L'Illustre bassanese

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Fondato editrice artistica - www.editriceartistica.it

nel 1989

distribuzione gratuita

LA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO

ATTUALITÀ DI ANDREA PALLADIO BIMESTRALE MONOGRAFICO DI CULTURA

MAGGIO 2018 - Numero Speciale XXXIV


Comune di Bassano del Grappa

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO STORICO, ARTISTICO E NATURALE DELLA NAZIONE

Se la Città di Bassano altro non avesse di che vantarsi che del Ponte di Legno inventato dal Palladio, sarebbe per questo solo degnissima di rinomanza. Ottavio Bertotti Scamozzi, 1796


In copertina Pianta, sezione e prospetto del Ponte di Bassano, da i Quattro libri dell’architettura di Andrea Palladio. Venezia, 1570.

palladio, la Città, il ponte

Un excursus culturale, un contributo scientifico anche Bassano, come altre città venete, ha saputo cogliere con pienezza gran parte dell’insegnamento di andrea palladio. Una lezione, quella dell’architetto vicentino, che si è felicemente materializzata, a partire dal Cinquecento e fino alla metà inoltrata del XiX secolo, imprimendo al contesto urbano forme e contenuti di elevata qualità, all’insegna di un linguaggio coerentemente bilanciato fra requisiti formali e funzionali. passeggiando per le vie del centro e percorrendone le piazze, luminose e d’impronta tipicamente veneta, tale identità palladiana risulta subito evidente: una sorta di grammatica cristallizzata nella pietra e scandita secondo ritmi musicali e armonici, così ben calibrati da risultare all’occhio comune familiari e quasi scontati. Un disegno che nel tempo si è concretizzato con continuità e che, a distanza di secoli dalla sua codificazione, viene sempre percepito con un immutato senso di appartenenza. non a caso, in particolare nei giorni festivi, il centro storico finisce regolarmente per riempirsi, accogliendo nella complessità dei suoi articolati spazi tanto persone di ogni età quanto manifestazioni di ogni tipo. ecco, è proprio di questo spirito palladiano, del quale è positivamente pervaso il carattere architettonico e urbanistico della nostra città, che ci occupiamo in questo significativo numero speciale. Una monografia, curata con appassionata competenza da natasha pulitzer e introdotta da Giandomenico Cortese, che porta i qualificati contributi di sergio los, architetto e già docente all’iUaV di Venezia, e di Francesco Zaupa, ingegnere ed ex docente alla Facoltà di ingegneria di padova; unitamente a quelli del nostro primo Cittadino riccardo poletto, al presidente nazionale di Italia Nostra oreste rutigliano

e ai rappresentanti della sezione bassanese, Carmine abate, Mario Baruchello e adalgisio Bonin. dopo una circostanziata lettura della città, sempre secondo un’indagine che richiama costantemente la lezione palladiana, sergio los e Francesco Zaupa focalizzano il discorso sul ponte, simbolo di Bassano e al tempo stesso emblematico esempio di loggia urbana (a unione di due diverse entità geopolitiche) e di raffinata infrastruttura, perfettamente rappresentata ed esposta nei “Quattro libri”. attraverso la severa e approfondita analisi dei due studiosi abbiamo così l’occasione di comprendere la bontà del progetto del grande architetto e, soprattutto, la geniale attualità delle soluzioni adottate oltre quattrocento anni fa. Questa dettagliata monografia, in conclusione, oltre a configurarsi per l’importanza scientifica e divulgativa, desidera offrire ai bassanesi un contributo tecnico e culturale: una possibile proposta progettuale, fra le tante, elaborata sulla scorta delle considerevoli competenze degli autori e, a detta di alcuni esperti del settore, compatibile con quanto sta avvenendo oggi. tenendo ovviamente presente che l’interpretazione di un particolare evento è sempre condizionata dai luoghi, dai tempi, dalle diverse situazioni. i saggi ospitati in questo numero corrispondono quindi a una precisa visione, ma ciò non esclude che possano esservene altre, formulate sulla base di diverse concezioni. e tutte degne di rispetto, pur nella logica di un civile e costruttivo contraddittorio. L’Illustre bassanese si tiene perciò a disposizione di quanti avranno il desiderio di confrontarsi, fornendo un contributo fattivo e utile alla Comunità. Andrea Minchio

Direttore de l’illustre bassanese

L’ILLUSTRE BASSANESE - Bimestrale monografico di cultura a distribuzione gratuita

… dal 1989

ANNO XXX n° Speciale XXXIV - Maggio 2018 - autorizzazione del tribunale di Bassano del Grappa n° 3/89 r.p. del 10-5-1989 Direttore responsabile: andrea Minchio Redazione: livia alberton, elena trivini Bellini, diego Bontorin, elisa Minchio Hanno collaborato: Carmine abate, Mario Baruchello, adalgisio Bonin, Giandomenico Cortese, sergio los, riccardo poletto, natasha pulitzer, oreste rutigliano, paolo sartori, Francesco Zaupa Stampa: peruzzo industrie Grafiche - Mestrino (pd) - Iconografia: divieto totale di riproduzione con qualsiasi mezzo Tiratura: 3.000 copie - Pubblicità e informazioni: 0424 523199 - 335 7067562 - eab@editriceartistica.it © COPYRIGHT Tutti i diritti riservati EDITRICE ARTISTICA BASSANO piazzetta delle poste, 22 - 36061 Bassano del Grappa (Vi)

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Bassano, il ponte e il Brenta in uno scatto di Francesco Parolin (Officina Fotografica Parolin).

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arissimi lettori, ringrazio l’editrice artistica Bassano e in particolare l’amico arch. andrea Minchio per aver prodotto questo numero, che indaga ed evidenzia la presenza di andrea palladio in Città e più in generale ci fa riflettere sull’ampia misura in cui il suo contributo nel pensare e modificare le forme e gli spazi abbia segnato la storia di Bassano. l’importante restauro del ponte è momento propizio per riscoprire le tracce palladiane e arricchire un dibattito nel quale trovano spazio visioni tra loro legittimamente differenti: con questa pubblicazione si aggiungono ulteriori riflessioni e punti di vista a quelli che in questi anni si sono esplicitati in città, facendo eco ai dibattiti vivaci e talvolta aspri che in passato hanno animato le piazze, le strade e i salotti cittadini (basti pensare agli anni dell’intervento del Ferracina). lungi dal presentare mere posizioni soggettive, figlie dell’italica abitudine di sostituirsi ai vari ruoli pubblici (da “tutti presidente del Consiglio” a “tutti allenatori della nazionale”), questo numero assicura una lettura che invita a “volare alto”: non si tratta solo di diverse visioni sul restauro bensì di modi diversi di leggere e interpretare il manufatto-ponte, la sua ricchissima storia, ma anche, e più profondamente, la capacità straordinaria dell’architettura di essere un linguaggio che scopre e al tempo stesso attribuisce significato agli spazi, specialmente pubblici, e di conseguenza alla vita sociale e individuale. per gli studiosi e per tutti noi che lo viviamo quotidianamente il ponte è luogo di passaggio, luogo di incontro, piazza, salotto, connessione tra due parti della Città, monumento, archivio dei momenti più significativi della storia locale e generale, al quale si sono dedicati concretamente molti cittadini, in primis gli alpini. in sintonia con questa tradizione di dibattito qualificato, una delle prime azioni che sono state avviate nel 2014 è stata una collaborazione con l’Università di padova, che a sua volta ha posto il ponte di Bassano al centro di un progetto di

studio con altri atenei di capitali europee. sono poi seguite altre prestigiosissime collaborazioni e incontri con istituzioni e studiosi di fama internazionale: fecondo ed emozionante quello con il Centro internazionale di studi andrea palladio (Cisa), in particolare con il direttore prof. Guido Beltramini e con il prof. Howard Burns con i quali abbiamo condiviso per ore il progetto. Come spiegano in modo chiaro e sintetico i punti riassuntivi della relazione del prof. Giovanni Carbonara* che accompagna il progetto di restauro e messa in sicurezza, la progettazione di cui è stata avviata l’esecuzione è frutto di un processo che ottempera a molte esigenze e che ha generato una circolarità tra origini e identità palladiana, successive stratificazioni progettuali e realizzative, innovazioni tecnologiche, rispetto delle norme e miglioramento della vulnerabilità sismica, che sempre più diventa cogente anche per i monumenti tutelati qual è evidentemente il nostro ponte. in questo percorso ho avuto modo anch’io di comprendere che la più recente e radicata scuola di restauro invita a salvaguardare il più possibile ogni traccia che la storia ci ha consegnato. a me quindi il compito non certo di dire (non ne avrei le competenze), quanto piuttosto di “far dire” a una delle rinomate firme del progetto di restauro, quella appunto del prof. Carbonara, il senso e gli obiettivi dello stesso. Riccardo Poletto

Sindaco di Bassano del Grappa

* Giovanni Carbonara, Professore di Restauro Architettonico

e Direttore emerito della “Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio”, componente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici e Presidente del Comitato tecnico-scientifico per il Paesaggio del Ministero per i Beni, le Attività Culturali ed il Turismo, Commissario del Ministero degli Affari Esteri per la costruzione e il restauro delle ambasciate italiane.

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Pagina a fianco Il sindaco Poletto, l’assessore Campagnolo, il Sovrintendente prof. Magani, il prof. Carbonara e il prof. Modena, in occasione della visita al cantiere effettuata con il Direttivo dell’Ordine degli Architetti di Vicenza (24 luglio 2017).

Testo tratto da: Giovanni Carbonara, Sintesi Propositiva, in Relazione Illustrativa del progetto preliminare: ripristino e ConsolidaMento del ponte deGli alpini (pp. 27.28) Bassano del Grappa, giugno 2015

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“a) il vecchio ponte di Bassano è stato oggetto di moltissime riparazioni e di numerosi rifacimenti. ogni volta, almeno a partire dall’intervento di andrea palladio, si è cercato d’introdurre miglioramenti sotto il profilo estetico (la cura per una nitida geometria del ponte, ricostruito alla maniera antica ma in forme più controllate e armoniche proprio da palladio; il recupero delle forme palladiane nella ricostruzione ottocentesca di angelo Casarotti) e sotto quello tecnico (miglioramenti strutturali e tecnologici operati dal palladio, poi dal Ferracina, dal Casarotti, specie in fondazione, quindi dagli interventi novecenteschi, con moderni legamenti in ferro, sistemazioni fondali, uso del calcestruzzo armato e dell’acciaio inossidabile ecc.); b) il tutto mirando sì a ‘ottimizzare’ la risposta del ponte di fronte agli attacchi delle brentane e della continua azione di degrado indotta dagli agenti atmosferici (cicli caldo-freddo, acqua, gelo, attacchi biologici ecc.) ma anche a mantenere l’identità e l’immagine consolidata nella memoria collettiva del vecchio ponte, presenza tradizionale e ormai parte del paesaggio naturale e urbano; c) oggi esso presenta cedimenti, in specie a carico della seconda stilata, che tendono ad aumentare con velocità crescente; da qui deformazioni evidenti, documentate dai recenti accurati rilievi, danni diffusi e localizzati, poi deterioramento dei legni d’impalcato (sottostanti la pesante massicciata che sostiene la moderna pavimentazione attuale) per il ristagno di umidità, gravi danni alle colonne ed alle travi di soglia (restaurate solo poco piùdi venti anni fa), oltre che ai nuovi cavezzali delle stilate; d) è necessario, dunque, intervenire per riparare i danni e rendere il ponte non solo capace di resistere meglio alle piene del Brenta ma anche a eventuali azioni sismiche; per ridurre la frequenza dei

costosi cicli di manutenzione che oggi sembrano attestarsi sotto il decennio; per favorire una manutenzione regolare, più efficace ed economica, che non richieda, se non in casi estremi, di dover lavorare nell’alveo del fiume dopo averlo parzialmente messo in secca; e) l’impegno è dunque quello di continuare nella storica opera di ‘ottimizzazione’, in una sorta di riedizione aggiornata e coerente dei vecchi principi costruttivi e manutentivi, attuata facendo tesoro dei progressi scientifici e tecnici nel frattempo intervenuti, sia sotto l’aspetto strutturale sia sotto quello tecnologico e dei materiali (metalli, legni e loro trattamento ecc.). in questo senso la soluzione proposta, con struttura in acciaio inossidabile di alta qualità, fondata sui moderni pali in c.a. (esistenti da alcuni decenni e che hanno dato buona prova di sé) di sostegno delle otto colonne di ogni stilata appare come la più opportuna. essa si basa sulla premessa che il materiale in alveo è stabile (grazie ai lavori di sistemazione operati, in passato, a monte e a valle del ponte) e che specifici problemi geotecnici e fondali non sono presenti; che i cedimenti dell’impalcato derivino, come dimostrano gli studi condotti di recente dall’università di padova in convenzione col Comune di Bassano, da problemi relativi alle parti in elevato, sia nella zona di bagnasciuga che in quella all’asciutto (la trave di soglia, non più ben sostenuta dai cavezzali lignei; le colonne delle stilate, consunte, inclinate e fessurate in più punti; le filagne e i filagnoni lacerati; le cavalle, le longherine, le serraglie allentate, le travi longitudinali inflesse; i travicelli e il tavolato consunti e marciti); che sia necessario quindi garantire, in primo luogo, il ruolo di collegamento, irrigidimento e ripartizione uniforme dei carichi che svolgeva la trave di soglia; f) la nuova struttura progettata ha il pregio di assumere su di sé questo ruolo già della trave di soglia e di lasciare, al tempo stesso, intoccato ciò


che resta delle vecchie travi di soglia e dei sottostanti pali lignei infissi nell’alveo: vale a dire ciò che di più antico materialmente sussiste del ponte. il fatto di fondare sui moderni pali in c.a., inoltre, evita la necessità di effettuare nuovi pali andando così a compromettere la selva di pali infissi nel tempo, anche lateralmente alla trave di soglia (per sostenere i cavezzali del Casarotti, ad esempio) costituenti altre testimonianze significative delle complesse vicende costruttive del ponte. da un punto di vista conservativo e filologico, tale nuova struttura si dimostra rispettosa dei principi del ‘minimo intervento’, della ‘reversibilità’ o ‘rilavorabilità’, della ‘distinguibilità’ e della ‘compatibilità’ fisico-chimica, posti a fondamento del moderno concetto di restauro. Consente inoltre, con l’uso di bicchieri metallici immersi in acqua e ad essa collegati, di operare lo sfilamento, per la necessaria manutenzione, delle colonne eventualmente deteriorate; g) tutto il resto riguarda una manutenzione accurata delle parti lignee in elevato, con le minime, necessarie sostituzioni e con l’introduzione di una trave reticolare leggera (in legno lamellare o materiale pultruso) posta, orizzontalmente, sopra l’impalcato e avente funzione di miglioramento sismico. Ciò comporterà la rimozione e riprogettazione, per altro indispensabile a causa dei danni già manifesti, della pavimentazione risalente agli scorsi anni novanta. […]; h) la parte superiore del ponte, con i pali di sostegno del sistema del tetto e delle capriate, nel suo insieme oggi in buone condizioni, richiederebbe solo lavori di verifica e manutenzione localizzata,

con una ragionevole attenzione a recuperare la geometria d’insieme, riducendo le distorsioni e gli allineamenti verticali ed orizzontali perduti (fuori piombo, inflessione delle travi d’impalcato ecc.) ma senza insistere più del necessario nella rettifica, quando non sussistano vere ragioni strutturali, di sicurezza e di buona conservazione. Un naturale e misurato processo di assestamento del ponte con modeste ma innocue irregolarità geometriche può ben essere accettato come attestazione, quale in effetti è, di autenticità del manufatto: riparato accuratamente ma non inutilmente ‘rimesso a nuovo’. si tratta d’un segnale di antichità e autenticità, concettualmente non diverso dal lento deposito della patina del tempo su una vecchia pietra o dal naturale e suggestivo dilavamento d’una vecchia superficie architettonica intonacata e tinteggiata alla calce.

in sostanza, la proposta d’intervento così formulata è in grado di garantire, insieme, il rispetto storico dovuto al ponte ligneo, la sua messa in sicurezza, il miglioramento sismico e una consistente riduzione della frequenza dei cicli manutentivi straordinari, che hanno implicato, fino ad oggi, lavori da compiersi nell’alveo del fiume, preceduti da costose e impegnative opere preparatorie del cantiere. ne deriverebbe un sollievo rilevante per le casse del Comune e la corrispettiva possibilità, di fondamentale importanza, d’investire parte delle somme risparmiate in una più leggera ma continua ‘manutenzione ordinaria’ e ‘programmata’, vera garanzia di un’ottima tenuta nel tempo del bene e della sua trasmissione al futuro nelle migliori condizioni possibili”.

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il ponte. aGorà e polis di Oreste Rutigliano Presidente Nazionale di Italia Nostra

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in tempi assai tristi di disaffezione alla politica e di conseguenza alla polis, all’urbanistica, alla architettura ed alla fine alla bellezza, ben venga questo grande interesse alle sorti del ponte di Bassano. e una riflessione ampia e condivisa sulla sua tutela e conservazione, e su come raggiungerle attraverso un complesso e delicato restauro. sarà occasione dunque per tutti per un riesame storico-critico su contenuti, obiettivi, metodi e procedure per giungere alla migliore scelta che sappia rispettare la volontà e il gesto creativo del grande artista che lo ha disegnato. Mi si consenta ora di raccontare secondo una mia personale esperienza ciò che ogni ponte ingenera in me, presumendo che altrettanto sia per molti altri. ogni ponte è un richiamo irresistibile ad attraversarlo, a fermarsi sulle spallette, ora da un lato ora dall’altro. non solo a rimirare la magia dell’acqua che scorre, ma la cesura che il fiume opera sul territorio, tra la vegetazione o tra le sponde rocciose. Chi infine non si ponga di lato ad esso a scoprirne la sempre stupefacente struttura, poco ha compreso di paesaggio e di bellezza. ogni ponte ha la sua speciale storia e originalità. ognuno è stupefacente e trae il pensiero ai più diversi significati, alle sue simbologie, all’ideazione. e si faccia caso come questo bagaglio culturale insito nel più profondo del nostro essere ci conduca ad ammettere, anche di fronte alle strutture più potenti, come queste opere dell’ uomo inevitabilmente vadano mai a turbare ma sempre ad esaltare gli ambiti che attraversano ed a segnarli positivamente. sempre che di ponti si tratti e non degli odiati viadotti. ponti sempre, dunque come monumenti. e se si tratta di quello di Bassano e se esso necessita di un intervento di messa in sicurezza e di restauro, ben venga l’occasione per riflettere tutti su cosa si intende per restauro. anzitutto ponendosi nella posizione di rispetto di ciò che è

stato, di ciò che ci è stato donato, di ciò che abbiamo il dovere di tramandare. il richiamo alla riflessione della sezione di Bassano di italia nostra è occasione di diffusione del significato della conservazione. parola all’apparenza statica e ferma. e che invece è parola straordinaria di dialogo tra le generazioni, di rispetto, di complessità e di vero progresso. Vedo nel nostro caso, e a fronte dei diversi progetti di restauro, una comunità chiamata nella sua interezza a un esame collettivo. in un fecondo confronto con il grande artista chiamato a suo tempo a fornire il suo estro alla città donandole al contempo la fama e la bellezza. e’ importante condurre i cittadini a individuare obiettivi, metodi e procedure per arrivare a una scelta storico-critica di come il ponte palladiano (distrutto e ricostruito più volte nel corso dei secoli, causa alluvioni e guerre) venga sottoposto a restauro conservativo. palladio nella vastità della sua visione non si è limitato al solo aspetto architettonico, ma anche urbanistico e paesaggistico (cfr. articolo “l’autenticità nel restauro architettonico e urbanistico”, pier luigi Cervellati, italia nostra bollettino n. 476 maggio/giugno 2013). ancora una volta la storia saprà dare le regole: questo ponte non svolge soltanto una continua e intensa funzione di collegamento tra l’insediamento della sponda destra (quartiere angarano di origini preromane) e l’insediamento della sponda sinistra (Castello e piazza degli ezzelini, e nucleo storico attivo dal X sec.). il ponte palladiano ha rappresentato al contempo la funzione di piazza coperta pari a circa 500 metri quadrati (65,70m x7,70m circa), di spazio-aula di intrattenimento sociale e di aggregazione identitaria. l’invenzione del ponte di Bassano da parte di andrea palladio è frutto di un progetto scenografico integrato nel paesaggio urbano e territoriale, non basato sui mo-


Pietro Chevalier, il ponte di Bassano, acquaforte, 1828, coll. privata.

delli classici secondo il suo stile, ma sul recupero della memoria dei precedenti ponti in legno medievali. altra prova di una specialissima apertura mentale, capace di spaziare tra passato e presente. il progetto ha una struttura lignea modulare e trasparente e dopo la rinuncia al suo progetto originario di “ponte in pietra”, ora palladio si cura di definire un luogo di belvederi multipli, da cui si ha, a nord, un’ampia vista sulle valli delle prealpi Venete da cui nasce il Brenta, a sud sulla fertile pianura veneta. a est e a ovest si vedono le cortine edilizie sulle sponde della Brenta fiume velocissimo. Ci sembra fondamentale che il restauro architettonico del ponte palladiano sia visto assieme al restauro ambientale delle due sponde del Brenta. sponde che sono soggette a “rischio

idraulico e idrogeologico” come risulta dallo stesso prG. ne discende con ogni probabilità un obbligo a un contemporaneo impegno sulla sistemazione delle sponde e delle banchine, opera anch’essa di pari delicatezza, tutta affidata alla sensibilità dei progettisti. il fiume nella sua essenza di limite e divisione consente una visione vasta del centro storico che nessuna via o piazza è capace di raggiungere. la città si offre, e in particolare dal ponte, in tutta la sua pienezza di storia e identità, di luci e di colori. da qui l’opera grande che si sta affrontando. il restauro in questo particolarissimo caso si rivela a tutti, ai cittadini tutti e non solo agli esperti, come sia momento di scelte difficili e sofferte, di riflessione profonda e di grande responsabilità.


Sebastiano Lovison, Bassano e il ponte dall’osteria della Colomba, acquaforte acquerellata, 1827, coll. privata.

