolo bozzetto dipinto a tempera. Molte mie sculture sono colorate; il colore aiuta molto, serve per individuare le varie componenti, le diverse forme geometriche e per non bloccare la massa. Quando insegnavo all’Istituto d’arte di nove con pompeo pianezzola, Cesare sartori e alessio Tasca discutevamo tirando continuamente le somme sulla nostra ricerca, non ci interessava la copia pedissequa e retorica della realtà, ci chiedevamo: dove nasce il volume? si parte da un campo vuoto nel quale si interviene con un’idea, con un pensiero e si traccia una prima linea. le mie sculture in legno colorato sono composte da

varie figure geometriche intersecate: triangoli, rettangoli e sezioni di spirali. In quella che si intitola Il trono di Bilquis [il nome della regina di saba] vi sono anche due piccole sfere.

Rappresentano il sole e la luna? potrebbero. In alcune mie opere il legno mantiene il suo colore naturale; i legni che utilizzo sono il padùk, l’acero, l’ebano e anche il pesante e costoso legno di rosa. In molte opere le intercapedini che si insinuano tra le parti solide, ad esempio nella semisfera, hanno la funzione di alleggerirne la forma; c’è sempre un rapporto matematico tra i pieni e i vuoti. la formula matematica che applico è divenuta per me uno strumento di lavoro: è un calcolo che comunque non richiede alcuno sforzo da parte di chi osserva. In molte mie sculture dominano i colori primari, ma non ho alcuna predilezione per essi, tutti i colori mi interessano allo stesso modo: la mia è una ricerca cromatica. I grandi quadri monocromi appesi alle pareti sono una via di mezzo tra pittura e scultura… Bruno passamani li ha definiti “astrazioni orografiche”. I punti in rilievo sono ottenuti mediante chiodi sottostanti la tela che servono per spingerla in fuori, portarla a estroflettersi in modo plastico e mai uniforme, i punti tendono a rarefarsi verso i bordi. lo stesso principio della rarefazione si riscontra anche nell’opera L’eco in bronzo lucido, ma qui è la linea e non il punto che tende a rarefarsi verso le estremità.


nel Triangolo, vetro-cristallo su base in ferro, cm 98x79,5x30, 1979. Collezione Alessandro Todescan*. Senza titolo, acciaio, cm 45x65x15 s.d. Nove (VI), Liceo Artistico “G. De Fabris”, Museo della Ceramica (inv. 343).

Usa materiali molto diversi? Il legno, naturale o colorato, l’acciaio, il bronzo, l’ottone, talvolta anche dorato, il cristallo, anche bronzato, il marmo “nero del Belgio” e il pregiato “bianco p” di Carrara.

Le sue forme sono sempre geometriche. Quali artisti predilige? parto sempre dal punto e dalla linea, come insegnava Kandinsky al Bauhaus. Mi sono progressivamente liberato dalla forma solida per arrivare a una linea sempre più evanescente e pulita, il mio pittore prediletto è Mondrian perché amava la linea pura e la matematica. Ho chiamato Metageo questi piccoli insiemi di figure geometriche in ottone dorato. Il nome è nato dall’unione di parole come “metafisica geometrica” o anche “metamorfosi geometrica”; in questi insiemi si riscontra il passaggio dalla linea al solido, dal triangolo al cono, al cubo e al cilindro. anche nelle opere di cristallo c’è sempre la decrescenza da una figura a un’altra, il passaggio dal quadrato al cubo.

Il formato dei suoi dipinti sembra essere la prima forma geometrica da cui lei parte… Utilizzo formati e misure diversi, generalmente scelgo il rettangolo o il quadrato, raramente l’ovale. nelle varie opere pittoriche dedicate alle Spirali sono partito da un angolo, così le linee sono diagonali e dinamiche. le spirali normalmente si sviluppano secondo una traccia che parte dal centro e va verso l’esterno, o viceversa,

si diramano senza un ordine numerico prestabilito mentre le mie, invece, sono fedeli a certe misure modulari che sono quelle della sezione aurea. dalle Spirali sono poi approdato alle Invarianze. per eseguirle si parte da un reticolo geometrico regolare che viene deformato. Il risultato è una immagine raffigurante delle superfici piatte, private della conformazione plastica, perché dai solidi di partenza ho eliminato alcuni lati. In questo modo ho ottenuto spesso un’ambiguità tra figura e sfondo. osservando l’immagine finale è possibile ricostruire mentalmente le figure dei solidi di base. alle Invarianze ho dedicato molti bozzetti, che non sempre ho realizzato nel grande formato.