ConsideraZioni per Un restaUro di C. Abate, M. Baruchello e A. Bonin Sezione di Bassano del Grappa di Italia Nostra

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Fin dalla sua fondazione l’associazione italia nostra è stata molto attenta alle problematiche dei restauri monitorando i progetti dei lavori di “conservazione” o segnalandone gli eventuali pericoli, portando avanti così la sua “missione” per la tutela del patrimonio culturale italiano. la più recente messa a punto sul tema è un numero speciale della pubblicazione nazionale, organo di stampa dell’associazione del giugno 2013 n. 476. da sempre italia nostra considera strategica l’educazione e la formazione sui temi del paesaggio, l’ambiente e i beni culturali nella convinzione che solo cosa si conosce si può tutelare e valorizzare. Conoscenza, patrimonio culturale, paesaggio e ambiente, cittadinanza attiva e responsabile, educazione alla civica partecipazione, sostenibilità ambientale, equità sociale, sono le parole chiave dei progetti promossi e seguiti da italia nostra sia a livello nazionale che locale di sezione. il Codice dei beni culturali e del paesaggio afferma che con il termine restauro s’intende: l’intervento diretto sul bene, attraverso un complesso di operazioni finalizzate all’integrità materiale e al recupero del bene medesimo, della protezione e trasmissione dei suoi valori culturali. Ma princìpi e tecniche dei restauri sono cambiati nel tempo e le scuole di pensiero si sono evolute attorno ad uno storico dibattito, a volte con pareri opposti, dal restauro filologico (Camillo Boito 1883, prima carta del restauro), al dov’era e com’era (Grimani, sindaco di Venezia per la ricostruzione del campanile di san Marco crollato, 1902) C’è un confine difficile fra restauro e conservazione specialmente quando i problemi tecnicostrutturali suggeriscono un aggiornamento, o avvicendamento, delle tecnologie da utilizzare per meglio operare. non ci sembrano assolutamente sorpassate le tre convinzioni che Marco

Vitruvio pollione ci ha consegnato nel suo De Architectura (15 a.C.): firmitas (solidità), utilitas (funzione), venustas (bellezza). per secoli i marmi usciti frammentari dalle vigne romane sono stati oggetto di processi di ricomposizione grazie ai quali ritrovavano quell’integrità formale considerata essenziale per il godimento dell’opera. non solo la figura doveva recuperare la sua completezza, ma persino l’omogeneità della cromia dei marmi era oggetto della massima attenzione. ove possibile, infatti, si realizzavano integrazioni con la stessa varietà di marmo del pezzo antico. oggi le nuove tecniche 3d offrono, ad esempio per il lavori del Canova, una occasione per cimentarsi in ardite e “futuristiche” ricostruzioni in cui il confronto con le copie dell’artista o con la documentazione storico-archivistica sono la base di un lavoro filologico molto prezioso. Restituzione della memoria potrebbe essere uno slogan ma vuole invece richiamare la consapevolezza per il restauro ed il recupero del patrimonio di un monumento o di un’opera d’arte. la conoscenza e la conservazione sono essi stessi già innovazione sia nell’uso dell’artigianato quanto nell’uso e nell’evoluzione di strumenti e di tecnologie per l’analisi. in questo senso è preciso il richiamo alla Carta di Venezia del 1964 e al decreto lgs 42/ 2004, meglio conosciuto come Codice dei Beni Culturali e paesaggistici (524). Consideriamo che il ponte di Bassano è giunto fino ai nostri giorni nella versione del 1821, con significative modifiche, a opera di angelo Casarotti. sono note le proposte di una dichiarazione ufficiale di Monumento nazionale, ma va ricordato che il ponte è già un bene tutelato dalla legge del 1 giugno 1939 (legge Bottai). italia nostra sulla base degli elementi oggi a disposizione sottolinea che il paese non ha bisogno di interventi spettacolari, come già acca-


duto recentemente per altri importanti restauri, ma che la comunità venga coinvolta nelle linee guida delle decisioni senza invece che queste siano calate dall’alto o declinate dal protagonismo di qualche archistar. in primis va salvaguardata la sicurezza e la stabilità dell’opera, del suo cantiere e delle maestranze coinvolte sia in relazione alla complessità prevista nei lavori che per la delicatezza dell’ambientefiume nell’alveo della Brenta in previsione di stagioni difficili dal punto di vista idraulico. non va dimenticato che dobbiamo al patto uomo-natura se il paesaggio in cui il ponte si inserisce è rimasto un unicum nel tempo contribuendo non solo ad essere riconosciuto come una icona intatta del meraviglioso territorio veneto ma anche la base identitaria della comunità che ci vive. Italia Nostra invita a considerare che… la progettazione deve essere rispondente alla esigenze della tutela ambientale e dei beni culturali; restauro, risanamento, Conservazione sono concetti culturali che non vanno mai dimenticati. la progettazione del restauro operi secondo una corretta metodologia articolata su fasi: analisi - progetto - Verifica e anche piani di futura manutenzione dell’opera. siano scientifici e appropriati: ricerca biblio-

grafica, archivistica, rilievi plano-altimetrici, disegni dal vero, documentazione fotografica, analisi costruttive e dei materiali, precisa ricerca storica sull’epoca di costruzione del ponte, sugli autori, sulla complessa successione dei restauri sino ai giorni nostri, sulla conoscenza della documentazione e con la consultazione di chi ha già operato negli anni scorsi per i restauri del ponte. la progettazione del restauro deve offrire soluzioni con funzioni specifiche: bisogna ottenere il contributo di tutti i settori tecnici coinvolti iniziando dall’analisi e diagnosi del dissesto, sino agli interventi di consolidamento; particolare attenzione sia destinata al colore finale dei legni di tutto il ponte. Criteri ispiratori siano la conservazione della materia storicizzata, l’attenzione alle nuove integrazioni e addizioni, il rispetto dell’assetto statico-strutturale storicizzato a partire dagli elementi di legno strutturali (pali di fondazione, stilate, colonne, ecc.) sino agli elementi decorativi. italia nostra sottolinea infine la necessità di un continuo, appropriato e pubblico interscambio delle informazioni disponibili alla popolazione e a tutti i soggetti portatori di interessi, attraverso una esposizione permanente dei documenti dei progetti di restauro del ponte.

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Testo tratto da: il restauro del ponte palladiano degli alpini a Bassano del Grappa (01 ottobre 2015), pubblicato sul sito nazionale in occasione della preparazione ai documenti programmatici per l’iniziativa educazione al patrimonio culturale per italia nostra (13.10.2015). www.italianostra.org/ il-restauro-del-pontepalladiano-degli-alpini-a-bassano-del-grappa


Andrea Palladio (Padova 1508 - Vicenza 1580) ritratto dal pittore veronese Orlando Flacco, autore di uno dei due ritratti citati dal Vasari nella biografia le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori. L’altro, oggi perduto, era di mano del veneziano Jacopo Tintoretto.

Va in sCena andrea palladio

di Natasha F. Pulitzer Architetto

Conte Giangiorgio Trissino dal Vello d’Oro (Vicenza 1478 - Roma 1550), ritratto da Vincenzo Catena, 1510.

Alvise Cornaro (Venezia 1484 - Padova 1566), ritratto dal Tintoretto. Mecenate, studioso di agricoltura, idraulica e architettura, autore oltre che di un trattato di architettura e uno sulle acque, anche del noto trattato “Della vita sobria”.

sulla figura di andrea della Gondola, in arte palladio (Barbieri 2008)1, esiste una vastissima letteratura. tutti concordano sulla genialità di questo grande architetto e teorico del passato. in questa pubblicazione due sono le argomentazioni a sostegno della sua attualità. la prima, l’occasione per affrontare i problemi all’ordine del giorno legati al restauro del ponte; la seconda, per evidenziare una posizione, seppure poco condivisa dal mondo accademico, del porsi in quell’ambito culturale che considera l’architettura un’arte che integra i saperi, fuori dalla specializzazione delle competenze disciplinari. il cambiamento richiede una riflessione civica come esercizio di democrazia, necessaria a superare quelle esclusioni disciplinari che vorrebbero ammessi a parlarne soltanto gli esperti professionali. l’argomentare dei testi in forma dialogica cerca di agevolare la comunità nel sentirsi coinvolta, spostando la discussione delle varie problematiche poste dal restauro, dalle polemiche procedurali e politiche, alla concezione architettonica. difficile ai tempi nostri immaginare che possa assurgere a tanta notorietà una persona che non abbia studiato, che non sia mai stato ricca e non abbia mai posseduto una casa in proprietà. Figlio di pietro della Gondola, mugnaio padovano (non nobile dunque ma una delle più antiche e importanti attività del mondo rurale) ancora adolescente si formi iniziando subito a lavorare come apprendista artigiano presso il tagliapietra M. Cavazza. Quando la famiglia si trasferisce a Vicenza, lo scultore Vincenzo de Grandi suo padrino, lo aiuta a iscriversi alla Fraglia di Muratori e scalpellini quindi prosegue la sua attività lavorando per una dozzina d’anni nel laboratorio del costruttore e architetto G. porlezza e dello scultore G. pittoni. È proprio nei

cantieri che andrea inizia i primi disegni del suo famoso Trattato a conferma della sua vocazione di vero Maestro di architettura. si capisce anche perché Francesco Milizia ne parlerà come persona che: dava estremo gusto, agli operari, dei quali si serviva, tenendoli sempre allegri, e trattenendoli con molte piacevolezze faceva lavorassero allegrissimamente. Aveva gran gusto d’insegnare a quelli con molta carità tutti i buoni termini dell’Arte, di maniera che non vi era muratore, scarpellino o lignaiuolo che non sapesse tutte le misure, i membri et i veri termini dell’Architettura. il giovane andrea si forma una notevole cultura attraverso la frequentazione e l’amicizia con importanti personalità dell’ambiente urbano veneto. Verso i trent’anni, si mette in relazione con l’accademia di alvise Cornaro e, lavorando nel cantiere della Villa in Cricoli a Vicenza, conosce il Conte Giangiorgio trissino che stava scrivendo il suo poema epico “l’italia liberata dai Goti”. il nobile vicentino, affascinato dai disegni e dagli scritti cui andrea stava già da tempo lavorando, ne diventa mentore e lo soprannomina Palladio, come l’angelo - anche un po’ architetto - che aiuta Belisario a cacciare i Goti dall’italia; un modo esplicito per promuovere un’architettura tutta Mediterranea, di matrice classica, dunque, romana e Greca, per affrancarsi dallo stile proveniente dal nord, che ancora caratterizza la repubblica e Venezia in particolare. la pubblicazione dei Quattro Libri, che ha luogo per la prima volta a Venezia nel 1570, pur contribuendo allo sviluppo della trattatistica, già codificata da Vitruvio (80 a.c. - 15 a.c) e ripresa, prima e dopo, da altri importanti architetti, ha il merito di introdurre per la prima volta le teorie disegnate accanto a quelle scritte: le immagini dell’architettura. Con questa pubblicazione, palladio rende condivisibile un vero repertorio tipologico di disegni e comuni regole compositive: un linguaggio cui tutti possano contribuire. Come osserva sergio los, è la prima stesura di una grammatica tipologica, una forma di alfabetizzazione architettonica, che ha reso buoni progettisti tantissime persone colte, anche se non laureate. Fino a quei tempi non esisteva l’idea di una possibile separazione tra ingegneria ed estetica, perché l’arte, e soprattutto l’architettura, era


Dopo secoli di ricostruzioni, compresa quella in pietra, che dura solo un anno (1525-1526) il ponte torna in legno, coperto e con cinque stilate, testimoniato in varie mappe come nel dettaglio di questa del 1557(?), Archivio di Stato, Venezia. Costruito nel 1531 e travolto nuovamente nel 1567, arriva finalmente nel 1569 il progetto palladiano - composto da disegni e modello in scala - che verrà realizzato nel 1570.

- e così dovrebbe essere oggi - un linguaggio composito, capace di comprendere nell’opera saperi molto diversi. ne consegue che, ogni opera, in primis anche il nostro Ponte Palladiano, deve possedere una organica coerenza fra spazio interno e architettura civica (tra pianta e facciate). anche se il Trattato ha influenzato per secoli il mondo intero, bisogna precisare che il suo sistema compositivo rappresenta la promozione di un linguaggio figurativo Mediterraneo solare e di una espressione urbana comunitaria. pur ispirandosi a templi classici costruiti con marmo pentelico, le opere da lui progettate promuovono un’architettura tipicamente veneta, povera, legata alla terra. Costruisce i muri portanti e le edicole, impiegando materiali locali: non solo la pietra tenera di Vicenza, ma il laterizio, lasciato spesso a vista, quindi rosso, a volte protetto da intonaci a base di calce, pozzolana, marmorini o coccio pesto, con all’interno pavimenti palladiani o alla veneziana2. palladio osserva le sapienti costruzioni rurali, ne comprende la logica e le ordina inventando la Barchessa. Questa diventa uno dei temi architettonici più distintivi delle sue opere che, insieme alle logge, le serliane e i portici mostrano in facciata l’asimmetria degli edifici rispetto al sole, perché aveva ben capito che, per gli esseri viventi sulla terra, è il sole che gira intorno alla terra, e non la terra intorno al sole. tornando alle diverse interpretazioni cui dà adito il Trattato Palladiano dopo la rilettura dei secoli successivi, l’architettura palladiana, traslata in chiave ideologica, dall’illuminismo e poi dal neoclassicismo, viene percepita in chiave solamente estetica, come monolitica e monocromatica: i suoi successi hanno influen-

zato la retorica di uno stile internazionale, capace di rappresentare il potere, rafforzando interpretazioni distorte del suo valore.

a supporto di questi temi, le pagine che seguono si articolano attraverso un prologo e tre atti: un’unica scena descritta da angolature diverse, non storia, non conoscenze, ma opere. Prologo - Come esordisce nel suo contributo Giandomenico Cortese, soprattutto orgoglio e pregiudizio segnano la storia attuale del ponte. egli condivide la necessità di riconoscere il palladio come cittadino onorario, per difendere un bene comune che è di importanza culturale, patrimoniale e identitario di portata internazionale.

Atto primo - all’epoca del Palladio a Bassano, erano presenti in città noti personaggi, orgogliosi della loro identità, della loro terra, pur aperti alle conoscenze che giungevano a Venezia via mare dal mondo, quindi informati, curiosi e consapevoli delle più innovative idee di una cultura internazionale. Fra questi, l’amico e mecenate conte Giacomo angarano3 (Vicenza 1526-1595) per il quale progetta il ponte sul Cismon (1554) e la sua Villa (1556). sostenitore anche del progetto del ponte, gli dedica i primi due libri del suo Trattato. l’intervento palladiano avviene a Bassano quando l’immagine dell’urbs-picta si allinea con l’architettura classica rinascimentale. per comporre la scena urbana, le facciate di quella architettura civica di strade e piazze che l’alberti definisce stanze a cielo aperto, diviene ricorrente l’uso dell’edicola come da lui teorizzata e declinata a varie scale. le riflessioni sul carattere grammaticale dell’architettura portano los a immaginare la città come una specie di letteratura

Giorgio Vasari (Arezzo 1511 - Firenze 1574), autoritratto, 1566-68. Galleria degli Uffizi, Firenze. Il Vasari che conosce personalmente Palladio, lo ricorda come uno “che vive solo per il suo lavoro e… con tutto il suo talento egli possiede un’affabile e cortese disposizione verso gli altri che lo rende a tutti favorito”.

Francesco Milizia (Oria 1725 - Roma 1798), busto opera di G. Bramati.


Da sinistra, casa rurale veneta con annesso portico esposto a mezzogiorno; barchessa di Villa Trissino a Meledo di Sarego (VI), 1567. Manufatto artigianale “ordinato” dal Palladio.

Questi dettagli testimoniano l’attitudine cromatica del Palladio. Facciata del Capitaniato: colonna in latterizio, con capitello corinzio e decori in stucco, piazza dei Signori, Vicenza, 1565. Interno della chiesa del Redentore: trabeazioni e capitelli, Venezia, Giudecca, 1577.

architettonica, che incorpora il linguaggio in uso, esplicitato dal Trattato. attraverso la scomposizione della facciata della chiesa di san Giovanni, los mostra come l’architettura regionale evocata da questo sistema classico, sia interpretabile, a differenza della declinazione toscana o romana, in termini di trasparenza e contrappunto (los 1991)4. Un sistema compositivo che guiderà i progetti bassanesi quasi alle soglie della seconda guerra mondiale, quando l’architettura, spesso attraverso i concorsi, tornerà modernamente gotica, ossia internazionale, richiamando scenari privi di identità, perciò ritrovabili in qualsiasi città occidentale.

Atto secondo - ora sergio los esordisce con un Basta Palladio…!5. Attraverso un dialogo fra bassanesi, propone una lettura critica dell’opera, fatta di figure e argomentazioni che interpretano i contenuti, i significati del testo proposto dal progetto. seguendo questo dialogo, emergono le varie problematiche e le possibili soluzioni, che consentono così di immedesimarsi nelle riflessioni fatte dal palladio per trasferire il codice dei ponti in pietra, composti dai romani, nel codice dei ponti in legno in uso nel territorio, aiutando a riconoscerne una profonda sapienza costruttiva e insieme idraulica. il palladio spesso interveniva con grande sapienza ordinando contesti preesistenti, come dimostrano la ristrutturazione della villa angarano e la ricostruzione del ponte che, anzi, da quel momento diviene parte cruciale dell’architettura civica per la forma e la funzione che svolge tutt’ora nella città

Atto terzo - sarebbe auspicabile realizzare il progetto di andrea palladio: così Francesco Zaupa conclude proprio recitando i pensieri di andrea palladio e di alcuni critici che si sono pronunciati sui passati restauri e ricostruzioni. dimostra che il ponte di Bassano è uno straordinario esemplare di sapienza costruttiva da comunicare, e che è possibile riproporre nella sua versione autentica. attento progettista e, pure,

profondo osservatore della storia, l’autore torna a confermare l’attualità del ragionare per figure del palladio: pesi e forme, non solo modelli numerici, sono ancora una volta il linguaggio usato per risolvere problemi anche squisitamente strutturali. arte e sapienza generano, cognizione e tecnologia convalidano. al contrario, se si considera l’oggetto del restauro una sostanza da conservare e al tempo stesso una struttura da trattare ex novo, si capisce perché la logica ne venga snaturata: il ponte diventa un personaggio travestito.

Quale epilogo? - l’auspicio che la comunità comprenda il pensiero degli autori nel sostenere l’attualità di palladio; scelga quindi, in continuità con il passato, di condividere le intenzioni di quel messaggio filosofico e cristiano che lui, come tanti suoi contemporanei, ha per oltre quattrocento anni portato nel mondo: la concezione dell’Architettura civica come espressione di una comunità responsabile che vuole abitare la terra in armonia con il Creatore.

Note

1) Giuseppe Barbieri, In arte Palladio, terra Ferma, Vicenza, 2008. 2) “Quei terrazzi sono eccellenti, che si fanno di coppo pesto e di ghiara minuta e di calcina e di cuocoli di fiume (…) e sono ben battuti: e devolsi fare nella primavera o nell’estate acciocché si possano ben seccare”. andrea palladio - I Quattro Libri dell’Architettura. 3) Giacomo Angarano, vita e opere di F.s. toniolo in L’Illustre bassanese n° 48 del 1997 con l’introduzione di G.B. Vinco da sesso Giacomo Angarano, fautore del Ponte di Palladio. 4) sergio los, Trasparenza e contrappunto nel sistema Architettura Veneto, iii corso estivo di progettazione “architettare la città storica”, Cisa, Vicenza, ago./sett. 1991. pubblicazione interna. 5) Basta Palladio…! è la riedizione dell’intervento di sergio los presentato nel 2015 agli incontri organizzati dall’ordine degli architetti, poi proposto al Museo come conferenza/discussione, col titolo: Il Ponte di Bassano - una corrida tra architetti e brentane; il testo sarà pubblicato in Galileo rivista in linea diretta da enzo siviero, e presentata nell’estate 2017, con Francesco Zaupa al Caffè dei libri a Bassano.


Veduta di Bassano dal Convento di san Fortunato, 1625, acquaforte, 192x143 mm, coll. privata.

palladio, il ponte, il nostro orGoGlio di Giandomenico Cortese Giornalista

orgoglio e pregiudizio. il titolo di uno dei più celebri romanzi della scrittrice inglese Jeane austen, pubblicato nel 1813, potrebbe ben suggerire il nostro atteggiamento nei confronti del ponte in legno, di ispirazione palladiana, che ha reso celebre la, e turisticamente singolare, la nostra città. «È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie», suggerisce l’incipit del romanzo. Fuor di metafora il “nostro” ponte rimane un patrimonio ambito, di storia, cultura (non solo architettonica), di relazioni. non possiamo privarcene. neppure ci è consentito perdere la sua primogenitura. le “avventure” del ponte, nei secoli, hanno sempre coinvolto l’interesse e la passione degli abitanti non solo di queste terre pedemontane. Forti dell’orgoglio di possedere, ed usare, un manufatto singolare nella sua unicità strutturale, compendio di genialità progettuali, nutrite e consolidate di esperienza. in alcune pagine delle cronache dell’importante monastero benedettino di san Fortunato, raccolte da don Franco signori sulla base anche di moltissimi documenti forniti o segnalati dalla famiglia sartori, attuale proprietaria del complesso conventuale, nella “praefatio”, scritta dal monaco benedettino Jacopo Cavacio (15671612) per la sua opera “illustrium anachoretarum elogia sive religiosi viri” stampata dal pinelli a padova nel 1625, si leggono interessanti considerazioni sulle premure verso il ponte, sul decoro, sulla fierezza appunto che arricchiva gli abitanti del borgo.

15 testimonianza che all’orgoglio si accompagnavano, come sempre, anche non rari pregiudizi “esso (il convento, ndr) - si legge in quei datati appunti - si trova su un breve rialzo di terreno a guardia del Brenta, che scende giù dalle alpi trentine, quasi a volerti mostrare in anticipo la furia delle sue brentane che troppo spesso ahimè si abbattono devastatrici sulla campagna. il fiume, che pur bagna le sue rive, non si presta molto alla navigazione, a motivo dei massi giganteschi che trascina con sé, quando, allo sciogliersi delle nevi o con la furia delle alluvioni autunnali, strappa, rapisce e porta via sull’onda limacciosa, argini, alberi e case… a settentrione si scorge Bassano, piccolo borgo murato, ma che regge bene al confronto di molte altre città più grandi e anzi le supera, splendido com’è per i suoi abitanti, le sue ricchezze e i suoi edifici.


Antonio Marcon, xilografia realizzata in occasione della ricostruzione del Ponte inaugurato il 3 ottobre 1948

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È diviso in due dal Brenta, ma unito dal suo ponte in legno, che supera in maestà ed eleganza ogni altro ponte in pietra. ad esso gli abitanti, premurosi del pubblico decoro, guardano con interesse ed orgoglio, disposti ad ogni cura ed ogni sacrificio”. ieri come oggi? i Bassanesi, ma non solo loro, non possono ignorare, e di questo si fanno vanto, a ragione, del fatto che nel terzo dei suoi Quattro Libri dell’Architettura, al capitolo iX, il mitico andrea palladio spenda parole, immagini, intuizioni geniali. non è comprensibile d’altronde l’interesse del maestro inimitabile a proposito del “suo” “ponte di legname” per Bassano se il palladio non lo avesse visto e ritenuto come una straordinaria singolarità. e non solo perché l’architetto lo ha disegnato su un “fiume velocissimo”. il fiume, là dive si erge il ponte, dice il palladio, è largo cento e ottanta piedi, una larghezza scomponibile in cinque parti eguali, con ai capi del manufatto travi di rovere e di larici. prudente ma meticolosa la descrizione della ipotesi costruttiva, uno studio approfondito delle correnti, delle portate, della tenuta delle rive, delle impilate, delle colonne a sostegno dell’opera. l’opera, palladio, la vuole “comodissima e bella”, per farne alla fine un ponte coperto, appunto bello nella forma lievemente arcuata, solida e forte. la storia ce l’ha consegnata così ideata, c’è uno spicchio d’anima a nutrire il progetto. non possiamo dimenticarlo, non ci è concesso violarla.

nei secoli questo ponte non ha solo riunito due rive, le comunità del borgo antico e quelle di angarano. se nel corso del tempo, ripetutamente altri progettisti ci hanno messo le mani, non ultimo il genio della serenissima, quel Bartolomeo Ferracina che ne rimaneggiò il profilo all’ennesima piena, un paio di secoli dopo, l’attenzione a quello che non è soltanto il simbolo di una comunità, quello in legno elemento anch’esso vitale, pulsante, dialogante ben più delle pietre - è divenuto, e non può che essere così, parte integrante dell’identità, luogo del cuore e dell’anima, segno della civiltà di Bassano, e forse non solo, ad osservare quanto emblematicamente è entrato nelle vene e nei sogni delle genti che popolano le antiche “Venezie”. il ponte di legno trasmette vita pulsante: è fatto per essere attraversato, evoca il passaggio, l’avventura, il viaggio, produce relazioni, genera scambi, è frontiera per incontri, offre opportunità di conoscenze. la forza poetica del ponte, il “nostro” ponte ci invita a rispettarlo. Mani d’artista, da sempre, lo hanno inciso nelle loro tele per farcene dono perituro perfino nelle immagini evocatrici. esso è il “nostro” ponte. parte presente dell’arredo urbano, che salda con il passato. la sua stessa maestosità grandezza si impone nella fantasia più accesa, nelle suggestioni financo d’amore (quel “bacìn” donato, che fa vibrare i cuori), nei racconti, in cui la saggezza si fa poesia e leggenda e si mescola all’umorismo e all’ironia, e la favola e la tragedia diventano coscienza e narrazione di voci anonime e corali, passato e presente, la profondità del tempo, impegno e speranza di futuro. il “nostro” ponte non deve più sgretolarsi: è strumento di misura, micro e macro per suggerire e verificare una appartenenza identitaria, metafora di relazioni, orma che segna i nostri destini. là ancora, in una dimensione onirica, alimentata dall’energia degli elementi, troveremo la forza, stringeremo mani, avvolti nell’elegia delle note, del fruscio vorticoso del vento, nel fluire delle acque. Così ancora, sul ponte ligneo di Bassano, ispirato solo da palladio.


Copertina de i Quattro libri dell’architettura di Andrea Palladio, Venezia 1570 con la dedica di Andrea Palladio del I e II libro al Conte Giacomo Angarano.

palladio a Bassano

di Sergio Los Professore di Composizione Architettonica Università IUAV di Venezia A - anche se a Bassano le persone colte dubitano che il ponte sia del palladio, tu continui a sostenere che la sua presenza in questa città viene continuamente evocata. ammetti, naturalmente, che sarebbe errato sostenerne l’esclusività dato che la città vanta tanti altri grandi artisti che, direttamente o indirettamente, vi hanno operato. È d’altra parte evidente che le opere del palladio, il ponte vecchio e la Villa angarano, sono state entrambe modificate da successivi interventi e gli storici hanno anche contestato, con documenti alla mano, molte credenze. dove trovi allora dei riferimenti concreti dei quali si possa dire, ‘questo è sicuramente palladiano?’. B - tu vorresti un riferimento puntuale autografo, certificato da irrefutabili documenti storici che lo confermassero come veritativo e che questo costituisse pure un controllo definitivo da adottare per situarlo nella storia dell’arte conosciuta, ovvero nell’estetica moderna. nell’estetica, dove peraltro il giudizio è soggettivo, non potrebbe neanche esistere tale enunciato verocondizionale. Monumenti e opere d’arte non sono oggetti fisici, materiali, sono

comunicazioni, messaggi, simboli, da interpretare, ‘leggere’, decodificare. inoltre, la trasformazione prodotta da quella estetizzazione ha radicalmente modificato, negli ultimi secoli, la nostra tradizionale cultura delle immagini, che essa rende internazionali attraverso la negazione della loro referenzialità. l’arte estetizzata è da percepire non da interpretare, essa non avrebbe, in analogia a quelle linguistiche, delle comunità iconiche per ‘leggere’ le rappresentazioni. se penso invece alla comunità culturale bassanese prima di quella moderna estetizzazione, quando l’arte era ancora un linguaggio e non uno stile, e considero l’architettura palladiana come parte del suo ‘complesso di sistemi simbolici’ usato per comunicare, allora posso avvertire molto chiaramente tale presenza. non

17 Ottavio Bertotti Scamozzi, Villa Angarano, ora Bianchi Michiel, a Bassano del Grappa, nella xilografia delle Fabbriche e i disegni di andrea palladio, T.XXIV, Tom.3, Vicenza, 1776-1786.


Da sinistra, Crocifisso ligneo dell’inizio del sec. Xiii. Immagine del Christus Patiens, con i simboli del sole e della luna, forse la più antica opera d’arte della città pervenuta ad oggi, Bassano, chiesa di San Francesco; san Cristoforo, protettore dei guadi, dei traghettatori e degli zatterieri, in un affresco della loggia di San Bortolo della prima metà del sec. XIII, oggi al Museo Civico; pagina tratta dagli Statuti del comune di Bassano, penna, inchiostro e tempera su pergamena, 1265-1266, Bassano, Museo Civico. la ss. trinità, affresco di Jacopo dal Ponte nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, 1570. In basso a sinistra il dettaglio del Ponte Palladiano, come si vede rappresentato anche nella nota mappa dalpontiana ripresa pochi anni dopo dai figli Francesco e Leandro (1583-1610), e nel particolare del dipinto a p. 11, podestà di Bassano (nicolò Mocenigo?) davanti alla Vergine in trono, 1582, Museo Civico.

sono le cose materiali che costruiscono il mondo, ma la cultura dello sguardo che guida il comportamento (Goodman 1978)1. A - Cosa sarebbe per te questo ‘complesso di sistemi simbolici’ usato dalla nostra comunità culturale? Cerchiamo di comprenderci per poterne discutere. avverto nelle tue parole una discontinuità fra l’arte di andrea palladio e Jacopo dal ponte da una parte, l’arte moderna e contemporanea dall’altra. Mentre la prima, l’arte, apparterrebbe a una comunità simbolica, la seconda, l’estetica, sarebbe internazionale? Fammi capire.

B - penso che sia esistito per secoli prima della modernità, e non solo in italia, un sistema composito di comunicazione che incrociava diversi linguaggi: verbale, figurativo, architettonico, morale, et cetera, un ‘sistema a codificazione multipla’ che caratterizzava le culture civiche. Credo che dovremmo considerare cultura proprio questo complesso di comunicazioni operanti in una comunità culturale, che aveva anche una specie di memoria esterna nei libri, ma anche negli edifici, in quadri e sculture, tale da costituire - accanto alla letteratura - un complesso di opere che incorporavano tale composito sistema, cui tutti potevano attingere apprendendolo e arricchendolo attraverso l’uso comune. pensa al cinema, a fumetti e fotoromanzi, al teatro e magari all’opera, dove testi e figure, immagini, scene, sono esempi di quel sistema composito. Ma oggi le immagini non hanno più referenti simbolici, sono descrizioni fotografiche di scene realistiche, non linguaggi figurativi. Usualmente si crede che sia linguag-


gio unicamente quello verbale, e che il ‘mondo esterno’ appartenga alle tecno-scienze che lo misurano e non alle arti che lo usano per comunicare. l’esperienza del ‘mondo esterno’ ha da essere quella di un mondo unico per tutte le comunità dell’universo (che sono comunità unipersonali, ossia menti individuali), e non correlato alle diverse comunità culturali che lo costruiscono come un ‘umwelt’ per sopravvivere in esso e con esso. A - non penserai, spero, a una forma di armonica coerenza caratteristica di una utopica comunità ideale che, disponendo per comunicare di tutti questi linguaggi, viveva una volta felicemente senza contrasti e conflitti, interni ed esterni? B - Certo che no, non solo litigavano, ma ancora di più pativano i contrasti che ne emergevano. Condividendo i linguaggi, essi avevano modo di argomentare le proprie ragioni: i linguaggi si sviluppano proprio per questo. se non conosci gli argomenti degli altri attraverso un comune linguaggio, non puoi neanche sapere che sono diversi dai tuoi, non puoi considerarli diversi. solo la condivisione del linguaggio può farti vedere la loro diversità, altrimenti non puoi considerarli altro che estranei. Ma allora non puoi nemmeno discutere con loro, dovresti semplicemente allontanarli, come ‘barbari’. Così infatti i greci chiamavano le persone che non parlavano il loro linguaggio, quelli dei quali non potevano ascoltare le ragioni. i linguaggi emergono proprio per poter riconoscere intese e conflitti, per litigare e discuterli cor-

reggendo gli errori che tali linguaggi rendono evidenti (Cacciari 2016)2. la reciproca estraneità del multi-culturalismo, imposta dal liberalismo borghese, genera una pace che tollerando gli antagonismi finisce per renderli esplosivi, incorreggibili. Come è accaduto al quasi pacifico secolo XiX che portò alle drammatiche rivoluzioni politiche di quello successivo, il novecento. A - tu vorresti dunque convincermi che l’architettare sia un linguaggio e che nell’architettura civica della comunità bassanese sia incorporato un sistema simbolico con evidenti accenti palladiani, usato per costruire. sostieni anche che quello fosse un linguaggio composito che intrecciava parole e immagini e che ne fosse stato sospeso l’esercizio dall’avvento della estetica quando ha sostituito l’arte. Mi pare poi che attribuiresti all’iconoclastia diffusa dalla cultura riformata quella perdita di referenti subita dalle immagini. Una volta accettato l’architettare come un sistema di comunicazione, questo diventerebbe qualcosa che mi pare poco contestabile. se i tuoi argomenti fossero corretti, farebbero comprendere tante altre cose pertinenti, sarebbe allora ragionevole considerare non tanto gli interventi puntuali storicamente documentati (come faremmo con gli indizi volti a dimostrare i fatti in un processo intentato contro un colpevole), ma uno stile pervasivo nel quale, da un certo momento in poi, posso convenire che sia riconoscibile anche l’influenza palladiana.

Entro la seconda cerchia di mura c’è la prima piazza di Bassano nella quale sorgevano nel Duecento la Casa del Comune, le residenze ezzeliniane, e il fondaco dei Grani, poi ristrutturato e adibito (1494) a Monte di Pietà che reca ancora infisso il più antico stemma della città: due leoni rampanti ai lati di una torre. Questa severa costruzione rappresenta un interessante esempio di edificio con il doppio involucro: all’interno mantiene la struttura lignea medioevale con tetto a capriate, mentre la facciata in pietra, costruita in epoca successiva, si trova in allineamento con gli edifici urbani a comporre la piazza; Synergia Progetti, 1989.


Gaspare Fontana, Casa dal Corno e Casa MichieliBonato, olio su tela, primo ’900. Bassano, Museo Civico. Rappresentazione dei fronti orientali di piazzotto Montevecchio affrescati all’esterno e all’interno, secondo la tradizione medievale dell’urbs picta. Entrambe datate 1539, la casa dal Corno è opera di Jacopo dal Ponte, la casa Michieli-Bonato è opera di Francesco e Bartolomeo Nasocchio, i massimi esponenti di quest’arte, fino a quando il Palladio introduce anche nell’architettura civica privata il sistema compositivo classico.

20 L.B. Alberti, emblema dell’occhio alato con il motto “Quid tum”, disegno dal manoscritto di lavoro dell'autore, iconografia tav. 9a, 9b Firenze, 1446-50, Biblioteca Naz. Centrale.

Didascalia Didascalia

B - le varie rivoluzioni borghesi, che iniziano con la riforma e proseguono con la rivoluzione anglicana, quella francese e quella statunitense, hanno portato alle crisi controrivoluzionarie del novecento, sfociate in forme di capitalismo socialdemocratico, fino agli anni ottanta del secolo scorso, quando riprende fiato il neo liberismo che ripropone con la globalizzazione la ‘grande trasformazione’ (polanyi 2010)3. tutto questo confonde perfino la comprensione di un movimento della comunità culturale italiana, che è l’Umanesimo. esso propone una specie di ‘svolta linguistica’ che risale a dante e giunge fino a Vico e pone al centro l’umano attraverso il linguaggio, la comunicazione umana, quindi anche quella comunità linguistica che si costituisce nel linguaggio (apel 1975)4. evidentemente l’umanesimo ha interessato le arti e fa emergere il rinascimento, che è proprio primariamente un rinascimento della comunicazione, del linguaggio: proprio per questo, l’umanesimo celebrava quel sistema simbolico composito che intrecciava, come ho finora sostenuto, le immagini e le parole. nella citata introduzione a Umanisti italiani Massimo Cacciari giustamente include una iconografia, senza la quale - senza vedere, ‘leggere’, la quale - il senso sarebbe rimasto incompleto. per fortuna la nazione non esisteva, quindi l’invito a riprendere quella cultura, che come tutti i linguaggi migliora col

tempo e non diviene mai antiquata, non corre rischi di nazionalismo. Così il mio discorso diviene politico, come lo era l’Umanesimo: per questo sostengo la necessità politica di riattivare con l’umanesimo quel complesso di sistemi simbolici del quale il ponte e la sua manutenzione - primariamente simbolica - è fondamentale. il linguaggio insito nel ponte tiene unita o disunita la comunità civica di Bassano, la rende parlante o muta. per questo tutto quello che riguarda il ponte è primariamente una questione politica. A - Quanta passione metti in questa accorata difesa dell’umanesimo incorporato nel ponte!


Didascalia Didascalia

non mi farò trascinare dal tuo entusiasmo, anche se ne riconosco le ragioni: sono le conseguenze che mi preoccupano. Chi ti segue in questa proposta transizione? Quale città, più o meno stordita dalla propria smartness, potrebbe raccogliere questo programma civico, politico? Come potrebbe sopravvivere in un globalismo moderno, ansioso e istantaneista? in fondo siamo a Bassano del Grappa, una piccola città veneta, anche se bellissima. B - non devi dimenticare che andrea palladio è tanto amico di Giacomo angarano da dedicargli i primi due de I Quattro Libri dell’Architettura

(palladio 1570)5. il Trattato Palladiano è forse l’opera che ha maggiormente convinto gli architetti - e non solo italiani o veneti - a condividere un comune linguaggio architettonico. non accadeva da secoli, e non accade neanche oggi. È ben vero che esso proviene dall’architettura romana classica, che a sua volta procede da quella greca, ma che Vitruvio codifica e che i romani esemplificano in tutta l’europa dove costruiscono città, tenendo pure conto delle diversità climatiche dovute alle diverse latitudini. Un linguaggio glorioso molto sperimentato, su cui si innesta tutta l’esperienza della cultura civica cristiana nelle tante città italiane ed europee che lo hanno usato. Una esemplificazione straordinaria di quello che intendo come umanesimo, un lavoro pratico sul linguaggio architettonico che per secoli ha fatto costruire il paesaggio veneto che conosciamo. Un linguaggio però, non uno stile. l’estetica - matrice degli stili - verrà due secoli dopo palladio, e sarà proprio essa a far eludere i contrasti trasformando in trasmissioni le comunicazioni e togliendo loro ogni referente, che avrebbe potuto far comprendere le diversità degli estranei. A - Una lunga storia, dunque, che giustifica il successo internazionale del Trattato Palladiano e del quale, secondo te, Bassano reca tracce riconoscibili.

21 Matteo de’ Pasti, Medaglia di leon Battista alberti, 1446-1454 ca., bronzo, ø 92,5 mm. Verso: serto d’alloro, occhio alato e motto QVID TVM con iscrizione MATTHAEI / PASTI / VERONENSIS OPVS. Firenze, Museo del Bargello.

Anche il comprendere le dissonanze tra mondi diversi implica una condivisione del linguaggio. Possiamo interpretare l’occhio alato, Quid tum, “se allora”, come un invito a quel pensare per figure che mette in dubbio la visione di uno stesso mondo preesistente e indipendente.


A. Palladio, del pantheon, oggi detto la Rotonda, nel quarto de i Quattro libri dell’architettura, cap. XX, LLLL p. 73. Il Rilievo, un esempio di “filologia architettonica” dell’umanesimo palladiano; non è uno stile ma un linguaggio codificato.

22 de cinque ordini che usarono gli antichi, proposte dal Palladio nel primo de i Quattro libri dell’architettura.

B - Vorrei parlare di genealogia più che di storia: ereditiamo questo linguaggio della comunità culturale che lo incorpora come un parlare famigliare che ci rende più prossimi, in un tele mondo di megalopoli e di estranei. Questo linguaggio italiano classico di palladio ci avvicina e la lunga permanenza delle sue espressioni ne fa sentire la potenziale comunanza: un po’ come il ponte che favorisce gli incontri con la sua innegabile convivialità. pensa ai disastri provocati dalla perduta condivisione di quel sistema simbolico composito, di quel linguaggio composito, che palladio ha rianimato nelle città col suo Trattato. Usare uno stesso lin-

guaggio vuol dire rafforzare il senso di appartenenza della comunità civica, l’analogo della comunità linguistica che vorrei chiamare ‘comunità simbolica’. Vuol dire soprattutto comprenderlo e ‘parlandolo’ farlo proprio, rendere discutibili le sue espressioni, ovvero i suoi edifici, le sue strade, i suoi paesaggi, contribuire al suo svolgersi, diventando così con-cittadini. senza un comune linguaggio le città si perdono, la corruzione del linguaggio disconnette le comunità politiche, invece di farle discutere apre l’arena degli insulti, verbali prima ma poi capaci di portare, come tutte le liti, agli spintoni o peggio. se manca un comune linguaggio è inutile fare piani regolatori, anche perché ai carabinieri non si arriva quasi mai. A - non so quanti a Bassano, e fuori Bassano, saprebbero comunque riconoscere la classicità del ponte, il suo umanesimo e la sua comunanza (come tu la chiami) con la chiesa di san Giovanni, per esempio, o con altri edifici palladiani. pensa che negli anni delle relazioni tra palladio e angarano, a Bassano operava un importante laboratorio di pittura del grande Jacopo detto Bassano che, nella sua grandezza, sarebbe difficile assimilare, come potremmo fare con altri suoi contemporanei, alla classicità palladiana, anche se appartenevano alla stessa comunità simbolica. B - per questo ho sostenuto che condividere un linguaggio fa emergere le discussioni: il ponte di Bassano ne ha risolte tante, ma ne ha sicuramente attivate altrettante, non ultime quelle attuali. però l’umanesimo, che di conflitti ne ha avuti tantissimi, potrebbe comprenderle, e farle comprendere meglio. Basta comunque confrontarlo con la versione del Ferracina per comprendere il senso di quella classicità, come anche della sua anti-modernità. Considero I Quattro Libri dell’Architettura l’opera più rilevante di andrea palladio, quella più attuale nella sua lontananza da quel mutare compulsivo, così caro ai moderni istantaneisti. Come tutti i linguaggi anche il linguaggio esplicitato dal Trattato mira a preservare un architettare classico, sia pure con le essenziali articolazioni culturali, spaziali e temporali. Classico è infatti sinonimo di tipico, oltre le mode. È tanto difficile per i moderni accettare il Trattato Palladiano, che preferiscono pensare


alla sua grandezza ‘nonostante’ quella che considerano una ‘narcisistica pedanteria nel pubblicare le proprie opere’. Vi è perfino chi, come n.J. Habraken, lo considera colpevole dell’ossessione che mostrano gli architetti moderni per gli oggetti architettonici monolitici, puntuali, disconnessi (Habraken 2005)6. È lo sguardo moderno che isola la ‘rotonda’ dai suoi contesti: quello del ‘linguaggio architettonico’ con cui è composta, che è sintetizzato ne I Quattro Libri, e quello del contesto di paesaggio da essi costruito che incorpora tale linguaggio, come avverrà pure nei secoli successivi. occorre osservare che non

tutti i linguaggi possono essere condivisi, devono avere una struttura grammaticale come quella dell’ordine classico esplicitata da palladio, evoluzione che implica la transizione dalla oralità alla scrittura, che corrisponde, in architettura, alla transizione dalla costruzione alla progettazione della costruzione (alla costruzione progettata), ovvero a quella scrittura dell’architettura che è il disegno come sistema di notazione. palladio ‘ordina’ le architetture vernacolari preesistenti, il parlar materno delle nostre campagne e città, le barchesse e i palazzi, i ponti, le strade e gli edifici pubblici, in modo da renderli progettabili da tutti coloro che vo-

Sebastiano Lovison, il Brenta dal ponte di Bassano, bulino con acquarellatura d’epoca, 330x438 mm, 1827, coll. privata. Nella stampa si può osservare l’“ordine Toscano” adottato nella composizione della loggia.

Nei cinque ordini delle “edicole” troviamo sintetizzate tutti gli elementi compositivi che consentono di formulare le diverse frasi architettoniche alle varie scale; i singoli elementi in cui l’edicola è scomposta: basamenti, colonne, capitelli, trabeazioni, consentono di comporre porte finestre e nicchie negli interni, portali, porticati e prospetti degli edifici variamente orientati che a loro volta disegnano la scena urbana, quella stanza senza soffitto che è lo spazio civico, esprimendo caratteri diversificati.


Copertina del libro palladio’s Children. Rappresenta molto bene l’interpretazione moderna che considera Palladio un compositore di oggetti edilizi decontestualizzati (N.J. Habraken, op. cit.)