Questi bozzetti possono essere considerati delle piccole opere a se stanti? sì, sono piccoli studi in se stessi conclusi. In essi provo le varie possibili combinazioni di colore. alcuni sono dei collage.

Qual è stata la sua formazione? Mi sono diplomato nel 1947 a Venezia nella sezione di scenografia. Ho lavorato poi come scenografo in molti teatri: alla Fenice di Venezia, all’Arena e al Teatro Romano di Verona, a Torino, Milano e negli anni Cinquanta, per sei anni, a roma. nel 1963 ho iniziato a insegnare Educazione Visiva all’Istituto d’arte di nove. Carmen Rossi

da Bassano News, n. 70 - settembre-ottobre 2001

“[uso] il legno, naturale o colorato, l’acciaio, il bronzo, l’ottone, talvolta anche dorato, il cristallo, anche bronzato, il marmo ‘nero del Belgio’ e il pregiato ‘bianco P’ di Carrara”.

* Le parti in vetro-cristallo

per opere di questo tipo venivano disegnate dall’artista e poi realizzate dalla Vetreria G.V. Marcon. Al termine lo scultore provvedeva ad assemblarle, conferendo all’assieme la forma desiderata. Sergio Schirato ebbe modo di collaborare per qualche anno con la storica azienda bassanese, in perfetta sintonia con l’amico Franco Mechilli che la gestiva, creando composite vetrate colorate, spesso destinate a ville del territorio. Fra i lavori eseguiti, si ricordano le vetrate della nuova chiesa di Sant’Eusebio e di quella di San Marco, entrambe progettate dall’architetto Gino Ferrari.


Sotto, da sinistra Sergio Schirato, linea nastro, ferro nichelato, cm 49x22x27, 1974. San Martino di Lupari, Museo “Umbro Apollonio”. Sergio Schirato, opera 0/5, acciaio e marmo, cm 55x40x27, 1977. San Martino di Lupari, Museo “Umbro Apollonio”.

IL MUSEO “UMBRO APOLLONIO” DI SAN MARTINO DI LUPARI Un’importante realtà in divenire, che custodisce anche due significative opere di Sergio Schirato

28 A Umbro Apollonio (Trieste, 1911 - Bassano, 1981), illustre scrittore, critico e docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Padova, è dedicato il prezioso Museo Civico di San Martino di Lupari.

La preparazione di questo numero ha logicamente implicato la ricerca delle opere prodotte da Sergio Schirato nel corso degli anni. Durante tale indagine abbiamo rintracciato, con soddisfazione e anche con una certa sorpresa, due sue particolari sculture degli anni Settanta, conservate al Museo “Umbro Apollonio” di San Martino di Lupari. Ne abbiamo approfittato per visitare l’originale struttura museale, per ora ancora ospitata nelle sale del Municipio della cittadina dell’Alta Padovana: si tratta di una realtà importante, alla quale ci è sembrato giusto dare un po’ di spazio. All’Amministrazione comunale e, in particolare ai consiglieri Adriana Favarin, Tiziano Petrin e Rossella Volpato che si sono attivati per illustrarla ai lettori, va il nostro grazie; così come agli amici Pinuccia Agostini e Flavio Reffo che, con l’orgoglio delle origini luparensi, hanno provveduto a segnalarcela (AM).