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gliono contribuire all’uso di tale ‘linguaggio’. Giacomo angarano progetta nelle sue campagne una grande villa (oggi san Giuseppe) che somiglia a palazzo Chiericati: ed è una sua composizione resa possibile da I Quattro Libri. palladio è molto impegnato a rendere possibile quel contesto che Habraken chiama ‘field’ (campo), proprio inducendo gli architetti del suo tempo a condividere un comune ‘linguaggio architettonico’, fondamentale nel rendere riconoscibile l’architettura civica delle città che lo usano, e non solo per costruire singoli oggetti edilizi ma anche parti di città nel Veneto e oltre. egli lavora a far coincidere in una sola ‘letteratura architettonica’ i due contesti, quello del linguaggio e quello della città dove il progetto viene costruito. Contesti che la modernità estetizzata tiene separati per rendere internazionale l’architettura. A - tu dunque non condividi quella tendenza moderna a condensare l’architettura in oggetti monumentali, individuali e auto-referenziali, basati sulla dialettica figura-sfondo, volti a far risaltare la propria coerenza formale decontestuale, contrapponendola all’informale irregolarità del tessuto, del ‘campo’ nel senso di Habraken? non vedi l’ascendenza soprattutto

rinascimentale nelle voci di artisti importanti, capaci di elevare la propria voce sul confuso rumore di fondo, informale e incoerente? B - Credo che questa sia l’interpretazione distorta del nostro umanesimo come un’anticipazione dell’individualismo sviluppato dalla cultura riformata. l’umanesimo punta invece sulla comunità simbolica, che usa quel complesso di sistemi simbolici a codificazione multipla, e sul carattere multi-temporale del paradigma linguistico, lontano dalla modernità cronologica, istantaneista. È una cultura civica, fondamentalmente politica, quella umanistica. per comprendere quanto palladio fosse interessato ai tessuti delle città, a quei ‘fields’ urbani, che tu chiami ‘rumore di fondo’, occorre considerare il carattere multi-scala e discretizzato del sistema simbolico, proposto dal Trattato Palladiano attraverso gli ‘ordini’ del sistema classico. Gli elementi compositivi riproposti da palladio, grammatiche e repertori tipologici, sono intrinsecamente multi-scala, si possono usare per comporre una strada come un edificio, una piazza come una porta, ecc. non è un caso che saranno proprio gli architetti dell’illuminismo a far passare l’architettura - dopo le sperimentazioni barocche - dagli elementi compositivi degli ordini ai volumi modellati dei singoli edifici, dalla composizione alla modellazione. essi rendono dominanti i volumi geometrici complessivi sui loro elementi compositivi, la contrapposizione tra composizione e modellazione, dove la prima non esiste senza implicare i preesistenti elementi compositivi da ri-comporre a varie scale mentre la seconda presuppone un’originaria tabula rasa, il rifiuto moderno di qualsiasi tra-

Differenza fra Composizione e Modellazione. Composizione (a sinistra): l’edificio è scomponibile in elementi compositivi che si possono ri-comporre in altri edifici (sopra, A. Palladio, S. Giorgio Maggiore, Venezia 1566; sotto, A. Loos, edificio sulla Michaeller Platz, Vienna 1910. Modellazione (a destra): l’edificio non può essere scomposto, una modellazione monolitica di linee e piani non ulteriormente ri-componibili in altri edifici (sopra, G. Behnisch, Hydrosolar Institute Building, Stuttgart, 1987; sotto: E Mendelshon, Einsteintum, Posdam, 1920-24).


prospetto del palazzo schwarzenberg di Johan Berhard Fisher Von erlach a Vienna, 1697 e il disegno purificato da qualsiasi ornamentazione. L’analisi logica di una proposizione verbale o architettonica richiede una ri-scrittura che riformula, eliminando tutto ciò che risulta superfluo (spesso sviante), per comprenderne il senso. L’analisi proviene dal libro ludwig Wittgenstein, architetto di Paul Wijdeveld, Electa Milano, 2000.

dizione compositiva. Vale per qualsiasi linguaggio, verbale, musicale, floreale, e anche per quello architettonico (los 1997)7. A - dunque, per te il carattere intrinsecamente compositivo modulare dell’architettura tradizionale spiega anche l’interesse che la cultura del restauro ha per la ‘nave di teseo’ (Cristinelli 2017)8. la continua sostituibilità degli elementi ammalorati con nuovi elementi consente una sistematica manutenzione, senza far perdere all’opera architettonica la sua identità. il giustamente citato paradosso filosofico che la nave di teseo solleva, pone la questione se anche dopo una sostituzione completa di tutti i suoi elementi compositivi fisici, possiamo asserire che abbia preservato intatta la propria identità. possiamo infatti aristotelicamente asserire che la ‘sostanza’ della nave sia interamente mutata, ma la sua ‘forma’ sia rimasta intatta. B - non credo che possiamo asserire che sempre la forma abbia questa priorità sulla sostanza. il passaggio dalla oralità alla scrittura, dalla costruzione al progetto della costruzione, risolve anche questo paradosso. Un testo inciso su una lastra di pietra oppure scritto con inchiostro su un foglio di carta non muta il proprio significato: è mutata la sostanza, ma preservando

la forma possiamo preservare l’identità del testo. occorre naturalmente comprendere il modo di simboleggiare del sistema simbolico usato, è quello a distinguere cosa è forma e cosa è sostanza. la minuta modularità compositiva dell’architettura alle varie scale rende possibile, oltre al restauro delle sue identità, anche una flessibilità volta a consentire eventuali modificazioni e a facilitare le tante relazioni col contesto, composto con gli stessi elementi. dall’illuminismo in poi questa modularità compositiva si perde e l’accento passa dalle parti all’intero, dagli elementi compositivi al volume complessivo, dalla composizione alla modellazione. Così emerge l’architettura moderna e svanisce l’architettura civica. A - Vorrei tornare sul disegno come sistema di notazione, credo che il suo senso sia stato molto trascurato nella corrente cultura architettonica. il disegno ha sempre un carattere strumentale ed è peggiorata questa sua strumentalità dall’avvento del disegno informatico. Usualmente si crede il contrario, ma è un tema che dovremmo approfondire per comprenderne l’originalità e la fecondità. per il modo come ne parli mi pare che, secondo te, la modernità non ha migliorato il ruolo di partitura del disegno di progetto.

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Claude Nicolas Ledoux (1736-1806) Casa Jarnac e Casa ludwig Wittgenstein per la sorella Margaret a Vienna, 1927.


Disegno come sistema di notazione: sopra, un quadro comparativo delle corrispondenze fra linguaggio verbale e quella del sistema simbolico architettonico; sotto un possibile repertorio tipologico di elementi compositivi alle varie scale, disegno di Sergio Los (dsl da ora in poi).

Il vecchio Ponte di Bassano del 1567 “ordinato” nella partitura proposta da Palladio nel 1570; a destra, foto del ponte attuale comparato con un disegno del progetto palladiano (dsl) di p. 19.

B - alla tradizione romanica, anche dopo la sua evoluzione nell’architettura gotica dell’europa continentale, mancava il ‘disegno come sistema di notazione’ che - nei processi di progettazione della costruzione e nelle varie pratiche manutentive, come nelle ‘partiture’ esecutive e nei trattati/manuali di apprendimento - doveva rendere

insegnabile, dunque condivisibile, il sistema architettonico (Goodman 1976)9. Vitruvio lo aveva teorizzato (Vitruvio 1997)10, ma è soprattutto con palladio che il disegno diventa effettivamente il linguaggio teorico con cui argomentare e comunicare l’architettura. il Trattato farà il giro del mondo, usabile per le sue immagini anche dove il linguaggio verbale richiedeva traduzioni. l’introduzione del ‘sistema di notazione’ nella produzione iconica dagli arredi ai vestiti, dai quadri alle sculture, dalle case alle strade e piazze, fino alle città e ai paesaggi, costituisce nel sistema delle figure quella transizione dalla oralità, della produzione artigiana diretta, alla scrittura, dei disegni che sono usati nel progetto e nella manutenzione, nell’insegnamento e nella teoria. l’architettura acquisisce così un doppio codice, che è analogico nella costruzione e digitale nel progetto, per cui possiamo considerare fenotipo il progetto realizzato e genotipo il disegno di progetto (Hoffmeyer 1991)11. A - Questo porterà a quella divisione del lavoro fra designer, ingegneri e architetti da una parte, e produzione industriale dall’altra. tutta la moderna produzione passa attraverso questa distinzione che proponi tra le tecnologie e le conoscenze del progetto e quelle della sua industrializzazione, fino all’attuale comandata robotizzazione12. B - in realtà, il disegno di progetto emerge dal linguaggio figurativo di artigiani e artisti attivi nell’italia del XV secolo nell’ambito della cultura umanistica, mentre la produzione industriale nasce nell’inghilterra del XVii secolo. il loro incrocio ha preso un percorso che poteva anche essere diverso. l’attuale robotizzazione industriale sbaglia, poiché presuppone che gli


Villa Angarano-Morosini è stata ideata nel 1590 dal conte Angarano con l’aiuto di Silla, il figlio più giovane di Andrea Palladio, per essere costruita su quattro ettari in riva alla Brenta. Nelle parti realizzate della loggia laterale a due piani, vediamo la grammatica compositiva del Palladio: proporzioni, partiture ordini che ricordano il Palazzo Chiericati di Vicenza. Oggi è conosciuta come villa Angaran San Giuseppe.

umani abbiano bisogno di prodotti, investendo in essi meno lavoro possibile e minime risorse energetiche e materiali. il lavoro è considerato un biblico castigo da ridurre al minimo e le macchine dovrebbero sostituirlo, beffando chi voleva farcelo fare. Credo invece che gli umani abbiano bisogno soprattutto di lavorare, migliorando la qualità del lavoro e non riducendolo. il lavoro è una forma di comunicazione e di pensiero che si fonda su sistemi simbolici condivisi nell’ambito di comunità simboliche, volto a rendere le persone consapevoli e responsabili. Questo era (ed è), in fondo, la questione fondamentale dell’umanesimo. dovremmo immaginare una specie di pianoforte che invece di produrre sonate producesse sedie o vestiti, in base a partiture da eseguire con l’abilità di interpreti colti. Così erano molti laboratori artigiani nell’epoca umanistica. Questo porterebbe

a rendere creativi gli interpreti e a far loro comporre nuove sedie e tavoli, anche tenendo conto delle esperienze dirette delle comunità simboliche di appartenenza. il percorso dei robot è in linea coi dispositivi di ascolto della musica che non richiedono alcuna competenza musicale né abilità interpretativa. due vie che mettono a confronto il percorso del pianoforte, delle tecno-arti e quello del grammofono, delle tecno-scienze. le catene di montaggio presupponevano forza-lavoro che non contribuisse a migliorare i prodotti, non facessero apprendere nulla a quelli che le “suonavano”. A - Mi sembra una osservazione interessante che andrebbe approfondita, coerente con quel complesso di sistemi simbolici a codificazione multipla cui accennavi all’inizio. non riesco a comprendere né a valutare la sua fattibilità. soprattutto non vedo politicamente chi sarebbe pro e chi contro una tale evoluzione. B - il disegno/partitura, che nel sistema architettonico doveva essere il passaggio dalla oralità alla scrittura, dalla costruzione al progetto della costruzione, nelle mani della cultura industriale diviene invece il supporto di quell’industrial designer che salta dal cucchiaio alla metropoli, ma è un’interfaccia tra il prodotto e il suo marketing, come quando nelle medicine si aggiungono alle materie chimiche terapeutiche i colori e i sapori che le travestono per renderle più gradite ai ma-

Concio in chiave d’arco del portale di villa Angarano-Morosini scartato al tempo di un rifacimento. Rappresenta lo stemma (1595 ca.) della famiglia Angarano (del Sole). Rilievo su pietra rossa oggi collocato nel lapidario del Museo Civico di Bassano, dono della famiglia Finco.


La chiesetta di Santa Maria delle Grazie incastonata tra le mura e gli antichi edifici (costruita nel 1492 e completata agli inizi del ’600) si distingue per la sua bianca facciata settecentesca, una edicola scandita da quattro lesene ioniche e ornata, al culmine del frontone.

La Porta delle Grazie si ritiene sia stata commissionata nel 1560 dal podestà Giovanni Tagliapietra all’architetto bassanese Francesco Zamberlan (1529-1606), allievo, amico e collaboratore del Palladio autore della Rotonda di Rovigo e della villa Morosini Cappello di Cartigliano (VI).

28 Palazzo Roberti, in via Jacopo dal Ponte. La facciata esemplifica il sistema compositivo palladiano ricorrente in città.

lati che non devono sapere cosa veramente prendono. alle prestazioni del prodotto pensa l’ingegnere, alla sua estetica pensa l’architetto designer. poi non è detto che qualche bravo architetto non inventi anche qualcosa di buono. A - Quindi per te è difficile salvare la modernizzazione industriale, dato che quella non può diventare un’avventura volta a migliorare la futura condizione umana in un mondo sempre più affollato. non potrebbe convertirsi in un mercato sostenibile di ‘prodotti verdi’? operare a favore dell’ambiente naturale invece che contro di esso? B - se si mettesse su questa via passerebbe dalla parte delle comunità culturali e abbandonerebbe quel mercato internazionale che da cinque secoli si è messo contro il pianeta. Quel lavoro di costruzione delle città che emerge dal Trattato Palladiano è vicino all’economia civile di antonio Genovesi, che insegnava nella napoli di Giambattista Vico, la stessa napoli che l’italia come nazione ha reso una società dominata da bande di corrotti e corruttori. Quella di Vico e Genovesi era un’alternativa umanistica alla cultura di Cartesio e smith, e l’abbiamo purtroppo tradita. le città venete che costruivano l’architettura palladiana non erano mica le città industriali del progressismo moderno, avevano ereditato una cultura diversa, non lontana da quella di napoli, che dovremmo meditare nel presente. Quando arriva nel Veneto, e a Bassano in parti-

colare, il Trattato Palladiano supporta una tradizione compositiva che durerà tre secoli, fino alla fine del XiX secolo. la modellazione moderna era allora assai lontana, ma cosa accade quando arriva quella modernità nella quale noi siamo tuttora immersi? arriva la ‘grande trasformazione’ che, con alcune potenti mitologie tipicamente moderne, cercherà di annientare le comunità culturali, comprese quelle architettoniche13. l’architettura non sarà più uno dei linguaggi operanti nelle culture di tali comunità civiche. l’istituzione dell’individuo universale voluta dalla riforma e dal liberalismo economicopolitico delle tecno-scienze - porterà con la razionalizzazione sociale promessa dal libero mercato internazionale, a quelle forme di vita metropolitana globalizzata che renderanno architettura e città reti di strumenti tecnologici che trasmettono informazioni disciplinari, incapaci di comunicare. A - insomma, tu vorresti che il restauro del ponte costituisse un’occasione per rianimare quel tradizionale patrimonio di cultura architettonica umanistica, che a Bassano come in tante altre città venete e italiane è stato presente per secoli di architettura condivisa. non per ripetere stilemi neo-classici, naturalmente, ma per aggiornare quegli elementi compositivi adeguandoli alle varie architetture civiche regionali attraverso una progettazione bioclimatica multi-scala. Vorresti vedere anche il ponte re-


Interpretazione della composizione della facciata della chiesa di San Giovanni in piazza Libertà; risalente al 1308, fu ricostruita tra il 1747 e il 1782 dall’architetto bassanese Giovanni Miazzi (1699-1797) che la progettò dopo l’incontro con Francesco Maria Preti (1701-1774), in termini di trasparenza e contrappunto dei vari elementi compositivi caratteristici del sistema architettonico palladiano. Qui i colori sono solo un aiuto alla lettura (dsl). La rotazione della pianta originaria (est-ovest) e lo spostamento dell’altare maggiore sul centro del lato lungo impone la rotazione anche della facciata che si affaccia sulla piazza che risulta pertanto con una porta centrale e due laterali.

sistere alla progressiva sottomissione delle culture, imposta dalla mercantile globalizzazione. B - l’identità veneta incorporata in quell’architettura, originata dal Trattato Palladiano, verrebbe altrimenti cancellata dall’estensione delle moderne periferie anche nei centri storici. Cosa che avverrà se non sapremo difenderli, facendone comprendere il fondamentale valore simbolico. alla quarta rivoluzione industriale che chiede ulteriori consensi, in nome di un futuro trans-umanistico14, con sempre nuove trionfalistiche promesse, dobbiamo chiedere, invece, di rispondere delle tante promesse non mantenute, fatte dalle altre precedenti rivoluzioni, che - senza prometterlo - hanno ridotto il pianeta a preconizzare una possibile ‘sesta estinzione’ (Kolbert 2014)15. da secoli la tendenza insistente di tutto quello che ha luogo nelle società moderne è marcata da quel ‘doppio movimento’ - per usare le parole di Karl polanyi - che condiziona il progresso della modernità alla progressiva sottomissione delle comunità culturali, dei linguaggi con le loro letterature, delle tradizioni architettoniche, delle città, et cetera. A - secondo te, pochi si rendono conto di cosa vorrebbe dire portare a termine quella distruzione delle comunità culturali che, nel ‘doppio movimento’, vuol dire il dominio compiuto della tecnologia economica sulla politica. B - proprio così: bisogna avere la capacità di

anticipare quel futuro, vedere gli esiti del progetto moderno, una unica e uniformata megalopoli planetaria, retta da una muta democrazia rappresentativa mondiale, gestita da mostruosi strumenti di controllo sociale e politico. la progressiva corruzione dei linguaggi è già in corso, la loro graduale transizione da comunicazioni a trasmissioni, comandi, suggestioni, ricatti, è visibile nel progressivo abbassamento della qualità di vita, della sopravvivenza sempre più a rischio. interpretando quel ‘doppio movimento’, che mostra come il progredire della modernità sia inversamente proporzio-

Chi percorre via Verci, ma anche tante altre vie della città, può notare l’incoerenza fra il linguaggio “parlato” dalle facciate dei palazzi storici, tutti ben composti, e la stonatura degli edifici costruiti nel dopoguerra, il Tempio Ossario, l’Ufficio anagrafe dell’architetto romano Limoncelli, e altri architetti razionalisti. Una forma di “modellazione moderna” che contrasta con l’armonica “composizione dei palazzi post palladiani”.


nale tanto allo sviluppo morale delle comunità culturali quanto allo sviluppo dell’ambiente circostante naturale, comprendiamo che il trans-umanismo delle tecno-scienze intende sovvertire entrambi. tra il progresso mercantile industriale volto a perseguire l’innovazione tecnologica e la resistenza delle comunità culturali che sviluppano innovazioni sociali, possiamo riconoscere il ruolo dell’architettura e delle città nel rendere effettivamente resistenti le comunità culturali. Questa è una prospettiva coerente con quella ‘conoscenza situata’ che

contraddistingue le ricerche scientifiche più responsabili sul lavoro delle comunità di pratica, sull’apprendimento e sulla ‘conoscenza distribuita’, per le quali non vi sono innovazioni tecniche senza innovazioni sociali (robbins, aydede 2009)16. Questo significa che nessuna innovazione tecnologica dovrebbe poter essere introdotta senza negoziare pubblicamente le correlate innovazioni sociali relative alla sua applicazione. lasciarlo fare al mercato significa imporre alle comunità culturali le conseguenze della sua introduzione.

1) il costruttivismo epistemologico pensa che quelle caratteristiche della conoscenza che sono considerate scoperte di elementi del mondo esterno, indipendenti dai soggetti conoscenti, siano in realtà prodotti di un’attività costruttiva svolta dal linguaggio, dalla società o dalla mente. secondo n. Goodman il mondo reale diviene una pluralità di mondi, intesi come sistemi simbolici costruiti secondo vincoli contestuali e credenze, che restano pur sempre revocabili. n. Goodman, Ways of Worldmaking, indianapolis, Hackett, 1978 (trad. it. Vedere e costruire il mondo, roma-Bari, laterza, 1988). 2) Cacciari Massimo, Ripensare l’umanesimo e iconografia, in ebgi raphael, Umanisti italiani, pensiero e destino, einaudi, torino 2016. 3) polanyi K., La grande trasformazione, einaudi, torino 2010. 4) apel K.o., L’idea di lingua nella tradizione dell’umanesimo da Dante a Vico, il Mulino, Bologna 1975. 5) palladio a., I Quattro Libri dell’Architettura, domenico de’ Franceschi, Venezia 1970; fac-simile Hoepli, Milano 1968. 6) Habraken n.J., teicher J., Palladio’s children, taylor & Francis, london 2005. 7) los s., Archiviare i progetti per disegnare e comporre architettura, Be-Ma editore, Milano 1997. 8) Cristinelli Giuseppe, I fondamenti del restauro in un antico dilemma in forma di paradosso, palladio, n. 55, 2017; Fondamenti per una dottrina del restauro architettonico, GBe/Ginevra Bentivoglio editoria, roma 2017. 9) nel libro Goodman n., I Linguaggi dell’arte, il saggiatore, Milano 1976, vi sono 2 capitoli, iV “la teoria della notazione” e V “spartito, schizzo e copione, sul tema dei sistemi notazionali”. 10) Vitruvio, De Architectura, einaudi, torino 1997; sono sempre stato attratto dal passo che si trova in i, 1, 3, pp. 1213, dove Vitruvio dice “Cum in omnibus enim rebus, tum maxime etiam in architectura haec duo insunt, quod significatur et quod significat. significatur proposita res de qua dicitur, hanc autem significat demonstratio rationibus doctrinarum explicata.” Che antonio Corso ed elisa romano traducono: “Come in tutti i campi infatti così anche, più che altrove, in architettura si ritrovano questi due elementi, “ciò che è significato” e “ciò che significa”. “Ciò che è significato” è l’oggetto in questione, mentre “ciò che lo si-

gnifica” è una dimostrazione condotta secondo il metodo razionale della scienza.” a me pare evidente che la relazione tra significante e significato, mettendo in gioco i significati, implichi i sistemi simbolici, se al posto del ‘metodo razionale della scienza’ pensiamo alle caratteristiche sintattiche e semantiche dei sistemi simbolici. andando avanti, ne, i, 2, 2, pp. 26-27; “Gli aspetti della disposizione, quelli che in greco si definiscono idéai, sono i seguenti: iconografia, ortografia, scenografia”. essi definiscono il disegno di progetto: pianta, prospetto e prospettiva, ovvero il si-stema di notazione dell’architettura. 11) Hoffmeyer J., emmeche C., “Code-duality and the semiotics of nature”, ne, anderson M., Merrell F., On Semiotic Modeling. Mouton de Gruyter, Berlin and new York, 1991; pp. 117-166. los s., “Cities and landscapes as symbolic systems”, in Journal of Biourbanism, 1,2/2016, vol. V, pp. 25-79. 12) la quarta rivoluzione industriale 4.0 fa comprendere in questo suo esito quale sia stato il senso delle rivoluzioni industriali, ovvero togliere il lavoro dalle mani degli uomini, sia per controllare la loro autonoma capacità di sopravvivere in un determinato territorio che per manifestare una concezione del lavoro come castigo da far fare alle macchine. a parte le disastrose conseguenze nei confronti del pianeta, basterebbero quelle nei confronti delle culture umane per diffidare da questa forma di produzione. 13) polanyi K., La grande trasformazione, op. cit. 14) «l’umanità sarà radicalmente trasformata dalla tecnologia del futuro. si prevede la possibilità di riprogettare la condizione umana in modo da evitare l’inevitabilità del processo di invecchiamento, le limitazioni dell’intelletto umano (e artificiale), un profilo psicologico dettato dalle circostanze piuttosto che dalla volontà individuale, la nostra prigionia sul pianeta terra e la sofferenza in generale». testo tratto dai Principi transumanisti della ait (associazione italiana transumanisti). 15) Kolbert, e., The sixth extinction: an unnatural history, Henry Holt, new York 2014. 16) sulla ‘conoscenza situata’ vi sono ormai molte pubblicazioni. Chi fosse interessato può farsi un’idea leggendo, p. robbins, M. aydede, The Cambridge handbook of situated cognition, Cambridge, Cambridge University press, 2009; Clancey W.J., Situated cognition: on human knowledge and computer representations, Cambridge University press UK, Cambridge 1997.

Note

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Basta palladio…! Una conversazione tra bassanesi

di Sergio Los Professore di Composizione Architettonica Università IUAV di Venezia

A - Come sta il ponte palladiano? B - Basta palladio! A - Come ‘basta palladio’? B - palladio non c’entra più niente con Bassano, non col ponte, quanto meno. il prof. Giovanni Carbonara è stato lapidario: “il ponte è ormai più segno qualificante di Bassano che opera di palladio”1. Concorda con gli storici, i quali sostengono di non essere sicuri che il progetto palladiano sia stato realizzato, quindi lui opera come se non fosse stato realizzato. A - tu sei matto furioso, li ho letti anch’io quegli storici: un conto è dire che alcuni documenti sollevano dubbi, per cui il progetto di palladio potrebbe anche non essere stato costruito, un altro è fare come se effettivamente non fosse mai stato realizzato2. tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Gli storici non erano mica lì a controllare quelli che costruivano il ponte. e poi non capisco l’aut-aut: ‘ponte di palladio o dei bassanesi’, l’essere opera del palladio è un segno qualificante della ‘civitas’ di Bassano, con i suoi secoli di cultura figurativa - ben diversi da quello attuale - quindi la presenza di palladio contraddistingue l’identità tipica dei bassanesi. Che poi l’attuale progetto abbia inteso rendere quel ponte un’opera dei bassanesi, non è stato abbastanza evidente dalle iniziative messe in campo per coinvolgerli in modo da farli diventare- come partecipanti alla costruzione del loro ponte - più cittadini. B - non saranno certo i poco noti dubbi degli storici a togliere ai cittadini di questa città il sentimento dell’avere il ponte disegnato da andrea

palladio: un ponte sicuramente partecipato, alla cui costruzione i loro antenati non potevano essere certo estranei, come sono invece i moderni che, una volta incaricato un professionista, si sentirebbero istituzionalmente non esperti, perciò estromessi dalle sue vicissitudini. occorre ricordare che i bassanesi, quando arriva palladio, sono già da un secolo protagonisti di una radicale transizione della loro città3. Fondata come baluardo militare intorno all’anno Mille, dopo quattro secoli Bassano diviene, con l’arrivo di Francesco dal ponte e la grandezza del figlio Jacopo Bassano, un centro di cultura figurativa - non solo nazionale - che dura fino agli inizi del secolo scorso. È solo allora che la città, per la vicinanza del fronte, torna militare, ed è ricordata attraverso la Grande Guerra. perché mai Bassano dovrebbe allontanarsi da quella straordinaria tradizione che l’ha resa grande e nota dovunque? Ha qualcosa di meglio? ecco perché il ponte del palladio resta cruciale, oggi. il brand di questa città è intrinsecamente improntato da questo potenziale ‘quartiere culturale’ che è stato attivo per secoli e che di quella tradizione necessita. A - Ma i bassanesi moderni stanno dimenticando quel glorioso passato, gli interessi del commercio, dell’industria, del turismo, guardano altrove: non so quanto sarebbero interessati a seguire questo tuo discorso. B - parli come se fossimo negli anni ottanta, quando il futuro termo-industriale pareva ancora attraente, qualcuno ci sperava; anche perché le nostre fabbriche non erano quelle degli

Il progetto palladiano in una ricostruzione di Sergio Los, 2015.

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Concatenazione di segmenti di architettura civica (strade e piazze) tra i territori di Angarano e quelli oltre la ferrovia. Sotto, le due “porte” trasformano l’architettura civica da attraversamento a “punto d’incontro” (dsl).

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anglosassoni. l’italia era forte in quegli anni e la sua discesa non era ancora cominciata. Chi oggi potrebbe ancora credere a quelle promesse mai mantenute? il pianeta si scalda senza che qualcuno riesca a guarirlo; la crisi economica importata - né adeguatamente prevista né tanto meno curata - rivela la totale incapacità di guidare l’economia; le terroristiche guerre petrolifere sono senza fine; i flussi di migranti aumentano senza controllo. abbiamo i big data e sappiamo quasi tutto di tutto, ma conosciamo inadeguatamente quello che ci serve. Credo che le città italiane dovrebbero perseguire una drastica riduzione della dipendenza dall’esterno, se vogliono diventare più resilienti: la forma di vita termo-industriale è basata su risorse a termine che stanno per terminare. Bassano ha straordinarie risorse locali inutilizzate, che occorre imparare a valorizzare e usare. È in questa prospettiva che penso al ponte come palladiano4.

A - Come potrei non darti ragione: la mia ‘conoscenza tacita’ dice che per noi bassanesi ormai quel ponte è di palladio, come per tanti cittadini del mondo: a ogni rifacimento dovremmo cercare di renderlo più palladiano e non meno, magari per amore di una ‘verità storica’ che resta quanto meno controversa. il ponte ha una genealogia più che una storia, dovremmo comprendere dove portano entrambe, e scegliere. B - se era difficile interpretare questa partitura palladiana quando a eseguirla erano Ferracina e Casarotti, poiché gli strumenti allora erano carenti, oggi abbiamo la possibilità di avvicinarci molto di più all’immagine del compositore e dobbiamo farlo. non siamo passivi o neutrali davanti alla diagnosi di un probabilistico stato di fatto, il ponte è un valore da affermare senza vanagloria, ma anche senza titubanza. A - tra l’altro, alcuni anni fa, los diceva che, più di un ponte, questo è una ‘loggia urbana’: una straordinaria ‘architettura civica’, quella immaginata da palladio. il suo testo era stato fatto per la pubblicazione del 1993 sul ponte, ma venne invece pubblicato in uno dei quaderni del Fai qualche anno dopo5. B - negli anni di palladio, la Brenta divideva due differenti culture appartenenti a due città: angarano e Bassano con amministrazioni diverse: angarano con Vicenza e Verona (pensa agli scaligeri di Marostica) e Bassano con padova e Ferrara (pensa agli estensi, ma ricorda pure il tentativo di deviare la Brenta). Giacomo angarano vive in angarano, che non era Bassano. Quello che fa disegnare al suo amico palladio non è mica solo per attraversare: hai mai visto un ponte con due porte? entri nel ponte da una parte e sosti, prima di uscire dall’altra parte. È una comune stanza civica con due entrate, una da Bassano e l’altra da angarano: una comune ‘loggia urbana’. Quello del palladio è un progetto urbanistico, un’architettura della città che aiuta a integrare le due città, dimostrando quanto l’architettura possa fare nel farecittà. prima c’era un muro che divideva due città, andare dall’altra parte era un’avventura, dopo c’è un luogo di incontro conviviale in cui stare insieme ed è per questo che è anche coperto.


La diversa composizione architettonica della loggia: a sinistra quella di Palladio; a destra quella di Ferracina (dsl).

Quel ponte racconta una storia di controversie che il ponte stesso aiuta a mitigare. Bisogna saper leggere l’architettura per comprenderne il senso: una piazza coperta sopra una piazza d’acqua. il progetto, come conversazione architettonica tra le due città, potrebbe anche essere un dono che fa Giacomo angarano a Bassano. A - la gentilezza palladiana del ponte evoca il caratteristico sentimento di convivialità che tutti gli riconoscono, non lo fa certo l’arcigno ‘carro armato’ del Ferracina. B - l’orecchiabile tema composto da palladio è là, urlato a squarciagola. Chi non rivive la Bassano di quei secoli, con bassanesi come Jacopo, i remondini, la presenza di Canova, di preti, ecc. può non comprendere quanto fosse partecipato il progetto del ponte e quanta cultura architettonica girasse per Bassano. Come alpini - sono anch’io uno di loro - siamo molto orgogliosi che il nostro ponte sia stato progettato da un grande architetto come palladio, non ho mai sentito nessun alpino preferire un ponte fatto a mano libera dai locali invece che dall’intelligenza colta di andrea palladio. lo sanno tutti che gli alpini hanno ‘scarpa grossa e cervello fino’ ed è perfino offensivo attribuire loro questa forma di moderno populismo. A - Come ti spieghi allora che una persona colta come il professor Carbonara non abbia avvertito questo senso e sia stato, per così dire, più storico degli storici?

B - la mia impressione, leggendone le parole, è che Carbonara fatichi a immaginare la Brenta senza ponte, come l’ho vista io prima della ricostruzione del 1948. Così è portato a pensare - come molto spesso accade nei restauri degli edifici - a una successione di riparazioni più o meno straordinarie e non a una ricostruzione. proprio come negli esempi della nave di teseo, citata nella sua relazione, che per quei casi è invece perfetta6. A - Giusto (posso capire Carbonara, comunque non è facile immaginare Bassano senza quel ponte). Quelle della nave sono infatti riparazioni, non riproduzioni. l’opera/organismo non muore ad atene, viene ferita durante la propria esistenza da varie perturbazioni ambientali e, come tutti gli organismi, ha la capacità di ripararsi, anche per la ridondanza caratteristica che ogni architettura intrinsecamente possiede. a Bassano l’opera scompare, più di una volta. B - dovremmo immaginare il ponte - vale per qualsiasi opera umana - come una protesi degli umani che lo pensano, lo costruiscono e continuano a ripararlo quando necessita, per poter continuare a usarlo; una protesi della comunità civica, naturalmente, non individuale. Come se riparassero un braccio, una mano di tale comunità. senza umani al suo interno e intorno, il ponte non vive. per restare nella parabola citata, è come se la nave di teseo fosse affondata, lasciando galleggiare sulle acque nient’altro che casuali frammenti. È qui che, con Vitruvio e

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Lorenzo Costa, la nave di teseo con gli argonauti, dipinto del primo Cinquecento, Padova, Museo Civico. “Il vascello sul quale Teseo si era imbarcato con gli altri giovani guerrieri, e che egli riportò trionfalmente ad Atene, era una galera a trenta remi, che gli Ateniesi conservarono fino ai tempi di Demetrio di Falera. Costoro ne asportarono i vecchi pezzi, via via che questi si deterioravano, e li sostituirono con dei pezzi nuovi che fissarono saldamente all’antica struttura, finché non rimase neppure un chiodo o una trave della nave originaria. Anche i filosofi, discutendo dei loro sofismi, citano questa nave come esempio di dubbio, e gli uni sostengono che si tratti sempre dello stesso vascello, gli altri che sia un vascello differente”. (Plutarco, Vite Parallele, Teseo, 23.1)

palladio, l’architettura italiana evolve - come gli organismi viventi - accompagnando le opere con una descrizione che consente la loro costruzione: l’auto-replicazione di organismi e opere7. ognuno di noi - come ogni organismo, anche il più semplice unicellulare - è contraddistinto dall’avere nel dna il progetto, il genotipo, per la propria auto-riproduzione, che su esso realizza il nostro fenotipo. se cade a terra una ciliegia nasce un albero di ciliegio, e può farlo perché ogni ciliegia è un fenotipo che contiene al suo interno il genotipo: il progetto del ciliegio, la propria partitura. palladio aggiunge al ponte il dna, disegnandolo. a molti il Trattato Palladiano fa rimpiangere il medioevo, quando gli artigiani non avevano bisogno dei disegni per comunicare. È mia convinzione invece che il Trattato costituisca un salto nella teoria architettonica: la transizione dalla ‘oralità’ alla ‘scrittura’ e proprio per gli artigiani. A - Quindi tu dici che è come se il Trattato Palladiano entrasse nelle riflessioni dei bassanesi - che nelle loro discussioni sul ponte usavano il linguaggio architettonico, naturalmente tramandato nelle botteghe e nei cantieri - volte a riparare o ri-costruire le opere, e le trasformasse da ‘parlato’ (costruito) a ‘scritto’ (disegnato). ovvero, rendesse insegnabile il linguaggio dell’architettura artigiana che ora può alternare codici analogici (il ponte) a codici digitali (il disegno)8. Fa sopravvivere le opere a casuali distruzioni. B - il saper fare, il cosiddetto ‘know-how’, viene trasferito attraverso il ‘comportamento’ degli artigiani che, nelle loro botteghe, trasmet-

tono i loro saperi per emulazione. l’eredità, che caratterizza quella evoluzione culturale, passa da una generazione all’altra attraverso l’emulazione dei comportamenti. Quando Vitruvio sviluppa l’accoppiamento dei disegni (delle ‘ideai’) con gli edifici, propone una transizione architettonica straordinaria9. Mediante il suo Trattato, che è un medium simbolico di comunicazione, propone per l’architettura una evoluzione, che è simbolica e non soltanto comportamentale10. Un passaggio importante poiché, mentre l’emulazione è acritica, si eredita in un modo non discutibile e viene comunicata da persona a persona, la comunicazione simbolica, ossia il disegno, è critico, consapevole, e può essere messo in discussione, ossia elaborato teoricamente, ma costituisce anche una memoria esterna, che può durare oltre il ciclo di vita delle persone. infatti nell’italia del XV secolo questa tradizione riprende, e palladio è proprio il primo a elaborare un trattato attraverso immagini, usando un sistema simbolico figurativo. Questa è anche una ragione del suo grande successo in tutto il mondo. diversamente dalla tradizione scritta, verbale o matematica, la tradizione del linguaggio figurativo opera in un ambito intermedio fra l’emulazione e la scrittura. Facilita quindi l’apprendimento e la riflessione, che nelle botteghe artigiane impegna anche le mani, l’intero corpo che pensa lavorando, il suo ambiente circostante. Chi legge semper comprende questo linguaggio corporale che egli intenziona articolando il sistema architettonico nei ‘quattro elementi’, che sono quattro tradizioni artigiane del lavorare correlate all’architettura: il magistero del fuoco nei diversi usi, dello scaldare, del cucinare alimenti e mattoni, del fondere vetri e metalli; quello dei carpentieri che costruiscono tetti; quello dei tessitori che costruiscono involucri; quello dei marmisti che costruiscono l’articolazione del basamento, lo stilobate (e anche colonne, archi e volte)11. Finché l’immagine è referenziale non è difficile immaginare l’efficacia di quel ‘pensare per figure’ nelle costruzioni, quindi il raccordo fra linguaggio figurativo e lavoro di artigiani e artisti. A - Questi argomenti fanno comprendere l’im-


portanza del ponte, e proprio per le sue ripetute ricostruzioni. palladio ha lasciato molti edifici che ha progettato e costruito, molti di più che ha solo progettato e che altri hanno costruito, ma non si trovano tanti esempi di edifici ricostruiti tante volte come il ponte di Bassano. Quindi è proprio qui, a Bassano, che è maggiormente operante il suo disegno di progetto, la sua partitura, per usare la tua definizione. Bassano ha dovuto cimentarsi in diverse esecuzioni della partitura palladiana, quasi come fosse l’interpretazione di una musica. ricordo che Goethe diceva, “la musica è l’architettura liquida e l’architettura è la musica congelata”12. l’acqua può trovarsi allo stato solido, liquido e gassoso. potremmo dire che, a volte, l’architettura diventa liquida come la musica e richiede di essere ricongelata. la partitura è come la forma di un contenitore che nell’esecuzione viene riempito d’acqua, poi è svuotato e resta per le successive esecuzioni. in architettura uno stesso contenitore viene riempito d’acqua e congelato; quando è solido il contenitore diviene inutile e può essere conservato per future riparazioni. B - il carattere problematico del restauro proviene dalla modernità, che presuppone per gli edifici durate brevi, prodotti ‘usa e getta’, per cui essa identifica partitura ed esecuzione, genotipo e fenotipo, come se la partitura/disegno (genotipo) fosse incorporata nell’opera eseguita (fenotipo)13. Uscendo dall’incantamento della modernità, i problemi si rivelano per quello che sono; non dobbiamo confondere la breve durata dei moderni, che consumando i prodotti ne buttano le partiture, con quella della musica, che dopo la fine di un concerto non getta la partitura (come se vi fosse incorporata), ma la preserva per rieseguirla, dopo una settimana o un anno. l’architettura buona, liberata dal tempo cronologico della modernità è, come tu hai detto, ‘musica congelata’, essendo la musica architettura liquida. allora comprendiamo che il disegno, come la partitura, è quella specie di ‘stampo’ che hai indicato, entro il quale ri-congelare le parti che sono state sciolte o rotte. in questo caso, data la lentezza della musica architettonica, possiamo confonderla sia con quel moderno ‘usa e getta’, dove la ricostruzione ri-

parte sempre da zero, sia con quella che dura per sempre, come le piramidi, dove bastano solo riparazioni o manutenzioni. È abbandonando il moderno tempo cronologico che possiamo comprendere la vera questione: il fatto che il presente comprende tutto quello che continua a funzionare, indipendentemente da quando comincia, e può anche essere ripreso dopo essere stato temporaneamente abbandonato. per questo, in qualsiasi intervento di ricostruzione o restauro di un’opera, il nostro compito consiste nel renderla più congruente possibile con la sua originaria partitura. il problema del restauro ha due dimensioni, una riguarda il tempo, la durata, il tempo evolutivo organico che deve sostituire quello cronologico moderno; l’altra è l’ereditarietà evoluzionistica delle opere dove abbiamo, un’eredità genetica (genotipica), il progetto tramandato, e un’eredità epigenetica (fenotipica), le varie pratiche che lo realizzano, cui si aggiunge quella comportamentale emulativa dell’apprendimento e quella simbolica critica della comunità linguistica o figurativa. l’evoluzione culturale simbolica dovrebbe essere critica, scelta consapevolmente attraverso intese concordate. A - da questo punto di vista, il ponte palladiano è effettivamente un laboratorio che evidenzia molti fondamentali problemi del restauro. o siamo noi troppo critici nel complicare una cosa semplice, oppure una riflessione più approfondita sarebbe stata molto utile a comprendere l’opera. l’accoppiamento cui accennavi dell’edificio, del ponte nel nostro caso, con il suo progetto, con la sua partitura, modifica radicalmente il modo di pensare all’architettura che nel suo

Molte costruzioni come questo tabià sono ormai monumenti ad ogni effetto delle nostre Dolomiti. Anche qui, come nella nave di Teseo, i singoli elementi lignei della costruzione vengono periodicamente rimossi e sostituiti. Può trattarsi di perdita di autenticità? L’edificio è diventato nel corso del tempo altra cosa? (Cristinelli, 2017, p. 135)

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Il ponte di Bassano ricostruito da Ferracina nel 1750. Incisione di Filippo Ricci per il libro di Francesco Memmo Vita e macchine di Bartolomeo Ferracino, Stamperia Remondini, Venezia 1754, acquaforte 195x301 mm, coll. privata.

passare dall’oralità alla scrittura, dalla semplice esecuzione unica al complesso di potenziali esecuzioni di un progetto, preservato indipendentemente dal ciclo di vita di quella originaria esecuzione, apre all’ereditarietà dei monumenti, intesa come la loro preservazione, una dimensione comunicativa, lo statuto di un linguaggio. Questo oppone resistenza a eventuali involontarie distruzioni alle quali l’architettura, attraverso il linguaggio dei disegni, può resistere. soltanto una decisione consapevole e partecipata può mettere fine alle opere architettoniche. B - palladio aveva già fatto questo coi palazzi e le ville che rendevano insegnabili - attraverso il sistema classico dotato del disegno - le case e le barchesse contadine. Quello che gli italiani scoprono/rivelano nel linguaggio architettonico classico dei romani è proprio la insegnabilità: per questo palladio va a roma e lo studia, per rendere insegnabile il linguaggio dell’architettura veneta. Una cosa è ‘parlare/costruire’ (verba volant), altra cosa è ‘scrivere/disegnare’, registrare i discorsi/disegni per preservarli. pensa a questo salto evolutivo per le comunità, le loro discussioni e gli accordi scritti, le leggi e il diritto. Fondamentali per le istituzioni civiche, per le città. da questo momento abbiamo tre tipi di opere: opere progettate mai costruite, opere progettate e costruite dal

compositore, opere progettate e costruite da interpreti diversi dal compositore. Un filosofo americano distingue le opere ‘autografiche’ nelle quali compositore e interprete si identificano (pittura, scultura, ecc.) dalle opere allografiche (musica, teatro, letteratura, ecc.) nelle quali compositore e interprete possono essere diversi. Vitruvio e palladio rendono allografica l’architettura14. A - Quindi proviene da roma, dal suo studio dell’architettura romana, questa svolta dall’autografico all’allografico, prodotta da I Quattro Libri dell’Architettura. B - Viene dal De Architectura di Vitruvio. nel primo libro egli parla di significante e significato e parla del disegno, delle ‘ideai’: è fondamentale. per comprendere la portata di questo salto occorre conoscere la contrapposizione, anche attuale, tra ‘civil law’ romana e ‘common law’ anglosassone. la ‘civil law’ presuppone che i giudici facciano riferimento alla legge scritta nelle loro interpretazioni, come a una partitura per eseguire i giudizi. nella ‘common law’ invece le interpretazioni dei vari giudici costituiscono precedenti che in qualche modo fanno evolvere la legge, ed è a questa evoluzione che fanno riferimento le interpretazioni nei giudizi15. nella cultura stanziale romana (che gli inglesi chiamano ‘sedentary’) se la legge diventa inat-


tuale va ridiscussa e modificata, altrimenti continua a restare valida come nella evoluzione degli organismi. al nomadismo mercantile servono invece maggiore flessibilità e superficialità, così ogni giudice interviene a modificare progressivamente la legge. nel tempo evolutivo (italiano) le mutazioni sono cumulative e restano operanti finché sono validate, indipendentemente da quando emergono; nella modernità (anglosassone) le mutazioni avvengono indipendentemente dalla loro validità, l’innovazione compulsiva persegue finalità diverse da quelle del nostro sopravvivere. A - il disegno che palladio pubblica in I Quattro Libri dell’Architettura evoca allora la cultura della ‘civil law’, che è una specie di ‘partitura’ cui fare riferimento finché la consideriamo valida. Ma perché non si considera seriamente questa partitura, come la chiami tu? e perché anche del Trattato Palladiano non parla quasi mai nessuno, e comunque non lo si ritiene tanto importante? per te pare l’opera più rilevante di palladio, o quasi. B - se il ponte di palladio non viene riparato, ma viene ri-costruito, ri-prodotto, allora, senza disegno/dna, non avrebbe potuto essere ricostruito a memoria. diversamente dagli altri, prima e dopo di lui, palladio rende insegnabile, tramandabile attraverso I Quattro Libri dell’Architettura - la sua composizione. infatti vogliono tutti ese-

guire il progetto palladiano anche se, temendo le brentane che lo hanno travolto, ne propongono una evoluzione. Ferracina è tanto preoccupato da confondere i diversi compiti dei vari tipi di pali, quelli delle colonne portanti per le forze verticali da quelli dei rostri che si opponevano alle forze orizzontali della corrente del fiume. i pali sono tanto sottili e sconnessi da dover essere celati alla vista sia per non intrappolare oggetti portati dalla corrente, che per non mostrare il loro disordine. infatti oltre che alzare i rostri, li ha completamente tamponati fino al parapetto (per quello apre le loggette centrali), rendendo il ponte un fortino, basta guardare i disegni. A - non lo difende comunque contro gli invasori napoleonici che lo bruciano. Quindi la tenuta di quei rostri maggiorati non è mai stata collaudata. B - no, perché anche quello di Casarotti, la cui esecuzione si ri-avvicina alla partitura palladiana, viene distrutto dai militari. l’unica volta che è venuta una brentana potente - l’ho vista coi miei occhi - quei rostri, che dovevano tenere, sono volati via. Ci sono le foto, che mostrano l’asimmetria dei rostri: davanti a loro ci vorrebbe una specie di chiglia di acciaio, perché le correnti assimilano il ponte a una nave.

I disegni ricostruiscono le caratteristiche del settecentesco progetto di Ferracina. Le approfondite spiegazioni che li accompagnano evidenziano come la struttura risulti assai confusa, avendo supplito con il numero, la grossezza dei pali e con gli incalmi, la loro lunghezza, moltiplicando i puntelli per rinforzare la resistenza alla corrente, e facendo collaborare anche il tamponamento rende portante il “cesto” che ne risulta. Acquaforte, 275x800 mm, accompagnato da un testo dettagliato, Anonimo, 1751, coll. privata.


Nel disegno a sinistra le forze verticali e quelle orizzontali, sono contrastate rispettivamente dalle stilate in rosso e dai rostri in giallo posti a protezione delle colonne portanti, simmetrici ma con funzioni asimmetriche. Il disegno palladiano, diversamente dai successivi, agisce e mostra distinguendo chiaramente i due comportamenti qui evidenziati dal colore (dsl). Il disegno a destra mostra la sostituzione, proposta dal progetto Modena, della esistente trave di soglia in legno con una trave reticolare in acciaio inox (dsl).

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Il disegno evidenzia le vicissitudini dei rostri dal primo intervento di Ferracina che li innalza fino al mustazzone, seguito da quello di Casarotti che per aggiungere nuovi pali li estende fino agli attuali ricostruiti nel 1948 (dsl).