Il Museo Civico d’arte Contemporanea “Umbro apollonio” è stato fondato nel 1981 con deliberazione del Consiglio Comunale di san Martino di lupari. la nascita del Museo fu solo l’atto conclusivo di una serie di iniziative atte a divulgare l’arte contemporanea, che presero il via dalla Biennale d’Arte Contemporanea promossa dal circolo apl di san Martino di lupari (un gruppo di collezionisti) e, in particolare, da edoer

agostini, artista e operatore culturale dalla fervida capacità organizzativa. Tali iniziative furono determinanti nell’indirizzare l’amministrazione locale verso la realizzazione di Biennali che si susseguirono dal 1971 al 1994 con una risonanza in campo internazionale, meritando anche il plauso di personalità del calibro di Giulio Carlo argan e Bruno Munari. edoer agostini riuscì a coinvolgere nell’organizzazione della manifestazione lo studioso, storico e critico Umbro apollonio, figura fra le più prestigiose nel campo della critica d’arte contemporanea, che in quel periodo viveva al Termine di Cassola, nei pressi di Bassano. la loro cooperazione, sicuramente veicolata dal comune sentire verso le teorie della Percezione (secondo le quali l’opera assume la connotazione di “oggetto plastico” costruito secondo i canoni programmati della visibilità e del cinetismo, e attraverso una progettazione di tipo industriale che ne permetta la riproduzione seriale), portò alla fruizione di prodotti d’arte contemporanea di artisti appartenenti a gruppi allora emergenti (l’n, il T, lo Zero, il GraV, il Madì) in un luogo periferico e non “privilegiato” come quello della campagna dell’alta padovana. Questa lunga e proficua collaborazione è probabilmente alla base della scelta di edoer agostini di dedicare il Museo proprio a Umbro apollonio, che aveva legato il suo nome all’approfondimento delle poetiche di tali tendenze artistiche e che le aveva divulgate e sostenute, sia nella sua attività di docente universitario, sia in quella di critico e direttore della Biennale di Venezia. Il Museo è ispirato principalmente alla corrente artistica del neo-Costruttivismo (struttura unica in Italia) e annovera opere di artisti italiani e stranieri di fama internazionale. all’interno sono conservate opere di Marina apollonio, antonio asis, alberto Biasi, agostino Bonalumi, ennio Chiggio, Hugo demarco, lia drei, Colette dupriez, nato Frascà, Ferruccio Gard, H. Jorg Glattfelder, Franco Grignani, edoardo landi, Julio le parc, estuardo Maldonado, attilio Marcolli, Manfredo Massironi, Giuseppe Minoretti, Marcello Morandini, François Morellet, François Morisson, Bruno Munari, pompeo pianezzola, salvador presta, piero risari, H. Garçia rossi, paolo scirpa,


Sotto, da sinistra Paolo Scirpa, espansione + Traslazione 57, neon e vetro, cm 40x40x30, 1983. San Martino di Lupari, Museo “Umbro Apollonio”. Angelo Bertolio, razionale - Irrazionale - essenziale, legno laccato, cm 80x80, 1981. San Martino di Lupari, Museo “Umbro Apollonio”. Nino Di Salvatore, spazio Gestaltico Curvo 1, acrilico su tela, ø cm 120, 1990. San Martino di Lupari, Museo “Umbro Apollonio”.

sergio schirato, aldo schmidt, Victor simonetti, Françisco sobrino, Grazia Varisco, shizuko Yoshikawa, Jean-pierre Yvaral, Gaetano Kanizsa. le opere, in parte acquistate e in parte donate dagli espositori in occasione delle varie Biennali (allestite nella chiesa storica di san Martino di lupari), superano il centinaio di unità.

Il Museo è suddiviso in tre sezioni. Il Cinetismo e la Percezione si tratta di opere bi e tridimensionali in movimento reale e in movimento “virtuale”, ossia di opere che si muovono effettivamente e opere in cui l’occhio dello spettatore è guidato in modo evidente, vale a dire oggetti nei quali i fenomeni ottici del movimento svolgono una funzione predominante o richiedono una partecipazione attiva dello spettatore, tanto con lo spostamento quanto con la manipolazione che ne modificò l’assetto plastico.

Il Modulo e la Serie attraverso l’iterazione, l’accrescimento proporzionale, la variazione scalare ma anche la torsione, la compenetrazione, la divisione, la sovrapposizione (per indicare solo alcune delle possibilità programmabili), si arriva alla creazione di strutture bi e tridimesionali seriali e complesse, a modelli da sottoporre alla verifica della qualità estetica e alla selezione.

Il Colore si cerca di eliminare dalla pittura qualsiasi istanza rappresentativa e narrativa, qualsiasi

accensione emozionale, per concentrarsi sulla teoria strutturale dei colori, sui loro rapporti quantitativi e qualitativi, sui loro contrasti e accordi, sulle loro implicazioni psicologiche.

Tra il 1983 e il 1992 questo Museo ha svolto un’interessante attività espositiva presentando opere della propria collezione in sedi adeguate di diverse città, come per esempio a Udine con la rassegna intitolata “la visualità provocata”. nel 2011, grazie alla mostra “edoer agostini e la Biennale di san Martino di lupari” tenuta al Museo Civico di santa Caterina di Treviso, coordinata da ennio pouchard e curata da elsa dezuanni e Giovanni Granzotto, è stata riportata la giusta attenzione su questa collezione. nello stesso anno la Galleria nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di roma ha ospitato le opere del Museo nell’ambito della rassegna “arte programmatica e cinetica da Munari a Biasi, a Colombo e…”.

attualmente il Museo “Umbro apollonio” è visitabile in rete (www.museoumbroapollonio.it): il sito, particolarmente curato, è dotato di un supporto virtuale che consente raffigurazioni tridimensionali. È inoltre possibile accedere direttamente alla struttura espositiva contattando la segreteria del Comune di san Martino di lupari in orario d’ufficio (tel. 049 946041).

Adriana Favarin

Edoer Agostini (1923-1986), artista, operatore culturale e “anima” delle Biennali di San Martino di Lupari. Fu proprio lui a suggerire l’intitolazione del Museo a Umbro Apollonio.

Una parte di questo testo è liberamente tratta dal sito del Museo e, in particolare, dai contributi di Pinuccia Agostini e di Tommaso Ferronato. Le fotografie delle opere sono di Giuseppe Cordiano.


Orazio Marinali, san Michele arcangelo, marmo, particolare, 1715. Bassano, Chiesa di San Giovanni Battista, altare del SS. Sacramento.

A PROPOSITO DI SCULTORI BASSANESI… Ad aprile ricorrerà il trecentesimo anniversario della morte di Orazio Marinali

orazio Marinali (1643-1720) è un degno rappresentante della tradizione scultorea veneta, peraltro ricchissima di personalità illustri. Basti per esempio ricordarne alcune, come quelle di Jacopo sansovino (1486-1570), divenuto proto della serenissima per meriti professionali, o di alessandro Vittoria (1525-1608), attivo a villa Barbaro nientemeno che con palladio e Veronese; oppure di Giuseppe Torretti (1664-1743), fondatore di uno studio nel quale in seguito si formò anche lo stesso Canova, e Giovanni Morlaiter (1699-1781), fra i padri dell’accademia di Belle arti di Venezia. per l’indiscussa e universale grandezza antonio Canova (1757-1822) merita naturalmente un discorso a parte. saltando al XX secolo vengono poi alla mente il nome di augusto Murer (1922-1985), autore fra l’altro del Monumento al Partigiano in Grappa, e, in ambito bassanese, quelli di danilo andreose (1922-1987 / L’Illustre bassanese n. 33, gennaio 1995), di natalino andolfatto (1933 / L’Illustre bassanese n. 159, gennaio 2016) e ora di sergio schirato, al quale è giustamente dedicata la presente monografia.

Sopra, dall’alto in basso Orazio Marinali, progetto per l’altare della cappella del ss. sacramento nella chiesa di san Giovanni Battista, disegno, 1713. album Marinali, Disegni bassanesi. Bassano, Musei Civici. L’altare del SS. Sacramento nella chiesa di San Giovanni Battista a Bassano, capolavoro dell’arte marinaliana.

perché menzionare qui il Marinali, del resto già trattato in passato da Camillo semenzato anche su questa testata (L’Illustre bassanese n. 53, maggio 1998)? la spiegazione è facilmente comprensibile: ci è sembrato opportuno - e anche simpatico - associare la biografia di uno scultore bassanese contemporaneo, quale appunto sergio schirato, al ricordo di un suo celebre predecessore: una brevissima rievocazione che cade per di più alla “vigilia” del trecentesimo anniversario della sua morte (avvenuta il 6 aprile 1720). Un artista prolifico, orazio Marinali, nato il 24 febbraio 1643 in un ambiente particolarmente vocato: tanto il padre Francesco quanto lui e i suoi fratelli angelo e Francesco junior ebbero infatti modo di distinguersi nell’arte scultorea.