Gli attuali rostri di legno, tipo Casarotti, non difenderebbero la struttura che porta il ponte dalla brentana del ’66, tenendo anche conto degli sciagurati recenti cambi climatici. A - dunque, non solo per riportarlo a palladio, tu proporresti di modificare l’attuale progetto, ma anche per proteggerlo meglio dalle future brentane. B - secondo me, dobbiamo metterci al posto di palladio: se lui vedesse quelle foto del ’66 gli sarebbe chiaro il requisito di un frangi-flutti a protezione della struttura portante. anche scamozzi quando esegue la partitura della rotonda ne corregge la cupola, e chi la vede dall’interno comprende che ha ragione. se eludiamo, come fanno gli storici, le partiture pubblicate nel Trattato, dovremmo eliminare dal repertorio la maggior parte delle opere palladiane. la critica parla addirittura di quattro quinti. A - Qualcuno sostiene poi che potrebbe avere addirittura copiato un ponte preesistente e l’avesse pubblicato come suo solo per onorare una volontà dell’amico angarano, anche se questa ipotesi mi pare poco sostenibile. B - Questa è una tipica ossessione innovazionista dei moderni, il divieto di copiare - che consiste nel rimuovere e dimenticare le opere copiate rende l’evoluzione non cumulativa. È per questo che identifica partitura ed esecuzione, progetto e costruzione, genotipo e fenotipo. nella tradizione emulare è un segno di consapevolezza caratteristica di ogni linguaggio, che l’uso migliora proprio attraverso la sua condivisione16. se anche palladio - con il suo ‘ordinare’ - si fosse ispirato a qualche ponte, avrebbe fatto semplicemente quello che gli architetti dovrebbero fare nei confronti dell’architettura - come i poeti e gli scrittori fanno nei confronti della letteratura - custodendo e migliorando il comune linguaggio in uso. Quello dei moderni è invece uno stile e non

un linguaggio, per questo funziona male, lo reinventa ogni individuo e questo è il suo estetico difetto, perché i linguaggi non possono essere inventati da qualcuno. A - tu insomma vuoi contestare gli storici, ce l’hai con loro. B - affatto. Credo che abbiamo ragione a sostenere che non possiamo essere certi che il ponte palladiano sia stato realizzato. non credo però che sia un motivo sufficiente (vale anche se ne fossimo certi) per non eseguire una partitura palladiana che riconosciamo valida: cosa che non faremmo mai con Bach, anche sapendo che i nostri organi sono molto diversi dai suoi. se tante opere palladiane sono state eseguite dopo la sua scomparsa, allora il ponte - nel peggiore dei casi - si troverebbe nella stessa loro condizione. A - insomma, tu proporresti che venisse eseguita la ‘partitura’ palladiana anche se non fosse mai stata costruita prima. B - sarebbe grottesco che non lo facessimo, anche perché saremmo gli unici a non volerlo fare, e proprio nel momento in cui sarebbe invece possibile. adesso finalmente la tecnologia ci consente di realizzare la composizione palladiana: perché non mostrare che questo è avvenuto e che, rispetto ai precedenti restauri, non


La sequenza fotografica dell’alluvione del 1966. Le acque infuriano contro il Ponte vecchio; al centro, le immagini mostrano la vulnerabilità dei rostri attuali ricostruiti sul progetto del 1948 che copiavano quelli di Casarotti e che il progetto attuale si limita a preservare. Una brentana come quella del 1966 o più forte, lascerebbe scoperte le strutture portanti, come allora. Da notare i danni della piena con il particolare dell’ancoraggio del ponte ai pali, posti in opera subito dopo l’alluvione.

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possiamo più simulare di essere ancora nella posizione di Casarotti o dei ricostruttori del 1948? non dovremmo lasciarlo credere, preservando proprio quegli enormi rostri, davvero ridondanti. oggi è possibile ricondurli alla dimensione palladiana, compatibile con un restauro filologico. A - Continuiamo a parlare del ponte senza averne una idea un po’ più chiara. per far comprendere a noi come, alle persone non esperte, la questione del ponte, magari dovremmo poter capire come funziona, in modo semplificato. Come possiamo immaginare il funzionamento del ponte?

B - proviamo a immaginarlo come la protesi di un organismo vivente, che si evolve nel tempo e che si trova di fronte a un problema posto dall’ambiente. il ponte, anche se quello di Bassano è più complesso, connette due luoghi divisi da un fiume, e nel fiume corre una massa d’acqua veloce. se il ponte non può essere a una sola campata - come quello che palladio costruisce a Cismon, sempre per Giacomo angarano - allora, dovendo appoggiarsi nel greto del fiume, diviene una struttura sottoposta a due campi di forza: quello gravitazionale che è verticale,


Sopra, la struttura privata alla vista degli archi, come viene percepita oggi. Sotto, la logica dell’architettura Palladiana: sull’importanza di questa struttura, Palladio scrive “Cueste trai cosi ordinate rendono l’aspetto di un’arco, il quale habbia di frezza la quarta parte del suo diametro; & in tal modo l’opera riesce bella per la forma, e forte, per uenir le traui, che fanno la lunghezza del Ponte; à esser doppie nel mezo”.

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continuo, prevedibile e quello dell’acqua corrente che è orizzontale, discreto e imprevedibile17. il primo esercita una forza abbastanza continua, mentre il secondo quando aumenta la portata del fiume aggiunge alla forza anche gli urti di tronchi, massi e altri imprevedibili corpi che, trasportati dalla corrente, esercitano contro la struttura degli impulsi. A - adesso mi è abbastanza chiaro il funzionamento della struttura e le ragioni delle varie componenti. Ma cosa è successo per rendere instabile la struttura che porta il ponte; in fondo non abbiamo avuto perturbazioni orizzontali, intendo brentane in questi anni. eppure ha ceduto. B - infatti, sono in questione le forze verticali, che non vengono correttamente trasmesse alle fondazioni. Hanno ceduto delle travi cosiddette di soglia, quelle che nelle varie stilate trasferiscono il carico delle otto colonne, che in ogni stilata portano l’impalcato del ponte ai nuovi pali di fondazione, progettati dal prof. Zaupa e posti in opera negli anni novanta a sostegno della struttura. Questi otto pali in cemento armato, incassati nel greto della Brenta fino a una profondità di 12 m, per ogni stilata sostituiscono le precarie fondazioni in legno dei pali precedenti che, incassati a una profondità da 4 a 7 m, hanno finora sostenuto il ponte. il prof. Modena ha sostituito le travi di soglia in legno con travi reticolari in acciaio inox, per trasferire in modo sicuro il carico delle otto colonne verticali di ogni stilata agli otto pali di fondazione in cemento armato, dopo averne verificata la stabilità. A - Ma questo non va bene? se le travi di soglia erano di legno e avevano ceduto queste nuove in acciaio, oltre che rimettere a posto la struttura, offrono anche maggiori garanzie di durata e sono coerenti con le nuove fondazioni. Cosa c’è allora che non va? B - due questioni, principalmente, non trovano risposta adeguata. Una rispetto al progetto palladiano e l’altra rispetto alle forze orizzontali, delle quali il nuovo progetto sembra non occuparsi molto. per quanto riguarda la prima, ora sembra inutile tenere le stilate, ingrandite in parte da Ferracina e in parte da Casarotti, poiché rispetto alle forze verticali diventano ridondanti. Mostrano azioni ormai assenti: infatti non

esistono più quei vecchi problemi che impedivano a Ferracina e a Casarotti di eseguire il disegno palladiano (problemi che io stesso mi sarei posto se avessi dovuto realizzarlo in quegli anni, come avrebbe fatto qualsiasi progettista responsabile), ma che oggi possono essere risolti con la nuova struttura. per la seconda i problemi sono stati risolti solo parzialmente. Qui dobbiamo rifarci all’esperienza della brentana del 1966 immaginando che, dati i ben noti cambiamenti climatici, le future brentane potrebbero avere anche una maggiore potenza, sia per la portata del fiume sia per gli impulsi provocati dai corpi che raggiungono i rostri del ponte. A - so che molti raccontano di quella brentana del ’66, che ha allagato anche le aree adiacenti e inarcato il ponte. B - Ho avuto modo di vederla direttamente ed era uno spettacolo impressionante: le onde tumultuose della brentana trasportavano di tutto, alberi grandi e piccoli, sassi, oggetti vari portati dalla corrente affioravano continuamente e gli urti si susseguivano contro i rostri con grande potenza. lo spettacolo dei giorni successivi, visibile nelle fotografie, è molto eloquente e significativo. Contro l’inarcamento del ponte il prof. Modena propone una trave reticolare orizzontale in legno lamellare, con tiranti in acciaio sotto il pavimento, ma per quei terribili urti contro la struttura, a mio avviso insufficiente. in alcune stilate quegli urti hanno portato via tutta la protezione alle otto colonne che reggono il ponte, la prima colonna risultava dunque completamente scoperta. Questo non può ripetersi poiché la salvaguardia della struttura portante deve essere assolutamente garantita. inoltre i rostri, anche se restassero ingranditi, non potrebbero difendere la struttura portante e i primi saettoni che su essa poggiano, come evidenziato dalle dimostrazioni fotografiche. A - adesso ho finalmente capito, ma cosa possiamo fare? non so immaginare altro che la sostituzione delle attuali stilate, quindi addio progetto palladiano. il problema delle forze verticali è risolto, ma per quelle orizzontali il disegno di palladio presenta, a difesa delle colonne portanti, rostri ancora più bassi degli attuali, dunque tutta


Confronto fra le due soluzioni: a sinistra, nel caso del Ferracina, l’innalzamento dei rostri di supporto del ponte comporta lo scorrere verso l’alto di pali e altri oggetti trasportati dalla corrente che i saettoni bloccano impedendo loro di girare; a destra, abbassando invece i rostri inclinati, come nel disegno palladiano, i pali possono ruotare liberamente intorno alle stilate verticali e farsi portare via dalla corrente (dsl).

l’argomentazione pare proprio travolta dalle brentane. B - per fronteggiare gli impulsi che colpiscono in ogni stilata i vari componenti strutturali, colonne, saettoni e rostri del lato settentrionale, esposti a martellanti corpi spinti dalla corrente impetuosa, occorre proteggerli coprendoli con un materiale più resistente del legno agli urti, ovvero con due armature in acciaio inox, verniciate dello stesso colore delle strutture del ponte, dotate di un materiale ammortizzante interposto tra le due, in modo da abbattere la forza di tali impulsi. Qualcosa del genere viene usato per togliere forza agli impulsi sismici che potrebbero abbattere gli edifici. Vi sono oggi molte tecnologie capaci di assorbire gli urti anche con spessori minimi, resta invece il problema di portare questa armatura che non può essere risolto caricando soltanto i primi componenti strutturali esposti agli urti a settentrione. dobbiamo immaginare una specie di chiglia - il ponte è fermo, ma la corrente del fiume lo fa assimilare a una nave rompighiaccio in movimento. Questa armatura/chiglia in acciaio dovrebbe essere portata da una struttura reticolare di controventatura delle stilate, lame di acciaio spesse 12 mm e coperte dalle filagne in legno. il disegno ne spiega la situazione in ogni stilata del ponte. la struttura reticolare di controventatura consolida la formazione del disegno palladiano, coerente con la sua referenzialità architettonica, e non meramente formale, delle stilate. A - tu allora vorresti aggiungere alle stilate una controventatura che prima non c’era, e sarebbe un contributo attuale al disegno palladiano, per renderlo meglio resistente alle brentane, dopo l’esperienza del ’66? B - proprio così, mi pare ragionevole usare i rostri dove scendono le colonne corrispondenti alle otto strutture reticolari affiancate, per controventarle come accadrebbe nei piani portanti dei pilastri nei ponti in pietra. a guidare questa riflessione è proprio la derivazione grammaticale palladiana del ponte in legno da quello in pietra. Una inferenza abduttiva che applica a ponti in legno il codice dei ponti in pietra. A - il vantaggio offerto dal disegno palladiano delle stilate rispetto a quello attuale di Ferracina e Casarotti, non riguarda quindi solo

la sua congruenza con la partitura originale ma presenta ulteriori motivazioni. B - la sua bellezza infatti non è una motivazione marginale, poiché non è soltanto estetica: essa è una motivazione cognitiva, la forma fa effettuare prestazioni che evidenzia attraverso l’eloquenza del suo disegno. nella parte inclinata più bassa essa rallenta e solleva tronchi o sassi portati dalla corrente, nella parte verticale più alta consente loro di ruotare ed essere portati via dalla corrente stessa. Gli attuali rostri porterebbero troppo in alto i pali, che potrebbero essere arrestati dai saettoni divaricati della struttura. A - Mi pare molto interessante la controventatura delle stilate, dato che l’ispirazione, secondo i disegni che mostri, viene dal Ferracina, con quegli elementi inclinati per resistere agli urti delle correnti in caso di future brentane. B - però vi è anche un altro discorso. il Trattato Palladiano non è semplicemente una raccolta di pratiche sviluppate da esperienze collaudate. la sua sistemazione delle questioni riguardanti l’architettura è più quella di un grammatico, di uno studioso del linguaggio architettonico, che quella di un conoscitore di tecniche costruttive. egli organizza i saperi articolando l’architettura in elementi discreti, essenziali al progettare. il ponte di legno proviene dalla sua intelligente scomposizione del ponte di pietra in elementi compositivi, relativamente indipendenti dai materiali impiegati nelle varie tecniche costruttive. sezionando in otto parti, longitudinalmente, gli elementi piani costitutivi del ponte in pietra, palladio ricava lo schema di elementi lineari costitutivi del ponte in legno. Gli elementi verticali portanti, gli archi, o volte, tra tali

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A destra, congruenza tra la logica del ponte in pietra e quella del ponte in legno. A sinistra, immaginiamo gli elementi compositivi lineari del ponte in legno ottenuti sezionando longitudinalmente quelli piani del ponte in pietra. La trasformazione produce otto strutture reticolari contenute in piani, affiancati e paralleli che compongono il ponte in legno (dsl).

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elementi verticali, diretti a portare l’impalcato del ponte e infine i rostri per preservare gli elementi verticali da tutto quello che trasporta la corrente, sono come dei ‘parametri’, delle ‘categorie sintattiche’, per ognuna delle quali vi sono variabili elementi di repertorio da scegliere18. Come nelle proposizioni vi sono nomi, verbi, predicati, ecc. Quando palladio parla di ‘ordinare’ intende proprio questa sua scrittura grammaticale del progetto, che lo porta ad accompagnare tutta la sua attività di progettista e costruttore con un trattato che ne espone la logica specifica, il suo sistema compositivo, reso usabile anche dai suoi lettori contemporanei e perfino da noi, magari con un diverso repertorio. A - insomma, mi stai dicendo che quel processo di articolazione volto a scomporre un’opera architettonica nei suoi componenti grammaticali, esplicato nel Trattato Palladiano, potrebbe essere usato anche oggi? Che esso preserva una sua attualità? B - proprio così. infatti, ragionando secondo quel processo ‘compositivo’ possiamo comprendere che il ponte di Bassano è costituito da una serie di otto centine iterate per l’intera larghezza del ponte, con la sola unica controventatura costituita dai puntoni inclinati che sovrastano i pali verticali dei rostri, a monte e a valle. Credo che, per questo, la struttura sia labile, che manchi di vincoli essenziali, e che la controventatura reticolare proposta, confermata dal disegno attribuito a Ferracina, costituisca la risposta corretta alla sua vulnerabilità e rappresenti un importante completamento della logica costruttiva stessa del ponte. penso che tale labilità possa essere stata la causa della curvatura del ponte nella brentana del ’66, dovuta all’inclinazione delle stilate centrali, le più sollecitate. Questo pen-

siero comporta anche la preoccupazione per eventuali problemi sismici, una simulazione sul comportamento del ponte sarebbe dunque assai utile. nella costruzione dei ponti in pietra questa controventatura è incorporata direttamente nei muri dei piloni portanti, che nei pali verticali di Bassano risulta invece assai carente. A - Ma non è la scienza delle costruzioni a occuparsi di come funziona la struttura, del suo stato tensionale, della sua stabilità? Come puoi dire che sono ancora attuali questi trattati, dei quale posso ammettere che quello palladiano sia il migliore, ma non meglio della scienza delle costruzioni e dei suoi strumenti matematici, e pure dell’aiuto offerto dai programmi di calcolo e dai computer? B - Hai ragione, resta però un modo di pensare alla struttura che può essere molto aiutato dalle raffigurazioni dei disegni o dei modelli tridimensionali di vari materiali. per comprendere come ‘lavora’ la struttura occorre attribuire dei referenti ai vari componenti raffigurati nel disegno: quelli che hai chiamato ‘stati tensionali’ contraddistinguono il funzionamento della struttura, e palladio, per attribuire i lavori ai vari componenti strutturali dei suoi ponti, doveva conoscerli, anche se non disponeva degli attuali strumenti di calcolo. Vi è uno studio molto interessante di un ingegnere inglese, Jacques Heyman, Palladio’s Bridges19, nel quale è spiegato come esistesse uno stesso processo architettonico sia per le strutture che per la forma architettonica. potrei aggiungere che tale processo progettuale dovrebbe poter controllare nel comporre architettonico dove il ruolo delle ‘frasi’ viene svolto dalle stanze (la ‘loggia urbana’ nel nostro caso) - anche altri referenti ovvero i contenuti organizzativi, am-


bientali, costruttivi e formali (che Vitruvio chiamava ordinatamente utilitas, firmitas e venustas, cui ho aggiunto da ormai molti anni l’ambiens, la qualità ambientale)20. Un sistema referenziale esemplificazionale consentirebbe di focalizzare nella stanza le relative proprietà, organizzative, ambientali, costruttive e formali, evidenziandole nel progetto. a questo punto il disegno, come sistema di notazione, dovrebbe avere referenti costruttivi controllati dal ‘sentire’ il lavoro delle strutture, ovvero conoscere il ‘senso’ dei vari componenti strutturali, il loro stato tensionale, come conoscenza acquisita sperimentalmente nel comprendere quali strutture sono robuste, quali configurazioni, oltre che possedere tale robustezza, la comunicano. il calcolo rende più esatto questo controllo ma l’immaginazione architettonica resta simbolica, basata su un linguaggio esemplificazionale, che dovrebbe continuare a ‘sentire’ il lavoro delle strutture, a dar loro ‘senso’. il calcolo inoltre, rendendo funzionalmente inutile la comunicazione di quella robustezza, ne rimuove il senso. l’algoritmo che computa le conseguenze della forma, non la forma che viene comunque generata per tentativi e correzioni di errori, non ha bisogno di comunicarla, come invece faceva il linguaggio. A - tu dai troppa importanza alla forma e alla sua lettura, in fondo lo schema statico cui applicare il calcolo è molto più semplice e geometria è meno discutibile della figura. la stessa geometria può essere espressa numericamente o digitalmente, se preferisci. B - Chi guarda il ponte spesso non lo vede come lo guardava palladio, nello schema di palladio i saettoni appartengono agli “archi”: settone - serraglie - saettone; molti attuali critici

vedono invece i due saettoni appartenere alle colonne di ogni stilata, come una specie di capitello che allargandosi con i due puntoni, aiuta a sostenere l’architrave. Una lettura facilitata dalla veletta che copre le serraglie, lasciando visibili solo i saettoni. la diversa lettura della gelstalt (della forma) potrebbe modificare anche lo schema di calcolo. A - non capisco dove vuoi arrivare. da una parte, la tua idea che l’architettura sia un sistema simbolico, una specie di linguaggio esemplificazionale, che affronta le varie prestazioni dei progetti architettonici, e che definisci come caratteri, ovvero contenuti del linguaggio, parrebbero trattabili con quei processi di proporzionamento che valutano le prestazioni, quindi i contenuti, controllando che le opere le posseggano e che le mostrino. dall’altra non credo che tu possa pensare di rinunciare alle tante acquisizioni delle tecnoscienze, nel controllare il funzionamento delle costruzioni complesse. B - Credo che avrebbe senso distinguere i progetti, quelli semplici e molto frequenti da quelli complessi e molto rari, per frenare i capricci architettonici che sono primariamente mercantili. se le città devono diventare leggibili e discutibili, l’architettura dovrebbe poter essere coerente, architetti e cittadini dovrebbero condividere comuni sistemi simbolici e migliorarli attraverso l’uso. Una ridotta varietà consentirebbe un repertorio tipologico più controllato e meno bisognoso di calcoli specifici per ogni progetto, composto di elementi compositivi regionali precalcolati. e qui sono necessari tutti i saperi e gli strumenti che abbiamo sviluppato. resterebbero comunque problemi complessi con materiali speciali, che avrebbero naturalmente bisogno di

Da sinistra, i disegni mostrano come gli otto piani, formati dalle strutture reticolari, siano controventati longitudinalmente, ma non tra loro trasversalmente, ovvero parallelamente alla corrente del fiume. La mancanza di questa controventatura rende labile la struttura rispetto alle sollecitazioni del fiume; riflessioni tipologiche sui supporti palladiani del Ponte (dsl).

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Il ponte sul Cismon progettato per G. Angarano da Palladio nel 1554. A sinistra, l’uso di una logica figurativa per risolvere un problema costruttivo: il ponte, lungo 30 m, aveva tre capriate portate da due supporti che la forte corrente del Cismon abbatteva continuamente; Palladio decide di sospendere i supporti rispettando il vincolo di pali non superiori a 10-13 m e inventa una capriata intera che integra le tre precedenti (dsl). A destra, Heyman attraverso le sue analisi dimostra la capacità di pensarne, comporne e controllarne l’operatività attraverso un sistema di proporzioni, che usava anche per gli altri contenuti tipologici dell’opera (2000).

Disegno schematico che mostra la diversa logica della struttura del ponte. A sinistra, il disegno di Palladio; al centro, le interpretazioni di Ferracina, di Casarotti e dell’ultima ricostruzione; a destra, il progetto oggi possibile.

analisi specifiche e computazioni particolari. nell’articolo citato, Heyman dice “la geometria corretta può essere raggiunta attraverso tentativi e correzioni di errori, osservando il comportamento dei modelli, memorizzando quelle strutture che si dimostrano soddisfacenti, e naturalmente mediante intuizioni - avendo un ‘sentire’ il comportamento delle strutture. il ‘sentire’ la forma delle strutture che palladio aveva, come esemplificato nei progetti dei ponti di Cismon era chiaramente brillante, e la capriata è stata costruita e ha dimostrato la sua efficacia”. insomma, posso capire il prof. Carbonara che a roma insegna ‘restauro’, e gli è naturale essere d’accordo gli storici, ma non il prof. Modena: lui, infatti, a padova ha insegnato ‘tecnica delle Costruzioni’ e immagino perciò che sappia come oggi si potrebbe realizzare finalmente il progetto palladiano.

Con i nuovi pali di fondazione di cemento armato sono radicalmente modificati i problemi delle brentane. A - sei proprio sicuro? B - Certo. lo abbiamo chiesto al prof. Zaupa che ha insegnato ‘scienza delle Costruzioni’, sempre a padova. È lui che ha progettato quegli otto pali di cemento armato sotto ciascuna stilata e conosce benissimo la situazione del ponte. e’ un’operazione possibile. A - Una storia del genere è proprio inverosimile: la gente non se ne rende conto, sta lì a discutere sul peso del pavimento di massicciata o di legno, sui concorsi, sugli incarichi, sull’impresa, ecc. e intanto è palladio che se ne va. B - È il brand della città che muta, è come se i bassanesi rifiutassero la loro tradizione artistica e si tornasse alla cultura militare delle origini. non so quanto possiamo essere concordi tutti su questa svolta culturale. A - alla fine i progettisti se ne tornano ai loro studi, capito, e noi restiamo qua ad accogliere i foresti che vengono a vedere il palladio e a dir loro che non era vero niente, che il grande architetto non c’entra e che era tutta una bufala: certamente non una bella figura! B - la cosa peggiore che potrebbe accadere, e magari è quanto accadrà (“el peso no se mai morto!”), sarebbe proprio quella di riparare la struttura esistente, pur sapendo che molta gente continuerà a credere il ponte un’opera originale di andrea palladio.


Note

1) Carbonara Giovanni, Relazione storica, analisi storico-critica e di metodo al Progetto preliminare di ripristino e consolidamento del Ponte degli Alpini di Bassano del Grappa, 2015. 2) Berti Giampietro, puppi lionello, Marini paola, sbordone Fabio, pilati Fabio, Il ponte di Bassano, Banca popolare Vicentina, Vicenza 1993; Berti Giampietro, puppi lionello, Marini paola, Vinco da sesso Giambattista, Il ponte di Bassano, Comitato per la storia di Bassano, Bassano del Grappa 2000. 3) Berti Giampietro, Storia di Bassano, il poligrafo, padova 1993. 4) su questo tema vi è una estesa bibliografia continuamente arricchita, un interessante riferimento è Kolbert, elizabeth, The sixth extinction: an unnatural history, Henry Holt, new York 2014. 5) los sergio, “Una loggia urbana”, in Il guado de la Brenta a San Bortol, pubblicazione curata da natasha F. pulitzer per la Giornata Fai di primavera, Bassano del Grappa, marzo 1997. Vedi anche Memmo Francesco, Vita e macchine di Bartolommeo Ferracino, edizione anastatica di tassotti editore, Bassano del Grappa 2016. 6) sulla nave di teseo vedi la citata relazione storica di Giovanni Carbonara 2015, l’articolo cui fa riferimento si trova in Cristinelli Giuseppe, “i fondamenti del restauro in un antico dilemma in forma di paradosso”, Palladio, n. 55, pp. 135138, 2017; Fondamenti per una dottrina del restauro architettonico, GBe/Ginevra Bentivoglio editoria, roma 2017. 7) il vivente è caratterizzato dalla sua capabilità di migliorare, ma per migliorare, ossia essere adattabile, deve potersi auto-descrivere, deve dunque usare un sistema simbolico per descrivere che descrive anche se stesso. Una questione centrale affrontata in pattee Howard Hunt, Dynamic and linguistic modes of complex systems, international Journal of General systems 1977. Vol. 3, pp. 259-266. 8) Hoffmeyer Jesper, emmeche Claus, “Code-duality and the semiotics of nature”, ne, anderson Myrdene, Merrell Floyd, On Semiotic Modeling. Mouton de Gruyter, Berlin and new York, 1991; pp. 117-166. los sergio, “Cities and landscapes as symbolic systems”, in Journal of Biourbanism, 1,2/2016, vol. V, pp. 25-79. 9) Vitruvio Marco pollonio, De Architectura, einaudi, torino 1997; sono sempre stato attratto dal passo che si trova in i, 1, 3, pp. 12-13 - dove Vitruvio dice: “Cum in omnibus enim rebus, tum maxime etiam in architectura haec duo insunt, quod significatur et quod significat. significatur proposita res de qua dicitur, hanc autem significat demonstratio rationibus doctrinarum explicata”. Che antonio Corso ed elisa romano traducono: “Come in tutti i campi infatti così anche, più che altrove, in architettura si ritrovano questi due elementi, ‘ciò che è significato’ e ‘ciò che significa’. ‘Ciò che è significato’ è l’oggetto in questione, mentre ‘ciò che lo significa’ è una dimostrazione condotta secondo il metodo razionale della scienza”. a me pare evidente che la relazione tra significante e significato, mettendo in gioco i significati, implichi i sistemi simbolici, se al posto del ‘metodo razionale della scienza’ pensiamo alle caratteristiche sintattiche e semantiche dei sistemi simbolici. andando avanti, ne, i, 2, 2, pp. 26-27; “Gli aspetti della disposizione, quelli che in greco si definiscono idéai, sono i seguenti: icnografia, ortografia, scenografia”.

essi definiscono il disegno di progetto: pianta, prospetto e prospettiva, ovvero il sistema di notazione dell’architettura. 10) Jablonka eva, lamb Marion J., L’evoluzione in quattro dimensioni, Utet, torino 2007. 11) semper Gottfried, The four elements of architecture, Cambridge University press, Cambridge UK 1989. 12) anche al 1805 risale l’affermazione di schelling secondo cui l’architettura è musica congelata (Erstarrte Musik) ed è passibile di analisi sulla base di concetti così essenzialmente musicali come ritmo e tonalità. l’idea era stata parzialmente anticipata nei primi scritti di Goethe sulla cattedrale di strasburgo; nel 1829 diceva ad eckermann: “Ho trovato un mio scritto nel quale chiamo l’architettura musica congelata. realmente c’è qualcosa di vero in ciò; la condizione d’animo prodotta dall’architettura è simile all’effetto prodotto dalla musica”. Madame de stael, che reagì prontamente e con simpatia al romanticismo tedesco, parlò dell’architettura come di “una musica stazionaria”; e nataniel Hawthorne scrisse in American Notebooks (1839): “se le città fossero costruite dal suono della musica, allora alcuni edifici sembrerebbero costruiti in toni gravi, solenni; altri prodotti al ritmo di lievi e fantastiche arie”. tratto da smith norris Kelly, Frank Lloyd Wright, dedalo, Bari 1983, pp. 59-60. 13) sul genotipo come progetto si veda il citato, Jablonka eva, lamb Marion J. 2007, pp. 41-42. 14) Goodman nelson, I linguaggi dell’arte, il saggiatore, Milano 1976. 15) Costabile Felice, curatore, Atene e Roma. Alle origini della democrazia moderna e la tradizione romanistica nei sistemi di civil law e di common law, G. Giappichelli, torino 2016. 16) Mayernik david, The challenge of emulation in art and architecture: between imitation and invention, ashgate publishing, Farnham surrey UK 2013; pigafetta Giorgio, Architettura dell’imitazione, teoria dell’arte e architettura fra XV e XX secolo, alinea, Firenze 2005. 17) per una interessante analisi dei ponti in legno di andrea palladio vedi Heyman Jacques, “palladio’s wooden bridges”, in ARQ architectural research quarterly, vol. 4, n. 1, 2000; pp. 81-85. 18) parametri e varianti provengono da uno strumento progettuale detto ‘diagramma morfologico’ che deriva dai testi di Zwicky Fritz, “the morphological approach to discovery, invention, research and construction, e Morphology of multilanguage teaching”, che si trovano nel volume curato da Zwicky Fritz, Wilson albert George, New Methods of Thought and Procedur, springer Verlag, new York 1967; il metodo formulato da Zwicky Fritz viene proposto da Jones John Christopher nel suo libro sui metodi di progettazione: Jones J.C., Design methods, Wiley lnterscience, london 1970; e nel saggio Grant donald p., “How to construct a morphological box”, in Design Methods and Theories. Vol. Xi, n. 3, 1977. Questa correlazione tra processi di invenzione e sistemi simbolici mi pare assai attraente e spieghi come la creatività implichi l’uso di qualche linguaggio o sistema simbolico, anche quando lo fa inconsapevolmente. Vedi anche los sergio, Geografia dell’architettura, il poligrafo, padova 2013, pp. 197-232. 19) Heyman Jacques 2000, op. cit. 20) los sergio, “i caratteri ambientali dell’architettura”, introduzione e cura di, Marston Fitch James, , Franco Muzzio, padova 1980; pp. 7-10.

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il ponte di Bassano di andrea palladio

Un caso esemplare di sapienza costruttiva da riproporre nella versione autentica di Francesco Zaupa Professore Associato di Scienza delle Costruzioni, Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale, Università di Padova

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È possibile che andrea palladio, per l’elaborazione del progetto di ricostruzione del ponte sul Brenta fra Bassano e angarano, compiuta nel 1569 all’apice della sua fama di architetto, si fosse ispirato a - o avesse tenuto conto dei - precedenti ultimi due ponti di legno, a stilate con rostri spartiacque fasciati da filagne, che ebbero una vita più lunga di uno-due anni prima di essere travolti irreparabilmente da catastrofiche piene del Brenta. il primo di questi due ponti, a due “stilli” (stilate) rimase in pristino dal 1520 al 1524. il secondo, originariamente costruito a due “stilli”, ma successivamente modificato a cinque “stilli” (probabilmente dimezzando la luce delle tre originarie campate, mediante la costruzione di tre ulteriori stilate intermedie), rimase in pristino dal 1530 al 15671. non per questo, il progetto del ponte di palladio è meno importante o interessante. il grande architetto, infatti, a partire dalle vincolanti direttive ricevute dal Consiglio della città di Bassano nella seduta del 31 marzo 15692, operò una mirabile sintesi progettuale grazie alla sua sapienza costruttiva. alla fine di un percorso di analisi delle azioni cui il ponte sarebbe stato sottoposto, e delle prestazioni che esso avrebbe dovuto offrire, concepì e stabilì dimensioni, forma, elementi costruttivi, composizione architettonica e costruttivo-strutturale dell’opera. ne descrisse le caratteristiche in una relazione tecnico illustrativa e ne rappresentò, in un elaborato grafico in scala, pianta, prospetto e sezione, corredandolo di una legenda esplicativa dei principali elementi costruttivi. ne pubblicò,

infine, il progetto nella sua opera fondamentale, I Quattro Libri dell’Architettura, del 1570, universalmente riconosciuta come uno dei testi basilari dell’architettura e come patrimonio culturale dell’umanità3. l’affermazione autografa di palladio, al capitolo iX del terzo libro, di avere “ordinato” il ponte di legno sul Brenta, a Bassano, si ritiene debba essere intesa nell’accezione di avere dato ordine al ponte illustrato, nel senso di avere identificato gli elementi fondamentali e di avere assegnato ad essi coerenza funzionale e formale in giustapposizione reciproca nella composizione dell’opera, ossia di avere “progettato” la costruzione, affinché essa potesse essere letta, compresa, eseguita e, se necessario, riprodotta. Che il ponte palladiano fosse stato un’opera progettata e costruita validamente, oltre che dal punto di vista architettonico, anche sotto il profilo della stabilità e durabilità strutturale, è dimostrato dal fatto che esso restò in pristino per ben 180 anni (dal 1570 al 1748), il periodo più lungo in cui sopravvisse il ponte senza essere distrutto da una piena o per mano d’uomo. i ponti costruiti successivamente alla distruzione di quello palladiano, su progetto, prima, di Ferracina e, poi, di Casarotti, pur non potendosi affermare che fossero stati più vulnerabili - o meno resistenti - del ponte di palladio, perché entrambi volutamente distrutti per ragioni belliche, rimasero in vita, il primo, per 63 anni (dal 1750 al 1813, quando fu incendiato dalle truppe francesi comandate dal viceré napoleonico eugenio di Beauharnais), e, il secondo, per 124 anni, dal 1821 al 1945, quando la quarta stilata e le ultime due campate ovest, lato angarano, furono fatte completamente saltare dall’esercito tedesco in ritirata. le riflessioni che seguono prendono origine dall’interessantissima discussione sollevata dal prof. sergio los, con la magistrale pubblicazione “Il ponte di Bassano. La modernizzazione di Andrea Palladio” Università iUaV di Venezia - autunno 2015, in merito alla natura allografica dell’opera d’arte di architettura attraverso il simbolo del progetto, ed al valore culturale, identitario e promozionale che una ricostruzione del ponte in conformità con il progetto di andrea palladio avrebbe per la città di Bassano e per la


Comunità internazionale. non sembra, infatti, che l’ipotesi di una tale ricostruzione sia stata adeguatamente vagliata, approfondita e dibattuta in tutte le sedi competenti (soprintendenza territoriale, regionale e nazionale; Cisa, Comune di Bassano, associazioni culturali e Forze politiche, sociali ed economiche bassanesi) nell’occasione - irripetibile nell’arco dei prossimi 50÷100 anni almeno, e di incipiente attuazione - di un intervento radicale di smontaggio completo e di successiva ricostruzione del ponte, sia pure procedendo a tratti e con il dichiarato riutilizzo degli elementi esistenti effettivamente recuperabili4. il progetto esecutivo Carbonara Modena del 2015, approvato, in esecuzione, ma non ancora entrato nella fase - peraltro imminente - di smontaggio e ricomposizione, restituirà l’opera, infatti, ricostruita conformemente con la configurazione attuale, ossia con la ricostruzione di Casarotti del 1821, anziché secondo il primo, originario progetto, codificato e reso pubblico: il progetto di andrea palladio, opera d’arte, patrimonio dell’umanità. Una delle più importanti questioni che si pongono, è se sia o meno possibile ricostruire oggi il ponte secondo il progetto palladiano, garantendo i livelli di sicurezza alle azioni gravitazionali di utilizzazione, alle azioni idrodinamiche delle piene e alle azioni sismiche, richiesti dalle norme tecniche attuali. Chi scrive è convinto che sia del tutto possibile ricostruire il ponte con gli elementi di legno previsti da palladio, secondo la forma da lui disegnata e con le dimensioni da lui stabilite, introducendo alcuni accorgimenti - peraltro marginali - pienamente coerenti con la concezione progettuale di palladio codificata in I Quattro Libri dell’Architettura. È altrettanto convinto che il progetto compilato dal prof. Carbonara e dal prof. Modena, approvato dall’amministrazione comunale di Bassano nel 2015, possa essere convertito dai medesimi progettisti in un nuovo progetto coerente con quello palladiano, senza particolari problemi di ordine tecnico ed economico-amministrativo. si premettono alcune osservazioni in merito agli elementi fondamentali del ponte sul Brenta a Bassano focalizzati da palladio, e sui criteri di pro-

gettazione da lui adottati specificamente per i ponti di legno, oltre ai tre criteri formulati in generale per tutte le costruzioni, ovvero che siano comode nella fruizione, belle e durevoli nel tempo. nella descrizione al cap. iX de I Quattro Libri dell’Architettura, palladio precisa che il ponte di Bassano deve superare la larghezza del fiume pari a 180 piedi5 (circa 64 m), e stabilisce di dividere tale lunghezza in cinque campate uguali, secondo la regola generale di costruire in alveo un numero pari di stilate (o pile), in modo da lasciare libera da ostacoli la mezzeria del fiume. nello specifico, precisa che le quattro stilate di colonne (“ordini di pali”), intervallate ad una distanza netta l’una dall’altra di 34,5 piedi, sono costituite, ciascuna, da otto colonne di legno lunghe 30 piedi (10,70 m), aventi una sezione trasversale da 1,5 piedi di diametro (54 cm), disposte ad una distanza netta reciproca di 2 piedi (distanza interasse di 2+1,5 = 3,5 piedi, pari a 1,25,m) con conseguente larghezza del ponte, uguale alla lunghezza in pianta della stilata delle otto colonne, pari a 7×3,5 + 1,5 = 26 piedi, ossia a 9,28 m. sulle teste delle colonne di ciascuna stilata è chiodata una trave di lunghezza adeguata a tale dimensione (volgarmente chiamata “Corrente”, annota palladio, più di recente de-

Ricostruzione immaginata da Palladio del ponte sul Reno di Giulio Cesare. Nel terzo de i Quattro libri dell’architettura, a p. 13, egli illustrando la “parte F” (qui evidenziata) scrive: “sono i pali posti nella parte di sotto del fiume, i quali piegati e congionti con tutta l’opera resisteranno alla violenza del fiume”.


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nominata “Cavalla” nel gergo della carpenteria lignea del ponte), che unisce insieme, in parallelo, tutte le colonne della stilata, e sulla quale insistono i modiglioni di ripartizione a doppia mensola sottostanti alle otto travi longitudinali di impalcato (denominate “Longherine”). Ciascuna di queste, considerata la loro notevole luce di oltre 12 m, è rinforzata e irrigidita da una sottostante struttura, formata, a sua volta, da due travi inclinate a 45° circa (“saettoni”) impostate sulle colonne di pertinenza delle due stilate d’ambito della campata, e da una trave orizzontale superiore (“serraglia”) di chiave e contrasto fra i saettoni: sull’estradosso di quest’ultima appoggia con continuità il tratto centrale della longherina6. al di sopra delle longherine, poi, è disposta una seconda orditura di travi trasversali al ponte, le quali sostengono il tavolato di chiusura a supporto della pavimentazione stradale, e sporgono ai lati del ponte “alquanto fuori del rimanente dell’opera”, apparendo come “modiglioni di una cornice” (di gronda, n.d.r.). lungo le sponde laterali dell’impalcato del ponte, infine, sono impostate le balaustre-parapetto e le colonne “che sostengono la copertura e servono per loggia, e fanno tutta l’opera comodissima e bella”. per quanto riguarda le fondazioni, palladio è consapevole del fatto che, se il letto del fiume è di ghiaia e sabbia, come il Brenta nel luogo dove doveva essere costruito il ponte, esso può essere interessato da erosione ed accumuli di materiale

provocati dalle correnti durante le piene, con il rischio di scalzamento delle fondazioni di tipo superficiale, e di rovina dell’opera. per ciascuna stilata, prevede, perciò, di eseguire palificate di pali di legno di rovere dotati di punta di ferro, da battere nel suolo fino a raggiungere il terreno “sodo e fermo”, previa escavazione delle ghiaie superficiali7. non aggiunge altre osservazioni di dettaglio, ma si ritiene che desse per scontate le lavorazioni di completamento delle fondazioni a palafitte, mediante innesti diretti delle colonne sui pali infissi, o mediante la livellazione delle teste dei pali e la realizzazione di un elemento orizzontale di collegamento e coronamento dei pali stessi, sul quale impostare e stabilire le strutture di elevazione, come nelle ricostruzioni del ponte in assunto degli ultimi secoli. nel caso di specie, si tratta della “Trave di soglia”, costituita da una grossa trave di rovere di sezione rettangolare (b×h ≈ 60×35 cm, circa). in origine essa appoggiava direttamente sulle teste dei pali di fondazione, infissi secondo l’allineamento della stilata. nel corso delle successive riparazioni e ricostruzioni, in ausilio e sostituzione dei pali primitivi - in parte erosi e danneggiati, e di difficilissima estrazione - ne furono continuamente aggiunti di nuovi, infissi, però, non tutti in posizione allineata al di sotto della trave di soglia, a causa di mancanza di spazio, ma sempre più spesso ai lati di questa. la trave di soglia, quindi, cominciò ad essere sostenuta sempre meno da


A p. 40, Sebastiano Lovison, Veduta del ponte di Bassano ricostruito da Casarotti, 1826, bulino acquerellato d’epoca, mm 325x430, coll. privata. Medaglia celebrativa in bronzo, copia dell’originale in oro dedicata dai Bassanesi ad Angelo Casarotti, il 14 febbraio del 1821, recto e verso, 68 ø, coll. privata.

pali di fondazione direttamente sottostanti, e sempre più da corte travi trasversali, denominate “Cavazzali di soglia”, insistenti su coppie di pali infissi ai lati della trave di soglia stessa. per quanto riguarda i rostri (“speroni” nella terminologia palladiana), è interessante osservare come palladio concepisca funzioni differenziate per quelli di monte e, rispettivamente, per quelli di valle, pur configurandoli simmetricamente rispetto alle otto colonne di ciascuna stilata. Questo emerge non solo dalla legenda esplicativa degli elementi costruttivi del ponte di Bassano relativa alla tavola grafica del cap. iX del terzo libro, ma anche dal precedente capitolo Vi dedicato al ponte “ordinato” da Cesare sul reno. palladio studia approfonditamente ed a lungo (“vi ho pensato alquanto sopra”) il ponte di legno sul reno “ordinato” - ossia progettato da Giulio Cesare e fatto da lui costruire in brevissimo tempo dall’esercito romano, come descritto, ma solo a parole, nel iV libro dei Commentarii De Bello Gallico. ne resta colpito e ne prova ammirazione. si documenta sulle interpretazioni e raffigurazioni (“diverse invenzioni”) proposte da precedenti studiosi, e non resiste alla sfida di elaborare anch’egli la sua proposta interpretativa - “che nella gioventù, quando prima lessi i detti Commentari m’immaginai” - che illustra nel cap. Vi del terzo de I Quattro Libri dell’Architettura, con un testo esplicativo, un disegno progettuale e una legenda. nella ricostruzione del progetto di Cesare, in particolare per quanto d’interesse per i rostri del ponte sul Brenta a Bassano, palladio mette in evidenza, dapprima, la funzione dei pali inclinati disposti lungo il lato verso valle del ponte, che, “in luogo di ariete” - ossia di puntone - collaborano con le pile a cavalletto a forma di trapezio, alla resistenza contro la corrente del fiume8; e, in secondo luogo, la funzione dei gruppi di pali a monte delle pile del ponte, a difesa delle medesime dagli urti di tronchi d’albero e di natanti che fossero stati mandati dai barbari per causare la rovina del ponte stesso9 palladio, dunque, per il ponte di Bassano ha ben presente e chiara la necessità, da un lato, di proteggere le colonne delle stilate, mediante “speroni” di sacrificio a monte delle stesse,

dagli urti (le “menade”) esercitati dai tronchi e dalle zattere che scendevano lungo il Brenta10, e, dall’altro, di aiutare le snelle colonne di ciascuna stilata, a resistere alla spinta idraulica esercitata dalla corrente del fiume durante le piene, mediante robusti puntoni inclinati, impostati a valle delle stilate medesime. progetta, così, le stilate del ponte sul Brenta, con la parte inferiore integrata da due rostri: l’uno, a monte, eminentemente a protezione dagli urti in regime di magra e di morbida; l’altro, a valle, eminentemente con funzione di irrigidimento e rinforzo delle otto colonne in parallelo di ciascuna stilata, nei confronti della spinta idraulica in regime di piena. attualmente, le condizioni di sfruttamento del Brenta come via d’acqua sono del tutto cessate. sono stati, inoltre, operati alcuni provvedimenti di regimazione dell’alveo del fiume, al fine di attenuare gli effetti delle piene nel tronco interessante il ponte vecchio. si possono, perciò, trascurare gli urti da tronchi e natanti in regime di magra e di morbida, che, invece, restano, sia pure con minore frequenza, in regime di piena, potendo essere esercitati da tronchi o da altri oggetti dotati di elevata massa, trasportati o trascinati dall’impeto del fiume in piena. l’effetto di queste azioni, però, più che produrre spinte di entità elevata, consiste in perturbazioni impulsive (urti, impatti, colpi) localmente concentrate, che possono provocare danneggiamenti localizzati di alcuni elementi - in particolare degli elementi di difesa e sacrificio, come i rostri a monte - senza, peraltro, impegnare più di tanto la struttura del ponte nel suo insieme. Viceversa, i rostri a valle sono chiamati, anche ai nostri giorni, a collaborare pienamente con le snelle colonne della stilata di afferenza. i rostri progettati da palladio furono oggetto di variazioni significative in occasione delle più importanti ricostruzioni successive, quella di Ferracina del 1750 e quella di Casarotti del 1821. Ferracina modificò il disegno palladiano, introducendo le seguenti variazioni: a) incremento in elevazione dei rostri a monte e a valle, aumentando l’inclinazione sull’orizzontale della trave “Spartiacque” a coronamento di essi, fino a farla arrivare e impuntare

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A p. 43, sovrapposizione, sulla sezione trasversale del ponte di Casarotti, riproposta dal progetto Carbonara-Modena, della sezione trasversale secondo il progetto palladiano, ma con i pali di fondazione di cemento armato del 1990-91, e con i tiranti metallici a crociera ipotizzati, nell’auspicata ricostruzione con questa forma, per la resistenza alla spinta idrodinamica e alle azioni sismiche.