nel 1666 essi diedero vita a un’attivissima e prolifica bottega, della quale orazio fu sicuramente l’esponente di spicco. la sua carriera ebbe inizio, secondo il Verci, con l’apprendistato da Giusto le Court, artista di talento e allora molto in voga a Venezia: notizia, questa, messa in dubbio dalla critica più recente. È certo comunque che proprio nella città dei dogi il giovane bassanese realizzò alcune sculture per la distrutta chiesa di santa Maria delle Vergini (1675); così come è peraltro noto che in seguito egli operò a padova, assieme ai fratelli, nel cantiere della chiesa di santa Giustina. successivamente, sull’onda delle prime significative affermazioni professionali, la sua attività si concentrò soprattutto nell’entroterra veneto. Una produzione vastissima, con opere che spaziano dal tema sacro a quello profano, dalla singola statua (come quella di san Bassiano, eseguita nel 1681) a rilevanti complessi scultorei (per esempio la decorazione del santuario di Monte Berico presso Vicenza, 1690-1703). davvero notevole, poi, il numero di statue destinate ad abbellire e impreziosire parchi e giardini, per la realizzazione delle quali fondamentale si è rivelato il contributo della bottega. Informazioni importanti sulla produzione dello scultore e dei suoi collaboratori si possono inol-


tre trarre dal cosiddetto Album Marinali, conservato nei Musei Civici di Bassano: un volume “in folio”, composto da 90 fogli e 186 disegni, che si presenta oggi come uno strumento preziosissimo per l’analisi dell’opera marinaliana.

sempre stimolante infine il confronto fra il genio di Canova e l’arte di Marinali. due linguaggi distantissimi fra loro, anche perché figli di epoche molto diverse: il primo, legato alla concezione di una bellezza apollinea e universale, espressione di un ideale assoluto e perfettamente aderente alla Weltanschauung di Winckelmann; il secondo, molto realistico ed efficace, terreno, concreto e assai persuasivo. Banalizzando viene appunto da dire che è impossibile accostare lo spirito del Barocco a quello del neoclassicismo. su antonio Canova, oggi grandemente in auge

(merito anche della splendida mostra organizzata a Bassano fra il 2003 e il 2004 e curata da sergej androsov, Mario Guderzo e Giuseppe pavanello), non si discute. Giova però ricordare che nel secolo scorso l’illustre scultore possagnese non ha sempre goduto di tanto favore: ancora negli anni settanta i suoi detrattori lo definivano un freddo imitatore dell’arte greco-romana. prima ancora Cesare Brandi ebbe a dire che “la sua mimica è atroce […]. Canova traduce il marmo in cemento” e roberto longhi lo ricordava come “lo scultore nato morto il cui cuore è ai Frari, la cui mano è all’accademia e il resto non so dove”. In terra bassanese il compianto scrittore e polemista Mario dalla palma ebbe inoltre a scrivere, con cinismo, che se “antonio fosse rimasto a possagno, sarebbe stato un ottimo specialista per mattoni. non altro. a roma diventò capace copiatore di statue classiche e antiche. privo di fantasia. alla veneta”. su Marinali il suo era invece un giudizio positivo, forse proprio per il realismo e l’oggettività con cui lo scultore bassanese dava un’esistenza concreta e tangibile alle proprie opere. Antonio Minchio

Le statue della Cavallerizza nel parco di villa Revedin Bolasco a Castelfranco: furono eseguite dal Marinali e dalla sua bottega alla fine del Seicento per il giardino della non più esistente villa Cornaro (ph. Maria Pia Settin). Orazio Marinali, con i fratelli Angelo e Francesco, san Bassiano, particolare, marmo statuario, 1681. Bassano, piazza Libertà.


Sergio Schirato, sezioni, tempera su cartoncino, 1999 . Collezione Angelo Spagnolo.

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L'Illustre bassanese  

[n.180] Sergio Schirato

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