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sotto il “Mustazzone” delle due “Filagnone” superiori, ossia sotto l’elemento che unisce e chiude, davanti alle colonne d’estremità di ciascuna stilata, le due travi superiori del fasciame (di “filagne”) a protezione e collegamento dei rostri e delle colonne, parzialmente incassate nei fianchi di queste ultime in corrispondenza dell’imposta dei saettoni; b) riduzione di una unità del numero di colonne portanti la copertura di ciascuna campata del ponte, variando, così, da cinque a quattro gli interspazi fra di esse, in violazione di una delle regole di palladio; c) carenatura dei fianchi del ponte, mediante un tavolato continuo, che eliminava e ricopriva le teste sporgenti a modiglione dei traversi di impalcato, e che ciecava i parapetti a balaustra e i sottostanti “archi” di rinforzo delle longherine dell’impalcato, formati dai saettoni e serraglia. riguardo alla ricostruzione del ponte del 175051, in seguito alla distruzione provocata dalla straordinaria brentana del 18-19 agosto 1748, è estremamente interessante richiamare la posizione espressa in diversi atti pubblici dai vertici dell’autorità politica e tecnica della serenissima repubblica di Venezia, ossia dal senato e dal Magistrato alle acque. Questi organi, si trovarono di fronte ad una situazione per molti versi simile a quella che, attualmente, l’amministrazione comunale di Bassano e gli organi superiori sono chiamati a gestire. ebbene, due secoli e mezzo fa, le autorità tecnico-amministrative e politiche non ebbero esitazione a riconoscere il grande valore architettonico, statico e funzionale del progetto palladiano, e ad esigerne l’assoluta fedele riproduzione. Fu Bartolomeo Ferracina, nominato “direttore della rifabbrica” del ponte dal Magistrato alle acque nel febbraio 1750 (a quanto pare su pressione di alcuni maggiorenti bassanesi), che operò violazione in corso d’opera, sia del decreto del senato del 5 ottobre 1748, che autorizzava la ricostruzione del ponte, stabilendo “che doverà eseguirsi sul modello di quello, che nel 1568 fu fatto dal celebre Palladio, …”, sia dell’ordinanza 30 agosto 1748 e di quella successiva del 30 dicembre 1749 del Magistrato alle acque, entrambe di-

rette al podestà-Capitano del reggimento di Bassano, nella prima delle quali si disponeva “che la Fabbrica suddetta abbia a nuovamente essere eseguita, com’era prima diretta, e disegnata, dal Palladio, di cui già ne conserviamo il modello”, e, nella seconda “che tosto il pubblico Rappresentante dovesse far da mano, e far formare… l’impianto dei quattro Piloni del Ponte (le stilate, n.d.r.), nel sito, ove prima esistevano, e nella forma, e maniera antica, vale a dire, secondo l’idea, e disegno del celebre Palladio”. a carico di Ferracina, furono, inoltre, rilevati gravi difetti di ordine costruttivo, oltre che formale, che inducono a pensare che la carenatura sia stata, forse, eseguita ad opera ultimata, anche, se non soprattutto, per sopperire alle gravi deficienze strutturali11. il progetto di Casarotti del 1821 introdusse le seguenti variazioni rispetto al ponte di Ferracina: d) allungamento a monte e a valle dei rostri, conservandone invariata la quota superiore all’attacco con la colonna esterna di pertinenza, in corrispondenza del mustazzone, e riportando, così, la pendenza della trave spartiacque ad un valore prossimo a quello dell’inclinazione originaria di palladio (pari a 30°); rispetto al disegno del grande architetto, la configurazione dei rostri di Casarotti equivalse a traslare verso l’alto di circa 2 m la trave inclinata spartiacque, e ad incrementare di circa 4 m l’estensione longitudinale in pianta sia dei rostri a monte, che di quelli a valle; e) eliminazione della carenatura degli archi e dei parapetti a balaustra, ma conservazione della partitura in quattro interspazi, anziché in cinque, fra le colonne della loggia di ciascuna campata del ponte. alla fine del 1989, nell’ambito del complesso degli interventi di manutenzione straordinaria del ponte vecchio, chi scrive ricevette l’incarico dall’ingegnere Capo dell’Ufficio tecnico del Comune di Bassano del Grappa, ing. Ugo Bonato, di fornire una consulenza all’Ufficio medesimo per la progettazione e la direzione dei lavori limitatamente all’intervento di consolidamento delle fondazioni della quarta stilata (la prima lato angarano). Considerati il tetto di spesa dell’ordine di 150.000.000 di lire (pari a


circa 75.000 euro) e il vincolo di conservare in pristino la trave di soglia e il ponte nel suo insieme, preso atto della selva di pali lignei infissi, presenti ai lati della suddetta trave, erosi e consunti, e di pressoché impossibile estrazione a meno di non operare mediante trivellazione, consultato altresì il prof. luigi d’alpaos per gli aspetti idrodinamici, si convenne, congiuntamente, di costruire quattro coppie di pali trivellati di cemento armato, a cavallo della trave di soglia, gettati entro camicia d’acciaio attraverso le stratificazioni ghiaiose del sottosuolo, fino a raggiungere e impiantarsi nella sottostante formazione in posto di conglomerato calcareo misto ad argilla. si trattò di pali di medio diametro (Ø 60 cm) e di 9÷10 m di lunghezza, con armatura metallica di acciaio inox a doppio strato: armatura principale interna più consistente e con un copriferro maggiorato, e armatura superficiale “di pelle”, più diffusa e leggera. le teste sommitali dei pali furono opportunamente completate, sagomate e incamiciate con gusci di lamiera da 5 mm di spessore, pure di acciaio inox, per costituire la sede di appoggio e ritegno dei tozzi cavazzali di rovere, infilati al di sotto della trave di soglia come supporto di questa12. tutti i pali furono dotati di protezione catodica delle armature e delle incamiciature

metalliche. la posizione delle quattro coppie dei nuovi pali trivellati di cemento armato e dei cavazzali insistenti su ciascuna di esse non poté essere fissata a priori secondo criteri di regolarità e di ottimizzazione, ma fu adattata alla presenza di ostacoli di difficile eliminazione o di pali e di cavazzali di soglia preesistenti, giudicati ancora - almeno in parte - idonei a svolgere la propria funzione strutturale. l’intervento, eseguito nella primavera del1990, si dimostrò efficace, adeguato e convincente, tanto che fu, poi, replicato anche per le altre tre stilate del ponte nell’autunno dello stesso anno e nell’anno successivo. a distanza di 25 anni, è stato, altresì, riconosciuto idoneo e assimilato direttamente, senza modifiche o integrazioni, nel progetto 2015 degli interventi strutturali del prof. Modena, di incipiente realizzazione. si può, quindi, sostenere con ragionevole certezza che le fondazioni del ponte eseguite nel 199091 siano stabili e durature, ed anche del tutto idonee alla ricostruzione dell’opera in conformità con il progetto palladiano. per quanto attiene alla sovrastruttura, nell’ipotesi di ricomposizione del ponte secondo il disegno del grande architetto, i livelli di sicurezza strutturale oggi richiesti impongono, come detto, di adottare alcuni accorgimenti integra-

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Da sinistra, sezione trasversale del modello numerico del ponte, con la schematizzazione solida dei principali elementi strutturali; modello numerico del ponte conforme al progetto di Palladio, con la trave di soglia sostenuta da 4+3 coppie di pali di fondazione di cemento armato (schematizzate con un unico palo), e con i tiranti a crociera ancorati sui nuovi pali Benoto alle punte dei rostri.

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tivi, peraltro rispettosi delle forme e coerenti con i criteri progettuali di palladio sopra richiamati. in questa sede, tali provvedimenti - anche se oggetto di alcune analisi e verifiche preliminari con esito positivo - possono essere definiti solo in termini di concezione generale e funzionale: il livello, comunque, più importante del processo di ideazione e progettazione. le ulteriori attività di studio, approfondimento, selezione e verifica, come pure la definizione dei dettagli costruttivi, restano da sviluppare in una eventuale fase di progettazione esecutiva. l’illustrazione di questi provvedimenti è, ora, compiuta in comparazione con quelli proposti nel progetto di imminente realizzazione. oltre che negli aspetti architettonico-formali, come magistralmente illustrato dal prof. los nel proprio contributo, i punti principali sui quali il progetto Carbonara-Modena differisce profondamente da quello di palladio a livello di composizione costruttivo-strutturale, riguardano: la trave di soglia, il sistema di ritegno del ponte nei confronti delle azioni orizzontali, e i rostri. nel progetto di incipiente realizzazione, la tradizionale trave di soglia, di legno, è sostanzialmente spogliata della funzione originaria di costituire il piano d’imposta stabile e regolarizzato per le colonne della stilata. la funzione è, invece, affidata ad una nuova trave reticolare spaziale composta da tubi di acciaio inox, vincolata direttamente ai pali di fondazione di cemento armato del 1990÷91, nella quale è inglobata, quasi come “reliquia” storica, la suddetta trave dormiente di legno. Contrariamente a questa soluzione, si ritiene preferibile sostituire le attuali travi di soglia danneggiate o collassate (peraltro ultracentenarie) con nuove travi lignee, ancora di rovere massiccio, sostenute dai cavazzali portati dai pali di fondazione, in quanto intervento più consono con la

tradizione e coerente con il criterio di conservare - per quanto possibile - l’omogeneità di materiale dei componenti strutturali della costruzione. l’eventuale carenza delle pur ragguardevoli dimensioni della sezione trasversale delle travi di soglia esistenti, in relazione ai soli quattro appoggi offerti dai cavazzali insistenti sui pali di cemento armato del 1990÷91, e rispetto alle prestazioni richieste dalle attuali norme tecniche, può essere superata ricorrendo a travi composte mediante sovrapposizione di due travi rese collaboranti a flessione e taglio mediante biette di calettatura; o, in alternativa, realizzando, per ogni stilata, tre÷quattro nuove coppie aggiuntive di pali di fondazione di cemento armato, analoghe a quelle realizzate una trentina d’anni fa e intercalate fra queste, in modo da disporre di cavazzali di sostegno della trave di soglia ad una distanza interasse dimezzata, con conseguente abbattimento al 25%, circa, delle sollecitazioni massime di questa trave. per quanto riguarda il sistema di ritegno del ponte nei confronti delle azioni orizzontali (spinta idrodinamica e azioni sismiche), il progetto Carbonara-Modena affida prioritariamente tale funzione alla trave reticolare orizzontale di legno lamellare incollato e acciaio ad alta resistenza, di 66 m di luce, ordita nel piano dell’impalcato del ponte e vincolata - si può dire in modo concentrato in un sol punto, con conseguenti forze di reazione pure concentrate ed intense - tanto alla muratura delle sponda est, quanto alla muratura della sponda ovest. la soluzione di palladio, invece, affida e distribuisce la suddetta funzione alle quattro stilate e, più in particolare, alla trave spartiacque-puntone dei rostri lato valle, alla guisa dei pali piegati che egli aveva immaginato lungo il lato valle del ponte di Cesare sul reno, per resistere alla violenza del fiume. si è del parere che il concetto


di distribuire i vincoli lungo il ponte, anziché concentrarli solo alle estremità di esso, è sicuramente preferibile, sia per la struttura del ponte stesso, sia per i manufatti murari delle sponde alle quali esso è collegato. all’osservazione, plausibile, che i rostri del progetto di incipiente realizzazione, conformi alla ricostruzione di Casarotti, stabilizzano più efficacemente il ponte, in quanto più alti dei rostri di palladio, si argomenta che la minore resistenza (e rigidezza) alle azioni orizzontali trasversali, offerta dai rostri di dimensioni più contenute, può essere compensata, se non superata, nel seguente modo: a) ai fini dell’efficacia nei confronti della spinta idrodinamica e dell’azione sismica trasversale orientata da nord a sud, inserendo lungo la trave spartiacque dei rostri lato monte un tirante di acciaio inox (composto da due sottili piatti correnti ai fianchi della trave, sotto le filagne), ancorato ad un nuovo palo Benoto in punta a ciascun rostro, e da prolungare nella zona compresa fra il primo e il secondo filagnone (all’imposta dei saettoni) e fra questo e l’estremità lato valle della cavalla di coronamento delle colonne; b) ai fini dell’efficacia nei confronti della sola azione sismica trasversale orientata da sud a nord, inserendo un corrispondente, simmetrico, tirante lungo la trave spartiacque dei rostri di valle, analogamente prolungato fino all’estremità lato monte della cavalla, a crociera con il primo. Quanto all’altra funzione dei rostri lato monte, di protezione delle colonne da colpi e danneggiamenti provocati dall’impatto di solidi dotati di massa non trascurabile, galleggianti o comunque trasportati dalla corrente durante le brentane, osservando le fotografie delle stilate danneggiate dall’alluvione del novembre 1966, con i rostri di monte pressoché totalmente distrutti, si è indotti a ritenere che la causa principale della rovina di

essi fosse stata non tanto la spinta idrodinamica in sé, quanto l’impatto ripetuto e violento di tronchi e altri oggetti trascinati dall’impeto della fiumana sugli elementi dei rostri stessi. si considera, perciò, importante studiare un sistema di difesa e protezione della trave spartiacque e del fusto della prima colonna lato monte di ciascuna stilata, contro questo tipo di danneggiamento. Un tale dispositivo potrebbe consistere in una specie di “scudo” o di ”casco” continuo, che salga lungo trave spartiacque e, senza interruzione, lungo il fusto libero della colonna, saldamente fissato agli elementi lignei, ma allo stesso tempo in grado di assorbire, attenuare e diffondere l’energia concentrata e impulsiva prodotta da urti e impatti puntuali di corpi trasportati dalla corrente. Vi è la convinzione che un tale tipo di protezione delle colonne, da mettere a punto anche con uno studio ad hoc e con il contributo di aziende del settore delle protezioni e dei sistemi di assorbimento e dissipazione di energia nei fenomeni di impatto e schianto, risulti più efficace rispetto alla presenza di rostri di maggiori dimensioni, come quelli attuali, per i quali, oltretutto, gioca a sfavore la seguente circostanza. i pali dei rostri, infatti, sono chiamati a svolgere la funzione di tenere in posizione la trave spartiacque, avente peso assolutamente trascurabile addirittura negativo in caso di piena che la sommerga - e già vincolata, all’estremità inferiore, al palo Benoto di punta, e, all’estremità superiore, sotto il mustazzone all’incrocio fra il primo filagnone e la colonna esterna. i pali, quindi, devono trattenere la trave spartiacque e il rostro nell’insieme, essenzialmente solo rispetto allo sbandamento laterale, indotto da turbolenze idrodinamiche e da componenti trasversali dei flutti, nonché da urti di corpi contro le filagne, o dall’impigliamento di rami o altre protesi di corpi trascinati dalla corrente, negli interstizi tra filagne

Configurazione deformata del modello numerico del ponte, ed entità degli spostamenti trasversali, generati dall’azione dei carichi gravitazionali e dalla spinta idrodinamica di progetto.

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La trave di soglia della 4a stilata, vista da ovest, prima della realizzazione nel 1990 dei quattro cavazzali di supporto dal di sotto della trave di soglia, portati da coppie di pali trivellati di cemento armato.

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e pali stessi. sono, perciò, sollecitati eminentemente a flessione da forze laterali, e si comportano come mensole verticali incastrate al piede. di conseguenza, una minore estensione dei rostri in altezza - e in pianta - comporta, a parità di altre condizioni (come il diametro e l’interasse dei pali), una rigidezza ed una resistenza di gran lunga maggiori. per assicurare il suddetto comportamento richiesto a questi pali, è essenziale, infine, che sia attivo un efficace vincolo alla rotazione al piede, condizione offerta da pali di legno costituiti, ciascuno, da un unico elemento continuo, infisso nelle ghiaie fino ad una profondità di pochi metri, sufficiente a bloccarne la rotazione. Una prima verifica della validità delle asserzioni esposte, in particolare sulla stabilità del ponte nella “configurazione palladiana”, è stata compiuta mediante l’apprestamento di un modello numerico tridimensionale del sistema strutturale del ponte nel suo insieme, ed una analisi statica in campo elastico lineare, condotta utilizzando il codice di calcolo Midas. Questo studio, sviluppato con la collaborazione dell’ing. Mario Giuliani, ha permesso di testare, sia pure in via preliminare, l’efficienza strutturale del ponte secondo il progetto di palladio, nei confronti delle azioni previste dalle attuali norme tecniche, assunte con i valori considerati nel progetto del prof. Modena; ed ha fornito risultati più che soddisfacenti, sia in termini di deformazioni locali e d’insieme, che in termini di sollecitazioni delle membrature e di reazioni dei vincoli. in conclusione, con questo contributo, pur nella consapevolezza dei molti limiti di esso, si è cercato di spiegare e divulgare, almeno in parte, la ricchezza e l’attualità della concezione progettuale del ponte sul Brenta a Bassano, di andrea palladio, e di richiamare l’attenzione, in particolare dei cittadini e degli amministratori di Bassano, affinché si rendano maggiormente

consapevoli dell’enorme importanza culturale e promozionale dell’occasione di portata storica, che sono ancora in tempo di non lasciarsi sfuggire: ridare vita con autenticità a un’opera d’arte di ingegneria e architettura, secondo il progetto tuttora straordinariamente valido ed attuale non solo dal punto di vista architettonico-formale, ma anche sotto il profilo tecnicocostruttivo-strutturale, donatoci in eredità da un grande Genio. Note

1) la forma di questi ponti pare sia quella riprodotta, nel primo caso, da un disegno settecentesco a penna e inchiostro di anonimo, riproducente un affresco del 1528, già nella Gran sala del palazzo pretorio di Bassano, ma attualmente scomparso; nel secondo caso, da una mappa datata 1557 (scoperta da Kubelik). da I ponti di Palladio, a cura di M. azzi Visentini, s. Masini, l. Magagnato e F. rigon, electa editrice, Milano, 1980, pagg. 23, 24. 2) “… che esso ponte sii reffatto et costruitto nel modo e forma che era il precedente menato via dal la Brenta, cum quelle adiuncte che parerà alli protti et maistri che lo costruiranno”. atti Consiglio 1559 - 1569, c. 335 v. 3) Vale la pena richiamare le motivazioni che hanno indotto palladio a comporre l’opera, da lui espresse nel Proemio a i Lettori, in principio del primo libro: “… mi è parso cosa degna di huomo; il quale non solo à se stesso deue esser nato, ma ad vtilità ancho de gli altri; il dare in luce i disegni di quegli edificij, che in tanto tempo, & con tanti miei pericoli ho raccolti, & ponere breuemente ciò che in essi m’è parso più degno di consideratione; & oltre à ciò quelle regole, che nel fabricare ho osseruate, & osseruo: à fine che coloro, i quali leggeranno questi miei libri possino seruirsi di quel tanto di buono che vi sarà, & in quelle cose supplire, nelle quali (come che molte forse ve ne saranno) io hauerò mancato: onde cosi à poco à poco s’impari à lasciar da parte gli strani abusi, le barbare inuentioni, & le superflue spese, &, (quello che più importa) à schifare le varie, e continoue rouine, che in molte fabriche si sono vedute”. in particolare, per i ponti di legno, alla fine del cap. V del terzo libro, palladio conclude dicendo: “Ma perche i particolari sono infiniti, non si può dar di loro certa, e determinata regola. Onde io porrò alcuni disegni, e dirò le lor misure; da quali potrà ciascuno facilmente, secondo che se gli offerirà l’occasione, esercitando l’acutezza del suo ingegno; pigliar partito, & far opera degna di esser lodata.


Da sinistra, fase della posa in opera di un segmento della camicia metallica di un palo trivellato della 4a stilata; fase della posa in opera dell’ingabbiatura metallica a doppio strato, di acciaio inox AISI 316, di un palo trivellato.

4) sulla previsione progettuale di riutilizzare gli elementi effettivamente recuperabili, è onesto chiarire, a parere di chi scrive, che, in sede di esecuzione dei lavori, sarà altamente improbabile poter riconoscere come effettivamente recuperabile anche uno solo degli attuali elementi lignei del ponte (esclusi, forse, alcuni componenti della copertura e del colonnato che la sostiene, e della balaustra-parapetto), se per recupero e riutilizzo si intende l’impiego dell’elemento nello stato e con le dimensioni in essere, e nella medesima collocazione attuale nell’ambito del sistema costruttivo del ponte, senza necessità di compiere onerose ed estese lavorazioni di risanamento o di innesto di porzioni sane sostitutive di parti guaste. sarà, invece, probabile che si possano riutilizzare significative porzioni sane di numerosi elementi, operando su di esse le opportune lavorazioni di adattamento a funzioni e collocazioni diverse rispetto a quelle attuali (come è sempre avvenuto nella storia delle costruzioni lignee e di muratura). pertanto, l’intervento di incipiente attuazione comporterà comunque una fase di smontaggio completo del manufatto e una successiva fase di ricostruzione, sia pure per sottocantieri, che non si configurerà, di certo, come un’operazione di anastilosi con gli elementi originali del ponte del 1821, né con quelli del ponte parzialmente ricostruito nel 1948. 5) 1 piede vicentino = 35,70 cm. 6) dell’importanza strutturale di questo sottosistema irrigidente e di rinforzo, palladio ha idee chiarissime. lo considera anche un elemento estetico che abbellisce il ponte, e che egli conserva a vista. È’ interessante leggere quanto scrive: “Queste traui cosi ordinate rendono l’aspetto di un’arco, il quale habbia di frezza la quarta parte del suo diametro; & in tal modo l’opera riesce bella per la forma, e forte, per uenir le traui, che fanno la lunghezza del Ponte; à esser doppie nel mezo”. Vale, altresì, la pena di mettere in evidenza come la citazione appena riportata costituisca, se ve ne fosse ancora bisogno, un’ulteriore prova del significato di “composizione - concezione - progettazione” che il verbo “ordi-

nare” ha per palladio. 7) Cfr. I Quattro Libri dell’Architettura, terzo libro, cap. X. 8) sono i pali contrassegnati da palladio con la lettera F nel disegno della ricostruzione del ponte di Cesare sul reno, che egli propone al cap. Vi del terzo libro dell’architettura. nella legenda a corredo del disegno, palladio specifica: “F, Sono i pali posti nella parte di sotto del fiume, i quali piegati & congionti con tutta l’opera resisteranno alla violenza del fiume”. Uno studio dell’efficienza strutturale del ponte di Cesare secondo l’interpretazione progettuale di palladio è stato compiuto e documentato in: “Una verifica strutturale della ricostruzione palladiana del ponte di Cesare sul Reno”. atti del convegno Cisa. - Centro internazionale di studi di architettura “a. palladio”, Ponti in legno. Palladio, i Grubenmann, Soane e le esperienze contemporanee, Bassano del Grappa, 4 e 5 ottobre 2002. 9) sono i pali contrassegnati da palladio con la lettera G e così descritti nella legenda: “G, Sono i pali posti nella parte di sopra del Ponte, acciò lo difendessero, se da gli inimici fossero mandati giù per il fiume tronchi d’arbori, ouer naui per ruinarlo”. 10) il fiume Brenta, nei periodi di magra e di morbida, è stato la naturale via d’acqua utilizzata dall’antichità fino ai primi decenni del secolo XX, per il trasporto del legname proveniente dai boschi dell’altopiano di asiago e del trentino compresi nel suo bacino imbrifero, alle segherie di Venezia e della pianura veneta. 11) lettera-relazione datata 12 settembre 1751, corredata di 11 figure di rilievo comparativo, compilata da una persona competente, non di Bassano, al momento ancora anonima, indirizzata ad un personaggio autorevole e d’alto rango di Venezia, che, con lettera 24 agosto 1751, l’aveva incaricata di fornirgli informazioni sulla recente ricostruzione del ponte. 12) Cfr. Anime Inox per il Ponte di Bassano in “inossidabile”, dicembre 1992, rivista trimestrale a cura del Centro inox, Milano. testo e fotografie di F. Zaupa.

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1938

NEGOZIO

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